Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Moiso: la
ragione conversazionale e ROMOLO, o dell’implicatura conversazionale della
filosofia della mitologia – la scuola di Torino -- filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Torino).
Filosofo italiano.
Torino, Piemonte. Grice: “I like Moiso; I would think my two favourite of his
treatises is one on the ‘filosofia della mitologia’ (think Beowulf!) --; the
other is a consideration on Goethe on ‘nature and her forms’ – having built my
career on the natural/non-natural distinction, it cannot but fascinate me!” Esperto
di storia della filosofia e della scienza di fama internazionale, ha insegnato
nelle Torino, Macerata e Milano. Le sue ricerche hanno riguardato la filosofia
post-kantiana, con particolare attenzione al pensiero di Salomon Maimon,
l'idealismo tedesco, con ricerche su Kant, Fichte, Schelling e Hegel, Goethe e
l'età goethiana, Achim von Arnim, il concetto di esperienza ed esperimento nel
Romanticismo, la filosofia di Nietzsche nel suo rapporto con le scienze, il
pensiero di Mach. È stato membro della Schelling Kommission per l'edizione
critica di Schelling. Ha partecipato alla Enciclopedia Multimediale delle
Scienze Filosofiche di Rai Educational con due interventi sulla La filosofia
della natura tedesca e sulla "Scienza specialistica e visione della natura
nell’età goethiana". Presso l'Udine è stato istituito il Centro
Interdipartimentale di Ricerca sulla Morfologia. Fondamentali per la ricerca
filosofica e le oltre 100 pagine dedicate a “Pre-formazione ed epigenesis”, in
“Il vivente -- aspetti filosofici, biologici e medici,” – Grice: “Interesting
idea, ‘il vivente’ – we don’t have that thing in English, ‘a loose liver’ --.
Verra, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana. Caratteristica degli suoi
studi è la connessione tra ricerca storico-filosofica e impianto teoretico,
fatto particolarmente evidente in suo saggio su Schelling. “La filosofia di
Maimon” (Milano, Mursia); “Natura e cultura” (Milano, Mursia); “Vita, natura
libertà” (Milano, Mursia); “Pre-formazione ed epigenesi nell'età goethiana, in
“II problema del vivente” Aspetti filosofici, biologici e medici, Verra, Roma,
Istituto della Enciclopedia Italiana);
Nietzsche e le scienze” (Milano, Martino)-- Grice: cf. ‘gaia scienza’ –
“Tra arte e scienza” (Milano, Marino);“La natura e le sue forme,” C. Diekamp (Milano, Mimesis); “La filosofia
della mitologia,” M. Alfonso (Milano, Mimesis); “Il nulla e l'assoluto”
"Annuario Filosofico", “Teleo-logia dopo Kant” in: Giudizio e
interpretazione in Kant. Convegno sulla Critica del Giudizio (Macerata, Genova,
Idee in Schelling, in IDEA Colloquio,
Roma, Fattori e Bianchi (Olschki, Firenze); Schelling, "Ricerche
filosofiche sull'essenza della libertà umana: e gli oggetti che vi sono
connessi", Commentario A. Pieper e O. Höffe (Milano, Guerini); Le Ricerche: una svolta in
Schelling?, in Schelling, "Ricerche filosofiche sull'essenza della libertà
umana: e gli oggetti che vi sono connessi (Milano, Guerini); “Dio come
persona,” in Schelling, "Ricerche filosofiche sull'essenza della libertà
umana: e gli oggetti che vi sono connessi", Commentario Pieper e Höffe
(Milano, Guerini); “I paradossi dell'infinito, in: "Romanticismo e
modernità", Torino, La scoperta dell’osso inter-mascellare e la questione
del tipo osteologico, in Giorello, Grieco, Goethe scienziato” (Torino,
Einaudi); “Schelling: il romano antico nella filosofia dell'arte, in
"Rivista di estetica", Torino, pensatore e narratore dell'Europa,
Milano, Gargnano del Garda, Milano: Cisalpino (Acme/Quaderni); E ho visto le
idee addirittura con gl’occhi, in: Goethe: la natura e le sue forme, atti del
Convegno Arte, scienza e natura in Goethe; Torino (Milano, Mimesis); C. Diekamp,
Experientia/experimentum nel Romanticismo, in Veneziani, Experientia”
(Firenze: Olschki); “L'albero della malattia -- motivi della medicina in età
romantica, in Atti della sofferenza. Atti del seminario di studi. Udine,.
Casale e Garelli, Itinerari, La
percezione del fenomeno originario e la sua descrizione, in: Arte, scienza e
natura in Goethe. Torino, R. Pettoello, In memoriam, "Acme", Alfonso,
Matteo, In guisa di introduzione. La filosofia della luce di Fichte, in
"Rivista di storia della filosofia,” Ivaldo, La fichtiana dottrina della
scienza, In memoria di M.. La filosofia
della natura, in "Annuario Filosofico", Ziche, "Un terzo più
alto, la loro sintesi comune". Teorie della mediazione, In memoria di Moiso. La filosofia della natura, in
"Annuario Filosofico", S.
Poggi, Dopo Schelling, dopo Goethe. lettore di Mach, La filosofia della natura,
in "Annuario Filosofico", F. Vercellone, Da Goethe a Nietzsche. Tra
morfologia ed ermeneutica, in In memoria di M.. La filosofia della natura, in
"Annuario Filosofico", Giordanetti, Interprete di Kant", in
Rivista di storia della filosofia, Frigo, Natura della forma e storicità della
sua comprensione, testimonianze di colleghi e allievi, Torino, La responsabilità dell'uomo per la natura nel
pensiero degli scienziati romantici in Testimonianze (Torino, Trauben); F.
Cuniberto, Corpo e mistero, in Testimonianze (Torino, Trauben, M. Alfonso, I
corsi: una lezione di ricerca, in Testimonianze (Torino, Trauben); Giordanetti,
Il kantismo di Nietzsche, Testimonianze” (Torino, Trauben); L. Guzzardi, Tra
filosofia della natura e morfologia dei saperi: un ruolo per l'enciclopedismo,
in Testimonianze” (Torino, Trauben);
Viganò, Morfologia e filosofia: la filosofia della natura come
"tropica" del reale, in Testimonianze (Torino, Trauben); Potestio, Lo
Schelling di Heidegger (Torino, Trauben); Mainardi, L'estetica pittorica di Friedrich,
Testimonianze, Torino, Trauben,
Cazzaniga, La filosofia dell'evoluzione, testimonianze Torino, Trauben,
La natura osservata e compresa: saggi in memoria, Viganò, Milano, Guerini, Moro, In ricordo, in "Rivista di Storia
della Filosofia", antzen, In
memoriam: In ricordo, Università degli Studi di Milano, Sala Crociera
Alta, La rivoluzione di Lavoisier, in
Enciclopedia delle Scienze, Goethe e la natura, in Enciclopedia delle Scienze
Filosofiche, Goethe poeta e scienziato, in Enciclopedia delle Scienze La
ri-culturalizzazione della scienza, in Enciclopedia delle Scienze Filosofiche,
Scheda biografica su Mimesis. Grice: “Plato is clear about this: other than
predicated of ‘shape’ (forma), ‘beautiful’ has no SENSE! Moiso learned that
from Gothe –problem with Goethe is that he was interested in the German
mandibule!” Grice: “Pliny understood this best: it’s one boring thing to see
Apollo Belvedere, larger than life. The good thing is to see or experience a
‘symtagm’, such as ‘I lottatori’ della Tribuna – a statuary group of two males
– one may say there is ONE form in the Lottatori – Goethe would say that each
body is a form – and so there are two forms.
-- Francesco Moiso. Moiso. Keywords: la morfologia e la fisiologia del
vivente --. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Moiso” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Mondin: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale dell ritorno dell’angelo – la semantica filosofica – semantica
pel sistema G – interpretazione e validità – la scuola di Monte di Malo -- filosofia
veneta -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Monte di Malo). Filosofo italiano. Monte di Malo, Vicenza, Veneto.
Grice:“Trust an Aquino to provide a systematic philosophy! Mind, I’ve been
called a systematic philosopher, too!” Grice: “At Oxford, we are very familiar
with angels – but only Mondin takes angeologia seriously! Trust an Italian! Ponte Sant’Angelo comes to mind!”
Dottore di Filosofia e Religione a Harvard. È stato decano della Facoltà di
Filosofia presso la Pontificia Università Urbaniana di Roma. Mondin membro
della Congregazione dei Missionari Saveriani. Nei suoi studi, le principali
figure di riferimento sono state AQUINO e Tillich, da cui ha tratto l'ideale di
un accordo e di un mutuo sostegno tra filosofia e teologia. “Etica, Etica e politica, Filosofia,
Antropologia filosofica, Manuale di filosofia sistematica, La Metafisica di
Aquino e i suoi interpreti,” “Storia dell'antropologia filosofica” Antropologia
filosofica e filosofia della cultura e dell'educazione; “Epistemologia e
cosmologia; “Logica, semantica e gnoseologia; Ontologia e metafisica Storia
della metafisica, Storia della metafisica, Storia della metafisica,
“Ermeneutica, metafisica, analogia in Aquino; Storia della filosofia medievale
Dizionario enciclopedico di filosofia, teologia e morale Il sistema filosofico
di Aquino Corso Introduzione alla teologia Dio: chi è? Elementi di teologia
filosofica Scienze umane e teologia Cultura, marxismo e cristianesimo I teologi
della liberazione, “Il problema del linguaggio teologico dalle origini ad oggi”
Filosofia e cristianesimo I teologi della speranza I grandi teologi
Professore I grandi teologi
Professore I teologi della morte di Dio
Dizionario enciclopedico di filosofia, teologia e morale. Software Filosofia
della cultura e dei valori Le realtà ultime e la speranza cristiana Religione
Nuovo dizionario enciclopedico dei papi. Storia e insegnamenti Commento al
Corpus Paulinum (expositio et lectura super epistolas Pauli apostoli) La chiesa
primizia del regno. Trattato di ecclesiologia Mito e religioni. Introduzione
alla mitologia religiosa e alle nuove religioni L'uomo secondo il disegno di
Dio. Trattato di antropologia teologica Preesistenza, sopravvivenza,
reincarnazione Teologie della prassi L'eresia del nostro secolo Società Storia
dell'antropologia filosofica Antropologia filosofica. L'uomo: un progetto impossibile?
Philosophical anthropology Una nuova cultura per una nuova società. In ricordo
di M.. Un tomista ed "oltre"
del XX secolo: M. di PMontini, Congresso tomista internazionale, Roma, nel sito "E- Aquinas" Studium
thomisticum. Grice: “M.
attempts a systematic semantics. Rather he has a section on ‘semantics’ --. The
expressions have to be used carefully. System itself, should be used alla
Gentzen, or as Myro does with System G in my gratitude. A semantics for System BATTISTA M. introduzione
alla filosofia Problemi, Sistemi, Filosofi) M. INTRODUZIONE ALLA
FILOSOFIA PROBLEMI - SISTEMI - FILOSOFI Con guida alla lettura
di alcune opere fondamentali e glossario dei principali termini
filosofici MASSIMO - MILANO Carmagnani collabora alla revisione del
pre- sente volume ed ha curato i « questionari », le « sintesi
contenutistiche » e le « chiose a margine ». Massimo Corso di
Porta Romana, Milano. Altre opere filosofiche dello stesso Autore: Corso
di storia della filosofia, Massimo, Milano. L'uomo: chi è? (Elementi di
antropologia filosofica), Massimo, Milano. Introduzione alla
teologia, Massimo, Milano. Cultura, marxismo e cristianesimo, Massimo,
Milano. Storia della filosofia medievale, Pontificia Università
'Urbaniana, Roma. Una nuova cultura per una nuova società (Analisi della
crisi epocale della cul- tura moderna e dei progetti per superarla),
Massimo, Milano. Il sistema filosofico di Tommaso d'Aquino (Per una
lettura attuale della filo- sofia tomista), Massimo, Milano. Il
valore uomo, Dino Editore, Roma. I Verori fondamentali (Definizione
e classificazione dei valori), Dino Editore, oma. In quale
modo contribuire alla trasformazione dell'uso di un testo per lo studio
della filosofia, affinché esso divenga lo strumento vivo di ricerca e di
riflessione? Questa quarta edizione di Introduzione alla filosofia,
completa- mente rinnovata rispetto alla precedente, risponde a questo
obiettivo, offrendo non solo una presentazione sistematica di contenuti,
ma anche indicazioni metodologiche atte a sviluppare un processo di
ri- cerca attivo e dialogico, alla luce della propria tradizione
culturale, attraverso l'esercizio della riflessione, per arrivare a
soluzioni con- formi alla ragione e alla natura dell'uomo.
L'Autore ha introdotto, nella prima parte dedicata ai problemi
filosofici, tre nuovi problemi, che durante l'ultimo decennio si sono imposti
all'attenzione di tutti, quello culturale, quello epistemologico e quello
assiologico. Questi tre problemi suscitano oggi particolare in- teresse
perché ci si è resi conto che la grave crisi spirituale, che ha colpito
l'umanità intera, trova la sua ragione più profonda nella disgregazione
della cultura e dei valori e nella confusione che si fa tra scienza e
tecnica. E questo vale per chi vuole fare dello studio della filosofia
non un semplice esercizio accademico, ma, come già pensavano i greci, uno
strumento fondamentale e l’unico razional- mente possibile, per la
soluzione dei problemi della vita e della no- stra società.
Le parti seconda (dedicata ai sistemi filosofici) e terza (dedicata
alla presentazione dei principali filosofi) sono state ampliate con
l'aggiunta di altre « scuole filosofiche », specie quelle sorte negli
ulti- mi decenni e di numerose altre « schede » sui maggiori filosofi.
Nella quarta parte, dedicata alla presentazione di alcuni grandi testi
filo- sofici, è stata inserita l'opera: Introduzione alla metafisica, che
è tra le più significative e rappresentative di Heidegger, uno dei
maggiori filosofi. Infine, il volume è completato da una quinta
(nuova) parte che contiene un « glossario » dei principali termini filosofici,
che sarà di aiuto a chi si accosta per la prima volta alla filosofia.
Questa edizione dell'opera è stata rielaborata seguendo an- che le
indicazioni di molti insegnanti che hanno usato il testo nel passato e
che sono stati da noi interpellati con « schede-inchiesta ». Ogni
capitolo del testo è corredato di questionari, di concetti da ritenere,
di sintesi contenutistiche e di chiose a margine, che, opportunamente
utilizzati, costituiscono un adeguato sussidio per un mi- gliore
approfondimento e una rapida consultazione. I questionari assolvono la
duplice funzione propedeutica e di verifica: a) i questionari
propedeutici sono finalizzati a suscitare il problema nei suoi aspetti
fondamentali; b) i questionari di verifica e discussione consentono il
controllo del processo di apprendimento in ordine ai contenuti, il
raccordo tra le successive fasi di lavoro e la discussione sui temi di
maggior rilievo. I concetti da ritenere sono finalizzati alla corretta
acquisizione del linguaggio tecnico e alla capacità di gestire con
maggiore facilità qualsiasi testo filosofico. Le sintesi
contenutistiche, elaborate alla fine di ogni capitolo, hanno lo scopo di
favorire la padronanza costante dei contenuti acquisiti. Le chiose, ai margini
del testo permettono di individuare su- bito i temi centrali
presentati. Alla fine di ogni capitolo una breve ed aggiornata
bibliografia segnala, secondo le necessità, opere per approfondire temi
parti- colari. Questa opera, oltre che per uso scolastico,
date le sue caratteri- stiche che ne fanno una piccola enciclopedia
filosofica (da consul- tare nelle più svariate occasioni), la riteniamo
molto utile anche per tutti coloro che vogliono conoscere gli elementi
fondamentali della filosofia come studio dei grandi problemi dell'umanità
e vogliono aggiornarsi su di essi. Ricordiamo, infine, che
l'Autore ha curato presso la nostra edi- trice un Corso di storia della
filosofia, in tre volumi, con le stesse caratteristiche metodologiche
della presente opera e con un'ampia antologia di testi dei maggiori
filosofi di ogni epoca. Il terzo volume del Corso suddetto, di pp. 616,
presenta in modo esauriente la filo- sofia degli ultimi due secoli e può
diventare un o ttimo strumento per far conoscere le maggiori
correnti filosofiche contemporanee ad ogni persona di cultura media
superiore. QUESTIONARIO PROPEDEUTICO Chi sono? Da dove vengo e dove vado? Che
cosa è la vita? Sono questi i « perché » fondamentali che l’uomo si
pone. Quali risposte dare a questi perché? Rispetto agli altri esseri
viventi, che cosa significa essere uomo? 4. Che cosa significa
essere dotato di intelligenza, di volontà, di capacità di amare?
Che cos'è il pensiero? Che cos'è la realtà? Che rapporto c'è tra la capa-
cità di pensaree la realtà? Che cos'è la verità? 6. Che cosa significa essere
libero? Che cosa significa essere condizionato? Qual è il criterio che deve
regolare il rapporto con i propri simili e con l’uso delle cose? Che cos'è il
bene? Che cos'è l'utile? Che rapporto c’è tra bene e utile? . 7. Ciascuno di
noi ha bisogno degli altri. Come e perché? L'uomo, si dice, è naturalmente
filosofo, cioè « amico della sa- pienza »; bramoso di sapere, egli non si
accontenta di vivere alla giornata e di accettare passivamente le informazioni
che l’esperien- za immediata gli offre, come fanno gli animali. Il suo sguardo
inquisitivo vuole conoscere il perché delle cose, soprattutto il perché della
propria vita. Che cos'è la filosofia 1.1 La conoscenza intellettuale L'uomo è
un essere che pensa: egli è dotato di una capacità cono- scitiva superiore a
quella degli altri esseri viventi appartenenti sia al regno vegetale che a
quello animale. Gli animali, ad esempio, pos- sono avere coscienza ma non
autocoscienza; essi sanno, ma non sanno di sapere; desiderano, ma non sanno di
desiderare; amano, ma non sanno di amare; crescono, diventano adulti e muoiono,
ma non sono consapevoli di queste trasformazioni del loro essere. L'uomo non
solo percepisce con i sensi gli eventi particolari, come Come è accennato nella
presentazione dell'Editore, i questionari pro- pedeutici hanno lo scopo,
attraverso l'esercizio della riflessione e dell’autorifles- sione, di suscitare
la partecipazione attiva degli allievi alla costruzione previa della lezione,
Superiorità della conoscenza umana Conoscenza razionale e conoscenza simbolica
Varie definizioni del termine ‘‘filosofia’’ gli altri esseri viventi, ma con la
sua ragione è in grado di acquisire idee generali o di formulare giudizi
universali. Egli non conosce solo i fatti ma anche i « perché ». La conoscenza
intellettuale, di cui l'uomo è dotato, assume due forme principali: quella
razionale o logica (che opera con i concetti) e quella simbolica o analogica
(che opera con le immagini, i simboli, i miti, le parabole, ecc.). La prima è
di tipo speculativo e astratto, mentre la seconda è di tipo figurativo,
concreto. La conoscenza simbolica non è necessariamente inferiore a quella
razionale, anzi per alcune sfere della realtà (per esempio: arte e re- ligione)
essa è più congeniale della seconda. me il valore della vita e della conoscenza
umana, la libertà, la natura del male, l'origine e il valore della legge
morale. Di questi problemi si occupa soltanto la filosofia. In secondo luogo,
perché, mentre le scienze studiano questa o quella dimensione della realtà, la
filosofia ha per oggetto l’intero, la totalità, l'universo preso globalmente.
Ecco, pertanto, la prima caratteristica che distingue la filosofia da qualsiasi
altra forma di sapere: essa studia tutta la realtà ò, co- munque, cerca di
ottenere una comprensione completa ed esauriente di ogni settore della realtà.
Essa si preoccupa soprattutto, di sapere, di comprendere; mentre la scienza si
accontenta di analizzare e di calcolare. 1.3 Natura della filosofia Ma ci sono
anche altre tre qualità che contribuiscono a dare al sapere filosofico un
carattere proprio e specifico: a) lo strumento di ricerca; b) il metodo; c) il
fine o scopo. a) Lo strumento di ricerca, di analisi di cui si serve la
filosofia è la ragione, la pura ragione, il « puro ragionamento », come dice
Platone. Essa non dispone di microscopi, telescopi, macchine foto- grafiche,
ecc. Non può effettuare controlli con strumenti materiali né affrettare le sue
operazioni ricorrendo agli elaboratori. Anche gli strumenti conoscitivi, di cui
si serve ogni uomo e ogni scienziato, i sensi e la fantasia, al filosofo
servono solo nella fase iniziale, per ottenere quelle cognizioni del reale, su
cui poi indirizza lo sguardo penetrante della ragione. Il lavoro vero e proprio
dell'indagine filo- sofica è compiuto dalla sola ragione, Ia quale per
sottrarsi a qualsiasi distrazione si chiude dentro il suo sacro recinto,
lontana dal frastuo- no delle macchine, dalla seduzione dei piaceri e dalla
prassi, dalia confusione dei sensi, in solitaria compagnia col proprio oggetto.
b) Il metodo della filosofia è essenzialmente raziocinativo, anche se non
esclude qualche momento intuitivo (sia nella fase iniziale sia in quella
terminale). I procedimenti raziocinativi sono però mol- 9 La filosofia può
esaminare ogni cosa La filosofia, a differenza delle singole scienze, studia
ogni settore della realtà Lo strumento di ricerca della filosofia è la ragione
La fiiosotia nella su ricerca ha un metodo e un fine La filosofia elementare è
soprattutto narrativa: si esprime attraverso i miti Con l’indagine razionale è
sorta la filosofia scientifica teplici, di cui i più importanti sono
l’induzione e la deduzione. La filosofia li adopera entrambi: il primo per
risalire dai fatti ai prin- cipi « primi », il secondo per ridiscendere dai
principi primi ed illu- minare ulteriormente i fatti, per comprenderli meglio.
c) La filosofia si distingue dalle scienze anche nel fine. La filo- sofia non è
volta a fini pratici e interessati, come la scienza, l’arte, la religione e la
tecnica, le quali, in un modo o nell'altro, hanno sempre di mira qualche
soddisfazione oppure qualche vantaggio. La filosofia ha per unico obiettivo la
conoscenza; essa mira semplicemente a ricercare la verità per se stessa, a
prescindere da eventuali utiliz- zazioni pratiche. La filosofia ha uno scopo
puramente teoretico, ossia contemplativo; non ricerca per nessun vantaggio che
sia ad essa estraneo, ma per se stessa; essa è quindi come ha detto egregia-
mente Aristotele nella Metafisica — « libera », in quanto non è asservita ad
alcuna utilizzazione di ordine pratico, e quindi si realizza e si risolve nella
pura contemplazione del vero. 2. Le origini della filosofia 2.1 Filosofia
elementare e scientifica L'uomo
l'abbiamo già visto è per natura filosofo: in quan- to essere
ragionevole egli è portato ad interrogarsi su tutto ciò che c'è, tutto ciò che
accade, tutto ciò che compie e tutto ciò che vale. Le questioni ultime non sono
una riserva di caccia aperta soltanto ai dotti e ai letterati, ma è aperta
anche all'uomo della strada, an- che all'analfabeta. Esiste pertanto una
filosofia elementare che è comune a tutti gli uomini. a La forma letteraria
della filosofia elementare è quella del rac- conto: è essenzialmente filosofia
narrativa (non è filosofia argomen- tativa, raziocinativa, sistematica); la
filosofia elementare si esprime attraverso miti, presentati in racconti, poemi,
diari. Sotto queste forme essa è presente in tutte le civiltà, in particolare
nelle grandi civiltà orientali (cinese e indiana) e nelle antiche civiltà del
vicino Oriente (egiziana, assiro-babilonese, ittita ed ebraica. Ma, come
abbiamo già spiegato in precedenza, oltre alla filosofia elementare esiste
anche una filosofia scientifica, sistematica, spe- cializzata. Questa forma di
filosofia, storicamente, si è sviluppata soltanto in Occidente (al pari della
scienza e della tecnologia). Per quale motivo? Perché soltanto gli occidentali,
a partire dal popolo greco, sono riusciti a mettere a punto gli strumenti
concettuali (la logica, la dialettica, il puro ragionamento) che sono necessari
per elevare la filosofia dal livello elementare a quello scientifico. Infatti
anche nelle altre culture, specialmente in quelle derivanti dalle grandi
civiltà mediorientali ed orientali, elementi filosofici appaiono in contesti di
carattere prevalentemente religioso e pertanto non 10 possono essere definiti «
filosofia » in senso scientifico vero e pro- prio. Che i problemi ultimi si
possono affrontare e risolvere col puro ragionamento (controllato dalle regole
della logica) fu scoper- to da Parmenide, Eraclito, Platone e, soprattutto, da
Aristotele. Que- ste grandi intelligenze dell’Ellade cercarono la filosofia
come scien- za. La filosofia è quindi una conquista degli occidentali e, fino
ai giorni nostri, è rimasta una prerogativa del pensiero occidentale. È per
questo motivo che ogni storia della filosofia coincide pratica- mente con
l'esposizione delle teorie dei filosofi dell'Occidente. 2.2 Mito e filosofia
L'umanità primitiva (lo si può constatare presso tutti i popoli) per qualsiasi
problema si è accontentata di dare delle spiegazioni mitiche. Così alla
domanda: « Perché tuona? » ha risposto: « Per- ché Giove è adirato »; alla
domanda: « Perché tira vento? » ha ri- sposto: « Perché Eolo si è infuriato ».
A noi moderni queste soluzioni paiono semplicistiche e sbaglia- te. Tuttavia,
storicamente, esse hanno grandissima importanza, in quanto rappresentano il
primo sforzo fatto dall'umanità per render- si conto della natura delle cose e
delle loro cause. Sotto il velo fan- tastico c'è in esse un'autentica ricèrca
delle « cause prime » del mondo. Per questo motivo, riteniamo opportuno
spendere qui qualche parola sul mito, sulla sua definizione, sulle sue
interpretazioni prin- cipali e sul passaggio dalla mitologia greca alla
filosofia. Il Turchi, noto studioso della storia delle religioni, definisce
così il mito: « Il mito, nella sua accezione generale e nelia sua scaturigi- ne
psicologica, è l'animazione dei fenomeni delia natura e della vità, dovuta a
qualche forma primordiale ed intuitiva della conoscenza umana, in virtù della
quale l'uomo proietta se siesso nelle cose, cioè le anima e personifica dando
loro figura e atteggiamenti sugge- riti dalla sua immaginazione; esso è,
insomma, una rappresentazio- ne fantastica della realtà spontaneamente
delineata dal meccani- smo mentale ».! Di questa lunga definizione possiamo
ritenere l’ulti- ma parte: il mito è una rappresentazione fantastica,
intuitivamen- te delineata dal processo mentale dell'uomo, al fine di dare
un'’in- terpretazione e una spiegazione ai fenomeni delia natura e della vita.
Come s'è detto, sin dall'inizio l'uomo ha cercato di indagare l'origine
dell'universo, la natura delle cose e delle forze cui egli si sentiva soggetto.
A questa indagine, sotto la spinta cella fanta- sia creatrice e
dell’intuizione, doti così vive ancor oggi presso i po- poli primitivi, egli ha
dato colore e forma, costruendosi un mondo di esseri viventi (con sembianza
umana oppure ferina), dotati di storia. La loro funzione è di fornire una
spiegazione per qualsiasi ! TURCHI, Le religioni dell'umanità, Assisi. 11 Ii
mito è ia prima riscosta dell’umanità ai fenomeni delia naiura e delia vita
Rivaiutazione del mito quale risposta “‘prelogica’’ ai problemi dell’esistenza
umana evenio della natura e dell’esistenza umana: per la guerra come per la
pace, per la quiete come per la tempesta, per l'abbondanza come per la
carestia, per la buona salute come per la malattia, per la na- scita come per
la morte. Tutti i popoli antichi, gli assiri, i babilonesi, i persiani, gli
egiziani, gli indiani, i cinesi, i romani, i galli, i greci, hanno i loro miti.
Però, fra tutte le mitologie, la greca è quella che spicca maggiormente per
ricchezza, ordine e umanità. Non c'è quindi da essere sorpresi se fu proprio
dalla mitologia greca che prese svi- luppo la filosofia. Del mito sono state
fornite le più svariate interpretazioni, di cui le principali sono due: mito =
verità, mito = favola. Secondo l’interpretazione « mito = verità », il mito è
una rappre- sentazione fantastica che intende esprimere una verità. Secondo
l'interpretazione « mito = favola », il mito è un racconto immagi- noso senza
nessun intento teoretico. I miti, secondo la prima inter- pretazione, sono le
uniche spiegazioni che l'umanità, ai suoi primor- di, era in grado di fornire
delle cose, ma sono spiegazioni in cui credeva fermamente. I miti, nella
seconda interpretazione, sono raffigurazioni fantastiche in cui nessuno ha mai
creduto, e meno degli altri i loro creatori. I primi a considerare i miti delle
pure favole furono i filosofi greci. A loro più tardi si sono associati
volentieri i Padri della Chiesa, gli scolastici e la maggior parte dei filosofi
moderni. Ma, a partire dall'inizio del nostro secolo, vari studiosi di storia
delle religioni (Eliade}, di psicologia (Freud), di filosofia (Heidegger), di
antropologia (Lévi-Strauss), di teologia (Bultmann) hanno inco- minciato ad
appoggiare l'interpretazione mito = verità, indotti a ciò dall’argomento che
l'umanità primitiva, pur non potendo darsi del- l'universo una spiegazione «
logica », cioè concettuale, ragionata e metodica, tuttavia deve aver cercato di
darsi una spiegazione più o meno intuitiva di fenomeni come la vita, la morte,
il bene, il male, ecc., fenomeni che colpiscono la mente di qualsiasi
osservato- re, per quanto poco istruito. Secondo molti studiosi contemporanei,
i miti nascondono, pertanto, sotto la maschera di immagini più o meno
eloquenti, la risposta « prelogica » fornita dall'umanità pri- mitiva a questi
grossi problemi. Tale risposta, a loro giudizio, me- rita d'essere presa in
considerazione anche oggi, perché l’umanità primitiva, semplice e attenta, in
alcuni casi può aver colto intuitiva- mente nel segno più dell'umanità
progredita, troppo smaliziata e distratta che si vale dei metodi raffinati
della logica, della dialettica e della scienza. Dall'analisi degli studiosi del
nostro tempo risulta che presso i popoli antichi il mito ha svolto tre funzioni
principali: religiosa, sociale e filosofica. Anzitutto « il mito è il primo
gradino nel processo di compren- sione dei sentimenti religiosi più profondi
dell’uomo; è il prototipo 12 della teologia »? Però, allo stesso tempo, esso è
anche ciò che se- gnala e garantisce l'appartenenza ad un gruppo sociale
piuttosto che ad un altro; infatti la diversa appartenenza dipende dai miti
particolari che uno sposa e coltiva. Infine il mito svolge anche una funzione
affine a quella della filosofia in quanto esso rappresenta il modo di
autocomprendersi dei popoli primitivi. Anche l’uomo del- le civiltà antiche è
consapevole di certi fatti e valori, e cristallizza la causa dei primi e la
realtà dei secondi in quelle rappresentazioni fantastiche che sono appunto i
miti. Noi siamo del parere che il mito sia denso di significato sia religioso
che filosofico, sia sociale che personale. Però non siamo disposti a
rivalutarlo fino al punto. di stabilire una equiparazione diretta tra mito e
filosofia. Questa, pur proponendosi essenzialmen- te lo stesso obiettivo del
mito, ossia quello di fornire una compren- sione esaustiva delle cose, cerca di
conseguirlo in un modo comple- tamente diverso. Infatti il mito procede con la
rappresentazione fan- tastica, con l'immaginazione poetica, con intuitive
analogie suggeri- te dall'esperienza sensibile; pertanto resta al di qua del
/ogos, ossia al di qua della spiegazione razionale. Invece la filosofia opera
con la sola ragione, con rigore logico, con spirito critico, con motiva- zioni
razionali, con argomentazioni stringenti’ basate su principi il cui valore è
stato previamente assodato in forma esplicita? 3. | problemi filosofici
fondamentali Abbiamo già detto che ogni cosa è suscettibile di indagine filo-
sofica; si può, quindi, dare una filosofia dell'uomo, degli animali, del mondo,
della vita, della materia, degli dèi, della società, della politica, della
religione, dell’arte, della scienza, del linguaggio, dello sport, del riso, del
gioco, ecc. Di fatto, però, coloro che si chiama- no filosofi hanno studiato di
preferenza soltanto alcuni problemi, quelli che vanno sotto il nome di logica,
gnoseologia (o problema del- la conoscenza), epistemologia, metafisica,
cosmologia, antropologia, etica, teodicea {o religione), politica, estetica,
pedagogia, cultura, linguaggio e assiologia, le quali costituiscono pertanto
anche le parti principali della filosofia. La logica si occupa del problema
del- l'esattezza del ragionamento; la gnoseologia della conoscenza; l'e pi-
stemologia, nell'accezione attuale del termine, della scienza, del suo fondamento
e del suo valore; la metafisica, del fondamento ultimo ? GILKEY, I! destino
della religione nell'èra tecnologica, Roma. ? Aristotele dice che la differenza
specifica tra scienza ed esperienza sta nel fatto che la seconda testimonia che
qualcosa è accaduto e ne rappresenta il come, mentre la prima cerca di
chiarirne il perché. A nostro avviso, anche la differenza tra mito e filosofia
sta proprio qui. Il mito ci dice come si struttura l'universo, ossia il mondo
degli dèi, degli uomini e delle cose. La filosofia invece vuole spiegare il
perché del mondo, dell'uomo e di Dio. 13 | fondamenti filosofici sono le
costanti della riflessione umana delle cose in generale; la cosmologia, della
costituzione essenziale delle cose materiali, della loro origine e del loro divenire;
l'antro po- logia, dell'uomo, della sua natura e del valore della sua persona;
la teodicea, del problema religioso ossia dell'esistenza e della natura di Dio
e dei rapporti che gli uomini hanno con lui; l’etica, dell'origine e della
natura della legge morale, della virtù e della felicità; la politica,
dell'origine e della struttura dello Stato; l’estetica, del problema del bello
e della natura e funzione dell’arte; la pedagogia, dell’educazio- ne; la
cultura del complesso delle conoscenze e dei comportamenti dell'uomo;
l'assiologia, dei valori. Essendo queste le costanti del filosofare, che in
forma più o meno accentuata sono presenti in tutte le epoche della storia,
prima di iniziarne lo studio sistematico è opportuno acquisire un'idea abba-
stanza precisa dei problemi che esse abbracciano e intendono risol- vere. A
tale esigenza si propone di rispondere il presente volume. Esso non è diretto
agli specialisti ma a chi inizia a studiare la filosofia. Per questo motivo, i
singoli problemi sono esposti e di- scussi in forma semplice, precisa,
essenziale. Di ogni problema si illustrano le origini e gli sviluppi storici,
le soluzioni prospettate dai vari filosofi attraverso i secoli e le questioni
tuttora aperte e pendenti. CONCETTI DA RITENERE Conoscere; filosofia; filosofo
— Intelletto; razionalità; logicità — Ricerca; metodo; finalità — Scienza;
tecnologia; scientificità — Induzione; deduzione — Mito; favola; risposta «
pre-logica » o intuitiva. SINTESI CONTENUTISTICA Che cos'è la filosofia La conoscenza umana è superiore a quella
degli altri esseri viventi. A livello intellettuale essa assume due forme:
razionale o logica e simbolica o analogica. L'uomo è naturalmente « filosofo »,
egli cerca sempre il perché delle cose. Vengono chiamati « filosofi » coloro
che hanno come primo scopo queste ricerche condotte in modo sistematico, per
arrivare ad avere delle risposte ai grandi interrogativi che da sempre si è
posta l’uma- nità. La filosofia ha una sfera particolare di competenza. Non è
facile però stabilire in modo specifico il campo di ricerca proprio della
filosofia. In realtà i filosofi si sono occupati non solo dello studio
dell'uomo, ma anche del lin- guaggio, dell'essere, della storia, dell’arte,
della cultura, della politica, ecc. Si può dire pertanto che la filosofia si
occupa di ogni cosa, ricercandone le cause e le ragioni fondamentali. Inoltre,
mentre le singole scienze studiano una par- ticolare dimensione della realtà,
la filosofia ha per oggetto l'universo preso nella sua totalità. . 2) La specificità
della filosofia è data dal fatto che essa si vale: a) di uno strumento di
ricerca, che è dato dalla ragione; b) di un metodo raziocinativo, valendosi
dell’induzione e della deduzione; c) dell'obiettivo specifico della co-
noscenza. 14 3) Le origini della filosofia — Filosofia elementare (comune a
tutti gli uomini) e scientifica (sistematica, specializzata). Rapporto tra mito
e filosofia. Due principali interpretazioni del mito: mito = verità, mito =
favola. Mentre sino al secolo scorso ha dominato il concetto del mito = favola,
dall’inizio del secolo XX molti studiosi hanno ripreso il concetto di « mito =
verità » in quanto l'umanità primitiva, non potendo dare una spiegazione «
logica » del- l'universo, ha cercato una spiegazione intuitiva ai grandi
fenomeni come la vita, la morte, il bene, il male, ecc. I miti, sotto la
maschera di immagini varie, danno una risposta « prelogica » a questi fenomeni.
Dalla mitologia greca prese sviluppo la filosofia. Funzione religiosa, sociale
e filosofica del mito. 4) I problemi filosofici fondamentali — La logica
(studio dell'oggetto del pensiero in quanto tale) si divide in formale,
trascendentale e matematica. Il « sillogismo » aristotelico; l'epistemologia
(teoria generale del sapere scienti- fico) e la gnoseologia (teoria filosofica
della conoscenza); la cosmologia (studio della forma e delle leggi
dell'universo); l'antropologia {studio dell’uomo); la metafisica (studio
dell'essere in quanto tale); l'etica o morale (studio dell'agire umano con
riferimento all'ultimo fine); l’estetica (studio dell'attività e della
produzione artistica); la politica (studio dell'origine e del fondamento dello
stato); la teodicea {studio di Dio); la storia (lo studio del senso della
storia); la pedagogia (scienza dell'educazione); la cultura (l'insieme di
costumi, valori, ecc., propri di un popolo); l’assiologia (studio dei valori).
QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Animali e uomo: in che cosa consiste
la differenza? 2. Quali forme assume, nell'uomo, la conoscenza intellettuale?
3. Perché l’uomo è stato sempre naturalmente filosofo? L'uomo come si
differenzia dagli altri esseri viventi? 4. Che cosa sono la filosofia e il
filosofo? 5. La differenza tra filosofia e scienze consiste nell'oggetto o nel
metodo? 6. Quali sono le principali concezioni cosmologiche della scienza
contem- poranea? 7. Che cosa è il mito? Come è sorto? 8. Perché si dice oggi
che il mito è una risposta « prelogica » dell'umanità? SUGGERIMENTI
BIBLIOGRAFICI 1. Sul concetto di filosofia: AA.Vv., Enciclopedia Garzanti di
filosofia, Garzanti, Milano 1986°. AA.Vv., Scienza e filosofia oggi, Massimo,
Milano 1980. GENTILE M., Che cosa è il sapere, La Scuola, Brescia 1948.
MARITAIN J., Introduzione alla filosofia, Massimo, Milano 1986. Morra G.F.,
Filosofia per tutti, La Scuola, Brescia 1974. PIEPER J., Per la filosofia,
Ares, Milano 1966. RicoBELLO A., Perché la filosofia, La Scuola, Brescia 1979.
VERNEAUX R., Introduzione e logica, Paideia, Brescia 1956. 2. Sui rapporti tra
mito, religione e filosofia: ABBAGNANO N., Filosofia, religione, scienza,
Taylor, Torino 1960. CopLESTON F.C., Religione e filosofia, La Scuola, Brescia
1977. MonpoLro R., Alle origini della filosofia della cultura, Il Mulino,
Bologna 1956. SERVIER J., L'uomo e l'invisibile, Borla, Torino 1967. 15 SNELL
B., La cultura greca e le origini del pensiero europeo, Einaudi, Torino 1963.
VERNANT J., Mito e pensiero presso i greci, Einaudi, Torino 1970. 3. Sui
problemi fondamentali della filosofia: AA.Vv., Studio ed insegnamento della
filosofia, A.V.E., Roma 1966, 2 voll. AA.Vv., Concetti fondamentali di
filosofia, Queriniana, Brescia 1982, 3 voll. AA.Vv., Storia antologica dei
problemi filosofici, collana diretta da Ugo Spirito, Sansoni, Firenze 1965 ss.
VOLKMANN-SCHLUCK, Introduzione al pensiero filosofico, Città Nuova, Ro- ma
1986. Per un aggiornamento generale segnaliamo la rivista quadrimestrale Per la
filosofia (Filosofia e insegnamento), dell'Ed. Massimo di Milano, con temi
monografici e una seconda parte di aggiornamento didattico per gli insegnanti.
(Si può chiedere lo « specimen » della rivista con i sommari dei vari numeri
usciti). 16 Parte prima: I PROBLEMI FILOSOFICI Capitolo primo IL PROBLEMA
LOGICO (*) QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Esiste una relazione del pensiero con
se stesso? 2. Eventualmente, esso come si esprime e quale valore ha? 3. Quale
rapporto è possibile stabilire tra pensiero e, discorso? 1. Natura del problema
La conoscenza umana è un fenomeno complesso e misterioso. Al suo studio si
interessano particolarmente tre discipline filoso- fiche, la psicologia, la
gnoseologia e la logica: la prima ne esa- mina l'origine e i tipi principali;
la seconda ne accerta il valore, studiando il rapporto che intercorre tra la
conoscenza e gli oggetti conosciuti; la terza, infine, studia le condizioni
essenziali al co- stituirsi della conoscenza e fissa le regole per il suo retto
funziona- mento. La logica non presuppone la gnoseologia, di cui è piuttosto
uno strumento indispensabile per il raggiungimento della verità. ‘Pre- suppone
invece la psicologia, perché è da quest’ultima che essa viene a sapere quali
sono i tipi di conoscenza di cui è dotata la mente umana. Ottenute queste
informazioni (per l'appunto dalla psicologia), la logica procede allo studio
delle condizioni fondamen- tali che rendono possibili tali tipi di conoscenza
ed a stabilire le norme per il loro retto funzionamento. (*) Il termine greco
/ogos (dal verbo /égein = dire) presenta nella lingua originaria una pluralità
di significati, che esprimono però tutti una stretta con- nessione reciproca;
dal più semplice al più complesso sono i seguenti: parola, discorso,
ragionamento, mente, intelletto. Il termine indica quindi sia il sog. getto
pensante, sia il procedimento proprio del pensiero, sia il linguaggio nel suo
irisieme che la parola nel suo valore di comunicazione e di specchio astrat- to
delia realtà. La logica, di fatto, finisce per essere lo studio della retta
corre- lazione di tutti quesii elementi. 17 La logica ricerca le condizioni ed
il loro retto funzionamento per giungere alla gonoscenza La storia della
filosofia conferma la dipendenza della logica dalla psicologia Il problema
della logica si impone da sé. La logica: l’oggetto del pensiero in quanto tale
La logica è lo studio degli enti di ragione Tale dipendenza della logica dalla
psicologia è chiaramente con- fermata dalla storia della filosofia. Aristotele,
per esempio, distin- gue tre tipi di conoscenza intellettiva (apprensione,
giudizio e ra- gionamento) e così nella sua logica fissa le regole per il retto
fun- zionamento dell’apprensione, del giudizio e del ragionamento. Hu- me e
Stuart Mill pensano che tutta la conoscenza umana faccia capo alla fantasia e
pertanto nella loro logica stabiliscono delle re- gole per il retto
funzionamento della fantasia. Kant, da parte sua, distingue tre operazioni
conoscitive: sensazione, giudizio e ragiona- mento, e pertanto esplora le
condizioni trascendentali che rendono possibile il loro funzionamento. Il
problema logico, anche se a qualcuno può sembrare artificio- so, si impone da
sé. Esso prende forma non appena ci si accorge che alcune conoscenze possono
essere interpretate in maniera diver- sa, oppure che la conclusione di un certo
ragionamento non può essere valida. Ecco due esempi. Primo: di notte ho la
sensazione d'essere colpito mortalmente da una fucilata e mi sveglio di so-
prassalto; in un primo momento non so se si tratta di una per- cezione
oggettiva oppure semplicemente d'un sogno. Cosa è che distingue queste due
forme di conoscenza? Secondo: dalle proposi- zioni: « tutte le oche sono bipedi
» e « tutti i galli sono bipedi », qualcuno potrebbe trarre la conclusione: «
tutti i galli sono oche ». Per quale motivo una simile argomentazione è errata?
La logica si propone, quindi, di fornire una risposta ai seguen- ti interrogativi:
Ciò che esprimo quando parlo, che cos'è? E quali sono le sue strutture? Quale
la sua organizzazione interna? Della logica sono state date molte definizioni.
Una di quelle su cui quasi tutti gli autori si trovano d'accordo è la seguente:
« è la scienza che studia il pensato in quanto pensato ». Che significa « il
pensato in quanto pensato »? Vuol dire che la logica studia un oggetto di
pensiero {il pensato) in quanto oggetto di pensiero (in quanto pensato) e non
in quanto rappresentazione di questa o di quella cosa. Per esempio, la logica
prende in esame l'idea di tavolo non in quanto è la rappresentazione più o meno
fedele di questo o di quel tavolo, oppure per spiegare in che modo tale idea è
entrata nella nostra men- te, ma considera il tavolo in quanto, diventato
pensiero, esso assume certe particolari caratteristiche (che come oggetto
fisico non ha), come l'universalità, la predicabilità, la definibilità, ecc.
Così, quando spiego che nella proposizione « il tavolo è quadrato » tavolo è
sogget- to e quadrato è predicato faccio un discorso che appartiene alla lo-
gica e non alla fisica. Spesso si dice che la logica non studia enti reali ma
enti di ragione. E questo è vero. Infatti le caratteristiche del pensato, delle
idee, come l'universalità, la predicabilità, ecc. sono entità che non esistono
nella natura delle cose (non sono entità fisiche), ma esistono solo nella
mente. La logica si divide in tre grandi branchie: logica formale, logica
trascendentale e logica matematica. 18 La logica formale esamina le
caratteristiche delle idee al fine di stabilire le norme del retto argomentare.
Si dice « formale », ap- punto perché ciò che l’interessa sono le
caratteristiche delle idee e non i loro contenuti. Ne consegue che le norme che
essa stabilisce garantiscono la correttezza del discorso ma non la sua verità.
La logica trascendentale tratta della validità delle nostre cono- scenze, ossia
delle condizioni alle quali esse devono la loro possi- bilità e verità, e
perciò del peculiare modo di essere del pensato in quanto pensato. La logica
matematica non parte da un determinato discorso al fine di determinare le
regole che ne garantiscono la verità, ma procede nel senso inverso: stabilisce
anzitutto un gruppo di regole sulle relazioni di certi termini tra di loro e
poi procede a determi- nare quale discorso sia possibile una volta accettato
tale gruppo di regole. La logica matematica viene pertanto costruita come un
puro calcolo. 2. Panorama storico Aristotele ci ha dato le prime norme della
logica formale: « La scienza della logica è stata scoperta dai Greci. Ciò non
significa che prima di essi non vi sia stato pensiero logico: questo infatti è
antico quanto il pensiero, poiché ogni ideazione fertile è con- trollata dalle
regole della logica. Ma una cosa è applicare tali regole inconsciamente nelle
operazioni del pensiero pratico, e un’altra for- mularle esplicitamente, in
maniera da sistematizzarle sotto forma di una teoria. Spetta ad Aristotele il
merito d'aver iniziato lo studio organico delle regole logiche ». Il merito
principale d’Aristotele è avere fissato con grande pre- cisione le regole
dell'argomentazione deduttiva, nella forma del sillogismo. Il sillogismo consta
di tre proposizioni di cui le prime due sono chiamate « premesse » e la terza «
conclusione ». Le tre propo- sizioni sono costruite soltanto con tre termini,
denominati « me- dio », « maggiore » e « minore ». Il medio è quello che
compare due volte nelle premesse ma non figura nella conclusione. Il mag- giore
e il minore figurano sia nelle premesse sia nella conclusione. Il maggiore è
quello che ricorre nella premessa maggiore e il mi- nore quello che ricorre
nella premessa minore. Per esempio, nel sillogismo: « Tutti gli uomini sono
ragionevoli; Socrate è un uo- mo; quindi Socrate è ragionevole », « uomo » è il
termine medio; « ragionevole » è il termine maggiore; « Socrate » è il termine
minore. ! H. REICHENBACH, La nascita della filosofia scientifica, Il Mulino,
Bolo- gna 1961, p. 208, 19 La logica si divide in: — formale — trascendentale —
matematica Aristotele fissa ie regole dell’argomentazione deduttiva (il
sillogismo): si ha la logica ‘‘formale’’ Le quattro figure del sillogismo
L’induzione: dal particolare all’universale Critica al sillogismo: da Sesto
Empirico, Cartesio, Stuart Mill Del sillogismo si danno quattro figure
principali, le quali si ca- ratterizzano per la diversa posizione assunta dal
termine medio nel- le premesse. La prima figura si ha quando il termine medio è
sog- getto della maggiore e predicato della minore; la seconda figura, quando è
predicato in tutt'e due le premesse; la terza, quando è soggetto in entrambe le
premesse; la quarta quando è predicato nella maggiore e soggetto nella minore.
Perché il procedimento sillogistico sia retto Aristotele ha fissato otto regole
fondamentali Oltre che dell’argomentazione deduttiva Aristotele s'è occupato
anche di quella induttiva. Il procedimento induttivo, o induzione, si ha quando
una proposizione universale viene inferita da due gruppi di proposizioni
particolari. Per esempio: a) il ferro è un me- tallo, il bronzo è un metallo,
l'oro è un metallo, il rame è un me- tallo, ecc.; b) il ferro è un buon
conduttore di elettricità, l'oro è un buon conduttore di elettricità, il rame è
un buon conduttore di elettricità, ecc.; c) dunque i metalli sono buoni
conduttori di elet- tricità. L'enumerazione dei casi non può essere completa,
perché i casi sono potenzialmente infiniti, ma dev'essere sufficiente a far co-
gliere la ragione del fenomeno (per esempio, che l’esser metallo è la ragione della
buona conducibilità). Lo studio della deduzione e soprattutto quello
dell'induzione fu ulteriormente approfondito da altri filosofi dopo Aristotele.
Gli Stoici e alcuni filosofi medioevali hanno sviluppato lo studio delle
deduzioni imperfette, vale a dire delle argomentazioni ipotetiche e
disgiuntive. Invece Bacone * e Stuart Mill5 hanno fissato alcune re- gole per
rendere l’induzione più feconda e sicura. Le tabulae di Bacone offrono metodi
di enumerazione dei casi; le regole di Stuart Mill precisano vari metodi di
ricerca della ragione di fatti sperimentali. L'utilità del procedimento
sillogistico è stata contestata da vari autori lungo il corso dei secoli, per
esempio, da Sesto Empirico, Cartesio, Stuart Mill. C'è però da osservare che le
loro difficoltà non muovono tanto dalla logica quanto dalla teoria della
conoscenza, la quale .viene concepita in modo diverso da quello di Aristotele.
? Le otto regole del sillogismo sono: 1. I termini debbono essere soltanto tre;
2. I termini debbono avere la medesima estensione nelle premesse e nella
conclusione; 3. Il medio non deve mai entrare nella conclusione; 4. Il medio
deve essere preso almeno una volta in tutta la sua estensione; 5. Due premesse
negative non danno nessuna conclusione; 6. Due premesse afferma- tive risultano
necessariamente in una conclusione affermativa; 7. Due premesse particolari non
danno nessuna conclusione; 8. La conclusione segue sempre la parte più debole,
ossia se una premessa è negativa la conclusione dev'essere negativa; se una premessa
è particolare, la conclusione dev'essere particolare. ? Sulla logica
aristotelica cfr. B. MONDIN, Corso di storia della filosofia, vol. I, pp.
122-123, Massimo; Milano 1983. ‘ Cfr. B. MONDIN, Corso di storia della
filosofia, vol. II, pp. 103-107, Massi- mo, Milano 1984. 5 Cfr. B. MONDIN,
Corso di storia della filosofia, vol. III, pp. 184-186, Massi- mo, Milano 1985,
20 Sesto Empirico e Stuart Mill negano i concetti universali, e quindi per loro
è assurdo pretendere di passare dall'universale al singo- lare come si fa nel
sillogismo. Invece Cartesio afferma la corioscenza intuitiva sia degli
universali che dei particolari, e pertanto per lui diviene superflua qualsiasi
argomentazione tesa a passare da un ordine all’altro. Invece secondo Aristotele
noi abbiamo la capacità di acquistare concetti universali, ma non per
intuizione, bensì me- diante l’astrazione dai particolari. L’astrazione però
non comporta la conoscenza di tuiti i particolari. Così nella deduzione si
vengono a conoscere nuovi casi singoli che nell'universale erano presenti sol-
tanto potenzialmente. Un altro tipo di logica, detta logica trascendentale,
volta a stabi lire le condizioni essenziali che rendono possibili i vari tipi
di cono- scenza, fu elaborata da Kant. Questi, convinto della validità della
scienza, ha esaminato quali siano gli elementi che fondano tale validità. A suo
giudizio, essi non possono procedere dall’espe- rienza che non è mai dotata di
necessità e universalità, ma dal sog- getto stesso: sono forme o categorie con
le quali il soggetto accoglie, interpreta e classifica l’esperienza. Nella sua
logica trascendentale Kant determina appunto le forme (di spazio e tempo) e le
categorie (dodici) che danno ordine all'esperienza. Secondo Kant l'intelletto
spontaneamente foggia gli oggetti dell'esperienza (per esempio, fa sì che essi
siano regolati dai principi di causalità, di ordine, ecc.), ma non li crea;
esso fornisce le condizioni a priori mediante le quali, sol- tanto, qualcosa
può essere pensato come oggetto. Queste condizioni sono l'oggetto della logica
trascendentale kantiana, la quale studia pertanto l'origine, la validità
oggettiva e l'estensione (sempre limitata all'ordine fenomenico) delle nostre
conoscenze a priori. La logica trascendentale non prescinde da ogni contenuto
come la logica formale, ma solo dal contenuto empirico (sensibile) delle
conoscenze. La teoria kantiana della logica trascendentale ha dato luogo ad
innumerevoli dispute. C'è chi l’ha salutata come la soluzione più adeguata al
problema della conoscenza scientifica; invece altri l'ha respintaoperchéprivadi
fondamento oppure perché non neces- saria. Alcuni ne hanno contestata la
validità, negando alla matemati- ca, alla geometria e alla fisica quelle
caratteristiche di certezza asso- luta che Kant ascriveva loro. Ora, se questa
obiezione è fondata, come i più recenti sviluppi della matematica e delle
scienze speri- mentali sembrano attestare, è evidente che crolla il terreno su
cui Kant ha costruito il suo edificio. Altri non mettono in questione la validità
della scienza, ma per spiegarla non ritengono necessario po- stulare elementi
conoscitivi a priori (forme e categorie). Seguendo Aristotele affermano che
l’universalità e la necessità delle idee e dei giudizi non è il risultato di
una sovrapposizione di queste caratteri- stiche sui dati dell'esperienza, bensì
di una lettura approfondita di tali dati: non sono frutto di una sintesi
dell'elemento a posteriori con 21 Kant elabora le condizioni essenziali della
conoscenza: si ha la logica ‘‘trascendentale”’ Dalla critica a Kant deriva il
recupero della logica aristotelica Nell'ultimo secolo si è sviluppata la logica
‘‘matematica’’ costruita come un calcolo di simboli La sintassi del linguaggio
comprende: — regole di formazione — regole di deduzione Il sistema assiomatico
deriva dai due tipi di regole quello a priori, bensì di un'astrazione
effettuata dall’intelletto sugli oggetti dell'esperienza. L'ipotesi
aristotelica rispetto a quella di Kant ha il vantaggio di salvaguardare meglio
l'obiettività del conoscere e, allo stesso tem- po, è in condizione di render
conto della mobilità delle scienze (fi- siche e matematiche).£ In Hegel la
logica formale di Aristotele e quella trascendentale di Kant non sono
abbandonate ma acquistano un senso nuovo: esse non si riferiscono più
semplicemente alla sfera del pensiero, ma an- che a quella della realtà,
perché, secondo Hegel, tra le due sfere c'è perfetta coincidenza: « tutto ciò
che è razionale è reale e tutto ciò che è reale è razionale ». Durante l’ultimo
secolo, per merito di Frege, Peano, Whitehead, Russell e altri, ha ottenuto
considerevole sviluppo un terzo tipo di logica, la logica matematica {detta
anche logica simbolica oppure logistica). Questa, come s'è detto, viene
costruita come un calcolo di simboli, i quali non hanno nessun altro senso che
quello assegna- to loro dalle rispettive regole. Il primo passo della logica
matematica è stabilire la sintassi del linguaggio: ossia fissare le relazioni
dei segni tra di loro, mediante alcune regole generali. Tale sintassi viene
costruita indipendente- mente dalla semantica del linguaggio, la quale si
occupa del rapporto dei segni con ciò di cui si parla. La sintassi comprende
due gruppi di regole: di formazione e di deduzione. Le regole di formazione
stabiliscono prima quali se- gni scritti (per esempio, q, p, v, -) sono
espressioni del linguaggio, e poi quali combinazioni di tali espressioni sono
formule ben for- mate ossia espressioni sensate, distinte dalle altre (non
sensate). Alcune di queste formule ben formate vengono assunte quali as- siomi,
ossia quali primi enunciati validi. Le regole di deduzione poi determinano
mediante quali procedimenti (per esempio, sostituzione di una espressione ad
un’altra) altri enunciati validi possono essere derivati, ossia dedotti, dagli
assiomi iniziali. Sia gli assiomi sia gli enunciati dedotti sono chiamati
teoremi del sistema. Il sistema che ne risulta è detto sistema assiomatico, in
quanto tutti i teoremi vi sono dedotti da pochi assiomi. Come s'è detto, i
sistemi assiomatici sono costruiti in modo del tutto indipendente dal
significato che potrà poi essere attri- buito ai loro teoremi, quando siano
applicati ad una scienza; ed i loro assiomi non hanno affatto la pretesa di
essere evidenti. Per- ciò «la deduzione non consiste nell’inferire da verità
evidenti altre verità, mediatamente evidenti (come nel sillogismo); ma consiste
solo nel trasformare date formule assunte come primitive (ossia gli assiomi),
in modo da ottenerne altre (le formule derivate): tutte ‘ Cfr. B. MONDIN, vol. II,
pp. 338-347. * Cfr. B. MoNDIN, vol. III, pp. 74-80. 22 queste formule — ossia
tutti i teoremi — risultano così tra di loro concatenati in un unico sistema. I
sistemi sono però usualmente costruiti in vista della loro interpretazione,
ossia applicazione ad una data scienza; sicché l'utilità di un sistema sta
tutta nella sua ca- pacità di fornire un criterio rigoroso di distinzione di
date formule — i teoremi, eventualmente interpretabili come enunciati veri di
una data scienza — dalle altre formule. L'interpretazione di un sistema è data
dalle regole semantiche che mettono ogni sua espressione in rapporto o con un
nesso logico (disgiunzione, implicazione, ecc.) o con una delle entità
(oggetto, proprietà, relazione, proposizione, ecc.) studiate in una data scienza.
Il sistema e la sua interpretazione sono costruiti in modo tale che ad ogni
teorema del sistema corri- sponda una proposizione vera di quella scienza in
cui esso viene inter- pretato »} Perché un sistema assiomatico sia corretto e
logicamente inter- pretabile si esige che sia non-contraddittorio, tale cioè
che due for- mule di cui una nega quello che l’altra afferma, per esempio, « A
» e « non A », non siano ambedue in esso deducibili. Senonché nel 1931 Gidel
fece una scoperta che ebbe del sensa- zionale: dimostrò che la
non-contraddittorietà del sistema non può essere dimostrata nel sistema stesso:
ossia espréssa in un enunciato che sia teorema o assioma del sistema. Sicché
per affermare valida- mente la non-contraddittorietà d'un sistema occorre usare
espressio- ni estranee al sistema stesso. Si prese così coscienza dei limiti
interni della logica matematica. Più tardi ci si accorse che difficoltà ancora
maggiori provenivano dall'esterno, nel momento in cui si passava dal calcolo
simbolico alla traduzione semantica dei sistemi assioma- tici. E in effetti le
difficoltà apparvero insormontabili allorché nella traduzione dei sistemi
assiomatici, in un primo tempo, si adot- tarono regole semantiche come quelle
del neopositivismo, regole troppo rigide e del tutto inadeguate ad esprimere la
ricchezza e varietà dell'esperienza umana. Si cercò di superare tale difficoltà
abbandonando il neopositivi- smo e sviluppando una nuova filosofia del
linguaggio, la filosofia analitica. Questa insegna che ogni tipo di discorso
deve avere una logica sua propria e che la logica matematica si addice soltanto
al discorso scientifico. Dalla filosofia analitica i logici matematici hanno
appreso l’impor- tante lezione di mantenere una rigorosa distinzione tra la
loro opera e quella dei semantici. In effetti i logici matematici contempo-
ranei (Carnap, Quine, Church) costruiscono dei calcoli puramente formali,
intesi cioè come sistemi di segni privi di significato. Solo in un secondo
tempo si chiedono se vi siano delle verità significate da * F. RIVETTI BARBO',
« Il problema logico », in Studio e insegnamento della posse, Ave, Roma 1966,
pp. 159-160. Cfr. B. 'MONDIN, vol. III, pp. 450-456. » Cfr. Ivi, pp. 456-460.
23 L’interpretazione di un sistema: — nesso logico (disgiunzione, implicazione,
ecc.) — entità (oggetto, proprietà, relazione, proposizione, ecc.) Il problema
della non contradditorietà e i limiti della logica matematica La filosofia
‘‘analitica’’ insegna che la logica matematica è solo del discorso scientifico
Logica ‘‘formale’’ e logica ‘’simbolica”’: affinità e differenze Oggi risulta
chiaro che la logica è una tecnica ordinatrice del pensiero quei segni, e quali
esse siano. Le risposte variano dal nominalismo (Quine) al platonismo (Church).
Al suo primo apparire, la logica matematica parve a molti incom- patibile con
la logica formale tradizionale. Questo giudizio oggi non è più condiviso da
nessuno. In effetti tra le due discipline non esiste nessuna incompatibilità.
Tant'è vero che in uno dei testi più classici di logica matematica (quello del
Quine), tutta la prima parte non fa altro che riproporre, in forma simbolica,
la logica formale di Ari- stotele. Esistono tuttavia sicuramente alcune
importanti differenze tra logica formale e logica simbolica. In quest'ultima è
più netta la se- parazione tra il calcolo logico e l’interpretazione semantica;
mentre in Aristotele regole logiche e principi semantici sono spesso mesco-
lati insieme. In secondo luogo, l'apparato della logica matematica è assai più
vasto e complesso di quello della logica formale. Infine, mentre la logica
tradizionale partiva dalla definizione degli enti lo- gici (concetto, giudizio,
ragionamento) e poi ne ricercava le strut- ture, la logica matematica si limita
a costruire i sistemi formali la- sciando alla semantica di determinare, in un
secondo tempo, di quali enti si tratti. Grazie alla netta separazione tra
logica e semantica oggi risulta più evidente una verità che i filosofi del
passato non hanno sempre visto chiaramente: che, cioè, la logica, propriamente
parlando, non è una parte della filosofia (e tanto meno tutta la filosofia come
pre- tendeva Hegel) bensì una tecnica generale per ordinare rettamente il
pensiero, qualsiasi pensiero. Essa è pertanto un presupposto fon- damentale di
tutte le scienze, inclusa ovviamente anche la filosofia. CONCETTI DA RITENERE —
Psicologia; gnoseologia; logica — Logica formale, trascendentale, matematica —
Sillogismo; deduzione, induzione — Sintassi del linguaggio; regole di
formazione; regole di deduzione — Sistema assiomatico — Filosofia analitica
SINTESI CONTENUTISTICA I. IL PROBLEMA 1. La conoscenza umana è un fenomeno
complesso e misterioso. Tre disci- pline filosofiche si interessano ad esso: la
psicologia {ne esamina l'origine e i tipi); la gnoseologia (ne accerta il
valore); la logica (ne studia le condizioni essenziali e le regole del retto
funzionamento). x 2. La logica non presuppone la gnoseologia, di cui è
strumento, ma presup- pone la psicologia che le indica i diversi tipi di
conoscenza. 3. Il problema logico si pone da sé quando ci si rende conto che
alcune conoscenze e alcuni ragionamenti possono condurre a conclusioni diverse.
Na- 24 scono allora questi interrogativi: Ciò che esprimo quando parlo che
cos'è? Quali sono le sue strutture? Quale la sua organizzazione interna? 4. La
logica studia un oggetto di pensiero (il pensato) in quanto oggetto di pensiero
(in quanto pensato) e non in quanto rappresentazione della realtà. 5. La logica
è così distinguibile: a) logica « formale »: suo oggetto sono le idee e i loro
contenuti; stabilisce le regole del retto argomentare; b) logica «
trascendentale »: tratta della validità delle nostre conoscenze e della loro
possibilità e verità; c) logica « matematica »: è un puro calcolo che
stabilisce un gruppo di regole sulla relazione tra certi termini e determina
quale discorso sia possibile. II. PANORAMA STORICO 1. Aristotele ha fissato nel
sillogismo le regole dell’argomentazione dedut- tiva. Egli si è occupato anche
dell’argomentazione induttiva, che inferisce una proposizione universale da una
particolare. 2. Lo studio della deduzione e dell’induzione si è protratto nei
secoli attra- verso gli stoici, Bacone, Cartesio e Stuart-Mill. 3. La logica
trascendentale deve la sua paternità a Kant che attribuisce alle forme pure
dello spazio e del tempo e alle categorie il compito di organiz- zare
l’esperienza. 4. In Hegel la prospettiva aristotelica e quella kantiana
assumono carat- tere metafisico: la realtà è il pensato del pensiero. 5. Nel
sec. XX Frege, Peano, Whitehead, Russell, ecc. hanno elaborato la logica
matematica o simbolica orientata a stabilire la sintassi del linguaggio
incentrata sulle regole di formazione e di deduzione. Queste ultime portano
alla individuazione dei sistemi assiomatici. La correttezza del sistema
assioma- tico sta nella sua non contraddittorietà. Gòdel nel 1931 ha scoperto
che il cri- terio di non contraddittorietà del sistema è posto fuori dal
sistema stesso. 6. Una nuova filosofia del linguaggio, la filosofia analitica,
insegna che ogni tipo di discorso deve avere una sua logica e che la logica
matematica si addice solo al discorso scientifico. 7. Tra logica formale e
logica simbolica vi sono importanti differenze: nella prima sono spesso
mescolate regole logiche e princìpi semantici; nella seconda il calcolo logico
e l’interpretazione semantica sono più nettamente separati. QUESTIONARIO DI
VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Quale relazione intercorre tra psicologia,
gnoseologia e logica? 2. Che cosa contraddistingue la logica e qual è l'oggetto
del suo studio? 3. La logica in quante branchie si divide e quale significato
ha ciascuna di esse? 4. Che cosa sono il sillogismo e l’induzione? 5. Quale
rapporto intercorre tra la logica formale e lo studio dell'analisi logica di
una lingua? 6. C'è un campo di applicazione specifica della logica matematica o
simbo- lica nella nostra cultura a tecnologia avanzata? SUGGERIMENTI
BIBLIOGRAFICI BocHENSKI J., La logica formale, 2 voll., Einaudi, Torino 1972.
CAsARI E., La logica del Novecento, Loescher, Torino 1981. Corpi I.,
Introduzione alla logica, Il Mulino, Bologna 1982. 25 FucHs W.R., La nuova
logica, Rizzoli, Milano 1982. GRANA N,, Filosofia della logica, Loffredo,
Napoli 1982. MORANDINI F., Corso di logica, P.U.G., Roma 1971. PASQUINELLI A.,
Introduzione alla logica simbolica, Einaudi, Torino 1953. PIageET J., Logica e
psicologia, La Nuova Italia, Firenze 1971. ‘PropI G., Storia naturale della
logica, Bompiani, Milano. QuINE W.V.0., Manuale di logica, Milano 1960.
REICHENBACH H., La nascita della filosofia scientifica, Il Mulino, Bologna
1961. SANGUINETI J.J., Logica e gnoseologia, Urbaniana Univ. Press, Roma 1983.
SELVAGGI F., Elementi di logica, P.U.G., Roma 1979. VANNI RovIGHI S., Elementi
di filosofia, I, La Scuola, Brescia 1963. VERNEAUX R., Introduzione e logica
(Corso di filosofia tomista), Paideia, Brescia 1966. 26 Capitolo secondo IL
PROBLEMA GNOSEOLOGICO (o problema della conoscenza) QUESTIONARIO PROPEDEUTICO
1. Che cosa si può ritenere necessario per la conoscenza? 2. È possibile
analizzare i caratteri del proprio modo di conoscere? 3. Quale rapporto
intercorre tra verità, errore e conoscenza? Il problema della conoscenza, s'è
osservato nel capitolo preceden- te, è un problema complesso, i cui aspetti
principali sono tre: primo, origine e strutturazione; secondo, valore; terzo,
retto funziona- mento. Il primo aspetto è trattato dalla psicologia, il secondo
dalla critica e il terzo dalla logica. Nel capitolo precedente abbiamo esa-
minato l'aspetto logico; ora, nel presente capitolo, ci occuperemo sia di quello
critico che di quello psicologico. I principali problemi di ordine psicologico
sono due, uno riguar- da le forme della conoscenza umana e l’altro la loro
origine. 1. Le forme della conoscenza umana Per quanto concerne la conoscenza
umana, è evidente che anche noi come gli animali siamo dotati di alcune forme
di conoscenza sensitiva: vista, udito, gusto, odorato, tatto. 'Possediamo
inoltre, anche un'altra capacità, la memoria, la quale ci consente di richia-
mare alla mente notizie che appartengono al passato. Vi è infine la fantasia,
che ci permette di rappresentare le cose in modo originale, diversamente da
come le abbiamo ricevute dall'esperienza. Così, per esempio, possiamo
immaginare un bue con la testa di leone e la coda di coccodrillo, anche se di
fatto un simile animale non esiste nella realtà. Sul possesso di queste facoltà
non esiste nessun dubbio; perciò la filosofia non ha nulla da disputare al
riguardo. Senonché la conoscenza umana fornisce anche altri dati singo- lari,
appartenenti all'ordine scientifico, religioso, morale, estetico, ecc., che
includono idee universali e astratte, principi generali e asso- luti, leggi
necessarie, e che presentano quindi caratteristiche del tutto dissimili dalle
conoscenze ottenute mediante i sensi e la fanta- sia. Di fronte a tali dati
sorge inevitabilmente l’interrogativo: di che 27 Aspetti del problema della
conoscenza: — orlginl e strutturazione — valore — retto funzionamento Alcune
forme della conoscenza: — conoscenza sensitiva — memoria — fantasia Parmenide e
i Pitagorici danno valore assoluto alla conoscenza razionale Conoscenza
sensitiva e conoscenza intellettiva: orientamento platonico e orientamento
aristotelico genere di conoscenze si tratta? A quale sfera appartengono? Questo
è un problema impegnativo e spetta al filosofo risolverlo. Le soluzioni
possibili, come ci insegna la storia della fiiosofia, sono molte. Il problema
fu già dibattuto dai presocratici, i quali presentano subito una soluzione
contrastata: Parmenide e i Pitagorici ricono- scono apertamente oltre alla
conoscenza sensitiva anche quella ra- zionale, ma soltanto a quest’ultima
ascrivono valore assoluto. In- vece Protagora, Gorgia e gli altri Sofisti
ammettono solo l’esistenza della conoscenza sensitiva e in tal modo ritengono
di riuscire a spiegare le profonde divergenze che si incontrano tra gli
orizzonti conoscitivi di membri appartenenti a diverse società o anche allo
stesso gruppo sociale. In generale, però, durante il periodo classico, quasi
tutti i filosofi riconoscono l’esistenza di almeno due ordini conoscitivi:
quello dei sensi e quello dell'intelletto. Ma all’interno di questo ampio
accordo di fondo, si danno alcune divergenze significative tra i pensatori di
orientamento platonico (Platone, Plotino, Agostino, san Bonaven- tura) e quelli
di orientamento aristotelico (Aristotele, Averroè, Al- berto Magno, Tommaso
d'Aquino). I platonici suddividono sia la conoscenza sensitiva che quella
intellettiva in due tipi: — conoscenza sensitiva per immagine diretta, —
conoscenza sensitiva per immagine indiretta, ossia mediante una copia, —
conoscenza intellettiva per ragionamento (che Platone chiama dianoia e Agostino
ratio inferior), — conoscenza intellettiva mediante visione (che Platone chiama
noesis e Agostino illuminatio)? Gli aristotelici mantengono la prima
distinzione, ma le assegna- no scarsa importanza; respingono invece la seconda
in quanto a lo- ro avviso la nostra mente non è dotata di conoscenza intuitiva,
ma solo astrattiva e raziocinativa.* Il problema gnoseologico assume un'importanza
singolare nel- l'epoca moderna a partire da Cartesio. Questi comprende che
dalla soluzione del suddetto problema dipende la soluzione di tutti gli altri.
Anche nel periodo moderno come in quello classico, di fronte al problema dei
tipi di conoscenza i filosofi si dividono in due grandi schieramenti: alcuni
ammettono sia la conoscenza sensitiva che quella intellettiva; sono i
razionalisti (Cartesio, Spinoza, Malebran- che, Leibniz) e gli idealisti (Kant,
Fichte, Hegel, Croce). Altri ammet- tono soltanto la conoscenza sensitiva: sono
gli empiristi (Berkeley, ! Cfr. B. MONDIN, vol. I, pp. 60-61. ? Cfr. Ivi, pp.
62-64. ? Cfr. Ivi, pp. 85-87; 217-219. ‘ Cfr. Ivi, pp. 137-139. 28 Hume), i
positivisti (Comte, Spencer, Mill) e i neopositivisti (Russell, Ayer). Oggi, il
problema delle forme della conoscenza rimane ancora aperto e tutto lascia
prevedere che neppure nel futuro si arriverà ad una soluzione conclusiva. Ci
sarà sempre anche in seguito, come nel passato, chi basandosi su ciò che è
immediatamente sperimentabile affermerà che l’unica conoscenza di cui siamo
dotati è quella di or- dine sensitivo. Altri invece, prendendo seriamente in
esame alcune espressioni della nostra conoscenza che non sono riconducibili al-
l'ordine sensitivo (come le conoscenze scientifiche, religiose, etiche,
estetiche, ecc.) riterrà necessario ammettere che siamo dotati anche di una
forma di conoscenza trans-sensitiva, ossia intellettiva. 2. Origine della
conoscenza Le idee di cui noi siamo in possesso da dove provengono? Sono riproduzioni
di oggetti esterni a noi o sono invece creazioni della nostra mente? Anche per
questo problema, come per quello pre- cedente si possono dare varie soluzioni.
Si può pensare che le idee siano esclusivamente frutto dell’azione dell'oggetto
su di noi, oppure che siano, viceversa, il risultato dell’opera del soggetto
solamente, oppure, infine, che siano dovute all'azione combinata del soggetto e
dell'oggetto. (Le divergenze, però, non finiscono qui. Abbiamo visto che quasi
tutti i filosofi riconoscono almeno due forme di conoscenza: quella sensitiva e
quella intellettiva. Ne consegue che le tre ipotesi prece- denti vanno
moltiplicate per due. E in effetti si può pensare: 1. tutta la conoscenza (sia
sensitiva che intellettiva) viene pro- dotta dall'oggetto (Platone); 2. tutta
la conoscenza (sia sensitiva che intellettiva) è prodotta dal soggetto (Hegel);
3. la conoscenza intellettiva è prodotta dal soggetto e quella sensitiva
dall'oggetto (Occam); 4. la conoscenza intellettiva è prodotta dall'oggetto e
quella sen- sitiva dal soggetto (Berkeley); 5. la conoscenza intellettiva è il
risultato dell'azione combinata del soggetto e dell'oggetto, mentre invece la
conoscenza sensitiva è dovuta esclusivamente all’azione dell'oggetto
{Aristotele); 6. la conoscenza sensitiva e quella intellettiva sono entrambe il
risultato dell'azione combinata del soggetto e dell'oggetto (Kant).
Storicamente le grandi linee di sviluppo del problema dell'origine della
conoscenza sono le seguenti. ‘Platone, il quale è il primo filosofo ad
affrontare questa questione in maniera esplicita e sistematica, ritiene che
tutta la conoscenza umana sia sensitiva che intellettiva abbia la sua origine
dall'oggetto. Dato però che nel mondo fisico che esperimentiamo non esistono 29
Forme della conoscenza: è un problema aperto Le idee: — riproduzione di oggetti
esterni — creazione della mente — relazione soggetto “oggetto Sei soluzioni al
problema delle forme e delle origini Sviluppo storico: — Platone: l’origine è
nell’oggetto (reminiscenza e anamnesi) — Aristotele: azione del soggetto In
virtù dell’intelletto — Sant'Agostino: le verità eterne e l'illuminazione — San
Tommaso: l’azione astrattiva dell’intelletto — Berkeley: Dio causa delle idee —
Hume: il primato della sensazione oggetti universali e necessari, Platone, per
spiegare l'origine della conoscenza intellettiva, ritiene necessario postulare
l’esistenza di un mondo ideale costituito appunto di oggetti universali,
necessari e pertanto immateriali. L'anima è stata a contatto con questo mondo delle
Idee prima di entrare nel corpo: è quindi preesistita al corpo. Attualmente,
quando conosciamo verità assolute noi non facciamo altro che prendere coscienza
(reminiscenza, anamnesi) di quanto ab- biamo già esperito precedentemente,
nell'Iperuranio.5 Aristotele considera la teoria platonica dell'origine della
cono- scenza intellettiva artificiosa, arbitraria e non corroborata in alcun
modo dall'esperienza. La conoscenza intellettiva a suo parere, è do- vuta in
larga misura all’azione del soggetto, il quale è dotato di una potenza
particolare (l'intelletto) mediante la quale elabora i dati offertigli
dall'esperienza così da cogliere in essi l'elemento universale e necessario e
pertanto essenziale. Sant'Agostino condivide la tesi platonica che le idee universali
(le verità eterne) sono prodotte in noi dall'esterno, perché a suo giudi- zio
se esse fossero causate da noi stessi non potrebbero avere quei caratteri di
assolutezza, certezza, universalità, immutabilità di cui sono dotate, essendo
noi esseri contingenti e fallibili; ma la modifica in un aspetto importante: la
causa della loro origine non sono le Idee ma Dio. Questi le infonde nella
nostra mente con la sua azione il- luminatrice (illuminatio). San Tommaso
ritiene che la teoria agostiniana misconosca l’auto- nomia dell'uomo proprio in
quella che è la sua facoltà più propria e specifica e che lo innalza al di
sopra del regno degli animali. Ripro- pone quindi la teoria aristotelica: la
conoscenza delle idee universali è dovuta all’azione dell'intelletto umano, il
quale le astrae dalle cose.! Sulla linea di Platone continuano a muoversi
alcuni eminenti filosofi moderni (Cartesio, Malebranche, Rosmini, Gioberti);
invece altri si muovono sulla linea di Aristotele (Locke, i Neotomisti). Ma
durante l'epoca moderna si affacciano soluzioni diverse da quelle tradizionali.
Così, per esempio, Berkeley afferma che le idee sono tutte particolari, ma non
hanno come causa della loro origine gli og- getti materiali, bensì Dio stesso.’
Hume fonda tutta la nostra cono- scenza sulla sensazione; ma non sa spiegare in
che modo si formano in essa i dati iniziali Ad ogni modo, presupposti tali
dati, tutte le nostre conoscenze fattuali, a suo avviso, sono frutto
dell’azione della fantasia la quale le ottiene associando oppure dissociando i
dati pri- mari in base alla loro contiguità nello spazio e nel tempo, alla loro
5 Cfr. Ivi, pp. 85-87. 6 Cfr. Ivi, pp. 137-139. ? Cfr. Ivi, pp. 217-219. * Cfr.
Ivi, pp. 286-290. * Cfr. B. MoNnDIN, vol. II, pp. 229-230. 30 somiglianza e
dissomiglianza, e alla loro successione causale.! Kant spiega sia la conoscenza
sensitiva che quella intellettiva come il risul- tato di una sintesi di
elementi forniti in parte dal soggetto e in parte dall'oggetto. L'oggetto
fornisce la materia, il soggetto la forma. C'è pertanto un elemento a
posteriori (la materia) ed uno a priori (la forma). Kant distingue pertanto
vari elementi formali: nella cono- scenza sentitiva sono lo spazio e il tempo;
nella conoscenza intellet- tiva, le dodici categorie. In tal modo Kant ritiene
di aver superato l'impasse tra razionalisti ed empiristi e di avere fornito una
valida spiegazione dell'origine della conoscenza scientifica." Ma la sua
spie- gazione viene ben presto contestata dagli idealisti; essi escludono
qualsiasi apporto dell'oggetto nella formazione della conoscenza, ritenendo che
soltanto così si può salvare l'autonomia del soggetto; e affermano che la
conoscenza è creazione spontanea del soggetto." Oggi si cerca di sbloccare
il problema dell'origine della conoscen- za facendo intervenire nella sua
formazione molti altri fattori oltre a quelli tradizionali (soggetto, oggetto,
Dio). Gli psicanalisti danno rilievo al fattore subcoscienziale ed istintivo;
gli strutturalisti a quello sociale; gli esistenzialisti, in particolare
Heidegger, e i teorici della nuova ermeneutica (Gadamer) al fattore storico;
gli analisti a quello linguistico. A nostro avviso, però, la soluzione
conclusiva del problema della conoscenza non va ricercata nell’affermazione di
una sola di queste componenti ad esclusione delle altre, bensì nella giusta
armonizza- zione di tutti questi coefficienti tra di loro e con quei due
coefficienti indispensabili che sono il soggetto e l'oggetto. 3. Valore della
conoscenza Anche per quanto concerne l'aspetto critico i problemi fonda-
mentali sono due: a) che valore ha la conoscenza umana? b) qual è il metodo più
efficace per garantire alla nostra conoscenza il raggiun- gimento della verità?
Esaminiamo anzitutto il primo problema. Il valore della nostra conoscenza diventa
un problema nel mo- mento in cui facciamo esperienza dell'errore. Allora ci
domandiamo: possiamo fidarci delle nostre facoltà conoscitive? Le conoscenze
che esse ci procurano sono valide? Quando e in che misura? Storicamente il
problema del valore della conoscenza è uno dei primi affrontati dai filosofi, i
quali, poi, non hanno più cessato di dibatterlo, fino ai nostri giorni. Per
risolverlo, Parmenide traccia una netta distinzione tra cono- ‘ Cfr. Ivi, pp.
234-236. " Cfr. Ivi, pp. 337-345. !? Cfr. B. MonDIN, vol. III, pp. 31-32;
67-77. 4 Cfr. Ivi, pp. 222-227; 406-414; 456-460; 468472. 31 — Kant: la
conoscenza come sintesi soggetto- oggetto Valore della conoscenza: — i Sofisti:
relativismo gnoseologico — Socrate: valore assoluto della conoscenza intellettiva
— Platone: immortalità, assolutezza e necessità della conoscenza intellettiva —
Aristotele: intelletto, essenza e verità — Agostino: evidenza dell’esistenza
scenza sensitiva ed intellettiva: solo la seconda può attingere la verità; la
prima al massimo può generare opinioni. I Sofisti, i quali come s'è visto hanno
una concezione sensistica della conoscenza non le riconoscono in nessun caso
valore assoluto: né nel campo speri- mentale né in quello filosofico né in
quello religioso né in quello giuridico. Contro il relativismo e lo scetticismo
dei Sofisti, Socrate fa vedere che oltre alle conoscenze dei sensi l'uomo
possiede anche altre conoscenze che travalicano la sfera sensitiva come le idee
di bontà, giustizia, felicità, bellezza, verità; le quali hanno valore as-
soluto." Platone cerca di considerare la posizione di Socrate distinguendo
due piani di realtà, quello fisico e quello ideale ed assegnando all’in-
telletto la conoscenza del secondo mentre ai sensi appartiene la cono- scenza
del primo. Ora, come il piano ideale è immutabile, eterno, in- corruttibile,
così anche la conoscenza intellettiva è necessaria, im- mutabile e assoluta.
Per contro, essendo il piano materiale mutevole e corruttibile, anche la
conoscenza sensitiva è mutevole e soggetta ad errore." Aristotele
condivide il pensiero di Socrate e Platone circa l’essen- ziale validità della
conoscenza intellettiva, ma non la spiegazione fornita da Platone. Sono le cose
stesse a suo giudizio a contenere un nucleo fondamentale sempre identico a se
stesso, l'essenza. Questa non si trova al di fuori delle cose, separata, ma
nelle cose. E l’intel- letto umano attinge la verità afferrando per astrazione
tale essenza. Dopo Platone e Aristotele la filosofia greca attraversa un
profondo travaglio, che sfocia nell’abbandono dei loro poderosi sistemi meta-
fisici e nel ripiegamento, con gli Stoici e gli Epicurei, su specula- zioni di
carattere etico e politico. Ma la crisi della metafisica fornisce un ulteriore
motivo per mettere in dubbio il valore della ragione umana: così sorge lo
“scetticismo”. Secondo questa filosofia l’uomo non può mai raggiungere con
certezza la verità." Durante l’ultimo secolo avanti Cristo e nei primi
secoli dell'era cristiana lo scetticismo diviene la teoria di moda oltre che in
Grecia anche a Roma. Persino Agostino la condivide durante una fase della sua
vita; ma poi, convertito al cristianesimo, la respinge ferma- mente, mostrando
che anche ammettendo di cadere continuamente nell'errore, uno ha ciononostante
e proprio per questo motivo il possesso di almeno una verità: che esiste. Si
fallor, sum. « Chi può dubitare d'essere vivo, se ricorda, capisce, desidera,
pensa, conosce e giudica? Dal momento che egli ha questo dubbio, egli vive; se
egli dubita, pensa. Per quanti dubbi egli abbia, quindi riguardo ad altre cose,
egli non deve aver dubbi riguardo a questa; poiché se egli non * Cfr. B.
MONDIN, vol. I, pp. 49-51; 61-65; 70-74. * Cfr. Ivi, pp. 81-87. “ Cfr. Ivi, pp.
137-139. ” Cfr. Ivi, pp. 177-179. 32 esistesse, non potrebbe aver dubbi
riguardo ad alcuna cosa »." Il valore della conoscenza umana, almeno di
quella intellettiva, è apertamente affermato e difeso da san Tommaso e dagli
altri Scola- stici. Ma col tramonto della Scolastica spunta nuovamente lo
scetti- cismo. Alla fine del Cinquecento esso fa presa su molti spiriti tanto
che non è esagerato dire che il « Que sais-je? » non è solo il motto di
Montaigne ma di tutta la sua epoca. Quando Cartesio decide di rin- novare
l’edificio filosofico, la visione imperante nel mondo dei dotti è ancora quella
scettica. E così si comprende perché il padre della filosofia moderna inizi la
sua costruzione filosofica, sottoponendo al vaglio della critica l’ordine della
conoscenza, onde verificarne il valore e la portata. Egli inizia, com'è noto, facendo
le massime con- cessioni allo scetticismo; ma questo non gli impedisce di
cogliere una prima fondamentale verità: dubito, quindi penso; penso, quindi
sono: Cogito, ergo sum. Da questa verità Cartesio deduce poi tutta una vasta
serie di proposizioni di ordine metafisico, religioso e anche fisico. Alla fine
egli ritiene di potere riscattare dal dubbio non sol- tanto le conoscenze di
ordine intellettivo ma anche quelle di ordine sensitivo, in quanto neppure
queste ultime sarebbero frutto del- l’esperienza bensì il risultato di
un'attività « innata ».!° A fianco di Cartesio e a difesa del valore della
conoscenza intel- lettiva si schierano alcuni grossi nomi della filosofia
moderna, come Spinoza, Malebranche, Leibniz, Wolff: è il gruppo dei filosofi razio-
nalisti. Ma allo stesso tempo si sviluppa anche una forte corrente contraria a
Cartesio e alla sua interpretazione ottimistica del feno- meno conoscitivo: è
la corrente degli empiristi (Locke, Berkeley, Hume) i quali o negano qualsiasi
forma di conoscenza intellettiva oppure ne contestano l'utilità. Secondo gli
empiristi l’unica cono- scenza che consente all'uomo di ottenere informazioni
fattuali è quella dei sensi, la quale tuttavia non può mai rivendicare per sé i
caratteri dell’universalità e della necessità. Pertanto la verità come sicura
corrispondenza tra le nostre idee e le cose non esiste. Come si vede, siamo di
nuovo ripiombati dentro lo scetticismo, anzi nello scetticismo più radicale.
Tale è in effetti la conclusione cui giunge la ricerca filosofica di Hume.®
Dalle posizioni assunte dagli empiristi e dai razionalisti, ma te- nendo allo
stesso tempo anche conto delle posizioni di prestigio ac- quisite dalla scienza
moderna, muove Kant quando affronta e pren- de nuovamente in esame il problema
critico. Questo a suo giudizio non può essere risolto che in modo positivo dati
i successi ottenuti dalle scienze sperimentali. Ossia si deve riconoscere la
validità della conoscenza intellettiva. Ma secondo Kant si deve circoscrivere
il suo ambito ad oggetti diversi da quelli che volevano assegnarle i ra-
zionalisti e gli empiristi. La conoscenza intellettiva non ha di mira #
AGOSTINO, De Trinitate, X, 10, 14. ' Cfr. B. MONDIN, vol. II, pp. 137-139. ®
Cfr. Ivi, pp. 224-243. 33 — Cartesio: dall’'evidenza del pensare all’evidenza
dell’esistere — Kant: la soluzione critica Tendenze attuali circa il valore
della conoscenza: scetticismo che si basa sulla scienza e sulla prassi la cosa
in sé (ossia la realtà oggettiva), ma i fenomeni. Soltanto come conoscenza dei
fenomeni essa attinge la verità, cioè la necessità e l'universalità. Quando
mediante la ragione l’uomo vuole oltrepas- sare la sfera dei fenomeni per
raggiungere quella del noumeno, egli si perde necessariamente in una selva di
antinomie.* La soluzione indubbiamente geniale ma discutibile di Kant, la quale
se per un verso aveva il merito di chiarire la struttura della conoscenza
scientifica, per un altro verso aveva anche il demerito di precludere ogni
soluzione teoretica proprio per quei problemi che maggiormente interessano e
tormentano l’uomo (come la pro- pria origine, la natura del proprio essere, la
sopravvivenza dopo la morte, l’esistenza di Dio, la libertà, ecc.): tale
soluzione non viene ac- colta per molto tempo. Dopo qualche decennio i filosofi
ricadono nuo- vamente nelle due classiche alternative: quella
intellettualistica (spo- sata dagli idealisti, gli intuizionisti, i neotomisti)
e quella sensistica (accolta dai positivisti, gli empiriocriticisti, i
materialisti, i neopo- sitivisti). î Oggi, la tendenza generale per quanto
concerne il valore della conoscenza è contraria al razionalismo ed è favorevole
ad uno scetti- cismo più o meno oltranzistico. È, però, una tendenza che assume
toni e sfumature diverse, di cui le espressioni più significative sono due. Una
è rappresentata da coloro che ritengono che la verità si debba sempre ricercare
per via conoscitiva, ma sono convinti che è necessario escludere qualsiasi
forma di metafisica: per scoprire la verità bisogna affidarsi soprattutto alle
tecniche delle scienze umane, la psicanalisi, la nuova ermeneutica, lo
strutturalismo oppure alle scienze sperimentali. L'altra è rappresentata da
coloro che cercano la verità non attraverso la speculazione bensì attraverso la
prassi. Secondo un gruppo di pensatori del XIX secolo, che fanno capo a Marx e
a Engels, la validità di una concezione, d'una teoria, d'un sistema non si può
provare con argomenti aprioristici, ma emerge nella prassi, nell'azione. Ma a
questo punto il nostro discorso è scivolato fuori da quello che era l'argomento
specifico di questa sezione, il problema critico, ed è entrato in un altro
argomento, quello del metodo. Eccoci quin- di, ora, a trattare la questione del
metodo nei suoi sviluppi storici. 4. Il metodo Il problema del metodo, in quanto
si propone di trovare una via che dia sicure garanzie di attingere la verità,
coincide in larga misura col problema logico, ma non interamente, perché il
problema logico prescinde dai contenuti, mentre invece il problema critico si
rivolge soprattutto ai contenuti. 2 Cfr. Ivi, pp. 336-346. 34 Il problema del
metodo è già avvertito dalla filosofia greca (c’è il metodo maieutico di
Socrate, il metodo dell’ascensus e del descen- sus di Plotino, il metodo
dialettico di Platone, il metodo induttivo e deduttivo di Aristotele) e dalla
filosofia cristiana (c'è il metodo alle- gorico di Origene, quello
introspettivo di Agostino, quello analogico di Tommaso d'Aquino), ma acquista
importanza capitale soprattutto nella filosofia moderna. Sorpresi e abbagliati
dal successo delle scienze sperimentali i filosofi si persuadono che anche la
filosofia potrebbe aspirare ad analoghi risultati, qualora disponesse di un
buon metodo. E perciò si preoccupano o di trasferire direttamente alla ricerca
filosofica gli stessi metodi della scienza (Bacone, Galilei)? e della
matematica (Cartesio, Spinoza, Leibniz) oppure cercano di escogitare nuovi
metodi. I più noti sono: — il metodo del « cuore » di Pasca — il metodo della
verifica « storica » (verum est factum) di Vico ® — il metodo associativo di
Hume * — il metodo « trascendentale » di Kant 7 — il metodo dialettico di Hegel
* — il metodo positivo di Comte ” — il metodo pragmatico di James ” — il metodo
intuitivo di Bergson *! — il metodo fenomenologico di Husserl” — il metodo
della verifica sperimentale dei neopositivisti * — il metodo della
falsificabilità di Popper.* Oggi molti autori sono propensi ad abbandonare
tutti questi me- todi di tipo teoretico e ritengono che l'unico metodo valido
sia co- stituito dalla prassi. È la prassi, l’azione, la vita che rivela se una
teoria, un sistema sono validi. È nell'impatto con la storia, con la realtà
vissuta che emerge il valore di un'idea. A nostro avviso questo metodo della
prassi ha certamente dei pregi, perché la testimonianza dei fatti contribuisce
senza dubbio a decidere della bontà o meno di un'idea, una teoria, un sistema.
Ex fructibus eorum conoscetis eos, diceva Gesù. Ma non pensiamo che esso possa
essere assunto come criterio supremo di verità, come 1% ? Cfr. Ivi, pp.
103-110. ® Cfr. Ivi, pp. 134-137; 163-164. 2 Cfr. Ivi, pp. 203-204. * Cfr. Ivi,
pp. 273-275. * Cfr. Ivi, pp. 234-236. 2" Cfr. Ivi, pp. 336-344. * Cfr. B.
MonpIN, vol. III, pp. 77-78. 2 Cfr. Ivi, pp. 178-181. * Cfr. Ivi, pp. 346-348.
# Cfr. Ivi, pp. 253-254. ® Cfr. Ivi, pp. 389-392. ® Cfr. Ivi, pp. 450-453. *
Cfr. K.R. PoPPER, Logica della scoperta scientifica, Torino 1970. 35 Metodo
maieutico e metodo dialettico: Socrate e Platone Nuovi metodi di ricerca sotto
l'influsso dello sviluppo della scienza Il metodo della prassi La valutazione
critica di G. Reale guida infallibile delle nostre azioni. Qualsiasi azione,
per non essere cieca e stolta, ha bisogno di venire guidata, illuminata, e la
sua guida, ovviamente, non può essere l’azione. Su questo punto a noi pare che
abbia perfettamente ragione Giovanni Reale quando scrive: « Quando sulla scia
del pensiero marxistico o di estrazione marxi- stica si asserisce che la
filosofia non ha da contemplare ma da can- giare la realtà [...] non si
sostituisce semplicemente una visione filosofica ad un'altra, ma si uccide la
filosofia: il cangiare la realtà può infatti essere solo un momento conseguente
al vero ricercato e trovato, e più che filosofare è, al massimo, corollario del
filosofare. Il cangiare può essere solo impegno etico, politico, educativo e
non può mai essere, dal punto di vista filosofico, momento primario, per- ché
presuppone strutturalmente che si sappia e si accerti preliminar- mente perché,
come e in che senso e misura cangiare; dunque sup- pone sempre a monte il momento
teoretico (cioè propriamente filo- sofico) come condizionante. Né vale
obiettare, come coloro che, quasi sentendosi in colpa di fronte all’obiezione
prassistica, asseriscono che, sì, cangiare la realtà non è filosofare, ma che,
tuttavia, l'uomo di oggi deve filosofare per cangiare qualcosa. Anche questa
posizione è decettiva: infatti, chi filosofa con questo spirito perde la
libertà, e l'ansia del cangiare fatalmente condiziona e turba il momento del
contemplare; lo turba al punto che, rovesciati i termini, e aggiogatisi al
carro della prassi, la speculazione pura diventa ideologia e quindi cessa di
essere filosofia »,5 CONCETTI DA RITENERE — Conoscenza sensitiva; conoscenza
intellettuale — Relazione soggetto-oggetto — Scetticismo; metodo SINTESI CONTENUTISTICA
I. LE FORME DELLA CONOSCENZA UMANA 1. La conoscenza umana, complessamente
articolata, consta di una forma sensitiva (vista, udito, gusto, odorato,
tatto); della memoria che custodisce il passato; della fantasia che rappresenta
le cose in modo originale rispetto al- l'esperienza. Sull’evidenza di questa
conoscenza la filosofia non ha nulla da discutere. Problematiche sono invece le
conoscenze astratte che suscitano in- terrogativi circa il loro genere e la
sfera di appartenenza. 2. Il problema gnoseologico è stato dibattuto in modo
contrastante. Dalle origini del pensiero occidentale ad oggi si è verificata la
seguente alternanza di orientamenti: a) compresenza della conoscenza sensitiva
e di quella razionale (Parme- nide, pitagorici, platonici, aristotelici); * G.
REALE, I problemi del pensiero antico dalle origini a Platone, Celuc, Milano
1972, pp. 52-53. 36 b) primato della conoscenza sensitiva su quella razionale
(i sofisti, gli em- piristi, i positivisti, i neopositivisti); c) primato della
conoscenza razionale su quella sensitiva (i razionalisti e gli idealisti). 3.
Nell’età moderna il problema gnoseologico va acquisendo un graduale primato,
decisamente affermato soprattutto da Cartesio; nel nostro tempo re- sta un
problema aperto. II. ORIGINE DELLA CONOSCENZA 1. Le idee sono riproduzioni di
oggetti esterni a noi o sono creazioni della nostra mente, oppure esse sono il
risultato dell’azione combinata del soggetto e dell’oggetto? 2. Si sono
delineate per i tre interrogativi sei piste di soluzione: a) tutta la
conoscenza è prodotta dall'oggetto (Platone); b) tutta la conoscenza è pro-
dotta dal soggetto (Hegel); c) la conoscenza intellettiva è prodotta dal
soggetto e quella sensitiva dall'oggetto {(Occam); d) la conoscenza
intellettiva è prodotta dall'oggetto e quella sensitiva dal soggetto
(Berkeley); e) la conoscenza intel- lettiva è risultato dell'azione combinata
del soggetto e dell'oggetto; f) la cono- scenza sensitiva è dovuta all’azione
dell'oggetto {Aristotele). III. VALORE DELLA CONOSCENZA 1. Il valore della
conoscenza diventa un problema DS momento in cui fac- ciamo esperienza
dell’errore. 2. Storicamente il problema del valore è stato tra i primi ad
essere affron- tato: Parmenide: la conoscenza intellettiva attinge alla verità,
la conoscenza sensitiva genera opinioni; Sofisti: la conoscenza non ha mai
valore assoluto; Socrate e Platone: le conoscenze intellettuali hanno valore
assoluto, le cono- scenze sensitive sono soggette ad errore; Aristotele:
l'intelletto umano attinge la verità afferrando per astrazione l'essenza delle
cose; Agostino: inoppugna- bile verità dell’esistenza; San Tommaso: afferma il
valore della conoscenza intellettiva; Prospettiva scettica della filosofia del
’500; Cartesio: dal dubbio metodico al valore assoluto della conoscenza
intellettiva; Empiristi: primato della conoscenza sensibile e negazione della
verità; Kant: mediazione tra cono- scenza sensibile e conoscenza intellettiva;
Tendenza scettica della cultura con- temporanea. IV. IL METODO 1. Già avvertito
nel pensiero classico (Socrate, Platone e Aristotele), il pro- blema emerge
nell'età moderna con particolare riferimento al sapere scientifico (Bacone e
Galilei) e al sapere matematico (Cartesio, Spinoza e Leibniz). 2. Dal metodo
del « cuore » di Pascal al metodo della falsificabilità di Pop- per il pensiero
moderno e contemporaneo si è impegnato in una costante ri- cerca. Oggi,
abbandonata la strada teorica, si attribuisce validità di metodo alla prassi
(la storia e la realtà vissuta convalidano un'idea). QUESTIONARIO DI VERIFICA E
DISCUSSIONE 1. Qual è l'origine della conoscenza umana e quali le sue forme
fonda- mentali? 2. Quale valore ha la conoscenza umana? 3. Come si arriva al
raggiungimento della verità per la nostra conoscenza? 4. In che cosa consiste
il problema gnoseologico? Quali sono i suoi aspetti princi pali? 5. Qual è il
pensiero dei platonici, degli aristotelici, dei razionalisti, degli empiristi,
degli idealisti sulla divisione, l'origine e il valore della conoscenza? 37 6.
Come sorge il problema critico? Quale impostazione assume in Socrate, Agostino,
Cartesio, Kant e Husserl? 7. Che cos'è il metodo? Quali sono i metodi proposti
da Platone, Aristotele, Cartesio, Spinoza, Vico, Leibniz, Hume, Kant, Hegel,
Husserl, Wittgenstein, Mara? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI BLANDINO G., I!
problema della conoscenza, Abete, Roma 1972. FagRO C., Percezione e pensiero,
Morcelliana, Brescia 1961. HEEGGER M., Sull’essenza della verità, La Scuola,
Brescia 1977, MARCUSE H., L'uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1967. MARITAIN
J., / gradi del sapere, Morcelliana, Brescia 1981. Miano V., Problemi di
gnoseologia e metafisica, L.A.S., Roma 1966. PENATI G.C., Problemi di
gnoseologia e metafisica, Vita e Pensiero, Milano 1979. Poppi A., La verità, La
Scuola, Brescia 1984. RINALDI G., Critica della gnoseologia fenomenologica,
Giannini, Napoli 1979. RIVETTI BarBò F., Dubbi, discorsi, verità. Lineamenti di
filosofia della cono- scenza, Jaca Book, Milano 1985. SAMEK Lopovici E.,
Metamorfosi della gnosi, Ares, Milano 1979. SANGUINETI J.J., Logica e
gnoseologia, Ed. Urbaniana, Roma 1984. VANNI RovIGHI S., Gnoseologia,
Morcelliana, Brescia 1979. 38 Capitolo terzo li PROBLEMA EPISTEMOLOGICO {o
problema della scienza) QUESTIONARIO PROPEDEUTICO I. Che cosa si intende per
scienza oggi? E che cosa si intendeva nel passato? 2. Quale valore è da
attribuire al sapere scientifico? $. Evoluzione del concetto di scienza nei
corso dei seceli Da quando Comte negò alia filosofia una propria sfera di
oggetti e le affidò come compito specifico lo studio delle scienze, ia determi-
nazione dei loro oggetti e dei loro compiti, la loro divisione e coor-
dinazione, l’attenzione dei filosofi si è rivolta sempre più insistente- mente
in direzione della scienza, la quale è divenuta per molti l’ar- gomenta principale
e centrale della loro analisi. Del resto, un'inda- gine più attenia e
approfondita delle caratteristiche e delle funzioni del sapere scientifico era
richiesta, oltre che dall’orientamento posi- tivistico delia filosofia, anche
dagli enormi sviluppi e dall'importanza straordinaria che la scienza aveva
acquisito durante gli ultimi due secoli, un periodo in cui essa ha mostrato di
essere un sapere estre- mamente fecondo e pratico. Da tali istanze ha preso il
via quelia speciale disciplina che si chiama filosofia della scienza o
episiemologia. Questa si identifica « con la critica metodologica della
scienza, nelia misura in cui tale critica tende all’'esplicitazione consapevole
e sistematica del metodo e delle condizioni di validità dei giudizi —
particolari, o singolari, e universali — fatti propri dagli scienziati e
persegue così una “rico- struzione razionale”, convenzionalmente qualificata in
senso empiri- co-pragmatico, del concetto di conoscenza scientifica ». Gli
interrogativi a cui l'epistemologia si propone di rispondere sono i seguenti: «
Cos'è la conoscenza scientifica? In altre parole, in che cosa cohsiste
propriamente il lavoro dello scienziato? Cosa fa egli quando fa scienza?
Interpreta, descrive, spiega, prevede? Le sue sono soltanto congetture oppure
asserzioni (generali e singolari) rispecchianti fedelmente tratti (generali e
singolari) dei fatti? E quan- do lo scienziato spiega, cos'è che egli spiega
dei “fatti”? La fun- FO A. PASQUINELLI, Nuovi principi di epistemologia,
Feltrinelli, Milano 946, p. 56. 39 La riflessione sulla scienza:
caratieristiche s funzioni L'epistemotpgia: critica metodologica della scienza
Gli interrogativi fondamentali — induzione — causalità — oggettività Presa di
coscienza della problematicità del sapere scientifico Trasformazioni nel tempo
del concetto di scienza: — divisione aristotelica: matematica, fisica,
metafisica — età moderna: l’aspetto denotativo ristretto ai fenomeni
sperimentabili e calcolabili zione, l'origine, la genesi, l'essenza, il fine?
Qual è lo status logico delle leggi nella scienza? Sono essi l'esito di
procedimenti induttivi (e poi che cosa vuol dire induzione nella scienza?),
ovvero congetture della fantasia scientifica che dovranno venir sottoposte ad
una terribi- le lotta (prove empiriche) per l’esistenza? Inoltre, in che senso
si par- la di causalità (e di cause) nelle scienze empiriche? Quand'è, poi, che
possiamo dire che una teoria è “migliore” di un’altra? E che cos'è che
intendiamo allorché diciamo che le scienze empiriche sono og- gettive? Qual è
il ruolo dell'esperienza nella ricerca scientifica? Sono questi tutti
interrogativi che sgorgano dalla domanda iniziale su che cosa sia la conoscenza
scientifica »? Questi interrogativi hanno cominciato ad imporsi all'attenzione
dei filosofi verso la fine dell'Ottocento con Boutroux, Poincaré, Duhem, Mach,
ecc., allorché all’atteggiamento di ottimistica fiducia e cieca esaltazione
della scienza, è subentrato un atteggiamento di pacato scetticismo e di critica
penetrante nei confronti della cono- scenza scientifica. Si deve appunto alla
presa di coscienza della pro- blematicità di tale conoscenza (coscienza che era
ancora assente in Cartesio, Newton, Kant, Comte, Spencer, ecc.) la nascita e lo
sviluppo della filosofia della scienza o epistemologia. Il concetto di scienza
ha subìto profonde trasformazioni lungo il corso dei secoli sia per quanto
attiene all'aspetto connotativo (il significato del termine) sia a quello
denotativo (il campo di applica- bilità). Aristotele, per primo, definì la
scienza come cognitio rei per causas: conoscenza di una cosa attraverso i suoi
principi (cause) costitutivi, o, più brevemente, « conoscenza ragionata,
argomentata, delle cose ». Aristotele divideva le scienze in tre grandi rami:
mate- matiche (scienze dei numeri), fisiche (scienze delle cose materiali) e
metafisiche (scienze delle realtà indipendenti dallo spazio e dal tempo).
Durante l'epoca moderna, a partire da Bacone, c'è stato un cam- biamento per
quanto concerne l'aspetto denotativo: perché l'ambito di applicazione del
termine « scienza » un po’ alla volta è stato ri- stretto allo studio di
fenomeni sperimentabili fisicamente e calcola- bili matematicamente; ma allo
stesso tempo interveniva anche un cambiamento concernente l'aspetto
connotativo, dato il nuovo si- gnificato che andava assumendo nel pensiero
moderno il concetto di causa. Per « causa » Aristotele ed in generale tutti i
pensatori dell'an- tichità e del Medioevo intendevano l'essenza, la natura
delle realtà (sia materiali che spirituali) e credevano che per spiegare ‘un
fatto, un fenomeno, bastasse conoscere l'essenza della cosa che lo pro- duce.
Così, per es., per spiegare il fenomeno dell'ebollizione del- l'acqua quando
viene messa sul fuoco, pensavano che fosse necessario ? D. ANTISERI, La
filosofia del linguaggio, Morcelliana, Brescia 1973, p. 95. 40 e sufficiente
conoscere la natura dell’acqua e del fuoco. Da tale con- cetto di scienza e di
causa derivava quell'interessamento per le es- senze delle cose tanto
caratteristico del pensiero antico. Nel pensiero moderno si registra un
cambiamento radicale. Da Bacone (1561-1626) in poi l'oggetto della scienza non
è più l'essenza delle cose che si nasconde dietro i fenomeni, bensì i rapporti
co- stanti, le leggi che legano i fenomeni fra di loro. Anche secondo la
concezione moderna la scienza studia la causa dei fenomeni ma, per causa, non
si intende più l’essenza e l'elemento qualitativo delle cose, ma solo gli
aspetti quantitativi e la relazione costante che lega i feno- meni fra di loro,
cioè la legge. La legge indica puramente una relazio- ne di fatto fra due
termini. Anziché un rapporto causale propriamente detto la legge esprime una
certa regolarità fenomenica. Per esempio, che ad una certa variazione di
temperatura coincide nel metallo una certa variazione di dilatazione. Questo
però non dice nulla riguardo alla natura ontologica del calore e del metallo o
della causalità del mondo materiale. Il problema che si pone lo scienziato non
è più quello del perché e dell'essenza delle cose, ma quello del come e del
comportamento delle medesime. Nasce così il concetto moderno di legge naturale
che viene a prendere il posto della natura, essenza, o forma aristotelica. La
legge non è la definizione dell'essenza della co- sa, bensì la formulazione del
rapporto costante tra due grandezze va- riabili, non è dunque che la
descrizione del comportamento di un fe- nomeno, espressa in forma matematica.
Questo cambiamento nella concezione dell'oggetto della scienza è avvenuto, come
già detto, nel sedicesimo e diciassettesimo secolo. In tempi assai più recenti
si è effettuato un cambiamento non meno sensazionale riguardo alla concezione
dei rapporti tra scienza e realtà. Fino alla fine del secolo scorso si è sempre
concepita la scienza come una fedele riproduzione della realtà. Scienziati e
filo- sofi hanno universalmente ritenuto che la scienza riveli all'uomo la
struttura effettiva delle cose e gli manifesti esattamente la realtà. Secondo
tale concezione dei rapporti tra scienza e realtà, per esem- pio, le «
definizioni » di Euclide non indicano semplici costruzioni mentali nostre, in
certo modo convenzionali e che potrebbero perciò essere diversamente formulate,
ma designano essenze reali concepite di per sé esistenti. Allo stesso modo è
concepita la sostanza e lo spazio. Molti antichi credono non solamente in
questa fedele corri- spondenza tra scienza e realtà ma arrivano persino ad
identificare il razionale con il reale. Così, per esempio, poiché cerchio e
sfera, per l'equidistanza di tutti i punti dal centro e quindi la simmetria ed
ar- monia che presentano, sono figure « perfette », Aristotele e gli astro-
nomi antichi deducono che gli astri, che sono gli esseri materiali più «
perfetti », devono avere forma sferica e muoversi secondo orbite circolari. La
scienza moderna invece, fondandosi sull’osservazione di fatto, ha dimostrato
che la terra è schiacciata ai poli e che le orbite dei pianeti sono ellittiche.
La concezione classica di esatta 41 Oggi si studia Il comportamento delle cose
Daila scienza come riproduzione della realtà si passa alla scienza come
sistemazione dei dati dell'esperienza Dogi si ritiene che i cencetti filosofici
fon corrispondono esattamente alla realtà corrispondenza tra scienza e realtà è
durata per molto tempo anche nell'età moderna e non raramente si è spinta la
corrispondenza tra lo scientifico e il reale fino a tal punto da identificare
lo scientifico col reale, sicché è reale solo quello che è scientifico. È
famoso il caso delle proprietà primarie (figura, estensione e numero) e secon-
darie (colore, odore, sapore, ecc.). Secondo Galilei, Cartesio e mol- tissimi
altri scienziati e filosofi moderni, poiché la considerazione scientifica si
limita alle qualità primarie, queste sono ritenute ogget- tive e perciò reali,
mentre le qualità secondarie sono considerate sog- gettive e quindi irreali.
Estensione, moto e numeri, cioè i concetti che hanno preso il luogo prima
occupato dalle forme e essenze arista- teliche non sono concepiti da Galilei e
Newton meno realisticamen- te di quanto non lo siano state ie forme e sono
considerati l'essenza costitutiva della realtà naturale. Col crollo di molti
punti cardinali della scienza moderna, co- struita da Newton e ritenuta per un
paio di secoli infallibile come i dogmi rivelati, la concezione classica di
esatta corrispondenza tra scienza e realtà cominciò a vacillare. Oggi la
maggioranza degli scienziati ritiene che i concetti scientifici non
corrispondano esatta- mente alla realtà. Essi non concepiscono la scienza come
una ripro- duzione fedele della realtà ma come una semplice sistemazione dei
dati dell'esperienza. La scienza, quindi, non è valida in quanto rivela
all'uomo la struttura effettiva dei fenomeni ma in quanto permette all'eomo di
orientarsi nella congerie dei fatti che gli presenta l’espe- rienza, di
prevederne la successione futura e di poter quindi meglio attendere
all'organizzazione della propria vita. Pierre Teilhard de Chardin (1881-1955),
paleontologo e teologo, ha scritto a questo proposito: « Se prendiamo nel suo
insieme l’edificio di onde e di particelle costruito dalla nostra scienza,
risulta chiaro che questa bella architettura contiene di “noi-stessi” almeno
quanto contiene delle “cose”. Giunte ad un certo grado di ampiezza e di
sottigliezza, le costruzioni della fisica moderna lasciano intravedere
distintamente la trama intellettuale dello spirito del ricercatore sotto la
marea dei fenomeni. Di qui il dubbio che fotoni, protoni, elettroni e altri
elementi della materia non abbiano né maggiore (né minore) realtà fuori della
nostra mente di quanto ne abbiano i colori fuori dei nostri occhi. Di
conseguenza il vecchio realismo dei laboratori si incammina verso una specie di
idealismo scien- tifico ».3 Sullo stesso argomento il matematico Jules-Henri
Poincaré (1854- 1912) si è espresso nel modo seguente: « Le teorie matematiche
(dei fenomeni fisici) non hanno lo scopo di rivelarci la vera natura delle
cose; questa sarebbe una pretesa irragionevole. Il loro unico scopo è di
coordinare le leggi fisiche che l'esperienza ci fa conoscere, ma che senza il
concorso delle matematiche non potremmo neppure e- ? P. TEILHARD DE CHARDIN,
L'énergie humaine, Parigi 1962, p. 144. 42 nunciare. Interessa poco che l'etere
esista effettivamente, questo è un problema che interessa i metafisici:
l'essenziale per noi è che tutto si svolga come se di fatto esistesse ».* Le
parole di Poincaré sono assai autorevoli, perché è stato lui a provare che lo
spazio di cui tratta la geometria euclidea non è né la riproduzione esatta
della realtà, come aveva creduto la scienza classica, né una forma a priori
come aveva sostenuto Kant, ma è una costruzione mentale escogitata dall'uomo
per riordinare i dati dell'esperienza ed eliminare da essi il carattere
complesso e contrad- dittorio con cui si presentano. Anche il concetto di numero
ha mutato significato per lo scienziato moderno. Mentre per gli antichi il nu-
mero era un elemento essenziale della realtà materiale e per alcuni l'essenza
stessa delle cose, per gli scienziati del nostro tempo i nu- meri sono un
simbolismo, come le parole, introdotto dall'uomo per esprimere e riassumere
certi caratteri dei fenomeni, come la esten- sione, la molteplicità, la
direzione, ecc. I principali argomenti che si adducono a favore della nuova
con- cezione della scienza e del significato delle teorie scientifiche sono
tre. Il primo e più importante è quello che si fonda sulla verità che tutte le
nostre idee hanno solo una corrispondenza parziale con le cose. La realtà
individuale è troppo complessa e la mente umana per comprenderla deve sempre sottoporla
a riduzioni, semplificazioni, schematizzazioni che rappresentano le cose solo
in modo imperfetto e inadeguato. Per questo motivo gli scolastici affermavano
che tra conoscenze umane e cose non vi è relazione di univocità ma di ana-
logia. E tutti sanno che l'analogia comporta una piccola somiglianza là dove
c'è grande differenza. Un altro importante argomento 2 fa- vore della nuova
interpretazione è il fatto che il soggetto conoscerite è sempre coinvolto
nell'evento che sta osservando, e, per certi espe- rimenti, l'osservazione si
risolve sempre in una modificazione de! fe- nomeno. È questo il significato dei
famoso principio di indetermina- zione formulato dal fisico Werner Heisenberg,
che afferma l’impos- sibilità di determinare assieme la posizione e la velocità
di un elet- trone, perché la determinazione delia posizione richiede che
l’eiet- trons sia illuminato, il che ne altera inevitabilmente la velocità.
Analoga conclusione si ricava dal famoso teorema di Gòdel,' il quale dice che «
di qualsiasi sistema logico è indimostrabile la non-con- traddittorietà con i
mezzi offerti dal sistema stesso ». Il terzo arga- mento è la constatazione che
tante teorie scientifiche ritenute incroi. labili in un non lontano passato,
recentemente sono risuitate se non proprio errate quanto meno insufficienti:
inapplicabili ai nuovi fe- nomeni che sono venuti alla luce con l'ampliarsi
dell'orizzonte delia scienza. ‘ H. PoINCARÉ, La science et l'hypothèse, Parigi
1902, p. 245. 5 Kurt Géodel (1906-1978) matematico statunitense di origine
morava, che, doro l'avvento del nazismo, andò negli USA ad insegnare
nell'università di rinceton. 43 Dal carattere essenziale 21 carattere simbolico
del numero Tre argomenti a favore delia concezione moderna della scienza: — if
concetto di analogia — ii principio di indeterminazione —- il priterie d!
falsificeditità Nozione non univoca di scienza La matematica e la geometria
come rappresentazioni formali Probabilismo e relativismo del sapere scientifico
Stando così le cose, si può ritenere filosoficamente valida la con- cezione
moderna della scienza e la nuova interpretazione della rela- zione tra scienza
e realtà, in termini di analogia (cioè di parziale cor- rispondenza tra teorie
scientifiche e mondo reale), perché si tratta semplicemente di un'applicazione
in un campo particolare (quello scientifico) dell'unica interpretazione
corretta del rapporto tra cono- scenza umana in generale e le cose materiali.
La nuova interpreta- zione sottrae definitivamente le scienze sperimentali al
pericolo al quale si sono trovate sistematicamente esposte in passato: il
pericolo di identificare il razionale col reale, lo scientifico col fisico, il
quan- titativo col qualitativo. Oltre che alla interpretazione dei rapporti tra
scienza e realtà, se- condo alcuni epistemologi (Maritain, Agazzi, Tonini,
ecc.) il concetto di analogia si addice perfettamente anche alla definizione
della no- zione di scienza. Questa non è una nozione univoca (che si applica
cioè esattamente allo stesso modo a tutte le scienze), bensì analoga. In
effetti il rigore e l'oggettività, che sono gli elementi specifici del sapere
scientifico, non si applicano allo stesso modo alle varie scienze, ma variano
da scienza a scienza: altro è il rigore e l’oggettività che si richiede nella
fisica, nella chimica, nell’anatomia, ecc. e altro il ri- gore e l’oggettività
che si esige in psicologia, sociologia, antropologia culturale, ecc.9 2.
Classificazione delle scienze e natura del sapere scien- tifico secondo gli
epistemologi contemporanei I primi risultati significativi di questa nuova
disciplina riguar- dano la matematica e la geometria, le quali non sono più
concepite come scienze reali, come rappresentazioni di situazioni obiettive,
bensì come costruzioni formali: come sistemi fondati su postulati scelti
arbitrariamente e costruiti con la tecnica della deduzione lo- gica delle
conseguenze che tali postulati comportano. Così, per opera di Hilbert,
Poincaré, Peano, Riemann, Frege, Russell e di altri stu- diosi, la matematica e
la geometria prendono coscienza della loro specificità come scienze del
possibile, distinte dalla fisica che è invece scienza del reale. Per quanto
concerne la fisica e le scienze sperimentali in ge- nerale si passa dalla
visione statica e meccanicistica ad una visione dinamica, probabilistica e
relativistica delle leggi della natura. Que- sto cambiamento fu motivato dalle
scoperte della entropia, della radioattività, della relatività, dei quanta,
ecc... In conseguenza di tali scoperte i concetti di uno spazio e di un tempo assoluti
come pure quelli di simultaneità persero ogni valore. L'idea dello spazio curvo
‘ Cfr. E. AGAZZI, « Analogicità del concetto di scienza », in Epistemologia e
scienze umane, Massimo, Milano 1979, pp. 57-76. 44 prende il posto dell'idea
euclidiana dello spazio rettilineo; l’idea di rapporti necessari di causalità è
sostituita dall'idea di indetermi- nazione. Nelle scienze della natura,
all'inizio del Novecento, acquista ri- lievo una serie di questioni filosofiche
relative al carattere e alla fun- zione della conoscenza sperimentale. Le
scienze naturali non figu- rano più nel campo del sapere come conoscenza
assoluta e onnipo- tente, ma come una forma singolare di conoscenza, con
caratteri- stiche e limiti propri. Il suo campo è la quantità. In tal modo la
fisica guadagna un profilo matematico, relegando in secondo piano le intenzioni
ontologiche e gli elementi sensibili. Di qui la tendenza di ridurre la
conoscenza sperimentale a puri dati metrici e allo sche- ma relazionale di tali
dati. Questo sforzo di quantificazione e mate- maticizzazione della fisica
accentua i tratti che la distinguono sia dalla conoscenza ordinaria che da
quella filosofica. ‘Per quanto concerne la filosofia della scienza propriamente
detta, essa ha avuto uno sviluppo considerevole nel nostro secolo, dando
origine a tre movimenti principali: il neo-positivismo, l’interpreta- zione
metafisica e il razionalismo scientifico. I sostenitori più qualificati del
neopositivisnio sono Schlick, Wittgenstein, Carnap, Ayer e Russell. I neopositivisti
dividono le scienze in due grandi gruppi: a) quelle logico-matematiche e b)
quelle sperimentali. Le prime sono costituite da proposizioni analitiche ossia
tautologiche, mentre le seconde sono composte di proposizioni fattuali. Le
proposizioni lo- giche e matematiche, prive di contenuto, non sono altro che
regole per l'utilizzazione dei simboli e per l'ordinazione delle proposi-
zioni. 'Le proposizioni sperimentali o fattuali sono quelle il cui conterfuto è
verificabile empiricamente. In contrasto radicale col neopositivismo si colloca
la concezione metafisica della scienza. Questa afferma che la scienza implica
una metafisica e soltanto in questa trova il suo ultimo fondamento. Se- condo
tale concezione l’opera della scienza si presenta o come la scoperta
progressiva della realtà oppure come l’automanifestazione dello spirito umano
attraverso la ricerca scientifica. Nel primo caso si tratta di una concezione
metafisica realistica; nel secondo caso di una concezione metafisica
idealistica. Uno dei più autorevoli esponenti del realismo metafisico è il
francese Emile Meyerson (1859-1933). Questi afferma che la scienza « non è
positiva e non contiene neppure dati positivi, nel senso pre- ciso che è stato
dato a questo termine da A. Comte e dai suoi se- guaci, ossia di dati
sprovvisti di qualsiasi ontologia. L'ontologia fa corpo con la scienza stessa e
non può esserne separata ».” È il reali- smo del senso comune, secondo
Meyerson, che si prolunga nella scienza senza soluzione di continuità. La
scienza, avanzando nella ? E. MEyERson, /dentité et réalité, Parigi 1926, pp.
438-439. 45 La filosofia della scienza oggi: — il neopositivismo: scienze
logico- matematiche e scienze sperimentali — la concezione metafisica: la
scienza come automanifestazione dello spirito — il ‘“selettivismo soggettivo”’
di Eddington: attività spontanea dell'intelletto — il razionalismo scientifico:
la scienza come opera della ragione Esperienza e ragione: il ruolo direttivo
dell’eilemenio teorics direzione del senso comune, crea delle essenze il cui
carattere reale non solamente non viene eliminato ma si intensifica.
L'interpretazione metafisica idealistica della scienza ha avuto invece un
valido sostenitore nell’inglese Arthur S. Eddington (1882- 1944). L'idea
centrale di questo pensatore è la « selezione », che egli stesso designa come «
selettivismo soggettivo ». Nella sua epi- stemologia l'idea di selezione occupa
il posto che nell’epistemologia realista detiene l’idea di astrazione. La
selezione corrisponde ad una attività del nostro intelletto, sorta
spontaneamente e di cui lo scien- ziato inglese si compiace di accentuare la
soggettività. In tal modo, al concetto di scoperta egli contrappone quello di
creazione, intesa in senso idealistico, come apprensione del proprio lavoro
intellettivo nell'universo. Fra le leggi fisiche, Eddington distingue quelle
che egli chiama « leggi epistemologiche ». La loro caratteristica peculiare è
di essere deducibili mediante il solo studio dei nostri metodi di osservazione.
Queste leggi necessarie, universali ed esatte costituiscono l'elemento a priori
della fisica e delle altre scienze sperimentali. Secondo un altro gruppo
abbastanza nutrito di autori la scienza è opera della ragione umana, una specie
di macchina creata da essa, di cui si tratta di riscoprire le strutture e le
leggi interne. Mentre l'interesse dell’interpretazione metafisica si rivolgeva
alla infrastrut- tura ontologica della scienza e quello del neo-positivismo ai
suoi contenuti in quanto tali, appresi nel loro grado massimo di cristalliz-
zazione oggettiva, lo sforzo del razionalismo scientifico, per contro, è teso a
chiarire il senso dell'opus rationale che costituisce la scienza. Principale
esponente di questa interpretazione è il francese Gaston Bachelard (1884-1962).
Secondo questo studioso la filosofia della scienza dei nostri giorni non può
accogliere né la soluzione rea- listica né quella idealistica, ma deve
collocarsi in una via di mezzo ira realismo e idealismo, in cui vengono
entrambi ripresi e superati: « un realismo che si è incontrato col dubbio
scientifico non può più essere della stessa specie del realismo immediato [...]
un razionali- smo che ha corretto i giudizi a priori, come è avvenuto nelle
nuove ramificazioni della geometria, non può più essere un razionalismo chiuso
».3 Nella sua gnoseologia, Bachelard pone la coppia esperienza- ragione alla
base di tutta la conoscenza umana. Non si tratta tuttavia di un condominio di
potenze eguali, perché l'elemento teorico si ma- nifesta con maggior forza. In
effetti è l'elemento teorico che svolge il ruolo direttivo: « Il senso del
settore epistemologico ci appare assai netto. Esso va certamente dal razionale
al reale e non, nell’or- dine inverso, dalla realtà al generale come
professarono tutti i filo- sofi da Aristotele a Bacone »/ ; Sd RSCHELARD, Le
nouvel esprit scientifique, 5° ed., Parigi 1949, pp. 2-3. Vi, p. 9. 46 Il
procedimento scientifico si configura, pertanto, come « rea- lizzante », in
quanto realizzazione del razionale e del matematico. È così che un certo
matematicismo si impadronisce del pensiero di Bachelard, fino alla dissoluzione
della realtà nella matematica, e il reale non si presenta più al limite che
come un caso particolare del possibile. In questo senso la posizione filosofica
di Bachelard si po- trebbe definire come un « razionalismo applicato », in cui
primeggia la direttrice che va dalla ragione all'esperienza e che corrisponde
alla supremazia della fisica- matematica. Mentre l’empirismo, secondo
Bachelard, è la filosofia della conoscenza volgare, il razionalismo ri- sponde
alle istanze della conoscenza scientifica. Anche Bachelard, come Gadamer e
l'ultimo Popper, ritiene che l'osservazione scien- tifica si realizza sempre
movendo da una teoria precedente e prepara- trice e non viceversa. Una
posizione analoga a quella del Bachelard è quella difesa da Karl Popper.
Anch'egli respinge decisamente l'empirismo in nome di una certa forma di
razionalismo. « L'epistemologia empiri- stica tradizionale e la storiografia
tradizionale della scienza — scrive K. Popper — sono ambedue profondamente
influenzate dal mito baconiano secondo cui l’intera scienza parte
dall'osservazione per poi lentamente e con cautela procedere verso le teorie
».!° Ma le cose non stanno così. Il primum {logico e genetico) nella costru-
zione della scienza sono i problemi e con essi le ipotesi, le conget- ture e
non le osservazioni. Noi osserviamo sempre da un punto di vista, sempre sotto
lo stimolo di un problema. Tutte le nostre cono- scenze sono risposte a
precedenti problemi. Noi acquistiamo le co- noscenze che si prestano a
risolvere i nostri interrogativi, i nostri problemi. Pertanto le teorie
scientifiche non sono cumuli di osser- vazioni, ma sistemi di azzardate e
temerarie congetture. La scienza è anzitutto invenzione di ipotesi; l’esperienza
svolge il ruolo di con- trollo delle teorie. Il controllo delle teorie, la
convalida delle proposizioni scienti- fiche, secondo Popper, non si ottiene
come vogliono i neopositivisti, direttamente, facendo ricorso alla verifica
sperimentale, bensì indi- rettamente mediante il processo della
fa/sificabilità. Questo criterio stabilisce che una teoria può considerarsi
scientifica soltanto se sod- disfa a due condizioni: a) essere falsificabile,
ossia poter venir smen- tita e contraddetta in linea di principio; b) non
essere ancora stata trovata falsa di fatto. Secondo Popper « una teoria che non
può venir confutata da nessun evento concepibile non è scientifica. L'in-
confutabilità di una teoria non è (come spesso si ritiene) una virtù, bensì un
vizio... Il criterio dello stato scientifico di una teoria è la sua
falsificabilità o confutabilità o controllabilità ».! Non la verifi- cabilità è
il criterio di demarcazione tra teorie empiriche e teorie non !° K. PopPER,
Conjectures and Refusations, 2* ed., Londra 1965, p. 137 {ora tradotta in
Italia dall”Ed. Il Mulino, Bologna 1974). # K, PopPPER, Scienza e filosofia,
Einaudi, Torino 1969, p. 130 s. 47 Il ‘‘razionalismo applicato”: — dalla
ragione all'esperienza — primato della fisica-matematica Popper: problemi- ipotesi
e congetture sono il “primum” logico e genetico Dal criterio di verificabilità
al processo di falsificabilità empiriche (per es., le metafisiche, le teologie
della storia, le utopie, ecc.), ma la loro falsificabilità. In effetti, una
legge scientifica non potrà mai essere completamente verificata, mentre invece
può essere totalmente falsificata. 3. Conclusione La nostra breve rassegna
delle posizioni degli epistemologi con- temporanei ha messo in luce come, anche
in questo nuovo settore della filosofia, la ragione umana non sia riuscita a
raggiungere una soluzione soddisfacente, su cui ci si possa trovare tutti
d'accordo. Anche nella filosofia della scienza si sono rinnovate le classiche
al- ternative: idealismo o realismo? razionalismo o positivismo? Nonostante la
persistente problematicità, il compito della filosofia è quello di non
arrestare mai il suo cammino di ricerca, ma di conti- nuare ad esprimere la
profonda esigenza dell'uomo di trovare una spiegazione radicale ed esauriente
ai suoi interrogativi. CONCETTI DA RITENERE — Epistemologia — Aspetto
connotativo; aspetto denotativo — Nozione di analogia; principio di
indeterminazione; criterio di falsifi- cabilità — Neopositivismo;
interpretazione metafisica; razionalismo scientifico SINTESI CONTENUTISTICA I.
IL PROBLEMA DELLA FILOSOFIA DELLA SCIENZA 1. Nel pensiero contemporaneo, sulla
scorta del positivismo di Comte, na- sce la filosofia della scienza, che si
interroga su: che cos'è la conoscenza scien- tifica? Qual è l’attività propria
dello scienziato? Di che natura sono le sue affer- mazioni? Che cosa egli
spiega? Qual è lo status logico delle leggi della scienza? 2. Nel tempo il
problema della scienza si è trasformato sia nell'aspetto connotativo
(significato del termine) sia nel campo denotativo (campo di ap- plicabilità).
3. Nel pensiero classico la scienza aveva per oggetto l'essenza delle cose
(Aristotele). Nel pensiero moderno l’oggetto divengono i rapporti costanti, le
leggi che legano i fenomeni tra loro (da Bacone a Newton). Nel pensiero con-
temporaneo si è ormai pervenuti alla convinzione che la scienza è una costru-
zione mentale dell'uomo per ordinare e semplificare i dati dell'esperienza
(Teil. hard de Chardin, Poincaré, ecc.). 4. Ne consegue un ridimensionamento
del valore del sapere scientifico a cui si attribuisce la nozione scolastica di
analogia, il principio di indetermina- zione di Heisenberg e il criterio di
falsicabilità. II. CLASSIFICAZIONE DELLE SCIENZE E NATURA DEL SAPERE
SCIENTIFICO SECONDO GLI EPISTEMOLOGI CONTEMPORANEI 1. Nel pensiero
contemporaneo si passa dalla visione statica della scienza alla visione
dinamica, probabilistica e relativistica. 48 2. All’inizio del ’900 le scienze
naturali si pongono come una forma singo- lare di conoscenza con
caratteristiche e limiti propri. 3. La filosofia della scienza nel nostro tempo
si orienta in tre direzioni: neopositivismo, interpretazione metafisica,
razionalismo scientifico: a) neopositivismo — distingue le scienze in
logico-matematiche (costituite da proposizioni analitiche o tautologiche) e in
sperimentali (il cui contenuto è verificabile empiricamente); b)
interpretazione metafisica — si configura in due orientamenti: 1) meta- fisica
realistica: la scienza, che ha il suo fondamento nella metafisica, è consi-
derata come scoperta progressiva della realtà (E. Meyerson); 2) metafisica
idealistica: la ricerca scientifica è automanifestazione dello spirito {A.S.
Ed- dington); c) razionalismo scientifico — preoccupato di chiarire il senso
dell’« opus rationale » che costituisce la scienza {G. Bachelard e Popper).
QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Che cosa è l’epistenwologia e a quali
interrogativi risponde? 2. Oggi in che cosa si differenzia l'epistemologia
dalla gnoseologia? 3. L’epistemologia a quali movimenti ha dato origine? . 4.
Nella cultura del nostro tempo quale rapporto intercorre tra scienza e
religione? 5. In che misura il secolo XX ha promosso un progetto uomo
finalizzato alla scienza? 6. Quale rapporto intercorre oggi tra scienza e
potere politico? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Epistemologia e scienze
umane, Massimo, Milano 1979. AA.Vv., Scienza e filosofia, Massimo, Milano 1980.
AcassI J., Epistemologia, metafisica e storia della scienza, Armando, Ro- ma
1978. 'ANTISERI D., Epistemologia e didattica, L.A.S., Roma 1976. BALDINI M.,
Epistemologia e storia della scienza, Città di Vita, Firenze 1974. BRAITHWAITE
R.B., La spiegazione scientifica, Feltrinelli, Milano 1966. FILIASI CARCANO P.,
Epistemologia delle scienze umane e rinnovamento filo- sofico, Bulzoni, Roma
1977. GEIMONAT L., /l pensiero scientifico, Garzanti, Milano 1954. HEMPEL C.G.,
Filosofia delle scienze naturali, Il Mulino, Bologna 1968. LecourT D., Per una
critica dell’epistemologia, De Donato, Bari 1973. NAGEL E., La struttura della
scienza, Feltrinelli, Milano 1968. PANNEMBERG W., Epistemologia e teologia,
Queriniana, Brescia 1975. PASQUINELLI A., Nuovi principi di epistemologia,
Feltrinelli, Milano 1974. Popper K.R., Logica della scoperta scientifica,
Einaudi, Torino 1970. VAN STEENBERGHEN F., Epistemologia generale, SEI, Torino,
1966. VERNEAUX R., E pistemologia generale, Paideia, Brescia 1967. 49 Il
linguaggio umano espressione della totalità della persona L’uomo-essere
parlante Capitolo quarto IL PROBLEMA LINGUISTICO (o filosofia del linguaggio)
QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Quale valore ha la comunicazione nella vita della
persona? Possiamo vivere senza comunicare? 2. Nella comunicazione quale posto
occupano la conoscenza e l’amore? 3. Esiste un rapporto tra parola, persona e
libertà? 1. Caratteri del linguaggio Il linguaggio è una proprietà primaria,
fondamentale dell’uomo, ed è inoltre una proprietà che lo caratterizza
nettamente nei con- fronti degli altri esseri di questo mondo, viventi e non
viventi. Anche gli animali sono dotati di una forma elementare di linguaggio,
ma possono servirsene solo come strumento di sopravvivenza, per segnalare agli
animali delia stessa specie situazioni di vitale impor- tanza, come presenza di
cibo, di pericolo, ecc. L'uomo, invece, adope- ra il linguaggio per scopi e nei
modi più svariati: come strumento di espressione di se stesso, dei propri
sentimenti, desideri, idee, per co- municare con gli altri, per descrivere le
cose, per domandare, per educare, per pregare, per cantare, come strumento di
lotta, di pro- paganda, di divertimento, ecc. « L'uomo — scrive Martin
Heidegger — parla sempre. Noi parliamo nella veglia e nel sonno. Parliamo sem-
pre, anche quando non proferiamo parola, ma ascoltiamo o leggia- mo, ci
dedichiamo ad un iavoro o ci perdiamo nell’ozio. In un modo o nell'altro
parliamo ininterrottamente. Parliamo perché il parlare ci è connaturato. Il
parlare non nasce da un particolare atto di volontà. Si dice che l’uomo è per
natura parlante, e vale per acqui- sito che l’uomo, a differenza della pianta e
dell'animale, è l'essere vivente capace di parole. Dicendo questo non si
intende affermare soltanto che l’uomo possiede, accanto ad altre capacità,
anche quella del parlare. Si intende dire che proprio il linguaggio fa
dell’uomo quell’essere vivente che egli è in quanto uomo ». Il linguaggio
costituisce un problema per i cultori di molte di- scipline: per lo storico che
cerca di conoscerne l'origine e lo svi- luppo, per il fisiologo che studia gli
organismi interessati alla emis- sione dei suoni, per lo psicologo che esamina
l'incidenza del lin- ! M. HEIDEGGER, In cammino verso il linguaggio, Mursia,
Milano 1973, p. 27. 50 guaggio sulla sfera del conscio e dell'inconscio, per il
logico che stu- dia il linguaggio in vista di rimuovere da esso oscurità e ambiguità
e promuovere una sua intrinseca chiarificazione, per il critico lette- rario
che esamina lo stile che gli scrittori imprimono al linguaggio, per il
sociologo che si interessa all’influsso del linguaggio sui movi- menti sociali,
sulle dottrine, gli ideali, gli usi, i costumi di una società, ecc. Per il
filosofo il linguaggio fa problema quanto all'origine, alla natura, alla
funzione e al valore. Sono questi i punti della problema- tica linguistica che
prenderemo in esame nel presente capitolo e a questo scopo sarà opportuno
chiarire il significato di alcuni termini e di alcune distinzioni. Anzitutto lo
stesso termine linguaggio. Secondo una definizione molto comune « per
linguaggio si intende ogni sistema di segni che può servire come mezzo di comunicazione
» Esso comporta, quindi, una struttura essenzialmente intenzionale. In effetti
il linguaggio vuole segnalare intenzioni, idee, sentimenti, cose, ecc. Si può
dire a buon diritto che il linguaggio è lo strumento ideale della intenziona-
lità essenziale dell'uomo, che è un essere aperto e in continuo movi- mento,
orientato verso tutta la realtà che lo circonda e sovrasta. Tale apertura
dispone alla comunicazione, e la comunicazione si ef- fettua principalmente
mediante il linguaggio. Altri termini che ricorrono spesso nel discorso
linguistico sono lingua, parola, significante, significato. Diversamente dal
linguaggio, il quale indica la funzione generale delia comunicazione, ia lingua
significa il sistema linguistico usato da una determinata società (lingua
latina, italiana, greca, russa, da- nese, inglese, ecc.). La lingua, pci, viene
distinta a sua volta dalla parola. La lingua è il sistema sovraindividuale di
segni grazie ai quali gli uomini pos- sono comunicare tra di loro: il sistema
secondo le regole stabilite dalla grammatica e dalla sintassi e secondo i
significati generali regi- strati nel dizionario. La parola, invece, è la
forina concreta ed indi- viduale assunta dal sistema, secondo i’uso di una
determinata per- sona, secondo i significati personali, soggettivi, emotivi da
essa voluti. Abbiamo infine i termini significante e significato. Il
significante indica una realtà come essa è denotata e strutturata dal
linguaggio, mentre il significato indica il modo sempre parziale e storico in
cui la lingua parlata attualizza il significante. Per esempio « padre » è un
significante che ha il proprio senso grazie alle relazioni all’interno della
costellazione familiare. Il significato rappresenta l'attuazione di questo
significante in un determinato discorso e in una cultura determinata. ? A.
LALANDE, Dizionario critico di filosofia, ISEDI, Milano 1971, p. 478. 51
Origine, natura, funzione e valore del linguaggio La lingua come sistema
linguistico di una società Significante e significato: denotazione di una
realtà e sua attualizzazione storica Linguaggio: origine naturale o origine
convenzionale? La teoria evolutiva è la tesi odierna: onomatopea — caso —
convenzione Preminenza di parole onomatopeiche nelle lingue europee 2. Origine
del linguaggio Sulla questione dell'origine del linguaggio le soluzioni
possibili, in definitiva, sono due: o il linguaggio è stato ricevuto (dalla
natura oppure da Dio), o è stato inventato dall'uomo (imitando la natura oppure
in un modo affatto convenzionale). Entrambe le soluzioni hanno incontrato il
favore di numerosi sostenitori sia nell'antichità sia ai nostri giorni. Mentre
però la prima soluzione era largamente seguita nel passato, oggi trova pochi
sostenitori. Secondo Humboldt, il linguaggio non può essere stato inventato
dall'uomo stesso, perché « l’uomo è uomo soltanto mediante il lin- guaggio,
ora, per inventare il linguaggio, egli dovrebbe essere già uomo ». Oggi, però,
la tesi più comune è che il linguaggio abbia avuto origine per evoluzione. Ma
ci sono modi diversi di interpretare que- sto evento. Alcuni ritengono che
l'evoluzione sia stata determinata dall'’onomatopea; altri invece assegnano la
parte principale al caso e alla convenzione. La teoria che il linguaggio nasce
formando suoni onomatopeici (ossia imitando suoni già esistenti in natura, per
esempio, il sibilo del vento, il mormorio dell’acqua, il canto degli uccelli,
ecc.) era già stata ventilata dagli stoici e più tardi da Leibniz, ma fu
proposta per la prima volta in modo scientifico solo da Herder, il quale già
nella sua tesi di laurea affermava: « Il primo vocabolario è costituito da
suoni raccolti da ogni parte del mondo. Da ogni natura emettente un suono si
ricava il suo nome: l’anima umana si vale di tali suoni quali segni per
indicare le cose ».* Recentemente la tesi dello Herder è stata ribadita con
dovizia di argomenti dal Bruni. Secondo questo studioso, « la tesi dell'origine
naturale del linguaggio, mediante l’onomatopea, è l’unica scientifica- mente
sostenibile ».5 « I glottologi e gli psicologi, che ritengono il linguaggio di
origine naturale, hanno sempre pensato che l’onoma- topea sia stata la madre
più feconda delle parole. Il Renan affermò che nelle lingue semitiche, e
specialmente nell'ebraico, la formazione della onomatopea è sensibilissima per
un grande numero di radici, e soprattutto per quelle che hanno un carattere
spiccato di antichità e di monosillabismo » Del parere del Bruni è anche il
Merlo. Questi afferma che « le prime parole create dall'uomo furono certo
onomatopeiche, imitative dei suoni risonanti al nostro orecchio; onomatopeiche
sono le prime parole che il bambino crea e che poi presto dimentica per le
eredi- tarie. Il lessico delle lingue europee è pieno di parole onomatopei- }
W. von HuMmBOLDT, Ueber das vergleichende Sprachstudium, par. 2. ER CIUO H.
ARENS, Sprachwissenschaft, K. Alber Verlag, Friburgo-Monaco » P. IUS. 5 F.
BRUNI, L'origine del Linguaggio, Studium, Roma 1958, pp. 6-7.. * Ivi, p. 7. 52
che; molte ne conosce di sue proprie il lessico della lingua latina; e perché
alle ereditarie non sarebbero venute ad aggiungersene altre, e molte altre, in
età latina tarda, e nelle singole lingue romanze? ».’ Secondo moltissimi
studiosi il linguaggio ha origine convenzio- nale. È l’homo sapiens che
escogita certi suoni per espletare deter- minate operazioni. A questa teoria ha
dato espressione autorevole il Wittgenstein nelle sue Philosophical
Investigatiovs. In quest'ope- ra egli sostiene che l'assegnazione di nomi alle
cose è arbitraria così come è arbitrario l'accordo sulle regole per fare un
determinato gioco. Il linguaggio stesso è concepito dal Wittgenstein come un
gioco (Sprachspiel). Come esempio del formarsi del gioco linguistico
Wittgenstein cita il caso dell'accordo che si stabilisce tra un muratore e un
manovale a riguardo di un certo arnese. « Supponi che un arnese adoperato da un
muratore per costruire porti un certo segno, un'etichetta. Quando il muratore
mostra al ma- novale il segno (l'etichetta), il manovale gli porta l’arnese che
porta quel segno. È press'a poco in questo modo che un nome significa e viene
assegnato ad una cosa. Si rivelerà assai utile in filosofia ripe- tersi di
tanto in tanto che denominare è una operazione simile al- l’affibbiare
un'etichetta ad una cosa ».? A nostro giudizio queste due tesi sull'origine del
linguaggio non sono necessariamente contraddittorie, ma si possono integrare
vi- cendevolmente. Dando per certo che il linguaggio è un'invenzione dell’uomo
e non un dono della natura o di un essere superiore, ci pare che questa
invenzione abbia avuto luogo inizialmente mediante l'imitazione dei suoni
emessi dagli animali e dalle cose. Così, per designare il cane, si ripete il
verso del cane; per designare il lupo, si ripete il verso del lupo; per
designare il vento, si ripete il rumore del vento, e così per tante altre cose.
Questa origine prima del linguaggio è confermata dalla larga quantità di suoni
onomatopeici presenti in tutte le lingue. Ed è pure confermata dal modo con cui
il bambino apprende a parla- re, imitando i suoni che sente dalla mamma. Su
questa base onomatopeica l’uomo ha in seguito manovrato con libertà e
genialità, escogitando suoni nuovi, oppure combinando in maniera diversa suoni
vecchi (per es., automobile, televisione, ae- roplano, ecc.). Per questo motivo
gran parte del linguaggio attual- mente in uso ha origine convenzionale. 3.
Condizioni essenziali del linguaggio Il linguaggio presuppone tre condizioni
essenziali, tre costanti o componenti assolute: ? Citato in ivi, p. 8. * L.
WITTGENSTEIN, Philosophical Investigations, n. 15. 53 L’“homo sapiens” e
l'origine convenzionale: la teoria di Wittgenstein Integrazione tra naturalismo
e convenzionalismo Tre condizioni essenziali del linguaggio: soggetto, oggetto,
interlocutore Divisione dicotomica: conoscenza et esistenza — soggetto che
parla (e si esprime parlando); ; — oggetto di cui si parla (e si rappresenta
mediante la parola); — interlocutore a cui si parla e al quale si vuole dare
una comu- nicazione parlando. « È chiaro che ci sono tre elementi in gioco: il
parlante, l’ascol- tante o gli ascoltatori, e la comunicazione che si
stabilisce tra loro. Un noto psicologo ha riassunto questo triplice aspetto del
linguaggio in una chiara formula: dal punto di vista del parlante, l'atto
lingui- stico è un sintomo, un'indicazione di ciò ch'egli ha in mente; dal
punto di vista dell’ascoltatore è un segnale, che lo stimola ad una de-
terminata azione; dal punto di vista della comunicazione è un sim- bolo, un
segno cioè che sta per qualsiasi cosa il parlante intenda trasmettere ».° A
ragione, quindi, il Macquarrie afferma che il linguaggio è un complesso di
relazioni fondate su tre termini: «i tre termini sono ovviamente la persona che
dice qualcosa, la materia di cui si parla e la persona o le persone alle quali
si parla... È il linguaggio che fa da intermediario per la relazione triadica,
anzi è esso che la costi- tuisce ».!° 4. Funzioni e valore del linguaggio iFino
a qualche anno fa si soleva presentare una divisione dico- tomica delie
funzioni del linguaggio. Vi si distinguevano, da una parte, una funzione
descrittiva o conoscitiva o denotativa o rappre- sentativa o simbolica, e,
dall'altra, una funzione emotiva, esisten- ziale o personale. Così
Ogden-Richards, Carnap, Ayer, Stevenson, e altri. Ultimamente però sono
diventati sempre più numerosi gli autori che propongono una divisione
tricotomica, aggiungendo alie due funzioni precederti quella comunicativa o
intersoggettiva. Sono di questo parere Schbkel, Polanyi, Barbotin, Ullmann e
vari altri stu- diosi. Noi troviamo quest'ultima divisione più giustificata
della prima, in quanto essa risulta dalle ire componenti essenziali costitutive
del linguaggio, che abbiamo visto essere ii soggetto che parla, ciò di cui si
parla e ia persona alla quale si parla. Iì linguaggio esercita una funzione
diversa rispetto alle sue tre componenti: — ha una funzione rappresentativa o
descrittiva o denotativa ‘nei confronti dell'oggetto; — ha una funzione
espressiva o esistenziale o emotiva nei con- fronti del soggétto; ? S. ULLMANN,
La semantica, Il Mulino, Bologna 1966, p. 27. * J. MACQUARRIE, Ha senso parlare
di Dio?, Borla, Torino 1969, pp. 66-67. 54 — ha una funzione comunicativa o
intersoggettiva nei confronti della persona cui si dirige il discorso. In
connessione con la questione delle funzioni dei linguaggio si affaccia anche la
questione del suo valore, la quale, fra tutte le que- stioni concernenti il
linguaggio è quella oggi più assiduamente e vi- vacemente dibattuta. Se ne
occupano tutti i filosofi (sia gli esistenzia- listi che gli strutturalisti,
sia i neopositivisti che gli ermeneuti, sia i tomisti che i marxisti) e anche i
teologi e gli scienziati. ‘Le soluzioni di questa questione sono molte e assai
disparate. C'è chi assegna al linguaggio un valore puramente strumentale.
Questa è la soluzione tradizionale, tuttora largamente condivisa dai
neopositivisti, dagli analisti, dai tomisti, dai marxisti, e da tanti altri.
C'è invece chi gli assegna un valore fondamentale, di ordine esistenziale. 4.
Funzione descrittiva Una folta corrente filosofica del nostro tempo, la
corrente neo- positivistica e analitica ha riconosciuto valore conoscitivo alla
fun- zione denotativa (descrittiva, conoscitiva, oggettiva) e ha proscritto
come insignificanti e prive di senso le altre funzioni. Secondo tale corrente, solo
la funzione denotativa abilita l'uomo a raggiungere e a trasmettere la verità.
Questa funzione è svolta in modo eccellente dal linguaggio scientifico, il
quale è dotato della massima chiarezza, precisione e oggettività. Qualsiasi
altro linguaggio acquista più o me- no valore nella misura in cui si conforma
al linguaggio scientifico. La ragione dell'eccellenza di quest'ultimo sta nella
semplicità del suo criterio di significazione, che è la verifica sperimentale,
il quale prescrive di riconoscere significato descrittivo soltanto a quelle
pro- posizioni che sono traducibili in una catena di dati sensitivi. La teoria
dei neopositivisti e degli analisti inglesi ha suscitato fortissime reazioni da
parte di filosofi di tutte le scuole, i quali han- no potuto provarne
l'infondatezza appellandosi a vari argomenti, di cui i principali sono i
seguenti: a) ilcriterio della verifica sperimentale è un postulato metafisico
privo di qualsiasi fondamento, è una proposizione metafisica sensa- zionale che
si squalifica da sola perché è inverificabile." " Ecco alcune
critiche radicali al principio della verifica sperimentale. «Il principio di
verifica sperimentale significa ridurre all’assurdità sia la conoscenza che il
significato... Perché l'intenzione di riferire al trascendente l'esperienza
immediata è l'essenza della conoscenza e del significato ». (C.I. LEVIS « Experience and
Meaning », in Readings in Philosophical Analysis, P. . «Il principio della verifica è una dichiarazione
metafisica e, perciò, il positivismo logico deve essere considerato senza
significato ». (JoAD, A critique of Logical Positivism, p. 11). « Il principio
di verificabilità è una dichiarazione metafisica ‘sensazio- nale’ ». (J.
WIspom, Philosophy and psychoanalysis, Oxford 1953, p. 245). Cfr. anche: A.C.
EwING, « Meaninglessness », in Mind 1937; MACQUERRIE, Ha senso parlare di Di0?,
cit. 55 Il vaiore del linguaggio: strumentale, esistenziale Neopositivismo: valore
conoscitivo e funzione denotativa Posizioni critiche al neopositivismo Funzione
espressiva e funzione comunicativa b) la preferenza per il linguaggio
scientifico è del tutto ingiusti- ficata, perché ci sono molti altri linguaggi
che per la esistenza uma- na sono altrettanto importanti quanto quello
scientifico, per es., il linguaggio ordinario, il linguaggio etico, il
linguaggio artistico, il linguaggio poetico, il linguaggio mistico." c) la
preferenza per la funzione descrittiva o conoscitiva del lin- guaggio è la
conseguenza di una tradizione intellettualistica e razio- nalistica che è stata
estremamente dannosa perché ha creato un'im- magine distorta e depauperata
dell'uomo.”* 4.2 Funzione comunicativa Da questi argomenti risulta che non si
può ascrivere valore sol- tanto alla funzione conoscitiva ma si deve
riconoscere anche l’im- portanza fondamentale che hanno le altre funzioni, sia
quella espres- siva, che quella comunicativa. Del resto è abbastanza facile
rilevare che il linguaggio umano non ha soltanto e neppure principalmente
valore a causa della sua fun- zione conoscitiva (descrittiva o denotativa). La
sua funzione princi- pale è infatti comunicativa e la comunicazione, in
moltissimi casi, non intende affatto offrire descrizione di oggetti, cose,
fenomeni, leggi della natura, ma affetti, sentimenti, desideri, comandi. È
soprattutto su questo punto che gli studi più recenti hanno gettato nuova luce.
Qui ci limiteremo a riferire alcuni risultati ac- quisiti dal Barbotin nel suo
saggio, profondo, ricco e illuminante, Humanité de l'homme. In quest'opera egli
mette in evidenza il valore comunicativo esistenziale e prassistico del
linguaggio. Il linguaggio è lo strumento privilegiato della‘comunicazione,
nonché della pre- senza e della socialità. L'uomo, diversamente dalle cose che
sono chiuse in e su se stesse, è aperto, si vuole dare agli altri e dagli altri
vuole ricevere; si vuole rendere presente... La parola trasforma la nostra
presenza puramente fisica e passiva — semplice giustapposizione nello spazio —
in presenza attiva che ci impegna reciprocamente. «Io sono presente a me stesso
nella misura in cui sono fuori di me, in un movimento di donazione che mi rende
libero. La parola, per la precisione, è donatrice; al di là dei propositi, essa
mira allo scambio dei due « Io »; nella preghiera mi dono, mi consegno a Dio,
mi getto nelle sue mani »." Questo potere esistenziale della parola,
questo potere di renderci presenti agli altri, e gli altri a noi stessi è stato
meravigliosamente rafforzato dalle moderne scoperte della radio, del telefono,
dei re- !? Cfr. H.G. GADAMER, « Che cos'è la verità », Rivista di filosofia,
1956, pp. 257-260. ) ! Cfr. ivi, pp. 253 ss.; P. RICOEUR, Finitudine e colpa,
Il Mulino, Bologna 1970 4 E, BARBOTIN, Humanité de l'homme, cit., p. 139. 56
gistratori, ecc. Riuscire, oggi, a registrare le voci di persone che ci sono
care, oppure di personaggi importanti modifica sensibilmente il salto, l'abisso
della morte e i nostri rapporti con i defunti: poter risentire la loro voce ci
dà la sensazione che la morte non abbia operato una separazione completa tra
noi e loro. La funzione fondamentale del linguaggio è quindi quella della
comunicazione. Tuttavia dobbiamo dolorosamente constatare che è una
comunicazione che il linguaggio non ci consente mai di realiz- zare pienamente.
« La parola scambiata, dice bene Barbotin, mette in comunicazione due persone
tra di loro, essa risveglia, mantiene e consacra l'apertura reciproca; ma allo
stesso tempo conserva qual- cosa di inesprimibile. E questo non è dovuto alla
doppiezza, bensì alla ineffabilità della persona, delle sue intenzioni, della
sua libertà: la parola lascia filtrare qualche raggio, ma ne conserva, per
forza, se- greto il focolare. Sempre ineguale rispetto a ciò che manifesta, la
parola è di conseguenza necessariamente molteplice — se fosse perfetta sarebbe
invece unica — e provoca nell'interlocutore interro- gativi a non finire; essa
esaudisce lo spirito, ma non lo sazia mai ».! Che il linguaggio abbia aspetti
ambigui è cosa evidente ed è stata ripetutamente rimarcata già dai filosofi
dell'antichità, in par- ticolare da Platone, Aristotele e Agostino. Esso è
strumento di for- mazione (educazione), ma si presta anche molto facilmente
alla de- formazione e alla corruzione, come rileva Socrate contro i Sofisti. In
un capitolo celebre di Sein und Zeit Heidegger ha mostrato come l’inautenticità
degli individui è dovuta soprattutto al linguaggio: la maggior parte degli
uomini non pensa da sé, non giudica con la pro- pria testa, non decide per
proprio conto: ma pensa giudica decide, ecc. secondo quanto sente dire dagli
altri. 4.3 Funzione e valore esistenziale Il linguaggio è importante non
soltanto per la funzione descrittiva e comunicativa, ma anche per la funzione
esistenziale. Esso infatti oltre che a descrivere oggetti e a comunicare
sentimenti serve anche a testimoniare agli altri e a noi stessi la nostra
esistenza. Suppo- niamo, per es., che uno si sia smarrito in una foresta oppure
su una montagna. A chi scrive capitò una volta scalando il Monte Rosa. Eravamo
a quota 3.000 e, alle dieci di sera, non eravamo ancora giunti al rifugio
Quintino Sella. Era buio fitto e ad un certo punto avevamo completamente
smarrito la pista. Allora abbiamo comin- ciato a gridare con la speranza che
qualcuno dal rifugio ci sentisse e ci fornisse qualche elemento per orientarci.
In effetti fu così. Da sopra ci risposero alcune voci d'uomo. Esse bastarono da
sole a li- berarci dall'angoscia e a restituirci fiducia in noi stessi e padro-
4 E. BARBOTIN, op. cit., p. 141. Sui limiti del linguaggio vedi anche G.
GuSsDORF, Filosofia del linguaggio, Città Nuova, Roma, pp. 78-92. 4 M.
HEIDEGGER, Essere e tempo, Longanesi, Milano, pp. 140 ss. 57 La funzione
fondamentale della comunicazione Parola e determinazione dell’esistenza La
densità esistenziale del nome Funzione del nome nanza della montagna. Quelle
voci improvvise invasero tutto lo ssa- zio che stava intorno, conquistarone il
mondo silenzioso delie cose e lo trasformarono conferendogli un nuovo
significato. Così avvenne che un universo senza voci in cui ci trovavamo
smarriti, divenne un universo in cui l'uomo parla. Certo lo smarrimento non
avviene soltanto là dove l'uomo non parla; in certi casi ciò accade anche in
luoghi dove sono troppi co- loro che parlano, facendo fracasso e confusione.
Eppure anche in questi casi, è di nuovo una voce, una voce familiare che ci
rassicura della nostra esistenza. Si pensi al caso di un bambino che si smar-
risce in mezzo alla folla... Basta che ad un certo punto senta la voce del
babbo o della mamma che lo chiama da lontano perché riacquisti la serenità e la
pace. Dunque la parola testimonia la mia esistenza a me stesso e agli altri. E
non si tratia di una testimonianza vaga, indeterminata, gene- rica, ma
determinata, precisa e qualificata. Infatti quando sono adi- rato adopero un
particolare tono di voce ed un certo tipo di lin- guaggio, che sono del tutto
diversi da quelli che uso quando insegno oppure quando prego. Fare
corrispondere perfettamente un certo linguaggio con i vari modi di essere dei
loro personaggi è una spe- cialità degli attori. Ma ciò che questi ultimi sono
in grado di fare per molti personaggi, noi lo facciamo tutti i giorni per quel
perso- naggio singolare che ciascuno di noi è naturalmente. La parola acquista
densità esistenziale soprattutto attraverso il nome. Avere un nome significa
possedere un'esistenza. Ma a causa della pubblicità del nome, per mezzo di esso
anche ia mia esistenza acquista una certa pubblicità. Lo nota bene il Barbotin
guando scri- ve: « Il nome è la parola che mi rivela, mi esprime agli altri,
aprendo loro l’accesso al mio essere. Io non esisto veramente che per coloro
che conoscono il mio nome; l'anonimato, l’incognito sono alibi che aggiungono
ai vantaggi della presenza fisica in un determinato luogo il beneficio di una
certa “assenza sociale”. [...] Però, se il mio nome mi esprime agli altri, allo
stesso tempo esso mi consegna a loro, mi mette in loro potere. Dichiarando il
mio nome, io rinuncio a parte della mia autonomia; ormai gli altri mi dominano
e mi posseg- gono. La prima preoccupazione del direttore di un internato non è
forse quella di imparare il nome dei suoi ragazzi per controllare le iniziative
e mantenere la disciplina? I servizi di polizia non svolgono un'attività vigile
per conoscere i nomi e i molteplici soprannomi delle persone sospette e, in tal
modo, poter controllare i loro movi- menti? ».!” . Sta di fatto che il nome fa
sempre da sostegno alla propria pre- senza. Ovunque il nome di una persona è
conosciuto, pronunciato, ricordato, ha luogo la sua presenza intenzionale
presso gli altri, e soddisfa in qualche modo quel desiderio di ubiquità che è
insito " E. BARBOTIN, Op. cit., p. 155. 58 in ogni uomo. Ma oltre che a
superare i limiti dello spazio, il nome ci consente anche di scavalcare i
confini del tempo: la nostra presenza continua a perdurare anche dopo la morte,
fintanto che il ricordo del nostro nome permane vivo. Questo spiega il
desiderio che noi tutti abbiamo perché il nostro nome sia famoso, acquisti notorietà:
è il nostro modo di conquistare un'illusione di eternità. 5. Rapporto del
linguaggio con. il pensiero, con le cose e con gli interlocutori Passiamo ora a
considerare la questione del valore del linguag- gio dall'altro punto di vista:
quello dei suoi rapporti col pensiero, con le cose e con i due interlocutori.
Al linguaggio si assegna valore diverso a seconda del modo di- verso di come
viene concepito questo rapporto. C'è chi si preoccupa esclusivamente del
pensiero; altri invece si preoccupa soltanto degli interlocutori. Nell’analisi
linguistica la preoccupazione è centrata sulle cose; nell’esistenzialismo è
centrata sul soggetto pensante; nell'ermeneutica, nel personalismo e nello
strutturalismo è centrata sugli interlocutori. In tutti i tre casi si danno
però due alternative (e qualche volta anche tre). Per il rapporto
pensiero-linguaggio, la soluzione comune è di vedere nel linguaggio uno
strumento subordinato e secondario del pensiero. Oggi gli strutturalisti e gli
ermeneuti tendono a sovvertire questo rapporto e a mettere il pensiero al
servizio e alle dipendenze del linguaggio. La tesi di questi ultimi non può
essere pienamente accolta, perché tutti abbiamo esperienza di pensieri per i
quali non riusciamo a trovare le parole adatte per esprimerci. Tuttavia è una
tesi che contiene della verità, in quanto tra pensiero e linguaggio intercorre
un rapporto assai profondo. Con un linguaggio nitido an- che il pensiero
guadagna in chiarezza e precisione.! Anche per quanto concerne i rapporti tra
linguaggio ed essere ci sono due opposte tendenze. Generalmente al linguaggio
si rico- nosce valore semantico, indicativo, segnalatore dell'essere. Oggi
strutturalisti ed ermeneuti vogliono ascrivere al linguaggio una den- sità
ontologica molto più profonda: l’essere trova la sua manifesta- zione nel
linguaggio; soprattutto l'essere dell’uomo ha il suo soste- gno, il suo modello
nel linguaggio. Anche a questo proposito ci pare di non poter accogliere la
secon- da tesi integralmente perché, se seguita fino in fondo, essa sfocia
inevitabilmente in una nuova forma di idealismo; tuttavia è una tesi ! Ivi, pp.
133-144, 59 Il rapporto linguaggio-pensiero La subordinazione del linguaggio al
pensiero Linguaggio e intersoggettività: due tesi opposte che contiene anche un
importante nucleo di verità: essa esprime il carattere storice e creativo
dell’uomo.! Quanto al terzo tipo di rapporti, quelli fra linguaggio ed interlo-
cutori, si danno anche qui due tesi opposte: una che afferma il valore capitale
del linguaggio per l’intersoggettività, valore tanto più grande in quanto oggi
si vede nell'uomo un essere essenzial- mente intersoggettivo; oggi la persona
umana non è intesa in chiave egocentrica, cartesiana, ma in chiave sociale.
L'altra tesi assegna uno scarso valore intersoggettivo al linguaggio, in quanto
muove da una concezione egocentrica, angelicata dell’uomo. Noi riteniamo che il
linguaggio abbia effettivamente importanza capitale per la funzione
intersoggettiva. Tale importanza risulta da quanto è stato detto in precedenza sulla
funzione comunicativa del linguaggio. Ma essa risulterà ancor più evidente in
seguito, quando ci occuperemo del problema politico e sociale e vedremo che il
lin- guaggio costituisce il mezzo necessario, principale ed ideale per rea-
lizzare la socievolezza umana. CONCETTI DA RITENERE — Linguaggio; lingua;
parola — Significato; significante — Origine naturale, convenzionale,
evolutiva; onomatopea — Soggetto; oggetto; interlocutore — Sintomo; segnale;
simbolo — Funzione descrittiva, emotiva, comunicativa SINTESI CONTENUTISTICA I.
CARATTERI DEL LINGUAGGIO 1. Proprietà primaria e fondamentale dell'uomo che lo
distingue dagli altri esseri viventi per l’uso che ne fa, in ordine a scopi e
modi diversi. 2. Il linguaggio è uno degli elementi che costituisce l'uomo in
quanto uomo. Esso ha una struttura intenzionale che lo fa mezzo della
comunicazione degli uomini tra loro. 3. Esiste una distinzione tra linguaggio
(funzione generale della comuni. cazione), lingua (sistema linguistico usato da
una determinata società) e parola (forma concreta e individuale assunta dal
sistema linguistico). Differenza tra i termini significante e significato: il
primo indica una realtà come è denotata dal linguaggio; il secondo indica il
modo parziale e storico in cui la lingua parlata attualizza il significante.
II. ORIGINE DEL LINGUAGGIO . Tre ipotesi: origine naturale (tesi ormai
abbandonata); origine conven- zionale; origine evolutiva (tesi più comune
oggi). La prima ipotesi annovera tra i suoi sostenitori Humboldt, Herder, Bruni
e Merlo che attribuiscono al- 4 Cfr. I. MANCINI, Linguaggio e salvezza, Vita e
Pensiero, Milano 1964, pp. 14 ss. 60 l'onomatopea la maternità delle parole. La
seconda è autorevolmente espressa da Wittgenstein: il linguaggio è un gioco di
cui l’uomo ha stabilito le regole. Come terza ipotesi si può dire che oggi
l’azione creativa e libera dell’uomo sul- l'’onomatopea ha prodotto un
linguaggio convenzionale che può essere chiamato evolutivo. III. CONDIZIONI
TRASCENDENTALI DEL LINGUAGGIO 1. I trascendentali o costanti del linguaggio
sono: — il soggetto che parla — l'oggetto di cui si parla — l'interlocutore a
cui si parla 2. L'atto linguistico dal punto di vista: del soggetto è un
sintomo, dell'og- getto è un segnale, dell'interlocutore è un simbolo. Il
linguaggio è l'intermediario di una relazione triadica. IV. FUNZIONE E VALORE
DEL LINGUAGGIO Si sono delineate tre connotazioni delle funzioni del
linguaggio: a) la fun- zione descrittiva (o conoscitiva, denotativa,
rappresentativa, simbolica); b) la funzione emotiva (o esistenziale,
personale); c) la funzione comunicativa o intersoggettiva. V. RAPPORTI DEL
LINGUAGGIO COL PENSIERO, CON LE COSE E CON GLI ‘INTERLOCUTORI (Al linguaggio si
assegna valore diverso in relazione al rapporto nel quale viene colto: —
rapporto pensiero-linguaggio: il linguaggio è uno strumento subordi- nato e
secondario del pensiero; — rapporto pensiero-cosa: a) in genere si attribuisce
al linguaggio un va- lore semantico; b) oggi strutturalisti e ermeneuti
considerano il linguaggio una manifestazione dell'essere; — rapporto
linguaggio-interlocutore: a) importanza fondamentale del lin- guaggio per
l'essere umano inteso come essere intersoggettivo; b) scarsa im- portanza del
linguaggio per l'essere umano inteso in senso egocentrico. QUESTIONARIO DI
VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Quali delle diverse forme del linguaggio umano
sembrano predominare nella nostra cultura? 2. In quale misura il linguaggio
identifica l’uomo come essere di relazione? 3. Che cosa si intende per
linguaggio, lingua, parola, significante, signi. ficato? 4. Quali sono le
principali teorie sull'origine del linguaggio? 5. Quali sono gli elementi
costitutivi, essenziali, trascendentali del lin- guaggio? ! 6. Quali sono le
principali funzioni del linguaggio? 7. Quale rapporto è possibile stabilire tra
linguaggio e concezione del- l'uomo? 8. Che rapporto intercorre tra pensiero,
linguaggio e cose? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI ANTISERI D., La filosofia del
iinguaggio, Morcelliana, Brescia 1973. BENVENISTE E., Problemi di linguistica
generale, Il Saggiatore, Milano 1971. BERRUTO G., Nozioni di linguistica
generale, Liguori, Napoli 1976. 61 BRuNI F., L'origine dei linguaggio, Studium,
Roma 1958. CASTELFRANCHI C.-PARISI D., Linguaggio, conoscenza e scopi, Il
Mulino, Bo- logna 1980. CoRrRapI-FIUMARA-GEMMA, Funzione simbolica e filosofia
del linguaggio, Bo- ringhieri, Torino 1980. Guspore G., La filosofia del
linguaggio, Città Nuova, Roma 1970. GALIMBERTI U., Linguaggio e civiltà,
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Milano 1973. HEILMANN C., Corso di linguistica teorica, Celuc Libri, Milano.
Linsky L., Semantica e filosofia del linguaggio, Mondadori, Milano 1969. Lyons
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B., Il linguaggio teologico, Paoline, Roma 1978. PracET J., Lo strutturalismo,
Il Saggiatore, Milano 1968. RoBINS R.H., Storia della linguistica, Il Mulino,
Bologna 1971. ULLMANN S., La semantica, Il Mulino, Bologna 1966. WARTBURG
WALTER VON-ULMANN S., Problemi e metodi della linguistica, Il Mulino, Bologna.
62 Capitolo quinto IL PROBLEMA COSMOLOGICO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Il
mondo ha un'origine e uno scopo? Quali? 2. È possibile individuare la struttura
dell'universo? In quale imaniera? ‘i. Problematicità dell’universo L'universo è
una realtà problematica sotto molteplici aspetti: la sua origine, i suoi
elementi costitutivi fondamentali, la sua durata, il suo fine ultimo. La branca
del sapere che si occupa della costitu- zione dell'universo per definirne la
forma e le leggi che lo gover- mano, viene denominata cosmologia {dal greco
kosmos,! che significa ordine, mondo e logos = discorso); quanto riguarda la
sua origine e il suo fine ultimo viene invece studiato dall'ontologia e dalla
tsleologia. i Intorno all'universo e in ordine alla soluzione dei suddetti pro-
blemi si può fare un duplice discorso, scientifico e filosofico. Nel primo caso
si propone una descrizione dei fenomeni, specialmente nelle loro relazioni
d'insieme e nel loro divenire, interpretandoli se- condo criteri logici,
tendenti a stabilire tra loro un ordine, una struttura, una legge di
conservazione e di evoluzione. Nel secondo si presenta un’interpretazione
generale dei fenomeni dell'universo, nella loro natura essenziale, nelle loro
proprietà, nel loro ultimo fondamento. Questa distinzione tra discorso
scientifico e filosofico è una con- quista piuttosto recente del pensiero
umano. Essa è divenuta possi- bile soltanto col sorgere delle scienze
sperimentali, vale a dire du- rante il secolo XVII. Prima si consideravano le
ricerche dei metafisici e gli studi degli astronomi e dei fisici come facenti
parte d'una unica grande disciplina, la filosofia. ‘ Il termine kosmos ìn greco
indica ìn senso proprio l'armonia universale regolata da leggi precise e inviolabili.
Contrapposto al termine kaos, che nella mentalità dei Greci era espressione non
solo di disordine indifferenziato, ma anche di tutto ciò che contiene in sé la
forza del negativo, il kosmos rap- presentava per gli antichi tutto ciò che è
positivamente conforme alla volontà degli dèi e che è pertanto vita e bene. 63
La cosmologia studia la costituzione dell’universo {forma e leggi) Discorso
scientifico e discorso filosofico Una soluzione mitica ai primi interrogativi
sul cosmo Il problema dell’uno e del molteplice in Talete 2. La cosmologia nel
pensiero occidentale Il problema cosmologico è uno dei primi che la mente umana
si sia posto. Appena ha acquisito il potere di riflettere, l'uomo ha cominciato
ad interrogarsi sull'origine delle cose: qual è la loro causa ultima? e in che
modo tale causa ha prodotto tutto il comples- so sistema dell'universo? Qual è
il costitutivo fondamentale del mondo? A questi interrogativi gli uomini hanno
cercato di dare una ri- sposta molto tempo prima di scoprire gli strumenti
logici di ricer- ca propri della filosofia, servendosi degli strumenti
espressivi del mito. Documenti preziosi di alcune spiegazioni cosmologiche di
caratte- re mitico sono i poemi di Omero e Esiodo. Nelle loro opere l’uni-
verso è considerato come una grande città, di cui fanno parte oltre gli uomini
anche gli dei. Come la città così l'universo sta sotto il governo di un grande
monarca. Tutto ciò che accade nel mondo è opera sua e degli altri dei; tutti i
fenomeni naturali sono promossi dai numi: i tuoni e i fulmini sono scagliati
dall'alto da Zeus, i flutti del mare sono sollevati dal tridente di Poseidone,
i venti sono so- spinti da Eolo, e così di seguito. Nella sua Teogonia Esiodo
ha fissato con precisione il quadro cosmico, entro cui in seguito si muo- verà
la spiegazione cosmologica dei filosofi. Secondo la spiegazione esiodea della
genesi dell'universo, dapprima si generò il Caos, poi si generò Gea (ossia la
Terra), nel cui ampio seno sono tutte le cose. Nella profondità della Terra si
generò il Tartaro buio, e, da ultimo, Eros (l’amore) che, poi, fece generare
tutte le altre cose. Talete, vissuto a cavallo tra il VII e VI secolo avanti
Cristo, è il primo pensatore che si domanda espressamente e sistematica- mente:
« Qual è la causa ultima, il principio supremo di tutte le cose? », e che per
rispondere a tale interrogativo non fa ricorso a raffigurazioni mitiche ma si
vale di concetti filosofici. Talete si domanda se, nonostante l’esperienza, la
quale ci pre- senta il quadro impressionante di una molteplicità infinita di
fe- nomeni apparentemente irriducibili, sia possibile derivare la realtà da un
unico principio supremo. È un problema colossale che oltre- passa i confini
della cosmologia ed invade il terreno della stessa metafisica: il problema dell'uno
e del molteplice, problema che tormenterà i filosofi d'ogni tempo. A questa
domanda ardita ed im- pegnativa, Talete offre una risposta ingenua e
rudimentale. Gli sembra che tra i quattro elementi che il buon senso considera
pri- mordiali e costitutivi d'ogni cosa, l’acqua abbia una priorità sugli
altri. E conclude che l'acqua è il principio da cui traggono origine tutte le
cose. Dall'acqua per condensazione deriva la terra, per rare- fazione derivano
l'aria e il fuoco. ? Cfr. B., MONDIN,, vol. I, pp. 39-40. 64 Più che come una
città, alla stregua di Omero e Esiodo, Talete concepisce il mondo come una
casa. In questa casa c'è movimento, c'è mutamento, c'è caldo e freddo, fuoco e
umidità, c'è fuoco al centro, e su di esso una marmitta con acqua. La casa è
esposta ai venti e alle correnti; ma è una casa e questo significa sicurezza e
stabilità. Per tre secoli il problema cosmologico conserva l'impostazione che
gli aveva data Talete, un'impostazione ambigua, in cui il pro- blema metafisico
del principio supremo d’ogni cosa si confonde col problema cosmologico
dell'origine e della strutturazione di questo mondo. La distinzione tra
problema metafisico e problema cosmologico viene finalmente percepita e
lucidamente formulata da Platone. Questi distingue due piani di realtà, uno di
ordine fisico (che è quello di questo mondo materiale) e l’altro di ordine
metafisico: è il piano delle idee. Della origine e strutturazione del mondo
mate- riale egli presenta una famosa spiegazione nel Timeo. Il mondo è stato prodotto
dal Demiurgo. Questi contemplando le Idee (ossia prendendo le Idee come
modelli), assistito e coadiuvato da altre Potenze, plasma la materia informe,
facendole assumere quelle qua- lità e caratteristiche che sono proprie degli
esseri che popolano questo mondo. Portata a compimento la formazione del mondo,
il Demiurgo vi infonde un'anima universale, la quale ha la funzione di
conservare in vita il mondo, senza bisogno di un continuo inter- vento da parte
del Demiurgo? Aristotele, in Metafisica, compie un esame ancora più approfon-
dito del problema cosmologico, almeno per quanto concerne l’aspet- to della
natura essenziale delle cose materiali e del loro divenire. Secondo Aristotele
il mondo non ha né origine né fine: è eterno. Ma non è affatto immobile,
statico, perché il divenire è uno dei suoi tratti più caratteristici. Ma a che
cosa è dovuto questo perenne divenire? C'è anzitutto una causa estrinseca: la
tensione delle cose verso il loro ultimo traguardo, Dio. Ma c'è anche una causa
intrinseca: la costituzione stessa delle cose materiali, le quali sono composte
di materia e forma. La materia è di natura corruttibile ed è quindi la ragione
intrinseca del continuo succedersi di nuove forme sulla sce- na di questo
mondo. La materia è inoltre il fondamento ultimo del- l'estensione e quindi
dello spazio. Invece il divenire è la ragione pro- fonda del tempo. Da parte
sua la forma è la ragione della distinzione delle cose in molte specie diverse.
Le specie fondamentali secondo Aristotele sono quattro, e, di conseguenza,
quattro sono anche i grandi regni degli esseri terrestri: minerale, vegetale,
animale e uma- no. Particolarmente interessante ed acuta è l’analisi condotta
da Aristotele intorno al divenire, di cui distingue e definisce quattro tipi
principali: quantitativo (crescita e diminuzione), qualitativo * PLATONE,
Timeo, 5 ss. 65 Platone e le due realtà: fisica e metafisica Aristotele e la
sua concezione sulla costituzione del cosmo: materia, divenire, forma
L'esistenza e la perfezione del Movente immobile La concezione atomista di
Democrito ed Epicuro Agostino e Tommaso: la temporalità del mondo e la sua
eternità (alterazione di qualità), sostanziale (generazione e corruzione) e lo-
cale (spostamento da un luogo ad un altro).* Ma come s'è detto, secondo Aristotele,
il divenire delle cose non ha soltanto una causa intrinseca ma anche una
estrinseca: le cose divengono per un fine ed è appunto il fine che le induce a
trasfor- marsi, ad acquisire ulteriori gradi di realizzazione. Ciò porta Ari-
stotele a riconoscere l'esistenza di un Movente immobile, che pro- voca tutti i
fenomeni, tutte le generazioni, tutti i movimenti di questo mondo. Aristotele
deduce la necessità del Movente immobile continuando la sua analisi del
divenire. Si deve dare un movente in ogni forma di divenire perché il soggetto
del divenire, non può darsi da sé ciò che non ha: « Tutto ciò che è mosso, è
mosso da un altro ». Dalla esistenza delle varie forme di divenire e di
movimento esistenti nel mondo Aristotele deduce l'esistenza di un Movente
immobile, non subordinato a nessun genere di movimenti, causa im- mediata del
movimento totale dell'universo, e causa mediata di tutti i movimenti
particolari. Il Movente immobile è, secondo Aristotele, eterno, unico, del
tutto immobile cioè talmente perfetto da non essere suscettibile di qualsiasi
perfezionamento; inesteso non però come sono inestesi di natura loro la materia
o i punti, ma perché superiore a tutto il mondo della materia e
dell'estensione. Una concezione profondamente diversa e sotto molti aspetti
con- traria a quella di ‘Platone e di Aristotele hanno sviluppato alcuni loro
contemporanei, detti atomisti, i cui massimi esponenti sono Democrito ed
Epicuro. Secondo questi filosofi il mondo è composto di una moltitudine
infinita di atomi o elementi fisicamente invisibili, a causa della piccolezza
delle loro dimensioni. Queste particelle si muovono nel vuoto e unendosi
producono la nascita dei corpi e se- parandosi la distruzione. Fino a questo
punto Democrito ed Epicuro sono perfettamente d'accordo. Divergono invece nella
maniera di concepire il moto degli atomi. Mentre secondo Democrito tale moto
assume una direzione rettilinea, Epicuro ritiene che per spiegare il mutamento
e la combinazione degli elementi tra di loro occorre concepire il moto come
passibile di deviazioni spontanee (clinamen): è proprio grazie a tali
deviazioni che gli atomi danno origine a com- binazioni così molteplici e
diverse, quali noi osserviamo in questo mondo I pensatori cristiani per
spiegare la struttura intrinseca delle co- se materiali di solito si rifanno
alla dottrina aristotelica; mentre in- vece per spiegare l'origine del mondo
ricorrono alla nozione biblica di creazione: il mondo è scaturito dal nulla per
volontà di Dio. Ma quando è stato creato questo mondo? Per rispondere a questo
in- terrogativo gli autori cristiani hanno avanzato due soluzioni: una fa capo
ad Agostino ed è quella più comune; l'altra è quella di Tom- 4 Cfr. B. MONDIN,
vol. I, pp. 129-133. 5 Ivi, pp. 134-136. 6 Ivi, pp. 52-54; 174-177. 66 maso
d'Aquino. Secondo il Vescovo di Ippona il mondo è stato creato nel tempo, così
vuole la Scrittura e così esige anche la natura contingente e mutevole delle
cose materiali. Invece secondo l’Aqui- nate, in linea di principio (vale a dire
assolutamente parlando senza tener conto di quanto la ragione umana ha
acquisito dalla Rivelazione) non si può escludere l’esistenza eterna del mondo,
in quanto Dio ha potuto crearlo da sempre.” L'epoca moderna si apre con uno
spiccato interessamento per il problema cosmologico. L'’Umanesimo e il
Rinascimento sono carat- terizzati appunto da un interesse straordinario per il
mondo, per la natura. Gli uomini del Quattro e Cinquecento (Cusano, Telesio,
Pico della Mirandola, Ficino, Bruno, ecc.) sono incantati, abbagliati dalla
bellezza, grandezza, fecondità, potenza della natura e su di essa ap- puntano
il loro sguardo indagatore. Ma le loro spiegazioni di so- lito, sono pure
fantasticherie, che non possono vantare maggiore solidità di quelle di alcuni
pensatori greci, dai quali traggono ispi- razione. Eppure, ciononostante, le
loro ipotesi costituiscono il pro- logo essenziale allo sviluppo di una nuova
cosmologia, la quale assu- me la veste di ricerca scientifica anziché quella di
indagine filo- sofica.? Già con Galilei non ci si interessa più delle essenze
delle cose materiali e delle loro cause ultime, ma si concentra tutta
l’attenzio- ne sui fenomeni e sulle leggi che li regolano. Sono soprattutto le
leggi che contano. Si tratta di una rivoluzione che ha prodotto copiosi frutti.
Un po’ alla volta, per merito di Galilei, Keplero, Newton, Lavoisier, Einstein
e tanti altri, l'indagine scientifica è riuscita, almeno in parte a dipanare la
complessa voluminosa ed intricata matassa delle leggi che regolano i fenomeni
dell’universo. Tutte le cosmologie antiche, quella egiziana, babilonese e gre-
ca, mettevano sempre al centro dell'universo la Terra, circondata e sostenuta
da un oceano e sopra la volta del cielo. Nel secondo secolo dopo Cristo, il
matematico ed astronomo alessandrino Tolo- meo Claudio rielaborò tutti i
risultati delle ricerche precedenti e sviluppò un complesso sistema
geocentrico, basato su una serie di circonferenze, in cui la Terra era al
centro ed il sole e la luna le giravano intorno, mentre gli altri corpi celesti
avevano dei percorsi eccentrici. Questo sistema fu accettato per oltre un
millennio, sino a che Niccolò Copernico non elaborò il suo sistema
eliocentrico, nel 1507, secondo cui i pianeti si muovono intorno al sole su
orbite com- plementari. Si deve soprattutto agli studi di Galilei la diffusione
del sistema copernicano. Un altro elemento caratteristico della cosmologia
moderna trae origine da Galilei: il meccanicismo. Applicando allo studio
dell’uni- ? Ivi, pp. 221-223; 285. * B. MONDIN, vol. II, pp. 48-50. 67 Il
naturalismo della cultura rinascimentale Il cammino verso la scienza: da
Galilei ad Einstein Il ‘‘meccanicismo’’ di Galilei Teoria cinetica e teoria
molecolare: movimento perpetuo e struttura atomica I corpi celesti e la
distanza infinita Teoria stazionaria e teoria evolutiva: creazione continua ed
esplosione originaria verso il metodo matematico, come aveva insegnato Galilei,
i filosofi e gli scienziati moderni non si interessano più delle qualità e
delle forme, ma guardano esclusivamente alla quantità e ai numeri. Viene in tal
modo a cadere la spiegazione vitalistica delle cose di questo mondo: le piante
e gli animali non svolgono determinate attività perché sarebbero dotati di
un'anima ma semplicemente perché sono forniti di elementi fisici capaci di
svolgere movimenti più o meno complicati Il meccanicismo peraltro non è mai
riuscito a sradicare il vitali- smo, il quale conta anche oggi molti validi
sostenitori. È comunque al meccanicismo che si ispirano alcune importanti
ipotesi scientifiche dell'ultimo secolo, come la teoria cinetica e quel- la
molecolare. La teoria cinetica constata un perpetuo movimento disordinato delle
particelle dei gas, tanto più rapido quanto maggio- re è la temperatura. In
quésto disordine si possono tuttavia applicare le leggi del calcolo delle
probabilità, e trovare delle relazioni tra grandezze macroscopiche direttamente
misurabili. Secondo la teoria molecolare la struttura della materia risulta da
un'aggregazione di atomi, tutti di una specie se si tratta di un corpo semplice,
di tante specie diverse quanti sono i componenti semplici, se si tratta di un
composto o di un miscuglio. Di ciascuna specie di atomi si conosce esattamente
il peso, indicabile con H per l'idrogeno, 238 H per l’ura- nio, ecc. 3. La
cosmologia nel secolo XX In questo secolo, grazie allo sviluppo di nuovi
strumenti di ri- cerca, è stato possibile penetrare sempre più a fondo nel
cuore della materia e individuarne gli elementi costitutivi più minuscoli, come
le molecole, gli atomi, gli elettroni, ecc. Anche del più piccolo organismo
vivente, la cellula, si è riusciti a decifrare in larga misura la complessa e
meravigliosa struttura. Dal lato opposto lo sguardo umano, sospingendosi sempre
più lontano, è riuscito a raggiungere corpi celesti che si trovano ad una
distanza pressoché infinita dalla terra. In tal modo l’uomo ha acquistato una
coscienza più acuta della vastità e della complessità dell'universo che lo
circonda, un universo di cui gli riesce sempre più difficile cogliere le
ragioni del suo inizio, il tempo della sua durata e il momento della sua fine.
Per risolvere questi problemi enormi oggi si avanzano varie ipotesi: le più
note sono quella stazionaria e quella evolutiva. Secondo la teoria stazio-
naria, oggi meno accettata, vi è una creazione continua di materia, che
mantiene l'universo ad una densità costante, nonostante la sua espansione, che
si desume dall'ipotesi del moto di allontanamento * Ivi, pp. 107-110; 143. 68
delle galassie. Secondo la teoria evolutiva, vi fu un’esplosione origi- naria
in un universo superdenso, il cosiddetto « big bang », circa 10 o 12 miliardi
di anni or sono. Oggi comunque la parola definitiva è affidata alla ricerca che
si vale di strumenti sempre più perfezionati. Ma a parere di molti filosofi e
scienziati moderni, i quali riten- gono valida la distinzione kantiana tra
realtà fenomenica e realtà noumenica, cioè pensata, non è possibile trovare una
risposta con- clusiva agli interrogativi ultimi della cosmologia (origine del
mondo per creazione o per caso, durata finita oppure infinita, estensione li-
mitata oppure senza limiti, movimento teleologico oppure necessario, ecc.), in
quanto ad ogni tesi è possibile contrapporne un'altra di segno contrario. Ma
qui sono la natura e il valore della ragione umana e più spe- cificamente della
speculazione filosofica che sono chiamati in causa. E qualora si rifiuti di
accogliere la prospettiva kantiana, e si ascriva alla ragione il potere non
solo di cogliere i nessi tra i fenomeni ma la verità stessa delle cose, allora
si può anche ritenere che il pre: blema cosmologico non sia un problema
insolubile. A nostro avviso esiste una filosofia in grado di fornire una
risposta valida anche a questo difficile problema: è la filosofia dell'essere.
Questa filosofia (lo vedremo meglio nel capitolo dedicato al problema
ontologico) muove dalla « intuizione » del valore infinito della per- fezione
dell'essere e dalla constatazione che nel mondo tale perfezio- ne si realizza
sempre e soltanto in modi limitati. Ora, la finitudine e contingenza
dell'essere di tali modi, ossia delle cose dell'universo, fanno comprendere
l'esigenza della realtà di un Essere infinito, che ne segni l'origine e lo
mantenga in vita, la necessità d'un Incondizio- nato che regga tutta la serie
delle condizioni. Pertanto l'universo trae origine da Dio. Questi lo genera
compiendo un atto singolare, che nessuna creatura può compiere, l'atto della
creazione. Crea- zione significa la produzione di una cosa che prima non era in
nessun modo, né in se stessa né nella potenza d'un soggetto (o ma- teria). Il
termine « creazione » quindi evidenzia la totale inesisten- za dell'universo
prima della sua produzione da parte dell'Essere sussistente; esso pone
l'accento sul nulla del punto di partenza rispetto all'oggetto, l'universo. Con
l’atto creatore l'Essere sussi- stente comunica il suo essere all'universo. Il
suo è un dono del tutto straordinario, perché dal suo darsi nasce la realtà
dell'universo là dove prima c'era soltanto il puro nulla. Il termine «
creazione » pone quindi l'accento sull'inizio dell'universo, punto di partenza
che è tutto nell'Essere sussistente, nella sua generosa dedizione, una
dedizione che non ha nulla a che vedere né con l’emanazio- ne necessaria dei
neoplatonici, né con l'alienazione dell'Assoluto degli idealisti. Si tratta
però, ovviamente, di una comunicazione limitata. L'Essere sussistente non crea
un altro essere sussistente, !° J. DE FINANCE, Existence et liberté, Vitte,
Paris 1955, pp. 152-207. 69 La risposta della filosofia dell'essere L’atto
creativo dell’Essere sussistente (Dio) Insoluto il problema cosmologico della
durata ma un ente contingente. Per questo motivo l'universo non eguaglia la
perfezione di Dio e tanto meno si identifica con la sua realtà. Esso
semplicemente partecipa alla perfezione dell'Essere sussistente, os- sia
possiede in modo particolare, limitato, imperfetto, quella perfe- zione che
nell’Essere sussistente si attua in modo totale, illimitato e perfetto. C'è
tuttavia una tensione permanente nel modo di fare ritorno alla sua prima
sorgente, all'Essere sussistente; e questo spiega il profondo dinamismo che lo
pervade, la costante trasformazione e la meravigliosa evoluzione che lo
animano: l’universo è in cammino verso Dio. Questi è pertanto allo stesso tempo
sia il punto Alfa che il punto Omega dell’universo."! Abbiamo così
chiarito, facendo appello ai principi della filosofia dell'essere, i due
principali problemi della cosmologia: origine e fine dell'universo. Resta
ancora insoluto il problema della durata. Qual è la distanza temporale che deve
percorrere l'universo prima di raggiungere il punto Omega? ‘Per trovare una
risposta a questo interrogativo non possiamo fa- re appello a nessuna
filosofia, neppure alla filosofia dell'essere. Si tratta certamente di una
distanza finita, come affermano oggi una- nimemente gli scienziati; ma è una
distanza che la ragione non riuscirà mai a misurare. CONCETTI DA RITENERE —
Teogonia — Condensazione-rarefazione — Materia; forma; divenire — Motore
immobile — Geocentrismo; eliocentrismo; meccanicismo — Teoria cinetica,
molecolare, stazionaria, evolutiva; creazione SINTESI CONTENUTISTICA I.
‘PROBLEMATICITÀ DELL'UNIVERSO 1. ‘L'universo è una realtà problematica in
ordine alla sua origine, ai suoi elementi costitutivi, alla sua durata, al suo
fine ultimo. 2. La risposta al problema può essere scientifica o filosofica.
Nel primo caso si propone una descrizione dei fenomeni. Nel secondo una
interpretazione generale dei fenomeni dell’universo. 3. La distinzione tra i
due ordini di soluzione risale al sec. XVII. Il problema cosmologico è uno dei
primi che la mente umana si è posto: "! B. MONDIN, Il sistema filosofico
di Tommaso d'Aquino {Per una lettura at- tuale della filosofia tomista),
Massimo, Milano 1985. 70 qual è la causa ultima delle cose? in che modo ha
prodotto il sistema dell'uni- verso? qual è il costitutivo fondamentale del
mondo? 2. Le cosmogonie e le teogonie del mondo antico (da Esiodo ad Omero)
sono state i primi tentativi di soluzione. 3. Il problema sta alla base della
filosofia ionica {Talete, Anassimene, Anassimandro) che prospetta ambiguamente
il problema cosmologico con il problema metafisico. 4. La distinzione tra i due
problemi viene posta da Platone con la sua di- stinzione tra il mondo fisico e
il mondo metafisico (natura e mondo delle Idee). 5. Aristotele approfondisce il
problema cosmologico: it mondo è eterno e il divenire è uno dei suoi caratteri,
poiché le cose tendono verso il proprio perfezionamento. Un Motore immobile
provoca tutti i fenomeni, tutte ie gene- razioni, tutti i movimenti del mondo.
6. Gli atomisti (Democrito e Epicuro) pongono all'origine del mondo atomi
invisibili per le loro dimensioni che unendosi e separandosi provocano la na-
scita o la distruzione. Democrito afferma che il movimento degli atomi è retti-
lineo; Epicuro afferma che avviene per deviazione spontanea. 7. I pensatori
cristiani per spiegare la struttura intrinseca delle cose si rifanno ad
Aristotele, mentre spiegano l'origine del mondo come atto creativo deila
volontà di Dio. 8. L'Umanesimo e il Rinascimento privilegiano il problema
cesmologico (Cusano, Telesio, Pico della Mirandola, Ficino, Bruno). Le visioni
sono spesso fantasiose e animistiche. 9. Progressivamente, nel corso dell'età
moderna e contemporanea, la co- smologia passa dalla dimensione metafisica a
quella scientifica attraverso i traguardi segnati da Galilei, Newton, Lavoisier
e Einstein. Il meccanicismo so- stituisce il vitalismo rinascimentale,
lasciando successivamente il posto alla teoria cinetica e alla teoria
molecolare. III. LA COSMOLOGIA NEL SECOLO XX 1. I nuovi strumenti di ricerca
hanno consentito di penetrare i segreti del- la materia e di individuarne gli
elementi costitutivi fondamentali: molecole, atomi, elettroni. 2. La teoria
stazionaria afferma la creazione continua di materia; la teoria evolutiva
afferma l'origine di un universo superdenso da un'esplosione ori- ginaria. 3.
La filosofia dell'essere offre una valida soluzione al problema dell'origine
dell'universo stabilendo una relazione tra gli esseri finiti e contingenti e
l’Es- sere infinito e incondizionato. L'universo trae, pertanto, origine da Dio
per atto creativo, in virtù del quale l'Essere sussistente comunica il suo
essere al- l'universo con un atto di generosa dedizione. QUESTIONARIO DI
VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Quali rapporti intercorrono tra metafisica e
cosmologia? 2. Che cosa caratterizza la distinzione tra discorso mitico,
scientifico e filo- sofico circa il mondo? 3. Quali correlazioni è possibile
stabilire tra scienza e cosmologia? 4. In che misura il problema cosmologico si
incontra con il problema religioso? 5. Quali sono i principali aspetti del
problema cosmologico? 6. Quali sono le interpretazioni cosmologiche più
significative del pensiero occidentale? 71 7. Quali interpretazioni sono state
date al problema dello spazio e del tempo? 8. Che cosa sono il meccanicismo e
il vitalismo? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI ARCIDIACONO G., Relatività e
cosmologia, Veschi, Roma. AuBERT J.M., Cosmologia, Paideia, Brescia 1968.
BERTOTTI B., Lo cosmologia, Le Monnier, Firenze 1980. CRICK F., Uomini e
molecole, Zanichelli, Bologna 1970. HOENEN P., Cosmologia, Università
Gregoriana, Roma 1956. JoLIVET R., Trattato di filosofia, vol. II: Cosmologia,
Paideia, Brescia 1957. MARCOZZI V., Caso e finalità, Massimo, Milano 1978. MERLEAU
PonTY J., Cosmologia del secolo XX, Il Saggiatore, Milano 1974. Monop J., I!
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TEILARD DE CHARDIN P., Il fenomeno umano, Il Saggiatore, Milano 1968. TONINI
V., La scienza della vita, Jouvence, Roma 1983. TORALDO DI FRANCIA G.,
L'indagine del mondo fisico, Torino 1976. VAN Hacens B., Filosofia della
natura, Urbaniana ‘University Press, Roma 1983. 72 Capitolo sesto IL PROBLEMA
ANTROPOLOGICO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Quali interrogativi l’uomo si pone
in relazione a se stesso? 2. Perché l'uomo ha bisogno di capirsi? 3. Di che
cosa si ha più bisogno per stare bene con se stessi? 1. Natura del problema La
filosofia ha sempre fatto dell'uomo argomento del suo studio e delle sue
ricerche. Però, lungo l'arco della sua storia plurimille- naria, ci sono
momenti in cui l’attenzione del filosofo s'è rivolta all'uomo in maniera
distinta e privilegiata. Così, nell'antichità, dopo che lo sforzo dei primi
filosofi greci, teso a scoprire la causa ultima delle cose era riuscito vano,
con Socrate e i Sofisti la ricerca filo- sofica si concentra tutta sull'uomo,
al fine di comprenderne la vera natura, determinarne le capacità e intenderne i
doveri e la missione. « Conosci te stesso »: ecco l'obiettivo preciso della
filosofia di Socrate e dei suoi contemporanei. Altrettanto è accaduto molti
secoli più tardi, alla fine del Medio- evo, dopo i vani tentativi degli
Scolastici di fissare in bell’ordine gli elementi molteplici che compongono
l'universo. Ancora una volta l'indagine filosofica torna a riflettere anzitutto
e soprattutto sul- l'uomo, per conoscerlo più profondamente. In seguito, tutta
la filosofia moderna ha assunto un indirizzo spiccatamente antropocentrico.
Oggi, anche chi crede nella possibi- lità della metafisica ossia nella
possibilità di un sapere filosofico in- torno all'essere assoluto, ritiene di
doverla sviluppare partendo dal- l'uomo. Attualmente persino i teologi
ritengono opportuno se non proprio necessario dare alla loro disciplina
un'impostazione antro- pocentrica. Ma questa tendenza dei metafisici e dei
teologi di portare l'uomo al centro delle loro considerazioni rende più acuto
che mai il pro- blema di sapere chi sia l'uomo. Infatti senza una soluzione
adegua- ta di questo problema ogni tentativo di elaborare dottrine metafi-
siche, etiche, politiche, religiose, sociali è inevitabilmente destinato al
fallimento. Chi è, dunque, l'uomo? 73 Nel secoli la filosofia ha sempre
studiato l’uomo L’interrogativo fondamentale: l’uomo chi è? La complessità
della realtà ““uomo”' definito ‘‘mistero’’ da sant'Agostino Il problema
antropologico si riferisce all'essenza propria dell’uomo Tre prospettive di
ricerca sull'uomo: Sant'Agostino, che è uno degli autori che hanno studiato più
at- tentamente la realtà umana, a questo interrogativo risponde di- cendo: «
Grande mistero è l'uomo ».! L'uomo, infatti, a causa della complessità del suo
essere, fisico e psichico ad un tempo, confinato in una piccola zona dello
spazio col suo corpo, ma in grado di scaval- care tutti i confini dell'universo
con la sua mente, è effettivamente una realtà di cui è impossibile ottenere una
comprensione e fornire una spiegazione sicura ed esaustiva. L'uomo è una realtà
estremamente complessa. Ciò è vero anzitut- to nell'ordine dell'azione. Egli
esplica attività d'ogni genere: cono- sce, studia, scrive, parla, lavora,
gioca, prega, canta, ama, soffre, gode, mangia, ecc. Ed ognuna di queste
attività solleva interrogativi e problemi di non facile soluzione. Ma la
complessità diventa ancora più accentuata quando si passa dal piano dell'azione
a quello dell’es- sere. Allora ci si domanda: chi è questo individuo singolare
che chiamiamo Io e che qualifichiamo come persona? Che cos'è che con- sente al
suo corpo di esplicare le suddette attività molte delle quali trascendono così
palesemente i confini della materialità? È mai pos- sibile decifrare l'essere
profondo dell’uomo? Il problema-uomo investe pertanto tutti i campi della
filosofia, dalla logica alla gnoseologia, alla cosmologia, alla metafisica,
all’eti- ca, alla politica, alla cultura, all'arte, alla psicologia, alla
religione. Una antropologia generale dovrebbe affrontarlo nella sua tota- lità
e trovare una risposta per ogni specifico interrogativo. Ma, di solito, quando
si parla di problema antropologico non si intende riferirsi al problema di
questa o di quella attività umana (per esem- pio al problema della conoscenza
oppure della libertà, del lavoro, ecc.) ma al problema della natura umana in
quanto tale: qual è l'essenza propria dell'uomo? quali sono i suoi elementi
costitutivi fondamentali? in che rapporto si trovano tra di loro? quale l’ori-
gine prima e il fine ultimo dell’uomo? È appunto di questa serie di
interrogativi che noi terremo conto tracciando il quadro storico del problema
antropologico. 2. Panorama storico Agli interrogativi: chi è quell’essere
vivente che chiamiamo uomo? quali sono gli elementi costitutivi della sua
natura? in che rapporto si trovano tra di loro? sono state date le risposte più
disparate, le quali tuttavia sono riducibili ad alcuni tipi fondamentali,
qualora si tenga conto della prospettiva in cui si sono collocati i filosofi
op- pure del metodo che hanno impiegato nell’elaborarle. Le prospettive
principali sono tre, cosmocentrica, teocentrica e antropocentrica. ! S.
AcostINO, Confessioni, IV, 14. 74 La prospettiva cosmocentrica assume come
punto d'osservazione il mondo. È la prospettiva della filosofia greca. Platone,
Aristotele, gli Epicurei, gli Stoici, i Neoplatonici quando studiano l'uomo lo
situa- no all’interno del mondo e lo considerano alla luce della visione che
hanno di quest’ultimo. La prospettiva teocentrica assume come punto
d'osservazione Dio. È la prospettiva della filosofia cristiana dei Padri e
degli Sco- lastici. Questi si accostano all'uomo in un contesto teologico ossia
tenendo conto di quanto Dio stesso ha fatto conoscere all'umanità riguardo alla
realtà divina, umana e cosmica. La prospettiva antropocentrica prende come
punto di riferimento l'uomo stesso, focalizzando questo o quell'altro suo
aspetto caratte- ristico. È la prospettiva propria della filosofia moderna. A
partire dall’Umanesimo tutte le antropologie, quella di Cartesio come quella di
Hume, quella di Kant come quella di Hegel, quella di Comte come quella di
Freud, quella di Nietzsche come quella di Heidegger, ecc., pur tra grandi e
profonde divergenze, concordano nell’assumere la stessa prospettiva
antropocentrica. Se, però, per classificare le antropologie, anziché la
prospettiva si prende come fondamento il metodo, allora si ottengono quattro
ti- pi principali: — antropologie metafisiche, le quali si valgono del metodo
me- tafisico. Sono quelle di Platone, Aristotele, Plotino, Agostino, Tom- maso,
Cartesio, Spinoza, Leibniz, ecc. — antropologie naturalistiche, le quali
applicano anche allo studio dell’uomo il metodo positivo-scientifico. Sono le
antropologie di Darwin, Comte, Spencer, Freud, ecc. — antropologie
storicistiche, le quali adoperano il metodo sto- rico. Di queste le più
rappresentative sono quelle elaborate da Vico, Marx, Croce, Gadamer, ecc. —
antropologie esistenziali, le quali si servono del metodo fe- nomenologico. A
questo gruppo appartiene la maggior parte delle antropologie più recenti. Tra
queste ricordiamo le analisi di Scheler, Heidegger, Sartre, Ricoeur,
Merleau-Ponty, Marcel, Gehlen, ecc. Qui, a motivo dei limiti che ci siamo
imposti nel presente scritto, non ci è consentito di tracciare un panorama
completo delle antro- pologie che abbiamo ricordato. Illustreremo soltanto
alcune posi- zioni più rappresentative e storicamente più influenti. Sono posi-
zioni che si trovano già delineate nella filosofia greca. Nella cultura greca
la posizione dell'essere umano nell'universo assume indubbiamente maggior
rilievo che nelle altre culture ad es- sa contemporanee sia del Medio che
dell'Estremo Oriente (cultura babilonese, egiziana, ebraica, indiana, ecc.). E
tuttavia anche nella cultura greca la posizione dell'uomo rimane sempre una
posizione in- certa, contrastata, subordinata: egli non è padrone dell'universo
e neppure della sua storia. Tutti gli sforzi ch'egli compie per affermare se
stesso, la propria autonomia, la propria libertà, e per far valere i 75 —
cosmocentrica: l’uomo e la visione del mondo — teocentrica: l’uomo e la
rivelazione di Dio — antropocentrica: l’uomo a partire da se stesso Quattro
metodi di ricerca antropologica: metafisico, naturalistico, storicistico,
esistenzialista Soprattutto nella cultura greca emerge lo studio dell’uomo
Visione predominante: il fato incombe sull'uomo Altre visioni: — Platone:
natura spirituale con libertà assoluta — Aristotele: il limite della corporeità
— Plotino: il ritorno dell’anima all’Uno I quattro problemi fondamentali diritti
della propria intelligenza sono destinati al fallimento, perché egli rimane
inesorabilmente incatenato alle forze del Fato, della Natura e della Storia. La
libertà è una vana aspirazione, come pure vana aspirazione è quella di sfuggire
alla morsa della morte per rag- giungere l'eternità. Intelligente, coraggioso,
forte e astuto l’uomo greco si sente circondato da potenze soprannaturali che
sono più forti, intelligenti ed astute di lui. Prometeo incatenato è la figura
più emblematica della visione antropologica ellenica. Da tale visione si
staccano peraltro le concezioni dell’uomo ela- borate dai filosofi Platone,
Aristotele e Plotino. Platone afferma la libertà assoluta dell’uomo,
riconoscendogli una natura spirituale che non può in nessun modo essere incate-
nata dalle forze del mondo, del tempo e del fato. L'uomo per Platone è
essenzialmente anima, spirito. Perciò la sua sopravvivenza, la sua immortalità
è fuori questione e non presenta nessun problema. L'u- nico problema per l’uomo
è quello di riscattare la sua anima dalla prigione del corpo.’ Aristotele è
meno ottimista di Platone riguardo al carattere tra- scendente dell'uomo e
all’eternità del suo destino. A suo giudizio l'uomo non è puro spirito, non è
essenzialmente ed esclusivamente anima. Come tutti gli altri esseri di questo
mondo anche l’uomo è composto di materia (il corpo) e forma (l’anima). Ora,
dato che l'anima svolge il ruolo di forma, proprio per questo motivo, nono-
stante la sua evidente superiorità rispetto al corpo e alla sua capa- : cità di
dedicarsi ad attività sublimi come quella della contempla- zione, non pare
tuttavia in grado di sfuggire alla corruzione e di sot- trarsi al flagello
della morte. Plotino riprende e sviluppa ulteriormente la concezione plato-
nica. Afferma anch'egli la dicotomia tra anima e corpo ed assegna all'anima
un'attività che appartiene soltanto ad essa, la contempla- zione. L'anima che
conosce la verità può sottrarsi alla prigione del corpo e del mondo, può
ritrovare se stessa e ricongiungersi con l'Assoluto, l’Uno. Il ritorno
dell'anima alla sua fonte originaria è reso possibile da una tensione che le è
connaturale. È una tensione che all’inizio si afferma come impulso oscuro e
pressoché inconsa- pevole, ma è già sufficiente a determinare un senso di
disgusto per tutto ciò che è molteplice e diveniente. Le tappe del ritorno del-
l'anima all’Uno sono tre: ascesi, contemplazione, estasi. Oggi, queste tre
visioni antropologiche elaborate da ‘Platone, Ari- stotele, Plotino potranno
sembrare inadeguate. Esse hanno comun- que il merito singolare d'avere quanto
meno individuato i problemi fondamentali di qualsiasi indagine antropologica: —
determinazione di ciò che caratterizza essenzialmente l’uomo, ossia il problema
della natura umana; ? Cfr. B. MONDIN, vol. I, pp. 88-91. ? Ivi, pp. 137-139. *
Ivi, pp. 185-186. 76 — funzione e consistenza dell'elemento psichico, ossia
proble- ma della sostanzialità dell'anima; — rapporti tra elemento psichico ed
elemento somatico, ossia problema dei rapporti tra anima e corpo; — destino
ultimo dell'essere umano: ossia problema dell’immor- talità dell'anima. Su
questi quattro problemi fondamentali si è incentrata l'atten- zione di tutti i
filosofi posteriori, del Medioevo e dell’epoca moderna, allorché hanno
affrontato il problema antropologico. Sul problema della natura umana, fino al
secolo scorso c'è stato un accordo costante tra i filosofi nel situarla
nell'elemento razionale, come avevano già indicato Platone, Aristotele e
Plotino: l’uomo è essenzialmente animale ragionevole (anima! rationale).
Agostino, Tommaso, Scoto, Occam, Cartesio, Spinoza, Locke, Leibniz, Kant,
Hegel, convengono tutti su questo punto. Ma da un secolo a questa parte si è
cominciato a rilevare che nell'uomo esistono altre dimensioni e manifestazioni
altrettanto ti- piche e fondamentali quanto quella del conoscere, come il
parlare, il lavorare, il giocare, l’amare, il pregare, ecc. Sono così sorte
nuove antropologie che definiscono l'uomo in base a queste altre sue at-
tività. Tra le definizioni che hanno suscitato maggior interesse ricor- diamo
quelle di Marx (essere economico), Freud (essere sessuale), Heidegger (essere
ex-sistente), Marcel (essere problematico), Fink (essere ludico), Gadamer
(essere storico), Ricoeur (essere fallibile), Buber (essere dialogante), Bloch
(essere utopistico), Luckmann (essere religioso), Eliade (essere
mitologizzante), Tillich (essere a- lienato), Sartre (essere libero). Per
ultima riportiamo quella di Scheler che definisce l'uomo « l'essere capace di
dire di no all’im- pulso istintivo ». Anche altri filosofi, come Plessner,
Gehlen, Litt han- no confermato il concetto che il tratto essenziale dell'uomo
sia la rottura con l’istinto, valendosi dei risultati delle ricerche
biologiche. Naturalmente in questa sede non possiamo esporre le ragioni con cui
i vari autori giustificano le loro definizioni della realtà umana. Possiamo
tuttavia affermare che in generale si tratta di ragioni valide. Essi fanno
vedere che sotto l’aspetto della tecnica, del linguaggio, del gioco, della
cultura, della religione, dell'amore, ecc., l'uomo sovrasta infinitamente tutti
gli esseri che lo circondano e che, pertanto, ci si può servire di ciascuno di
tali aspetti a modo di principio erme- neutico della natura umana. Occorre
tuttavia riconoscere che la com- prensione di tale natura riesce più chiara e
profonda se non la si ac- costa alla prospettiva di una sola attività, ma di
molte. Le antropo- logie pluriprospettiche sono quindi preferibili alle
antropologie che esplorano l'uomo da un solo punto di vista. Queste ultime
riescono difficilmente ad aggirare lo scoglio del riduttivismo. Il problema
dell’esistenza dell'anima e del suo carattere sostan- ziale è indubbiamente il
più difficile dei problemi antropologici. Pla- tone fu il primo ad affrontarlo
in modo esplicito e rigoroso. Nel 77 L’essenza razionale della natura umana La
pluralità delle dimensioni Validità delle antropologie pluriprospettiche
Platone: spiritualità e immortalità dell'anima Agostino, Cartesio, Leibniz: la
sostanzlalità dell’anima Lucrezio, Hobbes, Marx, Comte e altri: l’anima
epifenomeno della corporeità Fedone egli prende in esame l'obiezione di coloro
che negano al- l'anima il carattere sostanziale, dicendo che essa non è altro
che un epifenomeno del corpo: l’anima non sarebbe altro che uno splen- dido
accordo degli elementi che costituiscono il corpo. Platone re- spinge
l’obiezione rilevando che l’anima, lungi dall'essere in accordo col corpo, si
trova praticamente in costante dissidio con esso; infatti le esigenze
dell'anima sono in perenne contrasto con quelle del corpo. Per esempio « nel
corpo c’è arsura e sete, e l’anima lo tira al contrario a non bere; c'è fame, e
l’anima lo tira a non mangiare, e così in mille altri casi in cui vediamo che
l’anima si oppone alle passioni del corpo ».î Quindi per Platone non c'è nessun
dubbio che l'anima è una sostanza, una sostanza di natura spirituale,
incorrutti- bile e immortale. Essa stessa costituisce la vera autentica
essenziale natura dell'uomo. L'uomo è l’anima. Il corpo è la prigione in cui
l'anima espia le sue colpe. Dopo Platone il problema della sostanzialità
dell'anima continua a suscitare dispute assai vivaci, ricevendo soluzioni molto
diverse e contrastanti. Alcuni autori (Agostino, Cartesio, Leibniz) seguendo
l'esempio di ‘Platone affermano che l’anima è una vera sostanza e che la sua
sostanzialità si identifica con quella dell’uomo. Le ragioni che adducono a
sostegno di questa tesi sono in parte di ordine mo- rale (come l'aspirazione
dell'uomo ad una vita di perfetta felicità, che non può trovare attuazione in
questo mondo) e in parte d'ordine gnoseologico (per esempio, il possesso di
verità assolute che non sembrano tratte dall’esperienza)£ Secondo un altro
gruppo di filosofi (Lucrezio, Pomponazzi, Hob- bes, Marx, Comte, i
neopositivisti, gli strutturalisti e molti altri pensatori contemporanei)
l’anima non è affatto una sostanza ma semplicemente una trasformazione
inconscia ed immaginaria (un epifenomeno) della corporeità. Le ragioni che
adducono a sostegno della loro posizione sono note. A loro giudizio la fonte
unica d'ogni cosa è la materia. Da essa si sviluppa tutto quello che noi
osserviamo nell'universo, compreso l’uomo. Anche ciò che c'è di più alto e di
più sublime in lui, come la scienza, l’arte e la morale, è tutto frutto della potenza
inesauribile della materia. Quindi anche l'insieme di quegli aspetti superiori
dell'uomo per spiegare i quali di solito si postula l’esistenza dell'anima non
sono il frutto di « uno spirito che abita nella macchina », ma il risultato più
o meno casuale di un alto grado di evoluzione della materia.” Secondo san
Tommaso, il quale su questo punto ritiene di inter- pretare il pensiero
autentico di Aristotele, e secondo la nutrita schie- ra di discepoli che
l’Aquinate ha avuto durante la Seconda Scolastica (Silvestri, Caietano, Suarez)
e durante la rinascita neotomistica (Mer- 5 PLATONE, Fedone, c. 43. * Cfr. B.
MonpIN, ‘vol. I, pp. 226-227; vol. II, pp. 189-191. ? Cfr. J. Monop, Il caso e
la necessità: saggio di filosofia naturale e della biologia contemporanea,
Mondadori, Milano 197 78 cier, Gilson, Maritain, Masnovo, De Finance, ecc.) il
possesso da parte dell’uomo di un'anima spirituale è una verità indiscutibile,
ma essi non condividono la tesi di Platone secondo cui l’anima si identifica
con l'uomo, perché l'anima da sola non è in grado di svol- gere tutte le
attività che sono tipiche dell'uomo, come sentire, par- lare, lavorare,
giocare, ecc. E tuttavia essendo l’anima dotata di al- cune attività proprie
come il riflettere, il ragionare, il giudicare, il volere liberamente,
anch'essi affermano che l'anima è dotata di un suo proprio atto di essere e che
pertanto è una sostanza completa: è una sostanza completa in ordine
all'esistenza ma non in ordine alla specificazione. Essa ottiene la propria
specificazione nella scala de- gli esseri soltanto unendosi al corpo. C'è
infine un altro gruppo di filosofi che ha per capostipiti Hume e Kant, il
quale, per ragioni d'ordine gnoseologico, nega che si possa risolvere il
problema della sostanzialità dell'anima. Questo è un pro- blema che riguarda «
la cosa in sé », mentre la nostra mente è com- petente soltanto su quanto
concerne la sfera dei fenomeni? Oggi, con la crisi profonda che sta
attraversando la metafisica e con quello scetticismo che sta aggredendo anche
la scienza, la posizione, agno- stica di Kant e di Hume incontra un numero
sempre più grande di sostenitori. Strettamente connessi col problema della
sostanzialità dell'anima sono gli altri tre problemi principali
dell'’antropologia: origine del- l'anima, rapporti dell'anima col corpo, e
destino ultimo dell'essere umano. Per il problema dell'origine dell'anima i
filosofi hanno proposto le seguenti soluzioni: — traducianesimo, ossia
derivazione dell'anima dei figli da quella dei genitori (analogamente a quanto succede
per il corpo). Questa posizione è stata assunta da Tertulliano e Agostino per
rendere in- telligibile la trasmissione del peccato originale; — emanazione
dall'essere supremo: dal Logos secondo gli Stoi- ci, dall'Uno secondo i
Neoplatonici, dalla Sostanza secondo Spi- noza, dallo Spirito assoluto secondo
gli Idealisti; — creazione simultanea di tutte le anime prima oppure nel mo-
mento stesso dell'origine del mondo. Questa tesi è stata proposta da Platone,
Filone Alessandrino e Origene; — creazione individuale e diretta di ogni
singola anima da parte di Dio nel momento stesso della formazione del corpo. È
la tesi più diffusa tra i pensatori cristiani d'ogni tempo, condivisa anche da
quasi tutti i massimi esponenti della filosofia moderna (Cartesio, Vico,
Campanella, Locke, Berkeley, Leibniz, ecc.); * Cfr. B. MONDIN, vol. I, pp.
289-290. * Cfr. B. MONDIN, vol. II, pp. 345-347. 79 Da Aristotele e Tommaso al
neotomismo: sostanzialità dell'anima e specificazione in unione al corpo
L’agnosticismo di Hume e Kant. La crisi scettica attuale Il problema
dell’origine: traducianesimo, emanazione, creazione, evoluzione Creazione ed
evoluzione Origine spirituale dell'anima: è creata da Dio Il rapporto anima-
corpo: a) unione accidentale — evoluzione dalla materia: è la tesi patrocinata
da tutte le cor- renti moderne di ispirazione materialistica. Di queste
soluzioni le prime tre oggi non trovano più sostenitori e il campo delle scelte
è pertanto ridotto a due: creazione individuale da parte di Dio e evoluzione dalla
materia. Qual è quella giusta? Le anime discendono direttamente da Dio o sono
invece derivate dal- la materia? A nostro avviso la seconda soluzione ha un
solo argomento dalla sua parte: la promozione della conoscenza scientifica a
metro esclu- sivo di qualsiasi verità e, conseguentemente, il rifiuto di
prendere in considerazione fenomeni che non sono suscettibili di verifiche
sperimentali, come il fenomeno della riflessione, della libera scelta,
dell'autotrascendenza, ecc. Ma per chi non vuole prestar fede al dog- ma dello
scientismo, la derivazione dell'anima dalla materia non trova nessuna
giustificazione e diviene, per contro, plausibile la tesi della sua origine per
creazione. Anzi, una volta che per spiegare fenomeni come la riflessione, il
giudizio, il ragionamento, l’auto- trascendenza, la libera scelta, ecc., si
ammetta nell'uomo l’esistenza di un elemento spirituale, l’anima, non è più
possibile derivare il suo essere dal basso, dal mondo fisico, dalla materia,
perché tra l’a- nima quale si rivela nella sua essenza e nelle sue proprietà e
il mondo fisico si spalanca un abisso che nessun processo evolutivo di ordine
materiale ha la possibilità di colmare. ‘Pertanto su questa questione ci pare
che abbiano perfettamente ragione quei filosofi i quali riten- gono che l’anima
abbia origine dall'alto, abbia cioè un'origine spi- rituale e non materiale. Il
loro argomento, ridotto all'osso, è il se- guente: l’origine dell'anima
dev'essere conforme al suo essere. Ora, essendo il suo essere di natura
spirituale, è necessario concludere che anche la sua origine abbia carattere
spirituale, vale a dire essa non può essere causata che da Dio; si deve
pertanto trattare di crea- zione, perché così si chiama l’azione con cui Dio
causa l'esistenza del- le creature. Quanto al problema dei rapporti tra anima e
corpo, anch'esso ha ricevuto soluzioni molto disparate, che tuttavia in
generale sono perfettamente coerenti con le posizioni che gli autori hanno
assunto sul problema della natura dell'anima e della sua sostanzialità. Le più
significative sono le seguenti: — unione accidentale. È una delle tesi che ha
trovato il più ampio coro di consensi; patrocinata anzitutto da Pitagora e
Platone è stata in seguito ripresa e sviluppata dai loro innumerevoli disce-
poli di cui i più illustri sono Agostino, Bonaventura, Cartesio, Mà- lebranche
e Leibniz. Tutti questi autori considerano l'unione tra anima e corpo un'unione
accidentale, ossia un'unione tra due so- stanze già completamente strutturate,
ciascuna dotata d'un proprio atto di essere, due sostanze assolutamente
eterogenee e pertanto aliene da qualsiasi saldatura profonda e duratura. Com'è
noto, Pla- tone paragona l'unione dell'anima col corpo a quella del nocchiere
80 alla nave o del cavaliere al cavallo. Malebranche parla di una unione
puramente occasionale; Leibniz di un'armonia prestabilita. Cartesio, infine,
fissa una localizzazione ben precisa alla saldatura tra l'anima e il corpo:
essa avviene nella ghiandola pineale;! — unione sostanziale. È la tesi che
Aristotele ha contrapposto a Platone e Tommaso ad Agostino. Secondo lo
Stagirita e l’Aquinate l'unione tra l’anima e il corpo è una unione profonda,
sostanziale, duratura, perché non è l'incontro fra due sostanze già dotate di
un loro essere autonomo prima di incontrarsi, bensì di due elementi sostanziali
di cui almeno uno, il corpo, non dispone di un suo proprio atto di essere. La
loro unione è simile a quella della materia con la forma sostanziale: due
elementi che si compenetrano da capo a fondo, così da formare una sola, unica
sostanza;! — identificazione dell'anima col corpo. È la tesi dei materialisti,
positivisti, neopositivisti, strutturalisti e di altri autori i quali negando
all'anima qualsiasi carattere sostanziale, risolvono il suo es- sere in quello
della corporeità; . — posizione agnostica. È la posizione di Hume, Kant e dei
loro rispettivi discepoli, i quali, ritenendo che nulla si possa dire del-
l'anima come « cosa in sé », concludono logicamente che non è neppure possibile
pronunciarsi sulla natura dei suoi rapporti col corpo.!? Anche il problema del
destino ultimo dell'essere umano segue la strada già segnata precedentemente
dalle soluzioni che i vari autori elaborano per il problema della natura
dell'anima e della sua sostan- zialità. Le soluzioni basilari sono tre: —
estinzione dell'essere dell'uomo con la morte: la morte non segna soltanto la
fine del corpo ma di tutto l'essere dell'uomo, anima compresa. Questa tesi che
fino agli inizi del secolo scorso aveva in- contrato il favore di pochissimi
pensatori, a partire da Feuerbach, Marx, Comte, Nietzsche, diviene la tesi
maggiormente seguita. Og- gi è sostenuta dalla maggior parte degli
esistenzialisti, dai neo- positivisti, dai materialisti, dai marxisti, dagli
strutturalisti e da molti altri ancora; — sopravvivenza dell'anima dopo la
morte del corpo. Questa te- si avanzata in sede filosofica per la prima volta
da Pitagora, Socrate e Platone è stata in seguito ripresa e sviluppata con ogni
sorta di argomentazioni da quasi tutti i filosofi del Medioevo e dell’epoca
moderna. Tra gli argomenti più suggestivi a favore dell'immortalità dell'anima
ricordiamo i seguenti: a) argomento di Platone. È basato sulla conoscenza che
l'anima ha delle idee del Bello, del Bene, del Vero, del Giusto, del Santo,
ecc. Ora, questa conoscenza si raggiunge non mediante i sensi, ma pi$t- tosto
con l’allontanamento da essi. Vi è quindi una vita propria dello !° B. MONDIN,
vol. I, ‘pp. 88 ss.; vol. II, pp. 1402142; 189-191. 1! Ivi, pp. 137-139;
286-290. !? B. MONDIN, vol. II, pp. 238-239; 345-347. B1 b) unione sostanziale
c) identificazione d) agnosticismo Il destino ultimo: estinzione o
sopravvivenza? Immortalità dell'anima secondo: — Platone: l’affinità dell'anima
con il mondo delle idee — Agostino: la conoscenza delle verità eterne — Tommaso:
il desiderio naturale della sopravvivenza — Cartesio: non si può provare la
corruttibilità dell'anima spirito, che si svolge tutta sola, indipendentemente
dal corpo. « Quan- do compie da sola la ricerca, l’anima si slancia verso ciò
che è puro, eterno, immortale e sempre uguale a se stesso; e, sentendo la pro-
pria affinità con esso, vi dimora per tutto il tempo che le è con- cesso, e
trova pace nel suo errare, e posta in contatto con tali realtà, permane essa
stessa costante e immutabile ».* L'affinità, la parentela con l'Idea, che è
eterna, è il perno dell'argomento platonico. In quanto spirito la nostra anima
è fatta per l’Idea e di essa si nutre e per essa vive della vita dello spirito.
Ora l’Idea è eterna, immuta- bile. Di conseguenza anche la nostra anima, che è
affine ad essa e vive di essa, è eterna ed immutabile; b} argomento di
sant'Agostino. È basato anch'esso sulla cono- scenza delle verità eterne. «
L'anima, dice Agostino, nella conoscen- za intellettiva attinge la verità. Ora,
in quanto sede della verità, l’a- nima è immortale allo stesso modo della
verità. Infatti se ciò che si trova in un soggetto è eternamente duraturo, è
necessario che lo stesso soggetto sia eternamente duraturo. Ma poiché ogni
scienza risiede sempre in un soggetto, è necessario che l’anima duri per sem-
pre. Ma dato che la scienza è verità e la verità dura per sempre, anche l’anima
dura per sempre, né si potrà mai dire che essa muore »;! c) argomento di san
Tommaso. È basato sul desiderio naturale che l'uomo ha di sopravvivere alla
morte e di non morire mai. Ecco come ragiona san Tommaso: « È impossibile che
una tendenza na- turale sia vana. Ora l'uomo brama per natura di durare in
perpetuo. E questo appare chiaro dal fatto che l'essere è ciò che da tutti è
desiderato; l’uomo poi mediante l'intelletto percepisce l'essere non soltanto
in un dato momento (come si trova realizzato hic et nunc), a modo degli animali
bruti, ma assolutamente. Dunque l’uomo con- segue la perpetuità nella sua parte
spirituale, vale a dire l’anima, per la quale percepisce l'essere assolutamente
e secondo ogni tempo »;! d) argomento di Cartesio. È basato sull'impossibilità
di provare che l’anima umana sia logorata dal tempo e destinata a perire: « Non
abbiamo nessun argomento e nessun esempio che ci persuada che la morte, o
l'annientamento di una sostanza quale lo spirito, debba seguire da una causa
così leggera come un cambiamento di figura, il quale non è altro che un modo, e
di più un modo del corpo e non dello spirito... Non abbiamo nessun argomento né
esempio che ci possa convincere che vi sono delle sostanze spirituali soggette
ad essere annientate »; — posizione agnostica. È la posizione di coloro che
ritengono che il problema della sopravvivenza dell’uomo dopo la morte del corpo
sia insolubile. Tracce di questa posizione si incontrano già 4 :PLATONE,
Fedone, c. 27. 4 S. AcosTINO, Soliloquia, II, c. 13. 4 S. TomMaso, Summa contra
gentiles, II, c. 79. * CARTESIO, Meditazioni, Laterza, Bari 1954, p. 156. 82 in
alcuni filosofi del Medioevo (Abelardo, Scoto, Occam) e del Rinascimento
(Valla, Zabarella, Caietano); ma diviene una posizione molto seguita dal
momento in cui essa ottiene il suffragio di due dei massimi esponenti della
filosofia moderna: Hume e Kant, i quali come sappiamo, in conseguenza dei loro
postulati epistemologici, ritengono che la sfera della realtà oggettiva (sia
essa materiale oppu- re spirituale) sia inaccessibile alla nostra mente. La
posizione agno- stica è molto diffusa anche ai nostri giorni. Ci sono, oggi,
tanti stu- diosi i quali non negano l'immortalità dell'anima ma ritengono che
non sia possibile risolvere questo problema mediante prove attinte dalla
metafisica. C'è poi un gruppo di teologi capeggiato da Barth e Cullmann, il
quale considera la teoria dell'immortalità dell'anima incompatibile con la
Rivelazione biblica e, pertanto, ritiene che il cristianesimo primitivo si sia
reso colpevole di un errore imperdo- nabile allorché ha tradotto la dottrina
biblica della risurrezione dei morti nella teoria greca dell'immortalità
dell'anima.” Tale è, a grandi linee, il quadro del problema antropologico così
come si è venuto delineando attraverso i secoli. Con la sua lunga serie di
tentativi di soluzione, tentativi quasi sempre insoddisfacen- ti, esso comprova
l'esattezza della affermazione di Agostino: « Gran- de mistero è l'uomo ». In
effetti, messi di fronte a noi stessi, per cercare di cogliere la vera natura
del nostro essere ed il nostro ultimo destino, dobbiamo riconoscere che non
riusciamo a realizzare que- sta impresa: capaci di risolvere complicati
problemi relativi alla fisica, alla matematica, all'astronomia, all'economia,
alla politica, ecc., non siamo però in grado di spiegare con sufficiente
chiarezza la problematicità del nostro essere, della nostra vita e del nostro
de- stino. 3. Il significato dell’autotrascendenza Una delle costanti del
comportamento umano è di superare, tra- scendere sistematicamente quello degli
animali: l'uomo sorpassa gli animali nel pensiero, nella libertà, nel lavoro,
nella parola, nel di- vertimento, nella tecnica ed in tante altre cose. ° Ma
ciò che è ancor più singolare è la presenza in tutte le espres- sioni
dell'agire umano di un altro tipo di superamento, di trascen- denza, la quale
non è più volta verso l'esterno, verso gli altri esseri viventi, bensì verso
l'interno, verso l’uomo stesso: questi in tutto ciò che fa, dice, pensa, vuole,
desidera, mostra di tentare costante- mente di superare se stesso. L'uomo è
essenzialmente segnato dal- l’autotrascendenza. .I filosofi del nostro tempo
ancor più che i filosofi dei secoli pre- ” O. CULLMANN, « Immortalità
dell'anima o risurrezione dei morti», in Protestantesimo, 1956, pp. 48-74. 83
Insolubilità del problema: l’agnosticismo da Abelardo a Kant Barth e Culmann:
incompatibilità tra immortalità e risurrezione Trascendenza e autotrascendenza:
la tensione oltre il limite Soluzione egocentrica: il perseguimento della
propria perfezione Ritrovare se stessi in pienezza cedenti vedono
nell’autotrascendenza il tratto più caratteristico del- l'essere umano e
ritengono quindi che si possa giungere alla com- prensione di quest'ultimo
soltanto chiarendo il senso dell'auto- trascendenza. Ma su questo punto le loro
opinioni sono discordi. Vo- lendo schematizzare si possono ridurre a tre.
Secondo alcuni l’auto- trascendenza ha come obiettivo il perfezionamento del
soggetto che si autotrascende (soluzione egocentrica). Secondo altri il suo
obiet- tivo è il perfezionamento della comunità, dell'umanità (soluzione
filantropica). Secondo altri ancora il suo obiettivo primario è Dio: chi si
autotrascende si distacca da se stesso per raggiungere Dio (soluzione
teocentrica). a) Soluzione egocentrica - In tutte le epoche della storia
troviamo filosofi insigni che interpretano l'autotrascendenza come supera-
mento di ciò che l'uomo è attualmente al fine di raggiungere uno stato
superiore di esistenza, di perfezione, di felicità. Tra i sosteni- tori più
rappresentativi di questa soluzione figurano Platone, Aristo- tele, gli Stoici,
Cartesio, Hegel, Nietzsche, Sartre. ‘Sul senso ultimo dell'esistenza umana
tutti gli autori citati ma- nifestano un sostanziale accordo. Secondo il loro
modo di vedere, l'uomo nella vita presente si trova in una situazione precaria,
piena di deficienze e di miserie. C'è però nell'uomo una tensione (più o meno
forte a seconda dei casi) di superare tale situazione e di libe- rarsi-dalla
schiavitù dell'ignoranza, dell'errore, della paura, delle passioni. Ma questo
sforzo di autotrascendenza non vuole essere un’alienazione da se stessi e
un'immersione in qualche altro essere diverso da sé. L'intento
dell’autotrascendenza è di ritrovare se stessi mediante l'acquisto di un essere
più vero, più proprio e più autentico, effettuando una attuazione più piena e
più completa delle proprie possibilità. A nostro parere questa interpretazione
dell’autotrascendenza è valida nei limiti di ciò che afferma. Essa riconosce
giustamente che l'uomo supera costantemente se stesso non per disfarsi della
propria realtà ma per realizzarla più pienamente. L'uomo vuole acquisire nuovi
livelli di conoscenza, nuovi gradi di cultura e di benessere, ma senza buttare
a mare quanto già conosce, può e possiede. L'auto- trascendenza non è una
restituzione della macchina vecchia per l’ac- quisto di quella nuova, ma è
piuttosto una revisione e un nuovo col- laudo della macchina vecchia.
L'autotrascendenza non è un'immola- zione di se stessi a vantaggio di qualche
altro. Ma essa è anzitutto e soprattutto ricerca d'un essere personale più
perfetto. Però in questa interpretazione dell’autotrascendenza rimane insoluto
il problema di come si possa portare a compimento questo processo di più
completa autorealizzazione, in quanto da tutti gli autori sopracitati questa
impresa è affidata alla iniziativa e alle forze dell'uomo. Ora, l’esperienza insegna
che nella maggior parte dei casi i nostri sforzi vengono sistematicamente
frustrati: non acqui- siamo mai né il sapere, né l'avere, né il potere, né
l'essere che vor- 84 remmo. Ma allora l’autotrascendenza non diviene uno sforzo
insen- sato e vano? A questo interrogativò cruciale l’interpretazione ego-
centrica non offre nessuna risposta. Per avere una risposta dobbia- mo
rivolgerci alle altre due interpretazioni. b) Soluzione sociocentrica - A
partire da Marx e Comte numerosi autori hanno visto nell’autotrascendenza un
movimento di supera- mento dei confini dell’individualismo e dell'egoismo e un
tentativo di dare origine ad una nuova umanità affrancata dalle miserie indi-
viduali e dalle diseguaglianze sociali e quindi in grado di conseguire la perfetta
felicità. Recentemente questa concezione dell'autotrascen- denza ha trovato dei
validi interpreti soprattutto nei marxisti revisio- nisti, Bloch, Marcuse e
Garaudy. A nostro avviso questa interpretazione contiene un punto assai
positivo: il riconoscimento che il movimento di autotrascendimento ha anche una
dimensione sociale: è l'uomo come essere socievole che si autotrascende e non
come una monade senza porte e senza finestre. Del resto questo trascendimento a
livello sociale oggi è am- piamente testimoniato dalle contestazioni che le
giovani generazioni (ma non soltanto loro) sollevano contro le strutture
attuali della so- cietà (di qualsiasi società sia capitalista che socialista).
Ma il riconoscimento che l’autotrascendenza abbia una compo- nente sociale non
significa affatto che essa non comporti anche un elemento personale. Quanto è
stato affermato dalla concezione ego- centrica non può essere ignorato
completamente come fanno tutti i marxisti, sia quelli ortodossi che i
revisionisti. E pertanto la soluzione che Marx e discepoli offrono al problema
dell'autotrascendenza non può essere accolta. Pure ammesso (anche se ciò è
decisamente assai improbabile) che nel suo progressivo auto- trascendersi
l'umanità raggiunga uno stadio finale di perfetta rea- lizzazione di se stessa
e delle proprie esigenze, questo non offre nes- suna risposta al problema della
propria, personale autotrascendenza. In effetti nessuna comunità storica
organizzata, nessuna economia, nessuna politica, nessuna cultura umana riescono
ad esaurire l’esi- genza di totalizzazione delle persone che trova espressione
nell’auto- trascendenza. Per questo motivo assegnare al movimento di autotra-
scendenza traguardi affascinanti e spettacolari che potranno essere raggiunti
dall’umanità soltanto in un lontano futuro, come fanno Marx, Comte, Bloch,
Garaudy e altri, significa lasciare completa- mente disattese e deluse speranze
reali degli uomini d'oggi, che oltre che collettivamente e socialmente sperano
anche e soprattutto individualmente e personalmente, ciascuno per il proprio
essere, e non tanto per la realizzazione di una nebulosa « società senza clas-
si », di cui siamo ben poco sicuri di poter mai far parte.!? Ha ragione quindi
Helmut Gollwitzer quando scrive: « Tutti i o Cfr. J. DE FINANCE, Essai sur
l'agir humain, Gregoriana, Roma 1962, P. S. Ivi, pp. 185 ss. 85 Soluzione
sociocentrica: la realizzazione di una nuova umanità Componente sociale ed
elemento personale Contingenza dei fenomeni ed esigenza del significato
dell’uomo Soluzione teocentrica: Dio è l'Alfa e l’Omega dell’autotrascenden- za
L’autotrascendenza come prova dell’esistenza di Dio fenomeni di questo mondo
sono destinati a decadere col tempo; non possono quindi conferire un senso
permanente alle cose. Non rimane allora che l’uomo a dare un significato
all'uomo. Ma il prossimo che è altrettanto transitorio e imperfetto, non è
capace di fornire questa spiegazione — per quanto ci si possa, nel caso pratico
individuale, attaccare al prossimo nella speranza di trovare in lui il significato
dell’esistenza —. Sembra allora più qualificata a far ciò l'umanità nel suo
complesso, la cui durata supera di gran lunga quella dell’indi- viduo. Essa
però è un'astrazione di grado elevato e bisognerebbe chiudere gli occhi per
ignorare il fatto che anch'essa è un fenomeno passeggero nel cosmo. Per trovare
un significato, si deve presuppor- re un'istanza permanente. Mancando questa,
s'impone all'uomo e al- l'umanità un peso che non possono portare, un compito
che non possono svolgere ».® c) Soluzione teocentrica - Molti studiosi
all'autotrascendenza danno un senso teocentrico: l’uomo esce incessantemente da
se stesso e oltrepassa i confini della propria realtà, perché vi è sospinto da
una forza superiore, Dio. Questi grazie alla sua grandezza, bontà, perfezione e
onnipresenza polarizza su di sé tutte le creature, in particolare l'uomo. Dio è
il punto A/fa e Omega dell'autotrascen- denza. I più validi esponenti di questa
interpretazione dell'autotrascen- denza sono Blondel, Rahner, Marcel, Metz,
Boros e De Finance. Ma contro questo modo d'intendere l’autotrascendenza si
solleva una grossa difficoltà, che è la seguente: l’autotrascendenza teocen-
trica dà per scontata la realtà di Dio. Ora questa è una concessione che la
filosofia moderna non è affatto disposta a fare. Oggi c'è tutta una schiera di
filosofi i quali affermano che Dio è assolutamente in- conoscibile e
indimostrabile, oppure dicono che l’idea di Dio è sol- tanto una
ipostatizzazione dei bisogni e degli ideali dell'uomo, cioè Dio è una creatura
della mente umana. A questa grave difficoltà Blondel, Rahner, De Finance e gli
altri sostenitori del senso teocentrico dell’autotrascendenza replicano che la
loro interpretazione del movimento di autotrascendimento non presuppone nessuna
dimostrazione dell’esistenza di Dio, ma al con- trario essa fa vedere che è
questo stesso movimento a fornire un chiaro documento a favore della realtà
divina. Infatti l'autotrascen- denza, essendo un movimento, esige un senso, un
traguardo, una meta. Ma s'è già visto in precedenza che né l’io né l'umanità
possono fornire il senso richiesto. Perciò non resta altra possibilità che
rico- noscere che il senso ultimo dell'autotrascendenza è Dio. Perciò a nostro
avviso commettono grave errore quei filosofi (e sono molti) che contrappongono
la trascendenza orizzontale a quella verticale, come se si trattasse di due
tensioni antitetiche, quando ®* H. GOLLWITZER, La critica marxista della
religione e la fede cristiana, Morcelliana, Brescia 1970, p. 118. 86 invece ci
sono fondati motivi per credere che la trascendenza oriz- zontale acquista
senso e realtà soltanto mediante la irascendenza verticale. Lo stesso
Merleau-Ponty ha giudicato stolto il tentativo di opporre trascendenza
orizzontale e trascendenza verticale, attri- buendo alla prima quello che si
toglie alla seconda e concependo la Storia infinita e progressiva come « una
Potenza esteriore », di cui l'uomo non sarebbe che strumento senza sostanza
interna. « Non è mai stata tipica di nessuna filosofia, — assicura
Merleau-Ponty, — la scelta tra le trascendenze, per esempio quella di Dio e
quella del- l'avvenire umano; che anzi è sforzo costante di ogni filosofia me-
diare tali trascendenze ».? Questo incontro tra le due trascendenze è stato
ultimamente lu- cidamente esplorato da Antoine Vergote. Egli descrive in modo
e- gregio la trascendenza orizzontale (egocentrica) nei termini seguen- ti: «
L'uomo è corporalmente legato al mondo che lo porta. Ma ne è il centro movente.
Tutte le direzioni di senso, in avanti e all’in- dietro, in lontananza e in
vicinanza, a destra e a sinistra sono relative alla totalità del suo io
corporeo. Centro contingente e asso- luto, riferisce tutto a sé e, nel
guardare, toccare o semplicemente nel camminare, si muove nello spazio
ambiente. La dimensione oriz- zontale gli offre il campo che si estende davanti
a lui. Egli vi sfoggia la sua potenza, lo ordina e gli dà senso.
L'orizzontalità è il terreno delle sue possibilità e delle sue realizzazioni.
Egli vi mostra la propria vita nell'immediato. Vi si muove instancabile,
padrone di quanto lo circonda, dando forma ai suoi desideri e alle sue idee ».
Ma nell’uo- mo la trascendenza orizzontale si apre spontaneamente e chiaramen-
te verso la trascendenza verticale. Questa è felicemente illustrata dal Vergote
nel brano seguente: « Il desiderio dell’uomo, il suo pensiero e il suo
linguaggio si slanciano senza tregua al di là del mondo de- gli oggetti o si
volgono verso la loro origine, verso la sorgente ori- ginaria da cui
scaturiscono. La scissura verticale scava la sua pre- senza negli uomini e
nelle cose, perfino quando vuole recuperarsi tra- mite un ritorno orizzontale.
Ed è precisamente la presenza interiore di una liberatrice deiscenza verticale
che crea nelle cose un'apertura, salvaguardandole da ogni reificazione. È essa
che garantisce così al mondo ambiente la sua separazione e la sua autonomia,
nei limiti definitivi di un orizzonte del mondo in perpetua estensione ».? A
conclusione della sua penetrante analisi del senso della trascen- denza
verticale il Vergote scrive: « Il cielo non sovrasta l'uomo come un'oscura
trascendenza minacciosa. E non è neppure il miraggio di un paradiso che aliena
dai problemi della terra. Delimita invece la terra come dimora e regno
dell'umano. Esso è anche l’indizio di un ? M. MERLEAU-PonTY, Signes, 1960, pp.
88-89. Ro La teologia e la sua archeologia, Esperienze, Fossano 1974, pp.
79-80. 87 integrazione della trascendenza orizzontale e verticale Il cielo
delimita la terra ma non la nega L’Altro assoluto sorgente dell’ipseità e superamento
del limite superamento che non spezza mai il legame terrestre della condizione
umana ».# L'uomo non esce dai confini del proprio essere per sprofondare nel
nulla, ma esce da se stesso per buttarsi in Dio, il quale è l'unico essere
capace di portare l’uomo alla perfetta e perenne realizzazione di se stesso, «
Ciò che è necessario riconoscere, è che lo slancio verso l'Ideale non è
possibile e non ha significato che a causa della presen- za affascinante e in
certo qual modo aspirante dell’Ideale sussi- stente o, per dargli il nome sotto
il quale l’invoca la coscienza reli- giosa, di Dio. È lui e lui solo — l'Altro
assoluto e cionondimeno la sorgente della mia ipseità — che pur consegnandomi a
me stesso mi strappa al mio io; è la sua presenza che introduce in me un
principio di tensione interiore e di oltrepassamento ».* Così, lungi dal
fondare l’'Ideale, l'autotrascendenza dell’uomo tro- va il suo ultimo
fondamento. CONCETTI DA RITENERE — Cosmocentrismo; teocentrismo;
antropocentrismo — Antropologia metafisica, naturalistica, storicistica,
esistenziale — Traducianesimo; emanazione; creazione simultanea; creazione
indivi- duale e diretta; evoluzione; unione accidentale; unione sostanziale;
identifica- zione anima/corpo — Posizione agnostica — Estinzione, sopravvivenza
— Autotrascendenza; soluzione egocentrica, filantropica, teocentrica SINTESI
CONTENUTISTICA I. NATURA DEL PROBLEMA 1. Interesse costante della filosofia per
l’uomo fino a farne l’obiettivo pri- vilegiato con i Sofisti e Socrate. 2. La
filosofia moderna assume un indirizzo spiccatamente antropocentrico, Oggi
persino i teologi ritengono opportuno dare alla loro disciplina una impo-
stazione antropocentrica. 3. Diviene pertanto sempre più urgente rispondere
all'interrogativo chi sia l'uomo e confrontarsi con la complessità della sua
natwira e del suo mistero. Il problema antropologico investe il problema della
natura umana in quanto tale: qual è l'essenza propria dell'uomo? quali i suoi
elementi costitutivi? quale la sua origine e il suo fine? II. PANORAMA STORICO
DELLO STUDIO DELL'UOMO 1. Storicamente si sono delineate tre prospettive di
studio: cosmocentrica, teocentrica, antropocentrita: i A a) la prospettiva
coòmocentrica (Platone, Aristotele, Epicurei, Stoici, Neo- platonici) situa
l'uomo nell'ordine dela natura e lo studiano in relazione ad esso; ® Ivi, p.
107. J. DE FINANCE, Op. cit., p. 191. 88
b) la prospettiva teocentrica (filosofia cristiana dei Padri della Chiesa e
degli Scolastici) considera l’uomo come « immagine di Dio» e lo studia in
prospettiva teologica; c) la prospettiva antropocentrica è propria della
filosofia moderna e con- temporanea (Umanesimo, Cartesio, Hume, Kant, Hegel,
Comte, Freud, Nietz- sche, Heidegger, ecc.) e assume come punto di riferimento
l’uomo stesso accen- trandone questo o quell’aspetto. 2. Le antropologie
possono distinguersi anche in ordine al metodo: 1) an- tropologie metafisiche
(Platone, Aristotele, Plotino, Agostino, Tommaso, Carte- sio, Spinoza, Leibniz,
ecc.); 2) le antropologie naturalistiche (Darwin, Comte, Spencer, Freud, ecc.);
3) le antropologie storicistiche (Vico, Marx, Croce, Ga- damer, ecc.); 4) le
antropologie esistenziali (Scheler, Heidegger, Sartre, Ricoeur, Merleau-Ponty,
Marcel, Gehlen, ecc.). 3. Nel panorama antropologico domina il problema della
libertà: a) nel mondo classico essa è una vana aspirazione vinta dalle forze
del Fato; b) nel mondo post-cristiano emerge come il dono di Dio all'uomo
responsabile così della sua storia e del suo destino; c) nell'epoca moderna la
libertà legittima il graduale distacco dell'uomo da Dio; d) nell'epoca
contemporanea l’antropolo- gia oscilla tra arbitrarietà e condizionamento. 4.
Il problema della natura umana è così determinabile: — problema della
sostanzialità dell'anima — problema dei rapporti tra anima e corpo . — problema
dell'immortalità dell'anima. Il pensiero contemporaneo ha progressivamente
accentuato altri aspetti da cui derivano definizioni dell'uomo in base alla sua
attività fondamentale: eco- nomico (Marx); sessuale (Freud); esistenziale (Heidegger);
storico (Gadamer); fallibile (Ricoeur); dialogico (Buber); utopico (Bloch);
religioso (Luckmann); mitologizzante (Eliade); alienato (Tillich); libero
:(Sartre); problematico {Mar- cel); ludico (Fink). III. IL SIGNIFICATO
DELL'AUTOTRASCENDENZA 1. Il comportamento umano supera quello degli animali.
L’agire umano, inoltre, non esprime solo una trascendenza rivolta all’esterno,
ma anche ri- volta verso l’uomo stesso. L'uomo è autotrascendente. 2.
L'autotrascendenza dell’uomo è interpretata in tre direzioni: a) egocentrica
(Platone, Aristotele, Stoici, Cartesio, Hegel, Nietzsche, Sar- tre): l'uomo
tende a ritrovare se stesso mediante l'acquisto di un essere più vero, più
autentico, attuando pienamente le proprie possibilità; b) sociocentrica (Marx,
Comte, Bloch, Marcuse, Garaudy): l’autotrascendi- mento è uscita dall’egoismo e
ha una dimensione sociale; c) ieocentrica (Blondel, Rahner, Marcel, Metz,
Boros, De Finance): l’uomo esce incessantemente da se stesso e oltrepassa i
confini della propria realtà sospinto da una forza superiore, Dio. QUESTIONARIO
DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Perché l'uomo è un problema a se stesso? Sotto
quali aspetti si presenta come un problema filosofico? 2. Quali sono le
principali prospettive in cui si sono collocati i filosofi per risolvere il
problema antropologico? 3. Quali sono i metodi usati dai filosofi nello studio
dell'uomo? 4. Come interpretano i rapporti tra anima e corpo Platone,
Aristotele, Agostino, Tommaso, Cartesio, Spinoza, Malebranche, Leibniz? 5.
Perché secondo Kant il problema antropologico è insolubile? 6. Perché la morte
del corpo non implica necessariamente la fine di tutto l’uomo? 89 7. A che cosa
è riconducibile il problema metafisico e religioso come esi- genza peculiare
della natura umana? 8. In che rapporto si trova il singolo con le strutture
sociali, economiche, politiche? 9. Quali sono le principali opinioni sul
significato di autotrascendenza del- l'essere umano? 10. Quale rapporto è
possibile stabilire tra l’autotrascendenza e la dimen- sione etica e politica
dell'uomo? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Il problema filosofico
dell'antropologia, Morcelliana, Brescia 1977. AA.Vv., Umanesimo cristiano e
umanesimi contemporanei, Massimo, Mila- no 1982. AA.Vv., Antropologia e
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all’antropoanalisi, Bompiani, Milano. ‘BeAaLs R.-Howyer H., Introduzione
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antropologia cristiana nell'età seco- larizzata, Massimo, Milano 1985. CoreTH
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Guida, Napoli 1969. Harris M., L'evoluzione del pensiero antropologico, Il
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Newton Compton, Milano 1982. VANNI RovIGHI S., L’antropologia filosofica di san
Tommaso d'Aquino, Vita e Pensiero, Milano 1965. Ip., Uomo e natura. Appunti per
una antropologia filosofica, Vita e Pensiero, Milano 1980. 90 Capitolo settimo
IL PROBLEMA METAFISICO ‘QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Che cosa c’è a fondamento
e a garanzia dell’esistenza? 2. Che cosa esprimono le parole « esistere », «
essere »? 3. Che cosa accadrebbe se esse scomparissero dal linguaggio umano? 1.
L'origine del termine L'origine del termine metafisica è legata all'opera di‘
Aristotele e al destino dei suoi scritti dopo la sua morte. Aristotele morendo
lasciò la propria biblioteca al discepolo Teo- frasto. Essa conteneva, oltre le
opere pubbliche degli altri filosofi e di Aristotele, anche gli scritti privati
del maestro, riservati alla stretta cerchia dei discepoli, tra i quali la
Metafisica. A sua volta, morendo, Teofrasto lasciò con la propria biblioteca
anche quella di Aristotele a Neleo, discepolo di ambedue. Questi la trasportò a
Scepsi, nella Troade, sua patria. Qui i suoi eredi, per sottrarla alle ricerche
dei sovrani di Pergamo e di Alessandria, che intendevano ar- ricchire le
proprie raccolte acquistando tutte le opere importanti su cui riuscivano a
metter mano, la nascosero in un sotterraneo, dove ri- mase poi abbandonata e
quasi ignorata fino verso il 100 a.C., anno in cui il bibliofilo Apellicone la
scoprì, l’acquistò e la portò ad Atene. Quando nell'86 a.C. Silla conquistò la
città, fece portare i preziosi manoscritti a Roma, dove furono affidati ad Andronico
di Rodi, affin- ché ne curasse l'edizione completa. Egli li suddivise e, poiché
dopo avere ordinato le opere di fisica si era trovato davanti ad un gruppo di
14 libri senza nome, allora aveva deciso di chiamarli «i libri che vengono dopo
la fisica » (tà metà tà physicà). Il nome, originato in modo così casuale,
corrispondeva effettivamente al contenuto dei volumi: essi infatti trattavano
di realtà, qualità, perfezioni, es- seri, che non si trovano oppure non si
restringono al mondo fisico, ma vanno oltre, sono cioè « metafisiche »; tutto
ciò costituiva per Aristotele la « filosofia prima ». Quindi il nome dato ad un
gruppo delle sue opere è passato giustamente a designare quella parte della
filosofia che si occupa delle cause ultime, dei principi costitutivi su- premi
delle cose. 91 II problema delle cause ultime e dei principi supremi La scienza
dell'essere in quanto tale Scetticisti, empiristi e materialisti: negazione
della metafisica Il dibattito metafisico non è più controverso di quello
scientifico La validità della definizione aristotelica 2. Oggetto della
metafisica La metafisica è stata variamente definita: come « scienza suprema in
assoluto, che studia l'essere in quanto tale e le proprietà che lo accompagnano
necessariamente » ed è « la scienza che esplora le cause prime e i primi
principi » (Aristotele); come « scienza dei principi primi della natura e della
morale » (Kant); come « immer- sione della propria esistenza nelle possibilità
fondamentali dell’esse- re considerato nella sua totalità » (Heidegger); come «
riflessione sui principi primi » (Gilson). L'elenco delle definizioni potrebbe
con- tinuare ancora, ma quelle riportate bastano ad indicare qual è la
preoccupazione che dà vita all'indagine metafisica: è la preoccu- pazione di
scoprire le ragioni supreme della realtà. La possibilità della metafisica è
stata messa in questione ripetuta- mente per ragioni diverse. Prima dagli
scettici a causa della loro sfi- ducia nelle capacità conoscitive dell'uomo,
poi dagli empiristi a causa della loro riduzione della conoscenza umana
all'esperienza sensitiva, più tardi dai positivisti, dai materialisti, dai
marxisti a motivo della loro riduzione di tutta la realtà all'ordine materiale,
e, infine, dagli analisti del linguaggio a causa della loro riduzione di tutti
i pro- blemi, compresi quelli filosofici, a puri problemi linguistici. Però
pare che nessuna delle suddette ragioni abbia valore pro- bativo. Anzitutto non
è affatto vero che quando i filosofi discutono della realtà delle cose, della
loro origine, del loro essere, della loro natura, del loro divenire, ecc.,
discutano soltanto sul significato dei termini « realtà », « origine », «
natura », « essere », « divenire », per il semplice motivo che i dispareri tra
i filosofi non sono di natura diversa da quelli che si incontrano tra gli
scienziati. Ora nessuno vorrà affermare che quando i dotti della Sorbona non
condividevano la teoria dei coniugi Curie a proposito del radium, il loro
disaccordo riguardasse solamente la parola « radium ». Altrettanto si deve dire
del disaccordo dei filosofi a proposito dei principi primi della realtà, della
natura, dell'essere delle cose. Non sono semplicemente disac- cordi verbali; il
disaccordo non verte sul significato delle parole ma sulle cose stesse. Neppure
è vero (e la prova è stata fornita nel capi- tolo dedicato al problema
epistemologico), che l'uomo è dotato sol- tanto di conoscenze sensitive. Noi
possediamo anche una conoscenza superiore a quella sensitiva, di ordine
intellettivo, capace di raggiun- gere la verità entro certi limiti. Vengono
così a crollare le obiezioni mosse dagli scettici e dagli empiristi alla
possibilità della metafisica. Ma, ammessa la legittimità dell'indagine
metafisica, qual è l’og- getto al quale essa è diretta? Aristotele, come abbiamo
ricordato, determina l’oggetto della metafisica con la celebre espressione:
l'essere in quanto tale e le proprietà che l'accompagnano necessariamente.
Quasi tutti i filosofi sono d'accordo sulla bontà di questa definizione: chi fa
metafisica 92 scruta il mistero dell'essere degli enti al fine di scoprire che
cosa sia che dà loro consistenza, che li riempie di realtà. Alla domanda « che
cos'è l'essere dell'ente » si arriva così: si osserva anzitutto nelle cose una
molteplicità di aspetti, che le ren- dono interessanti, meravigliose,
spaventose, problematiche, ecc. A poco a poco, però, un aspetto attira con
maggior forza la nostra attenzione, l'aspetto della loro esistenza, il loro
essere: anziché non essere, le cose sono! Improvvisamente la mente avverte la
fondamen- talità di tale aspetto a paragone di tutti gli altri e comincia ad
in- terrogarsi sull'essere delle cose, sull'essere dell'ente e nell’ente. È a
questo punto che l'indagine metafisica spicca il suo volo. Quindi l'indagine
metafisica è indagine intorno all'essere del- l'ente 0, che è poi lo stesso,
indagine intorno all'ente in quanto es- sere. La metafisica è essenzialmente
ricerca intorno all'essere. Quan- do invece il filosofo abbandona la questione
dell'essere, egli si al- lontana automaticamente dal terreno della metafisica.
Da ciò che siamo venuti dicendo risulta che l'oggetto formale della metafisica
non è questa o quella cosa, questa o quella qualità, questo o quel principio;
oggetto formale della metafisica non è nep- pure l'ente, nessun ente: né l'ente
materiale né quello spirituale, né l'ente necessario né quello contingente. Lo
studio di questo o quel- l'ente particolare, di questa o di quella specie di
ente non spetta alla metafisica ma ad un altro ramo della filosofia oppure ad
una delle scienze sperimentali. L'oggetto formale della metafisica è l'essere
in quanto tale. L'ente materiale non è il suo oggetto formale ma solo il suo
punto di partenza. Solamente l'essere dell'ente (l’ente consi- derato nella sua
qualità di essere, l'ente in quanto è, l'ente conside- rato dal punto di vista
dell'essere) costituisce l'oggetto formale del- la metafisica. Naturalmente la
metafisica non si accontenta di parlare dell'ente in quanto essere, perché il
suo resterebbe un discorso puramente a- stratto. Essa deve parlare anche di
tutto ciò che è implicato in una risposta esauriente all'interrogativo: « Che
cos'è l'essere dell'ente? ». Però è bene precisare che non tutto appartiene al
discorso metafisico allo stesso modo. L'essere dell'ente costituisce l'oggetto
formale; il resto rientra nel discorso metafisico come risultato dell'indagine.
Quindi se per spiegare l'essere dell'ente occorrerà parlare di Dio, questi non
entrerà a far parte dell'oggetto formale della metafisica, ma dei suoi
risultati. 3. Metodo della metafisica Dunque l'oggetto della metafisica è
l'essere in quanto tale. Se- nonché dobbiamo constatare, come osserva
giustamente Heidegger, che l'essere non è mai accessibile direttamente e
immediatamente: l'essere non si manifesta mai da solo; non ci parla mai a tu
per 93 L’essere oggetto della metafisica L’uomo: l’ente che si interroga
sull’essere Metodo deduttivo e metodo induttivo Esigenza di tre metodi:
fenomenologico, induttivo e deduttivo tu; ma è sempre velato, nascosto sotto la
maschera di un ente par- ticolare. Perciò, si può arrivare all'essere soltanto
passando attra- verso gli enti. Ma, attraverso quale ente? A quale dei
moltissimi en- ti che affollano la grande scena dell'universo è più opportuno
rivol- gersi per spiare la natura dell'essere? C'è qualche ente privilegiato
che meglio di ogni altro possa svelarci i segreti dell'essere? Gli esi-
stenzialisti hanno sottolineato il fatto che il nostro ente (quell’ente che noi
chiamiamo « uomo ») ha per l’essere un interessamento del tutto particolare: è
l’unico ente che si interroga sull'essere; gli importa molto di scoprire che
cosa sia l'essere in quanto tale, e so- prattutto che cosa sia l’essere del
nostro ente. Gli esistenzialisti tro- vano in questa singolare vicinanza del
nostro ente all'essere un mo- tivo sufficiente per iniziare la metafisica con
lo studio dell'essere dell'uomo, uno studio che essi conducono secondo il
metodo fenome- nologico. Invece nel passato per risolvere il problema
metafisico i filosofi ricorrevano generalmente o al metodo deduttivo oppure a
quello in- duttivo. Platone, Plotino, Agostino, Avicenna, Bonaventura,
Cartesio, Leib- niz e molti altri, movendo dal presupposto che la mente umana
co- nosce a priori o per illuminazione divina i principi primi e le idee universali
oppure considerando il conoscere non come un apprendere ma come un creare,
hanno potuto procedere nell'indagine metafisica servendosi esclusivamente del
metodo deduttivo. Altri filosofi, tra cui Aristotele, Tommaso d'Aquino e molti
mo- derni, non ammettendo le idee a priori e neppure una illuminazione speciale
da parte di un essere metaempirico e neanche concependo il conoscere come un
creare bensì come un rappresentare, hanno im- piegato il metodo induttivo. A
nostro avviso, l'indagine metafisica per essere seria, feconda e concreta,
esige l’uso di tre metodi: quello fenomenologico, quello induttivo e quello
deduttivo. I primi due servono ad assicurarle una solida base nel concreto,
mentre il terzo va incontro all’esigenza del- la metafisica di offrire una
visione sistematica del reale. 4. Sguardo storico Tracciare la storia del
problema metafisico equivale sostanzial- mente a tracciare la storia della
filosofia occidentale, ché la primà e massima preoccupazione di tutti i
filosofi dei periodi antico, me- dioevale e moderno è sempre stata quella di
fornire una spiegazione conclusiva dei fenomeni che noi esperimentiamo,
scoprendo la cau- sa suprema, la ragione ultima del loro essere. L'intento
metafisico è già chiaramente presente nei filosofi io- nici: è la causa ultima
che essi ricercano, anche se poi in effetti 94 la situano in uno dei quattro
elementi costitutivi della materia, l’acqua, l'aria, la terra, il fuoco. Con
Parmenide la metafisica non è più una semplice aspirazione ma diviene
un'autentica realtà. Infatti, additando l'essere quale prin- cipio unico e
supremo d'ogni cosa, egli introduce la metafisica nel- l'ambito che le è
proprio e che resterà tale per sempre. Platone approfondisce la ricerca
dell'essere, distinguendo tra ciò che veramente è e ciò che invece è solo in
modo apparente, finito, contingente. Ciò che veramente è egli io identifica col
mondo delle Idee: esso è ingenerato, eterno, incorruttibile; mentre ciò che
sem- plicemente appare lo identifica col mondo materiale: esso è finito,
mutevole, contingente, corruttibile. Ovviamente, per Platone, il mon- do ideale
è il fondamento, la causa di quello materiale. In che mo- do? È noto che su
questo punto Platone non ha mai raggiunto una posizione definitiva. Egli ha
formulato due ipotesi: quella della par- tecipazione delle cose nelle Idee, e
quella della imitazione delle Idee da parte delle cose. Ma entrambe
presentavano alcune grbsse diffi- coltà e questo gli impedì di ascrivere
certezza assoluta alle sue ipo- tesi metafisiche.’ - Aristotele, l'abbiamo già
detto e ripetuto, definisce il problema metafisico come « studio dell'essere in
quanto tale e delle proprietà che l'accompagnano necessariamente ». Egli
identifica tale studio con quello delle quattro cause: materiale, formale,
efficiente, finale. Ma le quattro cause di che cosa? Ovviamente, del mondo
materiale che ci circonda. È scoprendo i principi fondamentali che sorreggono
questo mondo che si dischiude il mistero dell'essere. Peraltro, quan- do si
tratta di determinare la natura specifica delle cose materiali egli rifiuta la
teoria platonica delle Idee ritenendola come puramen- te fantastica e del tutto
superflua. L'essenza delle cose, a suo giu- dizio, non sta fuori delle cose ma
nelle cose stesse. E tuttavia, quan- do vuole rendere ragione del fondamento
ultimo delle cose, anche Aristotele ritiene necessario postulare, come aveva
fatto Platone, l’esistenza di una realtà spirituale, Dio. Questi però non lo
conce- pisce come causa efficiente del mondo, ma come suo ‘fine ultimo: Dio è
il movente supremo, che col suo fascino determina l’evolu- zione del mondo.
L'impostazione e la soluzione data al problema metafisico da Pla- tone e da
Aristotele esercitarono un influsso decisivo su tutta la speculazione
posteriore. Le si ritrova sostanzialmente inalterate presso gli Stoici, i
Neopiatonici, i Padri della Chiesa, gli Scolastici e anche presso la maggior
parte dei filosofi moderni. Lo studio del- l'essere degli enti finiti e
contingenti li porta tutti a postulare l'’esi- stenza di un Essere infinito,
assoluto, necessario. Questi per gli Stoici, ! B. MONDIN, vol. I, pp. 82-85. 2
Ivi, pp. 124-136. 95 L'emergenza metafisica in Parmenide Platone: l'essere è il
mondo delle idee Aristotele: l'essere e le sue proprietà Influenza di Platone e
Aristotele sulla speculazione posteriore L’Essere sussistente nella filosofia
cristiana Il graduale primato della gnoseologia sulla metafisica da Cartesio a
oggi L’impossibilità della metafisica per Hume e Kant è il Logos, per i
Neoplatonici l’Uno, per i Padri e gli Scolastici Dio, per Spinoza la Sostanza,
per Leibniz la Monade suprema. Ma, nella filosofia cristiana, pur conservando
essenzialmente l’im- postazione che gli avevano dato i due massimi esponenti
della filo- sofia greca, il problema metafisico fa un notevole passo avanti e
raggiunge un definitivo chiarimento su uno dei punti più difficili ed oscuri,
quello concernente i rapporti che intercorrono tra gli enti finiti e l’Essere
sussistente. Questo punto viene chiarito mediante l'introduzione della dottrina
della creazione, la quale insegna che gli enti finiti (il mondo) devono tutta
la loro realtà all'Essere sussi- stente, a Dio. Senza Dio il mondo è
assolutamente nulla, e prima d’es- sere stato prodotto da Lui non aveva alcuna
realtà. Ma anche do- po che è stato posto in essere, esso deve la sua
consistenza alla presenza attiva di Dio. Tratto dal nulla, il mondo si muove
continua- mente sull'orlo del nulla. E tuttavia proprio perché ha Dio per pa-
dre e creatore, il mondo non sarà mai sopraffatto dalle insidie del nulla. Al
contrario, sviluppando le possibilità che Dio gli ha con- ferito esso si
allontana gradualmente dall’abisso del nulla e si avvi- cina al regno
inespugnabile e indistruttibile dell'Essere sussistente.’ Il problema
metafisico, s'è detto, abbraccia gran parte della spe- culazione filosofica
fino agli inizi del secolo XIX. Occorre però preci- sare che già a partire da
Cartesio esso cede il primato, che prima era sempre stato suo, al problema
gnoseologico. Ciò che occorre affron- tare per primo è il problema del valore e
della portata della nostra conoscenza. Solo se si risolve positivamente questo
problema, è le- cito passare all'indagine metafisica. Diversamente si rischia
di co- struire dei castelli in aria. Sappiamo che Cartesio, Spinoza, Pascal,
Malebranche, Leibniz, Vico e, parzialmente, anche Locke, considerano
obiettivamente valida la conoscenza della ragione umana e, conseguentemente, se
ne val- gono per risolvere il problema del fondamento ultimo della realtà. Di
esso Cartesio, Malebranche, Pascal, Vico, Leibniz offrono una soluzione che non
si discosta gran che da quella degli autori cristia- ni che li avevano
preceduti; mentre invece profondamente ‘innova- trice è la soluzione di
Spinoza. Secondo questo autore la realtà ma- teriale non rimanda ad un piano
superiore di ordine spirituale: i due piani, materiale e spirituale, a suo
avviso, sono strettamente con- giunti tra di loro, e rappresentano le facce
d'una unica Sostanza.* Ma, dopo che il problema metafisico ha ceduto il primo
posto a quello gnoseologico, si intuisce facilmente come esso possa venire
soppiantato del tutto da quest'ultimo e definitivamente soppresso: basta
soltanto contestare il valore obiettivo e trascendente della ra- gione umana. È
la posizione che adottano prima gli empiristi inglesi e poi Kant. Per i primi
non si dà altra conoscenza fattuale al di ? Ivi, pp. 221-223; 283-286. ‘ B.
MONDIN, vol. II, pp. 164-168. 96 fuori di quella dei sensi, i quali, ovviamente
possono ben fornire catene di dati ma non garantirne l’obiettività e tanto meno
proporre una spiegazione profonda ed esaustiva della loro esistenza. Per Kant
la mente umana è sì in grado di fornire un'interpretazione ge- nerale,
scientifica della realtà fenomenica, ma soltanto di questa, non della realtà in
sé (la realtà noumenica). A proposito di quest’ul- tima è lecito sollevare
degli interrogativi, ma non fornire delle ri- sposte valide e sicure. Il
fondamento della realtà è irraggiungibile ed incomprensibile.’ Così con Hume e
Kant la sorte della metafisica è definitivamente segnata. La situazione per la
metafisica non migliora nel nostro secolo, quando, dopo aver esperimentato la
sterilità dell’'impostazione cri- tica della ricerca filosofica, alcuni autori
{ci riferiamo ai neo- positivisti e agli analisti) operano una seconda
rivoluzione coperni- cana, affermando che l’unica via per risolvere i problemi
metafisici non è quella che parte dall'essere e neppure quella che parte dal
co- noscere, ma quella che muove dal linguaggio. La questione fondamen- tale, che
dev'essere affrontata prima di ogni altra, è la questione del senso delle
nostre parole. Risolta questa questione anche le più astruse questioni
metafisiche non presentano più nessuna difficoltà. Questa impostazione
linguistica dell'indagine filosofica di per sé non è ostile alla metafisica; di
fatto però ha condotto alla sua negazione radicale, perché i filosofi del
linguaggio per determinare quali parole siano sensate e quali prive di senso
hanno assunto un criterio non meno rigorosamente empiristico di quello che i
filosofi inglesi del secolo XVIII avevano usato per risolvere il problema del
valore della conoscenza. Secondo tale criterio, detto della verifica
sperimentale, una proposizione ha significato soltanto se è tradu- cibile in
una serie di proposizioni sperimentali. Quando « una pro- posizione non è
traducibile in proposizioni di carattere empirico [...] non è affatto
un’asserzione; non dice nulla; non è altro che una se- rie di parole vuote; è
semplicemente senza senso »$ Con questo criterio di significanza crolla
ovviamente e voluta- mente qualsiasi metafisica. « È impossibile » dichiara
Carnap « ogni metafisica che voglia inferire il trascendente, cioè ciò che
giace al di là dell'esperienza, dall'esperienza stessa. [...] Non c'è affatto
una filosofia come teoria, come sistema di proposizioni con caratteristiche
proprie, che possano stare accanto a quelle della scienza ».” È per- tanto
impossibile qualsiasi visione del mondo che abbia la pretesa di essere l’ultima
risposta all'ultima domanda, che voglia fornire la 3 Ivi, pp. 345-347. $ R.
CARNAP, Philosophy and Logica! Syntax, Londra 1935, pp. 13-14; trad. it.,
Sintassi e logica del linguaggio, Silva, Milano 1961. ? R. CARNAP, «
Ueberwindung der Metaphysik durch logische Analyse der Sprache » (JI superamento
della metafisica mediante l'analisi logica del lin- guaggio, pubblicato nel
1932 a Vienna), in Erkenntnis II (1931-1932), p. 240. 97 Linguistica e
metafisica: il problema del senso delle parole Il crollo della metafisica per
il criterio della significanza Oggi la metafisica riemerge costantemente chiave
risolutiva del problema del fondamento dell'essere degli enti. Abbandonata la
metafisica, ai giorni nostri si cerca di trovare una risposta agli
interrogativi ultimi rivolgendosi o alle scienze positive o alla storia oppure,
più recentemente, alle scienze umane (psico- logia, psicanalisi, etnologia,
sociologia, ecc.). Ed oggi il dibattito sul rapporto metafisica-scienza
nell’ambito della storia della scienza è tornato a svilupparsi in modo intenso
(v. Kuhn, Lakatos, Feyera- bend, Strawson, ecc.). Ma le risposte che si
ottengono da queste discipline, anche se di notevole interesse, non riescono
neppure a scalfire il problema del fondamento ultimo della realtà. E allora la
metafisica fa di nuovo capolino in uno dei due modi seguen- ti: o come esigenza
di superare i confini angusti della storia, delle scienze positive, delle
scienze umane; oppure, e questo è il modo più comune, mascherandosi dietro il
paravento della visione gene- rale delle cose che ognuno porta necessariamente
in se stesso e che, però, quasi mai si è disposti a riconoscere e tanto meno a
concet- tualizzare rigorosamente. Così attualmente, nonostante la generale
ostilità per la metafisica teoretica, c'è una metafisica esigenziale ed esistenziale
che è più viva che mai. E questo conferma quanto avesse ragione Kant quando di-
ceva che l'uomo è un animale essenzialmente metafisico. CONCETTI DA RITENERE —
Essere; ente — Oggetto formale; metodo induttivo, deduttivo; fenomeno logico —
Mondo delle Idee; Essere sussistente; enti finiti; creazione — Metafisica
esigenziale, esistenziale SINTESI CONTENUTISTICA I. L'ORIGINE DEL TERMINE 1.
L'origine del termine « metafisica » è legata all'opera di Aristotele e al
destino dei suoi scritti dopo la sua morte. Essi, dopo alterne vicende, furono
af- fidati ad Andronico di Rodi, il quale, ordinate le opere di fisica, si
trovò davanti a un gruppo di libri senza nome che chiamò « i libri che vengono
dopo la fisi- ca » (tà metà tà physicà). Il nome dato in modo casuale
corrispondeva al con- tenuto relativo alle realtà che vanno oltre il mondo
fisico. II. OGGETTO DELLA METAFISICA 1. Variamente definita, la metafisica
esprime l'esigenza dell'uomo di sco- prire le ragioni supreme della realtà. Nel
corso dei secoli la sua possibilità è stata messa ripetutamente in discussione
da quegli orientamenti filosofici che tendevano a ridurre l'ambito conoscitivo
dell’uomo (scettici, empiristi, positi- visti, marxisti, materialisti in
genere, strutturalisti, ecc.). 2. La capacità propria della natura umana di
esercitare, oltrela conoscenza sensitiva, quella intellettiva legittima
tuttavia l'indagine metafisica. 3. L'indagine metafisica verte sull'essere
dell'ente, è essenzialmente ricerca 98 intorno all'essere. Oggetto formale della
metafisica è l’essere in quanto tale. L'ente materiale è solo il suo punto di
partenza. III. METODO DELLA METAFISICA 1. L'essere non è mai accessibile
immediatamente e direttamente, è sem- pre velato dall'ente. C'è allora qualche
ente privilegiato che ne favorisca la rivelazione? 2. Nel nostro tempo gli
esistenzialisti hanno colto nell'uomo, l’unico ente che si interroga sull’ente,
il punto di partenza per l'indagine metafisica. 3. Nel pensiero classico la
ricerca metafisica ha assunto ora il metodo de- duttivo ora quello induttivo. I
filosofi di orientamento platonico e razionalistico sulla base dell'innatismo
delle idee hanno accentuato la deduzione. I filosofi aristotelico-tomisti hanno
usato invece il metodo induttivo. 4. Una completezza di indagine richiede tre
metodi: il fenomenologico, l’'induttivo e il deduttivo. I primi due le danno
una base nel concreto, il terzo offre la visione sistematica della realtà. IV.
SGUARDO STORICO 1. Il problema metafisico nel mondo classico è caratterizzato
dall’intreccio con la cosmologia nella filosofia ionica; dalla centralizzazione
del problema dell'essere con Parmenide; dall’approfondimento di Platone che lo
riconduce al mondo delle Idee; dalla definizione del problema in Aristotele: «
studio del- l'essere in quanto tale e delle proprietà che lo accompagnano
necessariamente ». 2. Platone e Aristotele influenzano la filosofia medioevale.
Con san Tom- maso il problema metafisico risolve il problema del rapporto tra
gli enti finiti e l’Essere sussistente in virtù dell’atto creativo. 3. Nell’età
moderna con Cartesio questo problema cede il posto a quello gnoseologico ed
entra in una grave crisi con il criticismo kantiano, che chiu- dendo la
conoscenza nell’ambito dell’esperienza, nega la possibilità della meta- fisica
come scienza. 4. Nel pensiero contemporaneo, dopo il passaggio dalla metafisica
dell’es- sere a quella della soggettività, segnata dall'idealismo, con il
positivismo la metafisica entra in una crisi ulteriore. I filosofi del
linguaggio, in particolare, ne decretano la fine affermando la validità solo di
quelle proposizioni che sono traducibili in proposizioni di carattere empirico.
Nel nostro tempo la metafisica tende tuttavia a riemergere come metafisica
esigenziale ed esistenziale. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Qual è
il significato etimologico del termine « metafisica »? Da chi è stato
introdotto? 2. Come viene definita la metafisica da Aristotele, Kant,
Heidegger? 3. Qual è l'oggetto, il fine, il metodo della metafisica? 4. Perché
molti filosofi hanno messo e mettono tuttora in dubbio la possi- bilità della
metafisica? 5. Perché si dice che Parmenide è il « padre della metafisica »? 6.
Che cosa si intende per creazione, emanazione, evoluzione, partecipa- zione? 7.
Che cosa si intende per sostanza e accidente, materia e forma, atto e Potenza,
essenza ed esistenza? 8. In che misura il problema metafisico coinvolge il
problema gnoseo- logico? 9. Quali sono i punti di interazione e di contrasto
tra metafisica ed epi- stemologia? 99 10. Quali rapporti si possono stabilire
tra il problema metafisico e il pro- blema religioso? SUGGERIMENTI
BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Metafisica e ontologia, Gregoriana, Padova. AA.Vv.,
Metafisica e scienze dell'uomo, a cura di B. D'Amore e A. Ales Bello, 2 voll.,
Borla, Roma 1982. ARATA C., L'’aporetica dell'intero e il problema della
metafisica, Marzorati, Milano 1971. BogLIoLo L., Metafisica e teologia
razionale, Urbaniana University Press, Roma 1983. BONTADINI G., Saggio di una
metafisica dell'esperienza, Vita e Pensiero, Milano 1979. EIMSOCETH H., Grandi
temi della metafisica occidentale, Mursia, Milano 1978. FaBro C., Dall’essere
all’esistente, Morcelliana, Brescia 1975. FaccIoTTO P., Saggio sulla struttura
della metafisica, CEDAM, Padova 1969. Ip., Problemi della metafisica nel
pensiero moderno, 2 voll., CEDAM, Pa- dova 1975. GILSON E., Elementi di
filosofia cristiana, Morcelliana, Brescia 1964. Ip., Dio e la filosofia,
Massimo, Milano 1983. Ip., Introduzione alla filosofia cristiana, Massimo 1984.
HeIpeccER M., Introduzione alla metafisica, Mursia, Milano 1968. MARCEL G., Il
mistero dell'essere, Borla, Torino 1971. MARITAIN J., Sette lezioni
sull'essere, Massimo, Milano 1981. MonpIn B., I! sistema filosofico di Tommaso
d'Aquino, Massimo, Milano 1985. PENATI G., Problemi di gnoseologia e
metafisica, Vita e Pensiero, Milano 1979. PIERETTI A., Analisi di linguistica e
metafisica, Marzorati, Milano. RicoBELLO A., L'impegno ontologico, Armando,
Roma 1977. TRESMONTANT C., Idee fondamentali della metafisica cristiana, Morcelliana,
Brescia 1963. VANNI ROVIGHI S., Elementi di filosofia. II, Metafisica, La
Scuola, Brescia 1979. 100 Copiolo0Hovo riu IL PROBLEMA RELIGIOSO QUESTIONARIO
PROPEDEUTICO 1. Come si spiega la presenza del fenomeno religioso in tutti i
tempi e in tutte le culture? 2. In che misura la dimensione religiosa fa parte
della natura umana e perché? 3. C'è differenza tra bisogno naturale di Dio e
scelta religiosa? < 1. | termini del problema La dimensione religiosa è
propria ed esclusiva dell’essere uma- no, e non esiste presso gli altri esseri
viventi. Si tratta peraltro di una manifestazione che, abbracciando l’intera
umanità sia in ordine allo spazio che al tempo (e non soltanto quesito o
quell'altro gruppo di un'epoca storica particolare), assume proporzioni notevolissime.
Gli antropologi ci informano che l’uomo ha sviluppato una attività religiosa
sin dalla sua prima comparsa sulla scena della storia e che tutte le tribù e
tutte le popolazioni di qualsivoglia livello culturale hanno coltivato qualche
forma di religione. D'alironde è cosa risapu- ta che tutte le culture sono
profondamente segnate dalla religione e che le migliori produzioni artistiche e
letterarie non solo delle civiltà antiche ma anche moderne si ispirano a motivi
religiosi. È pertanto ragionevole affermare che l'uomo oltre che sapiens,
volens, faber, loquens, ludens, ecc., è anche religiosus. Né il fatto che oggi
la religione stia attraversando una crisi profonda e si in- contrino molti
individui che si professano areligiosi, costituisce un argomento plausibile
contro la rilevanza del fenomeno religioso. In effetti, noi consideriamo l’uomo
ludens, loquens, faber, sapiens, ecc., anche se non tutti gli uomini giocano,
lavorano, parlano, pensa- no. Altrettanto vale per la dimensione religiosa:
essa si impone come una costante dell'essere umano, anche se non è coltivata da
tutti gli individui della specie. La religione è quindi un fenomeno reale,
tipico dell’uomo, ma è anche un fenomeno molto problematico, forse il più
problematico di tutti. Infatti mentre le altre attività umane si rivolgono ad
oggetti la cui esistenza è fuori di discussione, l’attività religiosa, per
contro, si dirige verso un oggetto, di cui si vede messa in questione persino
l'esistenza. — Iti queste poche pagine noi cercheremo di dare un'idea della na-
101 La religione dimensione universale ed esclusiva dell’uomo Problematicità
del fenomeno religioso Nella storia la questione religiosa è sempre esistita
Controversie interpretative dei filosofi degli ultimi secoli Riconoscimento del
valore oggettivo della religione in Hume e in Kant tura e della complessità del
problema religioso. A tal fine procede- remo secondo l’ordine seguente:
anzitutto tracceremo una breve storia delle interpretazioni del fenomeno
religioso così com'è stato visto dai filosofi; poi faremo un approfondimento
teoretico del pro- blema, elaborando una definizione della religione ed
esaminando i rapporti che essa mantiene con le altre attività umane. 2. Le
principali interpretazioni filosofiche della religione La questione religiosa è
stata sempre presente nella storia della filosofia. Nel periodo antico se ne
interessarono Senofonte, Prota- gora, Platone, Aristotele, Lucrezio, Plotino;
in quello medioevale Avicenna, Averroè, Maimonide, Tommaso d'Aquino, Scoto,
Occam; agli inizi dell'epoca moderna, Giordano Bruno, Campanella, Spi- noza,
Hobbes, Locke. Ma è stato soprattutto a partire da Hume e da Kant che la
questione religiosa è divenuta uno dei punti cen- trali della riflessione
filosofica, e possiamo dire che, a partire da questi, ha inizio una vera e
propria « scienza delle religioni » che è andata sempre più sviluppandosi sino
ad oggi. Fu Muller che usò per la prima volta nel 1877 il termine
religionswissenschaft, cioè « scienza delle religioni », che ebbe uno sviluppo
notevole, va- lendosi molto dell’antropologia culturale. Più tardi, alla «
scienza delle religioni » fu dato l'apporto dei sociologi, soprattutto di Durk-
heim che elaborò, nel 1912, una teoria generale della religione. “Sulla
questione religiosa i filosofi moderni si sono schierati su due fronti opposti.
Da una parte alcuni hanno cercato di mostrare che la religione è priva di
qualsiasi fondamento oggettivo: essa sarebbe una più o meno astuta invenzione
dell'uomo, dovuta alla paura (Feuerbach), alla prepotenza (Marx), all'ignoranza
(Comte), al ri- sentimento (Nietzsche), alla sublimazione degli istinti
(Freud), ad abusi linguistici (Carnap), ecc. Dalla parte opposta altri autori
difendono il valore oggettivo della religione, in quanto essa si fon- derebbe
su un rapporto dell'uomo con la realtà assoluta (Hegel, Croce, James, Bergson,
Scheler, Otto, Jaspers, ecc.). I primi svilup- pano una critica negativa e
demistificante; invece i secondi elaborano una critica positiva e costruttiva
del fenomeno religioso. 2.1 Demistificazione della religione Hume e Kant, pur
assegnando basi diverse al fenomeno religioso (Hume l'aveva fondato
sull’istinto e Kant sulla ragione pratica), non ne avevano messo minimamente in
dubbio il valore essenzialmente oggettivo. Tale valore, più tardi, venne
nuovamente ribadito dagli idealisti, in particolare da Hegel. L'orizzonte
culturale entro il quale Hegel interpreta la religione è quello della «
religione nei limiti della pura ragione » di Kant. 102 Essa costituisce il
secondo momento del sapere assoluto, quando lo spirito prende piena coscienza
di se stesso e diventa « autoco- scienza ».! Feuerbach, discepolo di Hegel,
partendo dal pensiero di questi, arrivò a negare il valore oggettivo della
religione. Contro il postulato hegeliano il quale afferma che tutto procede
dall’Assoluto e ogni cosa, l’uomo compreso, non è altro che un mo- mento del
suo automanifestarsi, Feuerbach sostiene che le cose stan- no esattamente
all'opposto: Dio è solo un'idea escogitata dall'uomo allo scopo di conseguire
la piena realizzazione di se stesso; pertanto la realtà suprema non è Dio ma
l'uomo. Nel famoso saggio L'essenza del cristianesimo Feuerbach argomenta che
la religione trae origine da un processo di ipostatizzazione dei bisogni e
degli ideali dell’uo- mo: l'uomo proietta tutte le qualità positive che ha in
sé in una persona (ipostasi) divina e fa di essa una realtà sussistente, capace
di sopperire ai suoi bisogni e alle proprie lacune? In Karl Marx, anche egli
discepolo di Hegel, le critiche avanzate da Feuerbach al pensiero del maestro
hanno certamente contribuito ad avviare anche lui alla contestazione del
fenomeno religioso, alla negazione di Dio e alla condanna di ogni chiesa. Ma a
fargli sposare la causa dell’ateismo, più che argomenti di natura filosofica e
meta- fisica sono stati motivi di ordine storico e sociale? La sua identifica-
zione della società ideale con la società senza classi e la ricerca della
instaurazione di tale società mediante la demolizione delle strutture sociali
vigenti ai suoi tempi, l'hanno portato necessaria- mente a confrontarsi con la
religione. Ora, tutta una serie di circo- stanze storiche gli hanno fatto
credere che la religione fosse uno dei maggiori ostacoli alla realizzazione
della nuova società e, per- tanto, concludere che la religione non può essere
che un'invenzione delle classi privilegiate per meglio sfruttare le classi
subalterne: essa è strumento di evasione per gli sfruttati e di giustificazione
per gli sfruttatori. La religione è l'oppio del popolo. « La religione è il
sospiro della creatura oppressa dalla sventura, l'anima di un'epoca senza
spirito. È oppio per il popolo. [...] Il fondamento della critica religiosa è
questo: l'uomo crea la religione, non è la religione che crea l’uomo ».* Nel
XIX secolo la critica della religione di maggior riscontro non fu quella di
Marx e Feuerbach, ma quella di Comte, il padre del positivismo. Secondo Comte
tutto l'universo procede dalla materia per via di evoluzione. Anche l’uomo è un
portato dell'evoluzione. Con la sua comparsa sulla scena del mondo ha inizio la
storia, le cui fasi principali, secondo la celebre classificazione del padre
del po- ! B. MONDIN, vol. III, pp. 67, 79-80. 2 Ivi, pp. 142-144. » Cfr. W
GOLLWITZER, La critica marxista della religione e la fede cristiana,
Morcelliana, Brescia 1970. ‘+ B. MONDIN, vol. III, pp. 153-156. 103 La crisi
post- hegeliana: Dio autoproiezione dell'uomo Negazione di Dio e condanna della
Chiesa in Marx La critica di Comte alla religione L'esperienza religiosa come
stadio primitivo dell’umanità Nietzsche: la ‘morte di Dio” e l'autonomia del
Super-uomo Il cristianesimo messaggio di debolezze e di mediocrità sitivismo,
sono tre: religiosa, metafisica, scientifica. Le tre diverse fasi corrispondono
a tre diversi modi di concepire e di spiegare le cose. Nell’epoca religiosa
l’uomo si dà una spiegazione mitica defenomeni naturali escogitando cause
soprannaturali; nell'epoca me- tafisica egli ottiene una spiegazione dei
fenomeni ricorrendo a prin- cipi reconditi, quali sostanza, accidenti, essere,
ecc.; nell'epoca po- sitiva infine egli elabora una spiegazione ragionata,
scientifica delle cose per mezzo delle leggi naturali, le quali bastano da sole
(senza che ci sia bisogno di ricorrere a Dio oppure a principi metafisici) a
spiegare tutti i fenomeni che noi constatiamo. Tutte le attività e tutte le
branchie del conoscere passano per questi tre stadi: la politica come il
diritto, l'economia come la morale, la fisica come l’astrono- mia, ecc.
All’inizio dell'epoca moderna, con lo sviluppo del metodo scientifico,
l'umanità ha raggiunto finalmente l'età adulta e può, quindi, lasciarsi alle
spalle sia la religione, sia la metafisica. An- ziché rivolgere la sua
attenzione ad esseri soprannaturali o recon- diti essa può ora prendere cura di
se stessa. Questo è l’unico culto (cioè il culto dell'Umanità) che essa deve
promuovere. Un altro autorevole esponente della critica negativa del fenomeno
religioso, nel secolo scorso, è Nietzsche. Di lui tutti conosciamo il famoso
proclama: « Dio è morto ». Questa sentenza, che rappresenta il leit-motiv della
predicazione di Zaratustra è anche il motivo do- minante della riflessione
filosofica di Nietzsche. Questi vuole svi- luppare l’idea di un uomo (il
Super-uomo) assolutamente autonomo, padrone di se stesso, sovrano della natura
e della storia, affrancato dai vincoli e dalle costrizioni imposte dalla
morale, dal diritto, dalla religione. Studiata alla luce dell'idea del
Super-uomo a Nietzsche la religione appare una ingegnosa invenzione degli
uomini, però non dei forti per tenere sotto il loro giogo i deboli, bensì dei
deboli per di- fendersi dalla prepotenza dei forti, dei super-uomini. Di tale
origine della religione il Nietzsche ritiene di trovare conferma nel cristia-
nesimo. Qui i deboli, gli umiliati, gli oppressi elevano il loro ideale di
debolezza, di vigliaccheria, di rassegnazione ad ideali universali e fanno di
tutto per costringere anche gli uomini forti, i potenti, i su- per-uomini, ad
accettarlo. « Solo il misero è buono, proclama il cri- stianesimo, il povero,
il debole, l'umile solamente sono buoni; l’am- malato, il bisognoso, colui che
fa ribrezzo soltanto è pio. Solo a co- storo viene promessa la felicità e la
salvezza eterna. Mentre a voi potenti, aristocratici, a voi viene detto che
siete per tutta l'eternità cattivi, perversi, ingordi, insaziabili nemici di
Dio e che perciò siete eternamente infelici, condannati, maledetti »f Un'altra
importante forma di critica della religione è stata intro- dotta all'inizio del
nostro secolo da Freud mediante la psicanalisi. Da Freud l'infondatezza della
religione è data per scontata in quanto 5 Ivi, pp. 178-181. $ Ivi, pp. 217-222.
104 a suo giudizio è cosa ovvia che fuori del mondo dell’uomo non esiste alcun
altro essere. Allo studioso rimane perciò solo il problema di spiegare come sia
sorta la « illusione religiosa ». A pa- rere del fondatore della psicanalisi
essa non è sorta in conseguenza di una lotta di classe tra classi dominanti e
classi dominate, come voleva Marx, e neppure in conseguenza di una lotta tra
deboli e potenti come sosteneva Nietzsche, bensì attraverso un processo di
sublimazione di una lotta primordiale tra i membri del focolare do- mestico,
con la conseguente proiezione, fuori della psiche sul piano cosmico, dell'idea
di padre. L'oggetto della religione — Dio — è appunto il risultato di tale
proiezione. L'idea di questo Essere su- premo riflette, sul piano cosmico, la
polarità affettiva amore-adio, che i figli sentono nei confronti del padre.”
Altre forme di demistificazione del fenomeno religioso sono state sviluppate
nel nostro secolo dagli esistenzialisti (in particolare da Sartre e da
Heidegger) e dai neopositivisti. Mentre però il pensiero di Sartre è chiaro ed
inequivocabile, non si può invece*stabilire con sicurezza quali siano le vedute
di Heidegger riguardo alla religione. In effetti le sue opere più recenti
contengono tracce inconfondibili di misticismo. Una cosa, peraltro, è fuori
discussione: secondo l’autore di Sein und Zeit la filosofia non può dare che un
giudizio negativo per quanto concerne l’idea di Dio. Infatti, a suo parere,
tale idea è aberrante sia nei confronti della metafisica, in quanto fa decadere
il problema dell'Essere nel problema di un ente; come pure nei confronti del
problema della esistenza umana, perché la distoglie dal- le sue vere,
autentiche possibilità.* L'ultimo importante tentativo di demistificare il
fenomeno reli- gioso è stato compiuto dal neopositivismo. Per questo movimento,
com'è noto, la filosofia consiste essenzialmente nell'analisi del lin- guaggio:
solo in questo modo essa può determinare la verità o la falsità di una
dottrina. Ma, per effettuare l’analisi del linguaggio occorre anzitutto un
criterio per distinguere le proposizioni che hanno significato da quelle che ne
sono prive. Ora, secondo i neo- positivisti per le proposizioni fattuali (non
per quelle logiche) l’'u- nico criterio possibile è quello della verifica
sperimentale. Vale, per- tanto, anche per la religione quanto abbiamo citato
precedentemente da Carnap circa la metafisica” Da queste premesse i
neopositivisti traggono la conclusione, logica e necessaria, che il linguaggio
etico, estetico e religioso è privo di senso, non dice nulla: è privo di qual-
siasi valore oggettivo. Pertanto « dire che Dio esiste è un'espressione metafisica
che non può essere né vera né falsa. E, per lo stesso mo- tivo, nessuna
proposizione che miri a descrivere la natura di un ? Ivi, pp. 224-221. ® Ivi,
pp. 410-413. ° Vedi cap. VII, nota 7. 105 Freud: Dio proiezione dell'immagine
paterna Ateismo e misticismo nelle filosofie esistenzialiste La negazione della
reiigione nel neopasitivismo fl valore positivo della religione Kierkegaard: il
primato della fede per giungere allo stadio religioso Bergson e il valore
dell’esperienza mistica Dio trascendente può avere significato letterale...
Tutte le espressioni riguardanti la natura di Dio sono prive di senso ».! 2.2
Difesa della religione Contro le opinioni espresse dai demistificatori del
fenomeno re- ligioso hanno preso posizione molti ‘filosofi del secolo scorso e
del nostro, affermandone il valore positivo e considerandolo anzi una delle
manifestazioni più proprie, autentiche e genuine dello spirito umano. Qui non
possiamo riferire le vedute di tutti coloro che si sono espressi in questo
senso. Ci limiteremo a riferire il pensiero di alcuni autori più
rappresentativi, cominciando da Kierkegaard. Contro la concezione hegeliana
della religione, la quale vede in essa puramente un momento logico, naturale
dell'evoluzione dello Spirito Assoluto e contro qualsiasi subordinazione della
religione al- la filosofia, Kierkegaard proclama che la religione non può
essere ridotta ad un momento logico d'un sistema generale di pensiero, perché
essa appartiene alla sfera dell’esistenza, della vita. Allo stadio religioso
non si giunge attraverso l'intuizione come sosteneva Hegel, ma mediante la
fede. L'incontro con Dio non si dà nell’immediatezza della visione, ma nelle
tenebre della fede. E questa non è la con- seguenza d'un ragionamento bensì un
atto di decisione che com- porta un salto al di là di tutto ciò che poggia
sulla sicurezza delle leggi scientifiche e dei codici morali. Quando l’uomo
crede in Dio e avverte l’infinita differenza che separa la natura divina dalla
pro- pria, allora si prostra davanti a Lui e Lo adora." Lo sforzo di
Kierkegaard di riabilitare la religione nel suo signi- ficato autentico non
ebbe successo. Durante la seconda metà del- l’Ottocento, come s'è visto, per
opera di Marx, Engels, Comte, Niet- zsche, Freud, esplode la demistificazione
della religione la quale incontra vasti consensi e moltissimi sostenitori nel
momento in cui impera il positivismo e il materialismo. Ma quando questi
sistemi cominciano a vacillare, anche la demistificazione della religione per-
de terreno. Anzi è proprio l'impossibilità dell’accettazione di una simile
interpretazione del fenomeno religioso che induce autori co- me Bergson, James,
Scheler, Otto, Blondel a prendere posizione contro il positivismo e il
materialismo. Bergson, nel celebre saggio Le due sorgenti della morale e della
religione, prende in esame il fenomeno religioso in alcune delle sue
manifestazioni più elevate, quali il misticismo greco ed orientale, il
profetismo ebraico e il misticismo cristiano. Attraverso l’esperienza dei
mistici egli arriva all'esistenza di Dio. Questa, già presentita nella
speculazione filosofica dello slancio vitale (é/an vital), si impone ora in
maniera incondizionata. In che modo? In base alla testimonianza 0 A.J. AYER,
Language, Truth and Logic, New York (senza data), p. 115; trad. it.,
Linguaggio, verità e logica, Feltrinelli, Milano 1961. ! B. MONDIN, vol. III,
pp. 212-216. 106 di coloro che hanno l'esperienza delle cose divine. Bisogna
credere ai mistici in queste cose così come si crede ai medici e agli ingegneri
quando si tratta di problemi attinenti alle loro specializzazioni: gli uni e
gli altri sono degli esperti; sanno quello che dicono." L'esempio di
Bergson esercitò un grande influsso anzitutto in Francia e poi anche altrove.
Tra i suoi seguaci si distinse in par- ticolare Maurice Blondel. Questi,
tuttavia, nel difendere il valore oggettivo della religione, si colloca in una
prospettiva diversa da quella del suo maestro. Mentre Bergson giustifica il
fenomeno reli- gioso partendo dalle sue espressioni più autentiche, Blondel cerca
di fondarlo sull'analisi del dinamismo umano considerato nella sua struttura
essenziale. Secondo Blondel un esame attento e appro- fondito dell’azione
conduce logicamente al riconoscimento dell’esi- stenza di Dio. Infatti «
L'azione è in perpetuo divenire come trava- gliata dall’aspirazione di una
crescita infinita. [...] Noi siamo costretti a voler divenire ciò che da noi
stessi non possiamo né raggiungere né possedere. [...] È perché ho l'ambizione
d'essere infinitamente che sento la mia impotenza: io non mi sono fatto, non
posso ciò che voglio, sono costretto a superarmi. [...] Ora, questa spinta
verso l'infinito, che dilata continuamente la mia azione, è Dio. Egli non. ha
altra ragion d'essere per noi perché è ciò che noi non possiamo essere né fare
con le nostre sole forze ».! Noi siamo la sproporzione tra l'ideale e il reale,
ma tendiamo verso la loro identità: tale iden- tità è Dio stesso. Un'abile
difesa del valore e del significato dell'esperienza reli- giosa è stata
condotta anche dal filosofo americano William James, in particolare nell'opera
Le varie forme dell'esperienza religiosa. La sua difesa è basata su motivazioni
d'ordine mistico come in Bergson, piuttosto che su speculazioni d'ordine
teoretico come in Blondel, James non crede che sia possibile trasformare la
religione in un siste- ma di proposizioni scientifiche dimostrabili
apoditticamente. A suo giudizio il fondamento della religione non è la ragione,
ma la fede, il sentimento ed altre esperienze particolari come la preghiera,
conver- sazioni con l'invisibile, visioni, ecc. Tutto questo però non significa
che la religione sia priva di concetti e di dottrine. Anzi James rico- nosce
che una religione che sia veramente autentica deve logicamen- te guardare ad un
certo tipo di metafisica o di cosmologia teistica, e che perciò la fede in Dio,
i cui attributi sono essenzialmente « mo- rali » o connessi con l’esperienza
umana, può essere difesa come un elemento necessario dell'esperienza religiosa,
sebbene non possa ser- vire come base di una teologia razionale." Ma i più
autorevoli assertori del valore oggettivo dell'esperienza religiosa non sono
venuti dalla Francia o dall'America, bensì dalla 12 Ivi, pp. 257-258. 4 M.
BLONDEL, L'action, Parigi 1893, pp. 352-354; trad. it., L'azione, La Scuola,
Brescia. “4 B. MONDIN, vol. III, pp. 348-349. 107 Blondel: esperienza religiosa
e dinamismo umano James: la dimensione interiore della religione e l’esiysnza
delle dotirine Il valore oggettivo dell’esperienza religiosa Scheler: la
critica all’interpretazione evoluzionistica L'automanifestazione di Dio Otto:
le differenti modalità dell'esperienza religiosa (il sentimento del numinoso)
Germania. Si tratta di una vasta schiera di profondi pensatori di cui i più
noti sono: Scheler, Otto, Schmidt, Guardini, Adam, Tillich, Dessauer, Lang. Per
esigenze di spazio noi qui ci limiteremo a rias- sumere brevemente il pensiero
dei primi due. Max Scheler pone il fenomeno religioso al centro della sua
ricerca filosofica. In polemica coì positivismo, che come abbiamo visto riduce
la religione ad un momento transitorio dello sviluppo pro- gressivo della
storia dell'umanità, Scheler afferma il carattere asso- luto e perenne
dell'esperienza religiosa. Egli respinge categoricamen- te la teoria
positivistica della nascita della religione per un processo evolutivo che va
dal feticismo, all'animismo, alla magia, ecc., al po- liteismo e finalmente al
monoteismo. Rifacendosi per la parte storico- positiva agli studi di W.
Schmidt, in particolare alla sua tesi del monoteismo primitivo, Scheler rileva
come fenomenologicamente « anche il feticcio più primitivo presenta, per quanto
rozzamente, l'essenza indeducibile del divino, quale sfera globale dell’essere
as- soluto corredato con tutte le caratteristiche del santo ».5 In esso, e tramite
esso, l'intenzione religiosa intende, sente, vede la totalità dell'essere
assoluto e santo e non un semplice oggetto naturale in cui per entropia
introduce una vita psichica. Per quanto concerne la sfera religiosa Scheler
ritiene che il motivo ultimo della sua accet- tazione sia l'evidenza immediata
dell'oggetto che si dà come tale in atti di conoscenza specifica, nel caso,
negli atti religiosi. Pertanto il fondamento ultimo della religione non può
essere che l’automani- festazione di Dio. Tale automanifestazione della realtà
personale di Dio, secondo Scheler, può avvenire solo tramite gli uomini
religiosi, culminanti nel « santo originario », che egli individua nella figura
di Cristo.! Rudolf Otto, nel suo famoso saggio Das Heilige (Il sacro), de- scrive
con acutezza straordinaria le differenti modalità dell’espe- rienza religiosa.
Questa si configura anzitutto come sentimento del numinoso. Il numinoso è una
categoria che fa parte della categoria più complessa del « sacro ». È una
categoria del tutto sui generis, che è completamente inaccessibile alla
comprensione concettuale e, in quanto tale, costituisce un arreton, qualcosa di
indefinibile, ineffa- bile, proprio come il « bello » sul piano estetico. In
questo senso appartiene al dominio dell’« irrazionale », e rappresenta
l'elemento più intimo che è comune a tutte le religioni. Il numinoso a sua
volta assume due aspetti che lo caratterizzano in modo inequivocabile: a}
l'aspetto di mysterium tremendum e b) l'aspetto di miysterium fascinans. Il
primo costituisce l'aspetto ripulsivo del numinoso, il se- condo ne rappresenta
invece l'aspetto attrattivo e « affascinante ». Però il sacro oltre che un
aspetto « irrazionale », rappresentato dalla categoria del numinoso, riveste
anche un aspetto « razionale »; que- 5 M. SCHELER, L’eterno nell'uomo, Fabbri,
Milano. i 4 Cfr. G. FERRETTI, Max Scheler. Filosofia della religione, Vita e
Pensiero, Milano 1972. 108 sto trova espressione soprattutto nei « simboli » e
nei « dogmi ». Grazie a queste categorie, attraverso « segni » stabili e
universal- mente validi, il sacro acquista una struttura solida, che gli
conferisce il carattere di « dottrina » rigorosa, oggettivamente valida, e
l’op- pone per ciò stesso alle stravaganze dell’« irrazionalismo » fanta- stico
e sognatore. 3. Definizione della religione e sua distinzione dall’arte, dalla
filosofia e dalla morale « Tutti quelli che si occupano di scienza della
religione — nota A. Lang — tutti quelli che della religione intendono favorire
lo svi- luppo, tutti quelli che la vorrebbero estirpare, offrono una defini-
zione della sua essenza »."” Noi proponiamo come definizione
sufficientemente descrittiva la seguente: « La religione è l'insieme di
conoscenze, di azioni e di strutture con cui l’uomo esprime riconoscimento;
dipendenza, ve- nerazione nei confronti del ‘sacrò ».' Questa definizione, come
si vede, comprende due elementi, uno riguardante il soggetto e l’altra
l'oggetto. Quanto al soggetto essa indica l'atteggiamento che l’uomo assume
quando si esprime religio- samente. In effetti non ogni‘rapporto col Sacro è
attività « religiosa ». Se per esempio si studia il processo di trasformazione
e di sviluppo delle religioni, i loro influssi e Manifestazioni, non si può
fare a meno di occuparsi anche dell'oggetto dell'esperienza religiosa, tuttavia
ci si muove sul piano della storia, non della religione. « Si può par- lare di
un atto religioso, soprattutto d'un atto religioso fondamentale, solo quando
l'uomo assume di fronte al Sacro e al Divino un atteg- giamento soggettivo del
tutto particolare, cioè quando viene emoti- vamente colpito e attratto
dall'oggetto ed entra in contatto DErR0: nale con esso. Questo è il lato
psichico o interiore della religione ». Come s'è detto, l'aspetto soggettivo
del fenomeno religioso è costi- tuito dal riconoscimento della realtà del
Sacro, dal sentimento di to- tale dipendenza nei suoi confronti e
dall’atteggiamento di venera- zione verso di esso. Dell’oggetto della religione
la nostra definizione indica ciò che lo caratterizza in modo esclusivo, vale a
dire di essere-sacro. Sacro è un concetto primario, fondamentale, come i
concetti di essere, di vero, di bene, di bello, e pertanto non lo si può
spiegare ulteriormen- te rifacendosi a categorie estranee alla sfera religiosa.
Su questo punto mi pare che Scheler e Otto abbiano perfettamente ragione. Ma
non per questo lo si deve considerare un concetto non suscetti- " A. LANG,
Introduzione alla filosofia della religione, 2° ed., Morcelliana, Brescia 1969,
p. 25. 4 Ivi, p. 48. 109 L'aspetto razionale del sacro: simboli e dogmi Una
definizione della religione L’atto religioso fondamentale come atteggiamento
soggettivo di fronte al Divino Il ‘Sacro’ è un concetto primario e fondamentale
Le caratteristiche del Sacro: oggettività, assiologia, trascendenza,
personalisticità L'elemento oggettivo distingue la religione dalla filosofia
bile di qualche delucidazione. Infatti, all'interno della sfera reli- giosa il
Sacro assume caratteristiche sue proprie, inconfondibili, che consentono di
descriverlo in modo inequivocabile. Tra le carat- teristiche più perspicue
ricordiamo quelle così bene evidenziate da Rudolf Otto: la numinosità (o
sacralità), la misteriosità, la maestà, il fascino. Ma sue caratteristiche
importanti sono anche queste al- tre: l'oggettività, l’assiologia, la
trascendenza e la personalisticità. Anzitutto l’oggettività: il Sacro finché
permane sacro e quindi og- getto della religione non può essere considerato una
trovata della fantasia umana, una proiezione e ipostatizzazione dei bisogni,
de- sideri, ideali dell'uomo. L'atto religioso è rivolto ad una realtà
effettivamente esistente: « sempre i contenuti religiosi si presentano con la
pretesa d'avere consistenza e validità anche al di fuori della coscienza e
dell'esperienza religiosa ».” La trascendenza: anche se non è collocato fuori
del mondo, il Sacro viene sempre conside- rato come qualcosa che supera
infinitamente il mondo stesso e tut- to ciò che nel mondo è compreso, in
particolare l’uomo. L'assio- logia: il Sacro rappresenta il valore supremo, cui
fanno capo tutti gli altri valori. La personalisticità: l'uomo religioso non si
colloca in rapporto con un oggetto, ma con un Tu, con una persona. « C'è
qualcuno di fronte a lui. Io esperimento un Tu. E io me lo immagino sotto la
forma di un dèmone o di un dio ».® Determinata in questo modo l'essenza della
religione, risulta evi- dente in che cosa essa si distingua dalla filosofia,
dall'arte e dalla morale. Ciò che la distingue dalla filosofia è soprattutto
l'elemento soggettivo; infatti sia la religione che la filosofia si occupano
del Sacro, del Divino, della « realtà ultima », ma fanno ciò in un modo
totalmente diverso. La filosofia procede astrattamente e con fina- lità
puramente speculative; invece la religione « è una presa di po- sizione personale
che va oltre la semplice conoscenza della verità, è l'atteggiamento in cui
tutto l’io si raccoglie nella sua singolarità »,% con un impegno supremo
(ultimate concern)? Ciò che distingue la religione dall'arte è invece
soprattutto l'elemento oggettivo: la re- ligione ha per oggetto il reale,
l’arte l'ideale. Infine, anche religione e morale, nonostante siano legate
l'una all'altra nel modo più stret- to, sono essenzialmente distinte. « La
prima è incontro con Dio: contatto personale con Lui, riconoscimento umile e
devoto del suo valore assoluto e della sua santità. Alla seconda spetta la cura
e la realizzazione dei valori che corrispondono all'essenza dell’uomo ».# »
Ivi, p. 79. i i 2° G. VAN DER LEEUW, L'uomo primitivo e la religione, Einaudi,
Torino 1961, p. 144. 2 A. LANG, Op.
cit., p. 110. ® P. TiLIcH, Systematic Theology, Chicago 1951, vol. I, pp. 22 ss. 3 A. Lanc, Op. cit., p. 118. 110 4.
Fondazione teoretica della religione A questo punto, se si vuole passare dal
piano formale della de- finizione della religione a quello della sua verità
obiettiva, occorre affrontare il problema della verità dell’ oggetto della
religione, un problema di capitale importanza ma anche estremamente arduo
qualora ci si voglia affidare esclusivamente alle forze della ragione. Per
risolverlo si possono battere due vie: la metafisica e l’erme- neutica storica;
però né l'una né l'altra sono in grado di garantire il sicuro raggiungimento
del traguardo e sono tutte due SOSpAFE di grosse difficoltà. La metafisica ha
il pregio di far leva esclusivamente sulle forze della pura ragione; ma proprio
per questo ha ben poche probabilità di risolvere un problema così difficile
come questo. Anche nell’even- tualità che riesca ad elevarsi fino al piano
religioso, la ragione spe- culativa non potrà mai fornire un quadro
sufficientemente preciso, dettagliato, concreto ed esistenziale. La sua massima
aspirazione è provare l’esistenza di Dio, la creazione del mondo e la
possibilità della rivelazione. Ma queste verità non sono sufficienti ad
alimentare la vita religiosa, una vita fatta di intimità, amore, devozione,
ado- razione, preghiera. Da Leibniz in poi a quella parte della metafisica che
si occupa del problema di Dio si è dato il nome di teodicea (difesa di Dio; dal
greco theos = Dio; dikein = difendere). I limiti inevitabili che accompagnano
questa disciplina sono ovvi per la natura sovrannaturale del suo oggetto: Dio,
che rimane anche per il filosofo un mistero tremendo e fascinoso, il quale
acceca qualsiasi intelligenza che pretende di catturarlo. Lo stesso san Tom-
maso confessava che il modo migliore di parlare di Dio è quello x« per
negazioni », perché « Dio rimane avvolto nella notte oscura del- l'ignoranza,
ed è in questa ignoranza che noi ci avviciniamo a Dio durante la nostra vita.
Infatti in questa fitta nebbia abita Dio ». Ma altra cosa è riconoscere i
limiti di una disciplina, altra cosa conte- starne la legittimità e la
possibilità. A partire da Kant sono state sollevate contro la teodicea tali
dif- ficoltà da mettere in dubbio la sua stessa legittimità e possibilità. Kant
ha sollevato obiezioni di ordine gnoseologico; Wittgenstein di ordine
semantico; Heidegger di ordine metodologico. In breve, Kant confinando la
conoscenza umana all'ordine dei fe- nomeni, concede alla ragione il potere di
sollevare la questione di Dio ma le nega la possibilità di risolverla positivamente.
Wittgen- stein, ritenendo che si possa parlare sensatamente soltanto di oggetti
verificabili empiricamente, poiché Dio non appartiene a questo or- dine di
oggetti, dichiara che di Lui non si può parlare: né sollevare questioni, né
dare risposte. Infine, Heidegger ritiene che la meta- fisica abbia come oggetto
proprio lo studio dell'essere degli essenti (« Perché vi è, in generale,
l’essente e non il nulla? ») e come metodo 111 II problema della verità
dell'oggetto ‘religioso Il compito della “‘teodicea’’ Obiezioni contro la
teodicea I limiti dell’ermeneutica e della ragione storica proprio la
fenomenologia e di conseguenza sostiene che non c'è spazio per una riflessione
autenticamente metafisica su Dio: la teo- dicea non può essere altro che una
onto-teo-logia. Alle obiezioni di Kant, Wittgenstein e Heidegger non è
difficile replicare: basta denunciare la loro pretesa di bloccare la conoscen-
za umana dentro il mondo dei fenomeni, il linguaggio sensato den- tro la sfera
delle cose verificabili, la metodologia appropriata per accostarsi alla realtà
al solo metodo fenomenologico. Se tali pre- clusioni non vengono ritenute
legittime, allora lo studio di Dio divie- ne per il filosofo non solo una
possibilità ma anche un dovere, poiché esprime l’esigenza insopprimibile della
natura umana di afferrare il senso della sua origine e del suo fine ultimo.
L'ermeneutica, cioè l’arte della interpretazione, da parte sua, assumendo come
punto di partenza un evento storico particolare (la rivelazione biblica, oppure
quella cristiana, quella islamica, ecc.) si trova nella difficoltà di provare
come un evento storico di carattere particolare (situato in un dato momento
spazio-temporale) possa assurgere a valore universale, assoluto. Essa dovrebbe
mostrare che è l'unico evento capace di rispondere alle istanze fondamentali
della natura umana e di appagarle pienamente. Ma dove trovare argo- menti
decisivi a sostegno di questa pretesa? La ragione storica non sembra in grado
di scoprirli. Qualcuno potrebbe pensare di risolvere il problema unendo in-
sieme le due vie. Ma questa è un'impresa irrealizzabile, perché la metafisica e
l’ermeneutica storica si dirigono verso oggetti che non hanno nulla di comune
tra di loro. Tutto ciò lascia intendere che la soluzione adeguata del problema
religioso non si può ottenerla con la pura ragione, ma soltanto me- ‘ diante la
fede, cioè mediante un'umile e completa sottomissione di tutto l'essere
dell'uomo a colui che costituisce il centro, il cuore, l'anima della sfera
religiosa, Dio. CONCETTI DA RITENERE — Stadio religioso — Numinoso; arreton;
mysterium tremendum — Soggetto e oggetto della religione — Numinosità;
misteriosità; maestà; fascino; oggettività; assiologia; tra- scendenza;
personalisticità SINTESI CONTENUTISTICA I. I TERMINI DEL PROBLEMA a) La
religione è una manifestazione tipicamente umana che ha caratteriz- zato tutti
i tempi e tutte le culture. Essa si impone come una costante dell'es- sere
umano, anche se non è coltivata da tutti gli uomini. b) :La problematicità
della religione risiede nel fatto che l’attività religiosa è rivolta verso un
oggetto di cui si vede messa in questione persino l'esistenza. ‘112 II. LE
PRINCIPALI INTERPRETAZIONI FILOSOFICHE DELLA RELIGIONE 1) La questione
religiosa ha interessato sia il pensiero classico che quello medioevale e
moderno. Ma è a partire da Hume e da Kant che essa assume una connotazione
centrale. Nella cultura contemporanea si delineano due orien- tamenti: uno
tendente a demistificare la religione, l’altro a difenderla. III.
DEMISTIFICAZIONE DELLA RELIGIONE Iniziatore di tale orientamento è Feuerbach
che sottraendo alla religione ogni valore oggettivo la riduce a fenomeno in
proiezione di alcuni bisogni fon- damentali dell’uomo: Dio èsolo l’idea che
esprime ciò che l’uomo aspira ad essere. — Sulla scorta di Feuerbach, Marx
radicalizza l’interpretazione affermando che la religione è una delle
sovrastrutture prodotte da una determinata strut- tura economica e che di essa
la classe egemone si è sempre servita per man- tenere lo stato di sottomissione
della classe subalterna. — La soluzione della questione economico-sociale
prospettata dal comuni- smo decreta la scomparsa della religione. — Comte,
padre del positivismo, colloca l’esperienza religiosa nella fase primitiva
della storia dell'umanità, che nella sua fase matura {quella del pro- gresso
industriale e scientifico) è chiamata ad esprimere un unico culto, quello di se
stesso: il culto dell'Umanità. — La religione viene considerata un fenomeno
proiettivo e illusorio anche da Freud, che considera il fatto religioso come
espressione dell'idea del padre che l'inconscio umano porta dentro di sé. —
Nietzsche giunge perfino a decretare la « morte di Dio », con particolare
riferimento al Dio cristiano, in un mondo in cui il Super-Uomo non lascia più
spazio alla realtà dei miseri, dei deboli, degli umili, dei poveri. —
Esistenzialisti (per esempio Sartre ed Heidegger) e neopositivisti (Car- nap,
Ayer) negano alcun valore alla dimensione religiosa, i primi impegnati
totalmente sulla dimensione dell’immanenza e dell’esistenzialità dell'uomo, i
secondi perché ritengono valide solo le proposizioni il cui contenuto è speri-
mentalmente verificabile. IV. DIFESA DELLA RELIGIONE — Kierkegaard attribuisce
allo stadio religioso il grado più elevato del- l’esistenza umana che affida il
proprio senso alla fede e all'adorazione di Dio. — Bergson arriva all'esistenza
di Dio attraverso l’esperienza dei mistici, che egli considera gli esperti
delle cose divine. — Blondel cerca di fondare il fenomeno religioso sull'analisi
del dinami- smo umano considerato nella sua struttura essenziale; l’azione, che
trova solo in Dio la giustificazione della sua spinta all'infinito. — James
afferma che fondamento della religione sono la fede, il sentimen- to e la
preghiera. Una religione autentica deve guardare a una certa metafisica o a una
certa cosmologia razionale e la fede in Dio, i cui attributi sono « mo- rali »,
può servire da base ad una teologia razionale. Il valore oggettivo della
religione è stato ribadito soprattutto da pensatori tedeschi: — Scheler afferma
il carattere assoluto e perenne dell'esperienza religiosa. Il fondamento ultimo
della religione è l’automanifestazione personale di Dio, che avviene attraverso
gli uomini religiosi, culminanti nel Cristo, il « Santo originario ». — Otto
configura il fenomeno religioso come sentimento del numinoso che assume due
aspetti: il mysterium tremendum (aspetto repulsivo) e il myste- rium fascinans
(aspetto attrattivo e affascinante). L'aspetto irrazionale si ac- compagna a
quello razionale dei simboli e dei dogmi, che conferiscono al sacro il
carattere di dottrina rigorosa, oggettivamente valida. 113 — Ricordiamo tra gli
assertori del valore oggettivo dell'esperienza reli- giosa anche Schmidt,
Guardini, Adam, Tillich, Dessauer, Lang. V. DEFINIZIONE DELLA RELIGIONE E SUA
DISTINZIONE DALL'ARTE, DALLA FILOSOFIA E DALLA MORALE 1. La religione è stata
definita da Lang come l'insieme di conoscenze, azioni, strutture con cui l’uomo
esprime riconoscimento, dipendenza, venerazione nei confronti del sacro. 2.
Soggetto della definizione è l'atteggiamento assunto dall'uomo nell’espri- mere
la sua religiosità; oggetto è l'essere Sacro. Sacro è un concetto primario,
fondamentale, come l'essere, il bene, il vero, ecc. Pertanto può essere
spiegato solo attraverso le categorie dell'esperienza religiosa. 3. Le
categorie del sacro sono state ben evidenziate da R. Otto: numinosità,
misteriosità, maestà, fascino, oggettività, assiologia, trascendenza,
personali- sticità. 4. a) La religione si distingue dalla filosofia in ordine
all'elemento sogget- tivo: quest’ultima procede astrattamente e
speculativamente, mentre la prima è un atteggiamento totale, personale .e
singolare dell'io; b) la religione si di- stingue dall'arte in ordine
all'elemento oggettivo: per la prima esso è il reale, per la seconda è
l'ideale; c) religione e morale pur strettamente legate sono distinte: la prima
è incontro personale e contatto con Dio, la seconda è realiz- zazione dei
valori che rispettano l’uomo. VI. FONDAZIONE TEORETICA DELLA RELIGIONE 1 La
fondazione è possibile attraverso due strade: a) la metafisica fa leva sulla
forza della ragione. La sua aspirazione è di provare l’esistenza di Dio, la
creazione del mondo, la possibilità della rivelazione; b) l’ermeneutica assume
come punto di partenza un evento storico particolare (ad esempio la rivela-
zione biblica). 2. Limite della metafisica è quello di non poter alimentare la
vita religiosa (intimità con Dio, amore, adorazione, preghiera). Limite
dell'ermeneutica è quello di poter provare come un evento storico particolare
può assurgere a valore universale assoluto. QUESTIONARIO DI VERIFICA E
DISCUSSIONE 1. In quale misura la dimensione del mistero circonda la vita umana
e si sottrae al possesso della conoscenza e dell'indagine scientifica? L'uomo
può veramente ignorare questa dimensione? 2. Perché la religione è un fenomeno
problematico? 3. Come provano l’esistenza di Dio Aristotele, Agostino, Tommaso,
Ansel. mo, Cartesio, Leibniz? 4. Che cosa si intende per prova ontologica? 5.
Kant quale classificazione presenta delle prove dell’esistenza di Dio? Che
valore assegna alle prove tradizionali? 6. Su quali ragioni basano la
demistificazione della religione Feuerbach, Marx, Comte, Freud, Nietzsche,
Sartre, Carnap? p 7. Che funzione assegnano alla religione Spinoza, Hegel,
Croce? 8. Su che cosa fondano la religione Schleiermacher, James, Bergson,
Otto, Scheler? © 9. Come ha avuto origine la religione? Che cos'è il sacro?
Qual è la sua relazione col profano? | 10. In che rapporto si trovano religione
e cultura, religione e cristianesimo, ‘religione e filosofia, religione e
scienza, religione e mito, religione e morale, ‘religione e arte? 114 11. Fino
a che punto il nostro tempo ha perso il senso del mistero e di Dio? Quati le
conseguenze storico-culturali ed etiche più evidenti? SUGGERIMENTI
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115 Etica: studio dell’attività umana riferita al suo fine ultimo Prospettiva
critica: indagine sui codici morali e le prescrizioni Capitolo nono | IL PROBLEMA
ETICO O MORALE QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Che cosa caratterizza il
comportamento umano? In che misura libertà e capacità di scelta orientano
l’azione? 2. Come si può definire il valore morale? L'etica o morale, secondo
una delle definizioni più comuni, è lo studio dell'attività umana con
riferimento al suo ultimo fine, che è la piena realizzazione dell'umanità. Il
problema etico assume due aspetti principali: uno riguarda il fondamento e il
valore dei codici, dei principi, delle norme, delle persuasioni morali già
esistenti; è la prospettiva critica. L'altro ri- guarda le condizioni che
rendono possibile l’azione morale in asso- luto; il criterio di ciò che è
morale e immorale per l’uomo; il fine ultimo della vita umana e i mezzi più
adatti per raggiungerlo. Que- sta è la prospettiva teoretica. Le due
prospettive non sono disgiunte l'una dall'altra, ma intimamente connesse, in
quanto la prima fa da preambolo alla seconda: infatti la teorizzazione
sistematica della morale richiede la valutazione critica dei comportamenti
comuni. 1. La prospettiva critica La prospettiva critica riguarda gli
interrogativi suscitati dalle prescrizioni e dalle norme dei codici morali.
Infatti, se tali codici non sono suffragati dall'autorità divina, è naturale
che ci si domandi: Chi li ha stabiliti? Che valore hanno? Si possono cambiare?
A chi spetta il diritto di sostituirli con altri? Tocca alla collettività,
oppure ai singoli, o ai governanti? Nella storia della filosofia questi sono
gli interrogativi che han- no dato il via alla riflessione morale. Essi sono
già dibattuti vivace- mente dai Sofisti, ma poi sono ripresi anche dalla
filosofia morale di Socrate, Platone, Aristotele e dagli Stoici. Il contesto
politico e culturale dell'età di Pericle era particolar- mente propizio allo
sviluppo della critica della morale tradizionale. Le guerre con i Persiani e il
commercio con gli altri popoli avevano rivelato ai greci nuovi stili di vita, e
di pensiero, costituzioni civili e consuetudini morali diverse dalle proprie.
Questo induce i Sofisti, 116 che già avevano rinunciato alla riflessione sul
mondo per concentrare la propria attenzione sull'uomo, ad interrogarsi sul
fondamento del- le norme che regolano la condotta umana. La constatazione che
tali norme presentano notevoli divergenze presso i vari popoli li induce a
concludere che esse non si fondano sulla natura umana bensì su determinate
convenzioni sociali. Gli stati fissano per i propri citta- dini le convenzioni
che giudicano più opportune per il loro benessere individuale e sociale.
Ovviamente i Sofisti ritengono che il popolo greco possegga le convenzioni
morali più elevate di qualsiasi altro popolo barbaro. Ma poiché non si tratta
di principi morali innati bensì acquisiti, occorre farli apprendere alla
gioventù mediante una apposita istruzione ed educazione. Di qui l’importanza
che assume l'insegnamento morale nella polis greca. I Sofisti dicono di
assumersi la responsabilità di tale insegnamento e si presentano perciò come «
maestri di virtù ». Il problema del fondamento dei codici e delle consuetudini
mo- rali viene ripreso ed approfondito da Socrate il quale lo fa con tale
originalità di vedute da meritare di essere considerato*il creatore della
filosofia morale: « Socrate è il principale punto di partenza da cui si distaccano
tutte le successive linee di sviluppo del pensiero etico greco; le speculazioni
sulla condotta umana prima di Socrate, a nostro avviso, sono semplicemente un
preludio alla effettiva rap- presentazione ».! Socrate prende nettamente
posizione contro le due tesi basilari dei Sofisti. Contro la prima la quale
dice che i codici morali, le per- suasioni etiche, i concetti fondamentali
dell'etica (come buono, giu- sto, onesto, ecc.) sono frutto di convenzioni
sociali, Socrate sostiene che essi trovano invece il loro fondamento nella
natura stessa delle cose e dell’uomo. Parimenti contro la seconda tesi la quale
afferma che le idee e i principi morali si apprendono mediante l’insegnamen-
to, Socrate mostra che l'insegnamento presuppone il possesso di tali principi
ed idee, e contribuisce tutt'al più alla presa di coscienza ri- guardo ai
medesimi. Ma Socrate non si accontenta di respingere le tesi dei Sofisti
contrapponendo ad esse altre tesi che si ispirano alla visuale filosofica
opposta; egli sposta l'indagine morale ad un livello più profondo domandandosi
come si possano giustificare le valuta- zioni morali. Certo, valutazioni morali
se ne davano anche prima di Socrate. Per esempio Eutifrone (il personaggio
dell'omonimo dia- logo di Platone) riteneva « empia » la condotta di suo padre
e per questo aveva deciso di denunciarlo; ma l’incontro con Socrate gli impone
in sostanza questo problema: « Perché giudico empia la con- dotta di mio padre?
Che cos'è l’empio e che cosa invece il suo op- posto, il santo? ». Si badi
bene, la domanda non è « che cosa è empio e che cosa è santo » — questo può
indicarlo anche l'ordine E Outlines of the History of Ethics, Macmillan, London
1949, Pp. . 117 L'’interrogativo dei Sofisti sul fondamento della norma morale
Socrate: critica al convenzionalismo e fondamento naturale della morale Il
fondamento ultimo della moralità La nozione di bene e di male Prospettiva
teoretica: le condizioni trascendentali dell’agire morale costituito
(quell’ordine in base al quale Eutifrone aveva deciso di procedere contro suo
padre) — bensì « che cos'è l’empio e i/ santo », ossia che cosa sono l’empietà
e la santità, che cosa sono cioè quei valori in base ai quali si può dichiarare
empia o santa una deter- minata azione, e giustificare questa valutazione. Come
si vede, Socrate non si accontenta di prendere in esame i codici morali
correnti e di verificarne la legittimità. Egli si spin- ge più avanti e si
interroga sul fondamento ultimo della moralità in quanto tale. In tal modo egli
oltrepassa il problema critico e si cimenta con quello teoretico. La sua
soluzione di questo pro- blema è nota. Scavando sotto le apparenze le quali
danno l’im- pressione che non esista nessun principio morale assoluto, univer-
sale, Socrate mostra che l’uomo è in possesso di un criterio su- premo di
moralità che lo aiuta a distinguere il bene dal male. È vero che gli uomini
considerano buone cose diverse: uno pone il suo bene nella ricchezza, un altro
negli onori, un altro ancora nella virtù; ma è anche vero che ogni uomo possiede
la stessa nozione di bene e di male. Un uomo può amare le ricchezze e
considerarle buone, un altro può considerare buoni gli onori, un altro i
piaceri. Ma, osserva Socrate, nessuno dirà che il bene è male e che il male è
bene; ognuno cercherà quello che egli considera bene e fuggirà quello che
considera male. È evidente, dunque, che in ciascun uomo c'è la nozione o
concetto di bene e di male, in se stessa sempre ugua- le, anche se la sua
applicazione è diversa. Il problema critico del fondamento e del valore dei
codici e delle consuetudini morali dopo Socrate viene ripreso spesse volte da
molti altri filosofi, ma senza più uscire dall’alternativa già emer- sa nel
dibattito tra Socrate e i Sofisti, l'alternativa tra convenzio- nalismo (la
soluzione dei Sofisti) e naturalismo (la soluzione di So- crate). A favore del
convenzionalismo si schierano gli epicurei, gli scettici, i nominalisti,
Cartesio, gli empiristi, i positivisti, gli esi- stenzialisti, i marxisti e
altri ancora. Si mettono invece dalla parte del naturalismo Platone,
Aristotele, Plotino, i neoplatonici, la mag- gior parte degli scolastici, gli
idealisti, i neorealisti e i neotomisti. 2. La prospettiva teoretica La
prospettiva teoretica verte sulle condizioni trascendentali del- l'agire morale
e sul criterio supremo per distinguere il bene dal male. Quanto alle condizioni
trascendentali tutti i filosofi sono d’ac- cordo nel riconoscere che la prima
di tutte le condizioni è la libertà. Essi potranno discutere sulla possibilità
o meno di provare teoretica- mente che l'uomo possiede questa qualità, ma non
sul principio che se l'uomo non è libero non si può assolutamente parlare di
mora- lità. Questa verità già lucidamente illustrata da Aristotele nell’Etica
nicomachea fu ulteriormente approfondita dagli Scolastici, in parti- 118 colare
da san Tommaso, da Cartesio e da Kant. Questi considera la libertà la conditio
essendi della morale e fa di essa il primo postu- lato della ragion pratica
ossia della filosofia morale. A proposito della libertà Vanni Rovighi osserva
giustamente che essa è non soltanto una condizione ma anche una componente co-
stante dell'atto morale. Essa non precede la scelta e poi viene meno, ma
accompagna la scelta dall'inizio alla fine. « La scelta è sempre libera, perché
sempre il tradurre in azione un giudizio valutativo esige impegno. Il valore da
attuare in concreto non ci determina mai necessariamente perché non incarna mai
totalmente il valore, per- ché non è mai la pienezza del valore. Un’azione
giusta e generosa è sempre abbastanza scomoda e faticosa per poter essere
guardata sotto questi aspetti negativi, e quindi scartata, e il giudicare che
hic et nunc è il mio vero bene, che l’autentica attuazione di me stesso è
questa, anche se impone un sacrificio, esige sempre, come si diceva, un
impegno, un atto di volontà »- Un'altra condizione trascendentale della morale
è là consapevo- lezza o coscienza. Di per sé questa è già implicita nella
condizione precedente:peressere veramente libera un'azione implica che si
conosca ciò che si fa. Uno dei principi più elementari della morale cristiana
dice giustamente che, per essere grave, un'azione cattiva dev'essere compiuta
con piena avvertenza, ossia con consapevolezza. L'assenza di questa condizione
può essere determinata da due motivi: a) errore riguardo a ciò che si fa (si
sceglie una cosa per un'altra); b) mancanza della facoltà raziocinativa o
impedimento del suo uso in chi agisce (per esempio, il bambino che non ha
ancora l’uso di ragione, il pazzo, l'ubriaco, ecc.). La terza condizione
trascendentale della morale è che la libertà sia guidata da qualche norma, da
qualche principio direttivo. Una libertà assoluta che rifiuti di sottostare a
qualsiasi legge, come quella affermata da Nietzsche e Sartre, diventa
necessariamente una libertà amorale. Ma a quali norme deve sottostare la
libertà? Qui tocchiamo già la questione del criterio supremo della moralità,
una questione che vede i filosofi profondamente divisi. Da una parte si trova
una va- stissima schiera d’autori che assegnano la funzione di criterio su-
premo al fine ultimo verso cui si dirige l'uomo nelle sue azioni. Dall'altra si
trova un gruppo abbastanza nutrito di filosofi che asse- gnano il ruolo di
criterio supremo alla legge, al dovere. Le morali costruite sul principio del fine
si chiamano teleologiche; invece quelle costruite sul principio del dovere si
chiamano deontologiche, Dato, però, che tutt'e due i principi, fine ultimo e
dovere, sono suscettibili di diverse interpretazioni (così, per esempio, il
fine ultimo può essere identificato col piacere, oppure con l'interesse, 2 S.
VANNI RovIGHI, « Il problema morale », in Studio ed insegnamento della
filosofia, Ave, Roma 1969, vol. I, pp. 294-295. 119 Costante interazione tra
libertà e scelta La consapevolezza 0 coscienza Morali teleologiche e morali
deontologiche Le concezioni relativistiche o situazionali Edonismo: il bene
morale è il piacere sensibile Epicuro: il piacere come assenza di dolore La
virtù mezzo per conseguire il vero piacere l'utile o privato oppure della società,
con la felicità, con i valori, ecc., e il dovere può essere fondato su leggi
divine oppure naturali oppure civili, ecc.) ne consegue che si possono
sviluppare vari tipi sia di morali teleologiche sia di morali deontologiche.
Nel gruppo delle morali teleologiche i'tipi principali sono: edo- nismo,
utilitarismo, eudemonismo e l'etica dei valori. Mentre nel gruppo delle morali
deontologiche i tipi principali sono due: stoici- smo e formalismo kantiano. Ci
sono però alcuni filosofi che rifiutano di costruire la morale su di un
principio assoluto, sia esso il fine ultimo oppure il dovere. Ammettono
senz'altro che l’uomo ha doveri da compiere, leggi da osservare, fini da
realizzare, ma questi mutano da un'epoca all'altra, da un luogo all’altro, da
una circostanza all'altra. Pertanto ritengono che si possano elaborare soltanto
etiche relativistiche o situazionali. Nelle pagine che seguono esporremo
brevemente questi tipi fon- damentali di morale teleologica, deontologica e
situazionale, riferen- doci a qualcuno degli autori più rappresentativi. a)
Edonismo - L'edonismo assume quale criterio supremo della moralità il piacere
sensibile e, pertanto, identifica il bene morale con quest'ultimo. Esso è stato
professato anzitutto da alcune cor- renti della filosofia greca: i Sofisti, i
Cirenaici e gli Epicurei, e poi da vari autori dell'epoca moderna: Montaigne,
Hobbes, Helvetius, Bentham, Stuart Mill, Freud. I più noti assertori dell'etica
edonistica sono gli Epicurei, ai quali si deve senz'altro l'elaborazione più rigorosa
di questo tipo di morale. Epicuro giustifica la scelta del piacere quale
criterio supremo della morale nel modo seguente: « Noi diciamo che il pia- cere
è principio e fine della vita felice, perché abbiamo riconosciuto che tra i
beni il piacere è il primo e quello più connaturale a noi ». In effetti è
sempre per il piacere che noi scegliamo di fare o di fuggire qualche cosa. a Il
piacere in cui Epicuro fa consistere la felicità è la vita pacifica, l'assenza
di qualsiasi preoccupazione (atarassia). Il piacere è quindi concepito come
assenza di dolore piuttosto che come soddisfaci- mento di qualsiasi passione: «
Quando diciamo che il piacere è il bene supremo non intendiamo riferirci ai
piaceri dell'uomo corrot- to, che pensa solo a mangiare, bere e alle donne ».
La virtù è il mezzo per conseguire il vero piacere. Virtuoso è colui che coglie
il vero diletto secondo moderazione e misura, e limita il suo desiderio a quei
piaceri che non turbano l’anima. Per il pieno raggiungimento dell’atarassia,
della felicità, Epicuro raccomanda di liberarsi dalle tre preoccupazioni che
maggiormente assillano l'uomo: gli dèi, la morte e la politica? L'etica
edonistica teorizzata da Epicuro e propagandata dai suoi ' Cfr. B. MONDIN, vol.
I, pp. 176-177. 120 discepoli in tutte le regioni dell'impero ellenistico,
aveva già trovato dei convinti assertori in alcuni filosofi del secolo V a. C.,
soprattutto tra i Sofisti e i Cirenaici (questi ultimi capeggiati da
Aristippo). Le loro teorie avevano richiamato l’attenzione di Platone e di
Aristotele, i quali elaborano le loro dottrine morali in costante polemica con
le posizioni degli edonisti, mettendone in luce i gravissimi limiti. In- fatti
la natura umana si caratterizza per la sua componente spiri- tuale, l'anima, e,
quindi, non può avere per fine il piacere, bensì la virtù, in particolare la
virtù della sapienza. Questa e non il pia- cere costituisce il criterio supremo
della moralità, e per conseguire la sapienza l'uomo dev'essere disposto a
compiere qualsiasi sacrificio. Una critica altrettanto perentoria dell’edonismo
si ha col cristia- nesimo che esalta l’amore come superamento dell’egoismo e
del- l’edonismo, e rivela i lati positivi del dolore, i quali lo rendono per-
fino amabile, non in sé, ma come mezzo insostituibile di purifica- zione e di
perfezione individuale, e di redenzione per gli altri. b) Utilitarismo -
L’utilitarismo assume come criterio supremo della morale l’utile, l'interesse,
il vantaggio. Di esso si danno due ver- sioni principali, dette utilitarismo
egoistico e utilitarismo altruisti- co o sociale. Il primo fa valere come
criterio l'utilità, l'interesse del singolo; invece il secondo fa valere
l'interesse, il vantaggio della collettività. Il sostenitore più convinto
dell’utilitarismo egoistico è Hobbes; mentre quasi tutti gli altri massimi
esponenti della filosofia inglese (Bacone, Locke, Hume, Stuart Mill, Russell)
sostengono l’u- tilitarismo altruistico e criticano severamente la posizione di
Hob- bes. Così, per esempio, Hume osserva, contro Hobbes, che la lode e il
biasimo che noi accordiamo ad azioni virtuose compiute lontano da noi
(lontananza di tempo e di spazio) oppure da un nostro avversario e che possono
anche nuocerci, provano l’esistenza, all’ori- gine dei nostri sentimenti, di
qualcosa che sfugge all’istinto egoista e che non pretende di far appello
nemmeno ad un interesse privato immaginario. Vi sono inoltre inclinazioni in
noi, come la generosità, l’amore, l'amicizia, la compassione, la rettitudine,
che hanno « cause, effetti, oggetti, operazioni » totalmente diverse da quelle
delle pas- sioni egoistiche. L'ipotesi di una benevolenza disinteressata,
distinta dall'amore proprio, è realmente più semplice e più conforme all'e-
sperienza dell'ipotesi che pretende di risolvere ogni sentimento u- manitario
attraverso l'egoismo. Vi sono esigenze naturali e passioni mentali che ci
spingono verso l'oggetto senza alcuna considerazione di puo interesse. A Stuart
Mill spetta il merito d'avere elaborato una forma sofi- sticata di utilitarismo
in cui cerca di far coincidere il piacere indi- viduale (fissando una ingegnosa
« scala dei piaceri ») con l'utilità della collettività. La coincidenza si
realizza allorché si dà la prefe- renza ai piaceri del « cuore » (devozione e
altruismo), inesauribili produttori di gioie incessantemente rinnovate per
colui che dà come 121 L'utilitarismo egoistico di Hobbes Stuart Mill: piacere
individuale e interesse collettivo Eudemonismo in Aristotele e Tommaso: la
felicità come piena realizzazione dell’essere Contemplazione filosofica e
contemplazione teologica per colui che riceve. Il traguardo di questa mirabile
fusione non è frutto di calcoli egoisticamente sottili, ma piuttosto di un pro-
cesso psicologico di associazione delle idee. Secondo Mill, grazie a tale
processo, la nozione di interesse proprio e ia nozione di interesse altrui
diventano così strettamente fuse che l'individuo non può più pensare alla
propria felicità senza, automaticamente, pensare a quella degli altri: donde
l’aspetto d'obbligazione e di spontaneità, allo stesso tempo, che assume la
vita morale presso l’in- dividuo realmente virtuoso. c) Eudemonismo - Per
l’eudemonismo (dal greco eudaimonia), il criterio supremo della morale è la
felicità, cosicché un'azione è giudicata moralmente elogiabile oppure riprovevole
a seconda che sia o no compiuta in vista della felicità, I massimi esponenti di
questo tipo di morale sono Aristotele e Tommaso d'Aquino. Secon- do entrambi
questi autori ogni azione è diretta ad un fine, ma que- sto non basta a
renderla eticamente valida; ciò avviene soltanto nel caso che il fine
particolare in vista del quale è compiuta sia in ar- monia col fine ultimo
verso cui è orientato colui che la compie. Il fine ultimo d'ogni ente è la sua
piena realizzazione, e questa si ottiene con lo svolgimento a pieno ritmo di
quell’attività che gli è propria, ossia di quell'attività che attua la sua
natura specifica. Dal raggiun- gimento dell'ultimo fine dipende la sua
felicità. Quanto all'uomo, l’attività che lo distingue dagli animali è il
pensiero, la cui espres- sione massima è la contemplazione. Perciò la felicità
dell'uomo non consiste né nelle ricchezze né negli onori e tanto meno nel
piacere (tutte cose che anziché contribuire alla piena realizzazione della men-
te umana, la disturbano e persino l’offuscano interamente), bensì nella
contemplazione. Ma contemplazione di che cosa? Su questo punto c'è una parziale
divergenza tra Aristotele e Tommaso. Secondo Aristotele la contemplazione che
assicura all'uomo la piena felicità è quella della verità assoluta nei tre
campi della fisica, della mate- matica e della metafisica. Invece per san
Tommaso la contempla- zione ha un senso eminentemente teologico: secondo il
pensatore di Aquino l’unica contemplazione che può esaurire tutte le esigenze
del pensiero e che perciò può ricolmare l’anima di felicità è la con-
templazione di Dio. Per comprendere bene il pensiero di san Tom- maso su questo
punto occorre però fare una precisazione: la cono- scenza di Dio in cui egli
ripone la piena felicità dell'uomo non è certamente quella conoscenza analogica
di Dio che la nostra mente può raggiungere durante la vita presente. Neppure la
conoscenza metafisica più eccelsa può bastare a farci felici, dato che la
rîfles- sione filosofica ci fa vedere più quello che Dio non è, che quello che
egli è. Persino la conoscenza che otteniamo mediante la fede è insufficiente a
farci felici: essa mette a disagio la nostra mente piuttosto che appagarla. La
sola conoscenza in cui san Tommaso ri- pone la nostra felicità è la visione
beatifica di Dio, una conoscenza 122 soprannaturale che possiamo ottenere
solamente nella vita futura. S'è detto che la moralità d'una azione secondo
Aristotele e Tom- maso dipende dal rapporto che intercorre tra il fine al quale
essa è di fatto diretta e il fine ultimo. Ora, a questo proposito sorge spon-
taneamente la domanda: come fa l’uomo a determinare la moralità delle proprie
azioni? Chi lo istruisce sui rapporti esistenti tra le azio- ni che vuole
compiere e il suo fine ultimo? Sia secondo Aristotele che Tommaso, questa è la
funzione propria della legge, la quale è essenzialmente l’espressione della
moralità d'una azione. Si danno però due tipi principali di legge. C'è
anzitutto una legge naturale, la quale è conosciuta infallibilmente solo nei
suoi principi più univer- sali, come, per esempio, « fa' il bene e evita il
male ». Da questi principi generali della legge naturale l’uomo può procedere a
deter- minare la moralità delle singole azioni mediante il ragionamento. E
questo è il compito principale dell’etica e di chi fa filosofia morale cioè del
saggio. Senonché questo è un lavoro che ben pochi hanno la possibilità e
capacità di svolgere. Ecco allora che subentra la legge positiva (umana per
Aristotele, anche divina per Tommaso), la quale ha la funzione di determinare
la legge naturale e di applicarla ai casi concreti.‘ d) Stoicismo - Lo
stoicismo assume come criterio supremo della morale la pratica della virtù. I
tratti essenziali dello stoicismo etico sono già presenti in Platone. Questi
nel Gorgia dimostra che merita più compassione chi commette ingiustizia che
colui che la soffre; con lo stesso ragionamento nella Repubblica dimostra che è
più fe- lice il giusto in croce che l'ingiusto che nuota in un mare di piaceri.
Infine, nel Fedone insegna che per raggiungere la felicità è necessario
rinunciare ai piaceri e alle ricchezze e dedicarsi alla pra- tica della virtù.
Gli insegnamenti etici di Platone sono stati ripresi e sviluppati con maggiore
organicità da Zenone e dai suoi discepoli (ossia dagli Stoici). Il loro
principio fondamentale è che condotta morale significa condotta secondo ragione
(vale a dire secondo il Logos). Condotta secondo ragione vuole dire pratica
della virtù. Pertanto la virtù costituisce il criterio supremo della moralità.
Ma che cosa intendono gli Stoici per virtù? La virtù è una dispo- sizione
interna dell'anima per la quale essa si trova in armonia con se stessa, ossia
col proprio Logos. La virtù non consiste come aveva creduto Aristotele nel
giusto mezzo tra due difetti opposti, bensì in uno dei due estremi: e
precisamente nell'estremo conforme alla ragione (mentre l’altro estremo è
conforme alle passioni). Tra virtù e vizio non si dà via di mezzo; uno non è
più o meno vizioso o più o meno virtuoso: o è virtuoso o è vizioso. E di fatto,
chi vive secondo ra- 4 Ivi, pp. 139-141. 5 Ivi, pp. 92-93. 123 La funzione
regolatrice della legge morale Il criterio morale supremo dello stoicismo è
l'esercizio delle virtù La virtù: condotta secondo ragione La virtù è
l'assoluto dominio della ragione La ‘‘apatia’’ degli Stoici: superamento
dell’egoismo e immedesimazione nel Logos Il formalismo etico: l'esecuzione del
dovere L’“‘imperativo categorico’’ di Kant come norma suprema della moralità
gione, cioè il saggio, fa tutto bene e virtuosamente; invece chi è privo della
retta ragione, lo stolto, fa tutto male e in modo vizioso. La pratica della
virtù secondo gli Stoici consiste nell’apatia (a- patheia), cioè
nell'annullamento delle passioni e nel superamento della propria personalità.
Solo superando la propria personalità, che è l'indice estremo dell’egoismo,
perdendo la propria individua- lità, è possibile congiungersi col Logos. Per
questo è necessario liberarsi dalle passioni che sono le catene che legano
l’anima al cor- po e le impediscono di unirsi al Logos. Per raggiungere questa
libertà di spirito bisogna essere indifferenti alle contingenze della vita
quotidiana, e a tutto ciò che non è in nostro potere. La morale stoica con i
suoi spunti fortemente ascetici e con il suo impegno squisitamente interioristico
e spirituale presenta una considerevole affinità con la morale cristiana.
Questo spiega perché essa abbia incontrato il favore della chiesa primitiva e
abbia indotto i padri della chiesa e molti scolastici ad incorporarla nella
loro dottrina morale. Ciò è durato fino a quando san Tommaso, riabili- tando
Aristotele, introdusse una nuova visione dell'uomo e delle cose in cui si
esaltano non soltanto i valori dell'anima e del cielo ma anche quelli del corpo
e di questo mondo. Il felice connubio du- rato tanti secoli tra stoicismo e
cristianesimo fu allora interrotto. e) Formalismo etico - Il formalismo etico
pone il criterio supre- mo della morale nella pratica della virtù,
nell'esecuzione del dovere, nell’obbedienza alla legge, come lo stoicismo. Ma esso
insiste ancor di più di quest’ultimo sulla non pertinenza dei contenuti al fine
di determinare il valore morale di una azione: ciò che conta è esclusiva- mente
la forma e questa è data dall’obbedienza alla legge per la legge,
dall'esecuzione di un'azione solo per puro amore del dovere. Questa è la nota
concezione della morale che Kant sviluppa nella Critica della ragion pratica.
In quest'opera Kant sostiene che il cri- terio supremo della morale non può
essere derivato dall’esperienza, perché in tal caso si avrebbe un criterio
soggettivo e particolare, per- ciò variabile e contingente, che determinerebbe
la volontà ad agire per un fine esterno ad essa e non per la legge morale che
la volontà dà a se stessa: la volontà sarebbe eteronoma e non autonoma, come
invece esige la moralità dell’azione. Perché il criterio supremo della moralità
abbia validità assoluta e universale, è necessario che sia indipendente da ogni
possibile oggetto particolare e si riferisca ad una forma a priori
incondizionata. Come la conoscenza è universale e necessaria non per il
contenuto fornito dall'esperienza, ma per la forma a priori che la riveste;
così un'azione assume valore morale non in forza dell'oggetto a cui è rivolta
bensì per una forma a priori, una legge pura. Tale forma a priori, tale legge
pura, per Kant è l'im- perativo categorico: « obbedisci alla legge per la legge
stessa e per ‘ Ivi, pp. 171-174. 124 nessun altro motivo ». L'obbedienza a
questo imperativo costituisce l'essenza della morale. « L'essenziale d'ogni determinazione
della vo- lontà mediante la legge è: che essa come volontà libera, quindi non
solo senza il concorso degli impulsi sensibili, ma anche con l’esclu- sione di
tutti quegli impulsi, e con danno di tutte le inclinazioni, in quanto possono
essere contrarie a quella legge, venga determinata solo mediante la legge ».
Kant, però, è consapevole che la norma dell'imperativo categorico è troppo
astratta e indeterminata per costituire una guida valida ed efficace della vita
morale, e pertanto suggerisce alcune formule che consentono a chi agisce di
verificare se la propria azione sia con- forme all'imperativo categorico o no.
Le formule sono le seguenti: Prima: « Agisci in modo che la massima della tua
azione possa sempre valere al tempo stesso come principio universale di con-
dotta ». Seconda: « Agisci in modo da trattare l'umanità sia nella tua persona
che negli altri come fine e mai come mezzo ». Terza: « A- gisci in modo che la
tua volontà possa considerare se stessa come istituente una legislazione universale
», ossia agisci secondo mas- sime tali che la volontà d'ogni uomo, in quanto
volontà legislatrice universale le possa approvare. f) Etica dei valori o
assiologia? - Da alcuni autori (Meinong, Hart- mann, Scheler, ecc.) il
tentativo di Kant di uscire dal soggettivismo facendo appello ad un principio a
priori non è ritenuto valido, e que- sto per due ragioni. Prima, perché deriva
il criterio dell’imperativo categorico esclusivamente da un dettame della
coscienza indivi- duale. Seconda, perché prescinde completamente dal contenuto
delle azioni. Al fine di restituire obiettività al criterio supremo della mo-
rale essi si richiamano alla tradizione classica, la quale come s'è visto,
assegna la funzione di norma suprema della morale al bene. Questo però viene da
loro concepito non tanto come fine ultimo quanto come valore. Di qui il nome
della loro etica. Il massimo esponente di questa concezione del fondamento
della morale è Max Scheler. Nell'opera Formalismo nell'etica e l'etica ma-
teriale dei valori egli fa vedere che la critica kantiana all'etica ma- teriale
può valere soltanto se riferita a dei beni particolari, ma non vale se riferita
al bene inteso come valore. Questo infatti non è per nulla un dato empirico
come pretende Kant, ma qualcosa di as- soluto. Il valore, precisa Scheler, è
l'oggetto proprio dell'etica così come l’essere è l'oggetto della metafisica,
il bello dell'estetica, il sacro della religione, il fatto della storia. E
pertanto come per la percezione del bello, del sacro, dell'essere, ecc., si
danno organi specifici, simil- mente l’anima possiede un organo particolare per
la percezione del valore. Quest'organo non è né la fantasia, né il senso, né la
ragione, ® I KANT, Critica deîla ragion pratica, Laterza, Bari 1924, p. 87. $
B. MONDIN, vol. 1I, pp. 320-326. ? L'etica dei valori (o assiologia) è trattata
più ampiamente nel cap. XIV. 125 Le tre massime universali di Kant L’etica dei
valori: recupero del contenuto delle azioni Scheler: il valore - oggetto della
morale L’apprensione emozionale come sentimento intenzionale I valori della
persona e i valori delle cose Relativismo morale e gnoseologia scettica ma
qualcosa di diverso, che Scheler chiama « organo emozionale ». L'organo
emozionale che ci pone a contatto col valore si articola in un « sentire » che
coglie i singoli valori, in un « preferire » che ne stabilisce la gerarchia, e
in un « amare » che precede il sentire e il preferire nella ricerca di nuovi
valori, « come un pioniere e una guida ». Siffatta apprensione emozionale non
ha nulla a che vedere con la sensibilità empirica, perché il valore è una
qualità che sussi- ste del tutto indipendentemente, non una proprietà connessa
sostan- zialmente con l'oggetto che ne è il portatore; tanto è vero, osserva
Scheler, che la « sfumatura di valore » di un oggetto, ad esempio il carattere
simpatico o antipatico di una persona, è colto prima an- cora che si colga
distintamente l'oggetto stesso. E neppure si tratta di un sentimento
psicologico, bensì di un sentimento intenzionale, che è « un originario
riferirsi o indirizzarsi a qualcosa di oggettivo », qual è appunto il valore.
Determinato il criterio fondamentale dell’etica e la facoltà co- noscitiva atta
a riconoscerlo, Scheler passa a considerare quali sono di fatto i valori che
l’uomo conosce e con quale ordine gerar- chico si presentano. Scheler distingue
due classi di valori: valori di persona {Personwerte) e valori di cosa
(Sachwerte). Ovviamente i valori di persona sono quelli che si riferiscono alla
persona, e cioè anzitutto il valore dell'essere stesso della persona e poi i
valori delle virtù. Invece valori di cosa sono quelli che contribuiscono a
formare quelle unità axiologiche cosali costituenti i « beni », siano essi beni
materiali (utili o piacevoli), beni vitali (come quelli economici), beni
spirituali (come la scienza e l’arte), o siano in genere i beni culturali. Di
queste due classi solo la prima abbraccia i valori propriamente etici, perché
questi, come già osservava Kant, hanno per portatore essenzialmente la persona.
Ciò significa che un'azione, che contri- buisce alla formazione e allo sviluppo
della persona, in sede etica, merita d'essere giudicata positivamente; mentre
invece un'azione che danneggia la persona va giudicata negativamente. g)
Relativismo e situazionismo - Con questi due termini si designa una teoria
etica, la quale si sforza di dimostrare che le esigenze morali sono determinate
da condizioni mutevoli dalle quali derivano, per tali esigenze, contenuti non
solo diversi ma anche in parte con- traddittori, cosicché è logico pensare che
nessuna istanza morale può essere veramente vincolante. Il relativismo morale
come pure il situazionismo si presentano in due forme principali. La prima
forma è a base gnoseologica e ha avuto diffusione anche di là dal campo dell'etica
filosofica e délla stessa scienza. I suoi principali sostenitori si trovano tra
i sofisti, gli scettici, i nominalisti. La seconda forma è a base ontologica: è
il relativismo proprio del materialismo storico elaborato da Marx e da Engels.
In entrambe queste forme di relativismo, proprio perché si nega 126 l'esistenza
di un criterio supremo della moralità, qualsiasi discorso etico diviene
arbitrario e, in ultima analisi, privo di senso. A questa conclusione è giunta
ultimamente anche la corrente filo- sofica del neopositivismo, in base a
considerazioni che a prima vista sono di ordine linguistico, ma guardando a
fondo, sono di ordine gno- seologico: si tratta sempre di una concezione
empiristica e quindi relativistica della conoscenza umana. I neopositivisti e i
loro discendenti, gli analisti del linguaggio, ritengono errata l'impostazione
tradizionale della filosofia morale come del resto anche di tutte le altre
parti della filosofia. La que- stione primaria e specifica della filosofia in
ogni suo settore non è esaminare contenuti e tanto meno stabilirli, bensì
studiare il lin- guaggio con cui vengono espressi. Pertanto, per quanto
concerne l’e- tica, il compito del filosofo non è di ricercare il criterio
supremo della moralità, ma di esaminare il linguaggio proprio della morale al
fine di determinarne il vero significato. Secondo i neopositivisti il
linguaggio della morale non può avere significato oggettivo, perché non si può
controllarlo mediante la « verifica sperimentale »: esso esprime disposizioni soggettive
di chi parla oppure è teso a suscitare determinate disposizioni sogget- tive di
chi ascolta. È pertanto un linguaggio che ha un valore essen- zialmente
emotivo. I filosofi della corrente analitica ritengono arbitraria e falsa la
teoria neopositivista del linguaggio, in quanto privilegia indebita- mente un
tipo di linguaggio, quello delle scienze sperimentali, ad e- sclusione di tutti
gli altri. Il linguaggio modello a loro avviso non è quello scientifico bensì
quello ordinario. Il significato e il valore degli altri linguaggi va
determinato mettendoli a confronto col lin- guaggio ordinario. L'esito di
questo confronto per quanto concerne il linguaggio morale varia da autore ad
autore. C'è peraltro una tendenza a riconoscerne il valore oggettivo ed universale.!
3. Il problema etico ha delle soluzioni? Il quadro che ci presenta la storia
della filosofia morale è indub- biamente uno dei più sconcertanti: all'uomo che
ha bisogno di di- rettive sicure per le sue azioni e di un'indicazione precisa
sul senso e il significato ultimo della sua esistenza esso offre i suggerimenti
più diversi e contraddittori. Che significa tutto questo? Forse, che ci tro-
viamo davanti a problemi insolubili? Molti filosofi, tra cui alcuni anche di
ispirazione cristiana, pensano di sì. Noi non siamo di questo parere.
Ammettiamo senz'altro che an- che per la morale come per je aitre parti della
filosofia sia impossibile ottenere soluzioni dogmatiche, si tratta in effetti
di problemi estre- 1° Per il problema del linguaggio vedi cap, III 127
Neopositivismo: determinazione del senso del linguaggio morale Analisi del
linguaggio: l'assunzione del linguaggio ordinario come modello Impossibilità di
una soluzione dogmatica Esigenza della correlazione antropologica, metafisica e
teologica naturale Rapporto tra valore e volontà mamente difficili, la cui
soluzione si raggiunge soltanto per la tor- tuosa via della speculazione. Ma
ciò non toglie che tale speculazione possa avere esiti positivi e conseguire
soluzioni valide. Per raggiungere questo traguardo però occorre sviluppare
l'etica su basi teoretiche sufficientemente sicure, derivandole dall’antropo-
logia, dalla metafisica e dalla teologia naturale. Una morale autono- ma,
totalmente disgiunta dalla metafisica e dalla teologia naturale e indipendente
dalla filosofia dell'uomo, così come la concepisce Kant, sfocia necessariamente
nel soggettivismo e nel relativismo. D'altronde è inammissibile che si possa
dare autonomia etica per un essere come l'uomo, un essere finito, creato da
Dio, dal quale riceve oltre all'esistenza, anche lo scopo della sua vita e le
regole e i mezzi per conseguirlo. Pertanto la morale è essenzialmente legata
alla metafisica e tale nesso si coglie bene nel concetto di valore. La morale,
come dicono molti autori, è la scienza dei valori e il suo obiettivo è di
promuovere valori come la giustizia, la carità, la pace, la speranza, la
sapienza, la modestia, ecc. Ma che cosa sono essenzialmente questi valori? Qual
è il loro fondamento? Forse il capriccio individuale? È la volontà umana che
stabilisce che cosa è bene, cosa è giusto, cosa è vero, cosa è puro, o è la
realtà stessa che porta con sé questi caratteri? La riflessione metafisica può
mostrare che è la realtà stessa che pos- siede questi valori. D'altra parte il
concetto di valore dice rapporto ad una volontà (valore è la caratteristica per
cui una cosa è degna d'essere voluta). Ciò significa che la realtà è in quanto
tale voluta; « vuol dire che all'origine delle cose c'è una Volontà
intelligente, vuol dire che il supremo Essere, quello da cui procede ogni
realtà, è volontà intelligente ».!! Su queste basi metafisiche si può innalzare
un edificio morale sufficientemente robusto, universalmente valido e, allo
stesso tem- po, solidamente ancorato alla realtà concreta e alla storia.
CONCETTI DA RITENERE — Problema critico; problema teoretico — Edonismo;
utilitarismo; stoicismo; formalismo etico; etica dei valori o assiologia;
relativismo o situazionismo — Apatia; imperativo categorico SINTESI
CONTENUTISTICA . I. CARATTERI DEL PROBLEMA 1. L'etica o morale è lo studio
dell’attività umana con riferimento al suo fine ultimo, ovvero la sua piena
realizzazione. 2. Il problema riveste due aspetti o prospettive: a) critico
(fondamento e 4! S. VANNI ROVIGHI, Articolo citato, p. 292. 128 valore dei
codici, dei principi, delle norme); b) teoretico {condizioni che ren- dono
possibile l'azione morale in assoluto). II. LA PROSPETTIVA CRITICA 1. Si impone
da sé a partire dalle norme e dalle leggi che i membri di una società devono
osservare. Si pongono i seguenti interrogativi: Chi le ha stabi- lite? Che
valore hanno? Si possono cambiare? Chi ha diritto di farlo? ecc. 2. I Sofisti,
a motivo delle diversità presenti nei vari popoli, ritengono che le norme
etiche siano determinate dalle convenzioni sociali e che i giovani deb- bano
essere educati ad esse. 3. Socrate, al contrario, afferma che le norme e i
principi etici hanno il loro fondamento nella natura umana e l'educazione
pertanto non è finalizzata all’ap- prendimento, bensì alla presa di coscienza
di ciò che è innato. 4. Nel corso dei secoli il convenzionalismo avrà i suoi
sostenitori negli epicurei, scettici, nominalisti, in Cartesio, negli
empiristi, neopositivisti, esisten- zialisti e marxisti. Il naturalismo sarà
invece condiviso da Platone, Aristotele, Plotino, dai neoplatonici, dagli
scolastici, dagli idealisti, dai neorealisti e dai neotomisti, III. LA
PROSPETTIVA TEORETICA 1. Prima condizione trascendentale dell'azione morale è
concordemente ritenuta dai filosofi la libertà. La questione aperta da
Aristotele «(Etica nico- machea), è stata approfondita da s. Tommaso, da
Cartesio e da Kant. 2. Seconda condizione trascendentale è la consapevolezza o
coscienza. L'assenza di essa può essere determinata da: a) errore circa ciò che
si fa; b) mancanza di facoltà raziocinativa o impedimento momentaneo del suo
uso. 3. Terza condizione trascendentale è che la libertà sia guidata da un
princi- pio direttivo. Una libertà assoluta (Nietzsche e Sartre) diviene
libertà amorale. 4. Circa il criterio supremo della moralità si prospettano due
concezioni: la teleologica (basata sul principio del fine); la deontologica
(basata sul prin- cipio del dovere) con delle diversificazioni al proprio
interno; una terza posi- zione, dettata da orientamenti relativistici, è quella
situazionale (leggi e fini mutano attraverso i tempi, i luoghi, le
circostanze). Le specificazioni interne ai due criteri sono: — edonismo
(Sofisti, Cirenaici, Epicurei, Montaigne, Hobbes, Helvetius, Bentham, Stuart
Mill, Freud): criterio supremo è il piacere sensibile, con il quale si
identifica il bene morale; — utilitarismo: criterio supremo è l’utile,
l'interesse, il vantaggio. Esso si distingue in: a) utilitarismo egoistico
(Hobbes) che fa valere come criterio l'utilità e l'interesse del singolo; b)
utilitarismo altruistico (Bacone, Locke, Hume, Stuart Mill, Russell) il quale
tende a far coincidere la realizzazione del- l'utile individuale con quello
della collettività; — eudemonismo (Aristotele, S. Tommaso): criterio supremo è
la Felicità: un'azione è morale nella misura in cui fa conseguire la felicità,
che esprime la piena realizzazione della persona; — stoicismo: criterio supremo
è la pratica della virtù. La prospettiva, già presente in Platone (Gorgia,
Repubblica, Fedone) è maggiormente sviluppata dagli Stoici, secondo i quali la
pratica della virtù consiste nell’apatia (annulla- mento delle passioni e
superamento della propria personalità). L'ascetismo, che caratterizza la morale
stoica, ha fatto sì che essa fosse ben accetta dalla Chiesa primitiva; —
formalismo etico: il criterio supremo sta nell'esecuzione del dovere e
nell'’obbedienza alla legge. Ciò che conta è soprattutto la forma, cioè l’obbe-
dienza alla legge (cfr. Kant, Critica della Ragion pratica). — etica dei valori
o assiologia {Meinong, Hartmann, Scheler): esprime anzitutto una critica nei
confronti del formalismo etico kantiano e si richiama 129 alla tradizione
classica, assegnando al bene Ja funzione di norma suprema. Il bene è concepito
però come valore più che fine ultimo. Scheler in Formalismo nell’etica e
l'etica materiale dei valori afferma che il valore è l'oggetto dell'etica così
come l'essere lo è della metafisica, il bello dell’arte, il sacro della
religione. L'anima possiede pertanto un organo specifico per percepirlo, che
Scheler chiama « organo emozionale » che « sente » i singoli valori, li «
preferisce » gerarchicamente e « ama », ovvero ricerca valori nuovi, come « un
pioniere e una guida ». Scheler distingue inoltre i valori di persona e i
valori di cosa. — relativismo e situazionismo: secondo tali concezioni le
esigenze morali sono determinate da condizioni mutevoli dalle quali derivano
contenuti non solo diversi ma anche in parte contraddittori: a) la forma a base
gnoseologica (sofisti, scettici, nominalisti) ha avuto dif- fusione anche al di
là del campo dell'etica e della scienza. b) la forma a base ontologica è quella
propria del materialismo storico elaborato da Marx ed Engels. Il relativismo è
oggi condiviso dai neopositivisti e dagli analisti del linguaggio. IV. ETICA E
METAFISICA 1. È impossibile per il problema etico trovare soluzioni dogmatiche,
ma è possibile avere esiti positivi e conseguire soluzioni valide. 2. È
necessario pertanto reperire basi teoretiche sufficientemente sicure
nell'antropologia, nella metafisica, nella teologia naturale. 3. Il nesso tra
etica e metafisica si coglie nel concetto di valore. La rifles- sione
metafisica, infatti, può mostrare che è la realtà stessa che possiede i va-
lori, mentre il concetto di valore rivela che c'è un rapporto tra realtà e
volontà (cioè che una cosa è degna di essere voluta: quindi la realtà in quanto
tale è degna di essere voluta). QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Come
si configura il nostro orizzonte culturale in ordine all’antropolo- gia, alla
metafisica, alla teologia e conseguentemente all'etica? 2. Che cosa studia la
morale? 3. Che cosa si intende per prospettiva critica e teoretica della
morale? 4. Qual è il compito del filosofo riguardo alla morale? 5. Su che cosa
si fondano i codici morali? Qual è l'opinione dei massimi filosofi al riguardo?
6. Quali sono i principali tipi della morale filosofica? Che cosa si intende
per edonismo, utilitarismo, eudemonismo, formalismo etico? 7. Che cosa
rappresenta la libertà per la morale? 8. Quali sono le condizioni essenziali
dell'atto morale? 9. Che cos'è l’etica dei valori? 10. Qual è il fine ultimo
della vita umana secondo i massimi filosofi? 11. Quali dovrebbero essere i
termini di una correlazione tra scienza ed etica? . 12. In che relazioni si
trovano morale e religione, morale e metafisica, mo- rale e arte, morale e
politica? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Valori morali e democrazia,
Massimo, Milano 1986. ARISTOTELE, Etica nicomachea, Laterza, Bari 1973. 130
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Storia dell’etica, Armando, Roma 1972. CaLoceRo G., Etica giuridica, politica,
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1978. WARNOCK G., Filosofia morale contemporanea, Armando, Roma 1974. 131
Educazione: esigenza dell’uomo di realizzare le sue infinite capacità Solo gli
esseri umani possono acquisire mediante insegnamento e apprendimento: ciò è
l'educazione Interazione tra discorso filosofico e quello sull'educazione
Capitolo decimo a ee IL PROBLEMA PEDAGOGICO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Qual è
il significato etimologico dei termini « pedagogia » ed « educa- zione »? 2.
Che cosa dovrebbe caratterizzare in modo particolare l'educazione? 3.
L'educazione è un'azione o una relazione? 1. La pedagogia come teoria pratica
Pedagogia è una parola di derivazione greca, che significa « arte di guidare il
fanciullo » ed è generalmente usata come sinonimo di « scienza dell'educazione
». L'educazione è un dato di fatto che non ha mai cessato di esistere. Si
tratta, in effetti, di un'esigenza fondamentale dell’uomo il quale nasce con
sconfinate capacità di agire ma senza l'abilità di realiz- zarle. Egli deve
apprendere dagli altri come esplicare le sue capa- cità: come nutrirsi,
camminare, parlare, leggere, scrivere, lavorare, ecc. Il fenomeno
dell'educazione è tipicamente umano. Solo l'uomo può e deve educarsi; nel mondo
animale è possibile tutt'al più un addestramento. Questo perché, mentre
l’animale è un essere già « specializzato » sin dalla nascita, dotato
istintivamente di determi- nate abilità e soltanto di quelle, l'essere umano è,
invece, inizialmen- te privo di qualsiasi specializzazione, ma con la capacità
di acquisire, mediante l'insegnamento e l'apprendimento (vale a dire tramite
l’e- ducazione) le specializzazioni più disparate: nel cibo, nel vestito, nel
lavoro, nello studio, nello sport, nella religione, nell'arte, ecc. Mediante
l’opera educativa esso si specializza e, conseguentemente, si individualizza,
diventa un « io ». In tal modo acquista una per- sonalità che, tra l’altro, è
in continua evoluzione e maturazione. Naturalmente la concezione che si ha
dell'educazione dipende dal- la concezione che si ha dell’uomo e del suo
destino, cioè, come af- ferma il Laberthonnière « esiste tra l'educazione e la
concezione che si ha della vita un rapporto che dovrebbe essere impossibile
contestare ».! È quindi evidente il necessario rapporto che esiste tra il
discorso filosofico ed il discorso sull'educazione. Quest'ultimo è ! L.
LABERTHONNIÈRE, Teoria dell'educazione, La Scuola, Brescia 1965, p. 3. 132 il
logico coronamento dei discorso antropologico ed etico: dopo che sì è compreso
chi è l'uomo e quai è il traguardo ultimo della vita umana, si pone
necessariamente il problema di come guidarlo alla conquista di tale traguardo.
La pedagogia è, dunque, una teoria pratica, € cioè « una teoria che ha per
oggetto di riflettere sui sistemi e sui procedimenti di edu- cazione al fine di
valutarne il valore, con ciò illuminando e dirigendo l’azione degli educatori
». La pedagogia è nata come esigenza delle persone e dei pcpoli per due motivi.
In primo luogo, perché sarebbe rischioso lasciare l’edu- cazione esclusivamente
all'istinto e alla tradizione. in secondo luogo, perché lo stesso pensiero,
cercando di spiegare l’esistenza del- l'uomo ed il suo impegno etico, ha dovuto
necessariamente incon- trarsi con la realtà educativa. 2. Autcnomia della
scienza pedagogica e interdisciplina- rietà L'evoluzione della cultura ha
contribuito alla configurazione an- che della pedagogia come scienza autonoma.
Nelle civiltà antiche le varie cognizioni sulla realtà costituivano un sapere
indifferenziato, identificato generalmente con la filosofia, di cui faceva
parte anche la pedagogia. Nel Medioevo questa venne assorbita dalla teologia.
Solo dopo la fine del Medioevo, con l’ap- profondirsi delie diverse conoscenze,
le scienze acquistarono pro- gressivamente la loro autonomia rispetto sia alla
filosofia che alla teologia. Nell'antichità vediamo pertanto che la pedagogia è
considerata come parte della politica, la quale a sua volta è vista come ramo
della filosofia morale. Infatti, l'ideale educativo dei greci e dei ro- mani
era la formazione dell'uomo in quanto cittadino. Aristotele afferma che,
essendo uno solo il fine della comunità politica, « è ma- nifesta la necessità
che l'educazione sia una sola e identica per tutti, e che la cura di essa sia
affidata allo Stato e non ai privati »? La rivoluzione intellettuale, morale e
sociale operata dal cristia- nesimo portò in primo piano il problema
etico-religioso. Per questo motivo, anche la pedagogia non fa più parte della
politica, ma di- venta un capitolo della morale teologica durante tutto il
Medioevo. Con l’umanesimo e il Rinascimento l'ideale educativo non è più il
perfetto cittadino o il santo, ma l'uomo colto. Gli studi filosofici si
approfondiscono e influenzano anche la pedagogia, che sente sempre più
l'esigenza di un'impostazione di carattere filosofico evi- ? A. LALANDE,
Dizionario critico di filosofia, ISEDI, Milano 1971, p. 620, 3 ARISTOTELE,
Politica VII, c. 1. 133 La pedagogia come taoria pratica Con l'evaluzione della
cultura la pedagogia è divenuta scienza autonoma Oggi la pedagogia, che rappresenta
l'educazione dell’uomo, si vale di scienze ausiliarie (psicologia, etica,
biologia, sociologia) Prospettiva integrale e autonomia della pedagogia
Pedagogia e destino dell'uomo tando peraltro qualsiasi subordinazione ad altre
discipline filo- sofiche. Oggi, l'affermarsi delle scienze positive sta
influenzando anche il campo pedagogico. Si riconosce che se la pedagogia
riguarda es- senzialmente l’uomo, è necessario un contributo di tutte le
scienze; ma non per questo essa deve essere considerata una sintesi oppure un
aggregato di varie scienze, « un ammasso più o meno incoerente di ricette »,
come afferma il Mialaret.* Senza dubbio, la pedagogia è una scienza dell'uomo,
ma ha vn ambito -specifico diverso da quello delle altre scienze: l'educazione
dell'uomo. Le scienze che maggiormente concorrono alla conoscenza dell'uomo e
costituiscono pertanto il necessario presupposto della pedagogia sono la
psicologia, l'antropologia, l'etica, la biologia e la sociologia. Queste, che
sono chiamate « scienze ausiliarie » della pedagogia, sono importanti nella
scienza della educazione perché, considerando l'uomo nella sua evoluzione verso
una maturazione fisico-biologica, psicologica e sociale, affrontano problemi e
acqui- siscono cognizioni che sono di importanza capitale per l’impostazio- ne
dell’opera educativa. In effetti, se lo scopo dell'educazione è la liberazione
totale dell'educando, il raggiungimento di tale fine si verifica tenendo conto
delle situazioni biologiche, psicologiche, an- tropologiche, sociologiche e storiche
vissute concretamente dal sog- getto. Inoltre, se l'educazione dev'essere
integrale, cioè riguardante sia l'aspetto materiale che spirituale dell'uomo,
deve mutuare prin- cipi, criteri, metodi dalla filosofia, dall’etica,
dall’estetica, ecc., a se- conda dei problemi specifici che deve affrontare nel
suo ambito. La pedagogia è quindi una scienza autonoma, pur esigendo un ap-
prodo interdisciplinare. Di tutte le discipline, la filosofia è quella che dà
il massimo con- tributo al costituirsi della scienza pedagogica. Perché?
Abbiamo affermato precedentemente che la pedagogia è il logico coronamento
dell'antropologia (la quale spiega chi è l'essere u- mano) e della morale (la
quale stabilisce il fine ultimo della vita umana); conseguentemente l'educazione
è sempre, necessariamente condizionata da una visione dell'uomo e del destino
umano. Infatti, come già s'è detto, « specialmente riguardo all'uomo, di cui le
scienze studiano molteplici aspetti, sono molti i problemi che nes- suna di
esse affronta (mentre li suppone già risolti), come il valore della vita e
della conoscenza umana, la natura del male, l'origine e il valore della legge
morale. Di questi problemi si occupa soltanto la filosofia ». Esistono tuttora
due posizioni opposte per ciò che riguarda il rapporto tra pedagogia e
filosofia: coloro che identificano le due * G. MIALARET, Introduzione alla
pedagogia, Armando, Roma 1970, p. 9. 5 B. MONDIN, vol. I, p. 8. 134 scienze,
considerando la pedagogia una semplice appendice della filosofia e coloro che,
al contrario, negano qualsiasi discorso filo- nell’ambito della pedagogia.
Riteniamo queste posizioni er- rate, perché ogni corrente filosofica trae dai
suoi principi una propria pedagogia ed ogni pedagogia ha come fondamento una
data imposta- zione filosofica. Ma la pedagogia ha un campo di ricerca suo
proprio, e dispone di metodi e criteri specifici che non sono quelli più gene-
rali della filosofia. Ed è pertanto da considerarsi come ambito spe- cifico
della ricerca filosofica, alla pari dell'etica e della politica. 3. Soggetto e
finalità delia pedagogia La pedagogia moderna, capovolgendo il rapporto
tradizionale tra maestro e discepolo, ha affermato il ruolo primario di
quest'ultimo nel processo della sua educazione e di fronte al maestro stesso.
Il moderno pensiero pedagogico ha coniato la espressione rivoluzione
copernicana dell'educazione per indicare il sostanziale mutamento avvenuto nel
rapporto tra educatore ed educando, derivando tale lo- cuzione dal
capovolgimento della relazione Terra-Sole operata da Copernico. Che cosa
significa « rivoluzione copernicana dell'educazione »? Come Copernico in campo
astronomico aveva rivoluzionato la concezione tolemaica della centralità della
terra nel sistema solare, affermando la centralità del sole rispetto a tutti i
pianeti del sistema solare, così, in campo pedagogico, non è più il maestro il
perno del- l'azione educativa, ma il discepolo, alle cui esigenze il maestro
deve adeguarsi, cercando di scoprirle e facendo in modo che egli si auto-
promuova. In questa prospettiva, l’attore e l'autore primario nel processo
educativo è il fanciullo stesso (puerocentrismo). Il sogget- to quindi
dell'educazione è certamente l'educando, come essere at- tivo, personale ed
originale; ma è bene precisare che per « educando » non si deve intendere
esclusivamente il bambino, il ragazzo, il gio- vane, ma l'uomo, perché
l'educazione non ha mai termine, né limiti di età, ma continua per tutta la
vita (da questo è derivato il con- cetto di educazione permanente). Soggetto
allora dell'educazione è l’uomo, ma egli è persona ed è tale nella misura in
cui realizza la propria personalità. Attingendo dalle affermazioni della
scienza psicologica, soffermiamoci un mo- mento su quest'ultimo concetto. La
personalità dell’uomo è la risultanza di elementi nativi, ere- ditari e di
elementi acquisiti mediante la propria esperienza. Co- munque, tali strutture
sono dinamiche e non rigidamente definibili e quindi la personalità è una
realtà « plastica », dinamica, determi- nantesi con atteggiamenti differenziati
a seconda delle situazioni che l'individuo incontra e vive concretamente.
L'uomo non è determi- nato (almeno non lo è totalmente) dalla sua struttura
originaria, 135 Nel rapporto ira filosofia e pedagogia questa ha un ambito
specifico di ricerca La ‘‘rivoluzione copernicana” in pedagogia: l’educando
come protagonista (puerocentrismo) Educazione permanente per la continua
realizzazione della personalità umana L’educazione dura tutta la vita
Promozione a autopromozione dell’individuo: aspetto personale Aspetto sociale:
relazione interpersonale e convivenza con gli altri Aspetto culturale:
trasmissione dei valori e custodia della civiltà dalla sua essenza, ma può
anche migliorare, peggiorare o, comunque, cambiare. E se c'è sempre una
possibilità di mutamento, allora è valido quanto già detto: l'educazione dura
per tutta la vita. Ciò che si è detto a proposito del soggetto dell'educazione
con- sente di esaminare le finalità di un certo tipo di processo educativo che
permette ad ogni individuo di giungere allo sviluppo della pro- pria
personalità. ‘4. I tre aspetti fondamentali dell'educazione L'educazione, dal
punto di vista teoretico e scientifico, presenta tre aspetti fondamentali:
personale, sociale e culturale. a) Personale: perché l’educando è una persona e
non una cosa od un oggetto; è soggetto dotato di attività, di personalità e di
creati- vità. Egli pensa ed agisce seguendo energie interiori. L'educazione
dunque deve promuovere o meglio fare in modo che l'individuo si autopromuova.
Rimandiamo qui al concetto di maieutica socratica già espresso nel Corso di
storia della filosofia Come è la madre che genera il bambino e l’ostetrica
l’aiuta soltanto a darlo alla luce, così il vero educatore non comunica la «
verità », ma mette l’educando nelle condizioni di trovare la risposta da sé.
Innanzitutto, quindi, l'educazione è autopromozione della personalità del
soggetto che si educa... b) Sociale: e questo sia come fatto che come
obiettivo. Anzitutto come fatto perché l'educazione è un evento eminentemente
inter- personale e sociale, perché coinvolge quanto meno due persone, l’e-
ducando e l'educatore. In secondo luogo, come obiettivo perché tra le finalità
primarie che l’opera educativa si propone è inclusa quella di far conoscere gli
altri e di abituare a vivere insieme con essi, in loro armonia, per la
realizzazione di un bene superiore comune a tutti. L'educazione pertanto «
socializza » il singolo, perché « la no- stra vita personale si esplica in una
vita sociale. Certo ci può essere una vita sociale che al limite ignora o
soffoca la vita personale ed è questo che va evitato ».’ Il fine primario
dell'educazione lo si ottiene operando sui singoli soggetti e non sul gruppo.
Però è necessario an- che l'apporto del gruppo, che spesso opera inconsciamente,
per me- glio sviluppare l'educazione del singolo. Anzi in molti stati, oggi
l'e- ducazione è attuata operando sul gruppo, e in tal modo si raggiun- gono
anche i singoli. c) Culturale: perché l'educazione trasmette alla persona i
valori culturali elaborati dall'umanità nel corso delle generazioni, tra- 6
Ivi, p. 70. ? C. PERUCCI, in Educare, U.C.L.I.M., Varese 1572, p. 67. 136
sformando un essere incolto in un essere che può contribuire al progresso della
civiltà in cui è nato. È evidente che questi tre aspetti della educazione sono
interagenti poiché formare la personalità del soggetto significa promuovere la
socialità e, trasmettendo la cultura e la civiltà, l'educazione fa parte- cipe
il soggetto dei progressi dell'umanità stessa. In conclusione, la finalità
educativa consiste: in primo luogo nella realizzazione della personalità intesa
come affermazione della individualità e originalità di ognuno; in secondo luogo
nella capa- cità di partecipazione alla vita sociale. Tale centralità della
persona e dell'individuo non ha sempre costituito l'ideale educativo in’ seno
alle varie civiltà: Infatti, ciò che attualmente secondo un certo si- stema
politico e filosofico si apprezza ed esalta come individuale, era per i greci
un aspetto negativo. 5. Autoeducazione ed eteroeducazione Tenendo presente il
fine da realizzare si possono distinguere due concezioni radicalmente opposte
dell'educazione. Da una parte si afferma che educare un fanciullo vuol dire
ren- derlo conforme ad un modello prestabilito, per cui il fine dell'educa-
zione è posto fuori dal fanciullo (= eteroeducazione) e l'educazione si risolve
in un adattamento delle disposizioni del fanciullo ad un ordine preesistente,
di fatto o di diritto. Dall'altra parte si dice che educare significa
permettere al fan- ciullo di sviluppare tutto ciò ch'egli ha in se stesso
(autoeducazione), per cui il fine è il fanciullo stesso e l'educazione mira a
favorire la realizzazione della sua personalità ed il suo armonico sviluppo.
L'eteroeducazione si fonda sul presupposto che le strutture con- crete della
civiltà attuale (sociali, economiche, morali, religiose, ecc.) impongano di
adattare il fanciullo in modo che da adulto possa age- volmente integrarsi in
esse, per cui un'educazione sarà ritenuta va- lida se riuscirà ad adattare
l’uomo all'ordine stabilito, considerato come assoluto, sia esso la classe
sociale, la chiesa, lo stato. In questo caso l’educatore rivelerà le sue doti
nella misura in cui la sua abilità tecnica sarà capace di realizzare tale
scopo, senza troppe preoccupa- zioni delle esigenze soggettive dei singoli
educandi. Per contro, l’autoeducazione mira ad assicurare, per quanto è
possibile, l’armonico sviluppo delle varie tendenze e capacità pre- senti nel
fanciullo, senza fare appello ad ideali preesisienti. Educa- zione quindi che
rifiuta ogni intervento autoritario esterno e lascia alla spontaneità naturale
del fanciullo di sviluppare le naturali forze bio-psichiche che operano in lui;
all'educazione inoltre è dato il ° A. AGAZZI, Problemi attuali della pedagogia
e lineamenti di pedagogia sociale, La Scuola, Brescia, 1968, pp. 9-10. 137
Eterceducazione: confermità a un modello Autoeducazione: armonice sviluppo di
tendenze e capacità Interazione di eteroeducazione e autoeducazione compito di
preservare il fanciullo stesso dalle influenze che dall’ester- no potrebbero
turbare l’armonico sviluppo della personalità. Che dire di queste due opposte
concezioni dell'educazione? A nostro avviso un'educazione integrale non può
essere né pura- mente estrinsecistica come ritengono i fautori della
eteroeducazione, ma neppure semplicemente innatistica come affermano gli
assertori dell’autoeducazione. Ma dev'essere l'una e l’altra insieme. Se è vero
infatti che una valida educazione non può trascurare i condizionamenti dell'ambiente
familiare, sociale, politico, religioso, ecc., è anche vero che il voler
considerare tali fattori come assoluti, e riconoscerli come norme intangibili
cui sottomettere gli elementi personali dell’educando, è un palese controsenso,
date le variabilità e precarietà del cosiddetto « ordine stabilito ». D'altra
parte, « che il fanciullo possa spontaneamente e con le sole sue forze, senza
l'intervento di un'autorità esterna, disciplinare se stesso e diventare capace
di libere scelte, è stato il paradosso di Rousseau, fondato sulla bontà
naturale dell'uomo, al quale però lo stesso Rousseau sembrò non concedere molta
fiducia quando con- sigliava agli educatori di lasciar credere all'educando di
essere lui il padrone, ma di non permettergli di esserlo, di fatto. In
definitiva, un sistema educativo che si limiti a rispettare nel fanciullo ciò
che l'osservazione psicologica, scientificamente anche la più perfetta e
accurata, permette di osservare in lui, non è sufficiente ad edu- carlo
veramente »? Autentica educazione dev'essere quindi autoeducazione, perché non
è concepibile una maturazione integrale inconsapevole e priva di impegno
personale; e dev'essere inoltre eteroeducazione perché la presenza del docente
non è solo auspicabile, ma necessaria. Oc- corre, peraltro, tener ben presente
che nell'opera di educazione il do- cente non può né deve sostituirsi
all’educando; egli è solo la guida e la forza stimolatrice delle energie che
devono svilupparsi spontanea- mente dall’interiorità del soggetto (secondo i canoni
della maieutica socratica). Nel rapporto educatore-allievo esiste, senza
dubbio, un pericolo che occorre assolutamente evitare: quello di « manipo- lare
», « foggiare » ed inoltre di distruggere la personalità dell’edu- cando per
far emergere quella dell’educatore. Educare significa, in- vece, aiutare ad
autodeterminarsi come essere libero, e ciò è possi- bile soltanto attraverso il
libero esercizio delle proprie attitudini. 6. L’attivismo pedagogico Tra le
tante teorie dell'educazione, l'attivismo è senza dubbio quella che ha
suscitato maggior interesse durante il nostro tempo. * A. VALERIANI, « Il
problema dell'educazione », in Studio ed insegnamento della filosofia, I,
AVE-UCIIM, Roma 1966, pp. 315-316. 138 Essa però ha qualche riferimento nel passato.
I Sofisti ritenevano che l'educazione deve essere sottratta ad ogni
autoritarismo e dog- matismo. Nel Medioevo viene ripreso talvolta il concetto
di sant'Ago- stino, il quale riteneva che l'educazione deve essere un processo
au- tonomo di autoeducazione: il maestro comunica solo le parole, ma la vera
educazione è « autoeducazione », data da Dio per illumina- zione. Con l’inizio
del Rinascimento inizia il superamento delle vecchie tradizioni e con Bacone si
ha la prima grande affermazione del carat- tere attivistico del sapere.
Comenio, poi, con il suo « naturalismo » e la sua « pansofia » intende dare a
tutto il sapere una connessione si- stematica, seguendo gli indirizzi della
nuova scienza sperimentale. In Rousseau, infine, sono già presenti le varie motivazioni
con cui l'attivismo di oggi giustifica l'introduzione del lavoro nella scuola.
L'attivismo pedagogico si presenta come reazione alla pedagogia tradizionale,
la quale era di tipo estrinsecistico e teoretico. L'ideale del mondo classico
e, generalmente, anche del mondo cristiano, era la vita come attività
teoretica, come conoscenza e come contempla- zione. L'educazione consisteva
nell’insegnamento di principi, dottri- ne, ideali trascendenti e assoluti. La
pedagogia contemporanea ha compiuto un rovesciamento radicale, risolvendo il
conoscere nel- l'agire, la verità nel fatto. Ma è necessario subito riconoscere
che in quel rovesciamento si ritrovano il valore ed, insieme, i limiti dell'at-
tivismo pedagogico contemporaneo: il valore, perché l'ideale del mondo classico
non poteva soddisfare la mobilità sociale e l'ansia di attività dell'umanità
moderna; i limiti perché molto spesso l'agire viene ridotto ad un semplice fare
meccanico, ad un fare per il fare, anche contro le attese degli stessi fautori
dell’attivismo. :iA fondamento dell'attivismo sta, come s'è detto, un atteggia-
mento di rifiuto del metodo tradizionale. Ma l’attivismo non è sol- tanto
protesta: esso è anche proposta, e propone una educazione proiettata verso
l'avvenire, quindi dinamica, centrata sul soggetto, quindi aperta ed
esistenziale: una scuola attiva sostitutiva di quella passiva.! ‘Applicando i
criteri dell'autoeducazione, l’attivismo si pone al servizio delle attitudini,
dei bisogni, dei modi di sentire e di agire pro- pri del fanciullo che deve
poter liberamente esprimere tutto se stesso ed apprendere quanto sarà utile per
sé e per la società nella quale si troverà a vivere da adulto. Da parte sua,
l’educatore, anziché in- tervenire per trasmettere un sapere dall'esterno o inculcare
principi morali assoluti, è chiamato a fornire all’educando occasioni ed ali-
menti al suo appetito di conoscere e di agire, ponendolo a contatto con
l’esperienza che è la vera maestra della vita, ad aiutare lo svi- luppo
spontaneo della intelligenza e della volontà dell'allievo, se- !° Cfr. A.
AGAZZI, « Scuole nuove e attivismo », in Questioni di storia della pedagogia,
La Scuola, Brescia 1963, p. 972. 139 L’attivismo pedagogico: reazione alla
pedagogia tradizionale L’attivismo come educazione proiettata verso l’avvenire
Attivismo e autoeducazione Psicologia, attivisma e scuola nuova Concezione
ateo- materialista dell’attivismo guendo le linee dei suoi interessi
scientificamente determinati. Ne- cessità, quindi, di muovere dal fanciullo, «
ma non dal fanciullo in sé, considerato in astratto, ma dal fanciullo come
individuo origi- nale ed unico, dalla ricchezza della sua spontaneità naturale
da co- noscere e da dirigere. Lo studio della psicologia sarà pertanto a fon-
damento della preparazione e dell’azione dell'educatore e la scuola su misura
sarà il nuovo credo didattico del puerocentrismo ».! Le idee dominanti
dell’attivismo sono, pertanto, le seguenti: azio- ne, spontaneità, vita. Delle
prime due s'è già parlato. Quanto alla terza essa fa parte di un'espressione
cara all’attivismo, l’espressione scuola-vita. Secondo l’attivismo la scuola
deve preparare alla vita, deve essere essa stessa vita, adeguarvisi e
strutturarsi secondo le forme reali della vita. Sulla legittimità
dell’attivismo pedagogico ci siamo già implicita- mente pronunciati parlando
dell’autoeducazione. Abbiamo escluso che si possa realizzare pienamente il
processo educativo col solo me- todo dell'autoeducazione. È un metodo che si
fonda su una visione troppo ottimistica dell’uomo, considerato esente da ogni
debolezza e da ogni cattiva inclinazione e già intimamente incamminato verso il
bene e la virtù. Ma troppo spesso l’attivismo è anche basato su una concezione
materialistica ed atea dell’uomo. Questi è visto come creatore d’ogni valore e,
allo stesso tempo come il prodotto ultimo dell'evoluzione della materia.
Fondate su tali premesse, anche le tesi più interessanti e, in se stesse,
legittime, dell’attivismo pedagogico diventano discutibili e sospette. Per
acquistare piena legittimità occorre che siano fondate sul riconoscimento dei
valori più auten- tici della persona (libertà, spiritualità, immortalità) e
sulla realtà di Dio, creatore del mondo, padre di tutti gli uomini, termine
ultimo delle nostre più profonde aspirazioni. CONCETTI DA RITENERE — Pedagogia
come teoria pratica — Liberazione totale; educazione integrale — Rivoluzione
copernicana dell'educazione — Aspetto personale, sociale, culturale —
Autoeducazione (modo innatistico), eteroeducazione (modo estrinse- cistico) —
Attivismo pedagogico SINTESI CONTENUTISTICA I. LA PEDAGOGIA COME TEORIA PRATICA
1. Il termine pedagogia (« condurre il fanciullo ») indica l’« arte» o la «
scienza dell'educazione ». L'educazione esprime l'esigenza dell'uomo che na- !
A. VALERIANI, Op. cit., p. 324. 140 sce con molteplici capacità, ma ha bisogno
di essere aiutato a realizzarle nel corso della sua crescita. 2. L'educazione è
quindi un fatto propriamente umano. L'uomo si educa, l’animale si addestra. La
concezione dell'educazione si ricollega alla concezione che si ha del- l'uomo:
il discorso pedagogico è collegato al discorso antropologico e al di- scorso
etico. La pedagogia è una teoria pratica, cioè ha per oggetto di riflettere sui
si- stemi di educazione per aiutare l’azione degli educatori. II. ‘AUTONOMIA E
INTERDISCIPLINARIETÀ DELLA PEDAGOGIA 1. Nelle civiltà antiche la pedagogia
faceva parte dei diversi sistemi filo- sofici. Spesso essa è riferita alla
politica, che a sua volta dipende dall’etica. L'ideale greco-romano è la
formazione dell’uomo in quanto cittadino. 2. Nel Medioevo la pedagogia diventa
un capitolo della teologia a motivo del primato assunto dal problema
etico-religioso: dal cittadino al santo. 3. Nell'epoca dell'Umanesimo e del
Rinascimento l’ideale diviene quello dell'uomo colto. La pedagogia avverte,
pertanto, l'esigenza di una imposta- zione di carattere filosofico. ; 4. Nella
cultura contemporanea l'affermazione delle scienze positive, ha collocato la
pedagogia in una posizione interdisciplinare. La psicologia, l’an- tropologia,
l'etica, la biologia e la sociologia si configurano come scienze ausi- liarie
della pedagogia, offrendole elementi di integrazione e di approfondi- mento
circa gli scopi che le sono propri. 5. L'educazione può avere come scopo: a) la
liberazione totale dell’educan- do e necessita del contributo della biologia,
della psicologia, dell’antropologia, della sociologia e della storia; b)
l'educazione integrale e si dovrà rivolgere alla filosofia, all’etica,
all'estetica, ecc. al fine di promuovere sia la dimensione spi- rituale che
quella materiale dell’uomo. 6. Il rapporto tra pedagogia e filosofia è visto
attraverso due posizioni: a) l’identificazione tra le due scienze; b) la
dipendenza della pedagogia dalla filosofia. Una conclusione opportuna appare la
seguente: la pedagogia gode di una autonomia nel campo di ricerca, dei metodi e
dei criteri. Afonda comunque le sue radici in una determinata visione
filosofica, di cui è una ramificazione al pari dell'etica e della politica.
III. SOGGETTO E FINALITÀ DELLA PEDAGOGIA 1. La pedagogia moderna è orientata
dalla cosiddetta rivoluzione coperni- cana dell’educazione: il perno
dell'azione educativa non è più, come nel mondo classico-medioevale, il
maestro, bensì il discepolo. 2. La prospettiva puerocentrica guarda all’educando
come ad un soggetto attivo, personale e originale. Occorre però ricordare che
in senso proprio l’edu- cando è l’uomo nelle diverse tappe della sua vita e che
pertanto l'educazione è un fatto permanente, un cammino continuo senza meta
terminale. 3. Poiché la persona è la protagonista dell’azione educativa,
l'educazione avrà come scopo la formazione della personalità. La personalità è
la risultanza di elementi originari, ereditari e acquisiti. Essa è quindi una
struttura dinamica e in perenne trasformazione. Compito dell'educazione è di
orientare la trasformazione sempre verso la positività. IV. I TRE ASPETTI
FONDAMENTALI DELL'EDUCAZIONE1. Aspetto personale dell'educazione: l’educando è
una persona, soggetto dotato di attività, personalità e creatività.
L'educazione deve promuovere la persona e renderla capace di autopromozione. 2.
Aspetto sociale dell'educazione: a) è un fatto perché l'educazione è un 141
evento interpersonale e sociale {rapporto educatore-educando); b) è un obiet-
tivo perché l'educazione si propone di formare gli individui alla conoscenza
reciproca, alla vita in comune, all'armonia sociale, al bene comune. 3. Aspetto
culturale dell'educazione: l'educazione trasmette di generazione in generazione
i valori elaborati dall’umanità, facendo di ogni individuo un essere capace di
dare il proprio contributo alla civiltà. I tre aspetti sono interagenti;
infatti sono propri della finalità educativa sia la realizzazione della
personalità e dell’originalità dell'uomo, sia la forma- zione della sua
capacità di partecipazione alla vita sociale. V. AUTOEDUCAZIONE E
ETEROEDUCAZIONE 1. L'autoeducazione mira ad assicurare l’armonico sviluppo
delle varie ten- denze e capacità presenti nel fanciullo senza riferimento ad
ideali preesistenti. Rifiuta l'intervento autoritario, promuove la spontaneità
e preserva dalle in- fluenze esterne. Tale concezione può anche essere definita
innatistica. 2. L'eteroeducazione vuole adattare il soggetto umano alle
strutture con- crete sociali, economiche, morali, religiose, ecc. Il processo
educativo raggiunge il suo scopo se l'educando saprà adattarsi all'ordine
stabilito, considerato come un assoluto {concezione estrinsecistica). 3. Alla
concezione innatistica e a quella estrinsecistica si può opportuna- mente
opporre quella integrale, per cui il processo educativo fonde le esigenze della
libertà e dell'originalità della persona con l’ineliminabile presenza del
condizionamento ambientale. L'autoeducazione, pertanto, favorisce una matu-
razione integrale e consapevole attraverso l'impegno personale, mentre l’etero-
educazione forma nell’educando il senso del limite e gli dà la misura di ciò
che significa vivere con gli altri. VI. L'ATTIVISMO PEDAGOGICO 1. La pedagogia
contemporanea ha compiuto un rovesciamento radicale, risolvendo il conoscere
nell’agire, la verità nel fatto. 2. Il valore dell’attivismo pedagogico, la
teoria dell'educazione che ha tro- vato maggiore risonanza nel nostro secolo,
sta nel fatto che, puntando sul. l'autoeducazione, stimola la partecipazione
attiva dell'educando nell'esperienza scolastica. L'educatore fornisce
all'’educando occasioni di esperienza al suo de- siderio di conoscenza e
orienta le sue attitudini ed i suoi interessi, individuati scientificamente. 3.
Azione, spontaneità e vita sono le idee dominanti dell’attivismo pedago- gico.
L'espressione scuola-vita indica, inoltre, la convinzione che la scuola deve
adeguarsi e strutturarsi secondo le forme reali della vita. 4. L’attivismo
pedagogico si fonda: a) su una antropologia ottimistica che ignora in realtà la
debolezza della natura umana; b) su una visione essenzial- ‘mente
materialistica ed atea, QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Che cosa si
intende per pedagogia? Qual è il significato etimologico di questo termine? 2.
Perché l'educazione è un fenomeno tipicamente umano? 3. Quando la pedagogia si
è costituita come scienza autonoma? Prima, în quale disciplina era incorporata?
4. Che rapporti intercorrono tra pedagogia e filosofia? 5. Quali sono gli
aspetti fondamentali dell'educazione? 6. Che cosa si intende per autoeducazione
e per eteroeducazione? 7. Che cosa si esige per una educazione integrale? 142
8. Che cos'è l’attivismo pedagogico? Quali sono i pregi e i limiti di questo
metodo educativo? 9. Quali contraddizioni pedagogiche e strutturali ostacolano
nell’ordina- mento scolastico attuale una educazione integrale della persona?
10. Quali implicazioni si possono individuare tra pedagogia e formazione della
coscienza democratica? 11. Nel nostro tempo quali sono le esigenze emergenti per
una individua- zione di opportuni obiettivi educativi in vista di un
progetto-uomo aperto al secondo millennio? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI AA.Vv.,
Questioni di storia della pedagogia, La Scuola, Brescia 1963. ABBAGNANO
N.-VISALBERGHI A., Linee di storia della pedagogia, Paravia, To- rino 1959, 3
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scienza, La Nuova Italia, Firenze 1976. DEWEy J., Il mio credo pedagogico, La
Nuova Italia, Firenze 1950. FLorES D'ARCAIS G., Discorso educativo e discorso
pedagogico, 2 voll., Li- viana, Padova. FoERSTER F.W., I compiti essenziali
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pedagogia, Armando, Roma 1970. PERETTI M., Cultura, pedagogia, educazione cristiana,
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1955. Viotto P., Per una filosofia dell'educazione secondo J. Maritain, Vita e
Pensiero, Milano 1985. VoLPICELLI L., L'educazione contemporanea, 2 voll,
Armando, Roma 1964. 143 Socialità e politicità dell’uomo Preminenza del
problema politico e sociale nel nostro tempo Origine, fondamento e fine dello
Stato Capitolo undicesimo IL PROBLEMA POLITICO E SOCIALE QUESTIONARIO
PROPEDEUTICO 1. L'uomo ha bisogno degli altri per vivere o è autosufficiente?
2. Qual è lo scopo del vivere associato? 3. Da che cosa nasce la realtà sociale
e politica dell'uomo? Come deve es- sere regolato il rapporto uomo-libertà-bene-utile-società-Stato?
4. Che rapporto c'è tra politica e morale. È possibile considerarle separate?
1. I termini del problema L'uomo è un essere vivente atto a una vita sociale e
politica, come aveva già osservato Aristotele nella sua Politica. Nelle condi-
zioni delle età precedenti, queste caratteristiche hanno trovato un'’at-
tuazione ristretta; allora era perfino possibile condurre una vita ri- tirata,
eremitica, lontano dalle vicende del mondo e considerarsi una monade « senza
porte e senza finestre », secondo la nota espressione di Leibniz. Oggi tutto
questo è impensabile, oltreché impossibile. Il più piccolo atto umano e
qualsiasi realtà per quanto minuscola sono coinvolti in un regime sociale e
politico che li dirige e li compenetra da ogni parte. Così, nel nostro tempo i
problemi politici e sociali hanno acqui- stato importanza capitale. 'Nel
presente capitolo tratteremo anzitutto del « problema po- litico », che è
quello di cui i filosofi si sono occupati da sempre. Poi nella seconda parte
studieremo quello che è stato chiamato « pro- blema sociale », un problema che
i filosofi hanno cominciato ad af- frontare sistematicamente soltanto nel
secolo XVIII al sorgere del- la questione sociale derivante dalla rivoluzione
industriale determi- nata dall'introduzione della macchina nell’attività
produttiva. Il problema politico è il problema relativo all'origine e al fon-
damento dello Stato (polis), alla sua organizzazione, la sua forma migliore, la
sua funzione e il suo fine specifico, alla natura della azio- ne politica e ai
suoi rapporti con l'azione morale, ai rapporti tra Stato e individui, tra Stato
e Chiesa, tra Stato e partiti. Questo problema così vasto e complesso, è stato
studiato nei suoi aspetti diversi quando le istanze storiche l'hanno richiesto.
Così per esempio la questione dell'origine dello Stato, della sua struttu-
razione e della sua forma migliore è stato dibattuto quando guerre 144 o
rivoluzioni hanno messo in questione o posto termine ad uno Stato oppure ad una
forma di governo per sostituirli con altri. Ciò è avve- nuto, in Grecia, nel
secolo V in conseguenza delle guerre con i Per- siani, delle guerre tra Atene,
Sparta e Tebe e delle guerre civili all’interno di queste tre città-stato.
Furono tali congiunture storiche ad indurre i Sofisti, Platone e Aristotele ad
esaminare il problema del- l'origine dello Stato, della sua funzione e della
sua forma ideale. Al- trettanto accadde nel secolo XVII, al tempo delle guerre
religiose, della guerra dei Trent'anni, delle rivoluzioni e delle guerre civili
del- l'Inghilterra e della Francia. Questi eventi determinarono le spe-
culazioni politiche di Hobbes, Bacone, Locke, Campanella, Hume, Rousseau. In
tempi recenti hanno trattato del problema dello Stato Hegel, Marx, Engels,
Lenin, Gramsci e la Scuola di Francoforte, determinando larghe correnti di
pensiero e attuazioni ispirate alle loro ideologie; va inoltre ricordato il
contributo particolare ad una soluzione cristiana di tali problematiche dato da
Jacques Maritain e da Luigi Sturzo. î Trattando il problema politico nei suoi
vari aspetti non si può dimenticare quello dei rapporti tra Stato e Chiesa che
ha acquistato rilevanza soprattutto nel Medioevo, allorché la Chiesa assunse
una strutturazione sociale da far concorrenza a quella dello Stato. Di qui le
teorie politiche di Innocenzo III, san Tommaso, Bonifacio VIII, Occam, ecc. Il
problema dei rapporti tra politica e morale ha potuto svilup- parsi soltanto
nell'epoca moderna, nel momento in cui le varie forme di sapere e di operare si
sono affermate nella loro autonomia rispetto alla teologia e alla filosofia.
Questo ha consentito prima a Machiavel- li e poi a Hobbes e a tanti altri di
proporre una concezione dell’a- zione politica come qualcosa di assolutamente
distinto da qualsiasi altro tipo di attività. Il problema dei rapporti tra lo
Stato e i partiti, tra lo Stato e i suoi membri è diventato d'attualità
nell'epoca contemporanea, quan- do alle forme monarchiche e assolutistiche di
governo sono suben- trate quelle parlamentari e democratiche, e ai sistemi
capitalisti si sono opposti quelli socialisti e comunisti. 2. Natura sociale
dell’uomo L'uomo — come è stato già detto — è essenzialmente socievole: da solo
non può venire al mondo, non può crescere, non può edu- carsi; da solo non può
neppure soddisfare i suoi bisogni più ele- mentari; né realizzare le sue
aspirazioni più elevate; egli può otte- nere questo solo in compagnia con
altri. Perciò sin dalla sua prima comparsa sulla terra troviamo sempre l'uomo
collocato in gruppi so- ciali, inizialmente assai piccoli (la famiglia, il
clan, la tribù) e poi sempre più vasti (il villaggio, la città, lo stato). Man
mano che il 145 Dagli eventi storici ha origine lo studio del ‘‘problema Stato”
Rapporti tra: — Stato e Chiesa — Politica e morale — Stato e partiti La
socialità come condizione originaria Riflesso sociale delle azioni umane Oggi
c’è il primato della dimensione sociale livello culturale dell'umanità si
innalza, anche la dimensione della socievolezza si espande e si arricchisce.
Oggi essa ha raggiunto un orizzonte sconfinato: da nazionale è diventata,
prima, internazionale, poi, intercontinentale e ormai sta assumendo proporzioni
planetarie. I moderni mezzi di comunicazione hanno messo ciascuno di noi in
contatto con ogni vicenda (importante o insignificante) che ac- cade in
qualsiasi parte del mondo. La vita di ciascuno di noi, ora, « può essere
sconvolta da cima a fondo a causa di un avvenimento che capita in una parte del
mondo ove egli non ha mai messo piede e di cui forse si fa un'immagine alquanto
vaga ».' « Il più piccolo atto umano e qualsiasi realtà per quanto minuscola
sono coinvolte in un regime sociale che le dirige e compenetra da ogni parte.
Non posso compiere il più piccolo atto commerciale, pretendere il più modesto
salario, regolare il contratto più elementare senza sentirmi immediatamente
accerchiato da ogni parte — anche sostenuto — dalla solidarietà economica,
sociale, giuridica, che costituisce la base stessa del mio contratto, del mio
lavoro, del mio commercio, indipen- dentemente e al di fuori delle mie
intenzioni. E questo in un interse- carsi che, da un capo all'altro del mondo,
moltiplica senza fine una rete inestricabile ed invincibile: un colpo della
borsa di New York accresce, oggi, senza che io me ne interessi, il mio capitale,
e domani la mia piccola impresa potrebbe crollare sotto la concorrenza tra-
volgente dell'industria giapponese. Lo stesso si deve dire per qual- siasi
altro settore ». Quanto l'intreccio sociale oggi sia vasto e pro- fondo l’ha
mostrato negli anni ‘70 e '80 l'embargo del petrolio nei confronti
dell'occidente attuato dagli Stati arabi nel conflitto arabo- israeliano.
Questo espediente degli arabi è bastato a mettere in crisi l'immenso castello
della civiltà dei consumi, il concetto stesso di progresso e il modello di
sviluppo del mondo occidentale. 'La dimensione sociale durante il nostro secolo
ha assunto tali proporzioni che può venire legittimamente considerata un
fenomeno tipico del nostro tempo. La dimensione privata è praticamente scom-
parsa. A stento possiamo occultare i nostri pensieri e i nostri desi- deri; ma
appena questi si traducono in azione, essi diventano appan- naggio anche degli
altri e grazie alla televisione e alla radio e alla stampa in un batter
d'occhio vengono divulgati nei quattro angoli della terra. L'isolazionismo,
oggi, non è più possibile. « Se dobbiamo in qualche modo sopravvivere, è chiaro
che sopravviveremo solo come membri gli uni degli altri. La linea tra il
privato e il pubblico diventa sempre più confusa. Bene o male, questa in cui
viviamo è l'epoca della pianificazione: dell'assistenza sociale, della compro-
prietà e, sul piano internazionale, delle organizzazioni soprannazio- nali. La
capacità dell'individuo di agire, e persino di pensare, con una certa indipendenza
dal suo ambiente sociale o in contrasto con ! G. MARCEL, L'uomo problematico,
Borla, Torino 1967, p. 143. a MD. CHENU, L’évangile dans le temps, Du Cerf,
Parigi 1964, pp. 89-90; trad. it., Il Vangelo nel tempo, A.V.E., Roma 1968. 146
esso si va costantemente riducendo [...] Ciò significa, tra l’altro, che il
nostro ideale di libertà e di società libera non può essere semplice- mente
definito in termini di in-dipendenza. Per l’uomo contempora- neo la redenzione
coincide con la sua capacità di diventare non già un individuo — la cui
indipendenza sarebbe, in realtà, impotenza di fronte alla gigantesca macchina
dello Stato — bensì una persona che possa trovare (e non perdere) se stessa
nell’interdipendenza del- la comunità. Il contenuto della sua salvezza in seno
alla società consiste, per l’uomo moderno, nello scoprire se stesso come
persona che deliberatamente decide a favore d'un rapporto d'interdipen- denza
con gli altri; consapevole che la sua natura è fatta per mettersi in relazione
con i simili, egli vuole positivamente questa interdipen- denza, anziché
subirla per effetto delle pressioni della sua epoca. . L'alternativa al “loro”
non è l’“io”, ma il “noi” ».? Nel momento attuale, mentre da una parte i
diritti della persona umana e la sua esigenza di libertà ottengono
riconoscimento uni- versale, dall'altra i sistemi politici, le strutture
economiche e so- ciali, le scoperte della scienza e della tecnica, e l'apparato
statale minacciano di soffocarli inesorabilmente. Questa situazione ripropone
con particolare urgenza il problema tante volte dibattuto anche nelle epoche
precedenti, circa l'origine, la natura e le funzioni dello Stato, e dei
rapporti tra gli individui e la società. 3. L'origine dello Stato Lo Stato è
una realtà empirica la cui esistenza è incontrovertibile, ma è anche una realtà
estremamente mutevole: nasce, si sviluppa, sviluppandosi assume molte forme, e
spesse volte e per ragioni varie si indebolisce e dissolve. Tutto questo fa
dello Stato una realtà problematica. Anzitutto problematica per quanto concerne
la sua origine. Da che cosa nasce lo Stato? Chi ne è l’autore, la causa, il
fondamento? A questo interrogativo sono state date molte risposte, di cui le
principali ci sembrano le seguenti: a) origine naturale dello Stato: sappiamo
che l'uomo è socie- vole e da solo non può soddisfare i suoi bisogni né
realizzare le pro- prie aspirazioni; può ottenere questo soltanto in compagnia
con gli altri. Quindi è la natura stessa che induce l’individuo ad associarsi
con altri individui e ad organizzarsi in comunità, in Stato. I princi- pali
teorici dell'origine naturale dello Stato sono Aristotele, Hegel e Marx.
Secondo Aristotele « è evidente che lo Stato è una creatura della natura e che
l'uomo è per natura un animale politico. Colui che per natura è senza Stato è
superiore oppure inferiore all'uomo, vale a dire o un dio oppure una bestia. Il
motivo per cui nasce lo Stato 3 J.A.T. RoBINSON, /! corpo, Gribaudi, Torino
1967, pp. 20-21. 147 L'esigenza di riscoprire la propria persona: salvezza
dell’uomo contemporaneo Le attuali strutture economico-politiche minacciano i
diritti della persona Stato: realtà empirica e mutevole Origine naturale:
l’uomo è essenzialmente politico Hegel: lo Stato come volontà dello Spirito
assoluto Marx: lo Stato deriva dalla necessità di unirsi per soddisfare i
bisogni dei singoli Origine convenzionale: autonomia originaria e logica della
sopraffazione è quello di rendere possibile la vita e anche una vita felice. E
poiché il traguardo della vita umana è la felicità, la ragion d'essere dello
Sta- to è di facilitare il raggiungimento della felicità ». In Hegel la natura
di Aristotele diviene lo Spirito Assoluto, per- ciò lo Stato ha origine per
volontà dello Spirito Assoluto, di cui è anzi l'attuazione conclusiva. Infatti,
secondo Hegel, lo Spirito Assoluto si esprime e si sviluppa nella storia, la
quale è essenzial- mente storia dell'uomo. Questi come essere socievole si
unisce spon- taneamente con gli altri. In tal modo sorgono le varie
organizzazioni: anzitutto la famiglia poi la società civile ed infine lo Stato.
La fami- glia è l'unione amorosa di almeno due persone. La società civile è una
condizione in cui c'è una mutua dipendenza di tutte le persone da tutte le
altre, essendo esse già una collezione di individui indi- pendenti. Essa poggia
su di un sistema di bisogni. Lo Stato è una isti- tuzione concreta, che unifica
e dà una realtà più alta alla vita etica dei suoi membri individuali. Pertanto
lo Stato è « l’Idea dello Spirito Assoluto nella manifestazione esterna della
volontà umana e della sua libertà ». Anche per Marx come per Aristotele (e
linguaggio idealistico a parte come per Hegel), lo Stato deve la sua origine
alla natura stes- sa delle cose (non a patteggiamenti convenzionali o a
prevaricazioni contro qualche ordine soprannaturale): deve la sua origine alla
na- tura stessa dell’uomo la quale è fatta in modo tale che le è consen- tito
di soddisfare i suoi bisogni più elementari di sopravvivenza soltanto con
l’aiuto, il concorso, l'assistenza di altri uomini. Non si può dire invece
altrettanto delle varie forme concrete che lo Stato assume nella storia. Esse
non sono dovute alla natura ma all’arbitrio umano: alla sua decisione di
distribuire in un modo o in un altro i tre elementi costitutivi fondamentali
della struttura fondamentale dello Stato che è quella economica: il lavoro, il
capitale e gli stru- menti di produzione.‘ b) Origine convenzionale. Questa
teoria dice che all'inizio, al suo primo apparire sulla faccia della terra,
l’uomo, il singolo indi- viduo era pienamente autosufficiente e perciò per
vivere e svilupparsi non aveva bisogno di unirsi agli altri. Senonché la
presenza di tanti altri piccoli centri di potere (quali erano gli altri uomini)
ha inevita- bilmente dato luogo a conflitti, per evitare i quali è stato
necessario trattare con gli altri, mettersi d'accordo con loro, rinunciando a
qualche diritto e assoggettandosi a qualche dovere. Così, sulla base di tale
accordo, è sorto lo Stato. Questa teoria che era già stata avanzata dai Sofisti
fu ripresa e sviluppata da molti filosofi moderni, in particolare da Spinoza,
Hobbes, Locke e Rousseau. Ciascuno di questi autori ha presentato una versione
personale della teoria convenzionalistica o contrattuale; per Spinoza e Hobbes
il contratto sociale ha carattere irreversibile: * Cfr. B. MoNnDIN, vol. III,
pp. 548-550. 148 una volta rinunciato ai propri diritti per costituire lo Stato
non si può più ritirarli e tornare indietro. Invece per Locke e Rousseau il
contratto sociale ha carattere reversibile. c) Origine preternaturale. Questa
teoria considera lo Stato come conseguenza di una caduta dell'uomo da una
condizione originaria di perfezione e di felicità dove non abbisognava di
sostegno e di aiuto da parte degli altri. Già annunciata da Platone, la teoria
del- l'origine preternaturale dello Stato è stata sviluppata in forma orga-
nica da due grandi pensatori cristiani, Agostino e Vico. Agostino afferma
l’esistenza di due grandi associazioni di spiriti: la civitas Dei (città di
Dio) e la civitas terrena (città terrena o Stato). Tutt'e due sono fondate
sull'amore. Ma mentre la città di Dio è fon- data sull'amore di Dio, un amore
così altruistico che non teme d'ar- rivare fino al sacrificio totale di se
stesso, della propria vita, la città terrena è fondata sull'amore di se stessi,
un amore talmente cieco ed egoistico che arriva fino al disprezzo e al
rinnegamento di Dio. « Ciò che anima la società terrena (civitas terrena) è
l'amore di se stessi al punto di disprezzare Dio; ciò che anima la società
divina (civitas coelestis) è l'amore di Dio al punto di disprezzare se stessi.
L'una basa il suo orgoglio in se stessa, l'orgoglio dell'altra è in Dio; una
cerca la gloria fra gli uomini, l’altra ritiene che la conoscenza di Dio sia la
gloria più grande »% L'essenziale nel regno terreno così come in quello
spirituale è il debitus finis, vale a dire lo scopo che deriva dall'intrinseca
natura della cosa: dunque in questo caso la realizzazione di valori puramen- te
terreni. Questi includono, per cominciare, « il corpo e i suoi beni, cioè una
buona salute, sensi acuti, forza fisica e bellezza, parte di essi essenziali
per una vita migliore, e quindi più desiderabili, parte di minor pregio. Poi,
la libertà, nel senso che uno crede di essere libero quando è padrone di se
stesso, cioè nel senso desiderato dagli schiavi. In terzo luogo i genitori, le
madri, una moglie e dei bambini, i vicini, i parenti, gli amici, e, per coloro
che condividono il nostro modo di vedere (quello greco-romano) l'appartenenza
ad uno Stato, nonché gli onori, le ricompense e ciò che è chiamato favore
popolare. Infine il denaro, intendendo con questo termine tutto ciò che posse-
diamo legalmente, o che abbiamo il potere di vendere o di cui possiamo
altrimenti disporre ».” Storicamente l'origine della civitas terrena risale
alla caduta dei primogenitori; ma essa trova la prima espressione emblematica
nel- la Torre di Babele. Come nella Torre di Babele, così nella civitas ter-
rena regna costantemente la confusione, la violenza, la malvagità, la miseria.
Ma, a parere di Agostino, l’espressione più mostruosa la civitas terrena l'ha
raggiunta nell'Impero Romano, esempio supremo 5 B. MONDIN, vol. II, pp. 162-173
(Spinoza); 220-224 (Hobbes); 224-228 (Locke); 320-328 (Rousseau). € S.
AcosTINO, De civitate Dei XIV, c. 28. ? S. AcostINO, De libero arbitrio, I, 15,
32, 149 Origine preternaturale: Agostino e Vico Agostino: regno terreno
(‘civitas terrena’) e regno spirituale (‘‘civitas Dei””) Dal peccato originale
ha origine la '‘civitas terrena” Vico: lo Stato come creazione provvidenziale
di Dio Per Platone e Aristotele: — costituzioni giuste (monarchia,
aristocrazia, repubblica) di brutale conquista e sfruttamento, che si può
definire come « brigantaggio su vasta scala ». Anche per il Vico lo Stato deve
la sua origine al peccato, ossia ad un atto di ribellione dell'uomo nei
confronti dei disegni di Dio. Tuttavia Vico non ha affatto dello Stato
quell’opinione così negativa e pessimistica dataci da Agostino; in effetti
l’autore della Scienza nuova, anziché un'invenzione degli uomini per meglio
soddisfare le loro brame egoistiche, vede nello Stato una creazione provviden-
ziale con cui Dio cerca di trar fuori gli uomini dalle loro miserie. « E
sommamente da ammirare la provvidenza divina la quale, in- tendendo gli uomini
tutt'altro fare, ella portògli in prima a temere la divinità (con il primo
fulmine)... Appresso, con la religione me- desima, li dispose ad unirsi con
certe donne in perpetua compagnia di lor vita: che sono i matrimoni,
riconosciuti fonte di tutte le po- testà; di poi con queste donne si
ritrovavano aver fondato le fa- miglie, che sono il seminario delle
repubbliche. Finalmente, con l'aprirsi degli asili (per dare rifugio a quei
giganti che non si erano piegati alla religione), si truorono aver fondato le
clientele onde fussero apparecchiate le materie tali che poi, per la prima
legge a- graria, nascessero le città sopra due comuni di uomini che le com-
ponessero: una di nobili che vi comandassero; l’altra di plebei che ubbidissero
».* 4. Le forme di governo Lo Stato può assolvere la sua funzione essenziale di
garantire pace, giustizia e benessere per tutti soltanto se dispone di un
governo, e di un governo autorevole e giusto, il quale sappia far rispettare i
diritti e far osservare i doveri da parte di tutti i cittadini. Di go- verni
capaci di realizzare queste funzioni se ne possono ipotizzare molti. Però tutte
le ipotesi possibili si trovano già chiaramente for- mulate in Platone ed
Aristotele, i primi due grandi maestri del pen- siero politico. Movendo dal principio
che scopo dello Stato è facilitare il rag- giungimento del bene comune, sia
Platone che Aristotele dividono le costituzioni possibili (ossia le forme di
governo ipotizzabili) in due categorie: giuste ed ingiuste, e affermano che si
danno tre forme di costituzioni giuste e altrettanto di ingiuste. Sono
costituzioni giu- ste quelle che servono il bene comune e non solo quello dei
gover- nanti. Tali sono: la monarchia, ossia il comando di uno solo che cura il
bene di tutti; l'aristocrazia, ossia il comando dei virtuosi, dei mi- gliori,
che curano il bene di tutti senza attribuirsi alcun privilegio; la repubblica o
politia, ossia il governo popolare che cura il bene di tutta la città. Sono
invece costituzioni ingiuste quelle che servono * G. Vico, Scienza nuova, ed.
Nicolini, p. 629. 150 il bene dei governanti e non il bene comune. Tali sono:
la tirannia ossia il comando di un solo capo che persegue il proprio interesse;
l'oligarchia, ossia il comando dei ricchi che cercano il bene econo- mico
personale; la democrazia, ossia il comando della massa popo- lare che vuole
sopprimere ogni differenza sociale in nome dell’egua- glianza. Queste sono
sostanzialmente anche le ipotesi che hanno avanzato nel Medioevo san Tommaso,
Dante, Marsilio Ficino, Occam, e du- rante l'epoca moderna Spinoza, Hobbes,
Locke, Montesquieu, Rous- seau, Fichte, Marx e molti altri ancora. Si nota però
una diversità di opinione, anzi una vera e propria inversione di pareri tra i
filo- sofi dell'antichità e del Medioevo da una parte, e i filosofi moderni
dall'altra. Mentre i primi ritenevano, normalmente, che la forma ideale di
governo fosse la monarchia assoluta e la forma più imper- fetta quella
democratica, i secondi, in generale, giudicano l’'asso- lutismo monarchico la
forma peggiore e invece ritengono che la for- ma ideale sia o quella della
monarchia parlamentare oppure*quella della repubblica. La complessità delle
strutture attuali della società, la diffusione della cultura in tutti gli
strati sociali, l'esigenza di rendere tutti i membri della società direttamente
partecipi dei benefici del potere, la consapevolezza dei rischi che corre la
libertà individuale allorché il governo viene affidato ad uno solo, tutti
questi motivi ci sembrano dar ragione ai filosofi moderni: essere cioè la forma
repubblicana quella più adatta a tutelare i diritti di tutti e a procurare il
bene comune. 5. Rapporti tra politica e morale a partire dall'epoca mo- derna
Fino agli inizi dell'epoca moderna si pensava che la politica non disponesse di
criteri di giudizio suoi propri e che dovesse mutuarli dalla morale e dalla
religione. Perciò, quando un sovrano doveva pren- dere una decisione, suo primo
compito era consultare la Bibbia e la propria coscienza. Se queste gli dicevano
che una certa azione era moralmente illecita oppure contraria agli interessi
della religione, egli doveva considerarla anche politicamente riprovevole. Il
primo assertore dell'autonomia della sfera politica rispetto a tutte le altre,
in particolare rispetto alle sfere della morale e della religione, in quanto
disporrebbe di principi normativi suoi propri, è Niccolò Machiavelli. Per la
prima volta, la politica viene indaga- ta dal Machiavelli nella sua cruda
realtà, nella sua nudità; per la prima volta essa viene fissata nella sua
logica interna spregiudicata- mente, fuori cioè da ogni preoccupazione d'ordine
morale e teolo- ° Cfr. B. MonDIN, vol. I, pp. 78-97 (Platone); 120-143
(Aristotele). 151 — costituzioni ingiuste (tirannide, oligarchia, democrazia)
Dall’epoca moderna si capovolge il concetto di governo ideale Garanzie della
forma repubblicana Machiavelli: — l'autonomia della politica dalla morale — la
politica come forza positiva e autonoma Kant: distinzione e interazione tra
etica e politica gico; e, come risultato di questo metodo, per la prima volta
essa viene affermata nella sua peculiarità. Il Machiavelli, attingendo es-
senzialmente dalla lezione delle cose, « proclama che la politica non è né la
morale, né la negazione della morale, ma una forza positiva, impossibile ad
eliminare dal mondo, come ogni altra forza della na- tura, che contribuisce a
tener su e far camminare il mondo. In quanto forza positiva, non riducibile
quindi alla negatività del male ma insieme non identificabile, per
l’invincibile resistenza delle cose a tale identificazione, con la moralità,
essa sta per sé, è cioè una forma particolare dell'attività spirituale. La
politica è la forza del mondo dello spirito, della forza “cruda e verde”, come
si dirà più tardi, che, in quanto forza spirituale, non può essere che forza
co- sciente, cioè volontà forte, solida, coerente, indirizzata risolutamente al
fine. L'uomo politico, degno di questo nome, è dotato di questa forza, di
questa volontà, senza la quale non sarà in grado né di fondare né di mantenere
lo Stato: che è lo scopo della sua azione, a conseguire il quale egli calcola
l'utilità di tutti i mezzi nella situazio- ne disponibili, tenendo fisso lo
sguardo alla realtà effettuale, libero da pregiudizi e scrupoli, persino
morali, e invece pronto a sfruttare, ove sia il caso, ossia ove ciò sia utile e
necessario, le altrui preoc- cupazioni, credenze e scrupoli ».! Dopo
Machiavelli, i filosofi della politica si dividono in due cor- renti, una
favorevole a Machiavelli e l’altra contraria. Gli antima- chiavellici (Campanella,
Vico) tentano di ricondurre la politica alla dipendenza dalla morale. Per
contro, i machiavellici (Spinoza, Hob- bes e poi Marx e Lenin) ribadiscono la
totale autonomia della politica dalla morale e dalla religione. La questione
dei rapporti tra morale e politica viene per qualche tempo accantonata dagli
illuministi (Rousseau, Montesquieu), i quali preferiscono concentrare la loro
attenzione nella ricerca del governo più conforme ai lumi della ragione. Ma il
problema del rap- porto morale-politica si ripresenta con forza in Kant.
Questi, pur mantenendo una rigorosa distinzione tra le due sfere, afferma che
né la politica può sottrarsi alla giurisdizione universale dell'etica, né
l'etica può prescindere dalla politica, ossia dalla società civile, che è il
mezzo e quasi il luogo ideale della sua espiicazione mondana: «La condizione
formale sotto cui soitanto ia natura può raggiun- gere questo suo scopo finale
(la moralità) è quella costituzione nei rapporti degli uomini tra loro, che in
un tutto che si dichiara società civile, oppone una resistenza legale alle
infrazioni reciproche della libertà, perché solo in tale costituzione si può
effettuare il massimo sviluppo delle disposizioni naturali » (Kant). Qualsiasi
distinzione tra etica e politica viene invece respinta !° A. ATTIANI, «
Politica », in Enciclopedia filosofica, Sansoni, Firenze 1957, vol. III, col.
1497. 152 da Hegel, perché secondo questo filosofo la fonte suprema d'ogni
moralità è lo Stato. Il pensiero di Marx sui rapporti tra etica e politica è
ambivalen- te. Nella polemica contro l’idealismo e contro il capitalismo egli
riduce l'etica e la politica a semplici sovrastrutture dei fatti econo- mici, i
quali si svolgono e trasformano in diretta dipendenza rispetto a questi ultimi.
Invece nella progettazione della società ideale in cui tutte le discriminazioni
e le differenze di classe saranno tolte, Marx vede nell’etica uno dei valori
fondamentali e nella politica uno strumento necessario per la sua
realizzazione. « Marx crede nella so- vranità della coscienza morale, che
condanna l'ingiustizia nel mondo e anela alla instaurazione della giustizia e
della libertà spingendo a maturazione le condizioni che ne rendano possibile
l'avvento. La po- litica, allora, sotto questo aspetto ha da servire alla instaurazione
dell'ordine morale nel mondo e, questo instaurato, a mantenerlo, di- fenderlo e
potenziarlo ».! Ma che cosa è questo « ordine morale » vagheggiato da Marx? In
forza del principio che le trasformazioni economiche determi- in molte parti
del mondo e che ha assunto una dimen- sione planetaria in base allo
sfruttamento dei pochi paesi ricchi sul resto dell'umanità. Il motivo
fondamentale della difficile situazione politica e so- ! A. ATTIANI, Art. cit.,
col. 1501. 153 Hegel: lo Stato fonte suprema della morale Giudizio ambivalente
di Marx: lo Stato è regolatore delle condizioni morali per edificare la
dittatura del proletariato L’ordine morale costringe l’individuo ad una unica
volontà sociale Per Maritain la realtà morale deve ispirarsi ai principi morali
evangelici Esigenza del recupero della morale cristiana che ha l’amore al
centro della vita talmente assorbito nella dimensione religiosa ed ha cercato
questa riabilitazione nel se- parare l'uomo da Dio. L'umanesimo che ne è nato e
che si è svilup- pato nelle varie formule — capitalistiche, marxistiche,
idealistiche — è un umanesimo antropologico, finalizzato all'uomo e realizzato
dall'uomo attraverso la sua ragione, la sua coscienza, la sua tecnica, le sue
violente reazioni contro le alienazioni emergenti dalla storia del suo tempo.
Si tratta di un umanesimo naturalistico, che si chiude in un materialismo senza
sbocchi. Volendo dimenticare che nell’uo- mo vi è una componente negativa,
l’antropocentrismo naturalistico ha dovuto subire tutto il male che è nell'uomo
senza poterlo spie- gare o spiegandolo erroneamente come imputabile a un «
sistema » storicamente dominante, o all'’imperfezione del grado di progresso
conseguito, o a oscure ragioni psicologiche del profondo. In particolar modo,
sotto la spinta dell’interpretazione marxi- stica della storia, lo sforzo di
liberazione dell'uomo si è incentrato nella lotta contro un sistema economico
fondato sulla fecondità del denaro. Ma in questa azione di liberazione della
classe operaia si è assunto come valore la forza dell'odio e la violenza,
mentre la prospettiva da realizzare è posta in un materialismo che vuole solo
procurare le maggiori quantità di beni materiali, ricopiando in tal modo lo
schema della società neocapitalistica, che operando sui fat- tori tecnica,
produzione e pubblicità ha prodotto la società consumi- stica. « Le realtà
della vita sociale, economica e politica sono state ab- bandonate alla legge
della carne, sono state sottratte alle esigenze del Vangelo. Ne è risultato che
è sempre più difficile viverle. Contem- poraneamente, la morale cristiana, non
essendo più praticata nella vita sociale dei popoli, s'è isterilita — non già
in se stessa o nella Chiesa — ma nel mondo, nel comportamento pratico della
civiltà, in un universo di formule e di parole ».! « Per vincere questa
fatalità occorre il risveglio della libertà e del- le forze creatrici. E l'uomo
ne diviene capace non in virtù dello 1 J. MARITAIN, Che cosa è l'uomo: discorso
per la città fraterna, in « Vita e Pensiero », 1973 (LV), n. 1, p. XXV. 154
Stato o di una pedagogia di partito, ma nell'amore che pone il centro della
vita infinitamente al di sopra del mondo e della storia tem- porale ».! 6.
Rapporti tra Stato e Chiesa Lo « Stato » è per definizione una società perfetta
con un fine ul- timo suo proprio (il bene comune degli uomini in questo mondo)
e con mezzi adeguati per raggiungerlo. Ma anche la « Chiesa » si con- sidera
una società perfetta, avente un suo fine ultimo da raggiungere (la salvezza
eterna dell'uomo) e mezzi appropriati da utilizzare per conseguirlo. a dei due
poteri: quello dello Stato e dei regni terreni e quello di Dio e della Chiesa,
corpo mistico di Cristo: questi due poteri sono essenzialmente di natura
diversa come diversi sono i loro fini: il primo si occupa della felicità
terrena dell’uomo, il se- condo ha per fine la sua felicità eterna; secondo,
anche il potere della società politica viene dall'alto: Omnis auctoritas a Deo.
Con questa affermazione si vuol intendere che il potere terreno trova la sua
giu- ” Ibidem. 155 Stato e Chiesa: due società perfette in teoria completamente
separate Conflitto e interazione dal Medioevo ai giorni nostri tra Stato e
Chiesa Le diverse soluzioni: — subordinazione indiretta delio Stato alla Chiesa
(san Tommaso) — subordinazione diretta dello Stato alla Chiesa (Bonifacio VIII)
— subordinazione diretta della Chiesa allo Stato (Marsilio da Padova) Età
moderna: tendenza alla separazione Maritain: uomini liberi sotto la provvidenza
di Dio stificazione non in sé ma in Dio, e quindi si afferma un nesso con il
potere dato alla Chiesa. Ma Gesù non volle determinare le applicazioni concrete
di questi principi universali. Questo deve essere il compito di tutti i
cristiani inseriti nella propria epoca storica. olitica dalla morale e dalla
religione le teorie di Bo- nifacio VIII, Marsilio e Tommaso cadono in disuso e
si dà sempre maggior credito alla teoria della netta separazione tra Stato e
Chiesa. Ma anche questa ipotesi, in pratica non è scevra di difficoltà, per la
ragione che abbiamo ricordato più sopra: cioè che gli stessi indi- vidui fanno
parte sia dello Stato che della Chiesa. Ora può accadere (e in effetti accade
di sovente) che le decisioni dello Stato siano in contrasto con quelle delle
varie Chiese. Così quella separazione che si era ipotizzata teoricamente, nella
realtà quotidiana non è ‘facil- mente realizzabile. Su questo contrastato
problema ha fatto delle acute considera- zioni Maritain, il quale analizzando
la costituzione americana, os- serva che il suo spirito si oppone all'idea di
una società umana che si tenga lontana da Dio e da ogni fede religiosa. In
realtà la distin- zione tra Stato e Chiesa che la costituzione americana
afferma è in funzione di una reale cooperazione, escludendo ogni privilegio
nel- l'una e nell’altra parte. Si tratta di far vivere uomini liberi sotto la
156 provvidenza di Dio (under God). In questa linea lo Stato ha tutto da
guadagnare riconoscendo alla Chiesa una influenza immateriale sulle anime
attraverso l'insegnamento del Vangelo. Ma alla base del contrasto moderno che
vuole l'opposizione to- tale tra Chiesa e Stato, sta il malinteso di chi non
intende considerare la Chiesa se non in termini umani, non riconoscendole altro
valore che di istituzione umana, nata nella storia, come fatto umano che può
come tutti i fatti umani esser modificata o distrutta. Chi consi- dera la
Chiesa come fatto umano — prosegue Maritain — tende a riversare tutte le colpe,
che gli uomini in essa viventi manifestano, alla Chiesa stessa. Bisognerebbe
riconoscere che anche se il cristia- nesimo fosse tradito dai cristiani (ma in
realtà vi sono sempre uo- mini che realizzano pienamente il cristianesimo in
ogni epoca) ciò non infirmerebbe gli ideali e la realtà che la Chiesa porta nel
mondo. Allo stesso modo che sul piano delle civiltà umane, queste non si giu-
dicano dal comportamento dissennato di parte dei membri di esse.!* 7. Rapporti
tra fede e politica Il problema del rapporto politica-religione oggi non si
configura più solo come studio dei rapporti tra Stato e Chiesa, intesi come due
associazioni autonome e complete in se stesse. Ogni Chiesa oggi è vista come
una comunità spirituale che tiene uniti i suoi membri con il solo vincolo
dell'amore, senza strutture temporali che possono farla apparire come uno
!Stato in concorrenza con gli altri Stati. Ma non per questo si può
estromettere la Chiesa o le Chiese dalle vicende di questo mondo e confinarle
in un mondo impalpabile delle anime. Molti teologi in questi ultimi anni hanno
sottolineato l’impor- tanza della dimensione politica del messaggio cristiano
e, di conse- guenza, dell'impegno politico di ogni cristiano sia singolarmente
che collettivamente. Si rileva, anzitutto, che destinatario della Pa- rola di
Dio e della sua opera di salvezza è l'uomo. Ora, questi non è una monade, un
angelo, un monaco, ma un essere essenzialmente socievole. Egli non si realizza
nella clausura della sua anima, con- templando la verità, ma nella apertura
intersoggettiva, nel rapporto recettivo e comunicativo con gli altri,
inserendosi in una società e avvalendosi delle sue molteplici strutture. Questo
aspetto politico dell'essere umano è al centro della rivelazione nella Bibbia
(Antico Testamento), la quale sì occupa costantemente delle strutture so- ciali
e politiche del ponolo ebraico, l’eletto dal Signore, sottraendolo * Cfr. J.
MARITAIX, L'uomo e io Stato, Vita e Pensiero, Milano 1971, pp. 224- 227,
passim. 157 Il contrasto moderno Il rapporto fede- politica oggi La dimensione
politica del messaggio cristiano al dominio dei suoi nemici (v. Esodo),
determinando la sua organizza- zione in tribù, assegnandogli determinate forme
di governo, ecc. Reazione del potere Nel Nuovo Testamento l'attenzione alla
dimensione politica è politico meno esplicita, ma si trova sempre presente. Pur
non intraprendendo all'insegnamento di iniziative politiche, Gesù è coinvolto
nella politica. La sua condotta Gesù e il suo insegnamento provocano la
violenta reazione dei poteri po- litici costituiti. Egli diviene la loro
vittima. Ma il « potenziale sov- versivo » della sua dottrina e della sua
grazia non sarà soffocato. Esso opererà profondamente sui rapporti umani, sulle
strutture sociali e a poco a poco li trasformerà radicalmente. Esiste quindi un
impatto inevitabile della fede sulla politica. E Fede e liberazione —se questo
può essere vero di qualsiasi fede, lo è in modo singolare totale della fede
cristiana, che è fede nella liberazione dell'uomo: a ciò contribuisce il
cristiano con la testimonianza della sua fede, la quale, di conseguenza, non è
passiva accettazione né estatica contempla- zione della parola di Dio, ma è
fattiva attuazione delle promesse divine in ordine alla piena realizzazione del
regno di Dio che Gesù ha annunziato. 8. Lettura politica del messaggio
evangelico Queste importanti ragioni (la natura dell'uomo e il processo sto-
rico della rivelazione di Dio) autorizzano una lettura « politica » del
messaggio evangelico. Questo, tuttavia, non può essere letto esclu- sivamente
in chiave politica, come pretendono alcuni oggi. Quello politico, infatti, è soltanto
un aspetto del messaggio cri- Una lettura politica —stiano. Questo ha di mira
anzitutto la singola persona (e poi la so- del messaggio cietà) e in ogni
persona considera in primo luogo la dimensione evangelico interiore: la
conversione dello spirito, la trasformazione del cuore. I profeti dell'Antico
Testamento e Gesù Cristo vogliono instaurare un nuovo tipo di rapporti, basato
essenzialmente sull'amore, tra l'uomo e Dio e tra i singoli uomini. Ma non
intendono realizzare tale obiettivo con la forza, con la violenza, con le armi,
bensì con la tra- sformazione interiore delle anime, sollecitandole alla
conversione con la testimonianza delle opere, con l'insegnamento della verità,
con la pazienza, la carità e il sacrificio di se stessi. Il comandamento
[L'amore per Dio e per il prossimo è il vero comandamento « po- dell'amore è il
litico » di Gesù. Però non un amore romantico ma un amore critico, comandamento
non inteso solo come aiuto caritativo al prossimo, ma come dedizione politico
di Gesù. piena alla giustizia, alla libertà e alla pace. Questo comporta una
cri- tica decisa contro ogni forma di potere puro e un impegno concreto: per
trasformare ogni situazione politica oppressiva degli uomini. Impegno del Di
fronte ai grandi temi politici, concretamente, il cristiano sa che cristiano
per il bene la vita politica tende ad un bene comune che è superiore alla sem-
comune e la plice somma dei beni individuali, un bene che deve riversarsi sulle
promozione Umana —rersone umane cioè un bene che riguardi innanzi tutto il
miglioramento della vita umana, non già sul solo piano degli squilibri eco-
nomici, ma anche su quello dei valori spirituali, permettendo a cia- scuno di
vivere sulla terra come uomo libero e di godere i frutti della intelligenza
umana. Per il cristiano la libertà è una realtà di cui deve rendersi degno;
l'uguaglianza con gli altri uomini si instaura soltanto in un clima di rispetto
reciproco e di fraternità, e non già in una lotta per l’afferma- zione di una
sola classe sulle altre; la giustizia è la forza di conserva- zione della
comunità politica e la condizione indispensabile per per- mettere all’«
amicizia civica » di prendere forma « conducendo gli ineguali all'uguaglianza
». Si potrebbe obiettare che il cristiano, secondo questa visione ideale,
appare tutto proteso in una visione verticale, tutto rivolto all’affermazione
di principi spirituali e morali, che lo disincarnano dal mondo attuale. È la
nota accusa dell’alienazione del cristiano dalle responsabilità del mondo
presente. In realtà nella natura uma- na è presente anche un movimento
orizzontale, anch'esso determi- nante per la piena e totale realizzazione
dell’uomo in se stesso. Tale movimento orizzontale riguarda l'evoluzione
dell'umanità e rivela progressivamente la sostanza delle forze creatrici
dell'uomo nella storia. È il movimento orizzontale della civiltà, che se è
orientato ver- so fini temporali autentici, aiuta la tensione verticale
dell'umanità. L'ideale supremo cui deve tendere l’opera politica e sociale del-
l'umanità è l'inaugurazione di una città fraterna, la quale non com- porta che
tutti gli uomini saranno un giorno perfetti sulla terra e si ameranno
fraternamente, bensì la speranza che lo stato esistenziale della vita umana e
le strutture della civiltà si avvicineranno sempre più alla perfezione, la cui
misura è la giustizia e la fraternità. « Questo ideale supremo è anche quello
della democrazia au- tentica, l'ideale di una nuova democrazia che tutti
attendiamo. Essa esige non solo il potenziamento di tutte le strutture tecniche
e una organizzazione socio-politica salda’ e razionale nelle società degli
uomini, ma soprattutto una filosofia eroica della vita e il fermento interiore
vivificante dell’ispirazione evangelica ».” 9. Capitalismo o socialismo? Il
mondo attuale si presenta diviso in due blocchi contrapposti: da un lato i
paesi che gravitano nell'orbita della Russia governati da un regime
politico-economico di tipo socialista; dall'altro i paesi detti «
dell'Occidente », che comprendono l'America del Nord, l’Eu- ropa occidentale,
il Giappone e l'Australia, a regime capitalista sotto la guida reale dell'altra
superpotenza mondiale (gli Stati Uniti d’Ame- rica). Vi sono poi i cosiddetti «
paesi non allineati » (o. del Terzo 4 Ivi, p. XXIX. 159 Libertà, uguaglianza e
giustizia cristiana Visione verticale ed orizzontale del cristiano L'ideale di
una città fraterna I due blocchi politici contrapposti Due sistemi economici,
due scelte di civiltà Horkheimer: la società capitalista è una diretta
conseguenza dell’Illuminismo Individualismo, liberalismo e Stato di diritto
“Mondo) rappresentati dalla maggioranza dei paesi « poveri ». Ma anche questa
distinzione non fa che ribadire la contrapposizione mon- diale dei « due
blocchi ». Si tratta di una contrapposizione non soltanto di due sistemi
economico-politici, ma di due concezioni di vita da cui derivano ri-
percussioni profonde umane e sociali. Entrambi si pongono come « scelte di
civiltà » affermando di possedere la garanzia del futuro individuale e sociale
del mondo. Di fronte all’alternativa per quale dei due sistemi optare, è
difficile pronunciare un giudizio sereno e spassionato. La propagan- da e la
lotta politica hanno confuso e oscurato fatti e dottrine, fino al punto di
radicalizzare la convinzione ideologica degli individui e delle masse che
vivono nei due schieramenti contrapposti. Tutta- via per molti uomini d'oggi,
all'interno dell'uno e dell'altro schiera- mento, si pone un urgente problema
di coscienza: per quale dei due sistemi è giusto schierarsi? Prima di tentare
di avanzare una risposta, è necessario richiama- re i punti essenziali su cui
si fondano i due sistemi e le differenzia- zioni che si sono sviluppate nel
loro seno. 9.4 Il capitalismo classico Giova innanzitutto avere delle idee
chiare sulla ‘situazione sto- rica degli ultimi secoli, in cui si è sviluppata
la società attuale. La società, infatti, non è un prodotto naturale, ma il
risultato di un lungo processo storico. Ci sembra utile a questo proposito
ricordare che, muovendo dai suddetti presupposti, Horkheimer e i suoi col-
leghi della Scuola di Francoforte hanno condotto uno studio accu- rato sulle
origini della società capitalista contemporanea, stabilen- do che essa affonda
le sue origini nell’illuminismo e nelle sue distor- sioni. Con questi studi
Horkheimer arriva a concludere che «la manipolazione, lo sfruttamento e
l'oppressione che si registrano nella nostra società sono la diretta
conseguenza della concezione illuministica del sapere e del ruolo che
l’illuminismo ha preteso di assegnare al sapere ».” Il sistema economico
chiamato capitalismo non può essere effet- tivamente compreso nella sua essenza
se non come conseguenza di una concezione dell’uomo detta « antropocentrica »:
l’uomo non ha altro fine all'infuori di se stesso. Egli è destinato a
promuovere il proprio sviluppo nella storia, sotto la guida della ragione,
nella to- tale espansione della propria libertà. In questa concezione dell’uomo
si esalta l'individuo nei confronti della società (individualismo) e si
proclama la sua libertà incondizionata (liberalismo). Lo Stato, e- spressione
delle libertà individuali, si regge sulla democrazia rap- * B. MONDIN, vol.
III, pp. 540-541. " Ivi, p. 541. 160 presentativa e sulle garanzie della
Legge (stato di diritto). Sul piano economico la libertà dell'individuo (o dei
gruppi) si estende quanto si estendono le sue possibilità economiche.
All'iniziativa privata del capitale non vengono posti limiti né di natura
legale né di ordine sociale. L'uomo, spinto dal suo esclusivo egoismo, mette in
atto una sfrenata « lotta per il successo », e basandosi esclusivamente sulle
leggi inevitabili della economia-libera concorrenza, concentrazione dei mezzi
di produzione e dei capitali nelle mani di uno o di pochi (trusts, oligopòli,
multinazionali, ecc.) esercita una forza di pressione su governi, partiti
politici, opinione pubblica, allo scopo di assicu- rarsi copertura ideologica
sugli intrighi utilitaristici. È questo il capitalismo classico !# che ha avuto
il suo massimo svi- luppo nel secolo scorso e nei primi anni del nostro secolo;
esso si fonda sul principio secondo il quale l’attività economica nasce nel li-
bero gioco tra capitale e lavoro; due forze nel cui equilibrio non devono
interferire né lo Stato né la morale, perché il solo rapporto economico è sufliciente
a bilanciarne gli eccessi. In realtà il capitale, con l'enorme concentrazione
di potere in suo dominio, riusciva ad arrogarsi ogni vantaggio, lasciando alle
forze del lavoro (proletariato) appena di che mantenersi e ripro- dursi. La
legge ineluttabile che si diceva essenziale all'ordine eco- nomico, continuava
a mantenere ed accrescere la ricchezza in mano di pochi, mentre il lavoro, pur
derivante dalla produzione di molti, li condanna allo sfruttamento e a una
disumana condizione di vita. La critica a questo sistema scaturisce dalla sua
insanabile ingiu- stizia e dalla inammissibilità di un sistema che mette le
persone umane (i lavoratori) in balia di una cosa (il capitale). Ma anche sul
piano strettamente economico l'errore su cui si fondava il capitali- smo non
tardò a rendersi evidente: l’uomo non è sensibile esclusiva- mente a stimoli di
ordine economico. Le tensioni sociali che si mani- festarono a partire dalla
metà del secolo XIX nascono dalla presa di coscienza che l'uomo non può essere
schiavo delle leggi econo- miche, ma queste devono servire al suo sviluppo
sociale e morale. Questa presa di coscienza deriva soprattutto dalla nascita di
asso- ciazioni di lavoratori sorte verso la metà del secolo scorso in Inghil-
terra per la difesa dei propri diritti, inizialmente soprattutto di ca- rattere
economico, soprattutto dei cosiddetti sindacati. 9.2 Il neocapitalismo Il
crollo del rendimento produttivo dei lavoratori e la loro cre- scente
avversione ai datori di lavoro condussero il capitalismo a profonde
modificazioni. Con Frederick Winslow Taylor (1856-1915) X Il capitalismo nasce
dalla rivoluzione industriale, in forza della quale la macchina, applicata alla
produzione, assorbì gran parte della mano d'opera nelie fabbriche. Secondo Marx
ciò ebbe inizio nel 1735 con l'introduzione del- la macchina per filare di
Wyatt. 161 Capitalismo classico e sfruttamento del proletariato L’uomo non è
schiavo delle leggi economiche Nel neocapitalismo c’è l'intervento
condizionatore dei sindacati dei lavoratori e dello Stato La crisi del ’29 e il
“Nuovo corso” Effetti sociali della tecnostrutiura che modifica i processi
produttivi La ‘‘società dei consumi” e la manipolazione dei ‘mass-media’ nasce
negli Stati Uniti il neocapitalismo che riconosce al lavoratore «dipendente,
sia pure dopo dure e lunghe lotte dei sindacati operai, e allo Stato un
intervento condizionatore dell'attività economica, non più lasciata ai soli
automatismi di mercato. Riconoscendo al lavoratore il diritto a migliorare le
condizioni di lavoro, il neocapita- lismo supera il gretto concetto di
sfruttamento della mano d'opera. Si elabora una organizzazione scientifica di
pianificazione del lavoro (scientific management) e al lavoratore vengono
riconosciuti il di- ritto a tempi ragionevoli di lavoro, il diritto a
un'istruzione specifica, il diritto alla cooperazione tra direzione manageriale
e lavoratori. Dopo la grande crisi economica del 1929, con il New Deal di F.D.
Roosevelt, il potere politico viene coinvolto sempre più decisamente nel processo
economico e la nuova politica economico-sociale dello Stato rappresenta uno
strumento di redistribuzione dei redditi della produzione economica a più
larghi strati della popolazione, e- sercitando una forte pressione sugli
automatismi economici. Soprattutto dopo la seconda guerra mondiale, con
l'avvento della tecnostruttura, l'automazione introdotta nei processi
produttivi in- serisce nel processo economico gli scienziati e i tecnici,
condizionan- do una volta di più la potenza del capitale e riducendo il
proletariato tradizionale a sempre più esigue minoranze. Ma il neocapitalismo
sa approfittare ancora una volta delle mu- tate condizioni di produzione con
l’estendere su larga scala la pro- duttività di beni di consumo e favorire in
tal modo i consumi di massa. Nasce la « società dei consumi » (affluent
society) il cui ideale è di produrre sempre di più per rendere più umana la
vita dell’indi- viduo, fornendogli un numero sempre crescente di beni di
consumo. La critica a questo sistema emerge dal fatto che l'uomo viene
stritolato nel rapporto produttività-consumi, rapporto che si confi- gura come
una nuova e più sofisticata forma di sfruttamento di massa:. l’uomo della
civiltà dei consumi vive costretto a produrre ciò che dovrà consumare. Di qui
uno stato di insoddisfazione sempre crescente, cui s'aggiunge l'alienazione
derivante dalla mercificazione della cultura e dallo svuotamento delle menti
prodotto dai mass media. H. Marcuse ha tratteggiato amaramente l’uomo «
unidimen- sionale » emergente dalla nuova società creata tanto dal consumismo
dell'Occidente, quanto dall'industrialismo sovietico: « Una confor- tevole,
democratica non-libertà prevale nella società industriale a- vanzata ».!? 9.3
Il labourismo e la socialdemocrazia Nel 1883 sorge a Londra la « Società
Fabiana » (Fabian Society) che si pone come fine la elevazione della classe
lavoratrice, in modo che essa possa arrivare ad assumere il controllo dei mezzi
di produ- # H. MARCUSE, L'uomo a una dimensione, Einaudi, Torino 1967, p. 21.
162 zione. Questo fine doveva essere raggiunto in modo graduale, « tem-
poreggiando ». Da qui il nome di questa società, derivante dal con- sole romano
Fabio Massimo, detto il « temporeggiatore ». Dopo qual- che anno (nel 1900)
dalla Società Fabiana e dalle Trade Unions (i sindacati operai, sorti agli
inizi del secolo XIX come associazione di mutuo soccorso tra gli operai
dell'industria metallurgica inglese) fu fondato il partito labourista inglese
(Labour Party = partito del la- voro) che assume il programma del socialismo
(per cui il controllo dei mezzi di produzione deve passare ai lavoratori) senza
fare però un dogma dei suoi principi filosofici tratti dal marxismo. Esso
diven- ne nel giro di alcuni decenni uno dei due partiti fondamentali della
Gran Bretagna, andando al potere diverse volte a partire dal 1924. I mezzi di
lotta adottati per raggiungere le mete prefissate sono stati: una imponente
azione di propaganda tra le masse popolari per farle crescere culturalmente e
renderle coscienti dei propri diritti di esseri umani sullo stesso piano di
tutte le altre classi sociali; gli scioperi, attraverso il sindacato, anche a
livello nazionale e di sostegno tra le varie categorie di lavoratori, per
ottenere dallo Stato una legislazione sia di assistenza sociale (dalla culla
alla tomba) onde migliorare le condizioni di vita, sia per sancire il passaggio
allo stato o un suo di- ritto di controllo delle aziende di interesse nazionale
(comunicazioni, miniere, energia, banche, ecc.), e per ottenere dal padronato
adeguati miglioramenti salariali ed una partecipazione, sia pure indiretta,
alla gestione dell'azienda. Come in Inghilterra, così anche in altri paesi
dell'Europa occiden- tale come Germania, Olanda, Danimarca e in Scandinavia i
partiti socialisti, sorti nei primi decenni del XX secolo, non fecero la scelta
rivoluzionaria, ma presero la strada del riformismo e della gradualità per la
trasformazione della società capitalista. :IIl nome di partiti «
socialdemocratici », che essi assunsero, era una indicazione della loro scelta
democratica, cioè del pieno rispetto della volontà dei cittadini. Alcuni di
essi, che erano sorti basandosi sul marxismo, specie dopo il secondo
dopoguerra, fecero una esplicita rinuncia al materialismo storico e dialettico
di Marx, accettando nella pratica il sistema neocapitalista con cui convivere
tranquillamente. Il partito socialdemocratico della Germania occidentale e
quelli scandinavi sono gli esempi più significativi di questo socialismo in
perfetta simbiosi con il capitalismo; anche i partiti socialisti france- se,
italiano e spagnolo, pur restando in teoria marxisti, nella pratica sono da
tempo dei partiti socialdemocratici che hanno accettato le tesi del
neocapitalismo per il quale lo sviluppo massimo della pro- duzione con
l'utilizzazione della tecnica moderna, permette la cre- scita di tutta la
società e l'aumento dei consumi per ogni categoria sociale (v. il paragrafo sul
neocapitalismo). 163 Dal fabianesimo alle ‘Trade Unions”’ inglesi e al
labourismo Il socialismo riformista dell'Europa occidentale: la
socialdemocrazia Marx: abolizione dello sfruttamento e comunismo Lotta di
classe e collettivizzazione dei mezzi di produzione Il ‘Manifesto del partito
comunista’’ e la coscienza di classe L'Internazionalismo socialista I partiti
dei lavoratori italiani 9.4 Il socialismo marxista Karl Marx (1818-1883),
fondatore del socialismo scientifico, si propone di fondare una società in cui
sia abolito lo sfruttamento dell'uomo e a tutti venga assicurato il
soddisfacimento dei loro bisogni materiali e spirituali (comunismo). Marx vede
nel possesso privato dei mezzi di produzione il prin- cipio di ogni male, non
solo economico, ma anche individuale e sociale. Da questa privatizzazione nasce
il rapporto salariale per cui l'operaio vende il proprio lavoro per un salario
sul quale l’im- prenditore lucra ingiustamente il « plusvalore », cioè il
profitto. La lotta di classe, cioè la lotta per la conquista della proprietà
collettiva dei mezzi di produzione da parte del proletariato sfruttato dai ca-
pitalisti, è, secondo Marx, un fatto ineluttabile della storia che deve
condurre all'eliminazione della classe padronale. Tolta di mezzo quest'ultima,
nascerà un nuovo tipo di umanità, senza più classi né egoismi: uomini che
vivranno in una società di uomini « comuni », solleciti al bene degli altri
quanto e forse più che non al bene proprio. Nel 1848 Marx lanciò un appello a
tutti gli operai, con il « mani- festo del partito comunista » firmato anche da
Engels, in cui il pro- letariato veniva sollecitato a prender coscienza della
propria con- dizione e della propria individualità, per diventare una forza
sociale contro lo sfruttamento. Con la fondazione della I* Internazionale dei
Lavoratori (Londra, 29-8-1864) le varie correnti socialiste sviluppatesi prima
e durante la diffusione del marxismo si associarono, non senza contrasti pro-
fondi. In Inghilterra prevalse il sindacalismo delle « trade unions »
riformista e antirivoluzionario; in Germania il socialismo democra- tico mirava
alla trasformazione dello Stato, mentre in Francia an- ziché alla conquista del
potere il movimento operaio tendeva a or- ganizzarsi e a liberarsi dallo
sfruttamento senza ricorrere alla rivo- luzione. Ma vi furono anche movimenti
dichiaratamente anarchici, terroristici e rivoluzionari ispirati da Bakunin,
fiero oppositore di Marx. In Italia, con la fusione dei movimenti operai
preesistenti, nacque a Genova nel 1892 il Partito dei Lavoratori Italiani
(l'anno seguente prese il nome di Partito Socialista Italiano), in cui ben
presto si ma- nifestò la divisione tra socialisti riformisti e socialisti
radicali, rivo- luzionari, i quali sotto la spinta della rivoluzione bolscevica
del 1917 in Russia finirono per separarsi e fondare a Livorno nel 1921 un nuovo
partito denominato « Partito Comunista d’Italia », cam-° biando poi il nome
nell'attuale Partito Comunista Italiano. 9.5 Il marxismo-leninismo-stalinismo
Con la rivoluzione d'ottobre 1917, in Russia, ad opera di Lenin si ebbe la
creazione di uno Stato collettivista, senza distinzioni di 164 classe. Lenin
stabilì tutto il potere al vertice, non già nella classe — come avrebbe voluto
Marx — ma nel partito. Stalin giungerà ancor più avanti: alla dittatura
personale del capo unico. Il paese fu spinto con la forza alla
collettivizzazione della terra, all'industrializzazione a tappe forzate, alla
compressione continua e spietata dei consumi. Le libertà individuali o di
gruppo furono abolite e con Stalin venne accentuato il regime poliziesco
repressivo con continue « purghe » e con l'invio di milioni di persone nei
famigerati campi di lavoro in Siberia. Questo terrorismo dispotico venne poi
denunziato al XX Congresso del Partito Comunista da Kruscev nel 1956, dopo la
morte del dittatore. Anzi, dopo questa denunzia, venne iniziata la cosid- detta
fase di « destalinizzazione », in cui tutti gli errori e le deficienze del
sistema vennero addebitate al dittatore scomparso. Sul piano dell'economia e
dei diritti umani non cambiò pratica- mente nulla, pur con qualche accenno di
liberalizzazione attuata in qualche settore e solo per brevi momenti. La rigida
organizzazione centralizzata avente come perno il Partito Comunista, fonte di
ogni potere e costituito da un gigantesco apparato burocratico, è rimasta
invariata in questi ultimi 30 anni, in quanto il marxismo-leninismo è rimasto
la filosofia ufficiale dell'Unione Sovietica. Questo sistema in cui
praticamente domina lo sfruttamento delle masse da parte di una oligarchia
costituita dall’apparato del partito e dalla macchina statale, è stato imposto
a tutti i paesi del blocco dell'Europa orientale, caduto sotto il dominio
comunista alla fine della seconda guerra mondiale. 9.6 L'esperienza del maoismo
in Cina Una esperienza diversa si è attuata in Cina da Mao-Tse-tung, quando,
dopo una lunga lotta rivoluzionaria contro il regime di Chiang-Kai-sheck,
riuscì a conquistare il potere nel 1949, costituen- do la Repubblica Popolare
Cinese su basi marxiste. Mao-Tse-tung — che era stato uno dei fondatori del
Partito Comunista Cinese, sorto nel 1921 a Shangai — divenne il capo cari-
smatico del comunismo cinese e dell'immenso paese asiatico, che ha ora 900
milioni di abitanti. Egli, dopo la morte di Stalin nel 1953, si proclamò unico
difensore e interprete del marxismo-leninismo, accusando di revisionismo i
paesi del blocco sovietico. In realtà il suo socialcomunismo si è differenziato
da quello proclamato da Marx e Lenin, soprattutto per alcuni punti
qualificanti: a) stretta unione tra teoria e prassi; b) legame completo e
continuo con le masse; c) sviluppo dell’autocritica. In realtà, Mao ha creato
un nuovo tipo di comunismo, in cui le verità universali del marxismo vengono
ri- pensate per un popolo contadino, povero, fortemente socializzato attraverso
un incessante indottrinamento — i « pensieri di Mao » — » B. MONDIN, vol. III,
pp. 514-515. 165 La rivoluzione del ’17: dai marxismo- leninismo alla dittatura
di Stalin Mao e ii ripensamento del marxismo per un popolo contadino Caratteri
militari e monacali del maoismo: la rivoluzione culturale Il processo di
revisione del maoismo a partire dal 1976 ‘‘Marxismi’’ e ‘‘postmarxismo”’: la
devianza eterodossa in forza del quale si tenta di cambiare la natura degli
uomini, il loro modo di pensare e di comportarsi, accentuando una forte
tendenza nazionalistica e volontaristica. Accentuando il valore «teoretico »
della prassi, più che Marx ed Engels, Mao è stato soprattutto un utopista
pragmatico e per questo, vedendo diminuire nel quadro del partito la spinta
ideale iniziale, si fece promotore nel 1966 della cosiddetta « rivoluzione cul-
turale » con un appello diretto alle masse, specialmente ai giovani, per
controllare l’attività dei dirigenti di partito che si erano im- borghesiti e
burocratizzati e combattere chi non condivideva le sue tesi politiche riunite
nel « libretto rosso ». Come risultato si ebbe una ventata di violenze con
processi sommari e centinaia di mi- gliaia di vittime innocenti e l'anarchia in
tutto il paese, con lo scardi- namento di tutto l'apparato produttivo. Solo
dopo la morte del dittatore, nel 1976, i nuovi dirigenti, sotto la guida
attenta di Deng Hsiao-ping, eminenza grigia del regime, hanno iniziato un
graduale processo di revisione delle direttive maoi- ste, rivalutando i
dirigenti vittime della « rivoluzione culturale » ed avviando una politica
economica più duttile, aperta alle esperienze dei paesi capitalisti. Facendo un
primo bilancio del maoismo, si può dire che esso, co- me il bolscevismo russo
dei primi decenni, era incentrato sul partito come motore di tutta l’attività
del paese, fondata sulla cieca ubbi- dienza di tutti i sudditi, trattati solo
come strumenti di produzione. Una delle sue debolezze fondamentali, ereditate
dal marxismo, è stata la sua incapacità di affrontare le realtà insopprimibili
della vita e della morte. E questo perché ignorava le preoccupazioni fondamen-
tali di ogni essere umano. 9.7 Crisi del marxismo ortodosso: i nuovi marxismi
Dopo un settantennio di esperienza di comunismo sovietico e circa quarant'anni
di quella, simile nei principi, della Repubblica Popolare Cinese e delle altre
costituzioni « socialiste », si può tentare di formulare un giudizio di
validità e di merito. Il pensiero di Marx che in questo secolo ottenne una
grande diffusione e fu assunto come dottrina di Stato, indiscutibile come un
dogma, sia in Russia che in Cina e nelle altre « democrazie popo- lari », ebbe
da parte di qualche eminente studioso marxista, spe- cialmente dell'Europa
occidentale, delle nuove interpretazioni che . modificarono alcune delle sue
tesi classiche. Tanto che da alcuni decenni non si parla più di marxismo ma di
« marxismi » e di « post- marxismo ». Naturalmente queste nuove interpretazioni
furono su- bito condannate come eterodosse dagli organismi culturali ufficiali
dei governi comunisti. L'elemento che distingue maggiormente il marxismo non
orto- dosso o revisionistico da quello ortodosso è che per quest’ultimo la 166
dialettica regola con leggi inderogabili tutti gli eventi della natura e della
storia, mentre per i nuovi marxismi la dialettica non ha leggi e non riguarda
affatto la natura bensì il soggetto singolo nei suoi rapporti con la storia.
Anche nelle società a regime comunista occor- re lottare contro la
disumanizzazione e l'alienazione delle singole personalità. Inoltre mentre per
i marxismi ortodossi la religione è soltanto « oppio del popolo » e perciò da
distruggere, per i nuovi marxismi la religione è considerata come un importante
fattore di superamento e di liberazione dalle presenti situazioni di oppres-
sione e di sofferenza in cui si dibatte l'umanità ed anche di sostegno delle
aspirazioni per un mondo migliore. (I più qualificati rappresen- tanti di
queste nuove correnti di pensiero marxista sono stati An- tonio Gramsci, Max
Horkheimer, Herbert Marcuse ed Ernst Bloch, i quali hanno esercitato un
notevole influsso nei movimenti culturali del nostro tempo). ‘Assolutizzando
l'influsso che le strutture esercitano sull'uomo e sulla società Marx scorge
nella base economica il peccato d’origine che determina l’uomo, la sua
coscienza, le sue alienazioni. Ciò com- porta una visione materialistica
dell'uomo, la quale ne autorizza la strumentalizzazione e la manipolazione,
subordinandolo alla ideolo- gia, né più né meno di quanto avviene ad opera del
capitalismo. Anche per il capitalismo l’uomo conta soltanto in quanto è iavoro,
senza alcun riferimento superiore o trascendente. Non si può quindi credere
ingenuamente e acriticamente che una semplice scelta capitalista o socialista
sia in grado di eliminare, automaticamente, i molteplici mali, ingiustizie,
discriminazioni, op- pressioni che affliggono la società attuale. I mali della
società non derivano tanto dai sistemi, quanto dagli uomini. L'origine dello
sfrut- tamento sociale e dell’oppressione risale alla volontà dell'uomo di ser-
virsi egoisticamente e brutalmente di un altro uomo. Occorre dire poi che
queste critiche di ordine teoretico (filoso- fico o scientifico) non avevano
mai fatto grande impressione a molti altri studiosi, ammiratori di Marx e non
avevano scalfito minima- mente la fede di milioni di comunisti militanti dei vari
partiti comu- nisti dell'Europa occidentale. Per tanti anni, neppure le pesanti
conseguenze di ordine pratico (sociale, economico, politico) che accompagnarono
il marxismo, specie in Russia, erano bastate ad intaccare la convinzione delia
intrinseca bontà di tale sistema. Anche quando gli innumerevoli cri- mini di
Stalin divennero di dominio pubblico, la grande intelligentsia dei paesi
occidentali continuò ad aderire al marxismo, sottovalutan- do o facendo finta
di non vedere gli stermini, le oppressioni, le pur- ghe, i campi di
concentramento che avevano flagellato il popolo rus- so da quando i comunisti
conquistarono il potere. Senonché, a partire dagli anni ’60, sia in Russia che
nei paesi occidentali, cominciò a serpeggiare un senso di sfiducia nella capa-
167 de Marxisma revisionistico: la dialettica e ii soggetto singoio nella
storia; îa religione come fattore di liberazione La subordinazione
dell’uom& all’ideologia Le colpe dell’ ‘‘intelligentsia’’ occidentale
filomarxista Le crisi di fede nel marxismo e l'““arcipelago Gulag” L’interesse
del cristianesimo per il problema economico-sociale cità del marxismo di creare
quella nuova società perfetta, senza di- seguaglianza, senza ingiustizie, senza
divisioni di classe, promessa da Marx. Le ragioni di questa crisi di fede nel
marxismo sono molteplici. Ma quella fondamentale, a mio avviso, è il vuoto
culturale del marxi- smo stesso. Questo sistema, come ha mostrato Karl Popper,
dove ha la pretesa di parlare « scientificamente » non può produrre che ipotesi
falsificabili. Mentre per quelle dure realtà quali il male, il dolore, la
morte, il senso della storia, non ha nessuna parola da dire. Un'altra ragione
che ha messo in crisi la fiducia nel marxismo è stata la pubblicazione di
Arcipelago Gulag di A. Solzenicyn. Per molti lettori di fede marxista questo
libro è stato una rivelazione sensazionale, «decisiva, che li ha scossi
profondamente e da fedeli e zelanti seguaci di Marx li ha trasformati, tutto
d'un tratto, nei suoi critici più severi e nei suoi più violenti avversari. 10.
Le dottrine sociali di ispirazione cristiana Sarebbe oltreché ingiusto,
acritico, pensare che la soluzione alla questione sociale sia venuta soltanto
dai movimenti socialistici del- l'Ottocento e, in modo particolare, dalla
dottrina di Karl Marx. Il cri- stianesimo non si disinteressò mai, nel corso
della sua millenaria storia religiosa e sociale, dell'uomo nei confronti del
problema eco- nomico-sociale e delle ingiustizie conseguenti alle soluzioni
impo- ste dall'egoismo umano. Le soluzioni cristiane possono ridursi a due
tipi, spesso integran- tisi: da un lato una forma prevalentemente (anche se non
esclusiva- mente) assistenziale-caritativa (cristianesimo caritativo) e
dall'altro, una forma che proponeva la revisione delle stesse strutture econo-
mico-sociali (cristianesimo sociale). La prima forma, che è essen- ziale al
cristianesimo stesso, è presente in tutti i secoli dell’era cri- stiana e cerca
di lenire con la fattiva carità le esasperate conseguen- ze della violenza, di
qualsiasi tipo, che l'uomo e la società fa sul- l'uomo..È questo uno dei frutti
più originali del Vangelo che ha a cuore i poveri, gli umili, gli oppressi, i
diseredati. Sono innumerevoli le opere di efficace aiuto realizzate, nei
secoli, dalla Chiesa in questo campo. Né si può dimenticare la precisa condanna
nei confronti del- l'usura, del profitto ingiusto e speculativo,
dell’ingiustizia economica derivata dallo strapotere della ricchezza. Il
cristianesimo sociale si è preoccupato invece di individuare, accanto all'azione
caritativa, anche il problema della giustizia. Di qui le sollecitazioni,
specialmente da parte del magistero della Chiesa cat-, tolica, a interventi
individuali, di categoria, statali per rimuovere le cause dell’ingiustizia
sociale, derivante dalla concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi. Il
magistero della Chiesa cattolica ha elaborato, a partire dalla 168 seconda metà
del secolo XIX," una sempre più precisa critica al prin- cipio di libertà
— uno dei miti della società nata dall'Illuminismo — applicato sul piano della
realtà sociale ed economica. Inoltre non si è abbandonata la tesi della
legittimità del principio di proprietà pri- vata, « la quale è conforme alla
natura umana e vantaggiosa per l’or- dine sociale »? ma ci si è sforzato di
condizionarlo con le esigenze sociali, attribuendo allo Stato il diritto di
determinare i limiti nel- l'uso del bene privato in vista del bene comune.
Nella discussione tra legittimità delia proprietà privata e bene comune, spesso
non si di- stingue tra proprietà e uso che se ne fa: nella mancata distinzio-
ne tra proprietà e uso — e quindi, in certo senso, tra proprietà privata e
destinazione universale dei beni — sta la radice sia dell'in- dividualismo
capitalistico che del comunismo. Dal fatto che i beni sono fatti per tutti, il
comunismo deduce la dottrina e la prassi che i beni devono essere di tutti; dal
fatto che i beni devono essere ap- propriati e sono di fatto appropriati,
l’individualismo capitalistico ricava che essi sono fatti solo per i singoli, i
quali, quindi, possono disporne senza curarsi per nulla degli altri. Entrambe
queste solu- zioni commettono lo stesso errore. . In questa linea di principio,
le soluzioni proposte negli ultimi cento anni alla questione sociale riguardano
soprattutto lo Stato, che deve promuovere l’uso dei beni, pur posseduti in
privato, a effet- tivo vantaggio sociale, a promozione del bene comune. I
sindacati dei lavoratori, per la rivendicazione dei loro diritti individuali,
fami- liari e di categoria, nonché la loro partecipazione alla ripartizione
delle ricchezze prodotte con il proprio lavoro a vantaggio non di alcuni, ma di
tutti, devono egualmente svilupparsi e potenziarsi. 11. Îl cristiano e la
promozione delia coscienza sociale e politica: la mediazione culturale e
l'impegno politico Soprattutto nei tempi più recenti, si è sviluppata nella
coscienza individuale del cristianesimo la consapevolezza che non si tratta più
di vivere interiormente la propria fede, ma di esprimerla come “ I documenti
principali sono: l’enciclica Rerum novarum del pontefice Leone XIII (1891);
l'’enciclica Quadragesimo anno di Pio XI (1931); Radiomes- saggio per il 50°
della Rerum novarum di Pio XII (1941); l’enciclica Mater et magistra di
Giovanni XXIII (1961); l’enciclica Pacem in terris di Giovanni XAIII (1963); la
costituzione Gaudium et spes del Conc. Vaticano II (1965); l'enciclica
Popolorum progressio di Paolo VI (1967); la lettera apostolica Octogesima
adveniens di Paolo VI (1971); il documento su « La giustizia nel mondo » del III
Sinodo dei Vescovi (1971); l’enciclica Laborem exercens di Giovanni Paolo II
(1981) e l’istruzione della Congregazione per la dottrina della fede Libertà
cristiana’ e liberazione (1986). Si suggerisce come testo di consul- tazione il
volume / documenti sociali della Chiesa (da Pio IX a Giovanni Paolo II,
1864-1982), Massimo, Milano 1983. © PIo XI, Quadragesimo anno, n. 73. ® G.
BATTISTA GUZZETTI, L'uomo e i beni, Marietti, Torino 1956, p. 215. 169 La
dottrina sociale della Chiesa dal sec. XIX a oggi H problema della proprietà
privata in rapporto al bene comune Responsabilità dello Stato e promozione del
bene comune Esperienza di fede e testimonianze di impegno di azione sociale Un
nuovo modello di civiltà e l'appello all’immaginazione sociale Gli insegnamenti
del Concilio Vaticano li La ‘‘mediazione culturale”: congiunzione e sintonia
tra fede e coerenza politica impegno di azione sociale, testimonianza di una
autentica volontà di rinnovare il mondo secondo l'ideale cristiano. Ma accanto
a questa preliminare posizione del cristianesimo, anzi come conseguenza della
conversione personale, nasce l'impegno di chi vuol vivere la sua fede cristiana
in una azione politica. Verso questa testimonianza cristiana nel mondo
politico-sociale contemporaneo sono orientati oggi i cristiani più sensibili e
consa- pevoli dell'urgenza dei problemi che il mondo è chiamato a risol- vere.
Il cristiano sa che non si tratta più di affrontare i problemi sociali
emergenti dal conflitto capitale-lavoro, bensì di affrontare l’urgen- te
problema di un nuovo modello di civiltà. « In nessun'altra epoca come nella
nostra l'appello all'immagina- zione sociale è stato così esplicito. Occorre
dedicarvi sforzi di inven- tiva e capitali altrettanto ingenti come quelli
impiegati negli arma- menti e nelle imprese tecnologiche ».* Oggi si incomincia
a vedere con chiarezza che nessuna delle ideo- logie dominanti porta con sé la
proposta di un mondo veramente instaurato sulla democrazia, sulla giustizia e
sulla non violenza. Le ingiustizie del capitalismo sono note ed evidenti. Ma
anche là dove esso è stato debellato secondo la soluzione socialista-marxi- sta
non mancano gravi problemi che si impongono a una coscienza umana sincera e non
prevenuta. Una perenne tensione divide il mondo e pone « due continenti
ideologici » in uno stato di guerra e di inconciliabile opposizione. L'urgenza
e la consapevolezza di questi problemi impegnano de- cisamente i cristiani che
nel corso dell'ultimo ventennio, soprattutto sulla scorta degli insegnamenti
del Concilio Vaticano II, si sono tro- vati a compiere lo sforzo di attuare una
corretta modalità di pre- senza. Il cristiano, infatti, nell'impegno politico
ha dovuto confron- tarsi e guardarsi sia dal rischio di attuare una presenza
politica, in cui la scelta di fede e l'azione politica non siano sintonizzate
da alcun legame di coerenza, arrivando a compiere scelte ideologiche di
formulazione anticristiana, come dall'altro rischio che deriva dalla pretesa di
attingere l'indicazione della teoria e della prassi politica direttamente dalla
dimensione di fede e dal contenuto delle verità ultime. Possiamo dire pertanto
che il cristiano deve operare per « co- struire la città dell'uomo a misura
d'uomo; e questo lo impegna a superare stati d'animo di disinteresse, di
diffidenza, talora di rifiuto della politica fino a forme di gretto
qualunquismo ».® . Sorge così l'esigenza di pervenire all'elaborazione di una «
me- diazione culturale » per operare in sintonia tra scelta di fede e * :PaoLO
VI, Lettera apostolica Octogesima adveniens del 14-5-1971, n. 19. * Questo
concetto è preso dal volume La città dell'uomo di Giuseppe Laz- zati, scomparso
recentemente, splendida figura di uomo politico cristiano, di studioso, che fu
rettore dell’Università Cattolica di Milano. 170 coerenza politica. Le
mediazione culturale si pone, inoltre, come la linea di confine lungo la quale
realizzare il confronto ideologico e stabilire i termini di possibilità del
dialogo nel pluralismo delle culture e degli orientamenti politici. 12. | nuovi
problemi impongono una nuova concezione di società 12.1 La nuova società «
post-industriale » o della comunicazione Come è stato detto nei paragrafi
precedenti, l'immenso progresso negli ultimi decenni della scienza ha permesso
l'applicazione delle tecnologie più avanzate, soprattutto la robotica e
l'informatica, in ogni settore dell'attività produttiva. Per distinguere questa
nuova fase della società industriale si è creato il termine di « società
post-industriale » la quale pur avendo risolto molti problemi che a- vevano
pesato sull’umanità nei secoli scorsi, si è trovata ‘a fronteg- giare altri
nuovi gravi problemi, sorti soprattutto per effetto della nuova civiltà della
comunicazione e dell'immagine che ha svilup- pato una serie di nuovi bisogni,
dando origine alla « società dei con- sumi » e a nuove forme di potere
disumanizzanti della vita indivi- duale, familiare e comunitaria. Nella società
comunista come in quella capitalista sono nati i «nuovi poveri » che si
sostituiscono a quelli creati nel secolo scor- so dalla rivoluzione
industriale: i drogati, i disadattati, i deviati, gli emarginati d'ogni tipo;
cresce la difficoltà del dialogo tra generazio- ni; si moltiplicano le forme di
discriminazione razziale, culturale, religiosa, nonché quella meno apparente ma
altrettanto grave del- l'emarginazione di coloro che sono improduttivi come i
vecchi, i ciechi, gli handicappati. La civiltà dell'immagine, sorta soprattutto
con la televisione, ha sviluppato la violenza ed ha contribuito anche ad una
eccezionale crescita della criminalità organizzata che ha reso insicura la vita
di tutti. Infine, lo sfruttamento irrazionale per i propri fini egoistici delle
risorse terrestri minaccia l’ambiente na- turale e di conseguenza il contesto
umano stesso. Sarebbe semplicistico ridurre tutti questi problemi — ed altri
an- cora dello stesso genere — al semplice conflitto tra capitale e lavoro. È
una società intera che, nonostante abbia iniziato da qualche ge- nerazione la
soluzione dei suoi problemi in termini di « capitale- lavoro », oggi riconosce
amaramente che la società tecnologica, sia essa a servizio del capitalismo o
sia a servizio del proletariato, ha aperto il passo a conflitti umani che
richiedono un superamento ra- dicale della concezione della società e
dell'uomo. L'invocazione che emerge da questi gravissimi conflitti è che si
debba al più presto sorpassare ogni sistema e ideologia attualmente vigenti,
per trovare 171 Nella società post- industriale sorgono nuovi problemi sociali
I nuovi poveri: gli emarginati, i devianti, i disadattati Occorre giungere ad
una nuova concezione della società e dell’uomo Pesante costo sociale delia
odierna societa tecnologica Gsisi dell’era tecnologica perché essa appare
troppo pericolosa Il giudizio di Abbagnano {sa scensiderato delia tecnologia
nuove forme di democrazia, libera e sociale, che sia un autentico con- trappeso
alla invadenza della tecnocrazia.® 12.2 La « crisi epocale » della società
nell'era tecnologica L'era tecnologica e dell'informatica ha determinato, come
è stato detto, nella società trasformazioni di dimensioni tali da creare una «
crisi epocale » della nostra società. Questo progresso, infatti, se da un lato
ha portato immensi van- taggi all'umanità, dall'altro lato ha avuto un pesante
costo, non solo in termini economici, ma soprattutto per quanto riguarda la
difesa della natura, la salute e l'integrità della persona. Di questa « crisi
epocale » segnaliamo qui appresso gli aspetti più rilevanti: a) Crisi
tecnologica - « La crisi della tecnica è esplosa dopo anni di infatuazione per
i risultati spettacolari che la tecnologia moderna è riuscita a conseguire:
treno, auto, aereo, radio, televisione, trat- tore, carro armato, veicoli
spaziali, missili, grattacieli, metropolitane, calcolatori elettronici, polmoni
e reni artificiali. La crisi è scoppiata quando la gente ha cominciato ad
accorgersi che il gioco tecnologico è troppo costoso e troppo pericoloso.
«Davanti al costo enorme di certe armi (missili, bombardieri, sottomarini
atomici, bombe atomiche, ecc.) e soprattutto dei viag- gi spaziali, molta gente
ha cominciato a chiedersi se questo impiego della tecnologia sia lecito,
morale, o se non sia invece più giusto indirizzare la tecnologia ad obiettivi
ben più urgenti come il pro- blema della fame, la cura dei tumori, ecc. ».” «
Oggi come oggi — nota Nicola Abbagnano — il senso di una insicurezza radicale
che investe tutti gli aspetti della vita è assai diffuso e costituisce il
carattere dominante del tempo. I capisaldi sui quali, da qualche secolo in qua,
si fondava la certezza dell'uomo riguardo al suo destino non stanno più in
piedi. Non si crede più al progresso ineluttabile della storia. La scienza e la
tecnica hanno realizzato conquiste enormi e insperate, ma i contraccolpi
negativi di esse, i costi enormi naturali ed umani, sono diventati evidenti ed
appaiono sempre più pesanti ed insostenibili ».* « Oltre che per i suoi costi
altissimi la tecnologia viene messa in crisi dai pericoli e dai danni assai
gravi che essa procura sia alla natura sia all'uomo. « Nel mondo della natura
l'uso sconsiderato della tecnologia ha provocato danni gravissimi forse
irreparabili. [....] ì « Oltre che per i danni che sta provocando nella natura,
la tecno- logia viene messa in crisi per gli effetti perniciosi che ha
sull'uomo. * PaoLo VI, Ivi, par. n. 47. . Î ? B. MONDIN, Una nuova cultura per
una nuova società, Massimo, Milano 1983, p. 169. 5 N. ABBAGNANO, L'uomo
progetto 2000, Dino, Roma 1980, pp. 231-232. 172 Essi riguardano anzitutto
l'ordine fisico, materiale, economico. [....] « Un altro effetto negativo della
tecnologia è di produrre disoc- cupazione: essa, appena può, sostituisce l'uomo
con la macchina e annulla moltissimi posti di lavoro. [....] « Ancor più grave
è l’avvertimento che ci viene dalla tecnologia allorché essa viene impiegata
per fare esperimenti sulla struttura genetica dell'uomo. È un'aberrazione
gravissima, mostruosa. [...] Infatti intervenire sulla struttura genetica è far
violenza all'uomo, alla sua libertà, la quale non è solamente quella qualità e
quel diritto a cui noi moderni teniamo maggiormente, ma quella capacità che
insieme all'intelligenza costituisce il vero nucleo essenziale del no- stro
essere ».? b) Crisi morale - Anche sull'ordine morale le ripercussioni nega-
tive della tecnologia sono allarmanti. « Una delle ragioni dello sfacelo morale
del nostro tempo è stato il dimenticare che l'uomo diviene autenticamente uomo
soltanto col- tivando se stesso, plasmando il proprio essere, disciplinando i
propri istinti, tenendo lo sguardo fisso su certi valori fondamentali che for-
mano la morale naturale: quelli già scoperti dal pensiero greco (bel- lezza,
bontà, giustizia, prudenza, temperanza, amicizia, ecc.) e quelli aggiunti più
tardi dal cristianesimo (amore, sacrificio, umiltà, pu- rezza, eguaglianza,
solidarietà, ecc.). [...] « Con questo è chiaro che ultimo responsabile degli
effetti per- versi della tecnologia e del suo cattivo uso è l'uomo. La
responsabi- lità della “crisi epocale” ricade sulla società che ha introdotto
la tecnologia e sugli uomini che l'adoperano. Essi hanno smarrito il cor- retto
impiego della tecnologia dal momento in cui hanno smarrito la verità dell'uomo
e della società ».® c) Crisi dei valori - « Storici e letterati, scrittori e
giornalisti, filosofi e teologi, sociologi e psicologi, uomini politici ed
ecclesia- stici, tutti riconoscono che la ragione fondamentale per cui la
nostra società sta precipitando nel caos è il suo abbandono dei valori fonda-
mentali che l'avevano informata e ispirata per secoli, cioè Dio, la Pa- tria,
la Famiglia, lo Stato, la Chiesa, la Scuola, il Diritto, la Persona, la
Solidarietà, la Filantropia, la Giustizia, ecc. ».* « Tutta la società è
rimasta sconvolta dalla crisi dei valori tradi- zionali e dal loro
capovolgimento. Ma la vittima principale, che pa- ga il prezzo più alto, è la
gioventù, la quale spesso soffre di un vuoto interiore spaventoso che cerca di
colmare rifugiandosi nei paradisi artificiali della droga oppure nell’inferno
della criminalità e della violenza. Sono, però, soprattutto gli stessi giovani
a restare delusi dalla cultura di oggi e a contestarne i risultati morali. Essi
respin- gono assolutamente il principio base del consumismo, secondo cui * B.
MONDIN, Una nuova cultura..., cit., pp. 169-172. ® Ivi, pp. 172-175. # Sul
problema dei valori vedere il cap. XV. 173 Grave crisi morale della società
attuale Grave crisi dei valori Una dura verità che deve essere annunciata
Giovanni Paolo Il: occorre pensare non all'uomo astratto ma a quello reale,
concreto Mediazione tra fede e cultura l'uomo tanto vale in quanto è un
principio di produzione e di con- sumo ».® 12.3 È necessario un nuovo progetto
culturale « Ciò che è urgente e inderogabile per trarre l'umanità fuori dalla
barbarie è darle una nuova forma spirituale, ossia una nuova cul- tura, la quale,
dopo Cristo, non può più essere una forma semplice- mente umana ma dev'essere
una forma cristiana. [...] « Per i laicisti questa è una dura verità ma è la
verità, e il cre- dente non può nasconderla sotto il moggio, per non offendere
la loro miopia. La verità va annunciata, proclamata con coraggio, con
chiarezza, non a mezzi termini, con circonlocuzioni più o meno oscu- re. E
questo vale anche per la cultura. [....] « Il credente sa che solo Cristo (il
quale fa parte della storia e l'ha anche profondamente trasformata) possiede la
verità sull'uomo e sulla società e ce ne ha resi partecipi. [....] « Perciò per
chi rifiuta il messaggio evangelico ed il suo insegna- mento equivale ad
escludersi automaticamente dalle condizioni per rielaborare un progetto culturale
adatto alla nostra società ».* L'ha proclamato in un modo estremamente chiaro
il papa Gio- vanni Paolo II nella enciclica Redemptor hominis indirizzata alla
u- manità intera: « Non si tratta dell'uomo astratto, ma reale, dell'uomo
concreto, storico. Si tratta di ciascun uomo, perché ognuno è stato compreso
nel mistero della redenzione, e con ognuno Cristo si è unito, per sempre,
attraverso questo mistero. L'uomo così com'è voluto da Dio, così come è stato
da lui eternamente scelto, chiamato, destinato alla grazia e alla gloria:
questo è proprio ogni uomo, l'uo- mo il più concreto, il più reale; questo è
l’uomo in tutta la pienezza del mistero di cui è divenuto partecipe in Gesù
Cristo, mistero del quale diventa partecipe ciascuno dei quattro miliardi di
uomini vi- venti sul nostro pianeta, dal momento in cui viene concepito » (Enc.
Redemptor hominis, n. 13). « Con ciò non si intende identificare fede e
cultura, perché la cultura non si deduce immediatamente, direttamente dalla
fede, ma deve avvalersi delle varie mediazioni fornite dalla scienza, dalla
filosofia, dalla sociologia, dalla politica, ecc. Ma il pilastro portante, a
pietra angolare, storica, reale, è Cristo. Chi lo rifiuta non potrà mai
produrre un progetto culturale atto a promuovere il bene reale della persona
umana e della società ». * B. MONDIN, Una nuova cultura..., cit., pp. 176-179.
® Ivi, pp. 188-189. 174 CONCETTI DA RITENERE — Origine dello stato naturale,
convenzionale, preternaturale — Civitas terrena; civitas Dei; debitus finis —
Costituzioni giuste e ingiuste: monarchia; aristocrazia; repubblica o politfa;
tirannia; oligarchia; democrazia — Autonomia della sfera politica — Ordine
morale; volontà sociale — Stato; Chiesa; società perfetta; subordinazione
diretta; subordinazione indiretta — Mediazione culturale — Città fraterna —
Capitalismo; individualismo; liberalismo; stato di diritto; trust; oligo- poli;
multinazionali; capitalismo classico; capitale; proletariato; sfruttamento —
Neocapitalismo scientifico; management; New Deal; tecnostruttura; af- fluent
society — Socialismo marxista; comunismo; salario; plus-valore; profitto; lotta
di classe — Marxismo; leninismo; stalinismo; maoismo; labourismo — Marxismo
revisionista; postmarxismo; neomarxismo — Cristianesimo caritativo; cristianesimo
sociale; testimonianza; impe- gno; nuovo modello di civiltà; immaginazione
sociale; continenti ideologici SINTESI CONTENUTISTICA I. I TERMINI DEL PROBLEMA
1. Il carattere essenzialmente politico e socievole della natura umana, già
evidenziato da Aristotele nella sua Politica, ha assunto oggi una rilevanza
quasi predominante. 2. Il problema politico investe l'origine e il fondamento
dello Stato, la sua organizzazione, la sua forma migliore, la sua funzione, il
suo fine specifico, la natura dell'azione politica e i suoi rapporti con
l’azione morale, i rapporti tra Stato e Chiesa, tra Stato e partiti. 3. Le
diverse istanze storiche hanno accentuato di volta in volta uno dei diversi
aspetti: a) durante la crisi della polis (Sofisti, Platone, Aristotele) e
durante le vi- cissitudini dell'età moderna e contemporanea (Hobbes, Bacone,
Locke, Cam- panella, Hume, Rousseau, Hegel, Marx, Engels, Lenin, Maritain,
ecc.) è emersa la questione dell'origine dello Stato; b) nel Medioevo e per
taluni aspetti nell'età contemporanea (ad esempio, nel contesto
dell’unificazione nazionale) si è affrontato il problema dei rapporti
Stato-Chiesa; c) la relazione « politica-morale » ha trovato soprattutto
riscontro nell'età moderna (Machiavelli e Hobbes); d) i rapporti Stato-partito
sono oggetto soprattutto della riflessione con- temporanea. II. NATURA SOCIALE
DELL'UOMO 1. Sin dall'origine della sua storia l'uomo è vissuto in relazione a
un grup- po sociale (inizialmente la famiglia, il clan, la tribù,
successivamente il villag- gio, la città, lo Stato). La dimensione sociale
dell'uomo si perfeziona in rela- zione alla sua crescita culturale. 2. Oggi la
socialità ha assunto una fisionomia planetaria favorita anche dai 175 mezzi di
comunicazione di massa. A motivo di ciò la socievolezza ha assunto dimensioni
tali da poter essere considerata un fenomeno tipico del nostro tempo. 3. ‘Per
l'uomo contemporaneo la redenzione coincide con il diventare una persona capace
di trovare se stessa in interazione con la comunità. 4. Caratteristica del
momento attuale è il fatto che da un lato vengono affermati i diritti
inviolabili della persona e la sua libertà e dall'altro alcuni sistemi
politici, strutture economiche e sociali e il primato tecnologico-scien- tifico
tendono a soffocarli. Lo Stato è una realtà empirica di natura
incontrovertibile. Tre sono le interpretazioni che ne spiegano l’origine: a)
Origine naturale: l’uomo, essenzialmente socievole, può soddisfare i suoi
bisogni e realizzare le sue aspirazioni solo in relazione ai suoi simili. —
Secondo Aristotele il traguardo della vita umana è la felicità e lo Stato ne
facilita il conseguimento. — Secondo Hegel, lo Stato è originato dalla volontà
dello Spirito Assoluto, principio metafisico della realtà, che nello Stato si
attua compiutamente. Fami- glia, società civile e Stato sono le diverse tappe
di questa attuazione che, par- tendo dall'unione d'amore di due persone, arriva
alla realizzazione di una isti- tuzione concreta che organizza la vita etica
dei suoi membri. — Secondo Marx, lo Stato nasce dal bisogno degli uomini di
soddisfare i loro bisogni elementari attraverso l’aiuto reciproco. Le forme che
successiva- mente lo Stato assume nella storia sono invece dovute all'arbitrio
umano circa la distribuzione dei tre elementi costitutivi della struttura
fondamentale dello Stato che è la struttura economica: lavoro, capitale, mezzi
di produzione. b) Origine convenzionale: l'originaria autosufficienza degli
individui sa- rebbe stata inficiata dal progressivo costituirsi di piccoli
centri di potere. I con- seguenti conflitti hanno dato origine allo Stato come
garanzia di stabilità e di accordo sulla base della rinunzia a qualche diritto
e con l’assoggettazione a qualche dovere. I Sofisti avanzarono per primi questa
ipotesi, sviluppatasi suc- cessivamente attraverso altri filosofi. — Secondo
Hobbes e Spinoza il contratto sociale ha carattere irreversi- bile: la delega
allo Stato dei propri diritti non può essere revocata. Per Locke e Rousseau,
invece, il contratto è reversibile. c) Origine preternaturale: lo Stato è
conseguenza di una caduta dell'uomo da una condizione di perfezione originaria,
Avviata da Platone, tale concezione è sviluppata da Agostino e da Vico. —
Agostino distingue la civitas Dei, fondata sull'amore di Dio e sulla ca- rità,
dalla civitas terrena fondata sull'amore di se stessi fino all'egoismo e al
rifiuto di Dio. L'essenziale di entrambi i regni è il debitus finis, l'uno
ricerca la gloria di Dio, l’altro la gloria degli uomini. Secondo Agostino
l’espressione più mostruosa della civitas terrena è stato l'Impero Romano. —
Vico, pur attribuendo l'origine dello Stato al peccato, non ha la conce- zione
pessimistica di Agostino. Egli vede però nello Stato un intervento prov-
videnziale di Dio per trarre gli uomini dalle loro miserie. IV. LE FORME DI
GOVERNO 1. Platone e Aristotele, considerando lo Stato in relazione al
consegui- mento del bene comune, distinguono le costituzioni possibili in
giuste ed in- giuste: 176 GIUSTE INGIUSTE — la monarchia: governo di uno so- —
la tirannia: governo di uno solo lo che cura il bene di tutti che persegue il
proprio interesse — l'aristocrazia: governo dei virtuo- — l'oligarchia: governo
dei ricchi si che curano il bene di tutti sen- che cercano il bene economico za
attribuirsi privilegio personale — la repubblica: governo popolare — la
democrazia: governo della che cura il bene di tutta la città massa popolare che
vuole sop- primere ogni differenza sociale Nei filosofi dell'età moderna le
ipotesi hanno avuto una inversione di ten- denza rispetto a quelli
dell'antichità e del Medioevo: mentre questi ultimi rite- nevano la monarchia
assoluta la forma ideale di governo, i primi si sono fatti assertori della
monarchia parlamentare e della repubblica. Oggi la forma repubblicana è
considerata la più adatta alla tutela dei di- ritti e al perseguimento del bene
comune. V. POLITICA E MORALE 1. Machiavelli fu il primo assertore
dell'autonomia della politica sia ri- spetto alla morale che rispetto alla
religione. Egli riteneva infatti che la poli- tica disponesse di principi
normativi suoi propri. Essa è posta come una for- ma particolare dell'attività
spirituale, non riducibile in quanto forza eminen- temente positiva rispetto
alla negatività del male. 2. Dopo Machiavelli i teorici della politica si
dividono tra coloro che sono favorevoli alla sua teoria e coloro che sono
contrari: a) Vico e Campanella tendono a ricondurre la politica alla morale; b)
Hobbes e Spinoza rivendicano la totale autonomia della politica. 3. Dopo una
pausa segnata dall’interesse degli Illuministi solo sulla ricerca delle forme
ideali di governo, il problema viene nuovamente approfondito: — Kant, pur
distinguendo le due sfere, afferma che né la politica può sot- trarsi agli
obblighi morali, né la morale può sottrarsi all'impegno nella vita civile. —
Per Hegel la distinzione è inammissibile, poiché lo Stato è la fonte su- prema
di ogni moralità. — Marx presenta una prospettiva ambivalente: a) polemica
contro l'idea- lismo e il capitalismo: l’etica e la politica sono
sovrastrutture dei fatti econo- mici; b) progettazione della società ideale:
l'etica è uno dei valori fondamentali e la politica è uno strumento necessario
per la sua realizzazione. Non diversamente da Hegel, nella seconda prospettiva,
Marx attribuisce allo Stato il com- pito regolatore della volontà collettiva. —
Nella prospettiva cristiana, Maritain riafferma non solo la stretta cor-
relazione tra morale e politica (la morale orienta i fini della politica e ne
giu- dica i mezzi di realizzazione), ma ribadisce inoltre l'ispirazione lievitante
e liberante del Vangelo, capace di dirigere l’azione dell’uomo e il suo
significato oltre i limiti della natura e della storia. VI. STATO E CHIESA 1.
Stato e Chiesa sono entrambi caratterizzati dalla definizione di società
perfetta, il primo finalizzato al bene comune terreno, la seconda finalizzata
alla salvezza eterna e ai mezzi per conseguirla. 2. La legittima distinzione
tra i due ordini non può comunque intendersi come una separazione poiché i
soggetti delle due società sono gli stessi: i cit- tadini di uno Stato sono per
lo più anche i membri di una Chiesa. Inoltre gli obiettivi si integrano: né il
vero benessere della persona può disgiungersi dalla sua salvezza; né la
salvezza è disgiunta dal benessere materiale. 177 3. La questione « Stato-Chiesa
», acuta nel Medioevo a motivo dell’univer- salismo dell'Impero e della Chiesa
di Roma, si ridimensiona nell'età moderna con gli stati unitari e le pluralità
confessionali dopo la Riforma. Le linee risolutive principali restano comunque
le seguenti: a) S. Tommaso: subordinazione indiretta dello Stato alla Chiesa
(il fine della seconda è superiore a quello del primo); b) Bonifacio VIII:
subordinazione diretta dello Stato alla Chiesa: 1) Lo Stato è al servizio della
Chiesa. 2) Il Papa riceve di- rettamente l’autorità da Dio; l'Imperatore la
riceve dal Papa; c) Marsilio da Padova: subordinazione diretta della Chiesa
allo Stato, che provvede al benes- sere totale dei cittadini; il Papa e la
gerarchia ecclesiastica sono funzionari incaricati del benessere spirituale dei
cittadini; d) Età moderna-contempora- nea: progressiva netta separazione tra le
due società. VII. RAPPORTO FEDE-POLITICA 1. È maturata oggi la consapevolezza
che la Chiesa è essenzialmente una comunità spirituale vincolata dall'amore,
senza strutture temporali che la fac- ciano apparire uno Stato in concorrenza
con gli altri stati. 2. La concezione integrale dell'uomo e la fede in un Dio
che si è incarnato ha fatto sì che la teologia contemporanea abbia sottolineato
l’importanza della dimensione politica del messaggio cristiano, esplicitamente
al centro dell’An- tico Testamento (in particolare nel libro dell'Esodo), ma
presente anche nel Nuovo {la condotta e l'insegnamento di Gesù provocano la
violenta reazione dei poteri politici costituiti). 3. La testimonianza del
cristiano non è accettazione passiva né estatica contemplazione della parola di
Dio, ma fattiva attuazione delle promesse divine per la piena realizzazione del
Regno. VIII. LETTURA POLITICA DEL MESSAGGIO EVANGELICO 1. La legittimità di una
lettura politica del messaggio evangelico non la giustificano come lettura
esclusiva. Scopo fondamentale del messaggio cristia- no è anzitutto la
conversione del cuore. 2. Il cristiano sa che la vita politica deve tendere al
bene comune, che la libertà e l'uguaglianza sono diritti inalienabili della
persona. 3. Il cristiano è consapevole del fatto che nella natura umana è
presente un movimento orizzontale anch'esso determinante per la totale
realizzazione dell’uomo in se stesso. In questa direzione l’ideale verso cui
deve tendere l'opera politica è l'inaugurazione di una città fraterna
(Maritain). IX. CAPITALISMO O SOCIALISMO? 1. Capitalismo e socialismo sono i
due sistemi economici contrapposti che oggi si spartiscono le sorti del mondo.
Entrambi sono caratterizzati al loro interno da alcuni punti essenziali e da
alcune differenziazioni. CAPITALISMO A) Capitalismo classico: sistema economico
conseguente ad una concezione antropocentrica dell’uomo: l’uomo non ha altro
fine all'infuori di se stesso. e Affermazione prioritaria dell'individuo
rispetto alla società (individua- lismo) e sua libertà incondizionata
(liberismo). e Lo Stato (espressione delle libertà individuali) si regge sulla
democrazia rappresentativa e sulla Legge (stato di diritto). e Economicamente
la libertà dell'individuo si estende sulla base delle sue possibilità
economiche. È e La lotta per il successo porta all'organizzazione di trust
(oligopoli, mul- tinazionali, ecc.) che esercitano pressione sui governi e
sull’opinione pubblica. e Accresce se stesso sulla base dello sfruttamento del
proletariato. B) Neocapitalismo: nasce negli Stati Uniti con F.W. Taylor
(1856-1915) a 178 motivo del crollo del rendimento produttivo dei lavoratori e
del loro conflitto con i datori di lavoro. e Si riconosce allo Stato capacità
di intervento condizionatore nell’attività economica e ai lavoratori di
associarsi liberamente per difendere i propri diritti. e Lo scientific
management regola i tempi di lavoro, di istruzione specifica e di cooperazione tra
direzione manageriale e lavoratori. e Dopo la crisi del 1929, il « New Deal »
di F.D. Roosevelt, lo Stato viene maggiormente coinvolto nel processo economico
con un intervento di ridistri- buzione dei redditi attraverso una forte
pressione sugli automatismi economici. e La tecnostruttura degli anni ’30
inserisce scienziati e tecnici nel processo economico per un'ulteriore
riduzione dell’area proletaria. e Nel secondo dopo-guerra nasce la « società
dei consumi », il cui scopo è il miglioramento delle condizioni di vita in base
alla disponibilità sempre mag- giore dei beni di consumo. Ma l’uomo di questa
società iperproduttiva finisce per vivere costretto a consumare sempre di più
ciò che produce. SOCIALISMO A) Socialismo marxista: K. Marx (1818-1883) si propone
di fondare una so- cietà in cui sia abolito lo sfruttamento e garantito a tutti
il soddisfacimento dei bisogni fondamentali (comunismo). e La proprietà privata
è considerata l'origine di ogni male individuale e sociale. x e La
privatizzazione fa generare il rapporto salariale sul quale l’impren- ditore
lucra il « plus valore » o profitto. e iLa lotta di classe è il mezzo per
risolvere lo stato di sfruttamento e av- viare la società verso il comunismo. e
Con la I° Internazionale dei Lavoratori (Londra 28-9-1864) le varie cor- renti
socialiste si associano seppure con profondi contrasti. e Dalle posizioni di
Bakunin nasce l'orientamento anarchico. e In Italia, a Genova, nel 1892 nasce
il partito dei lavoratori italiani (poi P.S.I.). B) Labourismo e socialdemocrazia:
il primo (Labour Party) sorge in In- ghilterra all’inizio di questo secolo come
naturale frutto politico della Fabian Society, fondata nel 1883 a Londra con lo
scopo della elevazione della classe lavoratrice e delle Trade Unions, i
sindacati operai che avevano iniziato la loro attività nei primi decenni del
1800 come società di mutuo soccorso tra gli operai metallurgici. Come it
socialismo, il labourismo si è data la meta di arrivare a dare alla classe
lavoratrice la proprietà dei mezzi di produzione, senza accogliere però i
principi filosofici di quello. I mezzi di lotta per raggiungere le mete
stabilite è l'educazione delle masse e lo sciopero attraverso il sindacato per
ottenere dallo Stato e dal padronato migliori condizioni di vita, salariali ed
una legislazione sociale a difesa del lavoratore. Sulla linea del labourismo
sorgono in altri paesi dell'Europa occidentale (come Germania, Olanda,
Danimarca, Scandinavia) partiti socialdemocratici i quali ripudiano la via
rivoluzionaria per il riformismo, per attuare nel tempo le proprie mete.
Entrambi questi due socialismi riformisti e democratici non combattono il
capitalismo, trasformatosi nel contempo in neocapitalismo, ma convivono con
esso, accettando la tesi dello sviluppo massimo della produzione come strumento
per migliorare le condizioni dei lavoratori e rendendoli partecipi della vita
sociale e politica del proprio paese. C) Marxismo-leninismo e maoismo: nel 1917
con la Rivoluzione d'ottobre 179 Lenin crea in Russia uno Stato collettivista,
con un potere di vertice esercitato dal partito in modo assoluto. e :La terra
fu collettivizzata; furono negate le libertà individuali e di grup- po. Con
Stalin il regime assume un carattere dittatoriale estremo. e Nel 1956 al XX
Congresso del Partito Comunista il dispotismo staliniano viene denunziato. e
Nel 1949 in Cina Mao-Tze-Tung costituisce la Repubblica Popolare Cinese. Furono
collettivizzate l'agricoltura, l'industria e i commerci. e I capisaldi del
marxismo vengono ripensati per un popolo povero e con- tadino che viene
indottrinato secondo una metodologia nazionalistica e volon- taristica. Il
socialismo maoista ha caratteri militaristi. Dopo la morte di Mao- Tze-Tung il
regime comunista cinese diviene meno rigido. D) Marxismo revisionista o
neo-marxismo: dopo sessant'anni di marxismo sovietico e nonostante la notevole
diffusione del marxismo in Occidente, vi è stato un evidente allontanamento
nell’area degli intellettuali dalle tesi classiche. e Peri nuovi marxismi, ad
esempio, la dialettica non ha leggi, non riguarda la natura, ma il soggetto
singolo in rapporto con la storia. e La religione è considerata un fattore di
liberazione e apertura alla speranza. e Tra i rappresentati del nuovo marxismo:
Gramsci, Horkheimer, Mar- cuse, Bloch. X. LE DOTTRINE SOCIALI DI ISPIRAZIONE
CRISTIANA 1. Le soluzioni cristiane alla questione sociale si distinguono in
due tipi: — forma assistenziale caritativa {cristianesimo caritativo): la prima
forma essenziale al cristianesimo è presente in tutti i secoli cristiani, come
frutto dell'attenzione evangelica agli umili, agli oppressi, ai diseredati; —
forma propositiva di revisione delle strutture economico-sociali (cristia-
nesimo sociale): si è preoccupata di individuare accanto all'azione caritativa,
il problema della giustizia a partire dalla seconda metà dell’800. e Il
magistero della Chiesa ha elaborato a partire dalla fine del XIX se- colo una
coraggiosa dottrina sociale che legittima la proprietà privata nel ri- spetto
del bene comune, rivendica i pieni diritti del lavoratore e indica i com- piti
dello Stato per un giusto equilibrio sociale ed economico. La testimonianza
cristiana nel mondo socio-politico si traduce in un im- pegno capace di
promuovere un nuovo modello di civiltà e di favorirne la realizzazione. 2. Il
cristiano sente tutta la responsabilità di essere la coscienza critica dei «
due continenti ideologici » del capitalismo e del socialismo e di dover offrire
all'uomo del nostro tempo il terreno di una mediazione culturale sul quale egli
possa recuperare la propria integrazione personale e sociale. XII. I PROBLEMI
DI UNA NUOVA CONCEZIONE DELLA SOCIETÀ 1. Tra i fenomeni emergenti del nostro
tempo appaiono l’'urbanesimo e la civiltà dell'immagine e della comunicazione
presenti sia nell’area comunista che nell’area capitalista. 2. Questi fenomeni
hanno generato la realtà dei « nuovi poveri »: delin- quenti, drogati,
disadattati, devianti, emarginati in genere. 3. Si sono acutizzate le
discriminazioni razziali, culturali e religiose. Si ri- fiutano i deboli, i vecchi,
gli handicappati perché improduttivi, 4. Il nostro tempo mostra l'urgenza del
recupero di una mentalità che ri- trovi l'amore per l’uomo inventando nuove
forme di democrazia libera e sociale. 180 5. « La « crisi epocale » della
società attuale è soprattutto crisi tecnologica, morale e dei valori, 6. In
questa situazione di « crisi epocale » emerge la necessità di un nuovo progetto
culturale, ispirato dal Vangelo, che abbia come centro del suo inte- resse
l’uomo concreto, storico. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE i. Che cosa si
intende per politica? 2. A che cosa deve la sua origine lo Stato? 3. Quali sono
le opinioni dei filosofi antichi e moderni riguardo allo Stato? 4. Qual è la
costituzione politica ideale secondo Platone, Aristotele, Tom- maso, Hobbes,
Campanella, Locke, Hegel, Marx? 5. Che rapporto c'è tra politica e morale? Qual
è lo scopo dello Stato? 6. Come sono stati intesi i rapporti tra Stato e Chiesa
da Agostino, Tom- maso, Bonifacio VIII, Marsilio da Padova, Machiavelli,
Mazzini, Croce? 7. Politica e morale si distinguono tra di loro? Come? 8. Che
rapporto intercorre tra fede e politica? C'è una funzione politica nel
messaggio evangelico? 9. Cosa si intende per stato democratico, liberale e
totalitario? 10. Quali sono le caratteristiche del capitalismo e del
socialismo? Che cosa è il neocapitalismo? E il labourismo e la
socialdemocrazia?* 11. Quali sono le caratteristiche del
marxismo-leninismo-stalinismo rispetto al maoismo? Che significano i termini «
nuovi marxismi » e « postmarxismo »? 12. Il neocapitalismo e il marxismo
riescono a superare i mali della so- cietà odierna? Perché si dice società dei
consumi? 13. Che cos'è il cristianesimo sociale? Il cristiano come deve operare
in campo sociale e politico? 14. Quali possono essere considerate le cause
determinanti che hanno pro- gressivamente subordinato il potere politico al
potere economico? 15. È legittimo oggi parlare non solo di continenti
ideologici ma addirit- tura di dittature planetarie? 16. In quale misura è
possibile stabilire un rapporto tra il deterioramento attuale dell'orizzonte
metafisico, antropoiogico ed etico e il disorientamento politico contemporaneo?
47. In quale prospettiva e perché una sana mediazione culturale può fare
dell'esperienza religiosa la coscienza critica dei sistemi politici ed
economici degenerati? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Fede e politica oggi,
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Introduzione alla filosofia politica, L.A.S., Roma 1980. WEIL E., Filosofia
politica, Guida Napoli 1977. 182 Capitolo dodicesimo iL PROBLEMA ESTETICO
QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. L'uomo avverte l'esigenza della bellezza? Che cosa
è la bellezza? 2. Che cosa caratterizza l’opera d'arte? 3. Che rapporto
intercorre tra soggetto, natura e opera d'arte? 4. Qual è lo scopo dell'opera
d’arte? Il problema estetico riguarda la natura dell'opera d'arte, il suo fine
e i rapporti che intercorrono tra l’attività estetica e le altre attività
umane. Questi tre aspetti capitali del problema estetico, già esplorati tante
volte nel passato, continuano ad essere oggetto di discussione anche ai nostri
giorni. Nel presente capitolo noi cerche- remo di determinare il senso di
questi aspetti del problema estetico e presenteremo inoltre un quadro sintetico
delle soluzioni più si- gnificative elaborate dai filosofi antichi e moderni.
1. Natura dell’opera d’arte Che cos'è l'opera d'arte in se stessa? Quali sono
le ragioni per cui qualche cosa viene considerata artistica mentre altre cose
no? Per esempio, perché lo scarabocchio d'un bambino non viene rite- nuto
artistico, e invece se porta la firma di Picasso sì? Oppure, per- ché si
giudica artistica una cattedrale gotica, ma non un palazzo in cemento armato?
Ancora, quando un artista produce un'opera d’arte, che cosa fa di preciso: crea
oppure imita, inventa oppure copia, e- sprime se stesso, i propri sentimenti,
le proprie passioni, oppure dà corpo a valori universali intuitivamente
percepibili da ogni uomo? Questi sono appena alcuni degli interrogativi che si
affacciano alla mente quando ci si trova di fronte ad un'opera d'arte. Per
prenderne coscienza non occorre nessuna preparazione speciale e nessun grado
elevato di cultura. Ma la risposta non è affatto ovvia e molto spesso neppure
le menti più acute e preparate sono riuscite a trovarne una soddisfacente. Il
problema estetico è tra i primi che si presentano alla riflessione dei greci,
per la necessità di intendere anzitutto come ad un mondo di poesia possa
affiancarsi o anteporsi un mondo di idee, e come l'essere possa persistere nella
sua assorbente sovranità, pur lascian- 183 La natura dell’opera d’arte, il suo
fine, il suo rapporto con le altre attività umane I caratteri essenziali
dell’opera d’arte Platone: l’arte imitazione della Bellezza La poesia come
procreazione spirituale Aristotele: la bellezza è ‘‘un bene che piace”
Filosofia cristiana e concezione mimetica: Dio, che è bellezza, è oggetto di
imitazione do sussistere accanto e di fronte a sé la scialba e inconsistente
realtà del mito e della poesia. Questo problema ha appassionato soprattutto
Platone, il quale ha cercato di risolverlo nel contesto della sua teoria delle
Idee, fa- cendo dell'estetica una specie di controprova di tale teoria. L'arte
viene intesa da Platone come imitazione -della natura e questa, a sua volta, è
concepita come imitazione delle Idee. L'oggetto della imi- tazione è la
Bellezza. Nel Filebo Platone descrive la Bellezza come un preludio sensibile
del Bene inaccessibile, quasi si trattasse del « portico » della casa del Bene.
Nel Fedro egli parla del Bello come di un'idea corporea, l’unica tra le idee
che ebbe in sorte il privilegio di rendersi visibile ai mortali, per poter
essere da loro ardentemente amata. Nel Convito Platone oltrepassa la concezione
mimetica del- l'arte e formula una teoria dell’arte intesa come creazione, una
pro- duzione dall'interno, un « parto » (tokos). Eros, il simbolo divino del
Convito, è fecondato dall’anelito verso la Bellezza oggettiva e asso- luta,
quando si rende capace di generare e procreare nel Bello. Quand'uno già brama
di generare e procreare, allora soltanto si lan- cia alla ricerca del Bello e,
trovatolo, genera e procrea ciò di cui da lungo tempo era pregno. Poesia è
questa procreazione spirituale, per cui nessun particolare requisito si chiede
ai « buoni poeti », eccetto che siano generatori e inventori. Alla concezione
mimetica dell’arte si attiene anche Aristotele, no- nostante il suo rifiuto
della teoria platonica delle Idee: per lui l’arte è essenzialmente imitazione
della natura. L'imitazione, però non è in- tesa come semplice riproduzione, ma
piuttosto come emulazione della natura, considerata maestra. Dal punto di vista
soggettivo, Ari- stotele definisce la bellezza come « un bene che piace » e la
distin- gue, pertanto, sia dal bene che dal piacere. Infatti, mentre il bene è
oggetto della volontà e il piacere delle passioni, il bello interessa le
facoltà conoscitive: è un piacere suscitato nelle facoltà conoscitive. Gli
elementi fondamentali che contribuiscono a rendere bella ossia artistica una
cosa sono tre: l'ordine, la simmetria e la determina- tezza. La concezione
mimetica dell’arte viene ripresa anche dai filosofi cristiani i quali peraltro
la modificano su di un punto fondamen- tale: oggetto dell'imitazione non è più
la natura oppure le Idee, ma Dio stesso. L'arte umana dovrà risultare
imitazione dell'atto con cui Dio crea la natura. Si tratta di una modificazione
profonda che non riguarda soltanto la maggior eievatezza della realtà imitata,
ma anche la natura stessa dell'imitazione, perché questa diviene imi- tazione
dell'attività creatrice di Dio, un'attività che i greci non ave- vano mai
conosciuto. Ne consegue che « unità, armonia, proporzione, integrità,
congruenza, convenienza della forma bella, tutti i concetti estetici insomma,
che i cristiani avevano ereditato dalla classicità, acquistano un nuovo timbro
nella loro riesecuzione: tutte queste sono note della bellezza, per loro in
quanto appartengono all'atto -184 espressivo e manifestativo dello Spirito
Assoluto che contiene il mon- do nella sua potenza creatrice e perciò lo rende
bello. Nessuna cosa sarebbe bella, se non venisse da Dio: è il motivo che
ricorre dalle Confessioni di S. Agostino all'Itinerarium di S. Bonaventura. Il
Dio cristiano è il « genio della nuova estetica ».! Dal punto di vista soggettivo,
i pensatori cristiani, seguendo Aristotele definiscono la bellezza come una
relazione: « pulchrum est quod visum placet » (bello è ciò che piace alla
vista). Come la bontà così pure la bellezza è una relazione di convenienza, di
ar- monia, ma non più tra le cose e la facoltà appetitiva (come nella bontà),
bensì tra cose e facoltà conoscitive. Tuttavia la bellezza si distingue anche
dalla verità, in quanto pur essendo come quest’ulti- ma una relazione tra cose
e facoltà conoscitive, diversamente da essa non è una relazione di
corrispondenza, ma di eccitazione e di sod- disfazione. Dal punto di vista
oggettivo anche gli autori cristiani, come Aristotele, fondano la bellezza
sull’integrità, l'ordine e lo splendore (integritas, proportio, claritas). % Durante
il Rinascimento, che è anche l’epoca d'oro delle arti figurative, non potevano
mancare indagini intorno alla natura del- l'opera d’arte. Tali indagini in
alcuni casi sono svolte dagli autori stessi di alcuni dei più celebri
capolavori di pittura, scultura, archi- tettura di tutti i tempi; Leon Battista
Alberti, Leonardo da Vinci, Giorgio Vasari, ecc. Le loro considerazioni si
rifanno oltre che ad Aristotele anche, anzi soprattutto, a Platone. Di lui si
apprezzano in particolare ie dottrine sull'amore (eros), sulla generazione
creativa (tokos) e sull’entusiasmo lirico (mania). Una svolta decisiva alla
storia dell'estetica fa registrare Giam- battista Vico. Da lui l'arte non viene
più concepita secondo la ma- niera mimetica, ma come un modo fondamentale ed
originario di e- sprimersi da parte dell'uomo in una determinata fase del suo
svilup- po. Secondo il Vico, com'è noto, tale sviluppo comporta tre fasi o età:
del senso, della fantasia e della ragione. L'arte è il modo carat- teristico di
esprimersi dell'età della fantasia: in quell'età l’uomo diede espressione al
suo modo di intendere la realtà nelle creazioni della fantasia, nei poemi, nei
miti, ecc. « La sapienza della gen- tilità dovette cominciare da una metafisica
non ragionata e astratta qual è questa degli addottrinati, ma sentita ed
immaginata quale dovette essere da tali primi uomini ». La mente degli uomini
antichi, incapace di usare la ragione logica e ribelle alla fatica
dell’astrazio- ne e del ragionamento, è naturalmente portata a sostituire o
antici- pare il processo astrattivo mediante la fantasia. E in tal modo an-
ziché universali logici si foggia universali fantastici, fantasmi o im- ! L.
STEFANINI, Estetica, Studium, Roma 1953, p. 19. 185 La bellezza: relazione di
convenienza e di armonia tra cose e facoltà conoscitive Umanesimo-
Rinascimento: amore, generazione creativa e entusiamo lirico Vico: l’arte come
una delle espressioni fondamentali della natura umana L'accoglienza di Vico da
parte dei filosofi idealisti Kant: l’opera d’arte nasce dai sentimento che
esprime l’universale nel particolare Idealisti e neohegeliani: l’arte
rappresentazione sensibile deli’Assoluto L'arte come meccanica psicologica e
come sovrastruttura magini che tengono il posto di veri universali, ossia delle
idee o con- cetti elaborati dalla ragione.” La concezione vichiana
dell'estetica, corabattuta aspramente ai suo primo apparire, in quanto urtava
contro il pregiudizio cartesiano allora imperante, secondo cui soltanto la
ragione può attingere la verità delle cose, fu più tardi calorosamente accolta
e ampiamen- te seguita dai romantici e dagli idealisti (Schelling e Hegel) i
quali reagendo contro gli eccessi del razionalismo e dell'illuminismo, a-
scrivevano grande importanza alle facoltà della fantasia e del sen- timento in
ordine alla conoscenza della verità. Una singolare teoria della natura
dell'opera d’arte, teoria in parte dettata da esigenze di sistema, viene
elaborata da Kant nel- l'opera Critica del giudizio. In essa l'autore cerca di
mostrare che l’opera d’arte non è né un'imitazione della natura e neppure
un'inter- pretazione metafisica della realtà e che pertanto non è prodotta né
dalla fantasia né dall’intelletto. Essa è invece essenzialmente frutto deì
sentimento il quale nell'opera d’arte percepisce ed esprime l'’uni- versale nel
particolare, l'intelligibile nel sensibile, ii noumeno nel fenomeno. E così fa
sorgere il piacere estetico che appaga tutto l’uo- mo in quanto produce una
profonda armonia tra le opposte facoltà dei sensi e dell'intelletto. Il problema
estetico occupa un posto di singolare rilievo nelle speculazioni degli
idealisti e dei neohegeliani (Croce, Gentile). Ii lorc obiettivo è fondere ì
motivi più originali delle teorie di Vico e Kant. Dal primo riprendono la tesi
secondo cui l’arte rappresenta un momento preciso e di capitale importanza
nella storia dell'uma- nità; dal secondo mutuano la tesi secondo cui l’arte è
una rappre- sentazione dell’Assoluto in forma sensibile. Il significato
spirituale dell'opera d'arte è stato però ripetuta- mente messo in questione
durante l’ultimo secolo da autori che si ispirano più o meno direttamente al
positivismo. Alcuni come il Taine riconducono l’arte ad un teorema di meccanica
psicologica, legata ai tre fattori concorrenti della razza, dell'ambiente e del
mo- mento; altri, come Marx, vedono nell'arte una sovrastruttura de- terminata
dai rapporti tra i mezzi di produzione all'interno di una particolare società;
altri, come Freud, considerano l’arte una su- blimazione dell'istinto sessuale;
altri infine, come Dvorak, conside- rano l’arte come criterio ermeneutico della
storia della culiura e così identificano la storia dell’arte con la storia
della cultura. Contro queste interpretazioni positivistiche dell’opera d’arte
han- no preso posizione i filosofi della Gestaltschule (scuola della figura).
Secondo questi autori la conoscenza delle condizioni storico-psico- logiche non
giova affatto alla comprensione di una opera d’arte. La sola cosa che importa è
la figura sensibile, cioè importano i valori ? B. MONDIN', vol. II, pp.
238-240. 3 Ivi, pp. 321-322. 186 tattili o quelli della pura visibilità oppure
gli elementi contrappun- tistici e tonali dell'esecuzione musicale, presi
globalmente, come un tutto, e non frammentariamente. Attualmente molti filosofi
che si ispirano al neopositivismo e agli analisti del linguaggio, non
affrontano più il problema della natura dell'opera d'arte in se stessa, ma in
modo assai indiretto, cercando di stabilire quale sia il senso del linguaggio
estetico e se esistano dei criteri validi per accertarne la presenza (come per
determinare il significato oggettivo delle proposizioni scientifiche esistono i
criteri della verifica sperimentale oppure della falsificabilità). La lezione
che possiamo raccogliere alla fine di queste brevi note intorno alla storia del
problema della natura dell'opera d’arte mi pare che possa essere la seguente.
L'opera d'arte non è una semplice imitazione di idee archetipe o di fatti
naturali. Per caratterizzarsi come esteticamente bella un'opera dev'essere qualcosa
di più e di diverso da ciò che esiste già nel mondo della natura oppure della
cultura. Per avere opera d'arte ci vuole originalità, creatività. L'ope- ra
d'arte è in un certo senso (certo non proprio in senso letterale) una
creazione, più esattamente una trasformazione radicale degli ele- menti che
l’artista ha a sua disposizione: gli elementi fornitigli dalla. tecnica, dalla
osservazione, dalla ispirazione. Ciò che ne risulta si qualifica come bello se
presenta tratti d'assoluta novità. Il lavoro dell'artista può essere paragonato
a quello dell’ape: egli non crea ma, assimilando elementi già preesistenti,
produce una realtà asso- lutamente nuova.‘ 2. Il fine dell’opera d’arte Oggetto
dell'attività estetica è il bello (così come oggetto di quella scientifica è la
verità, di quella etica il buono, di quella reli- giosa il sacro). L'artista
facendo un’opera d’arte si propone anzitutto di dare espressione sensibile alla
bellezza. Ma oltre a questo fine specifico i filosofi generalmente assegnano
all'opera d’arte anche altre finalità più o meno importanti. Così, per Platone,
Agostino e Tommaso essa ha una finalità eminentemente pedagogica; perciò
raccomandano solo le opere d'arte che giovano all'educazione e condannano
quelle che favoriscono la corruzione. Platone nella Repubblica condanna la
commedia e la tragedia so- prattutto per due motivi. Primo, perché i comici e i
tragici rappre- sentano gli dèi e gli eroi attribuendo loro bassezze e passioni
pro- prie della natura umana e in questo modo snaturano il senso reli- gioso.
Secondo, perché, componendo le loro opere, non si fondano sulla ragione ma sul
sentimento e sulla fantasia; e invece d'essere d'aiuto alla ragione agitano le
passioni, provocando il piacere e il * Cfr. F. MEI, La filosofia del concreto,
Marzorati, Milano 1961, pp. 101-104. 187 L'opera d’arte è creazione Il fine:
esprimere sensibilmente la bellezza Da Platone a Tommaso: scopo pedagogico
dell’opera d’arte Platone: la musica come educazione all’armonia interiore
Scopo teoretico dell’opera d’arte: conoscenza delle verità ultime Idealisti
tedeschi e neohegeliani: scopo metafisico dell’arte Pedagogico, catartico e
metafisico: scopi secondari dolore. Secondo Platone, una sola arte merita
d'essere coltivata as- siduamente: la musica. Essa educa al bello e forma
l'anima all’ar- monia interiore. Per Aristotele, Plotino e Schopenhauer l’arte
ha uno scopo es- senzialmente catartico: va coltivata in quanto aiuta l’anima a
libe- rarsi dalle passioni, a purificarsi, a elevarsi verso la contemplazione.‘
Per Vico, Schelling, Hegel, Croce, Gentile l’arte ha una finalità eminentemente
teoretica: ha di mira la conoscenza delle verità ul- time, della natura
profonda delle cose, del mondo intelligibile, del- l'Assoluto. Vico respinge
espressamente le opinioni di Platone e di Aristotele. A suo parere, l’arte non
ha primariamente né funzione pedagogica né catartica: essa non è al servizio né
dell'estetica né della pedagogia. L'opera d'arte ha anzitutto e soprattutto una
fun- zione teoretica e metafisica in quanto costituisce una comprensione ed
espressione profonda delle cose da parte di un essere intelligen- te, nel quale
la ragione non ha ancora raggiunto la piena matura- zione e che, quindi, riesce
ad esprimersi meglio per mezzo della fan- tasia e del sentimento. Questo
intento metafisico dell’arte, com'è noto, è stato ribadito dagli idealisti
tedeschi del secolo scorso e dai neohegeliani italiani (Croce e Gentile) del
nostro secolo. Per tutti questi autori l’arte è una delle attività supreme
dello Spirito Asso- luto. Il suo scopo specifico è esprimere l'Assoluto in
forma sensi- bile. Pertanto un’opera è artistica soltanto e nella misura in cui
è una manifestazione concreta dell’Assoluto. Oggi queste finalità secondarie
dell’opera d'arte (pedagogica, catartica e metafisica) non riscuotono troppi
consensi tra i filosofi. Generalmente si afferma, e a nostro parere
giustamente, che l'arte ha una sua funzione autonoma, che è fine a se stessa,
come la scienza, la religione, la morale, la politica, l'economia. Per quanto concerne
l'autonomia si paragonano le opere d'arte alle opere della natura. Allo stesso
modo come quest'ultime hanno una consistenza propria e una propria autonomia,
altrettanto si deve pensare delle prime: an- che le opere d’arte devono essere
considerate come aventi una fina- lità loro propria. La natura produce delle
realtà (animali, laghi, fo- reste) che non vanno riferite a qualche cosa
d'altro per essere com- prese, ma sono studiate direttamente in se stesse.
Altrettanto si deve far anche per le opere d’arte. Producendo l’opera d'arte,
l'artista in- tende creare qualcosa: vuole metterci davanti ad una realtà
nuova, La sua creazione, questa nuova realtà, va guardata in faccia diret-
tamente, per conto proprio, senza la pretesa o la preoccupazione di trovarvi
dei significati reconditi, delle seconde intenzioni. Tutto quello che l'artista
ha voluto dire è quanto egli è riuscito di fatto : Cfr. B. MONDIN, vol. I, pp.
96-97. > Ivi, p. 142 (Aristotele); pp. 185-186 (Plotino); vol. III, pp.
208-209 (Schopen- hauer). * B. MONDIN, vol. III, pp. 79-80. 188 a manifestare.
E quello ch'egli è riuscito a manifestare sta lì davanti a noi. C'è però una
precisazione da fare riguardo all'autonomia del- l'arte. Quando si dice che
l’arte è essenzialmente autonoma non si vuole escludere che essa venga
adoperata anche per altri scopi, teo- retici o pratici. Si vuole solo affermare
che se lo scopo teoretico e pratico per cui l’opera d'arte viene compiuta è
innalzato a fine pri- mario, in tal caso si priva l'opera d'arte della sua
autonomia e quindi della sua vita. Quindi se un’opera d'arte ha intenti
pedagogi- ci, religiosi, politici, ecc. essa può ancora riuscire come opera
d'arte alla sola condizione che tali intenti non siano quelli primari ma se-
condari. In conclusione, il principio dell'autonomia delle singole attività e
discipline, che è stata la grande conquista dell’epoca moderna, vale certamente
anche per l’attività estetica. Quindi nell'esplicarla e nel valutarla non si
deve tener conto d'altri criteri al di fuori di quelli che sono intrinseci alla
natura stessa dell’opera d'arte. . 3. Arte e morale Alla questione dei rapporti
tra arte e morale s'è già fatto cenno alla fine del precedente paragrafo.
Questo problema è stato diversa- mente risolto dai filosofi a seconda della
finalità ch’essi hanno rite- nuto giusto assegnare all'attività estetica. Sia
gli autori che come Platone e Aristotele attribuiscono all'arte una finalità
essenzialmen- te pedagogica e catartica, come pure gli autori che col Vico le
ascri- vono una finalità metafisica sottomettono in modo più o meno di- retto,
più o meno esplicito, l’arte alla morale, e, di conseguenza, condannano dal
punto di vista estetico quelle opere che giudicano moralmente riprovevoli. Il
riconoscimento dell'autonomia dell’arte dalla morale è una conquista piuttosto
recente e va ascritta a merito degli idealisti, in particolare di Benedetto
Croce. ‘Secondo Croce l’arte è assolutamente autonoma: non è soggetta né alla
filosofia, né alla morale, né alla pratica. L'arte come arte è amorale, cioè al
di qua del bene e del male. « L'arte per avere carattere d'arte, per essere
vera arte, deve essere vera espressione. Espressione di che? Che volete che
esprima l'artista se non le sue im- pressioni? i sentimenti che prova? ».* Per
fare vera arte bisogna espri- mere ciò che si ha in sé: chi lo esprime bene, è
artista. Ma l’uomo e l'artista sono due realtà distinte. Per essere artista
basta esprimere bene i propri sentimenti mentre l’uomo deve essere anche
morale, saggio, pratico. Quindi, pur non essendo soggetto alla morale come
artista, l'artista è soggetto alla morale come uomo: « Se l'arte è al © B.
CROCE, Breviario di estetica, Laterza, Bari 1933, p. 49. 189 Non è il fine
secondario a determinare il valore dell’opera d’arte Autonomia dell’arte dalla
morale: conquista recente Croce: amoralità dell’arte Arte e morale:
subordinazione indiretta di là della morale, non è di qua né di là, ma sotto
l'impero di lei è l'artista in quanto uomo, che ai doveri dell’uomo non può
sottrarsi, e l'arte stessa — l’arte che non è e non sarà mai la morale — deve
considerare come una missione, esercitare come un sacerdozio ».? Di capitale
importanza è la precisazione contenuta nell'ultima citazione: « L'arte è al di
là della morale... ma sotto l'impero di lei è l'artista in quanto uomo ».
L'uomo infatti, nonostante la molte- plicità delle sue attività e delle sue
facoltà, costituisce un'essenziale unità. Ora l’unità è possibile soltanto se
le varie attività sono ordi- nate ad un unico fine ultimo. Ma, dato che il fine
ultimo dell'uomo è la piena realizzazione di se stesso, qui sta il suo bene
supremo, la sua felicità, e poiché spetta alla morale riconoscere tale fine e
stu- diare i mezzi per conseguirlo, ne deriva una certa subordinazione
dell'arte alla morale. Quindi tra arte e morale c'è un rapporto simile a quello
che abbiamo registrato tra morale e politica: è un rapporto di subordinazione
indiretta. Anche l'arte come la politica deve con- tribuire al raggiungimento
del fine ultimo dell'uomo. Questo però è l'obiettivo primario e principale
della morale. CONCETTI DA RITENERE — Unità; armonia; proporzione; integrità;
congruenza; convenienza — Ordine; splendore — Eros, tokos; manìa —
Rappresentazione dell’Assoluto; meccanica psicologica; sublimazione della
pulsione istintuale; sovrastrutture — Figura sensibile; valori tattili;
visibilità; elementi contrappuntistici e tonali SINTESI CONTENUTISTICA I. LA
NATURA DELL'OPERA D'ARTE 1. Il problema estetico riguarda la natura dell’opera
d’arte, il suo fine, i rapporti intercorrenti tra l’attività estetica e le
altre attività umane. 2. Il problema estetico è tra i primi a presentarsi alla
riflessione dei Greci: rapporto tra il mondo della poesia e il mondo delle idee
(complementarietà o opposizione); rapporto tra la sovranità dell'essere, il
mito e la poesia. 3. Platone (Filebo, Fedro, Convito) intende l’arte come
imitazione della natura, che a sua volta è imitazione del mondo delle Idee. La
Bellezza è il pre- ludio sensibile al Bene inaccessibile. In una fase ulteriore
egli intende l’arte come creazione, « parto » (tokos): Eros, il simbolo divino
del Convito, è fecon- dato dall’anelito verso la Bellezza oggettiva e assoluta,
quando diviene capace di generare il Bello. La poesia è questa procreazione
spirituale; ai poeti non si chiede altro che siano procreatori e inventori. 4.
Aristotele ritiene che l'arte, imitazione della natura, sia emulazione. La
bellezza è un « bene che piace », distinto sia dal bene morale che dal piacere.
Tre elementi caratterizzano il bello artistico: l'ordine, la simmetria, la
deter- minatezza. 9 Ivi, p. 33. 190 5. Per i filosofi cristiani l’arte è
imitazione dell'atto con cui Dio crea la natura. Unità, armonia, proporzione,
integrità, congruenza, convenienza della forma belia sono concetti ereditati dalla
concezione classica che i cristiani ri- conducono all'atto di Dio che rende
bello ciò che crea {S. Agostino, S. Bona- ventura). 6. Nel Rinascimento
predomina la concezione platonica sull'amore {eros), sulla generazione (tokos)
e sull’entusiasmo lirico. 7. Nell’età moderna fondamentale è l’estetica di G.B.
Vico, secondo il quale l'arte è un mondo primario ed originario
dell’espressività dell'uomo in quella fase del suo sviluppo che è dominata
dalla fantasia. 8. Kant nell'opera Critica del giudizio afferma che l’opera
d'arte è essen- zialmente frutto del sentimento, il quale in essa percepisce ed
esprime l’uni- versale nel particolare, il noumeno nel fenomeno. Il piacere
estetico è, per- tanto, l’appagamento che l’uomo riceve dall’armonia tra le
opposte facoltà dei sensi e dell'intelletto. 9. L'idealismo e il neoidealismo,
riecheggiando sia Vico che Kant, danno grande importanza al ruolo dell’arte
nella storia dell'umanità e la considerano la rappresentazione sensibile
dell’Assoluto. 10. Nella seconda metà del secolo XIX si sono succedute le
seguenti inter- pretazioni dell’arte: a) Taine riconduce l’arte ad una
meccanica psicologica regolata dai tre fattori della razza, dell'ambiente e del
momento; b) Marx considera l’arte come una delie sovrastrutture dei meccanismi
di produzione; c) Freud la considera prodotto del meccanismo di sublimazione
della pul- sione sessuale; d) Dvorak afferma che l’arte è un criterio
ermeneutico della storia della cultura e identifica la storia dell’arte con la
storia della cultura; e) i filosofi della Gestalischule (scuola della forma)
ritengono che a deter- mirare l’opera d'arte è la figura sensibile, i valori
tattili, quelli visibili, gli elementi contrappuntistici e tonali, assunti
nella loro globalità; f) oggi l'interesse è soprattutto rivolto alla ricerca
del senso del linguaggio estetico e alla ricerca dei criteri validi per
accertarne la presenza. II. IL FINE DELL'OPERA D'ARTE 1. Oggetto dell'attività
artistica è il bello e fine dell'arte è quello di dare espressione sensibile
alla bellezza. 2. Oltre al fine specifico, i filosofi hanno assegnato all’arte
altre finalità: — Platone, Agostino e Tommaso le hanno attribuito scopi
pedagogici; — Aristotele, Plotino, Schopenhauer le hanno assegnato uno scopo
ca- tartico; — Vico, Schelling, Hegel, Croce, Gentile hanno attribuito all'arte
una fina- lità teoretica e metafisica. Un'opera è artistica solo e nella misura
in cui è manifestazione concreta dell’Assoluto. 3. L'estetica contemporanea
tende ad affermare che l’arte ha una sua fun- zione autonoma, che essa è fine a
se stessa. In tal senso l’opera d’arte è parago- nabile all'opera della natura.
III. ARTE E MORALE 1. I filosofi che attribuiscono all'arte fine pedagogico o
catartico o metafi- sico in modo più o meno diretto sottomettono l’arte anche
alla morale. 2. Croce, invece, ha decisamente affermato l'autonomia dell’arte
dalla mo- rale. L'arte in quanto tale è amorale, al di là del bene e del male.
Ma anche se l'artista non è soggetto alla morale in quanto tale, lo è in quanto
uomo. A motivo, quindi, della unità essenziale dell'uomo, anche per il rapporto
tra arte e morale si può parlare di subordinazione indiretta della prima alla
seconda. 191 QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Quali sono i principali
aspetti del problema estetico? 2. Quali sono gli elementi costitutivi
dell’opera d’arte? In che cosa consiste l’opera d’arte? 3. Qual è l'organo
specifico che coglie la bellezza delle cose oppure di un’opera d'arte? 4. Come
definiscono l’arte Platone, Aristotele, Kant, Vico, Schelling, Hegel, Croce,
Freud, Marx? 5. In che cosa consiste il piacere estetico? 6. Qual è il fine
dell’opera d’arte secondo Platone, Aristotele, Plotino, Vico, Kant, Hegel? 7.
Quale ruolo ricopre l’arte nella cultura contemporanea? 8. La società a tecnologia
avanzata conserva il senso della bellezza? 9. In quale misura e in quali
contesti specifici della storia dell'umanità l’arte è stata asservita
all'ideologia? 10. In che rapporti si trovano arte e morale? 11. È legittima la
possibilità di rapporto tra messaggio artistico e messag- gio politico?
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dei movimenti estetici nella cultura italiana, Sansoni, Firenze 1968. STEFANINI
L., Trattato di estetica, Morcelliana, Brescia 1960. 192Capitolo tredicesimo IL
PROBLEMA STORICO QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Che rapporto intercorre tra la
propria realizzazione e il trascorrere del tempo? 2. Che definizione si può
dare del tempo? 3. Consapevolezza, ricordo e attesa: che rapporto c'è tra
queste parole e il tempo? Il problema storico riguarda il senso della storia:
la storia, nella sua movimentata sequenza di avvenimenti, ha un senso? Quale?
Dove si situa il fulcro della storia: nel passato, nel presente oppure nel
futuro? E se la storia ha un senso ed un punto di riferimento decisivo, è
possibile effettuare una ricostruzione scientifica delle vicende umane? Il
carattere problematico della storia è stato riconosciuto dai filosofi di tutti
i tempi. Ma mai come nel nostro secolo, durante il quale il succedersi degli
eventi ha assunto un ritmo incredibile sco» nosciuto alle epoche precedenti, la
problematicità della storia si è imposta all'attenzione degli studiosi. 1. Il
concetto di storia 'La storia si definisce diversamente a seconda che per essa
si intendano gli avvenimenti in se stessi (senso oggettivo) oppure la nostra
conoscenza dei medesimi (senso soggettivo). La storia in senso oggettivo è la
marcia dell’uomo attraverso il tempo. Invece la storia in senso soggettivo ‘è
lo studio degli avveni- menti umani che accadono nel tempo, nelle loro cause e
nei loro ef- fetti, ed inoltre nel loro significato ultimo.! La storia di cui
ci occu- piamo in queste pagine direttamente è la storia come scienza (sen- so
soggettivo) ed indirettamente anche la storia come vicenda (senso oggettivo). !
Si suole distinguere tra storia empirica e storia filosofica. La prima si
occupa solamente delle vicende umane nelle loro cause e nei loro effetti.
Invece la seconda si propone di scoprire il loro significato ultimo. 193 La
storia ha un senso? Senso oggettivo e senso soggettivo della storia Scetticismo
storico: — apparenza degli avvenimenti — casualità degli eventi — discordanza
degli avvenimenti Realismo storico: è possibile una scienza degli eventi
storici 2. Possibilità della scienza storica Una scienza storica è possibile? A
questo interrogativo si posso- no dare e di fatto sono state date due risposte
antitetiche. Si può rispondere negativamente e allora si ha lo scetticismo
storico. Op- pure si può rispondere affermativamente e allora si professa il
rea- lismo storico. 2.1 Scetticismo storico La negazione della scientificità
della storia poggia sui seguenti argomenti: a) Gli avvenimenti sono solo
apparenti. Il mondo della esperien- za quotidiana è un mondo illusorio,
apparente, senza alcuna consi- stenza e perciò senza senso. La filosofia
indiana, Eraclito, Schopenhauer e altri filosofi si sono appellati a questo
argomento per negare la possibilità della scienza storica. b) Gli eventi non
accadono secondo un piano ordinato. Gli eventi sono reali e non illusori. (Anzi
per molti pensatori che si appellano a questo argomento i fatti sono l’unica
realtà). Però essi non hanno un significato, perché non hanno una direzione. Un
evento suc- cede all’altro senza che nulla vada mai avanti. La storia è un ca-
vallo che mentre va per la strada improvvisamente si imbizzarrisce e allora si
lancia per i campi o ritorna indietro o si butta nel pre- cipizio. c)
Discordanza nella interpretazione dei fatti storici. L'interpre- tazione dei
fatti è molto diversa secondo che la storia sia scritta da un positivista, da
un laicista, da un marxista o da un cristiano, anche escludendo che si tratti
di falsificazioni volute a scopo di propa- ganda o di errori dovuti a
documentazioni o indagini insufficienti. Basti pensare alle interpretazioni
tanto discordanti del Medioevo, della Controriforma e del Risorgimento. 2.2
Realismo storico ‘Per realismo storico s'intende quell’indirizzo filosofico che
am- mette la possibilità di una scienza degli eventi storici. Questo può
avvenire in due modi, a seconda che la possibilità della scienza degli eventi
storici si fondi su una visione deterministica o non determini- stica della
storia. Si dà quindi un realismo storico deterministico o un realismo storico
non deterministico. Nel primo i fatti accadono necessariamente, nel secondo
liberamente. Tanto nel realismo storico deterministico quanto nel realismo
storico non deterministico si danno due interpretazioni principali. In quello
deterministico c’è chi ritiene che nella successione dei fatti non ci sia
nessun progresso, mentre altri ci vede un divenire, una 194 evoluzione verso
mete sempre più alte. Il primo è il realismo storico deterministico statico; il
secondo, il realismo storico deterministico dinamico. Tra i fautori del primo
tipo vanno annoverati tutti i pen- satori greci; tra quelli del secondo molti
filosofi moderni, soprattutto gli idealisti e i materialisti. Ciò che distingue
i materialisti dagli idealisti è il punto di partenza del divenire storico: per
i primi è la materia, per i secondi è lo spirito. Nel realismo storico
non-deterministico c'è chi sostiene che gli eventi storici si svolgono secondo
un piano esclusivamente naturale, mentre altri sostengono che essi accadono
secondo un piano sopran- naturale. Sostenitori della prima teoria (che
chiamiamo realismo sto- rico non-deterministico naturalistico) sono gli
illuministi e soprat- tutto Kant. Sostenitori della seconda teoria (che
chiamiamo reali- smo storico non-deterministico cristiano o semplicemente
realismo storico cristiano) sono tutti gli storici cristiani e i filosofi
cristiani della storia. Riducendo questa divisione a schema, essa si presenta
così: statico (pensatori greci) materialistico (Marx) deterministico |
idealistico (Hegel) È dinamico REALISMO STORICO naturalistico (Kant) non
deterministico cristiano : (Agostino, Bossuet, Vico) a) Realismo storico
deterministico statico - Secondo il pensiero filosofico greco la storia si
svolge su un piano circolare, in cui l’in- dividuo ha una certa libertà (una
libertà relativa) mentre l’universo è soggetto alle leggi matematiche di una
eterna palingenesi. La stra- da del tempo è una pista rotonda su cui tutte le
società, tutte le civiltà, tutte le istituzioni si succedono con un ritmo
inesorabile e dopo un breve periodo di gloria scompaiono. Il tempo, e quindi la
storia, « è l'immagine mobile dell’immobilità eterna », esso è « quel-
l'immagine senza fine che si svolge secondo le leggi dei numeri » (Pla- tone,
Timeo). « Dio guida l'universo nel suo percorso circolare, ma una volta
compiuti i periodi del tempo che gli sono fissati, esso riprende il suo
movimento in senso inverso » (Platone, Politica). Questa concezione circolare
della storia è condivisa da quasi tut- ti i pensatori greci (cfr. Empedocle,
Platone, Stoici, ecc.). b) Realismo storico deterministico dinamico - Non è
possibile qui effettuare una esposizione soddisfacente delle complesse dottrine
della filosofia della storia insegnate in questo ultimo secolo dai ma-
terialisti e dagli idealisti. Del resto ne abbiamo già trattato distesa- mente
nel terzo volume della nostra storia della filosofia, ora ci pre- me solamente
indicare una caratteristica fondamentale comune tan- to al realismo storico
degli idealisti quanto a quello dei materia- 195 Piano naturale della storia:
Kant Piano soprannaturale: storici e filosofi cristiani — Realismo storico
deterministico statico: assenza di progresso (pensatori greci) — Realismo
storico deterministico dinamico: cammino evolutivo (materialisti, idealisti)
Identificazione tra storia e realtà Il teleologismo storico di Kant e degli
illuministi: ottimismo e progresso Rivelazione, ordine soprannaturale e libertà
dell’uomo listi. In tutti e due la storia viene identificata con la realtà:
tutta la realtà si esaurisce negli eventi storici: al di fuori della storia non
c'è più nulla. Questa identificazione della storia con la realtà si chia- ma
storicismo. A nostro avviso questa interpretazione della storia è insosteni-
bile, per almeno tre ragioni. Anzitutto perché essa implica la nega- zione del
trascendente, di Dio. La seconda ragione è la negazione della libertà umana.
Negando all'uomo la libertà lo storicismo idealistico e materialistico condan-
na alla disperazione l’uomo come persona singola, che invano cerca la salvezza
dal male e dalla morte che lo stringono nel tempo. Que- sta filosofia della
storia rappresenta la forma estrema della disper- sione dell'essere dell'uomo.
Infine lo storicismo, nonostante le apparenze, svaluta la storia perché la
considera uno sviluppo incessante nel quale tutto viene superato e mutato. I
valori di ieri non sono quelli di oggi. I prota- gonisti della storia, gli
uomini, sono prigionieri del presente, poiché negano il passato e negheranno a
loro volta l'avvenire. Rimane una sola realtà: l'eterna legge della mutazione.
c) Realismo storico non-deterministico naturalistico: Kant - Se- condo Kant e
molti illuministi la storia si svolge su un piano ordi- nato ‘(teleologico)
voluto dalla natura. « La storia è l'attuazione di un nascosto piano della
natura ». « Il fine della storia è la realizza- zione di una società che
universalmente viva secondo il diritto » (Kant, Idea per una storia universale
dal punto di vista cosmopo- litico, pr. 5 e 8). Altrettanto si legge nel saggio
Se il genere umano sia in continuo progresso verso il meglio: « Ora io affermo
di poter predire alla stirpe umana, anche senza avere spirito profetico, il suo
progresso verso il meglio, escludendo che questo progresso possa conoscere
sostanziali pericoli di involuzione ». Questa visione ottimistica della storia,
nata dal successo bor- ghese della seconda rivoluzione industriale e
dall'entusiasmo per il progresso scientifico, ha verificato i suoi limiti
davanti ad una umanità provata dall’orrore di due guerre mondiali, artefice del
peri- colo dell’autodistruzione atomica, del disastro ecologico e vittima di un
consumismo che antepone il valore delle cose a quello delle persone. d)
Realismo storico cristiano - Secondo il pensiero filosofico cristiano la storia
si svolge secondo un piano determinato dall’incon- tro di due volontà libere:
quella di Dio e quella dell'uomo. Di qui l'estrema difficoltà ad interpretare
un così complesso disegno che è possibile comprendere solo in virtù
dell'intervento di Dio e della ri- velazione da parte sua del senso
fondamentale della storia. Dalla Rivelazione sappiamo che la storia non si
svolge secondo un piano circolare ciclico e tanto meno secondo leggi
fatalistiche e 196 meccaniche, e nemmeno secondo un ordine puramente naturale.
Dio ha voluto liberamente inserire l'uomo in un ordine soprannaturale; in tale
ordine, cui l’uomo corrisponde liberamente, Dio continua ad intervenire per
adattare il suo piano di grazia alla corrispondenza dell'uomo di modo che
nonostante le deviazioni umane, la storia pro- cede verso destini sempre più
alti. Il piano cristiano della storia si può raffigurare diagrammatica- mente
con una linea ascensionale in cui ci sono varie deviazioni verso il basso, ma
tutto sommato la parte terminale è più alta di quella iniziale. Dalla
Rivelazione si viene a conoscere: a) il significato di tutta la storia che ci
precede {attraverso i dogmi della creazione, del pec- cato e della redenzione);
b) il punto della storia in cui ci troviamo at- tualmente (cioè tra la prima e
l'ultima venuta di Cristo); c) che cosa ci riserva l'avvenire (cioè la fine del
mondo e il ritorno trionfale del Messia dopo che il suo messaggio sarà stato
annunziate a, tutti gli uomini). ‘Attraverso la Rivelazione conosciamo quindi
il grandioso piano divino della storia: il piano generale, non i singoli
momenti e i parti- colari di esso, sempre avvolti nel mistero. Sappiamo che la
storia non è in regresso, non è un circolo su cui si ripetono eterni ritorni,
ma è progresso verso la salvezza. Ampliiando le conoscenze dateci dalla fede
mediante quelle che ci sono fornite dalia scienza sappiamo che l'umanità esiste
sul pianeta da circa mezzo milione di anni. Però la serie delle civiltà è
cominciata appena da 10.000 anni, mentre le generazioni future possono
percorrere un altro mezzo miliardo di anni. Il Cristianesimo appartiene quindi
all'infanzia della storia dell'umanità. La Chiesa non è che ai primi passi del
processo che tende a fare di lei la provincia terrena del Regno dei cieli,
motore e scopo della storia della umanità. Su questa concezione cristiana della
storia sono state scritte pagine interessanti in tutti i tempi, in particolare
da S. Agostino (De civitate Dei), Bossuet (Discorso sulla storia universale),
Vico (La scienza nuova), Maritain (Sulla flosofia della storia), De Lubac
(Cattolicesimo), von Balthasar (Teologia della storia), Toynbee (A study of
history), Mouroux {I! mistero del tem po), Cullmann (Cristo e il tempo). 3. La
storia è veramente una scienza? Molti filosofi pensano di poter accordare alla
storia il titolo di scienza, definendo la conoscenza storica come sintesi di
fatti e di idee, di particolare e di universale. Anche a noi pare che la storia
sia una scienza, ma non secondo il concetto ciassico di scienza, bensì secondo
il concetto moderno, secondo il quale la scienza non è una riproduzione
precisa, ma solo una sistemazione approssimativa 197 il diagramma ascensionale
del piano cristiano della storia La scienza storica come sistema approssimativo
‘‘Cognitio certa per causas”’: — “per causas’’ (il nesso che unisce due eventi)
— “‘certa’’ (futuro: necessario e universale; passato: anche particolare e
contingente) La ricerca dell’unità storica: l’universale che si realizza
ripetutamente Carattere ipotetico dell’universale storico La Rivelazione come
garanzia del senso della storia della realtà che è troppo complessa per essere
pienamente intelligi- bile. Come la scienza sperimentale si chiama scienza sebbene
sia soltanto una schematizzazione conveniente, perché permette all’uo- mo di
intendere il mondo complicato della natura fisica, così la sto- ria si può
chiamare scienza anche se non può vantarsi di riprodurre con fedeltà la
connessione causale che lega le vicende umane tra di loro, perché permette
all'uomo di avere una certa comprensione della successione di tali vicende. La
storia, come la scienza sperimentale, può chiamarsi cognitio certa per causas.
Il per causas va inteso in storia come nelle scienze sperimentali, non come il
mezzo per conoscere un evento, ma come il nesso, la legge che unisce due
eventi. Quanto al certa non v'è dubbio che anche in storia si può rag- giungere
certezza. Nella visione cristiana della storia ci sono dei pi- lastri assolutamente
certi, posti dalla Rivelazione, che permettono di costruire una storia
universale di valore categorico almeno nel- le linee generali. In più si può
dare certezza per molti fatti singoli non conosciuti per fede. Circa tali fatti
si può dare certezza anche se non sono universali e necessari. Infatti, pur
essendo vero che quando si tratta del futuro abbiamo la conoscenza « certa »
solo del- l’universale e necessario, quando si tratta invece del passato ab-
biamo certezza anche del particolare e del contingente, perché quan- to è
accaduto nel passato ha per noi posteri la stessa necessità e immutabilità
dell'universale e necessario che accadrà nel futuro. Qualche storico ha creduto
che l'oggetto della storia non sia sol- tanto certo, perché necessario e
immutabile, ma anche universale. Basandosi su questa convinzione, storici come
Vico, Toynbee, Spengier sono andati alla ricerca dell'unità storica,
dell'universale storico (la nazione, la civiltà, ecc.) che torna a realizzarsi
ripetuta- mente, come l’idea universale di uomo continua ad avere ripetute
realizzazioni, (con la sola differenza che mentre l'individuo umano ha una
breve durata di 50, 100 anni, l’unità storica ha una durata di migliaia di
anni). Che dire di questo universale storico? A noi pare che non sia una cosa
impossibile, tuttavia rimane qualcosa di estremamente ipotetico, non esistendo
nessun criterio certo per determinare quale raggruppamento di eventi abbia i
ca- ratteri di universalità e ripetibilità. Possiamo infine domandarci se una
storia universale vera sia raggiungibile. Come abbiamo precedentemente
sottolineato, sono l’esistenza di Dio e il mistero della sua incarnazione a
consentirci una autentica visione dei fatti, poiché la storia è comprensibile
soio nella sua du- plice dimensione naturale e soprannaturale. 198 4.
L’interpretazione della storia Nel nostro secolo la problematica della storia
ha acquisito uno spessore del tutto sconosciuto ai nostri antenati. Nel passato
l'uomo era abituato a guardare la storia dall'alto come uno spettatore. Certo
lo spettacolo non era di facile comprensione, ma almeno si pensava di poterlo
osservare pacificamente dal di fuori. Invece in seguito al cumulo di eventi che
ci sono piombati addosso durante gli ultimi decenni e in conseguenza degli scossoni
che hanno subito tutte le nostre cognizioni della realtà e tutte le nostre
convinzioni morali e religiose, nonché i nostri rapporti con gli altri e con il
mondo, ci siamo accorti che noi stessi siamo immersi nella storia, che faccia-
mo parte dello spettacolo; in altre parole che il divenire storico non riguarda
soltanto il mondo, ma il nostro stesso essere. Perciò anche l’uomo è un essere
storico. La presa di coscienza della nostra storicità, dice giustamente
Gadamer, è «-verosimilmente la più importante tra le rivoluzioni da noi subite
dopo l'avvento dell’epoca moderna. La sua portata spiri- tuale sorpassa
probabilmente quella che noi riconosciamo alle rea- lizzazioni delle scienze
naturali, realizzazioni che hanno visibilmente trasformato la superficie del
nostro pianeta. La coscienza storica, che caratterizza l’uomo contemporaneo, è
un privilegio (forse perfino un fardello) quale non è stato imposto a nessuna
delle generazioni pre- cedenti ».? Ora, la presa di coscienza della storicità
del nostro essere implica una revisione profonda non solo della scienza storica
ma anche della teoria generale della conoscenza umana. Questa non può più
essere concepita né come diretto riflesso della realtà, come volevano i
realisti antichi e moderni (compresi i positivisti) e neppure come creazione
originaria dell'Io (come affermavano gli idealisti); ma va intesa come
interpretazione (ermeneutica) di situazioni: un essere storico comprende se
stesso, gli altri, la cultura e le vicende del passato soltanto interpretando.
Egli fa necessariamente parte di un circolo ermeneutico: gli vengono offerte
dal passato delle tradi- zioni che egli riceve interpretandole, e di nuovo le
comunica agli al- tri, i quali a loro volta le fanno proprie interpretandole.
L'uomo coglie la realtà storica soltanto interpretandola per due ragioni.
Primo, perché la storia è essenzialmente movimento e nel movimento c'è sempre
qualcosa che rimane e qualcosa che muta; perciò per risalire al senso originale
delle tradizioni occorre passare attraverso i vari sviluppi. Secondo, perché il
passato non ci è estra- neo ma entra a far parte del nostro essere, della
nostra vita; però en- tra a far parte del nostro spessore soggettivo solo
mediante l'inter- pretazione. Noi siamo eredi di tradizioni che non sono semplici
? H. GADAMER, Il problema della coscienza storica, Guida, Napoli 1969, p. 27.
199 Gadamer: una rivoluzione fondamentale del nostro tempo è la presa di
coscienza deila nostra storicità Gadamer: la storia come ermeneutica delle
situazioni Due ragioni dell’esigenza interpretativa: — mutamento e permanenza
nel movimento storico — appartenenza del passato al nostro essere I tre
principi ermeneutici: — il conoscere è un interrogare — i documenti storici
come risposta alle domande informazioni da registrare, ma fanno parte della
nostra realtà, de- terminano le nostre prospettive e le nostre progettazioni,
il riostro modo di vedere e di agire. « Comprendere è operare una mediazione
tra il presente e il passato, è sviluppare in se stessi tutta la serie con-
tinua delle prospettive attraverso cui il passato si presenta e si ri- volge a
noi ».? Ma, accertata la verità del carattere storico del nostro essere e del
nostro conoscere, come si sviluppa la nostra conoscenza intesa come
interpretazione, ossia il pensare ermeneutico? Secondo Gadamer, che è il
principale teorico della teoria della interpretazione (ermeneutica) storica, il
pensare ermeneutico si sviluppa sulla base di tre principi. Il primo dice che
ogni conoscenza è la risposta ad una domanda. Il che significa che il conoscere
è anzitutto un interrogare, e que- st'ultimo, secondo Gadamer, è sempre
determinato da una situa- zione particolare: « Non al giudizio, ma alla domanda
spetta il pri- mato nella logica, come dimostrano storicamente il dialogo plato-
nico e l'origine dialettica della logica greca. Ma il primato della domanda
rispetto alla proposizione significa che la proposizione è, per sua natura,
risposta. Non c’è proposizione che non sia una spe- cie di risposta e perciò
non si può intendere una proposizione se non rifacendosi ai criteri intrinseci
alla domanda di cui è una risposta... Certo non è facile trovare fa domanda, di
cui una data proposizione è effettivamente la risposta, soprattutto perché una
domanda non è mai qualcosa di semplice e primo, a cui si possa ar- rivare solo
che lo si voglia: ogni domanda è ancora una risposta e questa è la dialettica
in cui siamo impigliati. Ogni domanda è mo- tivata e anche il suo significato
non è mai dato interamente in es- sa ». In conclusione, « l'orizzonte di ogni
proposizione è il sorgere da una situazione problematica », e « una conoscenza
si mostra fe- conda in quanto appiana una situazione problematica ».* Il
secondo principio dice che qualsiasi documento storico, qual- siasi testo
letterario e anche tutti i monumenti artistici, le istituzioni sociali,
politiche e religiose sono la registrazione di certe conoscenze, le quali, come
vuole la dialettica del conoscere, rappresentano le ri sposte alle domande che
i loro autori si sono fatte in certe situa- zioni. Pertanto, per comprendere
tali documenti occorre riportare le risposte che essi contengono nel coniesto,
nell'orizzonte degli in- terrogativi da cui sono sorte, un orizzonte che
conteneva la possi- bilità di molte altre risposte. In certo qual modo la
formulazione conclusiva che esse hanno assunto deve essere ricondotta al movi-
mento della conversazione. Questo è il compito dell'ermeneutica: « trarre il
testo fuori dallo stato di alienazione in cui gtace (a causa della forma
immobile che esso ha assunto nella composizione scrit- 3 Ivi, p. 93. * H.
GADAMER, « Che cos'è la verità », in Rivista di filosofia 1956, pp. 261-262.
200 ta) e riportarlo al presente vivo del dialogo, Ia cui forma originaria è
sempre quella della domanda e della risposta ».ò Il terzo principio afferma che
nessuna conoscenza è « pura », « impregiudicata », ma è sempre « mista »,
accompagnata e condi- zionata da « pregiudizi ». Questo terzo postulato, nel
pensiero del Gadamer, è la logica conseguenza della sua concezione dell'uomo
come essere storico e, perciò, legato a certe tradizioni, prospettive,
situazioni. Sono queste tradizioni, prospettive, situazioni a formare i
pregiudizi. Come si vede, Gadamer dà al termine « pregiudizio » un signi-
ficato che si discosta sostanzialmente da quello usuale per due ra- gioni.
Anzitutto nel significato usuale il pregiudizio è una « cono- scenza errata »
che impedisce di vedere e giudicare rettamente in certe situazioni. Ora, per
Gadamer il pregiudizio non ha questa con- notazione negativa di falsità e
falsificazione. ‘Per lui il pregiudizio è soltanto una « conoscenza previa »,
la quale può essere sia vera che falsa. La seconda ragione è che nella
accezione comune il pregiudizio è qualcosa di contingente, qualcosa quindi che
si può superare, neu- tralizzare. Invece per il Gadamer questo è impossibile,
in quanto, come si è detto, i pregiudizi fanno parte della storicità dell'uomo
e perciò accompagnano necessariamente la sua esistenza. Il che tut- tavia non
significa che la conoscenza umana debba essere schiava dei pregiudizi. Questo
no, anzitutto perché essa può prenderne coscien- za e, così, in certo qual modo
li può dominare, e in secondo luogo erché di certi pregiudizi si può anche
disfare. Ma come è possibile per l'interprete uscire dall’orizzonte dei suoi «
pregiudizi » e mettersi in cumunicazione con l'orizzonte altrui, in particolare
con quello di un testo che appartiene ad altri tempi lon- tani da lui? Non
esiste forse tra passato e presente un abisso insor- montabile? Del resto, la
storicità non richiude necessariamente l'in. terprete dentro il vicolo cieco
del suo soggettivismo? Gadamer, pur riconoscendo e affermando l’alterità tra
passato e presente, esclude che fra loro esista una scissura completa. La sto-
ricità esige piuttosto il contrario: essa fa sì che la distanza tempo- rale sia
« colmata dalla continuità delia tradizione e della trasmis- sione, grazie alle
quali tutto ciò che ci viene trasmesso si rivela a noi ».$ Ma neppure il fatto
che l'orizzonte conoscitivo dell’interprete sia circoscritto da « pregiudizi »
è tale da rinchiuderle nel soggetti- vismo e «a impedirgli l’incontre con altri
orizzonti. Infatti i « pre- giudizi » non sono tutti « egocentrici » e,
soprattutto, i « pregiudizi » non sono la prima cosa: al di là e al di sotto
dei « pregiudizi » esiste un accordo fondamentale, che Gadamer chiama « accordo
portante ». Questo « punto di stabilità », questa solida piattaforma che rende
5 H. GADAMER, Wahrheit und methode, Mohr, Tiibingen 1960, p. 350. Ivi, p. 281.
201 — ogni conoscenza è mista al pregiudizio il pregiudizio come conoscenza
previa e come contingente superabile La tradizione colma la separazione tra
passato e presente L’‘accordo portante’ rompe il rischio del soggettivismo il
linguaggio punto di stabilità e dì fusione La storia come tradizione:
permanenza della forma e identità delia struttura La conoscenza del passato,
del presente e del futuro come proiezione verso l'eternità possibile l’incontro
e la fusione tra i vari orizzonti è fornita dal linguaggio. « Io credo che il
linguaggio operi la sintesi perenne tra l'orizzonte del passato e quello del
presente. Nci ci intendiamo reci- procamente, perché ci parliamo, perché, pur
svolgendosi sempre il nostro discorso su piani diversi e non convergenti, alla
fine, per mez- zo delle parole, riusciamo a metterci reciprocamente di fronte
le cose dette con le parole ».' Come si vede, nella interpretazione gadameriana
della storicità della conoscenza umana, si riscontra uno sforzo notevole di
superare lo scoglio delio storicismo, del relativismo e del soggeitivismo in
cui erano generalmente incappate le precedenti interpretazioni del- lo stesso
fenomeno. In effetti, la proprietà della storicità non significa necessaria-
mente queste interpretazioni scettiche del conoscere. Infatti, che cos'è la
storia? È solo divenire senza permanere; sequenza di muta- menti senza alcuna
costante? La natura della storia e conseguentemente della storicità non può
essere diversa da quella del tempo. Ora, il tempo, ci dice Bergson, è
essenzialmente durata. Perciò la storia più che successione di av- venimenti di
natura diversa è tradizione di fatti, di azioni e, quindi, essa ha come suo
connotato essenziale la permanenza della forma e l'identità di struttura,
nonostante tutti i possibili mutamenti. La storia non è pura successione
casuale di avvenimenti sconnessi e discontinui, ma un flusso, un trascorrere di
una medesima sostan- za fondamentale; non è un divenire occasionalistico e
frammentario, ma uno sviluppo organico e continuo. In conclusione, riconosciamo
senz'altro che il nostro conoscere è segnato dal sigillo del tempo. Ma
affermiamo che, come il tempo ha tre « estasi » (passato, presente e futuro),
così il nostro conoscere ha una triplice estensione: quella in direzione del
passato, quella in direzione del futuro e quella rivolta verso il presente.
Inoltre il nostro conoscere gode di una considerevole padronanza rispetto a
queste estasi, in quanto può protendere il suo sguardo oltre ogni orizzonte
segnato dal passato e dal futuro e proiettarsi verso l’eter- nità. CONCETTI DA
RITENERE — Senso oggettivo; senso soggettivo — Scetticismo storico — Realismo
storico, deterministico, statico e dinamico — Realismo storico non
deterministico naturalistico; realismo storico cristiano — Ermeneutica storica;
pregiudizio; accordo portante; punto di stabilità * H. GADAMER, « Che cos'è la
verità », cit., p. 265.202 SINTESI CONTENUTISTICA I. IL CONCETTO DI STORIA La
storia si definisce a seconda che per essa si intendano gli avvenimenti in se
stessi (senso oggettivo) oppure la conoscenza dei medesimi (senso sog-
gettivo): a) il senso oggettivo indica il cammino dell’uomo attraverso il
tempo; b) il senso soggettivo è lo studio degli avvenimenti umani che accadono
nel tempo, nelle loro cause, nei loro effetti, nel loro significato ultimo. II.
POSSIBILITÀ DELLA SCIENZA STORICA Gli orientamenti nei confronti della scienza
storica si distinguono in scet- ticismo storico e in realismo storico. A. Lo
scetticismo storico posa sui seguenti argomenti: 1. Gli avvenimenti sono solo
apparenti: a) Il mondo dell'esperienza è un mondo illusorio e perciò senza
senso; b) Assertori dell'argomento sono, ad esempio, la filosofia indiana,
Eraclito e Schopenhauer. 2. Gli avvenimenti non accadono secondo un piano
ordinato: a) Gli eventi sono reali ma non hanno significato poiché sono privi
di direzione. b) Il loro susseguirsi non determina un progresso. 3. Discordanza
nella interpretazione dei fatti storici: a) L’interpretazione dei fatti storici
è soggetta. al filtro ideologico dello storiografo. B. Il realismo storico
ammette la possibilità di una scienza degli eventi storici. Il realismo
presenta due orientamenti: il deterministico e il non-determi- nistico. 1.
Realismo storico deterministico afferma l'accadimento necessario dei fatti e si
distingue in: a) Realismo storico deterministico | nella successione degli
avvenimenti statico | non vi è progresso — Secondo il pensiero greco la storia
si svolge su un piano circolare, in cui l'individuo gode di una libertà
relativa e l’universo è soggetto alle leggi ma- tematiche dell'eterna
palingenesi. Il tempo è l’immagine mobile dell'eternità immobile (Platone,
Timeo e Politica). b) Realismo storico deterministico | il divenire storico
procede verso me- dinamico te sempre più elevate — Tale concezione tipica della
filosofia contemporanea accomuna materia- listi e idealisti. Viene affermata
una sostanziale identità tra realtà e storia ‘(sto- ricismo). — Lo storicismo
implica la negazione della trascendenza di Dio, nega la libertà della persona e
sostiene la continua transitorietà dei valori. 2. Realismo storico
non-deterministico afferma che i fatti accadono secon- do libertà e si
distingue in: a) Realismo storico non-determini- }la storia si svolge su un
piano ordi- stico naturalistico | nato voluto dalla natura — È la concezione
kantiana secondo la quale fine della storia è una so- cietà che vive secondo il
diritto e che il genere umano progredisca sempre verso il meglio. . | la storia
si svolge secondo un piano deter- b) Realismo storico cristiano } minato
dall'incontro di due libertà: quella ( di Dio e quella dell’uomo . — Il piano
della storia può essere raffigurato come una linea ascensionale con deviazioni
verso il basso, ma il cui punto terminale è più elevato di quello iniziale. 203
— La Rivelazione ci svela: a) il significato della storia che ci precede; b) il
punto della storia in cui ci troviamo; c) che cosa ci riserva l'avvenire. —
Appartengono a tale concezione: S. Agostino, Bossuet, Vico, Maritain, De Lubac,
von Balthasar, Toynbee, Mouroux, Cullmann.III. LA STORIA È UNA SCIENZA? 1. La
storia, come la scienza sperimentale, può chiamarsi cognitio certa per causas.
Il per causas è il nesso, la legge che unisce due eventi. 2. Anche nella storia
si può raggiungere certezza. Nella visione cristiana la Rivelazione pone dei
pilastri assoiutamente certi, che permettono di costruire una storia universale
di valore categorico almeno nelle linee generali. 3. Vico, Toynbee, Spengler,
in base alla convinzione che l'oggetto della storia non sia soltanto certo ma
anche universale, hanno ricercato l’unità sto- rica, l’universale storica che
torna ripetutamente a realizzarsi (nazione, civiltà, ecc.). IV. L'ERMENEUTICA
STORICA 1. La consapevolezza della storicità dell'uomo, come afferma Gadamer, è
una delle più importanti rivoluzioni del nostro tempo. 2. La scienza storica
subisce una profonda trasformazione, poiché diviene interpretazione
(ermeneutica) di situazioni: un essere storico comprende se stesso. 3. L'uomo
coglie la realtà storica interpretandola per due ragioni: a) la storia è
movimento, perciò per risalire al senso originale delle tradi zioni occorre
passare attraverso vari sviluppi; b) il passato non è estraneo all'uomo, ma fa
parte del suo essere, entra quindi a fare parte della soggettività mediante
l’interpretazione. 4. Secondo Gadamer il pensare ermeneutico si sviluppa sulla
base di tre principi: a) Ogni conoscenza è la risposta ad una domanda. Il
conoscere è anzitutto un interrogare e l'interrogativo è sempre determinato da
una situazione par- ticolare. b) Qualsiasi documento storico è la registrazione
di certe conoscenze. I documenti per essere compresi richiedono che le
risposte, che contengono, siano riportate nell'orizzonte da cui sono sorte. c)
Nessuna conoscenza è « pura », ma è sempre condizionata da pregiudizi. In
Gadamer il termine pregiudizio significa « conoscenza previa », che in quanto
tale può essere sia vera che falsa. I pregiudizi fanno parte della storia
dell'uomo, vanno in ogni caso dominati e se necessario eliminati. Al di là dei
pregiudizi esiste tra i diversi orizzonti interpretati la possibilità di un
accordo fondamentale, che Gadamer chiama « accordo portante ». Questo punto di
sta- bilità è fornito dal linguaggio che opera la sintesi tra l'orizzonte del
passato e quello del. presente. 5. Caratteristica dell’ermeneutica storica è il
tentativo di essere il supera- mento dello storicismo, del relativismo e del
soggettivismo. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Che cosa è la storia?
Come si definisce in senso soggettivo e in senso oggettivo? 2. È possibile una
conoscenza scientifica della storia? Quali sono gli argo- menti pro e contro?
3. Quali sono le principali interpretazioni del senso della storia? 4. Che cosa
si intende per storicismo? 5. Che significa materialismo storico? 204 6. Qual è
la concezione vichiana della storia? 7. È possibile una « filosofia » cristiana
della storia? 8. Che cosa è l'universale storico È possibile identificarlo con
sicurezza? 9. Quale rapporto è opportuno stabilire tra antropologia e concezione
della storia? 10. In quale misura la concezione della storia contribuisce
all'elaborazione di un progetto-uomo? 11. Che cosa si intende per ermeneutica
storica? Quali sono i principi fon- damentali su cui essa si regge? 12. È
legittimo ritenere che l’ermeneutica storica possa contribuire a un recupero
dei valori morali da parte della coscienza personale e collettiva del nostro
tempo? SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI AcosTINO, La città di Dio, Città Nuova, Roma
1978. BERDJAEV N., Il senso della storia, Jaca Book, Milano 1977. CAPPELLO C.,
La visione storica in G.B. Vico, Einaudi, Torino 1946. CASTELLI E., I
presupposti di una teologia della storia, Cedam, Padova 1968. Croce B.,
Filosofia e storiografia, Laterza, Bari 1949. Ip., La storia come pensiero e azione,
Laterza, Bari 1954. DANIELOU J., Saggio sul mistero della storia, Morcelliana,
Brescia 1963. DAWSON CH., Il giudizio delle nazioni, Bompiani, Milano 1946.
FLEISCHER H., Marxismo e storia, Il Mulino, Bologna 1970. HecEL G.W.F., Lezioni
sulla filosofia della storia, Nuova Italia, Firenze 1963. HuBER G., Dio è il
Signore della storia, Massimo, Milano 1982. JaspPERs K., Origine e senso della
storia, Ed. di Comunità, Milano 1982.MARITAIN J., Per una filosofia della
storia, Morcelliana, Brescia 1967. MELCHIORRE V., Il sapere storico, La Scuola,
Brescia 1963. MriccoLI P., Introduzione alla filosofia della storia (con ampia
bibliografia), Paideia, Brescia 1980. MORETTI-COSTANZI T., Il senso della
storia, Alfa, Bologna 1963. MOUNIER E., Cristianità nella storia, Ecumenica,
Bari 1979. ‘PADOVANI U.A., Filosofia e teologia della storia, Morcelliana,
Brescia 1953. PETRUZZELLIS N.-STEFANINI L., JÎ problema della storia,
U.C.I.I.M., Roma. PIEPER J., Sulla fine del tempo, Mortelliana, Brescia 1954.
Pozzo G., Introduzione alla filosofia della storia, C.E.D.A.M., Padova 1973.
RIGOBELLO A., Il futuro della libertà, Studium, Roma 1978. Vico G.B., La
scienza nuova, Nicolini, Bari 1934. 205 Valore e funzione della cultura nello
sviluppo della civiltà Cultura, termine plurisemantico: senso elitario,
pedagogico, antropologico la Capitolo quattordicesimo IL PROBLEMA CULTURALE
QUESTIONARIO PROPEDEUTICO 1. Quale etimologia attribuire alla parola cultura?
2. In quale misura e perché caratterizza la realtà dell’uomo? 3. Si può stabilire
un rapporto tra cultura e civiltà? La cultura « è l'ultimo e più alto mezzo per
il fine ultimo del- l'uomo, ossia la sua più perfetta coerenza con sé medesimo
»} ha affermato Fichte in La missione del dotto (1794), facendosi porta- voce,
già sul finire del XVIII secolo, di una consapevolezza nuova che l'uomo aveva
ormai raggiunto di questa sua radicale dimensione. L'uomo, nella sua storia, ha
sempre fatto cultura poiché egli è un essere essenzialmente culturale oltre che
naturale, ma questa verità è diventata oggetto della riflessione filosofica
soltanto durante gli ultimi decenni. Ciò è accaduto per due ragioni principali:
a) lo sviluppo dell'antropologia culturale come scienza, la quale ha messo in
luce il valore e la funzione che ha la cultura nello sviluppo della civiltà e
nella caratterizzazione dei popoli; b) la crisi epocale che sta attraversando
da qualche tempo la cultura occidentale. È stata so- prattutto questa crisi
radicale a sollecitare uno studio più attento e più approfondito di ciò che è la
cultura in se stessa, per l'individuo e per la società. 1. Definizione «
Cultura » è un termine plurisemantico che storicamente e attual- mente ha tre
significati e tre usi principali che possiamo chiamare elitario, pedagogico e
antropologico. Nel senso elitario cultura si- gnifica una gran quantità di
sapere, sia in generale che in qualche settore particolare. Così, per esempio,
quando si dice che una certa persona possiede una vasta cultura scientifica,
filosofica, artistica, letteraria, ecc. o quando si dice semplicemente che è «
molto colta ». Nel senso pedagogico cultura sta ad indicare l'educazione, la
forma- zione, la coltivazione dell'uomo: è la paideia dei greci, ossia il pro-
cesso attraverso il quale l’uomo (il bambino, il ragazzo, l'adulto) 1 J.G.
FICHTE, La missione del dotto, La Nuova Italia, Firenze 1973, p. 86. 206
perviene alla piena maturazione e realizzazione della propria per- sonalità.
Infine, nel senso antropologico, che è quello che si è andato consolidando nel
nostro secolo, cultura significa quell'insieme di co- stumi, di tecniche e di
valori che contraddistinguono un gruppo so- ciale, una tribù, un popolo, una
nazione: « è il modo di vivere pro- prio di una società » (Taylor). i A noi,
nel presente capitolo, interessano soltanto gli ultimi due significati di
cultura, in particolare il terzo. Ma il secondo e il terzo sono strettamente
legati tra loro: in effetti la cultura è dimensione di un gruppo sociale, di
una società, perché è anzitutto dimensione, proprietà dell'uomo in quanto uomo.
Premesse alcune informazioni sulla storia del problema culturale, gli argomenti
di cui ci occuperemo sono i seguenti: l'uomo come essere culturale, la cultura
come forma spirituale della società, i fondamenti della cultura,
classificazione delle culture, rapporti tra cultura e religione, urgenza del
rinnovamento della cultura. 2. Il problema della cultura nella storia della
filosofia Fino ad un paio di secoli fa il problema culturale coincise sostan-
zialmente con quello pedagogico. Fino all'Illuminismo si concepiva la cultura
essenzialmente come paideia, come formazione della persona e non come struttura
fondamentale della società. Di con- seguenza, il problema culturale veniva
affrontato dalla prospettiva antropologica, ignorando totalmente quella etnologica.
Quanto la filosofia è riuscita a dire della cultura come paideia l'abbiamo
visto nel capitolo riguardante la pedagogia, e qui lo diamo per acqui- sito.
Ora ci interesseremo degli ulteriori sviluppi che ebbe il pro- blema culturale
allorché, a partire dal secolo XVIII, fu affrontato oltre che dalla prospettiva
antropologica, anche da quella etnologica. A prendere coscienza della verità
che la cultura è un feno- meno che interessa oltre che la singola persona anche
il gruppo so- ciale in quanto tale, in quanto essa rappresenta il suo sistema
di vita e costituisce il vincolo che unisce tra loro i membri di un determi-
nato gruppo e li distingue dai membri degli altri gruppi, furono gli
illuministi tedeschi Herder e Humboldt. Questi due filosofi con- cepiscono
entrambi la cultura sia come vincolo spirituale che tiene strettamente uniti
tra loro i membri di una nazione sia come realiz- zazione di un particolare
progetto di humanitas. Secondo Herder l’obiettivo primario della cultura è
l’uomo stesso, la coltivazione dell'uomo per renderlo sempre più uomo e avvici-
narlo all'ideale della umanità, la humanitas. « A questo scopo evi- dente è
organizzata la nostra natura; per esso ci sono dati sensi ed impulsi più
raffinati, per esso ci è data la ragione e la libertà, una salute delicata e
durevole, il linguaggio, l'arte e la religione. In ogni condizione e in ogni
società, l'uomo non può avere altro in vista 207 Cultura: dimensione dell’uomo
in quanto uomo Fino al secolo XVIII coincidenza di cultura e pedagogia Herder e
Humboldt: cultura, vincolo spirituale di un popolo Humboldt: funzione principe
del linguaggio nella cultura Dal XIX secolo si sviluppano l’etnologia e
l’antropologia culturale né può costruire altro che l'umanità, così come la
pensa in se stes- so »? La realizzazione dell'ideale dell'umanità varia da popo
a po- polo, da individuo a individuo, ma progredisce incessantemente stro alla
fine dei tempi. Anche per Humboldt, come per :Herder, la cultura è la forma
spi- rituale di un popolo, di una nazione. Egli insiste soprattutto sulla
funzione che compete alla lingua quale fattore principale della cul- tura. A
suo parere la cultura è una forma spirituale dell'umanità caratterizzata da una
determinata lingua, individualizzata rispetto alla totalità ideale. «
L'individualità divide, ma in una maniera così meravigliosa che proprio
mediante la divisione risveglia il senti- mento dell'unità, anzi appare un
mezzo per costituire questa unità almeno nell’idea [...1. Qui, in modo davvero
meraviglioso, gli viene in aiuto il linguaggio, che unisce anche quando isola e
che, nella veste della più individuale espressione, racchiude la possibilità di
universale intelligenza. Il singolo, dove, quando e come vive, è un frammento
staccato di tutta la sua stirpe, e il linguaggio dimostra e mantiene questo
eterno nesso che guida il destino del singolo e la storia del mondo »} Dopo
Herder e Humboldt e per merito loro, la cultura come forma spirituale della
società diviene un tema importante sia per l'indagine scientifica sia per la
riflessione filosofica. Dalla seconda metà dell'Ottocento in poi gli etnologi e
antropo- logi francesi, tedeschi, inglesi, italiani, americani che si dedicano
allo studio delle civiltà antiche o dei popoli primitivi elaborano teo- rie
generali intorno ai fenomeni della cultura e formulano ipotesi varie circa la
sua origine, il suo sviluppo, i traiti universali, la classificazione,
l'assimilazione, il collegamento fra le parti di una cultura, ecc. Altrettanto
fanno i filosofi. Questi, normalmente {e logi- camente) affrontano e risolvono
i problemi della cultura alia luce dei postulati generali della loro
cosmovisione. Così gli idealisti (Cas- sirer, Croce, Gentile, Husserl) vedono
nella cultura di un popolo le varie tappe della presa di coscienza dell’Assoluto;
i vitalisti (Dil- they e Spengler) considerano la cultura come massima
espressione della vita; i marxisti (Marx e iLenin e i loro seguaci)
interpretano la cultura come rispecchiamento delle condizioni economiche di una
società; gli strutturalisti fanno della cultura un prodotto del Pensiero
inconscio (così Lévi-Strauss e Foucault). I filosofi hanno dibattuto con
vivacità i rapporti della cultura con la politica, la religione e la
tecnologia, giungendo alle soluzioni più disparate: di conflitto, di armonia,
di inclusione, di esclusione, di correlazione, ecc. Ad analoghi risultati è
approdato il dibattito in- torno alla priorità tra cultura scientifica e
cultura umanistica (ma 2 JG. HERDER, /dee per la filosofia della storia
dell'umanità, Il Mulino, Bologna 1971, p. 137 # W. v. HUMBOLDT, « Ueber die
Verschiedenheiten des menschlichen Sprach- baues », in Gesammielte Schriften,
Berlino 1904, vol. VI/1, p. 125 ss. 208 questo è un dibattito che toesa
maggiormente il problema pedago- gico che quello etnologico). In questi ultimi
anni — dopo che la cultura moderna o occi- dentale ha dato segni evidenti di
una crisi profonda, forse irrever- sibile — l’attenzione dei filosofi si è
concentrata maggiormente sui fondamenti della cultura, sui suoi elementi
costitutivi, sulle sue funzioni, sui valori che animano una cultura, sulla
progettazione di una nuova cultura. E se è vero, come perisano molti, che la
cultura moderna ha ormai esaurito le sue risorse e va verso una completa
dissoluzione, allora si deve ammettere che il compito più urgente a cui sono
chiamati attualmente i filosofi è quello di elaborare un nuovo progetto
culturale che risponda alle esigenze della nascente società che dovrà
affrontare e risolvere non più problemi di interesse particolare e locale, ma
problemi di interesse planetario e universale. Per una società planetaria
occorre studiare un progetto di cultura planetaria.‘ 3. L'uomo come essere
culturale Abbiamo già osservato più volte nei capitoli precedenti che l’uo- mo
non è solo un essere naturale ma anche culturale: ciò significa che al momento
della nascita la natura gli dà appena il mirimo ne- cessario, l'essenziale, per
essere uomo e affida a lui stesso il compito di farsi, di formarsi, di
realizzare pienamente il proprio essere me- diante la cultura. L'integrazione
della dimensione naturaie dell'uomo nella dimen- sione culturale viene così
teorizzata da J. Maritain: « Essendo l'uomo uno spirito animatore di una carne,
ia sua natura è di per sé una natura progressiva. Il lavoro della ragione e della
virtù è naturale nel senso che è conforme alle inclinazioni essenziali della
natura umana, di cui mette in moto le energie essenziali. Non è naturale nel
senso che sia dato bell'e fatto dalla natura. [...] La cultura è naturale per
l'uomo nello stesso senso del lavoro, della ragione e della virtù, di cui è il
frutto e il compimento terreno ». Mentre l’animale acquisisce tutto dalla
natura e lungo l'arco della sua esistenza non fa altro che eseguire
puntualmente, istiniiva- mente, meccanicamente, quanto sta iscritto nel suo
DNA, l’uomo riceve dalla natura un DNA che gli spalanca immense possibilità:
col DNA la natura consegna all'uomo un progetto, ed è compito di tutta la sua
vita quello di tradurlo in realtà e di portarlo a compimento. La filosofia classica
(Platone, Aristotele, Zenone, Plotino, ecc.) ‘ ‘Per un'analisi critica di vari
progetti culturali laici e cristiani di rinnova- mento della cultura si veda B.
Mondin, Una nuova cultura per una nuova società, (Analisi della crisi epocale
della cultura moderna e dei progetti per superarla), 2° ed., Massimo, Milano
1983. 5 J. MARITAIN, Religione e cultura, Morcelliana, Brescia 1973, p. 15. 209
Crisi detta cultura e indagine sui suoi fondamenti per un nuovo progetto
culturale Maritain: la cultura è naturale per l’uomo La concezione
naturalistica dell’uomo nel mondo classico La concezione storicistica dell’età
moderna Non tutto l’uomo è opera della cultura La cultura dimensione delia
natura umana considerava l’uomo come essere naturale: costituito di un'essenza
immutabile che gli viene data dalla natura, dalla quale egli deriva non
soltanto le leggi biologiche ma anche i dettami morali: « Agisci secondo natura
» era l'imperativo categorico della filosofia greca. Era chiaramente una
concezione statica dell'uomo, fondata sul pri- mato dell'intelletto sulla
volontà, della contemplazione sull'azione, della natura sulla storia. La
filosofia moderna ha operato una svolta radicale. Essa non vede più nell'uomo
un parto della natura, ma piuttosto un prodotto di se stesso. È la tesi di
Nietzsche, Hegel, Sartre, Heidegger e della maggior parte dei moderni. È una
concezione « storicistica » del- l'uomo, basata sul primato della volontà e
della libertà sulla cono- scenza, della prassi sulla teoria, dell'esistenza
sull'essenza, della storia sulla natura. Sul piano morale non esiste nessun
altro impe- rativo al di fuori di quello di tradurre in atto le proprie
possibilità (la propria potenza!). Tra queste due vie antitetiche c'è però una
terza via: che è quella che considera l'uomo né come essere naturale né come
essere sem- plicemente storico, bensì come essere culturale. Ciò significa che
non tutto l’uomo è prodotto della natura e neppure della storia, ma in parte
della natura e in parte della storia, e questo amalgama tra natura e storia si
chiama cultura. Non tutto l’uomo, però, è opera della cultura. Molto di quanto
c'è in lui proviene dalla natura. Tutta la sua dimensione somatica e bio-
logica è prodotta direttamente dalle forze naturali. Quel piccolo esse- re
umano che viene alla luce dopo nove mesi di gestazione nel grembo della madre è
frutto delle leggi genetiche che la natura ha iscritto nei corpi dei genitori.
Gli organismi e le facoltà di cui sono muniti il bambino e l'adulto provengono
dalla natura. Anche gran numero delle attività somatiche e psichiche che noi
svolgiamo dipendono dal- le leggi della natura. ‘Però gran parte di ciò che noi
possediamo e che facciamo già da bambini di un anno non è frutto della natura
bénsì della cultura. Questa è la caratteristica più rimarchevole, che distingue
immedia- tamente l’uomo dagli animali e dalle piante. Diversamente dagli altri
viventi il cui essere è interamente prodotto dalla natura, l’uomo è in larga
misura l'artefice di se stesso. Mentre le piante e gli ani- mali subiscono
l’ambiente naturale che li circonda, l'uomo è capace di coltivarlo e di
trasformarlo profondamente, adeguandolo ai pro- pri bisogni. La cultura non è
qualche cosa di accidentale per l’uomo, un passatempo, ma fa parte della sua
stessa natura, è un elemento costitutivo della sua essenza. In passato per
distinguere l’uomo dagli altri esseri ci si basava sulla ragione, sulla
volontà, sulla li- bertà, sul linguaggio, ecc. Oggi si è compreso che un
aspetto, una dimensione non meno specifica dell'uomo è la cultura. Questa
carat- terizza l'uomo e lo distingue dagli animali non meno chiaramente della
ragione, della libertà, del linguaggio. In effetti gli animali non 210 hanno
culiura, non sono artefici di cultura: tutt'al più sono passivi ricettori di
iniziative culturali compiute dall'uomo. Per crescere e sopravvivere gli
animali sono muniti dalla natura di certi istinti e di determinati sussidi, sia
a scopo di difesa sia a scopo di prote- zione; invece « l'uomo al posto di
tutte queste cose possiede la ra- gione e le mani, che sono gli organi degli
organi, in quanto col loro aiuto l'uomo può procurarsi strumenti di infinite
fogge per infiniti scopi ».î L'uomo è un essere culturale in due sensi,
anzitutto in quanto è artefice della cultura, ma anche, come s'è visto, in
quanto è lui stesso il primo destinatario e il massimo effetto della cultura.
La cultura, nelle sue due principali accezioni di formazione del singolo (acce-
zione soggettiva) e di forma spirituale della società (accezione ogget- tiva),
ha di mira la realizzazione della persona in tutte le dimensioni, in tutte le
sue capacità. Scopo primario della cultura è coltivare l’uo- mo in quanto uomo,
l’uomo in quanto persona, cioè il singolo uomo, in quanto esemplare unico ed
irripetibile della specie umana. Obiettivo della cultura — in senso
antropologico — è sempre stato quello di fare dell’uomo una persona, uno
spirito pienamente svilup- pato, in grado di portare alla completa e perfetta
realizzazione quel progetto-uomo che la Provvidenza gli ha consegnato. « Fare
di se stessi, dal fanciullo che si è stati da principio, dall'essere mal diroz-
zato che si rischia di rimanere, far nascere l’uomo pienamente uomo, di cui si
intravede l'ideale figura: tale è l'opera di tutta la vita, l’uni- ca opera a
cui questa vita possa essere nobiimente consacrata ».” L'uomo, in quanto essere
culturale, non è prefabbricato: egli deve costruirsi con le proprie mani. Ma
secondo quale progetto? Quale modello, se ce n'è uno, deve tenere davanti agli
occhi? Pla- tone, gli stoici, i neopiatonici dicevano che il suo modello è
l'uomo ideale. I Padri della Chiesa, richiamandosi al Vangelo, hanno pro- posto
come modello l’imago Dei, cioè Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato, il
grande Pedagogo. Qui emerge l'importanza capitale dell'antropologia filosofica
che è l'unica disciplina razionale in grado di determinare chi è l’uomo e di
conseguenza di elaborare quel progetto su cui impostare la col- tivazione
dell'uomo. Spetta infatti all’antropologia filosofica e non alle scienze
particolari rispondere ai grandi quesiti relativi alla na- tura dell'essere
dell'uomo, alla sua origine prima e al suo ultimo destino. L'antropologia
filosofica ha la possibilità di evidenziare la dimensione spirituale dell'uomo
e il suo destino eterno. Essa mette in luce il primato dello spirito sulla
materia, dell'anima sul corpo: verità capitale questa per stabilire con
esattezza le linee di un pro- getto culturale teso alla piena realizzazione
dell'essere dell'uomo. Affinché sia valido, un progetto-uomo deve assegnare il
primato alla $ TomMaso D'AQUINO, S. Theol., I, 76, 5 ad 4 m. ' H.I. MARROU,
Storia dell'educazione nell'antichità, Studium, Roma 1966, p. 139. 211 L’uomo
artefice destinatario ed effetto della cultura L'importanza dell’antropologia
filosofica: delinea il primato della dimensione spirituale La cultura ‘forma
spirituale della società” Elementi costitutivi della cultura: lingua, costumi,
tecniche, valori dimensione spirituale, la dimensione interiore, la dimensione
che riguarda la crescita nell'essere anziché nell'avere. 4. La cultura come
forma spirituale della società L'accezione oggettiva del termine « cultura »
esprime soprattutto la crescita e la creatività del gruppo umano e l'incidenza
che esse assumono nel cammino della storia. « Invece del termine cultura, che
si riferisce allo sviluppo razionale dell'essere umano considerato in generale,
si può ugualmente usare quello di civiltà, che si riferisce a questo stesso
sviluppo, considerato però in un caso eminente, cioè nella produzione della
città e della vita civile, di cui la civiltà è come il prolungamento e lo
sviluppo ».* J. Maritain ci offre con questa riflessione una intelligenza ade-
guata della cultura come caratteristica che specifica, unificandoli e
distinguendoli, i vari gruppi sociali. Così la cultura è ciò che di- stingue un
popolo dagli altri popoli. ‘Intesa come proprietà della società, la cultura
viene definita essenzialmente come « forma spirituale della società » e
descrittiva- mente come quell'insieme « di oggetti materiali, di istituzioni,
di mo- duli di vita e di pensiero che non sono peculiari dell'individuo ma che
caratterizzano un gruppo sociale. [...] La cultura è la vita di un popolo, così
come si formalizza in contatti, in istituzioni, in apparati tecnologici che
sono tipici; essa comprende inoltre concetti, com- portamenti, costumi e
tradizioni caratteristici. [...] La cultura quindi significa tutte quelle cose,
istituzioni, oggetti materiali, reazioni ti- piche alle situazioni, che
caratterizzano un popolo e lo distinguono da altri ».° Da un'accurata analisi
della cultura come forma spirituale di una società risulta che dei molteplici
elementi che la costituiscono (lingua, letteratura, arte, poesia, religione,
istituzioni politiche, giu- ridiche, pedagogiche, sport, macchine, strumenti di
lavoro, costumi, leggi, religioni, riti, miti, valori, ecc.) alcuni sono più
essenziali, altri meno (per esempio la lingua è più essenziale della scrittura,
della matematica; la religione dei riti; i valori morali delle leggi, ecc.) e
così si può giungere alla conclusione che gli elementi costitutivi fondamentali
essenziali per avere una cultura sono quattro: la lin- gua (che sorregge il
pilastro simbolico), le abitudini o i costumi (che sorreggono il pilastro
etico), le tecniche (che formano il pilastro tecnologico) e i valori (che
rappresentano il pilastro assiologico).! * * J. MARITAIN, Op. cit., pp. 15-16.
* W.D. WALLIS, Culture and Progress, McGraw-Hill, New York 1930, p. 32. *
Secondo Malinowski e molti altri antropologi le componenti fondamen- tali della
cultura sono tre: l'economia, la politica e l'educazione. Con queste attività
ogni società riesce a far fronte ai propri bisogni: con l'economia pro- duce,
conserva e usa i beni necessari per il proprio sostentamento; con la po- 212
Per acquisire un'idea più adeguata della cultura è necessario analizzare
l'apporto dato da ciascuno di questi quattro elementi alla formazione della
realtà culturale. 5. Gli elementi fondamentali della cultura Come s'è detto,
gli elementi fondamentali della cultura sono quattro: la lingua, le abitudini,
le tecniche e i valori. Il primo elemento fondamentale è la lingua. Dove non
c'è una lingua non ci può essere una società, non ci può essere una nazione, e
pertanto non si può sviluppare nessuna cultura. La lingua è il pri- mo elemento
che fa uscire il singolo da se stesso e lo mette in comu- nicazione con gli
altri. E il raggruppamento sociale avviene anzi- tutto e soprattutto sulla base
di una lingua. Anche i blocchi etnici che si formano all’interno delle nazioni,
per esempio, degli operai italiani in ‘Germania, dei portoricani negli Stati
Uniti, ecc., hanno per prima causa la lingua. Gli italiani che vanno in
Germania non sanno il tedesco e pertanto continuano ad associarsi con i conna-
zionali che parlano italiano. In tal modo formano dei blocchi in cui si
conserva la cultura e non soltanto la lingua italiana. Ma la lingua da sola non
basta per dare origine ad una determi- nata cultura. Ci sono tanti popoli e
nazioni che parlano la stessa lingua (per esempio, l'inglese è parlato dagli
inglesi, dagli irlandesi, dai canadesi, dagli australiani, dagli americani,
ecc.) ma posseggono una cultura diversa. Occorrono altri elementi. Uno assai
importante oltre la lingua sono le abitudini. Queste possono riguardare tutto:
il cibo, il vestito, il camminare, il gesticolare, l'educazione dei bam- bini,
l'attenzione per gli anziani, le credenze religiose, ecc. Nelle abi- tudini si
incarna e si esprime lo stile di vita di un popolo, il suo modo di concepire e
di affrontare l’esistenza, la visione e l’atteggia- mento peculiare che assume
di fronte alla realtà totale: la natura, la società, la sfera del sacro. Le
abitudini riguardano il comporta- mento in generale e quindi solo in minima
parte cadono sotto l’or- dine morale. Oltre che abitudini comportamentali ogni
gruppo umano svi- luppa delle tecniche di lavoro sue proprie. Queste
corrispondono alle esigenze dell'ambiente, alla capacità, alla creatività e al
livello di civiltà di un popolo. Così gli stessi popoli cacciatori, pescatori,
agricoltori, industriali inventano tecniche differenti per pescare, per litica
regola i rapporti tra i membri del gruppo sociale; con l'educazione adde- stra
e forma i suoi membri secondo gli ideali che sono stati consacrati dalla
tradizione del gruppo. La classificazione del Malinowski è corretta se si con-
sidera la cultura dal punto di vista funzionale (come insieme di attività volte
a provvedere ai bisogni di un gruppo sociale). Se invece si assume il punto di
vista ontologico, che intende cogliere ciò che la cultura come forma specifica
di una società è in se stessa, allora risulta che i suoi elementi costitutivi
es- senziali sono quanto meno quattro: lingua, tecniche, costumi e valori. 213
La lingua mezzo di comunicazione con l’altro Le abitudini: incarnazione della
vita di un popolo Le tecniche: espressione delle esigenze dell'ambiente La
sfera dei valori: “sapienza di un popolo’ La vita: valore primario di ogni
popolo Dibattito sul rapporto tra cultura e altre espressioni simboliche
cacciare, per arare i campi, per lavorare i metalli, ecc. Altrettanto fanno i
sarti, i cuochi, i falegnami, i giocatori, i maestri, ecc. Ogni cultura porta
con sé tutta una serie di stili di ordine tecnico e gli individui che né sono
in possesso mostrano chiaramente di fare par- te del gruppo sociale che
possiede tale cultura. Così dal modo di giocare, di cantare, di dipingere, di
cucinare, ecc., si può facilmente arguire se uno è italiano, francese, russo,
cinese, indiano, ecc. Un altro elemento costitutivo fondamentale di ogni
cultura sono i valori. Ogni cultura si caratterizza per apprezzamenti speciali
in ordine a determinate azioni, abitudini, tecniche, cose. Si tratta di a-
zioni, abitudini, tecniche o cose che rivestono straordinaria im- portanza per
il gruppo sociale, il quale le assume come criteri, come norme, come ideali.
Tutti insieme essi costituiscono la serie dei va- lori. Ogni popolo possiede
una coscienza dei valori, che forma anche ciò che si chiama « sapienza di un
popolo ». Mediante tale « sapien- za » il popolo riconosce, più o meno
intuitivamente, il valore posi- tivo o negativo della realtà, e sa quale deve
essere il suo comporta- mento davanti ad essa. In tutte le culture il primo
posto nella sfera dei valori è occupato dalla vita. La vita è ciò che conta
maggior- mente: è il valore supremo. Gli altri valori come la pace, la giu-
stizia, l'onestà, la bellezza, ecc., sono subordinati ad essa. Le abi- tudini,
le tecniche e il linguaggio circondano la vita come sostegno, come difesa, come
promozione, ecc. Lingua, abitudini, tecniche e valori sono pertanto gli
elementi costitutivi fondamentali di ogni cultura. Sulla base di tali elementi
ogni popolo sviluppa tutti gli altri aspetti che contribuiscono a conferirgli
una sua forma specifica: l’arte, la filosofia, la religione, la scienza, la
letteratura, la politica, ecc. 6. Rapporti tra cultura e religione Nel breve
excursus attraverso la storia del problema culturale abbiamo visto che
nell'ultimo secolo ci sono state vivaci dispute intorno ai rapporti tra la
cultura e le altre espressioni simboliche {scienza e religione in particolare),
economiche e politiche della società. In realtà molti di questi problemi sono
stati mal posti e il loro conflitto è stato determinato dal fatto che essi
erano espressioni di presupposti teorici e ideologici molto diversi,
determinati proprio dall'ambiguità del termine cultura, ai quali abbiamo già
fatto rife- rimento: cultura come erudizione, come formazione (educazione),
come struttura (forma spirituale della società). ° Chi tiene conto della
condizione piurisemantica del termine cul. tura si avvede immediatamente che
mettere a confronto la scienza (oppure la politica) con la cultura è una cosa
possibile e legittima se il termine cultura viene inteso nel primo oppure nel secondo
sen- 214 so, perché si tratta di dimensioni o complessi totalmente distinti;
mentre la cosa diviene impossibile e assurda se la cultura viene presa nel
terzo senso; perché secondo questo senso essa ha un valore on- ninclusivo:
abbraccia tutte le espressioni tipiche di un gruppo socia- le, tutti i suoi
prodotti e quindi anche la scienza e la politica. In tal caso domandare che
rapporti intercorrono tra scienza e cultura oppure tra cultura e politica come
se si trattasse di due regni di- stinti o di due edifici separati è incorrere
in un inutile sofisma. Con questo non intendo sostenere che quando il termine
cultura viene usato in senso etnologico la questione risulti del tutto impro-
ponibile. La questione è proponibile purché si tenga presente che essa riguarda
i rapporti di una parte col tutto; in questo caso i rap- porti della politica
oppure della scienza come parti della cultura. Posta in questi termini la
questione ha senso e ha anche un peso non indifferente, perché tocca un
problema assai importante, e cioè: quale ruolo compete alla scienza oppure alla
politica o alla tecnologia in seno al vasto regno della cultura, È in questi
termini che intendiamo sollevare qui una questione che ha diviso profondamente
gli spiriti in Italia e altrove da oltre un secolo: la questione dei rapporti
tra cultura'‘e religione. Nel capitolo dedicato al problema religioso abbiamo
visto come dopo Kant la religione sia stata sottoposta a tutta una critica
serrata: partendo da posizioni differenti, i materialisti, i vitalisti, gli
psica- nalisti, gli esistenzialisti, i neopositivisti, gli strutturalisti hanno
cercato di demolire tutte le basi razionali della religione, conside- randola
un'interpretazione del mondo infantile, non scientifica, alie- nante e
degradante. Queste interpretazioni marcatamente illuministe e razionaliste del
fenomeno religioso non potevano non pregiudicare seriamente la questione dei
rapporti tra cultura e religione. Così i pensato- ri che si occuparono di
questo problema da Nietzsche in poi, men- tre non potevano negare che nelle
culture tradizionali la religione aveva sempre occupato un posto importante e
aveva svolto un ruolo fondamentale, sostenevano quasi tutti che essa aveva
ormai esau- rito la sua funzione storica ed era giunto il momento di dare alla
società una cultura senza religione. Questa tesi dei filosofi — favo- rita
indirettamente dalle scoperte della scienza e dalle conquiste della tecnologia
— fece presa su molti spiriti, che l'accolsero come il nuovo vangelo (il
vangelo dell’ateismo). In breve tempo, la reli- gione, ignorata dalle
manifestazioni pubbliche e sociali della vita, fu ridotta ad una questione
personale, ad un affare privato. Così la religione è scomparsa dalla cultura
come forma spirituale della so- cietà. Ma è proprio vero che il sodalizio tra
cultura e religione si è di- sciolto per sempre e che, in futuro, la religione
non troverà più posto nella cultura come sua componente fondamentale? Molti an-
tropologi culturali e molti filosofi lo negano. Per citare soltanto 215 La
cultura come valore onninclusivo La cultura e il ruolo delle diverse scienze
Rapporto tra cultura e religione Cultura moderna e contemporanea: esaurimento
della funzione storica della religione La religione: esigenza della cultura La
religione come garante dei valori assoluti e fondamento della cultura la
dignità che loro com- pete. Da ciò risulta che tra cultura e religione non si
dà nessuna incom- patibilità e si comprende per quale motivo in tutte le
culture tradi- zionali la religione rappresenta la dimensione primaria,
dominante. È in effetti la religione che facendo da sostegno ai valori
assoluti‘ garantisce un sicuro fondamento anche a tutti gli altri elementi del
vasto edificio della cultura. Pertanto, per passare dalla filosofia alla storia
dei giorni nostri, si può dire che la nostra società secolarizzata ed atea, se
vuole uscire dalla crisi epocale che la divora, deve restituire alla religione
quel 216 la nuova cultura non vuole ricadere nell'errore gravis- simo della
modernità che ha coltivato l’immanenza con l'esclusione della trascendenza,
allo stesso tempo non vuole neppure ricadere nell'errore della cultura
cristiana medioevale e delle culture orientali che hanno coltivato la
trascendenza a spese dell’immanenza. CONCETTI DA RITENERE — Significato
elitario, antropologico, pedagogico di cultura — Accezione soggettiva e
accezione oggettiva di cultura SINTESI CONTENUTISTICA I. DEFINIZIONE 1. Ii
problema culturale si è affermato negli ultimi decenni per lo sviluppo
dell'antropologia culturale e per !a crisi epocale che attualmente la nostra
civiltà sta vivendo. 2. Cultura è un termine plurisemantico con tre significati
e tre usi prin- ‘cipali: — elitario: la cultura come quantità di sapere
generale o specifico. — pedagogico: la cultura indica l'educazione globale e
progressiva del- Yuomo. — antropologico: ba cultura è l'insieme dei costumi,
tecniche e valori che contraddistiaguono un gnippo sociale, una tribù, un
popolo, una nazione. Il. lL PROBLEMA DELLA CULTURA NELLA STORIA DELLA FILOSOFIA
1. Fino all’illuminismo si concepiva la cultura essenzialmente come paideia,
formazione della persona. Il problema veniva quindi affrontato solo in pro-
spettiva antropologica ignorando auella etnologica. 2. Herder e Humboldt,
illuministi tedeschi, presero coscienza che la cul- tura è un fenomeno che
riguarda anche il gruppo sociale: la cultura è sia il vincolo spirituale che
tiene uniti i membri di una nazione sia la realizzazione di un particolare
progetto di humanitas. 3. Dalla seconda metà dell’’800 in poi gli etnologi e
antropologi, sia europei che americani, elaborano teorie generali sui fenomeni
culturali e formulano ipotesi sull'origine, lo sviluppo, i tratti universali,
la classificazione, l'assimila- zione, il collegamento tra le parti di una
cultura. 217 Una nuova cultura della trascendenza 4. I filosofi affrontano e
risolvono i problemi della cultura a partire dalla loro visione della realtà: —
Idealisti (Cassirer, Croce, Gentile, Husserl): Ja cultura di un popolo è
segnata dalle varie tappe del processo di autocoscienza dell'Assoluto. —
Vitalisti (Dilthey, Spengler): la cultura è la massima espressione della vita.
— Marxisti (Marx, Lenin, ecc.): la cultura è rispecchiamento delle condi- zioni
economiche di una società. — Strutturalisti (Levi-Strauss e Foucault): la
cultura è prodotto del Pen- siero inconscio. 5. Negli ultimi anni l’attenzione
dei filosofi si è concentrata maggiormente sui fondamenti della cultura, sui
suoi elementi costitutivi, sulle sue funzioni, sui valori che la animano, sulla
progettazione di una nuova cultura. I caratteri planetari del nostro tempo
prospettano l'esigenza di una cultura planetaria, III. L'UOMO COME ESSERE
CULTURALE 1. La filosofia moderna ha integrato la concezione classica dell'uomo
come essere naturale con l'affermazione che egli è anche essere culturale:
diversa- mente dagli altri viventi, il cui essere è interamente prodotto dalla
natura, l'uomo è in larga misura l'artefice di se stesso. La cultura è elemento
costitu- tivo della natura umana. 2. La cultura nelle sue due principali
accezioni di formazione del singolo (accezione soggettiva) e di forma
spirituale della società (accezione oggettiva) ha lo scopo di realizzare l’uomo
in tutte le sue dimensioni e capacità. 3. Esiste pertanto una profonda
interazione tra cultura e antropologia filo- sofica, poiché è quest'ultima che
fornisce alla prima le linee secondo le quali tracciare il suo progetto-uomo.
IV. 'LA CULTURA COME FURMA SPIRITUALE DELLA SOCIETÀ E I SUOI ELEMENTI FONDA-
MENTALI 1 La cultura è anche l'insieme di quei caratteri che specificano,
unifican- doli e distinguendoli, i vari gruppi sociali. In questa prospettiva
la cultura rap- presenta la vita di un popolo nella sua peculiare identità. 2.
L'analisi degli elementi, che costituiscono la cultura come forma spiri- tuale,
ha fatto giungere alla conclusione che gli elementi costitutivi fondamen- tali
di una cultura sono quattro: la lingua {che sorregge il pilastro simbolico), i
costumi (che sorreggono il pilastro etico), le tecniche (che formano il
pilastro tecnologico), i valori (che rappresentano il pilastro assiologico). 3.
La lingua è il primo elemento che fa uscire il singolo da se stesso e lo mette
in comunicazione con gli altri. Il raggruppamento sociale avviene anzi- tutto e
soprattutto in base alla lingua. 4. Le abitudini o costumi incarnano ed
esprimono lo stile di vita di un popolo, il suo modo di concepire la vita, la
sua visione della natura, della so- cietà, del sacro. 5. Le tecniche
corrispondono alle esigenze dell'ambiente, alla capacità, alla creatività, al
livello di civiltà di un popolo. Ogni cultura porta in sé una serie di stili di
ordine tecnico e gli individui che ne sono in possesso mostrano chia- ramente
di fare parte del gruppo sociale che possiede tale cultura. . 6. I valori sono
caratterizzati da azioni, abitudini, tecniche e cose che rive- stono
straordinaria importanza per il gruppo sociale, che li assume come cri- teri,
norme, ideali. In tutte le culture il primo posto nella sfera dei valori è
occupato dalla vita. 7. Sulla base degli elementi fondamentali ogni popolo
sviluppa tutti gli altri aspetti che generano la sua identità: arte, filosofia,
religione, scienza, let- teratura, politica, ecc. 218 V. RAPPORTI TRA CULTURA E
RELIGIONE 1. Nel passaggio dalla cultura moderna alla cultura contemporanea la
reli- gione, progressivamente soppressa dalle manifestazioni pubbliche e
sociali della vita e relegata alla sfera della dimensione privata, è scomparsa
dalla cul. tura come forma spirituale della società. 2. Tillich, Maritain,
Dawson, Niebuhr, Croce, Berger, Luckmann, Guardini, Toynbee sostengono che la
religione ricomparirà nell'orizzonte culturale del- l'uomo: infatti la
scomparsa della prima determina la disgregazione del secondo. 3. La stessa
essenzialità dei valori nella struttura costitutiva della cultura richiede uno
stretto rapporto tra cultura e religione, poiché solo quest’uitima è in grado
di garantire ai valori quella assolutezza e quella dignità che compete loro. La
religione sostenendo i valori assoluti garantisce inoltre anche tutti gli altri
elementi del vasto edificio della cultura. QUESTIONARIO DI VERIFICA E
DISCUSSIONE 1. Che cosa è la cultura e quali significati gli si può dare? 2.
Perché l'uomo è chiamato essere culturale? ù 3. Quali sono gli elementi
fondamentali della cultura? 4. Quali possono essere considerati i caratteri più
propri della cultura contemporanea? 5. Quale rapporto ci può essere ira cultura
e storia e tra cultura e re- ligione? 6. Una cultura planetaria a quale
progetto-uomo dovrebbe guardare? 7. Quali valori, che possono dirsi smarriti,
l'uomo del terzo millennio do- vrebbe impegnarsi a riconquistare? SUGGERIMENTI
BIBLIOGRAFICI ABBAGNANO N., L’uome progetto 2000, Dino Editore, Roma 1980.
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Capitolo quindicesimo IL PROBLEMA DEI VALORI. O ASSIOLOGICO QUESTIONARIO
PROPEDEUTICO 1. Quale significato dare alla parola « valore » e che cosa
possono rappre- sentare i valori nelia vita dell’uomo? 2. In che rapporto
stanno essi con la realtà? Perché oggi si parla di « crisi di valori »? Il
problema dei valori ha assunto nel nostro tempo particolare rilievo. La
coscienza dei valori assoluti e perenni quali la verità, la bontà, l'essere,
l'amore, la vita, la giustizia, l'onestà sembra essersi offuscata. ‘La nostra
cultura appare caratterizzata da un diffuso rela- tivismo etico, in nome del
quale la condotta è regolata dal cri- terio dell'utile e del piacere
individuale, piuttosto che dal riferi- mento ai valori oggettivi e universali.
Tuttavia la strada di ritorno verso i valori sembra essere ria- perta proprio
dal malessere esistenziale provocato dalla loro per- dita, cosicché oggi
l'assiologia,) ovvero la scienza dei valori, è colti- vata più che nel passato.
Un tempo, infatti, il compito proprio dell'assiologia era svolto dalla
metafisica, scienza delle « cause ultime », dell’« assoluto », dei « principi
supremi », delle « questioni fondamentali ». Il tramonto della metafisica
nell'orizzonte speculativo dell'età moderna e con- temporanea ha provocato il
progressivo emergere dell’assiologia che, cercando di comprendere la natura dei
valori assoluti e di verificarne la consistenza ontologica, realizza di fatto
le stesse funzioni della metafisica. Essa si colloca pertanto tra le forme più
elevate del sapere umano. In questo capitolo, dopo un breve excursus attraverso
la storia dell’assiologia, ci occuperemo delle seguenti questioni: che cosa
sono i valori in se stessi? Nell’universo che ci circonda che posto occupano?
Quali sono le loro proprietà e le loro funzioni? Qual è la facoltà con cui
percepiamo i valori? C'è una gerarchia nel mondo dei valori? Si può operare
rina classificazione dei valori? Quali sono i valori che contano di più?
Esistono anche valori assoluti? Quali sono? ' Il termine assiolcgia ritrova la
sua etimologia nell’aggettivo greco acsios, che significa « valido », « degno
». Indica quindi in senso proprio la riflessione su ciò che è degno di pieno
riconoscimento da parte della coscienza umana. 221 Importanza attuale de!lo
studio dei valori L’assiologia al posto della metafisica Recente fondazione del
problema: la transvalutazione di Nietzsche Lotze: regno dei fatti; regno delle
leggi universali; regno dei valori Hartmann e l’ultrarealismo: sussistenza dei
valori 1. Informazioni storiche sull’assiologia Dei grandi problemi filosofici
quello dei valori è stato messo a tema per ultimo. ‘Esso è diventato oggetto di
analisi sistematica ed approfondita — dando origine a quella nuova disciplina
che porta il nome di assiologia — soltanto dopo che Nietzsche tentò la famosa
operazione della trasvalutazione dei valori con la quale cercava di trasformare
la gerarchia dei valori tramandata dalla cultura greca e dal cristianesimo.
Nietzsche, infatti, cercò di demolire tutti i valori assoluti della logica
(verità), della morale (virtù), della metafisica (essere) e della religione
(Dio) facendo vedere che essi erano valori decadenti e alienanti: un vero
blocco sulla strada che conduce l’uo- mo verso il traguardo del super-uomo. Al
posto dei valori assoluti della logica, della morale, della religione e della
metafisica collocò i valori dinamici e mutevoli della vita, una vita che
accetta fatalistica- mente e innocentemente se stessa in tutte le sue
espressioni. Si può quindi affermare che l’assiologia è nata con Nietzsche
anche se il suo padre effettivo è un suo contemporaneo: Rudolf H. Lotze
(1817-1881). Questi nel suo capolavoro, Microcosmo, distin- gue tre regni di
ricerca: regno dei fatti, regno delle leggi universali, regno dei valori. I
primi due riguardano soltanto i mezzi, il terzo i fini. I primi due sono
studiati dalla ragione col metodo analitico e possono essere considerati in
prospettiva meccanicista. Il terzo è appreso dal sentimento e implica
necessariamente una prospettiva spiritualista. Infatti, fondamento ultimo di
tutti i valori e valore assoluto esso stesso è Dio: « La realtà vera che è e
dev'essere non è la materia e neppure l'Idea hegeliana, ma lo spirito vivente e
per- sonale di Dio ». Sulla linea realista tracciata da Lotze si mossero
Rickert, Eucken e Hartmann. Nicolaj Hartmann (1882-1950) per quanto concerne lo
statuto ontologico dei valori professa una specie di ultrarealismo. I valori, a
suo giudizio, non hanno fondamento né nell'uomo né in Dio, bensì in se stessi:
sono sussistenti alla pari delle Idee di Platone; essi sono dotati di aseità
(Ansichsein). Il valore sussiste indipendentemente ? La filosofia dei valori
(l'assiologia) si costituì come disciplina autonoma solo dopo Nietzsche, ma
spunti di filosofia dei valori si possono rinvenire lungo tutto il corso della
storia della filosofia: in quella greca (Platone e Plotino in particolare), in
quella medioevale (Tommaso e Bonaventura) e in quella moderna (Pascal e Kant).
Quanto a Nietzsche, a giudizio di Heidegger, il suo pensiero è essenzialmente «
una metafisica dei valori ». La metafisica nietzschiana comprende due momenti,
negativo e positivo. Nel primo «i valori supremi vengono svalutati ». Quei
valori che sono stati ritenuti dalla tradizione del pensiero occidentale come i
più alti (l'essere, il vero, il buono, il bello, ecc.) vengono svuotati del
significato fondamentale che avevano man- tenuto nel corso dei secoli. Il
momento positivo è quello in cui Nietzsche opera il « capovolgimento ». Valore
è per Nietzsche tutto ciò che contribuisce al mantenimento e all'aumento della
durata della vita, la quale per svolgersi dispone di un solo mondo: il mondo
materiale e storico. 222 dall'essere riconosciuto, così come due più due
continua a fare quat- tro anche se nessun uomo ne avesse coscienza. Un altro
argomento a favore della autonomia dei valori risulta dal fatto che ci si può
sbagliare e anche riconoscere d'aver sbagliato nella valutazione dei valori: «
Non il valore bensì la percezione del valore è variabile ». Hartmann però
rifiuta di dar consistenza ontologica ai valori fon- dandoli in Dio, perché Dio
non esiste né può esistere se l’uomo è li- bero. Secondo Hartmann l’esistenza
di Dio renderebbe impossibile la libertà e la responsabilità dell’uomo, quindi
il valore morale. Alla interpretazione « realista » dei valori si opposero
Ehrenfels e altri filosofi tedeschi che sostennero la tesi contraria. Secondo
Christian von Ehrenfels (1859-1932) i valori sono semplici stati soggettivi. In
un primo tempo li identificò con il desiderio; succes- sivamente incluse come
componente essenziale anche la « deside- rabilità »; cosicché il valore
comprende sia il desiderio in atto di ciò che non si possiede sia la
desiderabilità, cioè il desiderio poten- ziale che sorgerebbe se si venisse a
conoscere un determinato oggetto o se se ne fosse privi. Pertanto « il valore —
afferma Ehrenfels — è una relazione tra un oggetto e un soggetto, per cui il
soggetto o desi- dera effettivamente l'oggetto, o lo desidererebbe nel caso che
fosse informato della sua esistenza ». La tesi secondo cui i valori sono
semplicemente degli stati soggettivi (gusti personali) — tesi soggettivista —
fu categoricamente respinta e vigorosamente criticata da Max Scheler
(1874-1928), mas-' simo assiologo del secolo XX. Discepolo di Eucken, Scheler
subì so- prattutto l'influsso di Husserl, dal quale apprese il metodo fenome-
nologico, di cui fece largo impiego nella elaborazione della sua filo- sofia
dei valori. La sua opera principale si intitola Der Formalismus in der Ethik
und die materiale Wertethik (Il formalismo in etica e l'etica materiale dei valori),
« l'opera di gran lunga più significativa apparsa da molto tempo »
{Hildebrand). In effetti, l’analisi fenome- nologica della esperienza morale
effettuata da Scheler assumendo la prospettiva assiologica è stata tra le più
fertili del pensiero con- temporaneo. Mediante i’elaborazione di un'etica dei
valori, in cui si rivendica a questa entità una dimensione ontologica che
sfugge a tutte le minacce dello psicologismo, Scheler sottrae la morale a
quelle visioni soggettiviste o positiviste che erano diventate di moda alla
fine dell'Ottocento: nominalismo, psicologismo, pragma- tismo, formalismo
kantiano, idealismo neokantiano, positivismo, ecc. Scheler definisce i valori
come « oggetti autenticamente oggettivi, disposti in ordine eterno e gerarchico
». La sua assiologia si carat- terizza pertanto come realista è come gerarchica
(in forza della stes- sa definizione che egli offre dei valori) ed inoltre come
personalista e teocentrica. ‘Per fissare la gerarchia dei valori Scheler
suggerisce i criteri se- guenti: durata, indivisibilità, fondamentalità,
soddisfazione e grado di relatività. I valori sono tanto più alti quanto più
durano e quanto 223 — Dio rende impossibile il valore morale Von Eherenfelds:
soggettività dei valori e desiderabilità Scheler: — etica dei valori e
fondazione ontologica — assiologia realistica, gerarchica, teocentrica — valori
sensibili, vitali, spirituali, religiosi — modello personale — concretezza del
valore — fondamento e garante dell’oggettività dei valori è Dio (teocentrismo)
La diffusione dell’assiologia dalla Germania all’Europa sono indivisibili, cioè
mentre la partecipazione di più individui a beni di carattere materiale (per
esempio, una torta) è possibile sol tanto mediante la suddivisione di tali
beni, vi sono opere di eultura e di arte per le quali la fruizione di più
individui non richiede tale divisione. Ancora, i valori sono tanto più alti
quanto è più profonda la soddisfazione da essi prodotta. Inoltre, il valore che
fonda è ovviamente più alto rispetto al valore fondato. Infine, ci sono valori
relativi a determinate sfere, come per esempio i valori vitali, e va- lori
assoluti, cioè indipendenti da una determinata sfera, come per esempio i valori
morali. Grazie a questi criteri Scheler fissa una gerarchia dei valori che comprende
quattro livelli: valori sensibili (gradevole-sgradevole), valori vitali
(salute-malattia), valori spiri- tuali (vero-falso, buono-cattivo, ecc.),
valori religiosi (saero-profano, beatitudine-infelicità, ecc.). La terza
caratteristica dell’assiologia scheleriana è di essere per- sonalista. Nella
prefazione alla seconda edizione di Der Formali- smus ha scritto: « Il
principio fondamentale secondo cui tutti i va- lori debbono essere subordinati
al valore di persona [...] è così im- portante per l’autore che egli, nel
titolo del libro, ha anche qualif- cato il suo saggio come un “nuovo tentativo
di personalismo” ». Il carattere personalista della assiologia scheleriana
emerge anche dalla teoria dei modelli personali. Secondo Scheler ai valori
danno sostanza, concretezza, si potrebbe dire corporeità, i modelli perso-
nali. Così, per apprezzare e seguire il valore-giustizia, occorre guar- dare al
Giusto, per il valore-fortezza all'Eroe, per il valore-santità al Santo, ecc.
La quarta caratteristica dell’assiologia scheleriana è di essere feocentrica.
Per Scheler Dio occupa il primo posto sia come persona sia come valore e fa da
fondamento e da sostegno di ogni altra per- sona come pure d'ogni altro valore.
« Tutti i valori possibili — scrive Scheler — sono fondati sul valore di uno
Spirito infinito e sul “mon- do dei valori” che gli sta di fronte. Gli atti,
che comprendono i valori, in tanto comprendono valori assolutamente oggettivi
in quanto ven- gono compiuti “in” Lui, e i valori sono valori assoluti soltanto
in quanto compaiono in questo regno ». Dal purito di vista fenomeno- logico Dio
fonda tutti i valori in quanto lui solo può assicurare loro quell’assoluta
oggettività che non può essere garantita mediante una misura valutativa
semplicemente umana: soltanto il valore del sa- cro fa sì che l’assiologia
trascenda la sfera antropomorfica e a for- tiori quella vitalista. Gli sviluppi
più importanti e più originali dell’assiologia ebbero dunque luogo in Germania
per merito dei filosofi che abbiamo ricor- dato. Successivamente il problema
assiologico destò l'interesse an- che di filosofi italiani (Stefanini e Prini),
francesi (Lavelle e Le Senne), spagnoli (Ortega y Gasset), argentini (Derisi),
inglesi (Moore), americani (Dewey), ecc. Qui noi riferiremo ancora brevemente
sul 224 pensiero di Lavelle e Le Senne in quanto, a nostro avviso, offrond
spunti interessanti per la soluzione del problema assiologico. Per Louis
Lavelle (1883-1951) il problema assiologico ha un carattere essenzialmente
metafisico. Il fatto contingente che talune filosofie dei valori abbiano
assunto un carattere antintellettualistico, sentimentalistico e irrazionale,
non deve interferire col genuino pro- blema del valore, il quale, al di fuori
di ogni moda di tempi e di luoghi, è di competenza della metafisica. Il
principio supremo della metafisica teorizzata da Lavelle è l’es- sere, la cui
essenza è atto, inteso come perfezione assoluta, efficacia pura, sorgente di
ogni determinazione e di ogni valore. Da questo principio si snoda la teoria assiologica
del Lavelle. Se « l'essere alla sua radice è atto, cioè interno a se medesimo;
se è un sé che è anche un per sé, è evidente che c’è identità fra l'essere e la
sua giustifi- cazione. Di qui l'impossibilità di staccare l’ontologia
‘dall’assiolo- gia ». Non a caso la filosofia classica aveva accostato, fino a
confon- derle, le due nozioni dell'essere e del bene. Approfondendo il concetto
di valore, Lavelle osserva che il va- lore non si identifica col bene, tuttavia
esso ha col bene un rapporto analogo a quello che ha l’esistenza con l'essere.
Come l'esistenza è l'essere in quanto si incarna e diventa concreto, così îl
valore è il bene in quanto riferito a un oggetto di cui facciamo uso, a una vo-
lontà che si sforza di coglierlo; e come l’esistenza è l'essere in quanto
riceve una forma interiore e individuale, così il valore è il bene, in quanto
implica un'attività che tende a realizzarlo. Perciò, mentre il bene ha sempre
un carattere assoluto, il valore ha un carattere re- lativo. Ma — avverte Lavelle
— su questa relatività del valore oc- corre essere cauti: infatti il valore è
nelle cose ciò che esprime la loro relazione all'assoluto; è ciò che permette
di elevare all’asso- luto ogni cosa relativa. Pertanto il valore non è una
proprietà statica ma fortemente dinamica: esso provoca il soggetto e lo tra-
scina all’azione. « L'errore più grave — dichiara Lavelle — è pen- sare che il
valore sia un oggetto che si contempla, mentre al contrario è sempre un'azione
da farsi e una pratica da seguire ». Nel suo Breviario di metafisica
assiologica René Le Senne respinge sia il naturalismo sia il nichilismo, e si
oppone sia al sociologismo sia allo psicologismo per affermare ad un tempo tan-
to la trascendenza quanto l'immanenza, sia il carattere oggettivo che soggettivo
dei valori: « Il valore deve, per la sua origine, esserci tra- scendente », ma
« tale estrinsecità resterebbe sterile se il valore non fosse fatto per
discendere nella nostra esperienza: tale discesa può essere spirituale solo
grazie al concorso degli spiriti umani per i quali il valore deve rendersi
attuale. [...] Il valore universale deve rinfrangersi e persino frazionarsi
secondo la diversità di sfu- mature e la profondità dei tagli consentiti
dall'unità e dalla moltepli- cità relativa degli spiriti ». Della filosofia dei
valori si sono occupati anche vari neotomisti: 225 Lavelle: — assiologia e
ontologia: identità tra l'essere e la sua giustificazione (carattere
metafisico) — rapporto analogico tra essere e bene Le Senne: trascendenza del
valore I neotomisti: oggettività e fondazione ontologica del valore Difficoltà
di definire il valore Il valore in economia, in etica, in ontologia Wittmann,
Rintelen, De Finance, Derisi, ecc. Questi filosofi difendono l'oggettività dei
valori e escludono sia l’interpretazione psicologistica che riduce i valori a
meri sentimenti personali sia l’interpretazione ultrarealistica che fa dei
valori realtà sussistenti analoghe alle Idee platoniche. Il valore ha carattere
oggettivo in quanto si fonda sul- l'essere. Però, a giudizio di questi
filosofi, il valore non costituisce una proprietà trascendentale dell'essere
distinta dal bene: sostan- zialmente il valore si identifica col bene, anche se
connota più del bene una relazione al soggetto, all'uomo. In effetti, « il valore,
qua- lunque esso sia, non ci si rivela pienamente che nell'atto in cui è
effettivamente amato, stimolato, desiderato, ecc. [...] Nel desiderio e
nell'amore in atto, e lì soltanto, il bene — esercitando la sua causalità
propria — si manifesta e diviene, per il soggetto, in “atto ultimo” un valore »
(De Finance). 2. Definizione del valore Come tante altre parole dense di
significato (ente, realtà, verità, tempo, onore, ecc.) anche la parola « valore
» a prima vista sembra chiara, quasi ovvia; ma poi, ad una considerazione più
attenta ed approfondita, essa risulta nebulosa, oscura, difficile a definirsi.
« Il senso esatto di valore — osserva André Lalande — è difficile da de- finire
rigorosamente perché il più delle volte questa parola esprime un concetto
instabile, un passaggio dal fatto al diritto, dal desiderato al desiderabile »
Nella lingua italiana essa possiede tre significati principali: eco- nomico,
etico, ontologico. In economia significa « danaro »; in etica indica la virtù
con cui si affrontano gravi pericoli e si compiono grandi imprese; in ontologia
dice la qualità per cui una cosa possie- de dignità ed è, quindi, degna di
stima e di rispetto: « valore — in questo senso — è ciò per cui un essere è
degno di essere, un'azione è degna di essere compiuta ».* Di questi tre
significati quello che interessa quando si affronta il problema assiologico è
soprattutto l'ultimo, che è senza dubbio il più importante, ma anche il più
oscu- ro, il più problematico, il più disputato. Il suo regno è vastissimo: infatti,
tutto ciò che è ritenuto prezioso, e che in qualche modo può contribuire al
perfezionamento dell'uomo o come singolo o come es- sere sociale, merita stima
ed è perciò un valore. Dalla complessità delle questioni relative alla
categoria del valore, come risulta anche dall’excursus storico
precedente,.quello che ha dato luogo alle dispute più accese e alle soluzioni
più di- sparate è il problema dello statuto ontologico dei valori. Per questo
»? A. LALANDE, Dizionario critico della filosofia, ISEDI, Milano 1971, p. 977.
‘ R. GUARDINI, Libertà, grazia, destino, Morcelliana, Brescia 1957, p. 85. 226
e anche perché la sua soluzione condiziona praticamente la soluzione di tutti
gli altri problemi, lo affrontiamo per primo. 3. Lo statuto ontologico dei valori
La questione dello statuto ontologico dei valori si domanda che cosa sono i
valori in se stessi: sono entità reali, oggettive come una casa, un tavolo, il
Monte Bianco, la luna; oppure sono realtà fittizie, semplici aspirazioni
soggettive o ideali astraiti, come una montagna d'oro oppure una società seriza
classi? Qui vale la pena precisare che la questione riguarda la categoria del
valore in generale e non valori singoli (come la bontà, la verità, la persona,
ecc.). Ed è chiaro che si tratta di due problemi distinti come chiedere chi è
l’uomo è certamente altra cosa dal domandarsi chi è ‘Pietro, Paolo o Giovanni.
D'altronde la questione dello statuto ontologico espressa in forma generale ha
senso solo con riferimento al valore in generale, perché solo ad essa si può
dare una risposta univoca. Se si solleva con riferimento alle singole cose che
sono dotate di dignità assiologica, si possono ottenere un'infinità di ri-
sposte, perché ci sono valori reali e valori possibili, valori concreti e
valori astratti, valori spirituali e valori materiali, ecc. Dall’excursus
storico risulta che tre sono le principali soluzioni che sono state daie alla
questione dello statuto ontologico dei valori. La prima afferma che sono entità
oggettive, sussistenti in se stesse (Lotze, Windelband, Scheler, Hartmann). La
seconda sostiene che i valori sono semplicemente dei sentimenti e perciò non
hanno nes- suna realtà propria, ma esistono esclusivamente come fenomeni sog-
gettivi, come disposizioni o aspirazioni della psiche (Meinong, Ehren- fels,
Freud). La terza considera il valore né come una entità a sé stante né come un
fenomeno soggettivo, bensì come una proprietà trascendentale dell'essere e lo
identifica generalmente con il classico trascendentale del bene (De Finance,
Lavelle, Hammer). A mio avviso nessuna di queste tre soluzioni è adeguata,
anche se ciascuna esprime una parte di verità. La verità parziale sottolineata
dalla prima è l’obiettività del valore; quella messa in luce dalla seconda è il
suo rapporto col soggetto, l'uomo; quella indicata dalla ierza è il suo
rapporto col bene. Si tratta effettivamente di tre pro- prietà dei valore, ma
nessuna di esse esaurisce tutta la sua realtà. Ma, allora che cosa è il valore
in se stesso? Il valore è un trascen- dentale, come afferma la terza teoria,
cioè è una qualità che appar- tiene all'essere in quanto tale, e perciò è
presente in ogni cosa come gli altri trascendentali (unità, bontà, verità,
bellezza). È una pro- S Per le posizioni personali della maggior parte degli
autori ricordati in questo capoverso si veda: C. Rosso, Figure e dottrine della
filosofia dei valori, Guida, Napoli 1973. 227 I valori: entità reali o
fittizie? Il problema vale per il valore in generale Tre soluzioni: — entità
oggettive- sussistenti — sentimenti — proprietà trascendentale dell'essere Il
valore: proprietà dell’essere Il valore è un trascendentale a sé Proprietà
comuni agli altri trascendentali: — coestensività — convertibilità prietà
trascendentale e non predicamentale: è cioè una proprietà universale che
accompagna tutte le cose e non è ristretta ad una sola classe di esseri, ad una
sola categoria. Il valore è un trascendentale perché di tutte le cose si può
chiedere sensatamente se è un valore: dell’aria come dell’acqua, del sole come
delle stelle, di una bambola come di un pallone, di un libro come di un quadro,
di una capra come di un elefante, di un fiume come di una montagna, ecc. Mentre
non si può sensatamente chiedere se il fiume è una montagna, se la capra è un
elefante, ecc. Nel regno dei trascendentali il valore occupa un posto a sé,
distinto da quello occupato dal bene, dal vero, dal bello. Infatti il valore è
la dignità di una cosa, non la verità, non la bontà e neppure la bellezza. Il
valore è una facciata dell'essere distinta dalle altre tre grandi facciate;
tant'è vero che in noi mette in moto una facoltà di- versa da quelle che sono
interessate alle altre tre facciate: la verità mette in moto la conoscenza, la
bellezza, l'ammirazione e il piacere; la bontà il desiderio e la volontà; mentre
il valore, la dignità di una cosa ci provoca alla estimazione, alla
valutazione. Come trascendentale il valore ha in comune con gli altri trascen-
dentali alcune proprietà importanti. Anzitutto la coestensività con l'essere:
là dove c'è essere c'è valore e dove c'è valore c'è essere. Il valore non si
distingue dall'essere e dagli enti (cioè dalle incarna- zioni dell'essere)
fisicamente, materialmente e neppure realmente; perché separare il valore
dall'essere significa distruggerio, sprofon- dandolo nell'abisso del nulla. Il
valore si distingue dall'essere concet- tualmente, logicamente, il che non vuol
dire arbitrariamente, perché si tratta di una distinzione concettuale fondata
nell'essere stesso, nel- la sua pluriprospetticità rispetto alle nostre facoltà
e alle nostre possibilità. Il valore esprime una modalità dell'essere che
l’accom- pagna necessariamente e non accidentalmente; la sua dignità, una
modalità che nel nome puro e semplice dell'essere o degli altri tra-
scendentali rimane inespressa” Una seconda proprietà del valore, in quanto
trascendentale, è di essere convertibile con l'essere e con gli altri
trascendentali: verità, bontà, bellezza. Coestensivo con l'essere è
necessariamente coesten- sivo con gli altri trascendentali che sono a loro volta
coestensivi con l'essere. E, dato che anche tra gli altri trascendentali e
l'essere si dà soltanto una distinzione logica e non una distinzione reale, ne
segue che, per quanto concerne la realtà, tutti i trascendentali coincidono,
pur restando logicamente e necessariamente distinti tra di loro. Per questo
motivo, grazie alla convertibilità, nell'essere e negli enti tanto c'è di vero
altrettanto c'è di buono, tanto c’è di buono altrettanto c'è di bello, e tanto
c'è di buono, di vero e di bello e altrettanto c'è di valore. £ Su questa
proprietà dei trascendentali vedi S. ToMmMASO D'AQUINO, De veritate, q. I, a.
l. 228 Una terza proprietà che il valore ha in comune con gli altri tra-
scendentali è la relazione bipolare: il valore ha due poli, un polo soggettivo
e un polo oggettivo. Per quanto si dice che il valore è una correlazione:
correlazione tra dignità ed estimazione, analoga alla correlazione tra verità e
conoscenza, tra bontà e desiderio, tra bel- lezza ed ammirazione. Che il valore
abbia bisogno di due poli e che si tratti effettivamente di una correlazione
tra due poli, risulta dal fatto che è un trascendentale, cioè una modalità
dell'essere (e non una fetta di essere), che non spunta dall'essere da sola
come un ramo dal tronco di un albero, ma solo in rapporto ad una facoltà di un
es- sere intelligente e grazie alla sua azione. E come il vero nasce dal
rapporto dell'essere con la conoscenza, il buono dal svo rapporto con il
desiderio o la volontà, il bello dal suo rapporto cor l'ammira- zione, così il
valore nasce dal suo rapporto con la estimazione. Come tutti gli altri
trascendentali, anche il valore possiede due dimensioni, una soggettiva ed una
oggettiva. Tali dimensioni deri- vano immediatamente e direttamente dalla sua
proprietà di essere una correlazione. Con questo si vede quanto siano infondate
ed errate sia la teoria degli psicologisti, che riducono il valore al sen-
timento, sia quella dei platonici che fanno dei vaiori delle realtà
sussistenti. Anzitutto il valore gode della prerogativa dell’oggettività, e a
provario ci vuol poco. Basta tener presente la verità che il valore è una
proprietà trascendentale dell'essere (che è l’oggettività per essenza). il
valore è radicato nell'essere; è una facciata dell'essere, è uno dei suoi
aspetti fondamentali e più interessanti. Ti valore è og- gettivo come è
oggettiva la verità, come è oggettiva la bellezza, come è oggettiva la bontà.
Ma c'è anche un secondo argomento che con- ferma l'esattezza di questa
assegnazione: dell’oggettività ai valore. In quanto trascendentale il valore è
oggettivo perché non è una creazione e neppure un'arbitraria invenzione della
psiche umana. Ci sono valori creati dall'uomo, ma non il valore come proprietà
fon- damentale dell'essere. Non si può parlare seriamenie di creazione del
valore da parte dell'uomo. L'uomo può produrre oggetti, cose, ma non il loro
valore. L'attività creatrice dell'uomo è volta agli og- getti non ai valori;
può produrre una bella statua, ma non il valore artistico; può compiere una
buona azione, ma non generare il valore della bontà; può inventare la radio, ma
non il valore delle comu- nicazioni. L'uomo può solo produrre oggetti di valore
non il valore. Cosicché gli oggetti e le azioni di valore, per quanto concerne
la di- mensione del valore, rinviano ad un fondamento diverso dall'uomo e a lui
superiore. Del resto, quanto meno in rapporto a determinati valori, l’uomo ha
la sensazione netta di non esserne l’inventore e il padrone, bensì il servo e
il discepolo. Di fronte a valori quali la giustizia, la verità, la saggezza, la
prudenza, l’amore, la bontà, ecc., l’uomo si sente più passivo che attivo: sono
valori che agiscono su di lui; lo guidano, lo provocano, lo stimolano, lo
attraggono, lo 229 — relazione sipolare Ls due gdimensioni diei valori: oggettiva
e soggettiva Valore come proprietà trascendentale dell'essere I valori fanno
crescere l’essere dell’uomo Il polo soggettivo: ia stima è valore senza l’uomo
resta inespresso Necessità di un’educazione della facoltà dei valori elevano e
lo arricchiscono. Non è l'uomo che comunica l'essere ai valori, ma viceversa
sono i valori che contribuiscono a far crescere l'essere dell'uomo. L'uomo ha
indubbiamente il potere di scoprire i valori ma non il potere di crearli. «
Ogni vero valore porta in se stesso il suo significato. La “fortezza” è appunto
fortezza e, in quanto fenomeno originario, non può essere derivato da nessun
altro. Perciò l'uomo la può realizzare solo muovendo da essa, in quanto agisce
“fortemente” e diviene “forte” ». Ma per avere il valore non basta il polo
oggettivo: la dignità dell'essere; occorre anche quello soggettivo: la stima da
parte del- l’uomo. Come non c'è bellezza senza ammirazione, né verità senza
conoscenza, né bontà senza volontà, così non fiorisce la dignità dell'essere o
di un ente senza l’estimazione. In effetti, il valore emerge nel momento in cui
c'è un soggetto, l’uomo, che compie un atto positivo di valutazione, di
estimazione e che, così, riconosce la dignità di una cosa, di una persona o di
un'azione (analogamente alla verità: questa emerge nel momento in cui una
intelligenza cono- sce una cosa). Il valore, senza l’uomo, rimane inespresso,
occulto, celato: non risplende; è come un sovrano senza sudditi, vale a dire
non esiste più come sovrano. Può rimanere il regno dell'essere, ma scompare il
regno dei valori. Si può dire che il valore, in quanto trascendentale, è
essenzial- mente dotato sia di oggettività sia di soggettività. Possiede
oggetti- vità perché è fondato sull'essere. Il valore non è una chimera ma un
aspetto primario, fondamentale, costante, perenne dell’essere e degli enti.
Però il valore è oggettivo non alla maniera di una cosa, diuna sostanza e tanto
meno alla maniera di un'idea sussistente, ma alla maniera di una relazione. Ed
è oggettivo perché il primo termine della relazione assiologica è appunto
l’essere. Ma il valore è anche dotato di soggettività, perché il secondo ter-
mine della relazione assiologica è il soggttto: l'uomo o un altro es- sere
intelligente. In forza del polo soggettivo il valore può sbocciare soltanto
dove c'è predisposizione e preparazione per accoglierlo, per riconoscerlo. I
colori sono oggettivi ma i sassi non li vedono. Ci vuole la vista per
percepirli. Certi odori o profumi sono oggettivi ma ci vuole un particolare
addestramento per avvertirli (cani da caccia, cani poliziotto, ecc.).
Altrettanto accade per i valori. La dignità del- l'essere e degli enti, ia
dignità della natura e degli animali, la dignità della famiglia e della patria,
la dignità dell'uomo e la dignità di Dio è indubbiamente oggettiva ma per
coglierla occorre un'adeguata educazione della facoltà dell’estimazione da
parte del soggetto, da parte dell'uomo. Senza un'appropriata educazione della
facoltà dei valori, in particolare quando si tratta di valori assoluti, trascendenti,
pe- renni, si perde la capacità di percepirli. Allora i valori si offu- ? R.
GUARDINI, Libertà, grazia, destino, Morcelliana, Brescia 1957, p. 85. 230
scano, si eclissano, scompaiono. È, purtroppo, quanto sta suc- cedendo nella
nostra cultura e nella nostra società. 4. Gerarchia e classificazione dei
valori Dopo avere chiarito che il valore è una relazione trascendentale dotata
di un polo soggettivo e di un polo oggettivo e che il primo affonda le radici
nell'uomo e il secondo nell'essere, possiamo risol- vere due complesse
questioni assiologiche, che hanno visto i filosofi diversamente schierati circa
le questioni delia gerarchia e delia classificazione dei valori. a) La
gerarchia dei valori - Nel campo del valore, come nei campi della bontà, della
bellezza e della verità vi è una varietà di gradi (rispetto al valore non tutte
le cose e ie azioni stanno alla pari, ma ci sono quelle che hanno maggior
valore e quelle che hanno minor valore) e c'è pertanto una gerarchia, ia quale
presenta al ver- tice un valore massimo, con dignità piena, assoluta, totale,
incon- dizionata, perenne, mentre alla base, cioè sui gradini più bassi, pre-
senta valori con poca dignità: una dignità caduca, relativa, condizio- nata,
parziale, provvisoria, evanescente. Che rispetto al valore, come rispetto al
bene, alla verità e alla bellezza esistano dei gradi pare cosa abbastanza
ovvia; perché se il valore è una proprietà trascendentale dell'essere,
essendoci grada- zioni nell'ordine dell'essere, ci sono gradazioni anche in
quello del valore, e certo nell'ordine dell'essere ci sone gradazioni: non c'è
pa- rità di essere tra un lombrico e un cane, e ira un cane ed una donna! Il
grado del valore corrisponde a quello dell'essere. Quanto più ele- vato è il
grado di essere che una cosa possiede, tanto più grande è il suo valore. E che
questo sia vero lo conferma anche il fatto che, obiettivamente parlando, noi
riconosciamo maggior valore ad un animale che ad un pezzo di legno, ad un
bambino che ad un cane, ad una persona che ad una cosa. Ma se il principio
della gradazione dei valori risulta abbastanza ovvio, non si può dire
altrettanto della ijoro gerarchia. In effetti, su questo punto, ancor più che
altrove, non solo non si registra nessun accordo nella prassi quotidiana, ma
neppure nelia speculazione degli studiosi. I filosofi dei valori hanno proposto
scale gerarchiche molto disparate (basta confrontare la scala di Nietzsche cor
quella di Scheler, o la scala di Marx con queila di Lavelie!}. Questo perché
nel fissare le loro gerarchie hanno assunto prospettive spesso diametral- mente
opposte. A mio avviso c'è un criterio valido per stabilire una gerarchia og-
gettiva e completa dei valori. S'è visto che i valori non sono entità astratte,
cose in sé, ma dimensioni della realtà, più esattamente re- lazioni, che hanno
vitale, capitale importanza per l'uomo. I vaiori 231 Varietà di gradi 6
gerarchia i Corrispondenza ira grato cCell’essere e grad dei valore Disaccordo
sulla Gerarchie dei valori Criterio di riferimento: il valore e la realizzazione
del progetto-uomo Progetto-uomo e dimensione religiosa: Dio al vertice Valori
economici, culturali, spirituali sono le guide, i mezzi che lo aiutano a
realizzare il proprio progetto di umanità. Ecco, quindi il criterio per
stabilire la gerarchia dei valori: il criterio è fornito dall’apporto che una
cosa, una persona, un'azione può dare alla realizzazione del progetto-uomo e
del valore- uomo. Una realtà occupa uno scalino tanto più elevato nella
gerarchia dei valori, quanto maggiore è il suo apporto in tal senso, e tanto
più basso quanto minore è il suo contributo. In effetti, le gerarchie dei
valori sono state stabilite da quasi tutti gli studiosi con questo criterio. E
se le gerarchie risultano disparate e contrastanti, lo si deve semplicemente al
disaccordo che regna tra i filosofi intorno al progetto-uomo. Se si accetta il
progetto nietzschiano si ottiene una gerarchia che ha al vertice la volontà di
potenza; se si accoglie il progetto marxista il primo posto nella gerarchia dei
valori tocca al lavoro; se si assume il progetto freudiano si elabora una
gerarchia fondata sul primato del piacere. Invece, un progetto-uomo che — per
essere fedele a tutti i dati della nostra esperienza — tiene conto anche della
esperienza della trascendenza e perciò non trascura né soffoca la dimensione
religiosa, non può non collocare al vertice della scala dei valori che Dio
stesso. Lui — già degno della massima stima, rispetto e lode in se stesso — è
anche degno della massima considerazione in rapporto al pro- getto-uomo, perché
Egli solo è in grado di assicurare all'uomo l’at- tuazione piena del proprio
progetto di umanità. Un progetto-uomo studiato sulla base di una visione
globale di ciò che l'uomo è e di ciò che nel piano di Dio è chiamato a
diventare, riesce non solo ad accertare che Dio è il valore sommo e che sta
quin- di in cima alla scala gerarchica dei valori, ma è anche in grado di
individuare, sempre in base al progetto-uomo, gli altri gradini più importanti,
perché sa che l'uomo è costituito essenzialmente di tre dimensioni: corpo,
anima e spirito. Dopo Dio, vengono pertanto altri tre ordini di valori, che
sono quelli che contribuiscono alla realizzazione del progetto-uomo a livello
somatico, a livello psichico e a livello spirituale: si tratta dei valori economici,
dei valori cultu rali e dei valori spirituali. I valori economici o vitali sono
quelli che contribuiscono alla pre- servazione della vita e alla conservazione,
sviluppo, salute e piacere del corpo. I valori culturali, in senso stretto,
sono quelli che con- tribuiscono immediatamente alla coltivazione, crescita,
elevazione dell'anima o più esattamente della mente. I valori spirituali sono
quelli che giovano alla cresciia, allo sviluppo e al perfezionamento dello
spirito. Qui è opportuno notare — per non incorrere nell’accusa di' sog-
gettivismo — che scegliere l'uomo come punto di riferimento nella
determinazione della gerarchia dei valori è altra cosa dal fare del- l'uomo la
misura, il metro dei valori o il loro creatore. I valori han- no la loro consistenza
ed autonomia e si trovano ad un livello più o meno elevato rispetto all'uomo
secondo la loro dignità intrinseca 232 e secondo il contributo che danno alla
realizzazione del progetto- uomo. Certo, il riferimento al progetto-uomo spiega
ancor meglio quella dimensione soggettiva che è propria del valore, di cui si è
detto in precedenza: perché colui che coltiva e incarna i valori non è la
natura in astratto, ma l'individuo concreto (Pietro, Paolo, Luca, Carlo, ecc.),
la persona storica, la quale per la realizzazione del pro- prio progetto di
umanità può essere maggiormente interessata ad alcuni valori (economici,
spirituali, culturali) che ad altri. Né l'assunzione del progetto-uomo come
criterio per stabilire la scala dei valori fa scomparire la distinzione
fondamentale tra valori assoluti (che sono quelli che hanno dignità e sono
meritevoli di stima e di rispetto in se stessi e non in ordine ad altri valori)
e valori strumentali (che hanno dignità e sono meritevoli di stima solo in
quanto giovano alla realizzazione dei valori assoluti). La distinzione rimane
salva (anzi, più salva che mai), perché la realizzazione di un valore assoluto
partecipato, qual è l'uomo, reclama l’esistenza di valori assoluti sussistenti,
in particolare di quel valore assoluto sussistente, fondamento ultimo di ogni
altro valore, che è Dio. b) Classificazione dei valori - Il regno dei valori è
immenso: pra- ticamente abbraccia ogni pensiero, ogni azione, ogni cosa e ogni
per- sona. È possibile allora effettuare una classificazione dei valori? Pare
di sì e molti autori ci hanno provato. Una delle classificazioni più note è
quella di Scheler, la quale riduce tutti i valori a quattro gruppi principali:
valori edonistici, vitali, spirituali e religiosi. Questa classificazione è
buona per distinguere, come in effetti voleva Scheler, i vari gradi dei valori,
ma non serve per determinare le gran- di aree assiologiche. A tal fine credo
che si riesca ad ottenere una classificazione più adeguata distribuendo i
valori in dieci grandi gruppi. Si tratta di una classificazione empirica, ma
abbastanza sod- disfacente in quanto riesce a trovare una sistemazione a tutto
ciò che possiede una dimensione assiologica. I dieci gruppi sono: 1. valori
ontici (il primo valore è l'essere); 2. valori personali (il primo è la
persona); 3. valori sociali (il primo è la famiglia); 4. valori economici (il
primo è il lavoro); 5. valori culturali (il primo è la cultura); 6. valori
somatici (il primo è il corpo); 7. valori noetici {il primo è la verità); 8.
valori estetici (il pri- mo è la bellezza); 9. valori morali (il primo è la
bontà); 10. valori re- ligiosi (il primo è il sacro). Come si vede in ogni
gruppo c’è un valore primario, un valore principe, un capofila. Intorno ad ogni
valore primario si dispone una costellazione più o meno grande di altri valori
che appartengono allo stesso ordine e partecipano alle qualità del valore
primario. Così, tutto ciò che gode della perfezione dell'essere partecipa anche
al suo valore e diviene pertanto un valore ontico. E quanto più grande è la
perfezione di una cosa in rapporto all'essere tanto più elevato è il suo valore
ontico. Sono dotate di valore ontico le piante, le 233 Progetto-uomo e
dimensioni soggettive La classificazione dei valori secondo Scheler Valore
primario e costellazione di valori Gruppo di valori e scienza principale
Percezione dei valori: col sentimento o con i‘ intuizione? Percepire i valori
con la facoltà estimativa case, i fiumi, i laghi, ie persone, la terra, il
cielo, la natura..., Dio, Valore assoluto in tutti gli ordini e fondamento di
ogni altro valore, Dio è il primo (non in quanto prototipo ma in quanto fuori
serie) anche nell'ordine ontico. Per lo studio di ogni singolo gruppo di valori
esiste una scienza principale, che è quella che si occupa direttamente del
valore pri- mario, e tutta una serie di altre scienze, che sono quelle che
studiano gli altri valori della stessa costeliazione. Così per esempio, per il
primo gruppo c’è la metafisica, che si occupa direttamente e prima- riamente
dell'essere. A fianco della metafisica per lo studio dei vari gradi dell'essere
siedono la teologia (che studia Dic), l'astronomia {che studia i corpi
celesti), la fisica (che studia la natura), la ma- tematica (che studia i
numeri), l'antropologia (che studia l’uomo). 5. La facoltà dei valori Qual è la
facoltà con cui percepiamo i valori? Anche questo è un problema che è stato
molto dibattuto dai filosofi dei valori e le soluzioni che sono state proposte
sono varie. Secondo aicuni la facoltà dei valori è il sentimento. Questo però
viene inteso da alcuni come una disposizione totalmente soggettiva (come quella
che percepisce il piacere, il dolore, la gioia, ecc.), men- tre da altri viene
considerato come un sentimento del tutto speciale, che ha una intenzionalità
squisitamente oggettiva. Secondo altri fi- losofi la facoltà dei valori è
l'intuizione: una specie di visione in- tellettiva, che coglie immediatamente i
valori, così come la visione sensitiva coglie immediatamente i colori. Noi
siamo del parere che il valore sia, come gli altri trascenden- tali, oggetto di
una facoltà particolare. Come la verità è oggetto della conoscenza, il bene
della volontà e del desiderio, la bellezza dell’am- mirazione, così dev'essere
anche del valore. Ma qual è la sua facoltà? Forse il sentimento, oppure
l'intuizione? Non v'è dubbio che l’in- tuizione interviene in alcuni casi e un
sentimento del tutto parti- colare (l’empatia) in altri. Ma in generale non
direi che la facoltà che percepisce il trascendentale del valore o la
dimensione assiolo- gica di una determinata cosa o di una certa azione sia il
sentimento oppure l'intuizione, bensì la facoltà valorativa e cioè
l’estimativa, che è altra cosa sia dal sentimento sia dall’intuizione, pur non
esclu- dendoli. L'estimazione, cioè la percezione dell'essere o di un ente come
va- lore, non è né una semplice intuizione (nuda riproduzione dell’og- getto
come nella percezione della verità) né puro sentimento {cioè un rapporto
affettivo ed emozionale come nella tendenza appetitiva verso un bene). L'estimazione,
come s'è detto, li può comprendere en- trambi, senza tuttavia risolversi né
nella prima né nel secondo e neppure nella simbiosi di tutt'e due. 234 Il
valore è l'oggetto proprio dell’estimativa, così come il colore Io è della
vista, il sapore del gusto, la verità della conoscenza, il bene della volontà,
la bellezza dell’ammirazione. L’estimativa co- glie l'oggetto come più o meno
degno, più o meno valido, così come il gusto lo coglie come più o meno
gradevole, l'udito come più o meno rumoroso, l'intelligenza come più o meno
evidente, la volontà come più o meno buono o utile, l'ammirazione come più o
meno bello. E non può essere che così perché, come abbiamo mostrato in pre-
cedenza, la dimensione dell'essere che viene alla luce attraverso il valore è
una dimensione diversa da quelle che emergono attraverso la verità, la bellezza
e la bontà, ed è logico che come queste tre ci inter- pellano ciascuna mediante
una distinta facoltà, altrettanto accada per il valore: la sua facoltà è
l'estimativa. ‘Per il costituirsi della categoria del valore l’estimativa è
indi- spensabile. Dove non c'è apprezzamento, estimazione, si danno bruta
facta, oggetti, cose; non affiorano ancora i valori. Alla pari della facoltà
gnoseologica (che coglie la verità), etica (che coglie la bontà) ed estetica
(che coglie la bellezza), anche la facoltà assiologica opera in diversi modi a
seconda del livello (grado) dei valori che è in gioco. Ai diversi gradi di
valore corrispondono dif- ferenti operazioni assiologiche. Nel caso dei valori
materiali si può realizzare un’estimazione in base ad una semplice intuizione
della cosa oppure di un'analisi ed un processo raziocinativo più o meno
prolungato. Nel caso dei valori assoluti sussistenti (Dio, la Trinità, ecc.),
l'estimazione è sostenuta dal ragionamento oppure dalla fede. Nel caso dei
valori morali (prudenza, castità, coraggio, fedeltà, ecc. spesso interviene
l’empatia, una specie di giudizio per connaturalità. Ciò succede quando tali
valori sono avvertiti come rispondenti alle nostre più intime aspirazioni — in
questo sta la loro connaturalità. Sono valori per i quali sentiamo una profonda
sintonia, un’intima corrispondenza col nostro progetto di umanità e sono perciò
in grado di condurlo verso una sua realizzazione più piena. La facoltà
dell’estimazione che ci mette a contatto con i valori comprende tre funzioni:
quella del capitare velorativamente che co- glie i singoli valori; quella del
preferire che ne stabilisce la gerarchia e quella dell'aspirare che porta alla
scoperta di nuovi valori e pre- cede il captare e il preferire come una specie
di pioniere o di esplo- ratore. L'uomo è naturalmente dotato della facoltà
valorativa, così come è naturalmente doiato della facoltà conoscitiva,
appetitiva ed este- tica. Ma alla pari di queste facoltà anche quella
valorativa va col- tivata. Come l'intelligenza perché possa conoscere la verità
dev’esse- re istruita e come la volontà, perché possa scegliere il bene
autentico, va educata, altrettanto l'estimativa, perché si apra all’apprezzamen-
to e all'assimilazione dei valori dev'essere guidata ed ammaestrata. In tutte
le sue facoltà l’uomo è essenzialmente educabile e col- 235 La facoltà
estimativa coglie l’oggetto nel suo valore Valori materiali: estimazione per
intuizione o per analisi Valeri assoluti sussistenti: estimazione e fede Valori
moraii: estimazione ad La funzione deil’estimazione: — Captare valorativamente
— preferire — aspirare Necessità di coltivare la facoltà valorativa Il ricorso
all'esperto Necessità di una nuova assiologia tivabile. Ciò è dovuto al fatto
che nasce più come un progetto aperto che come un’opera finita. E, dato che
abbiamo visto che la realiz- zazione del progetto-uomo dipende soprattutto
dalia scelta dei va- lori, l'educazione dell'estimativa, cioè della facoltà dei
valori, as- sume capitale importanza. L'educazione non occorre per tutti i
gradi di valore. Così, per esempio, per certi valori vitali (come l’aria,
l’acqua, il pane) la valutazione è istintiva e non c'è bisogno di edu- cazione.
Non così per la maggior parte dei valori appartenenti al li- vello culturale e
al livello spirituale. Anche per essi ci può essere un impulso istintivo o
empatico. Così l'uomo nasce con una specie di apprezzamento istintivo delia
verità, della bontà, della giustizia, delia solidarietà, della castità, ecc. Ma
senza un'adeguata coltiva- zione tale impulso facilmente si indebolisce e si
perde. C'è di più. Nel campo degli apprezzamenti e delle valutazioni è molto
facile errare e, così, molto spesso si trovano in circolazione pseudo-valori.
Per questo motivo, per stabilire quali sono i valori autentici e quali quelli
inautentici, è necessario ricorrere agli e- sperti, agli specialisti. Quando si
tratta di perle preziose, di monete antiche, di francobolli rari non ci fidiamo
di noi stessi e ricorriamo al giudizio di un perito. Perché non si deve fare
altrettanto per quei valori che contano di più per la realizzazione del
progetto-uomo, i valori spirituali, trascendenti, perenni? Già Aristotele
diceva che, nel caso dei valori etici, è bene ricorrere al giudizio dell'uomo
sa- piente. Ciò che urge maggiormente nella nostra società culturalmente di-
sorientata è una nuova assiologia che sappia restituire il primato che loro
compete ai valori assoluti, trascendenti, perenni e, conse- guentemente, una
nuova pedagogia altamente umanistica che faccia risplendere la luce di tali
valori alle menti dei giovani, menti che avvertono istintivamente la dignità
dei valori perenni e sentono fortemente il loro fascino e sono pertanto
naturalmente inclinati ad assumerli come guida della propria esistenza, come
componenti essenziali del proprio progetto di umanità. CONCETTI DA RITENERE —
Assiologia; trasvalutazione; sentimento; aseità — Statuto ontologico;
ultrarealismo; tesi soggettivistica — Assiologia realistica, gerarchia,
personalistica, teocentrica — Valori sensibili, vitali, spirituali, religiosi —
Assiologia metafisica — Trascendentale; estensività; convertibilità; relazione
bipolare — Sentimento; intuizione; empatia; estimativa — Captare valorativamente;
preferire; aspirare SINTESI CONTENUTISTICA I. IL PROBLEMA E LE SUE
CARATTERIZZAZIONI STORICHE 1. Il problema ha assunto particolare rilievo nel
nostro tempo. La scienza dei valori ha sostituito la metafisica e i suoi
interrogativi sulle ragioni ultime della realtà, ponendo l’accento sulla natura
dei valori assoluti e sulla loro con- sistenza ontologica. 2. L'assiologia ha
assunto dignità speculativa in tempi relativamente re- centi, dopo che
Nietzsche ha teorizzato la sua trasvalutazione, demolendo i valori assoluti
della logica (verità), della morale (virtù), della metafisica (esse- re), della
religione (Dio). 3. Padre della assiologia è Rudolf H. Lotze (1817-1881). Nel
suo capolavoro, Microcosmo, egli distingue il regno dei fatti, il regno delle
leggi universali, il regno dei valori. I primi due riguardano i mezzi, il terzo
i fini. I primi due sono suscettibili di interpretazione meccanicistica, il
terzo è appreso dal sen- timento. Fondamento ultimo dei valori e valore
assoluto per eccellenza è Dio. 4. N. Hartmann (1882-1950) è assertore di un
ultrarealismo assiologico: i valori hanno il proprio fondamento in se stessi.
Essi sono sussistenti, sono dotati di aseità. Hartmann, peraltro, nega
l’esistenza di Dio, poiché secondo lui l’esistenza di Dio vanificherebbe la
libertà e la responsabilità dell'uomo e quindi il valore morale. i 5. C. von
Ehrenfels {1859-1932) è assertore al contrario del soggettivismo assiologico:
il valore comprende sia il desiderio in atto di ciò che non si pos- siede sia
la desiderabilità, desiderio potenziale di un determinato oggetto. 6. Max
Scheler (1874-1928), massimo teorico dell’assiologia, influenzato dal- la
fenomenologia di Husserl, elabora un'etica dei valori (I! formalismo in etica e
l'etica materiale dei valori) a fondamento ontologico. L’assiologia di Scheler
è realista, gerarchica, personalista e teocentrica: — Realista: i valori sono
oggetti autenticamente oggettivi, secondo un ordine eterno e gerarchico. —
Gerarchica: a) i criteri sono la durata, l’indivisibilità, la fondamentalità,
la soddisfazione, il grado di relatività. b) i quattro livelli della gerarchia
sono: valori sensibili, vitali, spirituali, religiosi. — Personalista: a) la
persona è il valore ai quale debbono essere subor- dinati tutti i valori. b) i
modelli personali danno concretezza ai valori: ad esempio il Giusto, l’Eroe, il
Santo, ecc. — Teocentrica: tutti i valori sono fondati sul valore di uno
Spirito infinito e sul « mondo dei valori » che gli sta di fronte. 7.
L'interesse per l'assiologia si è diffuso successivamente in Italia (Stefa-
nini e Prini); in Francia {(Lavelle e Le Senne); in Spagna (Ortega y Gasset),
in Argentina (Derisi), in Inghilterra (Moore), negli Stati Uniti (Dewey). 8. L.
Lavelle (1883-1951) elabora una assiologia di carattere metafisico: l'essere —
la cui essenza è atto, perfezione assoluta, efficacia pura — è sorgente e
determinazione di ogni valore. Ne consegue un legame inscindibile tra assio-
logia e ontologia. Il valore ha, pertanto, con il bene un rapporto analogo a
quello che intercorre tra l'essere e l’esistenza: così come l'esistenza è
l’essere che si concretizza, il valore è il bene in quanto riferito a un
oggetto di cui fac- ciamo uso, il valore è il bene in quanto implica
un'attività che tende a realiz- zarlo. Il valore è una proprietà dinamica che
trascina il soggetto all'azione. 9. R. Le Senne (1882-1954) afferma sia
l'immanenza che la trascendenza del valore, sia il suo carattere oggettivo che
quello soggettivo. 10. I neotomisti Wittmann, Rintelen, De «Finance, Derisi ed
altri difendono 237 l’oggettività dei valori, che essi considerano fondati
sull'essere. Il valore non costituisce però una proprietà trascendentale
dell'essere distinta dal bene, ma si identifica con esso. II. DEFINIZIONE DEL
VALORE 1. Nella lingua italiana la parola « valore » possiede tre significati
princi- pali: economico, etico, ontologico. In economia significa denaro, in
etica virtù, in ontologia indica le qualità che danno dignità a una cosa. 2. Il
terzo significato è quello che interessa l’assiologia che riconduce im-
mediatamente alla complessa questione dello statuto ontologico dei valori. LO
STATUTO ONTOLOGICO DEI VALORI 1. I valori sono entità reali, oggettive; oppure
sono realtà fittizie, aspira- zioni soggettive o ideali astratti? La storia dell'assiologia
indica tre piste interpretative: a) oggettività e sussistenza dei valori
(Lotze, Windelband, Scheler, Hart- mann); b) soggettività e fondazione
sentimentale o psicologica dei valori (Meinong, Ehrenfels, Freud); c) il valore
come proprietà trascendentale dell'essere, identificato con il bene (De
Finance, Lavelle, Hammer); d) un'ultima interpretazione può essere elaborata a
partire da elementi delle prime tre: il valore è un trascendentale, che nel
regno dei trascendentali occupa un posto a sé: esso è la dignità di una cosa.
In quanto trascendentale ha in comune con gli altri trascendentali alcune
proprietà: — Coestensività con l'essere: dove c'è essere c'è valore e dove c’è
valore c'è essere. Il valore esprime una modalità dell'essere che lo accompagna
ne- cessariamente. — Convertibilità: poiché la distinzione tra l'essere e i
suoi trascendentali è solo logica e non ontologica, tutti i trascendentali
coincidono: tanto c'è di vero, altrettanto c'è di buono, di bello, di valore. —
Relazione bipolare: il valore ha un polo soggettivo e uno oggettivo: a)
oggettività: 1) il valore è radicato nell'essere; '2) il valore è scoperto
dall'uomo, ma non è creato dall'uomo; b) soggettività: il valore emerge nel
momento in cui l'uomo lo scopre. IV. GERARCHIA E CLASSIFICAZIONE DEI VALORI 1.
Il grado del valore corrisponde a quello dell'essere: quanto più elevato è il
grado «li essere che una cosa possiede, tanto più grande è il suo valore. 2. Il
criterio per stabilire la gerarchia dei valori è fornito dall’apporto che una
cosa, una persona, un'azione può dare alla realizzazione del progetto uomo e
del valore uomo. Un progetto-uomo globale che tenga conto di tutte le
dimensioni dell’uomo e del suo bisogno di Dio apre alla seguente gerarchia di
valori: — valori economici o vitali: contribuiscono alla preservazione della
vita e alla conservazione del corpo. — valori culturali. contrilsuiscono alla
coltivazione, all’elevazione della mente. — valori spirituali. giovano alla
crescita, al perfezionamento dello spirito. 3. La classificazione dei valori
più nota è quella formulata da Max Scheler: valori edonistici, vitali,
spirituali, religiosi. Questa classificazione distingue i vari gradi dei
valori, ma non determina le aree assiologiche, in relazione alle quali è possibile
produrre la seguente classificazione: Valori;- Primo valore ontici > essere
personali persona — sociali famiglia — economici + lavoro — culturali -+»
cultura — somatici «— corpo — noetici —verità — estetici — bellezza — morali bontà — religiosi sacro LA FACOLTÀ DEI VALORI 1. Secondo alcuni
filosofi la facoltà che percepisce il valore è il sentimento, inteso secondo
alcuni come una disposizione totalmente soggettiva, secondo altri come una
intenzionalità oggettiva. Per altri ancora la facoltà dei valori è
l'intuizione. 2. Il valore sembra comunque essere più propriamente oggetto
dell’esti- mativa: infatti, dove non c'è apprezzamento, estimazione i valori
non emergono. L'estimativa comprende tre funzioni: a) captare valorativamente:
cogliere i singoli valori; b) preferire: stabilire la gerarchia; c) aspirare:
scoperta di nuovi valori. 3. L'uomo è naturalmente dotato della facoltà
valorativa, che al pari delle altre facoltà va coltivata. Se per i valori
vitali la valutazione è istintiva, per i valori culturali e spirituali è
necessario l'intervento dell'educazione. “ QUESTIONARIO DI VERIFICA E
DISCUSSIONE 1. Che cosa sono i valori? Quando è sorta l'assiologia? 2. Chi è
stato il massimo teorico dell’assiologia? 3. Perché l’assiologia viene chiamata
realistica, gerarchica, personalistica e teocertrica? 4. Chi sono stati altri
grandi studiosi dei valori? 5. La parola « valore » quali significati ha nella
lingua italiana? 6. Qual è lo statuto ontologico dei valori? 7. Quali sono le
gerarchie e la classificazione dei valori? 8. In che modo, con quali facoltà
percepiamo i valori? 9. È legittimo stabilire delle correlazioni tra
l’assiologia, il problema sto- rico, quello politico e la riflessione sulla
scienza? 10. È possibile ritenere che l'assiologia possa restituire alla
cultura tecno- logico-scientifica il senso del sacro e del mistero?
SUGGERIMENTI BIBLIOGRAFICI AA.Vv., Il problema del valore, Atti del XII
Convegno del Centro di Studi filosofici di Gallarate, Morcelliana, Brescia
1957. Aa.Vv., Il valore - La filosofia pratica fra metafisica, scienza e
politica, Li- breria Gregoriana Editrice, Padova 1984. BATTAGLIA F., I valori
tra la metafisica e la storia, Zanichelli, Bologna 1967. CAMPANALE D., Scienza,
ontologia e valore, Bari 1963. FERRAROTTI F. {a cura di), Forme evolutive dei
valori nel quadro della mo- bilità odierna di grandi gruppi umani, Angeli,
Milano 1982. 239 HARTMANN N., Introduzione all'ontologia critica, Guida, Napoli
1972. ILAMBERTINO A., Max Scheler: fondazione fenomenologica dell'etica dei va-
lori, Firenze 1977. MAGNANI G., Itinerario al valore in R. Le Senne,
Gregoriana, Padova 1971. MARCHELLO G., Valori e tecniche di avvaloramento -
Studi sull'etica dei valori, Giappichelli, Torino 1972. MonpIN' B., Il valore
uomo, Dino, Roma 1983. Paci E., Pensiero, esistenza e valore, Principato,
Milano 1940. Rizzo A,, Infinito e persona - Ermeneutiche cristiane di fronte
alla crisi di senso, Iarma, Roma. Romano P., Ontologia del valore, studio
storico critico sulla filosofia dei valori, CEDAM, Padova 1949. Rosso C.,
Figure e dottrine della filosofia dei valori, Guida, Napoli 1973. ScHELER M.,
L’eterno nell'uomo, Fabbri, Milano 1972. StoETZEL J., I valori del tempo
presente. Un'inchiesta europea, SEI, Tori- no 1984. 240 Parte seconda: I
SISTEMI FILOSOFICI PRINCIPALI * Come si vede qui di seguito i primi sistemi
filosofici presentati sono quelli della Grecia antica. Ci si è posti il
problema del perché la filosofia, come forma di sapere organizzata spesso in
modo che possiamo chiamare scientifico e come ricerca di una spiegazione or-
ganica ai problemi dell'universo, si sia sviluppata inizialmente pres- so i
greci, e precisamente nei territori fuori della Grecia in cui si era
trapiantata la civiltà greca. Perché non ci furono scuole filosofiche nelle
altre più antiche ci- viltà medio-orientali, quali quella egiziana,
assiro-babilonese, persia- na, o in quella ebraica? Esaminando queste civiltà
si possono riscon- trare in ciascuna di esse elementi filosofici, inseriti
specialmente in insiemi dottrinari di carattere religioso e che pertanto non
possono essere definiti filosofici nel senso stretto della parola. Inoltre, per
il mancato sviluppo di una vera mentalità filosofica, sono da sottolinea- re le
differenti situazioni politiche in cui si sono sviluppate le varie civiltà, che
normalmente avevano regimi autocratici o teocratici, con il dominio assoluto
dei monarchi o dei loro rappresentanti sul resto della popolazione; e questo
aveva impedito un libero sviluppo del pensiero individuale. Nel secolo VIII e
VII la Grecia aveva sviluppato, a contatto con altri popoli del Medio Oriente,
le sue particolari doti di intrapren- denza in attività commerciali ed
industriali, creando un vero impero commerciale, con numerose colonie, specie
nell'Italia meridionale (la Magna Grecia). L'aristocrazia terriera che aveva
nella madre patria dominato sino ad allora, aveva perso pian piano potere a
vantaggio degli artigiani e dei commercianti e tutto ciò aveva sviluppato una
nuova forma di governo, quella repubblicana delle città-stato, in cui tutti i
cittadini partecipano alla cosa pubblica. È l’inizio della democrazia. * Per
notizie sulla vita e le opere dei filosofi, vedere la Parte terza. Per quanto
riguarda le date di nascita e morte di gran parte dei filosofi dell'anti-
chità, per mancanza di dati precisi, esse si devono ritenere approssimative.
241 Nelle colonie insediate e diffusesi fuori della Grecia, il sorgere della
democrazia fu facilitato dalla mancanza di una aristocrazia terriera, padrona
del potere politico; al suo posto dominavano in- vece coloro che si erano dati
al commercio, traendone ricchezze e benessere. Questa fiorente attività
commerciale li aveva messi in contatto con le grandi civiltà orientali, da cui
avevano saputo attin- gere con intelligenza il meglio delle conoscenze
scientifiche ed aveva permesso la fioritura delle arti e delle scienze. Si era
perciò sviluppato in tutto il mondo greco il senso dell’osservazione, dello
studio e della ricerca ed aveva portato ad un libero dibattito, nei vari campi.
Pertanto le prime scuole filosofiche si erano sviluppate, prima che nella
madrepatria, nelle città dell'Asia minore e della Magna Grecia. I filosofi che
facevano capo a queste scuole in generale erano scienziati (matematici,
astronomi, medici, ecc.) che però allo stesso tempo indagavano intorno a sé per
cercare di trovare un principio unitario di tutte le cose, e per conseguire
questo obiettivo ricorre- vano sia alla mitologia che alla speculazione
razionale. 1. Scuola ionica o di Mileto Fondatore: TALETE (624-562 a.C.)
Dottrine principali: La ricerca di questa scuola, che è stata la più antica
scuola greca di filosofia, sorta a Mileto, sulla costa dell'Asia minore, verso
il VII e VI secolo a.C., è volta a dare espressione filosofica al problema del-
l'esistenza di una causa suprema di tutto. Il principio viene quindi
individuato di volta in volta in un elemento naturale o materiale: acqua, aria,
fuoco... Maggiori esponenti: TALETE, il quale pone l'acqua come principio da
cui traggono origine tutte le cose per condensazione o rarefazione.
:ANASSIMANDRO (610-546 a.C.), matematico e astronomo di Mileto, il quale va
oltre Talete e pone come principio primo qualcosa di indeterminato (apeiron).
Il suo eterno movimento determina nella materia, per separazione, i contrari.
ANASSIMENE (585-527 a.C.), discepolo di Anassimandro, il quale ripone il
principio primo nell'aria, eterna e in continuo movimento. 2. Scuola pitagorica
Fondatore: PITAGORA (571-490 a.C.) Dottrine principali: La scuola pitagorica
sviluppatasi a Crotone, nella Lucania, 242 era composta da discepoli di
Pitagora (nato a Samo da cui do- vette fuggire per motivi politici) uniti
insieme con uno scopo di vita comune. La ricerca scientifica era considerata
come mezzo a servizio di questa comunità. Della prima scuola pitagorica si
conosce solo il nome del fondatore Pitagora, e questo per la segretezza che
circondava la vita di quella comunità che viveva con un codice mo- rale
impegnativo. Anche i pitagorici, come gli ionici, sono impegnati alla ricerca
del principio unitario, ma superano il primitivo prin- cipio unitario di
natura. Per essi, il principio delle cose e la sostanza dell'universo è il
numero. La monade (dal greco monàs = unità) è il termine usato dai pitagorici
per indicare l'unità originaria dalla quale deriva la serie dei numeri. Dai
numeri, con una serie di pas- saggi, si arriva alle figure solide; da queste
derivano i singoli corpi i cui elementi costitutivi sono il fuoco, l'acqua, la
terra e l'aria. Per Pitagora l'anima è immortale perché trae origine dall’etere
che è incorruttibile; essa è composta dall’intelligenza, dalla ragione e dal-
l'impulso passionale. 3. Scuola eleatica Fondatore: PARMENIDE (520-440 a.C.)
Dottrine principali: Secondo Parmenide, l’unica realtà è l'essere; nessuna
altra realtà è possibile, neppure il divenire come diceva invece Eraclito di
Efeso, in Asia minore, vissuto nella stessa epoca. Infatti, o una cosa è o non
è. Se è, non può divenire perché è già. Se non è, non può divenire perché dal
nulla non si può ricavare che il nulla. In tal modo veniva rilevaia la
correlazione tra l'essere e il pensiero. Maggiori esponenti: ‘PARMENIDE, di
Elea, colonia greca in Lucania, scrisse il poema Della Natura. Egli è
considerato il primo grande metafisico. ZENONE, di Elea (vissuto nel V sec. a.C.),
scrisse il poema Sulla Natura. La dottrina dell’« è » parmenideo si trasforma
in quella di una realtà, che non può essere molteplice e si presenta come l'«
uno » assoluto. È stato un formidabile dialettico, noto per i suoi paradossi.
4. Scuola atomista Fondatore: DemocRITO (460-370 a.C.) Dottrine princi pali:
Democrito di Abdera, in Tracia, sostiene sia l'immutabilità del- l'essere, sia
la realtà del divenire. L'essere è costituito da atomi, 243 che sono particelle
invisibili e immutabili, immerse nel vuoto. Dal movimento degli atomi derivano
tutte le cose, secondo un meccanico determinismo. Queste particelle non hanno
nessuna qualità eccetto l’impenetrabilità; differiscono fra loro solo per fi-
gura e dimensioni. L'anima umana è costituita da atomi leggeri e sottili, di
carattere igneo. Il fondatore della « scuola atomistica » di tipo fisico
scrisse molte opere, andate tutte perdute. Per lui la felicità non consiste nel
piacere dei sensi ma nell'armonia della ragione e nella pace dell'anima, la
tranquillitas animi che deriva soprattutto dal non darsi troppo da fare, né per
faccende private né per quelle pubbliche, dal sapersi accontentare di una
condizione moderata. 5. Scuola sofista Fondatore: PROTAGORA (480-410 a.C.)
Dottrine principali: I sofisti si caratterizzano come una corrente filosofica
alla ri- cerca dell’arte del persuadere invece che della ricerca della ve-
rità. Essi sollevarono per primi la questione se l’uomo avesse o no la capacità
di conoscere l’intima natura delle cose e la legge morale assoluta. La loro
risposta fu che l'uomo non le può conoscere, perché la realtà e la legge
naturale stanno al di sopra delle capacità conoscitive dell'uomo. Quindi tutto
quello che l’uomo conosce in filosofia e in etica è prodotto della sua
coscienza. Da qui il famoso detto dei sofisti: « L'uomo è misura di tutte le
cose ». Quindi: non è possibile una conoscenza vera, ma solo probabile; non c'è
una legge morale assoluta, ma solo leggi convenzionali, In questa dimensione
empirica della conoscenza umana il piacere si pone come unico traguardo per
l’uomo. Maggiori esponenti: PRroTAGoRA di Abdera, in Tracia: sostiene che non
c’è nessuna verità assoluta. L'uomo interpreta a suo modo e a suo vantaggio i
dati della sensazione. Il sapiente, ossia il sofista, con l’arte della per-
suasione, fa sì che appaiano migliori non le opinioni più vere, ma le più
vantaggiose. Protagora insegna una morale convenzionale, ma non arbitraria,
basata sui princìpi divini del rispetto e della giu- stizia che Giove ha
comunicato a tutti gli uomini. Gorgia (484-375 a.C.) di Lentini, in Sicilia,
spinge il relativismo di. Protagora verso il più radicale scetticismo. La sua
filosofia so- stiene che: l'essere non esiste; una cosa è il pensare, altra
cosa è l'essere; la parola detta è altro dalla cosa significata. Conclusione:
bisogna rendersi conto che ciò che appare è solo probabile. Altri esponenti
della scuola sofista sono: ProDpIco di Ceo ed IPPIA di Elide. 244 6. Scuola
eclettica o fisico-pluralista Fondatore: EMPEDOCLE (483-423 a.C.) Dottrine
princi pali: Questa scuola viene chiamata pluralistica o « eclettica » per- ché
si propone di selezionare e raccogliere il meglio delle teorie sino ad allora
conosciute. Empedocle, di Agrigento, sostiene che la causa ultima delle cose
risiede in 4 elementi (terra, fuoco, aria e acqua), che sono originari e
immutabili e che il divenire è causato dalla lotta tra due forze primordiali:
Amore e Odio. L'altro grande rappresentante di questa scuola è Anassagora (500-
428 a.C.) il quale sostiene che l'essere è costituito da corpuscoli qua-
litativamente diversi. Il divenire è causato dal moto rotatorio e dalla Mente
Suprema che è costituita anch'essa di materia. 7. Scuola socratica Fondatore:
SOCRATE (469-399 a.C.) Dottrine principali: Il convincimento fondamentale di
Socrate è che si danno va- lori assoluti sia nell'ordine gnoseologico che in
quelli metafi- sico ed etico. In questo egli si oppone ai sofisti, i quali
sosteneva- no che tutto è relativo: le opinioni cambiano da individuo ad
individuo, i costumi da città a città, da popolo a popolo. Invece, se- condo
Socrate, esistono principi assoluti, verità eterne, leggi morali immutabili ed
eguali per tutti. A suo giudizio la vita umana merita e dev'essere vissuta in
obbedienza a tali valori etici e metafisici, an- che se questo può esigere
enormi sacrifici, perché l'uomo è destinato a raggiungere la sua piena
realizzazione soltanto dopo la morte, al- lorché l’anima si libera dal peso del
corpo. Fermo oppositore dei sofisti, si occupa essenzialmente delle cose umane,
ma raggiunge risultati ben diversi: l'immortalità dell'anima, la possibilità di
giun- gere al concetto universale, l’uso efficace del metodo induttivo. Per
Socrate è essenziale la distinzione di male e bene; la felicità consiste nella
pratica della virtù. Maggiori esponenti: ‘SOCRATE nacque e visse ad Atene; si
dedicò alla ricerca, volendo insegnare agli uomini la verità. Non ha lasciato
alcuno scritto. ANTISTENE ( V-IV sec. a.C.), il quale esaspera l'ascetismo di
Socrate esigendo un totale distacco dai beni materiali e l'assoluta indipen-
denza dalle vicende di questo mondo. Da lui prese il via la scuola cinica.
ArISTIPPO di Cirene (V-IV sec. a.C.), il quale accentua talmente l'assenza di
valore per quanto concerne il mondo materiale, il corpo, 245 le passioni, i
piaceri sensibili, da ritenere che sia perfettamente in- differente occuparsi
di loro ed assecondarli. A lui fa capo la scuola cirenaica. EucLIDE di Megara
(450-380 a.C.), il più fedele discepolo di So- crate: egli, che fu influenzato
anche da Parmenide, considera il bene come l'unica realtà e fa consistere la
felicità nella pratica della vir- tù. È il fondatore della scuola megarica.
PLATONE, il quale è certamente il massimo esponente del socra- tismo, ma col
suo possente ingegno gli conferisce una struttura fi- losofica più solida e
soprattutto originale, dando origine ad uno degli indirizzi più significativi
della storia della filosofia. 8. Scuola platonica Fondatore: PLATONE di Atene
(427-347 a.C.) Dottrine principali: L’intuizione fondamentale del filosofo
ateniese è la dottrina delle Idee, cioè la convinzione che, esistendo il mondo
sensibile, deve esistere anche il mondo intelligibile, che di quello è la causa
e il modello. A dimostrazione dell’esistenza del mondo intel- ligibile egli
adduce tre argomenti: della reminiscenza, della vera conoscenza, della
contingenza. Le principali proprietà delle Idee sono: semplicità, incorporeità,
immutabilità, eternità. Non tutte le Idee hanno lo stesso valore ontologico.
Circa la concezione di Dio Platone è convinto che Dio costituisce un grande
mistero. L'origi- ne del mondo sensibile è attribuita al demiurgo (Artefice
sovrano). La caratteristica dominante del pensiero platonico è il dualismo.
Platone considera il mondo materiale come un mondo decaduto ed alienato, una
riproduzione imperfetta, una imitazione malfatta, una partecipazione limitata
di un mondo ideale, perfetto, eterno, incor- ruttibile, divino, il mondo delle
Idee. Questo dualismo si riflette in tutti i settori della filosofia: in
logica, dove si segue il procedimento dialettico; in gnoseologia, in cui si
svaluta la conoscenza sensitiva riducendola alla funzione di ravvivare il
ricordo delle Idee (teoria della reminiscenza); in psicologia, con la
identificazione dell'uomo con la sola anima, spirituale ed immortale,
considerando il corpo una prigione ed un ostacolo alle attività dell'anima; in
etica, dove si or- dina un rigido controllo, anzi la completa soppressione
degli istinti, delle passioni, onde rendere possibile il distacco dell'anima dalla
prigione del corpo e la contemplazione delle Idee; in estetica, con la
svalutazione della commedia, della tragedia e delle arti figurative, perché non
giovano alla elevazione dello spirito; in politica, con la divisione della
società in classi e l'assegnazione del governo al filosofo-re. 246 Maggiori
esponenti: Il platonismo costituisce il massimo filone della storia della filo-
sofia; esso ha avuto validi rappresentanti in tutte le epoche: in quelia
ellenistica con la Vecchia e la Nuova Accademia e con il Neo- platonismo
(PLoTINO [205-270]; in quella patristica (con CLE- MENTE ALESSANDRINO
[150-215], OriceNE [185-254], BasiLIo [330- 379], S. AgcostINno [354-430],
Pseupo-DioNIGI i[V sec.], Boezio [480- 524]; in quella scolastica (con S.
ANsELMO [1033-1109], BoNAVENTURA [1221-1274], Cusano [1401-1464]; in quella
moderna (con CARTESIO [1596-1650], MALEBRANCHE [1638-1715], Vico [1668-1744],
LEIBNIZ [1646-1716], SCHELLING [1775-1854] e HegeL [1770-1831]). 9. Scuola
aristotelica Fondatore: ARISTOTELE di Stagira, in Tracia (384-322 a.C.)
Dottrine princi pali: La visione filosofica di Aristotele si caratterizza per
lo sforzo di cogliere la realtà in modo unitario (contro il dualismo di
Platone) e, allo stesso tempo, per il tentativo di ricondurre le cause ultime
di tutto ciò che è mutevole e contingente ad un principio unico tra- scendente.
A tal fine Aristotele postula quattro cause fondamentali: la materia e la forma
(per spiegare la struttura intrinseca delle realtà corporee), l'agente e il
fine (per spiegare l'origine delle co- se e il loro dinamismo). Egli si vale di
questi principi per risol- vere tutti i massimi problemi: problema cosmologico
(composizione ilemorfica delle cose, ossia esse sono costituite di materia e
forma, le quali si trovano in rapporto di potenza e atto); problema teleologico
(il dinamismo delle cose e il loro divenire sono causati dal Primo Motore
Immobile, che è il loro fine ultimo); problema antropologico (l'uomo non è solo
anima, come affermava Platone, ma è il risultato dell'unione sostanziale di
anima e corpo, la prima concepita come forma e il secondo come materia;
l’anima, tuttavia comprende un elemento spirituale, divino, immortale);
problema gnoseologico (la conoscenza intellettiva si fonda su quella sensitiva,
in quanto le idee si ricavano dalle sensazioni mediante il procedimento astrat-
tivo); problema metafisico (la metafisica è il sapere più importante ed
elevato, perché studia l'essere in se stesso e ha di mira la scoperta delle
cause ultime delle cose); problema etico (la perfetta felicità e la piena
realizzazione del proprio essere, per l'uomo, non può con- sistere solo nella
contemplazione delle Idee, ma esige anche un adeguato soddisfacimento dei
sensi, perché l'uomo è essenzialmente costituito di corpo oltre che di spirito);
problema teologico (esiste un Essere supremo, che è la causa ultima d'ogni
divenire in qua- lità di Motore Immobile). Aristotele ha realizzato una
grandiosa costruzione filosofica. Ele- 247 menti validi di questa sono
soprattutto un efficace metodo di ricerca (logica) e la forma espositiva,
un'analisi acuta degli elementi costi- tutivi del mondo fisico, una visione
realistica del mondo e dell’uomo, ed infine un'acuta concezione per il suo
tempo della trascendenza di Dio. Maggiori esponenti: La scuola fondata ad Atene
da Aristotele (e chiamata anche peri- patetica, perché Aristotele insegnava nel
corridoio [peripatos] del lyceum, sacro ad Apollo Licio) in un primo tempo non
ebbe nessun esponente di rilievo e così il pensiero del maestro cadde ben presto
in oblio. Riemerse tuttavia prepotentemente durante il Medioevo, prima nel
mondo arabo e poi in quello cristiano. Dall'incontro del pensiero aristotelico
con l’islamico uscì la Scolastica araba (AVICENNA [980-1037] e AverRoÈ
[1126-1198]); mentre dall'incontro col cristiane- simo sorse la grande
Scolastica cristiana (ALBERTO Magno [1205- 1280], S. Tommaso [1225-1274],
Ruscero BACONE [1214-1293], DUNS Scoro [1265-1308], OccaM [1290-1349]). Anche
nel Rinascimento (con Pomponazzi [1462-1524] e TELESIO [1509-1588]) e agli
inizi del- l'epoca moderna (con Locke [1632-1704]) questa scuola continuò ad
avere validi rappresentanti. 10. Scuola stoica Fondatore: ZENONE di Cizio
(336-274 a.C.) Dottrine principali: Lo stoicismo è il movimento filosofico più
originale dell'epoca ellenistica, sorto dopo la nascita dell'impero di
Alessandro Magno, e che ha avuto la:maggiore durata di tempo rispetto alle
altre scuole filosofiche dell'antichità; è essenzialmente una dottrina morale,
la quale fa consistere la felicità e quindi il fine ultimo dell’uomo nella
pratica della virtù e nel rifiuto di qualsiasi concessione ai sensi e alle
passioni. Però esso comprende anche alcune importanti dottrine sul- la
conoscenza e sulla struttura del cosmo. Per quanto concerne il problema gnoseologico,
gli sioici si allontanano sia da Platone che da Aristotele per il modo di
concepire la verità. Mentre per Platone e Aristotele essa consiste
essenzialmente nella perfetta corrispon- denza tra la rappresentazione mentale
e la situazione reale delle cose, per Zenone e i suoi discepoli sta nella
totale comprensione o catalessi dell'oggetto, per cui la mente è costretta
all’assenso. Per quanto concerne il problema cosmologico, il mondo, secondo gli
stoici ri- sulta costituito di due elementi primordiali, la materia ed il
Logos. La prima, essendo indefinita ed inerte, rappresenta il principio pas-
sivo; il secondo, essendo animato e pieno di energia, rappresenta il principio
attivo. 248 Maggiori esponenti: Lo stoicismo, fondato alla fine del IV secolo
a.C., continua a fiorire fino ad oltre il III secolo dopo Cristo. Altri
esponenti di questa scuola, che si chiama stoica perché l'insegnamento era
tenuto da Zenone sotto i portici (stoà) di Atene, sono: CRISPINO (281-208
a.C.), SENECA (4 a.C.-65 d.C.), EPITTETO (50-138) e MARCO AURELIO (121-180).
1i. Scuola epicurea Fondatore: EpPicuRo di Samo (341-260 a.C.) Dottrine
principali: Davanti ai grandi problemi filosofici l’epicureismo assume una
posizione di netto contrasto con lo stoicismo, rifiutandone il rigo- rismo
etico e lo spiritualismo antropologico e metafisico. L'epicurei- smo sviluppa,
pertanto, una concezione materialistica per quanto concerne i principi primi
delle cose (tutte le cose, compresi gli dei e le anime, sono costituiti di
atomi e vuoto); meccanicistica riguardo ai fenomeni della natura i quali sono
ascritti esciusivamente al moto e alla sua legge; sensistica per il problema
della conoscenza, che è tutta ricondotta alle facoltà sensitive, mentre il
concetto viene con- siderato come semplice anticipazione (prolessi) del futuro;
edoni- stica per quanto riguarda il problema morale: la felicità, il bene
supremo dell'uomo consiste nel piacere (edoné). Maggiori esponenti:
L'epicureismo ha avuto sempre dei seguaci, ma soprattutto nel mondo romane con
Lucrezio (98-54 a.C.) e Orazio (65-8 a.C.) e nel mondo rinascimentale con VALLA
(1407-1457) e MONTAIGNE (1533- 1592). 12. Scuola neoplatonica Fondatore:
PLOTINO di Licopoli, in Egitto (205-270) Dottrine princi pali: Viene chiamato «
neoplatonismo » il movimento filosofico che riprende e sviluppa, dal III al VI
secolo dopo Cristo, le dottrine platoniche. Questa scuola, fondata ad
Alessandria d'Egitto da Am- monio Sacca, fu sviluppata dal suo discepolo
Plotino che poi si trasferì a Roma, dove aprì una scuola che ebbe grande
successo. L'impegno maggiore della riflessione filosofico-religiosa di Plotino
riguarda l'Assoluto e i nostri rapporti con Lui. Valendosi di sugge- stioni che
gli venivano dall’ebraismo e dal cristianesimo, ch'egli bene conosceva, il
pagano Plotino è in grado di superare i limiti 249 materia, che in tal modo si
trova all'estremo opposto dell’Uno e del Bene e per questo si identifica col
male. Al processo di emanazione fa riscontro un processo di ritorno e di
riassorbimento delle cose nell’Uno. L'attuazione dell’epistrofé (ri- torno)
spetta all'uomo, il quale la realizza percorrendo tre tappe: ascetica o catarsi
(mediante l'esercizio delle quattro virtù cardinali), contemplazione
(conoscenza dell’Uno mediante la filosofia) ed estasi (unione mistica,
immediata, con l'Uno). Maggiori esponenti: ‘Profondo è stato l'influsso dei
pensiero di Plotino su tutta la filo- sofia medioevale e moderna. Tra i
maggiori esponenti ricordiamo i discepoli PoRFIRIO (232-303) e ProcLOo
(410-485) (due filosofi pagani), PsEupo-DroNIGI (V sec.) e Boezio (480-524),
l'arabo AvICENNA (980- 1037), NiccoLò Cusano (1401-1464) e MarsiLio FIcINO
(1433-1499), e i moderni LEIBNIZ (1646-1716), ScuELLING (1775-1854) e HEGEL
(1770-1831). 13. Scuola agostiniana Fondatore: AgostINo d'Ippona (354-436)
Dottrine principali: La visione filosofica agostiniana è frutto della esigenza
di trovare una base razionale per la fede cristiana. Per conseguire questo
obiet- tivo Agostino fa ricorso alla filosofia di Platone e, in tal modo,
ottiene una visione che viene giustamente qualificata come platonismo cri-
stiano. In effetti in tutti i problemi fondamentali la matrice platonica è
chiaramente riconoscibile: nel problema della conoscenza con la dottrina della
illuminazione; nei problema antropologico con la so- stanziale identificazione
dell'essere dell’uomo con l’anima; nel pro- blema metafisico con la teoria
delle verità eterne (idee) e delle ragioni seminali cioè queile impresse sino
dalla creazione; nel problema etico con la dura condanria di ogni piacere
sensibile e delle passioni e di tutto ciò che appartiene al mondo naturale.
Però, nella visione ago- stiniana, gli elementi platonici non costituiscono dei
blocchi isolati, 250 ante e con- clusivo. Alla visione agostiniana resteranno
fedeli tutti i medioevali sino a San Tommaso, e molti altri dopo di lui: basti
ricordare i nomi di ANSELMO (1033-1109), Uco (1096-1141) e RICCARDO DI S.
VITTORE (1123-1173), BERNARDO (1090-1153). Dominante è l’elemento agostinia- no
nei pensatori francescani: BONAVENTURA (1221-1274), ALESSANDRO DI HALES
(1180-1245), DuNnS ScoTo (1265-1308). Sulla scia di Agostino si muovono anche
alcuni grandi filosofi moderni, in particolare CARTESIO (1596-1650) e Vico
(1668-1744). Al vescovo di Ippona si ri- fanno infine LuTERO (1483-1546) e
CaLvino (1509-1564). 14. Scuola tomista Fondatore: ToMMaso d'Aquino (1225-1274)
Dottrine principali: ione dell'essere negli enti è dovuta ad una potenza, ossia
all'essenza. Quindi negli enti si dà una distin- zione reale tra essere ed
essenza; tra i singoli enti, come pure tra gli enti e l’Essere supremo, c'è
analogia ossia semiglianza, perché sono tutti imparentati con la stessa
perfezione. Alla luce della sua con- cezione dell'essere Tommaso risolve tutti
i principali problemi filo- sofici: il problema epistemologico (la verità
consiste nella corrispon- 251 denza tra il pensiero e l'essere); il problema
teologico (Dio è l’ipsum esse subsistens); il problema cosmologico (il mondo
trae origine per creazione mediante una comunicazione dell’essere da parte di
Dio); il problema antropologico (l'anima umana è naturalmente immor- tale in
quanto possiede un atto di essere suo proprio indipendente- mente dal corpo);
il problema politico (come in Aristotele, viene affermata l'origine naturale
dello Stato che è una società perfetta; però l'altra società perfetta, cioè la
Chiesa, ha la preminenza, in quanto il fine di questa è il « bene
soprannaturale » dell’uomo). Maggiori esponenti: Il pensiero tomista ha avuto
poi rappresentanti di grande va- lore del secolo XVI (il Caretano [1468-1533],
SUAREZ [1548-1617], DE VITORIA [1483-1546]) e nel secolo XX (card. MERcIER
[1851-1926], GiLson [1884-1978], MARITAIN [1882-1973], RAHNER [1904]). 15.
Scuola francescana Fondatore: BoNAVENTURA da Bagnoregio (1221-1274) Dottrine principali:
Il pensiero dei maestri francescani, in particolare di S. Bona- ventura, che è
il loro caposcuola, si caratterizza per una sintesi non sempre organica ma di
grande respiro, di elementi desunti da varie fonti, soprattutto da Platone e
Agostino, ma anche da Aristotele e da Avicenna, e ovviamente dalla rivelazione
biblica. Le dottrine spe- cifiche della scuola francescana sono le seguenti: in
epistemologia, la teoria della illuminazione e la conoscenza diretta e
immediata sia di se stessi che delle singole cose (senza far ricorso al
processo astrat- tivo); in ontologia, la concezione univoca dell'essere e ia
negazione della distinzione reale tra essenza ed esistenza; in cosmologia, la
dottrina dell’ilemorfismo universale (cioè tutte le cose, compresi gli angeli,
sono costituiti di materia e forma) e la negazione dell’eter- nità del mondo;
in antropologia, la teoria della pluralità delle forme (una per il corpo,
un'altra per l’anima vegetativa e sensitiva ed un'al- tra ancora per l’anima
razionale); in teologia naturale, la dottrina dell’evidenza immediata
dell’esistenza di Dio, secondo alcuni autori (Alessandro di Hales e
Bonaventura), oppure della sua indimostra- bilità, secondo altri autori (Duns
Scoto e Occam). Maggiori esponenti: La scuola francescana ha avuto validissimi
esponenti soprattutto nei secoli XIII e XIV {(BonavENTURA [1221-1274],
ALESSANDRO di HaLEs [1180-1245], Duns Scoro [1265-1308], Occam [1290-1349],
RucceRo BaconE [1214-1293] e PieTRO OLIVI [1248-1298]). 252 - 16. Scuola razionalista
Fondatore: CARTESIO (1596-1650) Dottrine principali: Per svariate ragioni, a
partire da Cartesio, la preoccupazione dominante del filosofo non riguarda più
l'essere, la realtà in sé, le cause ultime delle cose, Dio, ma riguarda l'uomo,
ia sua capacità di conoscere il mondo e di trasformarlo. Ciò che conta
maggiormente è stabilire il valore della conoscenza umana e scoprire una
metodo- logia appropriata per la ricerca filosofica. Cartesio, padre del razio-
nalismo, affascinato dalla matematica e dalla geometria, ritiene che l'unica
conoscenza valida sia la conoscenza che non proviene dai sensi ma si trova
innata nell'anima. Quanto al metodo, Cartesio propone quello della messa in
dubbio di qualsiasi conoscenza che non risulti immediatamente chiara e distinta.
Chiarezza e distinzione infatti co- stituiscono per lui le proprietà essenziali
d'ogni vera conoscenza. La conoscenza razionale ha per oggetto l’universale e
il necessario, ed è, quindi, capace di afferrare la natura vera, immutabile
delle cose. Così la metafisica diviene possibile: si può conoscere Dio (anzi la
sua esistenza è praticamente evidente: per riconoscerla basta l'argomento
ontologico) e si può provare l'immortalità dell'anima. L'uomo raggiunge la
perfetta felicità facendo trionfare la potenza della ragione sugli istinti e le
passioni e dedicandosi alla contempla- zione amorosa di Dio (amor
intellectualis Dei, secondo la bella e- spressione di Spinoza). Maggiori
esponenti: Le tesi razionaliste di Cartesio sono state riprese e sviluppate da
MALEBRANCHE (1638-1715), SPINOZA (1632-1677), LEIBNIZ (1646-1716) e in parte
anche dagli illuministi e dagli idealisti. 17. Scuola empirista Fondatore:
FRANCESCO BACONE (1561-1626) Dottrine principali: Nel secolo XVII il punto di
partenza della riflessione filosofica non è più il problema dell’essere, bensì
quello del conoscere. Mentre, però, i filosofi continentali (Cartesio, Spinoza
e Leibniz) lo affron- tano a partire dal modello delle scienze esatte
(matematica e geome- tria) e questo li conduce ad evolvere una concezione
razionalistica della conoscenza e delia realtà, i filosofi inglesi si trovano
in una temperie culturale profondamente diversa: nel loro paese fioriscono non
tanto le scienze matematiche guanto quelle sperimentali: la bo- tanica, la
chimica, l'astronomia, la meccanica, ecc. ed è perciò logico che la loro
preoccupazione sia volta alla ricerca d'una teoria della 253 conoscenza e di un
metodo di ricerca che corrispondano alle esigenze di tali scienze. Ora, le
scienze sperimentali muovono dalla costata- zione di eventi particolari,
dall'esperienza di certi fatti concreti (non da idee astratte, da principi
universali); loro obiettivo è il supera- mento dei fatti, con la scoperta di
rapporti costanti, leggi stabili, così da rendere possibile l’anticipazione di
ulteriori esperienze. La problematica epistemologica della filosofia inglese
consiste essenzialmente in questo: com'è possibile, partendo dall'esperienza
sen- sitiva risalire a leggi universali? Senonché proprio la tesi che tutta la
conoscenza procede dall'esperienza (= empirismo) li induce a con- cludere che
anche le idee astratte e le leggi scientifiche conservano la stessa incertezza,
instabilità e particolarità della conoscenza sen- sitiva. La mente umana non
afferra niente di universale e necessario. In tal modo la metafisica diviene
impossibile: nulla si può sapere intorno alla esistenza e natura di Dio, sulla
origine prima e sull'ulti- mo fine della vita umana, sulla essenza delle cose
materiali. Nep- pure in campo morale si danno norme assolute: buono o cattivo è
ciò che viene approvato o disapprovato dalla società. Maggiori esponenti:
L'empirismo è la filosofia congeniale al popolo inglese. Nel se- colo XVII
l'hanno professato FRANCESCO Bacone {1561-1626), HoBBES (1588-1679) e Locke (1632-1704);
nel secolo XVIII BERKELEY (1685- 1753) e HUME (1711-1776); nel secolo XIX
SPENCER (1820-1903) e MILL (1806-1873); nel secolo XX RussELL (1872-1970), AYER
(1910), RYLE (1900-1976) e molti altri. 18. Scuola illuminista Fondatore:
VOLTAIRE (1694-1778) Dottrine principali: L'illuminismo più che una scuola o un
sistema filosofico è un complesso movimento culturale, tipico del secolo XVIII
e caratterizzato da una sconfinata fiducia nella ragione umana, ritenuta capa-
ce di diradare le nebbie dell'ignoto e del mistero, che limitano e oscurano lo
spirito umano, e di rendere migliori e felici gli uomini illuminandoli ed
istruendoli. L’illuminismo è essenzialmente un an- tropocentrismo, un atto di
fede appassionato nella natura umana. È un nuovo vangelo di progresso e di
felicità. L'illuminismo predica un messianismo nuovo, un'era nuova, in cui
l’uomo vivendo in con- formità con la sua natura, sarà perfettamente felice. I
caratteri fon- damentali dell'illuminismo sono: venerazione della scieriza, con
la quale si spera di risolvere tutti i problemi che affliggono l'umanità;
empirismo: tutto ciò che sta al di là dell'esperienza non mantiene alcun
interesse e cessa di valere come problema; razionalismo: scon- finata fiducia
nella ragione, il cui potere è ritenuto illimitato; anti 254 con BECCARIA
(1738-1794) e GIANNONE (1676-1748). 19. Scuola idealista Fondatore: IMMANUEL
KANT (1724-1804) Dottrine principali: Ii credo fondamentale degli idealisti è
l'affermazione del pri- mato assoluto delia funzione conoscitiva rispetto a
qualsiasi altra at- tività (estetica, economica, tecnica, politica, religiosa,
ecc.). Secondo ii loro punto di vista il conoscere diviene un principio
sussistente: la Coscienza, il Sapere, la Ragione, lo Spirito Assoluto, l'Io
puro. E, logicamente, il principio conoscitivo non si attua come rappresen-
tazione, bensì come creazione di oggetti. Dall'attività dello Spirito traggono
origine la natura, la storia e l'umanità. Nel suo agire, lo Spirito non si
propone altro fine al di fuori di quello di realizzare pienamente se stesso
acquistando una perfetta autocoscienza. L'i- stanza dell’idealismo è già
presente nel sistema kantiano, ma Kant la sviluppò soltanto parzialmente,
affermando gratuitamente l'’esi- stenza di un mondo oggettivo, della cosa in sé,
che esiste fuori di ogni esperienza {il noumer0). Ma tale postulato era
possibile a prezzo d'una grave contraddizione: l'attribuzione del concetto di
causa, il quale secondo i princisi kantiani di per sé è applicabile solamente
ai fenomeni, anche alla cosa in sé. Ai discepoli di Kant (Fichte, Schel- ling e
Hegel) riuscì facilmente il tentativo di raggiungere l’idealismo assoluto: fu
sufficiente liberare il criticismo dall’applicazione inde- bita del principio
di causalità, trascurare la cosa in sé, e condurre alle ultime conseguenze il
cuncetto kantiano dell'Io come attività ordinatrice e unificatrice
dell'esperienza esterna ed interna. Con que- sta ultima operazione l'io da
unificatore diviene creatore di tutta la realtà; l’'autocoscienza diviene il
principio assoluto di tutto il reale e di tutto ciò che è; ogni limite al
pensiero non può essere posto che dal pensiero, e dal pensiero anche superato.
In breve, l'io penso è 255 insieme il mondo e Dio, il fenomeno e il nowmeno, il
soggetto e l’og- getto. In tal modo ogni differenza qualitativa tra Dio e la
natura, tra l'Assoluto e la storia viene cancellata. La natura, la storia,
l'umanità non sono altro che i momenti decisivi della manifestazione dell'As-
soluto. Maggiori esponenti: L'idealismo è stato professato, anzitutto, dai tre
grandi discepoli di Kant: FIicHTE (1762-1846), SCHELLING (1775-1854) e HEGEL
(1770- 1831), i quali però lo svilupparono in modo diverso, in forma etica il
primo, estetica il secondo, logico-storica il terzo. Alla fine del se- colo XIX
e all'inizio del XX l’idealismo ebbe validi esponenti in Fran- cia (con
RavaIsson [1813-1900], BrunscHvICG [1869-1944], HAMELIN [1856-1907]), in
Inghilterra (con BrapLEY [1846-1924] e Mc TAGGART [1866-1925]), in America (con
Royce [1855-1916]) e in Italia (con Croce [1866-1952] e GENTILE [1875-1944]).
20. Scuola volontarista Fondatore: ARTHUR SCHOPENHAUER (1788-1860) Dottrine
principali: L'esaltazione del potere della ragione che con l'Illuminismo e
l'Idealismo aveva toccato momenti di autentica follia, dopo la morte di Hegel
(1831) scatenò tutta una serie di vivaci reazioni a favore della dimensione
opposta dello spirito umano, la dimensione affettiva della volontà, delle
passioni, degli istinti. Un gruppo di filo- sofi. di grande levatura contestò
l’importanza che si ascriveva alla ragione e la sua abilità a condurre l’uomo
verso la completa realiz- zazione di se stesso, ne evidenziò i limiti di fronte
ai problemi più gravi e più profondi e l'incapacità di fornire un orientamento
sicuro per l'avvenire. Secondo il loro punto di vista ciò che conta maggior-
mente nell'uomo non è la ragione, la speculazione, la logica, la me- tafisica,
bensì la volontà, l'istinto, la fede. C'è però chi (p. es.: Nietzsche) guarda
alla dimensione volitiva dell'uomo con eniusiasmo, fiducia, ottimismo e,
quindi, professa un velontarismo fatto di coraggio, potenza, azione, un
volontarismo volto al superamento del- la condizione attuale dell'umanità e
allo sviluppo di un uomo supe- riore (super-uomo). C'è invece chi (come Schopenhauer,
Kierke- gaard) considera la situazione dell'uomo in modo pessimistico: l’uo- mo
è alienato e oppresso da un male insanabile, governato da una volontà perversa,
a cui con le sue forze non riuscirà mai a sottrarsi né potrà mai guarire. Egli
potrà uscire da questa situazione in due modi: o sopprimendo la propria
individualità (Schopenhauer) op- pure affidandosi alla grazia di Dio
(Kierkegaard). 256 Maggiori esponenti: Oltre a Schopenhauer, KIERKEGAARD
(1813-1855) e NIETZSCHE (1844 1900) che abbiamo già ricordato e che sono i
massimi esponenti del volontarismo; da ricordare anche HERBART (1776-1841) e
FREUD (1856-1939). 21. Scuola positivista Fondatore: AUGUSTE COMTE (1798-1857)
Dottrine principali: Nel secolo XIX gli scienziati moltiplicavano le loro scoperte
su aspetti della natura e dell'uomo per i quali nei secoli precedenti la
filosofia aveva cercato invano di fornire spiegazioni valide. Tutto questo
parve giustificare l’illazione che l'unica vera filosofia fosse la scienza
stessa. E questa è precisamente la tesi centrale del positi- vismo, il quale è,
pertanto, la logica conseguenza degli insuccessi della metafisica da una parte
e dei trionfi della scienza dall'altra. Il positivismo si propone di rispondere
alla istanza di estendere il dominio dell’uomo sulla natura per mezzo della
scienza, e, insieme, all'esigenza di organizzare per mezzo della scienza lo
stesso mondo umano; onde può, sotto tale aspetto, considerarsi una prosecuzione
o una riaffermazione dei motivi illuministici contro le arbitrarie co-
struzioni metafisiche e le aprioristiche filosofie della natura fiorite
nell'età romantica. Oltre che con l'illuminismo, il positivismo è im- parentato
anche con il materialismo: entrambi vedono nella materia il principio supremo,
la causa ultima di tutta la realtà. Uno degli aspetti più originali ed
interessanti del positivismo è la preoccupa- zione umanistica. Da una parte
esso si propone di liberare l’uomo da tutte le alienazioni ideologiche a cui
l'avevano precedentemente incatenato la religione e la metafisica. Dall'altra
vuole acquisire una cognizione esatta dell’uomo come essere sociale, valendosi
del metodo delle scienze sperimentali: come le scienze sono idonee a for-
mulare le leggi relative al dispiegarsi della realtà naturale, così deb- bono essere
idonee a formulare le leggi relative al dispiegarsi del mondo sociale umano.
Maggiori esponenti: Come l’illuminismo anche il positivismo, il cui termine fu
coniato da Saint-Simon e poi adottato da Comte, è un movimento filoso- fico di
portata europea, anzi, si può dire, mondiale, avendo avuto sostenitori e
seguaci in tutte le parti del mondo. Però i suoi espo- nenti più illustri
appartengono alla Francia (SAINT-SIMmon [1760- 1825) e Comte [1798-1857],
all'Inghilterra (DARWIN [1809-1882], SPENCER [1820-1903], STuART MiLL
[1806-1873]), alla Germania HaEc- KEL [1834-1919]) e all'Italia (ArpIGÒ
[1828-1920]). 257 22. Scuola materialista-marxista Fondatore: KarL Marx
(1818-1883) Dottrine principali: I fattori che maggiormente concorsero alla
formazione di una interpretazione materialistica della realtà in Karl Marx
furono tre: lo sviluppo della scienza, la dialettica hegeliana e l’acuirsi dei
pro- blemi economico-sociali. I trionfi riportati dalla scienza durante il
secolo XIX favorirono l'affermarsi del materialismo perché fecero credere che
l’unica spiegazione vera delle cose sia quella scientifica, non quella
religiosa o quella metafisica. Anche l’acuirsi dei problemi economico-sociali
con il progredire della civiltà industriale operò a favore del materialismo, in
quanto ben presto uomini politici, so- ciologi e filosofi cominciarono a
considerarli fondamentali, condizio- nanti rispetto a tutti gli altri. Ma la
spinta decisiva per il trionfo del materialismo la fornì Hegel stesso con
l'eliminazione della dico- tomia tra reale ed ideale, tra realtà pensante e
realtà estesa, tra spirito e materia, e con la risoluzione di tutta la realtà
nella storia. Facendo assurgere la storia a realtà assoluta, Hegel spalancò la
porta al materialismo perché, partendo da queste premesse, era fa- cile trarre
la conclusione che nello sviluppo storico pesano assai più i fattori economici
che le teorie filosofiche e religiose: i primi costituiscono la struttura
fondamentale, le seconde sono semplice- mente sovrastrutture. Il principale
artefice della « conversione » del- l'idealismo nel materialismo fu Marx.
Questi ha voluto dimostrare scientificamente che l’esistenza or- ganizzata
degli individui, ossia la società, è il risultato della organiz- zazione dei
mezzi di produzione e della loro distribuzione tra gli uomini; ha fornito una
acuta e chiara diagnosi della società mo- derna come società basata sulla
produzione e appropriazione pri- vata della ricchezza socialmente prodotta,
come società che spacca la comunità dei soggetti in classi contrapposte,
capitalisti e lavora- tori; da questa iniqua distribuzione della ricchezza
prodotta ne de- riva inevitabilmente la lotta di classe e che questa a sua
volta sfocerà nella rivoluzione dei proletari di tutto il mondo che porterà
alla fine del capitalismo e al trionfo del comunismo. Maggiori esponenti: Il
materialismo dialettico elaborato da Marx con la collaborazio- ne di EncELS
(1820-1895) fu ripreso e sviluppato « secondo la lettera » da LENIN
(1870-1924), STALIN (1879-1953) e Mao (1893-1976); secondo tendenze
revisionistiche da GRAMSCI, MARcUSE (1898- 1979), BLocH (1885-1977) e GARAUDY
(1913). 258 23. Scuola pragmatista Fondatori: WiLLiam JAMES (1842-1910) e
CHARLES SANDERS ‘PEIRCE (1839-1914) Dottrine principali: Il pragmatismo è un indirizzo
filosofico tipicamente americano, sorto negli Stati Uniti alla fine del secolo
scorso, ma si inquadra in quella temperie culturale che, a cavallo del secolo,
domina l’Euro- pa: la reazione al positivismo e al materialismo positivista.
Mentre in Europa la reazione viene condotta sotto l’insegna dello spiri-
tualismo, in America percorre una via nuova ed originale, la via del successo
pratico: questo viene assunto come criterio generale nel determinare la bontà
di una conoscenza, di un sistema, di una norma di condotta. Il termine
pragmatism fu coniato da Ch. S. PEIRCE (intorno al 1872) per indicare che la
funzione del pensiero consiste precisamente nell’imporre una regola d'azione,
un comportamento, una « credenza » (belief); ne deriva che il concetto di un
oggetto si identifica con gli effetti pratici che se ne possono trarre. Le tesi
del Peirce sono state riprese ed efficacemente propagandate da W. James nel
celebre saggio Pragmatism (1907), dove il succo del nuovo indirizzo filosofico
viene così espresso: « Il metodo pragmatico con- siste nello studio delle varie
dottrine dal punto di vista delle con- seguenze pratiche. Quale differenza ci
sarebbe, in pratica, se fosse vera questa dottrina anziché quella? Se non si
può riscontrare nes- suna differenza pratica, allora le dottrine hanno in
realtà la stessa importanza e qualsiasi discussione è superflua. Quando una
discus- sione è seria, dovremmo essere capaci di mostrare le differenze pra-
tiche che devono derivare dal fatto che una alternativa è vera e l’altra no.
Tutta la funzione della filosofia è di accertare se l'accettazione di questo o
quel sistema come vero implica una differenza nei miei o nei tuoi riguardi in
un momento particolare della nostra vita ». Maggiori esponenti: Oltre a CH. S.
PEIRCE e W. JAMES, che ne sono i fondatori, il prag- matismo è stato professato
con qualche variazione da J. DEWEY(1859- 1952) e G.H. MEAD (1863-1931). Alle
tesi del pragmatismo hanno par- zialmente aderito anche pensatori europei, in
particolare J. ORTEGA Y GassET (1883-1955) e E. LE Roy (1870-1954). 24. Scuola
neopositivista Fondatore: LUDWIG WITTGENSTEIN (1889-1951) Dottrine principali:
Il neopositivismo è, essenzialmente, l'applicazione delle teorie classiche
dell’empirismo inglese all'analisi del linguaggio. Non a caso esso si è
sviluppato soprattutto nel mondo anglosassone (Inghil- 259 terra e Stati
Uniti), anche se i suoi inizi ebbero luogo a Vienna, dove un gruppo di
scienziati ebrei capeggiato da Wittgenstein e Schlick si propose di elaborare
un linguaggio scientifico rigoroso sottoposto a criteri infallibili di verità.
I motivi che hanno determinato la tra- sformazione dell’empirismo da teoria
della conoscenza in teoria del linguaggio sono due. Primo, il convincimento che
molte discussioni filosofiche siano dovute ad una insufficiente chiarezza e
precisione di linguaggio. Secondo, il desiderio di scoprire un linguaggio
univer- sale ed un criterio di significazione assoluto, validi per tutte le
disci- pline scientifiche e filosofiche. I canoni fondamentali del neopositi-
vismo, detto anche positivismo logico, sono i seguenti: a) i problemi
filosofici possono essere risolti solo con l’analisi del linguaggio; b) so- lo
le proposizioni sperimentali o fattuali, ossia le proposizioni che sono
passibili della verifica sperimentale, hanno senso; c) le proposi- zioni della
metafisica come pure quelle dell'estetica, della religione, della morale, ecc.
non hanno un contenuto, in quanto ogni contenuto proviene dali’esperienza e,
perciò, sono prive di senso. Su questi po- stulati si fonda la tesi centrale
del neopositivismo: quella della as- surdità (più esattamente, della
non-sensatezza) della metafisica, del- l'etica, dell'estetica e della
religione. Maggiori esponenti: Nella forma rigida che abbiamo esposto il
neopositivismo è stato sostenuto oltre che da Wittgenstein (il primo
Wittgenstein) e SCHLICK (1882-1936), anche da NEURATH (1882-1945), REICHENBACH
(1891-1953), CARNAP (1891-1970), RussELL (1872-1970) e Ayer (1910). Ma,
allorché si riconobbe l'insostenibilità del principio della verifica sperimen-
tale come criterio assoluto di significanza, la corrente neopositivista si
trasformò in corrente dell'analisi del linguaggio. Questa cessa di privilegiare
il linguaggio scientifico sopra tutti gli altri e adotta come linguaggio base
il linguaggio ordinario. Quanto al criterio di significanza molti sono disposti
ad accogliere quello proposto da K. PoPPER (1902), detto criterio di
falsificabilità. 25. Scuola esistenzialista Fondatori: MARTIN HEIDEGGER
(1889-1976) e KIERKEGAARD (1813-1855) Dottrine principali: La prima guerra
mondiale mostrò la vacuità di tutti i sistemi filosofici, dall'idealismo al
volontarismo, dal positivismo al materia- lismo, mettendo in scacco i valori da
essi esaltati, e fece sentire l’ur- genza d'un rinnovamento sostanziale della
filosofia. Interprete di tale istanza di rinnovamento e, allo stesso tempo,
testimone della situazione di angoscia in cui il flagello orrendo della guerra
aveva sprofondato l'umanità è l’esistenzialismo, un movimento di pensiero che —
rifacendosi anche al pensiero di Kierkegaard — concepisce 260 la speculazione
filosofica come una minuta analisi dell'esperienza umana quotidiana, in tutti i
suoi aspeiti, teorici e pratici, indivi- duali e sociali, istintivi ed
intenzionali, ma soprattutto degli aspetti ‘irrazionali della vita umana. I
caratteri fondameniali deil’esistenzia- lismo sono i seguenti: a) il metodo
fenomenologico: questo consiste essenzialmente in uno sforzo di chiarificagione
della esperienza con- dotto non alla luce di principi metafisici ma nell’ambito
dell’espe- rienza stessa mediante l'osservazione obiettivadella realtà così
come essa si manifesta;! b) il punto di parienza antropologico: la ri-
flessione filosofica comincia dall'uomo e si incentra sempre su di lui; c) il
tentativo di integrare le dimensioni dell'uomo comunemen- te considerate
irrazionali, come gli istinti, i sentimenti e ie passioni, in una visuale più
comprensiva; d) la subordinazione dell'essenza al- l'esistenza: l'uomo non è
concepito come un essere naturale com- pletamente configurato nella sua essenza
sin dalla nascita, ma come un individuo che, esistendo, crea la propria essenza
mediante l’uso della libertà; e) i criteri della condotta morale ron sono
ricavati dal- la natura e neppure da Dio bensì dalla storia e precisamente
dalle possibilità concrete che si presentano quotidianamente ad ognuno di noi.
È autentica ossia morale la vita di coiui che sa tradurre in atto le proprie
possibilità, mentre invece è inautentica la vita di chi le trascura. Maggiori
esponenti: L'esistenzialismo attuale ha avuto i suoi rappresentanti più iliu-
stri in Germania (con HFipEGcER e Jaspers [1883-1969]), dove tra l'ai- tro
esercitò un influsso decisivo sulla teologia, dando origine al mo- vimento
denominato teologia della crisi (BARTH [1886-1968], ILLICH [1886-1965],
GocarTEN [1887-1967], BuLTtMANnN [i884-1976]), e in Francia (con SARTRE
[1905-1980], CAMus [1913-1960], MarczL [1889- 1973], MERLEAU-PONTY [1908-1961]
e LaveLLE [1883-1951]); in Italia con ABBAGNANO (1901). 26. Scuola personalista
Fondatore: CHARLES RENOUVIER (1815-1903) Dottrine principali: Il personalismo è
un importante movimento filosofico contem- poraneo che ha avuto per culla la
Francia (già alla fine del secolo scorso), ma poi ha trovato molti seguaci sia
negli altri paesi eu- ropei come in alcuni paesi dell'America sia del Nord sia
del Sud. Si caratterizza per l’attenzione che rivolge alla persona. Contro
tutti quei sistemi filosofici che trascurano la persona o facendone un mo-
mento dell’Assoluto (idealismo) o della Storia (storicismo) o della Vita
(vitalismo) o della Natura (materialismo) o subordinandola alla 1 Vedere più
avanti la Scuola fenomenologica. 261 ori religiosi (cattolici, protestanti,
ebrei). Ciò spiega come il loro discorso sulla persona si apra necessariamente
verso la Trascendenza: Dio è il Tu supremo che chiama, interpella e porta a
compimento la progettualità umana tesa all'infinito. Maggiori esponenti: Tra i
cattolici: CH. RENOUVIER (1815-1903), E. MOUNIER (1905- 1950), J. QuiLEes, R.
GUARDINI (1885-1968); tra i protestanti: P. Ri- COEUR (1913), E.S. BRIGHTMAN;
tra gli ebrei M. BuUBER (1878-1975) e E. LÉvInAs (1906). 27. Scuola
spiritualista Origine: È un vasto movimento di pensiero che si sviluppa in
Europa (in particolare in Francia, Italia e Germania) negli ultimi decenni del-
l'’Ottocento e nei primi del Novecento in contrapposizione al positi- vismo,
allo scientismo e al materialismo. 4 Dottrine principali: Lo spiritualismo
accoglie nelle sue file pensatori di svariate ten- denze che hanno in comune
tra di loro tre cose: a) il rifiuto del ma- terialismo positivista e scientista
che aveva dominato la scena cul- turale europea durante la seconda metà del
secolo XIX; b) la riaf- 262 fermazione del primato della dimensione spirituale
su quella ma- teriale della realtà; c) la critica della concezione positivista
delle conoscenze che aveva identificato scienza e ragione e, allo stesso tempo,
assolutizzato i poteri della scienza. Denunciando le assurde pretese scientiste
del positivismo, gli spiritualisti riaprono la porta alla riflessione
metafisica. Questa però viene realizzata in svariati modi: secondo il modo più
interioristico ed antropologico di Agosti- no, oppure secondo il modo più
oggettivo ed ontologico di san Tom- maso, oppure secondo il modo trascendentale
di matrice kantiana, oppure secondo il modo dialettico di ispirazione
pascaliana, ecc. Così si è avuto lo sviluppo di uno spiritualismo agostiniano
(con Blondel, Lavelle, Sciacca, Lazzarini, Guzzo); di uno spiritualismo neoscolastico
o neotomistico (Gilson, Maritain, Masnovo, Fabro, Bontadini); di uno
spiritualismo neokantiano (Lotze, Rickert, Ca- rabellese, Martinetti). Divisi
nelle vie da percorrere gli spiritualisti si trovano però uniti nel traguardo
finale: la riaffermazione di Dio quale centro spirituale dell'universo,
principio primo del possente dinamismo insito nell'uomo e nelle cose, valore
supremo che assi- cura un solido fondamento a tutti gli altri valori (morali,
religiosi, sociali, personali) in particolare al valore assoluto della persona.
Maggiori esponenti: Tra i primi e principali esponenti dello spiritualismo,
oltre i nomi di cui abbiamo riferito sopra, occorre ricordare F. RAVAISSON
(1813-1900), CH. RENOUVIER (1815-1903), J. LACHELIER (1832-1918), E. BouTRoux
(1845-1921), che, in certo modo, possono anche dirsi fon- datori di questo
movimento. 28. Scuola di Francoforte Fondatore: M. HoRKHEIMER (1895-1973), che
è stato il principale ani- matore dell'indirizzo di pensiero che ebbe
nell'Institut fiir Sozial- forschung (Istituto per la ricerca sociale) di
Francoforte il suo cen- tro di irradiazione. Storia e dottrine princi pali:
L'Istituto, fondato nel 1924 e diretto da Karl Griinberg, fu do- minato poi
dalla personalità di Horkheimer, che fu chiamato a di- rigerlo nel 1931.
Horkheimer diede notevole impulso agli studi del- l’Istituto, proponendosi di
promuovere la elaborazione di una « teo- ria della società esistente
considerata come un tutto », avvalendosi di una ricerca interdisciplinare che
contava soprattutto sull’apporto oltre che della filosofia, della psicanalisi,
della antropologia, della sociologia. Nel 1932 nacque la rivista Zeitschrift
fiir Sozialforschung (Rivista per la ricerca sociale), come organo ufficiale
dell'Istituto. Questo, nel 1933, a causa dell'avvento del nazismo che ne aveva
de- cretato la soppressione, fu trasferito prima a Parigi e successiva- 263
movimento di pensiero che, nello studio della realtà, assegna il primato alle
strutture anziché ai contenuti. Dello strutturalismo si danno due versioni
principali, guella lingui- stica e quella filosofica. Fondatore delia prima è
F. De Saussure, della seconda C. Lévi-Sirauss. Poiché la versione filosofica
dipende stret- tamente da quella linguistica, si può coglierne il significato
soltanto tenendo presenti le tesi basilari di quest'ultima, che sono le se-
guenti: nello studio strutturalistico di una lingua i isrmini non vanno
trattati come entità indipendenti ma vanno considerati nelle loro reciproche
relazioni, cioè l’analisi deve basarsi sulle relazioni fra i termini; la lingua
va vista come un sistema, mostrande che ci sono sistemi fonologici concreti e
scoprendo le loro strutture; in- fine si cerca di arrivare, sia con l’induzione
sia con la deduzione, alla conoscenza di leggi generali e a formulare relazioni
necessarie. Dal campo della linguistica Lévi-Strauss ha trasferito lo
strutturalismo allo studio generalizzato dell’uomo e della società, ritenendo
di poter trattare i membri della società alla stregua dei singoli termini di
264 logia, dalla macchina, e si vede sempre più gravemente lesa nella sua
libertà e nella sua autonomia. Ciò che è accaduto, secondo ‘Foucauli, è la
morte dell’uomo; e, in effetti, più che la « morte di Dio », lo strutturalismo
« annuncia la fine del suo uccisore [...] l'assoluta dispersione dell’uomo ».
Maggiori esponenti: I maggiori rappresentanti dello strutturalismo sono: C.
LÉvI- STRAUSS (1908) che concepisce l'antropologia strutturale come inven-
tario delle possibilità inconsce da cui emergono le strutture proprie di una
società; M. FoucauLT (1926), studioso dell’epistema, ossia del- l’a priori
storico di alcuni periodi della civiltà occidentale. 30. Scuola fenomenologica
Fondatore: EDMUND HussERL (1859-1938) Dottrine principali: Come suggerisce il
termine « fenomenologia » — che è quello che dà il nome a questa scuola — lo
studio dei fenomeni costituisce l’obiettivo primo e principale della filosofia
secondo Husserl e i suoi seguaci. Senonché il loro concetto di fenomeno ha ben
poco in co- mune con il classico concetto kantiano, il quale rimanda
necessaria- mente alla « cosa in sé », il noumeno. Secondo Husser! il fenomeno
è il dato immediato ed ultimo, e la questione della cosa in sé non si pone
neppure. Il fenomeno, si potrebbe dire, è la cosa in sé, e in effetti per
Husserl e per i suoi seguaci studiare i fenomeni significa studiare la realtà
quale essa si offre alla intelligenza al fine di evi- denziarne i contenuti
essenziali. Per quesio è essenziale l’epoché (termine greco che significa «
sospensione », « messa in parentesi »): vale a dire la sospensione di qualsiasi
conoscenza previa intorno ai fenomeno preso in esame, compreso il presupposto
deila coscienza naturale che al di là del mondo conosciuto (mondo eidetico, dei
significati) esista anche un mondo esterno. Il metodo fenomenologico — di cui
Husserl fu il geniale inven- tore — fu accolto con entusiasmo e fu ampiamente
utilizzato da 265 molti filosofi del sec. XX, soprattutto dagli
esistenzialisti, ma anche dai personalisti, dagli psicanalisti, dagli analisti
del linguaggio, da- gli antropologi, dai sociologi, dai filosofi della
religione, ecc., i quali, però si appropriarono della teoria husserliana con
una buona dose di libertà, depurandola quasi sempre da quella venatura idea-
listica che c'era in Husserl. Della fenomenologia salvaguardarono i due canoni
fondamentali: l'epoché (cioè sospensione di ogni cono- scenza o precomprensione
di ciò che costituisce oggetto di studio) e intenzionalità (che è il
riconoscimento del carattere essenzialmente referenziale della coscienza e dei
suoi contenuti), mentre lasciarono cadere gli altri elementi che avevano
condotto Husserl sui sentieri dell'idealismo e del solipsismo. ; Maggiori
esponenti: L'indirizzo fenomenologico ha avuto un largo seguito, e l’uso del
metodo fenomenologico ha consentito a numerosi pensatori di conseguire
importanti risultati: a SCHELER (1874-1928) di esplorare il mondo dei valori; a
HEIDEGGER (1889-1976) il mondo dell’esistenza; a MERLEAU-PONTY (1908-1961) il
mondo del corpo; a WITTGENSTEIN (1889-1951) il mondo del linguaggio; a RICoEUR
(1913) il mondo del simbolismo religioso; a LÉvINAS (1906) il mondo dell'altro;
a MARCEL (1889-1973) il mondo della fede, della speranza e della carità; a
SARTRE (1905-1980) il mondo della libertà; a GADAMER (1900) il mon- do della
storia. 31. Scuola epistemologica Una vera e propria scuola! che porti questo
nome non è mai esi- stita e non esiste. Nella storia della filosofia invece si
registra forte attenzione a numerosi problemi della conoscenza come la natura,
i fondamenti, i limiti e le condizioni di validità del sapere scientifico nei
vari campi delle scienze; ciò è avvenuto soprattutto a partire da Cartesio e
con maggior impegno nell'ultimo secolo. Tale attenzione è il tratto comune di
tutto il pensiero moderno ed è ciò che lo di- stingue dal pensiero antico e
medioevale. Mentre questo aveva un orientamento marcatamente metafisico, il
pensiero moderno ha pre- so un orientamento marcatamente gnoseologico o
epistemologico: la discussione fondamentale e principale riguarda il conoscere
e non più l'essere. Da questo indirizzo generale e comune si distaccano sva- P
! Per avere una scuola non basta un bel tema. La metafisica e l'etica, per
esempio, sono temi bellissimi eppure non esistono né una scuola metafisica né
una scuola etica. Perché si dia una scuola occorre anzitutto un maestro e poi
un discreto numero di discepoli che per qualche tempo ne abbiano ripreso il
pensiero. Sui grandi temi (e questo è anche il caso dell’epistemologia) sono
state proposte, come è detto sopra, svariate interpretazioni ed elaborazioni da
parte di numerosi maestri insigni che pertanto hanno dato luogo a molte scuole,
non ad un'unica scuola. 266 riate ramificazioni: la scuola razionalista (con
Cartesio, Spinoza e Malebranche) nel secolo XVII; la scuola empirista (con
Locke, Berkeley e Hume); la scuola illuminista (con Voltaire, Rousseau,
Lessing) e la scuola criticista (con Kant) nel secolo XVII; la scuola
positivista (con Comte e Spencer) nel secolo XIX; la scuola neopo- sitivista o
neoempirista (con Carnap, Popper, Wittgenstein, Russell, Ayer) nel secolo XX. I
recenti sviluppi della riflessione epistemo- logica (di Bachelard, Popper,
Kuhn, Agazzi) ha fruttato un ridimen- sionamento delle pretese della scienza e
ha rimesso in luce questio- ni preliminari sulla natura stessa del conoscere e
del soggetto che svolge l’attività scientifica che debordano i confini
dell’epistemolo- gia e invadono il terreno della metafisica. 32. | « Nuovi
Filosofi » Non rappresentano una scuola nel senso proprio del termine, ma
rappresentano sicuramente una delle correnti‘ di pensiero più indicative della
crisi. della coscienza contemporanea. Giovani intel- lettuali marxisti,
‘protagonisti del maggio 1968 in Francia, sono diventati progressivamente
assertori di una critica radicale alla complessità teorica e pratica del
marxismo nelle .sue formulazioni di principio e nelle sue attuazioni storiche.
Le ragioni di questa crisi profonda nei confronti del marxismo sono state
provocate soprattutto dalle tragiche vicende degli intellet- tuali sovietici
del dissenso e dalla pubblicazione di Arcipelago Gulag (1978) di A. Solzenicyn.
Maggiori esponenti: CHRISTIAN JAMBET (1949), Guy LARDREAU (1947), JEAN-MARIE
BENOIST (1942), JEAN PAUL Dottè (1939), MicHEL GUERIN (1946), BERNARD- Henry
LEvy (1949), ANDRÈ GLUCKSMANN (1937). Kk xk Abbiamo presentato i sistemi
principali delle filosofie occiden- tali. Il motivo di questo è dato dal fatto
che « soltanto gli occidentali, a partire dal popolo greco, sono riusciti a
mettere a punto gli stru- menti concettuali (la logica, la dialettica, il puro
ragionamento) che sono necessari per elevare la filosofia dal livello
elementare a quello scientifico. Infatti, anche nelle altre culture,
specialmente in quelle derivanti dalle grandi civiltà mediorientali ed
orientali, elementi fi- losofici appaiono in contesti di carattere
prevalentemente religioso e pertanto non possono essere definiti “filosofia” in
senso scientifico 267 vero e proprio ».! Altrettando non si puè dire delia
filosofia islamica, la quale approfondì e Sviluppo la filosofia scolastica
prima ancora che essa si sviluppasse in Europa. I massimi rappresentanti della
filo- sofia islamica sono AVICENNA, nato nell'Asia centrale nel 980 e morto nel
1037 duranie una campagna militare; AVERROÈ, nato a Cordova, in Spagna, nel
1126 e morto nel 1198. Anche nel mondo ebraico si di- stinsero, rel Medioevo,
due filosofi che hanno tentato di approfon- dire le più importanti verità della
fede, servendosi anche delia spe- culazione aristotelica e neoplatonica:
AVICEBRON, nato a Malaga, in Spagna, verso il 1820 e morto a Valencia fra il
1058 e il 1069; MAIMONIDE, nato a Cordova nel 1135 e morto a Il Cairo nel 1204.
Naturalmente, alla suddivisione delle Scuole illustrate nel pre- sente volume,
specie per quanto riguarda quelle degli ultirni se- coli, si possono fare delle
obiezioni. Non è possibile seguire un cri- terio rigido e uniforme. Molti
filosofi appaiono in più di una Scuola, sia per l'evoluzione del loro pensiero
che per i, multiformi contributi dati da numerosi filosofi a più di un
indirizzo filosofico. Per questo, è utile consultare la ZII Parte, che presenta
le schede dei maggiori filosofi, dall'antichità ad oggi. ! B. MONDIN, vol. I,
p. 9. 268 Parte terza: I PRINCIPALI FILOSOFI" Abbagnano Nicola (1901)
Filosofo italiano, nato a Salerno, fu allievo di A. Aliotta e docente in varie
università. Distaccatosi dall’idealismo, in Italia fu tra i pri- mi a cogliere
e segnalare l’importanza della nuova prospettiva esi- stenziale nello studio della
realtà, che proveniva dalla Germania e dalla Francia, propugnando, peraltro,
una sorta di esistenzialismo positivo, in contrapposizione a quello
essenzialmente negativo di Heidegger, Jaspers, Sartre. Successivamente, dopo il
1945, approfon- dendo il pragmatismo e lo strumentalismo anglo-americano,
divenne assertore convinto di una concezione del mondo che, pur afferman- do la
dignità assoluta della persona e dei suoi diritti, allo stesso tempo riconosce
apertamente i limiti della ragione umana, la quale deve rifuggire ogni
tentazione di onniscienza ed onnipotenza e col- tivare la via del « limite ».
Opere principali: La struttura dell’esistenza (1939); Introduzione
all'esistenzialismo (1942); Esistenzialismo positivo (1948); Storia della
filosofia, in 3 voll. (1946-1950); Possibilità e libertà (1956); Di- zionario
di filosofia (1960). Abelardo Pietro (1079-1142) Filosofo e teologo francese
nato a Nantes, fu una mente enciclo- pedica e un dialettico formidabile.
Discepolo a ‘Parigi di Roscellino (nominalista) e di Guglielmo di Champeaux
(ultrarealista), ben pre- sto prese posizione contro i suoi maestri, aprendo
nuove strade sia in filosofia (con la teoria del realismo moderato), sia in
teologia (col metodo dialettico del sic et non). Fu maestro prima di dialettica
e successivamente di teologia a Parigi (nella scuola di Notre Dame * In questa
Parte terza vengono presentate le schede dei filosofi delle grandi Scuole del
periodo antico, medioevale e moderno; un maggior sviluppo è riservato ai
filosofi dell’epoca contemporanea. Le date di nascita e morte di gran parte dei
filosofi dell'antichità, per mancanza di dati precisi, si devono ritenere
approssimative. 269 e nel monastero di san Vittore) ottenendo grande successo
tra la folla dei suoi auditori. Ma incappò in due grossi infortuni: quello
sentimentale a causa del suo sventurato amore per la sua giovane allieva Eloisa
che aveva sposato in segreto e che gli costò l’evira- zione e la chiusura in
convento a Chalons sur Saòne fino alla morte; quello dottrinale che gli attirò
la condanna dei concili di Soissons (1121) e di Sens (1141). In teologia la
tendenza di Abelardo è razio- nalistica: mira a sottoporre all'analisi critica
della ragione anche le verità di fede. In filosofia hanno avuto vasta risonanza
la sua so- luzione del problema degli universali secondo la linea del realismo
moderato, e la dottrina della buona intenzione quale criterio unico della bontà
di un'azione. Opere principali: Dialectica; De unitate et trinitate divina (in
cui tenta di accostare le tre persone della Trinità alla triade neoplatonica
Uno, Mente, Anima); Nostrorum petitioni sociorum; Ethica seu liber scito
teipsum; Ingredientibus. A carattere teologico scrisse, tra l’al- tro:
Introductio ad theologiam, Theologia christiana. Adler Max (187 1937). . È
annoverato” tra È ‘tapiscuola dell’è ‘austromarxismo », la nuova scuola nata
‘da’ una « Comunità spirituale », frantumatasi, nel 1914, per le divergenze
sorte in merito alla valutazione del problema della partecipazione alla guerra,
dei nazionalismi e dei caratteri della rivo- luzione bolscevica. i Questione
primaria dell’austromarxismo è la fondazione dei va- lori del socialismo e la
verifica di quanta scienza sia presente nel marxismo o quanto meno derivabile
da esso. La sua riflessione è polarizzata su tre questioni fondamentali: a) il
concetto di pro- gresso; b) l'interrogativo circa l’interpretazione del
materialismo; c) il carattere metafisico e metodologico della dialettica. Opere
principali: l'opera nella quale Adler elabora le linee fonda- mentali della sua
riflessione è Problemi marxisti (1920); altre sue opere sono: La condizione
dello Stato nel marxismo; Democrazia e consigli operai; Socialismo e
intellettuali. Adorno Theodor Wiesegrund (1903-1969) Filosofo, sociologo e
musicologo, nacque a Francoforte, dove visse e lavorò sino all'avvento del
nazismo, quando si trasferì negli U.S.A. insieme ad Horkheimer, dal ’34 al '50.
Tornato in Germania, divenne condirettore dell'Istituto per le Ricerche
Sociali, la famosa Scuola di Francoforte, che era stata fondata nel 1924, e dal
1931 al 1933 venne diretta da Horkheimer, di cui Adorno fu sempre il più
sti‘etto collaboratore. Insieme a questi curò la stesura delle due opere
fondamentali: Dialettica dell'Illuminismo e Lezioni di sociologia. Da marxista
pienamente convinto, quale fu sino agli anni ‘’40, divenne un critico preciso
del pensiero di Marx, sia come ideologia che come filosofia, impegnandosi,
soprattutto negli ultimi anni, ad 270 analizzare criticamente i miti del
progresso ed il loro sviluppo nelle società capitaliste avanzate. Nel contempo,
come studioso della filosofia della musica, di cui può dirsi fondatore, indicò
nell'arte il mezzo per riproporre in modo continuo la dimensione utopica per la
risoluzione della crisi culturale moderna. Opere principali: Dialettica
dell'illuminismo (1944); Lezioni di sociologia (1947); Personalità autoritaria
(1950); Minima moralia (1951); Tre studi su Hegel (1963); Dialettica negativa
(1966). Come musicologo è notevole La filosofia della musica moderna (1949);
In- troduzione alla sociologia della musica (1962). Nel 1974 è uscita po- stuma
ed incompleta la sua Teoria estetica. Agostino di Ippona (354-430) Nato a
Tagaste (nell'attuale Algeria) da madre cristiana (la futura santa Monica), si
dedicò a studi letterari e filosofici e poi all’insegna- mento. Aderì in epoche
diverse a filosofie diverse. Passò a Roma e poi a Milano: qui, anche per
l’incontro con sant'Ambrogio, si con- vertì al cristianesimo e ricevette il
battesimo. Tornato in Africa, di- venne prete e poi vescovo di Ippona. Morì nel
430. Scrisse molte opere su svariati argomenti di interesse filosofico e
teologico. Sant'Agostino è il massimo esponente della filosofia cristiana du-
rante il periodo patristico. Egli ha operato una sintesi armoniosa di
cristianesimo e di neoplatonismo. Egli dà alla sua filosofia una netta
impostazione interioristica (« la verità abita nell'uomo interiore ») ed è
essenzialmente attraverso l’interiorità umana che egli ascende a Dio.
Nell'uomo, che è mutevole — osserva Agostino —, vi è la verità, che è
immutabile: in ultima analisi, Dio è la Verità che si fa riconoscere nel cuore
dell'uomo. Al problema se l'uomo possa conoscere la verità Agostino rispon- de
con una serrata critica dello scetticismo, dimostrando che l'uomo conosce con
certezza alcune verità. La conoscenza delle verità eterne, che è il vertice
della conoscenza intellettiva, ha luogo attraverso la illuminazione divina. Il
linguaggio ha funzione strumentale: la pa- rola serve per comunicare le idee.
Momento centrale della sua riflessione è il tema della creazione del mondo
messo in rapporto al problema dell'eternità e del tempo. Il tempo per Agostino
è una dimensione propria dell'animo umano, è la durata di una natura finita che
ha bisogno di tappe successive e continue per realizzarsi. Il tempo è un
presente che passa, l'eternità, invece, è un presente che non passa. La mente è
la misura del tempo: 1) la memoria è il presente del passato; 2) l'intuizione è
il presente del presente; 3) l'attesa è il presente del futuro. Il mondo è
stato creato da Dio nella sua intierezza, sin dall'inizio, con tutte quelle
virtualità, che si sarebbero venute sviluppando nel- la storia (ragioni
seminali). Inoltre, nell'affrontare il problema del male, comune alla tradizio-
271 ne del neoplatonismo, afferma che il male non deriva da Dio, ma dalle
creature, in quanto non è una realtà positiva, ma una privazio- ne della
realtà. Contro il manicheismo sostiene la libertà dell'uomo, contro il
pelagianesimo il valore della grazia. La centralità riservata da Agostino
all'interiorità dell'uomo fa sì che nel suo pensiero il problema dell'anima
acquisti una particolare incidenza. Per Agostino l’uomo è « un'anima
ragionevole che si serve di un corpo mortale terrestre ». Gli argomenti per
dimostrare la spi- ritualità e l'immortalità dell'anima sono: 1) o l’anima
esplica la sua attività (volere, pensare, dubitare, ecc.) senza il corpo e
allora è spi- rituale, o ha sempre bisogno «del corpo e allora è materiale.
(C'è un caso in cui l'anima non ha bisogno del corpo ed è quando conosce se
stessa come sostanza che vive, ricorda e vuole, ecc.; 2) la prova del-
l'immortalità è di ispirazione platonica: l’anima si trova in continua
relazione con la verità; vi è pertanto un'intima unione tra la mente che contempla
la verità e la verità che è contemplata. Con Agostino ha inoltre origine nel
pensiero occidentale una vera e propria teologia della storia, innestata su una
nuova filosofia della storia, ben diversa da quella del mondo classico. La
storia non è più concepita come un susseguirsi di cicli che si ripetono
periodicamen- te, ma un cammino in linea retta che sale dalla terra al cielo.
Lo svolgersi della storia è la lotta tra la città terrena e quella celeste. La
storia è divisa in tre grandi periodi (l'origine, il passato, il fu- ‘turo)
rischiarati dalla luce della Rivelazione cristiana. Infine, per Agostino, i
rapporti fra la « città celeste » (o Chiesa) e la « città terreno » (o mondo)
sono chiariti ricorrendo alla dialettica dei due amori: l’amore di Dio; l’amore
di sé. Opere principali: Contra academicos; De beata vita; De ordine;
Soliloquia (quattro opere scritte tra il 386 e il 387); De immortalitate animae
(387); De libero arbitrio (388); De vera religione (390); Con- fessiones (13
libri scritti tra il 397 e il 401); De Trinitate (15 libri scritti tra il 399 e
il 419); De civitate Dei (22 libri scritti tra il 413 e il 426). Alberto Magno
(1205-1280) Filosofo e teologo tedesco. Fece i suoi studi a Bologna e a Padova
e nel 1223 entrò nell'ordine domenicano. Insegnò teologia a Parigi e poi a
Colonia, dove morì. A Parigi ebbe come allievo Tommaso d'Aquino. Fu uno dei
primi pensatori medievali a valorizzare la filo- sofia e la scienza
aristotelica, dichiarandola compatibile con la fede cristiana; ne raccomandò
l'assunzione da parte della Chiesa e diede egli stesso l'esempio di ome si
poteva utilizzare le dottrine scientifi- che e metafisiche di Aristotele a
vantaggio del cristianesimo. A tal fine cercò di liberare il pensiero del
filosofo greco dalle distorsioni che gli aveva procurato l’interpretazione di
Averroè. In tal modo egli spianò la strada al discepolo Tommaso d'Aquino, che
riuscì ad operare 272 quella grande sintesi del pensiero aristotelico con la
rivelazione cri- stiana, che costituisce una delle massime conquiste del
Medioevo. Opere principali: Commentari alle opere di Aristotele; Tractatus de
natura boni; Summa de creaturis; commento alle Sentenze di Pietro Lombardo;
Summa theologiae. Althusser Louis (1918) Filosofo francese, nato ad Algeri e
discepolo di Bachelard, ha insegnato a lungo all’« École Normale Superieure »
di Parigi sino a quando fu colpito da una malattia mentale. Appartiene con
Bloch e Garaudy al neomarxismo francese. Egli ritiene che la dialettica
hegeliana sia funzionale in ordine alla prassi marxiana, leninista e maoista e
pertanto vada o abbando- nata o ridefinita; asserisce, inoltre, che in Marx è
presente una « rottura epistemologica » tra la nozione fondamentale di « modo
di produzione » e l'umanesimo degli scritti giovanili. Assume, pertanto, il
metodo strutturale come chiave di lettura dei testi marxiani con soluzioni
opposte a Bloch e a Garaudy. Egli nega infatti che nelle opere giovanili di
Marx esista la prospettiva di un « umanesimo socialista », attribuendo al
concetto di umanesimo una valenza ideologica e al concetto di socialismo una
valenza scien- tifica. Marx, secondo Althusser, si è impegnato in un
affrancamento dai pregiudizi filosofici e, anche se non ha eliminato
l'ideologia, ha creato le condizioni storiche per conoscerla, ponendosi così da
un punto di vista scientifico. L'approccio scientifico all'ideologia avreb- be
pertanto costituito il vero merito di Marx e del marxismo. Opere principali:
Per Marx (1965) e Leggere il « Capitale » (scritto con i suoi allievi nel
1965); Lenin e la filosofia (1969), Umanesimo e stalinismo (1973), Elementi di
autocritica (1974). Anassagora (500-428 a.C.) Originario di Clazomene, in Asia
Minore, introdusse la filosofia ad Atene. Fu filosofo e scienziato. Ad Atene
divenne maestro di Pe- ricle. Imprigionato a causa delle sue teorie
astronomiche, fu liberato per intercessione di Pericle e morì in esilio. Anche
per Anassagora, come per Democrito, l'essere è costituito da atomi
qualitativamente diversi, le « omeomerie ». La diversità dei corpi è data dal
prevalere di determinate omeomerie. Per primo Anassagora pone come causa del
divenire una Mente Suprema (Nous), principio ordinatore delle cose. Così egli
supera la spiega- zione naturalistica dell'universo ed apre orizzonti nuovi al
pensiero greco. Della sua opera Sulla natura rimangono 12 frammenti.
Anassimandro (610-546 a.C.) Matematico e astronomo di Mileto, oltre che
filosofo. Successe a Talete nella guida della Scuola ionica. Pone come
principio primo di tutte le cose qualcosa di indeterminato (àpeiron). Il suo
eterno 273 movimento determina nella materia, per separazione, i contrari.
L'àpeiron (infinito) di Anassimandro è un concetto nuovo e importan- tante
perché introduce elementi metafisici, che trascendono cioè le co- se « finite
». Della sua opera Della natura rimane un solo frammento. Anassimene (585-528
a.C.) Nacque a Mileto, come Talete e Anassimandro, di cui fu disce- polo.
Ripone il principio primo nell'aria, che è eterna e in continuo movimento,
rifiutando così il concetto dell’àpeiron del suo maestro Anassimandro. È
l’espressione più compiuta della filosofia ionica. Della sua opera Sulla natura
rimane un solo frammento. Anselmo d'Aosta (1033-1109) Nato ad Aosta entrò,
adolescente, nell'abbazia benedettina di Bec, in Normandia, nel 1086 ne divenne
abate. Una decina d'anni più tardi fu nominato vescovo di Canterbury in
Inghilterra. Anselmo è il massimo pensatore cristiano del secolo XI e dà
l’avvio alla rinascita del pensiero filosofico e teologico medioevale. Egli
studia, tra l'altro, due problemi di fondamentale importanza per la filosofia
cristiana: il problema dei rapporti tra fede e ragione che risolve secondo la
linea dell'armonia nella sottomissione della ragio- ne alla fede e il problema
della esistenza di Dio, che risolve con la celebre prova ontologica (movendo
cioè dal concetto che Dio è l’esse- re massimo che si possa concepire: id cuius
maius cogitari nequit). Opere principali: Monologion; Proslogion; Cur Deus
homo; De veritate; De grammatico. Ardigò Roberto (1828-1920) . Nato a
Casteldidone (Cremona), mentre compiva gli studi classici a Mantova si sentì
chiamato alla vocazione sacerdotale. Venne ordi- nato prete nel 1851 a Mantova,
dove fu nominato canonico della cattedrale nel 1863. Dopo un lungo periodo di
crisi, abbandonò il sacerdozio nel 1871. Nel 1881 fu chiamato alla cattedra di
storia del- la filosofia nella università di Padova. Ricoprì tale incarico per
quasi 30 anni. Morì suicida a Mantova dove si era ritirato. Ardigò fu il più
illustre rappresentante del positivismo in Italia. Rifacendosi a Spencer,
Ardigò insegna che tutta la realtà è una « for- mazione naturale » che va dal
sistema solare alle più elevate espres- sioni del pensiero umano; pertanto egli
considera la vita psichica quella che rivela nel modo più singolare la vita
stessa dell'universo. Secondo Ardigò la differenza tra l’uomo e l'animale è
soprattutto organica. Nell'uomo la più perfetta organizzazione del sistema rer-
voso e specialmente del cervello, consente uno sviluppo psichico più perfetto.
Tutta la realtà è omogenea; perciò non esiste l’inconosci- bile (Dio) ma
soltanto l'ignoto. Quindi non esiste trascendenza ma pura e assoluta immanenza,
per cui non si possono superare i confini della coscienza o del mondo umano.
274 Opere principali: La psicologia come scienza positiva {1870); La motale dei
positivisti (1879); Relatività della logica umana (1881); Il fatto psicologico
della percezione (1882); Sociologia (1886); La scienza dell'educazione (1893);
L'unità della coscienza (1898). Aristotele (384-322 a.C.) Nato a Stagira
(Tracia), visse ‘soprattutto ad Atene; fu discepolo di Platone e precettore di
Alessandro Magno; fondò ad Atene il « Li- ceo » o Scuola peripatetica (335).
Insieme a Platone, Aristotele è la figura dominante della storia della filosofia,
dall'antichità sino al- l'epoca moderna. Ha scritto su moltissimi argomenti:
sulle scienze, sulla logica, sulla filosofia. Mentre Platone preferisce il
dialogo, Aristotele usa il trattato filosofico come espressione del suo
pensiero. È il creatore della logica, cioè dello studio sistematico dei
concetti e dei loro rapporti. Nel campo del ragionamento propone due metodi: la
deduzione e.l’induzione. | ‘« Afistotele sostiene che la'scienza:è superiore
all'esperienza, per- tte la*scienza è conoscenza medi nte lepanse. Là
Metafisica è l’opera if cui i Aristotele : si occupa dei ‘principi. ‘primi
delle cose. La verità prima e fondamentale è il principio. di
non-contraddizione, principio noto, assoluto, indimostrabile. Quanto al
costitutivo essenziale delle cose, Aristotele rifiuta la teoria platonica delle
Idee perché essa, a suo avviso, non spiega né l'essenza delle cose, né il loro
divenire, né il loro rapporto con le Idee, né in che modo l’uomo le possa
conoscere. La spiegazione della realtà va ricercata nella realtà stessa,
costituita di sostanze e di ac- cidenti ed i cui elementi costitutivi sono la
materia e la forma. Materia e forma esistono soltanto insieme (« sinolo »):
alla sostanza la forma conferisce i caratteri specifici; la materia conferisce
le ca- ratteristiche individuali. Attraverso un'approfondita analisi del
divenire, Aristotele giunge alla scoperta delle nozioni di potenza e di atto. È
la « potenza » che rende possibile il divenire. Il divenire delle cose deriva
dal passaggio della potenza all'atto. Solo Dio è Atto puro, unico, eterno.
L'uomo, come tutti gli esseri, è costituito di materia e forma: la materia è il
corpo, la forma l’anima che ha tre funzioni: vegetativa, sensitiva e
intellettiva. La conoscenza umana ha come sua prima sorgente l’espe- rienza
sensitiva. Secondo Aristotele la felicità dell’uomo consiste nel- l'attività
della ragione mediante l'esercizio delle virtù dianoetiche o dell'intelletto e
le virtù morali. Per lui lo Stato ha origine naturale e non convenzionale; esso
deve facilitare la completa realizzazione delle capacità umane. Esistono tre
forme di costituzioni giuste (monarchia, aristocrazia, repubblica) e tre forme
ingiuste (tirannia, oligarchia, « democrazia ». L'estetica di Aristotele è una
filosofia dell’arte, cioè un'attività che mira a pro- 275 durre una cosa bella.
La funzione dell’arte è duplice: pedagogica e catartica (cioè di purificazione
teoretica delle passioni). Aristotele ha realizzato una grandiosa costruzione
filosofica i cui elementi fondamentali sono: efficace metodo di ricerca
(logica) e forma espositiva; analisi acuta degli elementi costitutivi del mondo
fisico; visione realistica del mondo e dell’uomo; concezione alta (per i tempi)
della trascendenza di Dio. Elementi caduchi sono invece: inadeguata analisi
della natura; mancato riconoscimento della causa efficiente del mondo; eternità
della materia; concezione di Dio come motore immobile; dualismo di fondo del
sistema. Opere principali: Metafisica (14 libri); Fisica (8 libri); Etica nico-
machea {10 libri); Politica (8 libri); De anima (3 libri); Poetica. (1 libro).
i Averroè (il suo nome arabo è Ibn Rushd) (1126-1198) Filosofo e scienziato
arabo spagnolo, nacque a Cordoba, e di quella città fu anche per vari anni gadì
(giudice). Genio polivalente operò in molti campi: teologia, diritto, medi-
cina, matematica, astronomia e filosofia. Ma egli è ricordato soprat- tutto
come commentatore di Aristotele, tanto che è chiamato « il commentatore » per
antonomasia: « Averrois che '1 gran commento feo », dice Dante nella Divina
Commedia. Averroè contribuì in modo determinante alla diffusione del pensiero
di Aristotele tra gli scola- stici cristiani. L'interpretazione letterale delle
opere di Aristotele operata da Averroè lo poneva spesso in contrasto con alcune
dottrine fondamentali del cristianesimo. Per questo fu criticata da Alberto
Magno e san Tommaso, i quali promossero una nuova interpreta- zione che si
armonizzava più facilmente con la loro fede. Di religione musulmana, Averroè
pone invece una netta separazione tra fede re- ligiosa e pensiero filosofico.
Opere principali: Commentari (grande, medio, piccolo) alle opere di Aristotele
(1169-1180); La distruzione della distruzione; Esposi- zione dei metodi di
dimostrazione relativi ai dogmi della religione. Avicenna (il suo nome arabo è
Ibn Sina) (980-1037) Filosofo e scienziato persiano, nacque a Bukara nell'Asia
centrale (Uzbekistan). Ragazzo prodigio acquistò una cultura enciclopedica. Si
affermò soprattutto come medico e come filosofo. A 17 anni era già un medico
famoso e durante il Medioevo, in Europa, egli godeva più fama come medico che
come filosofo. Per quanto concerne la filosofia, Avicenna è il massimo
rappresen- tante della filosofia araba. Su una base sostanzialmente
neoplatonica e utilizzando ampiamente le categorie metafisiche di Aristotele
(ma- teria-forma, atto-potenza, sostanza-accidenti, ecc.) egli creò una im- 276
ponente sintesi tra il pensiero religioso musulmano e il pensiero filo- sofico
greco. Opere principali: della sua prodigiosa produzione letteraria che venne
molto diffusa nell'Occidente cristiano, sono noti soprattutto: il breve Najat
(un compendio di metafisica); il voluminoso Chifa (conosciuto dai medioevali
sotto il titolo di Liber sufficientiae: un'o- pera che comprende trattati sulla
logica, la fisica, la matematica, la psicologia e la metafisica); il Canone
(una grande enciclopedia me- dica in cinque libri); Direttive e rilievi; Libro
di scienza. Bachelard Gaston (1884-1962) Epistemologo francese, nato a Bar sur
Aube, insegnante per molti anni alla Sorbona di Parigi; come rappresentante del
raziona- lismo scientifico è impegnato a chiarire il senso dell’opus rationale
che costituisce la scienza. Egli si oppone sia al positivismo che allo
spiritualismo. Nella sua gnoseologia Bachelard pone la coppia
esperienza-ragione alla base di tutta la conoscenza umana. L’elemen- to teorico
però svolge il ruolo direttivo. Il procedimento scientifico si configura come «
realizzante », cioè come realizzazione del razionale e del matematico. La posizione
filosofica di Bachelard potrebbe essere definita co- me un « razionalismo
applicato », in cui primeggia la direttrice che va dalla ragione all'esperienza
e che corrisponde alla supremazia della fisica-matematica. Come Gadamer e
Popper, anche Bachelard ritiene che l'osservazione scientifica si realizza
sempre muovendo da una teoria precedente e preparatrice e non viceversa. Opere
principali: I! valore intuitivo della relatività (1929); Il nuo- vo spirito
scientifico (1934); La formazione dello spirito scientifico (1938); Il
razionalismo applicato (1949); Il materialismo razionale (1953). Bacone
Francesco (Francis Bacon) (1561-1626) Nato a Londra da una famiglia dell'alta
borghesia, si diede alla carriera politica ottenendo onorificenze e cariche importanti.
Nel 1621 fu accusato e condannato per corruzione nell'esercizio delle sue
funzioni di lord cancelliere. La pena inflittagli gli fu risparmiata per la
protezione di cui godeva presso il re. Bacone elabora il nuovo metodo
induttivo: con gli esperimenti si deve raccogliere una sufficiente informazione
e poi, per mezzo della ragione, si devono elaborare ipotesi generali che
consentano di arri- vare a riconoscere la causa del fenomeno studiato. Il fine
della scienza è pratico, l'oggetto è la causa delle cose naturali. Nella sua
opera Novum Organon contrappone una nuova logica induttiva a quella
aristotelica, essenzialmente deduttiva. Nella 1? parte, pars destruens,
demolisce quegli ostacoli (idola tribus, specus, fori, theatri) che possono
impedire la ricerca scientifica; nella 2°, pars costruens, indica il
procedimento per arrivare ai risultati. 277 Bacone ha il grande merito di
essere stato il primo a porsi in maniera sistematica il problema del metodo
proprio delle scienze sperimentali, del loro oggetto e del loro fine. Pur non
avendo dato nessun contributo concreto al progresso di qualche scienza, il suo
apporto è fondamentale perché ha fatto progredire la scienza in quanto tale.
Opere principali: Discorso in elogio della conoscenza (1592); De sapientia
veterum (1609); Instauratio magna scientiarum (1609) (in sei parti, ma ne portò
a termine solo due: De dignitate et augmen- tis scientiarum e Novum Organon);
Saggi (1625). Bergson Henri (1859-1941) Filosofo francese, nato a Parigi. Nel
1900 ottenne la cattedra di filosofia al Collegio di Francia, dove le sue
lezioni ebbero un gran- dissimo successo. Nel 1927 ricevette il premio Nobel
per la lettera- tura. La sua influenza sui suoi contemporanei e sulle
generazioni successive (tra cui è da ricordare Maritain) fu notevole. È stato
uno . dei niaggiori rappresentanti dello
spiritualismo- francese, in forte polemica ‘cori. il positivismo. e-lo
scieritismo della fine .del secolo XIX e gli inizi del XX: è stato la loro coscienza
critica. Esercitò una grande influenza anche sull'esistenzialismo francese, sul
pragma- tismo e sulla fenomenologia. Bergson ha elaborato una filosofia
antimeccanicistica e anti- materialistica imperniata su due tesi fondamentali:
1) la realtà è durata; 2) la realtà è colta mediante l'intuizione. La realtà
scaturisce da una evoluzione creatrice colma di possenti energie, differente-
mente impegnate (torpore vegetativo, istinto, intelligenza) e orientate in due
direzioni: ascensionale {verso la vita), discendente (verso la materia). Oggetto
della filosofia è lo slancio vitale, che si manifesta nel continuo divenire
degli esseri: dalla materia allo spirito e dallo spi- rito alla materia.
L'applicazione alla morale della distinzione fra ragione e intuizione dà
origine rispettivamente alla morale « chiusa » e a quella « aperta ». La
medesima distinzione vale per la religione « statica » e la religione «
dinamica ». La pratica della religione di- namica è la vita mistica (il cui
vertice è il misticismo cristiano). At- traverso l’esperienza dei mistici,
Bergson arriva all'esistenza di Dio. La mistica, però, esige la « meccanica »;
come la meccanica esige la mistica. Opere principali: Materia e memoria (1896);
Il riso (1901); Intro- duzione alla metafisica (1903); L'evoluzione creatrice
(1907); L'intui- zione filosofica (1911); L'energia spirituale (1919); Le due
fonti della morale e della religione (1932); Il pensiero e il movimento (1934).
Berkeley George (1685-1753) Irlandese, fu professore al « Trinity College » di
Dublino. Nel 1709 prese gli ordini sacri nella Chiesa anglicana. Viaggiò in
Inghil- 278 terra, Francia e Italia. Nel 1721 si recò in America per erigervi
un seminario, ma dovette rinunciare. Nel 1723 fu nominato vescovo. Berkeley,
che era un'anima profondamente religiosa, fu molto sensibile agli argomenti che
i materialisti portavano contro la re- ligione, per cui tutta la sua attività
filosofica fu rivolta alla difesa del teismo e all'affermazione del primato
dello spirito sulla materia. Sua tesi fondamentale è quella secondo cui l'essere
delle cose si risolve nell'essere pensato (tutte le qualità sono secondarie).
La materia è passività, lo spirito è attivo; ed è nella mente (umana o divina)
che le idee esistono. La propria esistenza è conosciuta im- mediatamente; la
conoscenza degli altri spiriti è mediata e indiretta; la conoscenza di Dio è
mediata ed evidente. Contro Locke sostiene che non esistono idee astratte e
generali. La filosofia studia le idee ed il linguaggio attraverso il quale Dio
si manifesta (la filosofia reli- giosa berkeleiana si ispira al neoplatonismo).
‘Solo la fede rivelata, infine, è in grado di illuminare la vita e di avere
effetti benefici su- gli uomini. ù Opere principali: Commentari filosofici
(1707-1708); Teoria della visione (1709); Trattato sui principi della
conoscenza umana (1710); tre Dialoghi tra Hylas e Philonus (1713); De motu
(1721). Bernstein Eduard (1850-1932) Nato a Berlino e passato attraverso
l’esperienza dell'esilio sviz- zero, fu il massimo teorico del revisionismo
socialdemocratico. Col- laboratore di Marx ed Engels, fu particolarmente amico
di quest'ul- timo e ne ottenne l'affidamento delle opere postume. Nel 1919
iniziò una dura polemica contro il leninismo e il sistema rivoluzionario russo.
Bernstein, che rifiuta la dittatura del proletariato sulle altre classi, affida
al socialismo il compito etico di favorire la collaborazione tra le classi,
realizzando delle riforme in seno alle stesse istituzioni borghesi al fine di
realizzare l'integrazione dei lavoratori nella strut- tura produttiva. Egli
ritiene fallite le previsioni fondamentali di Marx e vede come limite del
marxismo il dualismo tra economia e politica. Il revisionismo-riformista di
Bernstein deriva dalla sua convinzio- ne che la democrazia è un inizio e un
fine al tempo stesso: soppres- sione del dominio di classe e perseguimento di
una società migliore, quale impegno costante, senza fine, attraverso passaggi
graduali e progressivi. Opere principali: Per la storia e la teoria del
socialismo (1901); Ferdinand Lassalle (1914); I presupposti del socialismo e i
compiti della socialdemocrazia (1919). Bloch Ernst (1885-1977) Filosofo
tedesco, tra i massimi esponenti del marxismo revisio- nista. Nacque a
Ludwigshafen. Durante la prima guerra mondiale si 279 ritirò in Svizzera,
mentre durante il dominio nazista si rifugiò negli Stati Uniti. Terminata la
seconda guerra mondiale si trasferì nel 1949 nella Germania orientale, a
Lipsia, occupando la cattedra di filosofia. Ma nel 1961, accusato di
revisionismo, abbandonò la Ger- mania orientale e si trasferì a.Tubinga per
ricoprirvi una cattedra di filosofia. Bloch ha operato una revisione profonda
del marxismo soprattutto in due punti: a) nell'abbandono del principio della
dia- lettica, ch'egli sostituisce con quello della ‘possibilità (del « non- ancora
»); b) nell’incentrare l’interpretazione della storia in una nuova concezione
dell'uomo, invece che nello studio dei fenomeni economici, come aveva fatto
Marx. Anima dell’antropologia blochia- na è la speranza e l'utopia; a questa
dimensione Bloch assegna un primato assoluto nei confronti di tutte le altre:
vita, volontà, amore, pensiero ecc. La religione è la sfera in cui l’uomo
proietta la sua brama di una esistenza riconciliata. Dio non è altro che un
tenta- tivo di dare un volto allo « spazio utopico ». La costruzione della sua
filosofia della speranza però è fragile e insostenibile. Opere principali:
Spirito dell'utopia (1918); Soggetto-oggetto. Commento a Hegel (1949); Il
principio speranza (1954-1959); Diritto naturale e dignità umana (1961); Ateismo
nel cristianesimo (1968); Il problema del materialismo: storia e sostanza
(1972). Blondel Maurice (1861-1949) Nato a Digione, collaborò con l'organo del
movimento moder- nista Annali di filosofia cristiana, fondato da
Laberthonnière. Quan- do, nel 1907, Ia Chiesa condannò il movimento modernista,
Blondel cessò la sua collaborazione alla rivista. Ispirandosi al metodo
volontaristito di Agostino e Pascal, cerca di dare un fondamento sicuro al
riconoscimento dell’esistenza di Dio, mediante la dialettica dell'azione.
Infatti agire è volere e volere è volere qualcosa: ciò che è proprio dell’agire
è il continuo risorgere in esso di uno squilibrio tra il potere e il volere,
tra la volontà voluta e la volontà volente. Ne deriva una insoddisfazione che
non si appaga fino a che la volontà voluta non abbia soddisfatto pienamente al
de- siderio infinito della volontà volente raggiungendo un oggetto ade- guato
al suo desiderio infinito, cioè Dio. Blondel vuole dimostrare che la natura
umana è aperta verso l'alto ed è predisposta, sia pure in modo passivo, ad
essere inserita in un ordine di realtà superiore alla sua natura, che è il solo
che possa realizzare completamente le tendenze dell'uomo. Opere principali:
L'azione. Saggio d'una critica della vita e d'una scienza della pratica (1893);
Storia e dogma{(1904); Il pensiero (1934); L'essere e gli esseri (1935); La
filosofia e lo spirito cristiano (1944- 1946). Boezio Severino (480-524)
Filosofo ed uomo politico, nacque a Roma dalla nobile famiglia 280 degli Anici.
Fu console e primo ministro del re ostrogoto Teodorico. Accusato di tradimento,
fu imprigionato, processato e giustiziato a Pavia. Nella sua opera più celebre,
De consolatione philosophiae, scritta in prigione mentre attendeva l'esecuzione
capitale, egli cerca di risolvere il problema eternamente dibattuto della
sofferenza degli innocenti, e dei problemi con esso connessi, quali la
provvidenza di Dio e la libertà umana, il tempo e l’eternità. Boezio è
considerato uno dei padri della Scolastica e questo per due motivi: per la
tradu- zione in lingua latina degli autori (Platone, Aristotele, Porfirio ecc.)
ai quali gli scolastici attingeranno molte loro dottrine; e per la de-
finizione di alcuni concetti fondamentali quali quello di persona, eternità,
felicità ecc. che saranno ripresi e costantemente adoperati dai filosofi
medioevali. Opere principali: l’attività letteraria di Boezio fu eccezionale.
Tradusse in latino e commentò molte opere di -Platone, Aristotele, dei
neoplatonici, degli scrittori di matematica, geometria, astronomia, musica del
periodo ellenistico. Scrisse inoltre piccoli trattati di filosofia (De
Trinitate; De hebdomadibus), di teologia (De fide catho- lica; Contra Eutichen
et Nestorium), di musica (De institutione musicae). Ma la sua opera più celebre
è il De consolatione philo- sophiae. Bonaventura da Bagnoregio (1221-1274) Nato
a Bagnoregio (Viterbo), entrò nell'ordine francescano an- cora molto giovane.
Studiò teologia a Parigi e fu nominato maestro di teologia. Nel 1255, fu
esonerato dall'insegnamento, assieme a san Tommaso d'Aquino, per opera dei
maestri secolari dell'università di Parigi. Nel 1257 fu reintegrato
nell'insegnamento e poco dopo fu nominato ministro generale dell'ordine
francescano. Teologo, !filosofo e santo. È ricordato col titolo di doctor sera-
phicus. S. Bonaventura sottolinea con vigore la coesistenza di ragione e fede e
la subordinazione della prima alla seconda. L'oggetto della filosofia è
l’esemplarismo, cioè la proprietà che le cose hanno di essere immagine di Dio.
Egli considera assurda la dottrina di una creazione nel tempo; ritiene che la «
materia » (che non è concepita come qualcosa di corporeo) eniri nella
costituzione di tutti gli es- seri finiti. L'uomo, pur essendo una sola natura,
è costituito di corpo e di anima. La conoscenza umana si vale sia
dell’astrazione sia della il- luminazione. La volontà, nell'uomo, è più
importante dell’intelletto. L'esistenza di Dio è evidente. In ‘Lui ci sono tre
tipi di conoscenza: approvazione, visione, intelligenza. L'essenza divina è il
modello di tutte le cose. ‘In una delle sue opere più importanti, il trattato
mistico Itinera- rium mentis in Deum, afferma che il nostro processo di
ascensione 281 dalle cose sensibili verso Dio avviene per gradi: per conoscenza
dei vestigi della Trinità nel mondo sensibile, per conoscenza dell’im- magine
che abbiamo della Trinità nella nostra anima; per conoscenza diretta di Dio.
Opere principali: Commentario alle Sentenze (quattro volumi scritti fra il 1250
e il 1254); Quaestiones disputatae: De scientia Christi (1254), De mysterio
Trinitatis (1254), De perfectione evange- lica (1255); Breviloquium
(1254-1257); Reductio artium ad theolo- giam (1254-1255); Itinerarium mentis in
Deum (1259). Bontadini Gustavo (1903) ‘.. Filosofo italiano, nato a Milano,
professore di filosofia teoretica nelle università di Urbino e Pavia e poi
all'Università Cattolica di Milano. È da annoverarsi tra i rappresentanti più
significativi ed au- torevoli della neoscolastica italiana. Inizialmente
seguace dell'ideali- smo gentiliano, ben presto l’abbandonò per orientarsi
decisamente verso una visuale metafisica cristiana che assume come principio
fondamentale la creazione del divenire o « teorema della creazione ». Secondo
Bontadini la mediazione metafisica dell'esperienza è neces- saria per rimuovere
quella contraddizione che si presenta sul piano fenomenologico: la
contraddizione costituita dall’identità del posi- tivo e del negativo nel
divenire. Opere principali: Saggio di una metafisica dell'esperienza (1938);
Studi di filosofia moderna (1966); Metafisica e deellenizzazione (1971);
Conversazioni di metafisica (1971). Boutroux Emile (1845-1921) Nato a
Montrouge, studiò filosofia, matematica e fisica. Si laureò alla Sorbona.
Insegnò all'università di Nancy e poi alla Sorbona. Boutroux fa una critica
radicale al positivismo meccanicistico, in nome della libertà della natura e
dello spirito, e di una nuova concezione della scienza. L'unica vera legge
necessaria è quella del principio di identità che è una legge del pensiero e
non delle cose. La scienza della natura deve accontentarsi di leggi
contingenti. Le leggi del I gruppo (logiche, matematiche, meccaniche, fisiche)
si prestano meglio al calcolo matematico, quelle del II gruppo ({biolo- giche,
psicologiche, sociali) sono più vicine alla realtà. Oltre lo spi- rito
scientifico, vi è la « ragione » che si occupa delle ragioni umane e divine.
Opere principali: Sulla contingenza delle leggi della natura (1874), L'idea
della legge naturale nella scienza e filosofia contemporanea (1895); La natura
e lo spirito (1904-1905); Scienza e religione nella filosofia contemporanea
(1908). Bruno Giordano (1548-1600) Nato a Nola, entrò nell'ordine domenicano e
dopo essere stato accusato di eresia, lasciò l'abito talare. Dopo aver peregrinato
in 282 Svizzera, Francia, Inghilterra e Germania, fu denunziato al tribunale
dell’Inquisizione e, non volendo ritrattare, fu arso sul rogo a Roma. Per Bruno
la realtà è costituita da due principi fondamentali: il principio attivo o
anima del mondo, e quello passivo o materia. Dio si identifica con l’anima del
mondo che genera eternamente un mondo infinito (panteismo). Dio non è
conoscibile; lo spirito uma- no è spinto dall’'eroico furore a tendere sempre
più in alto e ad avvi- cinarsi a Dio, disinteressandosi di ciò che prima lo
teneva avvinto. Opere principali: De la causa principio et uno (1584); De
l’infi- nito universo et mondi (1584); La cena delle ceneri (1584); Spaccio
della bestia trionfante (1584); Eroici furori (1585); De monade (1590). Buber
Martin (1878-1965) Filosofo tedesco nato a Vienna da famiglia israelita, ha
insegnato etica ebraica a Francoforte e dal 1938 si è trasferito in Palestina;
è il più importante rappresentante del personalismo religioso ispi- rato dalla
tradizione ebraico-hassidica. È morto a Gerusalemme. Secondo Buber la persona è
un essere in relazione, caratterizzato dall'esperienza dialogica /o-Tu. Il
dialogo con Dio è la garanzia della comunione tra gli uomini. Buber contrappone
il rapporto « Io-Tu » che è proprio della relazione dialogica al rapporto «
Io-Esso » che è quello dell’affermazione individuale. L'individualità appare in
quanto si distingue da altre individualità. La persona appare in quanto entra
in relazione con le altre persone. La prima è il legame naturalizzato, la
seconda è la forma spirituale della indipendenza na- turale. Il rapporto «
Io-Esso » è caratterizzato dall'uso, dal possesso, dal dominio, dalla fatalità.
Il rapporto « Io-Tu » è caratterizzato dal dia- logo, dall'incontro, dalla
dedizione, dall'amore, dalla libertà, dal destino. Opere principali: La
leggenda di Baal Shem {1908); la sua opera fondamentale Jo e Tu (1923); Gog e
Magog (1941); I racconti dei chassidim (1949); Sentieri in Utopia (1950);
Immagini del bene e del male (1952). Butler Joseph (1692-1752) Filosofo
inglese, fu vescovo di Durham e cappellano della casa reale. Aperto avversario
e critico intelligente del deismò radicale e dell'illuminismo antireligioso,
Butler sostenne la complementa- rietà e convergenza tra natura e rivelazione, evidenziando
tutta una serie di analogie che intercorre tra i due ordini. Ciò vale anche per
l'ordine etico: in effetti la coscienza, voce naturale di Dio nell'uomo, mentre
gli rivela la sua miseria e i suoi limiti, allo stesso tempo gli testimonia la
sua vocazione soprannaturale. Opere principali: Quindici sermoni sulla natura
umana (1720); Analogia della religione naturale e rivelata con la costituzione
e il corso della natura (1736). 283 Calvino, nome italianizzato di Jean Cauvin
(1509-1564) Nato a Noyon, in Francia, fu contemporaneo di Lutero e fu con lui
il padre deila Riforma protestante. Di famigiia borghese, rice- vette dapprima
una formazione umanistica a Parigi; poi per volontà del padre si dedicò agli
studi giuridici nelle università di Orleans e Bourges, conseguendo il dottorato
in giurisprudenza. Quando co- minciò a interessarsi della Riforma luterana si
rifugiò nel 1534 in Svizzera, prima a Basilea e poi a Ginevra, dove fomentò e
capeggiò la rivolta contro la Chiesa di Roma; fondò una nuova chiesa di cui
divenne il leader indiscusso, onnipotente e intollerante. La sua opera
principale è intitolata Institutiones religionis christianae (4 volumi). I
punti chiave del suo sistema sono i seguenti: sovranità assoluta ed esclusiva
della Parola di Dio, cioè della Scrittura; predestinazione di alcuni uomini
alla salvezza e di altri alla dannazione eterna. La vera Chiesa è quella dei
predestinati alla vita eterna e, in concreto, di coloro che aderiscono a Cristo
con fede sincera; tale adesione si manifesta esteriormente con i sacramenti del
Battesimo e della Cena e con le opere buone. Campanella Tommaso (1568-1639)
Nacque a Stilo, in Calabria. Domenicano, nel 1599 preparò una insurrezione
della Calabria contro la Spagna. Imprigionato, rimase in carcere per 27 anni.
Liberato nel 1633, si rifugiò poi a Parigi, dove morì, sotto la protezione del
re Luigi XIII. Campanella segue in parte la teoria di Telesio del sensismo e
del naturalismo, ma lo supera per la sua teoria della conoscenza innata di sé
(sensus inditus) che precede e condiziona ogni altra conoscenza. Nelle cose
l’autocoscienza diventa sensus abditus cioè nascosto per- ché le cose subiscono
un forte influsso dall'esterno. Nella Città del Sole Campanella formula il suo
stato ideale, il cui governo è teo- cratico, con perfetta fusione del potere
politico e religioso. Tenta di fondere il cristianesimo (religio addita) con la
religione naturale (religio indita) dettata dalla ragione. Opere principali:
Philosophia sensibus demonstrata (1591); La città del sole (1602); Philosophia
rationalis (1606-1614); Theologia (1613-1624); Philosophia realis (1619);
Metaphisica (1623). Carnap Rudolf (1891-1970) Filosofo tedesco, nato a
Ronsdorf, tra i massimi esponenti del positivismo logico. Dopo gli studi a
Jena, si trasferì a Vienna dove entrò a far parte del Wiener Kreis, ai cui
lavori partecipò attiva- mente fino al 1935 quando, con l’avvento del nazismo,
fu costretto a trasferirsi negli Stati Uniti, prima a ‘Chicago e poi a Los
Angeles, sino alla morte. Lucido e convinto asseriore delle tesi de]
positivismo logico o neopositivismo, Carnap afferma recisamente che compito
della filosofia non è quello di elaborare teorie e costruire sistemi, ben- sì
quello di sviluppare un metodo: il metodo dell'analisi logica o lin- 284 guistica
e, con esso, vagliare tutto quanto viene affermato nei vari campi del sapere.
Tale metodo ha una duplice funzione: togliere di mezzo le parole prive di
significato e così pure le pseudo-proposi- zioni; chiarire i concetti e le
proposizioni aventi significato, per dare in tal modo una fondazione logica
alla scienza sperimentale, e alla fisica in particolare. Per decidere del
significato delle propo- sizioni Carnap opta per il criterio della verifica
sperimentale, per cui « se una proposizione significa qualcosa, può significare
soltanto un dato empirico ». Con questo criterio di significazione ultraradi-
cale egli elimina tutti gli enunciati metafisici, etici, religiosi, estetici.
Questi non possono avere significato teoretico o conoscitivo, ma semplicemente
emotivo, soggettivo. Opere principali: La costruzione logica del mondo (1928);
La sin- tassi logica dei linguaggio (1934); Introduzione alla semantica (1942);
Formalizzazione della logica (1943); Fondamenti logici della proba- bilità
(1950). Carneade (219-129 a.C.) Filosofo greco nato a Cirene, è tra i maggiori
esponenti della Se- conda Nuova Accademia, di cui ebbe anche per qualche tempo
la direzione. Assertore di uno scetticismo moderato, ammette per l’uo- mo la
possibilità di conoscere ciò che è probabile, anche se non gli riconosce il
potere di raggiungere con certezza la verità. Per Car- neade il sapiente è
colui che, pur sapendo che la verità è irraggiun- gibile, non desiste dal
cercarla assiduamente. Nella vita pratica, sa- piente è colui che segue ciò che
gli sembra più vicino alla verità e al bene. Non ha lasciato nessuno scritto;
il suo pensiero ci è pervenuto attraverso le testimonianze trasmesse da
Cicerone e Sesto Empirico. Cartesio (René Descartes) (1596-1650) Nacque a La
Haye in Touraine. 'Studiò nel collegio dei gesuiti di La Flèche. Viaggiò in
Germania, Olanda, Italia, Francia. Cartesio, che fa assumere alla filosofia una
impostazione pretta- mente critica e gnoseologica, può essere considerato
l’iniziatore della filosofia moderna, sia per l'orientamento epistemologico
della sua filosofia, sia per il soggettivismo ed il razionalismo che sono
impli- citi nel suo filosofare. Ritiene che l'indagine ‘filosofica debba comin-
ciare con lo studio della mente umana per accertare la natura e la possibilità
della conoscenza. Primo scopo che si propone Cartesio è quello della ricerca di
un metodo adatto per la conquista del sapere. Scopre questo metodo prendendo in
considerazione quello matema- tico, secondo il criterio di chiarezza e
distinzione. Pone come prin- cipio fondamentale di tutta la conoscenza il «
cogito ergo sum », cioè la certezza del proprio pensiero e della propria
esistenza. In base ad esso ricostruisce tutto l'universo della metafisica clas-
sica: prova che l'essenza dell'uomo (composto di materia e spirito) consiste
nel pensiero (r2s cogitans); dimostra l'esistenza di Dio con la 285 prova
ontologica; afferma che il mondo è essenzialmente estensione (res extensa).
Opere principali: Discorso sul metodo (1637); Meditationes de pri- ma philosophia
(1641); Principia philosophiae (1644); Trattato sulle passioni dell'anima
(1649). Comte Auguste (1798-1857) Filosofo e sociologo francese, nacque a
Montpellier da genitori cattolici, ma perdette la fede quand'era ancora molto
giovane. Stu- diò all'École Polytecnique di Parigi. Per qualche tempo fu
discepolo e collaboratore di Saint-Simon, dal quale apprese l'interesse per la
sociologia e per la storia. Nel 1826 dette inizio a Parigi ad un corso di
lezioni di filosofia positiva; ma le precarie condizioni di salute e le
opposizioni ai suoi insegnamenti lo costrinsero prima a sospen- derlo e poi ad
interromperlo definitivamente. Nel 1845 ebbe un'altra grave crisi nervosa e si
unì a Clotilde de Vaux la quale morì nel 1846. Da questo legame ricavò l'ispirazione
per una religione mi- stica umanitaria. L'intento primario della riflessione
filosofica di Comte, che è con- siderato il fondatore del positivismo, è
duplice: a) elaborare una filosofia della storia fondata non sul principio del
divenire dialettico (come aveva fatto Hegel) ma sul principio della evoluzione
progres- siva dell'umanità; b) costruire una teoria scientifica della società.
Secondo Comte tutto l'universo procede dalla materia per via di evoluzione.
Anche l'uomo è un prodotto dell'evoluzione della mate- ria. Quando l'evoluzione
raggiunse lo stadio umano ebbe inizio la storia, le cui fasi principali sono
tre: religiosa, filosofica e scientifi- ca. Attualmente l'umanità ha raggiunto
la fase scientifica e si è quin- di lasciata alle spalle la interpretazione
religiosa e filosofica della realtà. Il traguardo ultimo della ricerca
scientifica è « giungere allo studio sistematico della umanità, sola sua
stazione finale ». Opere principali: Piano di lavori scientifici necessari per
riorga- nizzare la società (1822); Sistema di politica positiva (1824); Corso
di filosofia positiva (opera in sei volumi scritta fra il 1830 e il 1842);
Calendario positivista (1849); Sistema di politica positiva o trattato di
sociologia che istituisce la religione dell'umanità (opera in quattro volumi
scritta fra il 1851 e il 1854); Catechismo positivista (1852). Croce Benedetto
(1866-1952) Filosofo e uomo politico, nacque a Pescasseroli (L'Aquila). Nel
1903 iniziò la pubblicazione de La Critica. Nel 1920, durante l’ultimo governo
Giolitti, fu ministro dell'educazione. Quando Mussolini salì al potere, si
ritirò dalla politica. . Croce identifica la filosofia con la storia
(storicismo) per cui concepisce tutta la realtà come storia, cioè come opera
dello spirito. Il compito dello storico è quello di capire i fatti storici; in
senso as- soluto nella storia non c'è mai decadenza (storicismo assoluto). Lo
286 spirito nella ricerca della sua piena autocoscienza, esercita quattro
attività: estetica, logica, economica ed etica. Le prime due sono attività
teoretiche, le ultime due pratiche. Le attività estetica ed eco- nomica hanno
per oggetto l’'individuale; le attività logica ed etica hanno per oggetto
l’universale. Il rapporto fra le varie attività è regolato dal principio del
nesso dei distinti che integra la dialettica hegeliana degli opposti, in quanto
i termini non si annullano come gli opposti ma armonizzano fra loro come
momenti dello spirito. Il rapporto fra i diversi gradi è chiamato « circolarità
dello spirito ». Delle quattro attività dello spirito quella che Croce ha
analizzato più acutamente è quella estetica. Definisce l’arte « intuizione
lirica del particolare », cioè l'immagine estetica è una sintesi di intuizione
e sentimento: il sentimento è l'elemento materiale, l'immagine è quello
formale. Il valore dell'arte, che è autonoma, non può essere né pratico, né
intellettualistico ma solo teoretico e conoscitivo. Opere principali: di
carattere filosofico: La storia ridotta sotto il concetto generale dell'arte
(1893); Materialismo storico ed economia marxista (1900); Estetica come scienza
dell'espressione e linguistica generale (1902); Logica come scienza del
concetto puro (1905); Filo- sofia della pratica (1909); La filosofia di Vico
(1911); Saggio sullo Hegel (1913); Etica e politica (1931); Il carattere della
filosofia mo- derna (1940); Filosofia e storiografia (1949); Indagini su Hegel
e schiarimenti filosofici (1952). Di carattere letterario: Ariosto, Sha-
kespeare e Corneille (1920); La poesia di Dante (1921); Poesia popo- lare e
poesia d'arte (1933); Poesia antica e moderna (1941). Cusano Nicolò (Nicola
Crypffs) Nacque a Cues (Germania), e fu
matematico e astronomo. Fu nominato cardinale e vescovo di Bressanone. Sî
propone la rinascita religiosa e concepisce il ritorno al platoni- smo (inteso
come sintesi del pensiero religioso dell'antichità) come condizione di tale
rinascita. Dalle teorie di Occam desume l’impossi- bilità di conoscere Dio per
via raziocinativa. Tuttavia afferma che possiamo avere l’intuizione di Dio;
quanto alla natura divina sostiene che è assolutamente inconoscibile (docta
ignorantia). Opere principali: De concordantia catholica (1433); De docta
ignorantia (1440); De coniecturis (1441); Apologia doctae ignorantiae (1449);
Idiota (1450); De visione Dei (1453); De venatione sapientiae (1463); De apice
theoriae (1464). Darwin Charles Robert (1809-1882) Biologo e naturalista
inglese, nato a Shrewsbury e morto a Down. Dopo alcuni anni di studi di
medicina che aveva iniziato a Edim- burgo e di teologia a Cambridge, si dedicò
a quelli delle scienze naturali a Cambridge. Nel 1831 ebbe la possibilità di
imbarcarsi in qualità di naturalista sul brigantino Beagle al seguito di una
spedi- zione scientifica intorno al mondo. Il viaggio durò cinque anni e gli 287
consentì di raccogliere moltissimo materiale intorno alla flora e alla fauna di
vari continenti e sulle formazioni geologiche della terra. Dallo studio di tale
materiale, al suo rientro in patria, poté pubbli- care nel 1839 un diario col
titolo Viaggio di un naturalista intorno al mondo e nel 1859 il famosissimo
Sull’origine della specie per selezione naturale. In questo scritto Darwin
getta le basi dell’evolu- zionismo scientifico. Secondo Darwin tutti gli esseri
viventi traggono origine da pochi esemplari per evoluzione, secondo leggi ben
precise, di cui le principali sono le seguenti: « Crescita (cioè
moltiplicazione degli esseri) con la riproduzione; ereditarietà, che è quasi
implicita nella riproduzione; variabilità in conseguenza dell’azione diretta e
indiretta delle condizioni di vita e dell'uso o disuso degli organi; un aumento
così grande da portare alla lotta per la vita e conseguen- temente alla
selezione naturale implicante la diversificazione di tipi e l'estinzione delle
forme meno sviluppate » (Origine della specie). La teoria darwiniana
dell'evoluzione ha esercitato un'influenza im- mensa in tutti i campi, ed anche
in quello filosofico, ed è diventata assieme alla psicanalisi di Freud e
all'analisi socio-politica di Marx uno dei tre pilastri portanti della cultura
occidentale dell'ultimo secolo. Da tempo, però, quello dell’evoluzione, alla
pari degli altri due pilastri, mostra crepe allarmanti. Democrito (460-360
a.C.) Nacque ad Abdera, in Tracia. È il vero fondatore della Scuola atomistica,
secondo cui l'essere è costituito da atomi, particelle indivisibili e
immutabili, immerse nel vuoto. Dal movimento degli atomi derivano tutte le
cose, secon- do un meccanico determinismo. È il primo filosofo che si occupa
dell'origine del linguaggio. Opere principali: Mikròs diàkosmos (Piccolo
ordinamento del mondo); Logikà (Canoni); Hypothékai (Consigli); Perì Ideon.
Dewey John (1859-1952) Filosofo e pedagogista americano, nato nel Vermont
(Stati Uniti), insegnò all’università di Chicago e poi alla « Columbia University
» di New York. Passò dall’idealismo ad un evoluzionismo naturalistico
influenzato dal pragmatismo e, nel 1896, diede vita alla « scuola- laboratorio
», fondata sull'attivismo pedagogico. Fondò un partito di tendenza riformista
e, nel 1937, denunciò i crimini dei processi staliniani. La funzione della
mente umana e quindi della conoscenza è di ricercare le vie più sicure del
progresso. Ne deriva che il pensiero ha per Dewey un carattere essenzialmente
strumentale. L'uomo è inteso non come parte del meccanismo naturale, bensì come
forza il cui agire possa modificare in meglio le condizioni del mondo. L'agire
dell'uomo deve tendere dunque alla socializzazione, alla so- lidarietà,
affinché si costituisca una società veramente democratica, 288 capace di
realizzare il dominio completo della natura, sottometten- dola ai nostri fini.
In campo pedagogico insiste sull’attivismo nell’apprendimento e sul fine
sociale dell'educazione che può risolvere tutti i problemi sociali e realizzare
la vera democrazia. ‘Opere principali: Il mio credo pedagogico (1897); Scuola e
società (1900); Studi sulla teoria logica (1903); Etica (1908); Democrazia ed
educazione (1916); Ricostruzione filosofica (1920); Esperienza e na- tura
(1925); Filosofia e civiltà (1931); Logica, teoria dell'indagine (1938);
Libertà e cultura (1939); Il conoscente e il conosciuto (1949). Dilthey Wilhelm
(1833-1911) Filosofo e storico tedesco, nato a Biebrich, in Renania, è stato un
oppositore del positivismo ed il massimo rappresentante dello sto- ricismo
tedesco contemporaneo; studiò a Berlino e insegnò a Ba- silea, Kiel, Breslavia
e Berlino. Morì a Siusi, in Alto Adige. Sulla scorta di Rickert, Dilthey
sostiene che i fenomeni culturali o spirituali possono essere colti solamente
attraverso l’Erlebnis, cioè l'esperienza vissuta. Dell'Erlebnis, Dilthey
distingue tre aspetti inseparabili: 1) la vita (momento della soggettività,
dell'immediatezza, della singolarità); 2) l’espressione e 3) l’intendimento
(momento dell’universale e del- l'oggettività). Le scienze dello spirito si
«distinguono pertanto dalle scienze «della natura sia per l'oggetto che per il
metodo. Dilthey è inoltre preoccupato di determinare i rapporti tra storia e
(filosofia, che finisce per identificare, poiché la vita è la realtà suprema e
la storia (unica vera filosofia) è l’espressione unica e ge- nuina della vita.
I principi che giustificano tale identificazione sono i seguenti: 1) l'uomo si
conosce solo attraverso la storia; 2) un'epoca è compren- sibile solo se se ne
conoscono i precedenti storici; 3) i sistemi filosofici riflettono la mentalità
di un dato popolo e di un dato periodo, perciò sono comprensibili solo se
studiati storicamente. Dilthéy distirigue tre sistemi filosofici fondamentali:
a) il mate- rialismo {primato della categoria di causa); b) l'idealismo
oggettivo (primato dell'idea di valore); c) l'idealismo soggettivo (primato
dell'idea di fine). Causa, valore e fine rappresentano diverse relazio- ni
dell'uomo con il mondo. Opere principali: Introduzione alle scienze dello
spirito (1883); Idee per una psicologia descrittiva e analitica (1894); La
nascita del- l'ermeneutica (1900); L'essenza della filosofia (1907); La
costruzione del mondo storico nelle scienze dello spirito (1910). Eckhart
Johannes (1266-1327) Domenicano della provincia tedesca, discepolo di Alberto
Magno e contemporaneo di Occam, Meister Eckhart fu per oltre un decen- nio
provinciale dei domenicani tedeschi. Accusato di eresia nel 1326 289 fu
sottoposto a processo. Questo si concluse due anni dopo la sua morte con la
condanna di 26 proposizioni tratte dalle sue opere. La visione
filosofico-religiosa di Eckhart si caratterizza come un misticismo di tipo
idealistico. Fine ultimo dell'uomo è l'unione con Dio. Questi è concepito come
identità di pensiero ed essere, ma con la priorità del pensiero sull'essere,
anziché dell'essere sul pensiero come aveva insegnato san Tommaso. Poiché
l'essere di Dio si identifi- ca col conoscere, l'uomo ascende a Lui man mano
che si avvicina al- l'intellettualità. Nell'intelletto e più precisamente nella
contempla- zione si realizza l'unione e l'immersione dell'anima in Dio. Opere
principali: gli scritti di Eckhart comprendono oltre ad un'opera sistematica di
vaste proporzioni in lingua latina, intito- lata Opus tripartitum, alcuni saggi
in lingua tedesca, che gli hanno meritato il titolo di « creatore della prosa
tedesca »; Quaestiones de esse; Commento al Parmenide di Platone. Empedocle
(fine V sec. a.C.) Nato ad Agrigento, fu medico ed ebbe la fama di mago. iLe
dottrine principali della sua filosofia riguardano la causa prima di tutte le
cose che è riposta nei quattro elementi (terra, ac- qua, fuoco e aria)
assolutamente originali e immutabili e il mecca- nismo della conoscenza che è
spiegato mediante la teoria dell'ana- logia. Il divenire consiste nell'unirsi e
disunirsi dei 4 elementi ed è causato dalla lotta di due forze primordiali:
Amore e Odio. Opere principali: Sulla natura; Carmen lustrale. Engels Friedrich
(1820-1895) Filosofo tedesco nato a Barmen da una famiglia facoltosa che aveva
interessi nell'industria tessile inglese, conobbe Marx a Parigi, in un viaggio
nel 1844 e ne divenne intimo amico. Dopo i moti in Germania del 1848 a cui
partecipò, si trasferì in Inghilterra e nel 1869 si stabili a Londra lavorando
intensamente insieme a Karl Marx sul piano politico e intellettuale. Dalla
visione idealistica passò a quella materialistica, dopo la lettura dell'opera
L'essenza del cristianesimo di Feuerbach. In col- laborazione con Marx scrisse
il famoso Manifesto del partito comu- nista e La sacra famiglia in cui si
criticano le dottrine di Bauer e degli altri hegeliani di sinistra. Operando in
stretta collaborazione con Marx, dopo il 1844 non è facile distinguere i tratti
originali del suo pensiero. Comunque, si può stabilire con sicurezza che per la
sua competenza in campo economico-commerciale e la conoscenza della situazione
sociale inglese fu Engels a fornire a Marx il taglio economico e sociale del
suo materialismo. In alcuni saggi Engels ha cercato di illustrare la diversità
tra i materialismi precedenti e quello professato da lui e da Marx. La
differenza fondamentale sta nel fatto ‘che, mentre i materialismi precedenti
guardavano alla natura come un insieme di realtà sta- 290 tiche, « il
materialismo moderno vede nella storia l'evoluzione stessa dell'umanità secondo
un movimento, e il suo scopo è di riconoscerne le leggi ». In altre parole, il
nuovo materialismo di Engels e di Marx non è più naturalistico ma storico e
inoltre non è più statico ed im- mobilistico, bensì evolutivo e dinamico. Opere
principali: La situazione della classe operaia inglese (1845); Origine della
famiglia, della proprietà privata e dello stato (1884); Feuerbach e il punto
d’approdo della filosofia classica tedesca (1888). Dopo la morte dell'amico condusse
a termine il secondo e terzo vo- lume de // Capitale. Epicuro Filosofo greco,
fondatore della scuola filosofica che da lui prende il nome e che ebbe largo
seguito durante il periodo ellenistico. Nato a Samo da genitori ateniesi,
Epicuro fu praticamente un autodidatta. Nel 310 fondò una scuola a Mitilene;
nel 306 si trasferì ad Atene dove comprò una casa con un giardino (il famoso «
giardino di Epicuro »), dove fissò stabilmente la sua scuola e che lasciò in
eredità ai suoi discepoli. Intollerante e polemico verso gli altri filosofi,
Epicuro fu verso i suoi discepoli di somma affabilità e generosità, guadagnan-
dosi una venerazione che col tempo divenne vero e proprio culto. Scrisse molto,
ma tutte le sue opere andarono perdute tranne al- cune massime, tre lettere e
il Testamento che sono stati conservati da Diogene Laerzio nel libro X delle
sue Vite. Alla conservazione, alla diffusione e quindi alla fortuna
dell’epicureismo contribuì mol- tissimo Lucrezio col suo poema, De rerum
natura, nel quale il poeta latino addita la dottrina di Epicuro come farmaco
supremo ai mali umani, dovuti a superstizioni e a falsi timori. Davanti ai
grandi problemi filosofici che angustiano la mente umana, Epicuro assume una
posizione di netto contrasto con lo stoicismo. Epitteto (50-138) Era un liberto
di Nerone, il quale lo emancipò. Andò alla scuola del filosofo Musonio Rufo.
Quando Domiziano, nel 92, cacciò dal- l’Italia tutti i filosofi, si rifugiò
nell'Epiro e lì fondò una sua scuola. È il più celebre rappresentante dello
stoicismo. Il suo pensiero filosofico è contenuto nel Manuale e nei Discorsi.
Più ancora che in Zenone e Crisippo (i fondatori della scuola stoica) in
Epitteto lo stoicismo diviene un sistema di vita, una dottrina morale. Si
tratta d'una morale molto rigida, che nulla concede agli istinti e alle
passioni, nulla agli onori, alla ricchezze e ai piaceri, e punta tutto sulla
interiorità, sull'amore per il prossimo e l'unione col Logos. Questi, sotto
l'influsso del cristianesimo, in Epitteto acquista le caratteristiche del Dio
persona, provvidente e paterna, dei cristiani. Secondo Epitteto tutto quello
che accade all'uomo, accade per volere del Logos, il quale agisce sempre
secondo ragione e mai arbitraria- 291 mente. Il Logos esercita sull'uomo e su
tutte le creature una perfetta provvidenza, senza lasciare nulla all'arbitrio
umano. L'uomo è libero in quanto si uniforma alle leggi del Logos. Opere
principali: Manuale; Discorsi. Eraclito (550-480 a.C.) Nato ad Efeso, secondo
la leggenda, fu uomo aristocratico ed eccentrico. Avversò la democrazia nella
sua città e si rifiutò di colla- borare alla stesura della nuova costituzione.
Sostiene che la realtà è in continuo divenire (pànta rèi) e pone come principio
di questo divenire il fuoco, ricollegandosi agli Ionici. La forza che opera
l'unificazione del molteplice è il Lògos. Opere principali: unica opera di cui
si abbia notizia è Perì phy- seos (Sulla natura delle cose), che gli procurò la
fama di pensatore enigmatico e oscuro. Feuerbach Ludwig (1804-1872) Nacque a
Landshut (Baviera). Studiò prima teologia e poi filo- sofia. Frequentò, a
Berlino, le lezioni di Hegel. Nel 1828 ottenne la libera docenza all'università
di Erlangen. Riprende le critiche a Hegel sulla religione, proprie di Sturm e
Bauer. Nega ogni valore al cristianesimo. La filosofia religiosa di Feuerbach è
pertanto uno studio dell'origine dell'idea di Dio e dei suoi attributi.
L'origine dell'idea di Dio ha il carattere di ipostatiz- zazione: l'uomo
proietta le qualità positive che ha in sé in una per- sona divina e ne fa una
realtà sussistente di fronte alla quale si sente schiacciato come un nulla.
All'adorazione degli enti divini bisogna sostituire il culto dell'umanità. Per
Feuerbach non è il pensiero che causa la materia, ma la materia a svilupparsi in
pensiero, quando tocca i vertici della sua evoluzione. Opere principali:
Pensieri sulla morte e l'immortalità (1830); Per la critica della filosofia
hegeliana (1839); Essenza del cristianesimo (1841); Principi della filosofia
dell'avvenire (1843); L'essenza della fede secondo Lutero (1844); L'essenza
della religione (1846); Lezioni sull'essenza della religione (1851); Teogonia
(1857). Fichte Johann Gottlieb (1762-1814) Nacque a Ramenau in Sassonia, studiò
all'università di Jena. Fu discepolo di Kant. Nel 1807, durante l'invasione
napoleonica della Prussia tenne presso l'università di Berlino i famosi
Discorsi alla nazione tedesca. Fichte fu il primo ad avvertire le
contraddizioni che minacciavano il criticismo di Kant e a risolverle in
direzione dell'idealismo. Ne- gando l’esistenza della cosa in sé (noumeno), la
realtà ha un unico fondamento che può essere solo di natura spirituale, ossia
il pen- siero. Il pensiero è l'Io puro. Ma alla funzione del pensare non è292
sufhciente l'identità del pensiero con sé stesso: occorre un soggetto pensante
e un oggetio pensato. L'io puro origina quindi il soggetto pensante o « io
empirico » e l'oggetto pensato o « non io». Fra io puro, io empirico e non-io
esiste una netta distinzione. L'io puro ha una priorità assoluta sull'io
empirico e sul non io. Il fine ultimo del- l'io empirico sta nel raggiungimento
dell'io puro; per raggiungere tale traguardo deve rimuovere tutti gli ostacoli
frapposti dal non-io. L'uomo è in continuo progresso verso il traguardo della
perfetta coerenza con sé stesso. Nell'ultima fase del suo filosofare Fichte
offre una nuova consi- derazione dell’assoluto, che viene concepito come un Dio
sussistente e, a suo modo, trascendente. Opere principali: Rivendicazione della
libertà di pensiero (1793); Contributi per rettificare i giudizi del pubblico
sulla rivoluzione fran- cese (1793-1794); Fondamenti dell'intera dottrina della
scienza (1794); Alcune lezioni sulla missione del dotto (1794); Fondamenti del
diritto naturale (1796-1797); Il sistema della dottrina morale {1798); La mis-
sione dell'uomo (1799); Introduzione alla vita beata (1806); Discorsi alla
nazione tedesca (1807). Filone Alessandrino (13 a.C.-40 d.C.) Nato ad
Alessandria d'Egitto da una nobile famiglia ebraica della diaspora, fu rabbino di
quella città, contemporaneo di Cristo e autore di numerosi commenti alla Sacra
Scrittura. Filone è considerato da tutti come l’iniziatore di un nuovo modo di
interpretare la Sacra Scrittura, il modo allegorico (0 metodo alle- gorico). Ma
da molti oggi è ritenuto anche fondatore di un nuovo tipo di speculazione,
chiamata filosofia religiosa. In effetti Filone ha ela- borato un sistema in
cui si saldano armonicamente le dottrine fonda- mentali della fede biblica con
le principali dottrine di Platone e degli Stoici: dottrina delle Idee, del
Logos, dell'immortalità dell'anima, della contemplazione ecc. La filosofia
religiosa iniziata da Filone esercitò grande influsso sui padri della chiesa e
anche sugli scola- stici che la continuarono e perfezionarono. Opere principali:
Commento allegorico sulle sante Leggi; Sul de- calogo; Sulle leggi particolari;
Sulia migrazione di Abramo; Sulla provvidenza; Sull’eternità del mondo,
Foucauli Michel (1926-1984) Filosofo e saggista francese, nato a Poitiers, ha
studiato al- l’« École Normale Supérieure » di Parigi e poi in Germania, Polo-
nia e Svezia. Di vasta esperienza culturale (medicina, filosofia, psico- logia,
storia), si è ben presto affermato tra i massimi esponenti della rivoluzione
culturale dell'ultimo ventennio. È stato professore al « Centro Universitario
Sperimentale » di Vincennes e ha insegnato dal 1970 storia dei sistemi di
pensiero al « Collège de France ». Dallo studio della storia della medicina,
Foucault è passato, par- 293 tendo da Heidegger, ad una indagine epistemologica
delle strutture fondamentali del conoscere che sono alla base dei vari momenti
della storia della moderna civiltà occidentale. Foucault svilupperà l'analisi
strutturalistica del linguaggio di de Saussure spostandola dal livello dei fonemi
a quello degli enunciati e concentrerà la sua attenzione sulle società evolute
moderne piut- tosto che su quelle primitive. Secondo Foucault ogni cultura ha
il suo « a priori storico », sot- tofondo comune a tutte le arti, scienze e
ideologie di un determinato periodo. In ordine al problema del linguaggio
Foucault distingue l’analisi della lingua dall'analisi degli enunciati, così
come distingue la storia del discorso dall'analisi del campo discorsivo.
Infine, sotto- linea come l’analisi enunciativa sia soprattutto un'analisi
storica, che si tiene fuori da ogni interpretazione. Opere principali: Malattia
mentale e psicologia (1954); Storia della follia (1961); Nascita della clinica
(1963); Parole e cose (1967); Archeologia del sapere (1969); Sorvegliare e
punire (1975); La vo- lontà di sapere (1976). Freud Sigmund (1856-1939) Nato a
Freiberg, in Moravia, da famiglia israelita, si laureò in medicina
all'università di Vienna nel 1881; nel 1885 conseguì la li- bera docenza
specializzandosi in neuropatologia e nel 1886 aprì un gabinetto privato per lo
studio delle malattie nervose. Nel 1938, con l'annessione dell'Austria alla
Germania di Hitler, fu costretto a emi- grare a Londra, dove morì, l’anno dopo,
all'età di 83 anni. Secondo Freud, che fu il fondatore della psicanalisi, la
nostra psiche è costituita da tre livelli (o topiche): un livello profondo o
inconscio che si chiama Es (0 Id), sede della pulsione libidica e orien- tato
alla soddisfazione del bisogno sessuale; il livello dell'/o o della coscienza razionale;
ed infine, il livello del Super-Io, risultato dell’introiezione delle figure
parentali e sede della legge morale. Il costante conflitto tra Es e Super-Io
spesso provoca uno stato patologico, proprio delle diverse forme di nevrosi. La
pulsione libidi- ca, che muove l’attività sessuale dell'individuo, trova
pertanto una possibilità di sfogo nell'attività onirica, quando l'abbassamento
tem- poraneo della soglia cosciente lascia libero spazio all'Es, ai suoi de-
sideri, alla sua conflittualità repressa. Fondamentale per la cultura
contemporanea come scoperta del dinamismo psichico e come terapia, la
psicanalisi che negli scritti freudiani dell'ultimo periodo viene teorizzata
come una weltan- schauung, ha finito per presentare i suoi limiti, che sono stati
evi- denziati in questi ultimi decenni da molti studiosi. Opere principali: Le
origini della psicanalisi (1887-1902); Studi sull'isteria (1895);
Psicopatologia della vita quotidiana (1901); Tre saggi sulla teoria sessuale
(1905); Totem e tabù (1912-1913); Introdu- 294 zione alla psicoanalisi
(1915-1917); Al di là del principio di piacere (1920); L'avvenire di
un'illusione (1927); Il disagio della civiltà(1929); L'uomo Mosé e la religione
monoteista (1934-1938). Galilei Galileo (1564-1642) Nato a Pisa, fu matematico,
fisico, astronomo. Nel 1589 ebbe l'insegnamento di matematica all'università di
Pisa e nel 1592 passò all'università di Padova. Nel 1609 inventò il
cannocchiale. Nel 1616 la sua teoria eliocentrica venne condannata dalla
Chiesa. Processato una seconda volta, fu costretto, nel 1633, a rinnegare le
sue teorie scientifiche. Morì ad Arcetri, nell'isolamento obbligato e colpito
da cecità. È considerato il creatore della fisica moderna e il decisivo
promotore del metodo sperimentale, avviato da Bacone, nelle sue applicazioni
pratiche. Merito di Galileo è di aver provato la netta distinzione tra filo-
sofia, scienza e religione, mostrando che il loro oggetto specifico è di-
verso. Perciò lo studio scientifico dei fenomeni umani è libero. Per la scienza
diverso è anche il metodo, « induttivo-deduttivo ». Tipico di questo metodo è
l’uso della matematica. In sintonia con tale im- postazione vi è la riduzione
della realtà materiale ai soli aspetti quantitativi (ma in Galilei più che di
un meccanicismo filosofico si tratta di un meccanicismo metodologico e
scientifico). Opere principali: De motu (1589); Sidereus Nuncius (1610); Di-
scorso intorno alle cose che stanno în su l'acqua (1612); Il saggiatore (1623);
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano (1632);
Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, attinenti
alla meccanica e i movimenti locali (1638). Galluppi Pasquale (1770-1846)
Filosofo italiano, nato a Tropea, studiò all'università di Napoli, dove insegnò
filosofia teoretica dal 1831 sino alla morte. La filosofia di Galluppi, che è
uno degli esponenti maggiori del realismo critico italiano, vuole essere
essenzialmente una risposta al kantismo che egli critica soprattutto per quanto
concerne la inconoscibilità del- l'io e della cosa in sé, e la apriorità delle
categorie. A proposito della inconoscibilità dell'io e della cosa in sé, egli
afferma che la coscienza testimonia immediatamente la conoscenza sia del primo
sia della seconda (il mondo) e che pertanto occorre ammetterli tutt'e due co-
me assolutamente certi. Assodato il carattere obiettivo del cono- scere,
Galluppi, contro Kant, mostra che anche l’esistenza di Dio risulta
dimostrabile. Opere principali: Saggio filosofico sulla critica della conoscenza
(6 voll. 1819-32); Elementi di filosofia (6 voll. 1820-27); Lettere filo-
sofiche (1827); Lezioni di logica e metafisica (4 voll. 1832-34); Filo- sofia
della volontà (4 voll. 1832-40); Considerazioni filosofiche sul- l'idealismo
trascendentale e sul razionalismo assoluto (1841). 295 Garaudy Roger (1913)
Filosofo francese, nato a Marsiglia, è un esponente prestigioso e originale del
revisionismo marxista; si iscrisse giovanissimo al Partito Comunista francese e
alternò l’attività sindacale all’insegna- mento della filosofia. Nel 1970 fu
radiato dal partito per il duro atteggiamento polemico assunto nei confronti
dell'U.R.S.S. per l'in- vasione della Cecoslovacchia. Caratteristica del
pensiero revisionista di Garaudy è il ripen- samento del problema del socialismo
nella società contemporanea e l'apertura al cristianesimo, presente però anche
nei suoi primi scritti, quando egli attribuiva alla chiesa cattolica il merito
di avere realiz- zato alcune fondamentali trasformazioni della società, come
l’aboli- zione della schiavitù e l'uguaglianza della donna e di avere affermato
il valere della persona, dell'amore, della libertà e della trascendenza. Per
Garaudy la « trascendenza » è un umanesimo prometeico e faustiano che porta al
superamento del limite; ed è convinto che solo nell’organizzazione
politico-sociale del comunismo esso possa trovare la sua piena realizzazione. A
seguito del rifiuto del modello sovietico, Garaudy approda alla convinzione che
il socialismo possa trovare la sua pienezza aprendo un dialogo con il
cristianesimo, al quale è accomunato dalla passione per l'uomo, dall'impegno di
trasformazione del mondo, dalla dimen- sione profetica. Opere principali: La
teoria materialista della conoscenza (1953); Karl Marx (1965); Marxismo del XX
secolo (1966); Lenin (1968); Tutta la verità (1970); Riconquista della speranza
(1971); L’alterna- tiva (1973); Parola di uomo (1974). Gentile Giovanni
(1875-1944) Nacque a Castelvetrano (Trapani) nel 1875. Insegnò nelle uni-
versità di Palermo, Pisa e Roma. Aderì al regime fascista e nel 1922 fu
nominato ministro della Pubblica Istruzione. Nel 1943 aderì alla Repubblica
Sociale e fu trucidato dai partigiani nel 1944 a Firenze. La ‘filosofia
idealista di Gentile si chiama attualismo, in quanto l'assoluto è concepito come
atto puro. Le cose non sono altro che momenti di tale atto, sono l'atto puro
stesso in un momento del suo generarsi. Realmente c'è solo il pensiero attuale
che pone sé stesso (autoctisi). L'atto puro di Gentile, come l'idea di Hegel,
svolge la sua attività secondo un processo triadico, che ha per momenti princi-
pali l’arte, Ja religione e la filosofia. L'arte è il momento soggettivo; la
forma immediata dello spirito assoluto. La religione è l'antitesi dell'arte, il
momento oggettivo. La filosofia costituisce la sintesi del momento soggettivo
con l'oggettivo, riconoscendo l'assoluto nell'atto che pone se stesso
attraverso una dialettica eterna. Lo Stato è consi- derato l'incarnazione
suprema dello Spirito, volontà sovrana e as- soluta da cui discende sia la morale
che il diritto. La filosofia di Gen- 296 tile ha occupato un posto centrale
nello sviluppo del pensiero specu- lativo italiano nei primi decenni del nostro
secolo. Opere principali: Rosmini e Gioberti (1898); Sommario di peda- gogia
come scienza filosofica (1912); I problemi della scolastica e il pensiero
italiano (1913); Studi vichiani; Fondamenti della fi- losofia del diritto
(1916); Teoria generale dello spirito come atto puro (1916); Sistema di logica
come teoria del conoscere (1917-1922); Le origini della filosofia contemporanea
in Italia (quattro volumi, scritti fra il 1917 e il 1923); I/ pensiero italiano
nel Rinascimento (1920); Studi sul Rinascimento (1923); Filosofia dell’arte
(1931). Gilson Etienne (1884-1978) Filosofo e storico francese, nato a Parigi,
si è addottorato in lettere e filosofia alla Sorbona; ha insegnato a Lilla,
Strasburgo, Parigi. Trasferitosi in Canada, nel 1929 vi ha fondato l’«
Institute of Medieval Studies » di Toronto che diresse sino alla morte avvenuta
nel 1978 a Cravant. Con Jacques Maritain, Gilson è colui che ha maggiormente
contribuito alla rinascita del tomismo nella prima metà del sec. XX e della sua
diffusione nel mondo nord-americano. AI] centro della sua riflessione è il
concetto di « filosofia cristiana » di cui Gilson sostiene la legittimità,
affermando che la filosofia cri- stiana non comprende verità che appartengono
essenzialmente al- l'ambito della fede e della rivelazione, ma solo di fatto,
storicamente. Oggetto specifico della filosofia cristiana non è il « rivelato
», ma il « rivelabile », cioè verità di per sé accessibili alla ragione come
l’unità di Dio, l'immortalità dell'anima, il senso della storia, la per- sona,
la libertà ecc. La filosofia cristiana è stata elaborata dai Padri della Chiesa
e dagli Scolastici, che hanno conferito evidenza a verità attinte dalla Bibbia
e alle quali i Greci non erano pervenuti quali l'unicità di Dio, la creazione,
la libertà, la persona, la storia, la contingenza, la causalità delle creature
e dell'uomo, la bontà della materia e del corpo umano, la provvidenza, ecc. I
filosofi cristiani hanno conferito a queste verità una espressione razionale,
filosofica, che gli storici non cristiani hanno attribuito alla filosofia
moderna. Per Gilson questa è una falsificazione della storia, che ha dimostrato
in modo preciso ne Lo spirito della filosofia medioevale e in altre opere. Sul
problema della conoscenza dell'essere, Gilson dimostra che essa non si realizza
mediante un’astrazione, ma mediante il giudizio di esistenza, che è un atto di
composizione che la mente compie tra un soggetto e l’atto di esistere,
attribuendoglielo. Opere principali: I/ tomismo (1919); La filosofia nel
Medioevo (1922); San Bonaventura; Sant'Agostino (1929); Lo spirito del- la
filosofia medioevale (1932); Duns Scoto (1952). Delle sue opere a ca- rattere
teoretico citiamo: Il realismo metodico (1934); Dio e la filo- sofia (1941);
Realismo tomista e critica della conoscenza (1945); 297 L'essere e l'essenza
(1948); L'essere e alcuni filosofi; Introduzione alla filosofia cristiana
(1960); Il filosofo e la teologia (1960). Gioberti Nato a Torino, fu ordinato prete nel 1825.
Laureatosi in teologia, fu preso da una crisi di fede e si orientò verso il
panteismo. Par- tecipò a circoli rivoluzionari per cui fu arrestato ed esiliato
nel 1833. Si rifugiò in Belgio e in quel periodo si riconciliò con la Chiesa.
Passò gli ultimi anni della sua vita a Parigi, dedito allo studio della
filosofia, nella povertà e nella solitudine. Gioberti ha gli stessi motivi
ispiratori di Rosmini: si vale del- l’idea dell'essere ma sostiene che per
salvare l'oggettività dell'idea dell'essere bisogna darle materialità, realtà.
Cioè bisogna porre l'a priori non nell’idea dell'essere ideale, ma in quella
dell'essere reale, Dio (ontologismo). Dio crea il mondo e opera intrinsecamente
allo spirito umano, mentre a Dio il mondo ritorna grazie al progresso umano
(l'ente crea l'esistente, l'esistente ritorna all'ente). Gioberti ha anche
studiato la realizzazione di un piano per l’unità e l’indipenden- za d'Italia.
Opere principali: Teoria del sovrannaturale (1838); Introduzione allo studio
della filosofia (1840); Del bello (1841); Del primato morale e civile degli
italiani (1843); Del buono (1843); Del rinnovamento civile d'Italia (1851).
Giovanni Damasceno (675-750) ‘Dottore della Chiesa (di lingua greca), santo.
Nacque a Damasco e morì probabilmente a Gerusalemme. Discendente da una nobile
e ricca famiglia arabo-cristiana (suo padre era ministro del tesoro presso la
corte del Califfo) ebbe un'eccellente educazione letteraria e filosofica.
Consacrato prete da Giovanni V patriarca di Gerusalemme si ritirò nel monastero
di San Saba in Palestina e si dedicò soprat- tutto all'insegnamento della sacra
Scrittura e della teologia e si adoperò sia con la parola sia con gli scritti
per la difesa del culto delle immagini sacre (opponendosi coraggiosamente
all’iconoclastia). È stato per lungo tempo uno dei pilastri della teologia
della Chiesa cattolica orientale ed anche oggi è un riferimento nel dialogo ecu-
menico fra le varie confessioni cristiane. Nella sua sintesi teologica vengono
adoperati non pochi elementi filosofici da lui appresi in parte dagli arabi e
in parte dai Padri greci. C'è in lui un influsso ari- stotelico nella
concezione della logica e della metafisica, e c'è anche un influsso platonico e
neoplatonico derivato dallo Pseudo-Dionigi. iLa sua opera maggiore è la Fonte
della conoscenza che si suddi- vide in tre parti riguardanti la filosofia
(Capitoli filosofici), le eresie (Libro delle eresie) e la fede (Sulla fede
ortodossa). Glucksmann André (1937) Laureato in filosofia, fu maoista e
partecipò ai movimenti rivolu- 298 zionari del '68. Attualmente lavora al «
Centro nazionale per la ri- cerca scientifica ». Critico implacabile del
sistema marxista, è im- pegnato in una denuncia sistematica dei crimini
sovietici. Nelle sue ultime opere denuncia il carattere disumano del sistema
marxista e accusa l’U.R.S.S. di essere una potenza capitalistica, violenta e
ter- roristica, di cui il Gulag è l'espressione più terrificante. Tra le molte
critiche che Glucksmann muove al marxismo la più radicale è quella con cui gli
contesta di essere un sistema socialista. Opere principali: Il discorso della
guerra (1967); La cuoca e il mangiauomini (1977); I padroni del pensiero
(1978); L'atto antitota- litario (1983). Gramsci Uomo politico e pensatore
italiano; nato ad Ales (Cagliari) si tra- sferì successivamente a Torino, dove
interruppe gli studi letterari per dedicarsi alla vita politica. Nel 1921 con
Bordiga e Tasca fondò a Livorno il Partito Comunista Italiano, di cui divenne
segretario nel 1924. Arrestato dai fascisti e condannato a 20 anni di carcere,
morì nel 1937 in una clinica, dopo undici tormentati e dolorosi anni di
prigionia. Il pensiero filosofico di Gramsci si articola intorno al superamen-
to del dilemma idealismo o marxismo; alla fondazione della filosofia della
prassi, in cui risalta il carattere storicistico del conoscere e il suo
carattere pratico; e infine alla dimensione storica quale tratto qualificante
della filosofia della prassi. Gramsci recupera inoltre la conoscenza come
creatività e non solo come rispecchiamento della realtà. Riguardo al problema
politico l'ideologia gramsciana si snoda lungo le seguenti direttrici: 1) il
potere va conquistato attraverso una guerra di posizione che sottragga alla
classe dirigente prima il consenso e poi il dominio; 2) la rivoluzione non è
violenta ma cultu- rale; nel progetto rivoluzionario gramsciano il cristiano
deve giun- gere ad abbandonare la sua religione per accedere a forme più ri-
spondenti al divenire storico; 3) ogni nazione ha diritto di realizzare il
proprio stato socialista conforme alla propria storia, cultura e tradizioni; 4)
il Partito comunista è il Nuovo Principe: esso è la fonte di ogni potere, di
ogni diritto, di ogni legge; la sua attività è essenzialmente morale.
Realizzatori della guerra di posizione e successivamente del rap- porto tra il
Nuovo :Principe e la base proletaria sono « gli intellet- tuali organici »,
prima interpreti della rivoluzione culturale e suc- cessivamente garanti del
consenso ideologico. Gramsci appare sensibile al problema religioso che
considera la grande utopia delle classi subalterne. Come la metafisica, essa è
or- mai superata dal comunismo che ha pienamente compiuto il processo di
secolarizzazione del mondo moderno. Opere principali: gli scritti di Gramsci
sono distinti in due 299 periodi: a) Scritti giovanili (1914-1918); L'Ordine
Nuovo (1912-1920); Socialismo e fascismo (1921-1922); La costruzione del Partito
Comunista; b) Quaderni del carcere, scritti durante la pri- gionia. Guardini
Romano (1885-1968) Filosofo e teologo tedesco, di origine italiana (nacque a
Verona), conoscitore profondo della storia moderna, fu il primo a coprire la
cattedra di Weltanschauung cattolica all'università di Berlino. Allon- tanato
-dall'insegnamento dal nazismo, lo riprese dopo la seconda guerra mondiale
prima a Tubinga e poi a Monaco sino alla morte. In base al concetto di
opposizione polare Guardini afferma che ogni concetto fondamentale è distinto
da un aliro, ma al tempo stes- so lo presuppone e lo implica, poiché nessun
elemento pilò essere pensato senza il suo opposto. Il mondo storico è concepito
da Guardini come il concreto viven- te, ed è essenzialmente mondo della cultura,
mondo dell’uomo. Convinto della crisi dell'età moderna, si impegna a
riaffermare il principio cattolico della unità e collaborazione tra fede e
ragione, convalidata dalla tesi della polarità. In base a tale tesi, Guardini
ela- bora una serie di binomi capaci di descrivere la struttura della real- tà:
atto-struttura, immanenza-trascendenza, unità-pluralità, affinità- distinzione,
originalità-regola. Egli riscontra inoltre la crisi del mondo moderno in tre
settori principali: quello della natura, quello del soggetto, quello della cul-
tura. La natura viene percepita come estraneità, il soggetto è pri- gioniero
della massa e delle macchine, la cultura ha perduto la sua credibilità per lo
scacco storico delle sue convinzioni. Guardini abbozza, pertanto, il progetto
di una « nuova società » e di una nuova cultura sulla base della riaffermazione
del valore assoluto della persona; del controllo della potenza; del coraggio
del- la verità; della libertà dello spirito. Opere principali di carattere
filosofico: L'opposizione polare (Sag- gio per una filosofia del concreto
vivente) (1925); La fede nella ri- flessione (1928); La morte di Socrate. Una
interpretazione degli scrit- ti di Platone: Eutifrone, Apologia, Critone,
Fedone (1943); La fine del- l'epoca moderna (1951); Religione e soprannatura.
Habermas Filosofo e sociologo tedesco, nato a Gummersbach; dopo essersi
laureato a Francoforte, si è dedicato a studi e ricerche nell’ambito
dell'Istituto per le ricerche sociali di Francoforte fondato da Horkheimer e di
cui egli è il continuatore. Per Habermas, compito di una scienza sociale
filosoficamente fondata, è l'elaborazione del nesso tra teoria e prassi che
penetri i meccanismi della comunicazione intersoggettiva, la sua struttura lin-
guistica, i processi di creazione del consenso e della legittimazione 300 per
raggiungere una Verità che è nel contempo illuminazione pra- tica e formazione
di una volontà collettiva. Opere principali: Storia e critica dell'opinione
pubblica (1962); Teoria e prassi (1963); Logica delle scienze sociali (1967);
Conoscenza e interesse (1968); Tecnica e scienza come ideologia (1968); La
crisi della razionalità nel capitalismo maturo (1973); Per la ricostruzione del
materialismo storico (1976). Hartmann Nicolai Filosofo tedesco, nato a Riga e morto
a Gottinga. Assertore della filosofia dei valori e vigoroso critico del
positivismo, aderì all'inizio della sua formazione culturale al criticismo e in
seguito alla feno- menologia di Husserl. La sua concezione ontologica dei
valori è caratterizzata da una sorta di ultrarealismo platonico: i valori non
hanno fondamento né nell'uomo né in Dio, ma in se stessi, sono sussisienti al
pari delle Idee di Platone e sono dotati di aseità. In nome dell'autonomia dei
valori Hartmann giunge perfino a negare l’esistenza di Dio, poiché la sua
esistenza sàrebbe incompa- tibile con la libertà dell'uomo. Opere principali:
Principi di una metafisica della conoscenza (1921); La filosofia dell'idealismo
tedesco (1923-1929); La costru- zione del mondo reale (1940); Filosofia della
natura (1950); Estetica (1953, postuma). Hegel Georg Wilhelm (1770-1831) Nacque
a Stoccarda e fece gli studi teologici nel seminario di Tubinga. Nel 1801 fu
nominato professore presso l'università di Jena, poi insegnò ad Heidelberg e
infine a Berlino dove ottenne gran- de successo. Morì di colera a 61 anni.
Hegel è uno dei protagonisti della filosofia contemporanea ed elaborò
l’idealismo logico e storico. Egli si inserisce nel recupero romantico del
concreto e del reale, ma per attuarlo radicalmente. Si impegna a coniugare la
valorizzazione della creatività del pensiero e della libertà con l'esigenza di
fondare razionalmente la realtà, in- tesa come costruzione logica del mondo;
perviene così all'esito fi- nale del processo storico culturale moderno: un
umanesimo asso- luto che sfocerà, dopo Hegel, in un ateismo assoluto (l’uomo è
il fon- damento immanente delle realtà). Scopo della filosofia hegeliana è,
quindi, la comprensione razio- nale del mondo e della storia, caratterizzati
dalla presenza del ne- gativo e dalla nostalgia dell'armonia perduta. La storia
è caratteriz- zata dalla scissione: essere-non essere; bene-male;
infinito-finito; Dio-mondo. La consapevolezza di queste realtà fa dell'uomo una
« co- scienza infelice », che tende a liberarsi della contraddizione. Per Hegel
la realtà è Idea (tutto ciò che è razionale è reale e tutto ciò che è reale è
razionale). Da questa affermazione deriva il nome 301 dato alla filosofia di
Hegel di idealismo logico. L'unico metodo ade- guato per lo studio di una
realtà in perpetuo divenire è quello della logica speculativa o dialettica.
Esso è costituito di tre momenti: tesi, antitesi e sintesi. La tesi è il
momento dell'essere in sé, l’antitesi è il momento dell'essere extra sé, la
sintesi è il momento del ricongiungimento delle due parti poste dalla tesi e
dell'anti- tesi in un unico tutto che annulla le imperfezioni dei momenti pre-
cedenti mentre ne conserva la positività. Lo studio della triade fondamentale
riconduce alle tre parti principali del sistema hege- liano: logica o studio
dell'idea in sé, filosofia della natura, filosofia dello spirito, forma in cui
l'idea si attua pienamente, ritornando in sé dall’alienazione della natura.
Anche la vita dello spirito si svolge dialetticamente in tre momenti: spirito
soggettivo (o indi- viduale), oggettivo (o sociale) e assoluto (che si attua
nelle opere artistiche, religiose, filosofiche). Per Hegel la religione è mito
e la teologia è mitologia. Egli sva- luta la Rivelazione e afferma l’esigenza
di una religione nazionale sul modello di quella della polis greca. In una fase
successiva Hegel com- pie un'autocorrezione, rivalutando la prospettiva
storico-filosofica del cristianesimo come espressione del «rapporto dialettico
» tra universale-particolare, pensiero-vita, infinito-finito. L'amore cristia-
no si presenta come il superamento di ogni dualismo. Supera in tal modo la «
dialettica servo-signore » del giudaismo e si presenta come sintesi Dio-mondo.
Hegel considera il suo pensiero come sintesi del pensiero occiden- tale da
Talete a Schelling. La sua critica si rivolge in particolare al- l'impostazione
kantiana della cosa in sé e alla scissione tra sfera teoretica e sfera pratica.
Per Hegel la storia è lo studio delle manifestazioni dello spirito oggettivo.
Essa è la manifestazione progressiva dell’assoluto; in es- sa tutto quanto
avviene ha un carattere razionale. Il male è solo un momento della dialettica
della ragione. Per manifestare se stesso nella storia, lo spirito si vale dello
Stato e della nazione: la storia si esprime nelle successive egemonie dei
popoli. Opere principali: Scritti teologici giovanili (Religione popolare e
cristianesimo; La vita di Gesù; La positività della religione cri- stiana; Lo
spirito del cristianesimo e il suo destino); Fenomenologia dello spirito
(1807); Scienza della logica (tre volumi scritti tra il 1812 e il 1816);
Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (1817); Lineamenti di
filosofia del diritto (1821). Infine quattro opere postume: Filosofia della
storia; Estetica; Filosofia della religione; Storia della filosofia. Heidegger
Martin (1889-1976) Nacque a Messkirch, in Germania. Si avviò verso la carriera
sa- cerdotale che poi interruppe. Fu discepolo di Husserl. Nel 1928 ebbe la
cattedra di filosofia all'università di Friburgo, come succes- 302 sore del suo
maestro Husserl. Durante il periodo nazista si ritirò dall'insegnamento e lo
riprese dopo la guerra. La prima speculazione di Heidegger, che è il massimo
esponente del movimento esistenzialista, ed uno dei maggiori filosofi del
nostro secolo, è diretta alla soluzione del problema dell'essere. Porta di
accesso all'essere è l’uomo. Nell'uomo vi sono alcuni tratti fondamentali
caratteristici del suo essere, o esistenzia- li: essere-nel-mondo, esistenza
(essere fuori di sé), temporalità. Tra i primi due esistenziali,
essere-nel-mondo e esistenza c'è aperto contrasto: l’uno incatena l’uomo al
passato, l’altro lo proietta verso il futuro. A seconda che l'uomo si lasci
guidare dal primo o dal secondo la sua vita sarà inautentica o autentica. La
prima è quella di assuefazione al mondo, la seconda è quella interiore che
conduce colui che vive in vista della morte. Secondo Heidegger la morte ap-
partiene alla struttura fondamentale dell'uomo, perché è solo nella morte che
l’uomo conquista la totalità della sua vita. L'uomo diventa consapevole della
sua soggezione alla morte nell’angoscia che è un'al- tra disposizione
fondamentale del suo essere. L'essere è ciò che fa presente l’ente e ciò che in
esso si manifesta: ma l'essere è indicibile. L'uomo è « il custode dell'essere
», ma non gli è dato sapere come avvenga il costituirsi dell'ente per mezzo
dell'essere. La manifesta- zione dell'essere si realizza attraverso il
linguaggio. Opere principali: Essere e tempo (1927); Kant e il problema della
metafisica (1929); Dell'essenza del fondamento (1929); La dot- trina platonica
della verità (1947); Introduzione alla metafisica (1953); Il principio di
ragion sufficiente (1957); Nietzsche (1961); La tesi di Kant sull'essere
(1963); Tempo ed essere (1968); Il trattato di Schelling sull'essenza della
libertà umana (1971). Herbart Johann Friedrich (1776-1841) Filosofo e
pedagogista tedesco. Discepolo di Fichte e Schiller si orientò nella linea di
pensiero idealistica, che ben presto criticò e superò elaborando la sua
concezione filosofica di un pluralismo rea- listico immobilistico, in cui
riserva particolare attenzione ai pro- blemi pedagogici. Esercitò
l'insegnamento universitario a Gottinga e poi a Kénigsberg, dove fondò un
seminario di pedagogia e una scuola sperimentale. Herbart sostiene che la
filosofia è analisi critica dell'esperienza e superamento delle sue
coniraddizioni. L'esperienza ci dà una pluralità di esseri mutevoli, mentre
l'essere è sempre se stes- so, unico e immobile. Alla base della sua concezione
pedagogica vi è l’idea di istruzione educativa, tesa a promuovere la
plurilateralità, il complesso delle tendenze e delle attitudini dell'’educando,
senza al- terare le proporzioni e la forma dell’individualità, senza indebolire
la forza del carattere. Opere principali: Manuale di psicologia; Pedagogia
dedotta dal fine dell'educazione; Disegno di lezioni di pedagogia; Metafisica
ge- nerale secondo i principi della filosofia della natura. 303 Herder Johann
Gottfried (1744-1803) Filosofo, teologo e letterato tedesco, nato a Mohrungen e
morto a Weimar. Studiò teologia a Kénigsberg, avendo come maestro Kant. Dopo
essere stato alcuni anni a Riga, in Lettonia, come predi- catore, andò in
Francia e di lì, per interessamento di Goethe, si tra- sferì come pastore di
corte a Weimar, dove rimase sino alla morte, salvo il periodo di viaggio in
Italia nel 1788-1789. Scrisse moltis- simo in vari campi e può essere ricordato
come uno dei testimoni maggiori di quella stagione della cultura tedesca che costituisce
il suo periodo aureo. In filosofia i campi che coltivò con maggiore successo
furono l'estetica, la storia, la linguistica. Nell’estetica af- ferma la
relatività della nozione di bellezza. Nella storia egli vede una rivelazione
divina: natura e storia, a suo parere lavorano secondo il disegno di Dio per
l'educazione dell'umanità. Infine, per quanto concerne la linguistica, Herder
considera il linguaggio come espres- sione spontanea della soggettività: essa
può essere intesa sia come prodotto della sensazione immediata, sia come opera
della « rifles- sione ». Il linguaggio è quindi un fattore nella costruzione
sintetica della coscienza, ed occupa un posto fondamentale sia nella costru-
zione sia nella espressione della cultura di un popolo. Opere principali:
Saggio sull'origine del linguaggio; Il conoscere e il sentire dell'anima umana;
Idee per la filosofia della storia del- l'umanità. Hobbes Thomas (1588-1679)
Nato in Inghilterra, conobbe Galilei e (Cartesio e ne subì gli influssi
culturali. Fece lunghi viaggi in Francia e in Italia. Hobbes apre la serie dei
grandi filosofi inglesi del XVII secolo, le cui principali caratteristiche sono
empirismo e politicità. Per Hobbes l’unica sostanza è la materia: ad essa si
riporta ogni essere come al puro e trascendentale principio del suo esistere.
La cono- scenza si basa esclusivamente sull'esperienza. È bene ciò che causa
piacere, male ciò che procura dolore. Nel Leviathan, apologia del-
l'assolutismo, sostiene che lo Stato nasce da un volontario assogget- tamento
degli uomini a un sovrano, in cui si accentrano tutti i di- ritti, per uscire
dallo stato di natura, in cui regna una lotta sel- vaggia tra gli altri uomini
(homo homini lupus). Opere principali: Elementi di legge naturale e politica
(1640); Obiezioni alle « Meditazioni » di Cartesio (1641); De cive (1642); Le-
viatano (1651); De corpore (1655); De homine (1658); Behemoth. Horkheimer Fondatore e animatore della « Scuola di
Francoforte », il cui cen- tro principale è l'« Istituto per le Ricerche Sociali
». L'Istituto seguì Horkheimer quando questi emigrò a Parigi e, durante la
seconda guerra mondiale, a New York. Fece ritorno a Francoforte insieme 304 col
suo fondatore nel 1950. Il nucleo della Scuola di Francoforte era costituito
oltre che da Horkheimer, da Adorno, Fromm e Marcuse. Per la sua formazione
filosofica Horkheimer si colloca lungo l'e- redità del marxismo occidentale. Ma
dal punto di vista politico la sua posizione era totalmente eccentrica, in
quanto non intendeva avere rapporto alcuno con le organizzazioni di partito.
Horkheimer e la sua scuola concentrarono le ricerche sulla società e sulle sue
istituzioni, sviluppando una teoria critica anziché un progetto utopistico come
avevano fatto Marx e Engels. La teoria critica si propone di smascherare le
ingiustizie, i mali, le deviazioni, le lacune che affliggono la società in un
determinato momento storico. Da Marx accetta le seguenti tesi: priorità della
prassi; priorità della società sull’individuo; negazione della metafisica. In
altri punti si discosta dal marxismo: socialismo e politica del partito
comunista non coincidono; la dialettica ha un dominio più vasto; la religione
merita un giudizio più favorevole. La società è un fenomeno storico e dinamico.
La società contem- poranea affonda le sue radici nell’illuminismo; ma questo,
nel com- battere il mito, prende esso stesso la forma di mito. La ragione è
arte- fice e vittima dei mali provocati dall’illuminismo (manipolazione e
dominio dell’uomo sull'uomo). L'ideale che Horkheimer assegna alla società è la
felicità di tutti gli individui in questo mondo, in una concezione
rigorosamente storicistica e immanentistica. Più tardi il filosofo accoglierà
un'apertura teologica, verso la nostalgia di una perfetta e consumata
giustizia. Opere principali: Autorità e famiglia (1936); Dialettica dell'illu-
minismo (1944); Eclisse della ragione (1947); Studi sul pregiudizio (1950);
Teoria critica (1968); La società di transizione (1972). Humboldt Karl Wilhelm
von (1767-1835) Filosofo, linguista, letterato tedesco, nato a Postdam e morto
a Tegel. Ebbe una educazione illuminista; si specializzò in giurispru- denza a
Francoforte e a Gottinga. Dopo una breve permanenza a Parigi nel periodo della
rivoluzione, si trasferì a Jena, dove divenne amico di Schiller e Goethe. Dal
1802 al 1809 fu a Roma come rap- presentante del re di Frussia presso il Papa.
Rientrato a Berlino si occupò della strutturazione della nuova università. ‘Il
nome di Humboldt è legato soprattutto alle sue profonde ricer- che nel campo
della linguistica. Egli ha portato avanti le ricerche iniziate da Herder e con
lui è il maggior rappresentante della filo- sofia romantica tedesca. Per lui il
linguaggio è sintesi di dati ogget- tivi e di elementi soggettivi (tesi ripresa
da Kant, che però l'aveva applicata al fenomeno della conoscenza); esso è, poi,
parziale ri- flesso della totalità oggettiva nelle lingue particolari. La
lingua, per Humboldt, non è opera compiuta, bensì attività: la sua definizione
non può essere altro che genetica. Essa costituisce un importante 305 documento
di identificazione per quelli che sono i tratti caratteri- stici di un popolo.
Opere principali: Sull'origine delle forme grammaticali e il loro influsso
sulle idee; Sulla differenza della struttura linguistica del- l'uomo e sulla
sua influenza sullo sviluppo spirituale del genere umano. Hume Nacque ad
Edimburgo, in Scozia. Nel 1735, si recò in Francia per continuare gli studi.
Partecipò all'attività politica e fu segre- tario dell'ambasciata in Olanda,
Italia, Austria. Nel 1756 tornò in Francia. Fu amico di Rousseau, con cui poi
venne a rottura. Fu an- che sottosegretario di stato. Hume è sostenitore di un
empirismo radicale. Principio fonda- mentale della sua filosofia è il principio
di immanenza, interpretato empiristicamente: l’unica fonte di conoscenza è
l’esperienza e l’og- getto dell'esperienza non è la cosa esterna ma la sua
rappresenta- zione. In base a questo principio le rappresentazioni o
impressioni costituiscono il dato ultimo della conoscenza umana. Hume trasfor-
ma quindi l’empirismo in fenomenismo. Critica il rapporto di cau- salità in
quanto la relazione tra causa ed effetto non è necessaria, ma nasce
dall'esperienza. L'esistenza di Dio non è dimostrabile. Dio rimane un'ipotesi e
un atto di fede. La morale è improntata a un utilitarismo altruista: è buono
ciò che è utile e perciò approvato dalla società; è cattivo ciò che è dannoso e
perciò condannato dalla società. Le passioni sono impressioni riflesse,
connesse alle idee di sensazione. Le principali sono: orgoglio-umiltà,
amore-odio. La virtù è un'attività conforme a quella particolare specie di
passioni che causano piacere. Opere principali: Trattato sulla natura umana
(1739-1740); Saggi morali e politici (1741); Ricerca sull’intelletto umano
(1748); Ricer- ca sui principi della morale (1751); Discorsi politici (1752);
Quattro dissertazioni (1757); Dialoghi sulla religione naturale (1779). Husserl
Edmund (1859-1938) Nacque a Prossnitz, in Germania. Laureatosi in scienze
matema- tiche a Berlino, si trasferì per alcuni anni a Vienna. Rientrato in
Germania, insegnò filosofia all'università di Gottinga e di Friburgo fino
all'avvento del nazismo. È il fondatore della Scuola fenomenologica. La
fenomenologia studia l'oggetto quale si manifesta nella sua effettiva realtà,
assoluta- mente puro. Il metodo fenomenologico consta di due momenti prin-
cipali, negativo e positivo. Quello negativo, chiamato da Husserl epoché o
riduzione fenomenologica è quello in cui si isola l’oggetto (fenomeno) da tutto
ciò che non gli è proprio perché possa svelarsi nella sua purezza. Il momento
positivo è quello in cui lo sguardo del- 306 l'intelligenza si dirige verso la
cosa stessa e si immerge in essa e lascia che si manifesti. Mediante
l'elaborazione del metodo fenomenologico, Husserl ha offerto un apporto
decisivo allo sviluppo dell’esistenzialismo, for- nendogli un metodo di
indagine che rispondeva perfettamente alla sua esigenza, quella di effettuare
un'analisi minuziosa dell’esperien- za umana. Opere principali: Filosofia
dell’aritmetica (1891); Idee per una fenomenologia pura e una filosofia
fenomenologica (in tre volumi, di cui il primo nel 1913 e gli altri due posiumi
nel 1952); Logica for- male e trascendentale (1929). Molte opere postume:
Meditazioni car- tesiane (1950); La crisi delle scienze europee e la
fenomenologia tra- scendentale (1954); Mondo, io e tempo (1955); Filosofia
prima (1956); Psicologia fenomenologica (1962); Analisi delle sintesi passive
(1966). James William (1842-1910) Nato a New York, fu per molti anni titolare delle
cattedre di filo- sofia e psicologia all'università di Harvard, dove fondò uno
dei primi laboratori di psicologia sperimentale. Rappresentante del pragma-
tismo, James dette a questa corrente di pensiero un carattere marca- tamente
volontaristico. Nell'uomo la facoltà principale non è la ragione ma la volontà;
perciò una dottrina viene accolta non perché la ragione la riconosce come vera,
ma perché la volontà la trova utile al conseguimento di un determinato
obiettivo (pragmatismo). Il mondo è costituito da un insieme di parti che non
armonizzano perfettamente tra loro. In questa concezione è evidente il
pluralismo di James il quale difende anche l’individualismo. Opere principali:
Principi di psicologia (1890); La volontà di cre- dere e altri saggi di
filosofia popolare (1897); Le varietà dell'esperien- za religiosa (1902);
Pragmatismo (1907); Il significato della verità (1909); Un universo
pluralistico (1909); Alcuni problemi di filosofia (1911, postumi); Saggi
sull’empirismo radicale (1912, postumi). Jaspers Karl (1883-1969) Scienziato,
psicologo e filosofo tedesco, Jaspers fu uno dei massi- mi esponenti
dell’esistenzialismo. Nacque a Oldemburg in Germania. Insegnò per molti anni
filosofia nell'università di Heidelberg. Costret- to dal regime nazionalsocialista
ad abbandonare la cattedra, riprese l'insegnamento universitario nel 1945. Nel
1947 si trasferì a Basi- lea dove insegnò e risiedette sino alla morte. La sua
filosofia ha come punto di partenza la distinzione tra esserci (Dasein) ed
esistenza (Existenz). L'esserci è la realtà empi- rica, la vita naturale
dell'uomo soggetia alle leggi del tempo e dello spazio e esposta allo studio
preciso delle scienze sperimentali. L'esi- stenza è la capacità dell'uomo di
superare costantemente la situa- zione, il suo trovarsi sempre sistematicamente
fuori di sé, oltre se 307 stesso. L'esistenza autotrascendendosi non si
dissolve nel nulla, ma si muove verso l'orizzonte dell'essere, il quale mi
circonda da tutte le parti: è l'’onnicomprensivo (das Umgreifende). Senonché
alla ra- gione umana resta impossibile determinare il senso di tale orienta-
mento. Questo può esser svelato soltanto dalla fede. Opere principali:
Psicopatologia generale (1913); Psicologia delle visioni del mondo (1919);
Filosofia (1932); Ragione ed esistenza (1935); Nietzsche (1936); Descartes e la
filosofia (1937); Filosofia del- l'esistenza (1938); Il problema della colpa
(1946); Sulla verità (1948); La fede filosofica (1948); Introduzione alla
filosofia (1950); I grandi fi losofi (1957); Ragione e libertà (1959); La fede
filosofica di fronte alla rivelazione (1962). Jung Carl Gustav (1875-1961)
‘Psichiatra svizzero, fondatore della psicologia analitica, nato a Kesswil e
morto a Kiisnacht. Conseguita la laurea in medicina, en- tra nel 1900 in qualità
di assistente nell'ospedale psichiatrico di Zurigo. Dopo vari anni di ricerche
giunge alla conclusione che per comprendere le manifestazioni psicotiche
occorre soprattutto tener conto della storia individuale del malato. Nel 1907
pubblica la Psico- logia della demenza precoce nella quale formula l'ipotesi
dell'origine psichica della schizofrenia, interpretando il comportamento e il
linguaggio del malato come espressione di fantasie inconsce che hanno
sostituito completamente l’attività della coscienza. Nel 1912 pubblica la
Trasformazione e simboli della libido che segna la defi- nitiva
differenziazione del pensiero di Jung da quello di Freud, dif- ferenziazione
che riguarda tutti i punti fondamentali della psicana- lisi: il concetto di
inconscio, la libido, la funzione dei simboli, il metodo terapeutico. Queste
tesi, Jung le riprende e sviluppa ulterior- mente nelle opere successive: Tipi
psicologici; Energetica dell'anima; L'io e l'inconscio; Psicologia e religione.
In quest'ultima opera Jung, diversamente da Freud, riconosce l'importanza della
religione nella vita dell'individuo e della società e vede in essa una profonda
esi- genza della natura umana stessa: questa ha bisogno e si serve della
religione per dare espressione simbolica alle sue ricchezze interiori. Ma a
parere di Jung, « una dottrina intorno a Dio nel senso di un'esistenza non
psicologica non può essere sostenuta ». Kant Immanuel (1724-1804) Nacque a
Kénigsberg (Prussia). Studiò filosofia, matematica e teologia all'università
della sua città natale. Fu precettore presso alcune famiglie patrizie. Nel 1755
ebbe la libera docenza e nel 1770 ottenne la nomina a professore ordinario di
logica e metafisica all’uni- versità di Kònigsberg. Nel 1794 il re di Prussia
gli proibiva, con una lettera, di insegnare le idee critiche nei confronti
della religione. Kant si adeguò e non tenne più corsi sulla filosofia della
religione. Morì nella sua città natale che non aveva mai abbandonato. 308 La
filosofia di Kant non parte dal presupposto che ci sia una realtà esteriore
preordinata, ma che la realtà è costruzione nostra, in quan- to soggetti
intelligenti. L’atto conoscitivo è sintesi a priori di due elementi: contenuto
e forma; la forma è fornita dal soggetto, il contenuto dalle cose. Vi sono tre
gradi nel processo del pensiero: ap- prensione, giudizio e raziocinio. Il
contenuto del I grado è il com- plesso dei dati sensoriali, la forma è
l'ordinamento che ne facciamo nello spazio e nel tempo. Il risultato che è una
sintesi di carattere sensibile, o apprensione, serve di contenuto del secondo
grado di conoscenza, di cui la forma è l'elaborazione secondo alcuni criteri
intellettivi che Kant chiama categorie. Ne derivano i giudizi o sintesi
concettuali. Questi primi due gradi dell'attività conoscitiva si inte- grano a
vicenda. Nel raziocinio si hanno tre idee regolatrici dell’atti- vità stessa:
anima, mondo e Dio. Anche questa attività è unificatrice, anzi è quella che
tende alla sintesi suprema: ma questa non è mai realizzabile obiettivamente.
Pertanto la metafisica, tradizionalmente intesa, non è possibile come scienza
positiva. La reale conoscenza u- mana è limitata all'esperienza sensibile. Per
Kant i postulati della vita morale sono tre: l’esistenza-di Dio, l'immortalità
dell'anima, la libertà. La prima formula del dovere morale o imperativo
categorico è: Agisci sempre ed esclusivamente per amore della legge,
prescindendo da qualsiasi risultato utile o dannoso. Nella terza opera
fondamentale (Critica del giudizio) Kant tratta dei giudizi fondati sul
finalismo, che riconosciamo nella nostra vita e nella natura e dei giudizi
estetici, che sorgono spontanei dalla ripercussione nel nostro spirito di tale
riconoscimento. I meriti maggiori della filosofia kantiana sono il tentativo di
uscire dal ristagno del razionalismo e dell'empirismo, il riconosci- mento
della ragione pratica e del « sentimento ». Inoltre è riuscito a dare
espressione filosofica alla Weltanschauung del popolo germanico, che è
caratterizzata da una profonda coscienza del dovere e dal culto per la legge e
per la disciplina, dall'amore per la natura. Opere principali: Storia
universale della natura e teoria del cielo (1755); Monadologia physica (1756);
Studio sull'evidenza dei prin- cipi della teologia naturale e della morale
(1764); Osservazioni sul sentimento del bello e del sublime (1764); Critica
della ragion pura (1781); Prolegomeni ad ogni futura metafisica che voglia
presentarsi come scienza (1783); Primi principi metafisici della scienza del-
la natura; Critica della ragion pratica; Critica del giu- dizio (1790); La
religione nei limiti della semplice ragione (1793); La fine di tutte le cose
(1794); Metafisica dei costumi (1797). Kautsky Karl (1854-1939) Filosofo e uomo
politico tedesco, nato a Praga e morto ad Amsterdam, compì i suoi studi a Vienna.
Conobbe personalmente Marx e dopo avere diretto nel 1883 Neue Zeit (Tempo
Nuovo), la ri- vista teorica della socialdemocrazia tedesca, redasse il
Programma 309 di Erfurt (1891) e il suo commento al Programma del Partito
social. democratico costituì la formulazione di piena ortodossia per gli
aderenti alla Seconda Internazionale in contrasto con l’ala revisio- nista di
Bernstein. Kautsky opera una sintesi tra l'evoluzionismo darwiniano e l’or-
todossia marxista. Il suo socialdarwinismo è elaborato a partire dalla sua
concezione di dialettica intesa naturalisticamente come intera- zione
organismo-ambiente. Egli si interroga se la storia dell'umanità non sia in
fondo un caso particolare della storia degli esseri viventi. Nonostante la sua
pretesa ortodossia fu spietato critico del bolsce- vismo che accusò di
dittatura personale. ” Opere principali: Le dottrine economiche di Karl Marx
(1887); Etica e concezione materialistica della storia (1906); La rivoluzione
sociale (1909); La concezione materialistica della storia (1927). Kierkegaard
Sòren (1813-1855) Nacque a Copenaghen, nel 1840 si laureò in teologia a
Berlino. Visse sempre a Copenaghen. Fu un filosofo ripiegato totalmente su se
stesso, sulle riflessioni del suo intimo, incentrate soprattutto su tre grandi
fatti: il suo rapporto con il padre; il tormento da lui chia- mato « pungolo
della carne » e la sua breve relazione sentimentale con Regina Olsen. Fu
critico efficace del sistema hegeliano e del cristianesimo uffi- ciale, da lui
accusato di formalismo. Obiettivo della sua filosofia è quello di riabilitare i
concetti di « esistere » e di « interiorità » facen- doli gravitare intorno
alla categoria fondamentale di singolo, ovvero l'uomo nel concreto della sua
specificità. Secondo Kierkegaard la drammatica complessità dell'esistenza non
può essere giustificata al- l'interno di un sistema logico totalizzante, cui si
sottraggono la pre- carietà e la sofferenza della persona, ma può trovare il
proprio senso solo nella realtà di ogni singolo e nella dialettica delle sue
scelte di vita, in una continua alternanza di scelte, dominate dall'angoscia, e
regolate o dalla decisione per il piacere traseunte ed egoistico (stadio
esistenziale estetico o del Don Giovanni); o dal senso del dovere e
dell'impegno personale (stadio etico o del padre di famiglia) o dall'ab-
bandono incondizionato all'imperscrutabile volontà di Dio con un atto di fede
senza ritorno (stadio religioso o di Abramo). Dio è l’Es- sere ed ha due modi
di manifestarsi: naturale e soprannaturale. Sulla scia di una radicale
prospettiva luterana, Kierkegaard espri- me la consapevolezza che tra Dio e
uomo, tra natura divina e natura umana vi è una infinita differenza
qualitativa, cosicché la conoscenza religiosa finisce per manifestarsi come
passione per l'infinito. La mancanza di garanzia oggettiva fa sì che la fede
sia vissuta come un rischio, ma la sua accettazione non è irrazionale. Il salto
dalla inno- cenza al peccato non è spiegabile con la dialettica « quantitativa
» di Hegel; esso si spiega con la dialettica « qualitativa ». Nella storia di
Adamo è delineata la sequenza dall’innocenza alla colpa. La coscienza 310 del
peccato costituisce il singolo; ma Cristo ha liberato l’uomo dal peccato senza
privarlo della individualità. Opere principali: Sul concetto dell’ironia con
particolare riguardo a Socrate (1841); Aut-aut (1843); Timore e tremore (1843);
La ripresa (1843); Briciole di filosofia (1844); Il concetto dell'angoscia
(1844); Stadi del cammino della vita (1845); La malattia mortale (1849); Esercizio
del cristianesimo (1850); Discorsi edificanti. Opere po- stume: Diari; Libro su
Adler; La dialettica della comunicazione etica ed etico-religiosa. Korsch Karl
(1886-1961) Filosofo tedesco nato a Tostedt, si laureò in giurisprudenza nel
1912. Si iscrisse al Partito Socialdemocratico tedesco indipendente di Kautsky.
Nel 1920, alla scissione di questo, entrò nel Partito Comunista filosovietico.
A causa del nazismo abbandonò la Germa- nia e più tardi si trasferì negli Stati
Uniti dove morì a Cambridge, nel Massachussets. Le sue critiche colpirono
soprattutto la teoria gnoseologica del rispecchiamento di Lenin, secondo la
quale la coscienza di classe sa- rebbe estrinseca alla prassi proletaria. Ciò
farebbe della dittatura di Lenin una dittatura sul proletariato e non una
dittatura del pro- letariato. Korsch tende inoltre a recuperare la dimensione
hegeliana della totalità, valutando criticamente la « scientificità » del
Capitale, che tende a separare economia, politica è cultura. Opere principali:
Marxismo e filosofia (1923; l’opera che ne decre- tò l'espulsione dal Partito);
Il materialismo storico (1929); Karl Marx. Labriola Filosofo italiano, nato a
Cassino, docente successivamente di filosofia morale e pedagogia e quindi di
filosofia della storia a Roma, dove morì; introdusse lo studio del marxismo in
Italia. Ebbe rap- porti diretti con Engels e fu critico di Bernstein e Sorel.
In base al metodo genetico egli guarda alle cose non più come entità fisse, ma
come funzioni. Inoltre, con un deciso atteggiamento di distinzione tra marxismo
e naturalismo positivista, egli differenzia un « terreno naturale » da un «
terreno artificiale »: gli uomini sono originariamente dipendenti dalla natura,
ma la storia dell'umanità è la storia della società che varia ad opera del
comune impegno del lavoro umano. Opere principali: il suo pensiero è elaborato
in tre saggi fonda-' mentali: In memoria del manifesto dei comunisti (1895);
Del mate- rialismo storico. Delucidazione preliminare (1896); Discorrendo di
socialismo e di filosofia (1898). Leibniz Gottfried Wilhelm (1646-1716) Nato a
Lipsia, partecipò alla vita politica, ottenendo incarichi di- 311 plomatici.
Studiò filosofia all'università di Lipsia e matematica a Jena. Scoprì ii
calcolo infinitesimale contemporaneamente a Newton e inventò il regolo
calcolatore. Dietro suo consiglio fu fondata a Berlino l’« Accademia della
Scienza », di cui fu il primo presidente. Fu a Parigi, dove propugnò la
riunificazione della Chiesa cattolica con quelle protestanti. Questa missione
lo impegnò per tutta la vita. La sua fine fu solitaria e triste. La filosofia
di Leibniz si presenta come reazione al dualismo car- tesiano e all'empirismo
inglese. È reazione al dualismo cartesiano in nome dell'unità degli esseri
(ogni essere è essenzialmente uno: una monade, centro di attività e di energia,
che riproduce in se stessa la struttura di tutta la realtà); non esistono due
sostanze, quella spirituale e quella materiale; ma una sola: quella spirituale.
È inol- tre reazione all’empirismo inglese in nome dell'originalità della cono-
scenza intellettiva che non è una semplice reazione passiva alle idee dei
sensi, ma lo sviluppo di idee che l'intelletto ha già germinalmente presenti
sin dalla nascita (idee innate). Le facoltà conoscitive del- l'uomo sono: senso,
memoria, ragione. Le conoscenze della ragione si dividono in verità di ragione
(principio di non contraddizione) e verità di fatto (principio di ragione
sufficiente). L'esistenza di Dio è provata con il procedimento ontologico, par-
tendo dal concetto di possibilità; da ‘Dio trae origine il mondo per
folgorazione. La perfezione delle creature viene da Dio, l’imper- fezione dalla
loro limitazione, in cui sta anche la causa del male. Opere principali: De arte
combinatoria (1666); Discorso di meta- fisica (1686); Nuovo sistema della
natura, della comunicazione tra le sostanze e dell'unione tra l'anima e il
corpo (1695); Nuovi saggi sul- l'intelletto umano (1703); Saggi di teodicea
(1710); Principi della na- tura e della grazia fondati sulla ragione (1714); Monadologia
(1714). Lenin Nikolay (1870-1924) Pseudonimo di Vladimir Ilijc Uljanov,
laureatosi in legge a Pietro- burgo, iniziò la professione legale, svolgendo
nel contempo attività politica sulla scorta del pensiero di Marx. Passato
attraverso l’espe- rienza dell'esilio, diresse l’ala avanzata del partito
socialdemocratico russo chiamato bolscevico. Rientrato in patria allo scoppio
della Rivoluzione del '17, dopo l’esperienza parziale della Rivoluzione del
1905, portò al potere il suo partito, le cui linee programmatiche sono
contenute nelle cosiddette « tesi di aprile » del 1917: rivendica- zione della
rivoluzione socialista (potere ai Soviet), costituzione di una repubblica dei
Soviet, nazionalizzazione delle banche e della terra. Capisaldi del pensiero di
Lenin sono: 1) il divenire dialettico della materia con la distinzione tra
concetto filosofico e concetto scientifico di materia; 2) la partiticità della
filosofia in base alla quale sono vere quelle dottrine che sono utili al
partito; 3) la ditta- 312 tura del proletariato come forma necessaria per il
passaggio dallo stadio del capitalismo a quello del comunismo. Opere
principali: L'imperialismo fase estrema del capitalismo (1899); Stato e
rivoluzione (1917); L’estremismo, malattia infan- tile del comunismo (1920). La
sua opera filosofica più importante è Materialismo ed empirio-criticismo
(1909). Lessing Gotthold (1729-1781) Critico drammaturgo e filosofo. Nato a
Kamenz, in Sassonia, stu- diò a Lipsia e passò la sua vita fra le città di
Breslavia, Berlino e Amburgo. Morì a Brunswick. È la figura più rappresentativa
dell'illuminismo tedesco ed è il sostenitore di un radicale razionalismo
religioso. Nei suoi scritti fi- losofici, in cui si uniscono motivi
illuministici e senso storico, egli ri- prende i motivi comuni
dell'illuminismo: critica di tutte le manife- stazioni della cultura, tendenza
a « rischiarare le menti » ed a rea- lizzare la felicità dell'umanità;
ottimismo, ossia fiducia nella con- tinuità del progresso umano sulla via del
suo perfezionamento spi- rituale. Molto influsso ha esercitato la sua
svalutazione dell'elemento storico della figura di Cristo e dei Vangeli. A suo
parere una decisione di fede e la salvezza eterna non possono dipendere da
eventi storici che sono necessariamente contingenti e difficilmente
accertabili. Lessing ritiene che l'elemento storico non possa avere
l'importanza che le chiese cristiane gli ascrivono e che la fede, considerata
come inserimento dell'uomo in una determinata tradizione storica sia qual- cosa
di accessorio. L'essenza della religione è comune a tutte le re- ligioni e
prescinde dai dogmi delle varie tradizioni cristiane e non cristiane. Opere
principali: Sulla genesi della religione rivelata (1735-1755); Il cristianesimo
della ragione (1753); Laocoonte (1766); Sulla prova dello spirito e della forza
(1777); L'educazione del genere umano (1780); Dialoghi per massoni (1780).
Lévinas Emmanuel (1906) Nato in ‘Lituania, ha svolto parte dei suoi studi in
Russia e suc- cessivamente a Strasburgo. A Friburgo entrò in contatto con Hus-
serl e Heidegger. Naturalizzato francese, insegnò prima a Poitiers e poi alla
Sorbona. Da Husserl Lévinas riprende il metodo fenomenologico come ri- chiamo a
pensare ciò che è implicito e sottinteso. L’epoché viene utilizzata come superamento
dell’ovvietà e ritorno all’originario « prima » del pensiero. L'intenzionalità
viene vista da Lévinas nel suo aspetto assiologico, come intenzionalità dei
valori morali e fondamento dell'etica. La fenomenologia trascendentale diviene,
in- fine, lo strumento principe per l'elaborazione del personalismo etico
proprio del filosofo lituano. 313 Tale personalismo è detto propriamente
etico-metafisico, poiché l'etica non è, secondo Lévinas, fondata dalla
metafisica ma è essa stessa metafisica, capace di fornire una spiegazione
esaustiva della realtà umana. Per accedere all’Assoluto, Lévinas parte dalla
contingenza della responsabilità, pilastro dell'etica. La via etica è
eminentemente auscultazione dell’Assoluto, dell’Infinito, dell'Altro, di Dio, a
cui si accede seguendo la traccia del volto dell'altro, il prossimo; quindi
dall'altro (il prossimo) si accede al Totalmente-Altro (Dio). Nella nudità e
povertà inerme dell'uomo risplende, infatti, la traccia di Dio, fondamento di
ogni rapporto etico e di giustizia. L'etica è essenzialmente rapporto con
l'altro, esercizio della propria libertà come assunzione della responsabilità
dell'altro. La « responsabilità per gli altri » è il principio di
individuazione della persona, Nella prospettiva della responsabilità Lévinas
conferisce una so- vradeterminazione etica alle categorie ontologiche: essere,
ente, to- talità, infinito, differenza divengono elezione, convocazione,
sostitu- zione, espiazione, ostaggio, volto. Opere principali: Totalità e
infinito (1979); Quattro lettere talmu- diche (1981); Altrimenti che essere o
al di là dell'essenza (1982); Etica e infinito (1983); Dal sacro al santo
(1984). Lévi-Strauss Claude (1908) Nato a Bruxelles da genitori francesi, dopo
gli studi filosofici, a seguito dell'insegnamento presso la cattedra di
sociologia di San Paolo, dopo l’esperienza di spedizioni scientifiche in
Brasile, ap- prodò allo studio dell'antropologia di cui è uno dei maggiori
studiosi. Lo strutturalismo di Lévi-Strauss si fonda sulle premesse lingui-
stiche di De Saussure ed egli ritiene che la priorità dello strutturale sul
contenuto significativo non sia proprietà esclusiva della lingua, ma è comune a
tutte le manifestazioni culturali. Il linguaggio si ri- vela pertanto come il
principale elemento della vita culturale. Il metodo strutturale conferisce così
all’antropologia culturale un carattere rigorosamente scientifico consentendole
di separare certe proprietà in una data serie di fenomeni e nel tentare di sta-
bilire definite relazioni fra di loro. Attraverso lo studio dei « sistemi di
parentela », Lévi-Strauss ne scoprì l'analogia con i sistemi fonologici. I
felici risultati di questi studi indussero lo studioso ad elaborare una
antropologia strut- turale completa capace di cogliere al di là della immagine cosciente
le infinite possibilità inconscie. L'umanità è un continuo divenire, fondato su
un sostrato inalte- rabile: compito dell'antropologia è far emergere questa
struttura soggiacente inconscia, che determina anche il formarsi di tutte le
diverse forme di società. L'inconscio non ha però una valenza metafisica, è
piuttosto la 314 mente collettiva della società che si evolve e si trasforma
con la società stessa. Opere principali: Tristi tropici (1955); Antropologia
strutturale (1958); Il pensiero selvaggio (1962); Il crudo e il cotto (1964);
L'ori- gine delle buone maniere a tavola (1968); Antropologia strutturale due
(1973); La via delle maschere (1975). Lévy Bernard-Henry (1949) ‘Autore del
libro La barbarie dal volto umano che ebbe grande fortuna e prestigioso
rappresentante dei « nuovi filosofi », attacca con grande virulenza il
marxismo, giungendo ad identificare lo sta- linismo con il socialismo in senso
proprio. Ciò che lo ha indotto a lasciare il marxismo è stata la lettura
dell’Arcipelago Gulag di Solzenicyn. A suo modo di vedere la radice delle
aberrazioni del socialismo è l'utopia illuministica del progresso, fatta
propria da Marx e dai suoi discepoli, eredi e continuatori dell'illuminismo.
Lévy sostiene inoltre che il marxismo non è altro che una eari- catura del
cristianesimo del quale « va assumendo nel meglio e nel peggio l’integralità
della [...] vocazione ». Non diversamente da ciò che avviene nella Chiesa,
anche il marxismo si distinguerebbe in un marxismo d'élite e in un marxismo di
massa, non meno alienante del cristianesimo. Opere principali: Barbarie dal
volto umano (1975); Il testamento di Dio; L'ideologia francese. Locke John
(1632-1704) Nato a Wrington in Inghilterra, studiò a Oxford. Da concezioni
politiche assolutistiche passò più tardi a posizioni opposte. Accusato di
complicità in moti politici fu costretto a esiliare e si rifugiò in Olanda. Il
suo pensiero è soprattutto riunito nell'opera « Saggio dell’in- telletto umano
» in quattro libri che trattano rispettivamente delle idee innate, del processo
della conoscenza, del linguaggio e del valore della conoscenza. Locke critica
la dottrina cartesiana delle idee innate. L'anima umana al momento della
nascita è una tabula rasa: la conoscenza umana incomincia con l’esperienza
sensibile. Vi sono due tipi di idee: idee semplici e idee complesse. L’idea di
sostanza è inconoscibile, in quanto supera i limiti della conoscenza sensibile.
Quindi l'uomo può conoscere solo l’esistenza delle cose e non la loro essenza.
In politica Locke nega lo stato di natura affermato da Hobbes, so- stenendo che
gli uomini possono vivere in perfetto accordo. Ammette il contratto sociale da
cui nasce lo stato, ma non è una abdicazione ai propri diritti, bensì una
delega della loro difesa all'autorità. È an- che assertore della tolleranza e
della libertà religiosa. 315 Opere principali: Saggio sulla tolleranza (1667);
Epistula de tolerantia (1688); Trattati sul governo civile (1690); Saggio
sull’in- telletto umano (1688); Pensieri sull'educazione (1693); Ragionevo- lezza
del cristianesimo (1695). Lotze Hermann (1817-1881) Medico e filosofo geniale,
nato a Bautze, professore di filosofia a Gottinga e a Berlino, è uno dei
rappresentanti della filosofia dei valori sorta in Germania come reazione al
positivismo che era sfo- ciato nella distruzione di tutti i valori
(nichilismo). Sostiene che fra le leggi meccaniche e la natura dell'uomo non vi
è alcun contrasto. Rappresentante del pensiero assiologico Lotze afferma che i
valori assoluti hanno carattere trascendente e hanno come ultimo fonda- mento
Dio stesso. Per Lotze, inoltre, la realtà di Dio risulta irrefu- tabile se solo
si ammette che Dio è, per definizione, essere perfet- tissimo. Opere
principali: Microcosmo. Idee sulla storia naturale e sulla storia dell'umanità
(tre volumi scritti fra il 1856 e il 1864); Metafisica (1841); Logica (1843);
Sistema di filosofia (due volumi scritti nel 1874 e 1879); Scritti minori
(1885-1891, postumi). Lukéacs Gyérgy (1885-1971) Nato a Budapest, si presenta
come il teorico più complesso e interessante del marxismo occidentale.
L’Italia, Heidelberg e Vienna sono le tappe in successione del suo prestigioso
itinerario culturale che si è svolto in un ambito etico-estetico. Il suo
pensiero si articola su tre poli di interesse: l'etica, l’este- tica e
l'adesione al comunismo. L'ortodossia marxista è per Lukécs una metodologia
volta all'interpretazione della società e della classe operaia intese come
totalità, i cui eventi vanno colti dialetticamente nelle loro connessioni più
profonde. Circa l’arte, essa non può essere considerata come rispecchia- mento
della realtà, ma a partire dal « tipo », lo strumento che con- sente la
riflessione estetica. Il tipo è il risultato della convergenza dialettica delle
contraddizioni sociali, morali e psicologiche più significative di un'epoca. La
fantasia è la generatrice del tipo. Opere principali: Il dramma moderno (1908);
L'anima e le forme (1911); Teoria del romanzo (1916); Goéthe e il suo tempo
(1948); Il giovane Hegel (1948); Thomas Mann e la tragedia dell'arte moderna
(1953); La distruzione della ragione (1954). Il suo capolavoro poli- tico è
Storia e coscienza di classe (1923). Lutero Martin (1483-1546) Padre della
Riforma protestante, teologo insigne, polemista, esege- ta della sacra
Scrittura e possente oratore. Nacque ad Eisleben in Sassonia. Nei 1505 entrò
nell'ordine degli agostiniani, dove compiuti celermente gli studi teologici fu
ordinato sacerdote. Nel 1517 con la 316 pubblicazione delle famose
Novantacinque Tesi, prese energica posi- zione contro l'abuso della
predicazione delle indulgenze indetta dal pontefice Leone X, un male diffuso
ovunque ma soprattutto in Ger- mania. Fu scomunicato. Alla Dieta di Worms
(1521) ruppe definitiva- mente con la Chiesa di Roma, seguito da molti
principi, vescovi, preti e laici tedeschi, essendo considerato come difensore
del popolo tedesco. L'essenza del pensiero di Lutero sta in una nuova
concezione della salvezza: questa non dipende dall'uomo, dalle sue opere buone,
ma esclusivamente dalla misericordia di Dio. Per salvarsi occorre quindi un
totale fiducioso abbandono in Dio. In tale prospettiva non occorrono più
intermediari: papa, vescovi, preti, santi, sacra- menti, reliquie. E anche se
si vogliono ammettere mutano completa- mente di importanza e significato. Opere
principali: 95 tesi sulle indulgenze (1517); Alla nobiltà cri- stiana di
nazione tedesca per la riforma del ceto cristiano (1520); De captivitate
babylonica ecclesiae praeludium (1520); De libertate christiana (1520); De
votis monasticis (1521); De abroganda missa privata (1521); Esortazione alla
pace (1525); Piccolo catechismo (1529); Grande catechismo (1529). Luxemburg
Rosa (1870-1919) Nata a Zamo$é, in Polonia, da famiglia ebrea, militò sin da
gio- vane nel movimento socialista polacco, di cui divenne ben presto una
dirigente. Nel 1897 si trasferì in Germania, di cui prese la cittadi- nanza e
divenne collaboratrice di Karl Liebknecht nel 1914 alla fondazione della
Spartakus-Bund (Lega di Spartaco) caratterizzata da acceso spirito
internazionalista e rivoluzionario. Due capisaldi della sua teorizzazione sono
il diritto di sciopero generale e la teoria della catastrofe, quale
autodistruzione del ca- pitalismo in base allo sfruttamento e alla conquista
indiscriminata di nuovi mercati. Rosa Luxemburg condusse inoltre una spietata
accusa contro il bolscevismo di Lenin. Morirà a Berlino, uccisa dai soldati del
go- verno socialdemocratico, durante uno scontro con gli spartakisti. Opere
principali: Riforma sociale o rivoluzione? (1899); L'accu- mulazione del capitale
(1913); Questione nazionale e sviluppo capi- talista; Tra guerra e rivoluzione
(1921 postumo). Malebranche Nicolas (1638-1715) Filosofo francese nato a
Parigi. Sacerdote della Congregazione del- l'Oratorio, si distaccò apertamente
dalle posizioni della filosofia aristotelico-tomistica. Amico e discepolo di
Cartesio accoglie le tesi fondamentali di questi in metafisica (anche per lui
la realtà si divide in pensiero ed estensione) ed in epistemologia (il criterio
supremo di verità è l'idea chiara e distinta). In due punti però oltrepassa il
317 pensiero di Cartesio: nel problema della conoscenza ed in quello della
causalità. Per Malebranche in ‘Dio è fondato sia l'essere che l'agire,
includendo nell'ordine dell'agire prodotto da Dio la stessa attività
intellettiva della mente umana: le nostre idee sono le perfezioni di Dio che
egli ci fa vedere nella sua infinita essenza. La visione delle idee in Dio è
possibile perché Egli è immediatamen- te presente nel nostro spirito. Si avvale
del principio dell’occasionalismo inoltre per risolvere il problema dei
rapporti tra anima e corpo: essendo queste due realtà di genere diverso, non
possono entrare in comunicazione di- retta né esercitare un influsso reciproco.
Le disposizioni dell'anima e del corpo servono soltanto da occasione per
l'intervento di Dio, il quale svolge direttamente ed esclusivamente tutte le
azioni sia del corpo sia dell'anima. Opere principali: La ricerca della verità
(1675); Trattato della na- tura e della grazia (1680); Colloqui sulla metafisica
e la religione (1688); Trattato dell'amore di Dio (1698). Mao Tse-tung
(1893-1976) Nato da famiglia contadina, fu tra i fondatori del partito comu-
nista cinese sorto nel 1921 a Shangai. Sconfitta la Cina nazionalista di Chang
Kai-shek (1949) dopo la « lunga marcia », da lui guidata attra- verso migliaia
di chilometri, divenne il capo carismatico della Cina Popolare e antagonista
della Russia sovietica. I punti qualificanti del pensiero di Mao sono: a)
unione tra teoria e prassi; b) stretto legame con le masse; c) sviluppo
dell’autocritica. Nel 1966 si fece promotore della « rivoluzione culturale »
che appellandosi alle masse e ai giovani intendeva esercitare un controllo sui
quadri del partito e stimolarli a mantenere intatta la carica ri- voluzionaria.
Purtroppo questa operazione politica degenerò rapida- mente e ne derivarono
delle stragi di centinaia di migliaia di persone, coinvolte senza alcun motivo.
Obbligò gli intellettuali a impegnarsi periodicamente nel lavoro dei campi e in
fabbrica per evitare il ri- schio di discriminazioni con le masse. Si oppose
inoltre rigidamente alla cultura tradizionale, considerando incompatibili Marx,
Lenin, se stesso con Confucio, di cui era impregnata da secoli la cultura e la
tradizione del popolo cinese. Opere principali: Mao scrisse solo due opere a
carattere filosofico: Sulla contraddizione (1937); Sulla prassi (1937). Da
questi volumi furono tratti dei brani che formarono il famoso « libretto rosso
», punto di riferimento dei giovani durante la rivoluzione culturale e che
divenne di moda presso i giovani dell'Occidente durante la contesta- zione
sorta nel 1968. Marcel Gabriel (1889-1975) Filosofo e scrittore francese, uno
dei maggiori esponenti del- l'esistenzialismo cattolico. Fu professore nei
licei, si occupò di gior- 318 nalismo e di critica letteraria. Compose numerosi
drammi teatrali. Nel 1929 passò dall’ebraismo al cattolicesimo. La metafisica è
« ricerca di ciò che è », dell'essere, compiuta da ciascuno per proprio conto
alla ricerca della verità, assurta a valore vitale, qualcosa cioè di vissuto,
frutto di una esperienza personale. Egli rifiuta di definire esistenzialista il
proprio pensiero e lo qua- lifica come « socratismo cristiano ». Per Marcel,
mentre la scienza può parlare del reale in terza persona, la riflessione
filosofica è il regno della domanda e della risposta, dell'io e del tu, in cui
domina la seconda persona. Fra tutte le realtà suscettibili di ricerca meta-
fisica il primato spetta all'essere perché gode di una duplice prio- rità: nei
confronti del pensiero e nei confronti dell’avere. L'uomo è un essere
incarnato, itinerante (homo viator), animato dalla speran- za, in atteggiamento
di adorazione davanti a Dio. Alla trascendenza si arriva per intuizione: l'uomo
è fatto per Dio. Opere principali: Giornale metafisico (1927); Essere e avere
(1935); Dal rifiuto all’invocazione (1940); Homo viator (1945); Il mi- stero
dell’essere (1951); In cammino, verso quale risveglio? (1971). Marcuse Herbert
(1898-1979) Nato a Berlino, frequentò l'università di Friburgo. Fece parte del-
l'’« Istituto per la ricerca sociale » di Francoforte. Nel 1933 lasciò la
Germania e si rifugiò negli Stati Uniti, insegnando in diverse uni- versità
americane. ‘Per lo sviluppo del suo pensiero utilizza tre fonti principali: da
Freud deriva la tesi che l'essere profondo dell'uomo consiste nel- l'istinto
del piacere; da Hobbes proviene la distinzione di due stati nella vita umana:
quello di natura e quello sociale. La terza compo- nente fondamentale della
visuale filosofica marcusiana trae origine da Marx, da cui Marcuse deriva la
prospettiva del materialismo sto- rico e dialettico e la tesi che tutte le
lotte sociali sono dovute a ra- gioni economiche. Anche nella società
contemporanea esiste una ten- sione tra stato, natura e società e tutto si
risolve a favore della so- cietà, che si è trasformata in realtà autonoma,
assoluta, onnipotente, fine a se stessa. L'uomo, schiavo della società
industriale, non può liberarsi dallo stato repressivo in cui si trova. Solo gli
inetti, gli emarginati, gli sfruttati, cioè coloro che restano fuori dal pro-
cesso democratico, che si oppongono al sistema, sono una speranza di
liberazione. Opere principali: L'ontologia di Hegel e la fondazione di una
teoria della storicità (1932); Ragione e rivoluzione (1941); Eros e ci- viltà
(1955); Marxismo sovietico (1958); L'uomo a una dimensione. L’ideologia della
società industriale avanzata (1964); Critica della tolleranza (1965); La fine
dell'utopia (1967). 319 Maritain Jacques (1882-1973) Filosofo e diplomatico
francese, discepolo di Bergson. Nato a Parigi da agiata famiglia protestante,
dopo aver aderito per un po’ di tempo al socialismo rivoluzionario, nel 1906,
con l’aiuto di Léon Bloy, si convertì con la moglie al cattolicesimo. ‘Insegnò
all'« Istituto cattolico » di Parigi e, in seguito, in alcune università degli
Stati Uniti. Fu ambasciatore di Francia presso il Vaticano dal 1945 al 1948.
Dal 1961 sino alla sua morte si ritirò presso la comunità dei « Piccoli
fratelli di Gesù » di Tolosa. Ardente sostenitore della filosofia tomista, di
cui è stato il più autorevole rappresentante nel nostro secolo, ne mise in
rilievo l’ap- plicabilità ai problemi moderni: politica, arte, pedagogia,
scienza. Particolarmente importante il suo contributo al pensiero politico.
Maritain è il teorico di un tipo di democrazia di ispirazione cristiana,
ch'egli chiama nuova cristianità, per distinguerla dalla cristianità
medioevale. Mentre la cristianità medioevale non riusciva a mante- nere
sufficientemente distinti ordine sacro e ordine profano, la nuova cristianità,
pur facendo del sacro una categoria che ordina a sé la creatura per quanto
concerne il fine ultimo, riserva allo spazio strut- turale del mondo una
configurazione categoriale profana, ovvero di- stinta dal sacro. Maritain
propone l'umanesimo integrale, assegnando alla de- mocrazia, ispirata in modo
cristiano, cinque caratteristiche: plura- lismo, infravalenza del temporale,
libertà della persona, autorità de- legata e collaborazione. Egli ha avvertito
profondamente la decaden- za e la « miseria » della nostra civiltà ed era
sicuro di una sua immi- nente fine apocalittica. Queste sue previsioni ed
illuminazioni spie- gano il fiorire dopo la sua morte in varie parti del mondo
di centri di studio del suo pensiero. Opere principali: La filosofia
bergsoniana (1914); Arte e scola- stica (1920); Distinguere per unire o i gradi
del sapere (1932); Sul re- gime temporale e sulla libertà (1933); Sette lezioni
sull'essere e sui primi principi della ragione speculativa (1934); Scienza e
saggezzà (1935); Umanesimo integrale (1936); Da Bergson a Tommaso d'£ quino
(1944); Cristianesimo e democrazia (1948); L'uomo e lo Stato (1951); Ateismo e
ricerca di Dio (1953); L’intuizione creativa nell'arte e nella poesia (1953);
Il contadino della Garonna (1966); La Chiesa del Cristo (1973). Marx Karl
(1818-1883) Nacque a Treviri, in Germania, studiò presso l'università di Ber-
lino. Dopo la laurea si dedicò al giornalismo, rivolgendo aspre cri- tiche ai
governi assolutisti del tempo. Nel 1843 e 1844 si rifugiò due volte a Parigi
per sfuggire alla caccia della polizia tedesca. Nel 1848 pubblicò il Manifesto
del partito comunista insieme a Engels, con cui ebbe una grande amicizia e
dimestichezza di lavoro comune (an- che Il Capitale fu preparato valendosi
dell'apporto dell'amico) e nel 320 1849 dovette riparare in Inghilterra. Nel
1864 convocò a Londra la Prima Internazionale per coordinare l’attività
rivoluzionaria del proletariato di tutto il mondo. L'intuizione geniale di Marx
consiste nell'aver scoperto nella natura e nella storia dei rapporti economici
quella logica immanente, quella dialettica progressiva che regola la storia
della coscienza in Hegel. L’unica realtà è quella della storia, la quale a sua
volta non è altro che l'evoluzione della materia in tutte le sue fasi, compresa
quella umana. Il materialismo storico è quindi quella concezione della storia
la quale afferma che nelle vicende umane il fattore fon- damentale è quello
economico. Un altro punto fondamentale della teoria marxista è quello che
riguarda il plus valore, cioè il guadagno superiore all'investimento che il
capitalista ricava dal prodotto. Per Marx la religione è una sovrastruttura
contingente e fonda il suo ateismo su tre postulati: 1) il materialismo
metafisico e dialet- tico; 2) il materialismo storico; 3) l'umanesimo assoluto
che situa l’uomo al vertice del cosmo. Opere principali: Manoscritti
economico-filosofici del 1844; Ideo- logia tedesca (1845-1846); Miseria della
filosofia (1847); Manifesto del partito comunista (1848); Il Capitale (1867,
insieme a Engels). Merleau-Ponty Maurice (1908-1961) È nato a
Rochefort-sur-Mer, in Francia. Fu professore all'univer- sità di Lione, poi
ordinario di psicologia pedagogica alla Sorbona. Prese il posto di Lavelle
nell'insegnamento al « College de France ». Fondò, insieme a Sartre, il mensile
Les temps modernes e lo diresse dal 1945 al 1953. La sua filosofia è di
indirizzo fenomenologico. Essa si sviluppa su due linee: 1) come critica
interna della psicologia sperimentale e convinzione che la riduzione
fenomenologica ci riconduce ad una coscienza sempre più definita dal corpo,
rapporto originario con il mond, e dalla situazione storica, rapporto
originario tra soggetto e soggetto; 2) come riflessione sul marxismo: da una
proposta di let- tura esistenzialistica degli scritti del giovane-Marx, ad una
successiva interpretazione dello stalinismo come tragedia giustificata da una
storia rivoluzionaria, il cui fine fondamentale è tuttavia il consegui- mento
di rapporti comunitari, per giungere infine ad una concezione del marxismo come
componente indispensabile, accanto ad altre, della cultura contemporanea e di
Marx come di un punto di riferi- mento ormai classico ma inattuale. Opere
principali: La struttura del comportamento (1942); Feno- menologia della
percezione (1945); Umanismo e terrore (1947); Senso e non senso (1948); Le
avventure della dialeitica (1955); Segni (1960); Il visibile e l'invisibile
(1964, postumo). 321 Mill John Stuart (1806-1873) Nacque a Londra. Filosofo ed
economista. Fu in Francia e in Inghilterra dove si dedicò alle scienze e alla
giurisprudenza. Genio precocissimo, fu scrittore molto fecondo e per alcuni
anni membro della Camera dei Comuni. Il problema speculativo che lo preoccupò
maggiormente fu l'ela- borazione di una logica induttiva valida e completa,
basata sulla gnoseologia dell'empirismo inglese, la quale non ammette concetti,
idee universali. A tal fine egli escogitò vari metodi di cui i principali sono:
metodo dell'accordo, metodo della differenza, metodo dell'ac- cordo e della
differenza. Opere principali: Sistema di logica deduttiva e induttiva (1843);
Principi di economia politica (1848); Sulla libertà (1859); Conside- razioni
sul governo rappresentativo (1861); Utilitarismo (1863); Comte e il positivismo
(1865); Tre saggi sulla religione (1874, po- stumi). Mounier Emmanuel
(1905-1950) Ritenuto da molti il vero fondatore del personalismo, fu per un
ventennio (1930-1950) una delle voci più autorevoli e più ascoltate del mondo
cattolico europeo. Dopo aver iniziato gli studi alla facoltà di scienze di
Grenoble dove era nato, passò a quella di filosofia della Sorbona, superando il
disagio, provocatogli dalla filosofia ideali- sta, attraverso il rapporto con
Maritain, Guitton e il teologo P. Payet. L'incontro fondamentale resta però
quello con il pensiero di C. Péguy. Fondò la prestigiosa rivista Esprit (1932).
Mounier colpisce con la sua critica sia il carattere oppressivo dell'economia
capitalista sia il carattere generico, utopistico, ateo e collettivista del
marxismo. Al capitalismo e al marxismo contrappone il personalismo (I/
Personalismo, 1949) le cui linee fondamentali sono: 1) la struttura psicofisica
della persona umana; 2) la trascendenza della persona ri- spetto alla natura;
3) l'apertura verso gli altri e verso il mondo me- diante la comunicazione; 4)
la dinamicità; 5) la vocazione; 6) la libertà. Secondo Mounier le difficoltà di
carattere materiale e sociale che ostacolano la realizzazione della vocazione
della persona possono essere ridimensionate da una democrazia che sia politica
e socio- economica al tempo stesso. Opere principali: Rivoluzione personalista
e comunitaria (1935); Dalla proprietà capitalista alla proprietà umana (1936);
Personalismo e cristianesimo; Manifesto al servizio del personalismo (1936); I
cri- stiani e la pace (1939); Trattato del carattere (1946); Che cos'è il per-
sonalismo (1947); Rottura fra l'ordine cristiano e il disordine stabili- to; Il
lavoro; Il denaro; Tentazioni del comunismo; Aspetti del cor- porativismo. 322
Nietzsche Friedrich (1844-1900) Figlio di un pastore protestante, nacque a
Rochen, in Germania. Studiò filosofia classica nelle università di Bonn e di
Lipsia. Nel 1869 fu chiamato ad insegnare all'università di Basilea lingua e
let- teratura greca. Nel 1879, per il suo precario stato di salute, lasciò
definitivamente l'insegnamento e iniziò a soggiornare senza fissa di- mora in
Svizzera, Italia e Francia, specie in riviera. Nel 1889 fu colto, a Torino, da
un nuovo e più grave attacco di pazzia che, sia pure con brevi periodi di
sosta, non lo lasciò più e lo portò alla morte, che avvenne a Berlino.
Nietzsche si oppone criticamente all'idealismo di Hegel e al pessimismo di
Schopenhauer e contesta aspramente ogni religione. La base del suo pensiero è
il concetto che la realtà sia una esplo- sione di forze disordinate. Davanti a
questa strepitosa esplosio- ne di potenza, che non può essere imbrigliata da
nessuna legge della ragione, si può assumere un duplice atteggiamento: di debo-
lezza (quello del gregge), di forza e potenza (del superuomo). Il gregge, di
fronte alla potenza sregolata della natura, invènta la re- ligione. Contro la
massa dei mediocri (il gregge) Nietzsche, per bocca di Zarathustra, il
protagonista del suo famoso libro Così parlò Zarathustra, proclama che
l’esistenza dell'uomo è completamente ter- rena e che Dio non esiste: « Dio è
morto », L'etica del superuomo, l'uomo forte, « il leone », come egli lo
chiama, è il trionfo della propria personalità, al di là del bene e del male,
purché si affermi sugli altri; come è per il bambino, deve saper « dire di sì
alla vita » in tutte le sue forme e deve creare nuovi ideali di esistenza,
nuovi simboli sacri (Dioniso al posto di Dio). Nietzsche recupera la dottrina
dell'eterno ritorno, che ha come proprio centro la volontà creatrice dell'uomo.
Opere principali: La nascita della tragedia dallo spirito della mu- sica
(1872); Considerazioni inattuali (1873-1876); Umano troppo uma- no (1878); Il
viandante e la sua ombra (1880); La gaia scienza (1882); Così parlo Zarathustra
(1883-1885); Al di là del bene e del male (1886); Genealogia della morale
(1887); Il caso Wagner (1888); Cre- puscolo degli idoli (1888). Opere postume:
L'Anticristo; Ecce homo; Nietzsche contro Wagner. Occam (di) Guglielmo
(1290-1349) Francescano, studiò e insegnò ad Oxford. Per le sue dottrine so-
spette nel 1314 fu invitato a presentarsi alla corte papale ad Avi- gnone per
rispondere delle idee eretiche di cui era accusato. Fuggì da Avignone con un
gruppo di francescani dissidenti e in seguito si rifugiò a Monaco di Baviera,
presso l'imperatore Ludovico il Ba- varo, venendo così scomunicato. Egli
afferma che gli universali esistono solo nella mente e non hanno nessun
rapporto con le cose; sono solo puri concetti. Quindi bisogna eliminare le
entità astratte {rasoio d’'Occam). 323 Tra fede e ragione non esiste armonia:
non si possono conoscere le verità soprannaturali; sono solo oggetto di una
fede cieca. Opere principali: Commento alle Sentenze; Summa logicae; Opus
nonaginta dierum; De dogmatibus papae Johannis XXII (1334); Dialogus; Octo
quaestiones; Breviloquium de potestate papae; De imperatorum et pontificum
potestate. Parmenide (I metà del V sec. a.C.) Nacque a Elea (colonia greca in
Lucania). Fondatore della Scuola eleatica, pone come unica realtà l’essere,
negando il divenire considerato come illusione dei sensi. Secondo Parmenide
l’unica realtà ‘è l'essere; nessun'altra realtà è possibile in quanto senza
l'essere nulla è pensabile: « la stessa cosa è pensare e il pensiero che è ».
Con questo Parmenide intende dire che l'oggetto del nostro pensiero è l'essere,
e che il non essere non è pensabile. Coerente con questo postulato, passando
dalle esigenze del pensiero a quelle dell'esperienza, conclude iogicamente che
il nasce- re e il perire delle cose, ossia ogni forma di divenire, sono solo
nomi, esprimenti le fallaci opinioni degli uomini. Parmenide è considerato il
primo grande metafisico della storia perché è il primo filosofo che si
preoccupa di chiarire la nozione fondamentale dell'essere. Opere principali:
scrisse il poema Della natura. Pascal Blaise (1623-1662) Nacque a Clermont
Ferrand. Di grande ingegno fin da ragazzo, studiò matematica e fisica. A 18
anni si trasferì con il padre, alto magistrato da cui aveva avuto la prima
educazione, a Parigi e qui frequentò il circolo culturale guidato da Mersenne.
Si distinse per le sue ricerche e scoperte di geometria e di ‘fisica. Questa
sua vita completamente indirizzata agli studi rese la sua salute fragile e gli
abbreviò l'esistenza, morendo a Parigi non ancora quarantenne. Nel 1646
aderisce al giansenismo, per cui attacca violentemente sia i gesuiti francesi,
che accusa di predicare una morale lassista, sia i cosiddetti « libertini », ai
quali rimprovera il mancato impegno per la salvezza finale. Abbracciò il
misticismo del monastero di Port-Royal e nel 1654, dopo una breve crisi
mondana, ebbe una specie di visione mistica (la famosa notte del 23 novembre) e
si convertì definitiva- mente. Pascal critica il metodo geometrico di Cartesio
che pretende di ridurre tutto ad idee chiare e distinte. Ad esso contrappone il
metodo affettivo (esprit de finesse); alle idee chiare e distinte le idee
emozio- nanti. Più che opporre la ragione al cuore, intende integrare la ra:
gione col cuore: e valersi di entrambi nella difesa del cristianesimo di cui fu
ardente seguace e abile apologista. Oltre che scienziato di grandissimo valore
e forte polemista, fu dotato di uno spirito finissimo, l'esprit de finesse, di
cui fu pieno il suo pensiero filosofico che partiva da una conoscenza
penetrante, 324 quasi intuitiva, delia realtà umana nella sua condizione
storica con- creta. Opere principali: Trattato sulle sezioni coniche (1639);
Lettere provinciali (1656); Apologia della religione cristiana (del progetto
rimasero solo alcuni frammenti raccolti poi nei famosi Pensieri). Peirce
Charles Sanders (1839-1914) Filosofo e matematico statunitense, studiò alla «
Harvard Uni- versity » e dal 1859 al 1891 lavorò presso il servizio geodesiaco
e costiero degli Stati Uniti. Visse gli ultimi anni nella solitudine e nella
povertà. Può essere considerato il fondatore del pragmatismo, corrente nata in
America come reazione al positivismo e al materiali- smo positivistico e che
risolve il criterio di verità delle diverse teorie nel loro successo pratico,
operando induttivamente e poi veri- ficando. L'impostazione di Peirce è infatti
empiristica e sperimenta- lista; egli però nega che la sua tesi abbia esiti
soggeîtivistici e uti- litaristici. Opere principali: La grande logica; Raccolta
di scritti di Ch. S. Peirce (in 8 volumi fra il 1931 e il 1958, postumi); Corne
rendere chia- re le nostre idee (1878). Piaget Jean (1896-1980) Nato e vissuto
in Svizzera è annoverato tra gli studiosi più ge- niali della psicologia
contemporanea. Notevole il suo contributo an- che di carattere epistemologico.
Nel 1954 foridò a Ginevra il notis- simo « Centro internazionale di
epistemologia genetica ». A partire dall’osservazione del comportamento Piaget
sottolinea che il pensiero del fanciullo differisce da quello dell'adulto non
solo quantitativamente, ma anche qualitativamente e ciò perché il pen- siero
umano è evolutivo. Tappe dell'evoluzione del pensiero infantile sono: 1)
l'intelligenza serisomotoria; 2) l’attività rappresentativa; 3) l’attività
imitativa differita e il linguaggio verbale. Piaget ritiene, inoltre, di poter
cogliere una stretta correlazione tra linguaggio e pensiero attraverso tre fasi
fondamentali di svilup- po: 1) il pensiero egocentrico (il fanciullo
attribuisce valore assoluto alla propria esperienza); 2) il pensiero realista
(primato dei dati per- cettivi su quelli rappresentativi); 3) lo sviluppo
intellettuale vero e proprio nelle due evoluzioni successive che vanno dai nove
ai dieci anni e dai quindici ai sedici anni. Partendo dall'evoluzione del pen-
siero umano, Piaget affronta due questioni fondarnentali di episte- mologia
genetica: quelia relativa allo sviluppo della nozione e quella relativa alla
cognizione della nozione. Opere principali: Il linguaggio e il pensiero del fanciullo
(1923); Il giudizio e il ragionamento nel fanciullo (1925); La rappresentazio-
ne del mondo nel fanciullo (1926); Il giudizio morale nel fanciullo (1932); La
nascita dell’intelligenza (1936); La formazione del sim- bolo (1947);
Introduzione all’epistemologia genetica (1950); Le trasformazioni delle
operazioni logiche (1952). 325 Pitagora (571-490 a.C.) Nacque a Samo, isola
greca del Mar Egeo. Fu un genio multi- forme che coltivò ad un tempo la
matematica, l'astronomia, l’asce- tica e la mistica. Fondò a Crotone la scuola
pitagorica, la cui dot- trina fondamentale è che il numero è l'essenza di ogni
cosa. Da cui la derivazione della molteplicità dell'unità. Il concetto
matematico con cui Pitagora spiega i fenomeni è superiore a quello degli
Ionici, perché è astratto e più razionale. Per Pitagora l’anima è eterna e
rinasce in altri corpi di uomini o animali (metempsicosi). Alla sua scuola
diede un indirizzo spiccatamente religioso. I suoi membri vi- vevano in
comunità, compiendo pratiche ascetiche molto elevate. Platone (427-347 a.C.) |
Nacque ad Atene da una famiglia fra le più nobili della Grecia. È uno dei più
grandi filosofi della storia. Fu discepolo di Cratilo e poi di Socrate. Dopo la
tragica fine di questi, per evitare delle rappre- saglie, si allontanò da Atene
e si rifugiò a Megara e più tardi iniziò a viaggiare, visitando varie città
della Grecia e dell’Italia, sofferman- dosi a Siracusa, dove ritornò alcuni
anni dopo. Tornato ad Atene, vi fondò nel 387 a.C. l'Accademia che può essere
considerata la prima università a carattere scientifico. Per secoli questo
prestigioso centro di studi attrasse le migliori intelligenze della Grecia.
Scrisse moltis- sime opere, in parte andate perdute. Platone fu il primo
filosofo meta- fisico: per spiegare il mondo sensibile sentì il bisogno di
ipotizzare un altro mondo ideale, immateriale. Infatti, caratteristica
dominante del pensiero platonico è il dualismo: esistono due mondi: uno
intelligibile o mondo delle Idee, che sono le essenze eterne, divine e
immutabili delle cose e il mondo sensibile, che è prodotto dal De- miurgo,
l'artefice sovrano, plasmando la materia informe a immagi- ne delle Idee.
Caratteristica della filosofia platonica è la tesi secondo cui il conoscere
umano non è altro che un ricordare. Per Platone l'uomo è un'unità accidentale
di anima e di corpo: essenzialmente l’uomo è soltanto anima. Tutta la sua
filosofia ha un orientamento etico: l'uomo è sulla terra di passaggio, nel
desi- derio dell'eternità. iPer raggiungere la felicità occorre rinunciare ai
piaceri e alle ricchezze e dedicarsi alla pratica della virtù, per cui è meglio
subire l'ingiustizia che commetterla. La filosofia è l’unica via sicura per
giungere alla giustizia e al bene. All'incontro con le cose di questo mondo,
copie delle Idee, nell'anima umana si risve- glia il ricordo delle ‘Idee che
aveva contemplato in una vita prece- dente (mito della caverna). Anche la
concezione politica di Platone è ideale e si fonda sulla divisione dei compiti
e del lavoro tra le classi dei lavoratori, guerrieri e magistrati che
corrispondono alle anime concupiscibile, irascibile e razionale dell'individuo.
Dall'’armonia di queste tre classi nasce il raggiungimento del Bene, del
Giusto, del Vero. Per lui lo Stato ha origine dal fatto che l'individuo non può
bastare a se stesso. 326 Opere principali: a) Dialoghi giovanili (Apologia di
Socrate; Critone; Ipparco; Protagora; Menesseno); b) Dialoghi della matu- rità
(Gorgia; Menone; Cratilo; Repubblica; Fedone; Fedro); c) Dia- loghi della
vecchiaia (Teeteto; Parmenide; Sofista; Timeo; Crizia); Lettere. Plotino
(205-270) Nato a Licopoli (Egitto), entrò nella scuola di Alessandria diretta
da Ammonio Sacca e partecipò a una spedizione bellica contro i per- siani. Poi
si trasferì ad Antiochia e infine a Roma, dove fondò una scuola. Morì in
Campania, nella sua villa. Fu l'ultimo grande espo- nente del pensiero classico
e il principale esponente del neoplato- nismo, movimento che opera una sintesi
tra la filosofia di Platone e le religioni pagane orientali. Per inclinazione
naturale e dato una certa conoscenza dell'ebraismo e del cristianesimo in Roma,
ha con- centrato la sua speculazione sul problema religioso, in particolare sul
rapporto dell'anima con Dio. Plotino accentua i concetti di semplicità e di
trascendenza ri- guardante l'Assoluto che chiama Uno. All’Uno quindi: non si
può attribuire nessuna qualità positiva (teologia negativa). Dall'Uno trag-
gono origine tutte le altre realtà mediante emanazione, secondo un ordine: il
Nous o intelligenza, la vita, l’anima universale, le anime, la materia. La
missione dell'anima umana è di ristabilire l'unità originaria delle cose,
riconducendole all’Uno, attraverso tre tappe: ascetica e catarsi,
contemplazione, estasi. Opere principali: i suoi scritti furono ordinati dal discepolo
Porfirio e sono noti sotto il nome di Enneadi. Popper Karl Raimund (1902)
Nacque a Vienna, dove studiò fisica, matematica e poi filosofia. Data la sua
origine ebraica nel 1937 emigrò in Nuova Zelanda dove insegnò a Christchurch.
Nel 1945 si trasferì a Londra, iniziando ad insegnare alla London School of
Economy. Popper fu, in un primo tempo, uno degli esponenti più qualificati del
Circolo di Vienna e del neopositivismo, ma poi abbandonò questo sistema e
sviluppò una concezione originale dei fondamenti della scienza e del metodo
scientifico, che può essere definita come razionalismo critico, in forte
contrasto con la Scuola di Francoforte a cui rimprovera, oltre la dialettica,
lo « storicismo », per cui si fan- no previsioni della storia nella totalità
del suo corso che viene con- siderato essere diretto in modo ineluttabile verso
una meta prefis- sata, come la società senza classi prevista da Marx. I punti
qualificanti della sua concezione in campo epistemologico sono due: il
carattere sostanzialmente deduttivo (anziché induttivo) della scienza; e il
criterio di demarcazione tra teorie scientifiche e non scientifiche, che viene
chiamato criterio di falsificabilità. Que- sto stabilisce che una teoria può
considerarsi scientifica soltanto se è falsificabile, ossia se si può indicare
dei casi in cui risulterebbe 327 falsa, cioè smentita in linea di principio e
non per essere stata consta- tata falsa di fatto. Notevole anche l'apporto di
Popper alla filosofia politica con la sua appassionata difesa della « società
aperta », vale a dire la difesa di una società che non solo tolleri, ma stimoli
la cri- tica dei singoli e dei gruppi in vista della soluzione razionale dei
problemi più gravi come quello delia fame e dell'ignoranza. Opere principali:
La logica della scoperta scientifica (1934); Che cos'è la dialettica (1937); La
‘società aperta e i suoi nemici (1945); Miseria dello storicismo (1957);
Congetture e confutazioni (1962); Conoscenza oggettiva (1972). Frotagora (490,
morto tra il 410 e il 400 a.C.) Filosofo greco, massimo esponente della
sofistica. Dalla sua natia Abdera (in Tracia), si trasferì ancora in giovane
età ad Atene, dove insegnò ad una folta schiera di studenti entusiasti. Si
guadagnò la stima e il favore di Pericle, il quale lo incaricò di stendere la
costituzione della colonia di Thurii. Data e luogo della sua morte sono
incerti, e ja causa sembra sia stata un naufragio. L'attenzione precipua della
riflessione filosofica di Protagora non è più voita come nella maggior parte
dei presocratici allo studio della natura e della causa o principio primo,
bensì verso l’uomo ed è tesa, soprattutto, a scoprire quali sono le possibilità
umane in or- dine alia conoscenza e alla morale. In entrambi i casi Protagora
sposa una tesi sostanzialmente relativistica: non esistono verità asso- lute
nell'ordine gnoseologico né leggi universali nell'ordine etico; sia le verità
sia le leggi sono relative. Questa tesi è espressa nel ce- lebre detto di
Protagora: « L'uomo è misura di tutte le cose; di quelle che sono perché sono e
di quelle che non sono perché non sono ». È la stessa condizione naturale
dell’uomo, la sua struttura corporea a non consentirgli di raggiungere né il
vero né il bene in maniera assoluta e definitiva: «La materia — afferma
Protagora — è flut- tuante, e fluendo essa ininterrottamente, si verificano
aggiunte al posto delle perdite, e le sensazioni mutano e variano secondo l'età
e secondo le altre costituzioni dei corpi ». Opera principale: La verità o
Discorsi sovvertitori. Renouvier Charles (1815-1903) Filosofo francese, nato a
Montpellier e morto a Prades, nei Pirenei Orientali. Nella sua opera del 1903,
I/ personalismo, ha fornito spunti fondamentali al personalismo contemporaneo
offrendo addirittura la denominazione che lo caratterizza e che è desunta da
una indagine filosofica centrata sull'uomo concreto e sulla sua dimensione dia-
logica. ‘ Per Renouvier il carattere specifico della persona umana è Îa
conoscenza da intendersi come apertura verso il mondo e verso l'as- soluto e
capace di portare l’uomo a riconoscere l’esistenza di una Persona prima e
creatrice. Il riconoscimento della sua esistenza è imposto al nostro assenso
dal carattere di unità armonica delle leggi 328 che regolano l’intendimento
degli esseri intelligenti e reggono il mondo. È favorevole ad una specie di
religione filosofica. Opere principali: Saggi di critica generale (1854-1864);
La nuova monadologia (con L. Prat, 1899); Il dilemma della metafisica pura
(1901); Il personalismo (1903). Rickert Filosofo tedesco, nato a Danzica, fu
docente di filosofia ad Heidel- berg dove morì e direttore delia scuola di
Baden; sviluppò la « fiia- sofia dei valori », distinguendo la scienza delio
spirito dalle scienze della natura. Critico del positivismo, distingue due
forme di conoscenza e due logiche ad esse correlate: 1) la logica delle scienze
spirituali o sto- riche da un lato; 2) la logica delle scienze naturali
dall'altro. 'La realtà per Rickert è quella che ci rivelano le scienze
spirituali o che i loro giudizi valutativi determinano. La natura, invece, è
solo un'immagine astratta e abbreviata della realtà, creata per il bisogno che
l'uomo ha di dominare, classificandola e uniformandola, l'infi- nita varietà
degli individui, di cui consta l’esperienza., Le scienze naturali, pertanto,
tendono all'astrazione; mentre le scienze spirituali o storiche tendono a
determinare il valore dei fatti, che sono il presupposto stesso della storia.
Opere principali: L'oggetto della conoscenza (1892); Scienze della cultura e
scienze della natura (1899); La filosofia della vita (1920); Sistemi di
filosofia (1921); La logica del predicato e il problema dei- l’ontologia
(1930); Problemi fondamentali della filosofia (1934). Ricoeur Paul (1913)
Filosofo francese, nato a Valence, docenie di filosofia ciella storia prima
alla Sorbona e poi all'università di Parigi-Nanterre, può essere annoverato sia
tra i fenomenologi che tra gli esistenzialisti e i personalisti. Assertore di
una interessante visione antropologica, Ricoeur la fonda sul concetto di
fallibilità, che la storia delle religioni docu- menta aîtraverso i simboli del
male e dei peccato. La fallibilità è una prerogativa dell’uomo, realtà
essenzialmente progettuale, che può fallire nella realizzazione dei proprio
progetto. La persona per Ricoeur è un progetto di umanità. Attività fonda-
mentali della persona sono il conoscere, il cui oggetto è il vero; il volere,
il cui oggetto è il bene; il sentire, il cui oggetto è l’affettività. Alla
sfera del sentimento appartengono l'amicizia (apertura verso i propri simili) e
la deiezione (apertura verso il mondo delle Idee, la Trascendenza, Dio). Opere
principali: G. Marcel e K. Jaspers (1947); K. Jaspers e la filosofia
dell'essere (1947); Filosofia della volontà (1950-1960); Finitu- dine e colpa
(1960); Il conflitto delle interpretazioni {1969); La sfida semiologica (1974);
Metafora viva (1975). 329 Rosmini Antenio (1797-1855) Nacque a Rovereto e fu
ordinato sacerdote nel 1821. Nel 1828 fondò la congregazione religiosa dei «
rosminiani »; morì a Stresa sul Lago Maggiore; Nel 1848 fu ambasciatore a Roma
di Carlo Al- berto presso Pio IX; suo compito era quello di cercare un accordo
col Pontefice per una confederazione di stati italiani, ma la missione fallì.
In quella stessa occasione, furono messe all'indice due opere in cui egli
propugnava il rinnovamento della Chiesa. Amareggiato, si ritirò a Stresa,
dedicandosi esclusivamente alla filosofia. Rosmini tentando di porre un freno
all'estensione del sensismo e dell’empirismo, riconosce come elemento a priori
oggettivo della co- noscenza l'idea dell'essere, che non è l’idea dell'Essere
reale (Dio) ma dell'essere ideale, astratto, indeterminato che deriva
dall’Essere reale. L'essere ideale è forma di ogni conoscenza, ma in se stesso
non rappresenta nessun oggetto determinato. Deve incontrare e unire qualche
dato della sensibilità. La conoscenza si sviluppa in diversi gradi: intuizione,
affermazione, astrazione. Opere principali: Nuovo saggio sull'origine delle
idee (1830); Principii della scienza morale (1831); Antropologia in servigio
della scienza morale (1838); Trattato della coscienza morale (1839); Filo-
sofia della politica (1839); Filosofia del diritto (1845); Teodicea (1845).
Opere postume: Saggio storico-critico sulle categorie e la dialettica;
Antropologia soprannaturale; Teosofia. Rousseau Filosofo svizzero di lingua
francese, nacque a Ginevra. Orfano di madre, a soli sedici anni iniziò una vita
di vagabondaggi. A Parigi frequentò gli ambienti dell'Enciclopedia. Si attirò
molti nemici. Fuggì in Svizzera e in Inghilterra. Rientrato in Francia, passò
gli ultimi anni nella solitudine e nella povertà, continuando a scrivere fino
alla morte. Massimo esponente dell'illuminismo francese, Rous- seau scrisse
moltissimo occupandosi degli argomenti più disparati: dalla storia alla musica,
dalla pedagogia alla politica, dalla metafisica alla religione. Nel Contratto
sociale espone la sua concezione politica in cui, pur assegnando allo Stato
un'origine convenzionale, non gli si ascri- ve mai poteri assoluti e
definitivi, ma ogni decisione dello Stato sotto- stà all'approvazione dei
cittadini. Altre due sue opere espongono la dottrina pedagogica. Questa si
caratterizza per una completa fiducia nelle capacità autoeducative del
fanciullo: alla scuola della natura egli ritiene di ottenere un'educazione
assai migliore di quella che somministra normalmente la società ai suoi membri.
Opere principali: Discorso sulle scienze e le arti (1750); Discorso
sull'origine e i fondamenti della diseguaglianza tra gli uomini (1755); Lettera
sulla provvidenza (1756); Lettera sugli spettacoli (1758); Emilio o
dell'educazione (1762); Contratto sociale (1762); Lettera a 330 Christophe de
Beaumont (1763). Opere postume: Dialoghi: Rousseau giudice di Jean-Jacques;
Meditazioni di un viandante solitario. Russell Nacque (e vi morì anche) nel
Galles da famiglia nobile. A 23 anni entrò nel « Trinity College » di
Cambridge, dove fece gli studi di ma- tematica e filosofia. Scienziato e
filosofo tra i più celebri del no- stro secolo. Scrisse moltissimo. Russell fu
uno spirito profondamente inquieto, mai soddisfatto delle soluzioni acquisite,
in continua evoluzione di pensiero. Egli aderì successivamente all’idealismo,
al realismo, al neopositivismo, alla analisi linguistica, al fenomenismo.
Tuttavia, nonostante la perenne instabilità e icambiamenti, talora radicali, di
vedute, di teo- rie, di sistemi, c'è una prospettiva di fondo cui egli ha
mantenuto sempre fede durante la sua quasi centenaria esistenza: è la prospet-
tiva empirista propria della filosofia inglese, la quale è caratterizzata da un
forte attaccamento alla esperienza ed uno spiccato interesse per le questioni
di ordine epistemologico e morale, anziché metafisico e teologico. In logica
sono importanti le considerazioni svolte da Russell intorno alla definizione
degli individui, delle classi, dei tipi e delle « descrizioni ». In gnoseologia
finì per professare un empiri- smo radicale, riducendo la conoscenza ad un
fascio di sensazioni, ch'egli preferisce chiamare « una classe di particolari
»; il filosofo ha proposto sia una concezione « dualistica » della verità
(corrisponden- za tra fatti e proposizioni) sia una concezione « umanistica ».
Nella filosofia del linguaggio ci sono vari punti in comune con i neopositi-
visti, dai quali si allontana circa il criterio di significazione, distin-
guendo il senso dal significato. Russell nega alla morale la carat- teristica
di vera scienza e circa la religione la sua posizione è agno- stica. Opere
principali: Saggio sui fondamenti della geometria (1897); Principi della matematica
(1903); Principia Mathematica (1910- 1913); Sulla conoscenza del mondo esterno
(1914); Elementi di etica (1910); Analisi della mente (1921); Atomismo logico
{1924); Perché non sono cristiano (1927); Libertà e organizzazione (1932);
Educa- zione e ordine sociale (1932); Storia della filosofia occidentale
(1945); Il mio sviluppo filosofico (1959); Autobiografia (1967-1969).
Saint-Simon Claude-Henry de (1760-1825) Di famiglia nobile nato a Parigi, dove
morì, è un filosofo e stori- co francese. Allievo del d’Alembert, seguì
dapprima la carriera mi- litare. Poi, dopo essersi proficuamente occupato di
affari, nel 1798 si dedicò totalmente alla filosofia, rovinandosi ben presto
finanzia- riamente fino a cadere nella più squallida miseria, pur non cessando
per questo gli studi. Rappresentante del positivismo, Saint-Simon fu tra i
primi a sottolineare l’importanza del fattore economico nella costituzione e
331 nella trasformazione delia società. A suo parere il problema eco- nomico
soverchia, per imporianza, tutti quanti gli altri, compresi quello palitico e
quello religioso. La crisi profonda che sta attraver- sando ia società moderna
è dovuta soprattutto a ragioni economiche, e non poeîirà essere superata se non
ponendo a capo della società i grandi industriali e gli womini di scienza. Nei
nuovo sistema d'orga- nizzazione della società ia direzione spirituale deve
passare dal clero agli scienziati, Ia cura degli interessi materiali dalla
nobiltà alla bor- ghesia, dalla corona alie banche. Queste teorie del Saint-Simor:
eser- sitarono un profondo influsso su alcuni grossi nomi della filosofia
dell'Ottocento, in particolare su Comte e su Marx. Opere principali:
/miroduzione «i lavori scientifici del XIX se- celo (1808); Ricrganizzazione
della società europea (1814); Nuovo cristianesimo (1825), che però fu
incompiuto. Santeyana George {1863-1952} Filosofo e scrittore statunitense
d'origine spagnola, nacque a Madrid. Fu professore alla università di Harvard
dove aveva fatto gli studi di filosofia, fino al 1912. Cessato l'insegnamento
si trasferì in inghilterra, quindi in Francia e infine in Italia dove morì a
Roma. Santayana professa un realismo di ispirazione platonica, basato su un
dualismo esasperato tra « essenze » ed « esistenze ». L'esistenza è la materia,
i'essenza è lo spirito. L'anima è la vita di un organismo in cui è incarnato lo
spirito e funge pertanto da mediatore tra la materia e le essenze. I due mondi
delle essenze e delie esistenze co- stituiscono un dualismo irriducibile; ia
vita è divisa, scissa tra questi due regni; e l’aitività umana non è che lo
sforzo assurdo, grottesco e tragico di conciliare l'essenza (l’idea) con
l’esistenza e l'esistenza con l'essenza (l’idea). Tutto quanto gli uomini fanno
e pensano (istituzioni sociali, riti religiosi, sistemi filosofici ecc.) nen è
che un immenso, vano tentativo di accordare la vita animale e la contemplazione
spirituale, quasi una condanna imposta all'uma- nità. Opere principali: La vita
della ragione (5 voll., 1905-1906); Soli- loqui in Inghilterra (1922);
Scetticismo e fede animale (1923); Dia- loghi nel Limbo (1925-26); I regni
dell'essere (4 voll., 1927-1940); Dominazioni e poteri (1951). Sartre Jean-Paul
(1905-1980) Nacque e morì a Parigi, dove, all’« École Normale Supérieure »,
studiò filosofia che insegnò poi per diversi anni nei licei di Le Havre e
Parigi. Iniziò la carriera letteraria come giornalista, romanziere, saggista,
drammaturgo e sceneggiatore cinematografico. Dopo il 1945 viaggiò moltissimo,
anche per motivi politici, data la sua mili- tanza nel Partito Comunista
francese, di cui poi assunse dall'esterno il ruolo di critico. Negli anni del
dopoguerra fu la personalità più popolare in Francia e più discussa in Europa.
332 Sartre, come Heidegger, concentra la sua analisi filosofica sul- l'essere
ai fine di coglierne il significato profondo e di svelarne la natura. Però per
Sartre l'essere, che egli chiama essere-in-sé per distinguerlo dalla coscienza
(essere-per-sé) è una massa inerte, gon- fia, qualcosa di ripugnante. Ma la
caratteristica sua particolare è l'assurdità: nell’assurdità sta la chiave
della esistenza di ogni cosa. L'uomo si distingue dagli altri esseri perché ha
la coscienza che è l'opposto dell'essere. Per vivere, la coscienza ha bisogno
di nulli- ficare l'essere, in quanto è per sua natura il non-essere, il vuoto,
il nulla. L'attività nullificatrice della coscienza ha come sbocco neces- sario
la « nausea ». Questa nasce dal fatto che la coscienza trova sempre davanti a
sé qualche cosa di troppo. Ma ciò che è il dato costitutivo essenziale
dell'uomo non è la coscienza ma la libertà, senza limiti e non vincolata da
nessuna legge morale. L'uomo desi- dera fondamentalmente di essere in sé,
poiché il per sé (o essere della coscienza) è un puro nulla. Questo ideale è
ciò che può essere chia- mato Dio, il quale perciò è una semplice
ipostatizzazione di questo ideale. Opere principali: La trascendenza dell’Ego
(1936-1937); L'imma- ginazione (1936); La nausea (1938); Abbozzo di una teoria
delle emo- zioni (1939); L'immaginario (1940); L'essere e il nulla (1943); Il
muro (1943); Le mosche (1943); A porte chiuse (1945); Materialismo e rivo-
luzione (1946); Questioni di metodo (1957); Critica della ragione dia- lettica
(1960); Le parole (1964); Kierkegaard vivo (1966); Conversa- zione sull'antropologia
(1966); L'idiota di famiglia (1971-1972); Ri- bellarsi è giusto (1974). Scheler
Max (1874-1928) Filosofo tedesco, nato a Monaco e morto a Francoforte. Già di-
scepolo di Dilthey, Eucken e Simmel ed influenzato da Nietzsche, subì in
seguito fortemente l’influsso di Husserl, dal quale apprese il metodo
fenomenologico, di cui fece ampio uso nel suo studio del- l'uomo, della
persona, dei suoi atti, della conoscenza (intenzionalità ed oggettività) ed in
particolare della esperienza morale. Importante il suo tentativo di uscire
dall’'etica formalistica di ispirazione kan- tiana, conferendole un contenuto
materiale desunto dai valori. La sua opera principale porta per titolo //
formalismo in etica e l'etica materiale dei valori (1916), « l'opera di gran lunga
più signifi- cativa apparsa da molto tempo » (Hildebrand). Mediante l’elabora-
zione di un'etica dei valori, in cui si rivendica a queste entità una
dimensione ontologica propria che sfugge a tutte le minacce dello psicologismo,
Scheler sottrae la morale oltre che al formalismo kantiano anche a tutte quelle
visioni soggettivistiche e positivistiche che erano diventate di moda alla fine
dell'Ottocento (nominalismo, psicologismo, positivismo, pragmatismo ecc.).
Scheler definisce i valori come « oggetti autenticamente ogget- tivi, disposti
in ordine eterno e gerarchico ». La sua assiologia si ca- 333 ratterizza
pertanto come realistica, come gerarchica ed inoltre come personalistica (in
quanto tutti i valori dei gradi inferiori sono subor- dinati alla persona) e
teocentrica (in quanto al vertice di tutti i va- lori, come valore supremo,
viene posto Dio). Scheler si sottrae al rischio immanentistico presente nel
metodo fenomenologico distin- guendo la fenomenologia dei valori dalla
filosofia della religione. Senonché questa distinzione viene abbandonata negli
ultimi scritti, dove Scheler assume una visione immanentistica e pertanto pan-
teistica della realtà. Opere principali: Il formalismo in etica e l'etica
materiale dei valorî {1916); Essenza e forme della simpatia (1923); Le forme
del sapere nella società (1926); La posizione dell'uomo nel cosmo (1927); La
visione filosofica nel cosmo (postuma). Schelling Friedrich Wilhelm (1775-1854)
Nacque a Leonberg, nel Wiirttemberg, studiò a Tubinga dove ebbe come condiscepolo
Hegel. Nel 1799 fu chiamato a sostituire Fichte a Jena, poi passò ad insegnare
a Wiirzburg, a Monaco e a Berlino. Schelling ha una concezione dell’assoluto
come sintesi degli op- posti: dell'io e della natura, del soggetto e
dell'oggetto, dello spi- rito e del mondo. L'assoluto origina la natura, forma
oggettiva, per acquistare per mezzo di essa maggiore coscienza della propria
sog- gettività. Quindi la natura è preistoria della coscienza, pensiero pie-
trificato. L'uomo è l'essere in cui l'assoluto acquista coscienza di sé
diventando spirito. La comprensione dell'universo in cui natura e spirito non
sono più contrapposti ma armonizzati si attua nell'attività estetica. L'opera
d’arte è manifestazione dell'infinito sotto forma finita. Opere principali: Sui
miti, le leggende storiche e i filosofemi del mondo antico; Lettere filosofiche
sul dogmatismo e sul cri- ticismo (1795-1796); Nuova deduzione del diritto
naturale (1796- 1797); Sistema dell'idealismo trascendentale (1800);
Esposizione del mio sistema di filosofia (1801); Filosofia e ragione (1804);
Ricerche’ filosofiche sull'essenza della libertà umana (1809). Opere postume:
Filosofia dell'arte; Le età del mondo. Schlegel Friedrich (von) (1772-1829)
Critico e filosofo tedesco, nacque ad Hannover e studiò giurispru- denza
dedicandosi allo studio «della letteratura greca. Insegnò priva- tamente a
Parigi e poi a Colonia. Fu a Vienna, dove si impegnò in un movimento tardo
romantico fiancheggiato dalla rivista Concordia. Morì a Dresda. Dopo una fase
in cui Schlegel si distinse per i suoi contributi di natura storico-filologica,
egli cominciò a orientarsi verso gli studi filosofico-estetici. I suoi primi
contributi in questo senso, appaiono, a partire dal 1797, nella rivista
Atheneum, organo del Circolo di Jena, 334 raccolti più tardi col titolo Lezioni
filosofiche del 1804-06. Dopo la conversione al cattolicesimo, avvenuta nel
1808, Schlegel orientò il suo pensiero verso un nuovo spiritualismo fondato
sull'esperienza cristiana. Opere principali: Sul valore dello studio dei greci
e dei romani (1797). Schleiermacher Friedrich Daniel Ernst (1768-1834) Filosofo
e teologo tedesco. Nacque a Breslavia e morì a Berlino. Studiò teologia
all'università di Halle, che era il centro dell’illumi- nismo tedesco. Come Kant,
ricevette una formazione religiosa di stampo pietistico. Amico di Schlegel, si
aprì per il suo tramite al romanticismo. Durante l'occupazione napoleonica con
Fichte fu uno dei più ardenti difensori del nazionalismo tedesco. Dopo la ca-
duta di Napoleone riprese l'insegnamento alla università di Berlino dove fu
anche preside della facoltà di teologia per oltre un ventennio. Schleiermacher
è più teologo che filosofo; i suoi argomenti pre- feriti sono la ‘Scrittura, la
fede, il cristianesimo, la religione, ai quali si accosta da una prospettiva
che fonde insieme istanze ra- zionalistiche, romantiche e idealistiche. Il suo
apporto maggiore riguarda la natura della teologia e il metodo teologico e il
suo inse- gnamento in questo campo avrà un influsso rimarchevole dando origine
a quel movimento che porta il nome di protestantesimo li- berale. Notevole
anche il suo insegnamento relativo all'essenza della religione. Due sono i
principi su cui egli fonda il suo concetto della religione: 1) la religione è
una determinazione del sentimento; 2) l'essenza della religiosità sta nel fatto
di essere coscienti della propria dipendenza da Dio. Il sentimento, come lo
concepisce Schle- iermacher è qualcosa di più della comune accezione dello
stesso. È una facoltà che si colloca tra la ragione e la volontà. Per lui il
cristianesimo è superiore alle altre religioni « non per il valore ra- zionale
dei suoi contenuti dottrinali, ma per il maggiore grado di ade- guatezza con
cui questi contenuti attestano e suggeriscono il senti- mento fondamentale
della nostra dipendenza da Dio ». Opere principali:. Discorsi sulla religione
(1798); Monologhi (1800); La fede cristiana (1821-1822). La maggior parte dei
suoi corsi accademici vennero pubblicati postumi nell'edizione delle Opere
complete (1834-1864). Schopenhauer Arthur (1788-1860) Nacque a Danzica da
famiglia agiata. Costretto dal padre a se- guire la carriera commerciale,
l’abbandonò nel 1805 alla morte del padre e studiò a Gottinga e poi a Jena,
dove, nel 1813, si laureò in filosofia. Ottenne la libera docenza
all'università di Berlino, ma le sue dottrine pessimistiche come risultavano
nella sua opera Il mondo come volontà e rappresentazione, pubblicata nel 1819,
non trova- 335 rono molta fortuna. Nel 1833 si stabilì a Francoforte ove risied&tte
fino alla morte. Schopenhauer, opponendosi alla tesi idealistica della
razionalità della storia, evidenzia gli elementi negativi della natura e della
storia. Movendo dalla distinzione kantiana fra fenomeno e noumeno, ma
rovesciandone i significati, identifica il mondo dei fenomeni (della
rappresentazione) col mondo della ragione e il mondo noumenico (reale, vero)
con quello della volontà, una volontà cieca e irrazio- nale, da cui traggono
origine tutte le cose e tutti gli avvenimenti. Gli individui non sono altro che
l’oggettivazione della volontà. Tutto nel mondo è volontà, desiderio di ciò che
non si possiede, perciò l’u- manità è in preda a un continuo dolore nato
dall’insoddisfazione dei suoi desideri. L'unico modo per liberarci da queste dolorose
volontà di vivere è quello consistente nella noluntas, nella rinuncia alla pro-
pria individualità. Essa avviene in tre momenti: arte, simpatia, a- scesi.
Opere principali: Sulla vista e i colori (1816); Il mondo come vo- lontà e
rappresentazione (1814-1818); Sulla volontà della natura (1836); Sulla libertà
del volere (1839); Sul fondamento della morale (1840); I due problemi
fondamentali dell'etica (1841); Quadruplice radice (1847); Parerga e
paralipomena (1851). Scoto Duns (1265-1308) Nacque a Maxton in Scozia. Entrò
giovanissimo nell'ordine fran- cescano. Fece gli studi ad Oxford e a Parigi. A
Parigi ottenne il ti- tolo di magister theologiae. Nel 1298 tornò in
Inghilterra dove com- mentò le Sentenze di Pietro Lombardo. Poi ancora a
Parigi. Finì la sua vita nello studentato francescano di Colonia. Scoto si
sforzò di operare una sintesi fra la corrente francescana e quella
aristotelica. Le dottrine più originali della sua metafisica so- no l'univocità
dell'essere, l’ecceità e la distinzione formale tra essenza ed esistenza.
L'oggetto della metafisica è l'essere in quanto perfe- zione massimamente
indeterminata. L'« ecceità » (0 « questità ») è una forma particolare che
conferisce l’individuazione. Tra essenza ed e- sistenza non vi è distinzione
reale, ma « formale ». L'esistenza di Dio deve essere dimostrata: la prova più
convincente è quella della causalità. Sia in Dio sia nell'uomo la volontà ha
priorità rispetto al- l'intelletto. L'uomo è essenzialmente composto di anima e
di corpo. Intelletto e volontà sono formalmente distinte dall'anima, pur costi-
tuendo con essa una sola realtà. Distanziandosi da s. Tommaso, Scoto afferma la
priorità della volontà sull’intelletto. Opere principali: Commentari ad
Aristotele; Opus oxoniense; Re- portata parisiensia; De primo rerum principio.
Seneca Lucio Anneo (4 a.C.-65) Nacque a Cordova, ma si trasferì a Roma sin da
fanciullo. Qui ebbe come maestri di filosofia gli stoici Attalo e Sozione.
Assimilò 336 in modo personale le loro dottrine e divenne il massimo rappresen-
tante dello stoicismo nel mondo latino. Diventò massimo consigliere di Nerone.
Ma, caduto in disgrazia di questi, si ritirò dalla vita pub- blica. Accusato di
aver partecipato ad una congiura contro Nerone, fu da questi indotto al
suicidio. Secondo Seneca l'universo è composto di due principi: uno passi- vo,
la materia, e uno attivo, Dio. Questi è l’anima dell'universo, ra- gione
(logos) diffusa in tutte le cose, fonte immanente di vita, legge suprema che
connette in un'unica catena di cause tutti gli eventi e condiziona l'unità
organica del cosmo. Seneca è il filosofo pagano che maggiormente ha compreso il
valore della libertà come diritto costitutivo fondamentale di ogni uomo. La
lotta di Seneea eontro la schiavitù è incondizionata. L'uguaglianza è un diritto
naturale. Fine ultimo della vita umana è l'autonomia della persona di fronte ad
uo- mini ed eventi: è la libertà dello spirito da tutto ciò che può pro- fanare
la divina serenità dell'animo. Opere principali: 9 Tragedie; De clementia; De
beneficiis; Dia- logorum libri; 124 Lettere a Lucilio; Naturalium quaestionum
libri VII. Socrate (469-399 a.C.Nacque e visse ad Atene nell'epoca del suo
maggior splendore arti- stico e della maggiore potenza militare ed economica.
Condusse una vita molto semplice e frugale. Nel 400 a.C. venne accusato di
empietà e corruzione della gioventù. Non volle salvarsi andando in esilio pri-
ma del processo. Condannato a morte, morì bevendo la cicuta. Eser- citò una
grande influenza sulla filosofia greca. La missione a cui si sentì chiamato
dall’oracolo di Delfi fu di in- citare gli uomini a preoccuparsi degli
interessi della loro anima con l'acquisto della saggezza e della virtù. Contro
i Sofisti si preoccupò di definire i concetti universali di bene, giustizia,
felicità e virtù, iden- tificando la conoscenza con la moralità e la felicità
con la pratica del- la virtù. Infatti per lui è essenziale la distinzione di
male e di bene. Il metodo ‘da lui usato nelle conversazioni con i discepoli fu
quel- lo dell'ironia che spinge l'interlocutore a porsi nuovi problemi
(maieutica). Non ha lasciato alcuno scritto. Spencer Herbert (1820-1903) Nato a
Derby, Inghilterra, compì studi scientifici e avanzò la tesi dell’evoluzionismo
scientifico dalla iettura delle opere di Lyell. Successivamente, trasferendo
l'evoluzione dal campo scientifico a quello filosofico, ne ha fatto una vera e
propria visione del mondo sia cosmico che biologico, sia umano che sociale.
Valendosi dell’evo- luzione anche per spiegare l'ordine dell'universo, Spencer
ascrive a tale ordine un'origine meccanica e non intenzionale {o finalistica).
Non per questo egli ritiene di dover negare l’esistenza di Dio, che 337 anzi
egli ammette, perché sfugge alla ragione. Questa realtà assoluta è
l’Inconoscibile, l'essere assoluto che l'uomo chiama Dio. Opere principali:
Statica sociale (1850); Principi di psicologia (1855); Primi principi (1862);
Principi di psicologia (1870-1872); Principi di etica (1879-1892); Individuo e
Stato (1884); Autobiografia (1904, postuma). Spinoza Baruc (1632-1677) Nacque
ad Amsterdam da una famiglia di ebrei profughi dal Por- togallo. Il padre lo
avviò allo studio delle sacre Scritture e delle dottrine rabbiniche, ma Spinoza
coltivò anche lo studio della filo- sofia e della teologia protestante.
Asserendo che l’interpretazione tradizionale della sacra ‘Scrittura era errata,
nel 1656 fu scomuni- cato dalla comunità israelita ed espulso per eresia.
Abbandonò Am- sterdam e si trasferì a Leida dove visse nella riservatezza e
nella povertà. Spinoza, quasi ignorato per oltre un secolo dopo la sua morte,
avvenuta a l’Aia, fu messo poi in luce dai filosofi tedeschi come Lessing,
Herder e gli idealisti che divennero suoi ferventi ammira- tori e gli
assicurarono un posto tra i più grandi pensatori dell'uma- nità. Come Cartesio
egli incentra tutta la sua riflessione filosofica su due realtà: Dio e l’uomo.
Il suo obiettivo non è la conquista della verità ma il raggiungimento della
felicità. Spinoza risolve il dualismo cartesiano di res cogitans e res extensa
considerandole come i due attributi conoscibili dell'unica so- stanza
esistente, Dio, costituita da infiniti attributi. Il mondo è iden- tico a Dio
(Natura sive Deus): Dio è natura naturans, cioè infinita attività produttrice e
il mondo è natura naturata, infinito prodotto. L'etica di Spinoza si risolve
nell’amor intellectualis Dei, cioè nella conoscenza della sostanza divina che
si ha quando è raggiunto il trionfo della ragione e il dominio delle passioni.
In politica Spinoza è uno dei primi assertori della teoria dell’origine
contrattuale dello Stato. Opere principali: Breve trattato su Dio, l'uomo e la
sua feli- cità; Ethica more geometrico demonstrata; Tractatus de intel- lectus
emendatione; Principia philosophiae cartesianae; Trac- tatus
theologico-politicus (1670). Spirito Ugo (1896-1979) L'itinerario filosofico di
U. Spirito, filosofo italiano nato ad Arez- zo e morto a Roma, iniziò con
un'adesione piena ed entusiastica al- l’attualismo di Gentile, che lo Spirito
difese contro le obiezioni che da varie parti sorgevano contro di esso. Ma poi
proseguì su una linea autonoma, dando all’attualismo una piega marcatamente
anti- intellettualistica oltre che fortemente immanentistica ed atea, cui viene
dato il nome di problematicismo. Come spiega lo stesso Spi- rito, il problematicismo
è « una concezione della vita come ricerca, 338 che non ha scetticamente
rinunciato alla verità e che anzi sa bene quanto dogmatica e contraddittoria
sia tale rinuncia, ma che non si illude d'averla già in suo possesso ». « Esso
non si presenta come una filosofia bensì soltanto come un'aspirazione alla
filosofia: non pretende di avere valore assoluto [...] ma non si definisce nep-
pure come relativismo, perché non comprende come si possa rinun- ciare alla
speranza dell’assoluto ». Al termine del suo movimentato itinerario filosofico
Spirito si attestò su una posizione sostanzialmente neo-positivistica, assumen-
do la scienza come principio chiave per la comprensione del mondo e come
criterio supremo per decidere di qualsiasi problema, inclusi i problemi di
ordine etico ed assiologico. In tale prospettiva marcata- mente scientista,
Spirito affida alla scienza — e non più alla meta- fisica e alla religione — il
compito di fungere da strumento connet- tivo della società e di fissare una
nuova tavola di valori. Opere principali: Il pragmatismo nella filosofia
contemporanea (1921); Scienza e filosofia (1933); La vita come ricerca (1937);
Il pro- blematicismo (1948); Dall’attualismo al problematicismo (1976). Stalin
(1879-1953) Pseudonimo di Josif Visarionovic Dzugasvili, nato in Georgia, uomo
politico russo, fondatore, con Lenin e Trotzsky, del Politburo del Partito
Bolscevico russo e collaboratore di Lenin nella fase di ricostruzione della
Russia; stroncò le opposizioni interne con dure repressioni, facendo
assassinare persino Trotzsky quando già si tro- vava in esilio in Messico
(1940). Lo stalinismo è il frutto più specifico del dogmatismo ideologico di
Lenin. Nei suoi brevi scritti, Stalin segue la linea del suo maestro Lenin,
sforzandosi di dimostrare che questi era il più diretto e orto- dosso seguace
di Marx e che la dottrina derivante messa a punto da Lenin, il
marxismo-leninismo, era la più completa teorizzazione fi- losofica per lo
sviluppo dell'umanità. Il XX Congresso del Partito comunista russo del 1956,
quando era salito al potere Kruscev, rinnegò e condannò l’opera di Stalin,
avviando il cosiddetto processo di « destalinizzazione ». Opere principali:
Sul! materialismo dialettico e sul materialismo storico, Principi del leninismo
{1924); Questioni del leninismo (1926). Stein Edith (1891-1942) Ebrea di razza
e di fede, nata a Breslavia in Germania, fu disce- pola e assistente di
Husserl. Convertitasi al cattolicesimo nel 1922, nel '32 entrò nel Carmelo di
Colonia, dove fu arrestata dai nazisti nel 1942. Morì nel lager di Auschwitz il
9 agosto dello stesso anno. Carattere centrale del suo pensiero è l'impegno di
rivedere tutto l'impianto della metafisica aristotelico-tomista in chiave
fenomeno- logica. Nella sua tesi di laurea Sul! problema dell'empatia sviluppa
uno studio pregevole e originale sul sentimento dell’empatia, con cui l'io «
percepisce condividendola » la realtà dell'altro. 339 ILa Stein intende
approfondire la riflessione avviata da Lipps e Husserl: pur avendo quaicosa in
comune sia con la percezione ester- na, sia con la memoria, sia con
l'immaginazione, l’empatia è un'espe- rienza sui generis: è l’esperienza che un
Io in generale ha di un altro Io. Con l’empatia, considerata come atto di
compartecipazione, si entra nel « regno dello spirito », che è il regno dei
valori. Opere principali: Su! problema dell'empatia (1917); La fenome- nologia
di Husserl e la filosofia di san Tommaso d'Aquino (1929); Essere finito ed
eterno (1950, postuma); La scienza della croce (1950, postuma). Suarez Francisco
(1548-1617) Nacque a Granada. Fu filosofo e teologo. Mentre studiava nel-
l'università di ‘Salamanca entrò nell'ordine dei gesuiti. Insegnò filosofia a
Segovia e teologia a Valladolid. Tra il 1580 e il 1585 insegnò a Roma al «
Collegio Romano ». Poi rientrò in Spagna e continuò a insegnare. Suarez è il
pensatore più profondo e originale della Controri- forma. Col suo tentativo di
conciliare il tomismo con le dottrine do- minanti dopo Occam e con le nuove
teorie che lo sviluppo della scienza moderna andava evolvendo, egli inaugura un
nuovo tipo di filosofia scolastica, il cui obiettivo principale è di operare
una sin- tesi tra le posizioni di san Tommaso e il pensiero moderno. La sua
opera principale, Disputationes metaphysicae, è la prima trattazione sistematica
completa delle questioni discusse dalla filosofia scola- stica, in forma
indipendente sia dalla teologia che dalle opere di Aristotele. In tal modo
Suarez costituì la metafisica nella sua spe- cificità e totalità. In una prima
parte tratta dell'essere in generale e delle sue cause, nella seconda dei vari
enti esistenti: Dio, l’uomo e il mondo. Opere principali: De Verbo incarnato
(1590); Disputationes me- taphysicae (1597); Varia opuscola theologica (1599);
De vera intel- ligentia (1605); De legibus ac Deo legislatore (1612). Talete
(624-562 a.C.) Matematico, astronomo e filosofo di Mileto. Fondatore della
Scuo- la ionica. Descritto nell'antichità come una personalità poliedrica. A
lui sono attribuiti numerosi teoremi di geometria e la scoperta del- la formula
per misurare l'altezza delle piramidi attraverso la misu- razione dell’ombra da
queste proiettata. Pone l’acqua come prin- cipio da cui traggono origine tutte
le cose, per condensazione o ra- refazione. Telesio Bernardino (1509-1588) Originario
di Cosenza, studiò fisica, medicina e filosofia a Padova dal 1527 al 1535. Si
ritirò poi, per circa dieci anni, in un convento benedettino. 340 È il primo
importante esponente di una nuova filosofia della na- tura che scorge in essa
solo forze naturali che si devono spiegare con i suoi principi. L'indagine
sulla natura deve procedere non dalla ragione ma dal senso. Ed è quest’ultimo a
rivelare che nella natura non agiscono principi astratti come le forme o le
cause finali, ma le forze, che sono cause meccaniche, principi agenti. I due
principi agenti sono il caldo e il freddo. Dal loro contrasto deriva la realtà
dei fenomeni fisici. Con questi due principi Telesio spiega anche la conoscenza
umana, ridotta a sensazione. Telesio riconosce, comunque, la presenza nell'uomo
anche di un'anima soprannaturale, divina e infusa da !Dio, la cui presenza non
è testimoniata solo dalla rivelazione, ma anche dal bisogno innato che l’uomo
ha di iDio e di una giustizia, ultraterrena. Conse- guentemente quest'anima è immortale.
Opere principali: De rerum natura juxta propria principia (1586); Varii de
rebus naturalibus libelli (1590, postumi). Tommaso d'Aquino (1225-1274) Nato a
Roccasecca, presso Aquino (Frosinone), ricevette la pri- ma educazione dai
benedettini di Montecassino. Studiò a Napoli ed entrò nell'ordine dei
domenicani. Imprigionato dai fratelli perché contrari alla sua scelta
religiosa, quando uscì di prigione lasciò l’Ita- lia e andò in un convento
domenicano di Parigi, sotto la guida di Alberto Magno. Insegnò teologia alla
Sorbona e fu teologo papale presso la corte pontificia. Passò gli ultimi anni
nel convento di Na- poli componendo la Summa theologiae e predicando al popolo.
Nel gennaio 1274, papa Gregorio X lo invitò al Concilio di Lione. Durante il
viaggio si ammalò e fu trasportato nell'abbazia cistercense di Fossanova (in
provincia di Latina) e qui morì il 7 marzo dello stesso anno. Tommaso d'Aquino,
una delle maggiori figure della filosofia occi- dentale, portò a compimento
quella straordinaria sintesi tra la gran- de eredità classica e la metanoia
cristiana, che pone l’uomo al centro della creazione. Nella sua filosofia la
conciliazione tra cristianesimo e aristo- telismo avviene in seno ad una
altissima concezione dell'Essere se- condo cui l’Essere è la perfezione
assoluta; l'origine degli enti è dovuta alla creazione; la creazione è una
partecipazione per somi- glianza della perfezione dell'essere da parte degli
enti; tra i singoli enti e l’Essere c'è solo analogia. In tale prospettiva,
fede e ragione sono modi di conoscere diver- si, che non si contraddicono ma si
completano reciprocamente: 1) la ragione accetta una verità nell'ordine delle
cose naturali in base alla loro evidenza; 2) la fede accetta una verità
nell'ordine del sopranna- turale sulla base dell'autorità di Dio rivelante. 341
Filosofia e teologia sono di conseguenza due scienze diverse, che non si
contraddicono poiché Dio è il loro autore comune. (Circa la concezione
antropologica, Tommaso considera l’uomo come un composto {sinolo) di anima e
corpo, in cui l’anima è l'unica forma del corpo. La conoscenza umana è
autosufficiente per cui non abbisogna di interventi straordinari per avere
luogo. L'anima è im- mortale, di immortalità personale perché essa è « forma
assoluta, che non dipende dalla materia ». Pur riconoscendo all'anima un più
elevato grado di perfezione ri- spetto al corpo nella gerarchia degli esseri,
egli crea una antropologia integrale, nella quale al corpo viene restituita
tutta la sua dignità nell'ordine della creazione. Tommaso considera la
conoscenza dell'uomo autonoma da un intervento diretto di Dio e risultato di un
processo che l'intelletto compie a partire dall'esperienza. Definisce inoltre
la coscienza quale « ritorno completo del soggetto in se medesimo »: la coscienza,
in virtù dell'intenzionalità, pone se stessa in relazione con le cose e,
confrontandosi con esse, conquista la propria identità. iLa consapevolezza di
Tommaso della dignità dell’uomo è tale che sia l’esistenza di Dio (cinque
prove) che l'immortalità dell'anima ven- gano dimostrate dalla ragione. In
Tommaso trova spazio anche il problema politico, in relazione al quale egli
asserisce l'origine naturale dello Stato, che considera una società perfetta
poiché ha un fine proprio, il bene comune, e mez- zi sufficienti per
realizzarlo. Nel conflitto tra i due poteri, tipico del suo contesto storico,
egli fu assertore della dipendenza indiretta dello Stato dalla Chiesa, che è
una società più perfetta in ordine ai fini e ai mezzi che le sono propri: lo
Stato dipendente indirettamente dalla Chiesa nell'ordine dei fini
soprannaturali dell’uomo. È opportuno sottolineare come oggi molti noti
studiosi, ca- me ad esempio Jaspers, hanno riconosciuto che le analisi sulla
volontà, la libertà e le passioni umane fatte da Tommaso sono pro- fonde e
precise, valide anche per la filosofia contemporanea. Opere principali: De ente
et essentia; Commentari alle principali opere di Aristotele; Summa contra
gentiles (1269-1273); Summa theo- logiae (iniziata nel 1269 e rimasta incompiuta);
De unitate intellectus contra averroistas (1270); De veritate; De potentia; De
malo; De spiritualibus creaturis; Expositio super Job; De regimine princi pum;
Compendium theologiae; De substantiis separatis. Vico Gianbattista (1668-1744)
Nato a Napoli, studiò filosofia presso i gesuiti, sotto la guida di padre
Rissi. Dal 1699 fu professore di retorica all'università della stessa città.
Visse poveramente fra incomprensioni e ostilità. Nel 1732 gli fu conferito
l’incarico di storiografo regio. L’intuizione fondamentale di Vico dal punto di
vista filosofico è 342 espressa nella formula « verum est factum », cioè per
conoscere ve- ramente una cosa è necessario essere in grado di farla. In base a
questo criterio l’uomo non può conoscere la natura perché creata da Dio, non
può conoscere il proprio essere in quanto non si è auto- creato. Oggetto della
conoscenza umana è la storia in quanto opera dell’uomo. La legge universale che
regola la storia è una legge di sviluppo attraverso la ritmica ripetizione
delle tre epoche del corso storico (età degli dei, degli eroi, degli uomini).
Questa legge della ripetizione dei corsi non sopprime la libertà umana, non è
un ostacolo al proces- so della civiltà, è necessaria e voluta da Dio per
riportare l’uomo cor- rotto dalla ragione alla religione. Oltre alla dimensione
storica, Vico riabilita, in sede filosofica, quella estetica. Per lui l’arte ha
una funzione metafisica, in quanto è l'espressione profonda delle cose da parte
di un essere intelligen- te, in cui la ragione non ha ancora raggiunto la piena
maturazione e che perciò riesce a esprimersi per mezzo del sentimento e della
fantasia. . Opere principali: De nostri temporis studiorum ratione (1708); De
antiquissima Italorum sapientia; Liber physicus; Liber moralis; Il diritto
universale; De universi iuris uno principio et fine uno; De constantia
iurisprudentis; Principi d'una scienza nuova dintorno alla natura delle nazioni
(Scienza nuova prima, 1725; Scienza nuova seconda, 1730; Scienza nuova terza,
1744). Voltaire (soprannome di Frangois Marie Arouet) (1694-1778) Nato a
Parigi, studiò presso i gesuiti della stessa città. Fre- quentò l’ambiente
libertino di Parigi e si prese un anno di prigione per il suo spirito
dissacratorio e anticonformista. Tra il 1726 e il 1729 fu in Inghilterra. Tornò
in Francia per un decennio circa, riti- rato in un castello della Lorena, poi
andò a Berlino alla corte di Fe- derico II. Trascorse gli ultimi venti anni a
Ferney, in Francia, impe- gnato a far conoscere le sue idee sulla tolleranza religiosa
e sulla libertà. Massimo esponente dell'illuminismo francese, tentò di operare
una sintesi tra il razionalismo di Cartesio e l'’empirismo di Newton. Dalla
contingenza del mondo egli argomenta a favore dell’esistenza di Dio, ma resta
profondamente agnostico per quanto concerne la sua natura e i suoi attributi.
Anche riguardo all’immortalità dell'ani- ma sostiene che bisogna credervi anche
se non esistono argomenti probativi per dimostrarla. In conformità con le
esigenze dell’illumi- nismo Voltaire è massimamente critico di ogni religione
istituziona- lizzata, in particolare del cristianesimo. Egli attacca con
critica spietata, ingiusta e beffarda tutte le dottrine e le strutture della
Chiesa cattolica. Opere principali: Edipo (1718); Lettere filosofiche
(1729-1732), Trattato di metafisica (1734); Elementi della filosofia di Newton
343 (1737); Il secolo di Luigi XIV (1753); Dizionario filosofico (1753);
Candido (1759); Trattato sulla tolleranza (1763); Questioni sui mira- coli
(1765); Filosofia della storia (1765); Filosofo ignorante (1766); Bisogna
prendere partito (1772); Questioni sull’Enciclopedia (1776). Whitehead Alfred
North (1861-1947) Matematico e filosofo inglese, nato nel Kent, a Ramsgate e
mor- to negli U.S.A. a Cambridge, nel Massachusetts. Giunse tardi alla
filosofia, dopo avere insegnato per molti anni geometria e mate- matica
all'università di Londra. Dal 1924 al 1937 occupò la cattedra di teoretica
all'università di Harvard. In collaborazione con Russell scrisse i famosi
Principia mathematica, opera volta a dimostrare che le matematiche pure
(compresa la geometria pura) sono un ramo del- la logica e le loro proposizioni
sono analitiche e non sintetiche a prio- ri come aveva sostenuto Kant. Sulie
orme di Peano e Frege, White- head pone come proposizioni iniziali pochi
principi logici, rappresen- tati da simboli formali, da cui, con un calcolo
logico, si deducono al- tre proposizioni. Con questo metodo vengono man mano
introdotti e dimostrati principi e teoremi. Il processo è puramente analitico e
a priori, indipendentemente dalle cose e dallo spirito. Non per questo
Whitehead sposa una visione idealistica della realtà: il mondo non emerge dal
soggetto come per gli idealisti, ma piuttosto il soggetto dal mondo. Ma questo
non significa che il soggetto procede dalla ma- teria come insegnano i
materialisti. La realtà è concepita come un processo, costituito da eventi in
connessione reciproca. Oltre che dagli eventi il processo è costituito da forme
e struiture ricorrenti che Whitehead chiama « oggetti eterni ». Al più alto
grado gli og- getti eterni costituiscono i valori {il bene, il bello, il vero)
che si rea- lizzano occasionalmente nel processo. Di qui la singolare
concezione del divino proposta da Whitehead: Dio è insieme ia « natura origi-
naria », in quanto contiene in sé la totalità degli oggetti eterni, e la «
natura conseguente », come realizzazione progressiva, interna al processo, di
tutti i possibili valori dell’esistenza. Dio, principio del bere e degli altri
valori supremi, è in lotta con ii male. Egli soffre per iiberarsene insieme a
quanti vivono e soffrono ia vicenda della vita. Alia filosofia del processo di
Whitehead si è ispirato un impor- tante movimenio teologico statunitense,
chiamato « teologia del processo » {Process theology). Opere principali:
L'organizzazione del pensiero (1917); Ricerca sui principi della conoscenza
naturale (1919); ii concetto di natura (1920); La scienza e ii mondo moderno
(1525); Processo e realtà (1929); Avventure delle idee (1933); Modi di pensiero
(1938); Scienza. e filosofia (1947). Wittgenstein Ludwig (1889-1952) Logico e
filosofo del linguaggio, massimo esponente prima del neopositivismo e poi
dell'analisi linguistica. Nato a Vienna, compì gli 344 studi in Germania e in
Inghilterra. Qui svolse anche la sua attività accademica a partire dal 1939
operando con B. Russell, a Cambridge, dove morì. Le due opere Tractatus
logico-philosophicus e Osserva- zioni filosofiche rappresentano due diverse
concezioni della filosofia del linguaggio, per cui si è soliti parlare di un
Wittgenstein I e di un Wittgenstein II. il primo (che è quello del Tractatus)
concepisce il linguaggio come rappresentazione delle cose, privilegia il
linguaggio scientifico su tutti gli altri e assume come criterio di
significazione la verifica sperimentale. Il secondo (che è quello delle
Philosophical Investigations) considera il linguaggio come un gioco le cui
regole so- no fissate arbitrariamente. Riconosce molti giochi linguistici
validi, purché siano regolati da un preciso e stabile gruppo di norme. Ri-
tiene che la funzione di linguaggio-guida, criterio di verifica per ogni altro
linguaggio, non spetti al linguaggio scientifico bensi al linguag- gio
ordinario. Opere principali: Tractatus logico-philosophicus (1918); Osser-
vazioni filosofiche (1964); Quaderno blu (appunti del 1933-34); Qua- derno
marrone (1934-1935); Osservazioni sui fondamenti della mate- matica (1956);
Grammatica filosofica (1969); Della certezza‘(1969). Wolff Christian
(1679-1754) Nacque a Breslavia e nel 1706 fu nominato professore nell'uni-
versità della stessa città. Il re Federico, convinto dai suoi avversari, gli
tolse l'insegnamento per il suo razionalismo religioso. Il succes- sore
Federico II, però, lo riconiermò nell'insegnamento. Discepolo di Leibniz, è l'autore
di una sintesi poderosa tra il pensiero filosofico tradizionale di stampo
razionalistico e le scoperte scientifiche del suo tempo. Egli divide tutta la
filosofia in sette parti principali: /ogica, antologia, cosmologia, psicologia
empirica, psicologia razionale, teo- fogia naturale, filosofia moraîe. Questa
divisione verrà regolarmente seguita dalla maggior parte dei filosofi dei
secoli successivi. Riguardo aì contenuto la filosofia di Wolff è
sostanzialmente leibniziana. Come Leibniz, Wolff elabora una spiegazione della
realtà partendo da tre principi: ragion sufficiente, armonia prestabilita,
ottimismo. Offre, però, due importanti novità: abbandono del concetto della
monade, come sostanza semplice costituente lo spirito e la materia; riduzione
del principio di ragion sufficiente al principio di non contraddizione. Opere
principali: Philosophia rationalis sive Logica (1728); Philo- sophia prima sive
Ontologia (1729); Philosophia moralis sive Ethica {1750-1753); Oeconomica
(1750). Zenone (336-274 a.C.) Nato a Cizio, nell'isola di Cipro, si trasferì ad
Atene dove fre- quentò le scuole di diversi filosofi. Tenne ie sue lezioni
sotto il Portico Dipinto (Stoà Poikilé) di Atene. Da qui prese il nome ia sua
dottrina filosofica: lo « stoicismo ». La sua dottrina è essenzialmente di
ordine morale, ma comprende 345 anche importanti elementi di metafisica e
cosmologia. E i suoi inse- gnamenti morali, estremamente rigorosi (soppressione
delle passioni e degli istinti, eliminazione del piacere, pratica della virtù)
sono in perfetta armonia con la sua visione metafisica. Questa pone al vertice
di tutte le cose il Logos (la ragione), il quale irradia la sua forza sulla
materia a modo di semi (/ogoi spermatikoi); questi germi svi- luppandosi danno
origine agli individui. I semi irradiati dal Logos non sono altro che frammenti
del Logos stesso. Anche l'uomo, come tutti gli altri esseri, è costituito da un
frammento del Logos (l’anima) e da una parte di materia (il corpo). L'uomo può
essere immortale solo in quanto cerca di identificarsi col Logos, cioè in
quanto cerca di superare la sua individualità, distaccandosi dalla materia.
Opere principali: La repubblica; I segni; Il discorso; La natura; La vita
secondo natura; Le passioni, 346 Parte quarta: GUIDA ALLA LETTURA DI ALCUNE
OPERE DI FILOSOFIA" « Il Fedone », di Platone « Il discorso sul metodo »,
di Cartesio « La missione del dotto », di Fichte « Manifesto del partito
comunista », di Marx- Engels « Introduzione alla metafisica », di Heidegger Non
c'è via migliore alla conoscenza del pensiero dei filosofi della let- tura
diretta delle loro opere. Ma è evidente che per uno studente di liceo (e non
soltanto per lui) questa è un'impresa impossibile, dovendo egli, nel breve giro
di tre anni, prendere contatto con tutta la folta schiera di pen- satori che va
dal primo sorgere della filosofia fino ai giorni nostri. Cio- nondimeno, per
ogni epoca della storia della filosofia, i programmi gover- nativi prevedono
che lo studente effettui una lettura accurata e critica di almeno un'opera di
un grande autore. La scelta dell'opera è general- mente affidata al professore.
Quando insegnavo storia della filosofia in liceo ai miei studenti facevo
leggere tre opere, le quali oltre che importanti e significative in se stesse,
e per il nome dei loro autori, sono anche singolarmente adatte ad intro- durre
lo studente alle tre grandi epoche della storia della filosofia: an- tica,
moderna e contemporanea. Tali opere sono: — Il Fedone, di Platone — Il discorso
sul metodo, di Cartesio — La missione del dotto, di Fichte Per venire incontro
alle richieste di diversi insegnanti e per una mi- gliore completezza storica
del pensiero filosofico contemporaneo, abbia- mo aggiunto poi due opere, che
riteniamo significative, dei secoli XIX e XX: — Manifesto del partito
comunista, di Marx-Engels — Introduzione alla metafisica, di M. Heidegger. * Le
traduzioni di cui si siamo serviti sono le seguenti: PLATONE, Fedone, tr. di M.
VALGIMIGLI, Laterza, Bari 1946. CARTESIO, Il discorso sul metodo, tr. di G.
BONTADINI, La Scuola, Brescia 1957. FICHTE, La missione del dotto, tr. di C.
MAZZANTINI, Società ‘Editrice Interna- zionale, Torino 1957. MARx-ENGELS, Il
manifesto del partito comunista, tr. di E. CANTIMORI MEZZA- MONTI, Laterza,
Bari 1974. HEIDEGGER, Introduzione alla metafisica, tr. di G. Masi, Mursia,
Milano 1979. 347 Le accuse a Socrate Difesa di Socrate: educazione del giovani
all'esercizio della virtù I. «IL FEDONE » Platone (427-347 a.C.) 1.
Ambientazione storica dell’opera Nel 399 a.C. Socrate viene condannato a morte
dai governanti di Atene sotto l'imputazione di empietà e corruzione delia
gioventù, due accuse che gli erano state mosse da varie parti già da molto
tempo. Ancora nel 423, nella commedia Le Nubi, Aristofane aveva attaccato
Socrate proprio in quanto, col suo spirito critico, incitava i giovani a
considerare con di- sprezzo la tradizione etico-politica della città, e in
quanto con i suoi inse- gnamenti si metteva fuori della stessa tradizione
religiosa seguita da tutti i cittadini. Alcuni anni più tardi ii poeta tragico
Meleto aveva dichiarato: «Commette reato Socrate, non ritenendo dèi quelli che
considera tali lo Stato e tentando inoltre di introdurre altri enti demoriaci
nuovi; com- mette ancora reato corrompendo i giovani ». In questo clima si spiega
la denuncia contro Socrate, che appariva a molti non soltanto l'avversario più
accanito della cultura allora impe- rante (quella sofista) ma anche come
l'esponente intellettuale più te- mibile per gli aristocratici che governavano
la città. Probabilmente l'o-biettivo dei suoi avversari era che egli se ne
andasse in esilio e in effetti gli proposero questa soluzione; ma Socrate volle
affrontare il pro- cesso, in cui respinse entrambe ie accuse: il suo obiettivo
non era quello di corrompere la gioventù, ma di sollecitarla alla pratica della
virtù e al ‘perseguimento dei più elevati valori morali; quanto alla religione,
egli non avversava affatto la tradizione, ma cercava di ‘adeguarla alle esi-
genze di una maggiore razionalità. In tribunale, i più dovettero avere ia
chiara impressione che Socrate non intendeva affatto modificare ii suo
atteggiamento; ed i voti di coloro che si pronunciarono per la sua asso-
luzione furono inferiori a quelli necessari. Quando si trattò di definire il
tipo di pena che gli sarebbe stata inflitta, Socrate chiese ironicamente che
gli venisse decretata una pensione a vita, come benemerito dello Stato. La cosa
suonò come una provocazione e come un insulto alle isti- tuzioni cittadine;
anche parecchi di quelli che avevano votato a favore della sua assoluzione gli
furono infine contrari; ed egli fu condannato a bere la cicuta. L'esecuzione
della pena capitale, che di per sé doveva aver luogo im- mediatamente, fu
rimandata d'un paio di settimane, perché in quei giorni sì stavano celebrando
le Delie (le feste in commemorazione della impresa di Teseo) e pertanto non si
potevano eseguire pene capitali. In attesa dell'esecuzione della sentenza
Socrate fu rinchiuso in prigione. È ap- punto questo il luogo e il momento in
cui si svolge il dialogo tra Socrate e i suoi discepoli circa il destino ultimo
dell'uomo, 348 2. Ii dialogo, metodo dell’opera La metodologia filosofica ai
tempi di Platone è ancora in fase di gesta- zione e assestamento. Î primi
pensatori greci avevano dato espressione poetica alle loro meditazioni
filosofiche. Più tardi Aristotele introdurrà quelia che diventerà la forma
definitiva: quella sobria e rigorosa del trattato. Per esporre il suo pensiero
Platone si vale di una via di mezzo: meno libera ed alata di quelia poetica, ma
anche meno arida e sistema- tica di quella del trattato, ia via del diaiogo. Il
dialogo e il trattato perseguono lo stesso obiettivo ma cercano di raggiungerlo
in maniera diversa. Tutt'e due svolgono una tesi; ma mentre nel trattato il
discorso è sviluppato da una sola mente, la quale prima di accoglieria con
certezza definitiva, vaglia tutti i pro e contro della tesi, i! cialogo è tun
discorso tra due o più persone, le quali di fronte ad una tesi particolare,
assumono ciascuna una posizione perso- nale, Diversamente che nel trattato,
dove le obiezioni rimangono pure difficolrè. astratte da superare, nel dialogo
le tesi contrastanti si inca: nano in personaggi vivi: esse rappresentano il
loro modo di intendere le cose e di vivere ia vita. uesto è vero in rarticolare
del Fedone, del quale il Valgimigli scrive a ragion veduia che « quì non
abbiamo a che fare con un’opera filosofica pura e semplice, la quale possa
essere considerata esclusivamente nella sua astrattezza razionale, sia pure nel
vivo diaiettizzarsi del pensiero; qui abbiamo a che fare con un'opera ci
filosofia che si concreta s si avvia in una vera azione, che anche dai punto di
vista formale esterno si sviluppa in un vero dialogo, cioè in una scena che si
muove tra persone vere, non tra simboli, tra persone le quali, sì, ragionano,
ma anche sono agitaie e travagliate e conimosse e hanno un’ansia di ricerca che
non ie interessa solc intellettualmente, ma ie prende e conquide nella loro più
profonda umanità. Lo stesso Socrate avverte più volte, e scherzando se ne
giustifica, che questo ragionare lo tocca assai da vicino; e ci sono intorno a
lui il giovanetto Fedone e il vecchio Critone, e i due ospiti te- bani, e
Apollodoro che meno degli altri, guando Socrate beve il far- maco, riesce a
frenare il pianto; e tutti infine si velanc il capo e si traggo- no da parte, e
nella stanza ormai fatta oscura e silenziosa biancheggia ii iettuccio dov'è
disteso il maestro, il compagno e l’amico, con gli occhi e le labbra appena
chiusi per sempre dal pio atto di Critone ».i 3. Divisione e sintesi dell’opera
Ii dialogo si divide in due grandi parti (separate da un breve ma splendido
intermezzo), costruite in perfetta simmetria tra di loro. La prima comprende i
capiîci! 1-34; la seconda i capitoli 36-66. Entrambe le parti si articolano in
tre tempi: primo, annotazioni biografiche (nella prima parte Socrate è seduto
sui suo lettuccio, accanto a iui è Santippe, intorno gli amici, e Critone com
ia sua premura affettuosa e le sue rac- comandazioni un poco inopporiune; nella
seconda parte Socrate si trova nuovamente sul suo Jettuccio con intorno gli
amici piangenti); secondo, ! M, VALGIMIGLI, intrcduzione a PLATONE, Fedone,
Laterza, Bari 1946, pp. 1-2. 349 La metodologia platonica dei dialogo
Distinzione tra dialoge e trattato Il ‘“Fedone’”: un’opera di pensiero e
concretezza Struttura simmetrica del dialogo Un dialogo tra amici su Socrate
Gli ultimi istanti della vita di Socrate La sopravvivenza dell'anima dopo la
morte Filosofia e musica: aftinità tra mitologia e filosofia dimostrazione
dell'immortalità dell'anima (nella prima parte con le pro- ve della
reminiscenza e della affinità dell'anima con la sfera delle Idee: nella seconda
parte con la prova dei contrari e della partecipazione del- l'anima al mondo
delle Idee); terzo, miti (nella prima parte, il mito della metempsicosi; nella
seconda parte, il mito della condizione delle ani- me dopo la morte). Il
dialogo .tra Socrate e i suoi amici, in :particolare con Simmia e Cebete, due
pitagorici, è collocato in un contesto più vasto, che ha come interlocutori
Echecrate e Fedone. Questi, ritornando ad Atene dopo il volontario esilio che
si era imposto dopo la morte del maestro, passa da Fliunte patria di Echerate,
il quale coglie l'occasione per chiedere all'amico come Socrate avesse
trascorso i giorni del carcere. Echecrate domanda informazioni a Fedone
riguardo agli ultimi mo- menti della vita di Socrate; più esattamente gli
chiede due notizie: — Come mai passò tanto tempo tra ‘la condanna e
l'esecuzione della pena? — Chi era presente alla morte di Socrate? ‘Alla prima
domanda Fedone risponde che la ragione del lungo inter- vallo fu la coincidenza
della condanna a morte di Socrate con la celebra- zione delle Delie, durante le
quali non si poteva dare esecuzione a nes- suna pena capitale. Alla seconda
domanda risponde che erano presenti alcuni ateniesi, tra cui Critone, due
forestieri, Simmia e Cebete, che pro- venivano da Tebe {cc. 1-2), e la moglie
di Socrate, Santippe. Poi Fedone passa a descrivere le prime vicende dell'ultimo
giorno: l'allontanamento sofferto ma deciso di Santippe da parte di Socrate
dalla prigione, e lo scioglimento di Socrate dalle catene. Quest'ultimo fatto
offre a Socrate lo spunto per introdurre il tema che gli sta a cuore, la
sopravvivenza dell'anima dopo la morte. Stropicciandosi la gamba indo- lenzita,
Socrate pensa al singolare caso di due esseri i quali, pur essendo tra loro
contrari, piacere e dolore, non possono stare separati; e chi fa per inseguire
l'uno e lo prende, ecco che gli viene subito dietro anche l’altro, quasi ‘che
fossero legati insieme a un unico capo: cosicché, dice, se Fisopo ci avesse
posto mente, certo ne avrebbe composta una del. le sue favole. Allora si
introduce Cebete il quale chiede a Socrate: a proposito, com'è che da quando sei
qui, ti sei messo a musicare favole di Esopo e un poema ad Apollo? Me l’ha
domandato più volte anche l’amico Eveno. E tu digli la verità, gli risponde
Socrate: più volte nella vita passata mi apparve un sogno, ora in questo, ora
in quell’aspetto, e sempre mi di- ceva la stessa cosa: — O Socrate, componi ed
esercitati nella musica. — Ed io credevo in verità che il sogno mi incitasse a
quello che già facevo, ossia a filosofare, ritenendo appunto che la filosofia
fosse la più alta350 musica. Ma venuto qui sono stato assalito dal dubbio che
il sogno volesse intendere musica proprio nel significato usuale e comune del
termine; e allora mi parve bene obbedire comunque al sogno; e così composi un
inno ad Apollo e ho messo in musica alcune favole di Esopo? Dì, dunque,
all'amico Eveno, conclude Socrate, che questa è la ragione della mia
applicazione alla musica e alla poesia; e digli inoltre che « se è savio, mi
venga dietro al più presto ». Queste mie parole, insiste Socrate, non devono
sorprendere nessuno, perché tutti i veri filosofi desiderano di morire, anche
se non è loro consentito procurarsi la morte con ila propria mano. A questo
punto Cebete obietta: « Come dici, o Socrate, che far vio- lenza a se stessi
non è lecito, e d'altra parte che chi è filosofo possa avere desiderio di
andare dietro a chi muore? » L'obiezione interessa molto Socrate, anche perché,
a chi è sul punto di intraprendere il viaggio per il mondo di là, niente si
addiceè meglio che meditare intorno a questo viaggio. SEZIONE SECONDA (cc. 6-13)
2. Immortalità dell'anima è Tesi di Socrate: Al filosofo è lecito desiderare la
morte Prima formulazione della tesi — Socrate risponde all’obiezione di Cebete
che per certi uomini e in certe circostanze è meglio morire che vivere, però è
loro vietato procurarsi la morte da se stessi perché « noi uomini siamo come in
una specie di carcere, e quindi non possiamo libe- rarci da noi medesimi e
tanto meno svignarcela », infatti: « Dei sono coloro che hanno cura di noi
uomini e noi siamo una delle cose in pos- sesso degli Dei » (c. 6). Obiezione
di Cebete — Appunto perché siamo nelle mani degli Dei non è lecito al filosofo
desiderare di morire. Si tratta infatti di una cosa assurda che una persona
saggia come il filosofo desideri sottrarsi al ser- vizio di coloro che sono i
migliori dominatori, dato che gli è impossi- bile provvedere meglio a se stesso
divenendo libero (c. 7). Seconda formulazione della tesi — Socrate risponde a
Cebete dando una formulazione più completa della sua tesi. Afferma che è lecito
desi- derare di morire perché egli crede che dopo la morte si va presso altre
divinità savie e buone, insieme a uomini morti migliori dei vivi. « Data questa
speranza, io non ho ragione di rammaricarmi alla pari di chi eguale speranza
non abbia; e anzi io sono pieno di fede che per i morti ? Platone accenna ad
una teoria che gli è molto cara: quella delle affinità tra mitologia e
filosofia: « C'è un “fare miti” o poetare che non contraddice propriamente al
“fare logoi” 0 filosofare, e anzi sono ambedue, in vario senso, più compiuto o
più limitato, un “fare musica”; e codesto far miti o poetare può dar luogo esso
al filosofare, e anche concludere il filosofare, quando in questo far logoi il
logos sia giunto a un punto estremo oltre il quale non può più avere svolgimento
senza mutarsi in mito » (Ibidem, pp. 4-5). Questo spiega perché Platone
accompagri sistematicamente le sue argomentazioni filosofiche con immagini
mitiche. Nel Fedone alle dimostrazioni dell'immor- talità dell'anima, fa
seguire il mito della metempsicosi e il mito della con- dizione delle anime
dopo la inorte. 351 I veri filosofi desiderano la morte Non è lecito ad alcuno
procurarsi la morte La vita Immortale in La vita ascetica del filosofo puro
ragionamento si rivela la verità Astrazione e contemplazione La morte è
indispensabile al raggiungimento della sapienza, verità e virtù qualche cosa ci
sia, e come anche si dice da tempo, assai migliore per i b i che per i cattivi»
(c. 8). Dimostrazione della tesi (cc. 9-13) — Al filosofo è lecito deside- rare
la morte, anzi, durante tutta la vita non si cura di nient'altro se mon di
morire ed essere morto, perché la morte è la separazione dell'anima dal corpo,
e questa separazione è desiderabile per tanti motivi: Primo motivo. Durante la
vita non vale la pena interessarsi del corpo, e questo per quattro ragioni: 1)
I piaceri del corpo sono troppo caduchi. Perciò « il filosofo in tutte le cose
sopra dette (mangiare, bere, vestire...) cerca di liberare quanto più può
l’anima da ogni comunanza col corpo, a differenza degli altri uomini » {c. 9).
2) Il corpo impedisce l’acquisto della sapienza. Vista e udito, che sono i
sensi più perfetti, non ci fanno conoscere niente di preciso e di sicuro, e
invece di farci conoscere la verità ci tirano in inganno. È solo nel puro
ragionamento che si rivela all'anima la verità. « L'anima ragiona con la sua
migliore purezza quando non la conturba nessuna di cotali sensa- zioni. Né
vista, né udito, né dolore e nemmeno piacere; ma tutta sola si raccoglie in se
stessa, dicendo addio al corpo; e, nulia più partecipando del corpo, né avendo
contatto con esso intende con ogni suo sforzo la verità » (c. 10). 3) Le idee
di giustizia, bontà, ecc. non possono essere percepite dal corpo; esse possono
essere percepite solo da chi « con purità perfetta massimamente si adoperi di
avvicinarsi a ciascun oggetto col solo pensie- ro, senza né aiutarsi, nel suo
meditare, con la vista o con altro senso [...] anzi astraendo, per quanto può,
da occhi e da orecchi e insomma da tutto il corpo, come quello che perturba
l'anima e non le permette di acqui. stare verità e intelligenza, quando abbia
comunanza con esso » (c. 10). « Fino a quando abbiamo il corpo e la nostra
anima è mescolata e con- fusa con un male di tal natura, noi non saremo mai
capaci di conqui- stare compiutamente quello che desideriamo e che diciamo
essere la verità » (c. 11) o « sapienza » (cfr. c. 11 più avanti). 4) I) corpo
stesso è causa delle inquietudini che lo tormentano: « Infinite sono le
inquietudini che il corpo sì procura per le necessità del nutrimento [...]
Guerre, rivoluzioni, battaglie, chi altri ne è cagione se non il corpo e le
passioni del corpo? » (c. 11). Secondo motivo. La morte è desiderabile perché
completa quella separazione tra anima e corpo che è indispensabile per il
raggiungimen- to della sapienza; separazione che il filosofo ha cercato di
attuare du- rante tutta la sua vita con l’ascesi di purificazione. La
purificazione con- siste nell'adoperarsi « in ogni modo a tener separata
l’anima dal corpo e abituarla a raccogliersi e a racchiudersi in se medesima
fuori da ogni elemento corporeo » (c. 12). Se il filosofo non desiderasse la
morte com- metterebbe una grande contraddizione, perché il filosofo è per ogni
ri- spetto in discordia con il corpoe ha desiderio di essere solo con la
propria anima e solo con la morte questo diviene possibile (c. 11; cfr. la
bellis- sima finale). Terzo motivo. La morte è necessaria non solo per
raggiungere la verità (o sapienza), ma anche per raggiungere le altre virtù:
giustizia, fortezza e temperanza. Solo i filosofi considerano la morte un bene;
tutti gli altri la mettono nel numero dei grandi mali. Per cui, fatta eccezione
per 352 il filosofo, tutti gli altri sono coraggiosi perché sono vili e hanno
paura, sono temperanti per la loro intemperanza, per paura di restar privi di
certi piaceri. Tutto quello che Socrate ha detto sulla desi- derabilità della
morte è vero solo a patto che l’anima sia immortale, ma molti uomini temono
che, « quand’ella sia distaccata dal corpo, non esista più in alcun luogo, e si
guasti e perisca il giorno stesso in cui l’uomo muore » (c. 14). :Perciò
affinché sia possibile accettare quello che Socrate ha detto sulla
desiderabilità della morte e sulla vita futura è necessario che Socrate provi
prima che l’anima seguita ad esistere quando l’uomo è morto, e poi che ella
conserva potere e intelligenza (c. 14). Socrate accetta la richiesta e adduce
vari argomenti a favore dell'immortalità dell'anima. 1) Il primo argomento è
basato sulla dottrina dei contrari — I con- trari (piacere-dolore,
buono-cattivo, vita-morte, caldo-freddo, etc...) si avvicendano in modo
ciclico. Perciò i vivi si generano dai morti e i morti dai vivi. Aspetto
religioso dell'argomento. Dottrina della metempsicosi: « C'è una antica
dottrina che esistono colà anime giuntevi di qui e che di là nuovamente tornano
qui e che si rigenerano dai morti nuovi esseri » {c. 15). Aspetto filosofico
dell'argomento. Ogni essere che ha il suo contrario, non da altro si genera se
non da quello appunto che è il suo contrario. « Ebbene, disse, al vivere c'è
qualcosa di contrario, come all'essere sveglio è contrario il dormire?
Certamente, disse. E che cosa è? L'essere morto, disse. E, dunque, questi due
stati, se è vero che sono contrari fra loro, non si generano così l’un
dall'altro? [...] Senza dubbio » (c. 16). « Dunque da ciò che è morto, o
Cebete, si genera ciò che è vivo, e insomma dai morti si generano i vivi? » — È
chiaro, disse. — Dunque le nostre anime sono nell’Ade. — Così pare (c. 16).
Necessità di un perpetuarsi ciclico nel passaggio da un contrario al- l'altro.
« Perché non ci fosse tra gli esseri, nel loro generarsi, una corri- spondenza
perpetua degli uni con gli altri, come se ruotassero in cerchio; e invece il
processo generativo si svolgesse esclusivamente da un essere al suo opposto,
come in linea retta, e non girasse più all'indietro verso il primo punto e non
compisse il suo giro, tu capisci bene che tutti gli esseri finirebbero con
l'assumere la stessa forma e si troverebbero nelle stesse condizioni e insomma
cesserebbero di generarsi » (c. 17). « Se tut- te le cose che muoiono
rimanessero in tale forma e non più riprendessero il corso verso la vita,
sarebbe necessario che alla fine tutto fosse morto e più niente vivesse »
(ib.). 2) Il secondo argomento è tratto dalla dottrina della reminiscenza —
Senza la preesistenza dell'anima la reminiscenza è impossibile. La remi- 353
Argomenti a favore dell’immortalità dell’anima I contrari si generano l’uno
dall'altro Ciclicità della generazione dei contrari Resistenza e reminiscenza:
prove di immortalità fl ricordo delle idee come criterio di giudizio
Reminiscenza e perdita delle conoscenze alla nascita Tutto ciò che è vivo si
genera da ciò che è morto x niscenza non « è possibile se l'anima nostra non
esistesse già in qual. che luogo prima di generarsi in questa nostra forma
umana. Cosicché anche per questa via appare che l’anima è qualcosa di immortale
» (c. 18). Socrate distingue due modi di reminiscenza: a) reminiscenza per
contiguità; per esempio, vedendo la lira dell’innamorato ci si ricorda del- la
sua figura; b) reminiscenza per somiglianza; per esempio, vedendo i’im. magine
di Simmia, ci si ricorda della sua persona. Poi, esaminando il se- condo tipo
di reminiscenza {quello fondato sulla somiglianza) trova che non è possibile
giudicare della somiglianza tra varie cose senza avere una idea universale di
eguaglianza, dell’eguale in sé. Ma questa idea dell’egua- le in sé non può
essere ricavata dall'esperienza. Infatti, nell'esperienza, le cose che giudichiamo
eguali sono sempre difettose, non sono perfette come l’eguale in sé. Ora per
giudicare di questa discrepanza tra l’eguale in sé e le cose eguali, colui che
giudica « ha da essersi pur fatta dapprima in qualche modo un'idea di quel tale
essere a cui dice che la cosa veduta s'assomiglia, ma rispetto alla quale è
difettosa » (c. 19). « Dunque prima che noi cominciassimo a vedere e a udire,
insomma a far uso degli altri sensi (cioè prima di nascere) bisognava pure che
già ci trovassimo in possesso della conoscenza dell’eguale in sé, che cosa
realmente esso è, se poi dovevamo, gli eguali che ci risultavano dalle
sensazioni, ripor- tarli a quello, e pensare che tutti quanti hanno una loro
ansia di essere come quello, mentre poi gli rimangono al di sotto » (c. 19).
Questo si- gnifica che « prima di nascere e subito dopo nati conoscevamo già
non so- lo l’eguale e quindi il maggiore e il minore, ma anche tutte insieme le
al- tre idee; perché non tanto dell’eguale stiamo ragionando ora, quanto anche
del bello in sé e del buono in sé e del giusto e del santo [...] » (c. 20). Il
meccanismo della reminiscenza viene spiegato nel modo seguente: « Acquistate
delle conoscenze prima di nascere noi le perdiamo nascendo; e poi, valendoci
dei sensi relativi a certi dati oggetti, veniamo recupe- rando di ciascuno di
essi quelle conoscenze che avevamo già anche pri- ma » (c. 20). Poi Socrate
mostra che la reminiscenza è l’unico modo di spiegare il fatto che noi non
conosciamo immediatamente le idee appena nati (cfr. c. 21). In conclusione: la
reminiscenza delle idee postula la preesistenza dell'anima. « Se veramente
esistono questi esseri di cui an- diamo ragionando continuamente e il buono, e
il bello e ogni altro si- mile e a ciascuno di questi riportiamo e compariamo
tutte le impressioni che ci vengono dai sensi riconoscendo che essi sono gli
esemplari prima già posseduti dal nostro spirito, non è necessario, per la
stessa ragione onde questi esistono, che anche esista la nostra anima prima
ancora che noi siamo nati? » (c. 22). Dimostrazione che l'anima continua ad
esistere anche dopo la morte del cor po. All’argomentazione di Socrate Simmia
obietta: « Che cosa vieta che ella si generi e si formi da qualche altra parte
ed esista anche prima di giungere nel corpo umano; ma che poi, quando vi sia
giunta e se ne distacchi, allora finisca anch'ella di esistere e si perda
compiutamente? » (c. 23). Risposta di Socrate. « Ebbene, o Simmia e Cebete,
disse Sacrate, è dimostrato fin d'ora anche questo: purché vogliate congiungere
insieme il nostro presente argomento con l’altro sul quale già ci mettemmo
d'ac- cordo prima, e cioè che tutto ciò che è vivo si genera da ciò che è
morto. Infatti, se l’anima esiste anche prima, ed è necessario che, entrando
354 essa per la sua generazione nella vita, non da altro si generi se non dalla
morte e dall'essere morti; come non è parimenti necessario che ella seguiti ad
esistere anche dopo la morte, se è vero che deve poi nuova- mente rinnovarsi?
Ed ecco dunque che anche questo secondo punto ri- mane dimostrato senz'altro »
(c. 23). (Digressione sul fanciullo dentro di noi [la parte irrazionale
dell'anima che non vede il bene e tende solo al piacevole], che si spaventa
davanti alla morte) (c. 24). 3) Il terzo argomento a favore dell'immortalità
dell'anima è basato sulla semplicità del suo essere — L'anima non è soggetta a
decompo- sizione perché il suo essere non è composto, ma semplice. Ora solo gli
esseri composti sono soggetti a corruzione. L'anima è semplice perché è
costante, invariabile e invisibile. L'anima ha queste doti perché è « congenere
alle idee che sono costanti, invariabili e invisibili ». Le idee sono
invariabili. « L'eguale in sé, il bello in sé e insomma ogni data cosa che è in
sé, l'ente, c'è mai caso che patisca mutazione veruna? — No » (c. 25). Le idee
sono invisibili. « Quelle che rimangono costanti non c’è altro mezzo col quale
le possa apprendere se non col pensiero e con la medita- zione: perché quelle
di questa specie sono invisibili e non si possono per- cepire con la vista » (c.
26). Il corpo invece è mutevole e visibile perché è simile alle cose sensibili.
Per cui l’anima soggeita al cotpo « va errando qua e là e si conturba e
barcolla come ebbra » mentre l'anima indipen- dente dal corpo « se ne va colà
dov'è il puro, dov'è l’eterno e l’immuta- bile e l’invariabile... e cessa dal
suo errare, e rimane sempre invariabil- mente costante » (c. 27). fondato sulla
fun- 4) Il quarto argomento a favore dell'immortalità è è padrona del corpo.
zione dell'anima nei riguardi del corpo — L'anima Ora questa è una funzione
divina {(c. 28). 5) Il quinto argomento si basa sul fatto che neppure il corpo,
pure appartenendo alla sfera del corruttibile, si corrompe immediatamente,
perciò tanto meno potrà essere distrutta l'anima dalla morte, che appar- tiene
alla sfera dell'incorruttibile. « Ebbene dunque, se tale è l'anima, non se
n’andrà ella a ciò che le è simile, cioè, dico, all’invisibile, al divino, al-
l'immortale, all’intelligente, dove giunta potrà essere in realtà felice
[....]? » (c. 29)? 4. Metempsicosi Dopo aver provato l'immortalità dell'anima
del filosofo, Socrate espone la sorte che tocca ai filosofi e agli altri uomini
dopo la morte. ? Gli studiosi sono in disaccordo circa il numero delle prove
che Platone elabora nel Fedone: chi ne conta tre, chi cinque, chi otto. Però se
si tiene conto della struttura dialettica dell’opera, la quale esige che si
considerino le singole argomentazioni non come qualcosa di autonomo, completo e
defi- nitivo, ma come elemento di un unico tutto, allora si può ‘dar ragione a
chi ritiene che Platone, alla fin fine, sviluppi un'unica grande prova. Non
figura peraltro nel Fedone la prova della semovenza (cioè la prova fondata
sulla proprietà che ha l’anima di muovere se stessa e d’essere causa del
proprio agire), a cui Platone dà ampio risalto nel Fedro (cfr. B. Monpin, Corso
di storia della filosofia, cit., pp. 90-91). 355 Semplicità e immortalità
dell'anima L’anima Incontaminata ritorna agli dei L'arnlma contaminata è
nuovamente “incaîenata al corpo” La filesofia conduce agli dei La morte non è
per Socrate una sventura L'anima che durante la vita non è stata contaminata
dal corpo, cioè l'anima del filosofo, ritorna fra gli Dei. Quest'anima « si
diparte pura dal corpo; nulla del proprio conpo traendo seco, come quella che
nulla in vita, per quanto poté, volle avere in comune con esso e anzi fece di
tutto per fuggirlo e starsene tutta raccolta in sé medesima. L'anima che in
questa vita è stata contaminata dal corpo, alla morte « si parte dal corpo
contaminata e impura, come quella che fu sempre assieme col corpo e lo servì e
Io amò e si lasciò affascinare da esso, e cioè dalle sue passioni e dai suoi
piaceri » (c. 30). Quest'anima non può ritornare tra gli Dei, ma, vinta dalla
sollecitudine del corpo, « sarà tratta di nuovo in giù verso la ragione
visibile, per paura dell’invi- sibile, o, come dicono, dell’Ade; e se ne andrà
girando intorno alle tombe e ai sepolcri [...] fino a che, per l’insaziabilità
di quel corporeo che sempre l’accompagna, non è di nuovo incatenata in un
corpo» (c. 30). « Queste anime che durante la vita furono contaminate dal
corpo, si reincarneranno e assumeranno forme corporee diverse secondo le con-
suetudini diverse che ebbero in vita: così per esempio, quelli che furono
dediti a gozzoviglie o a violenze carnali, ecc. diventeranno asini e simili
bestie; altri che furono ingiusti o rapaci, diventeranno lupi e sparvieri e
così via » (c. 31). Conclusione. Per raggiungere gli Dei occorre mettersi sotto
la guida della filosofia. « La filosofia, prendendo ad educare la loro anima in
tali condizioni (la condizione di essere «incollata al corpo e costretta ad
indagare la verità attraverso questo, come attraverso un carcere »), cerca a
poco a poco di guidarla e addirittura si adopera di liberarla dal corpo » (c.
33). Sotto la guida della filosofia «l'anima cerca di conquistare la propria
serenità da codeste passioni, seguendo il razio- cinio e in esso persistendo
ininterrottamente, attendendo alla contem- piazione del vero, del divino e di
ciò che non è soggetto all'illusione dei sensi. Quando Socrate ebbe finito di
parlare domandò se ci fosse qualche manchevolezza nei suoi ragionamenti. Simmia
risponde che ha dei dubbi, ma non osa manifestarli « per la preoccupazione che
potesse riuscirgli fastidioso questo domandare in un momento così malaugurato
». Socrate protesta che se è così, cioè se è vero che hanno paura di fargli
delle do- mande, vuol dire che non è ancora riuscito a convincere i suoi amici
che egli non reputa sventura la sua condanna a morte, e che essi lo riten- gono
da meno dei cigni, i quali, con un canto più lungo e più bello, sanno predire,
quando si avvicina la morte, che andranno al Dio, di cui sono devoti. Ma «
anch'io credo di essere compagno di servizio coi cigni e sacro al medesimo Iddio
(Apollo) e di avere avuto dal Dio Signore non meno di loro l'arte della
divinazione; e perciò anche credo di potermi allontanare dalla vita con non
minore letizia » (c. 35). 356 SECONDA PARTE (cc. 36-66) SEZIONE PRIMA (cc.
36-40) 1. Le obiezioni di Simmia e Cebete Obiezione di Simmia — Simmia osserva
che tutto quello che Socrate ha detto riguardo all'anima e al corpo si può
ugualmente dire dell’ac- cordo e della lira; anche l'accordo, come l’anima, è
invisibile, incorporeo, bello, divino; anche la lira come il conpo è visibile,
corporea, terrena, e insomma congenere del mortale. Possiamo noi ammettere,
secondo il tuo ragionamento, che, rotta la lira, possa seguitare ad esserci
l'accordo? Ora, l’anima è una specie di accordo degli elementi che costituiscono
il corpo; e dunque se il corpo, che è condizione indispensabile per l’esistere
dell'anima, verrà meno, anche l’anima necessariamente, per quanto di-
vinissima, dovrà venir meno; e anzi verrà meno prima del corpo, che durerà
ancora per qualche tempo, fino a che non sia arso dal fuoco o consumato dalla
putredine. Obiezione di Cebete — Cebete dice che Socrate, con l'argomento della
reminiscenza non ha fatto un passo avanti nella dimostrazione dell'immortalità.
Ha dimostrato che l’anima esiste già prima del nostro nascere; ma che ella
seguiti a vivere eternamente, questo non pare an- cora dimostrato. Non già che
egli sia d'accordo con Simmia, perché crede che l'anima è più resistente del
corpo: ma questo non basta a dimostrarne l'immortalità. Facciamo un esempio:
chi dura più a lungo, il tessitore o il suo mantello? Chiaro, il tessitore.
Infatti egli consuma diversi mantelli e rispetto a questi mantelli si può dire
che egli è morto dopo. Però se il tessitore è morto non si può provare che egli
è ancora vivo portando come prova che l’ultimo mantello che si era tessuto e
portava non è ancora consumato. Applichiamo questo esempio alle relazioni tra
l'anima e il corpo. L'anima può via via consumare e ritessere sopra di sé più
corpi, come il tessitore più mantelli; e un giorno che ella venga a morire avrà
sopra di sé l’ultima sua tessitura e morirà prima di questa. Si può quindi
concedere che sopravviva a più corpi, ma chi potrà mai avere coscienza che il
proprio corpo non sia precisamente l’ultima tessi- tura della propria anima, e
con codesto, anzi prima, muoia anche la sua anima? Ecco perché io dico che
sulla soglia della morte ognuno ha ragione di temere che in quel momento
avvenga anche per la sua anima l'estrema dispersione e distruzione (c. 37). Gli
argomenti di Simmia e di Cebete fanno molta impressione sugli astanti che sono
presi da un certo senso di scoraggiamento e temono che la immortalità
dell'anima non sia dimostrabile (c. 38). Allora Socrate li ammonisce contro la
malattia della misologia (cioè dell’avversione al ragionamento) e raccomanda
Îoro di « non diventare misologi come si diventa misantropi. Perché non può
capitare a uno peggior guaio di questo, che gli vengano in odio i ragionamenti
» {c. 39. Vedi la bellissima spiegazione dell’origine della misantropia). Se un
argomento appare una volta vero e un'altra falso non è colpa sua: il
ragionamento rimane sempre lo stesso, o vero o falso. La colpa è solo di chi
ragiona o meglio della sua imperizia nell'arte del ragionare. E sarebbe molto
pietoso se « per piacere di liberarsi dal tormento di si- 357 Argomento di
Simmia: l’accordo e la lira come l’anima e il corpo Argomento di Cebete:
l’anima è più resistente del Corpo, ma non necessariamente eterna; il tessitore
e il suo mantello Sopravvivenza, ma non eternità Socrate contro la misologia
che distrugge il sano ragionamento L’imperizia nell’arte di ragionare La tesi
di Simmia non spiega il vizio e la virtù C'è contrasto tra anima e corpo
Socrate e i naturalisti; come spiegare l’eguale esito dei processi contrari?
mile alternativa, egli finisse col respingere da sé quella che è unicamente sua
colpa e la gettasse addosso ai ragionamenti stessi, e così ormai seguitasse
tutto il resto della sua vita, odiando e maledicendo ogni ra- gionamento, e si
privasse della conoscenza e della verità di ciò che real- mente esiste » (c.
39). Quindi, conclude Socrate, le obiezioni di Simmia e Cebete « non devono
scoraggiare più voi di quello che turbino me, e io non ne sono certamente
turbato perché non mi preoccupo tanto di fare apparire vero a voi quel che
dico, quanto che apparisca vero a me prima che ad ogni altro, diversamente dai
sofisti che non si curano già dove sia la verità in ciò di cui stanno
ragionando bensì di fare apparire vere a chi discute con loro le questioni che
essi stessi pongono » Secondo Socrate l’obie- zione di Simmia, basata sulla
concezione dell'anima come epifenomeno del corpo, non regge per tre motivi: a)
Essa mette Simmia in contraddizione con se stesso, perché egli accetta
l'argomento della reminiscenza e sostiene allo stesso tempo che l’anima non è
altro che l'accordo degli elementi del corpo. Ora chi accetta l'argomento della
reminiscenza deve ammettere che l’anima esi- ste prima del corpo mentre chi
concepisce l'anima come accordo deve negare che l’anima esista prima del corpo
(come l’accordo non può esi- stere prima delle corde della lira) (c. 41). b)
L'anima non può essere concepita come accordo, perché in tal caso non si
potrebbe spiegare cos'è il vizio e la virtù; perché, in tal caso si dovrebbe
dire che la virtù è un accordo di un accordo ed il vizio un di- saccordo di un
accordo. Se l’anima è per definizione un accordo, « nessu- na anima pcetrà
avere più di un'altra né disaccordo né accordo [...] e an- cora se questa è la
sua condizione, nessun'anima potrà avere più di un’altra né vizio né virtù,
ammesso che vizio è il disaccordo e virtù è accordo » (c. 42). c) L'anima non
può essere concepita come accordo, perché tra anima e corpo non c'è accordo, ma
disaccordo, contrasto, lotta, guerra. « Per esempio, nel corpo c’è arsura e
sete, e l’anima lo tira, ai contrario, a non bere; c'è fame, e l’anima lo tira
a non mangiare, e così in mille aitri casi in cui vediamo che l’anima si oppone
alle passioni del corpo » (c. 43). Risposta all'’obiezione di Cebete — Passando
alla obiezione di Cebete, Socrate dice che in sostanza Cebete domanda che sia
dimostrato che l'anima nostra è indistruttibile ed immortale {c. 44). « Non è
cosa da poco, o Cebete, quello che cerchi; bisognerà rifarsi a ricercare in
genere la causa della generazione e della corruzione delle cose. Ora io ti dirò
a questo proposito, se vuoi, quello che è capitato a me e se qualche cosa di
quello che sono per dirti ti sembrerà utile potrai usarne [...] » (c. 45).
All’inizio Socrate seguì i naturalisti. « Quand’erc giovane fui preso da una
vera passione per quella scienza che chiamano indagine della na- tura ». Ma poi
« finii col persuadermi che a questa specie di indagini io 358 ero nato assai
meno di ogni altro. E a persuadertene basterà questo. Che quelio che già prima
sapevo con chiarezza [...] ecco che allora, per effetto di queste ricerche mi
si abbuiò totalmente cosicché disimparai anche quello che prima credevo di
sapere [...] » {c. 45). Il problema che tormen- tava Socrate e a cui i
naturalisti erano incapaci di dare una risposta era come sia possibile con due
processi contrari (per es., sottrazione e addi- zione) ottenere lo stesso
risultato (per esempio si può ottenere con l'addizione di due unità e con la
divisione di 4 in due parti eguali) e come una stessa cosa possa essere
chiamata a volte grande e a volte piccola. Poi si entusiasmò per Anassagora. «
Ma udito una volta un tale leggere da un libro, come egli diceva, di
Anassagora, e dire che dunque c'è una Mente ordinatrice e causa di tutte le
cose, io mi rallegrai di questa causa, e mi parve, secondo un mio modo, che
questo porre Ja Mente come causa di tutto, convenisse sommamente. Presi con
grande sollecitudine quei suoi libri, mi misi a leggerli con la maggior
rapidità, perché volevo, con la maggior rapidità, conoscere il meglio e il
peggio » {c. 46). Ma Socrate restò deluso da Anassagora, quando si accorse che
anziché attribuire alla causalità della Mente l'origine delle cose, la
attribuiva alle cose mate- riali. « Ed ecco, invece, o amico, che da così alta
speranza io mi sentivo cadere giù e portar via man mano che, procedendo nella
lettura, vedevo quest'uomo non valersi affatto della Mente, non assegnarle
alcun prin- cipio di causalità nell'ordine dell'universo, bensì presentare come
cause e l’aria e l'etere e l’acqua e altre cose, e tutte quante fuori di luogo;
e mi parve fosse proprio lo stesso che se uno, pur dicendo che Socrate tutto
quello che fa lo fa con la mente, quando poi si provasse a determi- nare.le
cause delle cose che io faccio, incominciasse col dire che ora, per esempio, io
sono qui seduto per il fatto che il mio corpo è composto di ossa e nervi [...]
senza curarsi affatto di dire quelle che sono le cause vere e proprie: e cioè
che, siccome agli Ateniesi parve bene votarmi contro, per questo anche a me è
parso bene restarmene a sedere qui, e ho ritenuto mio dovere non andarmene via
[ ...]}. Ma chiamar cause ragioni di questo genere non ha a che fare
assolutamente. Ché se uno dice che io, senza avere di codeste cose e ossa e
nervi e tutto quello che ho non sarei capace di fare quello che mi sembra di
dover fare, sta bene, costui dirà il vero. Ma dire che queste sono la causa per
cui io faccio quelio che faccio, e dire ai tempo stesso che io opero con la
mente, ma senza che ci sia per mia .parte la scelta dei meglio, questo in
verità è il più grossolano e insensato modo di parlare. Questo significa essere
incapaci di discernere «che altro è la causa (aition) vera e propria, altro
quella cosa senza cui la causa non potrà mai essere causa » (c. 47), ossia
altro è la causa e altro è la condizione necessaria. Ora questa è precisamente
una distinzione che Anassagora non era riuscito a vedere. La ricerca della vera
causa condusse Socrate alla scoperta della dot- trina {ipotesî) delle « idee
» Disgustato di Anassagora, Socrate
abban- donò la filosofia dei naturalisti e si mise alla ricerca della vera
causa, e disse che per trovarla dovette rifugiarsi nei concetti (logoi) e «
consi- derare in essi la realtà delle cose esistenti » {c. 48). «Io mi misi
dunque per questa via; e assumendo caso per caso come vero quel concetto che io
giudicassi più sicuro e più saldo, ie cose che a questo concetto mi par- vero
accordarsi, queste ritenevo come vere, sia rispetto alla causa, sia rispetto a
tutte ie altre questioni; quelle che no, io ritenevo come non 359 Socrate come
Anassagora: le cose sono originate dalle cose materiali e non dalla mente
Distinziene tra causa e origine delta causa in quanto fale La ricerca della
vera causa nei concetti La presenza 0 comunanza delle cose al suo concetto La
dottrina delle Idee spiega l’essere e il divenire Apparente contraddizione
della tesi sulla teoria delle idee con l'argomento contro Cetete Occorre
distinguere i contrari nelle cose dai contrari in sé Le cose nartecipano dei
contrari, ma non sono necessariamente contrarie in sè vere. Ma voglio chiarirti
meglio ciò che intendo dire, perché penso che tu ora non capisca » (c. 48).
Socrate passa quindi a dimostrare apertamente qual è la specie di causa che si
è costruita. « Poniamo dunque che esista, (si tratta quindi di un'ipotesi) un
bello in sé, un buono in sé, un grande in sé, e così via: le quali cose se tu
mi concedi e ammetti che esistano realmente io ho speranza, movendo da queste
di scoprire la vera causa e di dimostrarti che l’anima è immortale ». Infatti,
ammesse le Idee, Socrate trova che esse sono la vera causa. « A me pare infatti
che, se c'è cosa bella all'infuori del bello in sé per nessuna altra ragione
sia bella se non perché partecipa di codesto bello in sé. E così dico
naturalmente di tutte le altre cose [....]. Niente altro fa sì che quella tale
cosa sia bella se non la presenza o comu- nanza di questo bello in sé (e ekeinu
tu kalù eite parusia eite koinonia) o altro modo qualunque onde codesto bello
le aderisce. Perché io non insisto affatto su questo modo, e dico soltanto che
tutte le cose belle sono belle per il bello » (c. 49). La dottrina delle Idee
spiega non solo l'essere delle cose finite, ma anche il loro divenire. Infatti,
dice Socrate, una data cosa si genera in quanto viene a partecipare di quella
essenziale realtà che è propria di quella data idea onde essa partecipa; e così
nei casi sopraddetti, tu non hai altra causa da addurre di codesto diventar
due, se non la parteci- pazione alla dualità, e che di questa dualità bisogna
che partecipino tutte ie cose che sono per diventare due e dell'unità le cose
che sono per diventare uno » {c. 49). C'è però una difficoltà: come si spiega
con la teoria delle Idee che la stessa cosa è chiamata grande e piccola (ad
esempio, Socrate è chia- mato grande rispetto a Cebete e piccolo rispetto a
Simmia)? Socrate ri- sponde che ia difficoltà è puramente verbale. In realtà «
non solo la grandezza non vuole mai essere grande e piccola al medesimo tempo,
ma altresì la grandezza che è in noi non vuole mai accogliere la picco- lezza e
tanto meno esserne superata: e allora delle due l'una o fugge o cede il posto,
quando il suo contrario, la piccolezza, le si avvicina, o addirittura quella
sopravvenendole perisce; ma di restar ferma aì suo posto e ricevere in sé la
piccolezza, e essere diversa da ciò che era prima, questo non vuole
assolutamente » {c. 50). Qui pare però che Socrate si contraddica con quello
che aveva affer- mato prima riguardo ai contrari, cioè che un contrario genera
l’altro e Cebete fa presente a Socrate la difficoltà. Socrate chiarisce la
difficoltà facendo vedere che essa deriva da un semplice malinteso: « Prima non
si ragionava dei contrari, ma delle cose che hanno in sé i contrari (alle quali
per questo si dà pure il nome di contrari). Ora parliamo dei con- trari in sé
che noi riteniamo non vorranno mai accettare di generarsi gli uni dagli altri »
(c. 50). Ultima dimostrazione dell'immortalità dell'anima (cc. 52-56) — Ora
Socrate applica la dottrina che due contrari non possono partecipare l’uno
dell'altro, (perché si oppongono e si escludono; e nel caso che so- pravvenga
l’altro contrario il primo deve allontanarsi o perire) a quelle cose che non
sono contrarie (solo le Idee si possono chiamare propria- mente contrarie) ma
partecipano essenzialmente dei contrari {per esem- pio la neve e il fuoco non
sono contrari, ma partecipano essenzialmente del freddo e del caldo che sono
contrari). Tali cose quando sopravviene l’altro contrario non possono riceverlo,
360 ma'devono 0 allontanarsi o perire. Così, per esempio, la neve partecipa
essenzialmente del freddo. Se sopravviene il caldo essa deve o allontanarsi o
perire. Infatti, poiché partecipa essenzialmente del freddo, essa non può più
essere neve se perde il freddo. Ciò che è essenziale non può essere ab-
bandonato senza perire. Questo è precisamente il caso dell'anima. L'anima non è
un contrario (perché non è un'Idea) ma partecipa essenzialmente ad uno dei
contrari (la vita). Per cui l’anima, quando sopravviene l’altro contrario (la
morte), deve o allontanarsi o perire. Secondo Socrate l’anima non può perire
perché incorruttibile. Cebete concede che bisogna am- mettere non solo che
l’anima è immortale (cioè non soggetta al contrario della vita, la morte) ma
anche che è imperitura, perché se si ammette che « l'immortale che è eterno si
corrompa » sarebbe impossibile poter cre- dere che nel mondo esista alcunché di
incorruttibile (cc. 52-55 a). 3. Conclusione Non solo Dio e l’Idea della vita
sono incorruttibili e imperituri, ma anche l’anima. « E quindi se la morte si
abbatte sull'uomo, la parte di lui che, come sembra, è mortale, muore: la parte
che è immortale, se ne va via salva e incorrotta sfuggendo la morte » (c. 56).
; Simmia però non è completamente pago della dimostrazione di So- crate. Questi
gli dà ragione perché « quelle nostre prime ipotesi (le Idee), se anche non
sono a te e agli altri cagione di dubbio, gioverà in ogni modo, per ragione di
sicurezza, riesaminarle da capo » (c. 56). Però Socrate ritiene che se anche le
prove non sono del tutto convincenti, l’a- nima è senza dubbio immortale. Dopo
l'esposizione del mito meraviglio- so del giudizio delle anime dei morti e la
descrizione della terra ideale, Socrate conclude: « Certo, ostinarsi a
sostenere che le cose siano proprio così come io le ho descritte non si addice
a uomo che abbia senno; ma che sia così o poce diverso da così delle anime
nostre e delie loro abitazioni dopo che s'è dimostrato che l’anima è immortale,
sostenere questo mi pare che si addica e anche si possa avventurarsi a crederia
» (c. 63). Quanto a sé. conclude Socrate serenamente e solennemente, egli non
ha nulla da temere perché « timori per la propria anima non deve avere chi
nella vita disse addio ai piaceri del corpo e ai suoi ornamenti, sa- pendo che
gli sono estranei, e persuaso che più gli possono far male che bene; e si curò
invece dei piaceri deli'apprendere, e l'anima adornando non di ornamenti a lei
alieni, ma di quelli suoi propri, temperanza, giu- stizia, fortezza, libertà,
verità, attende così preparato l'ora del suo viaggio all’Ade, pronto a pigliare
la sua strada appena il! destino lo chiami » {c. 63). SEZIONE TERZA (cc. 57-66)
4. Il mito delle anirne dopo la morte « Ebbene, o amici, questo se non altro,
sarà bene sia chiaro nella mente: che se l’anima è immortale essa ha il diritto
che se ne abbia cura; né solo per questo spazio di tempo che chiamiamo vita, ma
per sempre e che ormai, dopo quel che s'è detto, anche il pericolo, a chi non
ne abbia 361 L’anima partecipa a uno dei contrari: la vita Incorruttibilità e
immortalità Non teme ia moris chi ha vissuto bene la vita Avere cura per
l’anima che è immortale Sosmogratia pitagorica, dicotomia plaionica e mito
della caverna Ultime parole dii Socrate cura, dovrà apparire assai grave.
Infatti, se la morte fosse una libera- zione da ogni cosa, gran fortuna sarebbe
per i trisii, morendo, sentirsi liberi non solo dai corpo, ma, nello stesso
tempo, insieme con l'anima anche delia loro tristezza. Ma ora che l’anima ci si
è rivelata immor- tale, nessuno scampo essa potrà avere dai mali, né alcuna
salvezza, se non in quanto diventa il più possibile virtuosa ed intelligente.
Perché nient'altro l'anima ha seco, andando all’Ade, all'infuori della sua cul-
tura e dei suo costume, che è ciò appunto come dicono che grande- mente giova o
nuoce a chi muore, subito al principio del suo viaggio all’al di là » (c. 57).
5. Figura e dimensione delia terra (cc. 58-61) Questi capitoli sono importanti
per tre motivi: a) sono un docu- mento molto interessante per la conoscenza
cella cosmografia pitagorica: ia terra non è piatta (come dicevano gli Ionici),
ma sferica; è molio gran- de ed è collocata nel mezzo dell'universo; b) Platone
vi espone la distin- zione fondamentale tra mondo sensibile ed intelligibile,
tra la nostra terra e la terra ideale; c) c'è infine una chiara allusione al
mito della caverna (cfr. c. 58, 109c - ii0 Db). 8. La morte di Socrate (cc.
64-66) Ultime parole di Socrate: « O Critone, disse, noi siamo debitori di un
gallo ad Asclepio: dateglielo e non ve ne dimenticate » (c. 66). Il significato
di questa ingiunzione è il seguente: chi guariva da una malattia, in segno di
gratitudine usava offrire un gallo ad Asclepio (detto anche Esculapio), il dio
della medicina. Ora, essendo per Socrate l’esistenza corporale una malattia e
la morte una guarigione ed una liberazione, è quindi giusto che morendo si
mostri grato ad Esculapio. Intanto la cicuta che Socrate aveva bevuto da poco,
comincia a produrre il suo effetto letale. Tutti intorno scoppiano in lacrime.
Socrate si corica sul suo lettuccio e poco dopo muore. Critone gli chiude le
labbra e gli occhi. « Questa, o Eche- crate — soggiunse Fedone — fu la fine
dell'amico nostro: un uomo, noi possiamo dirlo, di quelli che allora conoscemmo
il migliore; e senza paragone il più savio e il più giusto ». QUESTIONARIO DI
VERIFICA E DISCUSSIONE + Che senso ha la vita per Socrate? . Che valore assegna
Platone alla conoscenza intellettiva? . Come giustifica il valore assoluto
della conoscenza intellettiva? . Quali sono le principali prove
dell'immortalità dell'anima? . Come formula la prova basata sulla reminiscenza?
. Come formula la prova basata sulla « parentela » o affinità dell'anima con il
mondo delle Idee? 7. Come formula la prova basata sulla partecipazione
dell'anima all’Idea della Vita, ossia al contrario dell’Idea della Morte? 8.
Quali sono le obiezioni di Simmia e Cebete alla tesi di Socrate? 9. Che valore
annette Socrate alle sue argomentazioni? 10. Confrontare le prove del Fedone con
quella del Fedro. SAAWwWNA 362 11. Che rapporto pone Platone tra immortalità
dell'anima e la teoria delle Idee? 12. In che cosa consiste il mito della
metempsicosi? Sviluppare la conce- zione platonica dei rapporti tra mito e
filosofia. 13. Su quali ragioni fonda Platone la dottrina delle Idee nel
Fedone? 14. Quali sono le implicazioni etiche della dottrina della immortalità
del- l'anima? — Illustrare l'ascesi platonica: rapporti tra teoria e prassi.363
A Cartesio si deve l'impostazione della filosofia moderna Le quattro
caratteristiche presentate nell’opera sono: autonomia, gnoseologia, metodo e
antropocentrismo Obiettivo di realizzare una scienza universale e rigorosa li.
IL « DISCORSO SUL METODO » Cartesio (René Descartes, 1596-1650) 1. Origine dell’opera
Cartesio è universalmente riconosciuto come il padre della filosofia moderna. A
lui in effetti spetta il merito d'aver dato a quest'ultima i li- neamenti che
la caratterizzano: autonomia della filosofia rispetto alla teologia;
orientamento spiccatamente gnoseologico anziché metafisico: il primo e massimo
problema da risolvere è quello della conoscenza, del suo valore e della sua
portata; preoccupazione per il metodo: per dare solidità e organicità alla
ricerca filosofica occorre valersi di un metodo sicuro e rigoroso; attenzione
per l’uomo, che ora viene posto al centro di tutte le ricerche e di tutte le
cose: dal teocentrismo si passa all’antro- pocentrismo. Il « manifesto » della
nuova filosofia è la prima importante opera filo- sofica di Cartesio, Discorso
sul metodo. In questo breve e tuttavia ri- voluzionario saggio, si annunciano
chiaramente i quattro lineamenti ca- ratteristici della filosofia moderna:
autonomia della filosofia, orientamento gnoseologico, interessamento per il
metodo, antropocentrismo. Cartesio aveva avvertito la necessità di rinnovare lo
studio e l'insegna- mento della filosofia ancora quando frequentava la scuola
dei gesuiti a Parigi. Ma un piano preciso di revisione gli si presentò alla
mente per la prima volta nel 1619 durante una visione. Allora Cartesio, che si
era arruolato con le schiere degli imperiali (era scoppiata da poco la Guerra
dei Trent'anni), si trovava in Germania. All’inizio dell'inverno, dove si erano
fermati a svernare, « non trovando alcuna conversazione che lo svagasse, e non
avendo d'altronde né preoccupazioni né passioni che lo turbassero, restava
tutto il giorno solo accanto ad una stufa, dove aveva tutto l’agio di
intrattenersi con i suoi pensieri ». Ed ecco, appunto, a risultato della
assidua e profonda meditazione, la visione. Gli comparve l'Angelo della Luce e
gli fece comprendere che il metodo matematico che aveva adoperato con tanto
profitto nelle studio dell'algebra e della geometria era un metodo valido per
tutte le scierize, compresa la filo- sofia. Di qui la risoluzione di Cartesio
di tradurre in realtà la « scoperta mirabile »: si propose di elaborare una
scienza universale dotata di quella rigorosità, certezza e precisione tipiche
della matematica. Per alcuni anni lavorò all'applicazione della matematica alla
fisica, facendo vedere che « la fisica, la quale fino al suo tempo era ancora
unita alla medicina e alla filosofia si poteva tradurre in numeri ». Più tardi
cercò di compiere la stessa impresa anche per la filosofia: Dio e gli angeli, i
misteri del tempo e dello spazio, delle piante e degli animali, le complicate
relazioni sociali, anche quella creatura complessa e sfuggente che è l’uomo,
dove- vano essere tradotte in idee chiare e distinte come se si trattasse di
quan- 364 tità matematiche. « Tutte le scienze », scrive Cartesio, « sono
legate tra loro da una catena; non è possibile afferrare alcuna di loro senza
aver compreso le altre e pertanto senza abbracciare contemporaneamente tutta
l'enciclopedia del sapere ». E ancora: « Tale scienza dovrebbe in- cludere
tutti i primi rudimenti della ragione umana, e il suo dominio dovrebbe
estendersi fino a comprendere la conoscenza di tutte le cose ». Pertanto, il
mondo e qualsiasi conoscenza sono raggiungibili col nuovo metodo. Per quanto
Cartesio ascriva la sua « mirabile scoperta » ad una visione (a qualcosa di
imprevisto, subitaneo e in certa misura soprannaturale), in effetti non si
trattava di un'idea priva di precedenti. Uno dei suoi pro- fessori al collegio
dei gesuiti, padre Clavius, ch'egli stimava e apprezzava moltissimo se n'era
fatto già da tempo convinto assertore. Nelle sue Opere matematiche; stampate
nel 1611, aveva scritto: « Le discipline matematiche dimostrano e giustificano
con le più solide ragioni tutto ciò che è oggetto di discussione, cosicché esse
producono effettivamente la scienza e scacciano dalla mente dello studente
qualsiasi dubbio. La stessa cosa non si può assolutamente affermare delle altre
scienze, nelle quali molto spesso la mente resta incerta e dubbiosa circa il
valore delle con- clusioni, talmente numerose sono le opinioni e contrastanti i
giudizi [...]. I teoremi di Euclide come pure quelli degli altri matematici,
oggi sono ancora così veri, sicuri nei loro risultati, solidi nelle loro
dimostrazioni, come erano molti secoli orsono [...] Ora, siccome le discipline
matema- tiche sono così completamente assorbite dall'amore e dal culto della
verità, che nel loro ambito nulla di falso viene recepito e neppure ciò che è
meramente probabile [...] non si dà alcun dubbio che tra le varie scienze il
primo posto spetta alla matematica ». Queste teorie del padre Clavius erano
certamente note a Cartesio, il quaie le fece sue. Un po’ alla volta esse
fermentarono nella sua mente fino ad esplodere nella celebre visione del 1619.
Come s'è detto, Cartesio in un primo tempo effettuò l’applicazione del metodo
matematico alle scienze sperimentali e poi, in un secondo tempo, alla
filosofia. Dopo una decina d'anni di ricerche ininterrotte un nuovo sistema
cominciò a delinearsi con chiarezza nella sua mente, un sistema che si
distingueva nettamente sia da quello di Platone come da quello di Aristotele e
degli Scolastici. Nel 1628 Cartesio si sentiva ormai così sicuro di sé che non
esitò a prendere parte ad una discussione pub- blica, tenuta a Parigi alla
presenza del nunzio pontificio, il cardinale Berulle, e di padre Mersenne, con
alcuni dei massimi filosofi e scienziati del tempo. Con le sue istanze di
chiarezza, rigorosità e precisione in materia di metodo, Cartesio impressionò
profondamente il Berulle, il quale lo invitò a mettere per iscritto le sue
teorie per controbattere gli argomenti degli scettici e degli atei. Cartesio
aveva portato a compimento una vasta opera di fisica e di filosofia, intitolata
/l Mondo, ma la notizia della condanna di Galileo lo indusse a non procedere
alla sua pubblicazione. Da essa stralciò tre trattati (Diottrica, Meteore e
Geo- metria), ai quali appose come introduzione il Discorso sul metodo, e li
consegnò alle stampe nel 1637. Il piano di quest’ultima opera era già stato
definito l’anno precedente. Nel marzo del 1636 Cartesio ne aveva dato
l'annuncio all'amico Mer- senne con queste parole: « L’opera comprenderà
quattro trattati, tutti in francese, e il titolo generale sarà: Progetto di una
scienza universale che 365 La connessione tra le scienze Primato epistemologico
delle discipline matematiche Metodo matematico dalle scienze sperimentali
applicato alla filosofia La chiarezza cartesiana a servizio del dibattito
teologico Il ‘‘Discorso’’ come proposta e come pratica Divisione dell’opera in
sei parti possa elevare la nostra natura al più alto grado di perfezione. Più
la Diot- trica, le Meteore e la Geometria: in cui le più curiose materie,
scelte per prova della Scienza universale proposta dall’Autore, sono spiegate
in modo che possano essere intese anche da coloro che non le hanno mai studiate
». Seguiva un sommario delle materie studiate nei tre saggi. Quando Cartesio
così scriveva a Mersenne, non aveva ancora steso tale parte preliminare. La
compose invece alcuni mesi dopo, nello stesso anno, in autunno, secondo
l'attestazione ch'egli ci fornisce alla fine della III Parte del Discorso. 'In
una sua lettera al padre Vatier confessa ch'egli finì di scrivere il Discorso
mentre, essendo già composto tutto il resto, il libraio pressava perché gli
mandasse quella parte. La quale, è da sup- porre, soltanto allora venne fuori
col titolo, che poi mantenne, di Discorso sul metodo. Intanto, quando nel marzo
del 1637 Mersenne ricevette il pacchetto delle bozze del volume completo,
dovette meravigliarsi di non trovare il preannunciato « quarto trattato », ma
semplicemente un « discorso » e ne scrisse a Cartesio, il quale così gli
rispose: « Non capisco bene ciò che voi obiettate riguardo al titolo: io non ho
messo Trattato, ma Discorso, ch'è come dire Prefazione o Avvertenza, e ciò
perché fosse chiaro ch'io del metodo non pretendo di offrire una trattazione da
insegnare agli altri ma soltanto di parlarne (come di esperienza personale):
perché, come si vede anche da ciò che vi ho detto, esso consiste più nella
pratica che nella teoria, e vi ho inserito qualcosa di metafisica, di fisica e
di medicina per mostrare che tal metodo si estende a ogni sorta di materie ».
Ottenuta l'autorizzazione del re per il libraio, il volume poté finalmente
uscire recando nel frontespizio la dicitura stabilita: « Discours de la Méthode
pour bien conduire la raison, et chercher la vérité dans les sciences ». 2.
Divisione e sintesi dell’opera In apertura del Discorso Cartesio stesso
fornisce al lettore una lucida divisione dell'opera. Essa consta di sei parti
le quali trattano nell'ordine: I. L'esperienza scolastica di Cartesio e il suo
giudizio sulle varie di- scipline studiate al collegio dei gesuiti. II. Le
principali regole del metodo. III. I principi fondamentali della morale. IV. II
dubbio metodico e i fondamenti della metafisica, Dio e l’anima umana. V. Il
corpo umano, spiegazione del movimento del cuore, la differenza che passa fra
l’anima umana e quella delle bestie. VI. Considerazioni sul progresso delle
scienze e motivazioni per la pubblicazione dell’opera in lingua francese
anziché in latino. Gli uomini, che pure sono tutti eguali in fatto di
intelligenza (che Car- tesio chiama « buon senso » o « ragione »), ottengono
tuttavia risultati diversi a seconda del metodo adoperato. Di qui l’importanza
capitale del metodo. Ma i metodi finora usati non sono affatto buoni; per
questo i ri- sultati conseguiti sono stati quasi sempre meschini. Cartesio
informa il lettore di avere scoperto un metodo particolarmente efficace e
perciò ha deciso di renderlo pubblico, non con lo scopo di insegnare a tutti
come devono condurre la propria ragione ma soltanto per mostrare agli altri
come egli abbia condotta la sua (pp. 7-10). 2. La storia della propria educazione
e l'utilità dello studio delle materie sco- lastiche (pp. 10-20) Cartesio
racconta che aveva iniziato gli studi dai gesuiti con la per- suasione che per
mezzo delle varie discipline scolastiche avrebbe potuto acquistare una
cognizione chiara e sicura di tutto ciò che è utile alla vita. Ma dopo alcuni
anni di studio si accorse che sebbene l'istruzione scola- stica gli avesse
insegnato molte cose utili ed interessanti, perché tutte le discipline (storia,
poesia, retorica, filosofia, teologia, ecc.) gli avevano fatto apprendere
qualche cosa, non aveva tratto altro profitto... se non quello di aver scoperto
sempre più la sua ignoranza (p. 10). Infatti nessuna disciplina è capace di
insegnare tutto quello che è utile alla vita. Non la storia che ci dà del
passato notizie sempre impre- cise e talora false e ci lascia completamente
ignoranti della situazione presente e futura. Non la retorica e l’arte poetica,
che sono del tutto su- perflue dato che la stessa cosa si può benissimo dire
senza retorica e senza arte poetica. Non le matematiche, perché « non vedevo
ancora il loro vero uso » (p. 16) sebbene lo dilettassero per la certezza ed
evidenza delle loro ragioni. Non l'etica naturale degli antichi, perché «
fabbricata sulla sabbia e sul fango » (p. 17). Non la teologia, perché non è
necessaria per andare in cielo: « la via di esso non è meno aperta ai più
ignoranti che ai più dotti» (p. 18) e non riesce a dissipare il velo del
mistero. Non la filosofia, perché fino ad oggi non è riuscita a dirci niente di
indiscu- tibilmente vero. Non le altre discipline, perché « siccome esse
prendono i loro principi dalla filosofia, giudicavo che non si poteva aver
fabbricato nulla di solido su basi così poco ferme » (p. 20). 3. Lo studio del
mondo attraverso i viaggi (pp. 20-22) Per queste ragioni non appena l’età gli
permise di uscire dalla sog- gezione dei suoi genitori, Cartesio abbandonò
interamente lo studio delle lettere e si mise a viaggiare con lo scopo di
imparare dal libro della na- tura quello che non aveva imparato sui libri di
carta. Però, viaggiando trasse l'impressione che, per quanto riguarda la
morale, le cose stessero come in filosofia: considerando «i costumi degli altri
uomini [...] vi notavo quasi tanta diversità quanta ne avevo rilevata prima tra
le opi- 367 . Esigenza del metodo per il conseguimento del fine Studio e
consapevolezza della propria ignoranza Nessuna disciplina insegna tutto ciò che
è utile alla vita Lo studio di se stesso riesce meglio che non attraverso
viaggi e libri Un solo autore costruisce meglio Necessità della revisione della
propria mente e della propria cultura nioni dei filosofi » (p. 22). Così «
imparavo a non credere troppo ferny mente a ciò di cui non ero persuaso che a
cagione dell'esempio e del. l'usanza; e così mi liberavo a poco a poco da molti
errori che possono offuscare la nostra luce naturale e renderci incapaci di
intendere la ra- gione » {(p. 22). 4. Lo studio di se stesso « Dopo che ebbi impiegato alcuni anni a
studiare così nel libro del mondo e a procurare d’acquistare un po’ di
esperienza io presi un giorno la risoluzione di studiare anche me stesso, e di
impiegare tutte le forze della mia mente a scegliere le vie che dovevo seguire.
Il che mi riuscì assai meglio, mi sembra, che se non mi fossi mai allontanato
né dal mio paese né dai miei libri » . Terminati gli studi al « La Flèche » (il
collegio dei gesuiti), Cartesio si era arruolato nell’esercito degli Imperiali.
Questo tuttavia non gli impediva di continuare ad occuparsi di filosofia. In
particolare, durante la sosta forzata che l'inverno imponeva alle azioni
militari in quei tempi, aveva tutto l’agio di dedicarsi alla riflessione
filosofica, trascorrendo il tempo accanto ad una stufa, immerso nei suoi
pensieri. 2. Prima considerazione Le opere composte di molti pezzi e fatte da
molti maestri sono spesso più imperfette di quelle cui ha lavorato uno solo.
Così si vede che gli edifici che un architetto ha iniziato e compiuto da solo
sogliono essere più belli di quelli che molti hanno cercato di riadattare,
servendosi di vecchie muraglie, che erano state costruite per altri fini.
Altrettanto si può dire delle scienze e della politica. La ragione per cui c'è
tanta im- perfezione nelle scienze e nelle costituzioni è che esse :sono il
prodotto di molte mani diverse (pp. 25-27). 3. Seconda considerazione È vero
che non si buttano giù tutte le case di una città, allo scopo di rifarle in un
altro modo e di rendere le vie più belle; ma si vede che molti demoliscono le
proprie case per ricostruirle, e che anzi talvolta vi sono costretti, quando
esse sono in pericolo di cadere da sé, e le loro fonda- menta non sono ben
ferme. Da questo esempio Cartesio trae la conclusione che sarebbe stato
completamente inverosimile proporsi di riformare tutto il corpo delle scienze e
l'ordine stabilito nelle scuole per inse- gnarle; tuttavia avrebbe potuto
riformare la sua mente e la sua culturà, togliendo via tutte le opinioni
raccolte nel passato, per rimetterne in seguito delle altre migliori o anche le
medesime, quando le avesse ag- giustate al livello della ragione {pp. 27-29).
368 4. Ammonimento Cartesio avverte il lettore che non intende consigliare a
nessuno il suo esempio. Infatti ci sono due specie di ingegni ai quali non
conviene affatto seguirlo: quelli che quando si sono presi una volta la libertà
di dubitare dei principi che hanno ricevuto e di allontanarsi dal cammino
comune non potrebbero mai tenere il sentiero che bisogna prendere per andare
più diritti e resterebbero sviati per tutta la loro vita; e quelli che, essendo
meno capaci di altri di distinguere il vero dal falso, hanno sufficiente
modestia per mettersi alla scuola di altri. 5. Decisione di procedere alla
ricerca di un nuovo metodo, essendo la logica e la matematica metodi
insufficienti — Lalogica serve solo a spiegare ad altri quello che già sanno. —
La matematica è troppo complicata. In entrambi i casi si tratta di discipline
che si riferiscono a materie astrattissime appesantite da una montagna di
regole che ne hanno fatta « un'arte confusa e oscura che imbarazza la mente, invece,
che una scien- za che la coltivi ». 6. Le regole del nuovo metodo (pp. 35-36)
Così finalmente Cartesio si decide a cercare un nuovo metodo, sem- plice,
facile, basato su pochissime regole. E trova finalmente un metodo che consta
solo di quattro regole. Ecco le quattro famose regole: a) Non accogliere mai
nulla di vero, che non si conosca evidentemen- te come tale: « Non comprendere
nei miei giudizi niente di più di quello che si presentasse così chiaramente e
distintamente alla mia mente che io non avessi alcuna possibilità di metterlo
in dubbio ». In questa regola Cartesio indica il criterio di verità che egli
intende adottare: è il famoso criterio della chiarezza e distinzione. Nei
Principia philosophiae esso viene così precisato: chiamo chiara un'idea che è
presente e manifesta a uno spirito attento: come quando diciamo di vedere
chiaramente gli oggetti, allorché essendo presenti agiscono assai fortemente
sui nostri occhi disposti a guardarli. E distinta, quella che è talmente
precisa e diffe- rente da tutte le altre, che non comprende in sé che ciò che
sembra ma- nifestamente a chi la considera come conviene (Princ. phil. 1, n.
45). b) Dividere ciascuna difficoltà che si incontra in tante parti quante è
possibile... per meglio risolvere le difficoltà stesse. c) Condurre con ordine
i propri pensieri, cominciando dagli oggetti più semplici per salire a poco a
poco, come per gradi, sino alla cono- scenza dei più composti. d) Far
dappertutto delle enumerazioni così complete e delle rassegne così generali, da
non omettere nulla. 7. Fecondità del nuovo metodo (pp. 37-38) Col nuovo metodo
si possono conoscere tutte le cose, purché soltanto ci si astenga
dall'accoglierne alcuna per vera che non lo sia e si serbi sempre l'ordine che
occorre per dedurre le une dalle altre. 369 Cartesio denunzia i rischi della
sua scelta critica Le regole del nuovo metodo: — chiarezza e distinzione —
divisione delle difficoltà — ordine nel pensieri — completezza delle
enumerazioni 8. Applicazione del nuovo metodo alla matematica Cartesio fa la
prima applicazione del nuovo metodo alla matematica per due ragioni. Anzitutto
perché era necessario partire dalle verità più semplici e più facili. E poi
perché tra tutti gli scienziati solo i matematici erano riusciti fino ad allora
a trovare delle dimostrazioni convincenti, « cioè delle ragioni certe ed
evidenti ». 9. ‘Primi risultati Esiti positivi del ‘L'esatta osservanza di
questi pochi precetti che Cartesio aveva scelto, nuovo metodo gli procurò tale
facilità di risolvere tutti i problemi a cui si estendono quelle due scienze
(algebra e geometria), che nei due o tre mesi che impiegò ad esaminarli, non
soltanto venne a capo di molti di essi, che altra volta aveva giudicato
difficilissimi, ma gli parve anche, verso la fine, che poteva determinare in
quelli stessi che ignorava, con quali mezzi e fin dove fosse possibile
risolverli (p. 39). 10. Applicazione del nuovo metodo alla filosofia Cartesio
allora si propone di applicare lo stesso metodo anche alle altre scienze. «Ma
avendo notato che i loro principi dovevano essere at- tinti dalla filosofia,
nella quale non ne trovavo ancora di certi, pensai che bisognava prima di tutto
che io cercassi di stabilirvene LE MASSIME DELLA MORALE PROVVISORIA E
L'ESERCIZIO DEL METODO 1. Necessità di una morale provvisoria Necessita una
Come uno che, dovendo ricostruire in modo diverso la casa dove abi- morale
provvisoria: ta, si provvede di un'altra casa dove abiterà mentre si lavora
alla nuova, — diversità di così occorre al filosofo trovarsi una morale provvisoria
con cui regolarsi comportamento circa fino alla scoperta della vera. Infatti
non è possibile comportarsi verso le È opimiani porca azioni allo stesso modo
come ci si comporta verso le opinioni. Si possono REAZIONE sospendere le
opinioni, ma non si può essere irresoluti nelle azioni. « E così, giacché
spesso le azioni della vita non tollerano nessuna dilazione, è x una verità
certissima che, quando non è in nostro potere discernere le opinioni più vere,
dobbiamo seguire le più probabili » (p. 49). ! Delle quattro regole: la prima
fissa il criterio di verità. Le altre si riferi- scono al metodo, i cui momenti
principali sono due: l’analisi {seconda regola); la sintesi (quarta regola). i
L'originalità di Cartesio sta nella sua preoccupazione di dare ampio svi- luppo
al primo momento, quello dell'analisi, in modo da preparare alla sin- tesi un
terreno solido. Al momento dell’analisi appartiene la critica laboriosa di
tutte le opinioni incerte, accettate dalla tradizione e dall'ambiente e la di-
mostrazione di come si arriva ai primi principi e alle definizioni (Cartesio
rimanda questa dimostrazione alle Meditazioni). Per Cartesio l'unica intuizione
che ha valore è quella intellettuale; l’in- tuizione sensitiva è fonte di
innumerevoli errori e perciò va scartata. 370 2. | principi della morale
provvisoria Primo. Obbedire alle leggi e ai costumi del proprio paese,
praticando la religione nella quale si è stati istruiti sin dall'infanzia, e
regolarsi in ogni cosa secondo le opinioni più moderate. A giustificazione di
questo principio Cartesio adduce la seguente ragione: « cominciando da allora a
non contare per nulla le mie proprie perché volevo sottoporle tutte all'esame,
ero sicuro di non poter far meglio che seguire quelle dei più assennati ». Egli
sottolinea peraltro il carattere provvisorio di tale accet- tazione: « Fra
parecchie opinioni ugualmente ammesse, io non sceglievo che le più moderate, e
anche queste solo in modo provvisorio, e avrei pensato di commettere un grande
delitto contro il buon senso, se, per il fatto che approvavo allora qualche
cosa, mi fossi obbligato di prenderla per buona, anche dopo che avesse forse
cessato di esserlo o che io avessi cercato di stimarla come tale » (p. 48).
Secondo. Essere fermo e risoluto nelle azioni e opinioni a cui si fosse
determinato. « Imitando in ciò il viaggiatore che trovandosi smarrito in
qualche foresta non deve errare girando da una parte e dall'altra e ancora meno
fermarsi in qualche posto, ma camminare sempre quanto più diritto è possibile
in una sola direzione [...] almeno si arriverà così in qualche parte » (p. 49).
: Terzo. Sforzarsi sempre di vincere se stesso piuttosto che la fortuna, e di
cambiare i propri desideri piuttosto che l'ordine del mondo; e gene- ralmente
di abituarsi a :credere che non c'è nulla che sia interamente nostro tranne i
nostri pensieri e perciò non bisogna affannarsi troppo per le cose esterne. Né
questo riesce difficile se noi « consideriamo tutti i beni che sono fuori di
noi come ugualmente lontani dal nostro potere ». Allora « non avremmo maggior
rammarico di mancare di quelli che sembrano esser dovuti alla nostra nascita,
allorché ne saremo privati senza colpa, di quel che ne abbiamo per non
possedere i regni della Cina e del Messico ». « Ma confesso che c’è bisogno di
un lungo esercizio e d'una meditazione spesso reiterata per abituarsi a
guardare da questo punto di vista tutte le cose » (pp. 49-50). 3. Rassegna
delle varie azioni per scegliere la migliore Cartesio trova che la cosa
migliore è « impiegare tutta la vita a coltivare la ragione e progredire quanto
più è possibile nella conoscenza della verità ». Questa è la migliore
occupazione per due ragioni: a) Perché la vita intellettuale è piena di
soddisfazioni. « Avevo provato così elevate soddi- sfazioni da quando avevo
cominciato a servirmi di questo metodo che non credevo se ne potesse ricevere
delle più dolci e delle più innocenti in questa vita » (p. 51). 9) Perché
progredendo nella conoscenza si progre- disce nelle virtù, « infatti, siccome
la nostra volontà non si determina a seguire né a fuggire alcuna cosa se non
secondo il nostro intelletto gliela rappresenta buona o cattiva, basta ben
giudicare per ben fare e giudicare meglio perché si possa fare anche tutto il
proprio meglio » (p. 52). 4. Esercizio del metodo viaggiando e studiando Dopo
essersi così rassicurato di queste massime e di averle messe da parte insieme
alle verità della fede, Cartesio giudica che, per tutto il 371 — obbedienza
alle leggi e ai costumi del proprio paese — scelta delle opinioni moderate — risolutezza
nelle azioni e nelle opinioni determinate — vincere se stessi piuttosto che
l’ordine del mondo — valore della vita intellettuale Distruggere per arrivare
alla verità; conservare ciò che può dare cognizioni certe Il dubbio metodico
come sospensione della conoscenza umana in generale resto delle sue opinioni,
poteva liberamente cominciare a disfarsene. E poiché sperava di poter venire
meglio a capo conversando con gli uo- mini... si rimise a viaggiare. Intanto,
mette in pratica il nuovo metodo, guidato da due norme: a) non distruggere per
distruggere (come gli scet- tici), ma per arrivare alla verità; b) non
distruggere tutto, ma conservare quello che può servire per arrivare a
cognizioni certe. Dopo nove anni di viaggi, per applicare il nuovo metodo alla
filosofia si ritira nella solitudine in Olanda.? Il dubbio metodico Per uscire
dall’incertezza in cui era stato gettato dalla diversità delle opinioni e
costumi, Cartesio decide di rigettare come assolutamente falso tutto quello in
cui potesse immaginare il minimo dubbio, allo scopo di vedere se gli restasse
dopo ciò qualche cosa che fosse interamente indubitabile. Così decide di
scartare: tutta la conoscenza sensitiva, « siccome i no- stri sensi qualche
volta ci ingannano »; tutta la conoscenza razionale, « poi- ché ci sono uomini
che si ingannano ragionando »; tutta la conoscenza umana in generale: «
considerando che tutti i medesimi pensieri che ab- biamo da svegli ci possono
venire anche quando dormiamo, senza che ve ne sia allora alcuno che sia vero,
risolvetti di fingere che tutte le cose che mi erano mai entrate nella mente
non fossero più vere delle illusioni dei miei sogni » (pp. 60-61).3 ? a) Morale
provvisoria e morale definitiva - La morale definitiva, che Cartesio esporrà
più tardi nel libro Les passions de l’àme è in sostanza iden- tica alla morale
provvisoria. L'una e l'altra sono di marca stoica. Unica diffe- renza: la prima
legge della morale definitiva non è di obbedire alle leggi e costumi del
proprio paese, ma di obbedire alla ragione e adoperarla costan- temente per
scoprire quel che è doveroso fare. Inoltre nella morale defini- tiva è aggiunta
qualche precisazione alla terza legge con l'intento di indi- care quello che è
necessario fare per vincere se stessi (e le proprie passioni) e rendersi
completamente indipendenti dal mondo. Per raggiungere un com- pleto dominio
sulle cose e su se stessi (cioè sulle passioni) serve molto medi- tare su due
verità fondamentali: presenza e provvidenza di Dio e immortalità dell'anima.
Facendo questo si può raggiungere il fine ultimo, la contempla- zione di Dio.
b) Errore e male - Cartesio riduce la questione del male a quella dell'er-
rore. Il male consiste nell'errore. Egli però risolve il problema dell'errore.
adoperando i principi tomistici per la risoluzione del problema del male. Così
l'errore come il male è una « carentia perfectionis debitae » (responsa- bile
di tale carenza non è Dio, ma l'uomo). L'errore però non è causato dal-
l'intelletto, ma dalla volontà. Infatti per Cartesio affermare, dubitare,
negare non sono atti della ragione, ma della volontà. In definitiva l'errore è
dovuto a un cattivo uso del libero arbitrio... :(cfr. E. GIiLson, La doctrine
cartésienne de la liberté et la théologie, pp. 211-235). ? Il dubbio metodico -
Il dubbio metodico di Cartesio non è un dubbio universale, ma è un dubbio
parziale. Non è un dubbio universale anzitutto perché un dubbio universale non
è possibile; di fatto poi risulta chiaro che 372 2. La prima verità
indubitabile: il « cogito ergo sum » Ma, mentre cercava di dubitare di tutto,
Cartesio s'accorge di una verità: « mentre in tal modo volevo pensare che fosse
tuito falso, biso- gnava necessariamente che io che lo pensavo fossi qualche
cosa. E no- tando che questa verità: IO PENSO DUNQUE SONO era così ferma e così
sicura che tutte le più stravaganti supposizioni degli scettici non erano
capaci di scuoterla, giudicai che potevo riceverla senza scrupolo come il
principio della filosofia che io cercavo » (pp. 60-63).* Cartesio non intende
adottare il dubbio universale. Nella parte terza ha detto che applicando il
metodo del dubbio non bisogna scartare tutto e che esa- minando criticamente le
proposizioni che costituivano il sapere del suo tempo, « non ne incontrava
alcuna sì dubbia che non ne traesse sempre qualche con- clusione abbastanza
certa, non fosse altro che questa: che non conteneva nulla di certo » (p. 54).
Cartesio quindi non intendeva dubitare di tutto, ma solo tentare di dubitare
quanto più fosse possibile per potere con più sicurezza raggiungere la verità.
Così inteso il dubbio è legittimo. Si tratta infatti solo di una sospensione
prov- visoria della nostra conoscenza ordinaria per arrivare ad una
giustificazione critica della medesima; non è perciò negazione, svuotamento,
annullamento del pensiero, ma solo sospensione dell’assenso. « Ciò che Cartesio
già sa, ciò che forma il suo patrimonio mentale, ricco o povero che sia, è
l'immediato, dal quale egli parte, come ogni uomo, ogni filosofo, parte dal
suo. Egli è filosofo precisamente in quanto si propone di rivederlo
criticamente, di discuterlo, di fondarlo, di meditarlo. L'atteggiamento
implicito nel dubbio cartesiano, visto nelle sue giuste dimensioni, non
esagerato, non fatto slittare sul viscido di qualche espressione del testo, è
l'atteggiamento filosofico come tale: non SA cata del pensatore 'di La Haye »
(G. BoNTADINI, Discorso sul me- todo, p V Nelle Meditazioni la fondazione del
dubbio metodico prenderà molto più rilievo: essa occupa tutta la prima
Meditazione. Anche la formulazione verrà radicalizzata per mezzo del genio
maligno. Nelle Meditazioni il dubbio meto- dico rischia di diventare dubbio
scettico. Sulla validità di un dubbio metodico spinto fino a questi punti
l'ermeneutica cartesiana è discorde, Comunque se si può riportarla alla
interpretazione che abbiamo data alla formulazione del Discorso sul metodo noi
riteniamo che sia un procedimento valido. Se, invece, il dubbio diventa un
autentico dubbio positivo (e non sem- plice negativo) universale, esso porta
necessariamente allo scetticismo, e costituisce quindi un procedimento
invalido. ‘ Significato del cocito — A proposito del Cogito è necessario notare
che non si tratta di una dimostrazione ma di una intuizione. Il dunque (ergo)
non ha valore di conseguenza, ma è semplicemente pleonastico. Se il Cogito
fosse la conclusione di una dimostrazione, ossia un entinema, allora sarebbe
neces- sario sottintendere una premessa universale (per esempio: dovunque c'è
co- noscenza c’è esistenza) e non sarebbe quindi più possibile considerare il
Cogito come la prima verità metafisica. Quanto all'esistenza provata dal Cogito
non si può trattare che del. l'esistenza del pensiero, della realtà pensante
(res cogitans) non già della realtà distinta dal pensiero. Così per la sostanza
intuita nel Cogito, si deve dire che essa non è altro che il pensiero stesso e
non già qualche cosa di di- stinto dal pensiero e soggiacente ad esso. Dicendo
del pensiero che esso è una sostanza Cartesio viene ad affermare che il
pensiero è qualche cosa che sta da sé, indipendentemente dalla realtà corporea.
Infatti questo « star da sé » è la sostanzialità. Ecco il motivo della
sostituzione alle espressioni « cogito » e « cogitatio » di queste altre: «
Sub- stantia cogitans» o «res cogitans» («res cogitans» che è contrapposta alla
« res extensa » 0 sostanza corporea). Non solo l'esistenza provata dal Cogito
riguarda soltanto il pensiero ma ha anche carattere momentaneo, contingente,
riguarda l’hic et nunc. Nulla è provato della sua esistenza nel passato e nel
futuro. ‘Perciò il Cogito è un cri- terio universale di verità solo in un senso
molto ristretto. Anzi più che criterio 373 Prima verità indubitabile: dal
dubbio all'evidenza del pensare e dell’esistere Esame della natura del ‘‘sum’’
(l’esistenza) Chiarezza e distinzione come criterio di verità 3. L'essenza
dell'uomo consiste nel pensiero Dal Cogito Cartesio passa a considerare la
natura del « sum » (= l'esi- stenza) che vi aveva intuito e osserva che poteva
fingere di non aver alcun corpo..., ma che non per questo poteva fingere di non
esistere e che, al contrario, dal fatto stesso che pensava a dubitare della
verità delle al- tre cose, seguiva evidentissimamente e certissimamente che
egli era: laddove se appena avesse cessato di pensare, ancorché tutto il resto
di ciò che aveva immaginato fosse stato vero, non avrebbe mai avuto nes- suna
ragione di credere che esisteva; conobbe da ciò che era una sostanza della
quale tutta la essenza o la natura non è che di pensare e che, per, non ha
bisogno di alcun luogo e non dipende da alcuna cosa materiale. « Di modo che
questo io, vale a dire l’anima, per la quale io sono ciò che sono, è
interamente distinta dal corpo ed anzi è più facile a conoscere di questo e
dato pure che questo non fosse non cesserebbe di essere tutto quello che è»
(pp. 63-64)5 4. Il criterio di verità: chiarezza e distinzione Conseguiti
questi risultati sensazionali, Cartesio passa a considerare che cosa è
necessario ad una proposizione per essere vera e certa; perché dal momento che
ne aveva trovata una che sapeva essere tale, pensava che doveva altresì sapere
in che cosa consisteva questa chiarezza. Edavendo notato che non vi è niente in
questo « 10 PENSO DUNQUE SONO » che ci assicuri di dire la verità se non il
fatto di vedere chiarissimamente che per pensare bisogna essere, ritenne di
poter prendere per regola generale che le cose che noi concepiamo ben
chiaramente e ben distin- di verità esso è una illustrazione del criterio di
verità. Infatti per Cartesio il criterio di verità è la chiarezza e distinzione.
Come esemplificazione, il Cogito ha valore, ma non un valore così esclusivo
come credeva Cartesio. Ci sono molti altri principi (per esempio, il principio
di non-contraddizione) in cui la verità risplende immediatamente e possono
essere presi come illustrazione del criterio di verità. Spesso si paragona il
Cogito di Cartesio al si fallor di S. Agostino. Tanto Cartesio come S. Agostino
hanno fatto uso del dubbio metodico, ma in modo diverso e per questo il Cogito
ha una portata diversa del si fallor. Il si fallor mira soprattutto al
superamento dello scetticismo e per S. Agostino, esso non costituisce la prima
e unica certezza. Il Cogito non mira tanto al supera- mento dello scetticismo
quanto al fondamento della verità e costituisce la pri- ma certezza metafisica.
5 Dualismo di spirito e materia, anima e corpo - Questa distinzione è il ri-
sultato di un paralogismo. Cartesio commette un passaggio illecito quando dal
fatto che l'anima può essere conosciuta senza che sia richiesta la conoscen- za
del corpo conclude che essa esiste senza che sia richiesta l’esistenza del
corpo. Dalla constatazione che l’anima è distinta dal corpo è illecito
concludere che essa è un ente diverso dal corpo e capace di esistere senza di
esso. Cartesio « ha fuso e confuso il fatto gnoseologico col fatto ontologico,
ha modificato il cogito nella res cogitans, ha sostituito alla proposizione
vera « io sono nell'atto della mia coscienza » la proposizione non vera « io
sono l’atto della mia co- scienza » (F. MEI, La filosofia del concreto,
Marzorati, Milano, p. 48). Cartesio eviterà di ripetere questo paralogismo
nelle Meditazioni, dove svolge una trat- tazione a parte per provare la teoria
del dualismo tra spirito e materia. Ad ogni modo, il dualismo tra spirito e
materia, anima e corpo è insostenibile non solo dal punto di vista ontologico
(anima e corpo formano una unità sostanziale), ma anche dal punto Si vista’
psicologico, perché l'anima non conosce direttamente se stessa senza l'uso del
corpo. 374 tamente sono vere, ma che vi è soltanto qualche difficoltà nel ben
discer- nere quali siano quelle che concepiamo distintamente (pp. 65-68)$ 5.
Dimostrazione dell’esistenza di Dio Trovato il principio fondamentale della
metafisica e il supremo criterio di verità, Cartesio passa a dimostrare
l’esistenza di Dio, e la prova in quattro modi: a) Dal fatto che abbiamo l'idea
di perfetto e non possiamo essere noi la causa di tale idea — « Riflettendo sul
fatto che io dubitavo e che per conseguenza il mio essere non era tutto
perfetto, perché vedevo chiara- mente che era una più gran perfezione conoscere
che dubitare, mi proposi di cercare donde avessi imparato a pensare qualche
cosa di più perfetto che io non fossi, e conobbi con evidenza che doveva essere
da qualche natura che fosse in realtà più perfetta [...j poiché non vi è meno
ripu- gnanza che il più perfetto sia una conseguenza e una dipendenza del meno
perfetto di quel che dal nulla proceda qualche cosa [...] di ma- niera che
restava che essa fosse stata messa in me da una natura che fosse veramente più
perfetta di quel che io non fossi e che anzi avesse in sé tutte le perfezioni
delle quali potevo avere qualche idea, vale a dire per spiegarmi in una parola
che fosse Dio » (pp. 68-69). b) Dal fatto che non mi sono dato io stesso la mia
esistenza — Se è vero che io, pur avendo l'idea di perfetto, non sono perfetto,
vuol dire che non mi sono dato l'esistenza da me, perché altrimenti mi sarei
data un'esistenza perfetta; cioè conforme all'idea che posseggo; solo Dio dun-
que, cioè l'essere perfettissimo, può aver creato me avente l'idea di per-
fetto (p. 70). A questo punto Cartesio fa una breve digressione sulla natura
divina: « Di tutte le cose di cui trovavo in me qualche idea (consi- deravo) se
fosse perfezione o no il possederle, e ero sicuro che nessuna di quelle che
denotavano imperfezione era in Lui, ma che tutte le altre vi erano » (p. 71).
c) Dall'idea di perfetto — « Tornando ad esaminare l’idea che avevo di un
essere perfetto, trovavo che l’esistenza vi era compresa allo stesso modo che è
compreso nell’idea di triangolo che i suoi tre angoli sono uguali a due retti,
o in quella di una sfera che tutte le sue parti sono equidistanti dal centro,
ed anche più evidentemente; e che per conse- guenza è altrettanto certo che
Dio, che è questo Essere perfetto, è o esiste, quanto potrebbe esserlo
qualunque dimostrazione di geometria » (p. 72). d) Dalle conseguenze disastrose
che la negazione dell'esistenza di Dio implica, cioè dal fatto che in tal caso
qualsiasi certezza diviene impos- sibile. « Infatti donde si sa che i pensieri
che vengono in sogno sono più falsi degli altri, visto che spesso non sono meno
vivi e precisi? E anche se i migliori ingegni vi studino quanto più loro
piacerà non credo che pos- sano dare alcuna ragione che sia sufficiente a
togliere questo dubbio, se non presuppongono l’esistenza di Dio. Giacché [...]
anche quella che io testé ho presa come regola, cioè che le cose che noi
concepiamo in modo $ Il criterio di verità proposto da Cartesio suscitò aspre
critiche da parte di molti autori, in particolare da parte di Pascal (che lo
tacciò di raziona- lismo: «ci sono verità che soltanto il cuore può capire ») e
del Vico (che lo accusò di soggettivismo e di superficialità. Al criterio
cartesiano del verum est certum il Vico contrappose il suo verum est factum).
375 Dio causa dell’idea di perfezione Prova ontologica dell’esistenza di Dio
Dio garante della conoscenza Dio garante della verità Dalla metafisica alla
cosmologia chiarissimo e distintissimo sono tutte certe, non è accettata che
dal fatio che Dio è o esiste, che Egli è un Essere perfetto e che tutto ciò che
è in noi viene da lui » {p. 76) . Funzione psicologica dell’esistenza di Dio
Dopo che la conoscenza di Dio e dell'anima l’ha reso certo di questa regola
(chiarezza e distinzione), Cartesio dice di poter accettare con indu- bitabilè
certezza tutte le altre idee che si presentano col carattere della chiarezza e
distinzione, « perché non è possibile che Dio, che è somma- mente perfetto e
verace » ce le abbia messe in mente per ingannarci (pp. 77-78).8 QUINTA PARTE
VERITÀ DI ORDINE FISICO - NATURA DELL'ANIMA UMANA 1. Il corpo degli animali e
dell’uomo Cartesio ora deduce dalle verità metafisiche dimostrate nella quarta
parte (Cogito ergo sum, ed esistenza di Dio) alcune verità circa il mondo,
adoperando sempre il criterio di verità della chiarezza e distinzione ed ? a)
Dimostrazione dell’esistenza di Dio — La più conosciuta delle prove di Cartesio
è la terza, che è spesso chiamata argomento ontologico. Si chiama argomento
ontologico perché parte dal concetto di Dio per provarne l’esi- stenza.
L'argomento ontologico di Cartesio come quello di S. Anselmo (Deus est esse
cuius maius concipi nequit) è ritenuto invalido dalla maggior parte dei
filosofi, perché l'uomo non ha un'idea adeguata del perfetto, ma solo un
concetto negativo, ricavato dalle cose per viam mnegationis et eminentiae.
Cartesio però sosteneva che l’idea di perfetto non è ricavata dalle cose, ma è
un’idea innata, prodotta da Dio nella nostra mente, perciò capace di rappre-
sentare Dio adeguatamente. Le prime due prove sono cogimolo siche, partono cioè
da fatti che noi espe- rimentiamo. La prima è un’esemplificazione della prova
agostiniana delle verità eterne. b) La natura di Dio — Una delle dottrine più
caratteristiche di Cartesio circa la natura divina è quella che riguarda la
volontà di Dio. Secondo Car- tesio in Dio non v'è alcuna distinzione tra
intelletto e volontà, altrimenti la volontà dovrebbe dipendere dall’intelletto
e non sarebbe più libera. La vo- lontà divina invece è assolutamente libera e
tutto quello che essa fa è un pro- dotto della sua libertà. La conseguenza più
grave di questa dottrina è che anche le verità eterne, per esempio, le verità
matematiche, sono creazione della libera volontà di Dio. Esse tuttavia sono
eterne e immutabili perché la volontà di Dio è eterna e immutabile. * Il
circolo vizioso — Cartesio prima dimostra l’esistenza di Dio valendosi della
regola della chiarezza e distinzione; poi dice che il valore di tale regola
dipende da Dio. Chi garantisce la chiarezza e distinzione, cioè la verità del
mio pensiero? L’esistenza di Dio. Ma chi garantisce l’esistenza di Dio? La
chiarezza e distinzione. Si tratta chiaramente di un circolo vizioso. Cartesio
ha certato di difendersi da questa accusa sostenendo che la veracità di Dio è
invocata solo per dare valore alla memoria. Ma non pare che sia una risposta
soddi- sfacente, perché, nella dimostrazione dell’esistenza di Dio, Cartesio
deve ap- poggiarsi su vari principi che sono accettati adoperando il criterio
della chia- rezza e distinzione (cfr. F. CopLESTONn, History of Philosophy, IV,
pp. 105 e ss.; tr. it., Storia della filosofia, 5 voll, Paideia, Brescia). 376
il metodo geometrico. Si tratta però solamente di un riassunto del libro Il
mondo o Trattato sulla luce. Le due dottrine più importanti esposte in quel
libro sono quella della duce e quella della circolazione del sangue. Esse
vengono riportate per esteso nella quinta parte del Discorso sul metodo. Dal
punto di vista filo- sofico la cosa più interessante di questa parte è la
dottrina della na- tura del corpo animale ed umano. Rispetto al corpo Cartesio
afferma che non c'è alcuna differenza tra uomini ed animali: essi sono tutti
degli automi o macchine semoventi. Il movimento è causato dagli spiriti ani-
mali, « che sono come' un vento sottilissimo o piuttosto come una fiamma
purissima e vivissima che, salendo continuamente in grande abbondan- za dal
cuore nel cervello, si reca di lì attraverso i nervi nei muscoli e dà il
movimento a tutte le membra ». Ciò che distingue l’uomo dagli altri animali è
l'anima. Gli animali non hanno l’anima, nessun’anima; l’uomo invece ha un'anima
creata da Dio. In pratica, dato che l’anima è invisibile, l'uomo si distingue
dagli animali per due caratteristiche: il linguaggio e la libertà. 1) Gli
animali mai potrebbero usare parole né altri segni compo- nendoli come facciamo
noi per comunicare agli altri i nostri pensieri (p. 98). 2) Anche se essi
facessero parecchie cose bene o forse anche meglio di alcuni di noi, essi «
sbaglierebbero infallibilmente in certe altre, me- diante le quali si
scoprirebbe che non agiscono iper coscienza, ma solo per disposizione degli
organi » (p. 99). 2. Natura dell'anima Al termine della quinta parte Cartesio
indica brevemente qual è la natura dell'anima. Essa in nessun modo può essere
tratta dalla potenza della materia, così come le altre cose delle quali aveva
parlato, ma essa deve espressamente essere creata; e non basta che sia posta
nel corpo umano come un pilota nella sua nave, se non forse per muovere le sue
membra, ma bisogna che essa sia congiunta ed unita più strettamente con esso
per avere, oltre a ciò, sentimenti ed appetiti simili ai nostri e così comporre
un vero uomo (pp. 101-102)? ? a) L'universo cartesiano — L'universo cartesiano
è costituito da due tipi di realtà profondamente diverse: realtà pensante (res
cogitans), e realtà estesa (res extensa). La realtà pensante costituisce il
mondo spirituale; quella estesa costituisce il mondo fisico. I due mondi si
incontrano nell'uomo, ma senza compenetrarsi: essi si toccano appena nella
glandola pineale. b) La definizione di sostanza — Tanto il mondo fisico come
quello spi- rituale contengono molte sostanze, ma sono tutte imperfette, perché
per esistere dipendono da Dio. L'unica sostanza perfetta è Dio e solo a Lui si
può applicare in modo proprio la definizione che Cartesio dà di sostanza: Res
quae ita existit ut nulla re alia indigeat ad existendum. c) Il mondo fisico —
L'essenza del mondo materiale è l'estensione. Il mo- to dà all’estensione
diverse forme. Così dall’estensione, per mezzo del moto, si ottiene l'origine
di tutte le cose. Delle varie proprietà che noi attribuiamo alle cose solo
quelle primarie (spazio, figura e numero) appartengono effettiva- mente ad
esse; quelle secondarie sono dovute ai sensi. (Esempio di un pezzo di cera
odorosa colorata messa sul fuoco: l'odore se ne va, il colore cambia... Resta
solo qualche cosa che occupa spazio, ha qualche figura ed è capace di essere
divisa) (cfr. /I° Meditazione, in Meditazioni filosofiche, Pa- ravia, Milano,
p. 30). Nel Metodo questa dottrina è appena accennata (vedi Parte V, p. 83).
377 Meccanicismo e animismo | caratteri peculiari dell’uomo: linguaggio e
libertà L’anima espressamente creata e strettamente congiunta al corpo cempone
un vero uomo SESTA PARTE RAGIONI DELLA MANCATA PUBBLICAZIONE DE « J{ Mondo » In
questa parte Cartesio dà le ragioni che lo hanno portato a differire la
pubblicazione de Il Mondo già terminato prima del Discorso. Le ra- gioni
principali sono due: timore che il libro potesse essere condannato dalla
Chiesa; il fatto che l'opera non era molto progredita e poteva dare origine a
molte controversie tra gli scienziati. QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE
I. Di quante parti si compone il Discorso sul metodo? 2. Cosa intende Cartesio
per « buon senso »? 3. Che giudizio dà Cartesio della storia e della teologia?
4. Quali sono le quattro regole del metodo cartesiano? 5. Confronta il metodo
di Cartesio con quelli di Aristotele, Galilei, Bacone e Hegel. Quali sono le
somiglianze e le differenze? 6. Cosa intende Cartesio per « chiarezza e
distinzione »? 7. Il criterio delle idee chiare e distinte che valore ha? 8.
Cosa si intende per dubbio metodico? 9. Che differenza passa tra il dubbio
metodico e il dubbio scettico? 10. Che cosa sono le idee innate? Quali sono le
idee innate secondo Carte- sio? Che differenza c’è tra l'innatismo cartesiano e
quello leibniziano? 11. Che funzione svolge il Cogito nel sistema di Cartesio?
12. Qual è la concezione cartesiana dell'uomo? Che rapporti pone Cartesio tra
anima e corpo? Paragona la dottrina di Cartesio cor quelle di Platone, Ari-
stotele, San Tommaso d'Aquino e Spinoza. 13. Quali sono i quattro argomenti con
cui Cartesio prova l'esistenza di Dio? 14. Metti a confronto l'argomento
vniologico di Cartesio con quelli di Sant'Anselmo e Leibniz e con la quarta via
(quella dei gradi di perfezione) di san Tommaso d'Aquino. 15. Quale
considerazione ha Cartesio per îa religione? Pone sullo stesso piano la
religione « filosofica » e le varie religioni positive? 16. Quali sono i
fondamenti della morale cartesiana? 17. Quale è l'essenza del mondo materiale
secondo Cartesio? 18. Tra qualità primarie e secondarie che distinzione pone
Cartesio? 19. Quali sono, a parere di Cartesio, gli elementi che distinguono il
corpo dell'anima da quelio degli animali? 20. Perché si dice che Cartesio è un
razionalista e quali sono i limiti di tale posizione? d) Relazione tra anima e
corpo — L'anima muove il corpo mediante la volontà. Il corpo eccita le sensazioni
dell'anima mediante gli stimoli mec- canici che arrivano al cervello (glandola
pineale). Tuttavia le sensazioni sono atti della sola anima; esse sono innate,
sono prodotte dall'anima stessa in cor- rispondenza a quanto avviene nel corpo.
e) Facoltà dell'anima — Nelle Meditazioni Cartesio ascrive all'anima tre
facoltà: sensazione, immaginazione (fantasia) e ragione. Inoltre divide le idee
in tre classi: avventizie (quelle che dipendono dai sensi}; fattizie (quelle
che dipendono dalla fantasia); innate (quelle che dipendono esclusivamente
dalla ragione). Nei Principi Cartesio ritiene ancora verbalmente le tre facoltà
del. l'anima, ma elimina la classificazione delle idee innate, fattizie e
avventizie, a favore delle sole idee innate. Così però rende inutili anche due
facoltà: la sensazione e l'immaginazione. 378 III. « LA MISSIONE DEL DOTTO »
Fichte (Johann Gottlieb, 1762-1814) 1. Origine e importanza dell’opera La
missione del dotto (Einige Vorlesungen iiber die Bestimmung des Gelehrten),
composto nel 1794, allorché Fichte contava appena 32 anni, è uno dei suoi primi
scritti. Fu preceduto soltanto da Kritik aller Offen- barung (1792), un saggio
che, pubblicato anonimo, in un primo momento era stato attribuito erroneamente
a Kant, ma poi, dopo la smentita e la rettifica di quest’ultimo, aveva fatto
segnalare il nome di Fichte all’at- tenzione del mondo filosofico. La missione
del dotto occupa un posto di capitale importanza non solo nello sviluppo del
pensiero del suo giovane autore, ma.anche nello sviluppo della stessa storia
della filosofia, in quanto segna il distacco di Fichte da Kant, e il
superamento del criticismo in direzione dell’idealismo. A grandi pennellate
Fichte vi traccia tutto il quadro della sua visione idealistica della realtà e
vi enuncia chiaramente tutte le tesi fondamentali del suo idealismo: la
negazione della cosa in sé, l'affermazione del pri- mato assoluto
dell’autocoscienza, la derivazione della realtà materiale dall’Io assoluto come
momento dialettico di quest'ultimo, il ruolo essen- ziale della scienza e della
filosofia nello sviluppo della storia dell'uma- nità, l'impegno etico, politico
e sociale del filosofo. La missione del dotto appartiene ad un gruppo di
scritti abbastanza consistente, in cui Fichte si rivolge ad una vasta cerchia
di lettori, con intento divulgativo. Di qui il suo stile semplice, chiaro,
immediato, fa- cilmente comprensibile anche a studenti di liceo. L'opera
comprende cinque lezioni (Voriesungen) che Fichte tenne agli studenti
dell’Università di Jena, durante l'estate del 1794, ogni domenica mattina dopo
il rito religioso. Gli argomenti trattati nelle cinque lezioni sono i seguenti:
1) la mis- sione dell'uomo in sé; 2) la missione dell'uomo in società; 3) la
distin- zione fra gli stati sociali in società; 4) la missione del dotto; 5)
critica della tesi di Rousseau circa i rapporti tra cultura e moralità. 379
Questa opera segna il distacco di Fichte da Kant Intento divulgativo dell’opera
Senso della struttura dell’opera e il rapporto dotto- società Ciò che è e non è
l’uomo Confutazione dei materialismo trascendentale L’uomo come fine a se
stesso 2. Divisione e sintesi dell’opera PRIMA LEZIONE LA MISSIONE DELL'UOMO IN
SÉ 1. Introduzione Fichte esordisce enunciando il programma delle sue lezioni.
Esso comprende quattro argomenti principali: a) la missione dell'uomo consi-
derato in se stesso; b) la missione dell'uomo in società; c) la missione del.
l'uomo nelle singole classi sociali; d) la missione del dotto. Alla tratta-
zione di questi quattro argomenti sono destinate le prime quattro lezioni. :In
una quinta lezione esaminerà la teoria del Rousseau circa i rapporti tra
cultura e moralità. A giustificazione dell'ordine indicato, che a prima vista
potrebbe sem- brare poco opportuno, dato che l'obiettivo primario del breve
corso di lezioni è illustrare la vocazione e la missione del dotto (ossia del
filosofo), Fichte dice che siccome il dotto è pensabile soltanto in una
società, oc- corre anzitutto chiedersi quale sia la missione dell'uomo nella
società. E poiché a quest'ultima domanda non si può rispondere, se non si cono-
sce qual è la missione dell'uomo in se stesso, è necessario premettere una
lezione sullo studio della missione dell’uomo considerato in se stesso, come
singolo individuo. Nella parte conclusiva dell’introduzione (pp. 76-77), Fichte
mette in risalto l'importanza del suo argomento. Egli afferma che la missione
del- l'uomo in generale è il primo problema della filosofia, e la missione del
dotto « è l’ultimo problema d'ogni ricerca filosofica ». 2. Natura e missione
dell’uomo in se stesso Prima Fichte spiega quello che l’uomo non è, poi quello
che è. L'uomo, il suo principio spirituale, non è causato dal Non-io. Il
materialismo tra- scendentale, che sostiene il contrario, è falso. Il principio
spirituale del- l'uomo è invece causa del Non-io. Però il principio spirituale
dell'uomo (l'Io puro) non può esistere senza essere qualche cosa (un Io
empirico) e l'Io empirico non può essere qualche cosa senza essere determinato
dal Non-io. Conclusione: « Dicendo perciò che si vuol considerare l’uomo in se
stesso e isolato, non si vuol intendere di considerarlo [...] semplicemente
come Io puro, senza rapporto alcuno con nessuna cosa che sia estranea a questo
suo Io puro. S'intenderà soltanto pensarlo fuori di ogni rapporto con esseri
ragionevoli simili a lui » (p. 79). Tuttavia la natura dell'uomo appare ben
diversa a seconda che si consideri come ragione o come qualche cosa. L'uomo in
quanto ragione è fine a se stesso, è indipendente e attivo: è assolutamente, è perché
è. L'uomo in quanto è qualche cosa è passivo (senziente) e dipendente, non è
fine a se stesso ma ha per fine l’Io puro. Rapporti fra ragione e sensi-
bilità: ambedue devono sussistere l'una accanto all'altra. La ragione non
dev'essere annullata dalla sensibilità. Ma a sua volta non deve sopprimere
quest'ultima. 380 Conclusione: « L'uomo deve essere ciò che è soltanto per
questa ra- gione, che egli è. In altri termini tutto ciò che egli è, deve
essere riferito al suo Io puro, al suo semplice essere come Io, o Iità. Tutto
ciò che egli è, dev'esserlo esclusivamente per questo, che egli è un Io; e ciò
che egli non può essere per questa sola ragione, egli non deve assolutamente
essere » (pp. 81-82). 3. La legge morale dell’uomo considerato in se stesso Dato
che il fine dell'Io empirico è l'Io puro, da questo Fichte deriva le regole
della condotta dell'Io empirico. Dalla natura dell'Io puro egli ri- cava la
condotta dell'uomo considerato in se stesso e le seguenti leggi: a) L'uomo deve
essere sempre uno (coerente) con se stesso, perché l'Io puro è perfetta e
assoluta unità. Ossia, l’uomo non deve contraddirsi, non si deve mai lasciar
determinare da qualcosa di estraneo, cioè dalle cose esterne, perché nell’Io
puro non c'è diversità e perciò non può es- sere determinato da alcuna cosa
estranea, ma è sempre uno ed identico con se stesso. In altre parole, che
Fichte riprende da ‘Kant, l’uomo deve essere determinato in quel. modo, nel
quale avrebbe potuto eternamente essere determinato, cioè senza nessun riguardo
per le cose che lo circon- dano nel tempo, perché l'Io puro agisce come se non
ci fosse il Non-io. Quindi, « agisci in modo che tu possa pensare la massima
della tua volontà come legge eterna per te » (p. 83). b) L'uomo deve cercare di
modificare le cose (che nella loro molte- plicità sembrano irriducibili
all'unità e all'identità), e portarle ad accor- aarsi con la forma pura dei suo
Io. Per questo non basta la sua volontà. Ci vuole anche una certa abilità, e
questa si acquista solo con l'esercizio e la cultura. c) L'uomo deve estirpare
le cattive inclinazioni, dovute all’influsso delia natura quando la ragione non
si era ancora destata. Anche per questo non basta la sola volontà e occorre
abilità, e, perciò esercizio e cultura. La cultura « è l’ultimo e più alto
mezzo per il fine ultimo del- l'uomo, ossia, la sua perfetta coerenza con se
medesimo » (p. 86). 4. Il fine ultimo, il sommo bene, ia perfezione Il fine
ultimo dell'uomo, che Kant chiama Sommo Bene, e Fichte preferisce chiamare
perfezione, è « la perfetta coerenza dell’uomo con se stesso, e, appunto perché
egli possa raggiungere questa coerenza, anche la perfetta coerenza di tutte le
cose esterne a lui (con la sua volontà) » (p. 86). Il fine ultimo, considerato
come coerenza dell'uomo con se stesso {della sua volontà con la volontà dell'Io
puro, cioè del suo vero essere), costituisce il bene morale. Il fine ultimo,
considerato come accor- do delle cose fuori di noi con la nostra volontà,
costituisce /a felicità. Però, osserva Fichte, l’ultimo fine è qualcosa di
assolutamente irraggiun- gibile per l'uomo: è un Sommo Bene, una perfezione che
rimarrà eter- namente irraggiungibile. La missione dell'uomo consiste in
questo: avvi- cinarsi all'infinito, al suo uliimo fine, perfezionarsi
all'infinito. « Egli esi- ste per divenire egli stesso sempre moralmente
migliore, e per rendere tutto ciò che trova intorno a. sé riigliore
sensibilmente e anche [...] moral. mente; e in questo modo fare se stesso
sempre più felice. Questa è la missione dell'uomo in quanto lo si consideri
isolato, e cioè senza relazione con nessun essere ragionevole simile a lui »
(p. 88). 381 L’io come dover essere dell’uomo L’uomo non deve contraddire la
sua identità La cultura come mezzo alla perfetta coerenza dell’uomo a se stesso
ll bene morale come perfetta coerenza dell’uomo a se stesso Ls felicità:
accordo delle cose fuori di noi con la volontà La missione dell’uomo:
perfezionarsi sempre più La società: rapporto reciproco tra gli esseri
ragionevoli | due presupposti della società: la presenza di esseri ragionevoli
fuori di noi — la possibilità di distinguerli dagli esseri irragionevoli tra
coscienza interiore e coscienza esteriore Finalità e libertà: criterio di
distinzione degli esseri ragionevoli LEZIONE MISSIONE DELL'UOMO IN SOCIETÀ 1.
Introduzione — La soluzione dei problemi filosofici non può essere basata sul
buon senso come pretendono i filosofi popolari (Nicolai, Mendelsohn, ecc.), ma
su ragionamenti rigorosi. — Scopo della seconda lettura: « stabilire quale sia
la missione del- l'uomo nella società » (p. 95). — Definizione di società: «
Col termine società intendo designare il rapporto reciproco di esseri
ragionevoli tra loro » (p. 96). 2. Esistenza della società Fichte enumera
anzitutto le cose che la società presuppone per poter esistere e poi formula i
problemi riguardo all'esistenza della società, I presupposti della società sono
due: 1) « Che vi siano esseri ragione- voli fuori di noi »; 2) Che « noi li
possiamo distinguere da tutti quegli altri esseri che sono invece irragionevoli
» (p. 96). Perciò due sono i pro- blemi che riguardano la società: 1) Problema
del fondamento razio- nale della credenza nell'esistenza di altri uomini; 2)
Problema del criterio per distinguere gli esseri ragionevoli dagli esseri privi
di ragione. Quindi Fichte passa a risolvere il problema del fondamento razio-
nale della credenza nella esistenza di altri uomini. Scarta anzitutto una
soluzione ch'egli giudica errata, quella fondata sulla esperienza. Secondo
Fichte tale soluzione è errata per due ragioni: 1) anche i solipsisti (gli
egoisti) hanno l’esperienza di altri esseri ragionevoli, ma non credono alla
loro esistenza; 2) l'oggetto dell'esperienza è la rappresentazione, non la cosa
in sé (vedi pp. 96, 97, pagine chiarissime!). Al posto della soluzione fondata
sull'esperienza, Fichte propone una soluzione basata sulla esigenza della
esistenza di altri esseri ragio- nevoli perché l'uomo possa raggiungere il suo
ideale di perfetta coe- renza con se stesso. L'uomo, argomenta Fichte, non può
raggiungere l'ideale della coerenza interiore senza mantenere la coerenza
esteriore. Ma, affinché ci sia perfetta coerenza esteriore, per « ciascun
concetto che si trova nell’fo, deve trovarsi nel Non-io l'oggetto
corrispondente ». Ora « nell'uomo si trova anche il concetto di ragione, e di
un agire, e di un pensare alla ragione conforme ». Perciò per tale concetto è
necessario che nel Non-io si trovi l'oggetto corrispondente, cioè è necessario
che si trovino degli esseri ragionevoli. « Tra le sue esigenze (dell'Io) va anno-
verata anche questa: che si trovino, nella realtà a lui esterna, esseri ra-
gionevoli simili a lui » (p. 100). 3. Il criterio per distinguere gli esseri
ragionevoli dagli esseri privi di ragione. Il criterio è duplice: finalità e
libertà. Quello della finalità, da solo, è insufficiente e va integrato con
quello della libertà. Primo criterio: finalità — « Il primo carattere che
subito ci si presenta per riconoscere la ragionevolezza è quello della finalità
». Infatti, « tutto ciò che porta impresso il carattere della finalità può
avere un autore ra- gionevole » (ib.). Però la finalità è un criterio
insufficiente perché è equi- 382 voco. « L’unificazione del molteplice in un
tutto coerente è certo carattere della finalità ma vi sono parecchie specie di
unificazioni consimili che si lasciano spiegare con semplici leggi naturali
(non certo meccaniche, ma organiche) (pp. 101-102) ». Dove c’è ordine, c'è
finalità. Ma l'ordine può avere cause naturali. Secondo criterio: libertà —
Questo è un criterio sicuro: « qualsiasi unificazione di un molteplice in un
tutto coerente, la quale fosse operata mediante la libertà sarebbe una
caratteristica sicura e non equivoca, che il fenomeno stesso ci offrirebbe
della ragionevolezza » in quanto « la na- tura anche là dove opera secondo
fini, opera però secondo leggi neces- sarie; la ragione invece opera sempre con
libertà » (p. 102). Ma, in pratica, è possibile distinguere se un effetto si
produce per mezzo della necessità o per mezzo della libertà? A questa
difficoltà Fichte risponde che non è possibile avere esperienza della libertà
perché la libertà è presupposta a qualsiasi esperienza. Si può avere esperienza
del- l'assenza di costrizione e « questa non consapevolezza di una cosa esterna
si potrebbe anche chiamare consapevolezza della libertà » (p. 103). Per- tanto,
ogni volta che per una azione io non conosca altra causa, non riesca anzi a
supporne nessuna ali'infuori di una volontà libera, che si decida per motivi
ragionevoli corrispondenti a quelli che hanno guidato la mia volontà libera,
allora :potrò concludere con certezza che si tratta di un'azione prodotta da un
essere ragionevole come me, 4. Società e Stato Secondo Fichte, tra società e
Stato vi è differenza profonda. Lo Stato è qualcosa di contingente e transitorio
mentre la società è qualcosa di necessario e permanente. Quindi «la vita nello
Stato... non può dirsi uno dei fini dell'uomo. Essa è piuttosto un mezzo... per
la fonda- zione di una perfetta società » (pp. 105-106). Quando si arriverà
alla costituzione di una società perfetta allora «saranno divenuti superflui
tutti quei vincoli i quali costituiscono lo Stato » (p. 106). 5. Fine e
missione della società La società è fine a se stessa (p. 107). Però più avanti
(cfr. p. 113), riprendendo lo stesso tema, Fichte dirà che « l’ultimo e più
alto fine della società è la totale unificazione e concordia di tutti i
possibili suci membri ». La missione della società è il perfezionamento della
specie umana per rendere sempre più vicino l'ideale della unificazione. Questo
progressivo perfezionamento è inevitabile. Infatti, « ciascun individuo ha il
suo proprio ideale dell’uomo in genere; tutti questi ideali sono di- versi non
per materia, ma per grado. E ciascun individuo valuta ogni altro, che egli
riconosca conìe uomo, secondo il proprio ideale dell'uomo. Ciascuno desidera in
virtù di quella aspirazione fondamentale di trovare ogni individuo simile al
proprio ideale dell'uomo; lo mette alla prova perciò e lo esperimenta in tutti
i modi. Nel caso poi che lo irovi inferiore a quell’ideale cerca di sollevarlo
alla medesima altezza. in questa iotta tra spirito e spirito vince sempre colui
che è uomo in senso migliore e più elevato » {p-p. 107-108). Con- clusione: «
L'uomo [...] ha la missione di vivere per la società [...]. Questa missione per
la società in generale è [...], tuttavia, in quanto mero im- 383 La ragione
opera secondo libertà Volontà libera: causa dell’azione dell’essere ragionevole
Stato, mezzo per giungere ad una società perfetta Missione della società: perfezionamento
della specie umana Rapporto tra morale sociale e morale individuale
Coordinazione delle volontà Unità perfetta degli uomini come dell’uomo pulso,
subordinata a quella legge più alta della stabile coerenza con noi stessi » (p.
109). 6. La morale sociale fondamentale è la coerenza dell’uomo con se stesso.
Da questa legge su- prema della morale individuale Fichte deduce le seguenti
leggi della morale sociale: a) L'impulso alla socievolezza non deve entrare in
contraddizione con se stesso. Questo accadrebbe se l'uomo trattasse gli esseri
ragione- voli da schiavi. Infatti la ragionevolezza consiste nella relazione
reciproca, e quindi l'impulso alla socievolezza è rivolto alla relazione
reciproca. Ma se ci comportiamo verso gli altri uomini da padroni « mettiamo il
nostro impulso alla socievolezza in contraddizione con se medesimo » (p. 110).
Quindi la nostra condotta non deve mirare alla subordinazione degli altri, ma
alla coordinazione della nostra volontà con quella dei no- stri simili. «
Chiunque si ritiene padrone degli altri uomini è egli stesso uno schiavo » (p.
III). b) Non adoperare mai gli altri esseri ragionevoli come mezzi per i propri
fini. « È lecito all'uomo usare le cose irragionevoli come mezzi per i suoi
fini; ma non gli è lecito agire nello stesso modo con gli esseri ragionevoli »
(p. III). c) Adoperarsi perché tutti gli altri uomini raggiungano l’ideale
della perfezione. 7. Il fine ultimo e la missione dell'uomo nella società Il
fine ultimo dell’uomo in quanto essere socievole è l’unità perfetta’ con gli
altri individui. Però anche questo fine, come anche quello della perfetta
coerenza con se stesso, è irraggiungibile. « Se tutti gli uomini potessero
diventare perfetti e raggiungere così il loro più alto e supremo fine, essi
sarebbero allora totalmente simili l'uno all’altro; formerebbero anzi un solo
essere, un solo soggetto », cesserebbero di essere uomini per essere Dio (p.
113). La missione dell'uomo in società è il progressivo avvicinamento al-
l'ideale dell'unità. Fichte chiama questo indefinitivo avvicinamento uni.
ficazione. 8. L'educazione alla socievolezza Per realizzare la missione
dell’unificazione occorre una duplice abi- lità: abilità nel dare ossia
nell’agire sugli altri in quanto esseri liberi; abilità nel ricevere. LA DISTINZIONE
TRA GLI STATI SOCIALI 1. Introduzione Dopo aver studiato la missione dell’uomo
in se stesso e nella società, Fichte dovrebbe ora passare allo studio della
missione del dotto. Però, 384 poiché il dotto non è solo uno dei membri della
società, ma è altresì un membro di un determinato stato sociale, Fichte deve
premettere allo. studio della missione del dotto, lo studio dell'origine della
diseguaglianza tra gli uomini, che è il presupposto della distinzione tra gli
stati sociali. 2. La diseguaglianza tra gli uomini Nella lezione precedente
Fichte ha mostrato l’esistenza di fatto della molteplicità degli esseri
ragionevoli, ma non la possibilità di tale fatto. Ora, nella terza lezione,
egli mostra che la molteplicità e la diversità degli Io empirici si fonda, in
ultima analisi, sull'influsso che il Non-Io finito esercita sopra gli esseri
ragionevoli finiti: « Il Non-Io, come quel fonda- mento dell'esperienza che è
indipendente da noi, e che può anche chia- marsi natura, è molteplice; nessuna
sua parte è perfettamente simile a nessun'altra [...]. Quelle parti diverse
agiranno perciò sullo spirito umano in modo diversissimo e non potranno mai
sviluppare in egual modo le capacità e le disposizioni. Da questi diversi modi
di agire della natura nascono gli individui, e vien formata quel che in
ciascuno di essi so- gliamo chiamare la loro semplice natura empirica
individuale » (p. 126). Si tratta perciò di una diseguaglianza inevitabile: 1)
perché non dipende dalla nostra volontà essendo causata dal Non-Io; 2) perché
l'ideale della coerenza, il quale, come s'è visto, riporterebbè gli esseri
ragionevoli all'unità, è irraggiungibile. Tuttavia mediante la socievolezza si
deve fare tutto il possibile per ridurre le diseguaglianze ed eliminare le
differenze. « E qui si presenta l'efficacia dell'impulso alla socievolezza, il
quale è diretto al medesimo fine e diventa mezzo per quell’avvicinamento
all'infinito che la legge da noi pretende ». L'impulso alla socievolezza
comprende sia l'impulso alla partecipazione, cioè l'impulso a dare, sia
l'impulso a ricevere (pp. 128-129). Conclusione: « Così, per opera della
ragione e della libertà viene corretto l'errore che la natura ha commesso » (p.
129). « La ragione si tro- va impegnata in una lotta senza tregua con la
natura; né questa guerra potrà mai avere termine, se pure non dovremo diventare
iddii. Tuttavia potrà e dovrà diventare sempre più debole l'influsso della
natura e sem- pre più forte invece quello della ragione » (pp. 130-131). Questa
lotta con- tro la natura fa nascere una nuova solidarietà tra gli uomini e li
stringe assieme come a formare un nuovo corpo (p. 131). 3. La scelta dello
stato [La natura fornisce ogni uomo di particolari impulsi, o attitudini. Si
sceglie uno stato quando si sceglie di sviluppare una certa attitudine. Facendo
questa scelta « io stabilisco una volta per tutte di non tener più conto da
allora in poi di certe opportunità che la natura forse potrebbe fornirmi, e di
applicare invece esclusivamente tutte le forze e le qualità naturali allo
sviluppo di una sola, o magari di parecchie, ma sempre ben determinate attività
» (p. 133). 4. La scelta dello stato non è obbligatoria, ma jibera La scelta
dello stato non è obbligatoria, ma libera perché se fosse ob- bligatoria,
allora dovrebbe essere possibile « dedurre dalla suprema 385 Molteplicità e
diversità degli ‘‘lo’’ fondate sul “non-lo”’ Gli individui originati dai
diversi modi di agire della natura La socievolezza come riduzione Libertà e
ragione in lotta contro l’errore della natura Scelta di uno stato di vivere e
sviluppo di determinate attitudini Scelta nella libertà Scelta di uno stato:
atto di libertà e restituzione alla società di quanto Partecipazione al
perfezionamento dell'umanità e immortalità legge razionale l'impulso il quale
spinga alla scelta di uno stato allo stes- so modo con cui abbiamo dedotto
riguardo alla società un impulso ana- logo ». Ma la legge suprema dice
soltanto: « Educa tutte le tue attitudini completamente ed uniformemente per
quanto ti è possibile. Essa non arriva a determinare se io debba esercitare
quelle mie attitudini imme- diatamente sulla natura o solo attraverso la
mediazione degli altri uo- mini: la scelta perciò si trova, a questo riguardo,
interamente lasciata alla mia prudenza » (pp. 134-135). « La legge non vieta di
scegliere uno stato; neanche però comanda [...]. Mi trovo sul terreno del
libero arbitrio: mi è semplicemente lecito di scegliere uno stato » (p. 135).
Tuttavia la scelta dello stato è consigliabile perché ogni uomo ha il dovere di
restituire alla società quanto ha da essa ricevuto. Questo è facile se si
sceglie uno stato. Nessuno ha diritto di lavorare per la propria soddisfazione
soltanto. « Questo non è lecito. Egli deve almeno sforzarsi di pagare alla
società il suo debito; deve occupare il proprio posto; deve fare almeno ogni
tentativo per elevare in qualche modo il grado di perfezione della specie che
tanto ha lavorato per lui » (p. 136). Per raggiungere questo fine, due vie gli
si aprono davanti: o cercherà di elaborare la natura in ogni sua parte, ma
questa è un'impresa impos- sibile. Oppure affronterà solo una porzione
determinata della natura: quella della quale gli sia forse più accessibile
tutta la elaborazione prece- dentemente compiuta, quella per la elaborazione
della quale egli forse dalla natura e dalla società fu già nel tempo anteriore
specialmente for- mato. Questa seconda via è senz'altro la migliore. Quando uno
si dedica a questa speciale porzione, egli ha scelto il proprio stato.
Conclusione: « La scelta di uno stato è una scelta per mezzo della libertà;
perciò nessuno deve essere costretto ad abbracciare uno stato, come nessuno
deve essere escluso da uno stato. È però una scelta consi- gliabile perché la
particolare abilità che uno ha è in un certo senso un prodotto, un legittimo
possesso della società, e ognuno ha il dovere di restituire alla società quello
che da essa ha ricevuto secondo le proprie possibilità ». 5. La partecipazione
al perfezionamento dell'umanità assicura come premio l'immortalità Qualcuno si
chiederà: che vantaggio ha l'individuo a lavorare per il perfezionamento
dell'umanità? Secondo Fichte ha due vantaggi: è di utilità agli altri: «il
felice pro- gresso di un membro è infatti non meno felice progresso degli altri
» (p. 140); è di utilità a se stesso: si assicura infatti l'immortalità. Ogni
uomo è « un anello necessario della catena, la quale dalla generazione del
primo uomo, avanza verso la piena consapevolezza della sua propria esi- stenza
nell’eternità » (p. 140). Ogni uomo può avvicinare di più alla sua perfezione
quel tempio di- vino che i suoi predecessori furono costretti a lasciare
interrotto. È vero che ogni individuo morirà. Ma se egli partecipa a questa
sublime im- presa non si estinguerà completamente, perché la morte non può
inter- rompere la sua opera, giacché la sua opera, mentre deve essere
terminata, non può essere terminata nel tempo. Egli è eterno. LA MISSIONE DEL
DOTTO 1. Introduzione È ora necessario passare a parlare della missione del
dotto, « una missione molto onorevole, molto elevata, nettamente superiore a
quella degli altri stati » (p. 148). Forse, il fatto che sia un dotto innanzi a
dotti in via di formazione, a parlare della missione del dotto, potrebbe
causare imbarazzo (timore di offendere gli altri stati, di apparire superbo
ecc.). Ma se questo ci trattenesse dal nostro compito, peccheremmo di falsa
modestia. Non c'è infatti nessun pericolo di insuperbirsi, né di offendere gli
altri se l'esposizione della missione del dotto viene fatta in modo oggettivo e
si tiene presente che « non lo stato, ma la degna afferma- zione di esso,
nobilita l’individuo ». Non lo stato, ma il perfetto compimento del proprio
dovere è quello che importa. Dopo questo preambolo Fichte mostra la necessità
di uno stato speciale, d'una professione particolare, quella del dotto,
muovendo dalla definizione di società perfetta. A suo giudizio è perfetta
quella so- cietà in cui si è provveduto « allo sviluppo e alla soddisfazione di
tutti i bisogni, e anzi al loro uguale sviluppo e alla loro uguale
soddisfazione » {p. 151). Questo non è possibile senza la professione del
dotto. 2. La società perfetta richiede lo stato (la professione) del dotto La
società perfetta ha bisogno di tre cose cui può provvedere una sola
professione, quella del dotto: 1) Perfetta conoscenza dell'uomo nella sua
interezza, delle sue atti- tudini, di tutti i suoi impulsi e bisogni (perché
senza tale conoscenza è im- possibile provvedere allo sviluppo uguale di tutte
le attitudini). Questo è l'oggetto della filosofia. 2) Conoscenza dei mezzi per
sviluppare Ie attitudini e soddisfare i bisogni (perché la semplice conoscenza
delle attitudini e dei bisogni, senza la conoscenza dei mezzi sarebbe vuota e
inutilissima). « Con quella conoscenza dei bisogni deve dunque andare unita la
conoscenza dei mezzi per soddisfarli; e questa conoscenza dovrà legittimamente
essere posse- duta dal medesimo stato sociale, dato che una conoscenza senza
l’altra non può mai arrivare ad essere perfetta, né tanto meno viva ed efficace
» (p. 153). La conoscenza dei mezzi è l'oggetto della scienza filosofico-
storica. 3) Conoscenza del grado di cultura in cui si trova in un determinato
momento storico una società e quale grado essa dovrà raggiungere per primo
partendo da quello che ora occupa; e infine di quali mezzi essa possa disporre
per questo fine. Questo è l'oggetto della scienza storica. Conclusione: «La
sintesi di queste tre forme di conoscenza costi- tuisce quella che si chiama, o
almeno ciò che esclusivamente dovrebbe chiamarsi dottrina » (pp. 154-155), e lo
stato di coloro che si dedicano allo studio della dottrina, si dovrebbe
chiamare stato (o professione) dei dotti. 3. Definizione del dotto « Dotto si
chiama colui che all'acquisto di tali conoscenze (filosofica,
filosofico-storica e storica) dedica la sua vita» (p. 155). 387 Lo stato del
dotto e la società perfetta La missione del dotto e la dottrina: — filosofia —
scienza filosotico- storica - — scienza storica Il dotto e le sue regole di
vita: elevare il grado delle scienze; agire con piena moralità; sviluppo della socialità;
essere maestro dell'umanità; essere guida nelle circostanze particolari; essere
modello eccellente II dotto sacerdote della verità 4. La missione del dotto «
Così ci si rivela finalmente la vera missione dello stato dei dotti; tale
missione consiste nella suprema vigilanza sopra il progresso reale della stirpe
umana in genere e nell'attività continuamente diretta a promuovere questo
progresso » (p. 155), specialmente il progresso delle scienze: infatti « dal
progresso delle scienze dipende in modo immediato il progresso del genere
umano. Chi ferma quello, ferma questo » (p. 156). 5. La morale del dotto (La
morale professionale) Le principali leggi che regolano la vita del dotto sono
le seguenti: — « Sforzarsi per portare a un grado più elevato le scienze, e in
parti- colare quel ramo della scienza che egli ha prescelto », altrimenti il
dotto si mette in contraddizione con la sua missione che consiste appunto nel
promuovere il progresso delle scienze. Questa legge è dedotta dalla suprema
legge della morale individuale (non-contraddizione, unità- coerenza). — Nella
propria attività non deve adoperare mai mezzi che non siano perfettamente
morali; il dotto non cadrà mai nella tentazione di far ac- cettare agli uomini
le convinzioni proprie con mezzi coercitivi, con l'uso della violenza fisica.
Questa legge è dedotta dalla suprema legge della morale sociale (coordinazione
e non-subordinazione). — « Sviluppare in se stesso quanto più gli è possibile
le disposizioni socievoli, la capacità di ricevere e quella di comunicare » (p.
160), perché il dotto è destinato alla società, « esiste in virtù della società
e per il vantaggio della società » (ib.). Questa legge è dedotta dalla missione
del- l'uomo nella società (che consiste nel perfezionamento della società attra-
verso la politica del dare e del ricevere). — « Deve portare gli uomini alla
consapevolezza dei loro bisogni, alla conoscenza dei mezzi atti a soddisfarli »
(p. 161). È possibile attuare que- sta legge? Sì, perché gli uomini hanno
fiducia nella dottrina e abilità degli altri; inoltre tutti gli uomini hanno un
certo senso di verità. Da questa legge il dotto è costituito maestro
dell'umanità. Si può dunque affermare che il dotto, secondo quel concetto di
lui che finora è stato sviluppato, è per la sua missione stessa maestro
dell'umanità. — « Il dotto non deve soltanto istruire gli uomini sopra i loro
bisogni e sopra i mezzi necessari per soddisfarli in generale. Deve anche
guidarli, in particolare, in un determinato tempo e in un determinato luogo, a prendere
coscienza dei bisogni che si presentano in quelle particolari circostanze e a
scoprire quei mezzi particolari che servono per raggiun- gere i fini in certo
modo imposti dalla situazione presente » (p. 163). Da questa legge il dotto è
costituito educatore (guida) dell'umanità. — Il dotto infine deve dare buon
esempio, deve essere un modello perché il dotto « deve essere l'uomo moralmente
migliore della sua età » {p. 167). Da questa legge il dotto è costituito
modello dell'umanità. Conclusione: Fichte conclude la quarta lezione col
seguente pane- girico sulla missione del dotto: « Questo è l'ufficio a cui sono
chiamato, a rendere testimonianza della verità. Nulla importano [...] la mia
vita e la mia sorte, ma l'ufficio che io compio ha un'importanza infinita. Io
sono un Sacerdote della verità. Appartengo alla sua milizia; ad essa ho
prestato giuramento di fare, di osare, di soffrire tutto fedelmente per lei! »
(p. 168). 388 QUINTA LEZIONE (CRITICA DELLE AFFERMAZIONI DI ROUSSEAU ÌNTORNO
ALL'INFLUSSO DELLE ARTI E DELLE SCIENZE SOPRA LA FELICITÀ DELL'UOMO 1.
ìntroduzione ‘Per la scoperta della verità, dice Fichte, la confutazione degli
errori opposti non è di considerevole importanza. La critica degli errori,
però, è sempre di grande utilità per mettere meglio a fuoco la verità già sco-
perta: « Il confronto della verità con gli errori costringe ciascuno di noi ad
osservare i caratteri distintivi dell'una rispetto agli aitri; e ci conduce a
formare un concetto più perspicuo e meglio definito della verità stessa » (p.
136). 2. L'errore di Rousseau Secondo Rousseau il fine dell'uomo è
raggiungibile solo nello stato di natura. La civiltà, la cultura (lo stato dei
dotti) « costituiscono se- condo lui la sorgente e nello stesso tempo la
espressione più completa della corruzione umana » (p. 177). Questo è in diretta
e completa con- traddizione con tutto l'insegnamento di Fichte, che « ha
riposto la mis- sione della umanità nel progresso continuo della cultura e
nello sviluppo parallelo e continuo di tutte le sue attitudini e dì tutti i
suoi bisogni » (p. 177). 3. Critica dell'errore di Rousseau Fichte fa
dell'errore di Rousseau una duplice critica. Anzitutto egli rileva che,
nonostante la sua dottrina secondo cui la felicità è raggiungibile solo nello
stato di natura, Rousseau ha educato le proprie attitudini in un grado molto
raffinato; e coll'educazione che ha ricevuto da questo alto grado di cultura
egli si adopera quanto può a convincere l'umanità della giustezza delle sue
affermazioni. Quindi, « le sue azioni contraddicono in modo flagrante i suoi
principi ». Poi, fichte svolge una critica molto dettagliata della dottrina di
Rousseau. Gli argomenti principali sono i seguenti: — La dottrina di Rousseau
non è dedotta « per via meramente razio- cinativa, da un principio più
fondamentale ». Infatti « su nessuna que- stione il Rousseau ha approfondito la
sua ricerca fino a raggiungere gli ultimi fondamenti di tutto il sapere umano »
(pp. 178-180). — Tutto quello che dice Rousseau si fonda sul sentimento e non
sulla ragione e quella del sentimento è una conoscenza malsicura, in cui il
vero si trova commisto al falso, « perché ogni giudizio fondato sul sen-
timento greggio e immediato presenta come equivalenti cose che non sono punto
tali » (p. 180). — Tuttavia la deduzione delle conseguenze non viene fatto da
Rous- seau secondo le leggi del sentimento, ma secondo quelle della ragione: «
Se egli avesse lasciato al sentimento un influsso anche sulla deduzione delle
conseguenze, il sentimento l'avrebbe poi riportato sulla strada giu- sta, dalla
quale prima l’aveva sviato » (p. 181). — La dottrina di Rousseau anziché avere
una base razionale ha una motivazione psicologica: la constatazione che il suo
alto ideale del dotto 389 Confutazione degli errori e focalizzazione delle verità
scoperte Critica a Rousseau: — non raggiunge i fondamenti primi del sapere —
deduce secondo le leggi della ragione e nor del sentimento La dottrina dello
stato di natura ha conseguenze disastrose Due incompatibilità:stato di natura e
indipendenza dai Bisogni Con il ‘’non-lo’’ si ha l’ideale di perfetta coerenza
Rousseau: energia gel sopportare, fiuttosto che energia dell’agire non trovava
alcuna attuazione nella realtà tra i suoi contemporanei; an- zi, i dotti del
suo tempo mettevano il loro ingegno a servizio dei soldi, degli onori, e delle
ricchezze, e cercavano di far passare come virtù la corruzione degli uomini.
Questa dolorosa constatazione spiega la sua avversione per la cultura e il suo
odio per l'umanità (pp. 180-185). « Ecco donde sorge nel Rousseau l'aspirazione
allo stato di natura. Nello stato di natura, così come egli lo intendeva, le
attitudini proprie della umanità non dovrebbero ancora essersi sviluppate; non
dovrebbero anzi nep- pure essersi manifestate. L'uomo non dovrebbe avere nessun
bisogno oltre a quello della sua natura animale; dovrebbe vivere come le bestie
vivono nei campi sotto i suoi occhi. E certamente in uno stato simile non
troverebbe posto nessuno di quei vizi che avevano acceso l'ira del Rousseau.
L'uomo, in quello stato, mangerà quando avrà fame e berrà quando avrà sete. Una
volta saziato non avrà nessun interesse a pri- vare gli altri di quel
nutrimento che egli non può in quel momento utiliz- zare » (p. 186). — La
dottrina dello stato di natura come stato ideale è inaccettabile per le sue
disastrose conseguenze. « Certo il vizio viene in questo staio di- strutto
totalmente, ma col vizio viene distrutta la virtù e senz'altro la ragione.
L'uomo diventa allora un animale » (p. 187). — Lo stato di natura rende
impossibile il conseguimento del fine che Rousseau si propone, quello di «
riflettere sopra la sua missione e sopra i suoi doveri per poter così
nobilitare se stesso e i suoi fratelli in uma- nità » (p. 189). — Rousseau
vuole due cose incompatibili: a) il ritorno allo stato di natura; b)
l'indipendenza dell'uomo dai bisogni della sensibilità. Queste due cose sono
incompatibili perché si trovano in proporzione inversa. Infatti, «quanto più la
ragione estenderà il suo dominio, tanto meno l'uomo avrà di bisogno » (p. 190).
— ‘Rousseau si raffigura come qualche cosa che noi siamo già stati quello che
invece dobbiamo diventare; si rappresenta il fine che noi dob- biamo
raggiungere corne qualche cosa che noi abbiamo perduto (p. 191). — Rousseau
dimentica che l'umanità si può, anzi si deve avvicinare a questo stato soltanto
attraverso la sollecitudine, la fatica, il lavoro. È attraverso la progressiva,
laboriosa conquista del Non-io (natura) che l’uomo realizza il suo ideale di
perfetta coerenza, «l'aspirazione di essere simile a Dio » (p. 192). Ma l'uomo
è, quanto alla sua natura, pigro e inerte. Ecco come nasce la dura battaglia
tra il bisogno e la pigrizia naturale; il primo vince, ma la seconda si lagna
amaramente, non il biso- gno è l'origine del vizio; il bisogno è invece lo stimolo
che spinge alla attivita e alla virtù. L'origine del vizio è nell'inerzia
naturale. « Non v'è per l'uomo nessuna salvezza, finché questa sua inerzia
naturale non sia stata combattuta e sconfitta; finché l'uomo non riponga
nell'attività, e soltanto nell'attività, tutte le sue gioie e tutto il suo
piacere » (pp. 192-193). — «In definitiva lo sbaglio di Rousseau è il seguente:
aveva anche lui urna certa energia, ma era piuttosto l'energia del sopportare
che non l'energia dell'agire (l'energia di piangere invece di operare). Egli è
l'uomo della sensibilità sempre sofferente, ma non è nello stesso tempo l’uomo
dell’attività in lotta. « La lotta della ragione contro le passioni, la
vittoria strappata a poco a poco [...] tutto questo egli lo nasconde ai nostri
oc- chi » (p. 195). 390 Conclusione: Fichte conclude la quinta lezione con una
infuocata esortazione a fuggire l'esempio di Rousseau: « Agire! agire ancora.
Questa è Ja ragione per la quale noi esistiamo » {D. 196). QUESTIONARIO DI
VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Per chi fu scritto La missione del dotto? 2. Quante e
quali sono le parti di La missione del dotto? 3. Con quali argomenti Fichte
respinge il materialismo e fonda l'idealismo? . Tra Io-puro e Io-empirico che
rapporti pone Fichte? Confronta la dot- trina fichtiana con quelle di Schelling
e Hegel. 5. Che cos'è il non-Io? Che atteggiamento assume Fichte nei confronti
del non-Io? Metti a confronto il pensiero di Fichte su questo punto cor quello
di Spinoza. 6. Quali sono secondo Fichte gli elementi caratteristici,
essenziali del. l’uomo? 7. A parere di Fichte, è possibile esperire la libertà
degli aitri? 8. Da che cosa deduce la necessità degli stati sociali, ossia
delle vatie pro- fessioni? Confronta la dottrina fichtiana sull'origine della
società con guelie di Aristotele, Hobbes, Spinoza, Rot:sseau. 9. Su che cosa
fonda Fichte il progresso deila società? 40. Cosa intende Fichte per scienza
filosofica, filoscfico-storica e storica? Cosa insegna sullo stesso argomento
nelle altre opere? 11. Chi è il dotto e quali sono i suoi compiti? 12. Quali
sono le principali leggi dell'etica individuale, sociale e professio» nale?
Confronta i principi etici di Fichte con: quelli di Kant. 13. Secondo Fichte a
quale immortalità può aspirare l'individuo? Può spe- rare nell'immortalità
individuale? Paragona la dottrina jichtiana sull’immor- talità con quelle di
Platone, Spinoza e Kant. 14. Quali sono le critiche più acute che Fichte muove
a Rottsseati? LS 391 Rivoluzioni e trasformazioni socio- politiche agli inizi
del XIX secolo L’opera nasce in occasione del primo Congresso internazionale
della ‘Lega dei Giusti” (1847) Engels invita Marx a formulare l’opera come un
catechismo IV. il « MANIFESTO DEL PARTITO COMUNISTA » K. Marx (1818-1883) e F.
Engels (1820- 1895) 1. Origine dell’opera Quando nel 1848, Marx e Engels
scrissero il Manifesto tutta l'Europa sì trovava in stato di agitazione: una
nuova ondata rivoluzionaria la scuoteva da capo a piedi dopo quelle del 1789,
del 1821 e del 1830. In conseguenza delle precedeni rivoluzioni le strutture
politiche della società avevano già subito profonde trasformazioni: in varie
nazioni l'assolutismo aveva dovuto cedere il posto al parlamentarismo e alla
de- mocrazia e quasi ovunque l'aristocrazia era stata soppiantata dalla bor-
ghesia. Solo il proletariato continuava ad essere oppresso e sfruttato come per
il passato, anzi più ancora che nel passato. In effetti verso la metà
dell'Ottocento !e sue condizioni di sfruttamento e asservimento avevano toccato
il punto estremo. Ma l'atmosfera rivoluzionaria che stava attraversando
l'Europa fece credere a Marx e a Engels che l'ora fosse propizia anche per la
libera- zione del proletariato, mediante la soppressione del capitalismo e
l’avven- to del comunismo. Essi erano del parere che « la rivoluzione borghese
in Germania, compiendosi in condizioni di grande progresso della civiltà
europea e con un proletariato più progredito che non ci fosse stato nella
rivoluzione inglese e francese, avrebbe rapidamente preparato la rivo- luzione
proletaria » (E. Cantimori Mazzomonti), la quale si sarebbe conclusa con la
conquista del potere da parte della classe operaia. La circostanza storica
immediata che indusse Marx e Engels a com- porre il Manifesto fu il primo
congresso internazionale della Lega dei giusti (un movimento operaio d'origine
inglese, ma che contava seguaci in tutta l'Europa) ai primi di giugno del 1847.
In quella occasione, Engels aveva proposto di cambiare la denominazione della
Lega in « Lega dei comunisti ». Il suo suggerimento venrie accolto. Presidente
della nuova comunità di Bruxelles fu eletto Karl Marx. Nella seconda metà di
ottobre Marx fu invitato a partecipare personalmente al secondo congresso, nel
quale sarebbe stata discussa anche la professione di fede politica della Lega.
Di questa professione di fede, nei mesi che intercorsero ira i due ‘congressi
si occupò soprattutto Engels, ma senza poriare a compimento la stesura del
saggio. Poco prima della partenza per il congresso egli scriveva a Marx: «
Pensaci un po’ tu alla professione di fede. Credo sia la miglior cosa
abbandonare la forma di catechismo e intitolare la cosa: Manifesto comunista ».
Verso la fine di novembre Marx raggiunse Engels a Londra per partecipare al
secondo congresso della Lega. { principi pro- grammatici e tattici suoi e di
Engels furono accettati, e il congresso in- caricò entrambi di stendere il
Manifesto. Appena tornato a Bruxelles e cioè a metà dicembre del 1847, Marx si
mise al lavoro. Verso la fine di gennaio il manoscritto era pronto e fu spedito
a Londra. La stampa del 392 Manifesto si protrasse per quasi tutto il mese di
febbraio. Pochi giorni prima dello scoppio della rivoluzione, il Manifesto del
partito comunista uscì dalla stamperia di J.E. Burghard, in Londra, in 30
pagine di formato 8°. Sul frontespizio non figura nessuna indicazione dei nomi
degli au- tori: solo il titolo, l’indicazione « febbraio 1848 » e il motto: «
Proletari di tutto il mondo unitevi ». Il Manifesto, come del resto tutti gli
altri scritti di Marx e Engels, ebbe poca diffusione e poca influenza in questi
anni; cominciò a esser largamente letto, diffuso e tradotto solo dal 1870 in
poi. 2. Divisione e sintesi dell’opera Il Manifesto si articola in quattro
parti, precedute da una breve in- troduzione. Le quattro parti portano i titoli
seguenti: 1) Borghesi e pro- letari; 2) Proletari e comunisti; 3) Letteratura
socialista e comunista; 4) Posizione dei comunisti di fronte ai diversi partiti
di opposizione. INTRODUZIONE :Nell’Introduzione Marx e Engels tratteggiano con
brevi ma vigorose pennellate la situazione di guerra ingaggiata dalla « vecchia
Europa » contro il comunismo. Contro questo sono scesi in campo « papa e zar,
Metternich e Guizot, radicali francesi e poliziotti tedeschi » (p. 51). Ma la
lotta, argomentano gli autori, è anche un indizio positivo: si- gnifica che «
il comunismo è di già riconosciuto come potenza da tutte Je potenze europee »
(p. 52). Perciò, concludono Marx e Engels, « è ormai tempo che i comunisti
espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro
fini, le loro tendenze, e che contrappongano alla favola dello spettro del
comunismo un manifesto del partito sîesso » (p. 52). PRIMA PARTE BORGHESI E
PROLETARI In questa parte Marx e Engels enunciano i principi fondamentali della
loro concezione della storia, una concezione in cui si assegna il primato
assoluto alle strutture economiche; espongono la storia della borghesia e del
proletariato; e, infine, mostrano che i tempi sono ormai maturi per
l'abbattimento della borghesia e ia conquista del potere da parte del
proletariato. JI punti più salienti della loro trattazione sono i seguenti: 1)
La storia dell'umanità concepita come storia di lotte di classe. Muovendo dal
postulato secondo cui « la storia di ogni società esistita fino a questo momento,
è storia di lotte di classi » (p. 54), e valendosi di tale postulato quale
principio ermeneutico per ia comprensione delle vicende storiche, Marx e Engels
ricostruiscono schematicamente la storia dell'umanità come una sequenza
ininterrotta di antagonismi tra le classi 393 Prima edizione a Londra Nella
‘‘vecchia Europa’’ i nemici del comunismo Storia della borghesia e del
proletariato La storia dell'umanità come di lotta tra le classi sociali
politico e potere economico La concezione Qorghese dell’uomo la dignità deila
persona Trasformazione sociale e irasformazione economica La sovrapproduzione
la causa delîa crisi della borghesia il proletariato è una creazione del di
classe e prospettiva : in Grecia tra liberi e schiavi, a Roma tra patrizi e plebei,
nel Medioevo tra feudatari e servi della gleba, nell'epoca moderna tra
borghesia e proletariato {pp. 54-55). 2) Storia della formazione della
borghesia: i suoi inizi sono fatti risa- lire aila fine del Medioevo (pp.
55-56). Coincidenza dell’accrescimento del potere politico cella borghesia con
l'aumento del suo potere econo- mico. Così alla fine dello sviluppo della
classe borghese « dopo la crea- delle grandi industrie e del mercato mondiale,
la borghesia si è con- quistata il dominio politico esclusivo nello Stato
rappresentativo mo- derno. TI potere stataie moderno non è che un comitato che
amministra gli affari comuni di tutta ia classe borghese » (p. 57). Anche la
borghesia come qualsiasi altra classe sociale è salita al potere con la lotta,
la rivoluzione (pp. 57-58). 3) Le aberrazioni della concezione borghese
dell’uomo e della società: nella concezione borghese sono stravolti ia dignità
personale, la libertà de} singolo (p. 58), il significato delle professioni, i
rapporti familiari so- ciali e nazionali (pp. 59-62). 4) Il dinamismo di
trasformazicne della società: un tipo di società si qualifica in forza dei
rapporti economici esistenti tra i suoi membri, ossia secondo la distribuzione
dei inezzi di produzione. Una società si trasforma allorché i rapporti
economici subiscono un cambiamento so- stanziale. Così, alla società feudale è
subentrata la società borghese allorché, «a un certo grado di sviluppo dei
mezzi di produzione e di scambic, le condizioni nelle quali la società feudale
produceva e scam- biava, l'organizzazione feudale dell’agricoltura e della
manifattura, in una parola i rapporti feudali della proprietà, non corrisposero
più alle forze produttive ormai sviluppate. Essi inceppavano la produzione
invece di promuoverla. Si trasformarono in aitrettante ‘catene. Dovevano essere
spezzate e furono spezzate. Ad esse subentrò la libera concorrenza con la
confacente costituzione sociale e politica, con il dominio economico e
‘politico della classe borghese » (pp. 62-63). 5) Crisi della società borghese:
« La società borghese moderna che ha creato per incanto mezzi di produzione e
di scambio così potenti, ras- somiglia al mago che non riesce più a dominare le
potenze degli inferi da lui evocate. Sono decenni ormai che la storia
dell'industria e del commercio è soltanto storia della rivolta delle forze
produttive moderne contro i rapporti moderni della produzione, cioè contro i
rapporti di proprietà che costituiscono le condizioni di esistenza della
borghesia e del suo dominio » (pp. 63-64). La causa principale della crisi
della società borghese è « l'epidemia della sovraproduzione » (pp. 64-65). 6)
La svolta verso il comunismo: essa è preparata dallo stesso capita- lismo
mediante la creazione di una nuova classe sociale, la classe del pro- letariato
(p. 65). Questa classe sta ingrossando vieppiù mediante l'assor- bimento di
tutte le classi intermedie (pp. 67 e 72). 7) Le cause della ribellione del
proletariato: la disumanizzazione del lavoro, l'ingiusta retribuzione, lo
sfruttamento, l’asservimento (pp. 66-67). 8) La dialettica della lotta di
classe: da lotta di piccoli gruppi un po' alla volta essa si sta trasformando
in lotta massiccia dell'intera classe operaia contro la classe dei padroni (p.
68); da lotta nazionale in lotta internazionale (p. 74). 9) Definizione del
proletariato: « Il proletario è senza proprietà; il suo rapporto con moglie e
figli non ha più nulla di comune con il rapporto 394 familiare borghese; il
lavoro industriale moderno, il soggiogamento mo- derno al capitale, identico in
Inghilterra e in Francia, in America e in Germania, lo ha spogliato di ogni
carattere nazionale. Leggi, morale, religione sono per lui altrettanti
pregiudizi borghesi, dietro i quali si nascondono altrettanti interessi
borghesi » (p. 73). 10) La via al comunismo: consiste nella eliminazione
dell’attuale si- stema di appropriazione e nella conquista delle forze
produttive della società « attraverso il violento abbattimento della borghesia
» e la sop- pressione della proprietà privata: «I proletari non hanno da salvaguar-
dare nulla di proprio, hanno da distruggere tutta la sicurezza privata e tutte
le assicurazioni private che ci sono state fin qui » (p. 74). 11) Certezza
della vittoria del proletariato sulla borghesia: perché quest’ultima contiene
in se stessa i germi della sua dissoluzione. Essa e- sige infatti la
moltiplicazione incessante del capitale, ma ciò non si può ottenere che con uno
sfruttamento sempre più iniquo della classe operaia. E questo conduce
inevitabilmente alla reazione violenta da parte del proletariato e alla
rivoluzione PROLETARI E COMUNISTI In questa parte Marx e Engels, dopo una breve
dilucidazione dei rapporti tra proletariato e comunismo, prendono in esame e
respingono con fermezza, ad una ad una, tutte le critiche più gravi che vengono
sollevate contro la visione comunista della società. 1) Distinzione tra
proletari e comunisti: anche i comunisti sono dei proletari, ma non si
identificano con essi; se ne distinguono come ii partito di punta del
proletariato nella lotta contro i! capitalismo (p. 78). 2) Obiettivo immediato
‘del comunismo: « Abbattimento delia bor ghesia e conquista del potere da parte
de! proletariato » {p. 78). 3) Obiettivo ultimo del comunismo: abolizione della
proprietà pri- vata (p. 79). 4) Legittimazione della soppressione della
proprietà privata: questa è un'istituzione che è essenzialmente incompatibile
con la giustizia so- ciale. Infatti, nel sistema borghese, «il lavoro dei
proletario crea il capitale, ossia quella proprietà che sfrutta il lavoro
salariato, che può moltiplicarsi solo a condizione di generare nuovo lavoro
salariato, per sfruttarlo di nuovo » (p. 80; ofr. anche p. 83). 5) Ingiustizia
del lavoro salariato: nella società borghese esso è ap- pena sufficiente a
garantire all’operaio « la sua nuda esistenza » (p. 81). 6) Funzione del lavoro
nella società borghese e nella società comu- nista: « Nella società borghese il
lavoro vivo è soltanto ur: mezzo per mol. tiplicare il lavoro accumulato. Nella
società comunista il lavoro accu- mulato è soltanto un mezzo per ampliare, per
arricchire, per far pro- gredire il ritmo d'esistenza degli operai » (p. 81).
7) Diversità tra concezione borghese e concezione comunista della libertà e
della persona umana (pp. 82-84). 8) Diversa funzione della cultura, del diritto,
della religione, della morale nella società comunista e nella società borghese
{p. 85). Subordi- 395 Legge, morale e religione: pregiudizi borghesi La via al
comunismo: sconfitta della borghesia, fine della proprietà Lo sfruttamento
conduce alla rivoluzione del proletariato Alsune importanti affermazioni di
principio risultano dall'esame delia situazione La tradizione del socialismo in
Europa Adesione dei comunisti ad ogni forma di rivoluzione contro il sistema in
atto. nazione della cultura, del diritto, della religione e della morale alla
strut- tura economica (p. 85). 9) Storicità delle espressioni culturali (p.
85). 10) Subordinazione dell'educazione al sistema economico vigente in una
determinata società. Superiorità dell'educazione comunista nei con- fronti di
quella borghese (p. 86). 11) Le diverse concezioni della famiglia e della
nazione (p. 86). 12) Approfondimento del tema dei rapporti tra struttura
economica e sovrastrutture culturali (pp. 88-90). 13) Dieci provvedimenti
riguardanti l’abolizione della proprietà pri- vata (pp. 91-92). 14) Abolizione
della divisione della società in classi: «Il proleta- riato [...] facendosi
classe dominante attraverso una rivoluzione, ed abo- lendo con forza, come
classe dominante, gli antichi rapporti di produ- zione, abolisce insieme a quei
rapporti di produzione le condizioni di esi- stenza dell'antagonismo di classe,
cioè abolisce le condizioni di esistenza delle classi in genere, e così anche
il suo proprio dominio in quanto clas- se » (p. 93). TERZA PARTE LETTERATURA
SOCIALISTA E COMUNISTA In questa parte Marx e Engels presentano una rassegna
critica della letteratura socialista e comunista del loro tempo, soffermandosi
in par- ticolare sul « socialismo cristiano » dei romantici cattolici francesi
(Lam- menais e Montalembert) (pp. 97-98), sul « socialismo piccolo borghese »
di Sismondi {pp. 99-102), sul « socialismo tedesco » di Bauer e Hess (pp.
103-109), sul « socialismo borghese » di Proudhon (pp. 109-113), e sul
«‘comunismo critico-utopistico » di Saint-Simon e iFourier (pp. 113-120).
QUARTA PARTE POSIZIONE DEI COMUNISTI DI FRONTE AI DIVERSI PARTITI DÌ
OPPOSIZIONE In questa parte conclusiva gli autori delineano brevemente la posi-
zione dei comunisti di fronte ai diversi partiti operai già costituiti e ai movimenti
rivoluzionari già operanti in Francia, Svizzera, Polonia e Ger- mania.
Particolare attenzione riservano a quest'ultima nazione perché, a loro
giudizio, la Germania offre le condizioni socio-politiche più pro- pizie per la
lotta e per la vittoria del proletariato contro il sistema bor- ghese. Le linee
direttrici indicate da Marx e Engels sono le seguenti: «I comunisti appoggiano
dappertutto ogni movimento rivoluzionario diretto contro le situazioni sociali
e politiche attuali. Entro tutti questi movimenti essi mettono in rilievo, come
problema fondamentale del movimento, il problema della proprietà, qualsiasi
forma, più o meno svi- luppata, esso possa avere assunto. Infine, i comunisti
lavorano dappertut- to al collegamento e all’intesa dei partiti democratici di
tutti i paesi. I 396 comunisti sdegnano di nascondere le loro opinioni e le
loro intenzioni. Dichiarano apertamente che i loro fini possono esser raggiunti
soltanto col rovesciamento violento di tutto l'ordinamento sociale finora
esistente. Rovesciamento Le classi dominanti tremino al pensiero d'una
rivoluzione comunista, Violento del sistema I proletari non hanno da perdervi
che le loro catene. Hanno un mondo anto: da guadagnare. PROLETARI DI TUTTI Ì
PAESI, UNITEVI » (p. 124). QUESTIONARIO DI VERIFICA E DISCUSSIONE 1. Che cosa è
la « Lega dei giusti » e dove sorse? 2. Quando e dove sorse la « Lega dei
comunisti »? 3. Chi ne fu il primo presidente? 4. Il libretto « Manifesto del
partito comunista» quando e dove venne pubblicato? 5. Marx come concepisce la
storia dell'umanità? 6. Dalla concezione borghese della società che cosa
deriva? 7. Quale era la crisi della borghesia che Marx intravvedeva? 8. Questa
crisi, a distanza di un secolo, era reale? 9. Come vengono considerate da Marx
le leggi, la morale e la religione? 10. Che distinzione c'è tra proletari e
comunisti? . 11. Per quali motivi Marx giustifica la soppressione della
proprietà privata? 12. Quale funzione ha il lavoro nella società comunista? 13.
Quale è la posizione dei comunisti rispetto agli altri partiti operai sorti in
Europa? 397 Obiettivo della metafisica: risposte esaustive agli interrogativi
ultimi Nei secoli XVIII e XIX la scienza come sapere assoluto Attualità della
metafisica, ‘‘inattualità’’ dei suoi risultati Denunciati gli errori del
passato e nuove soluzioni per il futuro Organicità e maturità delia trattazione
V. « INTRODUZIONE ALLA METAFISICA » Martin Heidegger (1889-1976) 1. Premessa I
limiti della scienza, i pericoli della tecnologia, la caducità delle cose, la
finitudine del mondo, il non-senso della storia, il nichilismo che ci circonda
e assedia da ogni parte, hanno conferito nuova attualità (tanto da farne
secondo alcune previsioni il sapere del futuro) a quella che già fu per molti
secoli regina di ogni sapere, la metafisica. Definita già da Aristotele come
studio delle cause ultime oppure come studio « dell’ente in quanto ente »,
l’obiettivo della metafisica è stato sempre quello di esibire una risposta
esaustiva agli interrogativi ultimi, gli interrogativi che riguardano il senso
della vita, l'origine del mondo, il valore della conoscenza, il problema del
male e della libertà, la verità, la morte, ecc. Con l'avvento della scienza e
con l'illusione che questa potesse affer- marsi come un sapere assoluto, si è
creduto di poter dichiarare il tra- monto della metafisica. Il XVIII e il XIX
secolo hanno espresso una cul- tura essenzialmente antimetafisica; ma la
scienza, che si è sempre più perfezionata nel calcolare i fenomeni per poterli
controllare e dominare, si è invece arrestata davanti alla porta dei problemi
ultimi. Così il loro esame e possibilmente la loro soluzione sono oggi
nuovamente demandati alla metafisica. L'uomo, diceva Schopenhauer, è
essenzialmente un essere metafisico: lo è in forza della sua natura spirituale,
lo è grazie al suo conoscere intel- lettuale. Come essere metafisico egli è da
sempre chiamato ad interro- garsi su se stesso, sul proprio essere e sugli enti
che lo circondano con l'obiettivo e la speranza di pervenire ad una risposta
soddisfacente e conclusiva. Il suo oggetto e il suo compito rendono, pertanto,
la meta- fisica sempre attuale, anche se i suoi risultati sono costantemente
messi in crisi dall'inarrestabile tensione di ricerca della mente umana. 2.
Origine e obiettivi dell’opera Dei filosofi del nostro secolo nessuno come M.
Heidegger — che molti studiosi considerano il più grande di tutti — si è
occiipato con altrettanto impegno e costanza della metafisica, denunciando, da
una parte, gli er- rori in cui sono incorsi i filosofi del passato e
proponendo, dall'altra, nuo- ve impostazioni e soluzioni per il futuro. Dei
molti scritti in cui Heidegger affronta il problema della metafisica la
Einfiihrung in die Metaphysik (Introduzione alla metafisica) si racco- manda in
modo particolare per la organicità, completezza e maturità della trattazione.
Questo saggio occupa « una posizione centrale e peculiare nel- lo svolgimento
del pensiero di Heidegger [...] tanto che esso si può col. 398 locare accanto a
Seiti und Zeit (Essere e tempo) come seconda cpera chia- ve per la comprensione
dell’intero suo pensiero » {Vattimo). Concepita e scritta nel 1935 — a quasi
dieci anni di distanza da Essere e tempo — nello sviluppo del pensiero
heideggeriano Introduzione alla metafisica è il documento principale della
grande svolta (Kehre) in dire- zione dell'essere. In Essere e tempo, per
risolvere la questione ontolo- gica (quella dell'essere), Heidegger aveva
seguito il cammino ascendente (dagli enti all'essere), assumendo come punto di
partenza quell’ente pri- vilegiato che è l’uomo, che è colui in cui l'essere si
interroga e si mette in questione. Ma questa strada Jo aveva condotto in un
vicolo cieco: anziché alla sponda dell'essere approdava a quella del nulla.
Così, in Introduzione aila metafisica, Heidegger segue il cammino inverso: dal-
l'essere agli enti. L'essere è il punto di partenza, è il fondamento, la sor-
gente da cui tutto discende. Gli enti o essenti sono le parole, il raccogli-
mento, la non-latenza, la verità, l’epifania, il disvelamento dell'essere. In
taì modo Heidegger ritiene di sfuggire alla trappola in cui — a suo avviso — è
caduta tutta la metafisica tradizionale {greca, medioevale, moderna), che
assumendo come punto di partenza questo o quell’ente o questa o quella modalità
dell'essere non era mai riuscita ad oltrepas- sare l'orizzonte degli essenti
ossia l'orizzonte della fisica e finiva rego- larmente nella identificazione
dell'essere con l'Ente supremo. (Kehre), oltre che un nuovo cominciamento della
comprensione dell'essere, comporta anche la ricerca di un nuovo lin- guaggio, «
adatto », cioè adeguato al contenuto di un pensiero che non in- tende più
avvalersi delle categorie metafisiche tradizionali e vuol met- terle in
discussione nelia loro stessa radice. Anche di questo sforzo arduo e grandioso
la Introduzione costituisce il primo importante documento e, fino a Cammino
verso il linguaggio, resterà l'unico saggio di una certa ampiezza ed
organicità. Introduzione alla metafisica consta di quattro capitoli che
trattano 399 in ‘‘Essere e îempo’’ cammino ascendente: dail’ente al nulla in
questa opera cammino discendente: dall'essere agli enti La storia dischiude
l'essenza dell’essere Le quattro delimitazioni dell’essere: divenire, apparire,
pensare, dovere La grande svolta: nuovo sominiciamento e nuovo linguaggio Le
tre priorità della domanda metafisica fondamentale: ampiezza, profondità,
origine La domanda fondamentale: evento, salto, non suscettibilità di verifica
La filosofia come sapere: inattuale inutile ambiguo fecondo difficile rispettivamente
di: 1) La domanda metafisica fondamentale; 2) Gram-. matica ed etimologia della
parola « essere »; 3) La domanda sulla es- senza dell’essere; 4) La limitazione
dell'essere. 3. Divisione e sintesi dell’opera LA DOMANDA METAFISICA
FONDAMENTALE 1. La domanda metafisica fondamentale È la seguente: « Perché vi
è, in generale, l’essente e non il nulla? ». Questa è la domanda metafisica per
eccellenza e gode su qualsiasi altra domanda di una triplice priorità: in
ordine all'ampiezza « è la più vasta »; in ordine alla profondità: « è la più
profonda »; in ordine all'origine: « è la più originaria ». L'interrogativo
riguarda tutti gli enti senza nessuna distinzione: « In ragione della sua
portata illimitata tutti gli enti per essa si equivalgono ». Perciò « bisogna
evitare di porre in primo piano un ente particolare, anche l’uomo [...]. Non
sussiste nessun motivo perché, per entro l’essente nella sua totalità, si debba
porre in primo piano quel- l'essente chiamato uomo, alla cui specie noi stessi
per caso appartenia- mo » (pp. 15-16). Ta domanda metafisica fondamentale, già
singolare in se stessa, as- sume capitale e vitale importanza per colui che la
solleva: è un evento nella sua esistenza. L'evento consiste in un salto, che
comporta l’abban- dono di tutte le precedenti certezze; ma si tratta di un
salto singolaris- simo, che si esplica più in maniera passiva che attiva, è un
salto origi- nario (Ur-sprung). La domanda metafisica non è suscettibile di
verifica; perciò non si può stabilire con certezza se essa è autentica oppure
inautentica. Tuttavia, almeno una cosa è certa: non è autentica quando si
presta a ricevere una risposta sicura, precisa, definitiva; per esempio, la
risposta biblica: c’è l'essente perché Dio l’ha creato. D'altronde questa è una
di quelle do- mande che si colloca fuori dall’orizzonte della fede:
l’interrogarsi sul- l'essente in rapporto al suo fondamento per il credente è «
una follia » (p. 19). 2. Caratteristiche della filosofia i- sica. Ma se si
risale al significato originale del termine physis, il quale voleva dire « ciò
che si dischiude da se stesso (come, ad esempio, lo sbocciare di una rosa),
l’aprentesi dispiegantesi e in tale dispiegamento l’entrare nell’apparire e il
mantenersi in esso, in breve: lo schiudentesi- permanente imporsi », allora si
può ben dire che oggetto della filosofia è nient'altro che la physis, in quanto
«la physis è lo stesso essere, in forza del quale soltanto l'essente diventa
osservabile e tale rimane » (p. 26); « l'essente come tale nella sua totalità è
physis, cioè ha come essenza caratteristica lo schiudentesi-permanente imporsi
» (p. 28). Per- tanto studiare la physis e studiare l'essere è la stessa cosa.
Senonché non è a questo studio dell'essere come tale che ha atteso la
metafisica tradizionale: volendo scavalcare la physis essa ha fallito il suo
obiettivo, l'essere, sin dall'inizio. « Per chiunque si ponga dal nostro punto
di vista, diviene chiaro che l'essere come tale risulta in realtà na- scosto
alla metafisica, resta obliato, e ciò in maniera così radicale che la
dimenticanza dell’essere, col cadere essa stessa in oblio, viene a costi- tuire
l'impulso, ignoto ma costante, che sollecita il domandare metafi- sico » {p.
30). 4. Il ricominciamento deila filosofia Per fare autentica filosofia occorre
ricominciare da capo, sollevando di nuovo la domanda fondamentale: « Perché vi
è, in generale, l'essente e non il nulla? ». Questa domanda ha ‘carattere
fortemente personale. Per affrontarla non ci sono né maestri, né guide, né
compagni, né sostituti: « è un andare avanti domandando [...] che non comporta
nessuna com- pagnia » (p. 31). Essa ha, inoltre, carattere di ri-soluzione, di
impegno: « interrogare significa voler-sapere. Chi vuole, chi pone tutto il suo
es- sere in un volere, è risoluto » (p. 32). Infine, ha anche carattere di
eser- cizio: l'atteggiamento interrogativo dev'essere sviluppato, fortificato
con l'esercizio (p. 33). 5. Svolgimento della domanda fondamentale AI fine di
chiarirne meglio il senso, Heidegger vi distingue tra l'inter- rogato {l'essente)
e ciò su cui verte l'interrogazione: il fondamento (Grund) dell'essente. A
prima vista, si ha l'impressione che la domanda sia tutta rinchiusa in « perché
l’essente?» e che l'aggiunta « e non il nulla » abbia una funzione meramente
pleonastica. Tuttavia, se si fa mag- 401 straordinario La ‘‘physis’’ oggetto
della filosofia: è studiare l’essere Carattere personale e carattere di
risoluzione della dumanda fondamentale sull’essente Il nulla è legato alla
logica del pensare Priorità del sapere filosofico e dei psetare sui sapere
scientifico Distinzione dell’essere dall’essente La crisi dell'Occidente: oblio
dell’essere e frenesia dell’essente Ripetizione del cominciamento e
ricollocazione dell’esistenza storica dell’uomo gior attenzione si vede che c'è
almeno urna ragione storica per integrare la dorranda cor l'espressione « e non
il nulia »: il fatto che la filosofia si è posta sin dall'inizio insieme alla
domanda sull’essente anche la doman- da sul non-essente, sul nulla. Ma c'è di
più: il divieto di interpellare il nulla, perché il nulla è nulla, è sì legato
alla logica del pensare, ma si tratta di una logica che opera all’interno di
una determinata precom- prensione dell'essente, e potrebbe essere che « ogni
pensiero che obbe- disce solamente alle regole della logica tradizionaie si
trovi fin da prin- cipio neli'impossibilità anche solo di comprendere, in
generale, la do- imanda circa l’essente, e tanto più nella impossibilità di
svilupparla real- mente e di pervenire ad una risposta » (p. 36). Solo la
logica del pensiero scientifico vieta il discorso sul nulla. Ma (e questa è
tesì assai cara a Heidegger) il sapere filosofico e il poetare godono di
un'assoluta priorità sul sapere scientifico (pp. 36-37). Ci sono pertanto delle
buone ragioni (storiche e teoretiche) per includere nella domanda fondamentale
la frase «e non il nulla ». Questa aggiunta conferisce alla domanda un più
ampio respiro e le apre un orizzonte diverso. Nella forma abbre- viata
l'orizzonte e il respiro restano sempre quello dell’essente; così, si è tentati
di rinvenire il fondamento nello stesso ordine {un essente su- periore}.
Invece, includendo il riferimento al nulla, ciò che si vuol scoprire è la
ragione deila ‘vittoria dell’essente sui nulla (pp. 38-39). 6. La differenza
ontologica tra essente ed essere Di che natura è questa differenza basilare,
primaria? Non è soltanto una differenza logica, concettuale, bensì una
differenza reale. Anche se inafferrabile, l'essere rimane sempre distinto
dall’essente, è altra cosa rispetto all’'essente. E ciò implica una qualche
comprensione dell’es- sere: solo grazie a tale comprensione noi possiamo
interrogare l’essente a proposito del suo essere (p. 43). L’essere non è
incluso nella definizione dell’essente (del cavallo, del- l’uomo, del gesso,
ecc.) eppure senza l'essere nessun essente è. E, tut- tavia, l’essente non è
percepibile immediatamente, non è qualcosa che si vede (pp. 44-46). Ma tutto
questo non giustifica la tesi nietzschiana secondo cui l'essere è « fumo,
esalazione, errore ». Quella sull'essere è domanda estremamente seria, che
tocca direttamente il destino del. l'Occidente. Dal rapporto che l'umanità
assume nei confronti dell’es- sere ne va del suo destino, della sua storia. in
effetti, l'oblio dell'essere e la frenesia per l’'essente sono la causa vera e
profonda della crisi e della rovina dell'Occidente e del mondo intero {pp. 48
ss.). Del tutto singolare è la responsabilità del popolo tedesco che « è il
popolo metafi- sico per eccellenza » (p. 49), nei confronti dell'essere. 7. La
ripetizione del cominciamento, superando gli errori della ontologia Dopo la «
morte dell'essere » sentenziata da Nietzsche, solo un co- minciamento nuovo,
originario, può restituire all'interrogativo « che cosa è dell'essere », quella
forza, quella rilevanza, quel peso che gli è proprio come interrogativo
fondamentale. La ripetizione del fondamento riguarda anzitutto e soprattutto il
concetto di « essere », sottraendolo a quell’appiattimento che l’ha ridotto a «
concetto più generale di tutti », come è stato normalmente inteso dalla
ontologia (pp. 49-51). Per realiz- 402 zare la ripetizione del cominciamento
occorre « ricollocare l'esistenza storica dell'uomo [...] nella potenza
dell'essere da rivelarsi in modo ori- ginario: tutto ciò, beninteso, solo nei
limiti del potere concesso alla filosofia » (p. 52). Porre questo nuovo
cominciamento è una « decisione storica » per l'Europa e per tutto il globo
terrestre (p. 53). 8. Urgenza del ricominciamento Esso è indispensabile per
vincere quel depotenziamento dello spirito che si registra ovunque oggi nel
mondo (pp. 56 ss.). Definizione dello spiri- to come « dischiudimento
(ent-schlossenheit) originario verso l'essere ». Ed è per questo che
l'interrogarsi sull’essente come tale nella sua totalità, «il proporre la
domanda sull’essere, costituisce una delle condizioni fondamentali, essenziali,
per un risveglio dello spirito, per il porsi di un mondo originario
dell'esserci storico, per arrestare il pericolo di un oscuramento del mondo e
per una assunzione della missione storica del nostro popolo considerato come
centro dell'Occidente » (p. 60). Il rico- minciamento — che ha luogo quando si
instaura un autentico rapporto con l'essere — è anche condizione essenziale per
restituire al linguaggio la sua funzione e il suo significato SULLA GRAMMATICA
E SULLA ETIMOLOGIA DELLA PAROLA « ESSERE » 1. Condizioni preliminari all'esame
grammaticale ed etimologico :Si impone anzitutto un'autentica rivoluzione del
nostro rapporto con la lingua; anche se è vero che la determinazione dell'essenza
del lin- guaggio e il nostro stesso modo di interrogarci si conformano alla
nostra concezione dell'essenza dell’essente e dell'essere, tuttavia è pur vero
che « l'essenza e l'essere parlano nelia lingua ». Di qui la necessità « di
chia- rire l'essenza stessa dell'essere, per quanto riguarda la sua essenziale
implicazione con la natura del linguaggio » (pp. 64-65). 2. La grammatica della
parola « essere » « Come sostantivo “l'essere” deriva dal verbo. Per questo si
dice che la parola “l'essere” è un sostantivo verbale. Con questa forma gram-
maticale si può considerare esaurito quanto c'è da dire, sul piano lin-
guistico, delia parola “essere” » (p. 66). E tuttavia rimane aperto e sco-
perto un problema: «il problema di sapere se la forma originaria della parola
come sostantivo e come verbo rappresenti effettivamente il ca- rattere
originario del dire e del parlare. Tale questione include in sé, in pari tempo,
quella dell’origine del linguaggio » {p. 66). Ma non ci si può accontentare di
questa indicazione assai generica. Per verificare quale sia stato in origine il
rapporto linguaggio-essere occorre esplorare come siano andate le cose nella
lingua greca, la quale «è accanto alla tedesca la più potente ed insieme la più
spirituale » (p. 67). Heidegger si sofferma anzitutto sulla distinzione tra
onoma e rema: onoma è manifestazione ed espressione della cosa, rema dell’azio-
ne; il primo corrisponde al sostantivo, il secondo al verbo. Ma questa 403 Lo
spirito: dischiudimento verso l’essere Necessaria una autentica rivoluzione de
rapporto con la lingua La parola ‘‘essere’' e l’origine del linguaggio Analisi
dei termini greci: ‘“onoma”’ (manifestazione della cosa), ‘‘rema”’
(dell’azione) L’‘‘emergenza dell’essente come lotta: ‘“polemos”’ Essere come
vivere: dischiudersi, permanere L’inafferrabilità dell’essere analisi dice
ancora poco. Perché la ricerca approdi a qualche risultato apprezzabile occorre
spingersi più avanti, e cercare di comprendere come i greci concepivano il
linguaggio (pp. 68-69). Heidegger fa vedere che nella lingua greca l’essente è
concepito come qualche cosa che si rende presente assumendo un limite (telos),
una forma (morfé), un aspetto (idea), una natura (physis), una verità
{a-letheia), cioè come « un fuoruscire dalla latenza » (pp. 70-72). L'emergenza
dell’essente come qualcosa di distinto e determinato è concepita come polemos
(lotta). Quando la lotta cessa l’essente perde la sua identità, e viene ridotto
a mero oggetto di considerazione teorica, di calcolo, di produzione: « resta pur
sempre l’essente [...] ma l'essere si è ritratto da lui » (p. 73). In
conclusione, « per i greci “essere” significa stabilità (Stàndigkeit), e ciò in
duplice senso: 1) Lo stare in sé nel senso del prodursi, del pro-cedere
(Ent-stehen): physis. 2) Lo stare in sé come tale, come qual. cosa di
“stabile”, che rimane, di permanente (Verweilen): ousia. Non-es- sere, per
conseguenza, significa l’uscire da tale stabilità proceduta da se stessa:
existasthai. “Esistenza” ed “esistere”, significano quindi per i Greci
precisamente: non-essere » (p. 74). A questo punto Heidegger fa seguire una
sottile disquisizione sulla forma infinitiva delle parole (pp. 77 ss.). 3.
Etimologia della parola « essere » Le tre radici del verbo « essere » (che si
possono cogliere nelle pa- role indogermaniche, greche e latine), determinano i
tre significati prin- cipali che questa parola ha avuto sin dalle origini nella
lingua greca: vivere, dischiudersi, permanere. « Ma a questo punto ci si
presenta una domanda decisiva: come si accordano e in che cosa convergono le
tre radici citate? Cosa è che regge e dirige il dire dell'essere? Su che cosa
si fonda il nostro dire dell'essere secondo le varie flessioni della lingua?
Questo dire e la comprensione dell'essere sono o no la stessa cosa? Come è
presente (west), nel dire dell'essere, la differenza fra l'essere e l’essente?
» (p. 82). 4. Questioni pendenti ‘A questo punto Heidegger segnala una serie di
importanti questioni ancora aperte ed irrisolte, in particolare: 1) Quale tipo
di « astrazione » era in gioco nella formazione della parola « essere »? 2)
Qual è il signifi- cato fondamentale predominante (dei tre significati
iniziali) che può avere presieduto alla fusione verificatasi? 3) Il senso
dell'essere che, stando alle interpretazioni puramente logiche e grammaticali,
ci si pre- senta come « astratto » e come qualcosa, per conseguenza, di
puramente derivato, può essere in se stesso pieno e originario? (pp. 82-83).
Conclusione: Quando si tenta di spiegare il significato della parola «essere »
ci si trova subito in imbarazzo, perché è un voler cogliere l'inafferrabile. «
Con tutto ciò, noi siamo continuamente attratti dall’es- sente, inseriti in
esso, portati a considerare noi stessi come degli “es- senti”. “L'essere”, per
ora, non è per noi che un semplice vocabolo, un termine frusto. Se non altro,
bisogna che cerchiamo almeno di impadro- nirci di quest'ultimo resto rimasto in
nostro possesso » (p. 83). È quanto 404 si è tentato di fare nel secondo
capitolo mediante la ricerca grammati- cale e filologica intorno alla parola «
essere ». CAPITOLO III :LA DOMANDA SULL’'ESSENZA DELL'ESSERE 1. La strategia da
seguire per determinare l'essenza dell’essere Chi vuole realizzare un effettivo
« cominciamento » ed ha constatato che l’essere è diventata la parola più
generica e più vuota di tutte, può essere tentato a Jasciare in disparte questa
parola e rivolgersi ai vari ambiti dell’essente. Senonché a questo punto sorge
un grosso problema: come stabilire che qualche cosa è davvero un essente? « E
come stabilire, d’altra parte, che in un certo tempo, in un certo luogo, un
supposto es-. sente non è, se non siamo già in grado di distinguere con
chiarezza fra essere e non essere? E come compiere questa decisiva distinzione,
se non sappiamo, in modo altrettanto decisivo e determinato, che cosa signi-
fichino l'essere e il non essere che vengono qui appunto distinti? Come può,
nel caso specifico e in generale, un essente essere per noi un essente, se
prima non comprendiamo che cosa significhino “essere” e “non esse- re”? » {p.
87). 2. Il significato della parola « essere » « Essere », questa parola
apparentemente tanto vaga ed indeterminata, tuttavia è così densa di
significato da fornire una sicura e decisiva linea di demarcazione sia
nell'ordine del pensiero sia in quello del linguaggio. « Riflettendo più
attentamente su questa parola risulta alla fine questo: malgrado ogni
obliterazione, mescolanza, genericità del suo significato, noi pensiamo in essa
qualcosa di determinato. Questo qualcosa di deter- minato è così determinato ed
unico nel suo genere che occorre fare la seguente aggiunta: quell’essere che
tocca a qualsiasi ente e che si sperde in ciò che vi è di più comune, è, per
eccellenza, quanto vi è di più unico » (p. 88). Pertanto « proporsi di abbandonare
l’“essere”, come parola vuota di senso, per rivolgersi all’essente in
particolare, è cosa non solo avventata ma oltretutto eminentemente incerta »
(p. 89). ‘Heidegger illustra questa tesi ricorrendo all'applicazione di un con.
cetto generale (per esempio, albero) ai casi singoli e mostrando che questi
sono identificabili (come alberi) solo grazie al concetto generale. Ma, si
potrebbe obiettare che il caso dell'essere è molto diverso da quello del-
l'albero, perché l’essere non è un genere. Tuttavia, risponde Heidegger, « la
necessità di comprendere già in anticipo la parola “essere” è la più alta ed
ineguagliabile » (p. 91). Ciò che ‘va approfondito (« erigere in sa- pere ») è
la particolarità, unica nel suo genere, di questo nome. 3. Accertamento della
conoscenza dell'essere Che si dia una certa cognizione dell'essere lo si può
provare quanto meno indirettamente. ‘Infatti, senza una cognizione dell'essere
risulte- rebbe impossibile qualsiasi dischiudersi dell’essente in quanto tale,
e ri- sulterebbe impossibile anche il linguaggio, perché parlare è sempre dire
405 Capire ‘‘essere’’ e “‘non-essere'’ per giungere all’essente L’unicità
dell’essere Parlare è sempre dire l’essere L'uomo è l’essere capace di ‘‘dire’’
La necessità di interrogare l'essere Il linguaggio luogo del dischiudimento
dell'essere Determinazione del senso dell’essere: presenza presenzialità
consistenza sussistenza permanenza avvenire e Il fatto che noi comprendiamo
l'essere, anche se in modo indetermi- nato ed opaco, « ha per il nostro esserci
il più alto valore, in quanto vi si manifesta una forza nella quale si fonda
tutta la possibilità essen- ziale del nostro esserci. Non si tratta di un fatto
qualunque, ma di qual- cosa che per il suo peso esige la più alta valutazione,
a patto che il no- stro esserci, che è sempre qualcosa di storico, non rimanga
per noi qual- cosa di indifferente. D'altronde anche perché il nostro esserci
possa ri- manere per noi un'entità indifferente, occorre comprendere l'essere.
Sen- za questa comprensione non saremmo neanche in grado di dire di no al
nostro esserci » (p. 92). Interrogare l’essere (non il rispecchiarlo o rap-
presentarlo c l'apprenderlo) è l'unica via da seguire per sottrarlo al suo
nascondimento. E « il nostro interrogare risulta tanto più autentico quan- to
più ci atteniamo con aderenza e costanza a ciò che più merita di essere
investigato, e precisamente al fatto che l'essere è ciò che per noi risulta
compreso in modo completamente indeterminato e tuttavia eminente- mente
determinato » {(p. 93). L’interrogare verte sul senso dell'essere cioè sulla
sua « apertura ». 5. La filosofia come accesso all'essere Il dischiudersi
dell'essere è un evento ed un evento è anche la filosofia in quante cerca di
ri-effettuare taje dischiudimento. La via però che la filosofia ha da
percorrere nen è quella ascendente della metafisica tradi- zionale
{dall'essente verso l'essere), bensì quella discendente: « dall’es- sere a ciò
che si deve problematizzare della sua apertura » (p. 95). La « di- scesa » da
seguire è quella tracciata dalia lingua, perché il dischiudersi dell'essere ha
luogo nel linguaggio: « l'essere stesso è legato alla parola in un senso del
tutto diverso e più essenziale di qualunque altro ente » (p. 97). 6.
L'orizzonte del senso deli’essere . Mediante una vasta esemplificazione ed
esplorazione dei vari sensi dell'essere, Heidegger perviene alla conclusione
che essi si inscrivono tutti dentro un certo orizzonte, che corrisponde a
quello del pensiero greco: « C'è una certa linea unitaria che li percorre tuiti.
Essa orienta la com- prensione dell'essere verso un determinato orizzonte dal
quale trae il suo significato. La determinazione dei senso dell’essere si
circoscrive nell'am- bito della presenza (Gegenwartigkeit) e della
presenzialità {(Anwesenheit), 406 della consistenza {(Bestehen) e deila
sussistenza (Bestand), della perma- nenza (Aufenthait) e dell'avvenire
(Vor-kommen) LA LIMITAZIONE DELL'ESSERE In questo capitolo Heidegger tenta
un’altra via per raggiungere il di-schiudersi dell’essere (oltre a quella ciel
linguaggio: grammatica ed eti- mologia), quelia di mettere a confronto e di
contrapporre l'essere con slcune sue modalità fondamentali: l'apparire, il
divenire, il pensare e il dever-essere, modalità queste che hanno trovato
espressione nelia sto- ria della filosofia {per cui il dischiudersi dell'essere
coincide, come vuole iIeidegger, con la storia della filosofia), le prime due
modalità nella filosofia greca, le ultime due nella filosofia moderna. 1,
Fsssre e divenire Storicamente questa è la prima distinzione e contrapposizione
presa in considerazioni dai filosofi (Parmenide, Eraclito, ecc.). Contropposto
al divenire « l'essere si mostra come la solidità propria dello “stabile in sé
raccolto” » (p. 106). Qui Heidegger introduce una importante osservazio- ne
concernente la storia della filosofia: che non è semplice altalena di
affermazioni e negazioni, di tesi e antitesi, come si suol credere, bensì un
discorso unitario intorno alla stessa cosa la quale « possiede in realtà come
sua interna verità l’inesauribile ricchezza di essere ogni giorno come al suo
primo giorno » (p. 107). 2. Essere e apparenza ro 407 Le modalità fondamentali
deli’essere: apparire, divenire, pensare, dover essere La filosofia: discorso
unitario intorno alia stessa cosa L’unità recondita di essere e apparenza
L’apparenza come possibilità intrinseca dell’essere La lotta dei greci per la
conquista dell’essere Tre vie per un giusto rapporto dell'essere con
l’'essente: la via dell'essere, del nulla, dell'apparenza Il pensare: modalità
dell'essere Carattere prospettico del pensare e valore prospettico del
conoscere sembrare è conseguenza dell'essere stesso come sua possibilità
intrin- seca in quanto — come physis — consiste nell'apparire, nell'emergere
per prospettive (p. 114). a sperimentato, sulla via del- l'essere, la tempesta
capace di trascinarlo via, a colui cui lo spavento della seconda via, quella
che conduce all’abisso del nulla, non è rimasto estraneo, e che pure ha saputo
accettare il rischio sempre incombente della terza via, quella della apparenza
» (p. 122). vo del Dasein, è anzitutte modalità dell'essere. ia distinzione
esse- re-pensiero va studiata con la massima attenzione, in quanto precede
tutte ie altre distinzioni e, per intenderla rettamente occorre ricondurla alle
origini: anche per essa è necessario il « ri-cominciamento », di modo che la
verità primigenia venga restituita nei suoi propri limiti e con ciò nuovamente
fondata (pp. 125-126). Occorre anzitutto prender nota del ca- rattere
prospettico del pensare: esso accade sempre dentro un determina- to orizzonte,
un determinato campo di osservazione. Non tenendo conto del valore prospettico
del conoscere — assolutizzandolo — la gente in- 408 corre spesso in gravi
errori e deviazioni, talché « non riconosciamo più guono tre tipi principali di
a. predicativa: di attribuzione, di proporzionalità propria e di proporzio-
nalità metaforica. L'a. è una categoria fondamentale per la verifica del
linguaggio metafisico e religioso. Anima - Deriva secondo i filologi o dal greco
anaigma (senza sangue) o dal greco dnemos (soffio, vento). Il termine viene
universalmente ado- perato per significare il principio primo della vita. I
pensatori antichi e medioevali solevano distinguere tre a. vegetativa,
sensitiva e razio- nale. Secondo molti scolastici nell'uomo le tre a. sono
formalmente di- stinte; invece secondo san Tommaso si dà nell'uomo soltanto
l’a. razio- nale la quale svolge anche le attività delle a. inferiori. A. si
distingue dalla parola spirito, sia in quanto contiene l'idea di una sostanza’
spiri- tuale, sia in quanto è più comprensiva, dal momento che la parola
spirito si applica soprattutto alle operazioni intellettuali. Antropologia - È
lo studio dell'uomo {dal greco anthropos = uomo, logos = studio). Si danno tre
tipi principali di a.: culturale (o scienti- fica), filosofica e teologica. La
prima studia l'uomo con criteri scienti- 416 fici e si propone di ricostruire
gli elementi costitutivi delle culture pri- mitive o tradizionali. L'a.
filosofica cerca di risolvere col puro ragiona- mento l'enigma umano in tutti i
suoi molteplici aspetti: ontologico, etico, politico, religioso, storico, ecc.
Infine l'a. teologica procura di ottenere un'intelligenza approfondita e
sistematica del mistero dell'uomo alla luce della «Parola di Dio. Arte - L’a. è
ogni produzione di bellezza da parte di un essere co- sciente. L'oggetto
dell’attività artistica (o estetica) è la bellezza, come oggetto di quella
scientifica è la verità, di quella etica la bontà, di quella religiosa il
sacro, di quella tecnologica l'utile. Perciò l'a. si distin- gue dalla tecnica.
L'artista facendo un'opera d'a. si propone anzitutto di dare espressione
sensibile alla bellezza (in un disegno, un edificio, un quadro, ecc.). L'opera
d'a. non è mai una semplice riproduzione di fatti naturali. Perché si dia opera
d'a. occorre originalità, genialità, creatività. Aseità - Indica la condizione
dell'essere che esiste di per sé. Il con- cetto di a. è presente nella
patristica in relazione alla natura di Dio. In Cartesio e Spinoza riguarda la
sostanza. Nell’assiologia di Nicolai Hart- mann l'a. è riferita alla
sussistenza dei valori. Assiologia - È lo studio filosofico dei valori (dal
greco arxios = degno, valido; e logos = studio). È una disciplina che deve le
sue origini, al- meno indirettamente, a Nietzsche con la sua aspra critica dei
valori tradizionali e il tentativo di capovolgerli in valori « mondani »,
terrestri. Ma il suo vero fondatore fu Rudolf H. Lotze {1817-1881), un
contempo- raneo di Nietzsche. Egli distingueva tre regni di ricerca: regno dei
fatti, regno delle leggi universali e regno dei valori. I primi due sono
studiati dalla ragione con il metodo analitico e possono essere considerati in
prospettiva meccanicistica, il terzo è appreso dal sentimento e implica necessariamente
una prospettiva spiritualistica. Infatti, secondo Lotze, fondamento ultimo di
tutti i valori e valore assoluto esso stesso è Dio. Astrazione - Denota
l’attività con cui l'intelletto (agente) ottiene la conoscenza delle idee
universali. La loro conoscenza, secondo la teoria dell’a. (che fu elaborata per
primo da Aristotele e fu ripresa nel Medio- evo da san Tommaso), non avviene né
per anamnesi, cioè il ricordo di quanto l'anima ha contemplato nell'Iperuranio
prima di entrare nella prigione del corpo (Platone), né per illuminazione
divina (Agostino), ben- sì mediante l’azione dell'intelletto, che ricava dai
dati della fantasia ciò che è fondamentale, essenziale, trascurando ciò che è
accidentale, pe- culiare di un fenomeno particolare. Così, per esempio, dal
fantasma (immagine) di questo colore (bianco, verde, ecc.) l'intelletto ricava
l’idea di verde. Ateismo - È la negazione di Dio (dal greco a-theòs = senza
Dio). Fe- nomeno già noto nell’antichità, ha acquistato vasta diffusione
soltanto dopo la rivoluzione francese. Si distinguono due forme principali di
a.: teorico e pratico. Il primo è il risultato di una speculazione più o meno
sistematica e rigorosa (e viene anche chiamato a. scientifico), il secondo
corrisponde all’indifferenza religiosa, ed è la negligenza di ciò che riguarda
Dio nella vita quotidiana. Atto - Categoria fondamentale della metafisica
aristotelica insieme al 417 suo correlativo, la potenza. A. designa tutto ciò
che è perfezione, com- pletezza, realizzazione, definizione, mentre la potenza
indica ciò che è imperfetto, incompleto, indefinito. Nelle cose materiali l’a.
non si iden- trascendentale dell'essere. Bene - Secondo la classica definizione
di Aristotele, il b. è tutto ciò che è oggetto di appetizione, di desiderio. Il
b. interessa sia la metafisica sia l’etica. Dalla prima è visto come una delle
qualità trascenden- tali dell'essere (insieme all'uno, al vero e al bello).
Dalla seconda è considerato come il fine a cui l'uomo indirizza costantemente
le proprie azioni. Categoria - Significa classe di predicati (o predicamenti).
Aristote- le, che fu il primo a fissarne la classificazione, definisce le c.
come idee generali che non sono riconducibili a nessun'altra. Sono dieci:
sostanza, «qualità, quantità, azione, passione, relazione, tempo, luogo,
posizione e rivestimento (abito). Per Kant e la scuola kantiana, le c. sono i
concetti fondamentali dell'intelletto puro, forme a priori della nostra
conoscenza, che rendono possibili tutte le funzioni del pensiero discor- sivo. Causa
- È tutto ciò che in qualche modo contribuisce alla produ- zione di qualche
cosa. È di Aristotele la classica divisione delle c. in quattro specie:
materiale, formale, efficiente e finale. Le prime due de- signano la materia e
la forma, e per questo sono dette c. intrinseche, mentre la c. efficiente
indica l'agente e la c. finale lo scopo per cui una cosa viene prodotta o
un'azione compiuta. Non rientrando tra gli ele- menti costitutivi di ciò che
viene prodotto, le c. agente e finale sono dette c. estrinseche. Molto si è
disputato nella filosofia moderna sia intorno alla c. agente come a quella
finale, 418 Concetto - Denota una conoscenza universale, astratta ed è pratica-
mente sinonimo di idea universale. Le diverse scuole filosofiche differi- scono
profondamente sia nella spiegazione dell'origine dei c. sia nell’as- segnazione
del loro valore. Quanto all'origine, Platone propone la teoria dell’anamnesi,
cioè del ricordo; Aristotele la teoria dell'astrazione; Ago- stino la teoria
dell’illuminazione e Kant quella della struttura a priori dell'intelletto.
Quanto al valore, si sono proposte tre soluzioni: i c. non hanno nessun valore,
essendo dei puri nomi (flatus vocis); hanno valore totalmente oggettivo e
rispecchiano realtà sussistenti in rerum natura: le Idee dell’Iperuranio; hanno
un valore parzialmente oggettivo e par- zialmente soggettivo: oggettivo quanto
al contenuto, soggettivo quanto alla forma (l'universalità esiste solo nella
mente). La prima è la soluzio- ne dei nominalisti e degli empiristi; la seconda
è la soluzione di Platone e dei suoi discepoli; la terza è la soluzione di
Aristotele, di san Tom- maso e dei loro rispettivi seguaci. Conoscenza - Il
termine è usato sia per designare l'attività con cui si diviene consapevoli di
qualche cosa, di qualche oggetto, sia l’infor- è usato per quella parte che
stu- dia la realtà materiale (dal greco cosmos = mondo e logos = studio).
Aristotele questa parte l'ha chiamata Fisica. Il suo obiettivo non è sem-
plicemente quello di spiegare la costituzione fondamentale dei corpi (ma- teria
e forma), la ragione della loro individuazione, le condizioni del loro esistere
(spazio e tempo), ma anche l'origine prima e il fine ultimo del mondo
materiale. Creazione - In senso lato indica ogni genere di produzione; in senso
stretto designa l'azione con cui Dio trae dal nulla tutte le cose. Secondo la
definizione latina la c. è productio rei ex nihilo sui et subiecti: è pro-
durre una cosa dal nulla rispetto sia alla forma, sia alla materia (su-
biecti). Mentre gli uomini nelle loro « creazioni » traggono le cose dal nulla
rispetto alla forma (in effetti l’uomo può soltanto trasformare ma- teriali già
esistenti) e non rispetto alla materia; è privilegio di Dio trarre le cose
dalla condizione di totale inesistenza. Insegnata dalla Bibbia (Gn. 1,1 ss.)
questa verità è stata ripresa sul piano razionale dalla filosofia cristiana,
della quale è divenuta una delle dottrine emblema- tiche. Cultura - Della c. si
danno tre accezioni principali: elitaria, pedago- gica e etnologica. Secondo la
prima accezione, c. significa erudizione (ha c. chi possiede molte cognizioni,
o in generale o in un campo ristretto, come l’arte, la musica, la filosofia,
ecc.). Secondo la seconda accezione, c. significa educazione: è la c. del corpo
{c. fisica) o dell'anima (c. morale e spirituale), c. degli istinti o degli
affetti, ecc. Di questa c. si occupa la pedagogia. Secondo la terza accezione,
la c. è la forma spirituale di una società, tutto ciò che la unisce all’interno
e la distingue dalle altre so- cietà all’esterno (come fa la c. italiana per
gli italiani, quella francese per i francesi, quella cinese per i cinesi,
ecc.). La c. intesa in questo ultimo senso costituisce l'oggetto sia
dell’antropologia culturale sia della filosofia della c. Deduzione - È un
procedimento raziocinativo con il quale da prin- cipi o proposizioni generali o
universali si discende verso conclusioni meno universali o particolari. La
forma ideale e perfetta della d. è il sillogismo, il quale è un ragionamento
che consta semplicemente di due premesse e di una conclusione. Creatore della
scienza della d., cioè della Logica, fu Aristotele. Kant denomina « deduzione
trascendentale » il suo procedimento con cui cerca di stabilire quali sono i
concetti a priori (cioè le categorie) che vengono applicati agli oggetti
dell'espe- rienza nei vari tipi di giudizi. Definizione - Secondo Aristotele,
la d. è « l'enunciato che esprime la quiddità, cioè l'essenza di una cosa ». La
filosofia moderna si rifiuta di dare alla d. un senso così marcatamente
ontologico e metafisico e per d. intende semplicemente un’operazione logica
mediante la quale si de- zzo filosofico chiamato nuova ermeneutica (Gadamer,
Ricoeur), il termine e. ha acquisito un significato più esteso e più profondo e
sta ad indicare una prospettiva di pensiero che asse- gna sia alla filosofia
che alla teologia il compito di interpretare, poiché l'uomo stesso è un essere
che vive nella precomprensione e nell’inter- pretazione delle cose e della
storia. Esistenza - Nel linguaggio più comune il termine denota semplice- mente
il fatto che qualche cosa è. In filosofia ha acquisito valenze se- n sono
distinguibili fisicamente ma sol- tanto metafisicamente. Secondo san Tommaso,
e. ed esistenza si trovano nel rapporto di potenza e atto: in effetti è
l’esistenza (più esattamente l'atto dell'essere, actus essendi) che conferisce
attualità ad un'e. In Dio e. ed esistenza si identificano. Essere - Da sempre
il termine e. è plurisemantico e, secondo i casi, varia da un minimo di
comprensione (quando si limita a significare la presenza o posizione di una
cosa, come dice Kant) ad una comprensione 422 sconfinata, che « abbraccia tutte
le perfezioni », come afferma san Tom- maso. Secondo Aristotele, Tommaso e
Heidegger studiare l’e., le sue proprietà e le sue manifestazioni è compito
primario della metafisica. Estetica - Termine tratto dal greco aisthesis {=
sensazione), e creato da Baumgarten come titolo della sua opera Aestetica
(1750), che aveva per oggetto l’analisi e la formazione del gusto. Di solito la
si adopera per denominare quella parte della filosofia che si occupa dell'arte:
della sua natura, principi, funzioni e distinzione dalle altre attività dello
spirito. Etica - Dal greco ethos = costume. È la scienza che ha per oggetto il
fine della vita umana e i mezzi per raggiungerio. Storicamente la pa- rola e. è
stata applicata alla morale sotto tutte le sue forme, sia come scienza del
comportamento effettivo degli uomini, sia come arte di guidare il
comportamento. Propriamente l’e. si dovrebbe occupare del bene quale valore
primario da assumere dalla libertà come guida delle proprie scelte. Fede - In
generale si intende la disposizione del credente ad abban- donarsi
fiduciosamente nelle mani di Dio e ad accettare umilmente la sua parola. In
modo ulteriore, la f. è definita come assenso della mente e della volontà alle
verità rivelate da Dio e proposte dalla Chiesa come tali e accettate non in
forza della loro intrinseca evidenza, bensì sull’au- torità di Dio stesso il
quale non inganna né può ingannare. Come dice sant'Agostino, la f. consiste nel
credere, nell'accettare ciò che non è manifesto alla ragione. Il suo oggetto
proprio sono i misteri. Felicità - È la condizione di completo soddisfacimento
di tutte le proprie aspirazioni, soprattutto di quelle che assecondano
maggiormente la piena realizzazione del proprio progetto di umanità. A seconda
dei ‘vari progetti di umanità proposti dai filosofi (eroe, ‘filosofo, gaudente,
santo, ecc.), di volta in volta, la f. è stata riposta nella forza, nella con-
templazione, nel piacere, nell'unione beatificata con Dio, ecc. Fenomeno - Dal
greco phainomenai = apparire. Il termine è usato so- prattutto da Kant, Hegel e
Husserl e dai loro seguaci, con valenze se- mantiche distinte. Per Kant il f. è
l'oggetto del nostro conoscere, un pirito? 429 E in che rapporto si trova lo
spirito con la materia? Il corpo è prigione dell'anima (Platone), strumento
dell'anima (Agostino, Cartesio), compo- nente essenziale ma subordinata
all'anima (Tommaso) o in qualche altro rapporto? Quello gnoseologico si
preoccupa di verificare se questioni come questa, della natura profonda
dell'essere dell'uomo e della sua pos- sibile sopravvivenza dopo la m. siano
questioni alla portata della ragione umana o enigmi insolubili. Una cosa
comunque è certa: anche per chi il problema di tutti i problemi, il problema
principe della ricerca filosofica. È disci- plina importante anche per la
teologia perché l'intelligenza della fede (che è l’obiettivo della teologia) si
opera al massimo livello, quando si ricorre al più alto grado di
intelligibilità, e questo è appunto quello onto- logico o metafisico. Pace - La
p. è quella tranquillitas ordinis (ordine tranquillo) di cui 430 gode una
società quando tutto funziona bene al suo interno e non pa- venta pericoli
dall'esterno. Due sono pertanto le principali espressioni della p.:
internazionale e sociale. La prima riguarda i rapporti di uno Stato con gli
altri Stati, mentre la seconda riguarda i rapporti tra le classi e gli
individui di uno stesso Stato (nazione). Passione - In generale significa una
inclinazione veemente, un senti- mento forte, prepotente, difficilmente
controllabile. Nonostante una certa connotazione negativa del termine, la p.
può essere sia buona sia cattiva: è buona se è volta ad uno scopo, un oggetto
moralmente buono; è cat- tiva nel caso contrario. Le p. hanno costituito
argomento di studio da parte di moltissimi filosofi, in particolare di
Aristotele, Tommaso d'Aqui- gli educatori » (Lalande). Pensiero - Comunemente
si dice di tutti i fatti cognitivi, in oppo- vidua substantia incommunicabilis
(una sostanza individua e inco- municabile di natura ragionevole). iPer i
medioevali, fondamento della p. è l'essere, più esattamente il possesso di un
proprio atto d'essere, in- vece per i moderni fondamento è l’autocoscienza,
mentre per i contem- poranei fondamento è l’intersoggettività oppure
l’autotrascendenza. In tutte queste tesi c'è qualche cosa di vero e, per
questo, come definizione adeguata della p. si può proporre la seguente: un
essere sussistente dotato di autocoscienza, intersoggettività e
autotrascendenza. Politica - È lo studio dei fatti politici, cioè dei fatti che
riguardano lo Stato e il governo, in opposizione ai fatti economici, culturali
e so- ciali. La filosofia politica studia principalmente la questione
dell’origine’ dello Stato, la sua strutturazione e la sua forma migliore, la
questione dei rapporti tra lo Stato, le classi sociali, i partiti e la persona
singola, la questione dei rapporti tra politica e morale, politica e cultura,
poli- 431 tica e religione ecc. E in effetti, tutti questi problemi sono stati
affron- tati dai filosofi nel corso dei secoli a partire da ‘Platone e da
Aristotele. Potenza - Nel suo significato più comune il termine indica la ca-
pacità e l'abilità di compiere un'azione. Denota pertanto l’idea di at- tività
e di efficacia. Nella metafisica aristotelica e scolastica p. si Studiare e
risolvere i p., cioè le questioni aperte, è compito sia della scienza (Popper)
sia della filosofia. Compito specifico della filo- sofia è affrontare e
risolvere i problemi ultimi (cfr. « Filosofia » e « Me- tafisica »).
Prospettiva - È il punto di vista che si assume nel vedere, nel consi- derare,
nello studiare una cosa. La filosofia contemporanea vede in tutte le conoscenze
umane, compresi i sistemi scientifici e ‘filosofici, semplice- mente delle
prospettive più o meno allargate; in tal modo rifiuta ogni forma di olismo,
cioè di visione e spiegazione totale, completa, esaustiva perfetta della
realtà. Prova - Operazione mentale con cui si cerca di stabilire la verità di
un’asserzione o la validità di una tesi. Normalmente si tratta di qualche forma
di ragionamento (induttivo o deduttivo), ma può trattarsi anche di semplice
ostensione dei fatti, allora si chiama p. ostensiva. . Ragione - Comunemente
oggi si intende la facoltà conoscitiva propria dell’uomo e di cui lui solo è
dotato. Sostanzialmente questo è il senso che ha il termine anche nella
filosofia scolastica e moderna fino a Kant. È una facoltà discorsiva, che raggiunge
la verità non immediatamente,432 per intuizione (come fa invece l'intelletto),
ma mediante qualche forma di ragionamento. Kant restringe l'uso del termine r.
{Vernunft) alla co- noscenza dell'eterno e dell’assoluto, che però sortisce
risultati estrema- mente deludenti, in quanto la r. in questo campo può
soltanto avvertire e impostare dei problemi senza essere in grado di
risolverli. Relazione - È sostanzialmente sinonimo di rapporto. :È un concetto
fondamentale per molte scuole filosofiche. Nella filosofia hegeliana la r. è la
categoria primaria; in effetti, per Hegel, tutta la realtà non è altro che una
vastissima trama di r. Nella filosofia aristotelica è una delle dieci
categorie, e di tutte sembra la più debole, fragile, povera, dato che non
esiste in se stessa e neppure può vantare una consistenza ontologica analoga a
quella della quantità, della qualità o dell’azione. Per acquisire consistenza
ontologica la r. richiede quanto meno due real- tà, perché si tratta di una
specie di ponte, che si regge soltanto quando ci sono almeno due enti a farle
da sostegno. Eppure, la r. è un veicolo potentissimo di realtà, soprattutto
quando si tratta della r. di causalità, cioè della r. tra causa ed effetto,
perché l’effetto in quanto effetto deve tutta la sua realtà, tutto il suo
essere alla causa: questa è causa soltanto nella misura in cui è in r. con
l’effetto e gli comunica qualche cosa del proprio essere. Si è soliti
distinguere tra r. reali e logiche: le prime sono quelle che influiscono
sull'essere dei termini rapportati, le seconde non influiscono. La categoria di
r. riveste, infine, una importanza fondamen- tale nel personalismo
contemporaneo, che, centrato sulla struttura dia- logica della persona umana,
ne coglie come costitutiva la r. io-tu, fonda- mento di ogni possibile forma di
comunicazione. Una sintesi concettuale che accomuna i personalisti è quella
relativa all'uomo come essere-di- relazione. Religione - Dal latino religare =
legare insieme. È l'insieme dei miti (racconti, testi sacri) e dei riti (preghiere,
azioni, sacrifici) con cui l’uo- mo esprime e attua i suoi rapporti con Dio. La
r. è l’espressione spon- tanea, naturale della condizione di finitezza e
creaturalità dell’uomo. Ogni popolo, sviluppando la propria cultura, si crea
anche una r. (che nella maggior parte dei casi, storicamente, assume un
carattere animi- stico, politeistico, mitologico, magico). Oltre alle r. «
naturali » esistono anche tre r. « storiche » o rivelate: l’ebraismo, il
cristianesimo e l’isla- mismo, a cui forse va aggiunto anche il buddismo, se lo
si considera una r. e non una semplice filosofia. Riflessione - Vedi «
Autocoscienza ». Rivoluzione - R. è «lo sviluppo di nuove forme di potere che
divi- dano ed indeboliscano il vecchio ordine e facciano posto al sorgere del
nuovo, e che nello stesso tempo siano in grado di stabilizzare il nuovo al suo
sorgere in mezzo al vecchio » (R. Schaull). È una categoria che si applica a
qualsiasi ordine di cose, così si può parlare di r. religiosa, filosofica,
scientifica, letteraria, economica, politica, ecc. Ma più comu- nemente si usa
per l'ordine socio-politico. In tutti i casi, la r. è un valore strumentale e
non assoluto, ed è un valore positivo quando serve la causa dell'uomo {della
società, della nazione, del popolo) non gli inte- ressi di una sola classe, di
un partito e tanto meno di una sola persona. 433 Sacro - In senso generale e
più proprio, questo termine denota un ordine di cose separato, riservato e
inviolabile, che deve essere oggetto di rispetto religioso da parte di un
gruppo di credenti. È correlativo di profano. Il s. è la qualità specifica che
caratterizza la dimensione religiosa (questa è per definizione la dimensione
del s.), come il vero è la qualità specifica della dimensione gnoseologica e il
bene della dimen- sione appetitiva. È una qualità analogica che ha per
analogato principale Dio (che è il s. per eccellenza) e per analogati secondari
tutte le cose o persone che si trovano o vengono messe in rapporto con Lui:
come libri (libri s.), attività (arte s., musica s., ecc.) persone (persone
consa- crate). Scienza - Termine polivalente, la cui gamma semantica va dal
conosce- re in generale alla conoscenza metodica più rigorosa e sofisticata. Di
soli- to, comunque, si intende una conoscenza sistematica intorno ad un deter-
minato oggetto, condotta con rigore ed obiettività. È un concetto essen-
zialmente analogico, in quanto sia il rigore sia la obiettività variano da
oggetto ad oggetto. Grazie alla sua metodologia assai precisa e al-
l'obiettività facilmente verificabile nell'epoca moderna e contempora- nea non
solo si è visto nella scienza sperimentale il tipo ideale del sapere
scientifico, ma spesse volte si è identificato la s. con esso sic et simpli-
citer (così l’illuminismo, il positivismo, il neopositivismo, il materiali-
smo, ecc.). Oggi che le ambizioni della s. sono state fortemente ridimen-
sionate sia quanto alla portata sia quanto al rigore e all’obiettività, si
ritorna a riaffermare il valore analogico del termine s. Segno - Tutto ciò che
ha il potere di richiamare l’attenzione oltre che su se stesso anche su
un'altra cosa. Così, il fumo in quanto richiama l'idea del fuoco, le nubi in
quanto richiamano l’idea dell’acqua, la co- lomba in quanto richiama l’idea
della pace, un suono vocalico in quanto richiama l’idea di un determinato
significato, ecc. Il regno dei s. è va- stissimo, infinito. Se ne distinguono
molti generi: naturali e conven- zionali, iconici e arbitrari, vocalici e
scritti, ecc. Area massimamente importante è quella dei s. linguistici. In effetti,
il linguaggio non è altro che un insieme di s. volto alla comunicazione tra gli
uomini. Due sono le discipline principali che si occupano dello studio del
linguaggio: la linguistica che studia i s. dal punto di vista fonetico,
grammaticale e sintattico e la semantica che studia il linguaggio dal punto di
vista del significato. Simbolo - Dal greco symballo = comporre, mettere
insieme. Il ter- mine si adopera per significare tutto ciò che si collega
intenzionalmente con qualche altra cosa e perciò serve a richiamarla. In genere
viene con- siderato come sinonimo di segno; ma qualche autore (per esempio,
Tillich) assegna al s. una pregnanza semantica più forte, in quanto, mentre i
segni possono essere prodotti puramente convenzionali, ciù non si avvera nel
caso dei s., in quanto questi comportano una partecipa- zione nella realtà
della cosa di cui sono simboli (così, per esempio, l’ac- qua battesimale, s.
della purificazione dell'anima). Nel linguaggio eccle- siastico la parola s. è
stata adoperata sin dalle origini per indicare una formula di fede ufficiale,
che serve come carta di identità, come tessera distintiva anzitutto di
appartenenza alla Chiesa e in secondo luogo di 434 ortodossia (per esempio, il
Simbolo apostolico, il Simbolo costantino- politano, ecc.). Sintesi - In
generale significa composizione: il mettere insieme ele- menti dapprima
separati. In particolare e in senso tecnico, s. indica quel processo logico —
tipico delle scienze sperimentali — per cui si passa da nozioni più semplici o
da dati particolari per ottenere asserzioni più complesse e universali. Società
- Qualsiasi gruppo di individui che si riuniscono per il con- seguimento di
determinati obiettivi. In questo senso il termine s. ha un'estensione
vastissima: si applica alla famiglia, alla Chiesa, allo Stato, ai gruppi
sportivi, culturali, economici, ecc. In senso proprio, il termine designa un «
insieme di individui i cui rapporti sono consolidati in isti- tuzioni nonché,
per lo più, garantiti dall'esistenza di sanzioni, sia codi- ficate sia diffuse,
che fanno sentire all'individuo l’azione e la costrizione della collettività »
(Lalande). Sociologia - Termine di accezione recente nel linguaggio filosofico
e delle scienze umane e risale alla filosofia positivistica di Augusto Comte (metà
del sec. XIX), il padre della s. Egli l’ha considerata la forma di sapere
positivo per eccellenza, essendo lo studio del predotto proprio della natura
umana: la società. Anche successivamente il termine ha continuato a mantenere
il significato di scienza dell’« attività sociale » e, poiché questa attività è
sempre orientata a sistemi sociali, si può anche dire che la s. è la scienza
dei sistemi e dei gruppi sociali (piccoli e grandi). Sostanza - In filosofia
questo termine ha un significato tecnico ben preciso: secondo la classica
definizione che ne ha dato Aristotele, la s. « è ciò che è in sé e non in
un'altra cosa ». S. è qualsiasi realtà dotata di un proprio atto di essere e ha
quindi una sua consistenza ontologica. È il contrapposto di accidente, che non
ha un proprio atto di essere, ma per esistere, deve appoggiarsi, deve inerire
(inesse) alla s. di cui è un frutto più o meno avventizio (per questo si
distingue tra « accidenti propri» e « accidenti accidenti » o « accidenti
puri»). Nella filosofia moderna, a partire da Locke, il termine s. è stato
svuotato di questa densità ontologica e ridotto a mero sustrato, inattingibile
dall'intelletto umano, in quanto questo, ristretto ai dati dell'esperienza
sensitiva, non può andare oltre i fenomeni. Spazio - Nel linguaggio filosofico
questo termine significa il luogo o ambiente illimitato e indefinito in cui gli
oggetti reali appaiono collo- tati. Questo concetto è stato variamente inteso
dalle scuole filosofiche antiche e moderne. Le soluzioni proposte si possono
ridurre a tre: quel- la ultrarealistica o realistica che vede nello s. una
realtà interamente oggettiva sussistente in se stessa, come un grande
recipiente che con- tiene tutte le cose materiali (Platone, Newton); una idea
puramente sog- gettiva, una forma a priori della sensibilità, che mette ordine
ai feno- meni materiali (Kant); una costruzione mentale con fondamento nelle
cose (Aristotele). Speranza - Il termine indica un atteggiamento fondamentale
dello spirito umano: quello di fiducia verso il futuro, più precisamente di 435
attesa fiduciosa di qualche futuro evento. C'è una s. umana, quando è fondata
su calcoli umani; c’è una s. cristiana o religiosa quando è fon- data sulla
parola di Dio, le sue promesse, la sua grazia. Generalmente trascurata da tutta
la riflessione filosofica antica e moderna, la s. è diventata argomento
fondamentale nelle riflessioni e nei « sistemi » di Bloch (Il principio
speranza), Marcel (Homo viator), «Pieper (Speranza e storia). SPIRITO. Con
questo termine si denota qualsiasi realtà immateriale, cioè superiore alla
materia e indipendente da essa, quanto meno nel- l'ordine ontologico. Con
riferimento all'uomo si dice dell'anima, in con-trapposizione al corpo; con
riferimento all'universo si dice di Dio in contrapposizione al mondo e alla
materia. La parola s. viene adoperata spesso e volentieri anche da una cultura
fortemente sensistica e mate- rialistica qual è la nostra. Pur negando Dio e
tutto il mondo della tra- scendenza, che — in sede ontologica — è l'unico mondo
che meriti effet- tivamente il nome di s., la cultura laica, e talvolta
ostentatamente atea del nostro tempo, non esita a parlare con rispetto di «
valori spirituali », ad esaltarne l’importanza e a invocarne la riabilitazione
per salvare la nostra società. Ma è chiaro che tutto questo è vaniloquio se
nell'uomo e al di sopra dell’uomo stesso non esiste una dimensione, una realtà
effet- tivamente spirituale. Storia - È l'insieme degli eventi di cui l’attore
principale è l'uomo. Analogicamente il termine si applica anche alla natura e
perciò si parla anche di s. naturale. La s. nel senso che si è detto è un
concetto squisi- tamente biblico e cristiano, ignoto alla filosofia greca,
anche se come sequenza di eventi il concetto è già presente nei narratori greci
(Tuci- dide, Erodoto). Sulla natura, senso, periodizzazione della s. e sulla
co- scienza storica la riflessione filosofica s'è concentrata soltanto
nell'epoca moderna a partire da Vico, dando luogo a tre soluzioni principali:
cri- stiana (che fa intervenire nelle vicende umane anche la Provvidenza di-
vina), idealista (che fa della s. una manifestazione diretta dello Spirito
Assoluto), atea, che esclude totalmente Dio dal processo storico e lo con-
sidera esclusivamente un'opera dell'uomo. I due orientamenti più re- centi
circa l’interpretazione della s. sono quelli dell’Historie e della Geschichte:
il primo considera la storia solo in relazione al fatto nella sua contingenza e
relatività; il secondo considera la storia come « tempo- ralizzazione » dei
valori (o degli anti-valori), che contrassegnano la condotta umana. Tecnica - È
l'insieme di procedimenti ben definiti e trasmissibili de- stinati a conseguire
un risultato utile. In altre parole: sono i procedi- menti e gli strumenti
escogitati dall'uomo per dominare la natura e as- servirla ai propri bisogni. È
una delle componenti.fondamentali della cultura insieme al linguaggio, ai
costumi e ai valori: costituisce in un certo qual modo la sua
esteriorizzazione. La t. rappresenta il risvolto pratico, applicato, della
cultura: è l'applicazione al mondo della natura delle acquisizioni simboliche.
Per questo, scienza e t. camminano di pari passo. Man mano che progredisce la
conoscenza teorica delle leggi della natura, avanza anche la capacità dell'uomo
di sfruttare le sue risorse. Così la storia della t. coincide sostanzialmente
con la storia della scienza. Alle conoscenze prescientifiche corrispondono t.
estremamente 436 elementari di tipo manuale ed artigianale. Poi, col
sopraggiungere della conoscenza scientifica, ha inizio l'invenzione di i.
sempre più complesse, che trasformano l’uomo da semplice homo faber in homo
tecnologicus (vedi anche « Lavoro »). Tempo - In generale per t. si intende una
durata infinita di momenti, simile all'estensione spaziale, entro la quale
durata trovano posto tutte le altre durate più o meno lunghe degli anni, delle
stagioni, dei mesi, dei giorni, delle ore, ecc. La riflessione dei filosofi sul
tempo ha camminato di pari passo con la riflessione sul t. e ha dato luogo sostanzial-
mente alle stesse soluzioni: ultrarealistica o realistica (Platone, New- ton),
concettualistica (Kant) e logico-realistica (Aristotele). È di Aristo- tele la
celebre definizione: « Il tempo è la misura del movimento secondo il prima e il
poi ». Intendiamo, infine, per « tempo cronologico » quello segnato dagli
eventi inconsapevoli della natura e per « tempo storico » quello che è oggetto
della coscienza riflessa dell’uomo, che contrassegna il t. cronologico con
l'incidenza delle sue azioni consapevoli e libere. Teodicea - Termine coniato
da Leibniz e che etimologicamente signi- fica « difesa di Dio » (dal greco
dîìke = difesa e theòs = Dio). Si dice di quella parte della filosofia che si
occupa dell’esistenza di Dio, della sua natura e dei suoi attributi. Questa
parte si chiama anche « teologia na- turale ». Intorno alla possibilità di
questa disciplina i filosofi sono di- visi in due grandi partiti: quelli che,
assegnando alla conoscenza razio- nale un valore obiettivo, la ritengono
possibile (e sono quasi tutti i filo- sofi antichi, medioevali e moderni fino a
Kant) e quelli che, riconoscendo al conoscere un valore puramente soggettivo,
la giudicano impossibile (questa è la tesi di molti filosofi dopo Kant). TEORIA.
Dal greco theoria = visione di uno spettacolo, oppure visione intellettuale.
Nel linguaggio filosofico ha due valenze semantiche prin- cipali, una in
opposizione alla conoscenza volgare e l'altra in opposizione a quella pratica.
Nel primo caso, significa una concezione metodica organiz- zata sistematicamente
e rigorosamente (e ciò vale sia per il campo scienti- fico sia per quello
filosofico); nel secondo, t. significa ciò che è oggetto di una conoscenza
disinteressata, indipendentemente dalle sue applica- zioni. Tradizione -
Comunemente il termine t. significa ciò che in una so- cietà, piccola o grande,
si irasmette in maniera viva, sia per mezzo della parola sia della scrittura e
dei modi di agire. In questo senso, la t. rappresenta la vita stessa di una
cultura, la sua storia. Pertanto non ci può essere cultura senza t. né t. senza
cultura. Il valore di una t. va controllato con la bilancia del valore-uomo.
Questo controllo consen- tirà di constatare che, analogamente alle culture,
nessuna tradizione è un valore interamente positivo sotto ogni aspetto in tutte
le circostanze, perché in nessuna t. si realizza pienamente quel valore o quei
valori in cui una cultura intende specializzarsi e tanto meno tutto l'universo
dei valori. Per questo, nessuna t. dal punto di vista della ragione appare divina,
assoluta, perfetta, sacra e intoccabile. Per contro, ci sono culture e anche t.
molto povere e talvolta anche gravemente difettose ed er- rate. Colui che le
possiede ha il diritto e il dovere di rivederle, criticarle, correggerle e, se
necessario, anche abbandonarle.
Trascendentale - In filosofia questo termine conosce due usi princi-
pali, quello aristotelico-scolastico e quello kantiano. Nella filosofia ari-
stotelico-scolastica sta ad indicare le proprietà fondamentali dell'essere, che
secondo alcuni autori sono tre: l'uno, il vero e il bene, secondo altri sono
quattro (ai tre precedenti aggiungono anche il bello). Nella filosofia kantiana
t. sta ad indicare le condizioni a priori del conoscere e il loro studio
(estetica t., analitica t. e logica t.). Trascendenza - Dal latino
trans-ascendere = salir su, valicare. Il con- cetto di t. è attinto
dall'esperienza sensibile e in tale ambito denota una relazione spaziale: di
superamento, sconfinamento, oltrepassamento, ecc. Successivamente questo concetto
dalle cose materiali è stato tra- sferito a quelle spirituali e astratte. Così
si è potuta, dire che il mondo dello spirito trascende quello della natura, che
Dio trascende il mondo, ecc. In termini recenti in filosofia, ha acquisito un
significato tecnico e sta ad indicare la realtà divina; la t. è Dio. Però,
oltre che per parlare di Dio, il termine t. viene adoperato oggi anche per
parlare dell’uomo e lo si adopera soprattutto per indicare la capacità che
l’uomo ha di superare costantemente se stesso in tutto ciò che fa, che dice,
che pensa e che è. È questa, dell'autotrascendenza, una delle proprietà
specifiche dell'uomo e più ricche di significato al fine di una comprensione
del suo essere profondo. Umanesimo - Questo termine è usato sia come nome proprio
sia come nome comune. Nel primo caso indica quel movimento spirituale rappre-
sentato dagli « umanisti » del Rinascimento (Ficino, Valla, Pico della Mi-
randola, Erasmo, ecc.) e caratterizzato dallo sforzo di sollevare la dignità
dello spirito umano e di rimetterlo in valore richiamandosi all’antichità
classica greca e romana. Come nome comune significa qualsiasi dot- trina che
esprime e sottolinea il valore dell'uomo. Ciò si può fare asso- lutizzando il
valore dell’uomo con l'esclusione di Dio e allora si parla di u. ateo, o
affermando il valore dell'uomo in coniugazione e subordina- zione al valore di
Dio e allora si parla di u. religioso o cristiano. Univocità - È la funzione
semantica propria di un termine che viene applicato a molti soggetti sempre con
lo stesso significato. Per esempio, l'applicazione del termine « uomo » a
Pietro, Paolo, Giovanni, Marco, ecc. Utopia - Dal greco ou = non e topos =
luogo e pertanto significa una realtà che non esiste in nessun luogo. Il nome
fu introdotto da Tom- maso Moro nel titolo della sua famosa opera De optimo
reipublicae statu, deque nova insula Utopia, nella quale descrive un popolo
perfettamente saggio, forte e felice grazie alle istituzioni ideali di cui
gode, il quale abita appunto nell'isola di Utopia. Organizzazioni ideali ed
immaginarie della società umana, sull'esempio di Moro, furono escogitate da
Cam- panella, da Fénelon e, con pretese più scientifiche, da Comte e da Marx.
Del ruolo dell’u. nella dinamica sociale e culturale la filosofia ha co-
minciato ad occuparsi soltanto recentemente. A questo riguardo occorre evitare
sia la posizione di rifiuto categorico come se l’u. fosse soltanto un fattore
alienante, sia quello di approvazione incondizionata, come se l’u. fosse la
panacea di tutti i mali. Valore - « Il senso esatto di valore è difficile da
definire rigorosa- mente perché il più delle volte questa parola esprime un
concetto instabile, un passaggio dal fatto al diritto, dal desiderato al
desiderabile » (Lalande). In italiano v. possiede tre significati principali:
economico, etico, ontologico. In economia significa « danaro », in etica la
virtù con cui si affrontano gravi pericoli e si compiono grandi imprese; in
ontolo- gia la qualità per cui una cosa possiede dignità ed è quindi degna di
stima e di rispetto. La scienza dei v. — cioè l'assiologia — si occupa del
concetto di v. inteso secondo il terzo senso e cerca di comprendere qual è la
sua natura effettiva, le sue caratteristiche essenziali, i suoi rapporti con
gli altri trascendentali dell'essere e di fissare l'ordine e la gerarchia dei
v. Verità - Questo termine assume in filosofia un significato veramente
fondamentale, perché il sapere filosofico si configura anzitutto come amore e
ricerca della v. Secondo la definizione più classica, la v. è la conformità
della mente, cioè della conoscenza con la realtà. Questa si chiama anche v.
logica. Ad essa si contrappone la v. ontologica, che è la corrispondenza delle
cose alla mente divina, che le ha ideate. C'è anche una terza forma di v. ed è
la v. morale che è data dalla corrispondenza delle proprie intenzioni con le
esigenze della moralità. Non c'è dubbio che la v. è un valore fondamentale
anzitutto nell'ordine noetico, perché essa costituisce l’obiettivo principale
di detto ordine, ma è valore primario anche per altri ordini: pedagogico,
epistemologico, onto- logico e culturale. Della v. i filosofi si sono occupati
da sempre sia per definirne l'essenza, sia per scoprire le vie per
raggiungerla, come pure per determinare i criteri per identificarla. Due sono i
criteri per deter- minare ia v.i quello oggettivo dell'evidenza e quello
soggettivo della certezza. L'integrazione dei due criteri è proprio delle
filosofie intellettua- listico-realiste (da Aristotele a S. Tommaso a Maritain,
ecc.). Il primato del criterio della certezza è proprio delle filosofie
idealistico-dogmatiche (da Plaione a Cartesio ad Hegel, ecc.). Virtù - Con
questo termine generalmente si intende un'abitudine, cioè una disposizione
ferma e costante, ad agire bene: è un'’inclinazione al bene che si è
consolidata, tanto che il virtuoso è portato ad agire bene (per esempio, ad
essere casto, generoso, coraggioso, umile, ecc.) con spontaneità, anzi con
veemenza. La v. è oggetto primario dell'etica, in quanto questa studia il fine
dell'uomo e i mezzi per raggiungerlo e la v. è appunto il mezzo principale. La
‘v. si può dividere e classificare in tanti modi. Importante è la divisione tra
v. etiche e v. dianoetiche: le prime sono le disposizioni ad operare bene
nell'ordine morale; le seconde nell'ordine speculativo o intellettuale. Vita -
È la qualità per cui un essere è capace di muovere se stesso. Dal punto di
vista della biologia molecolare la v. consiste esclusivamente in una singolare
e più complessa strutturazione delle molecole rispetto alla strutturazione che
si incontra nella sostanza inorganica. Fenome- nologicamente la v. si manifesta
come un movimento che diversamente da quello meccanico è immanente (cioè va a
vantaggio del soggetto che lo produce) e spontaneo (è prodotto direttamente dal
soggetto stesso grazie alla sua costituzione intrinseca). Le caratteristiche
principali della v. sono: potere di crescere, di rispondere all'ambiente e di
riprodursi. Si è soliti distinguere tre gradi di v.: vegetativa, sensitiva,
razionale; la prima è propria delle piante, la seconda degli animali, la terza
dell'uomo. 439 Vocazione - Con questo termine generalmente si intende la
chiamata che una persona sente dentro di sé a svolgere determinate attività e
ad assumere un certo ruolo nella società. Nella concezione secolarizzata della
vita la v. è semplicemente siffatta inclinazione. Invece nella vi- suale
cristiana, la diversità di attitudini fa parte del piano provviden- ziale che
Dio ha concepito per ogni singolo uomo e la v. non è altro che il modo con cui
Dio fa sentire a ciascuno la chiamata alla realizzazione del suo piano o
progetto. Tema raramente trattato nella storia della filosofia, quello della v.
ha acquisito rilevanza speculativa soprattutto per merito dei personalisti e
degli esistenzialisti cristiani (Marcel). Volontà - È il nome che si dà alla
facoltà che ha l'uomo di tendere verso il bene; si dice anche appetito
razionale, per distinguerlo dall’ap- petito sensitivo che è proprio degli
animali. Mentre l'appetito sensitivo è una tendenza istintiva, quello razionale
cioè l'inclinazione della v., è un appetito guidato, calcolato, libero. Il
privilegio della v. è in effetti quello di essere libera: cioè padrona dei
propri atti e quindi anche degli oggetti verso cui si porta con le sue
decisioni. In filosofia due sono le grosse questioni che sono state dibattute
in ogni tempo a proposito della v.: una riguarda proprio la libertà. La
questione è di sapere se, nono- stante tutti i condizionamenti cui viene
sottoposta la v. umana, essa può dirsi veramente libera (è la controversia tra
i deterministi e gli inde- terministi). La seconda è se nell'uomo conta
maggiormente la cono- scenza o la v. {è la controversia tra intellettualisti
che assegnano il primato alla conoscenza e volontaristi che per contro
assegnano il pri- mato alla v.). Battista Mondin. Keywords. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Mondin” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Mondolfo: l’italiano ebreo e la ragione conversazionale della
filosofia romana – antica filosofia italica – la scuola di Senigallia -- filosofia
marchese -- la filosofia italiana – Luigi Speranza (Senigallia). Filosofo
italiano. Senigallia, Ancona, Marche. Grice: “Mondolfo is one of the few who
have focused on ‘gli eleati’ as involving a locus – pretty much as I do when I
talk of Oxonian dialectic.” Grice: “Mondolfo’s study of the politics of
Risorgimento is good; especially since every Englishman seemed to endorse it!”
-- essential Italian philosopher. Like Grice, Mondolfo believed seriously in
the longitudinal unity of philosophy and made original research on the
historiography of philosophy, especially during the Eleatic, Agrigento, and
later Roman periods. Figlio
di Vito Mondolfo e Gismonda Padovani, una famiglia benestante di commercianti.
Aderisce alle idee marxiste e socialiste. Studia a Firenze. Si laurea con F.
Tocco, discutendo una tesi su Condillac dal titolo: "Contributo alla
storia della teoria dell'associazione", un saggio da cui saranno poi
tratti alcuni dei suoi primi saggi di storia della filosofia. Frequenta un
gruppo socialista. Insegna a Potenza, Ferrara, Mantova, Padova, Torino, e
Bologna. Consigliere comunale nelle file del Partito Socialista. Collabora con
la rivista "Critica Sociale" fino a quando viene soppressa dal regime
fascista. Compone "Saggi per la storia della morale utilitaria" di
Hobbes ed Helvetius”; "Tra il diritto di natura e il comunismo", "Rousseau
nella formazione della coscienza moderna", "Il materialismo storico
in F. Engels" (Formiggimi, La Nuova Italia) "Sulle orme di
Marx". E tra i firmatari del manifesto degli intellettuali anti-fascisti,
redatto da Benedetto Croce. Si dedica alla filosofia italica antica. Ciò
nonostante, pur in questo periodo, grazie alla politica di Gentile che volle
coinvolgere filosofi di diverso orientamento nell'impresa, collabora con
l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Compone la voce Socialismo. In seguito
alle leggi razziali fasciste che vietavano agli ebrei di ricoprire cariche
pubbliche, Mondolfo scrisse il proprio curriculum di benemerenze e vi inserì lo
stesso Gentile come testimone il quale ha a propormi per il Premio Reale di
filosofia presso i lincei". Gentile autorizza Mondolfo a citarlo tra i
testimoni e tenta inutilmente di farlo ri-entrare tra gli esclusi dalle leggi
razziali. Costretto a lasciare l'Italia Gentile scrive ad Alberini e lo aiuta a
trovare lavoro in Argentina. Il suo archivio personale è depositato in parte a
Firenze presso la Fondazione di Studi Storici Filippo Turati ed in parte presso
Milano. Altre saggi: Sulle orme di Marx,” – Grice: “Whitehead used to say that
metaphysics has been but footnotes to Plato; and Strawson used to say that to
rob peter to pay paul you must show first that pragmatics is but footnotes to
Grice!” -- Grice: “But of course a footnote is not a footprint – only similar!”
– Grice: “While ‘footprint’ involves Roman pressum, ‘orma’ obviates that!” --
Cappelli); “L'infinito nel pensiero dei greci, Felice Le Monnier, La Nuova
Italia); “Problemi e metodi di ricerca nella storia della filosofia”
(Zanichelli, La Nuova Italia, Firenze, Milano, Bompiani, “Gli albori della
filosofia in Grecia,” «La Nuova Italia», Editrice Petite Plaisance, Pistoia,.
La comprensione del soggetto umano nella cultura antica, La Nuova Italia
(Milano, Bompiani ). Alle origini della filosofia della cultura, Il Mulino, “Il
pensiero politico nel Risorgimento italiano,” Nuova accademia, Cesare Beccaria,
Nuova Accademia Editrice,. “Moralisti greci: la coscienza morale da Omero a
Epicuro,” Ricciardi, “Da Ardigò a Gramsci,” Nuova Accademia, “Il concetto
dell'uomo in Marx,” Città di Senigallia, “Momenti del pensiero greco e
cristiano,” Morano, “Umanismo di Marx. Studi filosofici, Einaudi, “Il
contributo di Spinoza alla concezione storicistica, Lacaita, Polis, lavoro e
tecnica, Feltrinelli, Educazione e socialismo, Lacaita, “Gli eleati,”
Bompiani,. Note Vedi Paolo Favilli, Dizionario Biografico degli Italiani,
riferimenti in. Fu una delle prime donne italiane a conseguire la laurea (cfr.
Le donne nell'Firenze). Sposò civilmente a Firenze in Palazzo Vecchio Cesare
Battisti. La sorella di Ernesta, Irene, sposerà Giovanni Battista Trener, per
anni collaboratore di Cesare. Amedeo Benedetti, L'Enciclopedia Italiana
Treccani e la sua biblioteca, "Biblioteche Oggi", Milano,
Enciclopedia Treccani, vedi alla voce futuro di Cesare Medail, Corriere della
Sera, Archivio storico. «SOCIALISMO» la voce nella Enciclopedia Italiana,
Volume XXXI, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana; Paolo Simoncelli41.
Paolo Simoncelli42. Paolo Simoncelli43. Vedi Fabio Frosini, Il contributo
italiano alla storia del PensieroFilosofia, riferimenti in. Archivio, Inventari
Stefano Vitali e Piero Giordanetti. Ministero per i beni culturali e
ambientali. Ufficio Centrale per i beni archivistici. Archivio Rodolfo
Mondolfo. Inventari, Stefano Vitali e Piero Giordanetti, Roma, Ministero per i
beni culturali e ambientali. Ufficio Centrale per i beni archivistici, Paolo
Simoncelli "Non credo neanch'io alla razza" Gentile e i colleghi
ebrei, Le Lettere, Firenze, L. Vernetti, R. Mondolfo e la filosofia della
prassi, Morano, E. Bassi, Rodolfo Mondolfo nella vita e nel pensiero
socialista, Tamari); A. Santucci, Pensiero antico e pensiero moderno in
Mondolfo, Cappelli, Bologna); Bobbio, Umanesimo di Rodolfo Mondolfo, in Maestri
e compagni, Passigli Editore, Firenze 1984. M. Pasquini, Del Vecchio, il
kantismo giuridico e la sua incidenza nell'elaborazione di Rodolfo Mondolfo
(Alfagrafica, Città di Castello); C. Calabrò, Il socialismo mite: tra marxismo
e democrazia, Polistampa, Firenze); E. Amalfitano, Dalla parte dell'essere
umano. Il socialismo di Rodolfo Mondolfo, L'asino d'oro, Roma.
TreccaniEnciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. su siusa.archivi.beniculturali,
Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. Opere su
openMLOL, Horizons Unlimited srl. Opere Fabio Frosini, MONDOLFO, Rodolfo, in Il
contributo italiano alla storia del Pensiero: Filosofia, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana,. Vita opere e pensiero Diego Fusaro, sito
"filosofico.net". Fondo Rodolfo Mondolfo Università degli Studi di
Milano. Biblioteca di Filosofia. Fondo Rodolfo Mondolfo Fondazione di Studi
Storici Filippo Turati. Italiani emigrati in Argentina – Antica filosofia
italica. La filosofia italica sin dai tempi antichi era cosi deita, e quel che
più monta, dai Greci stessi, e l'autorità non sospetta di un Platone e di un
Aristotele, che non la chiamarono con altro nome, ci sembra dar peso alle
ragioni di quanti la vogliono originaria, contro l'opposta opinione di chi tra
noi la dice portata dalle colonie greche. Comunque sia, certo è che in questa
seconda supposizione, l'Italia non perde tutto il suomerito, perchè la scienza
quisorse più splendida mercè il concorso del genio e il sussidio delle
tradizioni italiane. Le scuole di cui essa può menar vanto sono due, la di
Crotone/Ponto/Taranto e la dei velini. La setta di Crotone e fondata da
Pitagora, di cui si tiene incerta così l'origine come iltempo della nascita;
l'origine, perchè è dubbio s'ei nascesse à Samo della Ionia od a Samo della
Magna Grecia; il tempo, perchè chi lo vuol nato nell'anno 584 av. C.,chi nel
608,e chi ancor prima, ai tempi di Numa, il quale, come ciè noto, mori nel 672,
dopo quarantatrè anni di regno. Tra i filosofi che vi appartennero, chiamati
ancor essi pitagorici, con un ARCHITA di TARANTO (il più celebre di tutti), che
capitana più volte gl’eserciti, e non fu mai sconfitto, si ricordano un
FILOLAO, probabilmente di Crotone, un TIMEO di LOCRI, ed un OCELLO di LUCANIA.
Taciamo i minori o dimen nota dottrina, come LISIDE, CLINIA, EURITE, ZELEUCO, e
CARONDA -- i quali due ullimi, legislatori entrambi, di Locri l'uno, l'altro di
CATANIA, insigni rese l'efficacia che, per loro opera specialmente, ha allora
la filosofia negl’ordini civili, quando, mutata la forma, i governi regi si
convertirono in popolari. La setta di CROTONE ha vita dal bisogno di una
scienza, che, professata da uomini austeri e ornati di grandi virtû, e con
giunta all'operosità civile -- in ciò la consorteria pitagorica, chè tale fu
veramente, distinguesi dalle indiane -- serve di criterio per una riforma
riconosciuta necessaria in mezzo al guasto ognor crescente della religione, dei
costumi e della libertà; lo che ci spiega le persecuzioni a cui andò soggetto.
Scuola pitagorica. -Nuovo affatto è nella scienza il metodo recatovi dai
CROTONESI. Questo metodo -- e lo stesso dicasi del linguaggio -- è il
matematico; il quale consiste nell'applicare le idee di quantità alla natura
interna ed esterna, ed al principio sommo della medesima; metodo che, tutto
essendo nel mondo capace di numero e di misura, non sarebbe forse tanto strano
quanto a prima vista appare, se non fosse che i Crotonesi all'esperienza, che
la verità ci rivela nell'ordine dei contingenti, il più delle volte preferirono
il ragionamento a priori, error palese a chi consideri che dal concetto, per
esempio, di circolo, di triangolo, di pentagono, non si può argomentare che
questi tipi si effettuino in natura, e chi lo fa si espone al pericolo
manifesto di costruire da sè un mondo fantastico, un mondo che non esiste fuori
della sua mente. Ma i crotonesi sono educati allo studio delle matematiche;
perciò non è meraviglia cheil metodo di queste scienze trasportassero nelle
regioni della filosofia. Il gran problema metafisico dei CROTONESI riducesi
adunque al seguente: trovare la legge mentale della quantità effettuate nella
realtà, e con queste salire alla prima cagione. Ed ecco perchè tutto è numero
nel loro sistema. I principi delle cose sono i numeri. Un numero, una unità
parziale è ogni cosa. Un numero, una unità generale il loro complesso, cio è
l'universo o mondo, il quale comprendendo in sè tutti i numeri od unità
parziali, à in sè la pienezza d'ogni grado di entità, epperciò è decade; e la
prima cagione, il principio di tutti iprincipi delle cose, la causa che ad ogni
altra causa antecede, è numero essa pure, ma il numero per antonomasia, e
quindi può chiamarsi l'unità, la diade, la triade, il quadernario (o solido),
il settenario e la decade. Ma lasciamo da banda questo gergo simbolico, e
vediamo che di sostanziale si peschi in fondo alla dottrina dei Crotonesi, e
come s'abbia a intendere la sua formula. Ogni cosa è un numero. Che cosa è il
numero per eccellenza, la Monade somma, infinita, il divino dei Crotonesi? E
che sarà l'essere individuo? Che cosa il mondo od universo? Il divino èl'ente
che in sè contiene la propria essenza e quella di tutti gl’esseri, epperò tutti
i contrari, cioè le cose più opposte e disparate (inito ed infinito, dispari e
pari, uno e più, positivo e negativo, quiete e moto, luce e tenebre, bene e
male, ecc.), ed inoltre la moltiplicità loro insieme concilia, risultandone una
suprema unità, un'armonia universale. Il divino, insomma, è l'unità suprema di
tutti icontrari. Le cose particolari, gl’esseri derivati da lei sono immagini sue,
epperò consteranno anch'esse di elementi contrari, a unità ed armonia ridotti;
dunque ogni essere è un numero ed armonia parziale. Poni assieme tutti questi
numeri, tutti gl’esseri finiti, e in modo che i contrary non cozzino, ma
formino un solo numero, una sola unità vastissima, immagine essa pure della
monade divina. Tale il mondo od universo dei crotonesi, il quale e l'assieme
dei contrari, non già nell'unità somma inesistenti, ma in atto e dal divino
ridotti ad armonia. Ora, in qual modo la generalità dei contrari, cioè la
decade, il mondo in esi steva nell'unità per eccellenza, nel divino? Qui
crotenesi tacciono, di modo che nulla di positivo e certo può rilevarsi dalla
loro dottrina. Bensi e'ci apprendono come l'universo o mondo si venisse formando
per ispirazione od aspirazione.La monade universale e suprema, contenente in sè
le unità particolari, da principio e una, continua, indivisa, ma non
indivisibile, e da ogni parte circondata da un vuoto immenso; il quale,
aspirato da essa,come l'aria entra nei polmoni, si introduce fra i
contrari,ossia fra le monadi particolari, e cosi separandoli, individuolli, e
produsse la grande moltiplicità delle cose mondiali. La formola esprimente
l'armonia universale (tuttoènumero) per la scuola pitagorica può dirsi il
principio di tutta la filo sofia, dappoichè essa l'applicò in tutti tre
gl’ordini --metafisico, logico e morale. Che cosa è l'anima umana, la quale,
dice Filolao, giace nel corpo come in un sepolcro? Risponde il crotonesi: un
numero, un'armonia, insieme conciliando essa due contrari, cioè i sensi e la
ragione, che sono ilnegativo ed il positivo, l'irragionevole ed il ragionevole.
E la verità, la co gnizione che cosa è mai ? Un numero, un'armonia, come fuor
dell'armonia è l'errore, essendo che per l'acquisto della medesima cooperano
gli stessi contrari, quantunque la ragione si spinga più oltre dei sensi, i
quali non escono dalla sfera dei contingenti o fenomeni. E che sarà, infine, la
virtù? Un numero, un'armonia, che risulia anch'essa dall'accordo dell'irragionevole
col ragionevole, essendo la virtù riposta nella soggezione dei sensi all'impero
della ragione, toltalaquale, all'armonia sotten traladisarmonia, alla virtû il
vizio. Vadasè che la virtù ci rimena alla monade suprema, all'ordine od armonia
universale, che d'ogni essere è principio e fine. Critica. Bene esaminando la
dottrina dei crotonesi, si scuopre nella medesima un error capitale, che à per
sorgente l'abuso del metodo trascendentale, come quello che li condusse a
trasportare nell'ordine delle realtà le astrazioni della matematica, e a
concepir il divino quasi unità generica o numero per eccellenza, che è come
dire quale un'essenza in cui si contengono e si immedesimano le cose tutte
quante. Nè a salvarli dal panteismo implicito bastano le alte verità
frammischiatevi, eladichia Senofane, schernitore dei politeisti, i
qualiammettono più dei, e degli antropomorfisti, che li fingono a loro immagine
e somiglianza, insegna che il divino è potentissimo, uno ed eterno;
potentissimo, perchè egli è l'ente (entità, forza, energia e potenza per la
scuola italica sono termini sinonimi). Uno, perchè, tra più dèi uguali, nessuno
è potentissimo per l'uguaglianza, e se inferiori, nessuno è potentissimo per
inforiorità; eterno, perchè l'ente non può non essere, e il non ente non può
divenire. Si fosse egli qui arrestato! ma fra gli altributi divini ne annovera
un quinto, dal quale poi con falsa logica deduce una (1) Colonia ionica di
Elea. (2) Velia ha un'altra scuola, fondatavi da Leucippo e Democrito, i quali spiegavano
la formazione del mondo con ammettere nel vacuo immenso una infinità di atomi
eterni, il cui fortuito accozzamento avrebbe dato origine a tutte cose
(atomismo). Questa scuola,chiamata fisica,non siconfonda
coll'eleaticasemplicemente detta, e denominata anche metafisica per
distinzione. Uno razione di Filolao, Dio essere imperatore e duce sommo, ed
eterno, potentissimo, supremo e diverso dalle altre cose; per chè d'uopo è che
accetti le conseguenze chi non rinunzia al l'erroneità dei principi. E l’erroneità
del principio pitagorico sta appunto nel far di Dio un tutto, un numero che
comprende in sè ogni altro numero. Il sentimento religioso e morale, scri ve il
dottissimo Bertini (Idea d'una filosofia della vita) induce va i Pitagorici a
collocare Dio molto al dissopra del mondo;ma il fato della logica li forzava
sovente ad immedesimarli in una sola sostanza, e ricacciavali nel panteismo .
La scuola eleatica ebbe tal nome da quello della città dove sorse, poco dopo la
di Crotone, per opera di Senofane, che, nato a Colofone della Ionia tardi migra
di là per l'invasione della patria,e venuto nella Magna Grecia, prenfr stanza
in Velia, e vi morì nella grave età di oltre a cent'an ni.-
SenofaneebbediscepoloParmenide,eParmenideZenone, buon patriota, che, condannato
a morte da un tiranno, corag giosamente sostenne ilsupplizio.Questi due,d'Elea
entrambi, con Melisso di Samo, il quale capitano gl’Italioti contro Pericle,
continuarono la dottrina del primo, e vi dettero forma più rigorosa, se non
incremento. D'altri nomi più famosi non la menzione la storia della filosofia
eleatica. Una dottrina si ripugnante al senso comune non poteva menarsi per
buona; perciò si levarono a impugnarla e combat terla gli empiristi, o fautori
del metodo a posteriori, sostenendo contro gli Eleati el'esistenza reale di
sostanze finite, e la loro contingenza e varietà, e la mutabilità loro,
attestata dall'evidenza dei fatti. Zenone, quel valente Zenone che Aristotele
riconobbe quale inventore della dialettica -- scienza ed arte di ragionare e
disputare -- come lo fu senza dubbio tra gli Occidentali, a sua volta non
lascia senza difesa la filosofia della sua scuola e del suo maestro, anzi
incalzò gliavversari con molta lena e con buona copia d'argomenti diretti a
dimostrare, per una parte la fallacia dei sensi e l'autonomia della ragione,
per l'altra, e con sofismi ad homincm, che l'empirismo, ilquale all'autorità
della ragione oppone quella dei sensi, contiene in sè contraddizioni ben più
gravi di quelle che si dicevano implicite nella metafisica eleatica. Ed allora,
se la memoria non ci falla, sorse la prima delle po lemiche che, per la loro
importanza, ànno meritato una pagina nella storia della scienza. ~ Famoso
argomento di Zenone deyto l'Achille. strana conseguenza: l'ente è tutto od
intiero, epperò nulla a lui può aggiugnersi; donde segue che nulla può
incominciare ad essere.Qui l'error di illazione, il sofisma del conseguente è
manifesto; quanto viene all'esistenza è forse un che d'aggiunto
all'infinitudine divina? D'altronde, se nulla può nascere o di venire, che
pensare degli esseri contingenti e mutabili, cosi detti perchè nei vari momenti
del tempo sono e non sono, e mutano continuamente ? Senofane se la spicciò
nettamente con negare a dirittura l'esistenza delle sostanze finite, e
sentenziò: Tali cose non ànno altra vita fuorchè l'apparenza, ed appartengono
all'opinione. O che! sarà dunque menzognera sempre la voce dei sensi ? E ci
ingannerà di continuo l'intimo sentimento ? Che si, rispondono in coro gli
Eleati, quanto ci rilevano i sensi altro non è che illusione; e la ragione è il
mezzo unico per giungere al vero; e il vero è che tutto è uno, e l'uno è tuito.
Critica. Ma l’arte dei Zenoni, che con sofismi strani pro pugnano la falsità
del vero, e quel che è più, l'incertezza del l'evidente, e, prova non dubbia di
grande acume, perfin riesco no a dimostrare, contro la possibilità del moto,
che nella più rapida sua corsa il più celere cavallo non raggiungerà mai una
tartaruga,quantochè tardissima, la quale anche di poco la preceda, tutta l'arte
dialettica, ripeto, non sarà mai da tanto che possa collocare sopra una base
solida isistemi della scuola Filosofia presso i Greci antichi. Principio, mezzo
e fine; infanzia,virilità e decrepitezza, o decadimento, ecco i tre stadi o
periodi, le tre età dell'antica fi losofia greca. Tra il principio e la fine
corrono ben sette secoli, all'incirca; ma noi li percorreremo in minor tempo,
se non ci manchi lena. da l'alete a Socrate. La prima età della filosofia greca
antica incomincia con Talete, e termina al comparire della filosofia socratica.
Talete, già è delio, nacque 600 anni av. C. e Socrate nel 170 ; qui dunque
abbiamo press'a poco un periodo di centotrenť anni, durante i quali sorsero due
scuole, la ionica e la sofistica; le quali, aggiunte alla pitagorica ed
all'eleatica, ci dànno in com plesso l'antica filosofia designata col nome di
italo-greca. Scuola ionica. Fondata in Mileto della Ionia, sua patria, da
Talete,primo tra i filosofi greci conosciuti, ma forse non tale veramente, que
sta scuola è, come vedremo, la men filosofica di tutte le pre cedenti. Nè la
ragione è difficile a comprendersi da chi sappia che la scienza ebbe allor
contrari i voluttuosi costumi e la ser vitù di quelle cit tà, soggette ai Lidi
ed ai Persiani, e che, a giudicarnedalsilenzioe dai pochi cenni della storia,
coloroi quali la professavano erano ben lontani dalle virtù che adorna vano i
pitagorici; virtù che col venir meno a poco a poco, pois cleatica; e sono tre:
l'idealismo logico, perchè si nega l'au torità dei sensi, per riconoscere
soltanto quella della ragione; l'idealismo metafisico, perchè si esclude la
materialità, ilmolte plice ed ogni mutamento; e, conseguenza di ciò,
ilpanteismo, che ammette la sola esistenza dell'ente immutabile ed eterno, e
cosi rimuove ogni concetto di creazione. Il primo nacque colla scuola
pitagorica,mada Senofane fu recatoasistema ;ilsecon do venne accolto dagli
Eleati per evitare le contraddizioni della medesima, che nell'uno identificava
le cose più opposte; il terzo sidirebbe comune alle due scuole,se non fosse che
nell'eleatica si lasciò da banda la parte corporea e mutabile, e così si riusci
a un panteismo parziale, al panteismo idealistico. Grice: You have to love
Mondolfo. As a Jew he was into Sartre’s existentialism, and the rest of it –
when Gentile inhibited Jews from teaching Italians, M. had to stream his energy
into the study of ‘antica filosofia italica’! for our glory!” -- o ABBAHU di
Cesarea Rabbi Abraham educazione, in Filone) Achei Acheronte Acherusia, vedi
Acheronte Achille Adamo Adamson Ade AEZIO Africa, africani Afrodite Agamennone
ACATARCO AGATONE Agostino agostiniana corrente filosofia Aiace Albertelli ALCEO
Alcibiade ALCMEONE ALESSANDRINA FILOSOFIA ALESSANDRINI MATEMATICI Alessandro,
vedi Paride. ALESSANDRO Afrodisia Alessandro Magno ALESSIDE Alfieri Altamura
Ambrogio Amerio Amicizia Amleto Amore ANACARSI di Scizia ANACREONTE Ananke
ANASSACORA DISCEPOLI di - ANASSIMANDRO ANASSIMENE Anfione Anima universale
Anselmo ANTICHI POETI E SAGGI ANTICHITÀ CLASSICA antica scienza, cultura,
antico spirito, pensiero, etc. ANTICO TESTAMENTO ANTIFANE ANTIFONTE Antigone
ANTIcoNo di Caristo ANTISTENE Apatia stoica Apocalissi di Pietro Apollo Apollo
Lairberos (santuario di) Aquitania ARCAICo pensiero ARCESILAO ARCHELAO ARCHILOCO
ARCHIMEDE ARCHITA Ardizzoni AREIOs DIDYMOS Areopago Aridea, vedi Thespesio.
ARISTARCO ARISTIPPO ARISTOCLE ARISTOFANE ARISTOSSENO ARISTOTELE Armstrong
Arnauld Arnim ARTE Artemide ASCLEPIO commentatore di Aristotele Asclepio (dio)
Asia minore Asiatico principio AssIoco Atarassia epicurea Atargatis (dea) Ate
Atena Atene, ateniesi ATENIONE di Atene ATOMISMO, ATOMISTI Atreo Atride Augusto
Aulide Aymard Baccanti Вассо Bacone Bacone Baeumker Bailey Baius
Barbari del nord Barth BASILICA PITACORICA della Porta Maggiore a Roma
Battaglia F. Bauch B. Beare Becker 0. Behaviourismo Bello Bene Bergk Berkeley
BIANTE BIBLICA tradizione Bignone Bill A. Billeter Binder Blanchet Blankert
Blondel Boas Lovejoy Boemia Bolland Bossuet Bovis Bréhier Breier Brochard Brune
Buccellato Buonaiuti Burnet Bywater CARNEADE CARONDA Carteron H. Cartesio,
cartesiano Cassandra Cataudella Cattolicesimo Cattolici filosofi, storici
Cefalo CELSO CENSORINO Centimani Ceramone Cerbero Cesarea Charisio Charu
Cherecrate CHEREMONE Cherniss Chimera Chronos Ciaceri Cibele CICERONE,
ciceroniano Ciclopi Caino Cairo Calcidio Callahan CALLICLE CALLIPPO Calogero
Calvino Cameron A. Campanella Campidoglio Canosa Cantarella Carcopino Carlini
Cilento Cilonidi CINICI CIRENAICI Classicista concezione CLASSICO spirito,
mondo, CA cultura Claudio CLEANTE CLEIDEMO CLEMENTE alessandrino Clitennestra
Clodd Cohn CoLòTE di Lampsaco Colchide Combarieu COMMEDIA DI MEZZO COMMENTATORI
DI ARISTOTELE Comparetti Comte Condillac E. B. de CoNoNE di Samo Contese
Croiset Croce Cusano Cypselo arca di Dahlmann Daimon Dal Pra M. DAMONE Danaidi
Dante Dardania, Dardano Daremberg Ch. e Saglio E. Dario Dedalo Controriforma
Copernico Coribanti Corinto, corinzi Conford CORPUs HIPPOCRATICUM COSMOLOGHI
(primi) Couissin Cousin Covotti CRATETE CRATILO Credaro Creso Creta Crimine
oggettivo CRISIPPO Cristianesimo, cristiano spirito, pensiero, cristiana era,
na, filosofia, etc. Cristo CRITIA Criticismo kantiano Critone Ctesibio Delatte
DELFICA religione, DELFICO «ePto, le a Delfi Del Grande Del Re R. Delvaille
Demetra DEMETRIo cinico DEMETRIO LACONE DEMOCRITO DEMOCRITEA tradizione
DEMOCRITEO-ARISTOTELICA stinzione di Demoni del cristianesimo 401. DEMOSTENE
Deonna W., vedi De Ridder A. Derenne De Ridder A. e Deonna Derketo Ruggiero
Descartes, vedi Destino De Strycker Deucalione Dewey Dialettica moderna Diano
DICEARCO Diderot Diela Diels Diès Dieterich Dike Diller Dimenticanza Dio natura
persona DIODORO CRONO DIODORO SICULO DIOGENE di Enoanda DIOGENE DIOCENE LAERZIO
Dione DIONE CRISOSTOMO DIONISIACO culto, spirito Dioniso Discordia Discorsi
menzogneri Aiacol Royor Divinazione Doering Dornseiff Fr. Dostoiewski DRACONE
430. Ducati Dümmler Dupréel EBRAICO-CRISTIANE eredenze, reli- gione, tradizione
EBRAISMo, ebrei EBRAICA religione EBRAICHE suggestioni ed ispirazioni EBRAICE
elementi Ecabe Ecate EcATEo d'Abdera EcATEo di Mileto Eden Edipo Efesto EcESIA
di Cirene Egisto Egitto Egizi EGIZIANO tradizionalismo ELEATI, ELEATISMO,
scuola, dottrina Elena Elettra Eleusi Eleutherna ELLENICO genio, spirito,
pensiero, etc. ELLENISMO ELLENISTICA eredità ELLENISTICA ROMANA filosofia
2ELVIDIO PRISCO EMPEDOCLE, EMPIRISTICHE correnti Empusa Endimione Enea
ENESIDEMO Enoanda Enoch pentimento, in Filone Enos speranza, in Filone Enriques
EPICARMICO principio EPICUREI, EPICUREISMO EPICURO Epidamno Epifanio EPIMENIDE
Epimeteo EPITTETO Erarmeno (mito di) Era Eracle ERACLIDE PONTICO ERACLITO
FRACLITEA dottrina esigenza proposizione ERACLITISMO BRASISTRATO BRATOSTENE
Brinni ERMIPPO ERMOTIMO Ernout Erodico di Selimbria ERODOTO ERoFILo di
Calcedone Eros Esaminatore interno (elenchos) ESCHILO ESCHINE Esculapio ESICHIO
EsIoDo ESIODEO principio Espero Età post-omerica Eteocle ETICA ANTICA, CLASSICA
cristiana e moderna GRECA morale moderna STOICA Etiopi Ettore Eucken EUDEMO
EuDosso Eumenidi Eumeo Euromo di Polignoto EURIPIDE Euristeo Eusebio Eva
Evangeli evangelico messaggio Fabre Falaride, toro di, Farrington B. Fatica
Fato Fedra FERECRATE Festa Festugiere Feuerbach Fichte Ficino Fidia Fiere
FILEMONE FILISCO Fränkel Frazer Friedländer Frigia Frinide Furie GALENO Galileo
Callavotti Gallia Ganter 201. Gassendi Gea Geffcken Geiger GELLIO AULO Gelosia
degli dei Genius malignus di Cartesio Gentile GEREMIA Germani Сет FILODEMO FILOLAO FILONE FILONIANO
testo Filoponia FILOSOFIA NATURALISTICA (ionica) FILOSOFIA OCCETTIVISTICA
FILOSOFIA PRESOCRATICA FILOSSENO FILOSTRATO FISICI ANTICHI Fitzralph Flegias
Flint FoCILIDE Fougères Frank Gerusalemme GesÚ figlio di Sirach GIAMBLICO
Giansenio Gige, anello di, Gigon Gileon GIMNOSOFISTI indiani GIoBBE Giovanni di
Rodington GIOVANNI FILOPONO Giove GIOVENALE GIUDAISMO, giudaica chiesa, etc.
Giuliano imperatore Giuliano di Eclano pelagiano Giussani Glaser Glauco di Chio
Glotz GNoMIcI poeti CNOMICA saggezza GNOSEOLOGIA ANTICA GRECA medievale
NEOPLATONICA Goedeckemeyer Gomar Gomperz Gomperz Goodenough GORCIA Gorgoni
Gottschalk Grande Anno GRECA morale GRECA tragedia, vedi TRAGEDIA. GRECI, greco
pensiero, popolo, spirito, etc.; greca anima, arte, cultura, filosofia, etc.
Grecia Greene Grilli Grousset Guthrie Guyau Halbfass Harnack Hegel Heidel W. A.
Heinemann Heinze Henz Herbertz Herder Hermann Hermes Hildebrand Himeros Hirzel
Hobbes Hoffmann Howald E. Hume Hus Huyghens Hybris Ida Idealismo assoluto
cristiano GRECO postkantiano Idealisti Idra IEROCLE Ifigenia Ilio ILLUMINISMO,
ILLUMINISTI, etc. Musionismo Indiani Inferi (Enfers) Inganno Inge Innocenzo III
Intelletto Invidia degli dei Lo Ionia, ionico mondo, ionica civil- ta, etc.
JONICA poesia IONICI poeti IONICI Glosofi IONICA filosofia scienza Ipermestra
IPPIA (sofista) IPPOCRATE, IPPOCRATICI, ippocrati- ci scritti, trattati,
Ippolito Ippolito Iris Isaac (= natura, in Filone) Isaac (Abn Jacob Jsaac?)
ISAIA Isdoso scolastico Isis isiaco culto ISOcRATE, pseudo Issione Jaeger Jago
Jacob ascetismo e perfezione, in Filone Janet Jardé Jehova Jeat Kaibel Kant
Kêr, Kêres Kern Kierkegaard Kirk Kitto Kleingünther Klimke Kock Kranz
Krokiewicz Kronos Laas Laberthonnière Labriola Lachesi Lachete Laconia Laio
Lamennais Lamenti Laminette auree Lana Langerbeck Latini Lattanzio Latzarus
Laurent Lavagnini Leibniz Leonardo da Vinci Leone Ebreo Leonte di Salamina
Leonzio Leroux Lesky LeuCIPPO Levi Levi Lévy-Bruhl Licurgo Lidia, Lidi Liénard
E. IONICO-EOLICA LISIA Locke Lodge LOGICA ANTICA Logos divino Loisy Losacco
Lotte Lovejoy LUCIANO Lucido Lucifero Lucilio LUCREZIO Lugdunum (Lione) Luria
Lusitania Lutero Maddalena Magalhães Vilhena Y. De Magia Maieutica Maier
Malcovati Mancini Manetti MANICHEISMO Marbach Marchesi Marchesini MARCO AURELIO
Mario Vittorino Marouzeau Marsia Martin Martinazzoli Marx MASSIMO TIRIO
Mazziotti M., vedi Enriques F. Meautis MEDICI EMPIRICI O METODICI IPPOCRATICI
mediche scuole Medievale gnoseologia, scienza, filosofia, teologia — coscienza
Medio Evo MECARICA teoria MECARICI Meineke MELIsso di Samo MENANDRO Menelao
Menzel MENONE Mercier Messaggio evangelico, ellenizza- zione del METRODoRo di
Chio Milesi Mill Milton Minucio MISTICA, MISTICA soggettività, MI-CORRENTI,
CRECO (medievale) MITOLOGIA ANTROPOMORFICA CRECA, mitologiche rappresentazioni
OMERICO-ESIODEA Mitre Modernismo Moderni, moderno spirito, pen- cultura,
hlosofia, sia, etc. Ix, Moeller Moira Momigliano Mondo classico cristiano greco
precristiano ionico arcaico orientale, greco, romano, germanico M. A. M. vedi
Zel-Monoteismo cristiano e greco MORALISTI GRECI Morrison MOSCHIONE Mose
Mullach Murray MUSoNIo RUFo 5Nardi Natorp NATURALISMO PRESOCRATICO, NATURALISTI
PRESOCRATICI Nauck Nausicaa Neikos Nekyia omerica Nenci NEOACCADEMICI Neohegeliani
NEOPITAGORICI NEOPLATONICI, NEOPLATONISMO, NEOPLATONICA teoria, etc. Nestle
Nestore Newmann Nicia di Atene Nietzsche Noè (- giustizia, in Filone) Norden
NUMENIO Nuovo Testamento Occhio di Zeus Occhio vendicatore degli dei Oceanidi
OCCETTIVISMO ANTICO Olimpica religione Olimpo, olimpici dei Olimpo Olivieri
OMERO OMERICHE concezioni Ontologica prova ontologico argomento ORACOLO
DELFICO, lemma dell', vedi DELFico precetto. Oratorio ORAZIO Oreste Orfeo
ORFICI, ORFICO misticismo, religione, etc oRFISMO Oriente, orientali Origene
Otium Otto OVIDIO Pacioli PAGANESIMO, PAGANI FILOSOFI, etc. Palamede Pan
PANEZIO Paolo Paratore Parche Paride PARMENIDE DISCEPOLI di parmenideo ente
mondo parmenidea Pascal Pascal Pasquali Patristica patristica eredità Pearson Peipers
Pelagio, pelagianismo Pelasgo Pelope Penía Pericle PERIPATETICI, PERIPATETICA
teo-ria, etc. Пері téXvNS Perrotta Perse Persiani
Pesce Petelia Petersen Petrarca Pettazzoni Philippson Piat Pico della Mirandola
Pieper Pilade PINDARO Piriflegetonte PIRRONE PITAGORA PITAGORICI, PITACORISMO,
etc. Pittura greca etrusca PLATONE PLATONICO mito PLATONISMO PLAUTO Pleiadi
PLINIO PLOTINO PLUTARCO POETI COMICI TEOCONICI TRAGICI Pohlenz PoLIBIO
Policleto POLICRATE Polignoto di Taso Polinice POLITEISMO PoLo Poppe PORFIRIO
Puech Póros Porzig Posidone PoSIDONIO POSTARISTOTELICA epoca, filosofia, etc.,
POSTARISTOTELICI FILOSOFI Praechter K., vedi Ueberweg Pragmatismo, pragmatisti
Predestinaziani 424. Positivismo, positivisti 29, 578. PRESOCRATICI FILOSOFI,
NATURALI-STI, etc., PRESOCRATICA filosofia Priamo PRIMI FILOSOFI Primitivi
popoli PROCLO PRODICO Prometeo PROTAGORA PROTAGORISMO Protestanti,
protestantesimo protestante storiografia Provvidenza PSICOLOGIA «
behaviourista, del comportamento platonica Radamanto Radermacher RAFFINATI del
Teeteto Ragione divina Regenbogen Regnum hominis Reinach Reinhardt Reminiscenza
platonica ReyRinascimento rinascimentale distinzione rivoluzione rinascimentali
celebrazioni — innovatori scrittori Ritter Rivelazione Rivaud Robin Rohde Roma
Romanticismo Rosmini Ross Rossi Rosei Rostagni Rousseau Rudberg Ruvo Saffo
Saglio E., vedi Daremberg Ch. Saitta SALLUSTIO SALOMONE Satana Saturnia età
Saturno SCETTICI, SCETTICISMO SCETTICA critica Schaerer Schiller Schleiermacher
Schmid Schuhl Sciacca Scilla Seiti Scolastica, etc. Scrittura, Scritture Sacre
Segni indicativi, teoria dei, Segni memorativi, utilizzazione dei SENECA
SENOFANE SENOFONTE Senso comune aristotelico Senso interiore agostiniano Serse
Sertillanges SESTIO, SESTIL, scuola dei EMPIRICO Sette savi Shakespeare Shorey
Sibari Sibilla SIMONIDE di Ceo SIMPLICIO SINESIO Siri Sisifo Snell SOCRATE
SOCRATICA esigenza esperienza predica SOCRATICI, SOCRATISMO Sofferenze 86.
SOFISTI, SOFISTICA SOFOCLE Sofronisco Soggettivismo cristiano-moderno Sogni
Solari Soliman SOLONE Sorley Sparta Spencer Spengel Spengler SPEUSIPPO Spinoza
Spirito classico antico cristiano moderno greco classico Spiritualisti
cristiani, spiritualismo cristiano Stefanini TEOCONIE, TEOGONICI POETI Teologi
di Oxford Teone Stein Stenzel Stige STILPONE SToBEo STOICI, STOICISMO, etc.
Sroic, HOMAN Storicismo, storicistica concezione Stragi STRATONE di Lampsaco
Strycker TALETE Tannery Tantalo Tarozzi Tartaro tartareo abisso Tatto interno
Taylor Tebe Teeteto Teggart Temesa TEMISTIO Tempo Tenebre TEODETTE
TeodoretoTeodoro di Beza TEOFRASTO TEOGNIDE TERENZIO Тевео Thamus Thaumante Theiler Thespesio
Theuth Thurii Tieste Tifeo Tifone Tilgher TIMEO TIMONE TIMOTEO Tindaro Tiresia
Tiro TISIA Titani Titano Tizio Tommaso Tomismo, etc. Traci TRADIZIONE
DEMOCRITEO-EPICUREA Traducianismo TRAGEDIA TRAGICI POETI TRASIMACO Traversari
Treves Trieber Troia, troiani Tuchulca TUCIDIDE Türk Tylor Tzetzes Uccisioni
Ueberweg Ulisse 4Uno Untersteiner Usener Uxkull Vaihinger Weil Wendland
Wilamowitz Windelband Wundt Wycliffe algimigli Vangelo Vangelo Vaso arcaico di
Palermo Vespasiano Vico Vidari Vlastos Walzer Wehrli Zafiropulo ZALEUCO
ZARATHUSTRA ZENONE ZENONE Zeller. L'eredità in T. Tasso, in «Archivio di
psichiatria, scienze penali ed antropologia criminale, Torino, Memoria e
associazione nella scuola cartesiana (Cartesio, Malebranche, Spinoza), con
appendice per la storia dell'inconscio, M. Ricci, Firenze. Per le relazioni fra
genialità e degenerazione: Guerrazzi, in «Archivio di psichiatria, scienze
penali ed antropologia criminale, Torino, Spazio e tempo nella psicologia di
Condillac, in «Rivista filosofica, Pavia, Scienza e opinioni di B. Varisco, in
«Scienza sociale, Palermo, Uno psicologo associazionista: E. B. de Condillac,
R. Sandron, Palermo. In esso viene riportato anche lo scritto sullo spazio e il
tempo in Condillac precedentemente citato Il concetto di bene e la psicologia
dei sentimenti in Hobbes, in Rivista di filosofia e scienze affini, Bologna,
L'educazione secondo il Romagnosi, in Rivista filosofica, Pavia, Ora anche in
Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della
coscienza moderna. Scritti a cura di R. Medici, CLUEB, Bologna Ancora a
proposito di refezione scolastica: il pensiero di Romagnosi, in Critica
Sociale, Milano, Saggi per la storia morale utilitaria: I - La morale di
Hobbes, Drucker, Padova Saggi per la storia morale utilitaria: II - Le teorie
morali e politiche di Helvétius, Drucker, Padova La politica degli insegnanti,
in Critica Sociale, Milano, Il dubbio metodico e la storia della filosofia,
Prolusione a un corso di storia della filosofia nell'Università di Padova, con
appendice storico-critica, Drucker, Padova. Per una filosofia naturale, in
Rivista di filosofia e scienze affini, Bologna, Recensione a G. Marchesini, La
funzione dell'anima, Laterza, Bari 1905, in Critica Sociale, Milano,
L'insegnamento liceale della filosofia. Considerazioni pratiche, in Rivista di
filosofia e scienze affini, Bologna L'insegnamento della filosofia nei licei e
la riforma della scuola media al congresso di Milano, in Rivista di filosofia e
scienze affini, Bologna, Per la riforma della scuola media: la scuola unica, in
Critica Sociale, Milano, Anche in Educazione e socialismo. Scritti sulla
riforma scolastica (dagli inizi del 900 alla Riforma Gentile), a cura di T.
Pironi, Laicata, Manduria Ancora per la riforma della scuola media: polemica
fra colleghi, in Critica Sociale, Milano, Di alcuni problemi della pedagogia
contemporanea, in Rivista di filosofia e scienze affini, Bologna, Anche in
Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900
alla Riforma Gentile), Dalla dichiarazione dei diritti al Manifesto dei
comunisti, in Critica Sociale, Milano, Con alcune variazioni è stato inserito
da Mondolfo anche nella raccolta Tra il diritto di natura e il comunismo: studi
di storia = •archive.org INTERNET ARCHIVE e filosofia, parte I, Tip. degli
operai, Mantova Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo
interprete della coscienza moderna. Scritti Intorno al convegno filosofico di
Milano, in Rivista di filosofia e scienze affini, Bologna Politica scolastica:
per la riforma della scuola media, in Critica sociale, Milano, Questioni varie:
il problema della laicità nella scuola media, in Rivista di filosofia e scienze
affini, Bologna Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma scolastica
(dagli inizi del '900 alla Riforma Gentile), Ancora Mazzini e il socialismo, in
La fiaccola», Senigallia Altre obiezioni alle idee di Salvemini sugli esami, in
Nuovi doveri», Palermo Il contratto sociale e la tendenza comunista in J. J. Rousseau,
in Rivista di filosofia e scienze affini», Bologna, Tra il diritto di natura e
il comunismo: studi di storia e filosofia, parte II, Tip. degli operai, Mantova
Il pensiero di Ardigo, Mondovì, Mantova. La dottrina della proprietà del
Montesquieu, in Rivista filosofica», Pavia Tra il diritto di natura e il
comunismo: studi di storia e filosofia, parte II, cit. 30. La filosofia della
proprietà alla Costituente e alla Legislativa nella rivoluzione francese, in
Rivista di filosofia e di scienze affini», Bologna, Pubblicato anche in Tra il
diritto di natura e il comunismo: studi di storia e filosofia, parte II, cit.
Sulla laicità della scuola, in Critica sociale», Milano Educazione e
socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900 alla Riforma
Gentile), Religione, fanciulli, educazione, in Nuovi doveri», Palermo,
Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900
alla Riforma Gentile), La fine del marxismo?, in Critica sociale», Milano,
Umanismo di Marx. Studi filosofici a cura di N. Bobbio, Einaudi, Torino Roberto
Ardigò nelle scuole di Mantova. Notizie e documenti, Tip. Operai, Mantova.
Studi sui tipi rappresentativi. Ricerche sull'importanza dei movimenti
dell'immaginazione, nelle funzioni del linguaggio, nelle pseudoalluci-nazioni e
nella localizzazione delle immagini, in Rivista di filosofia», Roma, I, 2,
marzo-aprile, pp. 38-92. Tra il diritto di natura e il comunismo: studi di
storia e filosofia, parte I, Tip. Operai, Mantova. La filosofia di Feuerbach e
le critiche del Marx, in La Cultura filosofica», Firenze Accolto in Sulle orme
di Marx. Studi di marxismo e di socialismo a partire dalla prima edizione
(Cappelli, Bologna con il titolo Feuerbach e Marx. È stato poi successivamente
integrato di due capitoli, precisamente il sesto e il settimo, nella terza
edizione (Cappelli, Bologna Ora anche disponibile, sempre con il titolo
Feuerbach e Marx, in Umanismo di Marx. Studi filosofici La filosofia della
storia di Ferdinando Lassalle (Per nozze Mondolfo-Sacerdote), Pirola, Milano.
Poi nelle prime due edizioni de Sulle orme di Marx: Cappelli, Bologna Cappelli,
Bologna Recensione a G. Vidari, L'individualismo nelle dottrine morali del
secolo XIX, in Cultura Filosofica», La riforma della scuola media: fra la Commissione
Reale e il congresso della federazione, in Critica sociale», Milano, Politica
scolastica: il dovere presente della federazione degli insegnanti, in Critica
sociale», Milano La vitalità della filosofia nella caducità dei sistemi,
Prolusione all'Università di Torino Cultura filosofica», Firenze Rovistando in
soffitta, in Critica sociale», Milano, Pubblicato anche in Umanismo di Marx.
Studi filosofici Fra l'ideale e l'azione: per l'unità di teoria e praxis, in
Critica sociale», Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici La filosofia di
Bruno e l'interpretazione di Felice Tocco, in La Cultura filosofica», Firenze,
V, n. 5-6, aprile, pp. 450-482. Pubblicato poi a sé: La filosofia di Giordano
Bruno e l'interpretazione di Felice Tocco, Tip. Collini e Cencetti, Firenze Sul
concetto di plus-valore, in Critica sociale», Milano La pretesa antieticità del
materialismo storico - il sopravalore e il passaggio dalla necessità alla
libertà) de Il materialismo storico in Federico Engels, Formiggini, Genova
Nell'edizione del (La Nuova Italia) Il concetto di necessità nel materialismo
storico, in Rivista di filosofia II fatalismo materialistico o dialettico e il
concetto di necessità storica) de Il materialismo storico in Federico Engels La
Nuova Italia, Firenze Umanismo di Marx. Studi filosofici Il materialismo
storico in Federico Engels, Formiggini, Genova. I ginnasi magistrali, in
Unità», Firenze, Partiti politici e generi letterali, in Unità», Firenze
Intorno alla filosofia di Marx, in Critica sociale», Milano, Presente anche in
Umanismo di Marx. Studi filosofici La crisi magistrale, in Unità», Firenze, La
preparazione dei maestri elementari, in Unità», Firenze, Intorno alla morale
sessuale, in Critica sociale», Milano, Ancora la morale sessuale, in Critica
sociale», Milano, Rousseau nella formazione della coscienza moderna, in Rivista
pedagogica», Roma Saggio che Mondolfo ripropone nel volume Per il centenario di
Rousseau (Formiggini, Genova) e poi con alcune modifiche nell'Introduzione alle
opere di Rousseau (Discorsi e il Contratto sociale, a cura di R. Mondolfo,
Cappelli, Bologna Rousseau e la coscienza moderna (La Nuova Italia, Firenze, di
cui si ha una precedente edizione in lingua spagnola (Rousseau y la consciencia
moderna, Imán, Buenos Aires Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo
Mondolfo interprete della coscienza moderna. Scritti Socialismo e filosofia: I.
La crisi e la necessità di un orientamento filosofico; II. Materialismo,
realismo storico e lotta di classe; III. La necessità della filosofia della
praxis, in Unità», Firenze, Ristampato nelle prime due edizioni di Sulle orme
di Marx, Cappelli, Bologna Nella terza edizione in due volumi (Cappelli,
Bologna) fu pubblicato privato della prima parte (La crisi e la necessità di un
orientamento filosofico) e con qualche aggiunta. Anche in La cultura italiana
del '900 attraverso le riviste, a cura di Golzio e Guerra, Einaudi, Torino
Umanismo di Marx. Studi filosofici Personalità e responsabilità nella
democrazia, in La Cultura filosofica», Firenze Per l'amore della moralità e per
la moralità dell'amore, in Critica sociale», Milano La preparazione degli
insegnanti, in Unità», Firenze, La crisi della scuola media e il compito delle
Università, in Nuova Antologia», Roma, Ripubblicato da Mon-dolfo, con alcune modifiche,
in Libertà della scuola, esame di stato e problemi di scuola e di cultura,
Cappelli, Bologna Discutendo di materialismo storico, in Rivista di filosofia
neoscolastica», Milano, Università Cattolica del Sacro Cuore, Zur soziologie
der Geschlechtsmoral, in Archiv für Sozialwis-senschaft und Sozialpolitik»,
Tübingen, Mohr, Per la biografia di Bruno, Rivista d'Italia», Roma, Appunti di
Storia della filosofia La filosofia di Giordano Bruno, R. Università di Torino,
Facoltà di Lettere e filosofia, Torino Acri e il suo pensiero, Discorso tenuto
nella R. Università di Bologna, Zanichelli, Bologna. Il pluralismo nell'etica,
in Rivista d'Italia», Roma Acri, in Rivista pedagogica», Roma La filosofia in
Belgio, Rivista di filosofia», Genova La crisi del socialismo e l'ora presente,
in Unità», Firenze La cultura italiana del '900 attraverso le riviste, vol. V,
a cura di Golzio e Guerra, Einaudi, Torino Revolutionärer Geist und
historischer Sinn, in Archiv für die Geschichte des Sozialismus und der
Arbeiterbewegung, her-ausgegeben von Prof. Carl Grünberg Hischfeld Verlag,
Leipzig. Successivamente in italiano: Spirito rivoluzionario e senso storico,
in Nuova Rivista Storica Roma, Le matérialisme historique chez F. Engels, Trad.
de l'Italien par S. Jankelevitch, Giard et Brière, Paris. 72. Chiarimenti sulla
dialettica engelsiana Rivista di filosofia Genova Sulle orme di Marx con il
titolo La dialettica di Engeis (Cappelli, Bologna Cappelli, Bologna Il
materialismo storico in Federico Engels. Ristampato anche in Tra teoria sociale
e filosofia politica. Mondolfo interprete della coscienza moderna. Scritti
Spirito rivoluzionario e senso storico, in Nuova rivista storica, Roma,
Revolutionärer Geist und historischer Sinn, in Archiv für die Geschichte des
Sozialismus und der Arbeiterbewegung, herausgegeben von Prof. Carl Grünberg,
Hischfeld Verlag, Leipzig. Nella versione italiana è apparso anche nella prima
edizione di Sulle orme di Marx (Cappelli, Bologna e nelle successive. Presente
anche in Umanismo di Marx. Studi filosofici Dai sogni d'egemonia alla rinuncia
della libertà. Discorso letto per la solenne inaugurazione degli studi
nell'Università di Bologna il 5 novembre 1917, Zanichelli, Bologna. Confluito
con una nota introduttiva e con il titolo La teoria della egemonia tedesca in
Filosofi tedeschi: saggi critici, trad. di L. Bassi, Cappelli, Bologna Mondolfo
e la guerra delle idee. Scritti a cura di G. Ferrandi, Museo storico del
Trentino e Società aperta di Trento, Trento Imperialismo e libertà, in Unità Il
primo assertore della missione germanica: Herder, Rivista delle nazioni latine
Mondolfo e la guerra delle idee - Scritti Tra il primato d'un popolo e la
missione universale delle nazioni, in Nuova rivista storica, Milano, Mondolfo e
la guerra delle idee - Scritti Leninismo e marxismo, in Critica sociale,
Milano,Poi in Sulle orme di Marx, a partire dalla seconda edizione (Cappelli,
Bologna Studi sulla rivoluzione russa, a cura del Centro Studi di Critica
Sociale, Morano, Napoli Umanismo di Marx. Studi filosofici Leninismo e
socialismo, in Critica sociale, Milano Sulle orme di Marx, Ristampato anche in
Studi sulla rivoluzione russa Il socialismo e il momento storico presente, in
Energie Nove, Torino, Poi inserito nelle prime due edizioni di Sulle orme di
Marx: Cappelli, Bologna Cappelli, Bologna Il socialismo dopo la guerra):
Cappelli, Bologna Recentemente anche in M. e la guerra delle idee - Scritti
L'insegnamento di Marx, in Critica sociale, Milano, Saggio apparso anche come
Prefazione alla prima edizione di Sulle orme di Marx. Studi di marxismo e di
socialismo, Cappelli, Bologna Sulle orme di Marx. Studi di marxismo e di
socialismo, Cappelli, Bologna. Per una coscienza realistica della storia e
della rivoluzione sociale, in Critica sociale, Milano Sulle orme di Marx, Cappelli,
Bologna Visioni realistiche e utopie rivoluzionarie. Presente anche in Umanismo
di Marx. Studi filosofici Problemi concreti: la scuola: I. L'azione pro schola»
e la difesa della coscienza laica, in Critica sociale, Milano, Campane
d'allarme, in Il Progresso, Bologna Problemi concreti: II. Il proletariato e la
scuola media. La difesa dellafunzione sociale della finalità educativa della
scuola di Stato, in Critica sociale, Milano Educazione e socialismo. Scritti
sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900 alla Riforma Gentile Problemi
concreti: III. Linee di un programma d'azione scolastica: Premesse generali; il
concetto di servizio pubblico e la scuola, in Critica sociale, Milano Problemi
concreti:L'amministrazione della scuola, in Critica sociale, Milano Problemi
concreti: d) La partecipazione del proletariato alla cultura, in Critica
sociale, Milano, Riportato anche in Libertà della scuola, esame di stato e
problemi di scuola e di cultura, Gli adulatori del proletariato, in Cultura
popolare, Milano Libertà della scuola, esame di stato e problemi di scuola e di
cultura Intorno al progetto Rignano, in Critica sociale, Milano, Recensione a
E. di Carlo, Ferdinando Lassalle, in Critica sociale, Milano, Ardigò, in
Critica sociale, Milano, Bevilaqua, C'è uno spettro in Italia, Modernissima,
Milano Critica sociale, Milano Ardigò, in Il Tempo Socialismo e lezioni della
realtà, intervista con Rodolfo Mondolfo, in Il piccolo della sera, Trieste, 24
settembre. Il marxismo e la crisi europea, in Scientia Il problema sociale
contemporaneo, relazione al IV congresso italianodi filosofia, in Rivista di
filosofia, Bologna, Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna Parte di questo
articolo apparve con il titolo Le condizioni della rivoluzione, in Critica
sociale, Milano, Anche in Umanismo di Marx. Studi filosofici Le condizioni
della rivoluzione, in Critica sociale Sulle orme di Marx, 2ª edizione
accresciuta di nuovi saggi, Cappelli, Bologna. La rivoluzione e il blocco, in
La Giustizia, Reggio Emilia, 11 dicembre, p. 1. Per la realtà del socialismo,
in La Giustizia, Reggio Emilia Le condizioni della rivoluzione, in La
Giustizia, Reggio Emilia, 1 gennaio, p.1. Martoff contro Zinovieff e l'antitesi
fra socialismo e bolscevismo, in Critica sociale, Milano Sulle orme di Marx, Cappelli,
Bologna Studi sulla rivoluzione russa Introduzione a F. Turati, Le vie maestre
del socialismo, Cappelli, Bologna. Forza e violenza nella storia, Introduzione
a S. Panunzio, Diritto, forza e violenza. Lineamenti di una teoria della
violenza, n. III della Biblioteca di Studi sociali diretta da R. Mondolfo,
Cappelli, Bologna. Pubblicata con l'aggiunta di alcune note in Sulle orme di
Marx, II vol., Cappelli, Bologna Umanismo di Marx. Studi filosofici 1 corsi di
esercitazione nelle Università, in Educazione nazionale, Roma funzione sociale
della finalità educativa della scuola di Stato, in Critica sociale, Milano, Più
recentemente in Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma scolastica
(dagli inizi del '900 alla Riforma Gentile Problemi concreti: III. Linee di un
programma d'azione scolastica: a) Premesse generali; b) il concetto di servizio
pubblico e la scuola, in Critica sociale, Milano, Problemi concreti: c)
L'amministrazione della scuola, in Critica sociale, Milano Problemi concreti:
La partecipazione del proletariato alla cultura, in Critica sociale, Milano,
Riportato anche in Libertà della scuola, esame di stato e problemi di scuola e
di cultura, Gli adulatori del proletariato, in Cultura popolare, Milano Libertà
della scuola, esame di stato e problemi di scuola e di cultura, Intorno al
progetto Rignano, in Critica sociale, Milano, Recensione a E. di Carlo,
Ferdinando Lassalle, in Critica sociale, Milano, Ardigò, in Critica sociale,
Milano, Recensione a G. Bevilaqua, C'è uno spettro in Italia, Modernissima,
Milano Critica sociale, Milano,Ardigò, in Il Tempo, 16 settembre. Socialismo e
lezioni della realtà, intervista con Rodolfo Mondolfo, in Il piccolo della
sera, Trieste, 24 settembre. Il marxismo e la crisi europea, in Scientia Il
problema sociale contemporaneo, relazione al IV congresso italiano= • archive.
di filosofia, in Rivista di filosofia, Bologna Sulle orme di Marx, Cappelli,
Bologna Parte di questo articolo apparve con il titolo Le condizioni della
rivoluzione, in Critica sociale, Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici Le
condizioni della rivoluzione, in Critica sociale Sulle orme di Marx, 2ª
edizione accresciuta di nuovi saggi, Cappelli, Bologna. La rivoluzione e il
blocco, in La Giustizia, Reggio Emilia, Per la realtà del socialismo, in La
Giustizia, Reggio Emilia, Le condizioni della rivoluzione, in La Giustizia,
Reggio Emilia, 1 gennaio, p.1. Martoff contro Zinovieff e l'antitesi fra
socialismo e bolscevismo, in Critica sociale, Milano Sulle orme di Marx,
Cappelli, Bologna Studi sulla rivoluzione russa, cit., pp. 55-63. Introduzione
a F. Turati, Le vie maestre del socialismo, Cappelli, Bologna. Forza e violenza
nella storia, Introduzione a S. Panunzio, Diritto, forza e violenza. Lineamenti
di una teoria della violenza, n. III della Biblioteca di Studi sociali diretta
da R. Mondolfo, Cappelli, Bologna. Pubblicata con l'aggiunta di alcune note in
Sulle orme di Marx, II vol., Cappelli, Bologna Umanismo di Marx. Studi
filosofici 1 corsi di esercitazione nelle Università, in Educazione nazionale,
Roma Il proletariato e la scuola, in La squilla Educazione e socialismo.
Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900 alla Riforma Gentile La
scuola e i partiti, in Il Progresso, Bologna, marzo. I discorsi di F. Turati ai
Congressi Socialisti, in Critica sociale, Milano, Il saggio corrisponde ad
alcuni paragrafi tratti dalla prefazione di R. Mondolfo a F. Turati, Le vie
maestre del socialismo, Cappelli, Bologna Collaborazione e lotta di classe, in
Critica sociale, Milano Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna Per la
comprensione storica del fascismo, in Critica sociale, Milano, Il saggio
corrisponde ad alcuni paragrafi (in particolare il IV e parte del V) dell'
introduzione alla raccolta Il fascismo e i partiti politici italiani, I volume,
Cappelli, Bologna Significato e insegnamento della rivoluzione russa, in
Critica sociale, Milano, La contraddizione iniziale; La conquista compiuta; La
nuova contraddizione risultante e la progressiva consapevolezza del problema.
Ristampati con alcune modifiche e aggiunte in Studi sulla rivoluzione russa,
cit., pp. 67 ss. Estratto poi in edizione Benporad, Firenze Significato e
insegnamento della rivoluzione russa, in Critica sociale, Milano, La rivincita
della realtà; L'inevitabile soluzione: dal libero commercio al capitalismo; La
lotta e l'immediato rapporto delle forze L'anello e la catena; Le nuove
condizioni del proletariato e la sua scissione in gruppi concorrenti; I nuovi
problemi del Governo: la rivalutazione della moneta; Gli insegnamenti: a) non il
dissolvimento ma lo sviluppo è condizionato dalla rivoluzione; on ne détruit
que ce qu'on substitue; Le condizioni di un regime socialista: produzione e
distribuzione; I limiti dell'azione politica: forza ed economia. Ristampato con
alcune modifiche in Studi sulla rivoluzione russa, La libertà della scuola, in
Critica sociale, Milano, Riportato in Libertà della scuola, esame di stato e
problemi di scuola e di cultura, cit., pp. 9-23. Recentemente in Educazione e
socialismo. Scritti sulla riforma scolastica (dagli inizi del '900 alla Riforma
Gentile Scuola e Stato. Lettera a Luigi Miranda, in Il Tempo, Roma Libertà
della scuola, esame di stato e problemi di scuola e di cultura, La libertà e la
scuola, in Il Tempo, Roma, 16 giugno, p. 3. L'esame di Stato, in Critica
sociale, Milano, Libertà della scuola, esame di stato e problemi di scuola e di
cultura, La formazione storica delle arti e dello spirito umano in Vitruvio, in
L'Arduo, Bologna Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo
interprete della coscienza moderna. Scritti Sempre nuove opposizioni al
progetto su l'esame di Stato, in L'istru-zione media, Perugia-Bologna-Firenze,
Lettera a Gobetti, in La Rivoluzione liberale, Torino Ricostruire, in La
Giustizia Per la comprensione storica del fascismo, introduzione alla raccolta
Il fascismo e i partiti politici italiani, I volume, Cappelli, Bologna. Per la
difesa della libertà, in Critica sociale, Milano, Il problema della cultura
popolare, in Critica sociale, Milano Il comunismo è la negazione del marxismo,
in La Giustizia, Milano, 1 ottobre. Libertà della scuola, esame di Stato e
problemi di scuola e di cultura, Cappelli, Bologna Prefazione a S. Diambrini
Palazzi, Il pensiero filosofico di Antonio Labriola, Zanichelli, Bologna.
Educazione e rinnovamento sociale in Mazzini e in Marx, in Rivista di filosofia
Con alcune modifiche anche in Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna Tra teoria
sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza
moderna. Scritti Mazzini e Marx, in Critica sociale, Milano, Poi confluito in
Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna, Il monito delle tradizioni del
Risorgimento nazionale, in Istruzione media Scuola, patria e libertà, in La
Giustizia, quotidiano del Partito Socialista Unitario, Milano, n. 52, 2 marzo
1923, p. 2. Più recentemente anche in Educazione e socialismo. Scritti sulla
riforma scolastica (dagli inizi del 900 alla Riforma Gentile Scuola, patria e
libertà, in La Giustizia, quotidiano del Partito Socialista Unitario, Milano,
Il materialismo storico: conferenza all'Università Proletaria di Milano, in
L'Avanti!, Milano, 13 marzo. Volontà e necessità nella storia, scambio di
lettere con Longobardi L'Avanti!, Il materialismo storico, in La Rivoluzione
liberale, Torino Umanismo di Marx. Studi filosofici Mentre la riforma si
compie, in L'istruzione media, I punti oscuri, in L'istruzione media La riforma
della scuola, in Critica sociale, Milano Educazione e socialismo. Scritti sulla
riforma scolastica (dagli inizi del '900 alla Riforma Gentile Il problema
sociale in Mazzini e Marx, in Critica sociale, Milano, Con alcune modifiche
confluito in Sulle orme di Marx, Cappelli, Bologna Scuola e libertà (Note
polemiche), in Critica sociale, Milano,196. Risposta all'inchiesta tra
scrittori italiani: Dove va il mondo?, Libreria politica moderna, Roma. Aspetti
della crisi contemporanea, in Studi politici La riforma universitaria, in
Critica sociale, Milano Libertà e funzione sociale della scuola nella riforma
Gentile, in Cultura popolare Educazione e socialismo. Scritti sulla riforma
scolastica (dagli inizi del 900 alla Riforma Gentile Si chiedono dati
statistici, in L'istruzione media L'esperimento russo, in La Rivoluzione
liberale, Torino, Verso la scuola confessionale?, in L'istruzione media Si
chiedono dati statistici, in L'istruzione media La lotta di classe in Russia,
in La Rivoluzione liberale, Torino Le attività del bilancio, in Critica
sociale, Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici Contadini e proletariato
nella Rivoluzione russa, in Nuova rivista storica, Milano Sulle orme di Marx,
3ª edizione in due volumi, Cappelli, Bologna: vol. 1 Studi sui tempi nostri,
vol. Il Lineamenti di teoria e di storia critica del marxismo. La filosofia e
l'insegnamento di Francesco Acri (commemorazione nel decennale della sua
morte), in Rivista di filosofia Significato e insegnamenti della rivoluzione
russa, con prefazione di C. Treves, Bemporad, Firenze Contributo a un
chiarimento di idee, in Critica sociale, Milano Umanismo di Marx. Studi
filosofici Il rispetto dei diritti acquisiti e l'interesse della nazione, in
L'istruzione media Marxismo e revisionismo, in Libertà, quindicinale della
gioventù socialista, Milano La filosofia politica in Italia Raccolta sulla
Storia d'Italia a cura dell'Istituto superiore di perfezionamento pergli studi
politico sociali e commerciali in Brescia, Litotipo editrice, Padova Dal
naturalismo di Feuerbach allo storicismo di Marx, in Rivista di psicologia,
Bologna Estratto da Feurbach e Marx Sulle orme di Marx. Si trova anche in Tra
teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della
coscienza moderna. Scritti Ricordando Antonio Labriola, in Critica sociale,
Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici L'esame di Stato professionale, in
L'istruzione media Rousseau, Discorsi e Contratto sociale, cur. M., Cappelli,
Bologna. L'idealismo di Jaurés e la funzione storica delle ideologie, in
Cri-tica sociale, Milano, Ristampato in Tra teoria sociale e filosofia
politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza moderna. Scritti Dopo il
primo esperimento, in Istruzione media Le cose più grandi di lui (i programmi
degli esami di Stato), in Istruzione media Momigliano, in Rivista di filosofia,
Torino Prefazione a F. Dal Monte, Filosofia e mistica in Bonaventura da
Bagnorea, Libreria di scienze e lettere, Roma. Sintomi premonitori in Russia.
Nuove forze politiche in vista, inCritica sociale, Milano, Studi sulla
rivoluzione russa, Opere scelte di Beccaria, con introduzione e note a cura di
Mondolfo, Cappelli, Bologna La questione istituzionale, in La Rivoluzione
liberale, Torino Fiorentino, in Nuova rivista storica, Milano, Da Ardigò a
Gramsci, Nuova Accademia, Milano Discussioni marxiste, in La Rivoluzione
Liberale, Torino Umanismo di Marx. Studi filosofici Intorno ai nuovi concorsi,
in L'Istruzione media I punti del problema: per definire la discussione
marxista, in La Rivoluzione Liberale, Torino Umanismo di Marx. Studi filosofici
Liberalismo della vecchia destra, in Critica sociale, Milano, L'opera di
Ferdinande Lassalle, in Critica sociale, Milano, Il problema delle classi
medie, in Critica Sociale, Milano, Uscito anche come opuscolo con un preambolo
di Filippo Turati nell'edizione La Giustizia, Milano 1925. Il pensiero di
Engels e la prassi storica della classe lavoratrice, in Critica sociale, Milano
Proletariato e ceti intellettuali, in La Giustizia Beccaria e Kant, in Rivista
Internazionale di Filosofia del Di-ritto, Genova Tra teoria sociale e filosofia
politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza moderna. Scritti La
negazione della realtà dello spazio in Zenone di Elea, in Rendiconti
dell'Istituto Marchigiano di scienze, lettere ed arti Problemi del pensiero
antico, Zanichelli, Bologna Per la serietà dell'esame di Stato, in Istruzione
Media, Parma Critiche esagerate?, in L'istruzione media, Parma Veritas filia
temporis in Aristotele, in Scritti filosofici per le onoranze nazionali di
Bernardino Varisco, Vallecchi, Firenze. Presente anche in Momenti del pensiero
greco, Morano, Napoli 1964, pp. 1-20. 185. Das Problem der Mittelklassen in
seiner Bedeutung für den Sozialismus in Italien, in Archiv für die Geschichte
des Sozialismus und der Arbeiterbewegung, herausgegeben von Carl Grünberg, XII,
p. 1 ss. 186. Beccaria filosofo, in Rivista di filosofia, Torino, XVI, n. 1,
dicembre, pp. 1-11 ss. Tratto dall' introduzione a Opere scelte di Cesare
Beccaria, Cappelli, Bologna Risposta a un'inchiesta sull'idealismo, in Il
Baretti, Torino, Un cervello maschile, un cuore materno. In memoria di Anna
Kuliscioff, in Critica Sociale, Milano Moto e vuoto, in Il Baretti, Torino. Il
problema etico e culturale del socialismo nei rapporti col movimento
socialista, in Critica sociale Materialismo, idealismo, realismo
critico-pratico, in Il Quarto Stato, Milano Umanismo di Marx. Studi filosofici
Per la revisione del bilancio idealistico, in Il Quarto Stato, Milano Umanismo
di Marx. Studi filosofici Primum intelligere..., in Il Quarto Stato, Milano
Umanismo di Marx. Studi filosofici Dall'esperienza agricola russa al problema
contadino occidentale, in Critica sociale, Milano Studi sulla rivoluzione russa
Diderot, D'Alambert e il Trattato delle sensazioni, in L'idealismo realistico,
Roma Condillac contro Condillac. Critica della prima parte del Trattato delle
sensazioni, in Rivista di Psicologia, n. 1. Sulla nozione di progresso, sintesi
di una comunicazione al Congresso della Società per il progresso delle Scienza
(sezione scienze filosofiche), in Atti del Congresso di Bologna. Il trattato
delle sensazioni di Condillac, con introduzione su L'Opera di Condillac, Cappelli,
Bologna. Spinoza e la nozione del progresso umano, in Rivista di filosofia.
Anche in Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolo interprete
della coscienza moderna. Scritti La polemica di Zenone di VELIA contro il
movimento, Rivista di Filologia e d'istruzione classica, Torino, Confluito poi
con alcune aggiunte in R. Mondolfo, Problemi del pensiero antico, Der
Faschismus in Italien (sotto lo pseudonimo di Rerum italicarum scriptor), in
Internationaler Faschismus, herausgegeben von C. Landauer und H. Honegger,
Karlsruhe. La polemica di Zenone di VELIA contro il movimento, parte II, in
Rivista di Filologia e d'istruzione classica Problemi del pensiero antico,
Zanichelli, Bologna Fichte, in Dizionario di scienze pedagogiche Vallardi,
Milano, Confluito poi nella raccolta Filosofi tedeschi: saggi critici, trad. di
L. Bassi, Cappelli, Bologna Il realismo di Roberto Ardigò, in Rivista di
filosofia Tra teoria sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete
della coscienza moderna. Scritti Nel primo centenario di Roberto Ardigò, in
Rivista internazionale di filosofia del diritto, Roma Romagnosi, in Dizionario
di scienze pedagogiche, vol. II, Vallardi, Milano, Il pensiero antico. Storia
della filosofia greco-romana, esposta con tesi scelti dalle fonti, Società
Editrice Dante Alighieri, Roma-Genova-Milano-Napoli. Sintesi storica del
pensiero antico, Società Editrice Dante Alighieri, Roma-Genova. Rassegne di
storia della filosofia: I. Filosofia del Rinascimento, in Rivista di filosofia,
XX, Torino L'antinomia fondamentale nella visione della vita e della storia di
F. Nietzsche, in L'idealismo realistico Die Anfänge der Arbeiterbewegung in
Italien bis 1872 und der Konflikt zwischen Mazzini und Bakunin, in Archiv für
die Geschichte des Sozialismus und der Arbeiterbewegung, herausgegeben von
Prof. Carl Grünberg, Hischfeld Verlag, XIV, heft 3, Leipzig Il superamento
dell'utilitarismo e la coscienza morale nella dottrina epicurea, in Rendiconto
delle sessioni della R. Accademia delle scienze dell'Istituto di Bologna, vol.
3, Azzoguidi, Bologna. Confluito poi in Problemi del pensiero antico, c
Responsabilità e sanzione nel più antico pensiero greco, in Civiltà moderna,
Firenze Problemi del pensiero greco Razionalità e irrazionalità della Storia:
per una visione realistica del problema del progresso, in Nuova Rivista
Storica, Milano Collaborazione alla Encyclopedia of the Social Sciences della
Columbia University di New York; voci: T. Campanella, A. Costa. I primordi del
movimento operaio in Italia avanti il 1872 e il conflitto tra Mazzini e
Bakunin, in Nuova Rivista Storica Die Anfänge der Arbeiterbewegung in Italien
bis 1872 un Konflikt zwischen Mazzini und Bakunin Riproposto poi da Mondolfo in
una rivista argentina Nella versione italiana, anche in Tra teoria sociale e
filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza moderna.
Scritti Collaborazione alla Enciclopedia Italiana (Istituto Treccani); voce:
Giordano Bruno, vita ed opere, religione e filosofia, dio e l'universo: il
monismo, l'etica Nella sua versione rielaborata Mondolfo ripropone questo
articolo in Figure e idee del Rinascimento, trad. di L. Bassi, La Nuova Italia,
Firenze Tarozzi, L'esistenza e l'anima, in Nuova Rivista Storica Enciclopedia
Italiana (Istituto Treccani); voci: Comunismo (esposizione critica della
dottrina e della storia Filone di Alessandria, Helvétius Collaborazione alla
Encyclopedia of the social Sciences della Columbia University di New York;
voci: Epicure and epicureanism, Giuseppe Ferrari, Gaetano Filangeri, Pasquale
Galluppi, Melchiorre Gioia, Gian Vincenzo Gravina, Theodor Karl Grün, Peter
Alexeyevitch, Antonio Labriola. Collaborazione a Pedagogia (Enciclopedia delle
Enciclopedie, Formiggini, Roma); voci: Didattica della filosofia Libertà e
Laicità della scuola Entrambi riportati in Educazione e cultura come problemi
sociali, Cappelli, Bologna Comunicazione al Congresso della Società Italiana
per il progresso delle scienze su Criteri di studio del problema riguardante le
origini della filosofia greca. Germi in Bruno, Bacone e Spinoza del concetto
marxistico della storia, in Civiltà moderna, Firenze Germania nel 1932 (cfr. n.
228) e, successivamente, nel sulla rivista argentina Dialéctica Tra teoria
sociale e filosofia politica. Rodolfo Mondolfo interprete della coscienza
moderna. Scritti Un educatore scomparso: Marchesini, in La Cultura popolare
Rapporti tra la speculazione religiosa e la filosofia nella Grecia antica, I,
in La Nuova Italia, Firenze, II, dicembre, pp. 463-468. Intorno al contenuto
dell'antica teogonia orfica, in Rivista di Filologia e d'istruzione classica
Rapporti tra la speculazione religiosa e la filosofia della Grecia antica, II,
in La Nuova Italia, Firenze Il concetto della umwälzende Praxis e i suoi germi
in Bruno e Spinoza, in Grünbergs Fetschrift, C. L. Hirschfeld, Leipzig, pp.
365-376. I Discorsi e il Contratto sociale di Rousseau, trad. con introduzione
e commento, 2ª edizione, Cappelli, Bologna. Collaborazione alla Enciclopedia
Italiana (Istituto Treccani); voci: Labriola Internazionale e Internazionalismo
Il Giansenismo in Italia di Jemolo, in Rivista di Filosofia, Torino. Discutendo
il problema dei caratteri differenziali tra filosofia antica e moderna, in
Rivista di filosofia, Milano Nota sul genio ellenico, inserita nell'edizione
italiana di E. Zeller-R.Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo
storico, I Presocratici; vol. 1: Origini, caratteri e periodi della filosofia
greca, La Nuova Italia, Firenze Arte e religione in Grecia secondo gli schemi
del neoumanesimo, in Civiltà moderna, Firenze Tratto da M., Nota sul genio
ellenico in E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo
storico, Parte I: 1 Presocratici, vol. I: Origini, caratteri e periodi della
filosofia greca, Nota sulla divisione in periodi della filosofia, in Archivio
di storia della filosofia Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo
sviluppo storico, 1 presocratici, Origini, caratteri e periodi della filosofia
greca, La Nuova Italia, Firenze La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico,
Parte I: I presocratici, vol. II: lonici e Pitagorici, La Nuova Italia, Firene
Encyclopedia of the Social Sciences della Columbia University di New York;
voci: Lucretius, Karl Geory Winkelblech (Karl Marlo). E. Zeller-R. Mondolfo, La
filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: 1 Presocratici, vol. I:
Origini, caratteri e periodi della filosofia greca, traduzione e aggiornamenti,
La Nuova Italia, Firenze. Studi sopra l'infinito nel pensiero dei Greci, in
Memoria della R. Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna, classe di
scienze morali, serie 3, tomo 6, Gamberini e Parmeggiani, Bologna Azzoguidi,
Bologna Eternità e infinità del tempo in Aristotele, in Giornale Critico della
Filosofia Italiana, Firenze Il contributo di Zenone di VELIA alla scoperta
dell'infinitesimale, in Archivio di storia della filosofia La preparazione dei
greci alla comprensione dell'infinito, in Civiltà moderna, Firenze La
concezione dell'Empireo in Platone, in La Nuova Italia, Firenze, marzo. 242. Il
passaggio dal teleologismo al determinismo nella dottrina peripatetica
dell'eternità del mondo, in Rivista di filosofia, Milano L'infinito nel
pensiero dei Greci, Le Monnier, Firenze L'infinità divina nelle teogonie greche
presocratiche, in Studi e materiali di storia delle religioni, Roma L'infinito
nel pensiero dei greci, Le Monnier, Firenze L'infinità della potenza divina in
Aristotele (Dal concetto negativo al concetto positivo dell'infinito), in
Ricerche religiose, Roma L'infinito nel pensiero dei greci, Le Monnier, Firenze
1934. L'infinità dell'essere in Melisso di Samo (contributi a un processo di
riabilitazione), in Sophia, Padova L'infinità divina da Filone ai neoplatonici
e ai suoi precedenti, in Atene e Roma, Firenze, Le Monnier L'Infinito nel
pensiero dei greci, Le Monnier, Firenze L'infinità del numero dai Pitagorici a
Platone e ad Archimede, in Archivio di filosofia, Roma Prassi che rovescia o
Prassi che si rovescia?, in Rivista internazionale di filosofia del diritto,
Roma, XIII, fasc. VI, pp. 743 ss. Scritto che viene successivamente inserito da
Mondolfo in Il materialismo storico in Federico Engels Collaborazione alla
Enciclopedia italiana; voce: Materialismo storico Il contratto di lavoro nella
voce Il lavoro Encyclopedia of the Social Sciences della Columbia University di
New York; voce: Paruta. Lezioni di storia della filosofia svolte da M., a cura
di Bortolotti e Wittig, Bologna, Facoltà di filosofia, Bologna La genesi
storica della filosofia presocratica, in La Nuova Italia, Firenze, 20 marzo,
pp. 82-94. Prefazione al libro di G. Fontanesi, Il problema filosofico
dell'amore nell'opera di Leone ebreo, Libreria Emiliana, Venezia, pp. I-XIII.
Problema umano e problema cosmico nella formazione della filosofia greca,
Memoria presentata all'Accademia delle Scienze di Bologna nella sessione del 17
marzo, Azzoguidi, Bologna Problemi del pensiero antico Note sull'eleatismo di
VELIA: a proposito degli Studi sull'eleatismo di G. Calogero, in Rivista di
filologia e d'istruzione classica, Torino Problemi del pensiero antico,
Zanichelli, Bologna I problemi dell'infinità numerica e dell'infinitesimo in
Aristotele, in Rivista di filosofia, Milano L'infinito nel pensiero dei greci,
Le Monnier, Firenze 1934. Caratteri e sviluppi della filosofia presocratica, in
Sophia, Roma, luglio-settembre, pp. 274-288. La giustizia cosmica secondo
Anassimandro ed Eraclito, in Civiltà moderna, Firenze L'infinito nel pensiero
dei Greci, Le Monnier, nella Collezione di Studi filosofici diretta da G.
Gentile, Firenze. Recensioni in Pan: A. Rosemberg Storia del bolscevismo da
Marx ai giorni nostri, Sansoni, Firenze, in Rivista internazionale di filosofia
del diritto; N. Festa, I frammenti degli stoici antichi, vol. I, Laterza, Bari
1932; G. Della Valle, Tito Lucrezio Caro e l'epicureismo campano, Accademia
Pontaniana, Napoli 1933; Id., Dove nacque T. Lucrezio Caro?, Stab. industrie
editoriali meridionali, Napoli 1933, in Sophia; G. Pasquali, Pagine stravaganti
di un filologo, Carabba, Lanciano 1933; Conte di Gobineau, Il rinascimento,
trad. di F. Gentile Tarozzi, Cappelli, Bologna Civiltà moderna; G. Mayer,
Friederich Engels: Eine Biographie, M. Nijhoff, Haag 1934; Marx-Engels,
Historische, Kritische, Gesamtausgabe Werke Schriften, Briefe, Berlin, in
Rivista di filosofia; C. Ottaviano, Joachimi abbatis liber contra Lombardorum,
Reale Accademia d'Italia, Roma 1934. 261. Collaborazione alla Enciclopedia
italiana; voce: Movimento Operaio Fiorentino e il positivismo, in AA.VV,
Onoranze a F. Fiorentino nel cinquantenario della sua morte, Morano, Napoli Infinità
dell'istante e infinità soggettiva nel pensiero degli antichi, in Giornale
critico della filosofia italiana, Firenze Problemi del pensiero antico
L'infinito nel pensiero dell'antichità classica, cit. 264. La genesi e i
problemi della cosmogonia di Talete, in Rivista di filologia e d'istruzione
classica, Torino Physis e theion: intorno al carattere e al concetto centrale
della filosofia presocratica, in Atene e Roma, Firenze, Le Monnier Il principio
universale di Anassimandro, in Civiltà moderna, Firenze Questioni di storia
della scienza greca, in Rivista di filosofia, Torino L'infinito e le antinomie
logiche nel pensiero greco, relazione al Congresso della Società italiana per
il progresso delle scienze, tenutosi a Palermo il 12-18 ottobre, Società
italiana per il progresso delle scienze, Roma. Confluito poi in R. Mondolfo, I
problemi del pensiero antico, Zanichelli Enciclopedia italiana: Sindacalismo,
Socialismo Scienza (classificazione delle scienze e storia della scienza
Problemi del pensiero antico, Zanichelli, Bologna 1935. Lezioni di storia della
filosofia, a cura di Zambrini, Università di Bologna, Facoltà di lettere e
filosofia, Bologna. Lezioni di filosofia moderna: Benedetto Spinoza, tenute dal
Chiar.mo Prof M., a cura di Cavalli, GUF G. Venezian, Bologna Gli albori della
filosofia in Grecia, in La Nuova Italia, Firenze, gennaio. Feuerbach y
Marx. La dialéctica y el concepto de la historia, trad. di M. P. Alberti,
Claridad, Buenos Aires. Su
una presunta affermazione antica della sfericità terrestre e degli antipodi, in
Archeion Anaximenea, in Rivista di Filologia e d'istruzione classica, Torino
Gérmenes en Bruno, Bacon y Espinoza de la concepción marxista de la historia,
in Dialéctica, Buenos Aires, abril. Per Diogene d'Apollonia, in Rivista di
filosofia, Torino Gli atomisti antichi, in Il Lavoro Formes et tendences
actuelles du mouvement philosophique en Italie (in collaborazione con il Prof.
Limentani della R. Università di Firenze), in Revue de Synthèse L'utopia di
Platone, in Il Lavoro, 17 novembre, p.3. Aristotele ed Epicuro, in La Nuova
Italia, Firenze Echi del centenario di Romagnosi, in Il Lavoro La vitalità di
Aristotele, in Il Lavoro. La filosofia antica in terra d'Africa e le tendenze
del soggettivismo. Estratto da Atti della XXV Riunione della SIPS a Tripoli,
Raduno coloniale della scienza italiana, 1-7 novembre 1936. Relazione Congresso
della Società per il progresso delle scienze (Tripoli). Problemi della
cosmologia di Anassimandro, in Logos, Napoli Nota sulla cosmologia e la
metafisica di Anassimandro introdotta come aggiornamento nel Il vol.
dell'edizione italiana de E.Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo
sviluppo storico, Parte I: I Presocratici, Il vol.: lonici e Pitagorici, La
Nuova Italia, Firenze, 1938, pp. 190 ss. Ancora sull'infinito e gli antichi, in
Sophia La prima affermazione della sfericità della terra. Nota dell'accademico
effettivo prof M., comunicata il 12 dicembre, in Rendiconti delle sessioni della
R. Accademia delle scienze dell'Istituto di Bologna. Classe di scienze morali
Bologna, Tip. Azzoguidi, p. 18. Trad. it con l'aggiunta di una postilla in
Momenti del pensiero greco e cristiano Enciclopedia italiana; voci: Unità,
Universo (nella storia della filosofia) Per l'interpretazione di F. Fiorentino,
in Archivio di storia della filosofia italiana Sui frammenti di Filolao
(contributo a una revisione del processo di falsità), in Rivista di Filologia e
d'istruzione classica Platone e la storia del pitagorismo, in Atene e Roma,
Firenze, Le Monnier Nota sulle fonti della nostra conoscenza e ricostruzione
storica del Pitagorismo, in E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel
suo sviluppo storico, pp. 313 ss. Forme e tendenze attuali del movimento filosofico
in Italia, (in collaborazione con il Prof. Limentani della R. Università di
Firenze), in Logos, Napoli L'origine dell'ideale filosofico della vita.
Comunicazione, Rendiconti delle sessioni della R. Academia delle scienze
dell'Istituto di Bologna. Classe di scienze morali, serie V, I, Azzoguidi,
Bologna Zeller-M., La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: 1
Presocratici, vol. Il: lonici e Pitagorici, La Nuova Italia, Firenze. Intorno
ad Epicarmo, in Civiltà moderna, Firenze L'unità del pitagorismo, in La Nuova
Italia, Firenze, giugno. 1940 Origen y sentido del concepto de cultura
humanista, para la inauguración de cursos del Istituto de Humanidades de la
Universidad Nacional de Córdoba, El Sol, La Plata Historia y filosofia, in Sustancia,
Tucumán, Trad. it. in Alle origini della filosofia della cultura, trad. di L.
Bassi, Il Mulino, Bologna El materialismo histórico en Federico Engels, version
castellana de A. Mantica, Libreria y Editorial Ciencia, Rosario, Descartes,
Discorso sul metodo, a cura di M. e Garin, Sansoni, Firenze La traduzione e le
note di M. vennero pubblicate anonime in questa prima edizione, mentre
ricompaiono nelle ristampe successive Descartes, Principi di filosofia, a cura
di M. e E. Garin, Sansoni, Firenze, pp. XXXIII-82. La traduzione e le note di
Rodolfo Mondolfo vengono pubblicate anonime in questa prima edizione, mentre
ricompaiono nelle ristampe successive Sócrates, edición de la Universidad
Nacional de Córdoba, Córdoba. Anche in Moralistas griegos. La
conciencia moral de Homero a Epicuro, Imán, Buenos Aires 1941. Sugestiones de la técnica en las
concepciones de los naturalistas presocráticos, in Archeion de la Universidad
Nacional del Litoral Trad. it di L. Bassi: Suggestioni della tecnica nelle
concezioni dei naturalisti presocratici, in Alle origini della filosofia della
cultura, introduzione di R. Treves, Il Mulino, Bologna Moralistas griegos. La conciencia
moral de Homero a Epicuro, Imán, Buenos Aires. Trad. it. accresciuta a cura di V.
E. Alfieri, Moralisti greci. La coscienza morale da Omero a Epicuro,
Ricciardi, Napoli-Milano Espíritu revolucionario y conciencia histórica, in
Revista Mexicana de Sociología, Universidad Nacional Autónoma de México El
pensamiento antiguo, historia de la filosofia greco-romana, 2 vol., Losanda,
Buenos Aires. El problema del conocimiento desde los presocráticos hasta
Aristóteles, Publicaciónes del Instituto de Humanidades de la Universidad
Nacional de Córdoba, n. 19, Córdoba. La teoría del sentido interior en San
Agustín y sus antecedentes griegos, in Insula, Buenos Aires. Trad. it. in
Momenti del pensiero greco e cristiano Espíritu revolucionario y conciencia
histórica, in Revista mexicana de Sociología e nel Boletín del Instituto de
Sociología de Bueons Aires La antinomia del espíritu innovador, in Sustancia,
n. 9, Tucumán, pp. 12- La filosofia política de Italia en el siglo XIX, Imán,
Buenos Aires. En los orígenes de la filosofía de la cultura, Imán, Buenos
Aires. En el centenario de Galileo, in Sur La crítica escéptica de la causalidad,
in El problema de la causalidad, Publicaciones del Instituto de Humanidades de
Córdoba. El genio helénico y los caracteres de sus creaciones espirituales,
Cuadernos de la Facultad de Filosofía y Letras de Tucumán, Tucumán. Roberto
Ardigó y el positivismo italiano, in Sustancia, Tucumán Naturaléza y cultura en
la formación de la filosofía griega, Publicaciones del Instituto de Humanidades
Córdoba. Rousseau y la consciencia moderna, Imán, Buenos Aires. Campanella y
Descartes, in Estudios de Filosofía, Universidad Nacional de Córdoba. La
filosofía de la historia de Fernando Lassalle, in Revista mexicana de
Sociología, Universidad Nacional Autónoma de México Traducción de Carmelo di
Bruno del original italiano. E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo
sviluppo storico, 1 Presocratici, vol. I: Origini, caratteri e periodi della
filosofia greca, 2ª edizione, La Nuova Italia, Firenze. 1944 323. El
pensamiento de Galileo y sus relaciones con la filosofía y la ciencia antiguas,
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Giordano Bruno, trad. Ricardo Resta, in Minerva, Buenos Aires, a. 1, vol. 1,
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Universidad Nacional de Córdoba, Publicaciónes del Instituto de Humanidades, n.
41, Córdoba Misión de la cultura humanista, in Papales, Buenos Aires. Determinismo contra volontarismo en
la filosofia de Nietzsche, in Minerva, Buenos Aires, II, n. 4. Anche Ensayos
críticos sobre filósofos alemanes, Imán, Buenos Aires Determinismo contro
volontarismo nella filosofia di F. Nietzsche, in Filosofi tedeschi: saggi
critici, trad. di L. Bassi, Cappelli, Bologna La politica y la utopía de
Campanella. La
Ciudad del Sol, in Revista mexicana de Sociología, Universidad Nacional
Autónoma de México Origen del ideal filosófico de la vida, in Revista de
estudios clásicos de la Universidad de Cuyo, Mendoza Inserito successivamente
in M., En los orígenes de la filosofía del la cultura, Libreria Hachette,
Buenos Aires La trascendencia extratemporal divina y la infinitud temporal en
el período religioso de la filosofía griega, in Philosophia, Mendoza,
Universidad de Cuyo Eternidad e infinitud del tiempo en Aristóteles,
Publicaciones del Instituto de Filosofía y Humanidades, n. 44. Pubblicato nella
Revista de la Universidad Nacional de Córdoba El infinito y las antinomias
lógicas de la filosofia antigua, Publicaciones del Instituto de Humanidades
Córdoba. El primer fragmento de Heráclito: texto, traduccion y comentario, in
Revista de la Universidad de Buenos Aires El pensamento antiguo, Losada, Buenos
Aires. Sobre la pena de muerte (Kant contra Beccaria), in Bebel, Santiago del
Chile Bruno, in Philosophia, Mendoza, Univer- sidad de Cuyo La infinitud del
espiritu en la filosofia antigua, Universidad Nacional de Córdoba,
Publicaciones del Instituto de Filosofía y Humanidades, Córdoba Qué es el
materialismo histórico, in Babel, Santiago del Chile, Heidel, La edad heroica
de la ciencia, Espasa Calpe, Buenos Aires. Cesar Beccaria y su obra, Depalma,
Buenos Aires Trad. it con ampliamenti ed aggiunte: Cesare Beccaria, La Nuova
Accademia, Milano Descartes, Discorso sul metodo, a cura di E. Garin e R.
Mondolfo, Sansoni, Firenze, 2ª edizione. R. Descartes, Principi di filosofia, a
cura di E. Garin e R. Mondolfo, Sansoni, Firenze, 2ª edizione. Il problema del
male in Agostino e nell'agostinismo, conferenza tenuta nell'aula magna
dell'Università di Montevideo il 31 agosto. Confluita in
Momenti del pensiero greco e cristiano Ensayos críticos sobre filósofos
alemanes, Imán, Buenos Aires. Trad. it a cura di L. Bassi, Filosofi tedeschi: saggi
critici, Cappelli, Bologna 1958. La idea de progreso humano en G. Bruno,
in Babel, Santiago del Chile Tres filósofos de Rinascimiento: Bruno, Galileo,
Campanella, Losanda, Buenos Aires. Poi rifuso in Figuras e ideas de la
Filosofía del Rinacimento, Losada, Buenos Aires San Augustín y el problema del
mal en el neoplatonismo cristiano, in Revista de la Facultad de Humanidades y
Ciencias de Montevide Interpretaciones de Heráclito en el último medio siglo,
prólogo a O. Spengler, Heráclito, Espasa-Calpe, Buenos Aires. Interpretaciones
italianas del materialismo histórico, in Cultura italiana, Buenos Aires. Trad.
it: Il materialismo storico nelle interpre-tazioni italiane, in Critica
sociale, Milano Voluntarismo y pedagogia de la acción en Mazzini y en Marx, in
Babel, Santiago del Chile La idea de cultura en el Rinacimiento italiano, in
Jornadas de centro de cultura italiana, Tucumán, Universidad Nacional Figure e
idee del Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze, Die Klassische Philosophie in
Latein-Amerika, Universitas, Stuttgart. Problemas y métodos de la investigación
en historia de la filosofia, Cuadernos de Instituto de Universidad Nacional de
Tucumán, Tucumán. Sulle orme di Marx, 4ª edizione, Cappelli, Bologna. Le sujet
humain dans la philosophie antique, in AA. VV., Proceedingof the Tenth International
Congress of Philosophy, North-Holland Publishing Co., Amsterdam Voluntad y
conocimiento en Heráclito, in Notas y estudios de filosofía, Tucumán, Spinoza y
la noción de progreso humano, in Bebel, Santiago de Chile Descartes, Discorso
sul metodo, a cura di E. Garin e R. Mondolfo, 3ª edizione, Sansoni, Firenze. Descartes, Principi di filosofia, a
cura di Garin e M., 3ª edizione, Sansoni, Firenze. El hombre como
sujeto espiritual en la filosofía antigua, in Actas de primer Congreso Nacional
de Filosofía, tomo III, Mendoza, Universidad Nacional de Cuyo L'utopia di
Campanella, Studi in onore di Gino Luzzatto, Giuffrè, Milano. Rousseau, Discorsi e Contratto
sociale, a cur. M., 3ª edizione, Cappelli, Bologna. Il pensiero antico. Storia
della filosofía greco-romana, esposta con testi scelti dalle fonti, 2ª
edizione, La Nuova Italia, Firenze. Il metodo di Galileo e la teoria della
conoscenza, in Rivista di filo-sofia, Torino Figure e idee del Rinascimento, La
Nuova Italia, Firenze Ensayos sobre el Renacimiento italiano, Universidad
Nacional de Tucumán, Instituto de filosofía, Tucumán. El método de
Galileo y la teoría del conocimiento, in Actas de la Academia de Ciencias
Culturales y Artes de la Universidad Nacional de Tucumán, Tucumán Trabajo
manual y trabajo intelectual desde la antigüedad hasta el Renacimiento, in
Revista de historia de las ideas de la Universidad Nacional de Tucumán, Tucumán
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Critica sociale, Milano, Ristampato in Alle origini della filosofia della
cultura, a cura di R. Treves, Il Mulino, Bologna Polis, lavoro e tecnica,
introduzione e cur. Ferriolo,
Feltrinelli, Milano La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: I
presocratici, vol. Il: Ionici e Pitagorici, 2ª edizione, La Nuova Italia,
Firenze Lo humano y lo subjetivo en el pensamiento antiguo, in Notas y estudios
de filosofía, Tucumán, Sobre una interpretación reciente de Anaxagoras y los
eleatas, in Notas y estudios de filosofía, Tucumán, Preparación profesional e
investigación científica, in La universidad del siglo XX, Universidad Nacional
de San Marcos, Lima Trad. it. in Educazione e cultura come problemi sociali La
reminiscencia platónica y la actividad del espíritu, in Actas del Congreso de
filosofía en Lima y Revista de la Universidad Nacional de S. Agustín de
Arequipa. Reseñas en Notas y
estudios de filosofía, sobre: M. Dal Pra, La storiografia filosófica antica; C.
Moeller, Sagesse grecque etparadoxe chrétien; A. Nogueira, Universo Zeller-M.,
La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I: I Presocratici, vol.
I: Origini, caratteri e periodi della filosofia greca, 3ª edizione, La Nuova
Italia, Firenze El pensamiento antiguo.Desde los orígines hasta Platón. Tomo II: Desde
Aristóteles hasta neoplatónicos, 3ª edizione, Losada, Buenos Aires El infinito
en el pensamiento de la antigüedad clásica, trad. de F. Gonzáles Ríos,
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Philosophia, Universidad Nacional De Cuyo, Mendoza, Trad. it: La filosofia come
problematicità e lo storicismo, in Il Dialogo Il materialismo storico in F.
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arte y de la ciencia, in Sur, Buenos Aires, Eduard Zeller y la historia de la
filosofía, in Notas y estudios de filosofía, Tucumán Intorno alla gnoseologia
di Democrito, Rivista critica di storia della filosofia, Milano La comprensione
del soggetto umano nell'antichità classica, trad. di L. Bassi, La Nuova Italia,
Firenze Problemi e metodi di ricerca nella storia della filosofia, La Nuova
Italia, Firenze. 1953 I cirenaici e i raffinati del Teeteto platonico, Rivista
di filosofia, Torino La comprensione del soggetto umano nell'età classica Il
valore del lavoro nel riconoscimento di Senofonte, Platone ed Aristotele, in
Critica sociale, Milano, Trabajo y conocimiento según Aristóteles, in Imago
mundi, Buenos Aires L'unité du sujet dans la gnoséologie d'Aristóte, in Revue
philosophique, Paris Platón y el concepto unitario de cultura humana, in
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su utopía, prólogo a T. Campanella, La Ciudad del Sol, Losada, Buenos Aires.
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trabajo en la Grecia antigua hasta Sócrates, in Revista de economía, Córdoba,
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coscienza moderna, La Nuova Italia, Firenze. Trad. it. di Rousseau y la
consciencia moderna, Imán, Buenos Aires 1944. Cultura e libertà nel pensiero di
Croce, in Critica sociale, Milano, Educazione e cultura come problemi sociali
Cultura y libertad en el pensamiento de B. Croce, in AA.VV, Homenaje a
Benedetto Croce en el primer aniversario de su fallecimiento, de la Facultad de
Filosofía y Letras de Buenos Aires Seneca e l'infinità del progresso
spirituale, in Critica sociale, Milano, aprile. La divisione del lavoro e il compito
sociale dell'educazione, in Critica sociale, Milano Educazione e cultura come
problemi sociali, cit., pp. 35-43. Séneca y la infinitud del progreso
espiritual, in La Torre, de la Universidad de Puerto Rico, n. 5, pp. 63-74. Il problema di Cratilo e
l'interpretazione ai Eraclito, in Rivista critica di storia della filosofía,
Milano, IX, n. 3, pp. 221-231. La conciencia moral en Sócrates, Platón
y Aristóteles, in Humanidades, de la Universidad Nacional de La Plata, n. 34,
Seccíon Filosofía Figuras e ideas de la filosofía del Renacimiento, Losada,
Buenos Aires. Trad. it. a cura di L. Bassi: Figure e idee della filosofia del
Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze El problema de Cratilo y la
interpretación de Heráclito, in Anales de Filología Clásica, Buenos Aires,
Universidad de Buenos Aires Rousseau, Discorsi e Contratto sociale, a cura di
R. Mondolfo, 4ª edizione, Cappelli, Bologna. Educazione e democrazia nel
pensiero socialista, in Critica sociale, Milano Historia de la filosofía e
historia de la cultura, in Imago mundi, Buenos Aires, marzo. Trad it. Storia della filosofia e
storia della cultura, in Educazione cultura come problemi sociali Intorno a
Gramsci e alla filosofia della prassi, in Critica sociale, Milano Critica
sociale, Milano 1955, con prefazione di E. Bassi. Successivamente compreso nel
volume Da Ardigò a Gramsci, Nuova Academia, Milano Umanismo di Marx. Studi
filosofici Antologia di Aristotele, La Nuova Italia, Firenze. La comprensión
del sujeto humano en la cultura antigua, Imán, Buenos Aires. Trad. it. a cura
di L. Bassi, La comprensione del soggetto umano nell'antichità classica, La
Nuova Italia, Firenze 1958. Giuseppe Mazzini y los orígenes del
movimiento obrero en Italia hasta 1872. El conflicto entre Mazzini y Bakunin,
in Cuadernos de la cultura de Italia, Buenos Aires, Sócrates, Colección
filósofos y sistemas, Losange, Buenos Aires. Edizione ampliata de Sócrates,
edición de la Universidad Nacional de Córdoba, Cordoba I moralisti greci. La coscienza morale da Omero a
Epicuro, Ricciardi, Milano-Napoli Lavoro e conoscenza nelle concezioni
dell'antichità classica, Sag-giatore, Torino. Poi in Educazione e cultura come
problemi sociali, Successivamente anche in Polis, lavoro e tecnica, a cura di
M. V. Ferriolo Espíritu revolucionario y conciencia histórica, Ediciones
Populares Argentinas, Buenos Aires. Evolución del socialismo, Ediciones
Populares Argentinas, Buenos Aires. Historia de la Universidad de Bologna, in
La Torre, Puerto Rico, Universidad de Puerto Rico, 3, 12, ottobre-dicembre, pp.
45 ss. Trad.
it. Storia
dell' università di Bologna, in La vita italiana, nel volume Estudios italianos
en la Argentina, publicado dal Centro di studi italiani, Buenos Aires Cultura y
libertad en el pensamiento de B. Croce, in Homenaje a Croce en el primer
aniversario de su fallecimiento, Facultad de Filosofía y Letras de Buenos
Aires. Trabajo y conocimiento en las concepciones de la antigüedad clásica, in
Cuadernos Americanos, México, Universidad Nacional Autónoma de México, Titolo
originale: Lavoro e conoscenza nelle concezioni dell'antichità classica, in
Saggiatore Torino. Storia
dell'università di Bologna, in La vita italiana, nel volume Estudios italianos
en la Argentina, publicado dal Centro di studi italiani, Buenos Aires
Educazione e cultura come problemi sociali, L'infinito nel pensiero
dell'antichità classica, La Nuova Italia, Firenze. El genio
helénico: formación y caracteres, Editorial Columba, Buenos Aires. La ciencia
de la lógica de Hegel, trad. de Augusta y M., prólogo de M. Hachette, Buenos
Aires. La división del trabajo y la tarea de la educación, en Estudios
sociológicos (congreso de sociologia), México, y en La Nación, Buenos Aires,
abril. El materialismo histórico en Engels y otros ensayos, nueva traduccion de
la 2ª edicion italiana con agregados, Editorial Raigal, Buenos Aires. Alle origini della filosofia della
cultura, trad. it di L. Bassi e con introduzione di R. Treves, I Mulino,
Bologna. Bolscevismo e dittatura (la conseguenza del sistema), in Critica
sociale, Milano Studi sulla rivoluzione russa, cit., L'esigenza del nesso fra
storia della filosofia e storia della cultura, in AA. VV., Verità e storia: un
dibattito sul metodo della storia della filosofia, Società filosofica romana,
Arethusa, Asti Aristotele. Antologia, 1ª ristampa, La Nuova Italia, Firenze. La
coscienza morale e la legge interiore in Plutarco, in Filosofia, Torino, Sul
concetto di lavoro, in Il comune, Senigallia, febbraio. Successivamente in S.
Anselmi, Incontro con Rodolfo Mondolfo. In appendice: M. Il concetto di lavoro,
Libr. editrice Sapere, Senigallia 1961. La filosofia della Critica sociale, in
Esperienze e studi socialisti: in onore di U. G. Mondolfo, La Nuova Italia,
Firenze, pArte, religión y filosofía de los Griegos, Columba, Buenos Aires. La deuda de
Aristóteles con Platón, in La Nación, Buenos Aires, 10 de febrero. Acerca de la
primera traducción directa de la Ciencia de la lógica de Hegel, in La Prensa,
Buenos Aires, 13 de enero. La filosofía como problemática y su continuidad
histórica, in Revista de filosofía de la Universidad de Costa Rica, San José de
Costa Rica, Prólogo a A. Nogueira, Ideas vivas e ideas muertas, Colecão Rex,
Río de Janeiro. Problemas de cultura y educación, Hachette, Buenos Aires. Trad.
it Educazione e cultura come problemi sociali, Cappelli, Bologna 1957: Prólogo
a Lamanna, Historia de la Filosofía, I: El pensamento antiguo, trad. de
Caletti, Hachette, Buenos Aires. Educazione e cultura come problemi sociali, Cappelli,
Bologna. Edizione spagnola: Problemas de cultura y education, Hachette, Buenos
Aires. La historia de la filosofía y la historia integral, in Revista de la
Universidad de Buenos Aires, Buenos Aires, Note intorno alla storia della
filosofía, in Rivista critica di storia della filosofia», Milano, L'influenza
storica e la perennità di Socrate, in Il Dialogo, Bologna, Evidence of Plato
and Aristotele relating to the ekpyrosis in Heraclitus, trad. D. J. Allan, in
Phronesis, Intorno al problema storico di Hilferding, in Critica sociale,
Milano, Ristampato in R. Mondolfo, Umanismo di Marx. Studi filosofici, Filosofi
tedeschi: saggi critici, trad. di L. Bassi, Cappelli, Bologna. Il pensiero
stoico ed epicureo. Antologia di testi, a cura di R. M. e D. Pesce, La Nuova
Italia, Firenze. Determinismo contro volontarismo in Nietzsche, in Il Dialogo,
Bologna, nTitolo originale: Determinismo contra volontarismo en la filosofia de
Nietzsche, in Minerva, Buenos Aires. Nella sua traduzione italiana il saggio si
trova anche in Id. Filosofi tedeschi: saggi critici, trad. di L. Bassi,
Cappelli, Bologna Prospettive filosofiche: la filosofia come problematicità e
lo storicismo, con bibliografia degli scritti di R. Mondolfo, in Il Dialogo,
Bologna, Titolo originale: La filosofía como problematicidad y el historicismo,
in Philosophia, Universidad Nacional De Cuyo, Mendoza, Rispetto all'originale
spagnolo, Mondolfo inserisce una breve postilla di aggiornamento. La
comprensione del soggetto umano nell'antichità classica, trad. it. L. Bassi, La
Nuova Italia, Firenze. Titolo originale: La comprensión del sujeto humano en la
cultura antigua, Imán Buenos Aires Prefazione a L. Conti, L' assistenza e la
previdenza sociale. Storia e problemi, Feltrinelli, Milano. Aristotele.
Antologia, La Nuova Italia, Firenze Eraclito e Anassimandro, La Nuova Italia,
Firenze. Eraclito e Anassimandro (Dalle note di aggiornamento Zeller-Mondolfo,
vol. III: Capitoli su Eraclito), in Filosofia, Torino, I frammenti del fiume e
il flusso universale in Eraclito, in Rivista critica di storia della filosofía,
Milano El flujo universal de Heráclito y el símbolo del río, in Cultura
Universitaria Anche in E. Zeller e R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo
sviluppo storico, Parte I: 1 Presocratici, Eraclito, La Nuova Italia, Firenze,
Il pensiero politico del Risorgimento italiano, La Nuova Accademia, Milano. Titolo
originale: La filosofia política de Italia en el siglo XIX, Imán, Buenos Aires.
Rispetto all'edizione
castigliana quella italiana presenta aggiornamenti e arricchimenti. El
pensamiento antiguo. Historia de la filosofia greco-romana, Losada, Buenos
Aires. Sócrates, Editorial Universitaria, Buenos Aires. El sol y las Erinias,
según Heráclito, in Universidad, Universidad Nacional del Litoral, Santa Fe, La
idea de una misión del filósofo, en el pasado y en nuestros días, in La Nación,
Buenos Aires, octubre. El flujo universal de Heráclito y el símbolo del río, in
Cultura Universitaria, Caracas, Direccion de Cultura. Departamento de
Publicaciones, Nota sobre los Antecedentes en la historia de la filosofía, in
Philosophia, Mendoza, Universidad Nacional de Cuyo, Facultad de Filosofía y
Letras, Instituto de Filosofía, La conflagración universal en Heráclito, in
Philosophia, Mendoza, Revista del Instituto de Filosofía, Universidad Nacional
de Cuyo, Facultad de Filosofía y Letras, Los seminarios de investigación
filosofíca, in Revista de Educación, La Plata, La missione della filosofia
nell'epoca attuale, in Critica sociale, Milano, Anche in Prospettive storiche e
problemi attuali dell'educazione. Studi in onore di Ernesto Codignola, La Nuova
Italia, Firenze Guía bibliográfica de la filosofía antigua, Losada, Buenos
Aires. Cesare Beccaria, La Nuova Academia, Milano. Edizione italiana, con complementi
ed aggiunte de Cesare Beccaria, Editorial Depalma, Buenos Aires Moralisti
greci. La coscienza morale da Omero a Epicuro, trad. a cura di V. E. Alfieri,
Ricciardi, Napoli-Milano. Titolo originale: Moralistas griegos. La conciencia
moral de Homero a Epicuro, Imán, Buenos Aires Rispetto all'originale edizione
spagnola, quella italiana si presenta accresciuta. O genio
helénico, en V. de Magalhães Vilhena, Panorama do pensamiento filosófico,
Cosmos, Lisboa. En los orígenes de la filosofía de la cultura, 2ª edición
ampliada, Hachette, Buenos Aires. La Universidad latino-americana como creadora
de cultura, Cultura universitaria de Caracas Universidad de la República,
Montevideo; Universidades (Unión de Universidades de América latina), Buenos
Aires, IMarx y marxismo, Estudios histórico-críticos, Trad. esp. parciale de M.
H. Alberti, Fondo de cultura económica, México-Buenos Aires. Socrates, 3ª
edición, Eudeba, Buenos Aires Bibliografía heraclitea, in Anales de filología
clásica, Buenos Aires, Il pensiero stoico ed epicureo. Antologia di testi, introduzione
critica e commento a cura di D. Pesce, La Nuova Italia, Firenze. Presentazione
a AA.VV, Senigallia, a cura di S. Anselmi, Libreria Editrice Sapere,
Senigallia. Socialismo
e cristianesimo, in Critica sociale, Milano, El genio helénico y Arte, religión
y filosofía de los griegos, Editorial Columba, Buenos Aires. Notas heraclíteas.
La identidad de los caminos opuestos (B 59 y B 60), in Philosophia, Mendoza,
Universidad Nacional de Cuyo, Facultad de Filosofía y Letras, Instituto de
Filosofía, Heráclito y Parménides, in Cuadernos filosóficos, Universidad
Nacional del Litoral, Rosario, De las notas de actualización de
Zeller-Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico. Problemas y
métodos de la investigación en la historia de la filosofia, 2ª edición
ampliada, Edit. Universitaria, Buenos
Aires. Il pensiero neoplatonico. Antologia di testi, scelta, traduzione e note
introduttive di M., introduzione critica e commento di D. Pesce, La Nuova
Italia, Firenze. Il pensiero antico. Storia della filosofia greco-romana esposta
con testi scelti dalle fonti, 3ª edizione aggiornata, La Nuova Italia, Firenze.
E. Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, I
Parte: 1 Presocratici, vol. IV: Eraclito, La Nuova Italia, Firenze. E.
Zeller-R. Mondolfo, La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico La
filosofia post-aristotelica, vol. VI: Giamblico e la Scuola di Atene, trad. di
E. Pocar, a cura di G. Martano, La Nuova Italia, Firenze. Nel centenario di
Filippo Turati, in Quaderni italiani dell'Istituto italiano di cultura, Buenos
Aires. Arte,
religion y filosofia de los Griegos, Columba, Buenos Aires. Veritas filia temporis en
Aristóteles, in Revista de la Universidad Nacional de Córdoba, Personalità e
responsabilità nella democrazia, I parte, in Critica sociale, Milano, Il
movimento operaio fino al 1860, in Critica sociale, Milano, S. Anselmi, Incontro
con Rodolfo Mondolfo. In appendice: M., Sul concetto di lavoro, Libreria
editrice Sapere, Senigallia. 1962 Personalità e responsabilità nella
democrazia, Il parte, in Critica Sociale, Milano, Il concetto dell'uomo in
Marx, in Il dialogo, Bologna, e a cura del Comune di Senigallia. Si tratta di
una conferenza tenuta all'Università di Montevideo per i corsi del Consejo
Interuniversitario Regional di Argentina, Cile e Uruguay, nel febbraio del
1962. Successivamente pubblicata in spagnolo (trad. a cura di O. Caletti) nel
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di Marx. Studi
filosofici Personalidad y responsabilidad en la democracia, in Buenos Aires.
Revista de Humanidades, Buenos Aires, La conciencia moral de Homero a Demócrito
y Epicuro, Eudeba, Buenos Aires Materialismo histórico. Bolschevismo y
dictadura, Ediciones nuevas, Buenos Aires. Le opere complete di Antonio
Labriola, in Critica sociale, Milano, in numero di ripubblicazione dell Tesi di
Critica Sociale, Rousseau y la conciencia moderna, Eudeba, Buenos Aires.
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Accademia, Milano. Testimonianze
su Eraclito anteriori a Platone, in Rivista critica di Storia della filosofia,
Milano, Fratelli Bocca Eraclito, Testimonianze e imitazioni, a cura di M. e L.
Tarán, La Nuova Italia, Firenze Breve historia del pensamiento antiguo, Losada,
Buenos Aires. Siete opiniones sobra la significación del humanismo en el mundo
contemporáneo, in Revista de la Universidad de Buenos Aires, Buenos Aires Un
precorrimento di Vico in Filone alessandrino, in AA. VV., Miscel-lanea di studi
alessandrini in onore di A. Rostagni, Bottega d'Erasmo, Torino, Successivamente
in R. Mondolfo, Momenti del pensiero greco e cristiano, Morano, Napoli Morale e
libertà in Labriola, recensione a Dal Pane, Ricerche sul problema della libertà
e altri scritti di filosofia e pedagogia Critica sociale, Milano, L'uomo greco
secondo Pohlenz, in Il Ponte, Firenze, La Nuova Italia, Poi in Momenti del
pensiero greco e cristiano, Morano, Napoli, Fromm y la interpretación de Marx,
in La Nación, Buenos Aires, julio. La Universidad y sus antecedentes, in La
Gaceta, del Fondo de Cultura Económica, Mexíco. Personalidad y responsabilidad
en la democrazia, Buenos Aires. Sócrates, Mestre Jou, São Paulo. Sócrates, 4ª
edición, Eudeba, Buenos Aires. En torno a la contemporaneidad de la historia,
in La Torre, Puerto Rico, Universidad de Puerto Rico, Trad. it. Intorno alla
contemporaneità della storia, in Critica sociale, Milano, La obra de Condillac,
prólogo a Condillac, Tratado de las sensaciones, Eudeba, Buenos Aires. Problemas
y métodos de la investigación en la historia de la filosofía, Eudeba, Buenos
Aires. Fromm e il concetto
dell'uomo in Marx, in Critica sociale, Anche in R. Mondolfo, Umanismo di Marx.
Studi filosofici, Figure e idee della filosofia del Rinascimento, La Nuova
Italia, Firenze. Trad.
it. Figuras e ideas de la filosofía del Rinacimento, Losanda, Buenos Aires. La fondazione del materialismo
storico (A proposito di recenti studi), in Il Dialogo, Bologna, Ristampato in
Umanismo di Marx. Studi filosofici, Nuovi studi su Feuerbach e Marx, a cura di
M. e A. Testa, in Il Dialogo, Bologna, Marxismo e libertà, in Il Ponte,
Firenze, Anche in Umanismo di Marx. Studi filosofici, Le antinomie di Gramsci,
in Critica sociale,Decartes, Discorso sul metodo, a cura di M. ed E. Garin,
Sansoni, Firenze. Galileo e la scienza, in Critica sociale, Milano,
Ripubblicazione del saggio (cap II: Il pensiero di Galileo e i suoi rapporti
con l'antichità e con il Rinascimento) apparso nella raccolta Figure e idee del
Rinascimento, La Nuova Italia, Firenze In memoria di Gino Luzzatto, in Critica
sociale, Galileo y el método experimental, in La Nación, junio. Momenti del
pensiero greco e cristiano, Il Morano, Napoli. A quarant'anni della prima
edizione de La Rivoluzione Liberale, M. a Piero Gobetti, Centro Studi Gobetti,
Quaderno Torino. El
humanismo de Marx, trad de O. Galetti, Fondo de la Cultura Económica,
México-Buenos Aires. Origen y desarrollo histórico de la universidad, in
Revista de la Universidad de Córdoba, Córdoba. O pensamento antiguo, 2 tomos,
Maestre You, São Paulo. Momentos de pensamiento griego y cristiano, versión
castellana de O. Caletti, Paidós, Buenos Aires Materialismo histórico como
humanismo realista, in La Gaceta, del Fondo de la Cultura Económica, México,
septiembre. Si tratta di una
conferenza tenuta all'Università di Montevideo per i corsi del Consejo
Interuniversitario Regional di Argentina, Cile e Uruguay, nel febbraio del
1962. Pubblicata anche nel testo Humanismo de Marx, Fundo de la cultura
económica, México. La versione italiana (I materialismo storico come umanismo
realistico) si trova in Il Dialogo, Bologna, e in M., Umanismo di Marx. Studi
filosofici, Discussioni su un testo di Parmenide (Die Fragm. d. Vorsokr. --
Rivista critica di storia della filosofia, Milano, Sul valore storico delle
testimonianze di Platone, in Filosofia, XV, ottobre, pp. 583-601. Anche in
Eraclito, Testimonianze e imitazioni, a cura di M. e L. Tarán, La Nuova Italia,
Firenze, Platón y la interpretación de Jenófanes, in Revista de la Universidad
Nacional de Cordoba. La filosofia dei Greci nel suo sviluppo storico, Parte I:
I presocratici, vol. Il: Ionici e Pitagorici, La Nuova Italia, Firenze. K.
Marx, Crítica de la filosofia del derecho de Hegel, trad. del alemán, con notas
aclaratorias de R. Mondolfo, Ed. Nuevas, Buenos Aires La lotta di classe
secondo Juan B. Justo, in Critica sociale, Milano, Riproduzione
dell'Introduzione a AA. VV., Bilancio del marxismo, Cappelli, Bologna; e con il
titolo Conclusioni sul marxismo, in П Dialogo, Tecnica e scienza nel
pensiero antico, in Athenaeum, Pavia, El pensamento antiguo, trad. del italiano
por S. A. Tri, tomo I-II, 5ª edición, Losada, Buenos Aires. Introduzione a
Bilancio del marxismo, Cappelli, Bologna. Le testimonianze di Aristotele su
Eraclito, in Filosofia, Torino, Anche in Heraclitus, Testimonianze e
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Filippo Turati e introduzione e parti di F. Turati, Le vie maestre del
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della 5ª edizione tedesca con nuovi aggiornamenti, La Nuova Italia, Firenze.
Zeller-M., La filosofia dei Greci, Parte I: 1 Presocratici, vol. III: Eleati, a
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di G. Casertano, Petite Plaisance, Pistoia. Zeller-M.-G. Reale, Gli Eleati da
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bibliografico di Girgenti, Bompiani, Milano 2011. L'attrattiva della bellezza
poetica, con cui Lucrezio adorna la sua esposizione della teoria del progresso
nella filosofia dell’orto intensifica il potere suggestivo di questa sulla
mente dei filosofi romani. Cooperano, a Roma verso la visione ottimistica del
progresso, altri influssi, come quelli del lizio e del portico che si riconosceno
nella celebrazione da Cicerone del divino potere creatore dell'intelligenza
dell’uomo. L'influsso democriteo si ripercuoteva in Diodoro Siculo attraverso
Ecateo di Abdera. Quello dell’Orto agiva non solo sul grande poema di Lucrezio,
ma anche (attraverso questo) sulla filosofia di Virgilio, Orazio, e Vitruvio.
Certo, a Roma ci si mostrano due orientamenti opposti. Quello ottimistico,
assertore ed esaltatore del potere creatore dello spirito umano e del
progresso. Quello pessimistico, ispirato all'idea di una inferiorità naturale
dell'uomo rispetto agl’animali, ovvero di una sua caduta dalla perfezione e
felicità primordiali della mistica età saturnia alle miserie, alle fatiche e ai
conflitti dell'epoca storica. Queste voci tetre risuonano in Ovidio e Plinio,
come già anteriormente in quella di Sallustio (Catilina). Ovidio, in
Metamorph.-, influsso di Cicerone (De natura deorum), esalta la nascita
dell'uomo (« natus est homo »), come dell'animale piú savio e di maggior
capacità mentale tra tutti, dominatore della natura, di figura simile a quella
degli dèi, l'unico che per la sua posizione eretta possa contemplare il Cielo.
Ma Ovidio limita l'epoca beata dell’uomo all'età d’oro, quando non ancora
l'uomo aveva scoperto i metalli, né inventato la navigazione, né le armi, né le
fortificazioni, e neppure l'aratro e iutte le altre creazioni tecniche che sono
per Ovidio fonti di pene e di danni per il loro inventore. La creatività della
mente dell’uomo ha cosí un riconoscimento in Ovidio, ma come causa lamentevole
d'infelicità. “Contra
te sollers, hominum natura, fuisti, et nimium damnis ingeniosa tais Amores). D'altra parte Plinio (Natur. hist.)
vuole umiliare l'orgoglio di coloro che - come Cicerone in De natura deorum, —
affermano che il mondo fu creato *per* l'uomo; e li richiama alla
considerazione di tutti gli elementi d'inferiorità che ha l'uomo rispetto agli
altr’animali, e dei motivi della sua infelicità: un'anticipazione del
pessimismo del “De miseria hominis.” Ma nell'atteggiamento di Ovidio il
riconoscimento (fatto a denti stretti) del potere creatore dell'intelligenza
dell’uomo, rivela la forza con cui, nonostante ogni pessimismo, tale idea
s'imponeva allo spirito dell'epoca. Aiutata certo nella sua diffusione dalla
condizione storica, cioè dall'espansione trionfale del potere di Roma. Ma
ispirata nella sua affermazione da suggestioni teoriche derivanti da filosofi.
Dall’orto attraverso l'affascinante esposizione poetica di Lucrezio, e da
Cicerone. Influenze combinate si devono riconoscere appunto in Cicerone, nella
sua celebrazione dell'eccellenza dell'uomo, del potere creatore dello spirito
umano, del lavoro, dell'industria e della co-operazione tra gl’uomini, come
fonti delle grandi conquiste della civiltà, che troviamo in “De natura deorum”,
“De finibus bonorum et malorum”, “De legibus”, e “De officiis”. L'uomo, dice
Cicerone in “De legibus,” questo animale previdente, sagace, molteplice, acuto,
dotato di memoria, pieno di ragione e di prudenza, ha da dio la sua natura
privilegiata, anzi partecipa con la sua ra- lavor dichiarate alle he Coceo in
“De officis”, L, s, dove ri corda che Panezio ha sviluppato molto ampiamente e
con numerosi esempi ciò che i capitoli 3-5 sintetizzano, specialmente intorno
alla co-operazione tra gli uomini, indispensabile per la creazione di tante
arti -- “senza le quali la vita non meriterebbe d'esser vissuta” . . Modernamente
l'influenza di Panezio è sione di richiamare l'attenzione nel saggio L'infinito
nel pen siero dell'antichità classica, Firenze, La Nuova Italia] gione alla
natura e alla comunità divine 7. Seminato sulla terra, ha ricevuto il dono
divino dell'anima e la capacità della virtú, che è la natura perfezionata in se
stessa ed elevata al suo grado sommo (“in se perfecta et ad summum perducta
natura”); e, mediante l'imitazione della natura maestra, la ragione umana,
usando la sua capacità industriosa (“sollerter”), è pervenuta all'invenzione di
un numero infinito di arti (“artes innumerabiles repertae sunt”). La natura
diede all'uomo — mediante i sensi messaggeri, la rapidità della mente e la luce
dell'intelligenza -- i fondamenti della scienza (“quasi fundamenta quaedam
scientiae”), di modo che, per se stessa, la natura umana sempre piú progredisce
ed avanza (“ipsam per se natu-ram longius progredi”) e, da sé, senza aver
bisogno di maestri (“etiam nullo docente”), arriva a consolidare e a
perfezionare la ragione, partendo dalle cose le cui specie ha conosciuto per
mezzo della intelligenza primordiale ed iniziale (“ex prima et inchoata
intelligentia”) In tal modo — ripete Cicerone alla fine dell'Hortensius (come
riferisce Agostino, De trinit.), con Aristotele, Protrept. fr. c Walzer (Rose),
l'intelligenza è forza visiva e sforzo attivo della mente (“mentis aciem”),
animata dal desiderio attivo dell'investigazione (“ratione et investigandi
cupiditate”). E come la sua attività è rivolta ugualmente e congiuntamente [Eredità
di ARISTOTELE, Protreptico, fr. c Walzer = 61 Rose (che Anoke qul Cierone a
apia al concet aristotelice dele potenza che per se stessa tende all'atto. La
potenza fondamentale dell'intelligenza (“inchoatae intelligentiae”) considerata
qui, è tanto teorica (argumentamur, etc.) quanto pratica (conficimus), e non è
privilegio di pochi eletti, ma possesso di tutti (“communis omnium”). E
Cicerone aggiunge ciò che già diceva Sofocle nel coro dell'Antigone e tornerà a
dire nel rinascimento Pico nel suo “De hominis dignitate”, cioè che l'uomo ha
nella sua natura la doppia possibilità, d'elevarsi verso la sommità del bene o
di sprofondare negli abissi del male alla conquista della scienza e alla
creazione delle arti, cosí — ripete Cicerone, “De finibus”, con lo stesso
Protreptico di Aristotele - si deve riconoscere che l'uomo è nato per una
doppia finalità, mentre ogni animale è nato per un unico compito: il cavallo
per la corsa, il bue per arare, il cane per cercare, ma l'uomo, come un dio
mortale, per due attività creatrici, intendere ed operare (“ut ad cursum equum,
ad arandum bovem, ad investigandum canem, sic hominem ad duas res, ut ait
Aristoteles, ad intelligendum et agendum esse natum, quasi mortalem deum”).
Queste idee hanno piú ampio sviluppo in “De natura deorum”, dove la superiorità
dell'uomo sugli animali è affermata da Cicerone, seguendo le orme di Panezio,
negli aspetti seguenti. La costituzione del suo corpo, la cui posizione eretta
gli permette la contemplazione del cielo e gli dà la possibilità di conoscere
il corso degli astri, di determinare le divisioni del tempo, di prevedere i
fenomeni astronomici per tutto l'avvenire (“in omne posterum tempus”) e di
trarre dall'ordine di essi la nozione della divinità legislatrice e
governatrice del mondo. I sensi che alla percezione associano i giudizi di
distinzione e di valutazione delle impressioni, e si fanno pertanto ispiratori
della creazione di arti rivolte a cogliere e ad usare le sensazioni (“ad quos
sensus ca-piendos et perfruendos, plures etiam quam vellem artes repertae
sunt”); l'intelligenza che comprende, definisce, connette le cose e crea una
scienza di tale potere ed eccellenza, che neppure in dio c'è qualcosa di
superiore (“qua ne in deo quidem est res ulla prestantior” § 59). E per questa via
l'uomo crea anche le arti, le une per le necessità della vita, le altre per il
diletto (secondo la distinzione tradizionale di Democrito e Aristotele); e a
questi risultati coopera anche il linguaggio che, come mezzo di comunicare le
conoscenze e di influire sul sentimento e la volontà altrui, e il vincolo
sociale che trasse l'umanità fuori della vita ferina primordiale (“haec nos
iuris, legum, urbium societate devinxit: haec a vita immani et fera
segregavit”). Ma nella creazione delle arti Cicerone torna a far notare, con
Anassagora, l'opera della mano, la cui conformazione e agilità permettono
all'uomo di operare tanto nelle arti di diletto (pittura, scultura, musica),
quanto in quelle di necessità (agricoltura, edilizia, tessitura, cucitura,
confezione di strumenti di metallo, etc.). «Per cui si comprende che noi
abbiamo conseguito tutto ciò che concerne le cose scoperte dallo spirito e
percepite dai sensi, mediante l'applicazione delle mani degli operai, per poter
essere protetti, vestiti e salvi, e avere città, difese, domicilii, templi ».
Possiamo prendere l'ali-mento e conservarlo; allevare e utilizzare animali per
il trasporto e per l'agricoltura; estrarre i metalli nascosti dalle profondità
della terra e forgiarli in strumenti e decorazioni; tagliare alberi per
riscaldamento, cottura di alimenti, edificazione di case, costruzione di navi,
che a noi — unici al mondo — permettono di dominare la forza del mare e dei
venti. In conclusione, l'uomo si converte in inventore delle arti e in
dominatore della natura, cioè in creatore di una nuova realtà, quella del mondo
della cultura. «Noi usufriamo dei campi, noi dei monti; nostri sono i fiumi,
nostri i laghi; noi seghiamo le messi, noi tagliamo gli alberi; noi, mediante
l'immissione di acque, diamo fecondità alle terre; noi chiudiamo i fiumi tra
dighe, li inalveiamo, li deviamo; insomma cerchiamo di creare con le nostre
mani una specie d'altra natura nella natura delle cose ». Non seguiremo
Cicerone nella sua dimostrazione successiva della tesi che il mondo fu creato
al servizio dell'uomo, che è la tesi contro cui polemizza Plinio, ma che non
interessa il nostro tema. Ciò che ci importa è la celebrazione menzionata del
potere creatore dell'umanità, che si può considerare un eloquente commento
esplicativo della citazione che il “De finibus” trae dal Protreptico
aristotelico, la quale dichiara che l'uomo è nato per la doppia attività,
conoscitiva e creativa, come un dio mortale. L'uomo contemplato qui da Cicerone
è appunto quello che crea il mondo della cultura e lo sovrappone al mondo della
natura; e Cicerone offre una formula efficace per esprimere tale creazione: «
nostris denique manibus in rerum natura quasi alteram naturam efficere
conamur». Formula che, insieme alla ricordata definizione (“dio mortale”) tratta
da Aristotele, ispira le 'linee memorabili dello Spaccio della bestia
trionfante di Bruno, che sintetizzano il contenuto essenziale della
dimostrazione ciceroniana: « gli dèi avevano donato a l'uomo l'intelletto e le
mani, e l'avevano fatto simile a loro, donandogli facultà sopra gli altri
animali; la qual consiste non solo poter operar, secondo la natura ed
ordinario, ma, ed oltre, fuor le leggi di quella; acciò, formando o possendo
formar altre nature, altri corsi, altri ordini con l'ingegno.... venesse a
serbarsi Dio de la terra » (Gentile, Dialoghi morali, Bari, Laterza). Anche
quello che segue nella pagina bruniana, sulle necessità che acuiscono gli
ingegni e fanno inventare le arti — di modo che « sempre piú e piú....
allontanandosi dall'esser bestiale, piú altamente s'approssi-mano a l'esser
divino › poteva ispirarsi alle frasi di Cicerone relative all'uomo che « se
segregavit a vita immani et fera »; frasi che, tuttavia, esprimevano un
concetto comune ad altri filosofi antichi, da Democrito a Lucrezio, i quali
insieme a Cicerone influiscono sulle celebrazioni della dignità dell'uomo e
della creatività dello spirito, rinnovate dagli scrittori rinascimentali, da
Manetti a Bruno e Campanella ?. Ma in un particolare caratteristico il luogo
citato dello Spaccio bruniano poté ispirarsi alla I Georgica di Virgilio, vale
a dire nel considerare la mitica età dell'oro come epoca di pigrizia e di
stupidità umane, e nel celebrare invece la dura necessità come causa del
risveglio dell'intelligenza e della creazione delle arti. « Ne l'età de l'oro,”
dice Bruno, “per l'Ocio gl’uomini non eran piú virtuosi, che sin al presente
cultadi, risorte le necessitadi, sono acuiti gl'ingegni, inventate le
industrie, scoperte le arti; e sempre di giorno in giorno, per mezzo de l'egestade,
dalla profundità de l'intelletto umano si eccitano nove e maravigliose
invenzioni. Onde, sempre piú e piú per le sollecite ed urgenti occupazioni
allontanandosi da l'esser bestiale, piú altamente 'approssimano a l'esser
divino » Senza dubbio il mito dell'età aurea o saturnia, pertamente svalutato
qui da Bruno, e motivo di sogni nostalgici per i filosofi dell'epoca
d’Ottaviano, quando Ovidio lo evoca in Metamorph., collegandolo con l'altro
mito esiodeo delle cinque età della degradazione umana, e lo stesso Virgilio
torna a sognare un ritorno del regno di Saturno (« redeunt Saturnia regna »)
nella profezia della Sibilla nell'Egloga IV. Tuttavia questi miti si trovavano
già in Esiodo in conflitto con la celebrazione del lavoro condizionante la dignità
della vita, oltre che ogni acquisizione di beni. 3 Cfr. anche Gentile, «Il
concetto dell'uomo nel rinascimento › ne Il pensiero del rinascimento, Firenze.
E il problema torna a porsi per Virgilio, che lo risolve nella I Georgica in un
modo che precorre Bruno. L’abbondanza e la facilità di vita della mitica età
saturnia significano ozio e letargo mentale; e Giove, che nel detronizzare
Saturno introduce le difficoltà, l'indigenza e la necessità del lavoro, da agli
uomini per questa via il dono inestimabile dell'attività dell'intelligenza,
creatrice delle arti e trionfatrice di tutte le avversità per mezzo del lavoro.
«Giove, il padre (pater ipse), volle che non fosse facile la via della
coltivazione, e dapprima fa lavorare i campi per mezzo dell'arte, e acuí per
mezzo delle preoccupazioni gli spiriti dei mortali, e non permite che il suo
regno s'intorpidisse in un pesante letargo », come accadeva prima del suo
governo, quando nessuno lavora la terra, e questa concede tutto senz'esser
sollecitata dal lavoro umano. Giove cancella totalmente le facilità e comodità,
« affinché la necessità suscitasse le diverse arti, a poco a poco, mediante la
meditazione ». Cosí nasce l'agricoltura. Si scopre il modo di accendere il
fuoco con la pietra focaia. Si incanalano i fiumi. Si inventa la navigazione, e
il navigante impara a conoscere e nominare le stelle. Si inventano gl’artifici
della caccia e della pesca. Si forgia il ferro e se ne fanno strumenti come
l'ascia e la sega. «Allora vennero le varie arti; trionfano di tutte le
difficoltà il lavoro instancabile e l'indigenza che assilla [gli uomini]
nell'asperità delle condizioni di esistenza »: Tum variae venere artes; labor
omnia vicit improbus, et duris urguens in rebus egestas. In tal modo, per
Virgilio, la necessità e il lavoro, che Ovidio lamenta come una maledizione per
la vita umana, sono una vera benedizione, perché risvegliano l'intelligenza e
l'attività creatrice dell'uomo, e stimolano quella meravigliosa creazione delle
arti e della cultura, i cui momenti e aspetti Virgilio sintetizza ispirandosi
alla ricostruzione storica tracciata nel V libro di Lucrezio. Certo, Virgilio
s'allontana da Lucrezio nell'accettare il mito dell'età saturnia, pur
valutandolo negativamente rispetto a ciò che è piú essenziale e nobile nell'umanità,
vale a dire, l'intelligenza e la creatività dello spirito. Ma un'eco piú fedele
della concezione lucreziana sulla condizione primordiale dell'umanità risuona
in Orazio (“Satyr.”) con la descrizione dei primi uomini che, come gl’altri
animali, formano un gregge muto e turpe (mutum et turpe pecus), lottano tra
loro con unghie e pugni, poi con bastoni e piú tardi con altre armi per
soddisfare i primordiali bisogni di cibo e di riparo, finché non creano il
linguaggio, desistendo dalle guerre, edificando città e creando leggi che
impediscano i delitti. In una generazione successiva Giovenale (“Satyr.”, VI e
XIII) ripresenta una descrizione analoga dello stato bestiale dell'umanità
primitiva, satirizzando l'idea dell'età saturnia: anch'egli, probabilmente,
influenzato da Lucrezio e dalla concezione epicurea della storia dell'umanità.
Tuttavia, l'eco piú importante, teoricamente, di tale concezione ci si presenta
nell'età d'Ottaviano (come oggi si torna a riconoscere da parte della critica
storica) con Vitruvio, il quale sembra raccogliere dagli ambienti colti della
sua epoca o compiere lui stesso una fusione delle idee esposte da Lucrezio con
altre di varia provenienza, relative al progresso umano, derivanti da Cicerone,
al cui insieme aggiunge l'intuizione dell'importanza che hanno per il progresso
due fattori, apparentemente contrari, ma connessi da lui in una dipendenza
mutua, che sono la divisione del lavoro e l'unità organica della cultura umana.
Vitruvio mette in rilievo, nella sua concezione del progresso storico
dell'umanità e della creazione della cultura, una molteplicità di fattori
cooperanti: la durezza primordiale della vita; le esperienze fortuite che
suggeriscono qualche mezzo per mitigare tale durezza; le capacità e potenze
congenite negli uomini, che sono stimolate al loro esercizio dai due fattori
suddetti, e sono avviate cosí ad uno sviluppo progressivo e alla produzione di
risultati crescenti; la ripercussione che hanno i fattori citati sulla
formazione di raggruppamenti umani permanenti, a partire da quelli temporanei
primordiali, e sulla creazione del linguaggio; l'effetto prodotto da tali
innovazioni, che non solo permettono l'assommarsi delle capacità individuali,
ma provocano il loro acerescimento progressivo, dovuto sia al mutuo aiuto e
all'esperienza dei vantaggi della cooperazione, sia allo stimolo reciproco
derivante dall'attrito degli ingegni; il sussidio poderoso, che dà a tale
processo l'uso di due strumenti meravigliosi, che sono il linguaggio, generato
dalla convivenza sociale, e il possesso della mano, organo naturale
incomparabile per afferrare ed elaborare le cose, la cui efficacia, già intuita
da Anassagora, ha di nuovo posta in rilievo Cicerone; e infine l'imitazione e
trasformazione della natura effettuate dalle arti, dove il conoscere è un fare
e l'esperienza è un esperimento. Questo fare e sperimentare воло геві possibili precisamente dal possesso
e dall'uso delle mani, che rendono capace l'uomo di tentare i piú vari modi di
combinazione ed elaborazione dei mezzi naturali, di modo che, a partire da
principi minimi, le arti si elevano nel loro sviluppo verso risultati sempre
maggiori e progressivi affinamenti delle loro capacità creative. Tutti questi
elementi sono messi in rilievo da Vitruvio nel cap. I del libro II del De
Architectura: Sulla vita degli uomini primitivi e sugl’inizi e incrementi della
civiltà e dell'architettura.” La prima esperienza che, secondo Vitruvio, ha una
funzione decisiva per togliere gli uomini dalla vita ferina primordiale e
generare la convivenza sociale permanente, fu quella dell'incendio di selve
prodotto da qualche tempesta. L'impressione di terrore iniziale è seguita dalla
curiosità, per la quale gli uomini, dopo esser fuggiti, tornano ad avvicinarsi
e, sentendo il calore del fuoco, intuiscono la sua utilità per la vita.
Attratti dallo spettacolo, gl’uomini si riuniscono, concepiscono la possibilità
di continuare ad alimentare il fuoco. E cosí iniziano la loro convivenza ed una
comunicazione mutua delle loro impressioni mediante voci, che a poco a poco,
con il tempo, si convertono in linguaggio. La posizione eretta e il possesso
delle mani, che permettono il maneggio di qualunque oggetto, portano gl’uomini
alla prima creazione di ripari e di tetti, mediante escavazione di tane o
costruzioni di rami e fango che imitano quelle dei nidi di rondini. Lucrezio e
Cicerone insieme suggerivano a Vitruvio questa concezione delle fasi e dei
fattori del processo. Vitruvio aggiunge l'idea di un'analogia generale di
questo sviluppo storico presso i diversi popoli, allegando i documenti offerti
da resti di costruzioni primitive che si trovavano in paesi civili come sul
Campidoglio di Roma, e dalle edificazioni che continuavano a farsi in paesi
barbari (Gallia, Aquitania, Colchide, Frigia, etc.). Queste osservazioni
comparate, che presentano il passato dei popoli civili come analogo al presente
dei barbari, potevano suggerire l'idea di un futuro progresso dei barbari verso
uno sviluppo analogo al presente dei popoli civili, tanto piúin quanto Vitruvio
rileva l'impulso che danno al progresso le relazioni mutue nell'interno d'ogni
popolo. L'osservazione reciproca (egli nota) desta non solo la capacità
d'imitazione, ma anche l'emulazione, per cui si perfezionano con il tempo i
prodotti e si affinano la stessa intelligenza e la facoltà di giudizio dei
produttori. Allora con l'osservazione delle costruzioni altrui e l'aggiunta di
novità per mezzo delle riflessioni proprie, di giorno in giorno andavano
migliorando il tipo delle costruzioni. Ed essendo gli uomini capaci
d'imitazione e d'istruzione, nel celebrare giornalmente le loro invenzioni, si
mostravano tra di loro i risultati delle loro costruzioni; e in tal modo,
nell'esercitare i loro ingegni in competizioni, di giorno in giorno si facevano
di giudizio piú raffinato ». Quest'ultima frase, “in dies melioribus iudiciis
efficiebantur,” anticipa l'idea di Bruno, che gli uomini acquistano
progressivamente giudizio « piú maturo »; il che si determina, secondo Bruno
per tre fattori: l'accumulazione delle osservazioni, l'attività riflessiva e
inventiva del pensiero, e la varietà delle cose osservate. Ma Vitruvio aggiunge
un altro fattore piú importante: l'esercizio attivo del potere dell'ingegno,
stimolato dalla emulazione (exercentes ingenia certationibus). In ciò Vitruvio
raccoglie la suggestione di Aristotele relativa all'affinamento progressivo del
giudizio per via del suo esercizio costante. Ma in Aristotele tale esercizio
nasce dall'insoddisfazione e dalla critica delle idee altrui. In Vitruvio dallo
sforzo d'emulazione. In entrambi, tuttavia, il processo si realizza tanto nello
spirito individuale quanto in quello collettivo; e Vitruvio riconosce cosí la
formazione storica dello spirito dell'umanità, considerando il vincolo e
l'azione reciproca tra il perfezionamento dei prodotti dell'arte e lo sviluppo
dello spirito produttore.Vitruvio esprime cosí u concetto tipicamente
storicistico, nel riconoscere che lo spirito umano è in sé e per sé storia e
sviluppo; concetto considerato abitualmente « tutto proprio dell'età moderna»,
come lo define Gentile (Il pensiero del rinascimento, cit.), nel trovarlo
espresso da Bruno. Vitruvio riconosce e spiega tale carattere storico dello
spirito in rapporto con la storia dell'architettura, che nel suo sforzo di
perfezionamento progressivo, per rispondere sempre piú alle esigenze umane, si
fa, secondo lui, generatrice di altre arti e discipline, per via dell'esercizio
continuo cui obbliga la mente, che in tal modo si potenzia e sviluppa in se
stessa nuove capacità, madri di arti e scienze nuove. « Come, dunque, con
l'attività costante (quotidie faciendo) avevano [gli uomini] rese piú esperte
ed abili le loro mani per ogni costruzione (tritiores manus ad aedificandum
perfecissent), e mediante l'esercizio instancabile dei loro ingegni (solertia
ingenia exercendo) erano giunti con l'uso incessante alla creazione delle arti,
allora l'attività industriosa aggiunta da essi ai loro spiriti (industria in
animis eorum adiecta) fece sí che quelli che erano piú ben disposti e diligenti
(studiosiores) si convertissero in artefici professionali (fabros se esse
profiterentur) ». Nasce in questo modo, dal progresso delle capacità
intellettuali e pratiche, la divisione del lavoro; ma nasce e si mantiene
legata all'unità organica della cultura, affermata già, con notevole vigore, da
Vitruvio nel I cap. del libro I. Dove si fa notare per l'architettura il
vincolo reciproco dell'attività pratica (fabrica) e di quella teorica
(ratiocinatio), che non permette di raggiungere la perfezione dell'arte né al
puro homo faber né al puro homo sapiens, ma solo a chi riunisce in sé entrambe
le condizioni; e aggiunge Vitruvio che l'architetto ha bisogno di conoscenze di
letteratura, disegno, geometria, storia, filosofia, musica, medicina, diritto,
astronomia, cioè di possedere una cultura organica: « tutte le discipline hanno
tra loro un vincolo ed una comunicazione mutua e la [cosí detta] disciplina
enciclica come un corpo unico è costituita di tali membri ». Certamente, come
tecnico e teorico dell'architettura, convinto e preoccupato dell'importanza
preminente della sua arte, Vitruvio nel I cap. del libro II, che stiamo
analizzando, sembra che spieghi l'unità e connessione reciproche di tutte le
arti e discipline come dovute ad un germinare di tutte dalla radice comune
dell'archi-tettura, che per le sue esigenze ed i suoi sviluppi genererebbe le
altre arti e scienze, e ne determinerebbe i progressi. « Dalla costruzione
degli edifici progredendo gradualmente verso le altre arti e scienze (e
fabrica-tione aedificiorum gradatim progressi ad ceteras artes et disciplinas)
e utilizzando le armi del pensiero e la riflessione deliberativa', con cui la
natura rafforzò le loro menti (cum natura cogitationibus et consiliis
arma-visset mentes), essi trassero l'umanità dalla vita ferina e selvaggia a
quella civile (e fera agrestique vita ad mansuetam perduxerunt humanitatem) ».
Allora si genera negli uomini la capacità di prepararsi nel loro spirito, e di
guardar lontano per mezzo dei pensieri piú grandi, che nascono dalla varietà
delle arti (tum autem instruentes animo se et prospicientes maioribus
cogitationibus ex varietate artium natis); il che Vitruvio applica,
indubbiamente, ai progressi del-l'architettura, ma è un concetto che s'estende
da sé ad ogni sviluppo culturale. « Poi con le osservazioni degli 1 Se
leggessimo, con qualche edizione, conciliis anziché con siliis, dovremmo
pensare che Vitruvio rilevasse qui non già l'importanza della riflessione
deliberativa (consilia), bensi quella della convivenza e della cooperazione
sociale (concilia). Ma queste ul- time sono per Vitruvio creazione umana e non
dono della natura. studi portarono [le loro opere] dai giudizi errati ed
incerti alle ragioni certe delle simmetrie. Quindi mediante le loro cure
alimentarono e adornarono di piaceri l'eleganza della vita, accresciuta dalle
arti (trac- tando nutriverunt et auctam per artes ornaverunt vo- luptatibus
elegantiam vitae) ». Si presenta pertanto, nella concezione di Vitruvio, tutto
un processo storico nel quale l'uomo, spinto dai bisogni, guidato dalle
esperienze, rafforzato dall'eserci-zio, sviluppa e traduce progressivamente in
atto le sue potenze naturali, creando le arti e le scienze; ma in questo
processo i prodotti reagiscono sul produttore; l'esercizio intensifica i poteri
dello spirito e genera nuove capacità; i risultati realizzati si convertono in
mezzi e impulsi per creazioni ulteriori; e in questo modo l'umanità progredisce
e si sviluppa, creando il mondo della cultura e creando nello stesso tempo
spiritualmente se stessa per mezzo del suo lavoro, come causa ed effetto
insieme dei suoi progressi. La concezione della creatività dello spirito
appare, dunque, raggiunta in pieno da Vitruvio. Lo scambio d'azione che
Vitruvio vedeva effettuarel tra lo spirito produttore e i suoi prodotti nella
creazione e nello sviluppo progressivo delle arti e delle scienze, significava
per se stesso un processo storico di autocreazione e d'autosviluppo incessanti
dello stesso spirito umano, che logicamente doveva presentarglisi come un
processo infinito. Ma Vitruvio non segnalò, e forse non intuí neppure questa
conseguenza della sua conce- ' (Appare in questa visione un barlume del
processo chiamato da Marx il processo della umwälzende Praxis, cioè
dell'attività dell'uomo che si rovescia su se stessa e sull'uomo,
trasformandolo nel trasformare se stessa. zione, cosí come non l'aveva espressa
né vista Aristotele, benché riconoscesse che il potere intellettuale dell'uomo
va aumentando sempre, quantitativamente e qualitativa- mente, con l'esercizio
attivo delle sue capacità di indagine e di riflessione critiche. La prima
affermazione esplicita dell'infinità del progresso spirituale umano ci appare
nell'antichità classica con Seneca, che tuttavia era stato precorso
parzialmente da Filone ebreo, come diremo. Ma mentre nella concezione di
Vitruvio l'infinità potenziale del progresso è in rapporto con il processo di
creazione e sviluppo delle arti, a cui egli collegava la scoperta delle
scienze, Seneca invece nella polemica contro Posidonio ripudia l'unità e
identità tra l'homo faber e l'homo sapiens, che quello aveva affermato (cfr.
Epist.). Contro la celebrazione del progresso tecnico, inserito da Posidonio
nello sviluppo stesso della saggezza, Seneca nella sua polemica sembrava
ripudiare la creazione umana delle arti, accusandola di complicare e render
difficile la vita, e sembrava ritornare, con l'evocazione di Diogene,
all'ideale cinico-stoico della semplicità primordiale della vita conforme alla
natura, che facilmente soddisfa le sue esigenze minime. «Non fu tanto nemica la
natura, da concedere la facilità della vita agli altri animali e volere che
solo l'uomo non potesse vivere senza tante arti.... Siamo noi che ci rendemmo
tutto difficile per la nostra tendenza a stancarci (fastidio) delle cose
facili. Tutte queste arti, per le quali la città si eccita e rumoreggia,
lavorano per il corpo, a cui prima si imponeva ogni [sa-crificio] come ad uno
schiavo, mentre ora gli si prepara ogni [godimento] come ad un padrone »
(epist. cit.). Tuttavia questa posizione polemica non rappresenta integralmente
l'orientamento spirituale di Seneca. Seneca è ben lungi dall'identificare la
saggezza nel cui culto vede l'unica attività che possa render degna la vita
umana - con la supposta felicità primordiale dello stato di natura. « Per
quanto egregia e priva di inganni fosse la vita di quelli (primitivi), essi non
furono savi.... non avevano ingegni perfezionati (consum-mata).... La natura
non dà la virtú, e il diventar buono è un'arte.... Quelli erano innocenti per
ignoranza; ma c'è una gran differenza tra il non volere e il non saper peccare
(multum interest utrum peccare aliquis no-lit an nesciat). Mancava loro la
giustizia, mancava loro la prudenza, la temperanza, la fortezza. La loro vita
incolta aveva qualcosa di simile a tutte queste virtú; ma la virtú non è
conseguita se non da uno spirito edu-cato, istruito e portato mediante
l'esercizio assiduo fino al vertice. Certo nasciamo per questo, ma senza
que-sto; e anche negli uomini migliori, prima che posseggano l'educazione,
esiste la materia della virtú, ma non la virtú stessa » (ibid.). In tal modo,
la virtú torna a presentarsi connessa alla cultura in questa stessa Epistola
90, dove la critica a Posidonio sembrava portare ad una rivendicazione della
natura primordiale, simile a quella dei cinici. La virtú, dunque, per Seneca
non è un'ingenuità ignorante, ma deve avere chiara coscienza del male e del
vizio per trionfare di essi. Seneca fa in certo senso presentire il concetto
che ispira in tempi moderni la filosofia della storia di Fichte (Caratteri
fondamentali dell'epoca con- temporanea), secondo cui l'umanità, dopo di essere
uscita dalla sua primitiva rettitudine incosciente, abbisogna della piú
profonda coscienza ed esperienza del peccato, per elevarsi alla sua cosciente
redenzione. Con la rivalutazione della cultura come condizione e fondamento
dell'etica e della filosofia, tornano ad essere pertanto rivalutate da parte di
Seneca anche le arti, ed è riaffermato il concetto del Protreptico
aristotelico, della doppia e indivisibile funzione che incombe al- Q l'uomo,
cioè quella di esercitare tanto l'attività intellettuale quanto quella pratica.
Aristotele aveva affermato, secondo la testimonianza di Cicerone (De finibus),
che l'uomo nacque per due cose: intendere e operare («ad duas res, ad
intelligendum et agendum esse natum »); e Seneca (De otio) ripete che la natura
volle che facessimo le due cose: operare e coltivare la contemplazione. «
Natura autem utrumque fa-cere me voluit, et agere et contemplationi vacare ».
Anzi, aggiunge che egli le fa entrambe, perché sono insepa-rabili, giacché
neppure la contemplazione può esistere senza azione: « utrumque facio; quoniam
ne contem-platio quidem sine actione est »'. Nessuna virtus è un bene reale,
finché non passa all'azione (“in otium sine actu proiecta”). «Chi potrebbe
negare che essa deve comprovare nelle opere i suoi progressi, e non limitarsi a
pensare ciò che si deve fare, bensí esercitare anche le sue mani e portare a
realtà le sue meditazioni? sed etiam aliquando manum exercere, et ea quae
meditata sunt ad verum perducere? Questa rivalutazione dell'attività pratica, a
causa del legame che l'attività teorica ha con essa, doveva portar seco anche
un apprezzamento delle creazioni delle arti, che per questa via tornano ad
inserirsi nel processo creativo della cultura, dove si afferma il potere e il
valore dello spirito umano. Una celebrazione caratte ristica di questa
creatività dello spirito, applicata alle opere della civiltà e delle arti,
merita di esser segna- É evidente la derivazione da Seneca del noto luogo dello
Spaccio bruniano (ed. Gentile): « e per questo ha determinato la providenza,
che vegna occupato ne l'azione per le mani, e contemplazione per l'intelletto;
de maniera che non con-temple senza azione, e non opre senza contemplazione. Ne
l'età dunque de l'oro per l'Ocio gli uomini non erano piú virtuosi, che sin al
presente le bestie son virtuose ». lata nell'Epistola, relativa all'incendio
che in una sola notte aveva distrutto la città di Lione (Lugdunum), che era per
la sua bellezza la gloria della Gallia. Seneca si rende conto che le opere dei
mortali sono. condannate a perire e che noi viviamo tra cose caduche: « omnia
mortalium opera mortalitate damnata sunt. Inter peritura vivimus». Ma questo
carattere mortale delle opere è superato dall'imperitura energia creatrice
del-l'umanità, che ricostruisce sempre ciò che è caduto e lo ricostruisce piú
bello e perfetto, di modo che le distruzioni si convertono in fattore di
progresso. Multa cecide-runt ut altius surgerent et in maius. Come Roma sempre
risorse piú bella e potente dalle ceneri degli incendi subiti, cosí anche a
Lione tutti competeranno per ricostruirla in forma piú grande e piú solida di
quella per-duta: « ut maiora certioraque quam amisere restituant. Ciò che
caratterizza l'uomo, dunque, consiste per Seneca nell'esigenza e nello sforzo
costanti di superamento; per il loro mezzo lo spirito immortale dell'umanità si
sovrappone al carattere mortale delle sue creazioni. Sono mortali - sembra dire
Seneca — le creazioni partico-lari; ma è immortale la creazione progressiva
della cul-tura, per essere immortale e inesauribile lo spirito creatore. In
questo sforzo interminabile di superamento, le attività pratiche delle arti e
della tecnica in generale si unificano, per Seneca, con le attività teoriche
della scienza e della filosofia. Possiamo dire che Seneca precorre Lessing nel
considerare che questo sforzo spirituale costituisce il valore della vita, che
pertanto si afferma solo in quanto l'uomo amplia progressivamente il suo
orizzonte e le sue aspirazioni. Se mai l'umanità potesse giungere ad un
possesso pieno della scienza, e non avesse piú davanti a sé un cammino
ulteriore da percorrere e difficoltà nuove da superare, non avrebbero
piúsignificato la vita e il mondo in cui si sviluppa l'attività umana. È lo
sforzo ciò che costituisce il valore della vita; la sua persistenza
inestinguibile e il suo rinnovamento incessante presuppongono l'impossibilità
perenne di raggiungere il fine ultimo; ma questa condizione non significa per
l'uomo una maledizione o condanna ad una tensione vana che non può mai essere
soddisfatta, bensí alimenta e mantiene il valore della vita come milizia ' ed
aspirazione dignificatrice, che sono nello stesso tempo perfezionamento
spirituale progressivo. Quest'idea, dell'infinità dello sforzo e del progresso
umano, derivante dall'impossibilità di conseguire il fine supremo, era stata
intuita ed espressa parzialmente, prima di Seneca, da Filone ebreo. La
posizione degl’uomini in qualsivoglia delle loro attività, dice Filone, sta
sempre nel mezzo tra l'inizio e la fine: « Noi siamo trattenuti nell'intervallo
tra la fine e l'inizio nell'impa-rare, nell'insegnare, nel lavorare la terra,
nell'operare in ciascuna delle altre cose (Quis rerum divin. heres sit); ma
questa inferiorità che caratterizza la nostra imperfezione costante in
confronto alla perfezione assoluta di Dio, non significa ristagno e immobilità
spi-rituali, bensí movimento e progresso incessanti: « A misura che uno avanza
nelle scienze e si pone stabilmente sul loro terreno, si fa tanto piú incapace
di raggiungere i loro limiti. La scienza per i piú capaci è una sorgente sempre
in movimento, che produce sempre nuovo afflusso di idee» (De plantat. Noë). In
tal modo per Filone ogni approfondimento della nostra conoscenza è nello stesso
tempo un approfondi- [Cfr. Epist.: Atqui vivere, Lucili, militare est. Itaque
qui iactantur et per operosa atque ardua sursum ac deorsum eunt, et
expeditiones periculosissimas obeunt, fortes viri sunt, primo- resque
castrorum; isti, quos putida quies, aliis laborantibus, mol- liter habet,
turturillae sunt, tuti contumeliae causa. mento della coscienza della nostra
ignoranza: dalla conoscenza acquisita spuntano sempre problemi nuovi; ma dai
problemi nasce il movimento progressivo dell'intel-ligenza, in un processo che
non finisce mai a causa dell'impossibilità di raggiungere, con il pensiero, il
termine ultimo. Questo, per Filone, si raggiunge certo nel rapimento
dell'estasi, che è estinzione di ogni movimento attivo della mente; ma fuori
della soluzione mistica, c'è solo un processo infinito, conseguenza dell'infinita
di- stanza, che ci divide dall'irraggiungibile oggetto supremo. Vero è che di
questi pensieri di Filone non ebbe alcuna notizia Seneca, il quale giunse per
una via parzialmente analoga all'idea dell'infinito progresso conoscitivo, cou-
siderandolo determinato dall'infinita distanza, che ci separa sempre dal fine
supremo delle nostre aspirazioni e dai nostri sforzi. Ci sono delle realtà —
osserva Seneca in Natur. quaest., a proposito dell'igno-ranza del suo tempo
riguardo alle orbite e alle. leggi di movimenti delle comete: - che non possono
essere colte dai nostri occhi, o perché permangono in luoghi sottratti alla
nostra vista, o perché la loro sottigliezza è irraggiungibile per la nostra
acutezza visiva, o forse anche perché non abbiamo la capacità di percepirle,
nonostante che riempiano i nostri occhi. Tutte queste realtà sono accessibili
unicamente allo spirito (animo) e debbono essere contemplate con il pensiero
(cogitatione). Ma lo stesso pensiero che ci porta fino all'idea dell'esistenza
di Dio, che creò tutto l'universo intorno a sé e lo governa, ed è la parte mag-
derlo nella giore e migliore della sua opera, non arriva a comprenderlo nella
sua essenza. « Non possiamo sapere che cos'è ciò, senza di cui nulla esiste, e
ci stupiamo per non conoscer bene certi piccoli fuochi (le comete), mentre ci
resta celata la parte maggiore dell'universo, dio. Quid sit hoc,
sine quo nihil est, scire non possumus, et miramur si quos igniculos parum
novimus, cum maxima pars mundi, deus, lateat »). Ma da questa situazione nasce in noi
uno stimolo all'indagine, che si intensifica con l'esperienza dei pro-gressi
già realizzati. Ci sono conoscenze che abbiamo acquisito di recente, altre in
gran numero che ancora non abbiamo raggiunto; ma - aggiunge Seneca - verrà un
tempo in cui queste cose, che ora permangono occulte, le porterà alla luce un
giorno futuro ed una indagine assidua di piú lunga durata.... Verrà un tempo in
cui i nostri posteri resteranno stupiti che noi igno-rassimo cose che per essi
saranno tanto evidenti. Multa venientis aevi populus ignota nobis sciet; multa
saeculis tune futuris cum memoria nostri exoleverit reservantur. Pusilla res
mundus est, nisi in illo quod quaerat omnis mundus habeat. Questa
inesauribilità dell'indagine e delle scoperte supera con la sua infinità la
gradualità progressiva. ma limitata, del processo delle iniziazioni ai misteri,
a cui Seneca la paragona. Certo che, come ad Eleusi non si mostrano tutte le
cose sacre al novizio, riservandosi le piú importanti per gli iniziati, cosí si
può dire che la natura non concede in una sola volta ed a chiunque tutti i suoi
sacri segreti, e anche quando ci crediamo iniziati, siamo ancora nel vestibolo
del tempio e gli arcani rimangono chiusi nel sacrario interno. Ma nelle cerimonie
mistiche gli iniziati pervengono, alla fine, a veder tutto; e nella scienza,
invece, il processo di sco-perta non finisce mai. Dei suoi segreti, alcuni
potrà sco-prirli la nostra età, altri le età successive (« aliud haec aetas,
aliud quae post nos subibit aspiciet »); ma ri-marrà sempre campo per le
investigazioni di « tutto il mondo ». E anche nell'ipotesi che gli uomini si
dedi-chino completamente all'indagine e alla comunicazione reciproca delle
conoscenze acquisite, Seneca dice che a mala pena (vix) si giungerebbe a quel
fondo dove è collocata la verità che ora cerchiamo alla superficie e con
leggerezza (ibid., cap. 32); e l'esplorazione di questo fondo, secondo le
dichiarazioni precedenti, esigerebbe sempre uno sforzo investigativo infinito.
La sospensione dello sforzo e del lavoro, dunque, non solo ritarda o impedisce
del tutto le grandi conquiste ulteriori (« tarde magna proveniunt, utique si
labor ces-sat »: ), e impedisce che si trovi alcunché di ciò che gli antichi
indagarono in modo insufficiente, ma fa perdere anche le stesse scoperte già
realizzate (« adeo nihil invenitur ex his quae parum investigata antiqui
reliquerunt, ut multa quae inventa erant obliterentur). Donde la necessità e
l'obbligo morale, per cia-scuno, di mantenere attivo lo sforzo incessante e di
cooperare attivamente alla grande opera di conquista collettiva dell'umanità.
Coloro che rimangono soddisfatti delle acquisizioni già realizzate dagli
antecessori, non si rendono conto dell'immenso cammino da percorrere, che si
estende davanti a noi. «Non si troverebbe mai nulla, se restassimo contenti con
ciò che è già stato trovato. Inoltre, chi si limita a seguire un altro, non
trova nulla per conto suo, anzi, non cerca neppure. Ma coloro che hanno
promosso queste investigazioni sono per noi guide, non padroni. [Il cammino
del]la verità è aperto a tutti, non è ancora occupato, anzi gran parte di esso
resta ancora da percorrere agli uomini del futuro › (Epist.). Confidiamo
pertanto e molto nel giudizio dei grandi uomini, ma rivendichiamo anche l'uso
del giudizio nostro. Forse neppur essi ci han lasciato scoperte effettuate, ma
indagini da compiere » (* Num illi quoque non inventa, sed quaerenda nobis
reliquerunt »: Epist.). «Non mi sembra che i predecessori si siano impadroniti
con la forza (praeripuisse) di ciò che si poteva dire, ma che ce lo abbiano
solamente mostrato (ape-ruisse). Se non che c'è molta differenza tra
l'avvicinarsi ad una materia esaurita (consumptam) e ad una solamente preparata
(subactam): questa va crescendo giorno per giorno, e le invenzioni effettuate
non sono ostacoli per chi realizzerà invenzioni ulteriori (« crescit in dies,
et inventuris inventa non obstant »: Epist.). Anzi, chi ha qualcosa da
insegnare agli altri, deve spargerlo come semente feconda (« seminis modo
spargenda sunt»), la quale, per quanto piccola, cadendo in terreno adatto
sviluppa le sue forze, e dalla sua piccolezza originaria, crescendo fino alle
sue dimensioni massime, si diffonde (« ex eo minimo in maximos auctus
diffunditur»). Gli insegnamenti son come le sementi: ancorché siano limitati
(angusta), possono sviluppare una grande efficacia, purché una mente idonea li
accolga e li raduni in se stessa; e a sua volta questa mente ne genererà molti
altri e renderà piú di quello che ricevette » (Epist.). Naturalmente questo
processo storico di accrescimento progressivo della cultura, nella successione
delle generazioni e delle comunicazioni da maestri a disce-poli, esige
l'attività vivente degli spiriti ricettori. Quindici secoli piú tardi G. Bruno
dirà che se « di questi alcuni, che son stati appresso, non siino però stati
piú accorti, che quei che furon prima.... questo accade per ciò che quelli non
vissero.... gli anni altrui, e, quel che è peggio, vissero morti quelli e
questi negli anni pro-prii » (Cena delle Ceneri, ed. Gentile). Una esigenza
analoga aveva affermato Seneca nella Epist. 84, dichiarando che gli
insegnamenti devono, come alimenti digeriti, trasformarsi in forze e sangue di
chi li assimila in vires et sanguinem transeunt. Le conoscenze ingerite non
debbon lasciarsi tali e quali sono (integra), affinché non restino come cose
estranee (alie-na): dobbiamo digerirle (concoquamus), affinché sianonutrimento
dell'ingegno e non peso della memoria. I discepoli o le generazioni successive
devono assomigliare ai loro maestri e padri come figli viventi e attivi, non
come immagini morte: « imago res mortua est »; e nella trasmissione della
cultura, invece, occorrono spiriti viventi che (come dirà Bruno) vivano
attivamente gli anni dei predecessori e non vivano morti gli anni propri, bensí
progrediscano sempre piú. Si deve imprimere la forma della propria personalità
a tutti gli elementi di cultura che si raccolgono, affinché confluiscano in una
unità (in unitatem illa competant) come le voci di un coro. Tale voglio che sia
il nostro spirito, che abbia in se stesso molte arti, molti precetti, gli
esempi di molte generazioni, ma facendoli confluire tutti in una unità»,
vivente e attiva (« ut multae in illo artes, multa praecepta sint, multarum
aetatum exempla, sed in unum conspirata). L'Epistola 84 integra pertanto
l'affermazione del-l'Epistola 80, che lo spirito (animus) non è come il corpo,
che abbisogna dall'esterno di molto alimento, di molta bevanda, di molto olio e
di lunghe cure; lo spirito invece (continua l'Epistola) cresce da se stesso, si
alimenta e si esercita da sé, ed abbisogna solo della volontà per il suo
perfezionamento. L'Epistola 84, dunque, riconosce che anche lo spirito
abbisogna del suo alimento, che consiste nella cultura che riceve dalle
generazioni precedenti e dall'ambiente sociale in cui si sviluppa, e che
anch'esso deve, non meno del corpo, assimilare il suo alimento e trasformarlo
in proprio sangue e forza attivi. Certamente egli deve avere in sé l'energia
della volontà richiesta dall'Epistola 80: ossia deve, secondo il paragone
dell'Epistola 39, essere come una fiamma che s'innalza in linea retta e che non
può essere inclinata e oppressa, né tanto meno aver tregua: cosí lo spirito è
in movimento ed è mobile e attivo tanto piú quanto piú è energico. Ma questa
energia, questa attività, questo movimento spirituali non si esercitano nel
vuoto, bensí nel mondo della cultura, che è creazione dello spirito; nel qual
mondo si forma cosí la tradizione vivente e attiva, che è conservazione e
accrescimento in-cessanti. Seneca ha visto che questo doppio aspetto della
tradizione implica un doppio atteggiamento spirituale: di dipendenza e
d'indipendenza rispetto al passato. I diritti del passato devono essere
riconosciuti, ma come condizione e mezzo di salvare e assicurare i diritti
dell'avve-nire, che sono diritti di un progresso infinito. Venero pertanto —
dice l'Epistola 64 - le invenzioni della sapienza e i loro inventori; bisogna
avvicinarsi ad essi come ad una eredità collettiva. A nostro beneficio sono
state effettuate queste acquisizioni e questi lavori. Ma comportiamoci come
buoni padri di famiglia; rendiamo piú ampia l'eredità ricevuta, cosi che questa
passi da noi alla posterità fatta maggiore. Molto lavoro resta ancora da
compiere, e molto ne resterà poi; né a nessuno, anche se nasca dopo migliaia di
secoli, sarà preclusa l'occasione di aggiungere ancora qualcosa di piú ». Anche
nell'ipotesi assurda, che gli antichi avessero inventato tutto, resterebbero
sempre nuove l'utilizzazione, la scienza e la disposizione delle invenzioni
altrui. Ma siamo ben lungi dalla possibilità di ammettere l'ipotesi citata.
Quelli che esistettero prima di noi « multum ege- runt, sed non peregerunt ».
Certamente dobbiamo ammirarli e onorarli come dei, e professare verso « i
precettori del genere umano, da cui ci vennero i principi di un bene tanto
grande, la stessa venerazione che dobbiamo ai nostri maestri personali ».
Tuttavia l'onore migliore, anzi l'unico onore degno ed efficace che i discepoli
possano rendere ai mae- stri e i figli ai padri, consiste, secondo le
affermazioni esplicite di Seneca già citate, nel far viva e operante la loro
eredità, nel proseguire le vie che essi ci aprirono, cioè nel compiere per ciò
che possiamo il progresso della cultura, la cui infinità esige sempre
l'attività creatrice di ogni generazione nel trascorrere infinito del tempo. In
questo senso devono intendersi le affermazioni della Epistola 102, relative
allo spirito: « Lo spirito umano è una realtà grande e generosa, che non
tollera gli si pongano mai limiti che non gli siano comuni anche con Dio»; cioè
afferma la sua esigenza di infinità e vuole tradurla in atto nel doppio aspetto
spaziale e temporale. Lo spirito pertanto non accetta che gli si attribuisca
una patria umile e limitata, come sarebbe la città natale di ciascuno, e
reclama come propria patria tutto l'universo; e «non permette che gli si
assegni un'epoca limitata: tutti gli anni sono miei (dice); nessun tempo è
inaccessibile al pensiero ». Ma questa doppia esigenza di infinità - che
significa coscienza di un potere infinito, e che, quanto al tempo, si estende
ugualmente verso il passato e verso il futuro — vale, secondo il pensiero
espresso di Seneca, tanto per la contemplazione quanto per l'azione creativa. La
contemplazione si realizza per mezzo dell'investigazione e (come vedemmo)
piccola cosa sarebbe il mondo se in esso non avesse sempre tutto il mondo
qualcosa da investigare (Nat. quaest.); ma d'altra parte (come vedemmo) neppur
la contemplazione può darsi senza azione: ne con- templatio quidem sine actione
est › (De otio). Talché lo spirito deve effettuarle entrambe ad un tempo, nella
loro mutua correlazione, e considerare l'infinita estensione dell'universo in
tutte le sue dimensioni, e del tempo nella sua doppia direzione di passato e
futuro, non solo come oggetto di contemplazione conoscitiva, ma anche come
campo d'azione creativa. Per questa via, nellaconcezione delineata da Seneca,
lo spirito riconosce ве stesso nell'infinita creazione
della cultura, opera del suo infinito passato e compito del suo infinito
avvenire 1. m). In tal modo, nell'affermare esplicitamente e mettere in
evidenza sotto vari aspetti l'infinità del processo storico di creazione della
cultura e d'accrescimento dello spirito umano, Seneca portava la teoria del
progresso al suo piú alto grado di compimento nell'antichità. Dopo di lui,
nonostante l'attivismo della gnoseologia e della pedagogia di Plutarco e di
Plotino, il predominio crescente dell'orientamento mistico nella filosofia non
favorí certo nuovi sviluppi della teoria del progresso; la cui tradizione,
tuttavia, lungi dal perdersi, appare conservata — come abbiamo visto a
proposito di Aristotele anche in scrittori tardi come Asclepio e Giovanni 1
Meritano di essere ricordate alcune altre dichiarazioni signi- Epansa (Sice rel
Eple 65) Eaar dee appreanere ne che a riferisce alle cose divine e alle umane,
alle passate e alle future, alle caduche e alle eterne, al tempo, etc.»; e qui
Seneca cita esempi delle « innumerabiles questiones» che si pongono per la
conoscenza di ogni sfera e di ogni aspetto della realtà universale. Ma il De
otio, mostra che all'infinito numero dei problemi corrisponde l'infinita
curiosità (curiosum ingenium) dell'uo- mo: il desiderio di conoscere lo
sconosciuto (cupiditas ignota no-scendi) ci spinge ai viaggi ed alla
navigazione, alle investigazioni naturali ed agli scavi, alle ricerche storiche
relative all'umanità ad che poe eseri al dd a del come o aire dacueione dei
probiem pelaurs ar ateria dd ale epifio) relativi alla materia ed allo spirito,
etc. Nello stesso capitolo del “De otio” aggiunge (come abbiamo già ricordato)
che la contemplazione non può mai essere senza azione, e che le cose meditate
esigono la loro realizzazione mediante l'esercizio della mano; di modo che il
processo infinito di creazione della cultura è inteso nell'unità di teoria e
pratica. Filopono; e la loro fonte al riguardo, Aristotele, ci attesta che tale
teoria si è trasmessa senza soluzione di continuità. Ma Plutarco ci fa udire
l'eco tanto di idee provenienti da Archita e Democrito, intorno alla funzione
che spetta alla necessità nel processo storico delle creazioni umane, quanto
dell'ordine cronologico in cui Democrito e Aristotele distribuivano la
creazione progressiva delle arti di necessità, di quelle di abbellimento e
delle scienze. E nello stesso II secolo cui appartiene Aristocle, un documento
caratteristico ci dimostra la diffusione raggiunta dall'idea del progresso
umano nella coscienza pubblica dell'epoca; documento che consiste
nell'utilizzazione che fa Luciano (“Erotes”) di questa idea con fini satirici.
L'apologia paradossale dell'amore per gli efebi, che Luciano fonda sul
principio che, essendo creazione piú recente dell'amore per le donne, deve
costituire un progresso rispetto a questo, poteva avere significato come satira
solo in un clima spirituale dove l'idea del progresso figlio del tempo fosse
divenuto generale e dominante. Nella sua esposizione di questa teoria, Luciano
dipende specialmente dalla tradizione democriteo-epicurea, ma con infiltrazioni
della tradizione platonico-ari-stotelica relativa al rinnovamento ciclico
successivo alle catastrofi, e con derivazioni anche da altre fonti. Da
Democrito ad Epicuro deriva la descrizione della vita ferina primordiale: « i
primi uomini nati dovevano cercare un rimedio per la fame d'ogni giorno, e per
il fatto che erano preda della indigenza presente e che la pe- o chi il ato
nuria non permetteva loro alcuna scelta del migliore, dovevano mangiare le erbe
che trovavano, e le radici tenere che dissotterravano, e soprattutto le ghiande
delle querce. Mentre la loro vita permaneva cosí incolta e non concedeva loro
ancora la comodità per esperimenti giornalieri al fine di trovare il meglio,
essi dovevano accontentarsi di quelle stesse cose necessarie, poiché il tempo,
incalzandoli, non permetteva loro l'invenzione di un buon regime». Anche per
ciò che concerne la necessità di difese, gli uomini subito, all'inizio della
vita, avendo bisogno di coprirsi, 'avvolgevano nelle pelli delle fiere
scorticate ed escogitavano come rifugio contro il freddo le grotte delle
montagne o le cavità disseccate di radici o alberi antichi». piú che
democritea, poiché è scomparsa in essa, come pia wete Questa descrizione è
evidente eredità epicurea ancor tra gli epicurei, la distinzione introdotta da
Democrito tra i momenti successivi della prima fase di vita del- l'umanità.
Manca inoltre in Luciano ogni allusione all'introduzione della convivenza
sociale e del linguaggio e alla scoperta del fuoco, già considerati
dall'epicurei-smo; ma la suggestione epicurea si riconosce nella spiegazione
che dà tanto dell'uscita dallo stato primordiale mediante l'agricoltura, quanto
delle invenzioni della tessitura e dell'edilizia per via di un'imitazione dei
ripari naturali (pelli e caverne) usati primordialmente. La capacità di
un'imitazione dei processi naturali, che ripro-ducendoli li modifica e li
adatta alle proprie esigenze e finalità, era già per gli epicurei un carattere
che differenziava l'uomo dagli altri animali, incapaci di uscire dalla loro
condizione naturale originaria. Tuttavia sembra che in Luciano si perda la
comprensione della funzione attribuita dagli epicurei alla necessità come forza
stimolante dell'intelligenza umana; Luciano la considera piuttosto un ostacolo
alla ricerca del meglio. Solamente (dice) « dopo che le necessità urgenti
ebbero fine, le intelligenze (zoyouo) delle generazioni successive, liberate
dalla necessità, trovarono l'occasione d'inventarequalche miglioramento, e di
lí a poco a poco s'accreb-bero al tempo stesso le scienze. E questo ci è
possibile congetturarlo dalla considerazione delle arti piú perfezionate ». Può
esservi in queste linee un'eco (certo confusa) della distinzione democriteo-aristotelica
dei tre momenti successivi di creazione progressiva: delle arti di neces-sità,
di quelle d'ornamento e delle scienze disinteressate; certo Luciano --
utilizzando l'esempio dell'arte tessile, preso dagli epicurei, e quello
dell'architettura, derivante forse da Vitruvio - insiste specialmente sul
carattere graduale e quasi insensibile dei progressi, dicendo che «le arti
presero per maestro il tempo » e progredirono « segretamente». E questa idea di
un processo graduale sembra associarsi a quella di un rinnovamento ciclico,
cioè alla teoria platonico-aristotelica della rinascita progressiva della
cultura dopo le catastrofi distruttrici - idea rievocata nel II secolo da
Aristocle - poiché Luciano scrive che « ciascuna di queste arti e scienze, che
giaceva muta e coperta in molto oblio, come da un lungo tramonto a poco a poco
si levò nella sua luce raggiante ». Questa confluenza di elementi di
derivazione tanto diversa è un indice interessante della conservazione di
differenti rappresentazioni del progresso nell'epoca di Luciano, che le mescola
senza preoccuparsi molto dei loro eventuali contrasti. E cosí, nonostante la
sua apparente accettazione della teoria ciclica platonico-aristote-lica,
Luciano delinea un processo di sviluppo della cul-tura, che per se stesso gli
si presenta infinito, cosí come era apparso a Seneca. « Poiché ciascuno che
faceva qualche scoperta la trasmetteva alla posterità; e quindi la successione
di quelli che ricevevano l'eredità, facendo aggiunte a ciò che avevano appreso,
continuò a riempire le lacune esistenti ». E cosí ‹ le scienze varie...
mediante sforzi (uoris) si preparano per arrivare (EUENOV 7ÇELV) alla loro
chiara manifestazione, spinte dal tempo infinito (úò To aiovos), che non lascia
niente senza indagare. Ma ciò che agisce attivamente sugli uomini attraverso il
corso del tempo è (per dichiarazione esplicita di Lu-ciano) « l'intelligenza
(ppóvnois), che si accompagna alla scienza e trae dal frequente sperimentare la
possibilità di scegliere l'ottimo ». Pertanto « dobbiamo considerare necessario
lo studio dell'antico, ma onorare come migliore ciò che la vita seppe trovare
poi, dopo aver raggiunto la possibilità di dedicarsi alla riflessione razionale
(поугомоїс) ». Torna cosí in Luciano il
concetto della tradizione vivente, che non è conservazione cristallizzata,
bensí creazione progressiva continua realizzata dalla vita; torna l'idea
dell'infinità di questo processo, che si estende dal passato e dal presente verso
l'avvenire. Riassumendo, possiamo dire che per tutti gli assertori antichi
dell'idea del progresso umano la natura offra il punto di partenza allo
sviluppo dell'attività creatrice dell'intelligenza dell'uomo; quindi le
conquiste compiute da ogni generazione offrono alle successive i mezzi e gli
stimoli per nuovi incessanti esperimenti e nuove acqui-sizioni; e in tal modo
la creazione della cultura progredisce insieme con l'intelligenza creatrice.
L'antichità dichiara con Cicerone ciò che tornerà a dichiarare il rinascimento
con Bruno; cioè che l'umanità è caratterizzata dal suo sforzo incessante di
creare, mediante l'opera della sua intelligenza e delle sue mani, un'altra
natura, altri corsi e altri ordini al di sopra di quelli che le furono dati naturalmente;
e per questa creatività del suo spirito l'uomo merita d'esser considerato «come
un dio mortale» o « dio della terra. Dai presocratici e dai poeti tragici fino
a Seneca innegabilmente l'idea della creatività dello spirito si afferma e si
sviluppa nell'antichità, e si ripercuote poi sugli ultimi secoli della cultura
classica, da Luciano ed Aristocle ad Asclepio e Giovanni Filopono. Per negare
agl’antichi il raggiungimento di tale intuizione, occorre chiudere gli occhi
alla realtà storica e cancellare l'ampia documentazione che conferma la sua
esistenza. Rodolfo Mondolfo. Mondolfo. Keywords: antica filosofia italica.
Refs.: Luigi Speranza, "Grice, Mondolfo, e la filosofia
greco-romana," per il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa
Grice, Liguria, Italia. Mondolfo
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Monferrato: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Casale Monferrato -- filosofia piemontese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Casale Monferrato). Filosofo italiano.
Casale Monferrato, Alessandria, Piemonte. Autore di opere di teologia e scienza
e legato pontificio. Entra nell'ordine francescano nella provincia genovese. Docente
presso lo studio francescano di Assisi. Compone il saggio. “Quaestio de
velocitate motus alterationis, Venezia. In esso presenta un'analisi grafica del
movimento dei corpi uniformemente accelerati. La sua attività di insegnamento
in fisica matematica influenza gli studiosi che operarono a Padova e Galilei
che ri-propose idee simili. ‘Giovanni da Casale’, Treccani. Filosofia Filosofo
del XIV secolo Teologi italiani Casale Monferrato Storia della scienza. Grice: “Casali dicusses the velocity of motion of alternation. He wisely
remarks that if one takes the example of the quality of hotness, one may
conceive of a UNI-FORM hotness throughout – ‘just as a rectangular
parallelolgram is formed between two equidistant lines, such that any part you
wish is equally wide with another. ‘Let there be throughout a UNIFORMLY DIFFORM
hotness, such that it is a triangle!” -- Giovanni da Casale Monferrato. Monferrato.
Keywords: corpi inanimati, corpi animati, inerzia, un corpo animato non e un
missile guidato – Grice. La liberta dei corpi animati, uniform, uniformly
difform, difformly difform. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Monferrato” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Monimo: all’isola – la ragione
conversazionale e l’implicatura conversazionale -- Roma – filosofia siciliana
-- filosofia italiana – Luigi Speranza (Siracusa). Filosofo
italiano. A former slave. Wrote two books. Monimo.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Montanari:
la ragione conversazionale -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Cf Mazzino Montanari. Massino
Montanari.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Montani:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e il debito del
segno – implicatura riflessiva – la scuola di Teramo -- filosofia abruzzese -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Teramo).
Flosofo italiano. Teramo, Abruzzo. Allievo di GARRONI (si veda), è Professore
di Estetica alla Sapienza Roma, è stato Directeur d'Études Associé presso
all'EHESS di Parigi e ha insegnato Estetica al Centro sperimentale di
cinematografia di Roma. La sua ricerca si concentra oggi principalmente sui
temi di filosofia della tecnica. Allievo di Emilio Garroni, per M.
l'estetica non va considerata come filosofia dell'arte, ma come una teoria
della sensibilità umana, che ha la peculiarità di essere aperta agli stimoli
del mondo esterno. La riflessione di M. si snoda in diversi passaggi e
attraverso il confronto con alcuni dei protagonisti della filosofia, della
linguistica, della semiotica e della teoria del cinema del Novecento, avendo
sempre come punto di riferimento la filosofia critica di Kant. Pensiero
Ermeneutica e filosofia critica. Pubblica Il debito del linguaggio, in cui,
partendo dal confronto con le teorie strutturaliste, in particolare quelle di
Jakobson e Mukarovsky, mostra come la questione del significato del testo
poetico non possa essere risolta mediante l'individuazione del codice
linguistico o semiotico di riferimento, ma rimandi ad una condizione estetica
della significazione. Questo tema viene ulteriormente approfondito in Estetica
ed ermeneutica. Prendendo le mosse dalla filosofia critica kantiana, propone di
ripensare la verità nel senso heideggeriano dell’ “a-letheia”, del
“dis-velamento” dell'essere come una situazione ermeneutica strettamente legata
all'effettiva esperienza del soggetto, seguendo la rilettura della filosofia di
Heidegger proposta da Gadamer.La formazione e il pensiero di M. sono stati
segnati dal suo interesse per il cinema e in particolare per Vertov e
Ėjzenštejn. Di entrambi ha curato l'edizione
degli scritti. Nel testo “L'immaginazione narrative” (Guerini)
coniuga l'interesse per il cinema con quello più strettamente filosofico per il
tema dell'immaginazione. Propone di considerare l'immaginazione nei termini in
cui, in Tempo e racconto, Ricœur parla della narrazione, ovvero come di un
processo di “rifigurazione” dell'esperienza del tempo da parte dell'uomo. Per
Ricoeur la narrazione ha il potere di far fare al lettore esperienza di un
tempo propriamente umano. Montani fa propria la tesi di Ricoeur, applicandola
però, all'ambito della narrazione cinematografica. M. ritiene che il territorio
dell'immaginazione in cui lavora il cinema sia quello dell'intreccio tra
finzione e testimonianza, tra la costruzione dell'intreccio narrativo e la
documentazione del reale. La trasformazione dell'esperienza del tempo avviene, così,
ad un livello più profondo e creativo. Tecnica ed estetica Con Bioestetica
si inaugura la fase più recente del pensiero di M., dedicata
all'approfondimento del rapporto tra tecnica e estetica. Attraverso il
paradigma della bioestetica M. propone di leggere i fenomeni di biopotere che
caratterizzano l'epoca contemporanea a partire dalla loro natura innanzitutto
tecnica ed estetica, cioè a partire dal fatto che la sensibilità dell'essere
umano viene sempre più orientata ed organizzata tecnicamente. Il biopotere
consiste proprio nella capacità di canalizzare la sensibilità umana. In
L'immaginazione intermediale Montani prende in analisi i modi in cui il cinema
risponde alle forme di anestetizzazione. Prendendo le mosse dalla
spettacolarizzazione della politica emersa in seguito all'attentato delle Torri
Gemelle, Montani introduce il concetto di "autenticazione
dell'immagine", che non consiste nell'accertamento del referente fattuale
dell'immagine (il vero, il reale) ma nella rigenerazione di un orizzonte di
senso condiviso, la capacità di riferimento dell'esperienza e del linguaggio,
in un'epoca caratterizzata da crescenti fenomeni di “indifferenza referenziale”
La riflessione sul rapporto tra estetica e tecnica continua in “Tecnologie della
sensibilità”, in cui viene teorizzata l'esistenza di una terza funzione
dell'immaginazione: accanto a quella produttiva e riproduttiva vi è una
funzione inter-attiva. L'immaginazione inter-attiva diventa il paradigma
attraverso cui leggere l'epoca contemporanea, attraversata profondamente da
fenomeni dell'inter-attività digitale e dalla proliferazione di ambienti
virtuali. Saggi: “Il debito del linguaggio: l'auto-riflessività nel discorso,”
– Grice: “There is the ‘debito’ and there is the ‘credito’ or ‘price’ of
semiosis, too!” -- Marsilio, Venezia; -- Grice: “Actually, Montani uses
‘aesthetic self-reflection,’ using ‘aesthetic’ etymologically, as per what he
calls ‘ermeneutica sensibile’ -- Fuori
campo: studi sul cinema e l'estetica, Quattroventi, Urbino; Estetica ed
ermeneutica: senso, contingenza, verità, Laterza, Roma); L'immaginazione narrativa: il racconto del
cinema oltre i confini dello spazio letterario, Guerini, Milano); Arte e verità
dall'antichità alla filosofia contemporanea: un'introduzione all'estetica,
Laterza, Roma); L'estetica contemporanea: il destino delle arti nella tarda
modernià, Carocci, Roma; Lo stato
dell'arte: l'esperienza estetica; Carboni e M., Laterza, Roma); Bioestetica:
senso comune, tecnica e arte” (Carocci, Roma; L'immaginazione intermediale:
perlustrare, ri-figurare, testimoniare il mondo visibile, Laterza, Roma); Tecnologie
della sensibilità. Estetica e immaginazione interattiva, Cortina, Milano. M.,
Il senso, Rai Scuola, su raiscuola.rai.
I percorsi dell'immaginazione. Studi in onore di M., Pellegrini, Censi,
Cine-occhi e cine-pugni: due modi di intendere il cinema, su Nazione
Indiana, L'immaginazione estatica.
Estetica, tecnica e biopolitica, su giornaledifilosofia.net. 2 lAlessandra
Campo, Biopolitica come an-estetizzazione. Il significato estetico della
biopolitica, su sintesidialettica. Montani, L'immaginazione intermediale,
Laterza,, M., L'immaginazione intermediale, Laterza, Anna Li Vigni, Gli
occhiali per immaginare, Il Sole 24 Ore. La vita immersa nell’estetica del
virtuale, su ilmanifesto. Pietro Montani. Montani. Keywords: il debito del
segno, Narciso e la reflexione. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Montani” – The
Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Montinari:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale del sovrumano – torna
a Surriento – la scuola di Lucca -- filosofia toscana -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Lucca). Filosofo toscano. Filosofo italiano.
Luca, Toscana. Grice: “If I were asked to identify the main difference between
the Italian philosopher and the Oxonian philosopher is that the Italian
philosopher takes Nietzsche seriously! But
then he lived at Torino!” «Nelle
istituzioni esistenti, sostenute da immani forze di produzione e di
distruzione, viene assimilata e mercificata ogni e qualsiasi protesta, persino
quella dei Lumpen, ogni tentativo di lasciare la «nave dei folli». Se il metodo
di Nietzsche può ancora aiutarci, allora l'unica forza che ci è rimasta è
quella della cultura, della ragione.» Considerato uno dei massimi editori
e interpreti di Nietzsche. Ha definitivamente dimostrato che Nietzsche non ha
mai scritto un'opera dal titolo “La volontà di Potenza” e che le cinque diverse
compilazioni che la sorella del filosofo e altri editori dilettanti hanno
pubblicato sotto questo titolo sono testi del tutto inaffidabili per
comprendere il pensiero di Nietzsche. Si era formato alla Scuola Normale
Superiore di Pisa e all'Pisa, presso la quale si laureò con una tesi, “I
movimenti ereticali a Lucca.” Caduto il fascismo, divenne un attivista del
Partito comunista, presso il quale si occupava della traduzione di scritti dal tedesco.
Mentre visitava la Germani a Est per motivi di ricerca, fu testimone della
rivolta. Successivamente, in seguito alla repressione della Rivoluzione
ungherese del 1956, si allontanò dall'ortodossia marxista e dalla carriera nel
partito. Mantenne tuttavia la sua iscrizione al PCI, e rimase fedele agli
ideali del socialismo. Collabora con le Edizioni Rinascita, e per un anno fu
direttore dell'omonima libreria in Roma. Dopo averne rivisto la raccolta
di opere e manoscritti in Weimar, Colli e M. decisero di iniziarne una nuova
edizione critica. Essa divenne lo standard per gli studiosi, e fu pubblicata in
da Adelphi. Per questo lavoro fu preziosa la sia abilità nel decifrare la
scrittura a mano (praticamente incomprensibile) di Nietzsche, fino a quel
momento trascritta solo da "Gast“ (Köselitz). Fonda la rivista
Nietzsche-di cui fu coeditore. Attraverso le sue traduzioni ed i suoi commenti
di Nietzsche, diede un contributo fondamentale alla ricerca storica e
filosofica, inserendo Nietzsche nel contesto del proprio tempo. Saggi: “Che
cosa ha detto Nietzsche” Roma, Ubaldini,
ripubblicato come “Che cosa ha detto
Nietzsche,” [Grice: “I convinced Montinari that ‘veramente’ is a trouser word
and should be avoided!” -- Campioni, Milano, Adelphi. Su Nietzsche, Roma,
Riuniti, Teoria della Natura, Torino,
Boringhieri, Milano, SE, F Nietzsche,
Lettere a Rohde, Torino, Boringhieri, Nietzsche, Opere, (Milano, Adelphi, Nietzsche, Il caso Wagner: Crepuscolo degli
idoli; L'anticristo; Scelta di frammenti, S. Giametta, Ferruccio Masini,
Giorgio Colli, Milano, Mondadori Editore, Ecce homo; Ditirambi di Dioniso;
Nietzsche contra Wagner; Poesie e scelta di frammenti postumi, Milano, A.
Mondadori, Nietzsche, Schopenhauer come educatore, Milano, Adelphi, Epistolario
di Nietzsche, Pampaloni Fama, Milano, Adelphi,
Nietzsche, Scritti, Milano, Adelphi, Schopenhauer, La vista e i colori
Carteggio con Goethe,Abscondita, Nota
introduttiva a Genealogia della morale, Nietzsche e Van Gogh, due cardini del
pensiero occidentale moderno di Bettozzi
(Liberal democaratici), su liberal democratici.. «Tant qu'il ne fut pas possible aux chercheurs les plus
sérieux d'accéder à l'ensemble des manuscrits de Nietzsche, on savait seulement
de façon vague que La Volonté de puissance n'existait pas comme telle (...)
Nous souhaitons que le jour nouveau, apporté par les inédits, soit celui du
retour à Nietzsche.» (Deleuze) Aveva infatti ottenuto una borsa di studio
della Scuola Normale Superiore a Francoforte sul Meno. Rinascita Che era stato il suo maestro.
Giuliano Campioni, Dizionario Biografico degli Italiani stituto
dell'Enciclopedia italiana Treccani Giuliano Campioni, Giuliano Campioni, Lanata,
Esercizi di memoria, Bari, Levante, (notizie su M. M. nell'articolo su Colli
anche a proposito dell'Enciclopedia di autori classici, Boringhieri, progettata
e diretta da Colli e a cui M. M.collaborò). Paolo D’Iorio, L'arte di leggere
Nietzsche, Firenze, Ponte alle grazie,Giuliano Campioni, Leggere Nietzsche.
Alle origini dell'edizione critica Colli-Montinari. Con lettere e testi
inediti, Pisa, M.: l'arte di leggere Nietzsche Paolo D'Iorio, Pubblicato da
Ponte alle grazie, Studi germanici Di
Istituto italiano di studi germanici — Pubblicato da Edizioni dell'Ateneo,
Originale disponibile presso la l'Università della Virginia — "M.,
Nietzsche", di Tuca Giuliano Campioni, Da Lucca a Weimar: M. e Nietzsche
in Nietzsche. Edizioni e interpretazioni,
Fornari, ETS, Pisa, Die "ideelle Bibliothek Nietzsches". Von
Charles Andler M. Pensiero di Schopenhauer Roscani Torino#Filosofi Giuliano
Campioni, M., in Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia. Opere di M.,
Centro interdipartimentale di studi Colli-M. su Nietzsche e la Cultura Europea
— Pisa, Lecce, Padova e Firenze (Centronietzsche.net), su centronietzsche.net.
Grice: “Montinari is right that ‘la volonta di potenza’ ‘n’existe pas’ –
vacuous name. Torna a Surriento. Umano, troppo umano, uscito cento
anni fa, più precisamente nel 1878, e dedicato al centenario della morte di
Voltaire, è tra le opere di Nietzsche quella che ha avuto il più lungo periodo
di gestazione. Nella mighore e più attendibile biografa di Nietzsche che mai
sia stata scritta e che troppe volte non viene presa sul serio, voglio dire in
Ecce homo, leggiamo: « Umano, troppo umano è il monumento di una crist.
Dice di essere un libro per spiriti liberi: quasi ogni frase vi esprime una
vittoria - con quel libro mi sono liberato da ciò che non apparteneva alla mia
natura... qui il termine " spirito libero" deve essere inteso solo in
un senso: uno spirito diventato libero, che ha ripreso possesso di se stesso ».
Ciò che non apparteneva alla natura di Nietzsche era la speculazione metafisica
di Schopenhauer, il pensiero mitico di Wagner (più in generale il • pensiero
impuro » dell'artista). L'approdo alla liberazione dello spirito è dunque un
processo; esso — per il Nietzsche del 1878 - doveva essere compreso in una
sorta di tirocinio, al cui inizio stavano le Memorie di un'idealista di Malwida von Meysenbug e alla fine
l'Origine dei sentimenti morali (1877) di Paul Rée. Tra i due nomi, che
sembrano in contrasto tra loro, si compie una parabola tipica per la situazione
spirituale di un gruppo importante di intellettuali del tardo Ottocento, cui
anche Nietzsche appartiene. La vecchia quarantottarda Malwida (an-no 1816)
acquisisce negli anni della rivoluzione e dell'esilio (Herzen, Mazzini, Kinkel)
una concezione del mondo intrepidamente materialistica ed ateisti-ca, anche se
illuminata dall'idealismo pratico-poli-tico e poi sostenuta (dopo l'incontro
con Wagner) dalla pessimistica (e consolatoria) metafisica
schopen-haueriana. Ciò spiega, tra l'altro, l'entusiasmo concui ella
nell'inverno 1876-77 a Sorrento accolse, per il tramite di Nietzsche, l'‹
ottimismo del temperamento » coniugato al • pessimismo della conoscenza »,
secondo la formula adoperata da Jacob Burck-hardt per definire il carattere dei
Greci. (Questa formula doveva avere fortuna particolare da noi in Italia, nel
passaggio dalla Meysenbug a Romain Rolland, e da costui a Antonio
Gramsci). Quindi Paul Rée (anno 1849): il giovane filosofo positivista si
era educato alla scuola di Schopenhauer (e di Eduard von Hartmann, al quale
anche il giovane Nietzsche doveva qualcosa), ma anche di Darwin e dei nuovi
moralisti inglesi, con una considerevole aggiunta di nichilismo russo
(Turgenev). Non mi sembra casuale che sia proprio Rée a scoprire (per regalarlo
poi alla Meysenbug e a Bay-reuth) il giovanissimo Heinrich von Stein
(anno 1857, allievo di Eugen Dühring, filosofo della « realtà »), anche
lui schopenhaueriano (e poi wagneria-no) e autore di un libro dedicato agli «
ideali » del « materialismo ». Questa schiera di personaggi,
spiriti più o meno li-beri, tra i quali si trovavano amici e ammiratori di
Nietzsche, vive la crisi di un'epoca satura di scienza, che può essere solo
onestamente materialistica ed è al tempo stesso intimamente insoddisfatta, perché
non riesce a scaldarsi al pallido, nordico agnosticismo königsberghiano, né ad
entusiasmarsi per la nuova fede ottimistica e scientista del senile D.F.
Strauss. Le rimangono tutt'al più i paradisi artificiali e neoromantici del
dramma musicale di Ri- chard Wagner. Dopo il grande tentativo
wagneriano della Nascita della tragedia, la serie delle Considerazioni
inattuali e più ancora la grande massa dei frammenti postumi stesi tra il 1872
e il 1876 si presentano ai nostri occhi come la preparazione del Nietzsche
nuovo di Umano, troppo umano. Al di là della predicazione e dell'invettiva del
Nietzsche inattuale è possibile infatti cogliere quel processo di
intellettualizzazione radicale e di distruzione di ogni convinzione che è uno
degli aspetti fondamentali della libertà di spi-rito, come viene enunciata
nelle ultime pagine di Umano, troppo umano. Le illusioni e le consolazioni
dell'arte, della metafisica, della religione cadono « in balia della storia», e
solo la storia può rievocarle - e questa è ancora la nostra fortuna: poter
mantenere in noi la possibilità della rievocazione storica dell'umanità
passata. L'importanza della conoscenza storica è sottolineata da Nietzsche
proprio in rapporto alla fine della metafisica, quando nell'aforisma 37 di
Umano, troppo umano scrive: * Qual è comunque la proposizione principale
a cui giunge, attraverso le sue penetranti e taglienti analisi dell'umano
agire, uno dei più arditi e freddi pensatori, l'autore del libro: Sull'origine
dei sentimenti morali [cioè Paul Rée]? " L'uomo morale" egli dice
"non è più vicino al mondo intelligibile (metafisico) dell'uomo
fisico". Questa proposizione, temprata e affilata sotto i colpi di
martello della conoscenza storica, potrà forse un giorno, in un qualche futuro,
servire come l'accetta che reciderà alla radice il " bisogno
metafisico" degli uomini: se più a benedizione che a maledizione del
benessere gene-rale, chi saprebbe dirlo? ma in ogni caso come una proposizione
dalle più importanti conseguenze, feconda e terribile insieme, e che scruta il
mondo in quel modo bifronte, proprio di tutte le grandi co-noscenze». Dieci
anni più tardi Nietzsche citerà ancora una volta in Ecce homo la proposizione
di Rée, presentandola come il preannuncio della sua « trasvalutazione di tutti
i valori ». Ho l'impressione che nessuno degli esegeti di Nietzsche abbia preso
sul serio quel ritorno estremo a Paul Rée. A Rée mancano tuttavia la
disciplina e l'esercizio del senso storico che troviamo invece in tutta l'opera
di Nietzsche, a partire proprio da Umano, troppo umano. Né il nome del massimo
rappresentantedell'età dei lumi, di colui che Goethe chiamava la • luce
di noi tutti » si trova sul frontespizio della prima edizione del « libro per
spiriti liberi » a celebrare la casualità di un giubileo. Esso rappresenta
invece il nuovo programma di Nietzsche, che consiste nel risuscitare e lo
spirito dell'Illuminismo e dello sviluppo progrediente » contro lo spirito di
Rousseau, padre ambiguo delle « mezze verità » della Rivoluzione francese e del
romanticismo. L’antagonismo Voltaire-Rousseau rientra per Nietzsche in una
sorta di schema storico, che vale per l'età moderna nei due momenti
dell'Umanesi-mo-Rinascimento e dell'Illuminismo. L'Umanesimo-
Rinascimento è un movimento di civiltà che viene interrotto da una rivoluzione
(la Riforma) e da una reazione (la Controriforma), così come l'Illuminismo è
stato interrotto dalla Rivoluzione francese e dalla reazione romantica. Dalla
reazione romantica maturano però risultati imprevisti: da un lato il senso della
storia, come forma superiore e prosecuzione dell'Illuminismo, dall'altro, -
come prodotto diret-to, secondo Nietzsche, del senso storico, - il socialismo
(rivoluzione) e l'oscurantismo moderno (in Germania nelle forme ideologiche del
conservatorismo cristiano degli Junker e dell'antisemitismo). Nietzsche è
dalla parte del Rinascimento, dell'Illu-minismo e del senso storico, a cui si
contrappongono di volta in volta le coppie rivoluzionario-reazionarie che
abbiamo visto. I valori positivi del passato non sono di coloro che hanno
combattuto o reagito contro la Riforma e contro la Rivoluzione francese, come
nel presente non è la reazione antisocialista (nel 1878 si hanno le leggi
antisocialiste di Bismarck) a cui Nietzsche senta di aderire. La pacata riflessione
storica dello spirito libero si colloca piuttosto nella vita contempla-tiva;
questa comporta non tanto la rinuncia all'immediatezza vitale dell'azione,
quanto e soprattutto il dominio dello « spirito » sulla pienezza e ricchez-za
della « vita » (e quel dominio avrà significato in proporzione diretta a questa
ricchezza e pienezza). Un modello di questo dominio è il classicismo
illu-ministico, tollerante e cosmopolitico di Goethe, che è il saldo punto di
riferimento di tutto il libro. guerra, bensi come la constatazione del
definitivo crepuscolo degli « ideali » metafisici (Schopenhauer) e mitici
(Wagner), a cui secondo lui avrebbero dovuto approdare per onestà della ragione
anche i suoi amici e seguaci. Tranne alcune rilevanti eccezioni (Overbeck, in particolare,
ma anche Burck-hardt e Karl Hillebrand, che tuttavia non erano propriamente né
amici né seguaci) gli amici (Richard e Cosima Wagner, Erwin Rohde, Malwida von
Mey-senbug) rimasero costernati e, anzi, si sentirono attaccati e provocati,
abbandonati e traditi. Così Nietzsche stesso, che pochi mesi prima aveva
scritto cpistole dedicatorie di Umano, troppo umano a Ri-chard e Cosima Wagner,
una di esse persino in (brutti) versi, dovette rendersi conto dell'abisso che
lo separava non solo dai suoi vecchi amici, ma anche dal suo proprio passato: «
Quell'offuscamento metafisico di tutte le cose vere e semplici, la lotta
condotta con la ragione contro la ragione, con la mira di vedere in ogni e
qualsiasi occasione chissà quali immense meraviglie, per giunta un'arte barocca
di ipereccitazione e esaltazione della smodera-tezza, intendo dire l'arte di
Wagner: queste due cose messe insieme avevano finito per rendermi sempre più
malato e quasi ad estraniarmi dal mio buon temperamento... Mi resi pienamente conto
di tutto ciò nell'estate di Bayreuth: fuggii via, dopo le prime
rappresentazioni a cui avevo assistito, e mi rifugiai sui monti, e là in un
piccolo villaggio in mezzo alla foresta, nacque il primo schizzo, all'incirca
un terzo del mio libro, allora sotto il titolo del Vomere ». Cosi scriveva
Nietzsche all'inconsola-bile Mathilde Maier, un'amica di Wagner, nel luglio del
1878, e nella stessa epoca a Rée: « I miei conoscenti ed amici (con pochissime
eccezioni) si comportano come se gli avessi rovesciato il pentolino del latte.
Dio li aiuti - io non posso fare altrimenti ». Umano, troppo umano non
era nato come libro po-lemico, lo ripetiamo, ma come superamento di una crisi,
che non era solo di Nietzsche. Perché non vada perduto, nella presente pubblicazione
che non ha commento, riproduciamo qui ciò che l'autore volle premettere nel
1878 alla prima edizione, ‹ in luogo di una prefazione », affinché serva come
avviamento alla lettura della prima grande opera veramente sua. Si tratta della
traduzione di un brano tratto dalla versione latina del Discorso del metodo di
Cartesio: *- per un certo tempo considerai le occupazioni disparate alle
quali gli uomini si dedicano in questa vita, e feci il tentativo di scegliere
la migliore tra queste. Ma non è necessario qui raccontare quali pensieri mi
vennero nel far ciò: basti dire che, per parte mia, nulla mi sembrò essere
meglio che attenermi rigidamente al mio proposito, vale a dire: impiegare tutto
il tempo della vita a sviluppare la mia ragione e a seguire le tracce della
verità così come i mi re proponi queche i ri che gali che, secondo
il mio giudizio, non si può trovare in questa vita nulla di più gradevole e di
più in- nocente; oltre a ciò, da quando mi ero giovato di quel modo di
considerare le cose, non passava giorno senza che io non scoprissi qualcosa di
nuovo, che era sempre di un qualche peso e niente affatto conosciuto dalla
generalità degli uomini. La mia anima finalmente divenne allora cosi piena di
gioia, che tutte le altre cose non potevano più offenderla in alcun modo. Mazzino
Montinari. Montinari. Refs. Luigi Speranza, “Grice e Montinari: l’implicatura
di Nietzsche” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Monte: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la prospettiva e la filosofia della percezione – la scuola di
Pesaro -- filosofia marchese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Pesaro). Filosofo
italiano. Pesaro, Marche. Grice: “I like to illustrate a ‘scientific
revolution’ with Del Monte’s refutation on the equilibrium controversy, since
it involves a lot of analyticity that only a philosopher can digest!” --
essential Italian philosopher. Il marchese Guidubaldo Bourbon Del Monte (Pesaro), filosoMecanicorum
liber, Suo padre, Ranieri, originario da un famiglia benestante di Urbino,
discendente dalla schiatta dei Bourbon del Monte Santa Maria, fu notato per il
suo ruolo bellico e fu autore di due libri sull'architettura militare. Il duca
di Urbino, Guidobaldo II della Rovere, gli attribuì, per meriti, il titolo di
Marchese del Monte, dunque la famiglia divenne nobile solo un generazione prima
di Guidobaldo. Alla morte del padre, ottenne il titolo di Marchese. Studia
matematica a Padova. Mentre era lì, strinse una grande amicizia con Tasso. Combatté
nel conflitto in Ungheria, tra l'impero degli Asburgo e l'Impero Ottomano. Al
termine della guerra, torna nella sua tenuta a Mombaroccio, vicino Urbino, dove
passava i giorni studiando matematica, meccanica, astronomia e ottica. Studia
matematica con l'aiuto di Commandino. Divenne amico di Baldi, che fu anch'esso
studente di Commandino. Ispettore delle fortificazioni del Granducato di
Toscana, pur continuando a risiedere nel Ducato di Urbino. In quegli anni, corrisponde con numerosi
matematici inclusio Contarini, Barozzi e
Galilei e con alcuni di loro si dice
abbia avuto anche relazioni più che professionali. L'invenzione per la costruzione di poligoni
regolari e per dividere in un numero determinato di segmento qualsiasi linea fu
incorporata come caratteristica del compasso geometrico e militare di Galileo.
Proprio fu fondamentale nell'aiutare Galilei nella sua carriera, che e un promessa
ma disoccupato. Raccomanda il toscano al suo fratello Cardinale, che a sua
volta parla con il potente Duca di Toscana, Ferdinando I de' Medici. Sotto la
sua protezione, Galileo ha una cattedra di matematica all'Pisa. Guidobaldo
divenne un amico fidato di Galileo e lo aiutò nuovamente quando dovette
necessariamente fare domanda per poter insegnare matematica all'Padova, a causa
dell'odio e della macchinazione di Giovanni de' Medici, un figlio di Cosimo de'
Medici, contro Galileo. Nonostante la loro amicizia, M. fu un critico di alcune
teorie di GALILEI, come quella relativa alla legge dell'isocronismo delle oscillazioni.
Compone un importante saggio sulla prospettiva, “Perspectivae Libri VI”, pubblicato
a Pesaro che ha ampia diffusione. E sicuramente, anche secondo il parere di
Galileo, uno dei massimi studiosi di meccanica e matematica. “Mechanicorum
liber”. Pisauri. Saggi: “Mechanicorum” (Pisauri, Girolamo Concordia – Venezia,
Deuchino -- Mecanicorum); “Plani-sphaeriorum universalium theorica” (Pisauri,
Girolamo Concordia); “De ecclesiastici calendarii restitutione" (Pisauri,
Girolamo Concordia); “La prospettiva” (Pisauri, Girolamo Concordia -- Roma); “Problematum
astronomicorum” Venezia, Giunta); De cochlea,” Venezia, Deuchino); “Le mechaniche nelle quali si contiene la dottrina
di tutti gl’istrumenti principali da mover pesi grandissimi con picciola forza”
(Venezia, Franceschi); “Lettere”
(Venezia); “La teoria sui planisferi universali” (Firenze). Galileo (che nel
frattempo era stato molto probabilmente anche suo ospite) puo occupare la
cattedra di Padova, grazie anche all’intervento delduca., che nell’ambiente
veneto poteva contare, oltre che sull’amicizia di un Contarini e di un Pinelli,
sull’autorità e l’influenza di M., generale delle fanterie della
Repubblica": Fondazione cardinal Francesco maria delmonte -- guidobaldo-del-monte.
A. Giostra, La stella o cometa nelle lettere a Giordani, Giornale di
Astronomia. Galilei. Guidobaldo II della Rovere Mombaroccio, Enciclopedia
Italiana, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli
italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Grice: “There possibly is no
equivalent to perspective for the other senses. Prospettiva, as the Italians
call it. They
are obsessed with it. Consider the human body. Consider Apollo del Belvedere –
it is not just a body perceiving another body, there is a perspectival side to
it!” Giambattista del Monte. Guido
Ubaldo de’ marchesi Del Monte; Guidobaldo Del Monte. Monte. Keywords: implicature,
perspective in statuary. Refs.: Luigi Speranza, "Grice e del Monte,"
per Il Club Anglo-Italiano, The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia.
Luigi
Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Monterosso – filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italianno. Roma, Lazio. Vede le
stampe a Buenos Aires il progetto di M.,
denominato neo-latinus. I casi fin qui esaminati non esauriscono la
moltitudine di quelli che vedeno la luce. Si ricordino pertanto anche i
contributi di Tommaso Valperga di Caluso (grammatica universale, 1800), ROVERE (vedasi), Proposta del
provenzale come lingua internazionale, CONSOLI (vedasi), Lingua nazionale della
terra; PORTALUPI (vedasi), Sten.ling.; FACCIOLI (vedasi), Lingue de nazioni e
lingua universale; MAGLI (vedasi), Anti-Babele; ALLIONI (vedasi) BOELLA
(vedasi) Boella (999 Cod.: codice di
corrispondenza amichevole internazionale), HERPITT (vedasi), Niuspik; CALABRESI
(vedasi), Omni-Lingua; ARGENTERI (vedasi), Lingua Euratlantica; PELLEGRINI
(vedasi), Grammatica de lingua italiane semplificate; CIARLANTINI (vedasi), Metodo
tachigrafico. I progetti ivi citati non sono stati esaminati perché le
informazioni che li concernono sono, per ora, di difficile reperimento. Antonio
da Monterroso. Monterosso. Keywords: implicatura, lingua universale. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Monterosso.” Monterroso.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Moramarco:
la ragione conversazioane e l’implicatura conversazionale della tradizione
massonica filosofia emiliana – filosofia italiana – Luigi Speranza (Reggio nell’Emilia). Filosofo italiano. Reggio, Emilia. Grice: “Unlike
Moramarco, what most people know about massoneria is via “Il flauto magico”!”
Grice: “Moramarco analyses massoneria aa a philosophical cult, talking about
‘brotherly link’ ‘vincolo fraterno’ – he has unearthed a few fascinating
details about massoneria in Italy. Esponente
della Massoneria te assertore di una sintesi religiosa tra Mazdeismo e
Cristianesimo. Discende da un'antica famiglia di Altamura, di ascendenze
latino-germaniche, cresciuta e ramificatasi durante il dominio dei Farnese.
Studioso di Massoneria, ha scritto la Nuova Enciclopedia Massonica in tre
volumi, importante testo di ricerca massonologica. Un suo precedente volume, La
Massoneria ieri e oggi fu tra i primi, sull'argomento, pubblicati in Russia
dopo il crollo del regime sovietico, che aveva proscritto le Logge.
Iniziato nel Grande Oriente d'Italia, divenne Maestro Venerabile della Loggia
Intelletto e Amore, ricevette la decorazione all'Ordine di Bruno, conferita a
quanti si distinguono nello studio e nella diffusione degli ideali
massonici. Coordinatore scientifico del Convegno Internazionale anni di
Massoneria in Italia, al quale parteciparono studiosi quali Paolo Ungari,
Alessandro Bausani, Mola, Basso, Roversi Monaco, Ricca. Il convegno fiorentino
costituì la prima risposta pubblica, da parte della Comunione massonica di
Palazzo Giustiniani, alle degenerazioni della P2. Nello stesso anno, in
qualità di Garante d'Amicizia tra il Grande Oriente d'Italia e la Grand Lodge
of South Africa, richiese, d'accordo con il Gran Maestro Armando Corona, che
tutte le Logge sudafricane, peraltro già avviate in tale direzione (quando un gruppo di Liberi Muratori della
Massoneria Prince Hall era stato ammesso nella Loggia "De Goede Hoop"
di Cape Town), abrogassero l'apartheid, scelta che esse fecero, qualificandosi
tra le prime associazioni bianche a superare la segregazione razziale. Uscì
dal Grande Oriente d'Italia, rigettandone il laicismo, per ravvivare i nuclei
massonici di impronta cristiana e spiritualista, che assunsero la denominazione
Real Ordine degli Antichi Liberi e Accettati Muratori. Su tale concezione della
Massoneria ha scritto La via massonica. Dal manoscritto Graham al risveglio
noachide e cristiano (), un testo dal quale emerge, fra l'altro, l'importanza
della devozione alla Vergine Maria, come madre del Cristo ed espressione umana
della divina Sophia, nella genesi della spiritualità massonica. Ha
ricostruito le vicende della Gran Loggia d'Italia, l'altra associazione
maggioritaria di Liberi Muratori in Italia, nel volume Piazza del Gesù.
Documenti rari e inediti della tradizione massonica italiana, contribuendo in
seguito alla realizzazione di programmi tematici per varie emittenti
televisive, tra le quali Rossija 24, Reteconomy e È TV Rete7. Ha
conseguito il 33º grado del Rito scozzese antico ed accettato e il VII del Rito
filosofico italiano, che nel secondo decennio del Novecento vide tra le sue
fila i neopitagorici Arturo Reghini e Amedeo Rocco Armentano. Fonda in
Italia l'Antico Rito Noachita su patente ricevuta presso il British Museum
dall'ex Maestro Venerabile della Loggia "Heliopolis" di Londra.
Ha realizzato una colonna sonora per i rituali massonici, dal titolo Masonic
Ritual Rhapsody. presso la Loggia "Gottfried Keller" di Zurigo,
è stato ricevuto come membro nell'Independent Order of Odd Fellows. Già
attivo con Joseph L. Gentili, editore
del newsletter Brooklyn Universalist Christian, in un progetto di restaurazione
della Chiesa Universalista d'America, contro la deriva liberal di quel movimento,
ha ricevuto il navjote zoroastriano. Nel volume Il Mazdeismo Universale propone
una visione eclettica di tale religione, collegando ad essa elementi del
misticismo ebraico, del dualismo platonico e cristiano, del buddhismo Mahāyāna,
e riconoscendo in Gesù il saoshyant (divino soccorritore, messia) profetizzato
dall'antica religione iranica, in una prospettiva teologica di tipo
mazdeo-cristiano, intorno alla quale si è formata una Fraternità Mazdea
Cristiana. Si è avvicinato alle correnti latitudinaria e mistica
dell'Anglicanesimo e al percorso religioso di Loyson, confluendo in una
comunità religiosa di orientamento eclettico, ove ha potuto conservare la
doppia appartenenza, cristiana e zoroastriana. Entro tale gruppo, che nel
gennaio ha assunto la denominazione
Reformed Cloister of the Holy SpiritUnione Riformata Universalista, è un oblato
di San Pellegrino delle Alpi, secondo la Regola che, ispirandosi alle
tradizioni fiorite intorno alla vita di quell'eremita del Cristianesimo
celtico, contempla almeno un atto quotidiano "di giustizia, o di soccorso
fraterno" anche nei riguardi di animali e piante. Laureatosi cum
laude in Filosofia presso l'Bologna,, con una tesi sul pensatore indiano Sri
Aurobindo (relatore il noto indologo e sanscritista Giorgio Renato Franci),
nella seconda metà degli anni Ottanta si è formato in Training autogeno e
Psicoterapia con la procedura immaginativa sotto la guida di Luigi
Peresson. Ha trattato dei nessi tra Zoroastrismo e Cristianesimo nei
libri La celeste dottrina noachita (e I Magi eterni, di fenomenologia del sacro
ne L'ultima tappa di Henry Corbin e di tanatologia in Psicologia del morire. Ha
scritto sulle esperienze di autogestione dei lavoratori nel mondo e sui
rapporti tra socialismo e religione per Azione nonviolenta, la rivista fondata
da Aldo Capitini. Con il saggio Per una rifondazione del Socialismo partecipò
al simposio "Marxismo e nonviolenza" (Firenze) nel quale
intervennero, tra gli altri, Bobbio e Garaudy. -- è un sostenitore della lingua
ausiliaria internazionale Esperanto. Ha aderito al gruppo esperantista
bolognese "Achille Tellini". In ambito narrativo, ha scritto
Diario californiano e Torbida dea. Si è occupato di storia dello spettacolo,
scrivendo I mitici Gufi, sul celebre quartetto di cabaret degli anni sessanta,
e partecipando all'allestimento del programma Gufologia per Rai Sat; con l'ex
"Gufo" Roberto Brivio ha collaborato sia nella riproposta del
repertorio del gruppo in teatri e circoli culturali, sia nella realizzazione di
un laboratorio teatrale e musicale che vide attivamente coinvolti numerosi
alunni portatori di disabilità, presso l'Istituto medio superiore in cui
insegnò psicologia. Ha inciso quattro CD, Allucinazioni amorose (meno
due), Gesbitando, Come al crepuscolo l'acacia e Existenz, che contengono sue
canzoni e brevi suites strumentali, ricevendo il plauso, tra gli altri, di
critici come Maurizio Becker, Mario Bonanno (Musica et Parole) e Salvatore
Esposito (Blogfoolk), di autori come Bruno Lauzi, Ernesto Bassignano, Giorgio
Conte e dei jazzisti Giulio Stracciati e Shinobu Ito. Nel dicembre è stato chiamato da Luisa Melis, figlia e continuatrice
dell'opera di Ennio Melis, il patron della RCA Italiana, a far parte della
giuria del Premio De André. Saggi: “La
Massoneria” (Vecchi, Milano), “La Massoneria: cronaca, realtà, idee (Vecchi,
Milano), “Per una rifondazione del socialismo, in: Marxismo e non-violenza
(Lanterna, Genova) – PARTITO SOCIALISTA ITALIANO --; “La Libera Muratoria”
(Sugar, Milano); “La Massoneria. Il vincolo fraterno che gioca con la storia” (Giunti,
Firenze) Diario (Bastogi, Foggia) Grande Dizionario Enciclopedico POMBA
(Torino); Antroposofia, Besant, Cagliostro, Radiestesia, ecc.). L'ultima tappa
di Henry Corbin, in Contributi alla storia dell'Orientalismo, Franci (Clueb,
Bologna) “La Massoneria in Italia” (Bastogi, Foggia) Enciclopedia Massonica
(Ce.S.A.S., Reggio E.; Bastogi, Foggia); Psicologia del morire, in I nuovi ultimi (Francisci, Abano Terme)
Piazza del Gesù. “Documenti rari e inediti della tradizione massonica italiana”
(Ce.SA.S. Reggio Emllia); Sette Lodi Massoniche alla Beata Vergine Maria (Real
Ordine A.L.A.M., Reggio Emilia) La celeste dottrina noachita (Ce.S.A.S, Reggio
E.) I mitici Gufi (Edishow, Reggio Emilia); “Torbida dea. Psicostoria d'amore,
fantomi et zelosia (Bastogi, Foggia); Il Mazdeismo Universale. Una chiave
esoterica alla dottrina di Zarathushtra (Bastogi, Foggia ) I Magi eterni. Tra
Zarathushtra e Gesù (Om, Bologna ) La via massonica. Dal manoscritto Graham al
risveglio noachide (Om, Bologna ) Massoneria. Simboli, cultura, storia
(consulenza scientifica di M.M.) (Atlanti del Mistero/Giunti-Vecchi, Firenze )
Introduzione alla Libera Muratoria (Settenario, Bologna ) Musica Allucinazioni
amorose (meno due) (Bastogi Music
Italia) (Bastogi Music Italia) Gesbitando, (Bastogi Music Italia ) Come al
crepuscolo l'acacia (Heristal
Entertainment, Roma ) Existenz ((Heristal Entertainment, Roma ). Note Aplogruppo Mola, Un valido impulso per una Massoneria
"à parts entières", in 250 anni di Massoneria in Italia, F. Ferrari,
La Massoneria verso il futuro (una conversazione con Michele Moramarco) v.
) Una breve rassegna di testi
fondamentali sulla Massoneria si trova sul sito del Cesnur diretto da Massimo
Introvigne. Vedi anche le recensioni di E. Albertoni ne Il Sole 24 Ore, inserto
domenicale, e di G. Caprile ne La Civiltà Cattolica, Il volume fu pubblicato
nell’anno della dissoluzione dell'URSS, dalla casa editrice Progress, V.
Brunelli, Massoneria: è finito con la condanna della P2 il tempo delle logge e
dei "fratelli" coperti, in Corriere della sera, Il Corriere della
Sera dedicò un lungo articolo allo "scisma" (v. ). Del Real Ordine
A.L.A.M. si è occupato anche il centro di ricerca Cesnur, diretto dal noto
storico e sociologo delle religioni Massimo Introvigne,
v.//cesnur.org/religioni_italia/a/ appendice_02.htm. Il termine Real non aveva
alcun riferimento alla storia italiana, ma si richiamava alla leggenda,
contenuta negli Antichi doveri, secondo cui l'Ordine Massonico ricevé le sue
proto-costituzioni dal re Atelstano d'Inghilterra (Æðelstan); recentemente il
Real Ordine ha assunto la denominazione di Unione Cristiana dei Liberi
Muratori Rito filosofico italiano Antico Rito Noachita Masonic Ritual Rhapsody, Bastogi Music
Italia, youtube.com/watch?v=rSs0 4kpA36U. A questa esperienza è collegata la
sua iscrizione alla SIAE come autore musicale
Del percorso che lo ha condotto verso la visione di Zoroastro
(Zarathushtra) si è occupata la rivista parsi di Bombay, Parsiana, così come il
quotidiano torinese La Stampa v. mazdeanchristian.wordpress.com/ latitudinarismo, in Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, v.
riformati universalisti.wordpress // In questa comunità si ritrovano, su vari
temi, idee tratte dal Manicheismo, dall'Arianesimo, dal Quaccherismo,
dall'Unitarianismo, dal Giurisdavidismo e dall'universalismo hindu-cristiano
del movimento Navavidhan fondato da Keshab Chandra Sen. Frequenti e
significativi sono altresì i riferimenti al pensiero di aint-Martin e alla
"religione aperta"o della "compresenza dei morti e dei
viventi"elaborata da Capitini, Stracciati
Ito E. Albertoni, Tante fedi,
nessun dogma (recensione della Nuova Enciclopedia Massonica, Il Sole 24 Ore,I,
inserto culturale domenicale) M. Chierici, Nasce la Lega dei Venerabili
(Corriere della Sera) S. Esposito, Dalle radici del Mazdeismo all'Alleanza
Mazdea CristianaIntervista con M. (in Secreta Magazine S. Esposito, Gesbitando:
intervista con M. (Blogfoolk) F. Ferrari, La Massoneria verso il futuro (una
conversazione con M.) (Bastogi, Foggi8) S. Semeraro, Tra la via Emilia e l'Est.
Così parlò Zoroastro (La Stampa, Torino) S. Sari, Unico e plurimo al contempo,
Dio secondo gli Zoroastriani [intervista a M.M.](Libero) G. Giovacchini,
Cultura e spiritualità della Massoneria italiana [prefazione di M.] (Tiphereth,
Acireale-Roma ) Zoroastrismo
Universalismo Massoneria Rosacroce michelemoramarco. blog del Real Ordine A.L.A.M., su
realordine.wordpress.com. Pagina sul sito di Heristal Entertainment, su
heristal.eu. blog degli anglicani latitudinari, su
riformatiepiscopali.wordpress.com. Grice: “The Romans are obsessed with what
Moramarco calls ‘paganesimo romano’ – the word ‘pagano’ only makes sense in
opposition to Christ. It would be very
inappropriate of the greatest Italian philosopher ever, Antonino, to consider
his self pagan!” -- Michele Moramarco. Moramarco.
Keywords: la tradizione massonica italiana. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Moramarco” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Morandi
– la lingua di Firenze – filosofia italiana – Luigi Speranza (Firenze). Filosofo
italiano. Firenze, Toscana. Trabalza cita. REGOLE DELLA LINGUA FIORENTINA C
["kabalza. A quanto dico del notevolissimo documento che qui esce pella
prima volta alla luce, sono in grado, per speciale favore usatomi dal mio
illustre maestro ed amico senatore Morandi, d’aggiungere alcune notizie di
grande importanza storica, anticipando le conclusioni a cui egli è giunto,
com'è suo costume, dopo largo e profondo studio, e che illustra col noto suo
magistero di dottrina e di stile in un saporitissimo saggio. Nella Antologia M.
segnala l'importanza della grammatichetta vaticana, narrando le vicende del
manoscritto; e poiché egli stesso m'esorta a pubblicarlo per intero, annunzia
fin d'allora ch'io la mette come appendice ad ogni grammatica razionale o
ragionata. Continuando però le sue indagini con rigore di metodo intorno ai
primi vocabolari e alle prime grammatiche della nostra lingua, M. puo ha tra le
altre cose provare che la nostra grammatichetta e molto probabilmente opera di
Lorenzo il Magnifico, non certamente d’ALBERTI (si veda), com'e stato supposto;
e che anche Vinci abbozza una grammatica della lingua d’Italia, dimettendone
forse il pensiero, quando ha notizia, come apparisce da due suoi ricordi, della
grammatichetta del magnifico. Lo studio di M. s’occupa poi distesamente dei
materiali raccolti da VINCI per fare il vocabolario italiano, il
latino-italiano e una specie di dizionario illustrato dell’armi Prefazione
antiche, pel quale sa attingere d’una fonte classica sfuggita ai lessicografi
latini suoi contemporanei. Per tutto questo M. adduce fatti fin qui ignorati o
fraintesi; ed attorno alla grammatichetta vaticana e all'opera filologica di
VINCI tratteggia e documenta i traviamenti degl’altri primi come de'posteriori
grammatici e vocabolaristi, italiani e latini, e ha occasione di ri-parlare,
sotto nuovi aspetti, de'punti più capitali della questione della lingua,
dimostrando, in concordia e in conferma del principio che egli viene sostenendo
da tanti anni, come il Magnifico, VINCI (vedasi) e MACHIAVELLI (vedasi) hanno criteri
linguistici assai più giusti di’altri loro contemporanei e di molti moderni.
Sicché il suo saggio, mentre, integrando le sue ben note trattazioni
precedenti, prende un cospicuo posto nella secolare letteratura della questione
dell'unità della lingua, viene a colmare, sotto il rispetto storico, una vera
lacuna. Ed ora poche parole sull'edizione della grammatichetta; poche, perchè i
criteri da noi tenuti appariranno ben chiari dal testo che qui segue. S'è
cercato di conservarlo in tutta la sua integrità anche sotto il rispetto
puramente materiale: quindi nessuna sostanziale modificazione nel sistema
ortografico e di punteggiatura, che qui poi ha un maggior valore, mancando
nella grammatichetta qualunque principio d'interpunzione e d'ortografìa; nessuna
sostituzione di corsivo, anche là dove forse pella chiarezza del testo sarebbe
stato di qualche utilità. Anche l'incertezza nell'uso delle maiuscole e delle
minuscole s'è lasciata. Per Yu e il v, benché sempre rappresentati dall’autore
coll'?^, s'è adottata la distinzione grafica dell'ordine delle lettere. Si sono
conservati i più e i cosi e simili, senz'accento, di contro all'a,
preposizione, accentata. S'è mantenuta anche la disposizione dei titoli
de'capitoli. Si sono invece sciolti i pochi nessi, anche perchè si son trovati
di non i1 In 536,36 dopo e, 537,8 dopo O, 537,38 dopo come, 540,10 dopo o,
543.2 dopo amiamo e amiate, 545,10- dopo compositione, 546,22 avanti a che il
punto o la virgola sono stati cancellati, 533 incerto intendimento; i dubbi sono
stati accennati in nota. Ma le comuni abbreviature grammaticali, come di pir.
per plurale, dov'erano, si son mantenute, senza per altro tener conto di
qualche /.'per plr., che è il più frequentemente adoperato. Frantendimenti e
lacune del copista, che certo non mancano, sono stati corretti e colmati nel
testo colle parentesi quadre o nelle note. All'evidente (l) spostamento subito
nella rilegatura dal foglio 11 (si ricordi che la grammatichetta e il De
Vulgari Eloquentia hanno scambiato nel nostro codice le guardie: v. qui, pp.
13-14 u) s'è provveduto col dare questo foglio risolutamente nel luogo dove
deve stare, ma lasciandogli la numerazione che ha nel codice. Qualche altra
particolarità è stata descritta in nota. Poiché, infine, i segni delle lettere
e degl’accenti ortografici adoperati nell'ordine delle lettere e nello
specchietto delle vochali non erano riproducibili coi tipi comuni, abbiam
creduto opportuno, benché solo pochissimi siano adoperati poi nel testo, dare
un facsimile delle due pagine in cui si trovano: alle quali rimandiamo i
lettori per ogni altra cosa che ad esse si riferisca. Uno di quei pochissimi
segni è Ve articolo e pronome che il nostro A. scrive con un apostrofo non a
destra, ma postogli sopra perpendicolarmente. Non valendo la spesa il farlo
fondere appositamente, potevamo renderlo coll'apostrofo laterale; ma abbiam
preferito di renderlo coll'accento acuto, che pur è meno esatto, perchè
quell'<? ricorre anche in casi, come in elio, dove l'apostrofo non si
sarebbe potuto più mantenere. Evidente non solo pell'ordine che richiede la
trattazione, ma anche pel segno del fine (una croce tratteggiata negli angoli)
posto all'ultima parola della e. 11 B. Dobbiamo qui esprimere i nostri più vivi
ringraziamenti all'egregio amico nostro Zucchetti che ha compiuto per noi la
diligente fatica di collazionare la nostra copia e le prime bozze
sull'originale vaticano. urJM / SV et ' tfftmtme U ImmniAftm tvn efitrr fktn
cvtwmt' ti ' tum ?»t?w ijtfini y mti st* < brtpriA, di' c<rh datti
yoUjbet ', cerne '?*tP wuwdmo /" / f ff ' ' f m irteli ; erta* d?t*rrt*n*
Mttìl* crtvrr : nette** aiu/h tufJhf tyu(t»ou> in (tinaie ut racwi [ufi id
[a unntA rwjVto tn unnwmc- (lunata-turni ; omì cof* #mU' -futre otiti* 1W
(r<*n4' t' ) ìtuA0S% frvfs* t* vrect prima, e' fa «rifa <tc ì-lMimi:
Crchtflnifiif * i t i \, «^_ tfnejfc' sunti* ammanitimi .wtr* i jerù/erc' V
fonai** atre/ scnzA ecmmeia. $uc nmc urwti.ihes nur' jm Afte' anale' e >U
S{& rn ia .tnoiiA y^Avi Ufticr ttm e' intende mv.fr ' Ovài ne ae'.ie
it*Hrc' . i r t d b n H m e r* 0 et < r L > / /V C crj M Tav. I. \roc^M *
e' e i o 0 h e' e e" r7 - -» / CónmniTte vermi* Arftculns c't <nro tir/
fiUw ci -zembe H- iirolfr' fora a perei aneti* cyr f piiUfdtc'. QlSl bnmU e
dilhvnc' Tcfiiwii fini/ce ' ( ' f f ( ' ' f (> (," ' w KoCfi*c .- scis
fiixyhM ArHchoa acromi L C c\)c(c ' iti molH pnrtt' \)WHq in mmis. tifimi, 4%c'
mzwhni nomi, v/m Utmo - tfen^tuj e-tvjmujrci e rum attrfi cf majiuliiict
c'i&mwitut; t nSHtri Ufim fi -fmo wdcww. f iflfa/l 'in orni nmf ' (rtino l*
Mnm* shmltret ffitfto /tifi iti cgr> cdf S^^<: «fi."?!»*4
Importante. Morandi. Keywords: linguaggio, Alberti, storia della grammatica
razionale. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Morandi.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Moravia:
la ragione conversazionale -- l’implicature conversazionali dei ragazzi – la
scuola di Bologna -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Bologna). Filosofo italiano. Bologna, Emilia-Romagna. Grice: “I
like Moravia: he has philosophised on what makes us ‘human,’ (“il pungolo
dell’umano”) – his analysis of ‘il ragazzo selvaggio’ is sublime – and he has
played with ‘reason,’ hidden and strutturata – and the universi di senso with
which I cannot but agree! – provided we don’t multiply them ad infinitum!” --
Grice: “I like Moravia’s idea of ‘la ragione nascosta’ – you have indeed to
seek and thou shalt find!” -- “Il Nietzsche che prediligo è il Nietzsche
terreno, umano, presente nel tempo. È il
Nietzsche intrepido esploratore del sottosuolo dell'uomo e dei disagi della
civiltà. È il Nietzsche che fertilmente e sofferentemente (non
narcisisticamente) vive e pensa il nichilismo: ma per andare oltre il
nichilismo. È soprattutto il Nietzsche cheneo-illuminista forse malgrado
luivuole conoscere, capire, dare un (nuovo) senso alle cose.” Professore a
Firenze. Allievo diGarin, si è formato in ambiente fiorentino conseguendovi la
laurea in filosofia nel 1962 con tesi su Gian Domenico Romagnosi. Professore
incaricato, è poi diventato ordinario di Storia della Filosofia all'Firenze.
Nel corso della sua carriera, si è interessato particolarmente dell'illuminismo
francese e del pensiero del Novecento, della storia e dell'epistemologia delle
scienze umane, con particolare attenzione all'antropologia, la filosofia della
mente e l'esistenzialismo. I suoi studi e le sue ricerche hanno aperto nuove
prospettive interdisciplinari fra pensiero filosofico e scienze umane.
Attualmente, le sue attenzioni sono rivolte verso l'opera e il pensiero del
filosofo tedesco Friedrich Nietzsche del quale pubblica già una celebre
antologia dal titolo La distruzione delle certezze e, nel 1985, una raccolta di
saggi intitolata Itinerario nietzscheano. Proprio un nuovo modo di avvicinarsi
e concepire il pensiero del filosofo tedesco lo hanno reso uno dei suoi
interpreti più originali e più discussi. Grazie ai suoi studi e contributi
filosofici, è stato visiting professor presso l'Università della California a
Berkeley, l'Università del Connecticut a Storrs e il Center for the Humanities
della Wesleyan University. Conferenziere presso altre sedi universitarie
americane (fra le quali, Harvard, UCLA, Boston) ed europee (Francia, Belgio,
Germania), è cofondatore della “Società italiana degli studi sul XVIII secolo”,
nonché membro del Comitato direttivo delle Riviste filosofiche “Iride” e
“Paradigmi”. Collabora ai giornali Corriere della Sera, Quotidiano nazionale,
La Repubblica. Saggi: “Il tramonto dell'Illuminismo -- filosofia e politica”
(Laterza, Roma); “La ragione nascosta” (Sansoni, Firenze); La scienza
dell'uomo” (Laterza, Roma); “L’antropologia strutturale” (Sansoni, Firenze);
“Esistenziale” (Laterza, Roma); “La teoria critica della società” (Sansoni,
Firenze); “Gl’idéologues -- scienza e filosofia” (Nuova Italia, Firenze); “La
distruzione delle certezze” (Nuova Italia, Firenze); “Linguaggio, scuola e
società not ‘storia’! -- Guaraldi, Firenze); “Filosofia e scienze umane
nell'età dei Lumi” (Sansoni, Firenze); “Pensiero e civiltà” (Monnier, Firenze);
“Il ragazzo selvaggio dell'Aveyron.” Pedagogia e psichiatria nei testi di
Itard, Pinel e dell'anonimo della "Décade" (Laterza, Roma);
“Itinerario nietzscheano, Guida, Napoli); Educazione e pensiero, Monnier,
Firenze, Filosofia: storia e testi, Monnier, Firenze, “L'enigma dell’animo”
Laterza, Roma); Compendio di filosofia, Monnier, Firenze, L'enigma
dell'esistenza -- soggetto, morale, passioni nell'età del disincanto,
Feltrinelli, Milano, L'esistenza ferita -- modi d'essere, sofferenze, terapie
dell'uomo nell'inquietudine del mondo, Feltrinelli, Milano, Filosofia
dialettico-negativa e teoria critica della società, Mimesis, Milano; “Ragione
strutturale e universi di senso” (Lettere, Firenze); “La Massoneria. La storia,
gli uomini, le idee, Mondadori, Milano); “Firenze e l’Umanesimo. Arte, cultura,
comunicazione” (Lettere, Firenze); Lo strutturalismo, Lettere, Firenze);
“Filosofia e psicoanalisi (POMBA, Torino); “L'universo del corpo, Istituto
della Enciclopedia Italiana, Roma, “Animo e realtà psichica” (Borla, Roma,
"L'esistenza e il male", in: "Mysterium iniquitatis",
Gregoriana, Padova, Linterpretazione personologico-esistenziale
dell'uomo", in: La questione del soggetto tra filosofia e scienze umane,
Monnier, Firenze) – PERSONOLOGIA – PIROTOLOGIA – Grice, persona -- Lettura
Magistrale" al Convegno Dalla riabilitazione psicosociale alla promozione
della salute(Montecatini), "S.I.R.F. News", "Mente, soggetto,
esperienza nel mondo", in La filosofia italiana in discussione -- La
filosofia italiana in discussione, Società Filosofica Italiana, Firenze), Bruno
Mondadori, Milano, "Crisi della cultura e relazioni generazionali nel
mondo contemporaneo", in Giovani e adulti: prove di ascolto, Sansepolcro
(AR), "La filosofia degli idéologues. Scienza dell'uomo e riflessione
epistemological, Letteratura italiana tra illuminismo e romanticismo, Convegno,
Italianistica, Padova, "Libertà, finitudine, impegno -- genesi e
significato della responsabilità nel mondo", in: V. Malagola Giustizia e
responsabilità (Convegno, Firenze), Giuffré Milano, "Dal soggetto persona
alla relazione interpersonale", Maieutica, De-mitizzazione e de-
valorizzazione. La crisi della 'forma famiglia' nella società", in:
Interazioni, "Illuminismo e modernità", Hiram, "Prove d'ascolto.
Crisi della cultura e relazioni generazionali nel mondo contemporaneo",
Studi sulla formazione, "La guerra giusta", Hiram, "La
filosofia, la conoscenza dell'umano, il dialogo col pensiero religioso",
Hiram, "Esistenza e felicità", Hiram, "L'Occidente e la pace.
Luci e ombre all'alba del terzo millennio", Hiram,"La filosofia e il
suo 'altro'. La riflessione metafilosofica di Adorno in 'Dialettica
negativa'", Iride, "L'uomo: una storia infinita", in: Per una
scienza dell'umano, Arezzo, "L’'interpretazione personologico-esistenziale
dell'uomo" – PERSONALOGIA – Grice, PERSONA. in: L. Neuro-fisiologia e
teorie della mente, Vita et Pensiero, Milano, "La scoperta dell'inconscio,
l'ambiguità del freudismo e il lavoro della psicoanalisi sull'animale, Convegno
"Meta-psicologia”, Napoli, La Biblioteca, Bari, "Un mondo negato.
L'assolutizzazione del corpo nella psico-umanologia contemporanea",
UMANOLOGIA – ibrido -- Hermeneutica, Corpo e persona, "Complessità,
pluralità, confini", in: Dal coordinatore al coordinamento,Coordinatori
pedagogici in Emilia-Romagna, Assessorato Servizi Sociali, Bologna, Bruno
Maiorca, Filosofi italiani contemporanei. Parlano i protagonisti, Bari, Dedalo,
su sapere, De Agostini. Gran Loggia del GOI dal titolo "Tu sei mio
fratello" Registrazione video della Lectio Magistralis "Al di qua del
bene e del male Nietzsche esploratore dell'umano" Modena e Reggio Emilia
Tavola rotonda del GOI "Pedagogia delle libertà Libertà civili"
Convegno del GOI "La scienza non sia ostacolata dall'ideologia, dalla
politica e dalla religione" tavola rotonda della Comunità Oasi
"Significato e funzione della pena, della punizione e della penitenza
nella promozione umana e sociale" "Catturati dall'effimero?"
all'interno del Convegno Giovanile alla Cittadella di Assisi" dsu
arcoiris. Sergio Moravia. Moravia. Keywords: ragazzi, personologia. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Moravia” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; osia,
Grice e Mordacci: l’implicatura convresazionale e la norma – la scuola di
Milano -- filosofia lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Milano,
Lombardia. Grice: “I like Mordacci – in a way, like I did with J. L. Mackie,
Mordacci opposes both ‘assolutismo’ and ‘relativismo’ – and tries to
‘construct’ an ‘inter-personal’ reason out of a full-fledged personal reason.
Whereas it would seem that we enjoin the principle of conversational
helpfulness out of altruism, there is this balance between conversational
self-love and conversational other-love; and we only ‘respect’ the other that
respects us as ‘pesonal;’ against Apel, the logic of the inter-personal
reduces, in a complex way, to the logic of the personal; without it, we would
be annihilating the autonomy of the will.” Grice: “I like Mordacci’s emphasis
on reason for normativity – interpersonal reason, as he calls it!” È preside della Facoltà di Filosofia dell'Università
Vita-Salute San Raffaele dove è Professore di Filosofia Morale. È Direttore del
Centro Internazionale di Ricerca per la Cultura e la Politica Europea. Laurea
in filosofia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano; Dottorato
in bioetica presso l'Università degli Studi di Genova. Ha svolto attività di
ricerca e insegnamento presso la Scuola di Medicina e Scienze Umane
dell'Istituto Scientifico Ospedale San Raffaele. Insegnato presso l'Università
Vita-Salute San Raffaele, prima presso la Facoltà di Psicologia e dal 2002
presso la Facoltà di Filosofia che ha contribuito a fondare insieme con
Cacciari, Edoardo Boncinelli, Michele Di Francesco, Andrea Moro. Ha contribuito
a progetti di ricerca ed è stato membro del Consiglio d'Europa per
l'insegnamento della bioetica. Dal è preside della Facoltà di Filosofia
dell'Università Vita-Salute San Raffaele, essendo stato rieletto nel giugno per
il secondo mandato. Membro del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le
Biotecnologie e le Scienze per la Vita della Presidenza del Consiglio dei
Ministri. Dal al è stato membro del Comitato Scientifico per EXPO come delegato
del Rettore dell'Università Vita-Salute San Raffele. Dal è membro della
Commissione per l'Etica della Ricerca e la Bioetica del consiglio nazionale
delle ricerche e del consiglio direttiva della Società Italiana di Filosofia
Morale. Si è dedicato in particolar modo dei temi: "Etica e ragioni
morali", "Etica pubblica e rispetto", "Neuroetica". Attraverso
l'indagine delle "ragioni morali" e dell'"identità
personale" e ispirandosi alla filosofia kantiana, propone una forma di
"personalismo critico" in base alla quale il fondamento
dell'esperienza morale viene individuato nella ricerca, che ognuno compie,
delle "buone ragioni" che danno forma alla propria individualità
personale attraverso l'agire. Riconoscere ogni persona come autrice della
propria identità fonda un'etica del rispetto delle persone in quanto a ogni
individuo viene riconosciuto il diritto e il dovere di esprimere le proprie
abilità e costruire la propria personalità. Si è inoltre occupato di bioetica
essendo anche stato coordinatore del progetto Bioetica della genetica:
questioni morali e giuridiche negli impieghi clinici, biomedici e sociali della
genetica umana del Miur (FIRB, Tra i suoi interessi più recenti, la disciplina
della Film and Philosophy: la riflessione su come i film possono fare filosofia
e se possono argomentare vere e proprie tesi filosofiche. In questo contesto ha
dato vita al Laboratorio di Filosofia e Cinema presso la Facoltà di Filosofia
dell'Università Vita-Salute San Raffaele, conduce il sabato pomeriggio la
rubrica "Al cinema col Filosofo" su TgCom24 (stagioni - e -) e la
rubrica "Imparare ad amare i film" all'interno di Cinematografo
Estate () su Rai 1. Riviste È membro del comitato scientifico dell'Annuario di
Etica (ed. Vita e Pensiero), dell'Annuario di Filosofia (ed. Mimesis) e della
rivista online Etica et Politica. Dalla sua fondazione è membro del Comitato
Scientifico della rivista scientifica a cura del Comitato Etico della
Fondazione Umberto Veronesi. Attività teatrale Romeo e Giulietta: nascita e
tragedia dell'io moderno, Eloisa e Abelardo: passione e negazione, Occidente, o
identità fragile: Auster e le Follie di Brooklyn, analisi filosofiche con
letture sceniche, ciclo "Aperitivi con Sophia", Teatro Franco
Parenti,La violenza e l'ingiustiziaGorgia, ciclo "Filosofi a teatro"
M., Teatro Franco Parenti, L'individuo, la libertà e il perdono. Hegel legge
Dostoevskij, lettura scenica di M. e Sorel, ciclo l'Intelligenza e la Fantasia,
Teatro Strehler,L'isola della verità. Divagazioni fotografiche e filosofiche,
lettura scenica di M., Traini e Stepparava, Cluster Isole, Mare e Cibo,
Padiglione P03-Expo Milano (Rho-Fiera), Kant e il mare, lettura scenica di
Roberto Mordacci e Francesca Ria, agosto Saggi:“Bio-etica della
sperimentazione,” Angeli, Milano; “Salute e bio-etica,” Einaudi, Milano); “Una
introduzione alle teorie morali,” Feltrinelli, Milano, La vita etica e le buone
ragioni, Mondadori, Milano, “Ragioni personali, ragione inter-personali: Saggio
sulla normatività morale,” Carocci, Milano, Elogio dell'Immoralista, Mondadori,
Milano; Rispetto, Cortina, Milano. Bioetica, Mondadori, Milano. L'etica è per
le persone, San Paolo, Cinisello Balsamo. Al cinema con il filosofo. Imparare
ad amare i film, Mondadori, Milano. La condizione neomoderna, Einaudi, Torino,.
Ritorno a utopia, Laterza, Bari,. Note Università Vita-Salute San Raffaele, su
unisr. Governo/bioetica, su governo.M., su Le Università per Expo,Commissione
per l’Etica della Ricerca e la Bioetica, Consiglio Nazionale delle Ricerche, su
cnr. Organi della società | SIFM, su sifm. Intervista a L'accento di Socrate,
su laccentodi socrate. Rai 1, Cinematografo estate, su rai.tv. Scienza e etica:
in uscita la nuova rivista della Fondazione Veronesi, su Fondazione Umberto
Veronesi. Chi siamo su scienceandethics. fondazioneveronesi. Feeding the Mind:
Expo-Bicocca Conversation Hour, su unimib. Lettura scenica de "I Sensi del
Mare", su//elbareport. 1 Pearson Imparare sempre su pearson. 1º agosto.
Bioetica Mordacci Robertoe Book Mondadori BrunoSai cos'è?FilosofiaePubIBS, su
ibs. L'etica è per le personeEdizioni San Paolo, su edizionisanpaolo.
Riflessioni sul senso della vita intervista di Ivo Nardi, sito
"Riflessioni", settembre. Ci vuole più rispetto intervista a Roberto
Mordacci, Famiglia Cristiana. Ma l'etica non è un'intrusa, intervista a Roberto
Mordacci, Avvenire, Ora smettiamola di parlare inglese, intervista a Roberto
Mordacci, Il Giornale. La storia costituisce per la filosofia contemporanea un
ambito di indagine costante e pervasivo: quasi tutta la filosofia dopo Hegel ha
pensato il proprio oggetto, cioè l’uomo, la conoscenza, l’agire e l’essere
stesso, come essenzialmente storico. Questa “svolta storica”, che ha preceduto
e favorito la cosiddetta “svolta linguistica”, ha significato per buona parte
della filosofia contemporanea l’adozione di un metodo in cui la storia di un
concetto e delle sue incarnazioni storiche sono dive nu te rilevanti almeno
quanto la definizione teorica di esso. Tuttavia, in questo diffuso storicismo,
che attraversa la filosofia dall’hegelismo all’ermeneutica, si è in parte persa
di vista la specificità del l’ambito di riflessione che si può chiamare
filosofia della storia. La specifica interpretazione dell’agire storico
suggerita dallo storicismo, come svolgimento di un «destino» dello spirito, ha
infatti occultato gran parte della riflessione che la tradizione filosofica ha
prodotto, nel corso dei secoli, sull’agire storico in quanto tale. Questa
preminenza del paradigma storicista ha inoltre favorito la nascita delle tesi
circa la cosiddetta «fine della storia»: una percezione che, dalle riflessioni
di Spengler sul «tramonto del l’Occidente» alle provocazioni del postmoderno,
ha finito per estendersi ad ampi settori della cultura contemporanea.
Quest'ultima appare per questo in estremo disagio, oggi, nel progettare il
futuro: pensando l’intero dell’essere come contenuto nella storia «fino al
momento presente», la cultura odierna rifugge dai tentativi di prefigurare un
fine della storia come compimento, soprattutto perché questo tentativo appare
come intrinsecamente ideologico e, quindi, non più credibile. Si può quindi
ancora pensare la storiaa venire? Mettere in discussione questa precomprensione
storicista della storia è uno degli obiettivi di questo volume. La filosofia
della storia è oggi un’area vasta di riflessioni sul senso dell’agire storico
che non può essere affatto ridotta all’idea di un «destino» immanente
dell’Occidente o del mondo. Anche una semplice e non pregiudiziale ricognizione
di alcune concezioni filosofiche della storia che si rintracciano nella
tradizione mostra come l’interpretazione di essa sia assai varia e più aperta
alla possibilità di pensare il futuro in modo non ideologico e soprattutto
aperto al cambiamento, pur senza che esso sia abbandonato alla completa anomia.
In questo senso, il volume mira a riabilitare una disciplina che, a volte
affrettatamente, si è considerata così intrinseca alla pratica filosofica da
non esserne distinguibile come un ambito di studi specifico. Si tratta,
innanzitutto, di contribuire a rimuovere l’identificazione della filosofia
della storia con il racconto di un «destino» ineluttabile. Questa
interpretazione è stata resa canonica anche attraverso la preziosa
ricostruzione condotta da Karl Lòwith in Significato e fine della storia,1 un
libro che è stato, di fatto, il più autorevole e pressoché unico manuale di
filosofia della storia dalla fine degli anni quaranta, quando fu scritto, a
oggi. Lòwith ha una tesi tanto affascinante quanto riduttiva sulla vicenda
della filosofia della storia. Definita essenzialmente come secolarizzazione
dell’escatologia cristiana, essa evidentemente può esistere solo in certe
condizioni culturali: in sostanza, quelle che si sono date da Gioacchino da
Fiore a Marx. Si tratta di una lunga epoca, che pensa il tempo interamente in
rapporto a un fine che, al suo apparire finale, svela l’autentico significato
di tutto il movimento storico. Prima di quel momento finale, il cui modello è
1° Apocalisse cristiana ma che nella modernità si traduce in varie forme di
realizzazione di un programma filosofico o sociale, le vicende storiche
mostrano il loro senso solo a colui che si è elevato al punto di vista della
fine. Quest’ultima è dunque il criterio di valore grazie al quale si possono
giudicare tutti i momenti della storia. A partire dai movimenti millenaristi,
di cui Gioacchino da Fiore è interprete, quella fine è comunque posta
all’interno del tempo, vuoi come apparire dell’ Alfa e Omega che apre e chiude
la storia, vuoi come luogo di inizio di una nuova epoca, contraddistinta dalla
conoscenza, dalla società senza classi, dalla libertà pienamente realizzate. Il
negativo, l’orrendo e il tragico che affligge la storia presente è comunque
destinato a sciogliersi in quella sintesi finale, che mentre svela il senso del
passato apre un futuro di armonia e libertà. La potenza di questa immagine ha
tenuto prigioniera più di un’epoca, eppure non è stata senza rivali, nemmeno
nello stesso Occidente, il quale, pur pensandosi forse inconfessata men te come
il luogo di quella realizzazione, ha saputo anche tenere aperte interpretazioni
diverse dei corsi dellastoria. Nell’interpretazione di Lòwith, l’idea di
“senso” della storia diviene sinonimo di ciò che la parola “fine” nomina nella
tradizione ebraico-cristiana. La chiave di volta è la speranza, la promessa di
un avvenire di salvezza o di vita piena. È questa speranza ad aprire il futuro,
perché esso non sarà la ripetizione del già visto da sempre, come invece può
solo essere in una concezione ciclica. La promessa, inoltre, non è determinata
nei dettagli e apre su un oltre della storia: per questo è possibile progettare
un futuro diverso dal presente. Al tempo stesso, il compimento della promessa è
certo, atteso e desiderato, e questo anima le coscienze più efficacemente
dell’idea della ripetizione di cicli sempre ritornanti. Questa concezione,
dunque, rimanda a una profondissima responsabilità individuale, sociale e
universale per l’uomo, giacché quella destinazione non si può compiere,
ricordano queste filosofie della storia, senza la partecipazione attiva degli
individui, senza l’impegno soprattutto di coloro la cui coscienza ha scorto
quella fine all’orizzonte e per questo deve operare per realizzarla. Simili
filosofie della storia sono dunque vere e proprie concezioni morali del mondo e
del tempo, capaci di mobilitare le energie individuali e di costituire cause
ideali di grandi rivoluzioni attese o annunciate. La previsione dell’avvento
necessario dell’epoca finale è pensato come compatibile con il riconoscimento
della piena libertà umana, ma questa ipotesi di conciliazione è fonte di
tensioni irrisolte sul piano sia concettuale sia pratico: la necessità di un
“destino” mal sopporta il riconoscimento di un’autentica libertà personale.
Così, la concezione moderna della storia è tesa fra la ricerca di leggi
storiche e il riconoscimento della responsabilità dell’uomo, basato sulla tesi
irrinunciabile dell’autonomia del volere. Questa oscillazione è visibile in
Tocqueville (La démocratie en Amérique è del 1835-1840; la democrazia come
destino e come missione), in Spengler (Der Untergang des Abendlandes è del
1918-1923: Zivilisation come tramonto, come fato naturale e decisione storica),
in Toynbee (A Study of History: nascita e crollo delle civiltà, attesa di una
nuova chiesa). Il destino è segnato ma è nelle nostre mani farlo accadere; come
Lòwith riassume efficacemente in una domanda: «Lo storico classico si chiede:
come si è giunti a ciò? Quello moderno si chiede: come andrà a finire?».2 Così
la storia diviene universale: mentre il movimento che ha condotto alla
costituzione di una specifica cultura, di un particolare modo di vita, si può
ricostruire limitandosi a concentrare i fattori causali in formazioni
peculiari, che contingentemente si sono intrecciati in un luogo e in un tempo,
l’idea di una fine, specialmente di una ‘fine di tutte le cose”, non può che
avere un respiro totalizzante, universale appunto, perché a esso contribuiscono
tutti i fattori storici e culturali in grado di influenzare la storia. Si
guarderà quindi non alla storia locale ma ai grandi movimenti storici, agli
spostamenti di assi epocali, da Est a Ovest, da Nord a Sud (come è di moda fare
ora), cercando di rintracciare la legge necessaria di questi spostamenti e,
quindi, di rendere possibile una ‘futurologia”, una previsione scientifica del
corso della libertà umana. Ora, i tentativi di ricostruire questi movimenti e
le loro leggi sono apparsi a buona parte della cultura contemporanea come
sostanzialmente fallimentari. Le utopie del futuro si sono spesso rivelate come
ideologie politiche che, in nome del progresso, della società post-classista,
del trionfo degli spiriti forti, hanno mobilitato le masse verso strutture
politiche e forme del potere che hanno causato tragedie mondiali lungo tutto il
XX secolo. La consapevolezza del pericolo che si cela dietro a una filosofia
della storia ha così motivato molta parte della reazione contemporanea contro
questo tipo di prospettive, fino a revocare in dubbio non solo la modernità,
bensì l’intera storia come luogo dell’accadimento di eventi umani dotati di
senso. Uno dei nomi di questa reazione è “postmoderno”, un movimento di
pensiero che, fra molto altro, include la tesi secondo cui della storia non si
deve anzitutto dare un’interpretazione complessiva, che anzi in tal senso non
vi è affatto una “storia”, bensì una costellazione di eventi frammentaria e
casuale: cercare di ordinarla tramite un significato è una forma di violenza,
una contraddizione rispetto alla libertà che si pretende di veder realizzata
proprio in quella necessità del movimento storico. La liberazione da questa
immagine è uno degli obiettivi che l’arte, la filosofia e la letteratura
postmoderna perseguono come un modo di riaprire il movimento storico alla
creatività, alla possibilità e all’effettiva eguaglianza. In questo movimento
non ci sono criteri di valore, secondo questa tesi non c’è una direzione e per
questo non vi è un metro di giudizio: la storia è costituita da accadimenti che
ci si rifiuta di valutare se non in un’ottica pragmatica o meramente
descrittiva. Si può giudicare più o meno bella una data composizione dei fatti,
ma nessuna di esse è né assolutamente reale né definitiva: ogni rotazione del
tempo crea una nuova immagine. Tuttavia, si potrebbe avanzare la tesi secondo
cui il postmoderno non sia in fondo altro che una patologia del moderno.
Proprio il rifiuto di un senso della storia incluso nel tempo, e al tempo
stesso la rinuncia a un criterio di giudizio sulla storia in nome della
liberazione dalle filosofie ideologiche della storia, mostrano che l’ideale di
libertà tipico della modernità, rinunciare al quale è per noi impossibile e ingiusto,
è ancora l’anima del tempo presente. Si può piuttosto interpretare la reazione
postmoderna più semplicemente come la fine dell’idealismo storicista, il quale
è in sé un movimento profondamente anti- moderno: la pretesa di imbrigliare la
storia nel movimento dell’idea o dello spirito assoluto è in fondo
incompatibile tanto con la ricerca illuminista di un criterio di sviluppo
cognitivo e morale che prevede espressamente la possibilità di progressi e
regressi, quanto con la rivendicazione romantica di parametri di valore legati
al genio, all’apparire improvviso del senso anche nel mezzo delle crisi più
profonde e perfino con la coscienza cristiana di una dimensione trascendente
del tempo, di un rapporto con l’eterno che non è la fine della storia bensì la
sua dimensione ortogonale, l’asse su cui si colloca l’attesa dell’avvento
ultimo, improvviso e non prevedibile tramite alcuna dialettica storica. Questa
patologia è stata diagnosticata con chiarezza già da Nietzsche a partire dalla
seconda Inattuale, ma con l’errore (che molti ripetono) di omologare idealismo
e Illuminismo, di considerare l’idea di un progresso morale e sociale sullo
stesso piano della postulazione di un incessante Auffeben, di un movimento
necessario e prevedibile. In realtà, sotto questo profilo fra Kant e Hegel vi è
un’assoluta discontinuità. L’unilateralità idealistica ha poi il suo
contraltare nel positivismo estremo e nell’empirismo radicale e proprio nel
rifiuto, in nome della libertà dal pregiudizio storicista, di ogni canone di valutazione
degli eventi storici. La delegittimazione diviene così pratica universale,
perché non si è distinto, a partire dall’idealismo, il portatore dal messaggio,
l’agire dal significato che attraverso di esso gli individui cercano di
realizzare limitatamente alle condizioni in cui si trovano e secondo le loro
capacità. Per uscire da questa impasse occorre allargare la visuale sulle
filosofie della storia. Contrariamente a quanto pensava Lòwith, pur con la sua
grande capacità di sintesi, avere una filosofia della storia non comporta
affatto leggere tutta la storia in base a un fine che le dia significato,
soprattutto se questo fine è pensato come un punto preciso del corso del tempo
che, giungendo alla fine, ne sveli l’intero senso. L’idea di un giudizio sugli
eventi storici non richiede necessariamente che si pensi una “fine” e nemmeno
uno “scopo”. Vi sono anzi state nella storia del pensiero numerose
interpretazioni dello svolgersi del tempo come anzitutto regolato da proprie
leggi, da ritmi ciclici o alternati e dinamiche di continuità e ripetizione che
non presuppongono una fine nel tempo bensì magari solo, come nel caso del
cristianesimo, del tempo. Non si tratta solo della concezione greca del tempo
come di un ciclo incessante e non orientato a un fine (che qui non è trattata
ma che è per altro ben nota), bensì anche di concezioni cristiane e moderne in
cui, senza rinunciare a porre un criterio di giudizio sulla storia, si è però
posto tale criterio non in un fine bensì in una dimensione per così dire
verticale del tempo, che è coinvolta nel suo movimento orizzontale come
paradigma del valore, del senso e della possibilità sempre presente di perdere
il contatto con essi. Possono essere interpretate in questo senso, per esempio,
la dicotomia fra città di Dio e dell’uomo in Agostino, il rapporto fra corsi e
ricorsi da un lato e Provvidenza dall’altro in Vico, l'ideale regolativo della
pace perpetua in Kant, la dialettica fra vita e storia in Nietzsche. Oltre alla
lettura “lineare” del progresso bisogna dunque riconoscere anche nel cuore
della modernità almeno anche una lettura “ondulatoria”, secondo cui il rapporto
fra tempo e verità non si dipana lungo una direttiva ascendente ma conosce alti
e bassi, vertici e abissi, il cui canone di riferimento è il rapporto con
l’assoluto, con la pienezza vitale, con la promessa salvifica o con la
realizzazione di una società armonica e pacificata. Riaprire la molteplicità
degli sguardi sulla storia di cui l'Occidente è stato ed è capace è un’esigenza
imprescindibile per il tempo presente: la capacità di progettare un futuro
dipende esattamente, da un lato, dalla denuncia di concezioni chiuse della
storia e, dall’altro, dalla ricerca di un criterio di valutazione reale,
obiettivo sugli eventi storici, che non rinunci alla volontà di giudicare del
tempo per animare l’azione di valore umano e soprattutto dell’impegno delle
libertà personali verso qualcosa che mostri di meritare la nostra dedizione.
Questo volume si presenta dunque un utile strumento per l’introduzione alla
comprensione filosofica dell’agire storico e del tema della storicità
dell’esistenza. Scritto pensando anzitutto a chiarire le concezioni della
storia che emergono dai principali autori della tradizione filosofica, il
volume non intende però dare un panorama completo ed esaustivo di tutta la
disciplina, troppo vasta e dispersiva. La selezione dei temi ha seguito il
criterio della rilevanza degli autori trattati, con una chiara inclinazione
verso il moderno e il contemporaneo. Gli autori dei testi sono docenti
universitari noti per la competenza sull’autore trattato e dottorandi del Corso
di dottorato in Filosofia della storia (l’unico di questo genere in Italia)
istituito congiuntamente dall’Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze e
dalla Facoltà di Filosofia dell’Università VitaSalute San Raffaele di Milano.
L’esperienza di collaborazione che ha portato a questo volume si è concentrata
soprattutto nell’attività didattica e per questo ha ricevuto uno speciale
contributo dalla discussione con gli studenti, ai quali molti dei testi qui
raccolti sono stati presentati in una prima stesura. Anche questa genesi del
testo ne spiega la vocazione e l’ambizione esplicita: quella di essere la porta
di accesso a una disciplina che, nell’epoca di una presunta quanto fallace
“fine della storia”, ha più che mai bisogno di rinascere. Note 1K. Léwith,
Significato e fine della storia [1949], trad. it. di F. Tedeschi Negri,
Einaudi, Torino. Roberto Mordacci. Mordacci. Keywords: la norma, filosofia dela
storia, Vico. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Mordacci” – The Swimming-Pool
Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Morelli:
la ragione conversazionale, l’implicatura conversazionale e la filosofia del
digiuno – filosofia lombarda -- italiana – Luigi Speranza (Milano). Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: ‘I once
told Austin, I don’t give a hoot what the dictionary says;’ ‘And that’s where
you make your big mistake,’ his crass response was!” -- Grice: “I once told
Ackrill, ‘should there be a manual of philosophy, must we follow it?’ He
replied, “One thing is to know the manual, another is to know how to abide by
it!” Si laurea a Pavia
e l'anno dopo assolve all'obbligo di leva a Trieste dove presta
attenzione alle problematiche relazionali dei militari nello svolgimento delle
proprie mansioni; si è poi specializzato in Psichiatria presso l'Università
degli Studi di Milano. Direttore dell'Istituto Riza, gruppo di ricerca che
pubblica la rivista Riza Psicosomatica ed altre pubblicazioni specializzate,
con lo scopo di "studiare l'uomo come espressione della simultaneità
psicofisica riconducendo a questa concezione l'interpretazione della malattia,
della sua diagnosi e della sua cura". Inoltre è direttore delle riviste
Dimagrire e Salute Naturale. Dall'attività dell'Istituto Riza è sorta
anche la Scuola di Formazione in Psicoterapia ad indirizzo psicosomatico, riconosciuta
ufficialmente dal Ministero dell'università e della ricerca scientifica e tecnologica.
Vicepresidente della Società Italiana di Medicina Psicosomatica. Partecipa a
numerose trasmissioni televisive sia per la RAI sia per Mediaset (Maurizio
Costanzo Show, Tutte le mattine, Matrix, ecc.) e per la radio. Nelle sue
opere ci sono molti riferimenti alle dottrine orientali. Saggi: “Verso la
concezione di un sé psico-somatico. Il corpo è come un grande sogno della mente
(Milano, UNICOPLI, Milano, Cortina); La dimensione respiratoria. Studio psico-somatico
del respiro, inspiro, expiro – spiro -- Milano, Masson Italia, Dove va la medicina
psico-somatica (Milano, Riza); Il sacro.
Antropoanalisi, psico-somatica, comunicazione, Milano, Riza-Endas, Convegno
internazionale Mente-corpo: il momento unificante. Milano, Atti, Milano,
UNICOPLI, Riza, I sogni dell'infinito, Milano, Riza, Autostima. Le regole
pratiche, Milano, a cura dell'Istituto Riza di medicina psicosomatica, Il
talento. Come scoprire e realizzare la tua vera natura, Milano, Riza, Ansia,
Milano, Riza, Insonnia, Milano, Riza, Cefalea, (Milano, Riza); Lo psichiatra e
l'alchimista. Romanzo, Milano, Riza, Le nuove vie dell'autostima. Se piaci a te
stesso ogni miracolo è possibile, Milano, Riza, Conosci davvero tuo figlio?
Sconosciuto in casa. Dal delitto di Novi Ligure al disagio di una generazione,
Milano, Riza, Come essere felici, Milano, Mondadori, Cosa dire e non dire nella
coppia, Milano, Mondadori, Come mantenere il cervello giovane, Milano, Mondadori,
Come affrontare lo stress, Milano, Mondadori, Come amare ed essere amati
(Milano, Mondadori); Come dimagrire senza soffrire (Milano, Mondadori); Come
risvegliare l'eros, Milano, A. Mondadori, Come star bene al lavoro, Milano,
Mondadori, Come essere single e felici, Milano, A. Mondadori, Cosa dire o non dire ai nostri figli, Milano,
A. Mondadori, La rinascita interiore, Milano, Riza, Volersi bene. Tutto ciò che
conta è già dentro di noi (Milano, Riza); L'amore giusto. C'è una persona che
aspetta solo te, Milano, Riza, Vincere i disagi. Puoi farcela da solo perché li
hai creati tu, Milano, Riza); Felici sul lavoro. Come ritrovare il benessere in
ufficio, Milano, Riza, I figli felici. Aiutiamoli a diventare se stessi,
Milano, Riza, La gioia di vivere. Scorre spontaneamente dentro di noi, Milano,
Riza, Essere se stessi. L'unica via per incontrare il benessere, Milano, Riza,
Accendi la passione. È la scintilla che risveglia l'energia vitale, Milano,
Riza, Alle radici della felicità. Editoriali dpubblicati su Riza psicosomatica,
rivista mensile delle Edizioni Riza, Milano, Riza, Ciascuno è perfetto. L'arte
di star bene con se stessi, Milano, Mondadori, Il segreto di vivere. Aforismi,
Milano, Riza, Realizzare se stessi, Milano, Riza, Vincere la solitudine,
Milano, Riza, Dimagrire senza fatica, Milano, Riza, Amare senza soffrire,
Milano, Riza, Guarire con la psiche, Milano, Riza, Superare il tradimento,
Milano, Riza, Dizionario della felicità, 6 voll, Milano, Riza, Non siamo nati
per soffrire, Milano, Mondadori,L'autostima. Le cinque regole. Vivere la vita.
Adesso, Milano, Riza, Conoscersi. L'arte di valorizzare se stessi. Via le
zavorre dalla mente, Milano, Riza, I
figli difficili sono i figli migliori, Milano, Riza, Il matrimonio è in
crisi... che fortuna!, Milano, Riza, Autostima, I consigli di M. per un anno di
felicità, Milano, Riza, Le parole che curano, Milano, Riza, Perché le donne non
ne possono più... degli uomini, Milano, Riza, Le piccole cose che cambiano la
vita, Milano, Mondadori, Come trovare l'armonia in se stessi, Milano,
Mondadori, Ama e non pensare, Milano,
Mondadori, Curare il panico. Gli attacchi vengono per farci esprimere le parti
migliori di noi stessi, con Vittorio Caprioglio, Milano, Riza, Non dipende da
te. Affidati alla vita così realizzi i tuoi desideri, Milano, Mondadori, L'alchimia.
L'arte di trasformare se stessi (Milano, Riza); Il sesso è amore. Vivere l'eros
senza sensi di colpa, Milano, Mondadori, Puoi fidarti di te, Milano, Mondadori,
La felicità è dentro di te, Milano, Mondadori, L'unica cosa che conta (Milano,
Mondadori); La felicità è qui. Domande e risposte sulla vita, l'amore,
l'eternità, con Luciano Falsiroli, Milano, Mondadori, Guarire senza medicine.
La vera cura è dentro di te (Milano, Mondadori); Lezioni di autostima. Come
imparare a stare beni con se stessi e con gli altri (Milano, Mondadori); Il
segreto dell'amore felice, Milano, Mondadori, La saggezza dell'anima. Quello
che ci rende unici (Milano, Mondadori); Pensa magro. Le 6 mosse psicologiche
per dimagrire senza dieta (Milano, Mondadori); Vincere il panico. Le parole per
capirlo, i consigli per affrontarlo, cosa fare per guarirlo (Milano, Mondadori)
Nessuna ferita è per sempre. Come superare i dolori del passato (Milano,
Mondadori); Solo la mente può bruciare i grassi. Come attivare l'energia dimagrante
che è dentro di noi (Milano, Mondadori); Breve corso di felicità. Le antiregole
che ti danno la gioia di vivere (Milano, Mondadori); La vera cura sei tu
(Milano, Mondadori); Il meglio deve ancora arrivare. Come attivare l'energia
che ringiovanisce (Milano, Mondadori); Il potere curativo del digiuno. La
pratica che rigenera corpo e mente (Milano, Mondadori). Segui il tuo destino.
Come riconoscere se sei sulla strada giusta (Milano, Mondadori); Il manuale
della felicità. Le dieci regole pratiche che ti miglioreranno la vita (Milano,
Mondadori); Pronto soccorso per le emozioni. Le parole da dirsi nei momenti
difficili (Milano, Mondadori). Movie. Grice: “Should there be a ‘dizionario della felicita,’
I would perhaps follow Austin’s advice and go through it!” –. Raffaele Morelli. Morelli. Keywords: la dimensione
respiratoria, inspirare, respirare, spirare, spirito, il corpo animato spira –
il corpo spira – corpo spirante, corpo animato --. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Morelli” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Moretti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e la segnatura
romantica – i romantici di roma – filosofia lazia -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Roma). Filosofo italiano. Roma, Lazio. Grice: “I like Moretti
– he uses a good metaphor, ‘the wounded poet,’ unless we mean Owen, but he was
more than wounded, even if that implicature is cancellable --.” Grice: “I like
Moretti also because he wrote on ‘ermeneutica sensibile,’ which is exactly what
I do.” Grice: “I like Moretti also because he uses ‘segnatura’ etymologically,
when he writes of the ‘la segnatura romantica’ – talk of tokens!” Nasce nel borghese quartiere Trieste, primo di due
fratelli. Ottiene il diploma di maturità classica presso il Liceo Giulio Cesare.
Successivamente consegue una prima laurea in Giurisprudenza, con una tesi in
filosofia del diritto, e, nel una seconda in filosofia, con una tesi in
filosofia morale, entrambe presso l'Roma La Sapienza. È poi borsista presso
l'Friburgo in Brisgovia, dove imposta un progetto di ricerca che, partendo
dall'interpretazione di Heidegger, mira ad un'analisi critica delle categorie
filosofico-estetiche del “romantico” in Germania, con particolare attenzione
alle opere di autori del romanticismo di Heidelberg, quali Creuzer, Görres, i
Fratelli Grimm e Bachofen, che contribuisce a tradurre e a far conoscere in
Italia. Al suo rientro insegna dapprima materie letterarie nelle scuole medie
e, in seguito, filosofia presso la Scuola germanica di Roma. La sua ricerca si amplia poi al pensiero
estetico di Novalis, di cui cura la prima edizione completa in lingua italiana
della Opera filosofica; durante questo periodo consegue il dottorato di ricerca
in Estetica presso l'Bologna. Vince la cattedra di professore associato di
Estetica all'Bari; Professore a Napoli L’Orientale. Redattore di Itinerari e Studi Filosofici,
collabora con varie altre riviste filosofiche (Agalma, Rivista di Estetica,
Studi di Estetica, aut aut, Nuovi Argomenti, Filosofia e Società, Filosofia Oggi,
Estetica) e ha spesso partecipato a trasmissioni RAI su temi filosofici e a
numerosi convegni. Saggi: ”Il romantico:
poesia, mito, storia, arte e natura” (Itinerari, Lanciano); -- roma – romantico
-- “Anima e immagine: sul poetico” (Aesthetica, Palermo); “Nichilismo e romanticismo
-- estetica e filosofia della storia” (Cadmo, Roma); La segnatura romantica
(Roma, Hestia); “Interpretazione del romanticismo” (Ianua, Roma); “Estetica: analogia
e principio poetico nella profezia romantica” -- Rosenberg et Sellier, Torino);
“La segnatura romantica -- filosofia e sentimento” (Hestia, Cernusco L.); “Il
genio” (Mulino, Bologna); “Il poeta ferito.” Hölderlin, Heidegger e la storia
dell'essere” (Mandragora, Imola); “Anima e immagine.” Studi su Klages, Mimesis, Milano, Heidelberg
romantica. Romanticismo e nichilismo” Guida, Napoli, Introduzione all'estetica
del Romanticismo, Nuova Cultura, Roma,
Il genio, Morcelliana, Brescia. Per immagini. Esercizi di ermeneutica
sensibile” (Moretti et Vitali, Bergamo); Heidelberg romantica. Romanticismo
tedesco e nichilismo europeo, Morcelliana, Brescia, Novalis. Pensiero, poesia,
romanzo Morcelliana, Brescia, Romano Guardini, Hölderlin, Morcelliana, Brescia.
Novalis, Scritti filosofici, Morcelliana, Brescia. J. J. Bachofen, Il
matriarcato (Marinotti, Milano); Novalis, Opera filosofica, I, Einaudi, Torino, Un video con una trasmissione
RAI. Un video con un intervento di Moretti. Giampiero Moretti. Moretti.
Keywords: roma, romanzo, romanzare, romanzato – non vero. Romanticismo
filosofico, I filosofi romantici italiani Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Moretti: il
romanticismo romano” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mori: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale e la coerenza
dell’intransigenza – la ripproduzione sessuata fra i antici romani – la scuola
di Cremona -- filosofia lombarda -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Cremona).
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Cremona, Lombardia. Grice: “I like
Mori; he wrote a treatise on Stephen, better known as Virginia Woolf’s father;
which reminded me of Bergmann who once called me an English futilitarian!” --
Professore a Torino e presidente della Consulta di Bioetica Onlus,
un'associazione di volontariato culturale per la promozione della bioetica
laica. L’etica e la bioetica con le varie problematiche connesse sono le
tematiche al centro dei suoi interessi filosofici e teorici. Mori ha studiato all’Università degli Studi
di Milano, dove ha conseguito la laurea (con Bonomi e Pizzi) e il dottorato
sotto Scarpelli e Jori. Insegnato ad Alessandria e Pisa, prima di essere
chiamato a Torino. Studia i temi della meta-etica e della logica dell’etica con
le problematiche della teoria etica. Tra i primi a occuparsi di bioetica, nella
quale ha dato contributi in tutti i principali settori, con particolare
attenzione all’aborto e alla fecondazione assistita. Sollecitato dai casi Welby
e Englaro ha dato contributi anche sul fine-vita a difesa dell’autonomia
individuale. Per primo teorizza la contrapposizione paradigmatica tra bioetica
laica e bioetica cattolica, derivante dal fatto che quest’ultima propone
un’etica della sacralità della vita caratterizzata da divieti assoluti, mentre
l’altra avanza un’etica della qualità della vita senza assoluti e soli divieti
prima facie. Presta grande attenzione al problema della liberazione animale.
Fonda Bioetica. Rivista interdisciplinare (Ananke Lab, Torino). Membro di
numerosi comitati, tra cui il comitato scientifico di Notizie di Politeia, di
Iride del Journal of Medicine and Philosophy e altre. Saggi: “Manuale di
bioetica: verso una civiltà bio-medica secolarizzata” (Lettere, Firenze); “Introduzione
alla bioetica. temi per capire e discutere” (Piazza, Torino); Il caso Eluana
Englaro. La “Porta Pia” del vitalismo ippocratico ovvero perché è moralmente
giusto sospendere ogni intervento, Pendragon, Bologna, Aborto e morale. Per
capire un nuovo diritto” (Einaudi, Torino); “La fecondazione artificiale. Una
forma di riproduzione umana” (Laterza, Roma-Bari); “La fecondazione
artificiale: questioni morali nell'esperienza giuridica Giuffrè, Milano); “Utilitarismo
e morale razionale. Per una teoria etica obiettivista, Giuffrè, Milano, La
legge sulla procreazione medicalmente assistita. Paradigmi a confronto, Net,
Milano, Laici e cattolici in bioetica: storia e teoria di un confronto, Le
Lettere, Firenze, La fecondazione assistita dopo 10 anni di legge 40. Meglio
ricominciare da capo!, Ananke editore, Torino, Questa è la scienza, bellezze!
La fecondazione assistita come novo modo di costruire le famiglie, Ananke Lab,
Torino. Mori ha rappresentato, nella nostra infernale esperienza di
famiglia, un riferimento grazie al quale trovare un senso agli eventi che si
succedevano, i qua-Ii, ai nostri occhi, un senso proprio non lo
possedevano. Ho avuto in lui un osservatore attento, un interlocutore
profondo, un contestatore intelligente. Come direttore di «Bioetica.
Rivista interdisciplina-re» è stato il primo a dare rilievo pubblico alla
vicenda di mia figlia, e ha sollecitato in vari modi la riflessione sul caso
Eluana. Gli sono inoltre debitore di numerose conversazioni chiarificatrici, di
lezioni private concesse in esclusiva, e lo considero il filosofo che meglio di
ogni altro è stato in grado di tenere testa ai miei, notoriamente poco
accomodanti, modi e argomenti. Auspico che questa lettura possa sortire
lo stesso effetto in tutti coloro i quali insieme a lui si apprestano, ora, a
partire per questo viaggio nel ragionamento etico. Nel panorama bioetico
italiano la sua posizione non mi pare sia assimilabile ad alcuna predefinita
corrente di pensiero, anche perché i suoi maestri e amici hanno manifestato
originalità e indipendenza. Credo che il libro vada considerato e letto per le
argomentazioni che adduce senza schemi precostituiti. Può darsi che in
alcuni passaggi sia un libro scomo-do. Di questo non c'è da stupirsi, ma da
prenderne atto. Scomodo, dunque. Come mia figlia. Come me. Una scomodità
che suscita dibattito e stimola la riflessione. Invece di gridare allo
scandalo, si deve cogliere l'impegno a riflettere, sempre e senza compromessi.
Così è stato nello sforzo compiuto, alla ricerca di una modalità per
farrispettare la legittima volontà espressa da mia figlia. La riflessione seria
comporta anche scontri, ardenti e auten-tici, che restano per sempre vivi nella
memoria. Essere grandi amici non implica certo un accordo incondizionato di
vedute. La franchezza delle nostre collisioni dialettiche mi rimane,
indimenticabile, nel cuore. La condivisione dei valori di fondo, comunque,
rafforza la sintonia e la stima reciproca. Questo libro propone una
riflessione filosofica di ampio respiro sui problemi sollevati dal caso Eluana.
Ma oltre a questo contiene la storia di Eluana ripercorsa nelle sue principali
tappe, una cronaca precisa degli eventi noti e meno noti che si sono verificati
in questi ultimi mesi di continuo travaglio e logorio. Al trionfo dello stato
di diritto, rappresentato dai pronunciamenti della Corte di Cassazione prima e
della Corte d'Appello dopo, è succeduto un orrore. Non mi è nota, al momento,
altra fonte in cui la narrazione dei fatti, la ripresa del dibatti-to, la
ricostruzione degli avvenimenti si sia così fedelmente attenuta ai nostri
effettivi trascorsi. Il lettore rimarrà certamente colpito dalla presentazione
lineare e puntuale degli eventi, e forse, in qualche caso, ne resterà anche
perplesso. In questo testo è inoltre dimostrata la possibilità di
difendere gli stessi valori, di reclamare gli stessi diritti, a partire da
percorsi differenti: quello che la mia famiglia ha sempre sentito come un
insopprimibile bisogno, connaturato e viscerale, di poter decidere riguardo se
stessi - tanto più quando in gioco è la fine della propria vita -,
Maurizio Mori lo dimostra come il risultato di una esigente, legittima e
rigorosa riflessione etica. Vi sono argomentazioni morali che sono sostenute da
così poderose ragioni da apparire dotate di evidenza. Egli ci costringe al
ragionamento leale sui nostri sentimenti e pregiudizi più profondi. E lui
più degli altri ha compreso che non mi può cambiare nessuno.Come i magistrati
hanno capito questo di Eluana. Oltre ai giudici che hanno avuto il
coraggio di andare fino in fondo, in favore di una delle nostre libertà
fonda-mentali, Eluana avrebbe ringraziato anche lui, Maurizio: per la
riflessione filosofica compiuta, per il tempo speso, per il mutuo soccorso, per
le andate e i ritorni in mille iniziative, per avere lanciato il sasso ed aver
mostrato la mano. In attesa di sapere quale direzione prenderanno gli
eventi, mi fa piacere vedere che la vicenda di Eluana e della nostra famiglia
sia stata presentata in un testo così autorevole e umanamente ricco. Maurizio Mori.
Mori. Keywords: la coerenza dell’intransigenza.
Luigi Speranza – GRICE ITALO; ossia, Grice e Moriggi:
la ragione conversazionale e la stretta di mano – Ercole e Cerbero – le tre
implicature conversazionali – la scuola di Milano -- filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Milano).
Filosofo italiano.
Milano, Lombardia. Grice: “I like it when Moriggi does substantial metaphysics;
he has edited a collection on ‘why is there something rather than nothing?” –
hardly rhetoric – and the subtitle is fascinating: the vacuum, the zero, and
nothingness! All in Italian, to offend Heidegger!”
Specializza in teoria e modelli della razionalità, fondamenti della probabilità
e di pragmatism. Insegna a Brescia, Parma, Milano e presso la European School
of Molecular Medicine è conosciuto al grande pubblico attraverso la
trasmissione TV E se domani di Rai 3 e per alcuni interventi ad altre
trasmissioni. Saggi: “Le tre bocche di Cerbero” (Bompiani. Perché esiste
qualcosa anziché nulla? Vuoto, Nulla, Zero, con P.Giaretta e G.Federspil
(Itaca) Perché la tecnologia ci rende umani (Sironi) Connessi. Beati quelli che sapranno
pensare con le macchine (San Paolo) School Rocks! La scuola spacca, con A.
Incorvaia (San Paolo, ), con prefazione rap di Frankie Hi-nrg. Stefano Moriggi.
Moriggi. Keywords: le tre bocche di Cerbero. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Moriggi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Morselli: la sistematicita della filosofia – la scuola
di Vigevano – la filosofia della ligua – parola, ragione, segno, comunicazione
-- filosofia lombarda – filosofia italiana -- Luigi Speranza (Vigevano). Filosofo italiano. Vigevano, Pavia, Lombardia. Grice:
“What I like about Morselli is that his is mainstream (Lombardia) and that he
approached philosophy systematically. Only
Morselli could conceive of a ‘dictionary’ – and he also wrote a ‘storia della
filosofia’!” – Per li scettici antichi, l’afasia, Osn!:d P*%r OdMi WHMJOTECA
CAPWvj|a£. dico) = Il silenzio, fllos., il tacere, è il risultato della
sospensione di qualsiasi giudizio o affermazione circa la vera natura dello
cose. L’uomo conosce soltanto ciò che appare, và 9aiv6jj.Eva, la pura
apparenza: se si vuolo oltrepassarla, ci si trova di fronte a ragioni contrarlo
e d'uguale forza; perciò il saggio, se vuol conservare l’impassibilità e
l’equilibrio dell’anima (derapala), non afferma nuLa, neppure l’impossibilità
della scienza. (psicol.): l’afasia ò la perdita totale o parziale dello
funzioni del linguaggio. Affettivo (lat. a/Hccrc. p. 0. dolore, laeiiiìa
addolorare, rallegrare) (psicol.): si dico delle modificazioni e dei modi di
essere dei soggetto, dei processi essenzialmente soggettivi, come il niacore,
il dolore, le emozioni, 1 sentimenti, lo passioni, io inclinazioni, che formano
una dello tre grandi attività in cui si distribuisce solitamente, per comodità
d’analisi, la vita psicologica, cioè l’intelligenza, il sentimento, la volontà.
Affezione (affectio) (psicol.): in generale designa una disposizione, uno 0
stato, un mutamento dovuti a causo esterne o Interne, sempre con un carattere
di passività. In senso più particolare esprime il piacere, il doloro e lo
emozioni elementari. A fortlorl (logica): ò la forma di prova che, dimostrando
vera una proposizione, afferma che un’altra proposizione, di quella più 1 meno
estesa, più o mono generalo, ò vera con più forte ragione; p. es.: se il santo
pecca, a /ortiori pecca la comune umanità; so ò immorale la menzogna, tanto più
è Immorale la calunnia, clic è una menzogna diretta consapevolmente a recar
danno. Agatologia (gr. rò àyaflóv = 11 bene, e Xóyo; = discorso : scienza del
bene) tfilos.): termine usato da SERBATI per indicare la dottrina del bene, che
viene considerato come il principio primo della filosofia ; tale esso è nel
sistema platonico, in cui l’idea del Bene è l’idea più alta, dalla quale tutto
lo altre idee ricevono luce e alimento. Agnosticismo (gr. éc-yvcooto; = non
conoscibile) (fllos.): ò un termine creato dal naturalista Inglese Huxley; si
applica a quelle dottrine che, corno l’cvolnzionismo di Spencer, ammettono
bensì al di là dei fenomeni e delle loro leggi un ordine superiore di realtà,
ma lo dichiarano inconoscibile per la mento umana, considerando cosi insolubili
i problemi metafisici, o relativo il sapere umano. Agorafobìa Anagogia
Agorafobia: vedi fobìa. Agostlnismo (fllos.): designa Io spirito della dottrina
di S. Agostino o l’ispirazione mistica comune allo filosofie di AOSTA, FIDANZA,
Pascal, Malebranche e, in misura inferiore, ad altri sistemi. 11 presupposto
fondamentale ò l'atto di adesione alTordine soprannaturale, a Pio che libera la
volontà dal senso mediante la grazia e la mente dallo scetticismo mediante la
rivelazione; Pio. che è verità© amore, costituisco il centro della dottrina,
della quale sono principii essenziali il primato della volontà, la debolezza
peooumiuo.su dcH’iiomo, la metafisica delTespcrlenza interiore e della
conversione, la prescienza divina o la predestinazione, cec. Agrafia, gr. a
priv. o YPtt?» scrivo) ( psicol., è quella forma particolare di perdita della
memoria, che colpisce, sopprimendoli, i movimenti necessari! alio scrivere.
Allucinazione ilat. alucinaiio, da alueinor = agisco vanamente, sogno)
(psicol.): consiste nel percepii*© come presenti esseri, oggetti, fonomeni che
in realtà non sono presenti. Si osserva nel delirio, nella febbre alta, ma
anche in stuti apparentemente normali. Alogico (gr. a priv. o XÓyo$) {topica):
si dice di ciò che é estraneo, indifferente alla logicu, di ciò clic aucora si
sottrae olle leggi della logica, come è di sentimenti, passioni, fatti
accidentali, cec. Non ò da confondersi con illogico, che si applica a ciò che ò
contrario alle leggi logiche. Alterità (gr. éTepórv)^; opposto: identità)
(logica): ò il carattere di ciò che ò altro, cioè differente o distinto. Nel
Sofista di Platone l'altro, conio categoria, è diverso dall’essere; e così vicn
ristabilita, contro Parmenide, resistenza del non essere. Nicola ( Tjìano
all’unità divina fa corrispondere Taltcrità (e cioè la. varia molteplicità)
delle cose del mondo. Altruismo (opposto: egoismo) (morale): comprendo le
tendenze o 1 sentimenti che hanno per oggetto il bene o l’interesso dei nostri
simili. La dottrina di Bentham o di G. Mill vuole spiegare, con l’associazione
delle idee, il passaggio, nella vita sociale, dal sentimenti egoistici a quelli
altruistici, dalla considerazione dell’utile proprio a quella dell'utile
altrui, che ò poi il fine più alto della morale, secondo Tuffi»tarismo. Amnesìa
(gr. a priv. c {iva, tema di {UfJLvy) croco = ricordo) (psicol.): è la perdita
totale o parzialo della memoria, che ora annulla o riduce la capacità di
fissare i ricordi, ora sopprimo la facoltà di richiamarli, ora cancella tutto
il passato o una data classe di ricordi (p. e. una lingua straniera, le nozioni
di musica, eco.). Amorale = ò ciò che non è né morale né immorale, ciò elio non
ha rapporto con la morale, ò indifferente di fronte alla distinzione di bene o
di mule. Amore (in generale): comprendo lo tendenze elio portano verso un
oggetto o una persona, quando non mirano esclusivamente alla soddisfazione d’un
bisogno materiale o d’uu fino egoistico. (filos.) : Empedocle vuol spiegare il
divenire con Tumore (q>tXiÓT7)£), grazie al qualo il molteplice tende n
costituirsi in unità, mentre la discordia (vetxoc) scioglie l'unità per dar
luogo alla pluralità degli clementi o delle cose. per Platone l'amore è un'os
pi raziono al mondo divino delle Idee, cui l’anima, tratta dui desiderio della
bellezza, ascende, per gradi, da un corpo bello a due, da due a tutti, c da
tutti i corpi belli alle belle istituzioni, alle belle scienze, finché perviene
alla stessa idea del bello (Conrito); l'amore è pertanto la forza che determina
il passaggio da una conoscenza più povera a una conoscenza più ricca. con S.
Agostino l’umore non ò più un movimento dal basso verso l’alto, dal mondo reale
verso il mondo Ideale e divino, ma un movimento che dall’alto scende verso gli
esseri inferiori per elevarli a sé; è puro, non mescolato con interessi, timori
o speranze, è la perfetta carila, umore del prossimo in Pio, è un amore che
viene da Pio o porta verso Pio. per Spinoza dalla conoscenza intuitiva, per cui
la mente umana abbraccia tutta la molteplicità delle cose come uno sviluppo
della sostanza infinita e divina, sorge un infinito amore di Dio (amor
inUUcctualis dei) e la beatitudine perfetta corno effetto della conoscenza più
adeguata, in cui lo spirito coglie Pio stesso e ne gioisco; però « chi ama
veramente Pio non pretenderà elio Pio ricambi il suo umore . Anagogìa (gr.
àvaYCoyq = elevazione) (rclig.): ò detto anagogico II significato più profondo
e simbolico delle sacre Scritture, quello iu cui sono adombrato le cose del
mondo divino, Analisi 10 Anamnesi (/iloti. ) : è adoperato da Leibniz tome
sinonimo di induzione. Analisi (dal greco ava aG eo = «dolgo, separo; opposto:
sintesi) (in generale ): è un procedi mento del pensiero eh© consiste nei
risolvere un composto negli clemeuti che lo costituiscono. (/ ilos.): si
procedo per analisi quando, per còglierò la realtà ultima delle cose, si vuol
giungere agli elementi piti semplici che la compongono; p. oh.: - a)
Vatomistica di Democrito, che scioglie i corpi in atomi indivisibili; è)
Vcmpirismo, eh© tende a scoprii© gli elementi più semplici della coscienza, gli
atomi psichici (cioè sensazioni, sentimenti, volizioni), costruendo o
ricostruendo con questi lo operazioni più ulte della mente: la memoria, la
fantasia, il ragionamento, eoe. (Locke, Uuare, Taixjb); d) la dottrina di Kant,
che, per chiarire l’attività conoscitiva, la scioglie nel suoi elementi (forma
e materia) e nei suoi fattori ( sensibilità, intelletto, ragione). -(psicol.):
la mente analitica considera e rileva nelle cose i loro elementi ; la mente
sintetica le vede nel loro insieme. Pascal denomina lo spirito analitico esprit
de géomitric, che ò penetrante, scorge i particolari, ricerca l'esattezza
nell’osservazione dei fatti, segue uu principio fin nello sue ultime
conseguenze; mentre lo spirito sintetico, detto da lui esprit de finesse, ama,
più che il rigore del ragionamento astratto, la visione unitaria e complessiva
delle cose, l’intuizione dei rapporti che le uniscono. la filosofia dell’i
nfuizione considera l’analisi un procedimento che si arresta all'osservazione
esteriore, si lascia sfuggire la vita interiore o l’essenza dello cose e
considera un tutto vivente come un meccanismo da smontare pezzo per pezzo. Chi
vuol conoscere c descrivere un essere vivente, ne trae prima fuori lo spirito;
allora ha in sua mano le parti, ma, ahimè l non c’è più la vita che unifica
(Goetite, Faust). Analitica trascendentale (filos.)Kant designa con questo
termine quella sezione della ('ritira della fingi(m para, clic espone la
dottrina dello categorie, cioè delle forme a priori deWiutrillilo, intendendo
per intelletto la fa colta di pensare o ridurre a scienza gli oggetti dell'Intuizione,
ossia i fenomeni, collegandoli o ordinandoli, appunto mediante le categorie.
Analitici (filos.): Aristotele chiamò analitici i libri nei quali studia le
leggi formali del pensiero o *rà àvaXuTtxà il complesso delle sue ricerche
logiche fondamentali. Kant denomina analitico il giudizio in cui il predicato è
contenuto implicitamente nel soggetto e si rendo esplicito con ranalisi del
soggetto; è a priori e non aggiungo alcuna conoscenza nuova; p. cr. i corpi
sono estesi, V. sintetico. Come proprietà delle cose, analogia, gr. àva-Xoytx
rapporto, proporzione, logica ì, indica una somiglianza di rapporti fra oggetti
differenti; p. ee. sono analoghi gli organi che, pur non avendo la stessa forma
o appartenendo a due classi di esseri distinti, compiono però le stesse
funzioni: cosi per Platone l’anima razionale (vou^) nell'uomo c la classe dei
filosofi nello stato sono analoghe. per AQUINO e i suoi sequaci gl’attributi
applicati a Dio, come potenza, bontà, sapienza ecc., debbono essere intesi in
significato analogico, cioè non sono applicabili nello stesso senso e misura
all’uomo e a Dio, come, per es. t l’aggettivo ridente non ha lo stesso
significato se riferito a un viso umano e ad un paesaggio. come procedimento di
ricerca runalogia è un ragionamento che da una somiglianza fra due cose in
alcuni punti deduce una somiglianza su altri punti; p. e. : « se la Temi e
Marte hanno comuni le note a, b, c, si può inferire che anche la nota d, la
vita, si trova in Marte. Il procedimento analogico non dà certezza, ma solo
probabilità. Anamnesi (gr. àvàjxvyjoriq =reminlscenza, ricordo alquanto vago)
(filos.): per Platone il vero sapore (èTriOTi^fjLV)* cioè la scienza delle
idee) è ricordare, c reminiscenza, c Ignorare è aver dimenticato. L’anima,
prima di nascere, è vissuta nello spazio sopracoleste (TÓ7TO£ ur:spoupàvio£)
contemplando la realtà vera, lo idee, la giustizia, la saggezza, la scienza;
cadendo poi in un corpo sulla terra, l’anima dimentic a ciò che ha veduto; ma
alla presenza delle cose sensibili, copie imperfette e sbiadite delle idee,
degli esemplari sopmeelesti (rrapa$siy(AaTa), questi ritornano davanti alla
niente in modo più o meno confuso. [X7}Ttx4v); e. intenneillnrin fra i dm'.
l’appetito irascibile (tò Per Mostotele l'aninm è la /ormo del corpo, al uuaic
dà la Illuni, il movimento, l’armonia, e sta ad esso come la visione, oyte.
all'occhio ; è vegetativa nelle piante, in più è tensilira midi animali
razionale nell 'uomo, vii Khituiìi, seguendo l’atomismo democriteo, pensano
l’anima materialisticamente formata d’atomi e mortale, mentre gii Stoici.
ispirandosi ad Eraclito, la credono un fuoco sottile, un sodio x{a): termine
ndoperato da Leibniz per designare «dò cho fa sì che un corpo è impenetrabile a
un altro » ( aUribulum per quod vialeria est in spatio). Antropocentrismo
{/ilos.): ò la concezione antropomorfica cho pone l’uomo come il centro o lo
scopo di tutta la realtà, corno se Lordine universale delle cose fosse creato o
disposto per l’uomo o le sue esigenze, ft por lo più Antropologia 13 A posteriori
legata al geocentrismo (yyj = terra), cioè alla teoria, comunemente detta
tolemaica, cho poneva la terra nel centro dell’universo, e die cadde per opera
di Copernico, di Galileo e di Giordano Bruno. Antropologia (gr. £v9porito? »=
uomo, o Xóyog = discorso) Un generale); è la scienza che tratta della storia
naturale dell’uomo, ricercandone le origini e descrivendone le diverso rozze.
-( filos,.): Kant distingue un 'antropologia teorica, che cuna psicologia
empirica o tratta delle facoltà umane; un'nn* tropologia pragmatica, eh© studia
l’uomo per aumentarne e perfezionarne l’abilità; uu’antropologia morale, che ha
per line la saggezza della vita in modo conformo ai prindpii della Metafisica
dei costumi e della morale. Antropomorfismo (gr. àv9pco-oc = uomo o (j.op(py;=
forma, liguri») (psicol.): è la tendenza spontanea dell’uomo a rappresentarsi
le cose, gli esseri, Dio stesso sul modello delia propria natura ; p. e.
attribuire alia divinità forma corporea e passioni umane. Skxojane, fondatore
dolla scuola identica, è uno del primi elio condannano l’antropomorfi•smo
religioso. Apatia (gr. àrriOcia. da a prlv. o 77x9-, tema di TTarryco = io
soffro) (in generute): s’intendo una specie d’insensibilità, d’indolenza, che
si rileva dalla lentezza delle reazioni, sia psicologiche, sia morali.
(filos.): per gli Stoici l’apatia è lo stato in cui viene a trovarsi l’uomo
quando vive operando in modo conformo alla ragione, ossia quando non si lascia
turbare dagli affetti Irragionevoli, dalle passioni, dai beni eslcriorl, e
diviene uuo spirito sereno, eguale, imperturbabile. Apodittico (gr.
i-oSeiy.Tiy.óc, da SEty.vupu = mostro, provo) (logica) : si dico di ciò che si
afferma incondizionatamente come necessario, certo, inconfutabile, sla per una
dimostrazione deduttiva, sia per la sua intrinseca evidenza. Apologetica (gr.
àrroXoyÉo|iai = mi difendo) (retto.): l’apologetica cristiana comprendo l’arto
dialettica e gli scritti aventi por line la difesa della religione cristiana
eoutro gli attacchi della (ilo80 lia antica, dei potere politico e delia
religione pagana,, e miranti a ottenere per i Cristiani la tolleranza delle
leggi, nonc hé a dimostrare che la vera religione è la cristiana. Apologeti
sono: Tertulliano, Giustino, Minucio Felice, Ireneo, eoo. (II e III soc. d.
Cr.). Aporèma (gr. x-ópy)|zx, da àrtopéto = sono In dubbio) (logica): è un
sillogisnio dubitativo, che vuol dimostrare Pugnai valore di due ragionamenti
opposti. Aporia (gr. à Tropea = imbarazzo, situazione senza uscita) (logica): è
il dubbio logico proveniente da difficoltà insolubili. Sono famose le aporie di
Zenone D’Elea, che mirano a ridurre all'assurdo le tesi contrarie all’idea
deli’Dno immobile di Parmenide e affermanti l’esistenza reale della pluralità e
del movimento. I filosofi scenici sono detti anche aporetici, per lo stato di
dubbio in cui alla fine vengono a trovarsi dopo aver ricercato la verità, e per
cui sospendono ogni giudizio (èizoyjr) o asseti tUrnie rclcntio, come ilice
Cicerone). A posteriori (opposto: a priori) (filos.): le due espressioni « a
priori e • a posteriori », assai importanti nel linguaggio filosofico, derivano
tini procedimento arlstotclieo, per il quale il concetto, l'i/n iversale, i>
designato corno logicamente anteriore, il particolare come posteriore : ' non è
lo stesso ciò che ò primo per natura ( 7 tpÓTSpov Ty (juierst) e ciò che è
primo per noi (7tpè; fyjtà; TCpórepov); è primo per natura l’universale, il
concetto; è primo per noi, o per opera del senso, il particolare, il singolo ».
Questi termiul diventano comuni nella Scolastica : per Alberto di Colonia
provare ex priori bus significa dimostrare partendo dui principi!, dalle cause;
provare ex posterioribus significa dimostrare partendo dalle conseguenze, dagli
effetti; per S. Tommaso non si può dimostrare a priori l’esistenza di ilio,
perché questi è causa prima: occorre partire dagli ottetti (p. e., il
movimento) o di qui risalire alla causa prima. -Nei tempi moderni, quando
l'indagine filosofica si sposta, e dalla ricerca delle cause dell'» essere » si
trascorre a indagare le cause o le fonti dei « conoscere -, si ha un notevole
cambiamento : a priori è ciò che è dovuto alio sviluppo spontaneo della
ragione, ciò che questa trae da sé, dalla sua interiorità, in maniera,
Indipendente dall’esperienza, o quindi lia, por Kant, i caratteri
dell'unfversalità e delia necessità: a posteriori è ia conoscenza che proviene
dall'osperienzu o ha il suo fondamento mdl'osperienza o manca perciò di quei
caratteri, Perché è ristretta ai casi effettivamente sporlmentati. Appercezione
Arianesimo _ Nella teoria dell'evoluzione (Spencer) 6 « priori per l'Individuo
ciò che si trova In lui come un prodotto dell'esilerienza della aporie,
trasmesso per ereditò, e che per la. spedo, quindi, è a posteriori ; «
posteriori per l’Individuo è ciò che egli acquista con la sua esperienza: si
tratta dunque (l'un’anteriorlrìv cronologica o psicologica, non logica o
razionale. In realtii per l'evoluzionismo, che è una forma di empirismo, la
conoscenza è interamente a posteriori. perché tutta, originariamente, deriva
dall'esperienza. Appercezione (in generale): b il prender possesso d'un’idea
eon un lavoro attivo della mente che la rende piu chiara e meglio definita.
-(/«os.) per Leibniz è la conoscenza chiara odistinta, clic differisce di grado
dalla percezione oscura e confusa; è rrprarsr n/al io multi liuti tris in
imitate. Ka.N 1 distingue Vnpitercezionc empirica ila quella trasreintentate:
la prima è in sé dispersa, senza legame col «oggetto, di guisa clic I fenomeni
psichici percepiti non sono vissuti come facenti parte d’nn’unità superiore,
d'un io. ma rimangono isolati e disgregati a guisa di atomi: la seconda è
l'atto di riferire una rappresentazione, una conoscenza alla coscienza pura,
originaria, superiore al senso e da questo distinta, cioè aìVitmtUa. cho
accompagna c stringe i-ln un tutto, in una sintesi, le varie rappresentazioni,
ed è in ogni coscienza una e identica, non derivata da altro; p. e. il senso
percepisce due fenomeni « c b isolati, senza collegamento: Vinlelletta quando
dice: •Alt raggi solari) è causa (j.aT0S = incorporeo, da a prlv. c eròica,
corpo) (fibui.): secondo gli Stoici sono asomatlci il vuoto, il tempo c gli
oggetti del pensiero. Assenso (il lat. assensvs traduce 11 termino stoico
auv-xaTaftsaic il norie, raffermare) (logica): in generale ò l’atto col quale
l’intelletto accoglie o fi) sua un’idea o uu’affeminzlono altrui. per gli
Stoici si dà l’assenso a una rappresentazione, la si accoglie come vera, quando
questa, quasi impressa, suggellata in noi da un oggetto, s’impone allo spirito
por la sua forza, la chiarezza, l'evidenza,Ci tira per i capelli, come essi
dicevano. Assertorio (giudizio) (logica): b quello elio esprime la realtà,
l’esistenza, con la copula: «è, «non è ", senza Implicare la necessità,
essendo possibile il contrario. Assioma (gr. àjicojxa = dignità, postulato; da
&£toc degno; hit. munfiatimi) (logica): è in generale in affermazione, un
principio considerate come vero per la sua evidenza e accolto come vero senza
bisogno di dimostrazione. -i matematici greci l'applicarono pei primi alle
proposizioni evidenti: p. e.; tra due punti la linea più breve è la retta. con
AniITOTELE si è esteso ni principjt logici: al ] trincipio di identità, di
contraddizione, ccc. Spinoza denomina assiojni alcuni principi! fondamentali
della sua Etica « more geometrico i/cmonstratu », Associazione delle idee 16
Astrazione Associazione delle idee ( psicol. ): designa la tendenza comune ai
processi psichici a collegarsi fra loro, in modo r-lie, quando uno di essi
risorge nella coscienza, tende a richiamare altri stati psichici, o per coni
ignita, cioè per essere entrati contemporaneamente nella coscienza, ^ per
ragioni di somigliansa, o anche per ragioni di contrasto. Si può ricondurre a
due leggi generali : a) la legge Cinica razione, per cui un processo psichico
tende a ricostituire il complesso mentale di cui ha fatto parte ; b) la legge
dell* interesse, per la quale fra gli stati psichici richiamati si opera una
selezione dovuta all’interesse attuale clic offrono pel soggetto. L'associazione
delle idee è descritta per la prima volta da Platone noi Fedone (cap. 18 ), per
spiegare l’idea del1 ’ anamnesi . Humk sviluppa e determina la teoria
dell’associazione e la pone a fondamento della vita psicologica.
Associazionismo ( filos è la dottrina sostenuta dagli inglesi H ARTLKY, Hv; me,
Stuart Mill, Bàin, ecc., secondo la quale l’associazlono delle idee ò la leggo
fondamentale della vita dello spirito e del suo sviluppo. È collegata a una
concezione atomistica della vita spirituale, per cui un numero determinato di
elementi psichici, analoghi agli atomi della chimica (cioè sensazioni,
sentimelili, immagini), associandosi, danno origine alle funzioni superiori
(memoria, intelligenza, fantasia, ragione) © le spiegano. Assoluto (dal lat.
absolvcrc = separare, perfezionare ; quindi assoluto = ciò che è indipendente e
perfetto ; opposto : relativo) (/ ilo 8 .): esprime l’essere cho è sciolto da
ogni limite, relazione o condizione, indipendente da ogni altro essere o cosa,
e a un tempo perfetto ; quindi l’easere che esiste in só e per sé. l’assoluto
può essere inteso come il fondamento primo di tutte le cose, che per il
materialismo è la materia, per lo spiritualismo lo spirito pensato come
sostanza, per l’idealismo il pensiero nel suo più ampio significato, ecc.
Newton pone a fondamento della sua meccanica il tempo assoluto e lo spazio
assoluto, che cioè hanno esistenza in sé, mentre ]>er Kant tempo e spazio
sono attività della nostra sensibilità, c, quindi, dipendenti da questa, ad
essa relative (v. spazio e tempo). Assurdo (Ionica): si dice d’un’hlea o d’un
giudizio che viola le leggi fondamentali del pensiero, perché contiene elementi
incompatibili fra loro o contraddittori. la dimostratone per assurdo (o
riduzione all’assurdo, deducilo ad absurdum) è quella che vuol dimostrare o
confutare una determinata tesi, esponendo la falsità evidente e la
contraddittorietà delle conseguenze che no derivano. Astratto (dal lat.
abs-trahcrc = trarre fuori; opposto; concreto) (psicol.): si dice della parte n
dell'elemento che venga tratto fuori (abstrachim) da un tutto o considerato
separatamente, p. e. la forma, il colore d’un oggetto; perciò prende il senso
di pensato \ * concettuale », in opposizione a ciò che ò dato immediatamente
nell’intuizione. Astrazione (gr. d^aeCpsot?, da à = traggo fuori, lat. abstraho
): questo tonnine passa per due fasi principali (Euoken): 1 . fase
logico-metafìsica: per Arisi oTELE è il procedimento che, omessi i caratteri
accidentali cruna cosa, ne rileva le qualità essenziali c le considera per so
stesso; quindi sono astratte (è5 àcpaipéoEox; XsyójjLeva) lo forme separate
dalla materia, come lo grandezze matematiche, l'idea della statua separata dal
masso di marmo. Nello stesso senso è intesa nel Medio evo: abstrahere. formam a
materia int dicchi separare la forma dalla materia mediante l’intelletto. Nella
logica astrarre consiste generalmente nel passare, mediante la soppressione
d’una o di più note d’un concetto, a un concetto più generalo; p. e. togliendo
ai concetti di quercia, olmo, pioppo ecc. alcune note, cioè quelle che li
differenziano, si salo al concetto più generale di albero, cosicché quanto più
l’astrazione procede, tanto più diminuisce il contenuto del concetto, cioè la
sua comprensione (che ò il numero dello note che esso include), e cresce invece
l'estensione (che è il numero degli individui che esso abbraccia), come si vede
passando, p. e., dal mammifero al vertebrato, àlTanimale, all’essere vivente
ecc. 2 . fase psicologica (con Locke, Berkeley ecc.): è l'operazione spontanea
per cui il pensiero isola progressivamente, nella massa dei fenomeni, le
qualità comuni ai singoli oggetti e le esprime mediante un nomo comune, un
concetto, un’idea generale, trascorrendo dall osservazione dei singoli
individui alla specie e al genere, grazio a quell 'al* Atarassia 17 Autarchia
tra operazione spontanea che è la generalizzazione, per cui si estende a tutta
una classe, a una specie, a un genere ciò eho si osscrra in uno o più
individui. Atarassia (gr. àrapaSta, da a prlv. e rapaOCTtij = turbo, agito)
(filos.): è la serenltù dello spìrito che per K Pier no è l’ideale del saggio;
è una conquista della ragione mediante la saggezza (, c vede in questo atto la
prova Intuitiva della propria esistenza. _per Kant Invece l'io conosce so stesso
non come sostanza, ma come « soggetto », corno attività; ossia l'io è il
termine comune a tutti i processi di coscienza, quasi il ilio invisibile ohe 11
tiene collegati; separato da essi, è pura astrazione., Autoctisi (gr. auró? e
etici!.? creazione di se stesso) (/ilos.): termine usato dal Gentile per
esprimere che lo spit rito, pensandosi, prendendosi come oggetto, creo se
stesso, si sviluppa incessantemente, grazio a una. vivente | dialettica del
pensiero (v. dialettica). Automatico (gr. aÙTÓ[.taTO? = che s muove da Bé) (in
generale): si dice di ciò che si muove da sé in maniera meccanica, senza
l’intervento di forze psichiche o di una volontà intelligente, psicol.: si
applica all’attività incosciente, cioè a quegli atti che si ripetono in maniera
indipendente dalla volontà. Autonomia (gr. coìtó? e vólto? = il dare a se
stesso lo legge, il reggersi con proprio leggi; opposto: eteronomia, dal gr.
c~po? = altro, e vópio?= legge; che significò: il reggersi con leggi date da
altri) (morale): per Kant consiste nel fatto che la volontà umana 6 una volontà
legislatrice universale, in quanto l'uomo nell’ordine morale obbedisco a una
legge che emana non da una volontà a lui esteriore (sia questa Dio, la società,
la naturo, come avviene nella morale eleronoma), ma dalla sua volontà di essere
ragionevole, dalla suo coscienza. Autorità (principio di) ) (in generale):
consiste ncll'accogliere come vera una cognizione da una persona cui si
riconosce una superiorità intellettuale o morale, rinforzata spesso dalla tradizione,
/ilos.: nel Medio Evo Aristotele gode d'un'autorità assoluta nella scienza e
nella filosofia, donde il detto: ipse dirit (traduzione del greco aùvò?
2pY)Tlx6?), cioè della piena esplicazione delle tor-,c spirituali, della vita
contemplativa che offre la conoscenza più alta, quella del macrocosmo e delle
sue leggi eterne. per B u Stoici si raggiunge nell apatia ànà&Eia, nel
dominio della ragionc sulle passioni e sul dolore; per TOPI ceno
nell’atorossla, che e data dal1 l’assenza del dolore, da una scelta
Bapiente'del piaceri e dall’armonia della vita. per Spinoza 1 ’uomo raggiunge
la beatitudine, la quiete definitiva, solo nella conoscenza del terzo grado,
cioè nella «conoscenza intuitiva», per cui la ragiono vede le cose In Dio, nel
loro aspetto eterno (sub specie acf erri itati»), che è poi un conoscerò Dio
stesso nella sua unità, quasi un coincidere con lui. Beavlorlsmo (inglese:
behariour comportamento, condotta) (psicol.): ts il metodo di ricerca
psicologica, che consiste nell’indagare 11 modo di reagire alle impressioni
esterne, la maniera di comportarsi, di condursi nelle differenti circostanze
della vita. Questo metodo, applicato dapprima agli animali, s’è poi esteso
all'nomo. Bello (/ ilos.): nell'antichità: per Platone il hello è ciò che offre
all’occhio e alla, mente proporzione e armonia, ordine e misura. In modo cho la
varlotà degli elementi si disponga In gradi e si componga in un tutto plasmato
o ordinato dalla vita dello Bpirito, il quale,. liberandosi gradatamente da
tutto ciò cho è corporeo e sensibile, può essere tratto verso il bello In sé,
verso l’idea del bello eterna, perfetta, immortale (v. dialettica). L’arte
dell’uomo non ò altro che un’imitazione della natura, che alla sua volta c
un’imitazione dell’idea, quindi un'imitazione dell’imitazione, non
un'cspressione dirotta del hello. Per Aristotele gli elementi del hello sono:
l’ordine (Tpia|.iévov); la fonte del bello è nel senso innato del ritmo e
dell’armonia e nell’istinto d’ìniitazione, raffinato dalle due facoltà del
genio ellenico: veder le cose con meravigliosa chiarezza; rappresentarsele con
perfetta obbiottività. _per Plotino il bello con è nella simmetria, ma « è ciò
cho rispleudc nolla simmetria »; una statua è bella « per In forma che l’arte
vi ha introdotto », i-apà top stSou?, 2 èvfixvjv 7] t éyvv)). È l 'intuizione
dell’artista, il suo genio che cren l’unità fra le parti molteplici d’un
oggetto e dona a questo ciò che lo spirito ha di più profondo, mediante una
raffinata elaborazione tecnica; l’arte non è più imitazione, come per Piatone o
Aristotele, ma creazione dell’intelligenza, del voù?. Questa teoria viene
ripresa nel Hinascinicnto. nei tempi moderni : per KANT è hello ciò che procura
una soddisfazione di carattere universale, non esprimibile mediante concetti,
libera da qualsiasi fino uti itarlo o morale: le coso non sono belle perla loro
intima costituzione, che In se stessa rqpta a noi sconosciuta, ma perché sono
capaci di eccitare c tendere In maniera armoniosa le nostre forze spirituali.
per CROCE il bello non è un fatto fisico, non ha nulla da vedere con rutile,
col piacere, col dolore, con la morale. non è oggetto di conoscenza
concettuale; è dunque ciò ohe produce uno stato d’animo libero da ogni
interesse pratico o logico, un’impressione che si esprime in una pura Immagine,
oggetto di intuizione, ebe è conoscenzaimme¬diatao fantastica d’un momento
della vita dello spirito considerato nella sua singolarità. Intuizione cui dà
coerenza e unità il sentimento. Bene (in generale): ò tutto ciò cne ri* spondo
o si crede che risponda a un bisogno e porta n un fine voluto o desiderato.
morale: è ciò che nell’ordine dell azlone ò oggetto d’approvazione, ciò il cui
possesso è causa di soddisfazione e avvia alla perfezione. -_il gommo bene
(summutn bollimi) è, per la filosofia antica, l’oggetto ultimo al quale deve
tendere la volontà morale • quindi un bene bastante a so stesso, cui tutti gli
altri beni sono subordinati e rispetto a cui son da considerarsi come mezzi. _
gli scolastici, Cartesio, Spinoza, Leibniz seguono la tradizione antica. Kant
giudica che 11 dovere è anteriore al bene morale, che questo deriva da quello e
gli è subordinato ; giacché li bene è ciò che si fa per dovere: ossia l’asione
morale trae U suo valore non Biogenetica 20 Carattere dallo scopo al quale
tende, non dal bene che attua, ma dal principio cui la volontà obbedisce,
apendo unicamente por rispetto olla leppo morale : perciò la lepgo morale
incondizionata determina il bene, non il beno determina il dovere. Biogenetica
(legge) (gr. (Uos = vita, yeveatS = origine): ò la legge, oggi contestata, che
ebbe questo nome dal naturalista tedesco K. Haeckkl, per la quale le fasi dello
sviluppo individuale ricapitolano in breve le fasi dello sviluppo della specie.
La formula è: Yontogenesi ripete la filogenesi (v. ontogenesi). Biologia (gr.
plot; = vita, Xóyos = discorso). È la scienza dei fenomeni generali della vita,
comuni agli animali e alle piante. Comprende la morfologia, la f isiologia, la
patologia, secondochó si considerano lo forme, le funzioni, i fenomeni anormali
degli organismi viventi. Bisogno, psicol – GRICE NEEDS --: è la consapevolezza
che qualche cosa manca al nostro organismo, o anche, in senso più alto ameno
usato, alla vita intellettuale, giacché ogni essere per vivere, svilupparsi o raggiungere
1 fini che gli sono proprii deve prendere al mondo esteriore lo materie e gli
elementi necessari all’esistenza. Si distinguo dal desiderio, perché il bisogno
ò indeterminato nel suo oggetto, mentre il desiderio si dirigo verso un oggetto
determinato: ho bisogno di nutrirmi o desidero un determinato cibo. Buon senso:
per Cartesio ò sinonimo di ragione, intesa come facoltà di diBcernere il vero
dal falso; quindi ò la capacità di ben giudicare, che non viene concessa a
tutti gli uomini nella stessa misura. L’asino di Buridano, filos., cosi
s’intititola rargomentazione attribuita a Burlo ano» rettore dell’università di
Parigi; ossa consiste ncH’affcrmarc, a proposito del libero arbitrio, che un
asino affamato, posto davanti a duo socchi d’avena perfettamente uguali, si
troverebbe nell’impossibilità di faro una scelta fra duo cose che lo
sollecitano in ugual misura, o morrebbe di fame, (V. anche ALIGHIERI, Paradiso.
L'argomentazione non si trova negli scritti di Buridano; ed ò forse dovuta ai
contemporanei, per deridere il suo determinismo psicologico, secondo cui la
volontà si decide, tra più beni, pel bone maggiore; donde l’indecisione di
fronte a due boni uguali. c Cabala (dall’ebraico Kabbalah = tradizione)
(rclig.): opera di filosofìa religiosa, che si considera un’interpretazione
segreta della Bibbia, trasmessa per tradizione da Adamo ad Àbramo, attraverso
una serie ininterrotta di iniziati. Tratta dello sviluppo di Dio, che prendo
coscienza di sé generando tutto lo coso dalla propria sostanza per via d’emanazioni;
contiene l’enumerazione dello milizie celesti, il simbolismo dei numeri ecc.
Campo della coscienza (psicol.): designa l’insiemo dei processi psichici (idee,
sentimenti, emozioni), cho in un determinato momento sono presenti nella
coscienza d’uu individuo. Campo visivo (psicol.): ò l’insieme degli oggetti cho
sono percepiti simultaneamente dall’occhio in un dato momento; mentre il punto
visivo è l’oggetto cho nel campo visivo si presenta con maggior chiarezza.
Canonica (dal gr. xavtóv = regolo, regola, norma) (logica): ò cosi detta da
Epicuro la parte introduttiva della sua dottrina, che tratta del criterio di
verità, cioè della validità obbiettiva dello nostre cognizioni, che egli fa
consistere noU’immediata evidenza delle percezioni sensibili. Carattere (dal
gr. x a pacrcrco = scalfisco, donde '/apaxTyp = impronta) (in generale): indica
la qualità propria, la « impronta » che serve a distinguere o a definire un
oggetto. -(psicol.): ò l’unità stabile, costante dello disposizioni
intellettuali, sentimentali e volontario che distinguono un individuo dagli
altri, il nucleo permanente che dirige la sua evoluzione psicologica, Vimpronta
che egli lascia nei suol atti, tenendo presente che le qualità costitutive del
carattere, le quali formano un fascio di energie diretto verso un fine, si
manifestano nelle contingenze della vita, soprattutto in quelle arduo e gravi.
(metafisica) : Kant concepisce l’uomo come cittadino di due mondi: del mondo
fenomenico e di quello noumcnico; come parte del mondo sensibile l’uomo ha un
carattere empirico, che si inserisco nella catena delle cause naturali, di
guisa che le sue azioni sono sempre determinate, o cioè non sono libere; invece
come parte del mondo nouraenico ha un carattere intelligibile, sottratto alla
serie delle cause naturali, e quindi libero .Caratterologia 21 Categoria _
(morale): aver un cara’lere morale significa possedere stabilmente quelle
qualità del volere per cui il soggetto tien fermo a principi o a norme pratiche
c morali determinate, che egli si ò prescritto con la ragione. Caratterologia
(psicol.): neologismo che servo a indicare la scienza del carattere, la quale
studia l’essenza, l’evoluzione del carattere, mira a fissarne i tipi
fondamentali. Cardinali (virtù): v. virili. Carità (tcol.): è la maggioro dello
tre virtù teologali (lede, speranza e carità) ed eeprime l’amore di Dio e
l’amore del prossimo in Dio; è il principio d’ognl virtù. (morale): consiste
nel far del bene al prossimo senza mira alcuna di vantaggio proprio.
Cartesianismo: si può Intenderò: 1 ” la filosofia di Cartesio nello sue tesi
fondamentali: l'idea di sostanza, 11 dualismo fra anima o corpo, il
meccanicismo del mondo fisico, l’evidenza corno criterio di Terità eoe.; 2» la
filosofia dei discepoli o dei successori di Cartesio, cioè ili Malebranche,
Oeclinx, Bpinossa, occ., benché non sia facile stabilire ciò che del pensiero
di Cartesio ò divenuto pensiero comune dei cartesiani, i quali mirano a
risolvere i problemi posti ma non risolti da Cartesio: i rapporti fra pensiero
ed estensione, fra anima e corpo, fra Dio c 11 mondo. Casistica (morale): è
quella parto della morale pratica che tratta dei « casi di coscienza *, cioè
dell'applicazione di norme morali olle circostanze particolari, o ancho nei
loro rapporti con la religione, Bpeelalmcnte quando rincontro o l’intreccio
fortuito degli avvenimenti della vita umana portano a conflitti di doveri di
non facile soluzione. -in senso peggiorativo, s’usa per indicaro distinzioni
sottili o abili con cui si vuol giustificare un atto che spesso la inoralo non
approva. Caso (gr. ’M/tj, slitapirivi)) (fn generale): si dico elio un fatto è
dovuto al caso, quando è fortuito, inaspettato o so ne ignorano le causo. (
Hlos .): già Aristotele intorpreta il caso corno un avvenimento dovuto al fatto
che due o più serie di fenomeni s’incontrano in un punto in maniera
imprevedibile, o dà l’esempio dello scavatore che trova un tesoro. in senso più
comprensivo il caso si ha ciuando una modificazione insensibile e
impercettibile nello cause d’un avvenimento produce una modificazione
nell’effetto; p. e. il ritardo d’un attimo di un fatto qualsiasi può produrre o
far evitare un accidente gravissimo per lo sue conseguenze. Catalettica
(fantasia) (gr. cpavvaota y.xTaXvjTTTixr,, lat. risum impressum e//ictumque: t
ic.): è per gli Stoici una rappresentazione che ei si presenta, con tale
evidenza (èvàpysia) o forza, riproducendo lutto le qualità dell’oggetto. elio
ci afferra (y.aTaXa|j.[ 3 àvet) o ci costringe ad accoglierla come vera. 10 il
fondamento del criterio stoico di verità. Catarsi (gr. xdt&apot Q, da
xaDmpio = purifico) (Hlos.): per Platonf., come più tardi per Plotino, consisto
« nel separar-, e rimovore (ytopi) quanto più è possibile l’anima dal corpo c
assuefarla a raccogliersi in só medesima, rimanere sola, sciolta dai vincoli
del senso > (Fedone). La catarsi ha por fine di preparare l'anima allo più
olevate attività spirituali. Per i Neo pi, atonici è un avviamento alla
mistica, aH’unione con Dio. (estetica): Aristotele parla d’una calarsi traffica,
che sarebbe l’effetto prodotto dalla tragedia sopra gli uditori: raziono
tragica, suscitando la compassione e il terrore, compio la funziono di
purificare da tali sentimenti l'animo dello spettatore, sollevandolo dalle
angustie dolln vita quotidiana. (psicol.): nella psicanalisi la catarsi
consiste nel richiamare un’idea o un ricordo, che, represso, produce
perturbazioni fisiche e psichiche, mentre, conosciuto e chiarito, diviene
innocuo. Categoria (gr. xanj-fopta, da xccrv)yopEtv = affermare; lai. praedicament
avi : Boezio) (logica): per Aristotele le categorie sono lo affermazioni, i
predicati più generali delle cose, le differenti classi di predicati che si
possono affermare d’un oggetto qualsiasi, c quindi 1 sommi generi del reale
(xanjYOptòcl toO Svuoi;); ne distingue dicci, traendole, forse, dallo parti del
discorso: sostanza, qualità, quantità, relazione, luoao, tempo, situazione,
avere, lare, patire. -per Kant le categorie sono le /orme a priori del
conoscere, con le quali l'intelletto unisco il molteplice offerto
dalVintuizione sensibile: c cioè I fenomeni che il senso percepisce slegati,
isolati, sono dall 'intelletto collegati in una sintesi per mezzo delle
categorie: p. e. gli organi di senso percepiscono duo fono meni isolati, il
calore e la dilatazione d'un corpo; l’inteUetto li unifica con la categoria di
causa : il coloro ò causo della dilatazione. lCont. enumera dodici categorie:
tre della quantità (unità, pluralità, totalità), tro dello qualità {realtà,
negazione-, limitazione), tro dello relazione ( sostanza, causa, reciprocità
(iasione), tro della modalità (possibilità, esistenza, necessità).
-Schopenhauer ammette la sola categoria di causa: il mondo come semplice
rappresentazione è una molteplicità di fenomeni disposta nello spazio e nel tempo,
ordinata o pensata secondo il principio di causa. -per Rosmini la categoria
unico e suprema è l'idea dell’essere in universale, cioè di quella vj(n?= il
sentire) (psicol.): designa il complesso delle sensazioni provenienti dagli
organi interni del corpo, lo stato psichico totale risultante dall’azione
simultanea e complessiva dolio impressioni interne. Certezza (opposto: dubbio )
(jwricoZ.): è lo stato dello spirito intimamente persuaso di possedere la
verità, o por via immediata, dovuta all 'evidenza, o per dimostrazione, o anche
per fede; iu questo terzo caso s'accost-’. olla credenza (V. credenza).
Cinestetiche 23 Compositivo _ (logica): è il carattere di ciò che non lascia
aperta alcuna via al dubbio ed è dovuto al fatto che i principi! logici sono
osservati. Cinestetiche (sensazioni) (dal gr. xtvéo>= muovo, atat>r,a'.;
= sensazione) ( psicol.): sono le sensazioni che provengono dai movimenti degli
organi corporei. Circolo vizioso = vedi diallelo. CI inamen (è la traduzione,
luereziana del greco exxXtai:, da èxxXivetv = devìai-e, declinare) (filos.):
Emerito ammette che gli atomi, invece di cadere dall’alto al basso in linea
retta (ché in tal caso non potrebbero incontrarsi, né, quindi, formare i mondi
c i corpi composti). subiscono, per un Impulso interiore, una deviazione dalia
linea verticale (che è appunto il clinamcn), la quale ne tende possibile
l'urto. Por tale tendenza spontanea la necessità meccanica cedo nell'uomo il
posto ulla volontà libero, essendo anche l'anima formata di atomi. Cogito ergo
sum (8 . Tojimaso). Contingentismo o filosofia della contingenza (filos.):
servo a designare il complesso dello dottrino che nella spiegazione
dell’universo assegnano ima parto più o meno grande alia contini gema. _ il
francese Emilio BoCTROOX ha dato particolare rilievo a questa dot1 trina; egli
pensa infatti che a mano a Contraddittorio 26 Cosa in sè mano che si sale dalle
formo Inferiori degli esseri alle forme superiori, dalla chimica alla biologia
o da questa alla psicologia, si introducono nuovi modi di realtà (la qualità,
la rtta, la coscienza, l’auto-coscienza), In cui il ferreo con catcnamento di
causa od effetto ohe si osserva nel mondo tìsico si viene atte nuando, fino a
scomparire nella libertà spirituale umana; perciò la vita del ponsiero è una novità
continua, In cui il nuovo non si può spiegare col vecchio. Il superiore con
l’Inferiore, perché contiene qualcosa di più e di nuovo (contingente), che
nella realtà inferiore non c'era. Contraddittorio (logica): due giudizi, due
concetti dloonsl contraddittoril, quando l'affermazione del primo irnpllI ca la
negazione del secondo ; ò contraddittoria anche una proposizione in cui il
predicato affermi una qualità o modo di essere opposta a quella espressa dal
soggetto. Contraddizione (logica): il principili di contraddizione ò cosi
formnlnto da Aristotele: «due giudizi, dei quali l’uno nega quello stesso che
l’altro afforma (A è B, A non è B), non possono essere veri nel medesimo tempo
e otto il medesimo rispetto, poiché non ò possibile ammettere che alcuno pensi
cho la stessa cosa sia o non sla» (àSuvavOV Ù7TOAaupàvetv vaùv&v elvat xal
(xv) elvoci). -Leibniz lm dato di questo principio una formula più semplice: «A
non ò non A», cioè un giudizioò falBO quando ' soggetto e predicato si
contraddicono. (filos.): Hegel pone la contraddiziono nel cuore della realtà
vera, ossia nel pensiero: ogni idea contiene in sé la sua negazione, ciò'
un’idea opposta che spinge a un nuovo concetto più alto comprendente e
conciliante in sé i due primi : il primo concetto ò la tesi, il secondo ’
antitesi, il erzo la sintesi. Quest'ultimo subisce lo stesso destino, c cosi il
movimento dello spirito i recede sempre più oltre, finché tutta la realtà è
trasformata in puro ponsiero, in una « reto di concetti »: l’attività pensante
diviene processo cosmico, che abbraccia tutte lo cose e tutte da sé lo produce
(V. coincidcntia oppositorum). Contradictio in adiecto (logica): è la
contraddizione fra un termino e ciò che vi si aggiunge ( adiectum ), aggettivo
o sostantivo; p. e.: legno ferreo. Contrario (logica): sono contrarie due
proposizioni opposte e universali, l'una affermativa e l'altra negativa; p. e.:
1 ogni uomo è mortale ; nessun uomo ò mortale » ; sono contrari due concetti,
quando l’aiiermazione dell’uno implica la negazione dell'altro; p. e.: bianco,
non bianco. Contrattualismo (diritto): è la teoria dell’origine contrattuale
dello Stato, che ebbe la sua forma più perfetta e famosa nel Contratto sociale
di G. G. Rousseau ( 1762). Il principio è: lo Stato si fonda sulla volontà
individuale dei consociati, i quali l’hanno costituito per mezzo di un
contratto. Se si pensa con I’Hobbes che, nel dar vita allo Stato, l’Individuo
rinunzia a ogni suo diritto, si ha il governo dispotico, so con Locke si
stabilisce ina rapporto bilaterale fra individuo e Stato, si ha il governo
liberale ; so col Rousseau si considera innlicnaliilo ogni diritto individuale,
cosicché i singoli, riuniti in assemblea, possono, con un semplice atto di
volontà, far tabula rasa d’ogni governo e magistrato esistente, si ha il
governo radicale. Corpo (filos,): per Cartesio e Spinoza ò corpo ciò che ha
estensione o moto, il quale non è altro che una successione di luoghi occupati
da un corpo nell’estensione; per Berkeley o Hume, negata resistenza della
materia, il corpo è un complesso di idee o sensazioni associate. Corsi e
ricorsi (filos.): è la legge universale che per il Vico regge la vita dei
popoli e rispecchia le fasi di sviluppo dello spirito individuale: il senso, la
fantasia, la mente pura, corrispondenti, nella vita pratica, alla passione
ferina, alla soggezione a una legge di forza e arbitrio, alla libera osservanza
dei dettami della ragione. Cosi ogni popolo trascorrenecessariamente dalla
violenza dolio stato ferino alla vita civile, e, in conformità dell'eterna
natura umana, dove ripercorrere il suo corso, ricadere, per un processo
degenerativo, nel senso o nella violenza, e dalla barbarle riprenderò il moto
ascensivo, iniziare 11 ricorso. Vico trasse questa sua dottrina dalle indagini
sulla storia di Roma, generalizzata e integrata, qua e là, con quella di
Grecia. Cosa in sè (opposto: fenomeno): esprime il carattere dello coso
considerate por sé, fuori dei soggetto che le conosce, o in maniera da questo
indipendente. per Kant è il quid inconoscibile che si cela dietro ai fenomeni e
no è il fondamento; è posta fuori del tempo e dello spazio, non vi si possono
appi!-Cose e persone 27 Creazione care lo categorie, valido solo poi fenomeni.
Schopenhauer vedo la cosa in so nella volontà metafisica, fondamento ultimo o
immanente del divenire cosmico: volontà ili vivere, for/.a cieca, inconscia,
elio « si accendo ima lampada noi corvello umano », cioè si fa consapevole solo
nell’uomo. --corno concetto limite la cosa in sé stabilisco, per Kant, il
confine fra il conoscibile o l incomiscibile £ è ciò che ó al di là
dell’esperienza, oggetto di una intuizione non sensibile, ma solo
intellettuale, elio è negata all’uomo. Cose o persone (morale): per Kant lo
cose sono mezzi, oggetti per i nostri bisogni (in linguaggio economico: beni
materiali ); lo persouo sono non mezzi ma /ini in si, hanno un valore assoluto
che si misura non dall’uso oho so ne può fare, corno avviono delle cose, ma dal
rispetto che si deve all’esscro ragionevole. in ciò che ha di intimo o
inviolabile. Coscienza (lat. conscirc = sapere insieme, detto di più persone
che conoscono le stesse cose; gr. erjvei8r, = giudico, esamino): in generale
consiste nel sottoporre ad esame un principio, un’asserzione, un fatto, per
stabilirne il grado di credibilità o il valore prima di accoglierli come veri;
cosi avviene, p. e., nella critica storica. -per Kant ò una ricerca intorno
alla ragione umana in tutto le sfere della sua attività (nel conoscere,
nelPoperare moralmente, nel sentimento del bello). La critica tende a separare
ciò che allo spirito umano proviene passivamente Criticismo 29 Deismo dal mondo
esterno, ossia ciò che ò empirico, a poste riori, e che Kant denomina materia,
da ciò che ù un’attività oiternaria della stessa ragione, ossia da ciò che ò
puro, a priori, o che vien detto forma. Cosi nel conoscere sono a priori le
intuizioni dello spazio o del tempo e lo categorie; nella condotta morale la
leggo morale non deriva dall’esperienza ma è un fatto della ragione, è pura
forma; nel giudizio estetico l’essenziale non è la realtà empirica dell’oggetto
che si dice bello, ma la rappresentazione, cioè un’attività dello spirito.
Infine, per spiegare certe produzioni della natura, non spiegabili col
meccanismo, si ricorro alla finalità Interna, cioè si afferma che nella natura
l’idea del tutto ò In ragiono dell’esistenza e dell’accordo delle parti, corno
avviene negli esseri viventi, nei quali la natura s’organizza grazio a un’arte
tutta intcriore, non per una causa esterna, qual è quella, ad es., che agisce
in un orologio. Criticismo (filo»-)' ò la dottrina di Kant o della sua scuola,
fondata su questi principi!: a) lo spirito umano impone ai fenomeni le sue
forme, le sue attività costitutive, vaio a dire le intuizioni puro dello spazio
e del tempo c le categorie; b) lo categorie, cioè i concetti puri
dell’intelletto, non possono applicarsi a oggetti posti fuori dell'esperienza
(l’anima, il mondo, Dio); l’uomo conosce solo fenomeni e l’assoluto gli sfugge.
Cruciale (dal lat. crux = croce, come segno indicatore della via da prendere)
(logica): per Bacone instantiac crucis (fatti cruciali) sono le esperienze
risolutive che decidono fra due ipotesi contrarie. D Darwinismo; è la dottrina
di C. Darwin che, accolto il principio della variabilità dello specie animali,
vugl spiegarlo mediante: 1) la lotta per l esistenza che dà la vittoria ai
meglio adatti; 2) l’ambiente elio crea modificazioni organiche o qualità; 3) 1
ereditarietà, per cui i caratteri acquisiti dall’individuo si fissano nella
specie, e si accrescono grazie anche alla correlazione di sviluppo, per cui i
mutamenti In una parto del corpo determinano mutamenti anche nelle altre parti.
Dato (s’oppone a ciò che ò costruito, elaborato, dedotto) ( filos .): designai
principi! generali, le condizioni, i fatti che sono una premessa necessaria per
rispondere a una questione o risolvere un problema. Deduzione (opposto:
induzione) (logica): è il procedimento logico che va daH’universale al
particolare, dai principi! allo conseguenze, o anche da una o più proposizioni
a una o più altre proposizioni,come necessarie conseguenze. (.'osi nella fisica
da una legge ottenuta per via Induttiva si possono dedurre altre leggi
subordinate o applicazioni di essa; CARTESIO, dalla proposizione: « Dio ò un
essere verace », trae quest'altra: «egli non può ingannarci quando ci fa
credere all’esistenza reale d’un mondo esterno ». La forma tipica della
deduzione ò data dal sillogismo aristotelico. Vedi Sillogismo. Deduzione
trascendentale (filos.): ò per Kant il procedimento che ricerca se le categorie
possono applicarsi ai fenomeni, so sono la condiziono necessaria e sufficente
dell'esperienza. La soluzione ò data dall 'immaginazione creatrice, « funziono
cieca dell’anima ma indispensabile », facoltà Intermediarla fra la sensibilità
e l’intelletto, per la quale l’io si realizza, entra in rapporto con la
molteplicità delle cose sensibili, le unifica, dando l’oggettività alle leggi
della natura; quindi non solo cogito ergo sam, ma anche cogito, ergo rea sunt
(v. schema). Definizione (logica): ha per fine di determinare l’essenza d'una
cosa, d'un’idea, enumerandone lo note essenziali. La Scolastica dice: definitio
fit per genus proximum et per differcntiam specif icam, intendendo per genere
prossimo la classe di cui una cosa è parte, e per differenza specifica i
caratteri propri! della cosa stessa: p. es., definendo l’uomo un mammifero
bimane, il termine mammifero ò il genere prossimo, il termino bimane la
differenza specifica. Degnità: tormino usato dal Vico nella Scienza nuova ;
equi vaio ad assioma, (gr. à^o>|Aa, da (z^ioc degno) e sorve a indicare le
idee fondamentali intorno alla fantasia, all’intelletto, al mito, alla
religione ecc. Deismo: è l’idea della divinità ottenuta per opera della sola
ragione, senza l’ausilio della fede rivelata e dei dogmi, e resistenza. Questa
concezione domina Demiurgo 30 Determinismo soprattutto nell'ILLUMINISMO (sec.
XVII e XVIII): è pure la religione del Mazzini. Demiurgo (gr. SmuoopYÓG, da =
popolo e rad. épy = opero, lavoro; quindi: chi lavora pel pubblico, artefice);
( filo8 .): con questo nome vicn designato nel Timeo di Platone il dio artefice
dell'universo, che plasma il cosmo dando forma all’informe, regola c ordine a
ciò che ò senza regola o ordine, tenendo l’occhio fisso alle idee, come a
modelli perfetti ed eterni di tutte le cose. Il cosmos, opera del demiurgo, è
por Platone un essere vivente, fornito di ciò che v’ò di più nobile ed
essenziale in un essere vivente, l'amma, che ò poi l’anima del viondo.
Democrazia (gr. $7)(jtoxpaT(a = potere del popolo) (filos.): per Platonf. ò il
governo dei molti (ol 770 XX 0 O, avente per fine la libertà, la quale può, per
eccessivo desiderio d’uguaglianza, degenerare facilmente in anarchia e
tirannide. -Aristotele, nella sua celebro teoria delle forme di governo,
considera le forme pure, cioè quelle che hanno por fine d’attuare la giustizia,
o sono la monarcàia, Varistocrazia, la democrazia (secondoché governa uno solo,
una minoranza o la generalità dei cittadini). A queste corrispondono tre formo
corrotte: la tirannide, 1 Oligarchia, la demagogia, quando il governo ò
esercitato a Bolo beneficio di chi lo tiene. -oggi è la forma di governo in cui
la sovranità risiede nella volontà popolare, intesa come l’espressione della
maggioranza numerica dei cittadini riuniti in assemblea (Rousseau). Demone (gr.
Sat(jL6>v) {filos.): è un segno o uno spirito o, meglio, una voce
ammonitrice, cosa al tutto intima e personale di Socrate, non una
personificazione divina: « è come una voce che io ho in me fin da fanciullo, la
quale ogni volta che mi si fa sentire, sempre mi dissuade da cosa che io sia
per fare, e non mai ad alcuna mi persuade; è questa che mi vieta d’occuparnii
delle cose dello Stato e mi pare faccia ottimamente a vietarmelo ». Questo
Satjj.6vióv ti è dunque un segno personalissimo, come ognuno In certi casi e
momenti della vita può sperimentare più o meno sensibilmente per conto proprio
(Valgimigli). Deontologia, tò Séov = il dovere, e Xóyogica, è la divisione d’un
concetto in due concetti generalmente contrarii, o anche la classificazione
d’un genere in due specie che ne esprimono tutto il contenuto; p. o. gli
animali in vertebrati o invertebrati. Dictum de omni et nullo (Zotica): esprime
la nozione che tutto ciò che è affermato o negato d’un genero ò puro affermato
o negato delle specie o degli individui contenuti nel genere. Differenza
(metodo di ) (logica): ò il secondo del metodi dello Stuart Mill per la ricerca
della causa. La formula è: se un caso nel quale il fenomeno si verifica e un
caso nel qualo non si verifica hanno in comune tutte lo circostanze meno una,
che si presenta nel primo caso e non nel secondo, questa è la causa del
fenomeno : p. e. la causa per cui la colonna del mercurio s'innalza nel
barometro si può ricercare facendo II vuoto; ossia: sopprimendo la pressione
atmosferica, mentre tutto I lo altre circostanze restano immutate, e vedendo il
mercurio scendere, si concludo elio la causa ricercata è il peso dell’aria. SI
riconnetto alla tabula ab sentine di Bacone. Gli altri metodi dello Stuart Mlll
sono: di concordanza, delle variazioni concomitanti, dei residui (v. questi
termini). Differenza specifica: v. definizione . Dignità (in generale): ò il
sentimento di rispetto che l’uomo deve avere verso se stesso, come essere
ragionevole. (morale): in opposizione a prezzo, per Kant esprime il valore
assoluto dell’essero ragionevole, come fine in sé. Dilemma (gr. SiaXap^àvco =
prendo da due parti) (logica): è un sillogismo composto, che pone due
alternative, dalle quali vien tratta una conclusione identica, in modo da non
lasciare una via d’uscita; p. e.; contro la tortura: « o il torturato è forte
tanto da sopportare I tormenti, e dirà quel eli© vuole; o è debole da non poter
resistere, e dirà quel che vogliono i giudici: in ambedue i casi la tortura non
conduce alla verità ». Dinamico e dinamismo (dal gr. Suva(Xi£= forza; opposto:
meccanico o meccanismo) (filos): si applicano tali denominazioni a quello
dottrine che vedono nella forza o neW energia l’essenza dell’universo; forza
che agisco non dall’esterno ma dall’intorno, con spontaneità e attività
trasformatrice o creatrice incessante, quindi irriducibile alle leggi
meccaniche. Lo teorio dinamiche pongono il tutto prima delle parti, ciò che è
vivente prima di ciò che è privo di vita, ciò che ò superiore atto a spiegare
ciò che è inferiore. In opposizione a statico si usa a Indicare ciò che si
trasforma, si sviluppa, diviene senza tregua. Dio; GII aspetti e i significati
principali di questo termino complesso e oscuro nel suo sviluppo storico si
possono cosi riassumere : a) nelle religioni piii antiche l’Idea di Dio sembra
sorgere da un antropomorfismo spontaneo, cioè si concepisce Dio sul modello
dell’Uomo, sia che si colleghi con la fede nella sopravvivenza dei morti c col
culto degli avi, sia che lo si pensi come il simbolo del gruppo sociale; si
oscilla fra l’idea di Dio pensato come una forza, e l’idea di Dio concepito
come Un essere più o meno personale ; b) per l’azione del pensiero filosofico e
scientifico Dio è pensato come l’unità essenziale di tutti gli elementi
dell’universo: unità della sostanza prima, come nei Presocratici; idea
dell’essere puro, come in Piatone o in Aristotele; superiore a tutte le
categorie logiche e ad ogni idea di persona, ineffabile, come in Plotino;
costituente la realtà essenziale del mondo, col quale si identifica, come nel
panteismo (v. panteismo). Dio essere morale, giusto e buono, rispondente
all’esigenza che ha l’uomo di credere al valore della propria azione. Dio 33
Discorsivo e discorso a un essere che sia garante dei nostri fini più alti,
cioè dei valori spirituali. -Tra gli altri, 11 francese M. Blondel vede
nell’idea di Dio tre aspetti, ciascuno dei quali tendo a predominare In tempi e
mentalità diverse: il Dio del* TAntico Testamento, il rigido dominatore che
riferisce tutto a sé. oggetto di rispetto e, più, di timore;è) il Dio
intelligenza o tutto chiarezza e verità, dovuto alla tradizione ellenica; c) il
Deus charitas, tutto amore per le creature, il Dio Cristiano. Dio (prove
dell’esistenza di ) ( filos .); "Te* principali sono: 1. la prova
cosmologica, cho dall’esisten/.a del mondo, cioè del condizionato, del
contingente o doll’imperfotto, conchiude all’esistenza d’una causa prima, d’un
incondizionato, necessario o 1 l>erfetto. Cosi per Aristotele Dio, spirito
puro, è la causa prima d’ogni movimento, è primo motore immobile ( 7TpcoTOV
x.ivoOv àx(vT)TOV); è seguito dalla Scolastica (S. Tommaso ecc.). Oppone Kant
cho dal fatto ohe noi affermiamo una causalità nel inondo dei fenomeni, non si
può logicamente de| durre ohe v’è una causalità del mondo fuori del mondo, dato
cho essa è al di fuori del campodellanostraesperienzaempirica, alla quulo
soltanto può la nostia monto applicare la categoria di causa. 2. prova
ontologica, eho dall'idea di Dio, come dell'essere più perfetto, deduce la sua
esistenza, giacché un essere soltanto pensato, ma non esistente, non sarebbe
l’essere perfetto; è concepita da S. Anselmo, respinta da S. Tommaso, seguita
da Cartesio, Spinoza, Leibniz, Hegel, occ. Kant nega che nel concetto d’una
cosa sia contenuta Tesistonza corno nota essenziale: cento talleri reali non
contengono più noto essenziali di conto talleri pensati. Ma, osserva Hegel,
conto talleri non sono un concetto, e tanto mono paragonabili con l’idea di
Dio; in questa resistenza è implicita, non come un'idea cho s’aggiunge a
un’altra idea eterogenea: l’idea di Dio e 1'osistenza coincidono, come dove
avvenire nel più alto principio cui possa giungere la filosofia; 3. prova
teleologica o fisico-teologica: le cose della natura non solo rivelano ordine o
regolarità, inspiegabili con la nozione di causa, ma formano un sistema.
convergono verso un’unità suprema, come a un fine ultimo ; donde la necessità
d’ammettere l’esistenza d’un essere cho pone e attua i fini manifestantisi
nella vita della natura. È sostenuta da Socrate, Platone, Aristotele, dalla
Scolastica occ. Kant fa osservare che, pur ammettendo essere lo opere della
natura paragonabili a quello d’un artista, si giungo solo a un Dio artefice
ordinatore della materia, non a un Dio creatore; per passare dalla
considcraziono d’un ordino nel mondo all’eslstcuza d’un essere necessario o
perfetto, bisogna far ricorso alla prova cosmofogica e ontologica, lo quali
vanno inoontro egli dice ud altre obbiezioni non meno gravi (v. sopra); 4.
prova morale o etico-teologica, che dall'esistenza della legge morale in noi
trae la prova dell’esistenza di Dio fuori di noi. Kant, per accordare l’idea
doV dovere con la felicità, ammette un pr cf grosso indefinito verso la
santità, cioè verso la virtù perfetta che esigo la soppressione della
sensibilità; na ciò è possibile solo se la nostra personalità persiste, ossia
so ò immortale, grazie nH’uziouo sul mondo d’un essere in cni l'unione della
santità o della felicità è attuata. Però questa prova non consento la conoscenza
metafisica d’una sostanza divina, ma solo una credenza razionale, che s’accorda
col risultati della Critica della ragion pura. Hegel oppone cho Kant,
appoggiando la prova dell* esistenza di Dio alia credenza monile, presuppone
implicita ncll'idqa di Dio 1 ’esistcnza; cade perciò in una gravo
eoutraddizione, perché lia prima condannato tale identità, che ò il fondamento
della prova ontologica, da lui respinta. Discontinuo (opposto: continuo) (/
posizione scompare. Dogma (gr. Sóyfxoc, da Soxéco: opinione. decreto) (relig.):
esprimo il decreto d’un concilio, un principio religioso considerato verità
inoppugnabile. ( filos .): designa comunemente un principio piii affermato che
provato, o anche imposto da un’autorità o accolto senza esame critico. Dogmatismo
(opposto: scetticismo) ( filos.): Kant chiama dogmatici i filosofi cho fanno
uso di principii o di concetti senza ricercare per quale via e con che diritto
si pervenga ad affermarli, ossia senza una critica preventiva del nostro potere
di conoscere. Dolore ( psicnl .): ò uno stato affettivo indefinibile per la sua
semplicità, che si presenta come dolore fisico, cioè come sensazione penosa più
o meno localizzata, o come dolore morale (v. piacere), (filos.): il dolore è
considerato dai Greci corno un ostacolo alla felicità cui l’uomo aspira
naturalmente, come qualche cosa di ostile cho dovessero eliminato con ogni
mezzo; mentre il Cristianesimo ha sublimato il doloro, che diviene mezzo di
purificazione e di elevazione morale, soprattutto per l'azione dell'esempio di
Gesù, che, assumendo corpo mortalo, ne ha preso tutto le infermità, è stato
vinto, deprezzato, umiliato o ha subito il supplizio dello schiavo. Doppia
verità (/ito.): ò la dottrina introdotta da Averrok, secondo la quale può
essere vero nella filosofia ciò elio è ritenuto falso ed errato nella
religione, e inversamente; donde nna scissione interiore dello spirito. Dovere
(morale): in senso concreto è una norma determinata di condotta,
un'obbligazione ben definita: p. e. i doveri verso la famiglia, la patria. in
senso generale e astratto è l’obbligazione morale, considerata separatamente
dal suo contenuto, ima legge, un comando, cui si deve obbedire. per Kant
consiste ueirobbodiro a un comando, a un imperativo categorico, valido
incondizionatamente por ogni essere ragionevole, che si può, ma non si deve
trasgredire. Dualismo (opposto: monismo) (relig .): applicato per la prima
volta da Hyde per designare un sistema religioso in cui a un principio buono
s’oppone un principio cattivo, l’uno e l’altro eterni e in eterno contrasto fra
loro, come nella religione di Zoroastro. (filos.): si applica alle dottrino che
ricorrono a due principii opposti e irriducibili por spiegare l’universo o
quindi Ri presenta, anzitutto, come dualismo cosmico: in Platone fra la
materia, oscura, ostile, causa del perpetuo cangiamento e del perenne fluire di
tutte le cose, c lo spirito, il mondo delle idee, essenze eterne, fuori del
nostro pensiero, sostegno del mondo reale; in Aristotele fra la materia, docile
alle esigenze dello spirito, plasmabile, o la forma, l’idea che s’inserisce
nella materia, la, plasma e la perfeziona; in Cartesio fra la res cogitans, lo
spirito, e la res extcnsa, la materia; in Kant fra il mondo dello cose in sé,
inconoscibile, e il mondo dei fenomeni., aporto alla nostra conoscenza. dal
dualismo cosmico discende un dualismo conoscitivo, che fissa e scinde duo formo
di conoscenza, derivanti da due facoltà dello spirito, il senso e la Dualità 35
Edonismo ragione, donde la conoscenza sensibile o la razionale, e il loro
opposto valore. -o’è un dualismo morale, che dori va dal contrasto fra senso e
ragione, cioè fra il piacere e l'utile da una parte, posti a fondamento della
morule dell’edonismo di Aiustippo di Cirene, di Epicuro e del moderno
utilitarismo, e l'attività razionate dall'altra, caratterizzata dal
disinteresse verso i boni sensibili e dall'obbedienza allo norme dettate dalla
ragione, come nell’cticn di Platone e di Kant. Dualità: il Gioberti dà a questo
termino un senso più generale che a dualismo: Ogni ordino di conoscibili, egli
dice, ci si manifesta come una dualità, che è quanto dire che non possiamo
ponsare un oggetto, senza che la cognizione di esso importi quella d’un oggetto
congiunto e correlativo. Cosi l'idea di Dio inchiude quella dell'universo, il
concetto dell'universo comprendo quella di Dio; essa si reitera in una
successione indefinita, fino all’ultima specie materiale, e risplendo in tutti
gli ordini della natura ». Dubbio (in generale): stato di Incertezza, di
indecisione, in cui viene a trovarsi 10 spirito per la difficoltà grave, o
anche Insormontabile, di giungere a un’afferinaziono conclusiva. (filos.): si
distingue un dubbio metodico, cho consiste nel sospendere provvisoriamente il
giudizio Intorno al valore d’un'Idea, d'una teoria, o anche della scienza
(Cartesio), finché la ricerca non giunga a conclusioni sicure o a un principio
certo; e un dubbio scettico, cho consiste nel pensare che né 11 senso né la
ragiono siano capaci di cogliere la verità, la realtà vera delle cose, e cho
l’uomo perciò apprenda solo apparenze. Durata ( filos .): pel francese E.
Bergson 6, non il tempo matematico, quantitativo, concepito come una serie
discontinua di momenti eguali, a somiglianzà dei punti d’una linea geometrica,
ma il tempo vissuto, che sentiamo fluire nella coscienza, una successione
continua di processi qualitativi., di esperienze spirituali, cho si
compenetrano, si fondono in uno sviluppo continuo, imprevedibile, libero,
passano l’una nell'altra come una corrente intcriore, ininterrotta, a guisa
d’un fiume che trascini seco tutto le sue acque, cosicché il passato vivo nel
presente e l'uno e l'altro si prolungano nel futuro, costituendo la vita
profonda dello spirito, mascherata e deformata per lo più dalle abitudini
meccaniche. Da durata vione colta nella sua purezza e semplicità
dall’intuizione (vedi questo termine) per via immediata, cho perù esige
preparazione o sforzo. E Ecceità (lat. scol. haecceitas, da haecce res, che
traduce l’aristotelico rò róSe ti = questa cosa qui) (filos.): termino coniato
da Duns Scoto per designare il principium individuationis, cioè i caratteri che
distinguono un individuo da un altro e dei quali il più importante, ultima
realitas, è la volontà. Il principio ildl’liaecceitas è perciò collegato ad una
tendenza volontaristica (v. volontarismo) in contrasto con l'inlcUettualismo
(V. questo termine) di S. Tommaso. Eclettismo (dai gr. èy.)dfsiv = scegliere)
(filos.): in senso largo consiste nella tendenza a cogliere in tutte le
filosofie le affermazioni positive (considerando che ogni sistema filosofico è
falso in ciò che nega, vero in ciò che afferma), lo verità che l'esperienza dei
secoli ha consacrate, a conciliarle o comporlo In una dottrina armonica o
coerente, che sia quasi il credo filosofico del genere umano. Eclettica è, ad
cs., la dottrina di Cicerone. in senso più preciso, eclettismo è la
conciliazione di tesi diverso o anello contrarie, che si raggiungo subordinando
quelle tesi a un principio superiore: p. e. Victor Cocsin, capo della Scuola
eclettica francese, s’appoggia al fatto che in ogni uomo esisto un senso del
vero, il quale contiene allo stato latente le verità filosofiche eterno cho si
discoprono interrogando la coscienza e ricorrendo alla riflessione; la ragione
è come una luce cho illumina l’anima umana, una specie di rivelazione
universale. Economica (teoria) della conoscenza: v. teoria economica della
conoscenza. Edonismo (dal gr. Y;Sovvj = piacere) (filos.): comprende lo
dottrine che pongono come principio unico della morale il piacere, che e il
bene più alto, mentre il suo opposto, il doloro, è da evitare come un male; in
senso rigoroso si applica alla dottrina di Aiustippo di Cirene, meno
propriamente all’epicureismo e all'utilitarismo di Bentham e di G. Stuart Mii.l
(quest’ultimo Effetto 30 Empirico stabilisco tra i piaceri differenze
qualitative, distinguendo piaceri più o meno elevati, mentre Aristippo, come
poi Bentham, prendo come misura delle cose l’intensità dei piaceri). La calma
dello spirito, l 'atarassia di Epicuro o la ricerca doU'utilc sociale dello
Stuart MII 1, che arriva lino al sacrificio di sé pel fieno comune, sono perciò
molto lontani dall'edonismo vero e proprio. Effetto = vedi causa. Efficente
(dal lat. eflicere = produrre, gr. 7 toi 7 )Tiy. 6 v = efficiens, Ciò,) (lilos.):
in senso generale si applica alla causa intesa nella sua piena ostensione. in
senso piti ristretto: è il terzo significato dato da Aristotele al termino
causa, cioè quella « donde è il principio del movimento » ( oi>£v 7 ) àp
/.')) tt)S xiVYjfTEtoq): è la causa motrice. Egocentrismo (lilos.):
letteralmento consiste nel fare del proprio io il centro doll’tiniverso, ossia
nel riferirò tutte lo coso al proprio io, che divieue il centro del piccolo
mondo elio ci sta intorno o poi anche del cosmo in generale; quindi, in un
linguaggio più rigoroso, consiste ncU'identideare i valori personalI coi valori
del mondo circostante o i valori del mondo circostante col mondo del valori in
generalo. Egoismo (opposto: altruismo) (psicol.): è l’amore di se stesso, la tendenza
naturale a protessero la propria esistenza e i propril fieni; «l'istinto
fondamentale nell’uomo come nell'animale èl'egoismo, cioè l’impulso a vivere e
a ben vivere « (Schopenhauer). (morale)-. 6 la tendenza a subordinare il beno e
le esigenze altrui al fieno e alle esigenze proprie e ad applicare questo
principio come criterio per giudicare gli atti altrui e i proprii.
-(metafisica)-, l’egoismo metafìsico corrisponde a solipsismo, che è vocabolo
più usato, o sta nel considerare l’esistenza degli altri esseri come illusoria
o dubbia: soltanto il mondo della mia coscienza esiste o l’affermazione d’nna
realtà fuori della mia coscienza è contraddittoria. (Per Schopenhauer ehi la
pensa cosi non ha bisogno d’essere confutato, ma solo d’iuta cura medica). Egotismo
(in generale)-. 6 la coltura esclusiva delVio, della propria personalità,
l’educazione raffinata dei sentimenti egoistici, con tendenza estetica o
creduta tale. Eidetico (gr. el&oq, tema i§, da cui vedere, idea) (psicol.):
b! dice eidetica la tendenza, frequente nei fanciulli, a richiamare t ricordi
recenti sotto forma di immagini visive, dette anche eidetiche, o a proiettarle
all’esterno. (lilos.): nella Fenomenologia di Husserl, filosofo tedesco
contemporaneo, l’aggettivo eidetico si riferisco all'essmza ideale, alla forma
o idea nel senso platonico-aristotelico, o si oppone a empirico: le essenze
pure, oggetto dello scienze eidetiche, sono strutture universali,
extratemporali, indipendenti dai fatti empirici. Elemento: in generale gli
elementi sono lo parti semplici cho compongono i corpi e in cui questi si
possono risolvere. Acqua, aria, terra e fuoco erano 1 quattro elementi di cui
si credeva composta la materia (Empedocle). Dieonsi elementi aueho i primi
rudimenti delle arti o delle scienze. Emanazione (dal lat. emanare = scorrere
fuoji; opposto: creazione) (lilos.): esprime il processo, affermato dagli
Gnostici c dai Nkoplatonky, mediante il qualo la molteplicità delle cose, sia
materiali, sia spirituali, cho forma l’universo, si svolge, esco fuori
dall’essere uno cho no costituisce il principio, senza cho vi sia discontinuità
in questo sviluppo, vi sia o no diminuzione dell’Essere uno in tale operazione.
Il Cesano distingue due sensi di questo termine: imanatio in divini» duple»
est, una genrratin, altera per nwdum ro- l untali», introducendo cosi
nellYaumazione l’opera della volontà, che è propria della creazione, della
generatili. Eminentiae via (lilos.): è una dello provo dell’esistenza di Pio,
comune nella Scolastica: « Le cose belle della terra sono il segno rivelatore
della bellezza più alta, le coso pure della purezza perfetta, le cose elevato
della più elevata (pulchra puìeherrimum, sublimili alti»simum, pura purisstmum
ostendunt). Emozione (lat. emoveo = pongo in movimento, scuoto) (psicol.): in
generale s’appllea ad ogni stato affettivo o sentimentale. in senso stretto
s’applien agli siati affettivi, reazioni d’ima certa Intensità, d’apparizione
brusca, spontanea, e di breve durata, a costituire i quali concorrono stati di
piacere o di dolore accompagnati o seguiti (por W. James, invece, preceduti) da
movimenti e reazioni fisiologiche. Le emozioni possono essere piacevoli o
spiacevoli, eccitanti o deprimenti, forti o deboli. Empirico (gr. SjjLTretpoq =
che sa per esperienza; opposto: razionale, puro)Empiriocriticismo Ent( scienza)
: si applica all’osservaziono fondata sull'applicazione diretta dei sensi
all‘oggetto della ricerca, all’esperienza metodica cui partecipa 1
intelligenza, • i ciechi solo hanno bisogno di guida, ma chi ha gli occhi nella
fronte e nella mente di quelli si ha da servire per iscorta (Galileo); ò
sinonimo di sperimentale. (filos.): per Kant ò ciò che ò dato nell’esperienza
sensibile, ciò che giunge a noi dal mondo esterno per la via dei sensi;
equipollente di a posteriori (vedi questo termine). in senso peggiorativo, è
opposto a sistematico e si dice di ciò che ò frutto di osservazione
superficiale, non guidata da principii e norme metodiche. Empiriocriticismo (
filos .): è la « filosofia dell'esperienza pura « concepita da Riccardo
Avexariub, che vuole liberare l'idea d 'esperienza da tutte lo aggiunto del
pensiero, dalle Ideo della speculazione metafisica e anche della vita pratica,
fondando una teoria economica della conoscenza (v. teoria e. d. c.).
L’esperienza pura sarebbe il semplice contenuto della percezione. Empirismo
(gr. ètXTCEipta = esperienza; opposto: raziottftltàmo) (filos.): comprende lo
dottrino che considerano l'esperienza sensibile, le Impressioni dei sensi come
il fondamento e la fonte prima, essenziale, insostituibile del conoscere umano;
vi appartengono: nell’antichità la scuola cirenaica, la cinica, 1* epicurea, la
stoica, e, nel tempi moderni, la filosofia di Bacon e, di |v = eterno)
(filos.): lo gnostico Valentino denomina Pone perfetto il principio primo
dell’universo, Pio, donde escono trenta coni minori, cho sono esseri
intelligibili e intermediari fra Pio e l’uomo; l’ultimo cono, Sofia, ò presa
dalla curiosità o dal desiderio Inestinguibile di contemplare 11 Padre o di
scoprire il segreto della sua natura (to Se tox&oc; elvat ^7)TY) =
contendo; quindi: arte di contendere con la parola) (lavica): è l’arte di
discutere, adoperando, por vincere nella disputa, argomenti sottili e
ingannevoli ; è la degenerazione della dialettica al tempo dei sofisti. Eros
(gr. £po>s = amore) (filos.): per | Plato.ve ò l'amore rivolto alle ideo, la
i tendenza filosofica che trasporta Pani! ma dall'amore por il bello alla
visiono del perfetto esemplare della bellezza, cioè all'idea del bello, e di
qui all'idea più alta, a quella del Beno (v. amore). Errore (logica): in
generale si distinguono due classi d’errori: 1. errori logici, che dipendono
dalla violazione delle norme logiche del pensiero, p. e. del principio di
contraddizione (v. coniraddizione); 2. errori reali, inerenti alle Idee stesse,
quando queste non siano, in tutto o in parte, conformi allo cose che
rappresentano come ut viene per gl ter rori de i sensi. -per gli Epicurei la
possibilità dclTcrrore non ò nella sensazione presa in se stessa, ma nel
giudizio che pronunziamo intorno allo cose percepite. per Cartesio un’idea
presa in sé e per sé non è né vera, né falsa: lo diviene solo se viene posta in
relazione con altre, cioè negata o affermata mediante il giudizio, che ò un
atto della volontà, ed erra quando afferma o nega ciò che l’intelletto non vede
in modo chiaro e distinto, essendo il potere volontario disposto, per la sua
stessa natura libera, a varcare i limiti dell’intelletto, sul quale ò fondato
il criterio di verità (vedi criterio c verità). per Spinoza Terrore non è nulla
di positivo, è solo una privazione dovuta all’imperfezione del senso, che
percepisco una realtà parziale e no fa una realtà totale, come quando si prende
la distanza apparente del sole per la distanza reale. Escatologia (gr.
Ict^octoc = ultimo o Xóyos = discorso) (filos.): è quella parte della filosofia
che ha per oggetto l’esame dei fini ultimi dell’uomo e dell’imi* verso.
Esistenza (filos.): è la proprietà attribuita a ciò che ò oggetto
dell’esperienza attualo o dell’esperienza possibile. Quando si dice: questa
cosa esiste, si esprime un giudizio sulla sua realtà. gli Scolastici oppongono
essenlia ad existcntia: la prima ò la natura concettuale della cosa, l’idea
costitutiva di essa; la seconda ò la piena attualità, ultima actualitas, un
quid che, aggiungendosi all’essenza, la pone nel mondo della realtà. per S.
Anselmo essenza od esistenza in Dio coincidono o anche Spinoza nella I
definizione dell’Effco dice: 7 vr causata sui (cho è la sub stantia, sire Deus)
intclligo id cuius essenlia invol vii existrnf iam. V. Gioberti distingue
essere da esistere: « in latino cxsistcre, cho suona apparire, uscir fuori,
emergere, mostrarsi, s’usa a significare la manifestazione d’una cosa che prima
ora come avviluppata, Implicita in un’altra, e che, uscendo, si rende visibile
di fuori; quindi prodotta da una sostanza che la contiene potenzialmente, in
quanto è atta a produrla », giacché II verbo sistere e I suoi derivati, p. e.
subsislcre t contengono puro il concetto metafisico di sostanza; quindi
Fesisfen/e non può concepirsi senza VEnte che ne ò la causa creatrice, donde la
formula ideale (come il Gioberti la chiama): l’Ente crea Tesistento ».
Esistenziale (giudizio) = (logica): è il giudizio che afferma o nega semplicemente
Tesistenza d’una cosa o d’una classe di cose. Esoterico (gr. IdtoTSpixóq =
interiore) (filos.): dicesi particolarmente dell'insegnamento cho Aristotele
impartiva ai discepoli già istruiti; per estensione si dice, in generale,
dell’insegnamento impartito a pochi, fino a raggiunEsperienza 40 Essere gere il
significato di sapere occulto, accessibile a pochi iniziati (v. acroamatico ).
Esperienza (dal lat. experior pongo alla prova) (ingenerale): ò la conoscenza
diretta,Immediata, omediata, elicsi può acquistare dei fatti o dei fenomeni che
si succedono in noi o fuori di noi. Y’ò un'esperienza comune o vulvare che
procede in maniera spontanea, incoerente, senza regola e precauzione, obbedendo
a impulsi sentimentali o utilitari; e v’ò un’esperienza scienti fica, già detta
dagli Stoici è[X“£tpta {jlsO’oSlxt) (esperienza metodica ), che nelle sue
ricerche applica all’osservazione dei fatti, alla loro interpretazione e al
loro coordinamento le norme suggerite dalla ragione nel suo sviluppo storico, c
dall’esperienza passata. l’idea moderna d’esperienza si costituisce nel Hi
nascimento soprattutto per opera di Galileo, seguito poi dall’empirismo
inglese. Locke riconosce due fonti dell’esperienza: il senso esterno e il senso
interno (cioè la riflessione ), e quindi vede già nell’attività dell’Intelletto
una condizione importante dell’esperienza. (filos.): per Kant l’esperienza
consta di due fattori: a) della conoscenza doi fenomeni, cioò delle impressioni
clic ci pervengono dal mondo esterno per la via dei sensi o dal inondo interno
per la via della coscienza: materia passiva; b) dello spirito, che elabora il
rozzo materiale delle sensazioni, cioè dei fenomeni, con le intuizioni pure o a
priori dello 6pazio e del tempo e con le categorie, cioò con le forme attive.
Questi duo fattori sono intimamente e indissolubilmente fusi nel l’esperienza.
Esperienza possibile (filos.): si ha quando, dice Kant, « io mi rappresento
insieme tutti gli oggetti sensibili esistenti in tutti i tempi e in tutti gli
spazi, ossia gli oggetti che si trovano in quella parte dell’esperienza verso
la quale debbo ancora progredire ». Esperienza pura (ItTos.): è la dottrina che
vuole liberare il pensiero da tutto le aggiunte artificiose e superflue, come
causa, tempo, sostanza eoe. e costituire ' un’idea naturale del mondo mettendo
nella sua vera luce il puro dato immediatamente vissuto, cioè la sensazione.
Così R. Avkxarius c Vempirio-cri deismo. Esperimento (scienza): consiste nel
riprodurre artificialmente fenomeni naturali col lino di poterli osservare
isolandoli, ripetendoli, « provando e riprovando » nelle condizioni più
favorevoli per l’indagine scientifica. Galileo è stato uno dei primi e più
geniali sperimentatori. Essenza (lat. csscntia da esse) (logica): designa il
complesso delle determinazioni, cioò dei caratteri che definiscono nelle sue
note costitutivo un oggetto del pensiero. Aristotele Ja definisce: oùaCa àveo
CXyjs, ossia la sostanza senza la materia; p. es.: l’essenza dell’albero ò data
dallo qualità costitutive del concetto di albero, distinte dalla sua materia;
forma c materia, unite, dànno la sostanza (oùoCa). (filos.): è ciò che
costituisce il nucleo costanto d’una cosa in opposizione alle modificazioni che
non lo toccano se non superficialmente e temporaneamente; così la intende
Cartesio. Spinoza aggiunge che l’essenza d’una cosa ò ciò senza di cui questa
non può né esistere né essere concepita e, viceversa, ciò che senza la cosa non
può né esistere né essere concepita: id sine, quo res et vice versa quod sine
re nec esse nec concivi potest. Essere (filos.): in opposto a divenire indica
ciò che esiste o sussiste stabilmente, non ostante i mutamenti che può subire;
è dunque una realtà permanente, costante, presente nell’esperienza o anche
accessibile al solo pensiero; por gli uni (per cs.: Parmenide o Platone) l’idea
dell’essere è la più ricca di contenuto; per gli altri (per es.: Hegel o
Rosmini) è l'idea più semplice o più povera di contenuto; ma sempre di grande
valore speculativo. Parmenide por primo pensa l'essere come la realtà vera,
immutabile, perfetta, senza passato né futuro, posta In un eterno presente,
unità del tutto omogenea, accessibile al solo pensiero logico; mentre il non
essere ò apparenza mutevole o dipendente dall’esperienza ingannevole dei sensi.
per Democrito l'essere è posto nella pluralità degli atomi, che si muovono nel
vuoto, cioè nel non essere, il quale ò quindi una realtà anch’essa. per Platone
ressero è nelle Idee. per Hegel, so ad una cosa si tolgono tutto le
determinazioni e le qualità, rimane la pura affermazione* questa cosa è; ossia
l’idea più semplice, più astratta, più povera di contenuto, che richiama alla
mente l’idea opposta, cioè quella del non essere. È il punto di partenza (Iella
logica hegeliana, e della diaEssoterico 41 Esterno lettica (v. questo termine)
; infatti « la verità dell'essere {tesi) e del non essere (antitesi) è la loro
unità, la quale ò divenire ( sintesi ); l’essere, se vicn pensato nel divenire,
è un formarsi, un incominciare ; invece il non essere ò un passare ». L’idea decessero
è un’idea della ragione (v. qui sotto l’esempio citato nel Nuovo Saggio del
Rosmini). -anche pel Rosmini se dall’idea concreta di M. nostro amico voglio
rimovero ciò che ha di proprio e originale, non mi resta più l’idea del mio
amico, ma solo l’idea comune di un uomo; se poi astraggo le qualità proprie
dell’uomo, mi resta un’idea più generale, cioè l'idea d’un animale; io posso
allo stesso modo colla mia mente astrane dalle qualità proprie dell’animale o
mi resta allora l’idea d’un puro corpo privo di sensitività, dotato solo di
vegetazione; voglio ancora colla mente togliere da lui ogni vegetazione, allora
la mia Idea ò divenuta l’idea d’un corpo in genero; se infine non voglio badare
a ciò che ha di proprio il corpo, rimane allora l’idea più universale di tutte,
cioè l’idea d’un ente, senza che questo nel mio pensiero sia determinato da
nessuna qualità cognita, l’idea dell’essere è dunque quella, tolta la quale, è
tolto interamente il pensare ed è resa impossibile qualsiasi altra idea ». Però
l’idea dell’essere « che è la verità prima e la ragione suprema, presuppone chi
dia l’essere alle coso che esistono, ossia l’essere in sé, Dio, causa ».
Essoterico (gr. èScoTepixò»; Xóyo|xv) = sentenza) (in pflBile): si usa a
indicare la saggczzi^Riq s’esprime per mezzo di sentenze morali, proverbi,
aforismi: filosofia gnomica, poesia gnomica (Solone, Focilide, Teognide).
Gnoseologia (gr. yv&at? = conoscenza e Xóyo? = discorso) (filos.): ò quella
parte della filosofia che studia il problema della conoscenza (vedi conoscenza).
Gnosi (gr. yvcócu? = conoscenza, saggezza) (rch' 0 .): è lo stato del Cristiano
illuminato che distinguo chiaramente la propria fèdo da quella dei pagani, le
divinità dei quali gli appaiono pure finzioni. (filos. e rclig.): ò una forma
di conoscenza che trasforma la fede in scienza; è però una conoscenza concreta,
giacché per gli Gnostici conoscere Dio vuol dire possederlo, non per via
discorsiva, dialettica, o per la certezza soggettiva della fede, ma per via
mistica. che si complica con gli clementi provenienti dallo religioni orientali
o dalla filosofia; giacché gli Gnostici, per superare l’antitesi fra Dio,
principio del bene, e la materia, principio del malo, imaginano una serie di
coni (alcove?), realtà intelligibili uscite dal Primo principio ineffabile, una
delle quali, degenerando, ha prodotto la materia e il male. La creazione e 1 a
redenzione cristiane sono episodi di quella lotta. Principali rappresentanti
della gnosi sono Valentino e Marcione (II sec. d. Or.) (v. Eoni). Grazia ( relig
.): è un dono gratuito fatto da Dio alle creature umane, senza che vi abbiano
.alcun diritto; in questo senso non v’è cosa alcuna che non sia una grazia,
poiché Dio basta a sé e dona liberamente e gratuitamente tutto ciò che dà. In
un senso meglio determinato da S. Agostino la grazia ò un dono gratuito che Dio
fa all’uomo (posto dal peccato originale nello stato di natura decaduta e
pervertita) per rendere possiGusto 4ft Idea bile la salvezza di pochi eletti,
Bcelti dalla sua imperscrutabile volontà, giacché l’uomo da sé non può
risollevarsi e lo Spirito Santo soffia dove vuole (spiriius sanctus apirat ubi
vult, non merita seqiUns, sed merita facicns). _ Lo stato di grazia implica una
partecipazione più o meno consapevole dell'anima alla vita soprannaturale, che
oltrepassa l’ordine croato, cioè la natura o la conoscenza razionale; è oggetto
di fede (v. natura). (estetica): La grazia è il sentimento, non beilo
definibile» che nasce alla vista idola tori, gli Idoli del mercato, cioè
provenienti dai rapporti sociali: p C, gli errori per cui si prendono corno
reali le coso fittizie designate da terminll del linguaggio; d) idola thratri,
consistenti nell'azione esercitata sulla mente dai sistemi filosolidi, elio si
succedono sulla scena della storia, come le rappresentazioni fantastiche della
realtà si svolgono sulla scena d'un teatro. _ (teoria della conoscenza) : per E
cicli HO tutto le coso reali emettono efflussi d'atomi. quasi Involucri vuoti
isimularm. 11 dice Cicerone), i quali riproducono la struttura generalo e le
qualità del^ corpi donde emanano e, movendosi con grondo velocità, pervengono
attraverso 1 sensi fino al cuore, dove producono le sensazioni. Possono
provenire audio da corpi non piti presenti ai sensi; di qui 1 fantasmi del
sogno e del delirio. Ignava ratio (gr. ip-fòc; Xbyo r, = vita) (filos.): è la
teoria comune ai più antichi filosofi greci, secondo la quale la materia è
considerata non solo come attiva, ma come animata, vivente: materia e lotiche
sono Indistinto. Immaginazione (psicol.): è l’attitudine mentalo a formare
immagini c rappresentazioni ; si presenta sotto duo forme : --a)
rappresentativa, o riproduttrice, che sta nel potere psicologico di riprodurre
nella mente gli oggetti già percepiti, non presenti: li) creatrice, che
consiste nei comporre, nel creare nuove immagini; è alliue a fantasia o ha una
funzione importante nell’arte. (/ilo».): per Spinoza la imaainalio è il grado
inferiore del conoscere, visione oonfusa, disordinata, incompiuta * delle"
coso. per Kant l’immaginasionc creatrice è « una funzione cieca ma
indispensabile % che applica le categorie deU’in* folletto ai fenomeni,
collognndo lo forine dell'intelletto con lo forme della sensibilità e rcndondo
cosi possibile la costituziono doli'esperienza; per FICHTE l’immaginazione
creatrice produce il non io, che si oppone all'io puro o lo limita; opera In
maniera Incosciente. Immagine (psicol.): In generalo ò la rappresentazlono
montalo d'un oggetto percepito, o anche una nuova rappresentazione formata
d’elementi psichici elio già si trovano nella coscienza, come le immagini
poetiche. Immanente (opposto: trascendente ) (/»/os.): già nel soc. XIII
immanens (opposto a transiens c transitiva) i> detta un’azione od una causa
elio rimanga nell'Interno dol soggetto agente, mentre transitiva è dotta
quando, uscendo dal soggetto, s'cserclta sopra un'altra cosa; cosi S. Tommaso:
duplex est actio, una qua e transil in citeriorem materiam, ut calc/acerc et
secare, alia quac manci in agente, ut intclligcre, sentire et rette (= duplice
è l'azione; una che passa nella materia esterna, come riscaldare o tagliare,
l’altra cho rimane nell’agente, come intendere, sentire e volere). Spinoza
Intende in questo senso il termine immanente, quando dice: Deus est omnium
rerum causa immanens non vero transiens (Ilio è causa immanente di tutte le
cose, non transitiva), perché, contenendo in sé il mondo (v. panteismo), non
esco fuori di sé quando agisce, ma resta in so stesso. -per Kant è immanente
ciò che sta entro i limiti dell’esperienza, trascendente ciò clic sta fuori
deH'esperienza a non è conoscibile. Immanentismo Imperativo in dottrina eli
Blondel (vedi: azione) ò detta una « trascendenza immanente », perché la
divinità che è trascendente, può, per un atto della volontà individuale,
consapevole della propria incompletezza e insuiHeionza. divenire immanente,
entraro nella vita umana, compenetrarla, facendo cosi l’uomo partecipo della
vita soprannaturale per un dono gratuito, cioè per tuia grazia, la quale però
risponda a un appello interiore, a un’intensa aspirazione della coscienza.
Immanentismo (relìg.): è la teoria attribuita al clero modernista cattolico e
condannata dall’enciclica Pascendi, pei duo principi! di cui consterebbe : a)
il sentimento religioso è un prodotto dell'attività interiore o incosciente
dello spirito ed ò il germe d’ogni religione, che così apparo un frutto proprio
o spontaneo della natura; b) Dio è immanente nell’uomo, perciò la sua aziono si
confonde con quella della natura e 11 sovrannaturale viene eliminato. Immanenza
(filosofia dell' )(filos.): ò la dottrina di G. Schuppe, secondo cui l’io, la
coscienza ò il fatto primo, supcriore ad ogni dubbio, irriducibile, e la
pluralità delle cose di cui l’io è conscio è l’oggetto inseparabile della
coscienza, per cui ogni oggetto non pensato, non presente al soggetto e da
questo indipendente, è inconcepibile; ogni cosa è solo in quanto è presente al
soggetto, in quanto entra nella sfera della sua luce e della sua realtà (ossia
è immanente nella coscienza). Ciò non vuol dire che il mondo sia nell'io, ma
solo che l’io e il suo oggetto sono due momenti inscindibili d’uno stesso atto:
• quando lo ho la sensazione d’un disco rosso posto a nna.corta distanza o
d’una data grandezza, ciò non vuol dire altro so non che io ho coscienza di
esso, clic esso è oggetto della mia coscienza ». La realtà è perciò il
contenuto della coscienza. non dello singole coscienze!, ma d’unti « coscienza
generica >, che è il soggetto pensato nella sua perfezione c nella sua
purezza, avente un’esistenza concreta solo nello coscienze particolari.
Immaterialismo (filo».): cosi denomina Berkeley la propria filosofia, clic,
opponendosi al materialismo del suo tempo, vuol dimostrare resistenza reale
delle sole idee e dell’anima e riduce la materia a un complesso di idee, intese
nel senso di processi psichici. Immediato (opposto: medialo) (logica): ò
immediata un’inferenza, quando il passaggio da un giudizio a un altro, da una
proposiziono a un’altra avviene senza un termine medio, senza un terzo giudizio
intermediario; p. e. dalla proposizione : i triangoli sono poligoni », si
deduce immediatamente: « alcuni poligoni sono triangoli ». (/ilo*.): è
immediata la conoscenza che coglie un'idea, un sentimento per via dirotta,
intuitiva, senza passare per un termine medio, come invece avviene nella
conoscenza discorsiva e analitica; cosi Platone intuisce l’idea del Bello e del
Bene, Cartesio il cogito ergo sum. Immoralismo (/ ilos .): per Nietzsche
designa l'aspirazione verso nuovi valori morali, cho si dovrebbero concretare
nelle virtù forti ed eroiche del superuomo (v. questo termine), e dovrebbero
sostituirsi ai vecchi valori, soprattutto allo virtù umili e inclini alla
rinunzia, esaltate dalla morale del Cristianesimo. Immortalità (filo*, o
velia.): è il sopravvivere indefinito dcU’anima al corpo, conservando la
propria individualità. La dottrina dell 'immortalità personale è por la prima
volta affermata con prove da Platone (specialmente nel Fedone). per Aristotele.
ò immortale solo l 'intelletto attiro (v. questo termine), che è la forma
dell’anima ed entra in questa dall’esterno. per Kant l'immortalità dell’anima è
un postulato della ragion pratica ; è fondata sopra l'esigenza, por l’essere
umano finito, di attuai*© la perfezione morale In un progresso indefinito verso
la santità. Imperativo (morale): ò un comando, una norma obbligatoria che
l’uomo deve imporre a se stesso pel raggiungimento d’un fine. Kant distingue
due specie di impè* rat ivi : a) ipotetici, che sono comandi condizionati,
mezzi da servire a un determinato fine, e sono regole d’abilità o consigli di
prudenza; p.e.: sii temperante se vuoi vivere a lungo ; categorici che
comandano in modo assoluto, incondizionato, non sono subordinati ad altro fine
ed esprimono la necessità dannazione, in quanto è buona in 60 stessa; sono
norme razionali, che esprimono la forma che deve rivestire un'azione per essere
giudicata Implicito 53 Indifferenza morale; provenendo dalla ragione, non
dall'esperienza, sono universali e necessari ; p. e. : non mentire, avvenga
olio può . Implicito (opposto; esplicito) {logica): un’idea o un giudizio sono
impliciti.in un’altra idea o giudizio, se, affermati questi, sono affermati e
sottintesi quelli ; p. e.: essere ragionevole 6 implicito in uomo. Impressione
( filos.): ò il principio fondamentale della dottrina di HUME, pel quale « Bono
impressioni le sensazioni, lo passioni, le emozioni elio compaiono per la prima
volta nella coscienza . mentre le idee e lo rappresentazioni sono copie dello
impressioni, ma più tenui o meno vivaci. Per Humc non v’è idea senza
impressione, non vi sono concetti a priori e non vi è metafisica. Impulsione e
impulsivo (dal lat. impellere = incitale; opposto: inibizione) (psicvl.):
esprime la tendenza spontanea e immediata all’azione. Un carattere è impulsivo
quando passa dirottamente dalla concezione d’un atto alla sua esecuzione;
allora il potere inibitorio agisce debolmente e noi casi patologici è annullato
(v. inibizione). Imputabilità (da,, lat. imputare = mettere in conto,
attribuire a qualcuno un atto) ( diritti> e morale): è 11 carattere d’un
atto, die, trasgredendo la legge civile o la legge morale, può essere imputato
a una persona. Ha un aspetto oggettivo, in quant o si considerano gli
untecedenti deiratto imputabile, cioè la persona agente, la condiziono elio
permette ad ossa di operare e la circostanza, ossia l’occasione più o meno
favorevole ad agire; e ha un aspetto soggettivo, che è la libera decisione
della volontà, l’aver agito consapevolmente e liberamente. La responsabilità e
la pena non sono necessariamente connesse all'imputabilità, giacché le cause
che diminuiscono il valore razionalo della persona agente (p. e. la passione c
l’ignorau/a invincibile), ne diminuiscono pure e, in certi casi estremi, ne
annullano la responsabilità. L’imputabilità morale esige pjù particolarmente
l'apprezzamento morale dell’atto in relaziono col valore morale della persona
agente. Incondizionato (filos.): è ciò che ha in sé la ragione del suo essere
e, quindi, non sottosta ad alcuna condizione; può quindi essere inteso come assoluto.
Inconoscibile {filos.): è ciò che, pur essendo reale, si sottrae ni nostri
mezzi di conoscenza, ò un assoluto che sta dietro i fenomeni; lo Spencer lo
pone a fondamento della sua dottrina (v. «gnosticismo). Incosciente (opposto:
cosciente) (psi’col.): si dice dei processi psicologici (sensazioni,
rappresentazioni, volizioni, ecc.) che, pur essendo reali e attivi nel nostro
interno, non sono avvertiti dalla coscienza. -Leibniz pel primo ha richiamato
l’attenzione su questi processi psichici oscuri (petites, insensitiva
percepìurna), che costituiscono la vita delia monade nel suo grado più basso:
p. e. il movimento d’ogni singola onda marina dà u na percezione debole,
confusa, inavvertita, incosciente, e deve fondersi coi movimenti delle altre
ondo per essere percepito distintamente. (filos.): pel tedesco Kdourdo Hahtmaxx
rineosciento è l'essenza della realtà, un principio universale, dovunque
presento, attivo, intelligente, manifostuntesi nella materia, nella vita, nel
pensiero; In se stesso ò sopracosciente, per nói è incosciente; ò una sostunza
operante, analoga alla volontà ili Schopenhauer, itila quale l’inconscio
deH’Hnrtmann ò sostituito come principio primo dell'essere o del divenire.
Indetenninismo (opposto: determinismo) (filos.): ò lu dottrina elio afferma la
libertà del volere, per cui la volontà non dipende nelle sue decisioni né da
forze esterne, né da processi interiori c mentali, non è determinata da cause,
è dotata di spontaneità, lia la facoltà di decidersi senza causa. il Bol'tkoux
o il Bergson estendouo questa spontaneità a tutta la realtà, nella quale si
possono rilevare novità, creazioni, produzioni originali, elio il determinismo
non riuscirebbe a spiegare (v. contingenza ). Indifferenza (filos.): per
Aiustippo di Cirene è indifferente una sensazione clic non è né piacevole né
dolorosa, paragonabile al mare in bonaccia., (morale): per gli Stoici sono
indifrercnti, cioè prive di valore pel saggio, le cose che non dipendono da
noi, come la vita, la morte, la salute, la malattia, la ricchezza, la povertà;
la virtù è il solo bene c il vizio il solo male. per gli Scettici tutte le cose
sono indifferenti (àSldccpopa, da a priv. o àiacpépco = distinguo), perché
l’uomo conosco le coso come appaiono, non come sono in se stesse; quindi le
cose sono Indifferentiae 51 Ineffabile (.ulte no» differenti, cioè uguali, sono
pure apparenze. per sk'UKmxu l’indiffcreuza è il carattere del principio
supremo dcll’universo, clic dove concepirsi indeterminato, comprendente in sé.
Indistinti, l’oggetto o il soggetto, la materia e lo spirito, o conciliante in
sé tutti 1 coulrasti e gli opposti: tale principio è la natura creatrice,
natura naturimi!, spirito clic diviene. Materia 0 spirito sono per lo Schelling
inni differenti, coincidono: la materia è spirito ohe sonnecchia, lo spirito è
materia in formaziono (v. identità). Indifferentiae (libertini artritrium) ):
v. arbitrio. Individualismo (opposto: universalismo) ifilos.): consiste nel
concepire l’individuo corno line a se stesso. Per questa dottrina tutte le forme
sociali (la famiglia, l’associazione, lo Stato) sono mezzi creati
dall’individuo per lo sviluppo dell’individuo, o la society non è altro die un
uggrnppumento d’individui. (morale): è la dottrina per cui ciò che piu importa
è la formazione e il perfezionamento morale dell'individuo, o la società ha
valore in quanto favorisco lo sviluppo morale indefinito della persona umana,
[ruiividualistica è la morale di Kant. Individuazione (principio di ) (Jat.
mediev. : principi um individuai ionio) (filos.): nella Scolastica 6 ciò che
conferisce a un essere l’esistenza concreta, determinata nel tempo c nello
spazio, cioè individuale. Questo principio è la nuitcria per AQUINO, la e
verità (haccccitas) per Duxs Scoto; per Leibniz è ciò che fa si che un essere
possieda non solamente un tipo speci fico, ma un’esistenza singolare, concreta,
determinata nel tempo o nello spazio e che lo distinguo da tutti gli altri :
por SCHOPENHAUER è il tempo e lo spazio, grazie ai quali la volontà iti vivere,
che ò il fondamento mota fisico della vita universale, sempre identico a se
stesso, si manifesta come diverso e molteplice negli esseri individuali.
Individuo (gr. &-to[AOV = indivisibile, che Cicerone traduce con
in-dividuum) (in generale): 6 ciò cho costituisce un tutto determinato,
concreto, distinto e distinguibile dagli esseri della stessa specie (Boezio:
dicitur irui irido um quoil (minino secavi non potrai, ut unitas vet menu:
dicitur id euiiis praedicatio in nllqua similia non convenit, ut Socrafes).
(filos.): individuo ò l'uomo iu quanto rappresenta un mondo a parto o riflette
in maniera particolare Putiiverso ; ò un microcosmo, cioò una concentrazione
della realtà, del macris-osmo. Questa concezione risale a Plotino o ricompare
in Nicola Cusano, in Giordano Bruno e in Leibniz. Induzione (Ionica): in
generale ò l’operazione che consiste nel passare da fatti, affermazioni,
proposizioni particolari o singolari a proposizioni e a principi! generali.
L’induzione ha duo forme: a) induzione perfetta, quella aristotelica, detta enumeratio
prr/ccta, che da ciò che ò stato provato dello singole parti d’un tutto procede
al tutto stesso(v. epagoge): b) l’induzione moderna, o enumcralio imper/ecta,
cho vu dalla parte al tutto, da ciò che si ò osservato in alcuni individui
d’una classe a tutta la classe, è conclude con Un principio generalo, con una
legge; ò divenuta un procedimento comune nella scienza dopo Bacone e Gallico;
Mill vorrebbe che fosse riservato il uomo d’induzione a questo solo
procedimento. (filos.): in che modo si giustifica l’induzione come passaggio
dalla parto al tutto 1 Alcuni ricorrono al principio di causa: • qunudo lo
stesso condizioni sono attuate in due momenti diversi del tempo c in duo punti
diversi dello spazio, gli stessi fenomeni si riproducono, mutando solo lo spazio
o il temilo (PAINLEVÈ). pel Lacuki.ikh è fondata su duo principi, cioè sul
principio di causa, In Virtù del quale i fenomeni formano serie in cui
l’esistenza del precedente determina quella del seguente, e sul principio delle
cause finali, per cui lo serie dei fenomeni formano sistemi (come, p. e.,
specie e generi), nei quali l’idea del tutto determina l'esistenza delie parti
(p. e.; l'idea dell'uomo determina l’esistenza dei singoli uomini). Questo
secondo principio assicura l’ordine nella natura, il quale alla sua volta
assicura la costanza delle leggi meccaniche del movimento, ossia l'induzione
stessa. il fisico K. MACH considera l iuduziono solo come un principio regolati
co, un’ipotesi utile nello ricerche scientifiche, non un principio costitutivo
e corto. Ineffabile (gr. SpprjTop. 7)11x4;). Che nasce, o muore col corpo, è
illuminato dall’intelletto attivo, è materia rispetto a questo che è forma;
Intellettualismo 56 Intelligibile per Plotino emana direttamente dall’l/no, è
intelletto universale, come poi per G. Bruno, pel quale « esso empie il tutto,
illumina l'universo, è fabro del mondo », simile al demiurgo del Timeo
platonico, che plasma il mondo sensibile con rocchio fisso alle idee. -per
Spinoza è la facoltà che ha la nostra mente di collegare le idee in un ordine
obbiettivo uguale per tutti, mentre 1’ associazione psicologica le ordina
secondo le affezioni del corpo, collegato fra loro da rapporti nou necessari!,
ma puramente accidentali e variabili ; -per Kant è la facolta di giudicare, cioè
l'attività che subordina rappresen| tazioni diverse a un concetto unico, è
l’organo delle categorie, che collega i fenomeni dati dalla sensibilità; per
Schopenhauer ò l’organo che coordina le rappresentazioni mediante il principio
di causa, la sola categoria da lui ammessa. Intellettualismo (opposto:
volontarismo) ( filos .): il termine ò di recente formazione e risale a
Schelling, ma l’idea è antica, e consiste nel subordinare alla ragione
teoretica (vou? &so>p7)Tixós di Aristotele) la ragione pratica (voo£
7rpax?ixó$); ossia nel porro il centro di gravità dell’esistenza umana
nell'!zitelle tto, considerato come la sola funzione che le possa dare forza,
calore, vita, giudicando l’azione pratica come secondarla e subordinata al
conoscere, c affermando che le norme valide pel pensiero sono pure valide per
le altre attività vitali, il sentimento e la t*olontà. -I filosofi greci ci
diurno un esempio tipico dell’intellettualismo: convinti che l’uomo fa parte
d’un cosmo retto da leggi immutabili che lo circonda con la sua certezza c il
suo splendore, non vedevano nulla di più grande della conoscenza d’un tale
mondo (D-eopCa) mediante l’intelletto (vouc). Con Socrate e Platone
l’intelletto diviene anche la guida sicura della condotta morale: non è
possibile fare il bene senza conoscerlo, né è possibile che, conoscendolo, non
lo si faccia. -nei tempi moderni tipici rappresentanti dell’intellettualismo
sono Leibniz, il qualo afferma essere il pensiero la potenza fondamentale
dell’anima, ed Hegel, pel quale l’universo è la ragione realizzata, la realtà
ultima è quella accessibile al solo pensiero, e « lo spirito è la causa del
mondo « (v. volontarismn). -in senso peggiorativo ò 1 tendenza a rinchiudere la
realtà vivente entro schomi rigidi e quadri artificiali, che invece di
riprodurla fedelmente la deformano, toccando solo la superficie delle cose o
disconoscendo le esigenze del sentimento e della volontà. Intelligenza
(psicol.): in generale equivale a «organo della conoscenza» e quindi compie
tutte quello funzioni psicologiche che contribuiscono al conoscere (percezione,
associazione dello idee, memoria, immaginazione, ragione); suo operazioni
importanti sono; distinguere e generalizzare. -(filos.): per S. Tommaso
l'intelligenza è l’intelletto nella sua effettiva attività: inteUigentia
significai ipsum actum inkllcclus qui est intelligcrc ; -per Hpinoza ò
l’attività mentale, essenziale alla ragione: nulla est via rationalis sinc
inteUigentia. il Bergson contrappone l’istinto e Tintuizione all’intelligenza :
questa ha una funzione analitica, discorsiva, vuol comprendere ciò che si
sottrae al meccanismi, ossia la vita e lo spirito, mediante le leggi meccaniche
che governano i corpi solidi; perciò si lascia sfuggire il carattere profondo e
originale della vita e dello spirito, che è divenire spontaneo, imprevedibile,
creatore. Intelligibile (gr. voyjtó$, da voéo = penso, comprendo con la mente;
opposto: sensibile) (filos.): in generale indica ciò che può essere soltanto
pensato, conosciuto dall’intelletto. più particolarmente, l’ospresBione monito
intelligibile (xó; il Logos è Gesù, Il Verbo mediante il quale tutto è stato
creato, la luce che illumina ogni uomo, il figlio unico di £>io o Dio egli
stesso; xal ò Xóyos vjv Tcpò? ateòv, xal ?)V 6 Xóyo^ (il Verbo era presso Dio:
e Dio era il Verbo). La teologia cristiana interpreta il Logos come il verbo
che s’ò fatto carne nel figlio di Dio; è un mutamento importante nella storia
di questo termine e, anche, del Cristianesimo. per Filone d'Alessandria, il
logos è intermediario fra Dio e il mondo; per mezzo del verbo Dio é creatore
del mondo, ò il primogenito di Dio, un secondo Dio, forza cosmica ordinatrice
del tutto; per Plotino ò in generale ogni attività spirituale, e più
particolarmente l’immediata produzione dell’t’no, la seconda ipostasi, il V 0
U£» la ragiono che contiene in sé lo idee e da sé le produce: vosi và 6 vva xal
ucplaT7] vento. questa ido» viene ripresa nei Rinascimento e per N. Cusano
l'uomo ò un parvus munxtus, uno specchio, una quintessenza dell'universo,
poiché fra il grande e il piccolo cosmo i termini si corrispondono e abbondano
lo analogie. Magia: in gemcrale è una delle arti taumaturgiche occulte, assai
diffusa anche nel Rinascimento, la quale insegna a conoscere le forzo segreto
della natura eglispiritiche in questa agiscono, per trarli a vantaggio
dell’uomo con mezzi 0 pratiche occulte. il poeta-filosofo tedesco Federico
Novaus ò Fautore cl’un idealismo magico, per cui l’uomo può entrare in rapporto
di simpatia o d'azione diletta con l’universo, compiere l'unione misteriosa
dell’io con la natura per via intuitiva: « l’artista, simile all’uomo
primitivo, ò un visionario; tutto gli apparo come spirito ». Maieutica (gr.
(xatsuTiXY) TéyvY] = Forte dell’ostetrica) (filos.): è il metodo seguito da
Socrate che, interrogando, fa scoprire a ciascuno la verità che egli porta in
sé: « hai sentito dir© che io son figlio d’una levatrice molto valente e seria,
Fenarete, o che m’occupo della stessa arte, ma con riguardo alle anime e non ai
corpi * 1 (Platone, Teeteto), Male (il problema del ) (filos.): deriva dalla
difficoltà di conciliare resistenza d’un Dio buono o onnipotente con a presenza
del male nell’universo, sia che si consideri come male morale nel peccato, sia
come male metafisico nell’imperfezione di tutte ie cose, sia come male fisico.
Tale problema si presentii soprattutto nelle religioni e nelle filosofie
ottimistiche (v. manicheismo). per lo Stoicismo il male, se è osservato non in
sé ma in relazione ool tutto, dipende da condizioni posto perii bene, o anche ò
un mezzo per attuare un bene, oppure dipende dalla stoltezza dell’uomo che
disconosce le leggi della ragione cosmica e Berve alle passioni. per Plotino,
seguito spesso dalla Scolastica, il male ò pura apparenza, perché colpisce Bolo
l’uomo empirico che vive tutto nel mondo esteriore e Manicheismo Meccanica por
i boui materiali, non l’anima olio s’elevi, purificata, nella sfera della
ragione o dell’Uno. Leibniz afferma la superiorità del bene sul male nel mondo,
il quale nel 1 suo insieme ò un’opera buona, preferibile al nulla. Anche
VIlluminismo ò ottimistico. Manicheismo (relig.): dottrina fondata da Mani,
persiano del III sec. d. Or., che vuol spiegare il mondo con la lotta frtt duo
potenze sovrane e infinite, di cui la prima ò il Principe della luce, la causa
o l’essenza del bene, l’altra il Principe delle tenebre, la causa e la sostanza
del male. s. Agostino professò tale dottrina nella sua gioventù. Massima
{morale): per Kant ò il principio soggettivo del volere, norma di condotta elio
l’uomo si dà come valida per la sua volontà, senza riferirsi ad altre persone.
Materia (opposto: spirito) (, filos .): per Platone è qualcosa di rozzo, di
rosistente e di ostile allo spirito, il quale non riesce a dominarla
interamente. -per Aristotele ò una realtà Indeterminata e inerte, ohe riceve
determinazione e vita accogliendo la forma (v. questo termine), alla quale si
adatta e la, serve docile, essendo a ciò predispostadalla stessa natura: è la
potenza di ciò che, grazie alla forma, è tradotto in atto; p. e. il marmo
rispetto alla statua. -per Cartesio ò la rea extensa, essendo l’estensione la
sola qualità del corpo la quale si presenti a noi chiara e distinta ; è retta
da leggi meccaniche, e lo stesso corpo umano è una macchina, benché
mirabilmente foggiata. nei tempi moderni o s’ammette resistenza d’uria materia
distinta dalla forza e se ne ha una concezione meccanica, come in Cartesio;
oppure materia ed energia si identificano, o allora se ne ha una concezione
dinamica, come in Leibniz; nel primo caso la causa del movimento ò esteriore,
nel secondo è interiore e opera dall’interno verso l’esterno. Materialismo
(opposto: spirUualismoy {filos.): ò la dottrina che considera la materia come
l’unic a sostanza o il principio primo dell’universo, concepito coinè una molteplicità
di corpi posti nellospazio e accessibili ai sensi. Si presenta sot to diversi
aspetti, per la difficoltà di spiegare* l’esistenza dello spirito: a) nella
forma 'attributiva Io spirito è considerato un attributo, una qualità inerente
alla materia,, che appare animata, come nei Presocratici, materialisti
inconsapevoli; b) nella forma causale lo spirito è un effetto della materia, à
un epifenomeno dell’attività cerebrale, o anche l’insieme dello reazioni
clolTorganisnto corporeo: «E la coscienza, come il pensiero, è un prodotto
della materia « (B Corner); c) nella forma equaliva i processi psichici sono
pensati come materiali nella loro essenza, crjuali essenzialmente agli elementi
materiali; per Democrito, mi cs., 1’anima consta di atomi lisci, rotondi.
simili u quelli del fuoco. Materialismo storico (filos.): Marx ed Engels,
asserendo che l'uomo, nella sua essenza, é un essere che ha fame e sete, ha
bisogno di nutrirsi, di vestirsi, in una parola subisce un certo numero di
necessità vitali e dipende in ogni istante dolla sua vita dai mezzi atti a
soddisfarle, cioè dai mezzi cconsnnici, materiali, deducono che il fattore
economico determina, in maniera pili o meno visibile, ina reale e decisiva,
ogni ‘ nostra azione; quindi bisogna dire, contro Ìidealismo classico,
specialmente di Hegel, che non l’attività dello spirito ma le condizioni
materiali d’esistenza sono gli organic 1 motori della storia, elio la
produzione economica genera e domina il fenomeno giuridico, politico, morale,
e, iu qualche modo, anche quello religioso, intellettuale, artistico. Questa
dottrina viene anello detta determinismo economico, che però non esclude
un’azione dello spirito sulle condizioni materiali della vita. Meccanica
(opposto: dinamica ; gr. rj (i.y)/avtx.7) 'ziyyrr = l'arte di compor macchine
ponendo a profitto Io forze della natura): in venerale è là teoria che spiega
la formazione della natura in maniera analoga dlle opere dell’uomo, benché la
natura operi con mnggior finezza dell’uomo (Aristotele). (filos.): l’idea di
meccanismo dalla fisica s’estende a tutti i gradi della realtà, dando luogo a
una teoria meccanica del mondo, che appare per la, prima volta nell’. 4
tomTsfica di Democrito : Il mondo, così vario e mutabile, ò sempre e dovunque
lo stesso, giacché ogni cangiamento dipendo dal fatto che il substrato
materiale é soggetto a movimenti d’ogni sorta, c tutti i fenomeni si succedono
obbedendo al principio di causa, non esclusi i fenomeni psichici, che, seguendo
le leggi Mediato (in Metempirico dcHVwffWwciofli’ delle idee, si ntlrng-, sono
o si respingono, veri àtomi psì-r. chic!, come irli atomi Usici ; questa teoria
lia li carattere d'nn deiermintomo universale. •,_ n Laplacp: cosi formula la
consegui n/.a di tale teoria: Un’intelligenza elio conoscesse tutto le forze
onde è animata la natura c la posizione rispettiva degli esseri che la
compongono, so poi fosso cosi vasta da poter nssoggettaro questi fatti
all’analisi, comprenderebbe in un’unica formula i moti dei più grandi corpi
dell’universo o quelli delPatomo più leggero; nulla sarebbe incerto o
l’avvenire come il passato sarebbe presento ai suoi occhi ». Mediato
(ragionamento) (Apposto: immediato) (logica): è la forma di ragionamento che
consisto nel passare da un giudizio a un altro mediante un terzo giudizio; p.
e. f il sillogismo. Medio (logica): è nel sillogismo il termino che serve per
eollcgaro il termine maggiore col minore: p. e. mortale si collogu a Sacrale,
mediante uomo, nel sillogismo: • l’uomo è mortalo; Socrate è uomo ; dunque
Socrate è mortale », Memoria (psicol.): ò la funzione psicologica clic consiste
nel fatto che i processi psichici giù vissuti si conservano e si ri presentano
nella coscienza, quindi vengono riconosciuti come ricordi, o localizzati, cioè
riferiti al passato non in generalo, ma in un punto preciso, (ora, luogo,
circostanze); se quest’ultimo carattere manca, si ha solo una reminiscenza. si
ha memoria affettiva quando con la rappresentazione si rivive più o meno
intensamente lo stato affettivo, il sentimento che da essa fu determinato. :
(filo 8 .): il Bergson distingue: a) una memoria abitudine, per la quale il
passato sopravvive In un sistema di movimenti; s’acquista con la ripetizione,
servo all’azione, è localizzata nel sistema nervoso; b) una memoria pura, in
cui il passato sopravvive in ricordi indipendenti di fatti onici, che non sì
ripetono mai nello stesso modo, perché neirintcrvallo fra il processo psichico
originale e il suo richiamo l’io è mutato; il processo integrale non è quindi
piìi lo stesso, perché rappresenta uno «tato d’animo unico, che non toma più.
Questa memoria è indipendente dal corpo: la prima ha carattere meccanico, la
seconda dinamico. Metafisica ffilos.): nella storia del (ormino è già abbozzato
il significato: Andronico di Rodi (I sec. d. Cr.),nell‘ordinare Io opero
d’Aristotelo, collocò gli scritti ri f cren tisi alla filosofia prima it:?cót
7] 91X0009ta) dopo quelli riferontisi alla filosofia naturale (và yvai'/.óc.):
quindi la filosofìa prima (quella che ha per oggetto la realtà ultima e
l’essenza immutabile di tutte le coso) fu detta và [xsvà và 9omxà, ossia u/7)v
= al di là della psiche) ( psicol.) : è il nome dato da C. Richkt, nel 1911, a
quel ramo della psicologia che tratta dei processi psichici rari e anormali,
come la telepatia, la divinazione, la chiaroveggenza, che dovrebbero rivelare
facoltà psichiche ancora ignorate 0 costituire una nuova scienza. Metempirico
(film): è ciò che sta fuori dei limiti dell'esperienza. Metempsicosi 04 Mito
Metempsicosi (gr. lctt., trans-animazione;) (filos. o retiti.): ò la dottrina
antichissima, sorta in Oriente, giti nota a Pitagora c accolta da Platone, la
quale ammette il trapasso dell’anima da un corpo all’altro, per cui una stessa
anima pn successivamente dar vita a pia corpi, sia umani, sia animali, o anche
vegetali. Metessi (gr. [lébcV-t = partecipazione, da uET-é/m = partecipo)
(/ilos.). e ! pensata dà Platone per spiegare 1 rapporto fra le idee c le cose
sensibll, i che sarebbero una «partecipazione, di quelle. Viene usata anche dal
GIOBERTI I ì u significato nillne per chiarire il rapporto fra l’Idea, l’Ente,
la divinità, e l’esistente, il mondo; è intermediaria fra l’atto creatore c il
suo effetto, è partecipazione degli esistenti alla realtà originaria dell’Ente,
per cui gli esistenti imperfetti, cioè gli esseri umani, aspirano alla
perfezione dell’Ente. Metodo (gr. uéDoSoc, da o 684 ? = via; quasi: in via)
(ionica): esprime l’Indagine e audio i mezzi per compierla, i procedimenti col
quali si ordinano e si estendono lo cognizioni; donde: il metodo sistematico
(dal gr. cr'-> v fomiti = raccolgo con ordino), che indica lo norme con le
quali il sapere viene ordinato; p. o. la dassWcazionc : _ 2) il metodo
inventivo, che offre l procedimenti col quali dallo cognizioni note si passa a
quello Ignorate; p. e. ) induzione. _ Il metodo inventivo si suddivido alla sua
volta in: _n) metodo induttivo, che da le nonne per tra ire dall’osservazione
dei fatti lo leggi che li reggono, per estendere a tutta una classe di fenomeni
elo che si è constatato in alcuni casi ’ omerale e narrazione favolosa ta cui
esseri Impersonali, p. e. 1# forzo del natura, vengono personificati per
spiegare simbolicamente fenomeni e avModalità 85 Movimento veni menti ; noi
tempi uniteli! costituì* scolio II fondo delie credenze religiose. -(filos.):
per Platone è una narra* ziono fantastica di ciò clic può avvenire al .il li
dei limiti dell'esperienza e della ragiono; p. e. le vicende dell'anima dopo la
morte: dove termina l’ufficio delia ragione, supplisce li mito o il Himbolo,
come nel (forvia, nel Fettoni’. nel Fedro, nella Repubblica: dimostrata
razionai monto l’immortalità (loirauima, si può favoleggiare iito&oAoysìv)
intorno al destino dell’uomo dopo la morte. ()(rs | por mito s'intende anche
un’idea fondata sull'intuizione o la fede, che può divenire il sostegno o il
motore interno (l’un movimento politico, sociale o religioso (p. o. li mito
della razza). Costruito, almeno in parte, su elementi fantastici, trae 11 suo
valore dalle conseguenze più o meno buone, più o meno utili, non dal suo contenuto
di verità, «Difforme alla dottrina pragmatistica (v. pragmatismo). Modalità
{Ionica): b per Kant la funzione dei giudizi, fondata sul valore della copula;
essi sono problematici, assertori, apodittici, serondocl»! la relazione
«'enuncia come possibile, come esistente nella realtà, come necessaria: le
formule rispettivo cono: può essere, è, deeVsscrc. Modo (filos.): per Spinoza i
modi sono affezioni, cioè gli stati, le modi ttoazioni transitorie della
sostanza, sono sii esseri particolari o Uniti; p. o. le idee sono modi della
res rogitans, i corpi della res extensa, cioè degli attributi della sostanza.
per Locke 1 modi sono una classe di idee coniposte, che sono o idee di azioni
umane (p. cs. : uccisione), o modi di comportarsi (p. c. gratitudine), oppure
modi di essere (p. e. triangolo, che è un modo di essere dello spazio). Monade
ter. uovi; = l’unità, il semplice) Oilos.ì: al dire d*Aristotele i Pitagorici
pensavano i corpi composti di pimti, « di monadi che hanno posto nello spazio
». -per (ì. Bruno minimo, punto, atomo, monade dicono la stessa cosa, cioè un
primum indivisibile delle cose, che è insieme corpo c anima, sostanza mateaie e
centro di forze vivente e animato. per Leibniz le monadi sono sostanze
spirituali seni [ilici, chiuse in sé, senza porte nò fi nestr e -, dotate
(l’appetizione e di percezione, veri punti metafisici, M'spn retiia nti
ciascuna l'unlrcnp, disposti in gradi ascendenti, che vanno dalla più bassa,
ancora inconscia, alla più alta, Dio, monade delle monadi. Monadismo "(/iTós.):
si ilice dei sistemi dinamici cito pensano il mondo formato di monadi
spirituali, in opposizione all’atomismo meccanico di Domocrito; tale la
dottrina di (I. Bruno e di LeibNIZ. Monismo (gr. fióvo? unico) (opposti:
dualismo c pluralismo) (filos. ) : è la dottrina checonsidera la natura e lo
spirito. Il corpo e l’anima subordinati a un terzo principio o aliasi inseriti
.in esso. Il Tooco ne distingue duo specie: a) monismo dell'essere: ammette un
solo essere e considera la molteplicità delio cose un'illusione (corno gli
KleaTtcì), o almeno come accidente fuggevole dell’unica sostanzaicomeSi’iNOZA)
; monismo della qualità.: all’essere unico sostituisce una pluralità originarla
di esseri, tutti però della stessa natura, materiale per gli uni (gli Atomisti),
spininole, per gli altri (Leibniz). Monoteismo (opposto: politeismo) (retiti.):
indica lo religioni cito, come il Cristianesimo, il Giudaismo, il Maomettismo,
ammettono un solo Dio, distinto dui mondo. In tllosotla il Dio di Platone e
d’AiusTOTEt.E rientra in questo sistema. Morale = v. etica. Moralismo (filos.):
si applica alle dottrine filoso Urbe che, come quella del FICHTE, considerano
la legge morale e l’esigenza dell’azione pratica corno principio filosofico
fondamentale. Motivo (dal lat. morrò) (morale): si dice (Fogni processo
intellettuale o affettivo che muove la volontà a compiere ttu determinato atto.
La norma indica una direzione da seguire, il motivo ngisee stilla porsona in
modo più o meno imperativo, perché segua tale direzione e sia persuaso a
seguirla. Motrice (causa) = v. efflcentc (causa). Movimento (in generale): è fi
cambiamento di posizione d'ttn corpo nello spazio, considerato In funzione del
tempo e, quindi, fornito d'una determinata velocità; fi semplice mutamento
nello spazio è uno spostamento. (filos.): per .Aristotele è fi passaggio da uno
stato a un altro, è ogni mutamento ((ArratpoXYj), elio suppone l’esistenza di
una materia cnpnee di riceverò una forma. ; quindi è ugualmente fi passaggio
dalla potenza (S'iva|Als) all'atto (ivépys tal. Nativismo Cd Neo-hegelismo -S.
I ommaso accetta la concezione aristotelica (moneti est cri re de txilintiii
'«tinnì e. conio Aristotele, voile nel movimento un tierstuiNlvo ui-gomcnto n
prova dell'esistenza di Ilio: |.er spiegare il niovimontn c rieereurne la
eati.su, bisogna passare di causa in causa, essendo ogni movimento prodotto da
un altro movimento, ina è necessario arrestarsi tavàyxv; trrijvat) a un primo
motore immobili cri y.tvoòv àz.tvyj-rov), a Din. che muovo l'universo come
l'oggetto umilio attrae colui che l'ama, come il desiderio agisce sull'anima
per una sollecitazione tutta interiore. N ' ' Nativismo v. innatismo. Natura
(gì. (piiai.; da = nascnr) (fylos.): nel senso piti antico esprime l'idea d una
sostanza primordiale diesi determina e si sviluppa da sé. l’idea di dò che ò
primario, persistente, in opposizione a ciò elle è derivato, secondario,
transitorio. Tale significato ha nei tirimi filosofi greci: e di riui i
significati sorti in seguito. è il complesso delle qualità o proprietà elio
definiscono l’essenza d’una «•osa, quindi anche tutto ciò ohe è Innato: p. c.
la natura d'un uomo, cioè il suo carattere e il suo temperamento. denota le
cose conio sarebbero al di fuori d ogni intervento umano: cosi pel Rocsseai: lo
„ stato di natura è quel fondo della lealtà umana elle resto dopo aver
eliminate le deformazioni e le falsificazioni operatevi dalla civiltà, ossia
ciò che è semplice, piano spontaneo, originarlo. denota 11 sistema totale delie
cose con le loro proprietà, l'insieme di tutto Ciu die esiste, in una parola,
l’universo in Kant natura è ciò che obbedisce al principio di causa nel mondo
dei fenomeni, in opposizione al mondo dei lini in cui vige la liberto
incondizionato. ~ ( rehy.): 1 ordine della natura, cioè I ordine delle cose
terrene, accessibile alla sola indagine della ragione viene opposto all'ordine
della prozio, che è 1 ordine delle cose soprannaturali e di\j n *' tvistotele
adombra questa distinzione nelle parole: r, oótitc Szt[tovia aÀ>, oli lista
= la natura è ammfrevole. ma non divina (v. prozio). Natura naturans e natura
naturata ( film .): natura naturans è, in sostanza, Ulti come untore e
principio d ogni cosa; natura naturata c l'Insieme delle creatura o di tutto
ciò clic ò stato creato: espressioni adoperato dalia Nrolastira, da li. ltm
.vi, e da Spinoza, chc le rese comuni: per naturalo naturatilem noèta
intcìlìqenduiii est i,l (Juw i tn se est et im ise etnicipitur. tuu • est j>
eU s quatcnu» ut causa libera eonsidrraturper naturatali t inielli,,,,... rrs,
/uae ff * Dea sani et quac si,,,tira neiesse nec connpt possunt • Naturalismo
(/Kos.): comprende le dottrine che non ricorrono a prlncipli trascendenti, ma
rimangono entro la cerehia dell’esperienza e ilei fenomeni soggetti al
principio di causa o concepiscono anche la vita dello spirilo come un
prolungamento della vita organicasi oppone a spiritualismo, idealismo' eti e
lift)no a positivi tot io. Necessario (opposto: conti geni) Ui • bis.): si dice
di ciò che non può, senza contraddizione, essere altrimenti né essere pensato
altrimenti da quello cUc o; cosi Hi applica ai fenomeni elio si succedono
secondo il principio di causa,, alio proposizioni derivate, implicito In
proposizioni piò generali', alle conseguenze di principi! posti come veri. per
Spinoza Dio è un essere necessario, ma la necessità In virtù della quale egli
esiste e produce io cose gli e essenzialmente Interiore e razionale. deriva
didla sua, stessa essenza, e Dio e causa sui; ò determinalo ad agiredalia sua
soia natura, o quindi la sua ò una • necessità libera», t ecessità, (opposto:
eunt inpenza ) ( fi. bis.): e la qualità asti-alta di ciò elle è ruressario, di
ciò che non può essere diverso da ciò elio è. Neo-criticismo o neo-kantismo
i/ifos.t: ò la dottrina elio Iniziò in Oermunia il movimento tU ritorno alla
Hlosotta di Kant, al criticismo, verso il ISOO, come reazione al materialismo
allora dominante; riprende i principi della teoria kantiana delia conoscenza il
relativismo, è ostile alla metafisica c all idea della rosa in . e vuol ilare alle
/unzioni aprioristiche dello spirito un fondamento psicologico. In Italia
furono neo-kantiani. In vario modo. ««• -rir:" .Ielle idee penerfllt. e.n
n^ gplrlto; r„ a òn mtirskb^eoncepire^td^ di nò curvilineo, ne rettilineo, i
nit0 '-srìxssns*nSTSU™ e ' si) Atomisti tutta la realtà Ita duo parti, lo
kikizìo pieno occupato dagli atomi, o lo spazio vuoto eho rosi 6 concepito
altrettanto renio quanto I corpi. --per Hegel il non essere è l'Idea eho nella
prima triade dialettica (v. dialettica) fa da antitesi all'idea dell’essere
(tesi) o con Questa si fondo nella sintesi del divenire; e poiché l'essere è
l'idea più semplice, più astratta, indeterminatissima c priva ili contenuto, ma
è pur sempre un’affermazione positiva del pensiero, è • in realtà non essere,
non piti e meno di nulla ». cioè la negazione d’ogni qualità e d’ognl contenuto
positivo (s. essere). Non io: v. io. Norma: modello concreto o anello regola
che indica ciò eho si deve fare por raggiungete un dato line; vi sono nonno
Illiriche, etiche, estetiche eoe. Normale: in generale designa ciò eho è
conforme alla regola, ciò che è più comune in ogni singola categoria o classe,
ciò che rappresenta in media in un dato tipo eli società e In un dato tempo;
quindi ò un termine variabile e un po’ vago. Normativo: diconsl spesso
normativo la logica, l’etica, l'estetica in quanto offrono una norma, cioè un
modello ideale cui si guarda come a qualche cosa di perfetto, elle per la
logica è il vero, per l'etica il bene, per l’estetica Il hello (WtiNPT). Noumeno
(dal platonico voo>i(jtevov, part. di voéio = penso, quindi: ciò che è
pensato) (/t'ios.): Platone lo applica al mondo delle ideo, in opposizione al
mondo sensibllo. Kant l’adopera in due significati: a) negativo: ò ciò che sta
a fondamento dei fenomeni, il loro substratum ; ma ò soltanto pensato, ed ò
inaccessibile sia ai sensi, sia all’intelletto; perciò è un limite 'posto alla
conoscenza umana, clic non può oltrepassare i fenomeni; b) positiva: è il
sovrnsensibilc, l'incondizionato, posto fuori dell’esperienza; può essere
oggetto d’ima intuizione intellettuale (v. intuizione), hi quale però è negata
itll’uomo; ha un carattere metafisico, giacché 6 bensì la causa dei fenomeni,
ma la causalità è qui non una categoria dell’Intelletto, sditene una causalità
Intelligibile, cioè esistente solo nell’ordine metafisico, ni di là dei
fenomeni. Nous (gr. voù; =
la mente) (fitta.): per Anassagora è ciò che mette in moto, plasma e ordina le
otneonicrie.; ò un principio lntelllgcnto, «la più sottile o più pura di tutte
lo cose ». per Platone e Aristotele ò la parte razionale dell’anima umana; per Plotino
è la prima emanazione dell’Ctno ( v. intelletto). Nulla (/ilos,): è la
negazione doll'essere, lutto non essere (v. questo tcrmiue). Parmenide ha posto
l’essere come principio primo della filosofìa o ha negato qualsiasi realtà al
non essere: « soltanto l’essere è, il non essere non 6 ». Invece Platone
ammette la realtà del non essere, eho per Itd è la materia soggetta al
divenire; mentre per Democrito ò il vuoto (to xevóv), in cui avviene la caduta
degli atomi. Numero ( filos .): per Pitagora e per i suoi seguaci è la vera
essenza delle coso, per cui gli elementi dei numeri sono gli elementi dello
cose, c il coseno é numero e armonia. Aristotele dico pure che pei Pitagorici i
numeri sono i modelli che le cose imitano, e questo rapporto fra i numeri e le
cose ita ispirato evidentemente Platone, clic considera la matematica conte
propedoutiea noeossnria alla dialettica, cioè alla intuizione delle idee,
modelli delle coso sensibili. per Galileo la matematica ò II linguaggio coi
quale s’esprimo la natura: » 1 universo è scritto in lingua maternnt'ca e i
caratteri sono triangoli, cerchi e altre figure, senza i quali mezzi ò
difficile intenderne umanamente parola, ò un aggirarsi vanamente in un oscuro
labirinto » (Il Saggiatore). La formula matematica divionc, dopo Galilei,
l'espressione esatta dalia legge fisica. o Obbiettità (filos.): per
Schopenhauer, che ha coniato questo termine ( Obiek■ tildi), i] corpo è
l’obbiettivarsl, cioè la manifestazione esteriori?, visibile, e, per I uomo,
(tura e semplice rappresentazione, della volontà che è concepita come forza c
imput-n cieco, sempre attivo, non guidato da alcuna ragione, ed è poi il
principio metafisico posto a fondamento dell’universo. Questo universo non è
altro cito Voggcttità, l’ap1 mrire all’esterno sotto forma di rappresentazioni
coordinato dalla categoria di causa («il mondo ò la mia rappresentazione »)
della volontà cosi intesa. Obbligazione 69 Ontologia Obbligazione (morale): è
il carattere imperativo che costituisco la forma della legge morale, donde la
consapevolezza d’un'obbodieuza incondizionata ad una norma inorale, il sentirei
interiormente legati a una determinata regola di condotta (sentimento del
dovere), per cui si prova inquietudine e dolore quando essa viene in qualche
modo contrariata o impedita nel suo libero svolgimento. Occasionalismo: v.
cause occasionali. Occultismo: comprende le arti che, crome le divinatorie,
apprendono a scoprire 11 futuro, o, come le taumaturgiche, apprendono il
compimento di atti che si sottraggono al corso ordinario della natura (v.
magìa). Oggettivo (opposto: soggettivo) (in generale): è ciò che ò posto di
fronte o davanti allo spirito o ai sensi e può offrire materia alla loro attivi
tei : ò impl cita pertanto una distinzione fra soggetto e oggetto, cioè fra l’atto
del pensare o ciò che è peusato, fra chi percepisco e ciò che ò percepito.
nella scienza ò oggettivo ciò che il lavoro elei pensiero trae
dall'osservazione c dall’esperienza, seguendo 1 metodi del l’indagine
scientifica; ò soggettivo ciò che l’individuo pensa e sente riferendosi alle
sue Inclinazioni, alle sue preferenze, ai suoi interessi, in, modo più o mono
consapevole. (filos.): per Duxs Scoto, Cartesio o Berkeley è oggettivo, esiste
oggettivamente, ciò che costituisco un’idea, cioè l’oggetto di una rappresentazione
dello spirito, non una realtà sussistente per sé e indipendente «mentre
subiectimis e formalis corrispondo a reale, a ciò elio appartiene all’oggetto).
-per Kant ha validità oggettiva tutto ciò che è fondato sui principi
costitutivi dello spirito umano e comuni a tutti gli uomini, e cioè sullo forme
pure della sensibilità (spazio e tempo) e su quelle dell’intelletto
(categorie). Ogg e tt° (gràvTi-xsi{X£VOV, traduz. lat.: ob-iectum posto di
fronte agli occhi o allo spirito, opposto: soggetto): ciò che si ha presente
nella percezione esterna o nel pensiero, con un certo grado di consapevolezza.
(filos.): ciò che possiede un’esistenza in sé, indipendente dalla conoscenza
che esseri pensanti possono averne; in questo senso lo spazio per Newton è
oggetto. come lo ò il mondo esterno per il realismo conoscitivo (v. realismo),
e per Kant il noumeno positivo (v. noumeno). ò tutto ciò che è rappresentato o
pensato solo in quanto lo si distinguo dall’atto col quale lo si pensa: donde
la « logge UgUu coscienza » espressa dal Fichte e accolta da Schopenhauer: •
senza soggetto non v*ò oggetto, senza oggetto non v’è soggetto ». Oligarchia;
governo di pochi: è, per Aristotele, forma corrotta dell’aristocrazia (v.
democrazia). Omeomerie (gr. ó{xoio(jtipeiat da 6{XOioc; = simile e [iipo$ =
parte) (filos.): così denominò Aristotele lo particelle originarie,
impercettibili, divisibili all’inttnito, clic Anassagora considera come gli
elementi primi, tutti diversi di qualità, dapprima mescolati insieme, che costituiscono
l’universo o le singole cose, essendo innumerevoli lo loro differenze
qualitativo: « come il capello può derivare da ciò che non è capello e la carne
da ciò che non è carne? ». Affinché l’animale abbia carne, ossa, capelli,
bisogna che vi siano particelle di carne, ossa, capelli negli alimenti di cui
esso si nutre. Il tutto ha, insomma, la stessa natura delle parti che lo
compongono: di qui appunto il nome di ^)meomerle (= parti simili) dato agli
elementi primi. Questi costituiscono l’Essere immutabile, eterno, che viene
messo In moto, ordinato o distinto dall’inteUlgenza (voo^), «lapiu pura o la
piu sottile di tutte le coso », con un’azione separatrice che si esercita sugli
clementi, cioè sulle omeomerie. Omogeneo (opposto: eterogeneo) (filos.): ciò che
consta di parti qualitativamente identiche. K. Spencer spiega l’evoluzione
cosmica come un passaggio dall’omogeneo all ‘eterogeneo (v. evoluzione ).
Ontogenesi (dal gr. 6v = ente o yévsai? = origine) (scienza): è lo sviluppo sia
fìsico sia mentale dell'individuo, seguito dalla prima Infanzia fino al pieno
sviluppo, mentre la filogenesi (gr. * 6 per gli stoici la rinvolta,eseguente
aU’èxiwpcotn;, oioe alla conflagrazione del coamo (v. ritorno Panenteismo (gr.
nàv b ta? = tutto in Dio) (/ilo».)', nome dato (lai tedesco ' KuitnsB alla sua
musetta, e apnttcabile a quella di Spinoza, por Indiano che non Dio è nel
inondo, come nel panteismo stoico, ma il mondo è in Dio. è contenuto In Dio.
Panlogismo (gr. itSv = tutto. Xójo, ragione; tutto è ragiono) (/ito».). si
applica alla tilosotla di HEGEL, pel quale l'universo è sviluppo totero-,rione
Immanente in esso, e la uglui è una metafisica. Se Vè ancora dell ir razionale,
ossia qualche cosa che non sia ancora penetrato dalla ragione*) organizzato In
concetti, esso è trans! torio; dondo la formula; ciò che t razionale è reale, e
ciò che è reale è ramo naie (vedi razionale). _ Panpsichismo (gr. Ttav = tutte,
e .S.jyr, = anima; tutto ò anima) V'tos.)dottrina alquanto vaga, seoondola
quale tutto è animato in divorai grad e fornito d'un'attivitè. analoga alla
vita psicologica dell'uomo, comprendendovi anche i processi incoscienti,. si la
questo nome alla dottrina dogli /tocoisti onci (che però non fanno :ancom
distinzione fra materia e vita), degli Stoici, di Sfingea, di se, eluso. di
Lotze occ., Panteismo, griwtv = tutto e uso, Dio; tutto ò Dio) i/ilos.: e in
generale la dottrina che identifica Dio eoi mondo. c concepisce la divinità
come un principio supremo d’uniftoazione o d vita che fa sentire la sua azione
nello cose tutte o ne costituisce la realtà esBezusiale. per il portico il
cosmo e un prmndo organismo vivente, tutto penetrato e animato dal soffio
divino, simboleggiato nel fuoco, cioè da una sostanza eterea. Impercettibile o
intelligente. _per li. Bruno il principio divino dii vita al tutto, lo ordina e
l'unillca. C r anima dol inondo. (V. questo termino). _per Spinoza, la
sostanza. Din, la natura (substant ia sive De un si ve natura) sono termini
d'identico valore; però Dio non coincido col mondo cui pirico, come negli
Stoici, uiu lo contiene in sé (V. panentns.nor. il pensiero e l'estcnsiono sono
due dei suol muniti attributi c tutte lo cose particolari (l modi) sono
determinazioni provvisorio di quegli attributi. Il parallelismo psicofisico,
pstool., e la teoria psicologica, secondo hi quale la serio dei processi
psichici corrisponde punto per punto, alla serie del processi fisiologici, noi
senso che od ogni reno meno psicologia) corrisponde un fenomeno nervoso (non
però viceversa). 1 due fenomeni sono pertanto come due aspetti dello stessa
esperienza; le due serie, psichica o nervoso, scorrono pa "f/OM )'• per
Spinoza il corpo e lo spirito (ree ectenia e ree rag.fan» sono due aspetti
diversi ed essenziali dello stesso essere, cioè della sostanza divina, la serie
dei processi corporei e quella dei processi spirituali si svolgono ciascuna lu
so stessa, senza mai inoon trarsi c senza turbamenti fazioni .reciproche, e
tuttavia runa e l altra s accordano perfettamente, termine per termine, perché
la loro emerita 'unica c. come attributi di Dio. sono Identici a Dio. sono Dio
stesso. Cosi svanirebbe l’opposizione fra corpo o spirito, posta, ma non
risolta da Cartesio. Paralogismo, da gr. *°Y ov contro la ragione, topica, e M»
ragionamento errato che simula 11 vero, un errore logico Involontario. Kast
denomina « paralogismi della ragione le affermazioni metafisiche dira la
sostanzialità. la scmplteitói e Vunità dell'anima, perché esse don vano dal
fatto clic si scambia il soggetto Intrico (v. somtetto) del pensiero con una sostanza
metafisica. „ Particolare (giudizio) (tornea), e aneli in Olii il predicato
s'afferma o si nega d'una parte del soggetto, proso ne la 1 sua estensione-, P.
e.: alcuni uomini sono veramente colti. Parusia (gr. itapouola = presoli», «
wb-etui) (/ilo».): la presenza dello idee nel mondo sensibile (p. e. la
presenza dell’idea del hello nelle cose beile) è uno dei modi pensati da
alatone per chiarire il rapporto fra » mondo intelligihlle 0 quello sensibile
(v. me tessi o mimesi). rf fHvo Passione (psicol.): e uno stato affettivo
intenso c persistente, un'inol nazione che predomina sulle altre inclinazioni „
anche le annulla quasi confiscando,v suo proli.lo tutta l'attività psicologica;
p. e. la passiono del giuoco, Passività 72 Percezione -pur gii Stoici è una
perturbazione dovuta a un errore ili giudizio, e ut* nello etiiuaro veri beni
quelli che tali non sono. Le passioni fondamentali sono: il piacere (yjSovtj =
voluptaa), il dolore (XÓtt/j = atgritudo), il desiderio (èn&ujjita =
libido), il timore (96^01; = metus). 1 per Cartesio è un’emoziono, un moto
puramente sensibile che l’anima prova per l’azione del corpo ocheimpedisco il
retto giudizio intorno allo cose. -per Spinoza ò dovuta allo Idee inadigitate,
alla conoscenza sensibile, in quanto questa determina l’azione pratica. Tutto
le passioni rappresentano uifimporteziono, ma non tutte sono asHoiutamonto
cattivo; lo passioni fondamentali sono il desiderio ( cupidità»), il piacere,
11 doloro. -per Kaxt procedo dalla facoltà di desiderare; ò una tendenza sensibile,
un delirio che cova un’Idea, s’imprlme con tenacia sempre crescente »,
Impedendo alla volontà di agire per doveri:, di obbedire alla legge morale.
Passività: è l'ultima dolio dieci categorie aristoteliche, espressu dal verbo
Ttadjrtiv (= pati, ricovero passivamente) (v. recettività). Patristica
(/ibis.): è la dottrina dei Padri della Chiesa; difendo il Cristianesimo contro
lo critiche e lo accuse della lilosolia e della religione antica e contro le
numerose eresio che venivano sorgendo nei secoli III, IV, V, e si volge
all’elaborazione e alla definizione dei dogmi e a porre 1 fondamenti d’una
filosofia cristiana, attingendo largamente al pensiero greco. Per la Patristica
la filosofia non ba altro ufficio che di offrire ni dogma l’ausilio delle sue
dottrine, e quindi è al sorvizlo del dogma cristiano; essa tratta delle
questioni riguardanti la trascendenza di Dio, la Provvidenza, l'immortalità
dell’anima, la finalità dell’universo,la dlpendenza dell’uomo dalla divinità.
Pedagogia (dal gr. -il' = fanciullo, 0 àyci>YT) = condotta, da ttyzw, lat.
ducere : donde educazione): è la scienza e Varte dell'educazione, cioè della
formazione del fanciullo considerato nel suo aspetto fisico, intellettuale e
morale; perciò come scienza si fonda sopra una concezione della vita, cioè
sopra una filosofia, c come arte esige una conoscenza diretta della psicologia
del fanciullo e dell'adolescente c particola ri qualità, neiroduoatore, virtù
pratiche, come la devozione e lo spirito di sacrificio. Pedologia (g r . Trocu;
= fanciullo, o X = passeggio) {filos.): sono cosi denominati i seguaci della
filosofia aristotelica, che furono numerosi, dall’abitudine attribuita ad
Aristotele di tenere una parte delle suo lezioni passeggiando in un giardino o
sotto un portico del Liceo in Atene. Per sé ifilos.): si dice di ciò che esiste
e può essere concepito senza l'aiuto d’altra cosa o di altra idea; p. e. la
sostanza divina, per Spinoza, per se etmcipUur. Persona (lat. persona =
maschere. teatrale, poi carattere rappresentato dalla maschera) (filos.):
tonnine trasmesso a uoi da BOEZIO e dalla Scolast ica : persona est rationalis
naturar individua substantia (la persona è un essere individuale di natura
ragionevole). Leibniz pone l’essenza della persona nella coscienza di s . nella
consapevolezza d’un’identità, d’essere sempre la stessa nel diversi momenti e
mutamenti dell'esistenza individuale. -Kant aggiungo che la persona, come
essere ragionevole e libero, ò anche responsabile, è un essere morale, un f ine
in sé, cioè non dovessero mai trattato corno un semplice mezzo. In conclusione:
la personal un essere cosciente di e moralmente autonomo. Pessimismo (opposto:
ottimisnw) {filos.): consisto nella convinzione elio la vita coi suoi dolori,
le sue preoccupazioni e le sue miserie senza line, è un mole o, anche, cho
nell’esistenza la somma dei mali è sui>criore alla somma dei beni. >• Noi
sentiamo il doloro, dico Schopenhauer, non l’assenza del dolore, sentiamo la
cura uou la sicurezza, la malattia non la salute: la vita dell’uomo oscilla
come un pendolo fra il dolore e la noia ». Ri conseguenza, come pensa anche la
filosofia indiana, lo sforzo per liberarsi dal male, o, almeno, per attenuarne
il ppso costituisce la somma saggezza umana. Petizione di principio {Ionica): ò
un sofisma che consisto nell'accogliere corno dimostrato ciò che invece ò da
dinio-, strare {si postula fin da principio, àpX7j$» ciò che si dove appunto
dimostrare) ^ e piti specialmente nel fondale la verità d’un principio sopra
una proposizione che, per essere vera, ha bisogno della verità di quel
principio (p. e.: Tanima ò sostanza spirituale, perché ò immortale). Piacere
(opposto: dolore) {psicol.): il piacere o il dolore, essendo dati immediati
della coscienza, sono indefinibili, sono i due poli estremi e opposti della
vita del sentimento, Secondo ima teoria già ammessa da Aristotele, il piaceli)
sarebbe legato ad ogni atto naturalo e normale della vita e segnerebbe un
aumento dell’attività vitale, tiu consumo più elevato o più libero
dell’energia, mentre il doloro indicherebbe una diminuzione della vitalità,
quasi uti grido d’allarme di fronte ul pericolo; ma tale teoria oggi è in parte
contestata. ( filos .): per Artstippo di Cirene, il piacere, che è dato dal
movimento dolco della sensazione presente e libera da ogni cura per 1'avvenitc,
è il fondamento c la misura di ogni bene: questo ò 11 principio dc.W edonismo.
il piacere inteso come assenza del dolore, calma dello spirito, è il principio
dell’etica epicurea. per Aristotele il piacere affina e perfeziona Ratti'vità
anche nei suol gradi più elevati; p. ‘e., la gioia cho accompagna la musica è
incitamento naturalo alla creazione musicale., Houbes, appoggiandosi al
principio materialistico che la sensazione è un movimento del corvello, pensa
che, so questo movimento è favorevole idi'insieme delle funzioni vitali,
produco 11 piacere, nel caso contrario il dolore: donde duo motivi essenziali
d’azione: la ricerca dei piacere e la tendenza a fuggire il dolore. -per la
dottrina intellettualistica di Leibniz il piacere è un processo intellettuale
oscuramente percepito, una «petite, insenslble perceptlon : p. e., il piacere
della musica è dato dall‘accordo e dal numero delle vibrazioni sonore percepito
dall'orecchio in maniera confusa. per Kant il piacere è iu diretto rapporto con
lo stato favorevole dell’or** Pigra ragione 71 Positivismo gallismo c
deli-anima: « Il piacere è un sentimento che stimola in vita, il dolore Invece
le è d’impodimento «. Pigra ragione = v. innova rotto. Pirronismo (/ ilo *.):
i» stretto ilesigna la dottrina scettica di PnrnoNE. giunta a noi nei frammenti
del suo discepolo TIMONI', in SlLLOOKAFO (sec. I 1 a Cr ) o negli scritti di
Sesto Ejiruuco (circa 11 200 d. Cr.); in senso tergo e sinonimo di soettteismo.
di cui Pinone È considerato II fondatore (v. scrii,n877JO ). ., Pleroma (gr.
7uXr 4 pco(j.a. ila TtXTjpoo = riempio) (filos.): ò per gli amatici (vedi) il
complesso degli Koni che escono dal principio originario, daU’Kone perfetto,
cioè dalla divinità (y. Eone). Pluralismo (opposto: monismo ) (filo».): designa
le dottrine che pongono piii principi! essenziali e distinti per spiegare la
composizione dell’universo; appartengono, fra gli altri, a questo indirizzo:
_Empedocle, che alla materia unica del naturalismo ionico sostituisce «quattro
radici di tutte le cose »: fuoco, acqua, etere, terra, che sono l’ essere
immutabile; il loro mescolarsi o disgregarsi è dovuto a due forze, l 'amore
ioiXÓttk) e la discordia (veixoc); _gli atomisti, che affermano due principi:
Vatomo e il vuoto; gli atomi sono Infiniti di numero, materiali, della stessa
qualità, eterni ; le cause del loro movimento sono la gravità e il vuoto (TÒ
xcvóv);, „, \ v asm agora . nel quale gli elementi dell'universo sono le
omeomerie (v. questo termine), messe in moto da una materia sottile e
impalpabile. l'Intelligenza (voucj). * cosa infinita, padrona di sé.
ocÙTOxpaTéc. che è in sé e per sé «, la più fine e più pura di tutte le cose ;
Leibniz, pel quale le vere sostanze costituenti l’universo sono le monadi.
tornite di attività o forza propria, unità spirituali cho sono disposto per
gradi, i quali vanno dalla monade oscura e confusa alla monade delle monadi, a
Dio. Pneuma (gr. 7tve0(itx, da irveto 8 ° r_ Ho. spiro) (/ilo*.): per gli
Stoici è la forza originaria divina che anima il cosmo, un softtn vitale caldo
ohe appare in forme e gradi diversi nel corpi Inorganici, nelle piante, negli
animali; e nell’uomo appare come ragiono ( AoyOC). conservando sempre la sua
unità, giacchi) il grado Inferiore si conserva o opera nei grado supcriore. Pneumatico
(gr. da nvgùlJ.X= alito, sofflo) ir,'Ha. o /ilo*.): usato spesso nel Suor »
Testamento nel senso di spirituale. , K . r gii Gnostici gli uomini, secondo Il
grado di perfezione spirituale, sono detti ilici (= materiali, da uX’f] =
materia), psichici (= esseri animati) c pneumatici (*= originati dallo
spirito). Polidemonismo (dal gr. TtoXu;molto e SiUojv = demone) Ir, tir/.):
credenza che scorgo in ogni fenomeno naturale il prodotto di entità spirituali.
Pollmatia (gr. ToXu-na&ta = esteso sapere) i/ilos.): è il procedimento che
ERACLITO rimprovera a ITTauora. di dedicarsi a indagini particolari, alla
minuta erudizione che impedisco la visione diretta e unitaria del cosmo:
iroX'J[.ia{Hx vóov e/mv ou Stòaoxei (rapprender molte cose non educa 1 intelletto),
e cioè: la rieoroa personale è migliore della tradizioni;. Politeismo (relig.):
è la concezione religiosa che ammette l’esistenza di piu divinità personali e
distinte. Positivismo Uilos.Ynel tempi moderni ne pose il principio Davide
Hume; la percezione è la fonte unica del conoscere; senza di essa non v c idee,
n concetto; un a priori, come lo pensa il razionalismo, è impossibile, c ogni
metafisica che oltrepassi respeiienza deve respingersi. Il nome di positivismo
fu introdotto da Augusto CoMTK, secondo il quale la civiltà e la scienza
percorrono tre fa-si ; _ a) fase teologica, in cui la spiega | zione dei
fenomeni è riferita ad esseri soprannaturali;, fase metafisica, in cui la
spiegazione dei fenomeni è riferita ad entità astratte, forze, sostanze, cause
occulte; . . . *, _ c) fase positiva, in cui la scienza »» per oggetto la
ricerca rigorosa dei fatti e dello leggi, cioè dei rapporti costanti che col
legano i fenomeni osservati nella loro genuina realta; più in la non * pnù
andare e la metafisica si perde in astrazioni vuote e in vani sogni: la scienza
è ricerca di relazioni, di leggi, è retati ra, ma, permettendo di prevedere gli
effetti anche lontani e di calcolarli, risponde ai bisogni umani, « al servizio
del l’uomo. _ dopo il f’omte 11 positivismo si trasforma in un atteggiamento
dello spirito ehc ha soprattutto una tendenza antimotafisica e vuole attenersi
alla pura esperienza. Positivisti ni vano Positivo Predestinazion e senso sono
considerati G. STO ART Mill, K. SPKNCEB, I. TAINE, R. AUOIOÒ, h. Mach ecc., „
.., Positivo (scienza): è ciò ohe e effettivo, reale, constatato mediante
l'esperienza, c anche il prodotto d'un processo storico; p. e. religione
positiva, diritto poPoEsibii e e possibilità (AtoOj W* senta diverse formo; la
possibilità è. __„) fisica, nuando un fenomeno non contraddice ad alcun fatto o
ad alcuna legge empiricamente stabilita; _ l,) delVesperienza o reale, per Kant
è possibile ciò che «'accorda con le condizioni formali dell'esperienza, ossia
con le forme dell'Intuizione pura dello spazio e del tempo, e con le forme dell
intelletto, cioè con le categorie; _e) Ionica, quando ciò che e pensato o
affermato non contraddice ai principi della ragione; però dal fatto ohe una
oosa è logicamente possibile, non si può oonoludero alla sua esistenza reale;
e) metaf isica : per AulSTOTKUJ la materia contiene la possibilità di ciò che
nuó attuarsi mediante la forma -,, Pe. un masso di marmo può divenir statua.
Post hòc ergo propter hoc c un sofisma che consiste noli affermare che un fatto
è causa d un altro fatto solo perché lo precede nel tempo. Postulato er
akiHTOTELE la materia è l'essere in potenza, l'essere allo stato virtuale,
possili lita che tonde verso la torma, verso 1 essere determinato (v. atto),
Pragmatismo (gr. rpayiia azione) ( fiios .): è la dottrina sostenuta in America
da W. James e in Italia da G. 1 Apini giovane, secondo la quale la conoscenza è
uno strumento al servizio dell’attività umana; il valore d un idea è riposto
nell'esperienza e la verità d'uua proposizione dipende dalle conseguenze che ne
derivano, cioè dal fatto che essa è utile, che riesce ad uno Hcopo, dà
soddisfazione, quindi se le conseguenze sono buone, cioè conformi a ciò che
l’uomo si propone, allora 1 asserzione è giustificala, cd é vera, e falsa nel
caso contrario: ossia la verità o la falsità d'un'ldea dipendono dalle sue
applicazioni, sostituendosi in tal modo alla ragione l'esperienza, al sapere I
azione. Per esemplo, nella questione se sia vero il materialismo oppure lo
spiritualismo. la decisione spetta a esame delle conseguenze: il miiterialismo.
Densa W. James, nei suol ultimi risultati pratici è desolante, . cade In un
oceano di disillusioni -, mentre lo spiritualismo, con la sua “razione d un
ordino morale, apre la via alle migliori speranze, -si riferisce sempre a un
mondo di promesse •. _ Prammatici (imperniivi)(«orale), sou per Kant consigli
di saggezza P ratica che contribuiscono alla felicita. Pratico (gr. irpotxTiwSs
da = opero: opposto: teoretico) i/iloa.). la distinzione e l’opposizione di
iwa^co c teoretico risalgono ai Greci. Aristotele attribuisce all'Intelletto
pratico (vou? ™«XTIx6?) l'ufilclo di occuparsi delle cose umane soggetto al
mutamento e legate all'azione, e lo considera subordinato all'Intelletto
teoretico (vou? &so>pr]Tix6?), che ha per oggettola conoscenza
dell'universo e delle sue lepori eterne. VVT1T r11f . _Cristiano Wolff nel sec.
XM1I dir fonde le espressioni di filosofia teoretica e di filosofia pratica,
attribuendo la superiorità alla prima. K!a.nt capovolge questo rapporto, perché
nel dominio dell'attività morale la ragione raggiunge una P iena aut nomia e
apre all'uomo uno spiraglio sopra una verità assoluta (il regno dei fini, ili
cui domina la libertà), mentre l'attività teoretica si limila alla conoscenza
del fenomeni, cioè a una verità relativa, a un mondo in cui regna la necessità
(v. primato della ragion praPredestinazlone (reWff.): è ia dottrina posta in
termini rigorosi da 6}. MQPredeterminismo Primum anso: tutto ù già fermo o
prodestiI nato ab aclerno uol giudizio divino; ciò elio deve accadere accadrà o
l’uoino nulla nc può mutare; la sua parto nel mondo è in ogni punto
prestabilita e soltanto la grazia può liberarlo dal male derivato dal primo
peccato. Dopo ia colpa originale lo stato dell’uomo è: non posse non peccare,
mentre la libertà d’Adamo era posse non peccare, e quella dei beati 6 non posse
peccare. Perciò la volontà umana nulla può senza la grazia, e tutto ciò che
l’uomo fa di bene, è Dio che lo fa in luì: potestas nostra ipsc est.
Predeterminismo (filos. e rclig.): ò la dottrina di S. Tomtuaso secondo la
quale gli atti liberi umani non solo sono previsti da Dio ( v. prescienza), ma
sono predeterminati da Dio nella sua provvidenza: ex hoc ipso quod nihil
volunlati divinae resista, seguitar quod non solum fiant ca quac deus cult
fieri, sed quod fiant contingcnter vel necessario quae sic fieri vutt. Quindi
l’uomo è mosso in antecedenza e naturalmente da Dio au agire in questo o quel
modo, Ina la divinità ha predisposto pure che agisca liberamente, ossia la sua
azione c a un tempo necessaria e libera. Kani, opponendo determinismo a
predeterminismo, si chiede: so ogni atto è determinato da cause anteriori, da
fatti passati che non sono più in nostro potere, come può questo conciliarsi
con la libertà, la quale esige che nel momento d’agire l’atto dipenda dal
soggetto, cioè sia libero l « Questo è ciò ohe si vuol saperi* e che non si
saprà inni . Predicabile i,r n,,om )• nella dottrina di Kasr eonivale al
termine a priori, cioè Indipendente dall’esperienza, razionale tper es nelle
espressioni: ragion pura, intulzlone pura, concetto puro). Ouadrivlo: nella
Scolastica è la divisione degli studil superiori costituenti la Facoltà delle
arti-, comprende 1 anlau lica la geometria, la musica e 1 astronomia; mentre il
Invia, che lo precede, comprendo hi grammatica, la retorica, la dialettica.
Oualità (psicol.): indica gli aspetti sensI bili offerti dalla percezione d’uu
corno facendo astrazione dalla loro intensità e quantità: p. es.: un suono, un
colore, un sapore, un profumo; e anche ciò che dà valore o perfezione ad una
cosa, come quando si apprezzano i pregi d’nn’opera d'arto oppure le virtù o lo
abilità d'una persona. __t logica): è una categoria del pensiero logico che
risponde in Aristotele alla domanda: ttoIo; = gitana?, ed esprime la maniera
d'essere d’un soggetto; p. e.: quest'uomo è bello, è brutto ccc. Secondo questa
categoria fondamentale, 1 giudizi logici sono affermativi o negatici, ossia
attribuiscono o negano una data qualità a un soggetto. Qualità primarie e
secondarie Job ): già per Democrito e poi per Galileo, Cartesio o Locke sono
primarie le qualità costanti, universali, oggettive, rispecchianti la realtà
nella sua vera natura, come la grandezza, la forimi, il numero, la posizione,
il movimento: «per veruna immaginazione, dice il Galilei, posso separare una
sostanza corporea da queste condizioni; secondane sono invece le qualità
accidentali e mutevoli, come sapori, odori, colori, suoni, che « tengono lor
residenza nel corpo, sensitivo, si che, rimosso l’animale, sono levate e
annichilate tutte queste qualità; le quali sono dunque soggettive. Quantità (in
generale 1* si applica a ciò che può essere misurato ed espresso numericamente,
e perciò presenta la possibilità del piti e del meno, è suscettibile d'aumento
e iti diminuzione. __ (logica): b una categoria fondamentale che per Aristotele
risponde alla domanda: jtfjdov guaritami-, per essa l giudizi, secondo Kant,
possono essere universali, particolari, singolari, sccondoche 11 soggetto ò
preso in tutta la sua estensione (p. e.: lutti gli uomini sono mortali), o in
una parto della sua ostensione (p. e.: alcuni uomini sono poeti), o nella sua
singolarità (p. o.: quost’nomo è scultore). Quiddità (lat. scolast. guidditas)
(logica): risponde alla domanda guid est ? ed esprime l’essenza d'ima cosa, la
torma nel senso aristotelico. Quietismo (in generale): b la dottrina che ripone
la quiete e la felicità dell anhna nell'allontannrsi dalle coso ilei inondo o
nel ritrarsi nella meditazione Interiore e di Dio. _ 6 la dottrina dello
spagnuolo Michele 1 do Molinos, secondo la quale si può raggiungere la
perfezione e ottenere una quiete assoluta dell'anima mediante un atto di fede e
un assoluto abbandono a Dio, che dispensa dalla necessità di ogni pratica
religiosa e attività morale, e, in generale, ili opero esteriori. Quintessenza:
signitlea dapprima la . quinta essenti» -, il quinto elemento cosmico, l'etere,
considerato il più sottile e puro; poi l’estratto condensato, essenziale il’uu
corpo, d una dottrina, infine sottigliezze complicate e vane. Ragionamento
(logica): b un'operazione dell’intelligenza che si svolge ili piu momenti, cioè
in una serie di preposizioni collegate fra loro per giungere a una conclusione
che in tutto o in parte è già Implicita in esse. Ragione (/ ilos.): in
generale, è la facoltà naturale di ben giudicare, di saper distinguere 11 vero
dal false, disporre m una serie coordinata e libera da contraddizioni idee,
giudizi, esperienze, col (ine di raggiungere un sapere oggettivo e universale, ossia
valido per tutte le intelligenze, anche se poche sono in grado di riconoscerlo,
di rifare da sé la via che ha condotto a tale sapere. _ per Platone la ragione
(vou?) e l'attività più elevata dell’anima, quella cho può rappresentarsi le
idee eterne; _. per Aristotele è ciò che distingue l'uomo dagli altri esseri; _
per s. Tommaso intellect.is e la taeoltà superiore e intuitiva ili conoscere.
Razionalo Ragion sufficiente ratio è In facoltà di conoscere diversiva [nomea
rattorti* sumitur ab inquininone et discussa; hdellrc us nomai sumitvr ab
intima penetratimi ver itati*)* __ „ er SPINo'/.v la. ratio da la conoscenza
vera, adeguata, dell’essere; «appartiene a lla natura della ragione il
contemplare le cose non come contingenti, ma come necessarie * (pr. II, 14);
essa ci apprende le cose sotto un «corto aspetto delle* ternità, sub queula.nl
acternitidìs specie; apro la via alla conoscenza pin alta, I alla « scindili
intuitiva -, a veder le cose sub specie aelernitatis. _ per Kant la ragione in
senso largò ò il intasare a priori, è la Incolta che ci fornisco: a) i
principi! o le forme a priori della conoscenza, che sono le intuizioni dello
spazio c del tempo, le categorie, le idee; b) i principi! a priori dell'azione,
ossia la regola della, moralità, la legge morale: nel primo caso è ragione
teoretica, nel secondo è ragione pratica; o l’una e 1 altra sono indlpondout 1
dall’ospcrienzn. _ In senso ristretto la ragione è per Kant la facoltà di
pensare lo idee allo quali non corrispondono oggetti nell’esperienza, cioè lo
idee di Dio, dell'anima, del mondo. -iu oppos. a tede rivelata è l'organo
della, conoscenza autonoma, a cui l’uoilio giunge con le sole sue forze; cosi
l’intende anello ( : A I.II.KO che scrive. . la Scrittura dovorebbo essere
riserbata nell'ultimo luogo; quello degli effetti naturali ohe o la scusata
esperienza ci pone innanzi a gli occhi o lo necessarie dimostrazioni oi
concludono, non deve in oont-o alcuno c-scr revocato in dubbio por luoghi della
Sorittura • (Lett. al Costelli). È dunque il procedimento naturalo dello
spirito umano ncU’acquisto del sapere. ^ Ragion sufficcnte (logica) : u il
principio formulato dal Leibniz, secondo il quale nulla avviene senza ragione o
motivo, cioè « nulla avviene senza che vi sia una causa o ragione determinante,
che possa servire a render conto a priori perché una cosa csisxc o non esiste,
è in un modo piuttostochò in uu altro », 8CHopenHAU ek lo rappresenta sotto
quattro forme: a) ratio estendi, principio dell’essere: ogni parte dello spazio
o del tempo è In relazione con le altre parti, in modo che ciascuna è
determinata e condizionata dalle altre ; _ b) ratio /fendi, principio del
dlvoidro: ogni nuovo stato (effetto) dev’essere preceduto da un altro (causa);
_ c ) ratio coanoscnuU, principio del conoscere: ogni giudizio che esprime una
cognizione deve avere un fondamento sufficcnte; _ _,/) ratio spendi, principio
dell agire. ogni atto della volontà dev’essere preceduto da un motivo.
Rappresentazione (psicol.); è il nprescntarsi, 11 riprodursi nella nostra mente
d'uua percezione anteriore, o quindi È affine a\V immagine ed è soggetta a
un'elaborazione interiore dipendente dall’azione continua delle altre
rappresentazioni ; perciò si dice che essa ha una sua vita propria, come
rimmagtne. _ Locke denomina rappresentazioni e Idee tutto ciò che è presente
alla mento, ciò elio questa percepisce in sò, o ciò che è oggetto Immediato
della percezione e del pensiero, mentre HOME distinguo nettamento percezione e
la corrispondento rappresentazione, copia debole o sbiadita della prima.
_peiLeibniz. è la funzione più importante della monade, ò la facoltà di
percepire e ili ridurre la molteplicità all’unità (p erceptio nihil aliud est
qiiam inultorum in uno exprtssum, est rcpracscntatio multitudinis in imitate).
Ogni monade si rappresenta, eioò percepisce, l'universo da un punto di vista
proprio, ohe s'accorda con quello delle altro monadi (v, armonia prestabilita),
f n percezione ò chiara, quando la conoscenza ohe abbiamo d uu oggetto ci
permette di differenziarlo dagli altri, oscura nel caso opposto; distinta,
quando un oggetto ò percepito o conosciuto nello sue qualità particolari ed
essenziali, contusa noi caso contrario; p. es.: un giardiniere può avere
un'Idea chiara d un iioro, ma non distinta; un botanico ne ha un'idea chiara c
distinta, Sc®OPENHAC'EK col suo principio: . il mondo ò la mia rappiesentazione
« esprimo l’essenza' dell» idealismo conoscitivo » (v. idealismo). Razionale
(in generale ): ò ciò che ò conforme alla ragione c al suoi prinelpii, ciò che
da questa trac la sua origine, (p. e. lo categorie kantiane), o ciò che in esse
ha 11 suo fondamento, o quindi non dipende dall’esperienza (p. e. le
matematiche, la meccanica razionale). Woijp distingue una cosmologia, una
ontologia, una psicologia c una teologia razionali, che Kant sottopone ad
RazionalismoRegno dei fini e8 amo crltioo per dimostrare l’impossibilità e le
contraddizioni d'nna metafisica razionale (v. ciascuno di quei termini). _per
Hi-'.cei. • ciò che è razionale è reale, e ciò che è reale è razionale »,
esprimendo con ciò il fatto elle il concetto ò l'essenza delle coso (come in
Aristotele le idee sono nelle gose stesse), cho tutta la realtà data
noU’csperienza umana ò accessibile alla.ragione c può essere inquadrata noi
concetti della ragione; cho so vi ò qualche cosa di irrazionale, questa non ha
che un’esistenza provvisoria. Però tale formula c non serve a giustificare
tutto ciò che avviene, p. es. : un errore di stampa o uno sternuto; ma cho gli
uomini vivano in imo Stato si chiarisce come razionale », ossia lo Stato è
l’attuarsi, l’incamarsi d’uu’idea. Razionalismo (opposto: e mpiris mo e
irrazionalismo) (filos.): b la dottrina che, avendo fede assoluta nella
ragione, afferma che la conoscenza della verità si apro non al scuso e
all’esperienza, o alla fede rivelata, ma allo piti alte funzioni dello spirito,
il quale non ò un recipiente vuoto, una tabula rasq. ma porta in sé e trae
dalla sua interiorità principi!l’attività, idee (p. e. di causa e di sostanza),
che consentono di penetrare nella realtà, considerata razionale nella sua
essenza, comprenderla, ordinarla, volgerla a beneficio dell'uomo nell’opera di
dominare la natura. Razionalisti si possono considerare nell’antichità
Parmenide, Platone, Aristotele; Cartesio inizia il razionallsmo moderno, seguito
da Spinoza, Leibniz, Kant, Hegel, eoo. --dai principi costitutivi della ragione
il razionalismo trae un diritto, una morale, uua religione naturali.
Intendendosi qui per naturale ciò cho ò concepito e costruito dalla ragione,
quindi opponendosi a diritto positivo (cioè lealmente in vigore), a morale
tradistimale, a religione positiva o storica. -Kant, per dare un fondamento
solido alla conoscenza, fonde empirismo e razionalismo, distinguendo la
materia, cioè il complesso delle impressioni cho ci giungono dall’esterno per
la via dei sensi, e la /orino, cioè 1 principi! che lo spirito trae da sé per
ordinare la materia. Perciò l’uomo conosce le cose, 1 fenomeni solo In quanto e
nel modo ondo trapassano nelle forme dello spazio e del tempo e delle caie\
gorie, cosicché non i concetti si modellano sulle cose, ma le cose sui
concetti, e l’intelletto non attingo le sue leggi dalla natura, ma gliele
impono. Quosta dottrina può definirsi un razionalismo critico. Realismo
(filos.): in oppos. a nominalismo o a concettualismo è la dottrina cho nel
problema degli universali ammette che le ideo generali hanno un’esistenza
indipendente dolio spirito che le concepisce e dagli esseri individuali; si
collega a Platone che pone lo idee fuori del mondo sensibile, e ad Aristotele
che le pone nelle coso stesse. -in opposizione a idealismo si applica alle
dottrino cho ammettono l’esistenza reale d'un mondo esterno, d’un oggetto
indipendente dal soggetto pensante o di natura diversa da esso; vi appartengono
moltissimi filosofi antichi o moderni. -In estetica esprime la tendenza
artistica alla riproduzione esatta della realtà naturale e degli avvenimenti
umani ; è sinonimo di naturalismo, che la riproduzione fedele, integrale o
artistica delia natura vorrebbe rivolta anche ad un fine scientifico. Realtà
(filos.): in opposizione a possibilità o a irrealtà esprime ciò che è
attualmente esistente, sia sotto forma materiale e sensibile, sia sotto forma
intellettuale o ideale. in opposizione ad Apparenza indica ciò ohe veramente è:
p. e., un bastone posto di traverso neU’ncqua corrente sembra spezzato, ma in
realtà non ò. iu opposizione alla realtà empirica v’è una realtà metafisica,
che è al di là dei fenomeni percepiti dal sensi; è accessibile olla sola
ragione o anche ineonosoibilo, come la cosa in si di Kant. (logica): realtà è
una delle tre categorie kantiane della modalità (realtà, possibilità, necessità
); il giudizio di realtà enuncia semplicemente un fatto o un rapporto di fatti
come effettivamente esistente (v. modalità). Recettività (dal hit. recipere =
accogliere passivamente; opposto: attività) (filos.): b la disposiziono a
ricevere passivamente impressioni e suggestioni dall'esterno. per Kant la
sensibilità è recettiva, ossia ò la facoltà di ricevere impressioni per la via
dei sensi, che formano la materia del conoscere. Regno dei fini (morale):
nell’etica di Kant è l’idealo di una unione sistematica degh esseri ragionevoU,
per i quali Regressus in inflnitum è cosa spontanea l’obbodicnza alla lecite
morale «li cui essi stessi sono sii untori: fc il regno della libertà in
opposizione al mondo fenomenico, In cui domina la causalità c, quindi, la
necessità. Regressus in inflnitum (/ito*.): secondo gli Scettici antichi il
filosofo dogmatico è costretto a un regresso ail’iullnlto, cioè a risalire,
senza mai fermarsi, nella serie dei principii, se vuol non lasciare alcuna
affermazione indlmostrata c non porro corno primo principio una proposizione
arbitraria o un’ipotesi elio ha bisogno d'essere dimostrata. Ha il
oorrispettivo nel prògressus iti infittitimi (v. questo termine). _per Kant il
regressus nella serio «lei fenomeni dell’universo conduce in il idefinitum,
cioè la serie dei fenomeni è potenzialmente illimitata, non dollnlta.
Relativismo (/ito*.): si applica alle dottrine cho accolgono lo. relatività
della conoscenza umana, limitata ai fenomeni c «ile loro relazioni tostanti,
ossia olio lauri, dichiarando che citi cho si pono ai di là di ossi, o è
inconoscibile. come pensa lo Spencer, o non esisteaffatto, come dice C'omte, Relatività
(/ito*.): è il carattere ohe si può attribuire alla conoscenza, di essere
relativa (v. relativo). Relativo (opposto: assoluto) (/ito*.): è relativa la
conoscenza, in quanto la si fa dipendere dalla costituzione soggettiva dello
spirito umano, dal rapporto fra il soggetto o l’oggetto e si esclude la
possibilità di cogliere con l'intelletto unii verità assoluta. -la relatività
della conoscenza è sostenuta già dallo Scetticismo greco con Enesidemo,
mediante dieci tropi che ponovano in rilievo la soggettività dello percezioni
dovuta alle differenze fra gli uomini, diversi di corpo, di temperamento, di
anima, dominati da disposizioni o condizioni variabili, come la, salute, l’età,
le malattie; che percepiscono diversamente socondo le distanze, le posizioni,
la complessità degli oggetti, la rarità e la frequenza dei fenomeni ecc. -anche
per Kant la conoscenza è relativa, essendo limitata al fonomeni e ai loro
rapporti, mentre la cosa in sé, che sta dietro ad essi, è inconoscibile.
un’Importante concezione delia relatività è quella odierna dell’EiNoTBix, che
estende ni movimenti accelerati e alia stessa gravitazione la relatività
ammessa in meccanica: la massa d'uti corpo non è costante, ma varia in funzione
della velocità; non v’è spazio e Religione tempo assoluto, le dimensioni ilei
tarpi sono relative, giacché un corpo, trascinato in una traslaziono, subisco
una contrazione nel senso del movimento; spazio, tempo, energia sono fra loro
collegati; si Invecchia piti in un Inogo che in un altro. _ vi ù anche una
concezione relativa della attirale : i principi dell’apprezzamento o della
condotta morale dipendono dal carattere, dal grado di civiltà d’un popolo,
dall'iunbionte nslco o sociale, dalla tradizione eco.; non esistono principii
morali assoluti. a 31 osò, ai profeti, e, in maniera completa, insegnate agli
uomini dii Cristo e consegnate nelle .Sacre Scritture. Romanticismo (opposto:
classicismo, illuminismo): v un Importante movimento spirituale Iniziatosi
verso la due del scc. XVIII, che ha un'aziouo rilevante sui filosofi sorti dopo
Iva.it (Fiotti:, Sm maino, Hegel eco.). L'Idea centtale è quella di vita
pensata come forza originarla, immateriale, irriducibile, incosciente,
spontanea, che rivela una verità piti profonda «li quella offerta dalle • Idee
chiare e distinte li! Cartesio e dell'Illuminismo; il senti• mento vi appare
più complesso e più ricco della ragiono astratta, il arnia ò superiore «vile
regole, l 'istinto più forte delle convenzioni, dello istituzioni, dei calcoli
della scienza. T)1 qui le conseguenze: «) di fronte all'ordine e ai modelli
classici è una rivolta contro lo regole e le convenzioni, un'esaltazione di
tutto le potenze della vita, un’affermazione della rclativitii di tutti gli
ideali o della mutabilità delle Torme estetiche; b) «'accosta alla natura, alle
intuizioni infallibili d'un istinto collettivo, inventa il genio della rozza,
l'anima dei popoli, pone l’ispirazione e il genio al disopra del sapere e
deìl’abilità tecnica; ai giardini e al parchi ben disegnati preferisce ipaesaggi
grandiosi e selvaggi, le solitudini (Rousseau); al razionalismo oppone
l’irrasionalismo, si stacca dai soggetti e dalle tradizioni classiche per
rivolgersi al Modto Evo, considerato più spontaneo, alla tradizione
cavalleresca, alla cattedrale gotica; ha il gusto e il senso della storia ;
contro l’antistoricismo degli illuministi ò storicistico. s Saggio (gr. 0096? =
sapiente) i/ilos.): l’ideale del saggio è definito, dopo Aristotele: l’uomo die
incarna la virtù intesa come sapere, abilità, prudenza, giustizia, indipendenza
dai beili esterni. Rispondono a questo ideale i Sette saggi, come anello il «
saggio stoico » clic ne attua il tipo morale più alto, offrendo il modello
pratico alla Roma «lei primi due secoli dopo ( ‘risto. La saggezza non 0
soltanto liberazione dalle passioni o dal l’utilitarismo volgare, ma anche
scienza ed esperienza armoniosamente operanti nella vita o gni ftte da un
ideale superiore. Sanzione (diritto e nomile): la sanziono giuridica, ossia la
pena, ó determinata da tre fattori: dallo esigenze della difesa sociale;
dall'offesa clic il delitto reca al sentiment o «li giustizia, pel quale 11
colpevole, partecipe della ragione, è considerato come persona razionale,
trattato come tale o quindi costretto a subordinarsi alla ragione comune,
infine dall’offesa portata all’ordine morale, per cui, oltre al ripristinnmento
deU'ordino giuridico, la pena mira anche ad educare possibilmente il colpevole
a sentimenti migliori. La sanzione morale, cioè la riprovazione e il rimorso, è
una reazione della Volontà morale Idealo contro la volontà inoralo Imperfetta,
che ha violato la legge morale: il fondamento di essa va corcato nella
responsabilità di noi verso noi stessi (Martinetti). Scetticismo (gr.
ay.irrzrjij.xi = Investigo ; opposto: dogmatismo) i/ilos.): è la dottrina
fondata da l'iuuoNi:, secondo la quale la mente umana non può cogliere verità
alcuna intorno alla vera realtà delle cose, ma solo apparenze. Non esiste un
criterio di verità che permetta di distinguere le rappresentazioni vere «la quelle
false, donile l’astensione dti ogni giudizio iZTZoyT,) e l’indifferenza
(àSiatpopta). il dubbio Schema Scolastica sistematico c una tranquillità
d’animo Inalterabile (&Tapoc££a). Dapprima, mediante la disciplina della
condotta morale, mira alla calma e alla quiete dell’esistenza, ma alla line
diviene anche una disciplina dello spirito scientifico, grazie al suo
atteggiamento eri-fico e al severo esame cui sottopone le dottrine filosofiche
contemporanee, specialmente Pepicureismo e lo stoicismo. Schema (gr. cr/-? (i
iia = forma, esteriore), figura) (//los.): in generale indica il disegno, la
figura che rappresenta in maniera semplificata le linee essenziali d’un oggetto
o d’un movimento. -per Kant lo schema trascendentaleindica una rappresentazione
intorme* diaria fra un’intuizione sensibile (per es. : d’uri dato triangolo) e
un concetto (per es.: 11 triangolo in generale); ed è affine da un lato al
concetto puro, in quanto non contiene nulla d’empirico, e dall’altro lato alle
percezioni, e quindi all’ordine sensibile. Perciò esso permetto di applicare
indirettamente agli ; oggetti dell'esperienza i concetti puri dell’intelletto,
cioè lo categorie, che sono inapplicabili per via diretta. Cosi lo sohema della
sostanza, cioè la rappresentazione sotto la quale si raccolgono i fenomeni per
poter loro applicare la categoria di sostanza (v. questo termine), è il
substrato che permane nel tempo; lo schema della quantità è il numero, mediante
il quale la continuità dei fenomeni è distribuita in quantità determinate.
Questi schemi sono creati dall'immaginazione, che ò una facoltà intermediaria
fra l’intelletto o la sensibilità, con essa Kant vuol risolvere l'antico
problema dell’accordo fra le idee, le categorie o le cose; per risolvere il
quale Cartesio era ricorso allaveracità divina, Malebranche alla rivelazione,
Spinoza al parallelismo (per cui l’estensione e il pensiero sono gli attributi
d'un unica sostanza, di quella divina), Leibniz all’armonia prestati• •Scienza:
è un complesso di cognizioni dovute a ricerche metodiche (fondato
sull’esperienza guidata dalla ragione), disposte in un sistema ben coordinato,
suscettibili di dimostrazioue e aventi per oggetto una parte ben definita della
realtà naturale. I suoi strumenti 6ono: l’osservazione diretta dei fenomeni,
l’csperimento, l 'induzione, la deduzione. Galileo apro ima via nuova alla
scienza, sostituendo olla ricerca delle qualità, propria del metodo
aristotelicoscolastlco e ancora presente in Bacone, la ricerca «iella quantità,
esprimibile con formule matematiche; quindi non più forz e qualità occulte, ma
elementi spaziali c numerici. Anche oggi gli atomi, gli ioni, gli elettroni c
le loro composizioni quantitativo sono l'oggetto dell'indagine scientifica. * L
'aggetto della scienza è duplice, secondo filosofi c scienziati (BENTHAM,
Ampère, Hill, Hegel, Wcndt, ecc.), cioè: la natura o lo spirito, donde le
scienze della natura e le scienze dello spirito (o morali). Il Windklbanp
divide le scienze In nomotetiche (gr. VÓ(AO£ = legge, e tU1yjjì.i= pougo), come
la chimica o la fisica, che ricercano le leggi secondo cui si svolgono i
fenomeni naturali; o ideografiche (gr. = particola^ e ypàcpstv = scrivere),
cioè lo scienze storiche, che studiano gli avvenimenti passati, considerati
nella loro Impronta individuale e non ripetibili. Scolastica (dal lat. setola,
che è l’insognamento per eccellenza del Medio evo, quello della teologia o
della filosofia; scholasticus ò il titolare di tuie insegnamento) ( /ilos .): ò
la filosofia dominante in Europa dal hoc. X al XIV : le sue tesi fondamentali
sono: a) dualismo fra Dio. che è atto puro, puro spirito, e la creatura, nella
quale si mescolano l’atto e la potenza, la forma e la materia, l'anima o il
corpo; b) Dio è persona spirituale, ha creato il mondo dal nulla e lo trascende
; c) la parola di Dio manifestata nelle Sacre Scritturo è l'espressione
infallibile della verità; quindi, pur mirando a conciliare ragione e fede, cioè
la filosofia antica, specialmente quella d’Aristotele, col dogma cristiano, la
Scolastica afferma che la'ragione non può andare contro la fede, ma
subordinarsi a questa; d) la distinzione flit soggetto conoscente e oggetto
conosciuto, pensato come reale, indipendente dal soggetto nella sua esistenza;
e) la distinzione fra teologia e filosofia : la prima ha per oggetto l’ordine
soprannaturale in quanto è rivelato dalla parola di Dio; la seconda investiga
l’ordine naturalo per mezzo della ragione, ma accordandosi con la teologia. In
senso peggiorativo si dice che ima dottrina si trasforma in una scolastica quando
si irrigidisce in formulo verbali, in distinzioni e divisioni numerose. sottili
e astratte, in tesi imSecondarie Simbolo mutabili, o perciò diviene stagnante,
incapace di progredire. Secondarie (qualità) = v. qualità. Sensazione
(psicol.): è la piò semplice modificazione della coscienza, il processo
psichico nella sua forma elementare; presenta due aspetti: a) è recettiva, cioè
passiva, in quanto è prodotta da stimoli esterni o Interni; p. o. un raggio di
luce, la contrazione d’un muscolo, che dònno rispettivamente una sensazione
visiva o muscolare: li) è successivamente attiva, in quanto le impressioni
provenienti dagli stimoli sono elaborate dalla coscienza, nella qualo già si
trova ima molteplicità, d’elementi psichici, di ricordi, di immagini, occ. ;
perciò la sensazione ò il prodotto dell'analisi e dell’astrazione. Sensibilità
(furimi.): è la facoltà d’aver sensazioni, di conoscere por mezzo doi sensi, o
anche di provare piacere o dolore che accompagnano lo sensazioni; _da Kant la
dottrina della sensibilità, clic ò la capacità di ricovero passivamente
impressioni da oggetti osterni por la via del scusi, ma ordinate nello forme a
priori dolio spazio c del tempo, è detta estetici i. Sensismo (filos.):
dottrina che consiste nel far derivare tutto le nostro facoltà o le nostre
conoscenze dalla seusuzione ; ò rappresentato dal C ONDII*i*ao (sec. XVIII),
che dalla sensazione fa derivare la memoria, l’attenzione, il giudizio, il
sentimento, lo volizioni. Si distinguo én\Yempirismo, in quanto questo ammette duo
fonti del conoscere: la sensazione o la riflessione. Senso ( psùvl .): è la
facoltà (p. e. la vista, l’udito, il tatto) che mette gli esseri viventi in
rapporto col mondo esterno c dà luogo a una determinata classo di sensazioni
(visivo, uditivo, tattili eoe.). _ (morale): il senso morale consiste in una
facoltà innata dì distinguere intuitivamente Il bene dal male, facoltà ohe dove
considerarsi parto integrante della natura umana; tale dottrina è sostenuta per
la prima volta dagli inglesi SnAFTEsnniY o Hvtchkson. Senso comune: comprende
un’insieme indeterminato di opinioni c ili cognizioni condivise quasi
universalmente, che si impongono o por la loro evidenza o per il loro valore
pratico, o anche per l'autorità della tradizione. (Jilos.): per Aiustotklk II
senso comune (Jtotvi) crìa&r,oiz) è una specie di senso interno cho ci dà
la coscienza della sensazione o, al tempo stesso, coordina I dati offertici dai
singoli sensi particolari (udito, vista, ecc.): esso costituisco quindi l'unità
del soggetto senziente di fronte all'oggotto sentito. _I*a scuola scozzese del
senso comune (Reto, Dcoai.p Stkwaht) ammottesenza discussione come validi i
principi accolti da tutti gli uomini, oppure « cosi indispensabili nella
condotta della vita elio il rinunzlarvi equivale a cadorc in numerose assurdità
speculativo e pratiche »(Roid), e anzitutto afferma l’esistenza realo
dell’oggetto, indipendentemente dall’attività percettiva del soggetto. Il senso
oomuno sostituisco la ragione nella filosofia e,anohe nello matematiche. Sentimento
(psicol.): In senso ampio esprime il complesso degli stati allei Ziri, cioè di
tutti quei processi soggettivi, interiori, gradevoli o sgradevoli, legati con
lo funzioni vitali e con la psiche dell’Individuo, come le emozioni, le
passioni ecc. m in senso piò ristretto è uno stato affettivo stabile, o ancho
un’attitudine costante a provare emozioni, corno il sentimento estetico,
morale, intellettuale, il qualo ultimo consisto nel piacere complesso cho dà
l’esercizio dello funzioni intellettuali. Sentimento fondamentale corporeo: ò
l’cspressiono usata dal Rosmini per indicare la cenestesi (vedi). Sillogismo
(gì-, ouXXo^tojxó;, da uoXXévw = raccolgo) (lattica): Aristotele, che ne ha
creato la teoria, cosi lo definisce: ò un ragionamento (Xó-fb?), nel qualo,
posto alcune cose, ohe p. o. « l'uomo ò mortalo ".e 0 Socrate ò uomo »,
un’altra cosa no risulta necessariamente, che « Socrate è mortalo », per qu sto
solo cho 1 primo sono posto. Consta di tre proposizioni, di cui Io primo due
diconsi premesse ; la terza, implicita in queste, conclusione-, e comI prendo
tre termini: il maggiore, che ò il concetto più esteso (nel sillogismo citato:
mortale), il minore (Socrate), il medio (uomo), che ò il ponto di passaggio.
Corrisponde ai noti principi: ciò cho è contenuto nel genere ò puro contenuto
nella specie; e nel linguaggio matematico: tiue quantità ugnali a una terza
sono uguali fra loro. Simbolo = «offro insieme) ( psicol .): in generale
consiste nell’esistenza di disposizioni identiche in due o più individui della
stessa specie o di specie diversa. nella sua forma più umile è un accordo di
movimenti, detto sinergia, come si osserva nel riso o nello sbadiglio, che si
propagano quasi per contagio. nella sua forma superiore ò un accordo di
sentimenti, una sinestesia, un movimento che ci porta verso gli altri, a gioire
della loro presenza, a partecipare allo loro gioie c alle loro pene, c alla
fine si muta in «unore attivo, che supera i limiti della nostra co¬ scienza per
rivelarci la presenza imme¬ diata d’un’altra coscienza; scopro va¬ lori (come
pensa Max Scholer), men¬ tre l’intelligenza dà solo rappresenta¬ zioni.
(morale): è il fondamento della mo¬ rale dell’inglese Adamo Smith: * la fonte
della nostra sensibilità per le sof¬ ferenze altrui, egli dico, è la facoltà di
collocarci con 1 ’immaginazione al loro posto, facoltà ohe ci rende capaci di
concepire ciò che essi sentono o d'es¬ serneaffetti »; por essa giudichiamo
moralmente delle azioni altrui e delle nostre. Sincretismo (gr. ouY-xpiJTurpóc»
no¬ me derivato daH’unione dei Cretesi di fronte al nemico, nonostante lo
dissen¬ sioni intorno) (in generale): esprime l'u¬ nione artificiosa, senza
critica, di idee o teorie di disparata origine, nel campo della filosofia come
in quello della re¬ ligione. Sinderesi (forse derivata da auvirrjpnjai? =
sorveglianza, o, per deforma¬ zione, da vet$Y)el libero consenso degli indivi¬
dui ed è fondato sopra la volontà della nuiggioranzu, espressa mediante 1 rap¬
presentanti del popolo, donde lo Stato liberale rappresentativo coi suoi tre
poteri ben distinti: legislativo, giudi¬ ziario, esecutivo, quale traeeorà più
tardi Montesquieu por Rousseau lo stato sorge pure dallo stato di natura per un
contratto pel quale l’individuo, naturalmente buono, trasferisce il buo diritto
al po¬ polo, riunito in assemblea, la cui sovra¬ nità è assoluta c
inalienabile; la volontà generale, manìfestantesi nelle decisioni della
maggioranza o nel potere legislativo, che è il potere supremo, implica la
volontà di tutti gli individui. Di qui il governo democratico. Stato etico
(filos.) : per Hegel lo Stato è Tincarnazione suprema della moralità,
l’attuazione delle Idee morali, lo spirito del popolo divenuto visibtlo; perciò
il suo fine non è di assicurare la libertà individuale, la sicurezza, la proprietà
dei singoli, giacché l’individuo non ha obbiettività, verità, moralità se non
in quanto è parte dello Stato, e la vera volontà dell’individuo (la quale ò
pensiero attuautesi nella realtà) è volontà razionale, quindi ani versale o,
alla fine, identica alla volontà dello Stato: la rappresentanza del popolo non
deve ingerirsi negli affari dello Stato, ma solo eccitare il governo a rendere
pubblica ragiono dei suoi atti, elevandone cosi la vita a un grado di coscienza
Stoicismo 91 Superuomo sempre più alto. Questa dottrina dell’Hegcl è
l'affermazione dell’onnipotenza dello Stato. Stoicismo (/ iloa .) o PORTICO,:
dottrina della Scuola filosofica fondata da Zenone di Cizio, elio fu aperta in
Ateno nel ITI scc. a. Cr. nello Stoa Pecilo (portico ornato delle pitture di
Poiignoto) od ebbe cinque secoli di vita e duo periodi, quello preco o quello
minano (con Seneca, M. Aurelio, Kpittcto): professò un panteismo secondo il
quale 11 mondo è animato da una forza immanente, la ragionecosmica
simboleggiata nel luoco, della quale l'anima ù una particella. 11 lino supremo
della condotta umana è per essa l 'avalla, che si raggiungo con la virtù, cioè
liberandosi dallo passioni, obbedendo alle leggi inflessibili, ma ottime, con
le quali la divinità reggo 11 mondo. Storicismo (/flottitela tendenza a
considerale un oggetto della conoscenza come il prodotto d’uu’cvoluzione
storica; ha un duplice aspetto: . d) in opposizione all' filmai mano, considera
1 prodotti spirituali non come l'effetto della ragiono, concoplta uguale dovunque
e costante, ma corno Il risultato Ionio d'uno sviluppo storico, durante il
qualo 1 caratteri essenziali si conservano, mentre quelli accidentali cadono ;
- i>) In opposizione al naturalismo meccanico, considera e interpreta il
tutto come una manifestazione dello spirito umano nel suo svolgimento storico :
cosi per Heokl la storia ò lo sviluppo successivo della ragione c l'essenza di
quosta appare o si do finisce eoi caratteri che sorgono in tale evoluzione
idealo; l'essenza della filosofia è quindi da rioeroursì nella storia della
filosofia. Subcosciente tpsicol.): si dice del processi psichici debolmente e
oscuramento percepiti. Per primo il Leibniz ammise esservi nell’attività
psicologica « petites insensiblcs perceptions che, riunite e fuse Insieme, possono
produrre una percezione chiara; p. e. il rumore d’un’ondata marina è dato da un
numero incalcolabile di rumori infinitamente piccoli, non percettibili
separatamente. S’usa anche come sinonimo d 'incosciente. Sublime (estetica): è
il sentimento prodotto nell'animo dalla visione diretta o dall'idea vivamente
rappresentata della potenza.naturale n della grandezza morale e intellettuale.
-Kant distingue: a) 11 sublime matematico, provocato dalla visiono o intuizione
d'una grandezza assoluta nel senso dell’estensione; p. e. la vista dell’oceano
immenso, l’idea dell'immensità degli spazi cclesti; i) Il sublime tlinamico,
dovuto alla visiono della potenza non disgiunta dal senso di sicurezza
dello.spettatore: p. c. la vista d'un vulcano jn eruzione, dell'oceano in
tempesta. Questi spettacoli » elevano le forzo dell’anima sopra la loro
ordinaria mediocrità c discoprono in noi un potere di resistenza che ci dà il
coraggio di misurarci con l'apparento onnipotenza della natura. Il sublimo
quindi non è nelle coso, ma nel nostro spirito, ci eleva al disopra della
natura che è In noi, o di quella che è fuori di noi . Sufismo (relig.): è una
dottrina, dovuta a ispirazione neo-platonica c seguita da una setta mistica
mussulmana: Dio è il beno assoluto, l'essere puro, la bellezza eterna, 1'unica
o vera realtà, mentre il mondo del fenomeni è un semplice riflesso della
divinità, non essere, puro fantasma. Una vita spirituale rigidamente ascetica,
la stretta osservanza dei precetti sacri sono la condizione necessaria per raggiungere
il fine supremo proposto da questa dottrina all uomo. l'annientamento in Dio.
Suggestione (psieol.): nel significato più generale f> l'evocazione, il
suggerimento d’un’ideu o d’un sentimento cho qualcuno esercita, volontariamente
o no, sulla coscienza d’un altro Individuo o ambe di se stesso
(autosuggestione), e che agisce, senza trovare resistenza, sulla condotta e sul
modo di pensare di questo. È comune nella vita sociale. _ La suggestione
ipnotica consiste in un comando cui il soggetto obbedisco senza riflettere,
senza cho II suo consenso intervenga: per una specie «Vautnmatismo
irresistibile, egli compie tutto ciò elio gli viene suggerito, subisce,
illusioni, allucinazioni, iperestesie, anestesie dei sensi ccc. Superuomo:
termine usato da Goethe nel Faust o reso popolare da Nietzsche ; è la
concezione idealo d’un tipo futuro di personalità superiore, d'una specie
lituana meglio dotata di quella attuale. nell’umanità deve apparire tuia specie
più forte, un tipo superiore, che abbia all re condizioni, per creare c
conservare, clic rurnno medio Tn una prima conSussunzione Tempo codone U
superuomo era per Nietzsche il gonio che s’innalza sulla folla e la domina.
Sussunzione (dal lat. subsumcre = subordinare; gr. u 7 c 6 X 7 )^/i£) {Ionica):
è una forma di ragionamento che consiste nel pensare un individuo come compreso
in una specie, o una specie in un genere, o un fatto come l'applicazione d’una
leggo. .-per Aristotele il unionismo di sussunzione è il solo perfetto ; in
esso il termine medio è soggetto nella premessa maggiore e predicato nella
minore; p. e: « l’uomo è mortale, Socrate è uomo; quindi Socrate è mortale ». T
Tabula rasa {film.): a una tavoletta di cera su cui nuda è scritto viene
paragonata daU’empirtono l’anima umana, la quale nel suo nascere non ha ideo o
cognizioni innate. L’espressione si trova nel De anima d "Aristotele:
&rsT:tp èv Ypa[xu.o!T£t(p té \j.r,Sh ùitxpxsi y£vpx'j.;j.£VOv {sirut tabula
rasa in qua nihil est scriptum, traduce 8. Tommaso). Teismo (/ilo*.): si applica
alle dottrine ohe ammettono un Dio personale, trascendente, creatore del mondo;
6 proprio del Giudaismo, dcllTsliunismo e, più particolarmente, del
Cristianesimo. Teleologia (dal grt£Xo; = fine e Xóyo? discorso: scienza dei
fini) (/iios.): dottrina che ammetto una specie di ragione cosmica o un essere
supremo ohe agisca per cause finali, cioè per l’attuazione di determinati fini
nel mondo e negli esseri. È iniziata da Anassagora, sviluppata da Platone, da
Aristotele, dagli Stoici ccc. per Kant la vita della nat uni, pur essendo
soggetta al principio di causa e a leggi meccaniche, rivela tuttavia un’arte
tutta interiore, grazio alla quale essa si organizza, produco esseri
organizzati o viventi, che possono essere detti fini della natura. Però
l’ammettere questi fini non ha il valore di un principio costitutivo, ma solo
regolativo, cioè «esprime la regola senza la quale l’organizzazione della
natura sarebbe inesplicabile per la nost ra intelligenza ». Temperamento (gr.
xpaot? = mescolanza; trad. lat. temperamentum)(psicof.): dalla mescolanza dei
vari umori del corpo {sanane, bile, atrabile, linfa) e dai predominare d’uno di
essi i Greci dedussero la distinzione dei quattro temperamenti (sanguigno,
bilioso o collerico, melanconico, linfatico), distinzione che tuttora si
conserva. II temperamento lia il suo fondamento nella vita fisiologica,
specialmente nel sistema nervoso, consideralo in relazione con l’attività
psicologica; è ereditario. Tempo ( filo ».): vi sono due principali concezioni
del tempo : realistica o oggettiva, die ci ò data nella sua forma tipica da
Newton per cui il tempo lia esistenza reale, assoluta, senza relaziono con le
coso esterne, o scorre in so stesso in maniera uniformo per sua propria natura,
seuzu rapporto col mutamento. È bensì vero che !a divisione umana del tempo in
ore, giorni, mesi, anni è relativa; perù tale relatività diponde dalia mancanza
d’un movimento uniforme atto u misurare il tempo in modo preciso e noti
contraddice al carattere assoluto ili questo. (La relatività della misura umana
del tempo è sostenuta duo secoli dopo da E. Poincaré, fondandosi sul fatto che
tale misura si compie sulla durata dell’anno solare, la quale ò variabile; la
nostra misura del tempo è soltanto comoda, utile por le usigenzo umane, non
vera e assoluta). idealistica e soggettiva: preannunziata da Leibniz, pel qualo
il tempo esprimo l'ordine di successione dello nostre percezioni, appare nel
suo carattere più spiccato in Kant: il tempo è intuizione pura, la forma a
priori dei fenomeni del senso interno, cioè dei processi psichici, la
condizione necessaria e universale dello nostro percezioni; quindi è
soggettivo, in quanto è un’attività dello spirito umano, ma è al tempo stesso
oggettivo. In quanto è condizione d'ogni possibile esperienza. secondo
Aristotele a noi è dato solo il tempo itrescnle, perchè 11 passato non 6 più c
il future non ò ancora; quindi il presente è il limite fra 11 passato o il
futuro; fra tempo e movimento esiste un rapporto, in quanto il primo è la
misura numerica del secondo e contiene in sé distinzioni e divisioni che
possono essere calcolate o sommate. Agostino, pur affermando che Dio ha creato
il tempo, e con ciò attribuendo valore oggettivo al tempo, però quando lo
considera nel suo aspetto umano e psicologico, lo interiorizza, 10 pensa come
soggettivo, lo definisce una distenmo animar, per la quale tutto 11 tempo è
presente, giacché il passato Teodicea Teosofia ò presente nella memoria, li
futuro nell’aspettazione, mentre l’attenzione ci dà la coscienza del momento
presente (v. durata). Teodicea (gr. = dioc 8t*/.aia= cose giuste) (/ ilos .):
tonnine coniato da Leibniz per indicale quella parte della teologia naturale
che tratta della giustizia di Dio, ossia mira a giustificare j la presenza del
malo nel mondo e a conciliarla con la bontà divina, o ad accordare inoltre la
libertà umana con* la realtà della provvidenza e pre-scienza di Dio. Per
estensione comprende la trattazione. dell’esistenza e degli attributi della
divinità. Quindi, se il nome è recente, l’argomento è oggetto di studio fin
dall’antichità greca (Platone, Aristotele, Stoici ecc.). Teofania (dal gr. 9
-eó; = dio c «patveiv ss apparire) ( filos. c relig.): ò il manifestarsi della
divinità, sia in maniera diretta, sia, in un significato più esteso,
indirettamente nelle sue opero o nell’universo. Teologali (virtù): v.
virtù.'reologia (gr. dio e \ 6 yo$ = discorso) ( relig . e filos.): è la
dottrina che ha per oggetto la divinità, i suoi attributi, i suoi rapporti con
l’universo e l’uomo. -la teologia rivelata o sacra s’appella. nella sua
trattazione, solo alla parola di Dio rivelata nelle Sacre Scritture o ai dogmi.
la teologia razionale sottopone l’oggetto della fede all’esame critico della
ragiono. Teoria (gr. -ilstopCa = investigazione intellettuale, scienza)
(filos.): in opposizione a prativa, designa la ricerca pura, disinteressata,
indipendente dalle applicazioni pratiche, non solo nella filosofia, ma anche
nelle scienze, come la fisica c la chimica. in opposizione a sapere volgare
esprime la trattazione metodica, sistematica, conforme a determinati principi,
o anche appoggiamosi a ipotesi scientifiche. nel significato (li
contemplazione, vedi questo termine. Teoria biologica della conoscenza
(filos.): è la dottrina che fa derivare l’impulso al conoscere dalla vita, intesa
nel suo significato biologico, fondandosi sopra l’ipotesi che lo spirito umano
sia soltanto un’efllorescenza, una sublimazione, un prolungamento della vita:
perciò la conoscenza risponde alle necessità prime e fondamentali
doll’esistenza; la conoscenza, dapprima confusa e soggettiva, conio
nell’te/w/o, si va facendo più cosciente e cliiara, toccando lo suo torme più
elevate nella scienza c nella filosofia. Teoria della conoscenza (filos.): ò la
dottrina cho serve da introduzione alla filosofia e rivolge l’attenzione non
sull’oggetto conosciuto, ma sullo stesso soggetto in guanto conosce, sullo
spirito umano nella funzione del conoscere; in altre parole, è il ripiegarsi
della mente sopra se stessa per indagare il potere che essa ha di conoscere. È
stata concepita con chiarezza da Locke e, ancor più profondamente, da ICant,
che mira con la sua Critica della ragion pura a ricercare le fonti, i limiti,
il valore della facoltà conoscitiva deiruomo. Hegel nega la possibilità d’una
teoria della conoscenza, affermando cho ò Impresa chimerica voler fissare 1
limiti della ragione, anzitutto perché una ragione limitata non è più una
ragione; in secondo luogo perché la ragione soltanto può far la critica della
ragloue e, se questa riconosce e definisce i propri! limiti, con ciò non fa
altro che oltrepassarli, dal momento che la conoscenza del limite implica
necessariamente la conoscenza di ciò che sta al di là del limite. Teoria
economica della conoscenza (filos.): designa la dottrina cho, per comprendere
il legame tra i fenomeni, rinunzia al principio di causa e si vale soltanto
dell'idea di funzione (si vegga questo termine), riducendo a una pura
convenzione la differenza tra fenomeno fisico o fenomeno psichico. Ufficio
essenziale della conoscenza ò soltanto di descrivere 1 fenomeni e i loro
rapporti funzionali nel modo più semplice e con la maggior possibile economia,
riducendo una lunga serie di esperienze a una formula abbretriata, cho
risparmi! ulteriori esperienze, dispensi da ràgionamentì o eolcol 1 ?omplicatÌ,
e riduca la trattazione dei fatti alla più semplice descrizione. È
rappresentata da H. Avenarius (v. empiriocrilicismo ), dal fisico Mach e dalla
Scuola di Vienna: ha tendenza antimetafisica. Teosofia (gr. fi-sóc = dio e
009£a = saggezza): si può dire una metafisica religiosa, in cui entrano
clementi di varia natura e di diversa provenienza. L’idea-comune alle varie
dottrine teosofiche è di giungere alla conoscenza di Dio e delle cose divine
mediante l'apTermini 94 Tradizionalismo profondiment o della vita interiore e
obbedendo al precetto mistico clic « rientrare In sé j equivale ad « elevarsi a
Dio: in hurnano animo idem est minimum quoti intimimi : nell’anima ciò che vi è
di più alto e di più profondo coincidono (Riccardo di S. Vittore). Questo
procedimento rivela forze spirituali che si sottraggono alla volontà umana o
diurno luogo alla saggezza, alla calma e serenità interiore. Una credenza
teosofica caratteristica è l'evoluzione dell'anima attraverso la catena dello
esistenze, la dottrina della reincarnazione. I ermini del sillogismo = v.
sillogismo. Terminismo (filos.): è il nome dato al nominalismo di Guglielmo
d’Occam, pel quale ogni cosa reale ò individualo (quaclibet res co ipso quoti
est, est haec rcs) e sono vere lo proposizioni quando si riducono a termini,
cioè ad espressioni vorbali che esprimano esseri individuali. Terzo escluso
(principio del) (logica) : afferma che di due proposizioni contraddittorie se
l’una è vera, l'altra ò necessariamente falsa; una terza proposizione non ò
possibile. È stato formulato da Aristotele. Iesi £48-1600). anima del mondo,
antropocentrismo, coineklentia oppositorum, individuo, intelletto, monade,
monadismo, panteismo, principio, umanesimo. Buchnkr: materialismo. Bit RH) A
no: Buridano (asini» .n). CAMPANELLA: conosci te stesso, pri nudità. CANTONI:
neo-kantismo t 'arnkadk: Accademia, ignava ratio, progressus in intìnitum,
relativo. Cartesio: auCoscienza, autorità, bene, buon senso, cartesianismo,
cogito, conosci te stesso, corpo, creazione continuata, criterio, deduzione,
Dio, dualismo, dui», bio, errore, essenza, estensione, esterno (mondo),
formale, gianduia pineali?, idea, illuminismo, immediato, innato, legge, lume
naturale, materia, oggettivo, ontologica (prova), parallelismo, passione,
percezione, qualità primarie, schema, sostnnzialismo, spazio, spiriti animali,
spiritualismo. CICERONE: anticipazione, aporia, catalettica, cosmopolitismo,
eclettismo, etica, neo-pitagorismo. Comtk: discontinuo, filosofia della storia,
positivismo, relativismo, sociologia. COXPTLLAO: sensismo. Condorcet:
progresso. ( Vij’krnico: antropocentrismo. Cousin: eclettismo. CROCE: bello,
neo-hege Usino. Cesano: alterità, coincidentia oppositorum, doeta ignorantia,
emanazione, explicatio, individuo, macrocosmo. Darwin: darwinismo. De Bonald: tradizionalismo.
Democrito: analisi, anima, atomo, essere, filosofia, infinito, materialismo,
meccanico, monadismo, nulla, qualità primarie, spazio. Dkstutt de Tràcy:
ideologia. Dilthey: comprendere. Dubois-Reymond: ignorabimus. Dugàld Stewart:
senso comune Duns Scoto: anima, eeceità, individuazione, volontarismo.
Einstein, relativo. Empedocle da GIRGENTI: amore, elemento, infinito,
pluralismo. ENEsrDEMO: relativo, tropi. Epicurei: anima, anticipazione,
edonismo, empirismo, errore, etica, piacere. Epicuro: atarassia, atomo,
beatitudine, canonica, dinamen, dualismo, idoli, intermuncU, spontaneo,
utilitarismo. Epitteto: stoicismo. Eracuto: anima, attualismo, coincidentia
oppositorum, conosci te stesso, divenire, logos, polipiatin. Esiodo: etica.
Euckkn: astrazione, attivismo. Euhemkro (IN’ sec. a. Cr.): ovemerismo. Fechner:
legge di K., jwicofiaica. Feuerbach: umanismo. Fichte: antitesi, esterno
(mondo), idealismo, immaginazione, io, moralismo, romanticismo. Stato,
volontarismo. FICINO: Accademia, neo-platonismo. Filone: logos. Focilide:
gnomica. Freud: psicanalisi. Galileo: antropocentriamo, autorità, causa,
compositivo, empirico, epagoge, esperienza, esperimento esterno (mondo),
filosofia naturale, induzione, legge, numero, qualità primarie, ragione,
risolutivo, scienza. Gall: frenologia. GENTILE: atto puro, attualismo,
autoetwi, idealismo attuale, neo-hegelismo. Geulinx: cartesianismo, cause
occasionali. Gilsox:’ illuminazione. GIOBERTI: creazione, dualità, ente,
esistenza, formula ideale, intuito, metessi, ontologismo. Giustino:
apologetica. Gnostici: gnosi, intuizione, pleroma, non essere. Goethe: analisi,
superuomo, umanesimo, volontarismo. Haeckiu: biogenetico. Hamilton:
intuizionismo. IXartley): associazionismo. Hartmann: incosciente. Harvrt:
anima. Hegel: acosinismo, antitesi, attualismo, conosci te stesso,
contraddizione, dialettica, Dio, essere, esterno (mondo), evoluzione,
fenomenologia, filosofia della storia, idea, idealismo, intellettualismo, io,
liberti politica, non essere, ontologica (prova), ottimismo, panlogismo,
rappresentazione, razionale, razionalismo, religione, romanticismo. Stato
otico, storicismo, teoria della conoscenza, tesi, volontà. Heidegger: angoscia.
Helmuoltz: proiezione. Herbart: appercezione, pluralismo, volontà. Herder:
umanesimo. Hobbes: contrattualismo, illuminismo, piacere. Stato. Humboldt:
coltura. Hume: abitudine, analisi, associazione delle idee, associazionismo,
corpo, credenza, empirismo, osterno (mondo), fenomenismo, idea, impressione,
positivismo, religione, soggettivo. Husserl: eidetico, fenomenologia.
Hutciieson: senso morale. Huxley: agnosticismo. Hyde: dualismo. James:
emozione, pragmatismo, volontà di crederà Janssen: giansenismo. Kant: analisi,
analitica, antinomia, antitesi, antropologia, a posteriori, appercezione,
apriorismo, assoluto, autocoscienza, autonomia, bello, bene, carattere,
categorie, conosci te stesso, cosa in sé, cose e persone, coscienza trasccnd..
cosmologia razionale, credenza, oritiea, criticismo, deduzione trascend-,
dialettica, dignità, Dio, dogmatismo, dovere, dualismo, empirico, epigenesi,
esperienza, esperienza possibile esterno (mondo), estetica, etica, fenomeno,
filosofia, line in sé, forma, generatio spontanea, giustizia, idea, identità,
illusione metalisica, immaginazione, immanente, immortalltà. imperativo.
individualismo, innato, in sé, intelligibile, intendimento, intenzione,
intuizione, legalità, legge, libertà, limitativi, metafisica. modalità, natura,
neokantismo, noumeno, oggettivo, oggetto, ontologia, ontologica (prova), |iaralogiamo,
passione, pensiero, persona, piacere, [inssibile, pratico, predeterminismo,
primato, progresso, psicologia razionale, ragione, razionalismo, recettività,
regno dei tini, regressus, relativo, romanticismo, schema, sensibilità,
sintesi, soggettivo, soggetto, sostanza, spazio. Stato, sublime, tempo, teoria
della conoscenza, trnnoendontale, trascendente, volontà, volontà buona,
volontarismo. Kirkegaard: angoscia. Ivlaues (vivente): anima. Krause:
panenteismo. Lachelier: cause finali, i riduzione. 1. A lande (vivente):
logistica. Lamennais: tradizionalismo. Laplace: meccanica. Leibniz: antitipla,
appercezione, appetizione, armonia prestabilita, atto puro, bene,
contraddizione, Dio, energia, entelechia, idealismo, identità, illuminismo,
incosciente, individuazione, individuo, infinito, innato, intellettualismo,
male, materia, monade, monadismo, monismo, ontologica (prova), ottimismo,
percezione, pesona, piacere, pluralismo, ragion sufficente, rappresentazione,
schema, sostanzialismo, spazio, spiritualismo, spontaneo, subcosciente, tempo,
teodicea. Leonardo da VINCI: filosofia naturale. Lessino: umanesimo. Locke:
analisi, astrazione, contrattualismo, empirismo, esperienza, esterno (mondo),
ideo, modo, qualità primarie, rappresentazione, ritleesione, spazio, Stato,
teoria della conoscenza, tolleranza. Lotze: panpsichismo, valori (filosofia
dei). LUCREZIO: elmamen, internimid ;, progresso. M,|M 1018V fenomenismo,
induzione, Uacii u . ft Bell» con»poHÌtivfeino, icona t .ri-,)«gostinismo,
corMalebranche -e: etica, gnomica. Spencer: agnosticismo, altruismo, a
posteriori, associar. One dello idee, associazionismo, evoluzione,
inconoscibile, libertà, omogeneo, relativismo, sociologia. Specsippo:
Accademia. Spinoza: acosmismo, adeguato, amore, animo del mondo, assioma, attributo,
beatitudine, bene, cartesianismo, causo sui, cor[x>, determinazione,
determinismo, Dio, ente, orrore, esistenza, essenza, estensione, esterno
(mondo), immaginazione, inimanente, in sé, intelletto, intelligenza,
Intelligibilc, monismo, necessario, panenteismo, panpsichismo, panteismo,
parallelismo, passione, per sé, ragione, razionalismo, schema, sostanzialismo,
spazio. Staiil: animismo. Stoici: adialora, uuima, anima del mondo,
anticipazione, apatia, ascetismo, asoroatieo, assenso, atarassia, autarchia,
beatitudine, catalettica, cosmopolitismo, empirismo, esperienza, etica,
filosofia, ignava ratio, indifferenza, legge, logos, macrocosmo, male, nihil
est in intelleotu, ottimismo, panpsichismo, panteismo, passione, religione,
ritorno eterno, saggio, spirito, stoicismo, teleologia, teodicea, virtù. Stuart
Mill: altruismo, associazionismo, concordanza, differenza, edonismo, etica,
induzione, positivismo, residui, variazioni. Tainb: analisi, associazionismo,
positivismo. Talete: filosofia, uno. TempieR: Averroismo. Teognidf. : etica,
gnomica. TertulUANO: allegorica, traducianismo. Timone: pirronismo. TOCCO:
monismo, neo-kantismo, AQUINO: analogia, anima, a posteriori, a priori,
contingente, contmgentia mundi, cosmologica (prova), creazione, determinismo
teologico. Dio. forma, idea, immanenza, individuazione, intelligenza, ipostasi,
metafisica, movimento, neo-scolastica, neo-tomismo, ontologica (prova),
prcdeterminismo, ragione, sinderesi, spiritualismo, Stato, tabula rasa,
tomismo, univoco, volontarismo. Tonnies: sociologia. Vaihinoer: come se,
iinziouc. Valentino (II sec.): coni, gnosi. Valkby: identità. Vauhmioli:
demone. VICO: corsi e ricorsi, degnila, filosofia della storia, legge,
provvidenza, verità. Vittorini: mistica, teosofia. Voltaire: ottimismo. Winuelband:
scienza, valori. Wolff: pratico, psicologia razionale, razionale. Wundt:
metafisico, normativo, psicologismo, scienza, volontarismo. Zenone Ozici:
stoicismo. Zenone Eleatico: antinomia, dialettica. z za jr'srs' PRINCIPI DI
LOGICA, LIVORNO, GIUSTI, Livorno, Tipografia di Raffaello Giusti. Una tendenza
naturale e invincibile dello spirito umano in ogni momento della sua storia e
del suo sviluppo lo spinge a conoscere e a spiegare i fenomeni che cadono sotto
i sensi; un tale bisogno s’applica dapprima alle cose che hanno o sembrano
avere un’utilità pratica e sono favorevoli alla conservazione e al
miglioramento dell’esistenza ; più tardi, quando la lotta per la vita è
divenuta meno aspra, la curiosità e la ricerca si l’anno a mano a mano
disinteressate e sono coltivate per sè stesse, senza mirare in modo esclusivo
alle necessità pratiche. Sorge allora il sapere scientifico, si formano
lentamente le singole scienze e la filosofia, le quali si possono ben
considerare come il prodotto più elevato e più pregevole dell’ intelletto
umano, del quale mettono in chiara luce tutta la mirabile potenza. Qualunque
scienza oggi si consideri, si possono in essa distinguere duo cose : la materia
ossia Voggetto studiato ; la forma ossia l’insieme delle operazioni che la
mente nostra compie e dei procedimenti che adopera per conseguire la scienza di
quell’oggetto e per giungere alla conoscenza vera delle cose. Valga a chiarire
tale distinzione l’esempio della psicologia sperimentale : la materia di questa
scienza è costituita da fatti psichici, cioè da quei fatti che ognuno può
constatare nella propria coscienza come sensazioni, percezioni, idee,
sentimenti, desideri, volizioni ; ma per ottenere la conoscenza scientifica
della materia psicologica occorrono svariate operazioni tra loro strettamente
connesse. Innanzi tutto è necessario formarsi un concetto ben chiaro del fatto
psichico, determinando con precisione i caratteri che gli sono propri e che lo
distinguono dagli altri fatti naturali, oggetto delle altre scienze; inoltre,
poiché i fatti psichici, come si presentano alla nostra osservazione, mostrano
fra loro differenze più o meno spiccate, sorge l’esigenza d’una classificazione
in fatti di conoscenza, di sensibilità, di volontà, dei quali bisogna poscia
ottenere una descrizione accurata, indagare le connessioni, ricercare e
stabilire le leggi. In queste operazioni e in altre simili ad esse, che
prescindono dalla materia e dal contenuto delle varie cognizioni, consiste
l’ufficio della logica, la quale si può quindi definire come quella parte
importante della filosofia, che ricerca e studia i principi formali della
conoscenza, ossia, per parlare con maggior chiarezza, qnellc cond izioni che
debbono essere soddisfatte, affinchè una cognizione, qualunque possa essere il
suo contenuto, si debba considerare come validamente costituita, ben fondata e
vera, non come un semplice caso o una supposizione inconsistente. In questo
modo mentre le altre scienze s’occupano d’oggetti particolari, le matematiche
del numero e dello spazio, la fisica dei fenomeni luminosi, elettrici, termici
eco., la fisiologia dei fenomeni vitali, la logica si occupa invece delle
condizioni generali della scienza stessa, in quanto mira ad assicurarci della
verità formale di ciò che pensiamo, delle nostre idee e dei nostri
ragionamenti, qualunque ne possa essere il contenuto. Si comprende quindi
facilmente come la logica venga ritenuta una disciplina filosofica generale al
pari della metafisica e della teoria della conoscenza o, con parola greca,
gnoseologia, le quali si riferiscono a tutto il contenuto del nostro sapere e
non a parti determinate di esso. 2. Divisione generale della logica. I principi
formali della conoscenza si distinguono generalmente in semplici e complessi,
secondochè si riferiscono alle forme elementari del pensiero, oppure alle forme
dette metodiche, a costituir le quali ultime le prime contribuiscono come
dementi. Quindi la divisione più razionale della logica è quella che distingue
in essa due parti principali: la prima comprende lo studio delle forme
elementari del pensiero, che sono il concetto, il giudizio, il sillogismo, nei
quali si risolve ogni pensiero, per quanto grande sia la sua complessità ed ai
quali corrispondono gli elementi linguistici, la parola, la proposizione, il
ragionamento. La seconda parte abbraccia lo studio delle forme metodiche che le
scienze vengono applicando per acquistare nuove cognizioni e por ordinare e
provare le cognizioni acquistate ; onde questa parte dicesi metodologia, e
tratta del metodo inventivo che indica le norme, con le quali si possono
estendere le nostre conoscenze, e del metodo sistematico, cioè dei procedimenti
coi quali la scienza ordina le sue conoscenze. La storia della scienza ci
dimostra chiaramente che il metodo non si costituisce a priori, cioè prima che
una scienza sia formata, ma piuttosto si deduce dalla scienza, quando questa ha
raggiunto un certo grado di sviluppo ; anzi si può dire che il metodo si trova
spesso in ritardo rispetto al cammino che percorre la scienza, nello stesso modo
che i trattati dell’arte poetica sono l’espressione tardiva dell’arte
contemporanea. Infine bisogna notare che ogni scienza speciale presenta un
complesso particolare di norme e di procedimenti, che però non rientra nella
trattazione della logica generale, essendo strettamente collegato con la
materia che costituisce il contenuto d’ogni singola scienza ; così il fisico,
il chimico, il fisiologo, oltreché delle conoscenze generali di logica, fanno
uso nelle loro osservazioni e nelle loro ricerche di regole e di mezzi speciali
di indagine, che sono propri della scienza alla quale dedicano le loro forze
intellettuali. Logica e psicologia ; relazioni e differenze. Le operazioni che
formano l’oggetto della logica possono essere considerate sotto due diversi
aspetti, ossia sotto l’aspetto logico e sotto l’aspetto psicologico. La
psicologia tratta le operazioni logiche come tutti gli altri processi che sono
offerti allo studio dello spirito umano, senza occuparsi per nulla della loro
validità o della loro forza dimostrativa, stimando clie un cattivo ragionamento
valga quanto uno buono, nello stesso modo che pel chimico lo zucchero e il
vetriolo sono due corpi d’egual valore per l’osservazione scientifica. La
logica invece è stata detta una « scienza ideale », perchè ricerca le leggi che
il pensiero deve seguire per procedere alla conoscenza delle cose, ossia
ricerca la forma ideale del ragionamento, ciò che dev’essere un buon giudizio,
un buon ragionamento. La psicologia studia lo spirito umano qual è, per conoscerne
i caratteri, la natura, le leggi e, tende a mostrare come si formano le idee, i
giudizi, i ragionamenti e, in una parola, ha per fine di conoscere le
condizioni reali delle nostre operazioni intellettuali; la logica mira a
conoscere le forme ideali di queste stesse operazioni. Quindi l’una non fa che
constatare fenomeni, l’altra ne considera il valore; l’una ricerca come noi
pensiamo ordinariamente, l’altra come pensiamo correttamente ; la logica va dal
semplice al composto; concetto, giudizio, o legame di concetti, ragionamento, o
legame di giudizi ; la psicologia ripudia questo ordine come artificiale, e
pone il giudizio come elemento primitivo, affermando che l’uomo ha cominciato a
parlare per frasi esprimendo un giudizio e che questa frase può essere o una
sola parola, Vatirihuto, o due parole, soggetto e attributo, o tre parole,
soggetto, attributo e copula ; ma che sotto queste forme diverse la funzione
fondamentale rimane sempre la stessa : affermare o negare. Così, per citare
ancora un esempio, che renda più evidenti le differenze che corrono tra la
psicologia e la logica, quest’ultima considera il giudizio nella sua forma
compiuta, quale lo possiamo trovare nella scienza, nella letteratura, nei dogmi
religiosi, o anche nelle affermazioni del buon senso, e che si esprime per
mezzo di proposizioni le quali alla loro volta si compongono, nella maggior
parte dei casi, di più termini. Invece il psicologo, ben lungi dall’indagare
ciò che dev’essere un giudizio affinchè si possa ritenere valido, si chiede ciò
che è come operazione mentale e in qual modo si forma : dietro i termini del
giudizio egli ricerca le idee, dietro le idee le rappresentazioni ; nelle
proposizioni scorge un potere d’analisi o di sintesi capace di dissociare gli
eiementi che l’esperienza presenta legati, d’unire quelli che l’esperienza
presenta isolati, e vuol trovare l’origine di questo potere dello spirito
umano, seguendone l’origine e lo sviluppo, rifacendosi dalle forme più semplici
del giudizio quali si presentano nell’ infanzia, per risalire alle forme adulte
e più elevato. In conclusione, mentre lo psicologo si pone il seguente problema
: per quali influenze fisiologiche, psicologiche e sociali si sviluppa
nell’uomo l’abitudine di giudicare, d’affermare e di credere? il logico si
propone invece quest’altro: quali caratteri deve avere il ragionamento, a quali
esigenze e a quali leggi deve obbedire affinchè possa dirsi regolare, libero da
contraddizioni? La logica dunque vuole offrire al nostro pensiero un modello da
seguire, se inteude di apprendere l’uso retto e rigoroso del ragionamento ;
però, se un tale modello deve avere un valore reale, bisogna che abbia la sua
base nella realtà, ossia nella conoscenza degli elementi e delle energie più
profonde e costanti dello spirito umano; di qui l’importanza e la necessità
della psicologia per lo studio della logica. Le origini della logica razionale.
Una lunga civiltà ha abituato non solo gli uomini poco istruiti, ma ancor più
quelli educati dalla disciplina scientifica ad ammettere senza riflessione che
la log ica razionale, oggettiva, esatta sia sorta in modo spontaneo e naturale
e che i logici altro non abbiano fatto che «strame le regole. Vi sono invece
buone ragioni per affermare che la logica razionale taira è il risultato
acquisito d'unn lunga evoluzione e che la facoltà di ragionare e di inferire,
suscitata e alimentata dai bisogni e dalle necessità della vita, è stata
essenzialmente pratica ' e ha dovuto fare i suoi primi passi in modo incoerente
e poco sicuro. Si è scritto molto e si son fatte numerose congetture intorno
nlla costituzione mentale dell'uomo primitivo ; ma lasciando da una parte
qualsiasi ricostituzione deU'uomo appartenente alla preistoria, vi sono i
selvaggi attuali che, a torto o a ragione, si considerano come equivalenti a
quello, e intorno ai quali si hanno notizie numerose, svariate e positive. In
questi il livello delle facoltà logiche è assai basso e si mostrano evidenti
l'incapacità all'astrazione e la difficoltà estrema a collegare le idee secondo
rapporti oggettivi; essi sanno invece rag ionare praticamente, per mezzo di
percezioni e di immagini che conducono al risultato atteso cioè, alla
conclusione, e hanno il loro fondamento e l'origine nelle necessità vitali e
nelle questioni che si pongono di fronte agli agonti naturali e soprannaturali.
Per convincersi di ciò basta pensare ai mezzi che l’uomo primitivo ha
escogitato pel soddisfacimento dei suoi bisogni : pel nutrimento, la caccia e
la pesca ; per difendersi dalle intemperie, le vesti e l'abitazione; per
l'attacco e la difesa contro gli animali e i suoi simili, le armi. La
costituzione d’uua .logica pura progredisce di pari passo coi progressi della
tecnica, secondo le attestazioni dei documenti sturici, che dimostrano essere
la tecnica la madre della logica razionale : l'invenzione degli strumenti,
degli utensili, della fusione dei metalli, della navigazione, dell’astronomia,
dell'agrimensura ecc. Ita costretto a poco a poco lo spirito umano a sottoporsi
alla disciplina del ragionare. Terò questi “ ragionamenti, non sono liberi
dagli elementi affettivi e fantastici ; infatti noi sappiamo che operazioni
profane, come il fabbricare uno strumento o l'edificare una capanna, esigevano
un intervento soprannaturale, preghiere, sacrifici, incantesimi, riti vari,
forinole magiche ; tutte queste cose erano considerate intermediari
indispensabili per arrivare allo scopo, o solo per l’influenza della coltura e
della civiltà appare manifesta 1 indifferenza e la vanità di questi mezzi e si
fa complota l'emancipa' zione della logica razionale. Quando questo strumento
naturale d'esplorazione che è il ragionamento si è affermato e perfezionato con
l'esercizio, l'abitudine e l'applicazione perseverante a materie di varia
natura, sono venuti i logici clic hanno analizzato, dilucidato l’inferenze
corrette o hanno dettato le regole per ragionare correttamente, incominciando
con Aristotile al LIZIO a studiare le forme più astratte o più rigorose del
ragionamento. Però sono stati primi i sofisti – della SICILIA, come GIORGIA LEONTINO,
i più antichi maestri d’eloquenza, che tentarono di rilevare le regole del
pensiero corretto, nonché le regole grammaticali e le parti del DISCORSO, delle
quali tutti si servivano senza saperlo; l’arte del pensare, le regole della
dimostrazione e della confutazione divennero necessarie in quel'giorno, in cui
la forza della PAROLA potè modificare il verdetto d'un tribunale o l'opinione
d'un’assemblea politica. Ma a questo proposito, non bisogna confondere tra loro
la logica e LA DIALETTICA, perchè quest’ultima è, come dice Aristotile, l’arte
che apre la strada al vero mediante la discussione dello opinioni; discute,
intorno ad un dato soggetto, le opinioni favorevoli e quelle contrarie, no
rileva le difficoltà e le contraddizioni, si può, in una parola, considerare
come l’arte della discussione. La potenza della (Rjbot, La logique des
sentiinents, F. Alcnn] PAROLA – GRICE STUDIES IN THE WAY OF WORDS -- è stata
per un certo periodo della storia greca, lo strumento principale per governare;
e non solo nelle assemblee del popolo, ma anche nei tribunali, dove sedevano
centinaia di giudici, LA PAROLA è come un’arme che adoperala abilmente,
raddoppia le probabilità della vittoria, e chi ne è privo, nel seno della
propria patria e nella pace più profonda, è cosi esposto agl’attacchi
degl’avversari, come se si fosse precipitato nel tumulto della pugna senza
spada e senza scudo. Si comprende quindi facilmente come nelle democrazie di
quel tempo, LA RETORICA – GRICE LEECH -- , la quale è per metà dialettica e per
metà stilistica, siasi coltivata per la prima volta come una professione e
prende un posto importante nell'educazione della gioventù. LA LINGUA e il
ragionamento. LA PAROLA si deve considerare non solo come un mezzo per
comunicare le idee, ma anche come uno strumento efficacissimo per lo sviluppo
del pensiero e del ragionamento. L’osservazione della psiche infantile ha
dimostrato che non è possibile un certo sviluppo mentale senza l’aiuto della
PAROLA nei primi anni di vita del bambino, durante i quali egli percepisce,
esperimenta e ragiona senza possedere una lingua propriamente detta, che si
sviluppa poscia a poco a poco per un BALBETTIO SPONTANEO – GRICE SIGNIFICATO
NATURALE --, pell’ESPRESSIONE dei sentimenti e per influenza della lingua che
si parla intorno a lui e che egli cerca d’imitare. Preyer riconosce nel
fanciullo una logica senza parole – PAROLA greco PARABOLA parlare parlamento --
che precede di molto lo sviluppo integrale della lingua – GRICE ANALOGUE OF
CONVERSATIONAL MAXIMS BEYOND. Infatti, quando il bambino allontana rapidamente
la mano dalla fiamma che il giorno prima lo ha bruciato, non compie forse un
vero e proprio giudizio di riconoscimento? L’ufficio della PAROLA – greco
PARABOLA, parlare, parlamento -- diviene importante quando sorgono l’idee
generali, pelle quali LA PAROLA diviene un mezzo indispensabile; infatti i
sordo-muti che non hanno appreso la ‘lingua’ tattile esprimono le loro
osservazioni in modo vivo o individuale per mezzo di gesti o di movimenti
d’imitazione; e appunto per questo carattere individuale e concreto –
PARTICLARIGGIATO – IDIOSINCRATICO -- delle loro descrizioni non riescono a
formare idee generali chiare e distinte, le quali non si staccano mai bene
dalle rappresentazioni singolari. Così, per indicare il cibo e il pasto, essi
accennano al proprio corpo, indicano il rosso toccando le proprie labbra,
esprimono col gesto l’atto di innalzare un muro, di tagliare un abito; ma non
sanno indicare l’idea generale di queste azioni, mancando loro l’udito e la
parola. LA LINGUA ha quindi una doppia funzione: una funzione sociale, in
quanto è il mezzo piti potente di COMUNICAZIONE – GRICE STEVENSON -- del
pensiero; una funzione che si può dire individuale – IDIOSINCRATICA GRICE --
nel senso che ferma per mezzo di formule stabili i nostri pensieri più
fuggevoli e più sottili – GRICE: IN WAYS THAT AN ANIMAL CANNOT M-INTEND -- , e
li rende ai nostri occhi più chiari e più resistenti. Ammettiamo pure che la
potenza del pensiero varchi i limiti d’espressione forniti dalla LINGUA, e che
una serie più o meno lunga d’idee possa de-correre nella nostra mente senza che
ad essa corrisponda una serie concatenata di parole – GRICE MODELS OF
IMPLICATURE --. Così per esempio io posso passeggiare solo attraverso i campi,
fermarmi un secondo sulla sponda d’un fosso che io debbo passare: io ne
apprezzo coll’occhio la larghezza, misuro lo sforzo che debbo fare e mi trovo
senz’accorgermi sull’altra riva. Tutte queste operazioni contengono una serie
di giudizi – GRICE JUDGING – EVEN ANIMALS – PIROTOLOGY -- veri e propri, di
atti silenziosi. Però in questo e nei casi simili, le idee appaiono quasi come
annebbiate, dai contorni indecisi, e sfuggono con estrema facilità, se LA
LINGUA – IL DEUTERO-ESPERANTO DI GRICE -- non interviene; e se poi QUALCHE PAROLA
improvvisamente viene a mancare, s’arresta in modo brusco l’enunciazione del
giudizio, e il pensiero esce con fatica e spesso incompleto od offuscato. Il
possedere una lingua ricca e atta ad esprimere le più tenui sfumature del
pensiero, equivale, pel pittore, all’avere una tavolozza ricca di colori –
GRICE FREGE FARBUNG and/but -- coi quali si possano porre in rilievo i minimi
particolari d’un quadro. Certo non bisogna dimenticare che se UNA LINGUA ben
fatta e abbondante è il migliore strumento di progresso per l’intelligenza,
tuttavia occorre che questa senta il bisogno di servirsene. Il vocabolario
usuale d’una persona dedicata agl’uffici più umili – dice BERNSTEIN -- della
vita si compone tutt’al più di qualche centinaio di parole, appunto perchè queste
sono sufficienti alle sue necessità intellettuali; e la povertà della LINGUA
d’alcuni popoli – GRICE’S ESKIMO -- che vivono in uno stato di rozzezza
primitiva, non è la causa, ma l’effetto della loro po Hoffding, Psychologie,
Alcan] vertà mentale. Infine è da notarsi che se il concetto non può far di
meno d’una forma espressiva, la forma espressiva non ha per sua necessaria
condizione una forma logica o un concetto. La logica e l’educazione dello
spirito. Lo storico Tucidide dice che in una nazione colta e civile si esige
non già che tutti i cittadini debbano essere capaci di trovare la soluzione dei
problemi che loro si presentano, ma che sappiano giudicare con criterio retto
ed equanime le soluzioni trovate ed affermate dagli specialisti. Per raggiungere
questo fine, oltre ad un certo complesso di cognizioni letterarie e
scientifiche, sono indispensabili le buone abitudini intellettuali, che ci
avvezzano a considerare le cose con pazienza, a scorgere facilmente la falsità
delle soluzioni affrettate e troppo semplici, e a convincerci che a conoscer
bene la realtà occorrono analisi prudenti e ossorvazioni accurate e ripetute.
Inoltre lo spirito deve avere l’amore disinteressato del vero, assoggettarsi
alla sola evidenza razionale, veder chiaro nelle proprie idee, non prendere le
proprie preferenze per buoni argomenti, i propri pregiudizi o le proprie
passioni per dimostrazioni valide. Lo studio coscienzioso della logica può
recare un aiuto efficacissimo a questo scopo, divenire quasi un’igiene dello
spirito e la preparazione necessaria ad ogni istruzione scientifica seria e
profonda; e questo si può affermare per più ragioni. Anzitutto la logica è
utile considerata come scienza per sè stessa ; infatti, poiché V intelligenza è
lo strumento indispensabile in ogni ramo di cognizioni scientifiche e queste
ultime non si possono pensare senza di quella che in certo modo le crea e le
sviluppa, ne viene che è necessario all’uomo conoscerne l’intima struttura ed
il valore intrinseco, nello stesso modo che nessuna persona sensata vorrà
adoperare uno strumento qualsiasi senza possederne una qualche cognizione. In
questo caso la necessità è di gran lunga maggiore, poiché si tratta di
conoscere come opera e come funziona ciò che Bacone ha denominato instrumentum
instrumentorum. Però lo studio delle operazioni logiche del pensiero ha
un’altra ragione pur grave, se si considera come disciplina dell’intelligenza,
come conoscenza tecnica necessaria per aguzzare e rafforzare la facoltà del
ragionamento e per rendere più pronto e più sagace lo spirito d’osservazione.
Il vedere come la nostra mente, partendo dall’osservazione dei fatti e
paragonandoli fra loro, riesce ad ottenere una cognizione generale, una legge
naturale che ordina e rischiara tutta una serie di fatti, ci aiuta a comprendere
come si acquista il sapere e per quali condizioni questo sapere deve rispondere
alla verità, e rendere più forte l’attitudine a cogliere i rapporti fra le
cose. Invece, l’accettare da altri una scienza bell’e fatta, la quale non
richiede da noi altra briga che quella, troppo leggera, di credervi, non ci
fornisce l’abito della critica, il desiderio della prova rigorosa, e ci abitua
a prestar la stessa fede ai fatti constatati, alle leggi saldamente stabilite,
e alle ipotesi probabili e solo possibili ; il sapere che una verità è ammessa
come certa non è come sapere in qual maniera, con quali procedimenti e con
quante precauzioni quella si stabilisce, come nacque, come crebbe e venne
formandosi. Solamente in questo modo si impone il rispetto e l’amore della
verità scientificamente fondata e si formano le intelligenze libere, attive,
desiderose di conoscere, educate all’osservazione e alla critica, e tolleranti
delle opinioni altrui. Un pregiudizio assai diffuso pone la memoria come unica
base dell’educazione intellettuale, e si considera come cosa importantissima il
versare nella mente il più gran numero possibile di cognizioni, il ripetere con
precisione tutto ciò che è entrato passivamente nel cervello. E questo un
errore fatale, poiché s’è constatato infinite volte che in un breve periodo di
tempo si dimentica una gran parte di ciò che si è studiato meccanicamente con
grande fatica. Ciò che più importa è invece abituarci a pensare colla nostra
testa, formare lo spirito d’iniziativa : il fanciullo che impara a camminare,
impara appunto perchè va colle sue gambe e non colle altrui ; insegnare ad
osservare, scrive il Gabelli, è insegnare a pensare, a operare, a vivere, è
infine formare la testa, intento principalissimo dell’ istruzione ; quando
invece l’offrire, o l’imporre dogmaticamente le cognizioni bell’e fatte, è
annegliittire l’intelligenza, uccidere la spontanea attività del pensiero,
consumare l’anima. Certo non si può negare che si può divenire un grande
scienziato e un finissimo ragionatore senza aver latto uno studio speciale
della logica, nè questa sa rendere forte e penetrante uno spirito che è
naturalmente falso ed ottuso; ma come lo studio coscienzioso della grammatica,
senza formare da sè solo lo scrittore, gli concede il possesso sicuro della
lingua, così lo studio delle leggi che il pensiero segue nella conoscenza rende
più sicuro e robusto l’organo del ragionamento. Quindi, se la logica riflessa è
insufficiente quando le venga meno l’aiuto della logica naturale, la quale non
si impara sui libri e nelle scuole, ma si ha dalla natura, quando invece questa
vi sia, la nostra mente può essere più facilmente avviata ad usare del pensiero
con abilità e con frutto. Gabelli, L’istruzione in Ilalia, Bologna, Zanichelli.
Poiché la logica mira ad assicurarci della verità e della validità delle nostre
cognizioni e dei nostri ragionamenti, si presenta naturale la domanda se
esistano principi o leggi fondamentali, alle quali ogni nostro pensiero debba
obbedire affinchè possiamo essere certi della sua verità. Il principio di
identità, il principio di contraddizione, quello del terzo escluso fra i
contradditori, e il principio di ragion sufficiente esprimono appunto le
condizioni necessarie per le quali noi possiamo pensare correttamente, e sono
leggi di ogni realtà spirituale valevoli per le creazioni estetiche non meno
che pei pensieri logici e per la vita pratica. Il principio d’identità si
esprime colla formula: A è A, ed afferma l’identico dell’identico, che ogni
cosa è uguale a sé stessa. La parola identità, presa nel suo significato
etimologico indica che la cosa, che noi ci rappresentiamo in diversi tempi
sotto diversi nomi, in diverse combinazioni è sempre identica a sé stessa ;
però questo principio non deve affermare che nel giudizio il soggetto e il
predicato debbano dire esattamente la stessa cosa, essendo un tale giudizio
affatto vuoto di senso, come se dicessi che « un circolo è un circolo » che «
questa mano è questa mano » ; un giudizio di tal fatta è una vera e propria
tautologia priva d'un valore qualsiasi per la conoscenza e, non a torto è stato
detto giudizio idiotico, giacché solo un idiota potrebbe compiacersene. Occorre
invece che il predicato esprima qualcuna delle qualità che appartengono, oppure
che possono aggiungersi al soggetto: Galileo è il fondatore della fisica,
Newton ha scoperto le leggi dell’attrazione universale. Il principio di
identità enuncia dunque l’impossibilità di pensare un concetto dato e i suoi
caratteri come dissimili reciprocamente: vi è equivalenza assoluta tra un tutto
e la somma delle parti che 10 compongono, tra un concetto e la totalità degli
attributi che lo costituiscono ; cosi si può dire che una cosa è uguale a sè
stessa, oppure A = A. Anche quei giudizi nei quali in apparenza il soggetto e
il predicato sono parole identiche, in realtà non sono tautologici. Così quando
dico: la guerra è la guerra, intendo di manifestare il pensiero' che, una volta
intrapresa una guerra, non è da maravigliarsi delle conseguenze triste che ne
possono derivare; quando dico: i bimbi sono bimbi, col soggetto voglio
esprimere solo l’età infantile, col predicato le qualità ad essa congiunte. Il
principio di contraddizione dice che due giudizi dei quali l’uno nega quello
stesso che l’altro afferma: A è B, A non è B, non possono essere veri nel
medesimo tempo, ma se l’uno è vero, l’altro è necessariamente falso. Aristotile
dà questo significato al principio di contraddizione, che giudica il più certo
di tutti (aùii) TtaaCtv iait $e$a.'.oxb.Tt] tC5v àpx® 7 )» poiché non è
possibile che alcuno pensi che la stessa cosa sia e non sia (àSuvzrov yàp
ÓvtivoOv Taùxòv OnoXa|i^àv£iv efvzt xai fitj eivat). Molti secoli dopo il
filosofo tedesco Leibniz ha dato un’altra formula del principio di
contraddizione, che è la seguente: A non è non A; mentre la formolo
aristotelica riguarda la relazione tra un giudizio affermativo ed uno negativo,
invece quella del Ijiilmiz si riferisce alla relazione che passa tra soggetto e
predicato in uno stesso giudizio, e significa che un giudizio è falso quando il
soggetto e il predicato si contraddicono ; Aristotile ha voluto dare non già un
criterio per stabilire la verità o la falsità d’un giudizio, ma solo negare la
possibilità di ritener vere nel medesimo tempo l’affermazione e la negazione;
invece Leibniz ha inteso di porre un principio, per mezzo del quale si potesse
riconoscere la verità in tutte le forme della conoscenza. Però le due formule
esprimono alla fine una sola e stessa legge del pensiero umano. Infatti
che/significa: un predicato B è in contraddizione con un soggetto A? che un
affermazione, la quale attribuisce il predicato B al soggetto A, per es. il
sangue caldo ai rettili, contiene una contraddizione. Non vi è altra via, per
la quale una contraddizione divenga possibile se non questa, che il giudizio il
quale attribuisce il predicato B al soggetto A, contraddica ad un altro
giudizio, il quale neghi che il predicato B possa convenire al soggetto A; e
poiché quest’ultimo giudizio; A non è B, i rettili non hanno il sangue caldo, è
evidente di per sé o per altre ragioni note, la contraddizione annulla il primo
giudizio ; e ciò avviene secondo il principio enunciato da Aristotile, che le
due proposizioni non possono essere vere ambedue nel medesimo tempo. Il
filosofo greco Eraclito sostenne la coesistenza ilei contrari, partendo dal
principio fondamentale del suo sistema, pel quale attribuisco alla materia il
cambiamento continuo delle formo e delle proprietà, cosicché tutto ciò che vive
è soggetto nd una distruzione incessante e ad nn incessante rinnovamento, o
quando il nostro occhio crede di afferrare qualche cosa di permanente, è
vittima d’una illusione, giacché tutto in realta è in un perpetuo divenire,
navi* pei. Noi non possiamo, egli dice, discendere due volte nel medesimo
fiume, perchè di continuo porta nuove acque; quindi noi discendiamo nel
medesimo fiume e non vi discendiamo, noi siamo e non siamo; il bene o il male
sono una sola o stessn cosa; la dissonanza è in armonia con se stessa;
l’armonia invisibile (cioè quella che risulta dei contrari) è migliore di
quella visibile,. Ora con una concisione degna d’un oracolo, ora con precisione
e ampiezza mirabile, formula la proposizione che la legge del contrasto regge
tanto la vita degli uomini quanto la natura, e che non sarebbe meglio por
questi ottenere ciò che desiderano, vale a diro vedere tutti i contrari
fondersi in una vana armonia. Il principio del terzo escluso e il principio di
ragion sufficiente. Il principio del terzo escluso afferma che tra due giudizi
contradditori, A è B, A non è B, non è possibile un terzo modo di essere, una
terza via d’uscita, e che uno dei giudizi è necessariamente vero, perchè
ambedue non possono essere negati nel medesimo tempo; mentre il principio di
contraddizione dice che uno dei due è necessaria Siowart, Logil-. Freiburg i.
B., Mohr. (®) Gompebz, Les pene tur8 de la Orice. . F. Alcan] mente falso,
perchè ambedue non possono essere affermati nel medesimo tempo. L’applicazione
di questo principio incontra difficoltà apparenti, le quali dipendono
unicamente dal fatto che una cosa viene osservata in momenti diversi e sotto
diversi aspetti. Cosi, mentre il sole tramonta, è vero tanto raffermare che 1
LOGICA. ima chimera, un non-valore. Tra queste due opposte estremità sono
possibili molte gradazioni, le quali contribuiscono a formare una « scala di
valori » . In modo simile, pel malato una determinata medicina, che può dargli
la guarigione, ha un grande valore, mentre per l’uomo sano non ne possiede
alcuno. In conclusione il valore è una qualità che noi attribuiamo alle cose,
come i colori, ma che in realtà, come i colori, non esiste fuori di noi, ed ha
quindi una vita essenzialmente soggettiva. La nozione di valore ò penetrala
lentamente e tardi nelle scienze filosofiche; qualcuno ha voluto farne risalire
l'origine a Kant, fondandosi sopra alcuni passi di interpretazione alquanto
dubbia; ò invece più esatto attribuirne il inerito a Lotze, il quale espose il
principio che mette in rilievo la nozione di valore colle seguenti parole: là
dove due ipotesi sono ugualmente possibili, l'una che s'accorda coi nostri
bisogni morali, l'altra che ad essi contraddica, bisogna sempre scogliere la
prima. In realtà però codesto concetto è d’origine economica, e bisogna
ricorcarne la fonte prima nell’opera La ricchezza delle nazioni dell’inglese
Smith, pel quale il valore ò ricondotto all'utilità, e alla sua volta l'utilità
alla soddisfazione dei bisogni e dei desideri dell'uomo. Ai nostri tempi il
principio di valore è divenuto quasi popolare, grazio aU’opora di Federico
Nietsche, sia che egli voglia stabilire una tavola di valori oppure restaurare
“ l’equazione aristocratica dei valori „, o biasimare acerbamente i valori di
decadenza,, o rifare in senso inverso il lavoro dei moralisti, operando una
trasmutazione di tutti i valori,, o celebrare i ‘ forti che creano i valori,.
Il campo, nel quale si applica la nozione di valore, è estesissimo o comprende
la morale, l'estetica e le scienze sociali, la religione ecc. Nella morale si
ritrovano i concetti del sommo bene, dell'imperativo categorico, del bene,
della simpatia, della giustizia, della carità, della solidarietà, dell’utilità
individuale o generale, dell'obbedienza a una legge rivelata, alla religione
ecc. Nella vita sociale vi sono i concetti di teocrazia, di monarchia,
democrazia, feudalesimo, il regime di casta, la schiavitù, il lavoro libero, il
salariato, che variano di valore secondo i tempi, le condizioni sociali e i
bisogni. Infine nella religione vediamo che il monoteismo, il dualismo, il
politeismo, i dogmi sono variamente apprezzati nelle diverse religioni. Le
percezioni, le immagini, le idee astratte e generali forniscono la materia
indispensabile al ragionamento, il quale, nel suo significato più esteso, è un
atto dello spirito che consiste nel passare dal noto alV ignoto. La forma pia
semplice di ragionamento è quella che va da una cognizione particolare ad
un’altra cognizione particolare e che si può già osservare nel bambino: questi,
che ripete ed applica alcuni nomi generali, forma una proposizione colltegando
due nomi, come quando un oggetto, che evoca in lui uu nome, evoca pure un altro
nome, abbozzando cosi le prime frasi incomplete e sprovviste di verbo. Quando
per esempio un cane scorge in un ruscello un liquido scorrevole, inodoro,
incoloro e chiaro, questa percezione suscita in lui, in virtù d’un'esperienza
anteriore, l'immagine d’una sensazione di freddo, e la percezione e l’immagine
s’uniscono per formare una coppia; nel fanciullo invece, grazie al linguaggio,
la medesima percezione evoca la parola acqua ; la medesima immagine evoca la
parola freddo e le due parole s’associano insieme a formare una proposizione,
un giudizio. In molti di questi accoppiamenti di termini che si suggeriscono
reciprocamente si riscontrano i caratteri del ragionamento, come quando uu segno
presente suggerisce una realtà non veduta distante o futura, per es. le nubi e
la pioggia ; qui abbiamo vere e proprie inferenze. Però nella logica il nome di
inferenza si applica ad operazioni mentali più complesse, ossia a quelle per le
quali da uno o più giudizi dati si passa ad uu nuovo giudizio. L’inferenza è
immediata, quando il giudizio risultante è una conseguenza necessaria del
giudizio dato ed è ottenuta senza che sia necessario ricorrere a giudizi
intermedi; cosi, se dal giudizio che i triangoli sono poligoni io deduco che
alcuni poligoni sono triangoli, avrò un’inferenza immediata.Si avrà invece un
'inferenza mediata, quando da un giudizio si passi ad un altro ricorrendo ad un
terzo giudizio. Cosi dal giudizio « gli uomini sono mortali » posso dedurre
queat’altro che Pietro è mortale, per mezzo d’un terzo giudizio, vale a dire
che Pietro è uomo. Tanto nel primo, quanto nel secondo caso occorre che i
giudizi posti in relazione non abbiano contenuto affatto diverso l’uno
dall’altro, poiché allora non vi potrebbe essere tra loro alcuna relazione
logica, ossia dalla verità o falsità dell’uno non si potrebbe dedurre la verità
o la falsità dell’altro. Trasformazione dei giudizi per subalternazione, per
opposizione, per equipollenza. Quando la relazione è immediata, il contenuto
dei due giudizi dev’essere identico, ma diversa o la quantità, o la qualità, o
la relazione, o la ino? dalità; dal primo giudizio si deduce il secondo senza
ricorrere ad un giudizio intermediario, e mentre la materia dèi raziocinio,
cioè il soggetto e il predicato, resta inalterata, si muta invece la forma. Le
relazioni immediate dei giudizi si possono ridurre a tre specie principali: «)
Per subalternazione, che ha luogo tra giudizi identici di contenuto e di
qualità, ma diversi di quantità o di modalità. Per opposizione, che ha luogo
tra giudizi identici di contenuto, ma diversi di qualità, oppure di qualità e
di modalità insieme, mentre la quantità può rimanere identica o mutare. c) Per
equipollenza che avviene tra giudizi di contenuto identico, ma o diversi di
qualità, o diversi di relazione. Affinchè apparisca più chiaramente la
diversità dei giudizi posti in relazione fra loro, i logici indicano con la
lettera A il giudizio universale affermativo, con E il giudizio universale negativo;
con I il giudizio particolare affermativo, con 0 il giudizio particolare
negativo; e tale convenzione fu espressa con artificio mnemonico in questi due
versi: Asserit A, nogat E, sed univejsaliter ambo, Asserit I, negat 0, sed
particulariter ambo ; e dal filosofo bizantino Michele Psello del secolo XI fu
proposto il quadro che può vedersi nella pagina seguente. a) La relazione per
subalternazione ha luogo tra giudizi identici di contenuto e di qualità ma
diversi di quantità : il primo è universale e dicesi subalternante, il secondo
è particolare e dicesi subalternato. Le regole che stabiliscono il passaggio da
una ad altra forma sono: Dalla verità del giudizio subalternante (generale) si
conchiude la verità del giudizio subalternato (particolare); ma dalla verità
del subalternato non si può dedurre la verità dol subalternante, poiché, come è
facile comprendere, ciò che A opposti contrarii g è vero d’un'intera classe è
vero anche d’una parte di essa, ma non viceversa. Così, se è vero che gli
uccelli sono muniti di becco, è vero pur che alcuni uccelli sono muniti di
becco; ma se è vero che alcuni popoli sono monoteisti, non si può per questo
concludere che tutti i popoli sono monoteisti. Dalla falsità del giudizio
subalternato si conchiude la falsità del subalternante, ma dalla falsità del
giudizio subalternante non s’inferisce la falsità del subalternato. Se è falso
che alcuni uomini sono perfetti, è pure falso che tutti gli uomini sono
perfetti; ma se è falso che tutti gli animali sono provvisti di sistema
nervoso, non ne segue che sia falso l’altro giudizio, che alcuni animali sono
provvisti di sistema nervoso. La relazione per opposizione ha luogo fra giudizi
che sono identici di contenuto, ma diversi di qualità. Diconsi opposti contrari
se sono entrambi universali, opposti subcontrari se sono entrambi particolari,
opposti contraddittori se hanno diversa la quantità e la qualità. I passaggi da
un giudizio ad un altro opposto contrario sono retti dalla regola seguente: Se
uno di essi è vero, si può inferirne la falsità dell’altro, non potendo essere
veri entrambi insieme ; ma non è possibile l’inverso, poiché se uno di essi è
falso, non si può affermare che l’altro sia vero, potendo essere falsi tutti e
due. Cosi, se è vero che tutti i popoli civili dell’Oriente sono monoteisti,
sarà falso l’altro giudizio che nessun popolo civile dell’Oriente è monoteista;
ma se è falso che tutti gli uomini sono onesti, non sarà perciò vero raffermare
che nessun uomo è onesto. I giudizi subcontrari possono essere ambedue veri,
non possono essere ambedue falsi ; quindi dalla verità dell’uno non si
conchiude alla falsità dell’altro, ma si può invece dalla falsità dell’uno
dedurre la verità dell’altro; cosi se è vero che alcuni uomini sono giusti, non
ne segue che sia falso l’altro che alcuni uomini non sono giusti; ma, se è
falso che alcuni geni sieno in tutto malefici, è vero il giudizio che alcuni
geni non sono in tutto malefici. Per V opposizioìie contraddittoria vale la
regola seguente: dalla verità dell’uno si inferisce la falsità dell’altro, e
dalla falsità dell’uno la verità dell’altro; se è vero che ogni uomo è mortale,
è falso che certi uomini non siano; se è falso che tutti gli uomini sono saggi,
è vero che alcuni uomini non sono saggi. Le trasformazioni logiche per equipollenza
dei giudizi sono di molte specie; l’equipollenza tra giudizi d’identico
contenuto può aver luogo o per mutate qualità, o per mutata relazione, o per
mutazione della quantità nella modalità e di questa in quella, o per mutata
posizione dei termini nel giudizio, o per mutata posizione dei termini e
insieme per mutata quantità del giudizio. Vediamone qualche saggio. Quando si
tratta di giudizi di identico contenuto e diversi di qualità, dato un giudizio,
se ne può derivare un altro con diversa qualità; es. « se ogni vizio è
biasimevole, nessun vizio sarà da non biasimarsi » ; quindi il giudizio
universale affermativo e il particolare affermativo hanno ciascuno i loro
equipollenti qualitativi nell’universale negativo e nel particolare negativo
infiniti. Però, come è stato osservato, se si bada bene, si vede che le
trasformazioni per equipollenza qualitativa non danno illazioni, perchè il
contenuto logico e materiale dei due giudizi è lo stesso. Il principio, duplex
negatio afflrmans, indica questa identità; riducendosi ad espressioni dello
stesso giudizio in diversa forma, sono più del dominio della grammatica che di
quel della logica. Due forme di raziocinio immediato s’ottengono con la
conversione e la contrapposizione dei giudizi. Si ha la conversione del
giudizio trasportando il soggetto nel posto del predicato e il predicato nel
posto del soggetto. Il giudizio reciproco può avere la stessa quantità del
giudizio diretto, e allora la conversione è semplice; es. « nessun accusatore
può fare da giudice, nessun giudice può fare da accusatore; oppure può avere
quantità diversa, e allora la conversione si fa per accidente; es. « i
triangoli sono poligoni, alcuni poligoni sono triangoli ». Le universali
affermative si convertono per accidente in particolari affermative; es. « i
benefici mal collocati sono malefici, alcuni malefici sono benefici mal
collocati. Si convertono semplicemente tutti i giudizi universali uegativi: es.
«nessun pesce respira per polmoni, nessun animale respirante per polmoni è pesce.
Sono pure convertibili semplicemente i giudizi particolari affermativi; es. *
qualche uomo è saggio, qualche saggio ò uomo » . Se però il predicato fa parte
del soggetto la conversione semplice non è possibile; se infatti dico: alcuni
parallelogrammi sono quadrati, non posso dire : alcuni quadrati sono
parallelogrammi, poiché tutti i quadrati sono parallelogrammi. I giudizi
particolari negativi non presentano regola di conversione; dal giudizio «
qualche uomo non è medico », non si può inferire che qualche medico non è uomo.
La contrapposizione consiste nel poter derivare da un giudizio universale un
altro giudizio di diversa qualità, mentre si scambia l’ufficio dei termini,
passando il soggetto a predicato, e il predicato a soggetto. Quindi i
contrapposti dei giudizi affermativi, sono negativi e quelli dei giudizi
negativi sono affermativi; es. « se tutti gli atti virtuosi sono lodevoli,
nessun atto non lodevole sarà virtuoso; se nessun superbo è contento, talune
persone scontente son superbe » . Si è osservato dallo Stuart Mill che le
regole logiche della conversione e della contrapposizione dei giudizi non si
possono ritenere come regole del ragionamento, poiché le proposizioni
reciproche e quelle contrapposte non sono illazioni, e dicono in forma verbale
indiretta la stessa cosa che le proposizioni dirette; vi è illazione solo
quando v’è passaggio da una nozione nota ad una ignota. Però se in molti casi
si può affermare che le trasformazioni dei giudizi non hanno altro scopo che di
farcene conoscere con maggior chiarezza il contenuto, tuttavia in alcuni casi,
come nella conversione dei giudizi universali quando non è artificiosa, e nel
contrapposto del giudizio universale affermativo, l’illazione ci dà qualche
cosa di nuovo. Una delle cause più. frequenti d’errori, là osservare il Bain,
consiste appunto nella tendenza a convertire le affermative universali senza
limite; quando si dice: tutti i grandi ingegni hanno il cervello voluminoso, si
passa facilmente ad affermare che tutti i cervelli voluminosi sono grandi
ingegni ; cosi pure quando si dice: tutte le cose belle sono gradevoli, tutte
le virtù conducono al benessere, ogni evidenza suppone testimonianze
contemporanee, sorge in noi la tendenza a convertire senz’altro queste
proposizioni. Di qui la necessità di applicare le forme logiche per mettersi in
guardia contro simili errori. 8. L’evoluzione psicologica del giudizio. Come
abbiamo già detto, si può considerare il giudizio nella sua forma completa,
quale si trova nella scienza, nella letteratura, nei dogmi religiosi o nelle
affermazioni dol sonso comune, ed ò espresso per mezzo di proposizioni composte
di piii termini, che dall'analisi vengono ridotti al minor numero possibile:
soggetto, attributo, copula; questo è l’aspetto logico. Lo psicologo, invece di
ricercare ciò che de*’ essere un giudizio affinchè sia valevole per la nostra
ragione, si chiede che cosa esso è quando si consideri come operazione mentale,
e come si forma. Sotto le parole egli trova le idee e le rappresentazioni,
nelle proposizioni un potere d'analisi e di sintesi; nella genesi
deU’affermaztone distinguo diversi momenti; in una parola, considera il
giudizio non come un prodotto completo, ma come una funziono di cui descrive
gli organi e l'attività. 11 punto di partenza dell’evoluzione del giudizio,
secondo un autore recente, si deve ricercare nelle manifestazioni della vita
fisiologica. Ogni organismo, a incominciare dal più semplice, ha il potere
d’entrare in movimento di porse stesso ; questa spontaneità non è del tutto
indipendente, poiché l'animale vive in un ambiente determinato, dal quale
riceve eccitamenti diversi, ai quali risponde Ruyssen, L'éi'olution
psychologique tlu jugement, F. Alcan] in maniera diversa, e può anche moversi
automaticamente per l’azione interna; quindi il movimento organico elementare è
un movimento d’oscillazione dall’esterno all'interno e viceversa, uu alternarsi
ritmico di consumo e di ncquisiziono che i biologi chiamano “ reazione
circolare La cellula vivente ha una costituzione propria che la rende atta a
reazioni originali, è un sistema conservatore fondato sul principio della
ripetizione, in una parola è fornita d’ abitudine . Se l'ambiente esterno fosse
sempre costante, la reazione circolare per ripetizione basterebbe ad assicurare
alla vita qualsiasi durata; ma noi sappiamo che l'essere vivente è di continuo
esposto alle variazioni termiche, meteorologiche, luminose, alle quali deve
adattarsi o perire; \'adattamento è appunto la seconda facoltà caratteristica
della cellula; anche gli organismi monocellulari sanno ricercare ed evitare con
un discernimento prodigioso gli agenti che sono loro favorevoli od ostili.
L'adattamento segue una via ascendente; anzitutto si scorge nelle reazioni
motrici dell'animale e del fanciullo, nelle quali si possono riconoscere le
primo manifestazioni della vita; il primo periodo della vita infantile
costituisce il fondo d’abitudini sul quale vengono ad innestarsi gli
adattamenti ulteriori; le risposte dell’organismo agli eccitamenti successivi
divengono a ninno a mano più facili c più sicure, preparando così il terreno
alla vita cosciente. Con l’apparizione della coscienza si notano nuovi
adattamenti motori provocati specialmente dalle sensazioni della vista e
dell'udito; nelle quali si coglie la forma più dementare del giudizio. 11
fanciullo risponde ad eccitamenti diversi per mezzo di reazioni non più
diffuse, ma precise, localizzate nelle parti distinto dell'organo eccitato;
così il suono d'una voce famigliare lo fa muovere e gesticolare, un oggetto
luminoso gli fa alzare e tendere le mani; in una parola, le sue sensazioni
quanto più variano e s'arricchiscono, tanto più facilmente provocano reazioni
motrici adattate al loro scopo, dove si può quasi scorgere la traccia d’una
scelta intelligente. Il prender coscienza del piacere e del dolore è il
principio d'adattamenti più variati e più efficaci. A queste reazioni
sensorio-motrici, che formano una specie d’attuazione primaria, succedono lo
reazioni ideo-motrici che presuppongono il sorgere de\V attenzione secondaria,
del riconoscimento, dell’associazione delle idee, e quindi del linguaggio e
della facoltà di generalizzare. Con queste diverse operazioni il fanciullo
acquista gli elementi necessari pel suo sviluppo mentale. I giudizi che
pronuncia il fanciullo di due anni e quelli dell'uomo adulto possono differire
in estensione e in profondità, ma non pel meccanismo; non avranno le qualità
accessorie di rapidità, di esattezza, di sincerità, ma 1 essenza sarà identica
; in una parola lo affermazioni del fanciullo e dell’adulto differiscono solo
per la forma, non per la materia. Così pel fanciullo giudicare vuol dire,
almeno da principio, adattare in maniera appropriata i propri movimenti agli
stimoli della sensibilità: apprezzare una distanza equivale a rinnovare 10
sforzo necessario per percorrerla; riconoscere una persona equivale n tenderlo
le braccia, sorriderle, nominarla in maniera adeguata; comprendere un segno è
come riprodurlo. Nell’adulto la cosa non avviene in modo troppo diverso;
malgrado le apparenze, nei movimenti quotidiani, nel camminare, nel gestire,
nel parlare noi non facciamo altro che ripetere reazioni motrici che abbiamo
acquistato per le prime. Anche quando il pensiero arriva al suo completo
sviluppo, quando s eleva alle più alto astrazioni della scienza e della
filosofia, non si libera completamente dall’elemento motore; 11 linguaggio
diviene qui ora sostegno indispensabile del pensiero astratto. Bisogna pero
notare che se l’operazione intellettuale del giudizio ha le suo radici nel
terreno biologico, non ne segue che il suo valore soffra qualche diminuzione e
che gli elementi ideali e attivi cresciutivi intorno nel corso dell'evoluzione
debbano perdere patte del loro profumo e della loro freschezza; la stessa
osservazione si dove fare riguardo agli altri fatti riferentisi allo sviluppo
dello spirito untano, la famiglia, l'amore, il sentimento morale, il pudore
ecc. Già secondo Aristotile i procedimenti che il pensiero umano adopera nella
ricerca sono di due specie ben distinte Ira loro: V induzione, èTCaYwy^i muove
dal l'atto per risalire alla legge e al principio, dai giudizi particolari per
ascendore a giudizi universali, è il ragionamento che afferma d’un genere ciò
che si sa appartenere a ciascuna delle specie di questo genere; ossia quella
forma di ragionamento, per la quale dall’esame e dal paragone d’una serie di
casi particolari si passa ad una proposizione generale che riguarda non solo i
casi osservati, ma anche un numero indeterminato d’altri casi che sono coi
primi in una certa relazione di somiglianza. Cosi se dico: i processi di
conoscenza, di sensibilità, di volontà presentano come carattere essenziale la
coscienza i processi di conoscenza di sensibilità, di volontà sono (tutti i)
processi psichici, e quindi tutti i processi psichici hanno come carattere
essenziale la coscienza; faccio un ragionamento induttivo. TI secondo
procedimento è la deduzione, che dal principio e dalla legge vuole discendere
al fatto, da un giudizio universale andare ad un giudizio particolare; cosi,
per usare l’esempio precedente, se dico partendo da un principio noto: tutti i
processi psichici hanno come carattere essenziale la coscienza i processi di
volontà sono psichici dunque hanno come carattere essenziale la coscienza;
compio un ragionamento deduttivo. In ogni modo tanto l’una quanto l’altra for
ma di ragionamento si imo formulare per mezzo del sillo gismo, che si può di
conseguenza considerare come la forma più semplice ed elementare del
raziocinio. Aristotile è l’inventore della teoria del sillogismo (da auXXéYO) raccolgo),
che egli cosi definisce: Il sillogismo è un discorso nel quale, poste alcune
cose, un’altra cosa ne risulta necessariamente, per questo solo che quelle sono
poste : £uXÀoYtopòs S è èoxi Xóyo; èv (Ti xe&évxwv xivwv, gxepóv xi x&v
xeipivwv àvàyxrjs oupPaivec x(7> xaOxa efvai, ossia: quando si parte da due
proposizioni, di cui l’tina afferma una proprietà data appartenente a tutta una
classe d’oggetti, e l’altra afferma che uno 0 più oggetti appartengono a quella
classe, si passa ad una terza proposizione nella quale la proprietà suddetta è
attribuita anche a questi ultimi casi. La parola sillogismo si legge già in
Platone, ma solamente nel significato generale di ragionamento; Aristotile le
diede il significato speciale che tuttora conserva; il principio fondamentale
su cui esso posa consiste in questo, che ciò che è contenuto nel genere è pure
contenuto nella specie. Inoltre dalla definizione aristotelica derivano al
sillogismo i seguenti caratteri : che l’illazione o conclusione derivi dalle
premesse, che derivi necessariamente, e che enunci cosa diversa da quella che è
enunciata nelle premesse. Ogni sillogismo comprende due premesse, Ttpoxxoei? 0
U7to9, last;, ed una conclusione, aupxépaopa, cosi detta perchè unisce i due
termini estremi, ulpaxa. Nelle premesse entrano tre termini, Spoi, il termine
maggiore, xò pec^ov Sxpov, il termine minore, xò gXaxxov fixpov, il termine
medio, péao; 5po; che non entra mai nella conclusione, ma serve a produrla, e
jleve invece entrare in ciascuna delle due premesse. Di queste l’una si chiama
premessa maggiore 0 contiene il predicato della proposizione che fa da
conclusione, l’altra dicesi premessa minore e contiene il soggetto della
conclusione. Aristotile considera come il tipo del raziocinio e il solo
perfetto quello di sussunzione (subsumtio) nel quale appunto due idee sono
poste nella dipendenza come di specie a genere, di cosa individuale a legge
generale. Cosi nel noto sillogismo ; Tutti gli nomini sono mortali Pietro è
uomo Dunque Pietro e mortale l’idea Pietro, termine minore è posta in
dipendenza (subsumitur) di mortale, termine maggiore, la sussunzione si opera
per mezzo del termine medio uomo. Le regole del sillogismo, secondo la logica
tradizionale, sono otto, delle quali quattro si riferiscono ai termini, e
quattro alle proposizioni. Il sillogismo non può avere più di tre termini:
terni ìnus esto triple:/', meclius, maiorque minorque. Se in un sillogismo vi
fossero due termini medi invece duino solo, si avrebbero come premesse due
giudizi che non avrebbero termine comune, dalle quali nessuna illazione, o
solamente un’illazione erronea potrebbe deri\aie, ciò appare cosi nel caso che
i due termini medi siano diversi nel significato come nel caso che, differenti
nel significato, sieno identici nel nome, come chi dicesse: borsa è una
costellazione, ina l’orsa vive nelle selve, dunque una costellazione vive nelle
selve. I termini maggiori e minori non debbono essere presi nella conclusione
più universalmente che nelle premesse: latius Ima quarn praemissae conclusi o non
vult. Se i termini maggiori o minori fossero presi nella conclusione più
universalmente che nello premesse, si avrebbe allora un ragionamento che
andrebbe dal particolare all’universale, non dall’universale al particolare,
come è richiesto dalla natura stessa del sillogismo; tale errore è manifesto
nell’esempio seguente : gli empi sono nocivi alla società alcuni scienziati
sono empi dunque gli scienziati sono nocivi alla società. Il termine medio non
deve entrare nella conclusione: nequaquam medium capiat conclusio oportct.
Questa regola deriva dal carattere fondamentale del sillogismo esposto più
sopra; non la osserverebbe chi dicesse per es. : Napoleone fu un grande
statista Napoleone fu un grande generale dunque Napoleone fu un grande statista
e un grande generale ; qui non si è fatto altro che riunire le due premesse,
facendo una proposizione composta, non una conclusione vera e propria. Il
termine medio dev’essere preso almeno una volta universalmente : aut semel aut
iterum meclius generaliter esto. Questa regola vieta che il termine medio sia
preso tutte e due le volte particolarmente, non potendo allora seguirne alcuna
conclusione o solo una conclusione erronea ; così dalle premesse: le piante
sono corpi organici gli animali sono corpi organici, non si potrebbe dedurre
altro che la conclusione seguente: gli animali sono piante; e similmente dalle
premesse: alcuni filosofi sono materialisti, alcuni filosofi sono
spiritualisti, seguirebbe la conclusione: alcuni spiritualisti sono
materialisti. Non si concliiude negativamente da premesse affermative: ambae
affirmantes nequeunt generare negantem. In fatti se le premesse sono
affermative, dicono che i termini maggiore e minore convengono col medio e
quindi convengono tra loro, escludendo la conclusione opposta a questa.
Errerebbe chi dicesse per esempio: il giudice dev’essere imparziale il tale e
giudice dunque non dev’essere imparziale. Non si conchiude da premesse
negative: utraque si praemissa neget, nihtt inde sequetur. Se confrontiamo il
termine maggiore e il minore col medio e vediamo che non convengono con esso,
non è possibile affermare nè che convengano, nè che non convengano fra loro.
Quale conclusione si può, per esempio, trarre dalle due premesse seguenti:
l’animale non è eterno l’uomo non è eterno? oppure da queste altre: l'acqua non
è un corpo semplice la cellula non è un corpo semplice? 7°. Non si conchiude da
premesse particolari: vii seguitar geminis ex partici/iaribus unquam. Per
questa regola vale la dimostrazione che abbiamo data per la seconda regola sui
termini. La conclusione segue la parte più debole delle premesse: peiorem
sequitur semper canclusio partem. I logici chiamano parte più debole la
proposizione negativa rispetto all affermativa, la particolare rispetto
all’universale; perciò la regola suona in questi termini: se una delle premesse
è negativa, la conclusione è negativa; se una delle premesse è particolare, la
conclusione è particolare. Nel primo caso una delle premesse afferma che uno
dei termini conviene col medio, l’altra premessa afferma che l’altro termine
non conviene col medio; donde si deduce facilmente che i termini minore e
maggiore non convengono fra loro; cosi se affermo che logico conviene con uomo,
ma che libero dall’errore non conviene con nomo, i due termini estremi: logico
e libero dall’errore non convengono evidentemente fra loro: Nessun uomo è
libero dall’errore Tutti i logici sono uomini Dunque nessun logico è libero
dall’errore. Pel secondo caso vale la dimostrazione che si è data per la
seconda regola sui termini. Le figure e i modi del sillogismo. Il sillogismo
categorico è quello in cui le premesse e quindi anche la conclusione sono
giudizi categorici, o fungono come giudizi categorici: secondo il posto che il
termine medio occupa nelle premesse il sillogismo categorico presenta quattro
ligure, che indicando con la lettera M il termine medio, con P il termine
maggiore, con S il termine minore, sono le seguenti : 1° MP-SM-SP Il termine
medio fa da soggetto nella premessa maggiore, da predicato nella minore, come
nell’esempio: I martiri della scienza onorano l’umanità Molti uomini sono stati
martiri della scienza Molti uomini onorano l’umanità. Il sillogismo della prima
figura è per Aristotile il tipo più perfetto del ragionamento deduttivo, perchè
va dalla causa all’effetto, dalla legge al fenomeno, dalla condizione al
condizionato; la sua validità dipende da queste due regole, che la maggiore sia
sempre universale e la minore affermativa. 2° PM SM SP Nella seconda figura il
termine medio fa da predicato nelle due premesse; inoltre la premessa maggiore
dev’essere universale, e una delle premesse deve essere negativa; es.: Nessuna
scienza è corruttrice Ogni oscenità è corruttrice Nessuna osceuità è scienza.
MP MS SP Nella terza figura il termine medio fa da soggetto nelle due premesse;
la premessa minore dev’essere affermativa e la conclusione particolare; es.:
Nessuna frode è nobile Ogni frode è atto di ragione Qualche atto di ragione non
è nobile. 4° PM MS SP Nella quarta figura il termine medio fa da predicato
nella premessa maggiore, da soggetto nella minore; es.: Tutti i romboidi sono
parallelogrammi Nessun parallelogrammo è un trapezio Nessun trapezio è un
romboide. Quest’ultima figura è stata da Averroè attribuita al medico Oaleno,
mentre le prime tre furono stabilite da Aristotile. Però si nega generalmente
che possa esservi una quarta figura, o almeno si ammette che questa si può
ridurre con molta facilità ad una delle precedenti. Oltre alle figure si
sogliono distinguere nella logica i m° 09S > a sillogismo dialettico, che,
per provare la verità, discute il prò e il contro e serve di preparazione alla
scienza. Il sofisma, oó^tapa, da oo;pf£o|i.ai o sillogismo eristico (eristica
da ip££nrticolare dall’universale-, provare scientificamente significa dimostrare
le ragioni in forza delle quali l’affermazione ha valore incontestabile; tali
ragioni si ritrovano solo nell universale. La sillogistica diviene cosi il
nucleo centrale della logica aristotelica e della logica tradizionale fino ai
nostri giorni. I punti fondamentali di questa dottrina sono i seguenti : L
illazione è la derivazione d’un giudizio da due altri; poiché in un giudizio un
concetto (il predicato) viene affermato d un altro concetto (il soggetto). Tale
affermazione è valida solo quando il legame avviene per mezzo d’un terzo
concetto, il termine medio, il quale deve però avere coi due primi una certa
relazione, espressa in due giudizi, cioè nelle due premesse; 1 illazione
consiste appunto in quel processo del pensiero, il quale dalle relazioni tra un
unico concetto e due altri, vuole manifestata la relazione che corre fra questi
due ultimi concetti. Delle relazioni possibili fra concetti una se ne trova
alla quale la logica aristotelica, conforme ai suoi principi, ha posto speciale
attenzione: quella della subordinazione del particolare al generale. La
sillogistica vuol conoscere le condizioni del pensiero, per le quali con
l'aiuto d’un termine intermedio, può determinare se la subordinazione d’un
concetto ad un altro può aver luogo o no. Aristotile ha dato a questo problema
una risoluzione feconda di ottimi risultati; in essa consiste il merito
imperituro della sua sillogistica, ma anche il limite del valore di questa. Per
mezzo della deduzione, così determinata, la mente umana può solo acquistare
cognizioni meno generali di quelle più generali dalle quali sono tratte. Qui
appare il carattere (limitato) del concetto che gli antichi si erano formato
intorno alle qualità essenziali del pensiero, il quale può solo abbracciare e
spiegare la realtà data, non creare nuove verità. Perciò la scienza che deduce,
prova e spiega poteva di nuovo dedurre ciò, che in un sillogismo serviva da
premessa, come conclusione d’un sillogismo più generale; alla fine però deve
partire da premesse che non possono più essere nè dedotte, nè provate, nè
spiegate e neppure essere ricondotte al termine medio; la verità di esse è
quindi immediata (ìpsoa), indeducibile, non suscettibile di prova, inspiegabile
e consiste in quei principi più generali e forniti di immediata certezza, che
costituiscono il punto di partenza delle operazioni scientifiche. La
sillogistica aristotelica nell’antichità e nel medio-evo. Già sin
dall’antichità, qualche secolo dopo la morte di Aristotile, avvenuta nel 332 a.
Cr. sorsero dubbi e discussioni vivaci intorno al valore del sillogismo; tra i
critici più notevoli a questo proposito troviamo Cameade di Cirene e Sesto
Empirico, vissuto intorno al 200 dell’era volgare. Windelband, Qeschichte der
PhUosophie. Mohr, Tubingen] Cameade, che è annoverato fra gli scettici della
seconda Accademia, insegnava che non si poteva fondare nessuna dottrina sicura
nè sopra il senso per le apparenze fra loro contrarie e inconciliabili, nè
sopra la ragione, perchè in tutto ciò che forma oggetto di ragionamonto, si può
ugualmente provare il prò e il contro; egli dimostrava pure che ogni prova
rende necessario un « regressus in infinitum », giacché per la validità delle
sue premesse presuppone altre prove; e questa conseguenza era importante per
gli scettici, i quali non ammettevano verità immediate, come abbiamo visto che
le ammetteva Aristotile. Più radicale di Cameade è il medico Sesto Empirico, il
quale dice che il vero scettico sottopone ad esame qualsiasi affei inazione,
reca il dubbio in ogni cosa e si astiene tanto dall affermare quanto dal
negare; egli fa un’analisi spietata del sillogismo, il quale non riesce per
nulla ad estèndere il campo delle nostre cognizioni, poiché non serve a farci
passare da una verità nota ad una vorità ignota. Ecco le parole di Sesto Empirico
nel suo capitolo contro la logica d’Aristotile contenuto nell’opera intitolata
« UoiboVSÌat U7tOTU7ttt)a£l£ » . Quelli che dicono: Ogni uomo è mortale Socrate
è un uomo Dunque Socrate è mortale, per provare quest’ultima proposizione per
mezzo della prima commettono un circolo vizioso (e: C xòv 5t’ ianin touol)»
poiché ammettono che tutta la certezza della prima proposizione non può
derivare che da un’induzione di casi particolari dello stesso genere di quelli
che s’affermano nella conclusione. Infatti se, prima d’enunciare la
proposizione generale: «ogni uomo è mortale, noi non siamo già convinti della
verità di tutte le proposizioni particolari che essa contiene, non si potrebbe
ragionevolmente ammetterla per vera. Di qui egli conclude che nessun sillogismo
o catena di sillogismi potrà mai farci conoscere qualche cosa di diverso da ciò
che prima già sapevamo, e che la deduzione, ben lungi d’essere la forma tipica
e più corretta del ragionamento, non è che un artificio sofistico atto a
mascherare la nostra ignoranza e a far passare come prova delle nostre opinioni
le nostre stesse opinioni espresse sotto altra forma. Nel Medio Evo fin quasi
verso la metà del secolo XII la logica aristotelica si studiava assai più nelle
opere dei commentatori, che negli scritti originali, pochissimi dei quali erano
conosciuti; però Aristotile è considerato come il filosofo che ha raggiunto il
limite estremo della sapienza il maestro di color che sanno come lo chiama il
Divino poeta, e quindi, il giudice inappellabile della verità; donde la frase «
ipse dixit » foggiata probabilmente dall’arabo Aven'oè(112(1-111*8) «che il
gran comento féo» considerato come il più illustre commentatore dello Staggita,
che egli chiama « regola e modello, creato dalla natura a mostrare l’ultima perfezione
umana, la cui dottrina è la somma verità, poiché il suo intelletto segua il
limite dell’umano intelletto». Ma già durante il Rinascimento incomincia una
forte opposizione contro la logica aristotelica, specialmente per opera di
TELESIO, che vuol fondare la scienza della natura sopra l’esperienza, e accusa
Aristotile di aver voluto spiegare la realtà con ipotesi arbitrarie; e di
Patrizi. Gli Umanisti affermavano risolutamente, come fecero più tardi Giordano
Bruno, Bacone da Verulamio e Renato Cartesio, che la sillogistica dev’essere
amplificata e perdere il predominio tradizionale; che il sillogismo è incapace
di farci acquistare nuove cognizioni ed è una forma del pensiero infruttuosa.
Bacone e Mill. Bacone considera la scienza come lo strumento e il mezzo più
efficace per volgere le forzo della natura all’utilità degli uomini e per dare
all’osservazione dei fatti naturali un carattere imparziale ed oggettivo,
combatte la dottrina tradizionale e intende di offrire un nuovo metodo nella
sua opera capitale Instauratio magna scientiarum, che comprende due parti
distinte : la prima intitolata De dignitate et augmentis scientiarum, la
seconda Novum organimi in opposizione all’Organo di Aristotile. Egli combatte
aspramente il sillogismo aristotelico, attribuendo all’induzione, il nuovo
organo, l’ufficio più importante nella ricerca delle nuove verità scientifiche;
sostiene che il sillogismo è viziato profondamente da una petizione di
principio, poiché se la conclusione non è vera, non è vera neppure la premessa
maggiore; in questa critica Bacone s’accorda quindi coi filosofi precedenti,
specialmente con Sesto Empirico. L’idea fondamentale della logica, quale è
stata concepita dallo Stuart Miti (1806-1873), consiste nel ricondurre la
logica ai fatti e all’esperienza, affinchè possa diventare una scienza come le
altre, ossia abbia per oggetto le cose quali sono; essa diventa «la scienza
delle operazioni intellettuali che servono all’estimazione della prova, cioè
del procedimento generale che va dal noto all’ ignoto, delle operazioni
ausiliarie di codesta operazione fondamentale», è insomma una logica reale che
ha per oggetto i fatti e non le idee. La teoria del sillogismo è profondamente
trasformata nella dottrina del^Mill. Anzitutto egli dichiara che .ogni sillogismo,
considerato nella sua forma ordinaria, contiene una petizione di principio;
così (piando si dice: Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo Socrate
è mortale la conclusione è presupposta nella premessa maggiore; noi non
possiamo essere sicuri della mortalità di tutti gli uomini, se prima non siamo
sicuri della mortalità di ciascun uomo; se si dice che la mortalità di Socrate
è dubbia prima d’essere estratta dalla premessa maggiore, questa è colpita pure
di incertezza e non può per conseguenza servire a legittimare la conclusione.
Il principio generale, ben lungi dal provare la verità del caso particolare,
non può essere accolto come vero, se rimane l’ombra d’un dubbio sopra uno dei
casi che esso contiene. Quindi nessun ragionamento dal generale al particolare
può, come tale, provare qualche cosa, giacché da un principio generale non si
possono dedurre che i fatti particolari supposti conosciuti da quel principio.
Pertanto sembra che il sillogismo ci fornisca ogni giorno la conoscenza di
verità non ancora constatate o stabilite; vi sarebbe dunque in esso la
possibilità di trarre inferenza, possibilità disconosciuta e quasi soffocata da
formule artificiali; infatti è incontestabile che la seguente proposizione: il
duca di Wellington è mortale, deve considerarsi come un’inferenza: ma si può
trarla da quest’ultra proposizione: tutti gli uomini sono mortali? Bisogna
rispondere di no. L’errore che qui si commette dipende dal fatto che si
dimentica che nel procedimento filosofico vi sono due operazioni e due parti,
quella dell’ inferenza e quolla dell'abbreviazione e che si attribuisce alla
seconda la funzione della prima. Infatti che cos’è, una proposizione generale?
Non è altro che un registro abbreviato delle nostre osservazioni e delle
inferenze che ne abbiamo dedotte; quando dalla morte di Giovanni, di Pietro, e
di tutti gli individui dei quali abbiamo sentito parlare concludiamo che il
duca di Wellington è mortale, noi non possiamo senza alcun dubbio passare per
la proposizione generale: tutti gli uomini sono mortali, come passeremmo per
una stazione intermedia; però l’inferenza non risiede in questa metà del
cammino che va da tutti gli uomini al duca di Wellington; essa è fatta (piando
noi abbiamo osservato che tutti gli uomini sono mortali. La garanzia della
mortalità del duca di Wellington è la mortalità di Giovanni, di Pietro, di
Giacomo e di tutti gli altri uomini a noi conosciuti ; dal fatto che tra il
primo e l'ultimo stadio del ragionamento noi interponiamo una proposizione
generale, la prova come tale non riceve alcun giovamento. Quale è dunque la
vera funzione del sillogismo? Tutte le inferenze primitive si fanno dal
particolare al particolare; per esempio il bambino che, essendosi bruciato il
dito, si guarda bene dall’accostarlo alla candela, ha ragionato e concluso,
benché non abbia mai pensato il principio generale: il fuoco brucia; egli si
ricorda del dolore provato, e fondandosi su questa attestazione della memoria,
crede che, quando vede la candela, se pone il dito sulla fiamma, si brucierà ;
egli n ensa ciò in tutti i casi simili che gli si offrono, senza guardare più
in là del caso presente; non gener ali zza, ma i nferisce un fatto particolare
da un altro fatto particolare . Le proposizioni generali sono quindi semplici
registri abbreviati di inferenze già fatte e formule assai concise utili per
dedurne altre. Bisogna perciò dire non già che la conclusione del sillogismo è
dedotta dalla premessa maggiore, ossia dalla proposizione generale, ma solo
conformemente a questa; la premessa reale, o, meglio, l'antecedente logico
della conclusione, è la somma dei fatti particolari, dalla quale l’induzione ha
estratto la proposizione generale. Noi abbiamo potuto dimenticare questi fatti
individuali; ci resta però sempre al posto di essi una breve annotazione, un
memorandum, che, rammentandoci che certi caratteri sono sempre legati a certi
altri caratteri, ci permette di passare dalla presenza degli uni all’esistenza
degli altri. Ma realmente l’inferenza ha luogo partendo dai fatti dimenticati e
condensati nella formula generale al fatto particolare di cui si tratta; il
sillogismo quindi è essenzialmente un’inferenza dal particolare ni particolare,
la quale ha il suo fondamento e quasi la sua autorizzazione in un’inferenza
anteriore dal particolare al generale ; la conclusione è ritrovata nella
premessa maggiore, na non è provata da questa. Altre obbiezioni contro il
sillogismo. Un altro celebre filosofo inglese, Spencer muove pure aspra critica
al sillogismo. Egli dice che noi non ragioniamo mai per sillogismi, e che se vi
sono verità che sembrano stabilirsi per mezzo dello due premesse, ve ne sono
altre che richiedono un procedimento o più semplice o piii complesso, come le
affermazioni elementari che inseriamo spontaneamente, senza ricorrerò ad alcun
termine intermedio, e le conclusioni che deduciamo da un sistema di numerosi o
svariati rapporti. Ma nuche ristretto entro limiti più modesti, è il sillogismo
la forma vera del ragionamento? Sia il sillogismo seguente: Tutti i cristalli
hanno un piano di clivaggio Questo è un cristallo Dunque ha un piano di
clivaggio. Quosta serie di proposizioni esprime forse l’ordine voro nel quale i
nostri pensieri si succedono per produrre la conclusione? Si può sostenere che
prima di pensare a questo cristallo, io ho pensato a tutti i cristalli e sono
disceso dal generalo al particolare? Vi sarebbe qui una coincidenza fortuita e
affatto inesplicabile, poiché l’idea di questo cristallo ha dovuto precedere la
mia concezione di tutti i cristalli, ed è quindi uno degli clementi della
conclusione che mi ha suggerito uno degli elementi generali della premessa
maggiore. Liart>, Lee ìogìciens auglais contetnporains, pag. 24. F. Alcali]
Se per evitare l’obbiezione, si imita il posto delle premesse, si può sempre
affermare che prima di pensare alla proposizione generale: tutti i cristalli
hanno un piano di clivaggio, io ho già scorto in questo cristallo tale
proprietà; è vero che le mie esperienze anteriori mi determinano a riconoscere
la proprietà indicata nel caso particolare, ma il ricordo delle esperienze
passate non s'offre al mio spirito prima che io abbia osservato il caso
individualo; esso hanno lasciato in me la tendenza a considerare, nel cristallo
in questione, il piano di clivaggio piuttosto che qualunque altro attributo; di
qui io sono portato a pensare alla proposizione generale che mi suggerisce la
proposizione particolare, e da quella ritorno a questa. Quindi ogni deduzione
incomincia con un rapporto inferito spontaneamente, ed ogni inferenza è
ossenzialmente induttiva. Al ragionamento dal particolare al particolare,
secondo il concetto del Mill, si può ricondurre la deduzione, diminuendo
continuamente il numero dei fatti affermati e osservati ; esso è a mela cammino
fra le due forme di ragionamento, è quasi la comune radice donde ambedue
partono. Oltre allo obbiezioni mosse al sillogismo dal Mill, dallo Spencer e
dai loro discepoli, pei quali la logica si riduce alla teoria dell'Induzione e
dolla prova sperimentale, e il sillogismo nd un'induzione mascherata, vi sono
altre obbiezioni di filosofi che, senza proporre le radicali riforme propugnate
dai primi, pure s'accordano con questi nel condannare la logica d’Aristotile,
per sostituirvi un sistema nuovo e più conforme alla verità scientifica. Questi
affermano che il sillogismo è una tecnica delle relazioni dei concetti, cioè
serve a rendere più chiare le relazioni che corrono fra le nostre idee, e che
il principale strumento della ricerca è sempre l’induzione. In conclusione le
obbiezioni che si movono al sillogismo si possono ridurre essenzialmente a due
principali: Il sillogismo non ci dà nella conclusione nulla di nuovo. 2".
Pur affermando la novità della conclusione, si nega a questa il carattere di
novità scientifica, poiché l’inferenza dal particolare al particolare non può
offrire che conclusioni probabili, o in alcuni casi, false; nel sillogismo
classico: Gli uomini sono mortali lo sono uomo Io sono mortale la conclusione
non contiene più di verità che la premessa maggioro; secondo i logici della
scuola di Mill, bisognerebbe dire: Gli uomini del tempo passato sono morti, Io
sono uomo Dunque è probabile ch'io muoia. La metodologia è la seconda parte
della logica, che ha per line di determinare le regole riguardanti la ricerca e
la prova delle verità scientifiche. Il metodo (da |i£xà e éòój, via) abbraccia
quindi lo studio dei mezzi coi quali lo spirito umano estende ed ordina le sue
conoscenze; donde la distinzione in metodo inventivo, che esamina i
procedimenti e le operazioni del pensiero per le quali dalle cognizioni note si
passa a quelle ignote; e metodo sistematico (da auv-:oxT]p.t, pongo insieme)
che invece studia le forme con le quali le cognizioni vengono ordinate in un
complesso di cui le singole parti abbiano tra loro relazione e dipendenza
reciproca. Per rendere più chiara tale distinzione osserviamo l’esempio della
psicologia ; questa scienza adopra nelle sue ricerche, ossia ne)l' estender e
le sue conoscenze, due strumenti essenziali che sono Vintrospezione od
osservazione interna e Vosservazione esterna, cui vanno unite V indagine
sperimentale e la misura 1, al secondo ufficio, cioè a quello sistematico, la
psicologia soddisfi con la definizione del processo psichico, per distinguerlo
dagli altri fenomeni naturali, con la classificazione in fatti di conoscenza,
di sensibilità, di volontà ecc. Però bisogna osservare che la logica tratta
soltanto delle nozioni metodologiche generali, di quelle operazioni che si
presentano come indispensabili in ogni singolo ramo di scienza ; non v’è
scienza che possa fare a meno della definizione e della classificazione e dei
procedimenti più semplici e più generali. Inoltre il metodo di ogni parte del
sapere comprende un certo complesso di particolarità, che solo gli specialisti
hanno il dovere di conoscere e di applicare nelle loro indagini; così al
chimico soltanto spetta di apprendere tutto quell’insieme di particolari
procedimenti che sono propri della chimica, l’uso degli strumenti, le
precauzioni da osservarsi quando si osserva e si sperimenta ecc. Questo
compito, come è facile comprendere, sta fuori del dominio della logica.
Considerando la storia dello sviluppo delle scienze, si può constatare che il
metodo non si costituisce a priori, ma piuttosto si deduce dalle scienze stesse
quando abbiano raggiunto un certo grado di progresso; anzi si può ben dire che
il metodo si trova non di rado in ritardo rispetto al cammino che percorre la
scienza, nello stesso modo che vediamo i trattati dell arte poetica essere in
generale l’espressione ritardata dell’arte contemporanea. Ed è facile
comprendere la causa di questo fatto, la quale dipende da ciò, che il
perfezionamento delle regole metodiche è dovuto per lo più alle intuizioni e
alle scoperte dell’uomo di genio, per cui vediamo Galileo, Newton, Claudio
Bernard, Darwin portare alle teorie logiche contributi preziosi, che poscia
divengono indicazioni e guida indispensabile per gli scienziati posteriori. Ad
ogni modo lo studio delle operazioni metodiche, quantunque spesso il
ricercatore si affidi, con molta cautela, al suo buon senso naturale e trovi
qualche volta nel caso un utilissimo ausiliario, disciplina e regge la nostra
intelligenza, abbrevia il tempo della ricerca e ci fa conoscere più
profondamente l’organismo e il valore della scienza. « Quelli che camminano
lentamente, dice Cartesio, possono percorrere un buon tratto di strada, se
sanno tenere la via dritta assai più di quelli che corrono qua e là
allontanandosene. Il sapere scientifico incomincia a sorgere quando un popolo
raggiunge un certo grado di civiltà ed ha il suo fondamento in un bisogno
pratico della vita. E assai probabile che ogni scienza sia derivata da un’arte
corrispondente, la medicina dall’arte di medicare comune anche ai popoli
selvaggi, l’astronomia dalle esigenze della navigazione, e forse anche la matematica
ha attraversato nel suo inizio un periodo, nel quale le verità acquisite
venivano considerate come conoscenze utili e derivavano dalle necessità
inerenti alla costruzione delle case, alla misurazione dei campi ecc. In questo
primo momento cognizioni pratiche e conoscenze teoriche formavano una sola e
identica cosa; cosi da principio in una persona si riunivano strettamente
diversi uffici, il medico, lo stregone, il mago, il sacerdote, che doveva
combattere le malattie, molte delle quali pel loro carattere epidemico e
violento suggerivano facilmente l’idea di uno o di più principi malefici che
s’introducevano nel corpo, donde la necessità di ricorrere, per cacciarli,
all’aiuto di forze sovrannaturali. Con molta lentezza, quantunque non ancora
completamente, la divisione del lavoro sociale e la conoscenza delle leggi
naturali hanno separato queste funzioni tra loro discordanti, distinguendo lo
stregone dal sacerdote e il medico dall’uno e dall’altro. L’opinione ora
dominante consiste nel considerare la teoria come fondamento indispensabile
delle applicazioni pratiche, pur rimanendo l’uua e le altre indipendenti tra
loro; perciò vediamo che chiunque voglia oggidì dedicarsi all’arte della
medicina, deve prima d’ogni altra cosa apprendere le scienze, come l’anatomia,
la fisiologia, l’embriologia ecc., le cui conoscenze applicherà poi nelle
malattie che dovrà curare. Di qui la distinzione tra le scienze teoretiche e le
scienze pratiche-. le prime tendono alla cognizione pura e hanno trasformato il
mezzo in fine, acquistando coscienza d’una finalità propria, la quale consiste
nella spiegazione della natura, cioè d’una massa enorme di fenomeni che l’uomo
vuole ordinare razionalmente e spiegare per mezzo di leggi; le seconde invece
si fondano sopra le scienze per applicarne i risultati ai vari scopi che l’uomo
o la società possono proporsi di raggiungere, e perdono quindi il vero
carattere di scienza. In questo modo, con lo svolgersi della conoscenza, il
lavoro scientifico si è a mano a mano diviso in due grandi parti: alcune
discipline s’occupano esclusivamente della teoria ed altre della pratica; quasi
in ogni ramo del sapere la parte teorica si è venuta staccando nettamente dalla
parte pratica. A noi spetta di considerare solo le scienze teoriche, ossia le
scienze nel senso più esatto e meglio determinato della parola. Se si considera
una scienza qualsiasi, la fisica o la chimica, la botanica o la zoologia, si
scorge senza difficoltà che esse hanno di mira non -la conoscenza dei singoli
corpi e dei singoli esseri e fenomeni separati e distinti completamente gli uni
dagli altri ma fatta eccezione, come si vedrà in seguito, della storia,’
tendono a raggiungete concetti generali, i caratteri che le cose hanno comuni,
ciò che si ripete nei fenomeni, ossia la c/usse, la legge. Vediamo qualche
esempio, per chiarir meglio il vero significato di queste osservazioni e le
proprietà distintive di una delle produzioni più mirabili dell’umano
intelletto, quale è la scienza. Lo studio del regno animale ha per fine
precipuo di presentare in modo compiuto e ordinato un quadro comprendente tutti
gli esseri viventi nella natura; e raggiunse la meta dividendoli e
suddividendoli in gruppi, in classi, secondo 1 caratteri comuni a ciascuna di
queste, in mammiferi, in uccelli, in pesci ecc. La psicologia considera i
processi psichici non in quanto sono individuali, ma in quanto sono generali;
essa non osserva, per esempio, questo o quel determinato atto volontario,
questa o quella determinata serie di percezioni, ina vuole stabilire i caratteri
generali dell’atto volontario e della percezione. In fine la fisica mira a
stabiiire non come cada questo o quel corpo, ma la legge generale della caduta
dei corpi, ossia come, date le attuali con-' ( izioni dell universo, la caduta
dei corpi. si ripeta in quel dato modo ovunque e in ogni tempo. Però il
concetto di scienza non è sempre stato lo stesso, giacche vediamo che, ad
esempio, gli antichi avevano di essa un opinione assai diversa da quella che ha
valore nell’epoca nostra. Per spiegare l’ordine che ammirava nell’universo,
Aristatile ricorse alla nozione di essenza, di forma, di tipo-, eoli pensa che
la costituzione effettiva delle cose risulti di due fattori: I tipi
immateriali, che tendono costantemente a realizzarsi nella materia, ed hanno, a
quel che pare, un’esistenza eterna ed ininterrotta; cosi il tipo « quercia
comune » guerci,s rmir esiste, ed io son certo che ad ogni momento vi è
nell’universo almeno un esemplare individuale della quercia comune. La materia,
che subisce l’influenza dei tipi immate• riali, si lascia muovere e ordinare da
essi, opponendo però una certa resistenza, di guisa che dove maggiore è la
quantità di materia, ivi è più viva la resistenza di questa ad assumere la
forma dei tipi, e minore appare quindi l’ordine : perciò nei cieli eterei
l’ordine è perfetto; invece ''nella regione sublunare o della materia bruta vi
è molta irregolarità e disordine. I tipi sono dunque eterni, permanenti e si
riproducono nella materia docile e resistente nel medesimo tempo. L’epoca
nostra non ha accettato questa dottrina, della quale ha messo in rilievo gli
errori e le conseguenze assurde ; essa non ammette nè la costanza dell’ordine,
nè l’esistenza di .irregolarità risultante dall’opposizione della materia.
Infatti, come già abbiamo detto, i tipi naturali, minerali, vegetali, animali
non sono permanenti, ma vanno soggetti a continue trasformazioni; il nostro
sistema solare sappiamo essere la trasformazione d’una nebulosa, la terra
essere stata un tempo un anello gassoso, poi una sfera liquida, la flora e la
fauna terrestre aver avuto un principio, essersi arricchite successivamente e
non aver cessato di trasformarsi. L’ordine è certamente una delle qualità che
appaiono in modo più spiccato a chi osserva e studia i fenomeni dell’universo;
può anche darsi che sia di questo uno degli elementi essenziali; ma, ben lungi
dall’essere costante, è soggetto a mutazioni e a trasformazioni. In secondo
luogo la scienza moderna nega che vi siano fenomeni contrari alle leggi
naturali, che esistano deviazioni, anomalie risultanti da ima resistenza più o
meno, grande della materia; poiché anche nelle mostruosità e nei casi
patologici le leggi non soffrono eccezioni ; cosi se scorgiamo una piuma salire
verso l’alto invece di tendere al centro della terra, non affermiamo certo
essere questo fatto un’ infrazione della legge di gravità. In conclusione, una
scienza è un sistema di verità e di cognizioni generali, che sono dovute ad un
lavoro metodico dello spirito e della riflessione razionale dell’uomo. Il
popolo greco ha diritto a più d’un titolo di gloria: a lui, o almeno ai suoi
grandi geni, era concesso di fare i più brillanti sogni speculativi, di creare
con la poesia e le arti plastiche capolavoii incompaiabJi; ma vi è un altra
creazione dello spirito greco, che si può dire non solo incomparabile, ma
unica. Noi possiamo oggi gloriarci del predominio che esercitiamo sulla natura
grazie alla conoscenza che abbiamo acquistato delle sue leggi; ogni giorno i
nostri sguardi penetrano sempre più addentro, se non nell'essenza delle cose,
certo nel succedersi dei fenomeni; questi trionfi a chi son dovuti, se non ai
creatori della scienza greca? 1 legami che in tale materia uniscono l’opera
moderna ai tempi antichi sono bene evidenti. A Iato ad un immaginazione
creatrice d’una ricchezza miìabile il Gieco possiede uno spirito del dubbio
sempre vigile, che esamina tutto freddamente; e non sosta davanti ad alcuna
audacia; ad un irresistibile bisogno di generalizzare si congiunge
un’osservazione così attiva e penetrante da non lasciare sfuggir la più leggera
sfumatura; una religione che accordava piena soddisfazione ai bisogni del
cuore, senza per nulla impedire la libera azione di una intelligenza che
minacciava o anche distruggeva lo sue creazioni. Aggiungansi numerosi centri intellettuali
aventi ciascuno il piopiio emettere, 1 attrito continuo delle forze che
escludeva ogni possibilità di stagnazione, un’organizzazione politica e sociale
elio frenava i desideri vaghi e puerili della gente mediocre, senza mettere in
serio pericolo lo slancio degli spiriti superiori: tali sono i doni naturali e
le condizioni favorevoli che hanno dato allo spirito greco la preminenza e gli
hanno concesso di porsi e di mantenersi al primo posto nel dominio della
ricorca scientifica, La classificazione delle scienze. Ora che abbiamo v isto
che cos è una scienza, possiamo chiederci quale relazione colie fra le diverse
scienze; poiché, volendo queste offrirci la conoscenza dell’universo, ossia
d’un complesso di fenomeni connessi gli uni cogli altri, non si può negare che
tra esse vi sieno legami e relazioni. Di qui la necessità d’una classificazione
delle scienze, che è stata tentata fino dall antichità e che forma anche ai
nostri tempi oggetto di discussione. Aristotile ammette una scienza fondamentale,
la filosofìa prima, '-fùcoCfix npwTTj, avente per oggetto la realtà ultima e 1
essenza immutabile delle cose, alla quale sono su oi Gojipebz] bordinate tutte
le scienze, cioè la teoretica, la quale comprende la matematica, la fisica, la
storia naturale, la pratica, che corrisponde alla morale, e la poetica, ossia
l’estetica. Bacone tracciato una classificazione delle scienze fondata sulla
sua teoria delle facoltà dell'intelletto riducibili a tre principali, che sono:
la memoria, l’immaginazione, la ragione; dalla prima facoltà deriva la storia,
che può essere civile e naturale', dall’immaginazione deriva la poesia, che può
essere narrativa, drammatica e parabolica; infine sulla ragione è fondata la
filosofia, la quale ha un triplice oggetto: Dio, la natura, l’uomo; donde la
teologia, ossia la scienza che tratta di Dio, degli angeli, e dei demonii; la
filosofia naturale che comprende la metafisica, la fisica e la matematica; la
filosofia umana o antropologia, che contiene la medicina, la psicologia, la logica
ecc. Comte, fondatore della filosofia positiva, è l’autore d’una celebre
classificazione delle scienze, che esporremo qui brevemente. Egli ha diviso
prima di tutto il sapere, per rispetto al fine che questo può proporsi, in
teoretico e pratico. Alla loro volta le scienze teoriche si possono considerare
sotto un doppio aspetto: o ricercano leggi valevoli per tutti i casi possibili,
come le matematiche e la fisica, e allora sono generali e astratte ; oppure
applicano tali leggi alla spiegazione dei vari esseri esistenti in natura, e
sono particolari, descrittive, concrete. Per esempio, lo studio delle leggi
generali della vita è oggetto d’una scienza astratta, la biologia ; mentre il
determinare il modo d’esistere di ciascuna specie di esseri viventi mediante le
leggi scoperte dalla biologia, dà luogo a scienze concrete, quali sono la
botanica e la zoologia; queste ultime quindi sorgono dopo e per effetto delle
prime. Le scienze astratte sono enumerate dal Comte nell’ordine seguente:
matematica, fisica, chimica, biologia, sociologia ; e una tale divisione non è
arbitraria, ma fondata sopra diverse e importanti ragioni. Anzitutto il Comte
osserva che i fenomeni si presentano alla nostra osservazione in una serie di
generalità decrescente e di complessità crescente, poiché ciascun ordine di
fenomeni è meno generale di quello che lo precede, ma più complicato; infatti,
per poter osservare un fenomeno in un maggior numero di casi, bisogna
spogliarlo (estrarlo) da un maggior numero di circostanze, e inversamente un fenomeno
che conserva un maggior numero di circostanze, si riscontra meno
frequentemente; anche in questo caso la comprensione e Y estensione stanno ira
loro in ragione inversa, come abbiamo osservato a proposito dei concetti
subordinati. Cosi i ienomeni tisici sono meno generali, ma più complessi di
quelli matematici; i fenomeni chimici meno generali ma più complessi di quelli
fisici. Inoltre questa scienza è gerarchica, poiché ciascuna scienza presuppone
quella che la precede e ne dipende, almeno nei tratti essenziali, non potendosi
studiare il fenomeno più complesso senza conoscere quello più semplice, la
fìsica senza la matematica, la chimica e la biologia senza le scienze
precedenti. Inoltre la serie è storica, nel senso che le scienze sorsero 1 una
dopo l'altra nell’ordine indicato. Qui non bisogna confondere il sorgere, il
costituirsi delle singole scienze col loro sviluppo. La classificazione del
Comte è strettamente legata al suo sistema di filosofia, al positivismo, e non
è possibile accettare la prima rifiutando il secondo. Si può ben dire che il
problema della classificazione razionale della scienza è un problema
essenzialmente filosofico. In questi ultimi anni le classificazioni delle
scienze si sono moltiplicale; il problema ha assunto un aspetto filosofico, e
ciascuno che si accinge a risolverlo, è guidato dalle sue vedute filosofiche o
scientifiche. Noi citeremo qui due fra quelle classificazioni che hanno ora
maggior voga, quella di Guglielmo Wundt, e quella del Windelband, esaminandole
brevemente nelle loro linee generalissime, come quelle che rispecchiano due fra
gli indirizzi filosofici ora predominanti. Secondo IPundt, se si classificano
le scienze secondo il loro oggetto, si è condotti, dato lo stato attuale delle
conoscenze, a distinguerne tre gruppi: lo scienze matematiche, le scienze della
natura, le scienze dello spirito. Le matematiche sono puramente formali, lo
scienze della natura e quelle dello spirito sono reali. Le scienze naturali
indagano il contenuto dell’esperienza facendo astrazione dal soggetto
conoscente; mentre le scienze dello spirito, che hanno come fondamento
principale la psicologia, studiano quei fenomeni, nei quali l’uomo, considerato
come fornito di volontà e di ragione, è un fattore essenziale: alle leggi dello
spirito debbono essere subordinate le leggi della natura, e la causalità fisica
è governata da leggi assai diverse da quelle che governano i fenomeni psichici;
poiché, mentre nel mondo fìsico si nota pur nel variare delle sue energie, una
rigidità immutabile, il mondo dello spirito invece manifesta un continuo
accrescimento d’energia, dovuto al fatto che ogni processo psichico è una
sintesi, un prodotto affatto nuovo fornito di proprietà che invano si ricercano
negli elementi che lo compongono. Inoltre in ciascuno di questi due gruppi
bisogna distinguere: lo scienze che hanno per oggetto la scoperta di leggi che
reggono i fenomeni attualmente dati dall'esperienza, scienze fenomenologiche;
le scienze che studiano le cose nella loro genesi, scienze genetiche ; 3° le scienze
che, considerando non piu i mutamenti passeggeri ma gli oggetti o almeno i
risultati durevoli, determinano per comparazione le relazioni di queste cose,
ne formano concetti distinti e riuniscono questi concetti in sistemi, scienze
sistematiche. Di qui il soguente quadro: 1° scienze formali: matematiche.
scienze scienze naturali se. fenomenologiche : fisica, chimica, fisiologia, se.
genetiche : Mimologia, geologia, scienza doll'crolulionc degli organismi. se.
sistematiche: mineralogia, holanica, zoologia. reali scienze se.
fenomenologiche : psicologia. dello se. genetiche: storia. spirito se.
sistematiche: diritto, economia politica. Windelband e Jlickert distinguono le
scienze naturali, quali la fisica, la chimica, la psicologia, che studiano le
relazioni tra i fenomeni, le quali sono date da giudizi universali e necessari,
ossia da leggi, e sono quindi scienze rette da leggi; e le scienze storiche,
quali la meteorologia, la geologia, la storia, che studiano la realtà
considerata sotto l’aspetfo individuale e si limitano a stabilire una pura
successione di fatti, sieno essi naturali o morali. La storia considera un
organismo collettivo per sé stesso, come qualche cosa d’individuale, di
particolare, d’unico, mirando a rilevare i Wundt, Einleitung in die
rhilosophie, E rate r Theil, Leipzig, Engelmann] caratteri che lo distinguono
da tutti gli altri organismi collettivi ; ingomma, un gruppo d’individui, una
famiglia, una nazione, lino stato sono esseri concreti al pari degli individui,
e sotto questo aspetto deve osservarli la storia, che non è altro che la
scienza del particolare, doli' individuale, di ciò che non esiste che una volta
sola e non si ripete mai. Quindi, mentre le leggi naturali s’applicano ai
fenomeni che si ripetono sempre nella stessa maniera e non variano
essenzialmente nelle loro manifestazioni, invece nella vita storica non è
possibile in alcun modo stabilire leggi simili a queste, che si possano
applicare tanto all’avvenire quanto al passato, appunto perchè non esistono due
individualità storiche identiche, due avvenimenti che si possano ricondurre
sotto la medesima legge generalo. Gli avvenimenti storici non costituiscono se
non serie di fatti che si sono prodotti una sola volta nel corso del tempo e
non si riprodurranno mai più; e ciò è tutto l’opposto della nozione di legge»
che dà la formula dei fatti che si sono sempre prodotti e sempre si
riprodurranno: questa è la differenza essenziale ed importantissima che corre
tra le scienze naturali e le scienze storiche. I principali procedimenti che il
pensiero umano adopera per estendere le nostre conoscenze, per passare dal noto
all’ ignoto e che fanno parte del metodo inventivo, sono: Vinduzione, la
deduzione, l’analogia e l'ipotesi. Il metodo induttivo c’insegna la via per
risalire dai fatti alle leggi, ossia, come s’è già accennato, ai rapporti
costanti e necessari tra due fenomeni, dei quali il primo dicesi causa e il
secondo effetto ; il primo mezzo per raggiungere questo scopo è l’osservazione.
L'osservazione si fa generalmente consistere in un atto immediato del
conoscere, nell’applicare il potere percettivo alla constatazione dei fenomeni.
Gli strumenti principali che adoperiamo nell’osservare sono i sensi quando si
tratta di fenomeni esteriori, la coscienza quando vogliamo esaminare processi
interni, pei quali è però sempre indispensabile anche l’osservazione esterna. I
sensi limitati e imperfetti ricevono un aiuto prezioso dagli strumenti
scientifici, i quali possono o aumentare il potere di percezione, come il
telescopio e il microscopio, o rendere più esatte le osservazioni che noi
facciamo, come i cronometri che permettono di misurare un secondo e parti
minime d’un secondo, oppure sostituirli ai sensi stessi, quando i fenomeni da
osservarsi sono fuggevoli e difficilmente afferrabili, come ce ne porge esempio
la fotografia applicata allo studio dei fenomeni celesti, o quando i fenomeni
non possono essere da noi percepiti. Cosi la retina dell’occhio non è sensibile
ai raggi ultra violetti, dei quali invece rimane traccia sopra la lastra
fotografica. Però l’osservazione scientifica ha il suo fondamento essenziale e
la sua guida nella ragione, nell’ intelligenza la quale dirige la ricerca,
interpetra e classifica i fatti e ne trae le conseguenze; in una parola, è il
buon osservatore che fa le buone osservazioni ; lo spirito di chi indaga sempre
vigile, attento anche ai ienomeni che sembrano più insignificanti, paziente nel
persistere nelle ricerche, imparziale, cioè libero da qualsiasi pregiudizio,
può giungere a risultati e a scoperte di grande valore, come ce ne porge un
mirabile esempio il Galilei, che possedette in grado eminente l’ingegno
critico; e si deve solo a questo se dalle sue indagini intorno ai fenomeni
naturali seppe trarre conseguenze e cognizioni importantissime: il suo metodo,
come afferma egli stesso, si fonda tutto sulla sensata esperienza non mai
disgiunta dal ragionamento. Innumerevoli persone avranno senza alcun dubbio
osservato le oscillazioni della lampada sospesa nel celebre Duomo, ma solo una
mente severa e indagatrice come quella del Galilei poteva da quel fatto avere
il primo impulso a stabilire rigorosamente le leggi del pendolo. L’osservazione
dev’essere quindi esatta, cioè fedele e scrupolosa: bisogna raccogliere il
maggior numero di fatti, nulla omettere e nulla aggiungere. A questo fine
occorre che l’osservatore sia fornito d’un ricco corredo di cognizioni,
affinchè non si lasci sfuggire quelle indicazioni minuziose che spesso
collegano tra loro fenomeni i quali in apparenza non presentano nulla di comune,
e possa compiere un’analisi completa del fenomeno considerato, che solo uno
spirito acuto, provvisto di profonda cultura, sereno, libero di preconcetti è
in grado di compiere. È inoltre necessario che l’osservatore determini
chiaramente la scelta dei fatti che prende per soggetto dei suoi studi, giacché
tutti i fatti non hanno lo stesso valore, ma alcuni conducono più agevolmente
allo scopo, altri invece ne allontanano, e i fenomeni che la natura ci presenta
sono innumerevoli, e tra essi la mente umana deve sapersi muovere con grande
discernimento. In conclusione, se è vero che quando i fatti che servono di base
al ragionamento siano male stabiliti o erronei tutto l’edificio rovinerà e le
teorie scientifiche fondate sopra di quelli saranno false, è però innegabile
che nelle buone qualità e nella perspicacia dello spirito risiede la condizione
più preziosa per una buona osservazione. Cosi, per citare un esempio, alcuni
astronomi prima di Guglielmo Herschell avevano visto una stella nella
costellazione dei Gemelli, e l’avevano presa per una stella fissa; ma
l’Herschell non s’arrestò alle osservazioni superficiali dei predecessori :
esaminò la qualità della luce, l’ingrandimento che presentava al telescopio, e
conchiuse che non poteva essere una stella fìssa; osservò quindi il suo
spostamento e dapprima io paragonò con quello delle comete e vide che non
coincideva; lo paragonò con quello dei pianeti e, confermando l’ipotesi già
formata, conchiuse che era un nuovo pianeta, chiamato poscia Urano. Galilei
così descrive con somma finezza la grande ricchezza della natura nel produrre i
suoi effetti: Nacque già in un luogo assai solitario un uomo dotato da natura
di un ingegno perspicacissimo e d’una curiosità straordinaria; e por suo
trastullo allevandosi diversi uccelli, gustava molto del loro canto, e con
grandissima maraviglia andava osservando con che bell'artifizio, colla
stess’aria colla quale respiravano, ad arbitrio loro formavano canti diversi o
tutti soavissimi. Accadde che una notte vicino a casa sua sentì un delicato
suono, nè potendosi immaginare che fosse altro che qualche uccelletto, si mosse
per prenderlo, e, venuto nella strada, trovò un pastorello, che soffiando in
certo legno forato, e movendo le dita sopra il legno, ora serrando ed ora
aprendo certi fori che vi erano, ne traeva quelle diverse voci, simili a quelle
d'un uccello, ma con maniera diversissima. Stupefatto e mosso dalla sua naturai
curiosità, donò al pastore un vitello per avere quello zufolo, e ritiratosi in
sè stesso, e conoscendo che, se non si abbatteva a passar colui, egli non
avrebbe mai imparato che ci erano in natura due modi da formar voci e canti
soavi, volle allontanarsi da casa, stimando di poter incontrare qualche altra
avventura. Ed occorse il giorno seguente che, passando presso un piccolo
tugurio, sentì risonarvi dentro una simil voce, e per certificarsi se era uno
zufolo o pure un merlo, entrò dentro e trovò un fanciullo che andava con un
archetto, eli ei teneva nella man destra, segando alcuni nervi tesi sopra un
certo legno concavo, e con lo sinistra sosteneva lo strumento e vi andava sopra
movendo le dita, e senz'altro fiato ne traeva voci diverse e molto soavi. Or
qual fusse il suo stupore, giudichilo chi pnrticipa dell’ingegno e della
curiosità che aveva costui, il quale vedendosi sopraggiunto da due nuovi modi
di formar la voce ed il canto, tanto inopinati, cominciò a credere ch’altri
ancora ve ne potessero essere in natura. Ma qual fu la sua maraviglia quando,
entrando in certo tempio, si mise a guardare dietro la porta per veder chi
aveva sonato, e s’accorse che il suono era uscito dagli arpioni e dalle
bandelle nell'aprir la porta! Un'altra volta spinto dalla curiosità, entrò in
un’osteria, e credendo d’aver a vedere uno che coll’archetto toccasse
leggermente le corde di un violino, vide uno che, fregando il polpastrello d'un
dito sopra l'orlo d’un bicchiere, ne cavava soavissimo suono. Ma quando poi gli
venne osservato che le vespe, le zanzare e i mosconi, non come i suoi primi
uccelli col respirare, formavano voci interrotte, ma col velocissimo batter
dell'ali rendevano un suono perpetuo, quanto crebbe in esso lo stupore, tanto
si scemò l’opinione ch’egli aveva circa il sapere come si goueri suono; nè
tutte l’esperionze già vedute sarebbero state bastanti a fargli comprendere o
credere che i grilli, giacché non volavano, potessero non col fiato, ma con lo
scuoter l’ali cacciar sibili cosi dolci e sonori. Ma quando ei si credeva non
poter esser quasi possibile cbe vi fossero altre maniere di formar voci, dopo
l’avere, oltro ai modi narrati, osservato ancora tanti organi, trombe, pifferi,
strumenti da corde, di tante e tante sorte, e sino a quella linguetta di ferro,
che sospesa fra i denti, si servo in modo strano della cavità della bocca por
corpo della risonanza e del fiato pel veicolo del suono; quando, dico, ei
credeva di aver veduto il tutto, trovassi più che mai rinvolto nell’ignoranza e
nello stupore nel capitarli in mano una cicala, e che né por serrarle la bocca,
nè per fermarle l’ali poteva nè pur diminuire il suo altissimo stridore, nè le
vedeva muovere squame nè altra parte, e che finalmente alzandole il casso del
petto, e vedendovi sotto alcune cartilagini dure, ma sottili, e credendo cbe lo
strepito dorivasso dallo scuoter di quelle, si ridusse a romperle per farla
chetare, e tutto fu invano, sinché, spingendo l'ago più a dentro, non 10 tolse,
trafiggendola, con la voce la vita; sicché neanche potè accertarsi se il canto
derivava da quelle; onde si ridusse a tanta diffidenza del suo sapere che,
domandato come si generavano i suoni, generosamente rispondeva di sapere alcuni
modi, ma che teneva per formo poterveue essere cento altri incogniti ed
inopinabili. lo potrei con altri esempi spiegar la ricchezza della natura nel
produrre suoi effetti con maniere inescogitabili da noi, quando 11 senso e
l'esperienza non lo ci mostrasse, la quale anco talvolta non basta a supplire
alla nostra incapacità Il Saggiatore. Un altro mezzo efficacissimo nel
raccogliere i fatti è Vesperimento, che consiste nel riprodurr e artificialmente
i fenomeni natnrali, per poterli stud iare nelle c ondizioni p iù fa vorevoli .
I vantaggi che lo sperimentare offre sopra l’osservazione pura e semplice si
possono ridurre ai seguenti : I fenomeni che lo sperimentatore può procurarci
sono più numerosi di quelli offerti dalla pura osservazione naturale, potendo
esso ripeterli e moltiplicarli a sua volontà. Però l'esperimento non si può
estendere a tutti quanti i fenomeni dell’universo, e molti di essi non si
possono in alcun modo riprodurre. Cosi Galileo potè osservare due volte il più
straordinario e il più misterioso tra i fenomeni celesti: l’apparizione e
l’estinzione totale di stelle fisse, che vincevano in splendore tutte le altre
stelle e i pianeti: anzi una di esse si vedeva in pieno mezzogiorno. Fenomeni
di questo genero sono assai rari e si sottraggono naturalmente alla prova
dell’esperimento. b) I fenomeni forniti dall’esperimento sono spesso più
chiari, più evidenti ed hanno un valore dimostrativo assai maggiore di quelli
forniti dall’osservazione, giacché, mentre la natura procede sinteticamente, e
in un medesimo essere si riscontra una moltitudine d’esseri, in un effetto una
moltitudine d’effetti; l’ esperimento invece separa questi elementi, isola que
sti effetti, pres enta un fenomeno separato dai fe nomeni concom itanti,
rendendone qui ndi più facile l’esame. Cosi ! osservazione della caduta dei
corpi, quale si prosoma in natura, è difficile o dà risultati assai scarsi;
mentre studiando tale fenomeno come si produce colla nota macchina d’Atwood,
tutti gli elementi e le circostanze di esso si possono rilevare con precisione.
Lo sperimentatore può variare indefinitamente il gruppo delle cause insieme
agenti, e raccogliere con tal mezzo più fàcilmente gli indici rivelatori dei
rapporti di causalità, e ottenere anche fenomeni nuovi, che in natura non si
possono constatare, come la caduta dei gravi nel vuoto, la liquefazione
dell’idrogeno e dell’ossigeno. Come è fàcile scorgere, anche nello
sperimentare, se si vogliono ottenere buoni frutti, il predominio spetta sempre
al potere discernitivo della ragione ; anche in questo campo, come in quello
dell’osservazione pura, la natura non rivela i suoi secreti e le sue leggi se
non al ricercatore illuminato e guidato dalla luce dell’intelligenza. La ricerca
della causa. U osservazione e 1 ’esperimento si possono denominare operazioni
preparatorie, in quanto servono quasi a fornire il materiale, il complesso dei
fenomeni, che verranno poi elaborati dall’ induzione per trarne le leggi
generali ; quest’ultimo compito, che ha nella scienza un’importanza essenziale
e ne è il fine più alto, procede anzitutto dalla ricerca della causa. Vediamo
quindi di chiarire il concetto di causa, soggetto di tante discussioni tanto
nella filosofia quanto nella scienza dei tempi nostri. Il principio razionale
di causalità consiste nell’affermazione che « nell’universo ogni fenomeno ha
una causa » .Quindi allorché si presenta un nuovo fenomeno, ossia quando
nell’universo ha luogo un mutamento qualsiasi, dobbiamo considerarlo come la
conseguenza, la continuazione, la trasformazione d’un fenomeno anteriore. Noi
diciamo che esiste un rapporto causale tra due fenomeni, quando li consideriamo
cosi strettamente legati l’uno all’altro, che quando è dato il primo, l’altro
si presenta inevitabilmente. Perciò mentre nel significato volgare la causa si
restringe a indicare il fenomeno antecedente d’un altro fenomeno, a designare
ciò che produsse una cosa o un fatto, invece nel significato scientifico i due
termini causa ed effetto sono correlativi, l’uno non può sussistere senza
l’altro, e il passaggio, la transizione dal fenomeno antecedente al fenomeno
conseguente apparisce come il punto vitale, il « proprium quid » della
causalità. Si giunge così ad affermare l’identità della causa e dell’effetto, a
considerarli come due manifestazioni d’un’identità fondamentale, benché
differenti nel tempo. In conclusione, si può dire collo Stuart Mill che « la
causa è la somma delle condizioni positive e negative, che, essendo date, sono
seguite da un conseguente invariabile ». Cosi, quando esprimiamo la legge
biologica generale: Vaumento eli temperatura produce un’azione eccitante su
tutti i processi vitali, vogliamo indicare che se è dato l’aumento della
tempelatura, n e se £ ue > invariabilmente il crescere dell’energia e della
ìapidità del movimento in un essere vivente. Valore del principio di causa. Il
principio di causa e una ipotesi che è accertata solo fino ad un certo punto e
si può sostenere che non si potrà mai avere una verificazinne completa del principio
di causalità per mezzo del1 esperienza. Il principio di causalità stabilisce un
ideale, che pei la nostra coscienza non potrà mai avverarsi. Anzitutto 1
esperienza non può mai dimostrarci che vi sia tra i fenomeni una continuità
assoluta ; giacché in tutte le evoluzioni che noi possiamo seguire, si trovano
sempre /acune, differenze non spiegate. Quando si sarà spiegato il passaggio
dal fenomeno A al fenomeno B scoprendo ]’ intermediario k, si avranno due
questioni invece di una: come si spiega il passaggio da A a k e quello da k a
B? In secondo luogo l’esperienza non ci palesa nessuna ripetizione assoluta, la
quale sarebbe una condizione necessaria per applicare la legge di causa. Anche
quando noi siamo convinti che A è la causa di B, non avremo con ciò il diritto
di applicare questo principio ai casi futuri, se non nel caso che ci
rappresentiamo A sempre in modo identico; il che avviene solo in maniera
approssimativa, giacché vi sono sempre circostanze accessorie, gradazioni
infinite, le quali lanno sì che una data situazione non si possa mai riprodurre
due volte nell’identica forma. Ciò è vero non solo pei fenomeni organici,
psichici e storici, dove le condizioni e gli elementi sono assai numerosi, ma
anche nel mondo inorganico: la ripetizione assoluta è un ideale. In terzo luogo
la serie delle cause è infinita precisamente come sono infiniti il tempo e lo
spazio. Ogni arresto nella nostra investigazione è sempre fortuito o
arbitrario; e poiché secondo il principio di causa, ogni causa diviene alla sua
volta effetto, il volersi fermare ad una causa prima sarebbe come un
contraddire a quel principio; se anche nelle ipotesi più ardite siamo costretti
di fermarci ad un certo punto, questo non è che un limite di fatto-, noi
concludiamo sempre con un punto d'interrogazione, giacché in virtù del
principio di causa, vi è sempre un nuovo problema da porre e da risolvere.
Perciò si può dire in un certo senso che nessun fenomeno è completamente
spiegato. In realtà però si può sostenere che, anche ammettendo il pensiero
dell’ Hurne che noi non percepiamo mai la causa, ma solo una successione,
tuttavia per un numero estesissimo di fenomeni la successione è inevitabile e
continua, come dovremmo attenderci se il principio di causa fosse vero.
Evoluzione del concetto di causa. L’idea di causa ha una origine interna,
soggettiva, ci è suggerita dalla nostra attività motrice. Un essere, che per
ipotesi fosse puramente passivo e vedesse o sentisse successioni esterno
costanti, non potrebbe avere alcuna idea della causalità. Tutti i fatti di
attività mentale che si manifestano per mezzo di movimenti contribuiscono a far
sorgere in noi l'idea empirica di causa, come azione transitiva e conio
mutamento; tra essi quello più importante è la coscienza dello sforzo f.
muscolare, ossia la coscienza d'un complesso di sensazioni provenienti dalle
articolazioni, dai tendini, dai muscoli, dalle variazioni della respirazione
ecc.; e la coscienza dello sforzo consiste sovrattutto nella coscienza
AeW'effetto prodotto, alla quale s’aggiunge T idea confusa d’una creazione che
emana da noi, d’una capacità che noi abbiamo di produrre un fatto nuovo. Noi
estendiamo poscia questa capacità individuale e soggettiva di modificare la
nostra persona e le cose, a ciò che ci circonda, giacché in forza d’una
tendenza istintiva l’uomo suppone intenzioni, volontà, una causalità analoga
alla propria in ciò che intorno a lui agisce o reagisce, nei suoi simili, negli
esseri viventi e in quelli clic pei loro movimenti simulano la vita, come le
nubi, le acquo correnti ecc. È questo il periodo del feticismo primitivo elio
s'osserva in tutte le mitologie e in tutte le lingue; se ne scorgono ancor oggi
le trnccie noi fanciulli, nei selvaggi, negli animali, per es. nel cane che
morde la pietra che lo colpisce, e anche neH’uomo civile, quando tornando ad
essere per un momento un uomo primitivo, va in collera contro una tavola elio
lo urta. Dalla concezione popolare, pratica, esteriore della causalità che
deriva dal fatto, che ogni mutamento suggerisce all’uomo normale che no è
testimonio la credenza invincibile in un agente noto o ignoto che lo produce,
si passa al secondo periodo, che incomincia colla riflessione filosofica e si
sviluppa col lento costituirsi delle scienze. Questo cammino si può riassumere
nel seguente modo: Hoffding, Psychologie. Alcan. si spoglia a poco a poco la
nozione di causa del suo carattere soggettivo, umano, senza che si arrivi
totalmente a raggiungere questa meta ideale; si riduce il carattere essenziale
di tale nozione a un rapporto fisso, invariabile, costante tra un antecedente e
un conseguente determinati; si scorge nella causa e nell'effetto non altro che
due aspetti o due momenti d’nn solo e medesimo processo, il che alla fino
equivale all'affermazione d’una identità.. I quattro metodi sperimentali di
Mill. Come abbiamo già detto, la scienza non bì ferma alla constatazione e alla
descrizione dei fenomeni, ma tende come ad ultimo fine alla ricerca delle
cause, e quindi delle leggi; queste ultime consistono in rapporti invariabili
di successione tra i fenomeni, e la causa non è altro che l'antecedente
invariabile dell’effetto; quindi la ricerca della causa e quella delle leggi
costituiscono in ultima analisi un unico problema, o almeno due problemi tra
loro indissolubilmente congiunti, e la soluzione del primo conduce in modo
facile alla soluzione del secondo. Il problema della ricerca della causa si può
esprimere nel modo seguente; « fra una moltitudine di rapporti di successione,
trovare un rapporto di causalità». Ogni fenomeno che cade sotto i nostri sensi
ha per antecedente non solo il fenomeno che ne è la causa, ma altri fenomeni a
questo concomitanti, e in simile maniera ha per conseguenti non solo il suo
effetto, ma altri fenomeni concomitanti di tale effetto. Quindi il problema da
risolvere consiste nel saper distinguere con esattezza il fenomeno causa tra
gli antecedenti che non sono causa, oppure tra i conseguenti che non sono
effetto il fenomeno che è veramente effetto. Se i fenomeni, invece di prodursi
riuniti in aggregati più o meno complessi, costituissero una serie unilineare,
noi comprenderemmo con grande facilità che ogni fenomeno è causa di quello che
segue, ed è effetto di quello che lo precede; ma la roaltà delle cose è
diversa, e bisogna quindi ottenere per mezzo della ragione ciò che non ci è
dato direttamente dalla natura: ossia bisogna mediante il ragionamento
sperimentale (i) Kibot, L’évolutìon des idée» generai e Bgg. F. Alcan] in mezzo
al complesso dei fenomeni isolare il fenomeno causa e il fenomeno effetto. I
quattro metodi induttivi messi innanzi dallo Stuart Mill servono in parte a
questo scopo; essi sono il metodo d’accordo, il metodo di differenza, il metodo
delle variazioni concomitanti e quello dei residui. Metodo d’accordo. Il canone
di questo metodo è il seguente: Se due o più casi d’un fenomeno concordano in
una sola circostanza, sempre presente, questa è la causa, del fenomeno. Sia da
ricercare la causa del fenomeno a accompagnato dai fenomeni ab, preceduti dai
fenomeni ABC, nòe diconsi antecedenti, ABC conseguenti; se in un secondo
esperimento s’ottiene il gruppo ode, preceduto dal gruppo ADE, si può
concludere che A ò causa di a. Infatti non si può affermare che siano B o C la
causa di a, perchè nel primo esperimento questi mancano ed a invece vi appare ;
per una ragione identica non si possono considerare come causa nò D nè E.
Esempio: più corpi in circostanze differenti, entrano in fusione e si
volatilizzano parzialmente, quando sono sottoposti ad una forte temperatura: la
fusione e la volatilizzazione dei corpi hanno dunque evidentemente per causa il
calore, unica circostanza comune. Metodo di differenza. Il canone di questo
metodo è il seguente: Se un caso nel quale il fenomeno si verifica, e un caso
nel quale non si verifica, hanno in comune tutte le circostanze meno una,
questa presentandosi solo nel primo caso, la circostanza per la quale sola i
due casi differiscono, è la causa. Se in un primo esperimento si ottiene il
gruppo dei conseguenti abe preceduto dal gruppo degli antecedenti ABC e in un
secondo esperimento si ha il gruppo he preceduto dal gruppo BC, si può
conchiudere che A è causa di a. La dimostrazione in questo caso è assai
semplice. Esempio: Tutte le volte che la pressione atmosferica si esercita
nella camera barometrica, il mercurio si eleva nel tubo .barometrico:
sopprimiamo questa pressione facendo il vuoto: se vediamo il mercurio scendere,
la causa cercata sarà il peso dell’aria; cosi pure in tisiologia la funzione
d'un nervo si può stabilire con precisione, quando, tagliato il nervo, cessa la
funzione. Metodo delle variazioni concomitanti. Il canone suona così: Un
fenomeno clie varia in una certa maniera tutte le volte che un altro fenomeno
varia nella stessa maniera, è una causa di questo fenomeno. Se in un primo
esperimento abbiamo abc preceduto da ABC e se in un secondo esperimento facendo
variare A vediamo che varia pure a, diciamo che il primo è causa del secondo.
Variando ad esempio la quantità di calore in un corpo, osserviamo il variare
concomitante della sna dilatazione; e giungiamo così a porre la legge che il
calore dilata i corpi; il calore (antecedente) si assume come causa della
dilatazione (conseguente). 4° Metodo dei residui. Il canone è il seguente:
Sottratta da un fenomeno la parte che si sa per induzioni anteriori essere
l’effetto di determinati antecedenti, ciò che resta fra i conseguenti sarà
effetto di quello fra gli antecedenti che si è trascurato. Supponiamo che si
abbiano gli antecedenti ABC e i conseguenti abc. Per induzioni precedenti
sappiamo che causa di b è B e che causa di c è C; resterà che causa di a sia A.
Con questo metodo l’odore sparso nell’aria dall’elettricità guidò a scoprire
l’ozono; così pure, poiché il movimento d’Urano si spiegava nel suo insieme per
mezzo di cause note, le irregolarità di questo movimento formavano un residuo
che, determinato con precisione, condusse il Leverrier alla scoperta di
Nettuno. Un bell’ esempio di questo metodo è l’induzione con la quale Galileo
trovò la causa del candore cinereo della luna. Le cause possibili sono quattro,
la luce del sole, quella delle stelle, una luce propria, quella riflessa dalla
terra; non può essere la prima perchè si prova che quella parte della luna
nella quale si scorge il candore cinereo non è illuminata dal sole ; non la
seconda, perchè il candore cinereo si dovrebbe vedere anche nelle ecclissi, il
che non avviene, nè per la stessa ragione può essere la terza. Quindi la luce
riflessa dalla terra è la causa del candore cinereo. Osservazioni intorno ai
metodi di Mill. I quattro metodi sopra descritti, che hanno il loro fondamento
comune nell 'eliminazione di tutte le circostanze che sono la vera causa del
fenomeno in questione, hanno per le ricerche scientifiche in generale
un’importanza relativa, la quale dev’essere ridotta nei suoi giusti limiti,
giacché vediamo spesso il fisico, il chimico, il fisiologo ricorrere, nello
stabilire esattamente la causa d’un fenomeno, a mezzi diversi da quelli
proposti dal celebre filosofo inglese. Anzitutto è stato osservato giustamente
che l’uso di questi metodi induttivi presuppone due condizioni, che non sempre
si verificano nella realtà, ossia: « che ogni effetto fibbia una sola causa, e
in secondo luogo che gli effetti di ciascuna causa possano essere tenuti
distinti dà quelli delle altre ». Anche nella % r ita quotidiana noi osserviamo
un numero considerevole di fenomeni, che possono essere prodotti d a iiiii
cause, tali sono per es. TI movimento, il calore, il piacei e. la morte : in
questi casi è quasi impossibile ridurre le esperienze in formule così nette e
precise, come quelle che sopra abbiamo rappresentato per mezzo di lettere
alfabetiche, ed è molto difficile non omettere qualcuno degli antecedenti tra i
quali vi è la causa che si ricerca; quindi si comprende facilmente come l a
pluralità delle cause renda difficile il metodo di concordanza, anche quando si
moltiplicano le osservazioni e gli esperimenti. Cosi l’ignoranza del peso
dell’aria indusse i fisici ad attribuire al vuoto, o, meglio, come essi
dicevano, all’orrore del vuoto l'ascensione dell’acqua nelle pompe. La seconda
esigenza rende dubbio il metodo di differenza; cosi nelle esperienze
fisiologiche i risultati ottenuti per mezzo della vivisezione rimangono non di
rado dubbi, giacché il fenomeno prodotto dalla soppressione oppure dalla
lesione d’un organo, come sarebbe ad esempio, il cervello, non è sempre da
attribuirsi in tutto ad esse, mà è spesso il contraccolpo più o meno lontano
prodotto dalla soppressione o dalla lesione d’un determinato organo sopra un
altro, o anche sopra l’insieme dell’organismo preso a soggetto d’esperieuza.
Per questa ragione le precauzioni e le cautele che deve prendere il fisiologo
sono rigorose e infinite, se non vuole cadere in errore. Un’altra difficoltà,
per citarne ancora una, si presenta quando avviene che più cause insieme
s’uniscano a produrre un medesimo effetto, come il salire d’un areostato
nell’atmoslera, prodotto dal combinarsi dell’azione della gravità con altre
cause, che non si possono trascurare, se si vuol dare uua spiegazione esatta
del fenomeno; oppure quando la causalità è reciproca. Non osservando l a
reciprocità delle cause, cadono in errore quelli che sostengono essere il
fenomeno economico la causa unica e diretta del determinarsi degli altri
fenomeni sociali, politici, religiosi, giuridici, artistici e morali; mentre
sono più nel vero quelli che sostengono che i fenomeni sociali sopra indicati
possano alla loro volta esercitare un’azione determinatrice sopra il fenomeno
donde hanno tratto l’origine; così è innegabile che se la produzione economica
stimola il movimento scientifico, questo alla sua volta con l’invenzione di
macchine, di strumenti ecc. stimola e rende più perfetta la produzione
economica. 8. Eccezioni apparenti del principio di causa. Vi sono due idoe, che
pare si sottraggano all’universalità del principio di causa o che malgrado lo
sviluppo del pensiero scientifico hanno tuttora molta forza; sono le idee del
miracolo e del caso. J1 miracolo, preso non nel significato religioso, ma nel
significato etimologico più gouorale [mirari), è un avvenimento raro,
imprevisto, che si produce fuori oppure in opposizione del coreo ordinario e
naturale delle cose. Però esso non porta alla negazione della causa intesa nel
senso popolare, giacché suppone sempre un antecedente: la Divinità, o una potenza
ignota; ma ammette una derogazione al determinismo, nega la causa nel senso
scientifico; il miracolo sarebbe la causa senza la legge. Per molto tempo nulla
ò sembrato più naturale del miracolo: nel mondo fisico l'apparizione d'una
cometa, le ecclissi e altri feuomoni simili erano considerati come prodigi e
presagi, e tuttora sono causa d’inquietudine per molte persone; nel campo della
vita codesta credenza è più tenace; nel secolo XVII spiriti illuminati
ammettevano ancora gli errore s o lusus naturar, stimavano la nascita di mostri
segno di cattivo augurio ecc. Peggio avveniva nel campo della psicologia; sono
noti i pregiudizi, così diffusi nell'antichità, non ancora scomparsi, intorno
ai sogni profetici, al mistero onde si è circondato per tanto tempo il
sonnambulismo naturale o provocato e gli stati analoghi. Infine anche nella
vita sociale vi sono molti utopisti, cho pur respingendo la realtà del
miracolo, l'ammettono però con grande facilità nell'ordine politico o
ricostruiscono la società umana ab imis fundanientis seguendo i loro sogni.
L’idea di caso è più oscura e controversa. Nel significato volgare esso è un
avvenimento elle non presuppone nè causa nè leggo, un'eccezione alla regola
generale, secondo la quale ogni fatto è un effetto. Molti pensano che il caso
sia uua causa reale, ma oscura e impenetrabile, un principio di disordine e di
confusione, che con irresistibile potenza agisce nel mondo a dritto e a torto,
producendo ora con ostinazione capricciosa, una serio continua e strana di
avvenimenti, ora fenomeni isolati e mostruosi. Ma già nell’antichità
Aristotile, intravedendo la verità, scrisse: “ si dice che alcune cose
avvengono per caso, altre no, pur sapendo che tanto le prime quanto le seconde
si possono spiegare riferendosi a qualcuna delle cause ordinarie,. Anche Hume
afferma essere il caso non altro che l’ignoranza delle cause vere. Il Cournot,
studiato profondamente tale problema, dice die gl’avvenimenti prodotti
dall’incontro o dalla combinazione di altr’avvenimenti che appartengono a serie
indipendenti le uno dalle altro sono chiamati fortuiti o risultati del caso,.
Innumerevoli sono gli esempi di questa congiunzione o incrociamento di due o
più serie di cause e di effetti, indipendenti all'origine le uno dalle altre e
non destinate per la loro natura ad una influenza reciproca; cosi una serie di
cause e d’effetti conduce un viaggiatore a prendere un determinato treno e una
serie di cause e d effetti totalmente distinti produce in un luogo e momento
determinato, un accidente che uccide il nostro personaggio. Rappresentandosi
con una linea continua la catena delle ragioni che spiegano un fenomeno, se
questa catena 6 attraversata da un’altra catona e questa linea vioue tagliata
da una linea che parte da un altro punto, il risultato di tale intersezione è
qualcosa di fortuito, un caso, che non è altro quindi che l'incontro di due
serie di cause non solidali, o non presenta quel carattere di assurdità che si
scorge in un fatto senza causa, giacché suppone il concorso di più cause; si
potrà dire con maggior precisione che è un fatto senza legge. Tra la
definizione del Cournot e quella antica di Aristotile, come è stato osservato,
esisto una profonda analogia, e si può almeno diro che tanto per il primo
quanto pel secondo il fortuito consisto nell'incontro imprevedibile di cause e
d'effetti fino a quel punto indipendenti. Ribot Da G. Miltiaud e H. Piérox
nella Heviie de Métapht/sique et de Morale. Dopo che si è osservato che a’
intenda per causa, è facile comprendere che cosa s’intende per legge, sempre
però nel campo delle scienze che sono anche dette nomotetiche, appunto perchè
mirano a stabilire leggi. Quando noi esprimiamo giudizi universali, come i
seguenti : tutti gli uomini sono mortali, tutti i raggi luminosi che cadono
sotto un angolo di 30 gradi, sono riflessi sotto un angolo di 30 gradi; noi
vediamo tosto che essi furono veri noi passato e saranno nell’avvenire [manto
nel pres ente. Quando il chimico dice che ogni combinazione dello zolfo con
l’ossigeno avviene secondo rapporti fissi di peso, non si riferisce ad un
momento, ad un giorno, ad un anno, ad un secolo, ma Quindi nello stesso modo
che davanti a giudizi di tal fatta è lecito porre la parola sfM pg£ dominane,
si può mettere anche la parola sempre, la quale £. richiamerebbe insieme col
tempo presente anche il passato e il futuro: sempre e dovunque le combinazioni
di zolfo o (l’ossigeno si sono fatte, si fanno e si faranno secondo rapporti
fissi di peso. Però il tempo presente che si adopera in queste proposizioni
categoriche universali non deve essere inteso nel senso che indichi una realtà
permanente ed eterna', giacché la scienza considera i fenomeni fìsici e
chimici, l’esistenza degli organismi viventi, le attività psichiche, gli
aggruppamenti sociali, c ome semplici possibilità : ossia tutti questi fenomeni
sono, possibili sempre e doni nane, quando ne sian o date le condizioni, non
vuol già dire che siano perpetuamente reali; la quale affermazione
evidentemente sarebbe erronea. Tediamo di dare le ragioni di questo possibile *
errore. Posso io dire in forma di giudizio categorico: sempre e d ovunque i
corpi si combinano secondo rapporti fissi di peso? la combinazione dei corpi è
una realtà costante ed eterna ? No certo; la chimica non insegna forse che «ad
una certa temperatura tutte le attività chimiche sono sospese? Può esservi
stato nel tempo trascorso, potrà esservi nell’avvenire un periodo di freddo
universale nel quale alcuna combinazione chimica non era e non sarà possibile;
bisognerebbe quindi esprimersi con maggior precisione nel seguente modo: sempre
e dovunque, se alcuni corpi si combinano, le loro combinazioni avvengono
secondo rapporti lissi di peso.' Negli enunciati generali della fisica si può
constatare un fatto simile. Così la legge d’attrazione non si può esprimere per
mezzo d’un’affennazione categorica ed universale come la seguente: tutti i
corpi si attirano; ma assai meglio e in modo più preciso in una forma
condizionale: sempre e dovunque, se due corpi pesanti sono soggetti, senza
causa perturbatrice o inibitrice, all’influenza che essi esercitano l’uno
sull’altro secondo le loro masse, la forza della loro attrazione è direttamente
proporzionale al prodotto della massa e inversamente al quadrato della
distanza. L ’impenetrabilità ci mette in presenza d’un problema analogo. A
prima vista nulla di più categorico di questa asserzione: tutti i corpi nello
spazio occupano un posto; che cos’è un corpo? è un aggregato che ha un certo
volume e una certa stabilità; vi sono corpi, ve ne sono sempre stati e sempre
ve ne saranno. Eppure possiamo chiederci con ragione se la scienza non deve
ammettere come possibile uno stato dell’universo, nel quale ogni aggregato sarà
sciolto e gli elementi veri verranno separati e rimarranno indipendenti. Non vi
sarebbero quindi corpi percettibili per la nostra mano o per le nostre bilance,
non vi sarebbero più atomi o elettroni ; gli atomi e gli elettroni sono essi
impenetrabili? lo sappiamo noi di vera scienza? Isaville, La primauté des
jngements condiiiunnels, “ Rovue philos.] In conclusione possiamo dire che alle
leggi e ai teoremi universali conviene non la forma categorica, ma la forma
condizionale, poiché espri m ono affermazioni relative a rap p orti e ad avveni
menti consid erati solo come possibili, ossia soggetti a determinate condizioni,
le quali col tempo possono anche venir meno. I caratteri della legge naturale.
Chiarito in tal modo il concetto di legge naturale, possiamo chiederci: perchè
noi crediamo, anche sulla testimonianza d’un caso solo, che i casi futuri
saranno simili ai casi sperimentati? come da un certo numero di casi si trae
una legge e si estende a * r** 6 " tutti i casi omogenei possibili?
perchè, ad esempio, dopo r '“y ' m t, ’ z aver esperimentato una o più volte
che un corpo immerso in un liquido perde tanto del proprio peso quanto è il
peso del liquido spostato, il fisico passa a stabilire la legge generale:
sempre e dovunque se un corpo è immerso nell’acqua perde tanto ecc. ecc.? Il
fondamento logico di quest’affermazione è da ricercarsi in un postulato, cioè
in un principio indimostrabile, c he dev’essere ammesso affinché la realtà
riesca comprensibile : tale postulato è quello deU.’uniformità della indura, il
quale è alla sua volta fondato sul principio dì causa inteso nel senso che
cause simili in condizioni simili producono effetti simili e sul principio
della conservazione della materia e dell’energia. Il postulato àe\Vuniformità
della natura, la cui esigenza era già stata compresa dagli antichi
nell’espressione: natura non facit saltus, non indica già che la realtà
naturale è costante e uniforme, ma che, pur essendo essa in perpetua evoluzione
e trasformazione, i mutamenti incessanti avvengono secondo leggi costanti e
uniformi. Il principio della conservazione dell’energia, che dà alla scienza
contemporanea della natura il suo carattere proprio, trova la dimostrazione più
evidente nella chimica, la quale, appoggiandosi a tale supposizione, confermata
da un gran numero d'esperienze, afferma che la somma delle particelle materiali
o atomi rimane sempre la stessa in tutti i mutamenti che la materia subisce.
Perciò quando un corpo riceve nuove proprietà, ciò si spiega per mezzo d’una
modificazione nell’insieme e nelle modificazioni delle parti: produzione o
soppressione d’una sostanza significa aggregazione o disgregazione d’atomi che
già preesistevano, benché in altre combinazioni. Ammettendo quindi che la
materia persista attraverso a tutti i suoi mutamenti, si ammette ancora che la
somma dell'energia ossia la capacità di lavoro, di vincere la resistenza che si
manifesta nella natura materiale, rimane sempre la stessa; e solo in apparenza
avviene che l’energia nasca o si distrugga, come si può dimostrare con qualche
esempio: La forza colla quale una pietra cade a terra dipende dall’altezza
dalla quale cade, e, alla sua volta, l’altezza dipende dalla forza con la quale
la pietra era stata sollevata. Quando la pietra s’è fermata sulla terra, pare
che la forza si perda, giacché la pietra non ha apparentemente il potere di
muoversi dal suo posto; ma, anche allora, il dileguarsi della forza significa
solamente che questa si è convertita in qualche altra cosa, in calore. Lo
stesso fenomeno avviene quando il movimento non cessa del tutto, ma è solamente
rallentato dall’attrito, giacché la forza perduta dal corpo, per l’azione
dell’attrito, non si perde in modo assoluto, ma si trasforma in calore.
Esperienze ripetute, sempre confermate, dimostrano che la quantità di forza, o,
meglio, d’energia che scompare sotto una forma, trova il suo equivalente esatto
in un’altra forma, cosicché la stessa quantità della stessa specie d’energia
potrà essere di nuovo restituita, e qualunque sia la metamorfosi che può subire
ciascuna delle differenti forme d’energia, considerate a parte, la loro somma
rimane sempre la stessa. L ’importanza di questo principio è grandissima per la
s cienza, benché come legge generale della natura non abbia ell e un valore
ipotetico, giacche, non potenao mai conoscersi il contenuto totale del la
natura, non potrà inai ess ere confe rmato dall’espe rienza se non in maniera
approssimativa. Esso si deve quindi considerare come~u n~;7r7nc7'»fo o un 'idea
che ci dirige nelle nostre investigazioni. Infatti quando si presenta ai nostri
sensi un nuovo fenomeno, ossia HJmnsc] quando ha luogo un mutamento dentro o
fuori di noi, esso ci invita a scorgere nel nuovo fenomeno non altro che la
continuazione o la trasformazione del primo, o almeno a ricercare un fenomeno
antecedente, del quale sia la conseguenza inevitabile, donde il principio di
causalità, secondo il quale due fenomeni ci appariscono cosi strettamente
legati rimo all’altro, che, dato il primo, l’altro si presenta inevitabilmente.
La formula dell’induzione, ossia la legge scientifica si può dunque esprimere
nei seguenti termini: Ogni rapporto di causalità è costante. Il rapporto
constatato tra i fenomeni A e B è un rapporto di causalità. Il rapporto tra A e
B è costante. Se, come ha dimostrato l'Helmoltz, esiste veramente la legge di
conservazione dell’energia, essa deve valere tanto per la natura animata,
quanto per quella inanimata. Poiché la natura animata, dice un tisiologo
idealista, è composta della stessa materia dell’inanimata ed è in continuo
ricambio materiale con ossa, e poiché per mezzo delle sostanze assunte certe
forme d’energia son trasportato dalla natura inanimata in quella animata, la
leggo di conservazione dell’energia sarebbe interrotta, se nella sostanza viva
l'energia perisse o sorgesse, cioè se la stessa quantità d’energia introdotta
nei corpi vivi, non fosse ridata di nuovo alla natura inanimata, sia durante la
vita, sia dopo la morte. Studi recenti hanno dimostrato che tutta l’energia
assorbita dall’organismo coila nutrizione dalla natura inanimata, abbandona poi
di nuovo il corpo sotto altre forme; nell’organismo non vi ha produzione nè
perdita d’alcuna minima quantità d’energia. L’evoluzione del concetto di legge.
Nello sviluppo del concetto di legge si possono distinguere tre periodi
principali: quello delle immagini generiche, quello delle leggi concrete o
empiriche, quello delle leggi teoriche e ideali. Nella prima fase la mente
umana si forma una concezione meccanica della regolarità d’un fenomeno, la
quale si estende ad un numero assai ristretto di avvenimenti: è il risultato
della ripetizione costante o frequente di alcuni cicli, Verworx, Fisiologia
generale, Torino, Bocca] come, ad esempio, del corso del sole, della lima,
delle stagioni ; molti uomini non hanno che questa ombra, questo simulacro di
legge, che riposa sulla pura associazione, sull’abitudine pratica, sull’ attesa
spontanea d’una ricorrenza che è stata percepita più volte. Questa nozione,
quantunque sia assai umile, tuttavia è stata assai utile nei primi passi
percorsi dall’umanità sul cammino della scienza, poiché ha frenato la tendenza
vivissima dell’immaginazione a popolare il mondo di cause capricciose e senza
regola: è stata la prima affermazione d’una credenza nella regolarità. In un
periodo posteriore la riflessione e la ricerca metodica fanno sorgere
lentamente le leggi empiriche, che consistono nella riduzione d’un gran numero
di fatti in una formula unica, senza però dare di essi la ragione esplicativa.
Nel corso degli avvenimenti la mente scopre tra due o più fatti un rapporto
costante di coesistenza o di successione, il quale viene esteso ad altri casi;
qui non è del tutto necessaria la costanza, basta la frequenza. La legge
empirica è identica ai fatti, ossia legge e fatti non sono che due aspetti
della stessa cosa. Si assimila facilmente la legge empirica a un fatto
generale; cosi in psicologia si dice: la legge d’associazione o anche il fatto
generale dell’associazione. In secondo luogo la legge empirica è non di rado
complessa ; non riuscendo sempre a rinchiudere in una formula unica e breve
molti fatti, essa deve scindersi in più casi e adoprare lunghe formule per potere
contenere i casi particolari e le eccezioni. Appaiono infine le leggi teoriche
o ideali, che sono le più astratte e le più semplici; sono costruzioni dello
spirito che divengono sempre più approssimative a mano a mano che salgono e
s’allontanano dall’esperienza; e non possono essere applicate, discendere dalla
teoria alla pratica se non mediante rettificazioni o addizioni. Per gli spiriti
abituati alla disciplina delle scionze rigorose la legge ideale è la sola
valevole, onde considerano con un certo disprezzo e con certa diffidenza le
formule che sono un semplice riassunto dei risultati dell’esperienza. Il
carattere approssimativo delle leggi teoriche deriva dal loro carattere ideale.
Cosi si è detto che « le leggi fisiche sono verità generali sempre più o meno
falsate in ogni caso particolare » ; per es., non è sempre assolutamente vero
che un movimento sia uniforme e rettilineo; la legge teorica delle oscillazioni
del pendolo non si può constatare in modo assoluto, giacché non esiste un mezzo
non resistente, una forza affatto rigida e che non possa estendersi, nè un
apparecchio di sospensione capace di moversi senza attrito; un pianeta non
potrebbe descrivere una ellissi esatta, se non nel caso che girasse solo
intorno al Sole, e poiché vi sono più pianeti che agiscono e reagiscono gli uni
sugli altri, la legge di Keplero rimane vera solo idealmente. Si sa da ricerche
compiute con estrema precisione, che la legge di Mariotte sopra i rapporti tra
la densità d’un gas e la pressione che sopporta, non è rigorosamente esatta in
nessuno di essi ; però tra la teoria e la realtà le differenze sono così tenui,
che nei casi ordinari si possono trascurare. Neppure le leggi della
termodinamica (conservazione dell’energia, correlazione delle forze) adoperate
con tanta frequenza ai nostri giorni pel loro carattere di generalità e che
qualcuno considera come il principio ultimo dei fenomeni, non hanno un valore
assoluto; infatti non è del tutto esatto il dire che ogni cambiamento dia luogo
a un cambiamento capace di riprodurre il primo senza addizione o perdita.
L’enumerazione delle leggi ideali sarebbe lunghissima. Oggidì la nozione di
legge è comune a tutte le scienze od è usata nel significato più rigoroso nelle
scienze matematiche e fisico-chimiche. Però non è sempre avvenuto così.
Nell'antichità il termine è adoperato in un senso quasi esclusivamente sociale,
giuridico, morale, per cui si considerano le leggi naturali come norme
impartite ai fatti da una volontà soprannaturale, nello stesso modo che il
legislatore impone ni cittadini il proprio volere con norme non trasgreditoli;
con gli stoici l’idea di legge è trasportata per la prima volta dai fatti
morali ai naturali, e con la scuola epicurea cominciò a considerarsi come la
manifestazione spontanea della realtà intima dei fenomeni. Il concetto di legge
nel senso moderno si è formato tardi o assai lentamente; Copernico o Klepero
nel secolo XVI si servono della parola “ ipotesi il Galilei chiama assiomi le
leggi fondamentali della natura e leoi-emi quelle che ne derivano secondo la
torminologia dei matematici. Descartes incomincia la sua filosofia della natura
ponendo alcune lìegulae sire leges vaturales. Newton dice: Axiomata sire leges
motti ». L’estensione della pai'ola logge è dovuta assai probabilmente al bisogno
di stabilire una divisione netta tra gli assiomi astratti dei matematici e i
principi ai quali si attribuisce un valore oggettivo e un esistenza nella
natura. Infine con la celebro delinizioue del Montesquieu (1689-1755): “ le
leggi sono i rapporti necessari che derivano dalla natura dello cose, il
concetto di logge ha preso il più alto grado di generalizzazione. Un altro
fatto degno d’osservaziono è il seguente : Cartesio chiama lo leggi della
natura 41 regolo „ in quanto esse servono a spiegarci i fenomeni; lo chiama “
leggi „ in quanto Dio le ha stabilite all'origine dell’universo come proprietà
della materia. Tiù tardi la natura pronde il posto di Dio; il che è una
sopravvivenza d una concezione panteistica del mondo; poscia predomina la
tendenza a designare lo leggi coi nomi dei loro scopritori: legge di Mariotte,
di Oay-Lussac, d'Avogadro, di Weber ecc. Nel secolo XVII è Dio che stabilisce
le leggi della natura; nel XVIII è la natura stessa; nel XIX sono gli
scienziati stessi che si assumono un tal compito. 4. Cenno storico della teoria
logica dell’induzione. Benché abbia avuto il suo massimo svolgimento nella
scienza moderna, tuttavia la teori a logica dell’induzione risale
all’antichità, e la vediamo formulata per la prima volta da Aristotile, pel quale
l’induzione è il procedimento opposto al sillogismo deduttivo, e consiste nel
ragionamento che procede biamo tenerci lontani dai pregiudizi e dalle
illusioni, ch’egli chiama Mola e distingue in quattro classi : Mola tribus, che
derivano dalla natura e dalle tendenze proprie dell’uomo; Mola spedis prodotti
dal carattere e dalle particolarità individuali proprie di ciascun nomo; Mola
fori, che sono gli errori che sorgono dal commercio cogli altri uomini,
specialmente per mezzo del linguaggio; Mola theatri, cioè gli errori che si
ricevono per la via della tradizione, dell’insegnamento e dell’autorità altrui,
quando si accolgono senza critica. Liberato il terreno da questi ostacoli, sarà
assai piè agevole salire dai fatti constatati per mezzo dell’osservazione e
dell’esperimento alle leggi; in ciò consiste la vera induzione, che egli
considera come la via migliore per costruire la scienza. Egli però non
attribuisce alla parola legge il significato odierno, ma il senso d’una
semplice generalizzazione empirica; d à valore di prova solo all’induzione
completa, all’ennmerazione compieta, che nella maggior parte dei casi non è
possibile, dimodoché non è mai stata adoperata da nessuno dei grandi maestri
della scienza. Si è osservato giustamente che l’induzione baconiana trascende
in un volgare empirismo, poiché, c oncedendo minima importanza al ragionamento,
non ci permette di vedere distintamente se la connessione osservata tra vari
fenomeui è puramente casuale e sarà contraddetta da ulteriori osservazioni, o
se dipende da ragioni profonde che fanno estendere il principio generale
ottenuto anche a fatti non ancora esaminati. Bacone dichiara che la scoperta di
nnove verità può ottenersi soltanto per mezzo d’una raccolta metodica di fatti,
la quale deve essere fatta in modo da distinguere i fatti in tre categorie,
disponibili in tre tabelle differenti. La prima, che vien chiamata tabula
essentiae et presentine, contiene esempi concordanti nella presenza del
fenomeno che si vuole investigare; la seconda detta tabula declinationis sive
absentiae in proximo contiene esempi che mancano nel fenomeno, ma che sono
connessi cogli esempi in cui il fenomeno accade, ciascun esempio corrispondendo
per quanto è possibile a quelli già inclusi nella primn tavola. La terza, che
prende il nome di tabula graduimi si ve tabula comparativa, comprende i
fenomeni in cui il carattere ricercato si trova in grado più o meno intenso,
sia elio la variazione avvenga nollo stesso soggetto, sia che in diversi
soggetti paragonati fra loro. Come è facile accorgercene, il procedimento
induttivo viene in tal modo sottoposto a troppe lungaggini, che ne rendono
l’uso assai difficile o poco pratico, benché Bacone abbia con lo sue tavole
intraveduto i tre primi dei quattro metodi dello Stuart Mill. Il creatore del
metodo sperimentale è BONAIUTI Galilei che vide più chiaramente di Bacone il
vero carattere dell’induzione e seppe accoppiare ad una mente critica e
indagatrice di supremo valore un’abilità insuperabile nello sperimentare. Noi
salutiamo oggi il Galilei (cito a bello studio le parole non sospette d’uno
straniero) come il vero fondatore della scienza della natura, alla quale egli
ha dato il metodo più acconcio; noi salutiamo in lui lo scopritore della legge
della caduta dei gravi, con la quale ha posto la base alla scienza del
movimento, alla dinamica, e ha aperto in tal modo la prima porta a tutta la
fisica; con profonda ammirazione pensiamo alle sue osservazioni astronomiche, e
sopratutto alla scoperta dei satelliti di Giove, delle stelle Medicee, mondo
copernicano in piccolo: egli stesso visse e soffri per la dottrina di
Copernico, per la conoscenza scientifica dell’universo. Il metodo tjalileiano,
cioè il metodo sperimentale che riunisce armonicamente l’induzione e la
deduzione, l’esperienza e il pensiero, rappresenta, come ha già affermato
Emmanuele Kant, una rivoluzione dell’indagine scientifica; l’antica filosofia
naturale è condannata, per lasciare il posto alla moderna scienza. Tutta
l’opposizione fra questa e quella, il progresso grande fra l’una o l’altra si
può esprimere con brevi parole: invece di chiedere: perchè cadono i corpi, da
quale specie di impulso, da quale ignota causa vengono sospinti ; il Galilei si
pone il problema : come cadono i corpi, secondo quale legge. Questo mutamento
in apparenza leggero nel porre la questione scientifica separa due età della
conoscenza umana, collocando al posto dell’inutile e ingannevole ricerca
intorno all’essenza delle cause il s olo compito possibile di indagare e
ritrovare l e leggi dei fenomeni. Riehl, Philosophie der Gegenwart, Lipsia,
Teubner Galilei concepisce le forze naturali come capaci di peso e di misura
nelle loro azioni, e dice quin di essere la natura scritta in caratteri
matematici, e i caratteri essere t riang oli, centri e altre figure geometriche,
e quindi senza questi mezzi essere impossibile di intenderne umanamente parola;
adopera i sensi nelle esperienze, l’immaginazione per rappresentarci
all’intelletto le apparenze possibili o avverate dei corpi, la ragione tanto
nell’indagare le intime leggi del pensiero, quanto a ricercare con le
matematiche le leggi intelligibili del mondo esterno, essendo ogni cosa creata
con peso, numero e misura. Egli sottomette all’analisi ogni benché minimo
accidente, con instancabile pazienza r ipete l’oss ervazione e l’esperimento
variando le circostanze e rimovendo ' g li ostacoli che ne potessero diminuire
la sincerità. Tutte queste precauzioni, dice il Fiorentino, sarebbero rimaste
inu-j tili, senza quella geniale divinazione dell’ingegno, che, quasi lampo
attraverso d’una nuvola squarciata, gli faceva alla lontana intravedere la
possibile causa d’un fatto. Vede oscillare una lampada, ne osserva i movimenti
equabili, li misura ai battiti del polso e corre col pensiero all’ isocronismo
del pendolo. Si sovviene aver veduto nelle tempeste cadere piccoli 1 grani di
grandine misti con mezzani e con grandi, tutt’ insieme, nè gli uni aver
anticipato l’arrivo in terra a preferenza degli altri e medita la legge della
caduta dei gravi. Raschia con uno scarpello di ferro tagliente una piastra
ottone per levarle alcune macchie, e movendolo con velocità sente fischiare ed
uscirne un sibilo molto gagliardo e chiaro;! guarda su la piastra e vede un
lungo ordine di virgolette! sottili, egualmente distanti l’una dall’altra; rifà
l’esperienza e s’accorge che il fischio s’ode soltanto quando più veloce vi
striscia, più inacutisce il suono e più inspessisconsi le virgolette; ed eccolo
pensare alle proporzioni delle onde sonori ed alla teorica degli accordi
musicali. Il pensiero e il senso la natura e la ragione si trovarono riunite
nell’ingegno del sommo Galilei, ed a questo propizio congiungimento si del:
bono le sue maravigliose scoperte : non trascurar nulla di ciò che la sensata
sperienza ci porge ; nè d’altra parte arrestarsi impigliato nell’immediatezza
del fatto; tale fu la giusta misura ch’egli seppe trovare tra le angustie del
senso o gli sfrenati ardimenti del vuoto intelletto (Telesin). Una trattazione
profonda e singolare della teoria induttiva è data dall’ inglese Mill, che
definisce la logica « la scienza delle operazioni intellettuali che servono
all’estimazione della prova, ossia la scienza del procedimento generale che va
dal noto all'ignoto, e delle operazioni ausiliario di quell’operazione
fondamentale. Salire dal noto all’ignoto significa ragionare, e ragionare, in
senso esteso, è sinonimo d’inferenza, la quale, come abbiamo già detto, nella
sua forma originaria va sempre dal p articolare al particolare: la logica ci
mostra appunto come da questa forma primitiva e irreducibile di ragionamento
spunta l’induzione scientifica ossia quella che va dal parti colare al
generale. Il carattere essenziale di quest’ultima consiste nel concludere che «
ciò che è vero in un caso particoc olare sarà trovato vero in tutti i casi che
rassomigliano al primo. E chiaro che una tale operazione ha come prejmp
pjgjounpostulato, giacche per credere che ciò che s^pro d otto in un caso
particolare si riprodurrà in tutti i casi simili, bisogna prima ammettere « che
vi sono in natura casi paral leli, che ciò che è avvenuto una volta avverrà
pure in circostanze simili e avverrà tutte le volte che le stesse ciscostanzo
si ripresenteranno » o, in altre parole, è necessario credere che i l corso
della natura è uniforme, e l’uniformità della nat ura alla sua volta riposa su
l principio della causalità universale che, secondo il Mill, trae la sua
origine dall’esperien za" Egli censura la definizione comune della causa ;
gi aedi è, "se due fenomeni che si succedono in ordine di tempo fossero
l’uno causa dell'altro, bisognerebbe dire che il giorno è la causa della notte
e viceversa; invece noi sappiamo bene che tale successione è soggetta a una
condizione, il levarsi del sole sull’orizzonte; è quest’ultimo fenomeno quello
che fa succedere la luce alle tenebre e, se venisse a mancare, non vedremmo più
il giorno alternarsi alla notte. Bisogna quindi definire la causa d’un fenomeno
« l' antecedente o la riunion e d’ antecedenti, di c ui il fenomeno è
invariabilmente e incondizionatamente la conseguenza. Dopo l'apparizione
dell'opera capitale del Alili “ Sistema di logica, si La una vera fioritura
importante di opere che trattano di questioni logiche, e in particolare della
teoria induttiva; frale più importanti noteremo le seguenti: A. Baiu, La
logique induttive et deductive (trad. dall’inglese); Dii fondement de
l'induction di Lacheli er; Sigwart. Logik; Wundt, Logik. Degna di nota è la
dottrina della contingenza sostenuta in Francia da una schiera valorosa di
pensatori, tra i quali emergono Emilio B outro ux ed Enrico Bergson. Secondo
tale dottrina la contingenza è al fondo della natura, e l a necessità dello
leggi naturali è solame nte r elativ a, perchè la coni» non spiega mai tutto
l'effetto, e se questo facesse una cosa sola con la causa, non si potrebbo
considerare come un vero effetto. Si osserva quindi che nella naturn ad ogni
grado s'a ggiu nge sempro qualch e cosa di nuovo.qualche elemento che non si
trova nel grado precedente : cosi la coscienza s'aggiunge alla vita, la vita
alla materia, nella materia lo proprietà fisiche e chimiche s’uniscono allo
proprietà matematiche ecc. ecc. La contingenza che si nota in ogni forma de
ll’eBsere è il segno manifesto della libertà che agisce nel mondo dei fenomeni;
ossa scuote il postillato che rende inconcepibile l'intervento della libertà
nel succedersi dei fenomeni, la massima secondo la quale nulla si crea o nulla
si distrugge; essa ci porta ad ammettere uua libertà che discenderebbe dalle
regioni soprassensTbili, per mescolarsi ai fenomeni e dirigerli per vie
impreviste. (La tendenza ad estendere la libertà e la conti ngenza ai fenomeni
della natura o dell'uomo tocca il minto culminante nella dot trina del Bergso
n, pel quale gli stati psichici profondi, quelli elio formano la baso
fondamentale dello spirito, costituiscono un’eterogeneità assoluta: essendo
ciascuno qualche cosa di unico nel suo genere, non diviene uè causa nè effetto,
non potendo la causa riprodurre sè stessa; e non ha alcun rapporto colla
quantità, essendo qualità pura; alla quantità egli oppone la qualità, al
meccanismo dello spirito il dinamismo, allo spazio la durata pura, al
determinismo la libertà. Però una tale questione esco dai limiti della logica,
per entrare nel campo della metafisica. Uno dei seguaci del Bergson, il Le Roy,
afferma che l e leggi s cientifiche diventano rigorose solo un mulo si
trasformano in con1 vonzione e si appoggiano a circoli viziosi: il corso degli
avvenimenti è regolare, abituale, ma non necessario; cosi la legge della caduta
dei gravi ha valore, ma solo quando forze estranee non la turbano: Boutroux, De
la contingence des loie de la nuture. Alcali] la conservazione dell’energia
s’applica solo ai sistemi chiusi, i quali sono quelli appunto in cui l'energia
si conserva. Importante nel movimento del pensiero contemporaneo, è pure la
teoria di Ernesto Mach, fìsico e filosofo illustre. Questi pensa elio le
scienze fisiche c naturali non sieno altro elio descrizion i di fatti naturali,
ossia di fatti di coscienza, di sensazioni, e che quindi tra il mondo della materia
e Quello dello spirito non viT~) Euyssex] Ma, è stato osservato, le forze
naturali e il tempo bastano per spiegare le irregolarità della crosta
terrestre, senza ricorrere ai cataclismi; nè si può affermare che il periodo
attuale risalga solo a sei mila anni, ma a molte migliaia di più; inoltre a
periodi differenti non corrispondono specie differenti, poiché certe specie
appaiono in diversi strati successivi, mentre altre si sono estinte prima che
avesse fine l’epoca alla quale appartenevano. Queste ed altre obbiezioni pur
gravi fecero tramontare l’ipotesi del Cnvier, della quale prese il posto e si
diffuse rapidamente quella del Darwin, Bisogna risalire fino al Rinascimento,
per trovare i primi tentativi d’interpretazione del mondo organico per mezzo
dell’evoluzione naturale. Se no trovano accenni in opere di scienziati e
filosofi appartenenti alle scuole più diverse, in Bruno, in Leibniz, in
Cesalpiuo, in Buffon, in Goethe, e più chiaramente in Damarli ecc. Darwin ha il
merito, senza dubbio, grandissimo di aver saputo mettere. insieme tutti i
fattori dell’evoluzione organica : vide nella lotta per l’esistenza la causa
della selezione naturale, a cui la variabilità offre la materia, che poi
l’eredità trasmette; accanto a questi fattori principali pose come fattori
ausiliari l’azione dell’ambiente sull’organismo, l’influenza dell’ uso e del
non uso degli organi, la scelta sessuale, la legge di correlazione di sviluppo.
L 'influenza dell’ambiente è la causa più in vista; piante e animali si
modificano mutando clima e paesi; di tutti gli esseri viventi sopravvivono solo
quelli che sanno adattarsi all’ambiente. Gli animali debbono lottare non
solamente contro il suolo e il clima, ma anche fra di loro: le piante sembra
che si contendano i raggi del sole e il nutrimento della terra; gli animali
adoprano l’intelligenza e l’energia che possiedono per procurarsi da vivere;
gli uccelli da preda provvedono alla propria esistenza mettendo a morte gli
uccelli più piccoli e più deboli; questi alla lor volta si nutrono di insetti,
i quali vivono a spese del regno vegetale; dimodoché tutti gli esseri,
dall’animale più perfetto alla pianta, si movono di continuo una guerra
violenta e accanita; e in questa lotta per resistenza vincono i più forti e i
più fecondi. I caratteri che assicurano il trionfo degli individui e delle
specie si sviluppano producendo nell’organismo modificazioni più o meno
profonde, giacché le diverse parti delPorganismo sono così strettamente
collegate fra di loro, che i mutamenti che accadono in una si fanno sentire più
o meno anche nelle altre, donde la legge di correlazione di sviluppo ; infine
Veredità fissa nella specie i caratteri acquistati dall’individuo. In tal modo
la selezione naturale, mediante continue modificazioni, conduce ad una
trasformazione continua e progressiva degli esseri animali e vegetali,
assicurando la sopravvivenza dei più perfetti. L ipotesi darwiniana, appoggiata
ad una grandissima copia di fatti, di osservazioni e di prove, contribuì a
spiegare molti fenomeni che fino allora erano rimasti senza spiegazione, oppure
erano stati spiegati in modo imperfetto; non è quindi a meravigliarsi se oggi
essa è accettata dalla maggior parte dei naturalisti come legittima; benché le
differenze nel modo di intenderla siano assai gravi, e benché abbia segnato il
principio d’una rivoluzione radicale nell’ interpretazione scientifica della
natura. E se oggi la selezione naturale solleva non poche obbiezioni e appare
di per sé sola insufficente a spiegare tutti i fenomeni della vita organica,
tuttavia i principi messi innanzi dal Darwin devono figurare come la regola il
« metodo » generale che bisogna seguire nell' interpretazione dei fenomeni
naturali. L’analogia. Il procedimento analogico ha pure, come abbiamo già
accennato, molta importanza nella ricerca scientifica. La parola « analogia »
ha però bisogno d’esser chiarita nei suoi significati essenziali, affinchè si
possa comprendere il valore che essa possiede nella ricerca scientifica. Nel
linguaggio volgare tale vocabolo s’adopera generalmente come sinonimo di
somiglianza, mentre in realtà non è che ima forma imperfetta di somiglianza. In
tutte le scienze si possono ritrovare esempi d’analogia. Cosi nella chimica vi
sono corpi analoghi, cioè capaci di combinarsi con un altro corpo dato,
producendo composti paralleli ; in fisica SARLO (vedasi), Studt di filosofia.
Roma, Loeschcr] il suono è analogo alla luce, avendo amendue un carattere
comune che è la vibrazione, malgrado la differenza del mezzo che serve di
veicolo. L’analogia riesce ancor più evidente e frequente negli esseri viventi;
così malgrado le differenze grandi che a prima vista passano tra un uomo e un
uccello e tra un uccello o un pesce, pure la loro struttura è analoga, poiché
tutti constano d’nna serie di segmenti vertebrali, che formano appunto la
colonna vertebrale; hanno tutti un capo che è collocato all’estremità anteriore
di questa colonna, un tubo digestivo che ne percorre tutta la lunghezza e una
certa quantità d’organi che si corrispondono a vicenda. L’analogia, considerata
come un procedimento dello spirito che mira a nuove cognizioni, si può dire un’
inferenza che da una rassomiglianza constatata di alcuni punti conchiude alla
rassomiglianza su altri punti; è un procedimento instabile, ondeggiante e
multiforme, che può dar luogo ad aggruppamenti imprevisti e ad invenzioni
originali, come ci dimostra la storia delle scoperte scientifiche, e in
generale tutti i prodotti della fantasia e dell’immaginazione. Negli spiriti
poco precisi e rigorosi nelle loro osservazioni Yanalogia si fonda per lo più
sopra il numero degli attributi paragonati, benché non sia raro il caso di
analogie singolari basate su pochissimi caratteri comuni; cosi un bimbo vede
nella luna circondata dalle stelle una madre colle sue figlie ; gli aborigeni
dell’Australia, racconta un viaggiatore, chiamarono un libro una « conchiglia
», perchè si apriva e si chiudeva come la valve di questo animale. L’analogia è
più profonda quando ha per base la qualità o il valore degli attributi messi a
confronto; allora s’appoggia sopra un elemento variabile che oscilla
dall’essenziale all’accidentale, dalla realtà all’apparenza; cosi tra i cetacei
e i pesci le analogie sono molte pel profano, tenui pel naturalista. Valore
dell’inferenza analogica. L’analogia può riferirsi ai termini oppure ai
rapporti', cosi se da una rassomiglianza di natura fra due organi si inferisce
la rassomiglianza delle funzioni, nella prima rassomiglianza abbiamo
un’analogia clie si riferisce ai termini; nella seconda ima analogia elle si
riferisce ai rapporti. L’inferenza analogica si distingue dall’induzione per
due caratteri principali: 1° L’analogia è in realtà una deduzione fondata sopra
una precedente induzione, benché in apparenza proceda dal particolare al
particolare. Sieno per esempio i fenomeni A e B che abbiamo in comune i
caratteri a b c d ; constatando nel primo un quinto carattere x, posso inferire
che esiste pure un’analogia fra i due fenomeni anche rispetto al carattere x,
ossia affermo che anche in B si trova quest’ultimo carattere; per es. Franklin
nota che alla scintilla elettrica e al fulmine sono comuni alcuni caratteri, e
conclude che hanno pure comune la causa, donde la scoperta della causa del
fulmine e del mezzo per mitigarne gli effetti. Bisogna però notare che il
legame che esiste tra i caratteri a b c d e il carattere x dev’essere costante
e necessario, ossia deve avere il valore d’una legge ottenuta mediante il
procedimento induttivo; non dev’essere un fatto accidentale, giacché, come è
facile comprendere, in tal caso l’analogia non sarebbe possibile o sarebbe per
lo più errata. Molti errori di ragionamento che commette l’osservatore volgare
o poco circospetto dipendono spesso da false analogie. Uanalogia è sempre
ipotetica, mentre ciò non si può dire dell’induzione. Se per es. io osservo
sulla terra i caratteri abed. l’atmosfera, il calore, l’umidità e la vita, e
constato nel pianeta Marte i caratteri abe, sono tratto a inferire che anche in
Marte esiste il carattere d, ossia la iuta; però evidentemente questa inferenza
è ipotetica, e rimarrà tale finché l’esperienza non ne abbia provato la verità.
Quindi il ragionamento analogico è di uso assai delicato, e può condurre ad
errori assai frequenti anche nell’osservazione scientifica, come ce ne fanno
fede tanto le scienze che hanno per oggetto lo studio della natura, quanto le
scienze storiche. Un esempio celebre di fallaci analogie è quella già citata di
Newton intorno alla luce; è pure fallace quella che Platone stabili fra lo
stato e l’individuo, in forza della quale conchiude che debbono esservi tre
categorie di cittadini : servi, guerrieri, reggitori, come vi sono tre facoltà
dello spirito, sensibilità, affettività, ragione; Platone non volle vedere che
le proprietà osservate nell’individuo non corrispondono esattamente alle
funzioni esercitate dallo Stato ; in un errore simile sono caduti recentemente
quegli studiosi che hanno stabilito un’analogia molto stretta fra l’organismo e
la società e hanno affermato che le funzioni sociali debbono corrispondere alle
funzioni dell’organismo, riconoscendo nella società un cervello, i tessuti, la
circolazione del sangue, un sistema nervoso, muscolare ecc. La logica dell'
invenzione. Per ben comprendere la scienza nei suoi caratteri essenziali, per
coglierne lo spirito sotto le apparenze superficiali, bisogna ancora
considerare brevemente l 'invenzione, la ricerca creatrice, la quale non di
rado trascura i metodi, le forme e le vie comuni dell’indagine, giacché il
lavoro della mente che crea si compie spesso come in un’atmosfera nebbiosa e
oscura, spinto quasi da un presentimento della verità che è anteriore al
possesso chiaro e cosciente di questa. In qualche caso lo spirito dell’
inventore è avvolto dalle contraddizioni, non ha la coscienza ben chiara di ciò
che compie e dello scopo a cui mira, manca di rigore, di precisione,
d’evidenza; spesso nello scoprire una verità, grazie alla potenza intuitiva del
suo ingegno, salta a piè pari gli anelli intermedi che congiungono una verità
con un’altra, senza curarsi in nessun modo della continuità e della concatenazione
dei suoi ragionamenti. La storia ci prova ampiamente che una conclusione nuova
e giusta è uscita spesso da falsi ragionamenti, che un edificio creato dalla
nostra mente può essere esatto, mentre ne sono false tutte le singole parti;
non so quale scienziato ha un giorno esclamato: « Io non vorrei raccontare il
succedersi dei miei pensieri in una ricerca, perchè mi potrebbero giudicare o
un imbecille o un pazzo » . L’amore esclusivo dell’ordine, della chiarezza,
della logica razionale, l’orrore per la contraddizione, che si ritrovano negli
spiriti comuni e mediocri, sono non di rado assenti neigrandi inventori. Il
Turgot, uno dei più saggi filosofi del secolo XVIII ha scritto : « Se si
elevassero monumenti agli inventori nelle arti e nelle scienze, vi sarebbe un
minor numero di statue per gli nomini, che pei fanciulli, per gli animali, e
soprattutto, 4 per la fortuna » . L’importanza del caso nelle invenzioni
scientifiche è •] stata spesso esagerata, e va messa nei suoi giusti limiti;
esso 1 va inteso in un doppio senso: 1°. In senso largo, il caso dipende dalle
circostanze inteI riori e psichiche. Si sa che una delle migliori condizioni
per I inventare è l’abbondanza dei materiali, l’esperienza accumuj lata, un
periodo preparatorio lungo, complesso, laborioso, parI ticolare o generale, che
rende poscia lo sforzo efficace e facile; I nel dominio del pensiero, come
negli altri campi, non esiste 9 generazione spontanea. Le confessioni degli
inventori non lasciano alcun dubbio 9 intorno a questo punto, cioè intorno alla
necessità d’un gran I numero di schizzi, di saggi, di abbozzi preparatori, sia
che i si tratti d’uua macchina o d’un poema, d'un quadro o d’uu J edificio ecc.
; un’ incubazione profonda precede sempre l’e&pvjxa. 1 Qui il caso ha la
sua funzione incontestabile, ma dipende • J infine dall’ individualità, e da
questa spunta la sintesi impreM vista di idee che costituisce la scoperta. 11
caso, in senso limitato, preciso, è un accidente for1 tunato che suscita
l’invenzione, ma che non ha in questa il merito maggiore : si può dire che sia
piuttosto la convergenza jj di due fattori, l’uno interno, il genio
individuale, l’altro 9 esterno, l’avvenimento fortuito. È impossibile
determinare 9 tutto ciò che l’invenzione deve al caso inteso in questo senso;*
certo nell’ umanità primitiva l’efficacia ne deve essere stata I enorme: la
scoperta del fuoco, la fabbricazione delle armi, degli* utensili, la fusione
dei metalli sono state suggerite da accidenti 9 assai semplici, come, per
esempio, la caduta d’un albero attra1 verso un corso d’acqua può aver suggerito
la prima idea d’un 9 ponte. Nei tempi storici la raccolta dei fatti autentici
forme-'® rebbe un grosso volume; chi non conosce il pomo di Newton, la lampada
del Galilei, la rana del Galvani? Huyghens ha I dichiarato che senza un
concorso imprevisto di ch’costanze, l’invenzione del telescopio avrebbe
richiesto un « genio sovrumano », mentre si sa che è dovuta ad alcuni bimbi
che® giocavano con vetri nel laboratorio d’un ottico; lo SchònbeinH scopre l’ozono
grazie all’odore fosforico dell’aria quando è attraversata da scintille
elettriche; si dice che la vista d’un granchio abbia suggerito a Giacomo Watt
l'idea d’una macchina ingegnosa. Le scoperte di Grimaldi e di Fresnel sulle
interferenze, quelle di Faraday, Arago, Foucault, Fraunhofer, Kirchhoff e di
altri cento debbono qualche cosa al caso. L’ufficio del fattore esterno è
chiaro, mentre è men chiaro quello del fattore interno, benché sia capitale.
Infatti lo stesso avvenimento fortuito passa davanti a milioni d’uomini senza
suscitare nessuna idea nuova. Quanti Pisani avevano visto oscillare la lampada
nel celebre Duomo prima del Galilei! Il caso fortunato tocca solo a quelli che
lo meritano ; per profittarne occorre prima un acuto spirito d’osservazione,
l’attenzione sempre desta e vigile, infine, se si tratta di invenzioni
scientifiche o pratiche, la penetrazione che coglie i rapporti tra le cose e
avvicina caratteri ed elementi, che nessuno aveva pensato di riunire; in
conclusione il caso è un’occasione, non un agente di creazione. (*) Il Voltaire
attribuiva ad Archimede tanta immaginazione quanta a Omero; A. Baili, C.
Bernard, Th. Ribot hanno poscia determinato con una certa precisione l
’importanza che l’immag i nazione ha nell e scienze. Tra i caratteri essenziali
dell’immagi nazione, il cui meccanismo sempre e dovunque è presso a poco lo
stesso, sono notevoli i seguenti: 1°. Un’invenzione qualsiasi ha sempre i
caratteri d’un’opera d’arte, e nella sua unità rassomiglia ad un organismo
vivente; essa non è mai ottenuta mediante un lavoro d'intarsio discorsivo, ma è
il frutto d'un pensiero intenso e profondo più che metodico e minuzioso. 2°.
Ogni inventore è un uomo d’azione; il suo pensiero, cosi diverso da quello del
contemplatore o del critico, va dritto, rapido, è essenzialmente concreto e
specifico, flessibile, prudente, capace di adattarsi al variare delle
circostanze e alle minime indicazioni dell'esperienza. Si sa che l'abbondanza
dei ricordi non è una condizione sufficiente uè necessaria per creare; si è
anzi osservato che un’ignoranza relativa è qualche volta utile per innovare, e
favorisc e l’audacia; vi sono invenzioni scientifiche elio non si sarebbero
fatte séTIoro autori fossero stati trattenuti dai dogmi e dalle opinioni Ribot,
L'imagination créatrice, Alcali] dominanti nei loro tempi e ritenuti come
incrollabili ed eterni. La mente dell’inventore mira al fatto, al risultato.
3°. La facoltà inventiva per eccellenza, come ha osservato il Bain, consiste
nella facoltà di identificare, di percepire somiglianze e differenze, e suppone
quindi una singolare attitudine a pensare per analogie e por immagini; lo
scienziato non si distingue in questo punto dal poeta.Il metodo sistematico ha
per fine essenziale di dare alle cognizioni scientifiche un ordinamento
razionale e di ottenere la prova della verità. Mediante queste operazioni
l’insieme dei fenomeni che costituiscono l’oggetto di lina scienza diviene un
complesso ordinato nel quale tutte le parti hanno relazione e dipendenza
reciproca. Al primo ufficio la logica soddisfà con la teoria della definizione
e della divisione, che comprende la classificazione ; al secondo con la teoria
della prova e dei principi di prova. Quest’ultimo ufficio viene anche
attribuito ad una parte speciale del metodo, che appunto dicesi dimostrativo.
In tutte le scienze tali operazioni hanno molta importanza per diverse ragioni:
una raccolta di fatti e di cognizioni, come possiamo osservare nella tìsica,
nella botanica, nella zoologia ecc., quando viene fatta con ordine sistematico,
mette in maggiore evidenza la verità delle cognizioni rintracciate, che vengono
presentate in tal modo alla nostra intelligenza come riunite in un quadro dai
contorni chiari e ben determinati; in ciò il sapere scientifico si distingue
specialmente dal sapere comune e volgare che è per lo più disordinato, confuso,
e non distingue le nozioni importanti e generali da quelle che sono meno
importanti e particolari, ciò che è vero da ciò che è falso. Il valore e
l’utilità d’un ordinamento razionale si possono chiaramente stabilire
osservando l’ufficio che esso compie anche nelle raccolte di minore importanza,
come quando si tratta d’una biblioteca, d’un museo, d’un erbario eco., il
disordine fa perdere tempo all’osservatore e gli impedisce di apprezzare
l’importanza degli oggetti che ha davanti agli occhi. La definizione è In più
semplice delle forme sistematiche; precede la divisione e la classificazione,
poiché, se ogni nozione generale, come già abbiamo visto nella prima parte, ha
ima comprensione che è la somma dei caratteri che essa racchiude, ed
un’estensione, che è il numero degli esseri che, possedendo in comune quei
caratteri, trovansi raggruppati sotto quella nozione, la comprensione determina
l’estensione, e quindi la definizione determina la divisione. Ufficio primo
della definizione è quello di determinare con chiarezza e precisione le idee
che sono l’oggetto d’una scienza, ossia il co nte nuto dei singoli concetti;
ora la definizione d’un concetto si esprime, nel modo più semplice, mediante un
giudizio, nel quale il soggetto è il concetto che dev’essere definito e dicesi
appunto definito o definiendo ; e il predicato è quella nota o quell’insieme di
note, mediante le quali il soggetto viene definito, e dicesi definiente. La
definizione si può prendere in tre significati : è l’operazione o l’insieme
d’operazioni che mirano a determinare l’essenza delle cose ; e in questo senso
l’intendeva Socrate, che pel primo, al dire d’Aristotile, applicò la mente alle
definizioni. Definire era per lui cercare razionalmente l’essenza delle cose,
xò li iotiv ; cosi egli voleva determinare l’idea della giustizia, della
sapienza, della prudenza, l’idea dell'uomo politico, del giudice ecc.; la
definizione di queste idee e di quelle simili permetteva di misurarne
esattamente l’oggetto e il valore e quindi di regolare meglio la nostra vita
pratica. E chiaro che in questo significato la definizione è il mezzo della
scienza, in quanto tende alla conoscenza dei caratteri essenziali delle cose;
la definizione può anche essere il fine della scienza, ossia la nozione, il
concetto, nel quale si rende stabile il risultato della ricerca scientifica ;
infine la definizione può essere intesa come l’operazione, la quale consiste
nello sviluppare in una proposizione o giudizio il contenuto d’un concetto
ottenuto mediante la ricerca scientifica. In quest’ultimo significato è
l’espressione della scienza, la formula esplicita e breve dei risultati della
scienza. I caratteri e le note che formano il contenuto d’un concetto possono
essere numerosi e di specie diversa e di valore disuguale, e non possono di
conseguenza entrare tutti nella definizione scientifica; ma, poiché la scienza
ha per oggetto il generale, la definizione ha per oggetto ciò che dicesi
l’essenza ed esclude il particolare, l’accidente. Vediamo quindi che vuol dire
essenza d’un concetto. L’essenza è costituita dall’insieme dei caratteri intimi
che persistono in mezzo al variare delle relazioni e delle modificazioni
accidentali ; è ciò che l’essere possiede in sé stesso, ciò che non può cessare
d’appartenergli, senza che esso cessi tosto di esistere. Li’accidente è ora un
rapporto fortuito, come ad esempio il posto occupato da un individuo o da un
oggetto nello spazio e nel tempo, ora una modificazione accessoria che altera,
per cosi dire, soltanto la superficie dell’essere che la subisce, senza
toccarne il fondo, è, in generale, tutto ciò che avviene negli esseri per un
concorso fortuito di circostanze esteriori. Si comprende quindi come la
definizione escluda l’accidente e accolga solo ciò che è essenziale. Però
bisogna avvertire che questi due concetti non hanno limiti fissi, giacché
l’accidente può alla sua volta divenire oggetto di definizione; cosi, se non si
può definire l’uomo per mezzo di qualche malattia, cui vada soggetto, si può
però definire la malattia nei suoi caratteri essenziali, escludendone gli
accidenti particolari, ai quali esso può andare incontro. Però non tutte le
nozioni si possono definire in modo preciso e determinato, e nelle diverse
scienze, oltre le definizioni approssimate, come le idee di colore, tono,
sapore, vi sono definizioni oscillanti, come avviene per le idee che si
arricchiscono di continuo per mezzo dell’esperienza e mediante caratteri che
vengono aggiunti dalle nuove scoperte. Per esempio, dice Taine, la nozione che
un uomo ordinario ha del corpo umano è assai misera e incompleta: per lui è una
testa, un tronco, un collo, quattro membra d’un colore e di una certa forma; e
questi pochi caratteri gli sono sufficienti per la pratica usuale della vita ;
ma è chiaro che i caratteri propri del corpo umano sono infinitamente più
numerosi ; l'anatomico vuol sezionare, notare, descrivere, disegnareil manuale
che si dà agli studenti ha mille pagine, e occorrerebbe un bel numero d’atlanti
e di volumi per contenere le hgure e l'enumerazione di tutte le parti che
l’occhio nudo ha constatate. Se poi l’occhio s’arma d’un microscopio, questo
numero si centuplica; al di là del nostro microscopio, uno strumento piu
potente aumenterebbe ancora la nostra conoscenza; continuando per questa via la
ricerca non ha termine. Inoltre in alcune scienze le detinizioni segnano come
il punto d’arrivo della ricerca scientifica, in altre invece segnano il punto
di partenza. Cosi nella geometria, dove nessun ragionamento e possibile senza
le definizioni, queste debbono essere stabilite da principio; mentre nelle
scienze sperimentali, dove esprimono i risultati ottenuti, debbono
rappresentarne le conclusioni. E evidente che le definizioni del triangolo, del
circolo, del quadrato ecc. debbono precedere qualsiasi ragionamento intorno a
queste figure; e che la definizione delia « vita » nelle scienze biologiche non
può essere che il risultato di un gran numero di ricerche e di studi che
riguardano i fenomeni vitali. Infine nella definizione debbono entrare quelle
note che sono sufficienti per distinguere il concetto definendo sia dai
concetti simili, sia dai concetti che appartengono ad altre classi; per questo
si dice che la definizione si fa pel genere prossimo e per la differenza
specifica, de/ìnitio, dicevano gli Scolastici, fit per genua proximum et
differentiam specificavi. Definire pel genere prossimo, cioè per quel genere
che più, s avvicina alla comprensione del definendo, equivale a indicare il
gruppo di cui un oggetto o un individuo fa parte, e ' quindi attribuirgli
implicitamente i caratteri di questo gruppocosi per definire l’uomo è inutile
dire che è un animale vertebrato, mammifero-, quest’ultimo carattere, che
esprime il genere prossimo, è sufficiente, giacché implica i due primi.
Definire per la differenza specifica vuol dire constatare e determinare 1
caratteri speciali che appartengono solo al definendo e lo distinguono da tutti
gli altri esseri del medesimo gruppo. Cosi se al carattere « mammifero » noi
aggiungiamo, per designare l’uomo, quello di bimane, gli attribuiamo con
quest’ultimo concetto un carattere che lo distingue da tutti gli altri
mammiferi. Diverse specie di definizioni. Il metodo che si adopera nel lare una
definizione può essere duplice, positivo e negativo. Il primo consiste nel
riunire nella definizione tutti i caratteri che servono a determinare il
definendo; il secondo mira invece a stabilire i caratteri che debbono essere
esclusi e non possono attribuirsi al definiendo. Quest’ultimo metodo ó assai
meno perfetto e si può considerare, nella maggior parte dei casi, come un
complemento del primo. La definizione si suole distinguere in nominale e reale.
La definizione nominale ha per fine di spiegare e di determinare in forma
precisa il valore e il significato d’una parola, o di fissare il senso costante
di alcune parole attraverso le varietà mutabili delle significazioni
particolari. Essa ha valore logico non in quanto sia una semplice spiegazione
etimologica o sintattica, nel qual caso la definizione rientra nel campo della
grammatica, ma solo in quanto serva di preparazione alla definizione reale. Vi
è un certo numero di parole che non sono facilmente definibili pel numero e la
varietà degli elementi che contengono e che spesso sono il prodotto di varie
epoche storiche; di qui la difficoltà che s’incontra nel definire la « società
» oggetto di tante dispute nella scienza sociale contemporanea, la religione,
lo stato ecc. La definizione reale tende a darci invece l’essenza d’un
concetto, il valore intrinseco del definiendo, indicando i caratteri che questo
ha comuni con gli altri concetti simili, e quelli che ne lo differenziano; si
fa quindi, come s’è già detto, pel genere prossimo e per la differenza
specifica. Anche qui le difficoltà per ben definire non sono poche, quando si
tratti di concetti che si considerano come un prodotto storico o di concetti
scientifici, ai quali nuove esperienze possono di continuo aggiungere nuovi
elementi; sono minori per altre scienze, come ad esempio perle matematiche,
dove sono possibili definizioni perfette. Inoltre la definizione, considerata
sotto un altro aspetto, può essere anche analitica o sintetica. E analitica
quando risolve il concetto del definito in più altri concetti; per es.
l’eredità fisiologica è la trasmissione di caratteri speciali dell’organismo
dai progenitori ai discendenti; oppure: il cerchio è una curva chiusa che ha
tutti i punti^ della circonferenza equidistanti dal centro. L sintetica la
definizione, quando nel determinare i caratteri del concetto segue il processo
col quale il definiendo si è venuto formando, ossia costituisce un concetto per
mezzo di altri concetti più semplici. In questo senso la definizione può essere
detta genetica, in quanto espone la genesi d’un concetto ; e questa si può
considerare come la forma più perfetta del definire. Un esempio di definizione
genetica è il seguente : Se in un piano, tenendo ferma una retta ad un suo
estremo, la muovo sempre nello stesso senso e in modo che essa torni alla sua
posizione di partenza, descrivo una figura che dicesi circolo. Si sogliono
anche distinguere due specie di definizioni genetiche, la diretta e V
indicativa: è diretta quando essa stessa produce e costituisce il definiendo; è
indicativa quando espone il modo col quale il definiendo può essere prodotto da
cause che sono distinte dal nostro pensiero, come avviene delle cose prodotte
dalla natura, per es. dei ghiacciai, dei venti ecc. 5. Regole della
definizione. Le principali regole che si debbono seguire per ottenere una buona
definizione logica sono le seguenti : i concetti defi nienti non debbono essere
una semplice tautologia del concetto definito o definiendo, ossia il definiente
non deve ripetere colla stessa o con diversa forma grammaticale il definito,
come quando si dice che uomo bugiardo è colui che dice bugie. Questo errore
assai comune viene indicato dalla logica tradizionale colle note parole latine
: idem per idem definire. la definizione non dev’essere circolare, ossia non ci
deve spiegare il delùdente mediante il definito e viceversa, ricordando 1
errore del circolo vizioso, come quando si definisce la coscienza per la
percezione dei fatti interni, e questi ultimi vengono definiti per quei fatti
che si producono nella nostra coscienza. c) la definizione non dev’essere
negativa, ossia deve dire non già quello clie il definiente non è, ma quello
che è, ed esporre i suoi caratteri propri. Sarebbe negativa la definizione che
chiamasse la virtù la qualità opposta al vizio.la definizione dev’essere infine
chiara ed esatta, non dev’essere sovrabbondante, non essere nè troppo ampia, nè
troppo ristretta, deve evitare le espressioni improprie, oscure, e anche le
espressioni figurate, quando non contribuiscono a chiarire il concetto. Cosi
quando si dice che il bello è lo splendore del vero, non si giunge ad avere del
bello un concetto nè chiaro nè esatto. Le definizioni di questo genere
nascondono spesso l’ignoranza di cognizioni sicure e profonde intorno
all’oggetto che si vuole definire, oppure anche l’imperfezione della scienza.
6. La divisione. La divisione, intesa come operazione logica, determina
l’estensione d’un concetto, mentre la definizione ne determina la comprensione
; essa si riduce quindi a un giudizio, nel quale s’espongono le diverse specie
d’una idea generale, e il dividendo, che rappresenta il genere, fa da soggetto,
mentre il dividente, che contiene l’enumerazione delle diverse specie contenute
nel dividendo, fa da predicato. Anzitutto nella divisione bisogna considerare
le note contenute nel concetto da dividere, distinguere in esso gli elementi
generici, che sono costanti, dagli elementi variabili, che costituiscono il
cosiddetto fondamento o principio della divisione. Cosi nella nota divisione
delle lingue in monosillabiche, agglutinanti, flessive, le parti divise sono
queste ultime, il dividendo è il concetto lingua, e la divisione è fondata
sulla morfologia. Le regole della divisione sono le seguenti: La divisione deve
corrispondere esattamente all’oggetto suo, ossia le sue parti debbono
riprodurne tutta l’estensione, in modo che nessuna parte ne sia trascurata e
non ve ne sia alcuna superflua. Ogni divisione dev’essere fatta secondo un
unico principio. Così se dividiamo le opinioni professate dagli uomini in vere,
false e dubbie, la divisione posa sopra un doppio principio, la verità e la
certezza: le opinioni tutte, comprese quelle dubbie, sono vere o false ;
cosicché converrebbe fare due divisioni: a) tutte le opinioni sono o vere o
false; b) tutte le opinioni sono o certe o dubbie. 3°. La divisione non dev’essere
negativa, ossia ogni specie divisa deve avere caratteri propri, non già essere
una semplice negazione dei caratteri della specie opposta. Così è negativa
l’antica divisione degli animali in vertebrati e invertebrati. Le parti divise
debbono essere coordinate ed opposte: bisogna far in modo che nessun oggetto o
nessun essere possa venir collocato in due termini d’una medesima divisione.
Cosi chi dividesse i fenomeni naturali in fisici, chimici, psichici e volontari
cadrebbe nell’errore che è cagionato dal non osservare la presente regola ;
infatti i fenomeni volontari non sono nè opposti uè coordinati a quelli
psichici, ma subordinati ad essi, e ne sono parte. La divisione più semplice è
quella die dicesi dicotomia, la quale consiste nel dividere il genere in due
specie opposte, che si distinguono per la presenza nell'una e l'assenza nella
seconda d’un solo e medesimo carattere. La classi fic azion e delle scienze
concepita dal fisico Ampère è una vera e propria divisione dicotomica ; egli
infatti distingue le scienze in due grandi regni, scienze cosmologiche che si
occupano del mondo materiale e studiano la natura, e scienze nooloyiche che
studiano il mondo morale e spirituale. Ciascuna di queste classi si suddivido
alla sua volta in altre due classi minori e così di seguito; l'Ampère giunge
con questo metodo a stabilire cento ventotto scienze speciali, che abbracciano
tutte le cognizioni umane. La classificazione; utilità e specie diverse. Una
forma sistematica del sapere scientifico più importante di quella precedente è
la classificazione, la quale tende a presentare in modo compiuto e ordinato
tutte le parti che compongono un complesso di cognizioni omogenee. Essa si può
dire una divisione complessa risultante da una divisione principale e da una o
più divisioni subordinate o suddivisioni. Nella classificazione lo scienziato
parte da un concetto generale, ne distingue prima le specie immediate e più
generali ; in ciascuna di queste poscia le specie rispettive, finché giunga
fino alle ultime specie per mezzo di successive divisioni e suddivisioni. I
vantaggi che presenta un tale ordinamento delle cognizioni scientifiche sono
evidenti. Anzitutto il contenuto di nna data scienza viene compreso in un
prospetto sintetico, che abbrevia il tempo necessario per apprendere, riducendo
in un certo senso il numero delle cognizioni indispensabili; cosi per es. il
regno animale abbraccia probabilmente non meno di 600000 specie, che lo
zooologo riesce a conoscere in modo relativamente completo riducendo gli
individui in specie, le specie in generi, i generi in famiglie ecc.; il quadro
in tal modo semplificato può essere facilmente ritenuto e riprodotto dalla
memoria, benché non ci fornisca che una cognizione schematica o scheletrica
della natura, che per la scienza è però sufficiente e, pur sopprimendo i
caratteri particolari, estende mirabilmente il campo delle nostre conoscenze.
In secondo luogo la classificazione ci permette di apprendere non solo un
numero infinito di esseri o di oggetti, ma anche la loro 'parentela mediante le
loro affinità naturali. In tal modo l’immensità della natura viene riassunta
non solo in una forma concisa, ma anche in una forma ordinata ed armonica.
Inoltre la somiglianza e le affinità constatate tra gli esseri appartenenti ad
un dato gruppo permettono spesso di inferire altre somiglianze ed affinità
prima ignorate. Così, come dice il botanico Adriano de Jussieu, quando sappiamo
che un certo numero di piante costituiscono una famiglia, di solito siamo
tratti ad attribuir loro le medesime proprietà economiche e medicinali. La
classificazione può essere artificiale o naturale. La classificazione
artificiale, che ha uno scopo essenzialmente pratico e mnemonico, tende a darci
la conoscenza degli oggetti o degli esseri che si vogliono classificare fondandosi
sopra un numero ristretto di caratteri, i quali vengono scelti fra i più
appariscenti, senza badare alla loro importanza intrinseca; un esempio di
classificazione artificiale è l’ordinamento d’una biblioteca, dove i libri
vengono disposti o secondo l’ordine alfabetico, o secondo il formato, o,
meglio, secondo il contenuto. La classificazione naturale invece si ha quando,
per riprodurre in certo qual modo l’ordine della natura, è fondata sopra la
scelta dei caratteri più importanti, manifesti oppure occulti, permanenti
oppure evolutivi. La forma più perfetta di classificazione naturale è quella
detta genetica (da yiveatc nascita, origine, formazione) la quale tende a
classificare gli esseri secondo l’ordine della loro apparizione. Cosi la
biologia mira, secondo tale principio, alla classificazione genetica delle
forme viventi, la psicologia a quella dei fatti psichici, la filologia
comparata a quella delle lingue. Fondamento della classificazione. Il
fondamento della classificazione naturale è da ricercarsi, come si comprende
facilmente da ciò che già si è detto, non nelle pròprietà apparenti, ma nelle
primarie o causali, ovvero in quelle che sono segni di proprietà primarie o
causali; ossia bisogna fermare 1 attenzione sopra i caratteri che si posson
chiamare dominatori, perchè la presenza di ciascuno di questi trae seco
necessariamente quella d’un certo numero di caratteri subordinati, essendovi
tra un carattere dominante e i caratteri subordinati ad esso uniti un rapporto
costante e necessario, una legge non di successione, ma di coesistenza, di
contemporaneità. In altre parole, la presenza di certi caratteri fondamentali
fa supporre con certezza l’esistenza di altri caratteri; come avviene
specialmente nei gruppi animali. Per questa ragione le classificazioni
zoologiche sono fondate sui caratteri anatomici e fisiologici più importanti ed
essenziali; per esempio il pipistrello, che in apparenza ha maggior affinità
cogli uccelli, tuttavia è messo fra i mamini. ' b 01cllè ^ questi ultimi
possiede i caratteri dominanti; in modo simile la balena è mammifero e non
pesce ecc. E pur sempre per questo motivo di regola generale nelle
classificazioni scientifiche si va dall’idea più generale a quelle che sono a
queste immediatamente subordinate, e così di seguito a mano a mano alle specie
più distinte, senza omettere alcun anello intermedio. Il metodo dimostrativo ha
per fine di giustificare la verità delle conoscenze scientifiche, di accertare
noi stessi e gli altri d’una verità già scoperta facendola derivare dalla
verità d’altre conoscenze, per offrire in questo modo un fondamento logico alle
nostre osservazioni. La prova o dimostrazione, cosi concepita è un complemento
necessario delle altre operazioni logiche, le quali forniscono ed ordinano le
cognizioni scientifiche, ma non ce ne danno la giustificazione che appaghi la
nostra mente, collegando la verità d’una conclusione alla verità delle
premesse, come fa la prova. Nella prova bisogna distinguere tre elementi
principali : la tesi da provare. Ti*’er sé stesse in-, dimostrabili. Spesso
nella vita pratica, quando si vuole ottenere qualche line particolare, si parte
dalla tesi supposta vera e si dimostra come essa non porti a nessuna
conseguenza falsa. La prova diretta e regressiva o induttiva che dir si voglia
parte d ai particolari, come abbiamo già d et to, p er salire al principio
generale ; dimodoché la verità di questo si deve am 300 0 00000 mettere grazie
alla verità dei particolari sui quali si fonda. Questa forma di dimostrazione
ha la sua base nella verità del principio dell’ induzione, intorno alla quale
già a lungo si è discorso, essa si adopera in tutte le scienze, ma più
specialmente nelle scienze naturali, e meno nelle matematiche. •Sia per esempio
da provare la tesi seguente: la celerità della I erra nella sua orbita intorno
al Sole é in ragione inversa della distanza da esso; la prova si ottiene
osservando se è verificata almeno in due casi particolari, cioè quando la Terra
si trova nel punto più lontano dal Sole ossia nell’afelio, o quando raggiunge
la massima vicinanza col Sole, ossia nel perielio. La prova diretta regressiva
è d’uso assai frequente anche nella iuta pratica, quando per esempio si vuol
provare la bontà d un provvedimento o d’un disegno qualsiasi, applacandolo nei
casi e nelle circostanze particolari ; così Focione disapprovava nna spedizione
di poche navi che gli Ateniesi volevano tare contro una città, dicendo che era
troppo piccola per un’impresa ostile, e troppo grande per un atto d’amicizia.
Prova indiretta. La prova indiretta e progressiva si ha quando si prova la
falsità della tesi opposta o aj^gpi partendo da due principi generali. Sia per
esempio da provare la tesi : due rette perpendicolari ad una terza sono
perpendicolari fra di loro; si prova la falsità dell’antitesi: due parallele
perpendicolari ad una terza non sono parallele fra di loro, partendo dal
principio generale che « da un punto preso fuori di una retta non si può sulla
medesima abbassare che una perpendicolare. Una seconda forma della prova
indiretta e progressiva si ha quando si dimostra che V antitesi conduce a
conseguenz e le duali o jono assurde, o sono in co ntraddizione con prin cipi,
la cui verità è solidamente stabilita e non si può in nessun casomeitere m
dubbio. Sia per esempio da provare la tesi seguente : il triangolo equilatero
non può essere rettan golo; si ammette, per ipotesi, che sia vera la tesi
opposta: il triangolo equilatero può essere rettangolo; in tal caso la
conseguenza è che il triangolo equilatero dev’essere anche equia ngolo ; e poiché
ciò non è possibile ammettere, perchè dovrebbe avere dille angoli retti, si
conchiude essere falsa l’antitesi e vera la tesi da provare. La prova indiretta
regressiva, che dicesi anche ap^gogica o induttiva, si ha quando si vuol
provare la tesi esponendo quali principi assurdi bisognerebbe accogliere se si
ritenesse T vera l’antitesi. Cosi per dimostrare la necessità del governo che
diriga e regoli l’attività dei cittadini, si espone quali principi falsi
bisognerebbe ammettere intorno agli uomini, per j~~l dimostrare che l’anarchia
è utile e giovevole alla società umana. I principi supremi delle scienze. Le
scienze hanno per fine proprio la spiegazione della natura, la quale si
presenta a noi come una massa enorme di fenomeni; spiegare i quali vuol dire
per la mente umana ricondurli sotto rapporti di più in più semplici e generali,
finché si giunga ai princip! supremi e irriducibili di ciascuna scienza, cioè a
quei! principi e a quelle leggi che non si possono derivare d a i.rin-l o c a
leggi piu__semplici. La dimostrazione ci conduce in i ultima analisi a tali
principi supremi, giacché, dovendo una di giostrazione fondarsi senti r e soura
altre verità già areni? ] t a^e, dipende da altre dimo str azioni ole
presuppone: ina in u imo devesi giungere n e cessariamente a verità fondamen' ^
mdimos trabil i, e che sono evidenti per sè stesse . osi nella meccanica i
principi irriducibili sono le leggi fondamentali e più generali del movimento;
nella fisica l’inerzia. l’equivalenza e la trasformazione delle forze; nella
chimica la teoria atomica; nella biologia, la contrattilità, l'assimilazione e
la proliferazione dell’elemento anatomico, ossia la vita, che le scienze
biologiche studiano in tutte le sue svariate manifestazioni. L’irriducibilità
di queste leggi appare manifesta: il moto non si può dedurre dalla quantità, nè
1 attrazione dal movimento, nè l’attività dall’attrazione. ) E necessario però
notare che se ciascuna scienza ha prin li -riducibili e fondamentali, tuttavia
le scienze tutte formano nel loro complesso una specie d’organismo, le cui
parti sono strettamente collegate fra loro e si aiutano di continuo a vicenda;
giacché sappiamo che nè il fisico può fare a meno nelle sue ricerche delle
cognizioni matematiche, nè il chimico delle cognizioni fisiche, nè il fisiologo
delle cognizioni di fisica e di chimica e cosi di seguito. \ odiamo inoltre che
i principi fondamentali costituiscono una sene di nozioni di complessità
crescente, in modo simile a . quello che è già stato osservato nella
classificazione delle scienze del Cointe; infatti c iascun a nozion e, pur
contenendo un fiuid irriducibile, cade sotto l’estensione del principiar
piecede, e diviene di questo un caso par ticolare . Così, coni* piuta per mezzo
dell’astrazione e dell’analisi la distinzione delle proprietà fondamentali, ne
succede tosto la sintesi: il movimento s’aggiunge alla quantità, l’affinità
chimica all’attrazione, al movimento e alla quantità ecc. Definizioni, ipotesi,
postulati, assiomi. I principi supremi delle dimostrazioni si possono ridurre a
quattro classi principali: le definizioni, le ipotesi, i postulati, gli
assiomi. Le definizioni, secondo quanto s’è già stabilito, conten-UPF'iNf£)
Gomperz] dere, dipendono sopratutto dall’esame critico e dal buon senso
dell’osservatore. Il secondo caso è quello della verisiiniglianza quantitativa,
o calcolo delle probabilità, che consiste nel determinare quale di due
affermazioni di materia identica, ma opposte, sia più probabile; se la causa a
ha ora per effetto b, ora per effetto c, sicché sia vero ugualmente che a
produce b e che a non produce b, si tratta di vedere quale dei due effetti b o
c è più probabile; chiamando m i casi di b ed n quelli di c, evidentemente sarà
più probabile quello degli effetti, che ha per sé il maggior numero di casi
favorevoli. Il probabilismo ha le sue radici nell’antichità e si può dire che
sia sorto con l’arte oratoria; i primi retori siciliani Corace e Tisia
considerano il verisimile (sìxós) come lo strumento necessario della retorica,
e distinguono due specie ‘»i, ver isimiglianza, 1 assoluta (eìxój àTUÀòi;) e la
relativa (eìxó? Tt); i filosofi della Nuova Accademia, soprattutto Arcesilao e
Cameade acuti osservatori della vita, sostengono che in nessun dominio del
sapere noi possiamo raggiungere la verità e, per conseguenza, la certezza
assoluta, ma che dobbiamo in ogni caso accontentarci di semplici probabilità.
Probabile aliquid esse (dicebat) et quasi verisimile eaque se uti regula et in
agenda vita et in qunerendo ac disserendo CICERONE, Acad.). Dopo saggi importanti
di Pascal, di Bernouilli e di Leibniz, la logica del probabile trova, nei tempi
moderni, due cultori eminenti nel Laplace e nel Cournot. Il grande Trattato del
Laplace comprende due parti: una parte matematica, la Teoria analitica delle
probabilità, e una parte filosofica, Saggio filosofico sulle probabilità, che
espone, senza l’aiuto dell’analisi matematica, i principi della teoria delle
probabilità, i suoi risultati generali e le applicazioni più importanti. Il
calcolo delle probabilità riposa, secondo il Laplace, sulla nozione del caso
che ha il suo fondamento nella nostra ignoranza delle cause e serve a
dissimulare la nostra debolezza, giacché nell’universo tutto è rigorosamente
determinato e bisogna considerare lo stato presente del mondo come l’effetto
dello stato anteriore e come la causa di quello che deve seguire. La causa che
è manifesta in certi fenomeni semplici, per es. nei fenomeni celesti, ci sfugge
in altri fenomeni più complessi, che noi, nella nostra ignoranza, attribuiamo
al caso. Benché la scienza tenda a eliminare sempre più i casi fortuiti,
tuttavia non è sempre facile respingere l’ipotesi del caso: perciò le
probabilità hanno una grandissima importanza nelle conoscenze umane. « Le
questioni più importanti nella vita sono per la maggior parte problemi di
probabilità; anzi, parlando con rigore, si può dire che quasi tutte le nostre
conoscenze sono solamente probabili, e, che nel piccolo numero di cose, che,
nelle stesse scienze matematiche, possiamo sapere con certezza, i mezzi principali
per giungere alla verità, l’aualogia e l’induzione, si fondano sulle
probabilità. Cournot nel 1843 pubblica la sua Esposizione della teoria dei
rischi e delle probabilità », colla quale vuole insegnare alle persone, che non
conoscono le matematiche superiori, le regole del calcolo delle probabilità,
senza le quali, non possiamo renderci un conto esatto nè della posizione delle
misure ottenute nelle scienze d’osservazione, nè del valore dei numeri forniti
dalla statistica, nè delle condizioni del successo di molte imprese
commerciali. Chiamasi probabilità matematica d'un avvenimento il rapporto
esistente tra il immero dei cas i favorevoli a questo avvenimento e il numero
di tutti gli altri casi possibili ; laonde tutti questi casi debbono essere
egualmente possibili. Prendiamo un paio di dadi da giocare, in forma di cubi
geometricamente regolari e affatto eguali; in queste condizioni non si può
ammettere che, gottando i dadi nel modo consueto, i dadi caschino sopra una
faccia piuttosto che sopra un’altra; in altri termini, i casi di caduta d’ogni
dado sono ugualmente possibili. Ogni faccia dei dadi è segnata con numeri
(dall'uno al sei eompreso) e tutti e due i dadi si gettano nel medesimo tempo;
è chiaro che ogui faccia d’uno dei dadi può cadere con ogni faccia dell'altro
dado; si avrebbero così 36 casi possibili di combinazione di numeri a due a
due. Indicando l'uno dei dadi con A e l’altro con B, possiamo comporre la
seguente tabella dei 36 casi possibili. TAam» o Cl l u A B 11 1 2 1 3 1 4 1 5 1
6 A B 2 1 2 2 2 3 2 4 2 5 2 6 A B 3 1 3 2 3 3 3 4 3 5 3 6 A B 4 1 4 2 4 3 4 4 4
5 4 6 A B 5 1 5 2 5 3 5 4 5 5 5 6 A B 6 1 6 2 6 3 6 4 6 5 6 6. Come si disse,
tutte le combinazioni di questa tabella sono ugualmente probabili: cosi l’avere
il numero 5 sul dado A e il numero 2 sul dado B, è ugualmente probabile cbe
l’avere 6 e 6 su tutti e due i dadi. Ma se consideriamo la sortita dei numeri 2
e 5 indipendentemente dal dado sul qualo possono comparire, allora la
probabilità di sortita di questa coinbinnzione si distinguer» dalla probabilità
di sortita dell'altrn combinazione 6 o 6 per questo, che la prima combinazione
s'avrà tanto con 5-2 cbe con 2-5, mentre la combinazione 6 e 6 rimarrà limitata
n una sola volta fra le 36 coppie di numeri. In questo modo la probabilità
matematica di sortita dei numeri 5 e 2 (rimanendo indifferente cbe ciascun
d’essi appaia sul dado A o sul dado B) sarebbe di */j 0 ossia di ‘/ist mentre
pei numeri 6 e 6 è solo di '/ss Se poi consideriamo la sortita, sui due dadi,
di numeri tali che la loro somma corrisponda ad una quantità desiderata, allora
la probabilità d'avere questa somma sarebbe, por le differenti qualità, affatto
diversa. Così per os. il numero 2 si potrebbe avere in un modo solo, cioè
coll’uscita dei numeri 1-1, mentre il numero 7 si potrebbe avere nei seguenti
modi : 1-6, 6-1, 2-5, 5-2, 3-4, 4-3, per cui la probabilità dell'uscita del
numero 2 sarebbe di l jn, del numero 7 sarebbe di e / 3 «. Dalla definizione
data della probabilità matematica, risulta che essa è sempre una frazione, vale
a dire un numero di parti dell’unità, alla quale questa probabilità s’avvicina
tanto più quanto maggioro è il numero dei casi favorevoli all’avvenimento in
confronto doi casi possibili. Questa frazione potrebbe cambiarsi nell’unità
solo quando non esistesse nessun caso sfavorevole all'avvenimento aspettato;
ecco perchè l’unità si considera come il simbolo della certezza. Carattere
generale delle scienze storiche 2. Oggetto delle scienze storiche ~ 3.
Svolgimento del concetto di storia 4. La storia ì> una scienza o un’arte? La
critica storica 6. Esiste una scienza generale della società? Il metodo nello
studio dei fenomeni sociali. Carattere generale delle scienze storiche. Come si
è già accennato parlando della classificazione delle scienze, la storia ha per
oggetto il particolare, l’ individuale, ciò che esiste una volta sola e non si
ripete mai. Per comprendere il valore di questa affermazione e per stabilire a
quali scienze si può sicuramente applicare, bisogna anzitutto determinare con
esattezza il significato dell’espressione: fatto o avvenimento individuale di
cui si occupa lo storico. Individuale è, in questo caso, ciò che si riscontra
una sola volta nel mondo, tanto se il fatto è singolare, cioè non appartiene
che a un solo corpo o essere, quanto se è generale, cioè comprende una
collettività, è comune a più esseri. In tal senso si considerano come fatti
individuali : la sovrapposizione degli strati, terrestri, la quale non si è mai
ripetuta nel corso del tempo ; le specie vegetali e animali scomparse che hanno
popolato la terra solo in un’epoca determinata; tutti i fatti storici
propriamente detti, che non si sono prodotti che una sola volta nel passato,
come gli imperi egiziano, babilonese, persiano, la civiltà greca, la conquista
macedone, la dominazione romana, l’invasione dei barbari, il feudalismo,
l’impero di Carlo Magno, le Crociate, l’emancipazione dei Comuni, lo
assolutismo del secolo XVII, la Rivoluzione francese e così di seguito. Tutti
questi fatti e gli altri simili ad essi sono individuali, perchè si constatano
una sola volta nelle formazioni dello spazio e in quelle del tempo. I fatti più
universali sotto l’aspetto dello spazio possono entrare nel quadro della storia
tostocliè vengano individualizzati nel tempo, ossia quando si sono prodotti una
sola volta nei secoli decorsi. Appunto in questo senso, secondo la nota ipotesi
del Laplace, il nostro sistema planetario è passato dalla nebulosa primitiva
allo stato attuale attraverso a tappe successive che non si sono mai riprodotte
nel corso del tempo. La stessa cosa si può affermare delle modificazioni subite
dalla crosta terrestre, dei fatti della storia umana: si è vista una sola volta
l’epoca della pietra rozza, una sola volta l'epoca della pietra levigata e
quella del bronzo; gli uomini d’un paese sono pure passati una sola volta dallo
stato di cacciatori a quello di pastori, e da questo allo stato di agricoltori.
Anche quando sembra che i fatti storici si ripetano, codesta ripetizione è
talmente differente, che i fatti, i quali paiono ripetersi, in realtà sono
nuovi. Cosi la produzione letteraria si è manifestata in tutte le epoche; ma in
ciascuna epoca essa ha rivestito un carattere particolare: la letteratura
classica del periodo aureo in Grecia e in Roma è ben diversa dal nostro
Cinquecento o dalla letteratura francese dell’epoca di Luigi XIV. Ciò che
bisogna considerare in queste fioriture letterarie non è già il fondo comune
umano, la tendenza ad esprimere il bello mediante la lingua, ma la forma
diversa colla quale tale tendenza si è manifestata. Lo stesso avviene di tutti
gli altri fatti storici: tutti si ripetono, poiché l’uomo rimane sempre il
medesimo, coi suoi bisogni e colle sue aspizioni; ma il contenuto delle sue
produzioni varia di continuo e le opere sue sono sempre differenti, possiedono
un carattere individuale. Ben diversa è la concezione dei fatti universali nel
tempo, ossia di quelli che si ripetono con differenze trascurabili, come la
rivoluzione dei pianeti intorno al Sole, la circolazione dell'acqua sulla terra,
lo scambio d’ossigeno e d’acido carbonico tra le piante e gli animali ecc. Sono
fatti che si sono prodotti, si producono, e, possiamo dire, si produrranno
anche nel futuro, quando siano date le condizioni necessarie in forza del
postulato dell’uniformità delle leggi di natura, di cui già si è parlato
diffusamente. Invece, dei fatti storici si può affermare che sono fatti di
successione, i quali sono avvenuti una sola volta e non avverranno più; il che
porta ad una eouseguenza importante, cioè che i fatti storici non si possono
esprimere, come i fatti naturali, per mezzo di leggi universali e necessarie. \
Questa è la differenza più grave che corra fra le scienze che si possono dire
di sviluppo e di successione e le ricerche teoriche, cioè quelle che studiano i
fatti di ripetizione. Alcuni sociologi hauuo creduto di ritrovare nella storia
alcune leggi sui generis: essi, considerando le serie intere di fatti
successivi come fatti singolari, le hanno riunite in fasci c ne hanno tratte
leggi mediante gli stessi procedimenti che le scienze nomotetiche applicano ni
fatti singolari di ripetizione. In tal modo si è tentato di formulare la Ugge
dell’evoluzione religiosa, secondo la quale le concezioni religiose sono sempre
passale attraverso a tre stati consecutivi : il feticismo, il politeismo e il
monoteismo (Spencer, Gumplowicz); la legge dell’evoluzione politica, espressa
nella formula seguente: la serie politica incomincia con l'anarchia, passa pel
clan famigliare, per la tribù repubblicana dapprima, più tardi monarchica e
aristocrntica, giunge alla monarchia dispotica, e infine, con uu ritorno
corretto verso le sue origini, arriva ni governo parlamentare (Letourneau); la
legge dell'evoluzione della pittura, che nei suoi primordi è religiosa, per
dare origine alla pittura mitologica come ramo parallelo, la quale alla sua
volta divieue pittura storica; da quest’ ultima si stacca la ritrattistica, che
dà origine al genere, per giuugere infine per il paesaggio alla natura morta
(Brunetière). Ma non una di queste leggi e delle altre simili può reggere
all'esame dei fatti; esse non sono che generalizzazioni arbitrarie, che non
hanno il più piccolo fondamento nella realtà delle coso. (') 2. Oggetto delle
scienze storiche. Adunque la storia, concepita nel suo significato più logico,
ha per fine essenziale di esporre lo sviluppo complessivo dell’universo, a
cominciare dalla formazione dei corpi celesti, svoltisi dalla nebulosa
primitiva secondo il principio ipotetico del Laplace, per giungere, attraverso
alla geologia e alla trasformazione successiva degli organismi vegetali e
animali, allo sviluppo dello spirito umano, al quale in modo più speciale
s’applica il nome di storia. In questo complesso entrano tanto i fatti
universali quanto i fatti singolari considerati nello spazio, ma che sono però
XÉNOPOi., Le caracthrcde l’histoire, in Jievue phil.. Lee principes
fondatHeniau.r de l’histoirè. Paris, Lerotut. tutti individuali considerati nel
tempo, ossia che non si sono prodotti che una sola volta nel corso del tempo e
non si riprodurranno più nell’ identico modo : ogni fatto è unico e non
rassomiglia ad alcun altro in maniera completa. Tali sono per esempio: la
successione di zone sedimentarie nei terreni secondari o terziari; le
trasformazioni successive attraverso le quali sono passati i sauriani rettili
per mutarsi in uccelli, o quella dell ’elephas antiquus per divenire l’elefante
che osserviamo ai nostri giorni; oppure le vicissitudini per le quali ha dovuto
passare l’Impero germanico o la Penisola italica per arrivare alla forma
unitaria attuale, o la trasformazione dell’epica cavalleresca leggendaria e
primitiva nelle opere individuali del Pulci, del Boiardo e dell’Ariosto. Per
evitare equivoco, è però necessario in questo punto uno schiarimento; cioè
bisogna stabilire una distinzione tra l’esposizione scientifica naturale e
l’esposizione storica d’un oggetto o d’una classe d’oggetti, per esempio degli
esseri viventi, della società umana ecc. Cosi la biologia concepita come
scienza naturale, che mira a farci conoscere le leggi generali che governano la
vita degli animali e dei vegetali, non si deve confondere colla biologia
considerata come scienza storica, la quale ha in vece per fine di studiare le
successive modificazioni e trasformazioni dei medesimi esseri sulla superficie
della terra dal primo momento, se è possibile, della loro apparizione fino ai
nostri giorni ; in modo simile la società umana può essere oggetto d’una
scienza naturale, in quanto questa la studia e l’analizza nella sua maniera di
essere, di vivere, nella dipendenza dei suoi elementi ; e può anche essere
oggetto d’una esposizione storica nel senso comunemente inteso, in quanto ne
espone le vicende successive. È quindi evidente che nello studio di certe
classi di oggetti il metodo naturale, che vuole stabilire leggi, e il metodo
storico, che vuole invece stabilire il modo di successione dei fenomeni,
possono alternarsi, ma non confondersi; giacché le leggi naturali non si
applicano che ai fenomeni che si ripetono e non esprimono che il carattere
quantitativo dei rapporti tra Rickert, Die Qrensen der naturwisseuschaftlichen
liegriffsbildung. Leipzig, Mohr i fenomeni, mentre la storia si occupa solo del
lato qualitativo dei fenomeni, e afferma che non vi sono due individualità
storiche che si rassomiglino, due avvenimenti che si possano ricondurre sotto
la medesima nozione generale o legge che si applichi tanto al presente quanto
al passato. Noi ci limiteremo qui ad esporre per sommi capi le regolo metodiche
più. importanti che riguardano lo studio dei fatti umani, cioè che riguardano
la storia propriamente detta, la quale ci interessa più da' vicino. Svolgimento
del concetto di storia. Le varie trasformazioni cui il concetto di storia andò
via via soggetto servono a mettere in evidenza i vari elementi che lo
compongono e a farne conoscere meglio la vera indole e lo scopo. L’idea di
cercare un disegno generale della storia non si era presentata, nè si poteva
presentare, agli antichi, i quali non avevano un concetto chiaro dell’unità del
genere umano. Erano talmente immedesimati nella società e civiltà in cui
vivevano e di cui facevano parte, che non sapevano riconoscere e pregiare il
valore d’un’altra : lo straniero era per essi un barbaro; essere civile, pei
Romani che conquistarono il mondo, voleva dire accettare le leggi, le
istituzioni, le idee di Roma, divenire in una parola, romano. La storia ha però
trovato in Grecia e in Roma cultori di grande valore ; pel primo Tucidide
rivolge lo sguardo sui fattori politici e, quasi, sulla base naturale
degl’avvenimenti, le cause dei quali ricerca non già nelle disposizioni di
esseri sopra-naturali, ma soprattutto nelle condizioni in cui si trovavano i
popoli, negli interessi degli stati, e, in piccola misura, nei capricci e nelle
passioni degl’individui; egli vuol descrivere il corso delle cose umane, come
farebbe per quello dei fenomeni naturali, ricerca la verità con zelo
infaticabile, e nessuno sforzo, nessun sacrificio risparmia, per raggiungerla,
per dare dei fatti un’esposizione esatta. Col cristianesimo si diffuse il
concetto d’un Dio unico, creatore e guidatore del mondo, innanzi a cui tutti
gli uomini sono eguali; e cosi sorge anche il concetto d’un disegno, Kickkbt,
nella storia, d’una niente superiore, che conduca ad un fine determinato. E
noto che questo concetto apparve per la prima volta nella Città di Dio
d’Agostino e nelle Storie del suo discepolo Orosio. Cosi comincia quella che fu
chiamata scuola teologica, la quale in sostanza era la negazione del vero
metodo storico e la rendeva impossibile. Infatti l’uomo diveniva un cieco
strumento, senza proprio valore, nelle mani di Dio. che guidava i popoli come
un cocchiere guida i cavalli; i popoli sorgono o cadono, perchè Iddio avvicina
o allontana da essi la sua mano; le leggi dei fatti bisogna cercarle nella mente
divina, in cui ai mortali non è dato penetrare. Quindi l’errore fondamentale
non stava già neU’ammettere un Dio creatore dell’uomo e. regolatore della
storia, ma nel metodo che si voleva seguire. Anche Galileo Galilei credeva in
un Dio creatore del mondo, autore dello leggi della natura; ma egli cercava
queste ultime studiando la natura e i suoi fenomeni. Invece gli scrittori del
Medio Evo pensano che gli avvenimenti storici sieno esclusivamente opera della
Provvidenza divina, considerano l’uomo come un semplice strumento e la vita
terrena non altro che una preparazione alla vita celeste. Coi grandi storici
del Rinascimento italiano questo concetto è totalmente abbandonato; nelle
storie del Machiavelli e del Guicciardini, infatti, la Provvidenza è scomparsa
del tutto; essa non è mai chiamata a spiegare qualcuno dei grandi avvenimenti
storici. Tutto ciò che avviene nella storia è, per gli scrittori del
Rinascimento, opera dell’uomo, e dell’nomo individuo civile, razionale. Però
l’uomo non è considerato come parte integrante della società, ma isolato,
immutabile. Così il Machiavelli nel primo libro delle sue Storie narra gli
avvenimenti dell’Europa nel Medio Evo: perchè i barbari si precipitano
sull'impero? perchè uno o un altro generale romano offeso, geloso, irritato, li
chiama per vendicarsi. Perchè seguono le Crociate? perchè Urbano II, non avendo
altro da fare, pensò di darsi ad una « generosa impresa. V’è sempre un
capitano, un politico, un uomo di Stato, che è la causa di tutto ; è esso che
fa le leggi, che fonda una repubblica o una monarchia, che muta i governi, che
apparecchia le congiure, le grandi rivoluzioni e le conduce al fine desiderato;
non vi sono forze generali d’alcuna specie che operino : l’uomo rimane sempre
lo stesso, e le differenze che vediamo di secolo in secolo, da nazione a
nazione, sono secondarie, più apparenti che reali. Queste idee durarono fino al
secolo 2àlll. Il primo che osò prendere una via a fiat io diversa fu Vico. Egli
accetta il pensiero degli uomini del Rinascimento, cioè che le cause dei fatti
storici sono da ricercarsi unicamente nell’uomo e nelle modificazioni dello
spirito umano, « questo mondo delle nazioni è pur fatto dagli uomini e bisogna
quindi ricercarne leej-ipiegazione nella mente umana * ; non crede però che
l’uomo rimanga sempre lo stesso attraverso a tutte le trasformazioni sociali,
ma assicura invece che lo spirito umano muta col mutar dei tempi e che, se
vogliamo, per esempio, comprendere l’infanzia del genere umano, dobbiamo uscire
di noi stessi, rifarci in certo qual modo fanciulli. Questo è il concetto che
avviò la storia per una via nuova e che fa del Vico il precursore
dell’indirizzo seguito più tardi dal Wolf, dal Niebuhr, dal Savigny. Questi
ultimi iniziarono un nuovo metodo, studiando con metodo scientifico e con
grande pazienza i linguaggi, le mitologie, il diritto, la società primitiva, le
antiche istituzioni. Questa scuola pose in evidenza che la mitologia, i
linguaggi, le società nascono e crescono secondo leggi determinate, senza
essere creazione personale dell’uomo: l’uomo non appariva più, quale una volta,
come un essere immutabile in tutti i tempi, i tutti i luoghi, con facoltà
sempre identiche in ogni età, in ogni razza o civiltà diversa ; ma d’ora in ora
continuamente mutabile, ed in questa sua mutabilità, in questo suo continuo
diveìiire doveva essere studiato. Di qui ha avuto principio quell’immenso
lavoro di indagini che va rinnovando ab imis fundamentis tutta la storia del
passato e disseppellendo ad una ad una le antiche civiltà ; si tende ad una
ricostruzione completa degli avvenimenti storici, fondata sulla conoscenza
critica delle fonti e di tutte le forze che agiscono nei gruppi sociali e dei
bisogni che cagionano i movimenti delle masse umane. Intorno alla Vili.ari,
Scritti rari; il saggio “La Storia è una scienza? „ passim. Bologna,
Zanichelli] Pane natura di questi bisogni spuntano le divergenze delle
concezioni storiche, oggidì assai numerose. Secondo la concezione eroica non
sono altro che ^bisogni degli eroi e dei geni che póngono in moto quella màis
in(ììgéstaqtte moles che è l’umanità; è una spiegazione insufficiente, che
riposa sopra una concezione antiscientifica della causalità, confonde
l’occasione del movimento storico con la sua causa e cade in un circolo
vizioso, poiché conclude dall’importanza dei risultati ottenuti dall’uomo di
genio a quella della sua energia, e fa poi di questa energia supposta la causa
dei risultati ; già Niccolò Machiavelli ha notato che la storia insegna che i
tempi porgono l’occasione ai grandi e questi sanno afferrarla, mutando spesso
il corso degli avvenimenti. Una concezione ideolo gica della storia si ritrova
nella celebre opera di H. Th. Buchle « Storia della civiltà in Inghilterra ; »
le azioni umane, secondo questo scrittore, vengono determinate parte dalla
natura, parte dallo spirito. Il primo fattore si assoggetta il secondo, ed è
quindi preponderante, nelle zone calde e fredde, mentre nei paesi temperati,
come nell’Europa, la natura è subordinata allo spirito; gli Europei debbono la
loro civiltà ai progressi del sapere e dell’ intelligenza ; però la civiltà non
è già il prodotto arbitrario e casuale di cieche forze fisiche o di potenze
spirituali, ma si deve considerare come il risultato necessario d’una serie di
cause strettamente tra loro concatenate. La concezione collettivista, sorta di
recente, vede la causa dei movimenti indicati in un « bisogno delle masse », e
specialmente in un bisogno economici) ; la forma più importante di questa
concezione economica della storia è il cosiddetto materialismo storico, che ha
il suo principale rappresentante e fondatore in Marx. Questi sostiene che t
utto lo sviluppo sociale è determinato dal sistema economico, che alla sua
volta dipende dalla forma e dallo svilnpup della produzion e. La struttura economica
della società, egli dice, è la base reale, su cui s'eleva poi 1 edificio
giuridico e politico, cosicché i (_ modo dì produzione della vi ta m&tedale
domina in generale lo sviluppo della vita sociale, politic» o Il Principe, ed.
carata da Lisio. Firenze, Sansoni] intellettuale . Il Marx distingui nella
storia dell’umanità tre periodi principali : il periodo a ntico, il f eudale,
il borghese o capitalista, tutti caratterizzati dal differente modo di
produzione : ciascuno porta ingenita la sua propria contraddizione e ci mostra
il progresso come uno sviluppo storico necessario. Il regime borghese, nel
quale viviamo, è d’origine recente, giacché incomincia nel -secolo XVI, quando
i grandi proprietari invadono a poco a poco il dominio dei grandi coltivatori,
spingendo nelle città gli abitanti delle campagne. La soppressione dei mestieri
e l’invenzione delle macchine hanno dato un grandissimo sviluppo all’industria,
nella quale s’ impiega un numero sempre crescente di lavoratori. La storia è
c|uindi dominata dal sistema economico e non avrebbe c he una fonte p
rincipale: i Jjiso^ni mat eriali dell nomo; l’organizzazione economica che
oravecliamo non è l’espressione di leggi economiche eterne, ma non altro che
una modificazione dell’organizzazione economica medioevale, che alla sua volta
deriva dall’antica. Il fatto economico è per natura sua esclusivamente umano ;
precede nel tempo tutti gli altri fenomeni sociali, poiché, come Aristotile ha
già osservato fino dall’antichità, gli uomini non potevano porsi a speculare
prima d’aver provveduto ai loro naturali bisogni ; infine è tra i fatti sociali
il più semplice. È innegabile che i fatti economici hanno sopra gli altri fatti
sociali una efficacia spesso decisiva, e che quindi la loro conoscenza ha molta
importanza nella spiegazione dello svolgimento storico delle società umane.
Però non bisogna dimenticare il legame che uni sce gli uni agli altri i fenomen
i s ociali: il diritto, l a religione, la morale, reconomia, la po Jitìca.
tutte le categorie di fatti che l’analisi distingue sono unite fra loro da
reciproche influenze ; lo stesso Marx ha notato ciò che v’è di contingente nei
progressi della tecnologia, ciò che questa deve al caso, alle gr andi inv
enzioni e all’im t elligenza . Quindi il materialismo storico, secondo recenti
interpreti, LABRIOLA e CROCE, fornisce una somma di nuovi dati, di nuove
esperien ze., che entra nella coscienza dello storico, si risolve in un
ammonimento a tener presenti le osservazioni fatte da esso come nuovo sussidio
a intendere la storia. La storia è una scienza o un’arte? Importante è pure la
questione non ancora chiusa se la storia sia una scienza oppure un arte;
ponendola alcuni risolutamente fra le scienze, altri fra lo arti, ed altri
accordandole i caratteri d’una scienza e nel medesimo tempo d un’arte. Notevoli
sono le argomentazioni chq il Croce pone innanzi per sostenere che la storia è
un’arte: egli distingue nella conoscenza umana due forftd: la còrios'ceuza
intuitiva e la conoscenza logica, conoscenza per la fantasia e conoscenza per l
intelletto, conoscenza dellWimrfnalc e àeW universale, delle cosse delle loro
relazioni; l'una è produttrice d’imagini, l’altra produttrice di concetti. Lo
intuizioni sono: questo fiume, questo lago, questo rigagnolo, questa pioggia,
questo bicchiere d’acqua; il concetto è: 1 acqua, non questa o quella, ma
l’acqua in genere, in qualunque luogo o tempo si roalizzi. Le manifestazioni
più alte della conoscenza intuitiva e dolla conoscenza intellettuale sono arte
e scienza. La stona è un’arte, come la poesia, la pittura, la musica; essa ò
una pittura vora e propria, descrivo gli avvenimenti, vuole rappresentare
vivamente all’immaginazione degli uomini i fatti passati; racconta e non fa
deduzioni nè induzioni, secondo il metodo adoperato nelle scienze, non ricerca
leggi, nè foggia concetti, è diretta art narrandum non ad demonstrandnm. Il
questo qui, Vindividuimi umilino determinatimi è il suo dominio, od è il
dominio medesimo dell arte; la storia rientra perciò sotto il concetto
dell’arte. 1', un sofisma quello di credere che la storia abbia por oggetto il
concetto dell’individuale, donde si conchiude che la storia sia conoscenza
logica o scientifica; la storia elaborerebbe il concetto d un personaggio, di
Carlo Magno o di Napoleone ; d’un’opoca come del Ri nascimento o dolla Riforma:
d’un avvenimento come della Rivoluzione trancoso e dell'unificazione d’Italia,
allo stesso modo che la Geometria elabora i concetti delle forme spaziali. Ma
di tutto ciò non è niente: la storia non può se non presentare Napoleone o
Carlo Magno, la Riforma o il Rinascimento, la Rivoluzione francese o
l’unificazione d’Italia, fatti individuali, nella loro fisionomia individuale,
proprio nel senso cho dai logici si dico che dell individuale si dà non
concetto ma rappresentazione. Tra aite ola storia corre quosta differenza: la
prima è la conoscenza d una cosa, d’un sentimento, d’un carattere, la
conoscenza della lealtà possibile, non della realtà esistente e reale, oggetto
della storia 5. La critica storica. Lo storico trae la materia della narrazione
o dai fatti che egli stesso ha veduto, oppure dai CROCE, Estetica. Palermo,
Sandron. Croce fatti che altri in tempi o luoghi lontani hanno osservato;
d’onde la necessità di valutare il grado di certezza delle testimonianze, per
avvicinarsi più che è possibile alla verità. Bisogna notare che l’uomo lascia
traccia di sè e delle sue opere non solo nei racconti scritti o tramandati di
generazione in generazione, ma anche nelle armi, negli ornamenti, negli
strumenti che adopera nella caccia, in casa ecc. ecc. La preistoria è basata
quasi esclusivamente sopra questi ultimi monumenti, non esclusi gli avanzi
fossili del regno animale e di quello vegetale. Il materiale per ricostruire il
periodo che segue alla preistoria ci viene fornito da una grande quantità di
monumenti, come iscrizioni, monete, sculture, edifici, opere pubbliche ecc.,
che provengono dagli stessi autori degli avvenimenti o dai loro contemporanei ;
l’interpretazione di essi rientra propriamente nel campo dell’archeologia
storica, la quale fornisce pure un prezioso sussidio alla storia propriamente
detta. Importante è il criterio per stabilire la certezza della tradizione
scritta e della tradizione orale, per le quali s’incontrano non poche e gravi
difficoltà, se si pensa che non di rado per fatti e avvenimenti di lievissima
portata e a noi contemporanei, le testimonianze di persone oneste e
coscienziose sono incerte e contraddittorie ; per fatti di molto maggior
gravità e che possono riguardare tutto intero un popolo, le passioni,
l’intelligenza, il partito politico, gl’interessi degli osservatori possono
turbare la narrazione spesso in modo irrimediabile ; tali testimonianze debbono
essere vagliate con grandi cautele e con tutti gli speciali sussidi forniti dal
metodo storico, e con tutto ciò non sempre si riesce ad eliminare le
alterazioni sia volontarie sia involontarie. Avvenimenti come la origine del
Cristianesimo, la Riforma protestante, la Rivoluzione francese sollevano ancor
oggi polemiche e pregiudizi, che impediscono e offuscano la retta valutazione
di essi. n. quindi chiaro che il principio di verisimiglianza e di probabilità,
come dice Croce, domina tutta la critica storica ; l’esame delle fonti e delle
autorità è diretto a stabilire le testimonianze più credibili. Chi parla
d’induzione e di dimostrazione storica fa un uso metaforico di queste parole,
le quali nella storia assumono un aspetto affatto diverso da quello che hanno
nella scienza. La convinzione dello storico è la convinzione indimostrabile del
giurato, che ha ascoltato i testimoni, seguito attentamente il processo ;
sbaglia, senza dubbio, delle volte, ma gli sbagli sono una trascurabile
minoranza di fronte ai casi in cui coglie il vero. La storia è quindi ciò che
l'individuo o l’umanità ricorda del suo passato, ricordo dove oscuro, dove
chiarissimo, ricordo che con industri esami si procura di allargare e precisare
il meglio possibile; ma tale che non se ne può far di meno e che, preso nel
tutto insieme, è ricco di verità. Solo per spirito di paradosso si potrà
dubitare che non sia mai esistita una Grecia, una Roma, un Alessandro, un
Cesare, un’ Europa feudale e una serie di rivoluzioni che l’abbatterono; che si
videro affisse le tesi di Martin Lutero alla porta della chiesa di Wittemberga
e che fu presa dal popolo di Parigi la Bastiglia. Che ragione rendi tu di tutto
questo?, chiede ironicamente il sofista : l’umanità risponde : Io ricordo. Chi
si accinge a scrivere un’opera di storia deve attendere a quattro operazioni
principali, a ciascuna dolle quali risponde una parte distinta della metodica :
Raccogliere il materiale, donde Veuristica: ossia dottrina delle fonti.
Analizzarlo, donde la critica delle fonti. Comprendere i fatti in sè e nei loro
rapporti, donde la co Riprensione dei fatti e loro rapporti. Esposizione dei
fatti. Queste quattro operazioni nella pratica s’intrecciano e si confondono,
giacché nel tempo stesso che, ad esempio, si raccoglie il materiale, questo
viene vagliato, e non si può vagliarlo senza comprendere il valore dei fatti
che esso fornisce. Le fonti sono il materiale da cui si attinge la storia;
dapprima furono tradizioni orali e canti popolari, poi note scritte e anche,
occasionalmente, iscrizioni e documenti: più in là nell’età antica e nel medio
evo non si andò; solo nell’età moderna si pose mano a ricercare ed usufruire
iscrizioni, documenti, monete, tutti i prodotti dell’arte, e persino gli avanzi
preistorici. Tutto il materiale storico si può dividere in due categorie: a)
avanzi ossia tutto ciò che di un l'atto è rimasto ed esiste ancora, con
semplici reliquie o parti di fatti e di atti umani interamente spogli d’ogni
idea di ricordo per la posterità e innanzi tutto i resti corporei degli uomini,
poi la lingua, le abitudini, i costumi, le feste, i giuochi, culti, istituzioni,
leggi, utensili, monete, armi, edifizi; tra gli avanzi sono da annoverarsi i
monumenti nel senso più largo, vale a dire tutto ciò cui è inerente
l’intenzione di conservare la memoria dei fatti; b) la tradizione, che mira a
conservare il ricordo degli avvenimenti col proposito appunto di essere fonte o
materiale storico. Si distingue in figurata, orale e scritta, secondo che
consta di rappresentazioni di persone di luoghi (ad es. carte geografiche,
piante di città e simili) e avvenimenti storici, oppure di racconti orali,
leggende, proverbi, canti storici, oppure di iscrizioni storiche, alberi
geneologici, calendari annuali, cronache, ricordi, biografìe e storie d’ogni
genere. Ufficio della critica storica è quello di stabilire la verità effettiva
dei dati contenuti nelle fonti, cioè decidere se e fino a che punto siano da
ritenersi come veri o come falsi, come realmente avvenuti o no. Ciò si fa
sempre affermando o negando, sotto forma d’un giudizio, sia nei rapporti delle
fonti coi fatti, sia dei fatti tra loro; come indica anche il significato
fondamentale del verbo xpfveiv (separare, distinguere, giudicare) da cui è
derivata la parola critica. La metodica insegna i principi, le regole, l’arte
onde s’adempie a quell’ufficio. Tutto si riduce al raffronto di ciò che
sottoponiamo a critica con altri dati di cui siamo sicuri, all’esame, in una
parola, dell’incerto col certo. Si deve alla critica veramente metodica o
scientifica, se la storia è diventata una vera e propria scienza, giacché solo
il metodo scientifico ha reso possibile l’accertamento dei fatti storici, cioè
lo sceverare il vero dal falso, la storia, dalla leggenda. La critica dicesi
estrinseca, quando esamina se una data fonte sia da considerare o no, e fino a
che punto, come testimonianza storica, come vera e propria fonte storica; e ha
quindi per ufficio di a) provare l’identità delle fonti ; b) stabilire quando,
dove e da chi e per che modo (se originali o derivate) furono prodotte; c)
stabilirne il contesto originale (recensione) e pubblicarle (edizione). La
critica dicesi invece intrinseca, quando esamina i rapporti delle testimonianze
coi fatti, cioè se le testimonianze corrispondano, e fino a che punto, alla
realtà. Il suo ufficio somiglia a quello del giudice istruttore, il quale deve
constatare la realtà d’un delitto dalle dichiarazioni dei testimoni e dalle
immediate tracce di esso; essa esamina la forza dimostrativa delle singole
tracce o testimonianze, raffronta e bilancia le ime colle altre. Esiste una
scienza generale della società? I primi saggi d’osservazione scientifica della
vita sociale si ritrovano in alcune opere di Platone e di Aristotile; ma solo
nei tempi nostri lo studio dei fenomeni sociali ha preso uno sviluppo
notevolissimo e un’ importanza veramente straordinaria. Augusto Comte nel suo «
Corso di filosofia positiva » lo ha innalzato al grado di scienza indipendente,
dandogli il nome di « sociologia », che viene ormai generalmente accettato ;
nella nota classificazione comtiana delle scienze, la sociologia tiene 1 ultimo
posto, essendo sorta di recente e presentando maggior complessità e minor
generalità delle altre scienze. Ma la sociologia è ben lungi dall’aver
determinato con chiarezza e precisione il suo oggetto e i suoi metodi; anzi
alcuni negano ad essa il diritto all'esistenza, affermando che i fatti che
studia formano oggetto di altre scienze già costituite. La sociologia viene
generalmente intesa come la scienza dei fenomeni sociali, cioè dei fenomeni che
sono propri della vita della società. Questo però non è sufficiente per
determinare l’oggetto della sociologia, poiché i fenomeni sociali sono già
studiati da un gran numero di discipline particolari, storia delle religioni,
del diritto, delle istituzioni Manuale Sei metodo storico di A. CnivEU.ucci,
pnssim. Pisa, Spocrri (è la traduzione dei capitoli 3° e 4° del Manuale del m.
st. del Berkheim).] politiche, statistica, scienza economica ecc. Ora due sono
le soluzioni principali date a questo problema. Secondo alcuni la sociologia è
una scienza distinta dalle scienze sociali particolari, ha un’individualità sua
propria, considera in tutta la sua complessità la realtà sociale, che le
scienze particolari dividono e decompongono per astrazione; essa è una scienza
concreta, sintetica, mentre le altre sono analitiche ed astratte. In questo
modo lo Stuart Mill afferma che la sociologia ha per oggetto « gli stati di
società » che si succedono nella storia dei popoli; l’insieme degli elementi
che formano lo stato di società è costituito dai fenomeni sociali più
importanti, come il grado d’istruzione e di cultura morale nella comunità e in
ogni classe, le condizioni dell’industria, del commercio, della ricchezza, le
occupazioni ordinarie della nazione, la sua divisione in classi, la forma di
governo, le leggi, i costumi ecc. La sociologia dev’essere quindi come una
filosofia delle scienze sociali particolari, e, come la biologia ha preso il
significato di filosofia delle scienze biologiche, cioè d’una scienza che
studia i fenomeni essenziali ed universali della vita sotto le sue molteplici
forme, cosi essa dev’essere la scienza generale della società, deve analizzare
le caratteristiche generali dei fenomeni sociali e stabilire le leggi più alte
dell’evoluzione sociale. Altri invece affermano che la sociologia non può
essere che il sistema, il «corpus» delle scienze sociali; la moltitudine
innumera dei fatti sociali viene studiata dalle discipline speciali, che
diventano in tal modo come rami particolari della sociologia e devono prendere
un nuovo indirizzo e un nuovo metodo, derivanti dalla considerazione che i
fatti sociali sono tra loro intimamente legati e debbono considerarsi come
fenomeni naturali soggetti a leggi necessarie. Un esempio di questa
trasformazione ci viene presentata dalla storia. Sotto gli avvenimenti
particolari e contingenti che costituiscono la storia apparente delle società
umane, si cominciò a cercare qualche cosa di più fondamentale e di più
permanente, le istituzioni ; con ciò la storia cessa d’essere uno studio
narrativo e si apre all’analisi scientifica. I fatti che vengono eliminati o
considerati di secondaria importanza, sono i più refrattari alla scienza,
essendo propri ad ogni individualità sociale considerata in un dato momento
della sua vita ; mutano da una società ad un’altra, e nel seno d’una medesima
società: le guerre, i trattati, gli intrighi delle corti o delle ‘assemblee,
gli atti degli uomini di Stato costituiscono delle combinazioni che non si
ripetono mai nello stesso modo e non sono soggetti a leggi definite ; la storia
in questo senso si limita a stabilire una pura successione di fatti. Invece le
istituzioni nel loro svolgimento conservano caratteri essenziali per lunghi
anni e anche, qualche volta, per l’intero corso d’un’esistenza collettiva,
poiché esprimono ciò che vi è di più essenziale in un aggregato umano ; in
questo campo i fenomeni sociali non possono più essere considerati come il
prodotto di combinazioni contingenti, di volontà arbitrarie, di circostanze
locali e fortuite, ma di cause generali permanenti e definite. Quindi sotto
l’azione dei principi, degli uomini di Stato, dei legislatori, che era
considerata un tempo come preponderante, si è scoperta l’azione decisiva delle
masse, si è compreso che una legislazione non è che la codificazione dei
costumi, che non può vivere se non profonda le sue radici nello spirito dei
popoli, e inoltre che i costumi, le abitudini, lo spirito dei popoli non sono
cose che si creano a volontà, ma sono l’opera dei popoli stessi. Non pochi sono
gli argomenti cho si adoperano per dimostrare 1 impossibilità d'uua scienza
generale della società; si ricorre alle definizioni tra loro discordanti che i
sociologi propongono di essa, del suo metodo, del suo oggetto; per gli uni la
caratteristica dei fenomeni sociali è la continuità o storicità, per altri la
reciprocità d’azione, o la giustizia, o la sociabilità, o la coscienza della
specie; l'elemento primario e costitutivo della società è ora l' individuo, ora
la famiglia, ora l' orda ; nè può avvenire altrimenti quando si pensi alla
complessità estrema, alla variabilità di tali fenomeni, le quali però, se
attestano della gravissima difficoltà dell'impresa, non sono prove sufficienti
per poterne affermare l’impossibilità. Il metodo nello studio dei fenomeni
sociali. Intorno al metodo da adoperarsi nello studio dei fenomeni sociali si
notano divergenze simili a quelle che abbiamo trovato nelle opinioni intorno al
vero oggetto della sociologia. Per un certo periodo di tempo ha avuto molta
fortuna la concezione biologica della società ; ma oggi per l'importanza maggiore
acquistata dalla psicologia e per altre cause lia perduto gran parte della sua
importanza e conta minor numero di sostenitori. L’analogia biologica si fonda
sul metodo induttivo e consiste nella comparazione d’una società ad un
organismo per la corrispondenza e il parallelismo di non pochi caratteri fra
l’una e l’altro. Cosi in ambedue il punto di partenza, è uno stato semplice,
indefinito, relativamente omogeneo; lo sviluppo della società come degli
organismi s’effettua per differenziazione, successione e coordinazione delle
parti differenziate ; all’accrescimento della massa e del volume corrisponde la
complicazione graduale della struttura e delle funzioni, e, come gli individui,
gli aggregati sociali nascono, si sviluppano e muoiono. In secondo luogo l’individuo
nella società è l’equivalente dell’elemento anatomico nell’organismo, e come i,
io opino, credo, e quindi opinione imposta da un’autorità posta al di fuori e
al disopra di ogni critica) afferma che il nostro sapere non ha limiti, che lo
spirito umano può giungere a conoscere la realtà quale essa è. Dogmatici sono
stati Platone e Aristotile e i razionalisti. Lo scetticismo rappresenta una
dottrina opposta al dogmatismo; esso (da oxémopai, esamino) afferma che il
dubbio si estende a tutte quante le cognizioni. Vi è uno Kulpe, EinUitung in
die rhilosophie, p. 131. Leipzig, Hirzel] scetticismo relativo, pel quale tutte
le nostre cognizioni sono relative, vale a dire dipendenti dalle circostanze
accidentali in cui sono sorte, e quindi valevoli solo per determinati luoghi o
tempi; e uno scetticismo soggettivo, pel quale la verità è una cosa affatto
dipendente dall’ individuo. Manca quindi un criterio assoluto della verità: la
debolezza e l’imperfezione dei sensi rendono impossibile una percezione sicura,
e la ragione per la sua stessa natura è condannata alla contraddizione. La
scesi ha la sua massima fioritura nell'antichità fino dall'epoca dei Sofisti.
Protagora, fondandosi sul principio d’Eraclito che tutte le cose sono soggette
a una mutazione inces-, sante, ne trae la conseguenza che le coso sono ciò che
pare a ciascuno in un dato momento, e che la verità dipende, corno il gusto,
dal sentimento momentaneo degli individui, cadendo cosi nello scetticismo che
abbiamo denominato soggettivo: l’uomo è la misura di ogni cosa, egli diceva :
nàvitov xp 1 il i, ‘ xa,v M T P SV Sv&puiitoj. Però questa frase si
riferisce solo alla teoria della conoscenza, non alla morale, corno sposso si
dico. 11 Goethe, guidato dall'istinto d’uno spirito superiore, ha compreso ciò:
noi possiamo, egli dice, osservare, misurare, calcolare, pesare la natura, ma
ciò avviene sempre secondo la nostra misura e il nostro peso, giacché l’uomo ò
la misura di tutto le cose. Questa espressione equivale dunque a dire: il reale
solo può essere percepito da noi, l’irreale non può in alcun modo divenire
oggetto della nostra percezione; noi uomini non possiamo varcare i limiti dalla
nostra natura, e la verità, per quanto può essere percepita da noi, deve
trovarci entro questi confini. Gorgia Leontino cercò di dimostrare le seguenti
tre tesi: nessuna cosa è; anche se qualche cosa fosse, non sarebbe conoscibile;
quando pure fosse conoscibile, la cognizione che un uomo potesse acquistarne,
non sarebbe comunicabile ad altri ; in conclusione la verità non esiste, tutto
ò falso. Infine Pirrone, capo della Scesi, afferma che le cose sono
inaccessibili tanto ai sensi quanto alla ragione, e che noi possiamo di esse
affermare o negare quello che vogliamo; il meglio che ci rimane a fare consiste
nell’astenerci da qualsiasi giudizio. Fra gli scettici posteriori sono da
ricordarsi Arcesilao e Cameade. Nei tempi moderni gli scettici più famosi sono
Montaigne e Charron. Gompebz conclusioni;. Il positivismo restringe il valore
della conoscenza al campo dell’esperienza e delle scienze positive, ai fenomeni
e alle loro relazioni. Noi non possiamo conoscere l’essenza dei fenomeni, le
cause prime e i fini ultimi, ma solo, mediante l’osservazione, l’esperimento e
la comparazione, le relazioni costanti tra i fenomeni, il loro succedersi, le
somiglianze, le leggi. Pertanto il positivismo elimina dalle scienze qualsiasi
ricerca estranea a quella delle leggi e rapporti costanti di coesistenza e di
successione tra i fenomeni. La filosofia positiva procede come le vere scienze,
badando solamente ai fatti e restringendosi a spiegare un fatto per mezzo di
altri fatti; e il fatto non è altro che il fenomeno. Il fondatore del
positivismo è Comte, del quale abbiamo già esposto la classificazione delle
scienze. Secondo Comte la coscienza passa per tre fasi principali, la fase
teologica, la metafisica, e infine la positiva. Nella fase teologica lo spirito
umano considera i fenomeni dell'universo come effetti di forze e di esseri
soprannaturali; anzitutto si considerano tutti i corpi esteriori come animati,
vivouti (feticismo), quindi si ammetto l'esistenza di esseri invisibili,
ciascuno dei quali presiede ad una classe distinta d'oggetti, di avvenimenti
(politeismo), finché tutte le divinità particolari vengono comprese nell'idea
d’un Dio unico, che, dopo aver croato il mondo, lo governa sia direttamente,
sia indirettamente per mezzo di agenti soprannaturali. Nella fase metafisica i
fenomeni vengono spiegati non più per mezzo di volontà soprannaturali
coscienti, ma mediante astrazioni considerate come esseri reali: ciò che
governa il mondo è una forza, una potenza, un principio; si vogliono spiegare i
fatti colle tendenze della natura, cui si attribuisce ad esempio, la tendenza
alla perfezione, l’orrore del vuoto, una forza salutare ecc. Infine nel periodo
positivo si lasciano in disparte lo entità astratte, come cause, forze,
sostanze, e si ricerca la spiegazione dei fatti nei fatti stessi,
confrontandoli, ricercandone le affinità e classificandoli per ragione di
somiglianza ; la storia dell'umano pensiero cammina, secondo il Comte, verso la
sintesi, l’organizzazione dello scienze, mentre il regno della metafisica volge
al suo termine. II criticismo, s’oppone tanto allo scetticismo, che, negando la
possibilità di qualsiasi conoscenza, finisce anche col negare sè stesso, quanto
al dogmatismo che ha una cieca fiducia nella ragione; mentre il positivismo
ammette solo la scienza positiva e come fine di questa la ricerca della legge,
il criticismo riconosce allo spirito umano altri campi di ricerca. Esso
investiga ed esamina lo stesso potere, conoscitivo, distinguendo quali problemi
può risolvere, e quali invece rimangono senza soluzione e fuori del suo
dominio. Kant ammette la conoscibilità del fenomeno, di ciò che è dato alla
nostra esperienza, e afferma l’inconoscibilità dell’essenza delle cose; però vi
è in noi una tendenza naturale a valicare i i limiti del mondo dei fenomeni, e
a penetrare nel mondo dei noumeni, tò voupevov, il pensato, la cosa in sè,
l’oggetto quale noi supponiamo che esiste in sè stesso, in opposizione al
fenomeno, che è l’oggetto quale noi ci rappresentiamo nell’esperienza. Questa
dottrina di Kant che vien detta anche razionalismo idealistico si può cosi
riassumere: noi possiamo conoscere la realtà a priori mediante la ragione pura,
non come è in sè stessa, ma solo, come appare a noi e sotto l’aspetto formale.
Le scienze si possono anche dividere in formali e scienze della realtà; alle
prime appartengono la logica e la matematica e hanno per oggetto idee che non
sono tratte dagli oggetti reali; cosi i numeri e le figure della matematica
vengono costruiti e determinati dalla nostra mente. Le altre invece studiano
oggetti presi dalla realtà, dal mondo interno, dal mondo esterno, dal passato,
dal presente e che si impongono alla coscienza dell’osservatore. Ora, si può
chiedere se questi 0 £f?®tti) studiati dalle scienze reali, esistono
assolutamente, in se stessi, quindi in maniera indipendente dalle
rappresentazioni che noi ne possiamo avere, oppure si può dare al problema un’altra
soluzione. Le principali risposte a tale questione sono tre: il realismo, il
fenomenalismo, l’idealismo. Il realismo rappresenta la più antica concezione,
giacché si presenta a noi come naturale il fatto di pensare che le cose che
stanno fuori di noi cosi come noi stessi, siano quali sono apprese dalla
coscienza che le considera come gli ori li) Pauusv, jB ’inleitung in lite
Philosojihie. Berlin, Cotta] ginali ritratti dalle nostre sensazioni; quindi
crediamo che gl’oggetti sono realmente rossi e verdi, chiari e oscuri, lisci e
ruvidi, dolci e amari. Però questo realismo ingenuo, che ha ancora la sua
influenza nella vita pratica, come quando ad es. diciamo di vedere il sole
levarsi e tramontare malgrado la scoperta di Copernico, non dura a lungo; molti
fatti vengono presto a dimostrare che le rappresentazioni non sono una copia
della realtà: le illusioni, le allucinazioni, i sogni, la cecità dei colori
parziale o totale, le differenze individuali nell’acutezza visiva e uditiva ci
convincono che la percezione sensibile dipende in modo naturale da fattori
soggettivi; si aggiunga a ciò la relatività della percezione sensibile, pella
quale ciò che ad uno sembra freddo è percepito come caldo d’un altro, a questo
un movimento pare lento, a quello veloce, e uno stesso oggetto al medesimo
individuo si presenta sotto diversi aspetti secondo le circostanze, gli
strumenti coi quali s’osserva, la luce, ecc. ecc. Quindi non è più possibile
pensare che lo spirito sia come uno specchio che rifletta fedelmente l’immagine
degli oggetti esteriori. L 'idealismo è stato iniziato nella sua forma tipica
dal filosofo inglese Berkeley secondo il quale tutte le qualità dei corpi che
percepiamo sono meramente relative a noi, e i corpi non si riducono ad altro
che a gruppi di qualità, le quali esistono solo nelle nostre percezioni, sono
pure parvenze e la loro esistenza si riduce semplicemente all’essere percepite,
esse est percipi; che cos’è, per esempio, una mela? un complesso di sensazioni
visive, olfative, gustative, tattili e nulla più. Infine la dottrina del
fenomenalismo fondata da Kant afferma che tutto ciò che ci viene dato
nell’esperienza è costituito dai fenomeni; noi possiamo conoscere le cose non
come sono in sè, ma come appaiono a noi. Le leggi fondamentali, alle quali la natura
obbedisce e che ci aiutano a comprenderla, non esprimono che le condizioni
d’esistenza della nostra intelligenza. La ragione è questa; poiché noi pensiamo
il mondo dei fenomeni, bisogna ammettere che vi sia una correlazione tra le
leggi dell’ universo e le leggi della nostra intelligenza; ora, per spiegare
questa correlazione sono possibili solo due supposizioni: o lo spirito ha
ricevuto dal inondo, mediante i sensi e l’esperienza, le leggi costitutive
conforme alle quali esso pensa; oppure lo spirito impone al mondo le sue leggi
proprie e l’obbliga in certo modo a costituirsi in modo che la natura
fenomenica gli divenga intelligibile. Kant accoglie quest’ultima ipotesi, e
quindi le cose che noi pensiamo sono per noi ciò che il nostro spirito le fa essere;
il nostro pensiero attuale e cosciente non fa che prendere conoscenza d’un
mondo di fenomeni, che gli preesiste e che, diventando oggetto di conoscenza,
ha già subito la legge del pensiero umano in ciò che esso ha di essenziale e di
costitutivo, di guisa che tutto ciò che noi pensiamo non esiste in sè stesso,
ma solo per rapporto a nyi. L’importanza che i problemi sopra accennali hanno
per la scienza, va sempre più crescendo non solo presso i filosofi, ma anche
presso gli scienziati, tra i quali non pochi, benché siano di continuo a
contatto deU'esperieiiza. meditano o s'accingono a risolvere problemi
filosofici gravissimi. Cosi un cèlebre fisiologo, Verworn, nell’introduzione
alla fisiologia generale, pone come fondamento a tutta l’opera una teoria della
conoscenza, giungendo alla conclusione “ che il mondo fisico è un frammento
della nostra psiche e cho è quindi naturale il fenomeno, cosi meraviglioso
sotto un altro aspetto, che le leggi le quali reggono il mondo fisico sieno del
tutto identiche a quelle che reggono la nostra psiche; questo fatto ci pare
tanto più probabile in quanto troviamo che i fenomeni del mondo fisico sono
ordinati secondo lo spazio, il tempo, la causalitù, ossia secondo lo leggi
logiche della nostra mente; le leggi cho noi assegnamo al mondo fisico sono le
leggi proprie del pensiero, le leggi secondo le quali avvengono i fenomeni
psichici, perchè il mondo è solo ima nostra rappresentazione. Il mondo
esteriore è quindi pura illusione, l’idea d' una realtù oggettiva è affatto insostenibile
Helinhol t z matem a tico, fisico o fisiologo di grand e. valore,
speriinentatoro geniale, pensatore profondo e limpido, cho ha lasciato una
traccia luminosa nei campi più diversi della scienza, ha pure proclamato la
verità che ogni discussione scientifica mena dritta all'analisi e alla critica
della conoscenza, che qualsiasi riflessione sul movimento scientifico non può
non metter capo a quesiti d'ordine conoscitivo; egli tenta la soluzione del
problema della conoscenza dal punto di vista della psico-fisiologia e pensa che
la [Verwork] conoscenza deve essere analizzata, esaminata per scoprire in essa
i fattori, gli elementi impliciti, i presupposti che la rendono possibile. La
filosofia moderna, dice Riehl, vive nelle opere di Mayer, Helmholtz, e Hertz.
Dal breve, ma profondo scritto del Mayer Osservazioni intorno all'equivalente
meccanico del calore si svolge chiaramente tutto il compito e il metodo della
conoscenza naturale e nel medesimo tempo i limiti di essa, E fino agli ultimi
tempi l'Helmholtz ha rivolto la sua attenzione alle questioni della conoscenza
teoretica, separando le condizioni per l'intelligibilità delle cose dalle rose
stesse, e tentando, dapprima sulle orme del Kant, poscia scostandosene, di
esaminare con intendimento critico le basi della scienza della natura. Un
ottimo esempio del modo onde filosofia e scienza possono accordarsi in un’opera
comune e feconda si ritrova nei Princip i della meccanica, dell' Hertz. 11
metodo adoperato in quest’opera è il metodo generale delle scienze teoretiche
della natura, già conce-»' due correnti riunendosi insieme vengono a costituire
la scienza ; non diversamente pensano i più illustri scienziati dei nostri
tempi. Non potrà ritornare un'epoca, nella quale la scienza creda di aver
raggiunta la sua meta, quando abbia accumulato fatti sopra fatti, nè un'epoca
in cui la filosofia osservi con disdegno il lavoro indispensabile di
proparaziono compiuto dalla scienza. Il costruire e il plasmare i mattoni per
innalzare un edificio è tanto importante quanto l'opera dell'architetto che
abbozza il disegno e guida l'esecuzione della casa. Quindi come alla conoscenza
verrebbe meno il materiale senza il paziente e faticoso lavoro delle ricerche
empiriche, così all’edificio scientifico mancherebbe un disegno senza
l'elaborazione intellettuale dei fatti: l a scienza ha bisogno della filosofia,
e se ne foggia una per proprio conto, quando non ne trova altre. Perciò può
accadere che ricerchi i limiti del conoscere là dove sono le condizioni di
essa, oppure scambi i segni delle cose per le cose stesse. In simile maniera l
a filosofia non può fare a meno dell a srionzfl. uon deve perdersi in vuote
speculazioni, o restringersi ad una teoria puramente formale della conoscenza,
la quale non possa raggiungere il nocciolo del sapere, i fatti offerti
dall’esperienza. La ricerca scientifica e la filosofia formano una cosa sola,
si completano a vicenda. Sull’ingresso della scuola di Platone, come si dice,
si leggeva: Nessuno, che non conosca la geometria, ossia, come si direbbo oggi,
che non conosca la scienza esatta, può entrare. Una iscrizione analoga dovrebbe
incidersi sulle porte dei nostri laboratori e dei nostri gabinetti scientifici:
non può entrare chi non abbia studiato la filosofia. L'educazione filosofica è
parte dell’educazione speciale d’ogni scienziato; essa gli insegna a conoscere
lo strumento dei suoi strumenti e gli offre la norma per le sue ricerche.
Rieiil., Vortrag, passim. Voglio offrire una Raccolta di alcune fra le voci più
comuni nella logicn. Accidente: Aristotile contrappose l’accidente
(oupjìelltjxòf da oóv cum e |ia£vci> evento (recido ) allo sostanza (oùo£a),
come ciò die non può esistere da sé, ma solo nella sostanza; è quindi una
qualità o modificazione che non appartiene all’essenza della cosa e si ritrova
in questa senza esser legata necessariamente alla sua idea; oggi s’adopera
comunemente nel senso di cosa non necessaria, che può essere e non essere,
senza che la cosa muti o sparisca; cosi si può concepire una roccia, senza
pensare che sia aguzza o arrotondata: queste ultimo qualità, rispetto al
concetto di roccia, sono accidentali. Un significato del tutto diverso ha nel ‘
sofisma per accidente „ e nella “ conversione per accidente. Si dice argomento
AD HOMINEM quello che si fonda sopra un principio accettato come vero
dall’avversario, il quale si vede quindi costretto, per non parere in
contraddizione con sè stesso, ad accettare la tesi. Agnosticismo, da
a-fvoioxog, et neg. e yiYvtòoxo, inconoscibile, s’applica a quelle dottrine che
affermano l’esistenza noi mondo di qualche cosa che non si può conoscere, che è
inaccessibile alla mente umana, e che bisogna ammettere per potere spiegar
l’universo; la filosofia di E. Kant, che pone l’esistenza della cosa in sè, e
l’evoluzionismo di E. Spencer che dichiara inconoscibile l’assoluto, sono
dottrine agnostiche. Un buon dizionnrio di scienze filosofiche is quello
compilato da RANZOLI (vedasi), Hoepli. ANALISI -da àvoi, prep. che esprime in
composizione l'idea di retrocedere, di rifarsi da capo, e Xóo> sciolgo -nel
significato pin generale è l'operazione del pensiero mediante la quale si
scioglie un tutto nei suoi elementi, nelle parti componenti, o si distinguono
in un composto una o più parti; il metodo analitico parte dai fatti particolari
per salile ad un principio generale, come f induzione ; la prova analitica è
quella elio va dagli effetti alle cause; giudizio analitico è, secondo il Kant,
quello il cui predicato è contenuto necessariamente nel soggetto: i corpi sono
estesi. Analogia: (àvee Xéyou pei matematici greci significa: nel medesimo
rapporto), è un'operazione logica per la quale, quando nell'idea od oggetto A e
nell’idea od oggetto C si sono riscontrali elementi o caratteri comuni, si
afferma che un altro o altri caratteri che sono in A debbono pure ritrovarsi in
B; l’analogia porta quindi a conclusioni ipotetiche, elio possono poi essere
confermate dall’esperienza. Anfibolia: designa l'equivoco di senso prodotto
dall'uso di termini forniti di doppio significato, oppure di una speciale
costruzione sintattica d'uua frase; dal greco A;isp£-PoAog, elio va da due
parti, dubbio, da cui anfibologia parlare clic può prendersi in duo significati
anche opposti, es. : aio te Hannibalen vincere posse. Antecedente e
conseguente: in un rapporto logico dicesi antecedente il primo termine,
conseguente il secondo; cosi la causa è l’antecedente, l'effetto il
conseguente. Apodittico: (da àitoSetxvojxt, dimostro); l'apodittica è quella
parte della dialettica che insegna il modo di dimostrare la verità d'un
principio mediante il semplice ragiouameuto; Kant ha chiamato giudizi
apodittici quelli nei quali il predicato appartiene necessariamente al
soggetto, intendendosi per necessità l’inconcepibilità del contrario; quindi
pei giudizi necessari affermativi la formula è: dev’essere; pei negativi: non
può essere. Aporema, da ànopèui: dubito, è, secondo Aristotile, il sillogismo
dubitativo, quello che mostra l'ugual valore di due ragionamonti contrari. A
posteriori, a priori: la prima espressione significa ciò che risulta dall’esperienza;
così le idee a posteriori sono quelle fornite dall’esperienza; la seconda
esprime ciò che è dato anteriormente all’esperienza, ciò che non proviene dai
fatti; così si è detta scienza a-priori la matematica o scienza a-posteriori la
storia. Però tanto tra i Latini quanto tra i filosofi medioevali l’espressione
“ dimostrare a-priori, significa dimostrare dalle cause; dimostrare
a-posteriori dimostrare dagli effetti. Aquino nega che Dio si potesse conoscere
a-priori, perchè non si può conoscere dalle cause, ma solo dagli effetti.
Asserzione: ò l’atto dell'esprimere una semplice verità di fatto, e giudizi
assertori ha chiamato il Kant quelli nei quali il predicato appartiene al
soggetto, senza annettervi T idea di necessità o di possibilità. Assioma: (dal
greco oj degno donde à{j(to|ia la stima che si fa d'una cosa, poi principio
evidente; VICO (vedasi) nella scienza chiama gli assiomi degniti) è una verità
evidente per sè stessa, indimostrabile, che serve di fondamento por altre
proposizioni; secondo gli empiristi trae la sua origine dall’esperienza,
secondo gli aprioristi dalla ragione indipendentemente dall'esperienza.
Astrazione: (traduzione di àcpaipsoij da ino ab o atpéw traggo, fu dapprima
adoperata dagli scultori per esprimere l'atto di estrarre il primo abbozzo dal
masso informe) per Aristotile ò il processo montale con cui, omesse le qualità
accidentali della cosa, si separano le qualità essenziali e si considerano per
loro stesso; in generale significa considerare separatamente ciò che in realtà
non è separato, decomporre una nozione in elementi. Canone: per Mill, che nel
suo sistema di logica ha formulato cinque canoni fondamentali dell'induzione
scientifica, è sinonimo di norma, di regola da seguirsi; canonica (da xaV(év,
xavóvoj, regolo per tracciare linee diritte) chiamarono gli Epicurei la logica,
la quale era un complesso di regole del pensalo, di norme per discernere il
vero dal falso. Categoria: le categorie sono i concetti più generali delle
cose, i generi supremi in cui si dispongono le nostre idee, p. e. sostanza,
qualità, quantità; il giudizio categorico è quello che afferma o nega senza
soggiacere ad alcuna condizione; sillogismo categorico 6 quello composto di
giudizi categorici. Causa: nel significato comune e popolare ò ciò che produce
un fenomeno, ciò che agisce, l'antecedente d'un altro fenomeno; però un po' di
riflessione basta a far comprendere che la causa è determinata come tale solo
dall’effetto, che i due termini sono correlativi e l’uno non può sussistere
senza l'altro; secondo il Mill la causa non è altro che l'antecedente
invariabile e incondizionato di un fenomeno; il principio di causa o di
causalità esprime il fatto che nulla vi ha senza causa, che tutto ciò elio
incomincia ad essere lia la propria ragion d'essere in qualche cosa di
anteriore e che cause simili in circostanze simili producono effetti simili,
secondo il principio (ipotetico) dell’uniformità del corso naturale delle cose.
Il CIRCOLO VIZIOSO è un sofisma il quale consiste nel provar la verità d’una
proposizione, appoggiandosi ad un'altra, la quale alla sua volta non può essere
provata se non appoggiandosi alla prima. Composizione: ò il complesso dei
caratteri che sono contenuti in un’idea, l’insieme degli elementi o note, che
costituiscono ciò che si dice anche “ connotazione „ d'un concetto. Concetto,
dal latino conceptum che corrisponde ni greco da ooXXappàvm, prendo insieme,
concipio, per significare che mediante il concetto apprendiamo il significato
della cosa; i greci chiamarono il concetto anche 8poj, termine da ipt^io 10
termino, è l'unità delle cose essenziali dell'oggetto. Non è da confondersi
colle rappresentazioni, che sono varie, individuali, mutevoli. Il
concettualismo è la dottrina filosofica che ha per principale rappresentante
Abelardo, secondo la quale gl’universali, ossia i generi e le specie, pur
essendo nomi comuni che designano qualità che appaiono solo negli individui,
hanno però, come concetti, una realtà nello spirito di chi li pensa. Due fatti
sono detti concomitanti quando si accompagnano e avvengono sia simultaneamente
sia uno dopo l'nltro; cosi sono fatti concomitanti l'aumento di calore e l’
innalzarsi del mercurio nel termometro. Concreto: si adopera in opposizione di
astratto, e pare che'sia d’ori gine latina e significasse dapprima denso,
spesso; Cicerone dice aer concretilo come opposto ad aer fusilo; si applica a
ciò che è fornito di tutte le sue qualità ed ha un’esistenza reale per sé.
Contingenza e contingente', s’oppongono a necessità e a necessario; il vocabolo
aristotelico xò ou|ipepr,aóg tradotto in latino accidens e contingens designa
ciò che avviene, ma che potrebbe anche non avvenire; s’intende generalmente in
un doppio significato: contingente è ciò che lo spirito può concepire come non
esistente o esistente in modo diverso; oppure ciò che in realtà potrebbe non
essere o essere diversamente. Criterio: (da xptxiqpiov che deriva da xpivm,
giudico) è il segno o la regola, mediante la quale si può riconoscere e
distinguere il vero dal falso o che socondo alcuni ò posto nell’ intelletto,
secondo altri nella sensazione, nel senso comune, neU'autorità ecc. ecc.
Deduzione: forma di ragionamento, che consiste in genorale nel partire da un
principio generale noto, per trarne conseguenze particolari, o nel trovare il
principio ignoto d'una conseguenza nota; si adopera tanto nelle scienze di puro
ragionamento, quanto nello scienze sperimentali. Definizione è la
determinazione del contenuto d’un concetto che può essere espressa mediante un
giudizio, nel quale il soggetto è il concetto da definire, il defìniendo o il
definito-, e il predicato è l'insieme di note con lo quali il primo viene de¬
finito e dicesi definienle. Determinismo: è la dottrina secondo la quale ogni
fenomeno naturale è l’effetto necessario d’una causa, oppure, secondo il
pensiero di Mill [“More Grice to The Mill”], ogni fenomeno ha per condizione
d’esistenza un insieme di circostanze positive e negative che costituiscono il
suo antecedente incondizionale, non già nel senso che l'antecedente
incondizionale produca effettivamente il conseguente, ma solo nel senso che ne
è seguito in maniera invariabile; il determinismo universale consisto quindi
neU’ammettere che il principio di causa ha valore tanto per la natura materiale
quanto per la natura spirituale. Si suole distinguere il determinismo fisico,
che riguarda i fenomeni fi sici, e il determinismo psicologico, che riguarda
quelli psi¬ chici e afferma che in ogni caso particolare, dati i nostri mo¬
tivi d'agire, le nostre risoluzioni sono determinate e seguono di necessità il
motivo prevalente. Non si deve confondere determinismo con fatalismo, secondo
il quale gli avvenimenti sono determinati ab aetemo in modo necessario da un
agente esteriore. DIALETTICA (8tà attraverso e ^éyio raccolgo) è l'arte che
apre la strada al vero o quindi alla scienza mediante il raffronto e la
discussione delle varie opinioni; Platone dico noi Cratilo:“ colui che sa
interrogare e rispondere come lo chiameremo se non dialettico?, osso quindi
espone ed esamina con arte polemica le opinioni favorevoli e quelle contrario
intorno ad un dato soggetto, rivelandone le difficoltà e le contraddizioni.
Dictum de omni aut de nullo: è l’espressione usata dagli scolastici per
significare che ciò che si dice d'un complesso di cose o di esseri, si dice pure
dei singoli, e ciò che si nega d'un complesso, si nega pure dei singoli;
esprime quindi il principio fondamentale del sillogismo. DIFFERENZA SPECIFICA è
l'insieme dei caratteri, mediante i quali una specie si distingue da un’altra o
dalle altre, appartenenti al medesimo genere. “DISCORSIVO” designa la
conoscenza e il ragionamento mediato, nel quale entra come fattore importante
il lavoro della ragione; si oppone a intuitivo, giacché la conoscenza intuitiva
è quella che avviene per un atto immediato, subitaneo, senza passaro da un’
idea ad un’altra, senza la comparazione di più idee, come avviene nella
conoscenza discorsiva. Divisione: nel linguaggio logico, è l'operazione
mediante la quale si determina l’estensione d’un concetto, mentre la
definizione ne determina la comprensione; la forma più semplice della divisione
è una proposizione in cui il soggetto ossia il dividendo è il genere, e il
predicato ossia il dividente enumera le specie contenuto sotto quel genere.
Dogma: o domma (da Box ito, io penso, donde 8óf|ia: ciò che è pai’so
conveniente, opinione, principio professato, deliberazione) significa in
generale un'opinione che viene imposta da un’autorità posta al di fuori e al
disopra d'ogni critica e d'ogni esame; il dogmatismo, in opposizione allo scetticismo,
ammette la possibilità di conoscere la realtà quale essa è. Il dubbio metodico
consiste nel sospendere il nostro giudizio intorno a qualsiasi cosa,
respingendo le opinioni anteriormente stabiite, finché la verità non si imponga
con assoluta evidenza ni nostro spirito; si distingue quindi dal dubbio
scettico, che nega la possibilità stessa di conoscere alcnna cosa. Eclettismo
(da èx-Xéyto, scelgo): si dice del metodo filosofico che consiste nel
raccogliere da sistemi filosofici diversi e anche opposti opinioni e dottrine,
che si cerca di conciliare armonicamente. Empirismo, da èpReipia esperienza,
icatpdco io sperimento, è la dottrina filosofica che fa derivare
dall'esperienza tutto ciò che conosciamo, e considera il fenomeno come unico
oggetto della nostra conoscenza. Ammette un’esperienza esterna basata sul
potere dei sensi ed un’esperienza interna basata sul potere della riflessione;
si distingue quindi dal sensismo, che ammette essere i sensi la sola fonte di
tutte le nostre cognizioni. Eristica: (da spij, contesa, ipf£o>, io
contendo) è l'arte di disputare, di contraddire ad ogni affermazione
dell’avversario pel solo scopo o pel piacere di voler contraddire, è una
derivazione e una degenerazione della sofistica, con la quale non si devo
confondere. Esplicito: un giudizio o una nozione diconsi espliciti quando sono
chiaramente e precisamente espressi nella proposizione. Essenza (essentia da
esse, traduzione del greco cuoia) è un’espressione di vario significato; è
stata usata dai Greci por indicare ciò cbe persiste identico sotto la varietà e
la molteplicità dei fenomeni, ciò elio cade solo nel dominio della conoscenza
razionale. Per gli scolastici l'essenza è il complesso delle qua¬ lità indicate
dalla definizione e dalle idee che rappresentano il genere e la specie; designa
quindi ciò che nell’essere è intelligibile e concorre a definirlo, ossia i suoi
attributi fondamentali. Estensione d’un concetto: è il complesso degli
individui e degli os seri, dei quali un concetto o una qualità può essere affermato
come attributo, ossia il numero dei concetti cbe contiene sotto di sé.
Fenomenalismo: o fenomenismo, è la dottrina filosofica la quale af¬ ferma
resistenza dei fenomeni essere l'unica realtà, negando l'esistenza della
sostanza, della cosa in sé; noi conosciamo le coso come appaiono a noi, non
come sono in sè stesse. Forma: por Aristotile la forma (popoli, et8oj) è
attività ed energia, la materia (OXv)) è passività o potenzialità; la forma
trae dalla materia, per mezzo del perpetuo moto che in essa suscita, la
molteplicità dei particolari, ciò facendo secondo certe regole e quindi
introducendo in quella ordine e uniformità; la forma è inscindibile dalla
materia. Oggi per materia della conoscenza s’intende il contenuto di questa; la
materia è ciò cbe indi¬ vidua i fatti e distingue, per esempio, il pensiero a
dal pensiero ò, dal pensiero c e cosi via: per la materia una proposizione
logica di scienza giuridica si distingue da una di etica, una legge economica
da una legge estetica; ma la logica che non entra nei dibattiti delle varie
discipline, ed ha per oggetto il pensiero in universale qualunque ne sia il
contenuto, la materia, prescinde da questa e contempla la forma. Però
un’affermazione logica, per esempio una qualsiasi affermazione di scienza, non
può esser vera formalmente o falsa material¬ mente, perchè, in concreto, la sua
forma b inseparabile dalla sua materia; la logica non può prescindere dalla
verità dei concetti, dei giudizi, dei ragionamenti, per quanto prescinda da
questi o quei concetti, giudizi, ragionamenti. (Croce). Genere: in una serie di
concetti in cui l'estensione va crescendo e diminuisce la comprensione, dicesi
genere il concetto più esteso e meno comprensivo rispetto ai concetti meno
estesi e più comprensivi: animale, per esempio, rispetto a vertebrato,
vertebrato rispetto a uomo, uomo rispetto a Europeo e cosi via. Giudizio ; fu
detto dei Greci àitócpaaij, o Xóyos ànotpaxtxój, da &7ti e ig) il dubbio
degli scettici. Scolastica: è il secondo periodo della filosofia del medio evo;
è preceduta dalla Patristica o filosofia dei SS. Padri, è seguita dal
Rinascimento ed ha per iniziatore Scoto Erigeua e per centro Parigi; la
Scolastica dipende strettamente dalla religione, nella quale ritrovavano la
verità; è essenzialmente dogmatica e manifesta in generale una sfiducia e una
diffidenza più o meno grando verso la ragione o la scienza; una questione
capitale che si agitò nella Scolastica è quella che riguarda gli universali.
SINTESI, da ouv-xIS-rjpt: pongo insieme, nel significato più lato designa ogni
operazione che tendo a riunire in un tutto elementi diversi. Si intende anche
il processo mediante il quale dai principi si scende alle conseguenze. SISTEMA
– Myro: System Ghp – a highly powerful/hopefully plausible version of System G
-- (da oov-£<mj|u: metto insieme) è in generale un tutto nel quale le
singolo parti sono ordinatamente collegate fra loro, un complesso di idee
subordinate ad uno o a più principi generali e fra loro coordinate. SOSTANZA
(substautia, loti.: ciò elio sta sotto, traduzione della parola aristotelica:
&Ro-xe!|ievov, composta di imo sotto e xsìpat io giaccio) è ciò che permane
identico in mezzo al variare delle qualità, del colore, della forma; per gli
scolastici è ciò che sussiste per sé (ens quod per se subsistit), mentre gli
accidenti sussistono nella sostanza e quindi per la sostanza. SUB-ORDINAZIONE è
la relazione che corre fra due concetti di cui l’uno ò contenuto
nell’estensione dell’altro. Cosi il concetto di uomo e subordinato a quello di
mammifero, che dicesi concetto sopraordinato. SUSSNZIONE (subsumptio, da
subsumere) è una specie di ragionamento che consiste nel porre due idee nella
dipendenza come di specie a genere, di caso individuale a legge. Pel Lizio il
sillogismo di sussunzione, che corrisponde al sillogismo di pi ima figura, è il
tipo perfetto del raziocinio. Emilio Morselli. Morselli. Keywords: implicatura.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Morselli.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Mosca: a l’isola -- la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale – la scuola di Palermo -- filosofia siciliana – filosofia
italiana -- Luigi Speranza (Palermo).
Filosofo siciliano. Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Grice: “When Austin
was defending the ‘man in the street,’ he was thinking Mosca!” -- Grice: “I
like Mosca; he speaks of elites – Gellner speaks of elites, too!” -- Grice: “Do
Italians consider Mosca a philosopher?” – Saggi: “Sulla teorica dei governi e sul
governo parlamentare, Appunti sulla
libertà di stampa, Questioni costituzionali, Le Costituzioni moderne; Elementi
di scienza politica, Che cosa è la mafia, Appunti di diritto Costituzionale,
Italia, Stato liberale e stato sindacale, Il problema sindacale, Saggi di storia delle dottrine politiche,
Crisi e rimedi del regime parlamentare, Storia delle dottrine politiche,
Partiti e sindacati nella crisi del regime parlamentare, Ciò che la storia
potrebbe insegnare. Scritti di scienza politica (Milano), Il tramonto dello
Stato liberale (a cura di A. Lombardo, Catania) Scritti sui sindacati (a cura
di F. Perfetti, M. Ortolani, Roma) Discorsi parlamentari (con un saggio di
Panebianco, Bologna. Appunti di diritto costituzionale dall’Enciclopedia
Giuridica Italiana. Milano. La genesi
delle cottituzion imoderne. Cenni storici sulla scienza del diritto costituzionale.
Definizione dello stato e della sovranità. Condizioni sociali che prepararono
il regime rappresentativo. Dottrine politiche che integrano l'azione
del dizioni sociali. La costituzione inglese e sua importanza con
dello di tutte le costituzioni moderne. Origini. Ordinamenti politici ed
amministrativi dell'Inghilterra. La prima rivoluzione inglese. La restaura:
Vhabecis corpus. La seconda rivoluzione inglese. Il seconc
dei diritti e Patto di stabilimento. Lo svolgimento della costituzione
inglese nel decimottavo. Lo statuto
albertino. Caratteri delle prime costituzioni moderne. più dirette dello statuto
albertino. Il re. Sue prerogative e norme della succezione monarchica. Il
gabinetto, i ministri ed il presidente del consiglio. La responsabilità penale
dei ministry. La formazione delle due Camere. Varii sistemi di suffragio.
La legge elettorale politica. Prerogative
e funzioni dell» due Camere. Dell’ordine giudiziario. Dei diritti individuali. Dei
rapporti fra la chiesa e lo stato. Lo studio del diritto pubblico in genere e
del diritto costituzionale in ispecie richiede anzitutto la
definizione esatta di certi concetti che, per quanto non nuovi, non hanno
acquistato ancora un significato preciso e determinato e nello stesso
tempo accolto da tutti. Il concetto di Stato, che è il più
fondamentale di tutti, venne ad esempio elaborato fin dalla classica
antichità e corrisponde a ciò che i greci chiamavano “polis” ed i romani “respublica”.
Eppure anche oggi si disputa sulla origine e la natura dello stato. Fra
tutte le definizioni dello stato la migliore mi sembra quella che lo fa
consistere nella organizzazione politica e giuridica di un popolo entro
un determinato territorio, ma anche essa ha bisogno di spiegazioni e
commenti. Quando si dice infatti organizzazione politica di un
popolo, s' intende quella di tutti gli elementi che dirigono politicamente
un popolo ossia esercitano funzioni statuali. Nello stato moderno perciò
vanno compresi non solo tutti i pubblici funzionari, tenendo conto pure
di quelli fra costoro che non sono pubblici impiegati, ma anche i membri
del parlamento ed i consiglieri provinciali e comunali; e perfino gl’elettori
politici e comunali, quando sono convocati nei comizi, esercitano
funzioni statuali e perciò fanno parte dello stato. Ma per quanto in una
organizzazione statuale democratica lo stato comprende, almeno
giuridicamente dappoiché in fatto le cose vanno diversamente, la parte maggiore
della società, pure questa non si confonde mai intieramente collo stato. Perchè
anche nei paesi dove vige il suffragio universale vi sono molti individui che
pur fanno parte del sociale consorzio, come le donne, i minorenni e
coloro che per condanne sono esclusi dal suffragio, i quali in nessun caso
partecipano alle funzioni politiche o statuali. Ma se lo stato non è la
società, esso essendo costituito dal complesso di tutti gl’elementi
che partecipano alla direzione politica di questa non è certo al di
fuori della società. Il cervello non è tutto il corpo umano, ma ne fa
parte e senza di esso il corpo umano non può vivere. Bisogna però
notare che la vita del corpo sociale ha delle analogie non delle identità
con quelle dell'individuo umano. Infatti in questo ogni singola cellula è
fissata nell'organo di cui fa parte, mentre negl’organismi sociali più
perfezionati, nei quali le funzioni statuali sono suddivise in vari organi le
cui attribuzioni sono giuridicamente limitate, vediamo spesso che il medesimo
individuo fa parte dello stato nell'esercizio della sua pubblica funzione e é
sem-plice membro della società al di fuori della sua funzione e di fronte
a tutti gli altri organi dello stato. Ciò accade tanto al semplice
elettore che al magistrato ed allo stesso membro del parlamento, se non
vogliamo tener conto per i due ultimi delle poche speciali prerogative che
mirano a salvaguardarne l'indipendenza nell'esercizio delle loro
funzioni. Molti filosofi considerano intanto lo stato e la società
come due enti che per necessità vivono in continuo antagonismo, per
alcuni anzi lo stato è il perpetuo nemico della società. Dopo quanto si
è scritto risulta evidente che il loro concetto è per lo meno inesatto
e sopratutto è difettoso perchè contribuisce piuttosto a confondere che a
chiarire le idee che si possono avere sull'argomento. Nondimeno esso non
è del tutto falso e può essere anzi riguardato come una interpretazione
sbagliata di una condizione di cose in tutto od in parte verace. È
indiscutibile infatti che in una società vi possono essere elementi
dirigenti che dalla costituzione in vigore sono tenuti lontani dalla
organizzazione statuale. Ed allora naturalmente vi è una lotta fra questi
elementi e quelli già accolti entro lo stato che può assumere la parvenza di
una lotta fra stato e società. E può anche accadere che i progressi
del senso morale e giuridico di una società abbiano oltrepassato
quel livello che si era aggiunto nel momento della formazione del suo
organismo politico. Sicché questo, rimasto arretrato, permette ai
rappresentanti dello stato un'azione che riesce vessatoria ed arbitraria
per gli altri membri della società. Ma in sostanza i periodi di
antagonismo acuto fra gl’elementi statuali e quelli extra-statuali di
una società possono essere considerati come eccezionali e sogliono
ordinariamente precedere le grandi rivoluzioni. Tutto quanto si è
detto spiega perchè lo stato sia l'organizzazione politica di un
popolo. Se si tiene poi presente che, in tutti i paesi che hanno
raggiunto un certo grado di civiltà, le condizioni in base alle quali si arriva
all'esercizio delle funzioni statuali ed i limiti di queste funzioni
sono determinati dalla LEGGE si vede facilmente come questa
organizzazione sia non solo politica ma anche giuridica; perchè essa crea fra i
diversi organi dello stato e fra coloro che esercitano le
funzioni statuali ed i semplici cittadini una serie di rapporti
giuridici. Questi rapporti nascono in base ad una facoltà che lo stato
esclusivamente possiede: la sovranità. La sovranità consiste nel potere
di conchiudere convenzioni e trattati con un’ altro stato e di creare il
diritto e farlo eseguire in tutto il territorio sottoposto allo stato.
I filosofi, educati quasi esclusivamente alle concezioni del diritto privato,
si sono spesso trovati in qualche imbarazzo riguardo a questo attributo
della sovranità. Essi stentano a spiegaisi come e perchè l'ente che ha
facoltà di fare la legge, di modificarla e disfarla e *sottoposto* alla legge.
Per darsi ragione di questo fatto i filosofi hanno ricorso a tante
ipotesi, fra le quali la più divulgata è quella che lo stato a sorto
in base ad una convenzione, ad un “contratto”, ad un atto giuridico
tacito od espresso, ma ad ogni modo consentito da coloro che fanno parte
del consorzio sociale sul quale esso esercita la sua sovranità.
Prendendo a base il concetto che già si è adottato sullo stato e dei suoi
rapporti con la società non riesce difficile di risolvere
la difficoltà accennata. Già fin dal tempo dei filosofi e giureconsulti
romani si distinsero nello stato due personalità -- una di diritto PRIVATO, per
la quale esso potea contrarre obbligazioni come ogni altra persona
giuridica -- ed un'altra di diritto PUBBLICO che gli confere l'esercizio
dei poteri sovrani. L'esercizio di questi poteri produce la conseguenza che
lo Stato impone a tutti i cittadini degli obblighi, come ad esempio quello
dell'imposta e del servizio militare, senza offrire in cambio
alcun corrispettivo diretto. Senonchè è da osservare che nelle forme
di stato più perfezionato e sopratutto nello stato rappresentativo
moderno, quando si tratta d'imporre questi obblighi e di esercitare in genere
la funzione sovrana per eccellenza, che è quella di fare le leggi,
è necessario il consenso del capo dello stato e di tutte quelle forze
politiche che son rappresentate nei due rami del parlamento. Nel
momento nel quale, collettivamente e nelle forme volute, gl’elementi ai
quali è affidato il POTERE LEGISLATIVO esercitano questa funzione, essi
sono sovrani, cioè, SUPERIORI alla legge perchè la fanno e la
disfanno, in tutti gli altri momenti ed individualmente sono soggetti alla
sovranità, cioè all'impero della legge. A guardarci bene nello stato
moderno ciò non rappresenta una vera anomalia, perchè anche nell'esercizio
delle altre funzioni statuali gl’elementi che le disimpegnano agiscono,
sia individualmente che collegialmente, in nome dello stato e lo
rappresentano nei limiti delle loro attribuzioni. Mentre sono completamente
soggetti alla sovranità dello stato in qualunque *altra* manifestazione
della loro attività personale. Tanto i membri del POTERE GIUDIZIARIO che
gl’agenti del POTERE ESECUTIVO si trovano infatti nelle condizioni
accennate, colla differenza però che, quando esorbitano dalla
loro funzione ed anche nell'esercizio della loro funzione, è sempre
possibile di esercitare sopra di essi un controllo che riesce malagevole,
se non impossibile, di fronte al potere legislativo. Sia a
causa di una lontana parentela. etnica, sia perchè l'influenza
delle vicine colonie greche dell’ Ita- lia meridionale avrebbe agito
efficacemente fin dal se- sto secolo avanti l’era volgare, certo è che l’organiz-
zazione politica delle città italiche, all’inizio dell’epoca storica,
presenta molte analogie con quella dello stato- città ellenico.
In Roma infatti, che è la più nota fra le città italiche, troviamo
in origine il Re, il Senato composto nei tempi più antichi dai capi delle
diverse genti pa- trizie, ed i Comizi, ossia l’assemblea del popolo.
Abo- lita come in Grecia la regalità ereditaria e sostituita ad
essa il consolato e le altre magistrature temporanee, elettive e quasi
sempre multiple, sorse presto anche a Roma la lotta tra l’antica
cittadinanza patrizia, costi- tuita da coloro che facevano parte delle
antiche genti e la nuova cittadinanza plebea, composta a preferenza
dai discendenti degli stranieri domiciliati e dei servi liberati. E per
un certo tempo pare che due città coesiste nell’urbe, con magistrature speciali
all’una ed all’altra, finchè si fusero quasi intieramente con
una costituzione che ricorda molto il tipo ellenico
della città-stato, ma che si distingue da essa per alcune particolarità
originali. Le principali sarebbero la maggior facilità con la quale
veniva accordata gradatamente la cittadinanza, od una semicittadinanza,
alla parte migliore dei popoli vinti, il mantenimento di tutti i diritti di cittadinanza
ai coloni che si spedivano in siti abbastanza lontani dalla capitale, ed
infine il carattere spiccatamente aristocratico che conservò fino
all’ultimo secolo della repubblica la costituzione romana rispetto
a quella di quasi tutte 1é città greche. Infatti il Senato romano nell’epoca
storica era com- posto da coloro che erano scelti dal censore fra le
persone che avevano esercitato cariche elevate, e solo in un'epoca
relativamente recente i Comizi centuriati fu- rono riformati in maniera
da togliere in essi la pre- ponderanza alle classi altamente censite ed
accanto at Comizi centuriati furono ammessi i Comizi tributi, nei
quali prevaleva il numero sul censo. Però la legge non poteva essere
approvata se non nelia forma precisa con la quale i magistrati l'avevano
proposta, ed il Senato romano ebbe attribuzioni ed autorità assai più
larghe di quelle concesse ai corpi analoghi che si potevano trovare
in qualche città ellenica. Ed in quanto alle cariche elettive il costume,
più che lia legge, impedì sino agli ultimi tempi della repubblica che
fossero conferite a veri popolani. Infatti il tribunato militare, che era
il primo gradino che dovevano salire coloro che aspiravano alla carriera
politica, fino alla fine della repubblica non fu praticamente accessibile che
ai membri dell’ordine equestre, i quali dovevano possedere un censo
piuttosto elevato. Ma quando Roma, dopo avere sottomesso l'Italia,
ebbe conquistato quasi tutte le terre bagnate dal Mediterraneo apparì
chiaramente che la costituzione della città-stato, sia pure modificata nel
modo accennato, non poteva più funzionare. Infatti la lontananza
della. grande maggioranza dei cittadini era di ostacolo alla
regolare e pronta riunione dei Comizi nel foro, i quali in ultimo non
furono più frequentati che dalla pleba- glia che abitava nell’ Urbe.
Inoltre diveniva impossibile di conservare l’annualità delle cariche più
elevate quando i consoli dovevano fare un lungo viaggio per recarsi
nelle lontane province. Oltre a ciò era avvenuto un profondo rivolgimento nella
distribuzione della proprietà fondiaria, poichè questa si era a poco a
poco accentrata nelle mani di un piccolo numero di latifondisti, e quindi
era gradatamente diminuita quella classe di piccoli proprietari che per
lungo tempo aveva costituito il nerbo degli: eserciti romani. Per
riparare a questa deficienza furono promulgate due leggi: una proposta da Caio GRACCO,
mediante la quale l’armamento non era più a carico del soldato, ma
veniva. pagato dal pubblico erario, e l’altra proposta da Caio MARIO, il
riformatore dell’organizzazione militare romana, con la quale ve-. nivano
ammessi nelle legioni non solo i proletari ma anche i figli dei
liberti. Conseguenza di queste leggi e delle guerre lunghe e lontane fu
che all’esercito cittadino si andò mano mano sostituendo un esercito di
soldati di mestiere, reclutati negli strati più bassi della popolazione,
e praticamente il comando (imperium), prima corcesso solo temporaneamente
e con possibilità di revoca ai comandanti delle legioni, divenne
illimitato e si protrasse per molti anni; sicchè i soldati divennero
facili strumenti dei loro capi sostenendone gli ambiziosi di- segni
a patto di partecipare ai vantaggi della vittoria. In questa condizione
di cose bisogna ricercare una delle principali origini delle guerre civili, che
ebbero come conseguenza un sensibile spostamento della proprietà
privata; perchè durante la prima, e soprattutto durante la seconda
proscrizione, molte furono le terre che ven- nero tolte ai ricchi ed ai
medii proprietari e furono distribuite ai soldati, cioè ai proletari
armati. Viva è stata una disputa fra alcuni storici moderni, perchè
alcuni sostengono che OTTAVIANO vuole creare una nuova forma di governo,
sostituendo l’impero alla Repubblica, mentre altri invece opinano che
egli volle conservare la forma repubblicana ritoccandola dove e
necessario. A noi la questione sembra, in tali termini, posta male;
perchè le persone non troppo addentro nello studio dell’istituzioni romane
potrebbero in tal modo supporre che la repubblica in Roma antica fosse
una forma di governo presso a poco uguale alle moderne repubbliche
e che l'impero d’OTTAVIANO ha molta somiglianza con gl’imperi moderni. La
verità è che OTTAVIANO vide che l’antica costituzione dello stato-città
non puo più funzionare dopo che Roma aveva soggiogato tutte le coste del
Mediterraneo e che i cittadini romani sono diventati milioni e perciò
aggiunse a quelli antichi nuovi e più efficaci organi di governo,
adattando pure, per quanto era possibile, gl’organi antichi ai bisogni
nuovi. Quindi i comizi come organi legislativi comincia- rono ad
andare in disuso, sebbene Augusto abbia fatto .da essi approvare due
importanti leggi tutelatrici del- l'istituto familiare, cioè la legge
Papia Poppea de maritandis ordinibus e la legge Julia de
adulteriis. L’ultima legge approvata dai comizi, di cui si ha notizia, è
una legge agraria di NERVA (si veda). La funzione legislativa dei comizi
passò all’ Imperatore ed al Senato, il quale emanava Senatus consulta
aventi forza di legge. Però le antiche prerogative di questo corpo
politico furono notevolmente limitate; in- fatti gli affari finanziari e
la politica estera, che erano stati di sua competenza, furono in buona
parte affidati all’ Imperatore! Le province dell’impero furono divise in
imperiali e senatorie; le une erano amministrate direttamente dall’
Imperatore mediante funzionari da lui nominati, le altre da funzionari
nominati dal Senato. È da notare che le province imperiali erano quasi tutte ai
confini dell'impero ed in esse risiedevano le legioni delle quali era
generalissimo l’imperatore, il quale aveva conseguentemente nelle sue mani la
forza militare, e nelle province imperiali, dove vi era un governo militare,
esercita un’autorità assoluta. A Roma e nelle province senatorie l’mperatore
era un magistrato civile, però cumulava in sè tante cariche che la sua
volontà era preponderante. Le antiche magistrature repubblicane furono quasi
tutte con-servate, ma, accanto ad esse, si istituirono nuove e più
efficaci ciriche, coperte da semplici cavalieri o dai liberti dell’
Imperatore, che dipendevano direttamente da lui. Così a poco a poco la
burocrazia imperiale Nella civiltà. antica non si riscontra quella netta
suddivi- sione di attribuzioni fra i diversi organi sovrani che, almeno
teoricamente, esiste oggi nei paesi di civiltà europea ed americana;
poichè spesso la stessa attribuzione, come ad esempio il potere
legislativo, veniva a vicenda esercitata da due organi diversi. Di, fatto
poi a Roma, nei primi due secoli dell'impero, i poteri del Senato si
allargavano e restringevano secondo la volontà degli imperatori; più
rispettosi essendo in generale dell’autorità del Senato quelli che
lasciarono un buon nome, come ad esempio TRAIANO (si veda), meno assai
quelli che furono dai contemporanei e dai posteri giudicati malvagi.
oa soppiantò le antiche magistrature, che divennero col tempo
puramente onorifiche. Rimase soltanto, come traccia e ricordo
dell’antico regime politico, la /ex regia de imperio per la quale
nominalmente era il Senato, come rappresentante del popolo romano, che
conferiva all'Imperatore la sua potestà; sebbene di fatto era il favore
ed il disfavore dei pretoriani e poi delle legioni che creava ed
abbat- teva gli imperatori. Ad ogni modo la legge citata fa- ceva
sì che, fino alla fine del terzo secolo dopo Cristo, la costituzione
dell'impero romano si poteva distin- guere da quella degli antichi imperi
orientali, nei quali il sovrano era tale per delegazione del Dio
nazionale O per privilegio ereditario della sua famiglia. Di questo
concetto relativo all’origine dell’autorità dell’ imperatore romano si trova
ancora il ricordo nelle Pandette di GIUSTINIANO; e GREGORIO Magno, scrivendo
all’ imperatore d’Oriente, affermava che mentre i sovrani stranieri
(reges gentium) erano signori di servi, gl’imperatori romani (imperatores
vero reipublicae) comandavano ad uomini liberi. Uno dei punti più
deboli della costituzione impe- riale romana fu la incertezza della
regola di successione, la quale faceva sì che nascessero frequenti lotte
fra i diversi pretendenti al trono. I primi cinque imperatori
appartenevano per sangue o per adozione alla famiglia Giulia Claudia,
spentasi questa con NERONE; dopo un anno di guerre civili sottentra con tre
imperatori, Vespasiano, TITO e Domiziano, la famiglia Flavia. Con
quell’anno prevale il costume dell’adozione, mediante il quale
l’imperatore vivente designava il successore e, mercè questo.
costume, si ebbe una serie di buoni imperatori. In quell’anno si tornò alla
successione naturale, perchè ad ANTONINO (si veda) succedette l’indegno
suo figlio COMMODO (si veda) e, dopo che questi fu ucciso, nel 192
dopo Cristo, ricominciarono le guerre civili fra i candidati alla
successione, sostenuti ognuno dalle proprie legioni, e con il
ricominciare di queste lotte si manifestarono i primi indizi della
decadenza dell’ impero e della ci- viltà antica. Le dottrine
politiche dei filosofi romani non sono molto originali. I romani, uomini
eminentemente d'azione, amano poco di teorizzare. Inoltre nell’ultimo
secolo della Repubblica, epoca torbida di lotte civili, le teorie
servivano poco. Sotto l’ Impero manca il fine pratico per l’indagine teorica
dei problemi politici. Ad ogni modo fra i filosofi romani nei quali
si trovano pensieri che hanno rapporti con la vita politica si può anzitutto
ricordare LUCREZIO (si veda), il quale nel suo poema De rerum natura dopo
aver ammesso l'esistenza degli Dei, i quali però non si
occuperebbero delle cose di questo mondo, ricerca le origini degl’ordinamenti
politici. Afferma che in principio gl’uomini si riunirono in città
sotto capi scelti tra i più forti ed i più prestanti, poichè questo è il
significato che bisogna dare all’aggettivo pulcher che LUCREZIO usa;
costoro degenerando abusarono del loro potere raccogliendo nelle loro
mani tutte le ricchezze e suscitando così la ribellione dei governati, la quale
avrebbe provocato uno stato di anarchia che avrebbe reso necessaria la
for- mulazione delle leggi e l'elezione dei magistrati. Come
facilmente si vede vi è in queste teorie molto eclettismo e si sente in
esse l’ influenza di Platone e di Polibio. SALLUSTIO (si veda) nella sua
De bello jugurtino mette in bocca a CAIO MARIO una violenta
invettiva contro l’aristocrazia romana, inoltre nella descrizione
che fa della congiura di CATILINA mette in evidenza in maniera
efficacissima la corruttela della vita politica romana negl’ultimi tempi
della repubblica. Altro filosofo che si occupa anche di politica e
CICERONE che nel De republica, nel De legibus e nel De officiis esamina le
tre tradizionali forme di governo, affermando la sua preferenza per un
governo misto nel quale le tre forme erano fuse. Appare in ciò
chiaramente l’ influenza di Polibio. Oltre a ciò CICERONE parlando della
schiavitù non ammette la teoria aristotelica della disuguaglianza degl’uomini,
ma la giustifica con un principio di diritto internazionale, affermando
cioé che nella guerra i vinti ai quali si lascia la vita diventano
servi. Intanto è giusto ricordare che CICERONE tratta assai
umanamente i suoi schiavi, specialmente quelli colti che venneno
dall’Oriente, e difatti sono molto affettuose le lettere che scrive al suo
liberto e collaboratore Tirone. Seneca, basandosi sulla distinzione fra
diritto naturale e diritto civile, sostenne che la schiavitù non e
giustificabile dal punto di vista del diritto naturale, ma lo e in base
al diritto civile. TACITO nell’annali dice incidentalmente che i governi
misti di monarchia, aristocrazia e democrazia è più facile che siano
lodati anzichè effettuati e che, se sono effettuati, non durano. Non sembra che
TACITO sia stato repubblicano nel senso che avrebbe desiderato il ritorno
all’antica forma di governo anteriore a GIULIO Cesare e ad OTTAVIANO, egli e
soltanto avverso ai cattivi imperatori e lodava quelli buoni, che hanno saputo
conciliare il principato con la libertà, cioè col rispetto delle leggi e
dell’autorità del senato. Il più grande contributo alla elaborazione
della civiltà antica lo diede la Grecia, ma fu merito di Roma l’avere
esteso i risultati della cultura ellenica a buona parte dell’Asia,
all'Africa settentrionale ed a tutta quella parte dell’ Europa che sta a
mezzogiorno del Danubio e ad occidente del Reno e perfino alla parte
meridio- nale della Gran Bretagna. E merito anche maggiore di Roma
fu quello di avere introdotto, dovunque esten- deva il proprio dominio,
leggi, idee e costumi presso a poco uguali, sostituendo, senza apparente
coazione, in Occidente IL LATINO, in Oriente il greco, alla MOLTITUDINE
DEI LINGUAGGI BARBARICI e facendo col tempo sparire ogni distinzione fra
vincitori e vinti, conquistatori, e conquistati. Poichè con l’editto di CARACALLA
si estende la cittadinanza romana a quasi tutti i provinciali,
completando così quella unità politica e morale di tanta parte del mondo
civile, che, dall’ora in poi, non è stata più raggiunta. Urbem
fecisti quod prius orbis erat. Così canta il poeta gallico Rutilio
Namaziano al principio del quinto secolo dell’era volgare,
riassumendo in poche parole l’opera grandiosa che nel corso di parecchi
secoli Roma aveva compiuto. La ricerca delle cause che produssero la
caduta dell'Impero romano d'Occidente è ancora uno dei più oscuri
problemi fra quelli che presenta la storia. Poichè non si tratta soltanto
di spiegare il crollo di un organismo politico, ma la dissoluzione, sia pure
non completa ma certamente profonda, di una civiltà. Una osservazione, che
forse finora non è stata fatta, è quella che riguarda la China e fino ad
un certo punto l’ India, paesi la cui civiltà ha avuto pochi contatti con
quella ellenica e romana, e nei quali, pur essendosi succedute
parecchie invasioni barbariche, i conquistatori, in capo ad un paio di
generazioni hanno assorbito la civiltà dei vinti e questa ha continuato
il suo corso senza che la decadenza sia stata lunga e molto sensibile.
Ciò che non è avvenuto alla caduta dell'Impero romano d’ Oc-cidente,
ragione per la quale si può supporre che essa sia principalmente dovuta a
cause interne. È già noto che i primi gravi sintomi della crisi si
ebbero nel terzo secolo dopo Cristo e che essi sono visibili perfino
nell’arte e nella letteratura, che manifestano un notevole decadimento del
gusto e del pensiero. Si è pure accennato alla mancanza di una norma
regolatrice della successione al trono che diede occasione ad una serie di
guerre civili, durante le quali qualche volta si ebbero tanti imperatori
quante erano le province importanti. Contemporaneamente ebbero
luogo le prime irruzioni dei barbari, che sparsero la desolazione nella
Gallia e nella penisola balcanica ed arrivarono un momento perfino
nell'alta Italia. Gl’imperatori Illirici Claudio secondo, Aureliano,
Probo, Caro ed in ultimo Diocleziano riuscirono a respingere i barbari pur
abbandonando loro la Dacia e quella parte della Germania che era ad
oriente del Reno e si estendeva fino alle sorgenti del Danubio; poi
Diocleziano per rinforzare il potere centrale compiè l’evoluzione già iniziata
da Settimio Severo e diede all'impero il carattere di una monarchia
assoluta di tipo orientale, trasformando anche in questo senso l’e-
tichetta di corte. Egli cercò pure di fissare le norme per la successione
al trono in maniera da evitare le guerre civili, mercè la coesistenza di
due Augusti e di due Cesari che si rinnovavano per cooptazione. Ma,
dopo il ritiro di Diocleziano, si rinnovarono le guerre civili, finchè
Costantino ristabili l’unità dell’impero, che però durò poco e, dopo
varie vicende, si spezzò definitivamente alla morte di Teodosio. Durante
tutto il quarto secolo dell’era volgare e nei primi decenni del quinto la
dissoluzione politica, economica e morale dell'Impero romano di
Occidente si aggravò sempre più fino a diventare un male irreparabile.
Come già si è accennato è difficile di accertare quale sia stata la causa prima
di questa decadenza, dovuta probabilmente ad un complesso di cause,
prevalentemente di natura interna, alcune delle quali sono abbastanza
note. E prima di tutto bisogna segnalare la diminuzione della
popolazione dovuta, oltre che a qualche irruzione dei barbari, alle
frequenti pestilenze ed alle carestie. Nè l’igiene pubblica nè il sistema
dei trasporti erano allora così perfezionati da potere prevenire le
stragi delle une e delle altre. Si aggiunga che la natalità era
scarsa, perchè il cristianesimo non era ancora così diffuso nelle plebi rurali
da sradicare l’uso del procurato aborto e dell’esposizione degli infanti.
La diminuzione della popolazione produsse naturalmente l'abbandono
della coltura di molti campi, alla quale si cercò di riparare coll’istituzione
del colonato, che legava l’agricoltore ed i suoi figli alla terra, rimedio
artificioso ed insufficiente. Altra causa e la decadenza della
classe media, dovuta soprattutto all’eccessivo fiscalismo. Oltre
alle dogane ed alla imposta del cinque per cento sulle eredità, il
maggior provento del fisco imperiale consisteva nell’imposta sulla
proprietà terriera. Essa veniva ripar- tita mediante il sistema del
contingente, in base al quale il governo centrale stabiliva l'onere di
cui era gravato ogni municipio. Della riscossione erano incaricati i
decurioni, ossia i membri del consiglio muni- cipale reclutato fra i
maggiori censiti, i quali erano tenuti a ricoprire con le loro sostanze
la differenza fra la somma stabilita e quella realmente riscossa. I
grandi proprietari residenti a Roma o nelle ‘principali città
dell'impero si facevano esentare facilmente dal decu- rionato, che così
ricadeva tutto sulle spalle dei medi e piccoli proprietari e li
rovinava. Si aggiunga che l’incertezza del valore della moneta
doveva contribuire ad aggravare la crisi economica. Durante il periodo
dell’anarchia militare, nella seconda metà del terzo secolo, si era
cominciato a coniare mo- neta falsa, mescolando nelle zecche dello Stato
del piombo all’argento e qualche volta all’oro. Natural- mente nel
commercio queste monete erano accettate per il loro valore reale con un
conseguente rincaro dei prezzi. DIOCLEZIANO cerca di ripararvi con
un’unica tariffa che stabiliva in tutto il territorio dell'impero i
prezzi massimi di tutte le derrate e di tutti i servizi. Ma ciò era
assurdo, perchè fra le altre cose era im- possibile che una derrata
avesse lo stesso prezzo in: tutte le parti del vastissimo impero, sicchè,
malgrado le gravi pene comminate a chi la violava, la tariffa non
fu applicata. È noto anche che in molte parti dell’impero il
brigantaggio era una piaga permanente e contribuiva. a turbare la
sicurezza dei beni e ad impoverire a pre- ferenza il medio ceto, perchè i
ricchi si difendevano con le loro guardie private ed i poveri erano
difesi dalla loro stessa povertà. Ma soprattutto ciò che aggravava
le conseguenze degli errori del governo e rendeva inefficaci quei
provvedimenti che sarebbero stati utili fu la corruzione della.
numerosissima ed invadente burocrazia, la quale, dopo il terzo secolo,
avea conquistato sempre maggiori poteri a Scapito delle libertà individuali e
delle autonomie municipali. Gli storici ricordano qualche caso
tipico di questa corruzione. Quando i goti, sospinti dagl’unni, chiesero
verso la fine del quarto secolo di sta-bilirsi nel territorio dell'impero a
mezzogiorno del Danubio, gli imperatori accolsero la loro domanda, e promisero
loro viveri per un anno e sementi per coltivare la terra a patto che
consegnassero le armi. Or i funzionari incaricati di questo servizio li
derubarono dei viveri e delle sementi, e, lasciandosi corrompere
dai loro doni, lasciarono loro le armi. Sicchè i barbari si
ribellarono, devastarono la penisola balcanica e sconfissero ed uccisero in
battaglia l’ imperatore VALENTE (si veda). Altrò caso tipico di corruzione
burocratica fu quello narrato dallo storico Ammiano Marcellino a
proposito di una serie di inchieste che ebbero luogo in Tripolitania.
Senonchè tutto ciò spiega solo in parte la caduta dell’ Impero
romano d'Occidente e, fatto più grave di questa caduta, la grandissima
decadenza, per non dire la dissoluzione, della civiltà antica. Perchè in
ogni paese civile ed in ogni generazione, accanto alle forze
dissolvitrici, vi sono sempre quelle conservatrici e ricostituenti,
rappresentate dai caratteri nobili e devoti al pubblico bene; ed uomini
di questo carattere non mancavano nella società romana nel quarto e
quinto secolo dell’era volgare, tanto vero che la Chiesa ebbe
allora una serie di uomini superiori, come indiscutibilmente furono
sant’Ambrogio, son Girolamo, sant’Agostino, Paolino di Nola, Salviano, Paolo
Orosio, ecc. Ma questi uomini superiori per ingegno e moralità non
ritardarono la caduta dell'Impero romano d’Occidente perchè facevano parte
della gerarchia ecclesiastica; nella quale, sebbene non facesse difetto
il patriottismo, la salvezza dei corpi era posposta a quella delle
anime. All’ideale pagano (partecipazione attiva alla vita dello Stato,
sentimento del dovere civico e militare, concezione immanentistica della
vita), si so- stituiva, in gran parte e necessariamente, quello cristiano
(disinteresse per le cose di questo mondo e quindi anche per lo Stato,
aspirazione alla beatitudine eterna, concezione trascendentale della vita,
considerata come un esilio, un passaggio, un ostacolo al
raggiungimento della perfezione cristiana). Veniva cioè
dissolvendosi quell’ insieme di idee e di sentimenti che sino ad allora
aveano diretto l’azione della civiltà antica e per- ciò veniva a mancare
quella forza morale che è il coefficiente essenziale degli sforzi
collettivi di ogni società umana, e tale mancanza doveva di conseguenza
produrre, sotto la spinta di un urto esteriore un po’ grave, la
dissoluzione dell’organismo politico e della civiltà che erano da quella
forza morale vivificati e sostenuti. Così morì l’ Impero romano
d’Occidente, che, meno favorevolmente situato di quello d’Oriente, ebbe
inoltre la sventura di essere assalito ed invaso dai barbari proprio nel
periodo più acuto della crisi morale, occasionata dal diffondersi del
Cristianesimo fra la sua classe dirigente; mentre l'Impero d’Oriente ebbe
il tempo di reintegrare le proprie forze materiali e morali, di superare
il momento peggiore della crisi e potè ancora durare per quasi un
millennio. Colà il Cristianesimo, diventato nel sesto secolo dell’era
volgare e nei susseguenti religione nazionale dell’impero, contribuì ad
accrescerne la forza ed a mantenerne la compagine di fronte agli attacchi
prima dei Persiani, poi degli Arabi e per lungo tempo dei Barbari del
settentrione. Nè bisogna dimenticare che a cominciare dagli inizi
dell’ottavo secolo la lotta contro il culto delle immagini fu l’effetto, nella
società bizantina, di una reazione dell'elemento laico contro l’ascetismo
ed il monachismo. Gaetano Mosca. Mosca. Keywords: implicatura,
mafia. Stato liberale, stato sindacale, regime parlamentare, partito e
sindacato. Refs.: H. P. Grice: “Mosca’s liberalism;” Luigi Speranza, "Grice e Mosca," per il Club Anglo-Italiano,
The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Motta: la
ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale – la scuola di Vercelli
-- filosofia piemontese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Vercelli). Filosofo piemontese. Filosofo italiano.
Vercelli, Piemonte. Grice: “If Mill’s claim to fame is to some his examination
of Mill, Motta’s claim to fame is his examination of Rosmini!” -- Il conte
Emiliano Avogadro della M,. Nacsce dal conte Ignazio della M. e da Ifigenia
Avogadro di Casanova, entrambi appartenenti a nobili famiglie di vassalli e
visconti, i cui antenati risalgono a poco oltre il mille. Tra gli Avogadro vi
fu anche Amedeo, inventore della legge sui fluidi. Frequenta con profitto gli
studi e si laureò in utroque iure, ma proseguì lo studio in diverse aree della
teologia e della filosofia, trasformando le dimore familiari in piccole
accademie dove giuristi, filosofi, studiosi di diritto canonico e vescovi si
riunivano, per discutere vari argomenti ed approfondire la filosofia moderna e
i diversi aspetti del nascente socialismo. Ricevette l'incarico, che già
fu del padre, di riformatore degli studi del Vercellese e in un'epoca in cui si
guardava ancora con diffidenza all'istruzione delle classi popolari, egli
visitava ciclicamente le scuole d'ogni ordine, scegliendone accuratamente gli
insegnanti, convinto che l'istruzione e l'educazione fossero un diritto di
tutti e dovessero procedere simultaneamente. Assunse la carica di
Consigliere di Formigliana e continuò a dedicarsi allo sviluppo culturale della
natia Vercelli, ove fondò la Società di Storia Patria, per incrementare gli
studi sul glorioso passato della città. Divenne membro del Consiglio Generale
del Debito Pubblico e più tardi sindaco di Collobiano e “Consigliere di Sua
Maestà per il pubblico insegnamento” La sua notorietà varcò i confini del
Piemonte, allorché ricevette l'eccezionale invito di partecipazione alla fase
preparatoria della definizione del dogma dell'Immacolata e le sue riflessioni
ebbero un seguito fra alcuni importanti gesuiti, come il direttore de La
Civiltà Cattolica, che fece dono a Pio IX del Saggio intorno al socialismo.
Azeglio, richiamandosi a M., espresse la propria preferenza per una condanna
esplicita di tali errori, da includere nella bolla di definizione del dogma, ma
l'autore sollecitò apertamente la distinzione di due argomenti (definizione del
dogma e condanna degli errori) dalla portata tanto diversa e lo stesso Pio IX
incaricò la Commissione, che aveva già lavorato sulla definizione del dogma, di
esaminare gli errori moderni e di preparare il materiale necessario per la
bolla e chiese al cardinale Fornari di invitare formalmente alcuni laici a
collaborare. Avogadro fu l'unico laico italiano ad essere interpellato e inviò
a Roma una risposta singolare e ricca di argomentazioni. Ben presto la
Commissione incaricata abbandonò la trattazione univoca dei due argomenti e la
solenne definizione su Maria sarà fatta da Pio IX, mentre l'esame degli errori
si trascinerà per altri dieci anni, mentre prevaleva in ambito ecclesiastico
l'idea di una severa condanna. Attività parlamentare Diventò membro
attivo nella vita politica, quale deputato eletto nel collegio di Avigliana e
operò nelle file dello stesso schieramento politico della Destra. La proposta
avanzata in Parlamento di ridurre il numero delle feste, indusse Avogadro a
scrivere un apposito opuscolo, per difendere la dignità dell'uomo che,
in quanto essere intelligente e creativo, «senza tempo libero non vive da
uomo, e mal lo conoscono gli economisti che altro non sanno procacciargli se
non “lavoro e pane”». In Parlamento prendeva spesso la parola contro il
progetto di legge che prevedeva l'obbligo del servizio militare e criticò la
cessione di Nizza e Savoia alla Francia, smascherando le reali intenzioni che
sull'Italia nutriva l'ambiguo Napoleone III. Riceve la decorazione della
Croce di Ufficiale dei Santi Maurizio e Lazzaro e continuò a scrivere, oltre a
collaborare con l'Armonia, l'Unità cattolica, l'Apologista, il Conservatore,
rivista quest'ultima stampata a Bologna e di cui è ritenuto uno dei fondatori e
collaboratori. Muore in Torino”, come annotano diversi giornali e riviste, non
ultima La Civiltà Cattolica, che gli dedicò un sentito necrologio. Saggi:
“Saggio intorno al Socialismo e alle dottrine e tendenze socialistiche” (Torino,
Zecchi); -- partito socialista italiano
-- “Sul valore scientifico e sulle pratiche conseguenze del sistema filosofico
di Serbati (Napoli, Societa Editrice Fr. Giannini); “Teorica dell'istituzione
del matrimonio e della guerra moltiforme cui soggiace, M. già Riformatore delle
R. Scuole provinciali degli Stati Sardi, a spese della Societa Editrice
Speirani e Tortone, Teorica dell'istituzione del matrimonio Parte II che tratta
della guerra moltiforme cui soggiace, per M., già deputato al Parlamento
Subalpino, Torino, Speirani e Teorica dell'istituzione del matrimonio e della
guerra a cui soggiace, -- che tratta delle difese e dei rimedi, con una
Appendice intorno alla ricerca del principio teorico morale generatore degli
uffizi e dei doveri coniugali,” Torino, Speirani e Tortone, M. deputato al
Parlamento Nazionale, Torino, Tipografia Speirani e Tortone, “Teorica
dell'istituzione del matrimonio e della guerra a cui soggiace, Parte Documenti
per M. già deputato al parlamento nazionale (Torino, Speirani); “Gesù Cristo
nel secolo XIX, Studi religiosi e sociali, Modena, Tipografia dell'Immacolata
Concezione, “La filosofia di Serbati” (Napoli,
Giannini); “La festa di S. Michele e il mese di ottobre agli angeli santi,
Torino, Marietti, Il mese di novembre dedicato a suffragio dei morti, Torino,
Marietti); “Le colonne di S. Chiesa. Omaggi a S. Giovanni Battista e ai Santi
Apostoli nel mese di giugno e novena per la festa dei Santi Principi Pietro e
Paolo, Torino, Marietti); “Il mese di dicembre in adorazione al Verbo Incarnato
Gesu nascente e ad onore di Maria Madre SS.ma, Torino, Marietti); “Opuscoli di
carattere storico-giuridico; Rivista retrospettiva di un fatto seguito in
Vercelli con osservazioni al diritto legale di libera censura, Vercelli, De
Gaudenzi, Delle feste sacre e loro variazioni nel Regno sub-alpino, Torino,
Marietti); “Quistioni di diritto intorno alle istituzioni religiose e alle loro
persone e proprietà, in occasione della Proposta di Legge fatta al Parlamento
torinese per la soppressione di alcune corporazioni, Torino, Marietti, Cenni
sulla Congregazione degl’oblati dei SS. Eusebio e Carlo eretta nella Basilica
di S. Andrea in Vercelli e sulla proposta sua soppressione. Per un elettore
Vercellese, Torino, Marietti); “Parole di conciliazione sulla questione della
circolare di S. E. Arcivescovo di Torino); “Del diritto di petizione e delle
petizioni pel ritorno di S. E. l'Arcivescovo di Torino); “Lo statuto condanna
la Legge Siccardi, Torino, Fontana, Erroneità e pericoli di alcune teorie ed
ipotesi invocate a sostegno della proposta di Legge di soppressione di vari
stabilimenti religiosi” (Torino, Speirani e Tortone); “Alcuni schiarimenti
intorno alla natura della Proprietà Ecclesiastica allo stato di povertà
religiosa, ed alle quistioni relative ai diritti e ai mezzi temporali di
sussistenza della Chiesa. Con una Appendice intorno alla legalità nell'esecuzione
della legge sulle Corporazioni religiose” (Torino, Speirani); “Considerazioni
sugli affari dell'Italia e del Papa” (Torino, Speirani); “Una quistione
preliminare al Parlamento Torinese” (Torino, Speirani); “Il progetto di
revisione del Codice Civile Albertino e il matrimonio civile in Italia, Torino,
Speirani); La Rivoluzione e il Ministero Torinese in faccia al Papa ed
all'Episcopato Italiano. Riflessioni retrospettive e prospettive” (Torino,
Speirani); L'Armonia, Civiltà Cattolica, Rivista retrospettiva sopra la
discussione delle leggi Siccardi, Unità Cattolica, Angelo Ballestreri,
segretario della Famiglia, presso l'Archivio Storico di Torino. Enciclopedia
storico-nobiliare italiana, promossa e diretta dal marchese Vittorio Spreti, Milano,
Avogadro di Vigliano F., Pagine di storia Vercellese e Biellese, in Antologia,
M. Cassetti, Vercelli, Avogadro di Vigliano F., Antiche vicende di alcuni feudi
Biellesi degl’Avogadro di San Giorgio Monferrato (e poi Conti di Collobiano e
di Motta Alciata), dalla Illustrazione biellese, XIX, Biella, Corboli G., Per
le nozze del Conte Federico Sclopis di Salerano e della Contessa Isabella Avogadro,
Cremona, Feraboli, De Gregory G., Historia della Vercellese letteratura ed
arti, parte IV, Torino, Di Crollallanza G. B., Dizionario storico-blasonico
delle famiglie nobili e notabili italiane estinte e fiorenti, I, Sala Bolognese, Dionisotti C., Notizie
biografiche dei vercellesi illustri, Biella, Amos, Manno A., Il patriziato
Subalpino. Notizie di fatto storiche, genealogiche, feudali ed araldiche
desunte da documenti, I, Firenze, I vescovi di Italia. Il Piemonte, Savio F.,
Torino, Bocca, Bonvegna G., Filosofia sociale e critica dello Stato moderno nel
pensiero di un legittimista italiano: Emiliano Avogadro della Motta in Annali
Italiani. Rivista di studi storici, Bonvegna G., Il rapporto tra fede e ragione
in Avogadro della Motta, in Sensus Communis,
Valentino V., Un difensore rigoroso dei diritti della Chiesa e del Papa,
in Divinitas, rivista di ricerca e di critica teologica, Volumi e tesi
sull'autore Bonvegna, M. Il pensiero filosofico-politico e la critica al
socialismo, Tesi, Filosofia. Università Cattolica, Milano, De Gaudenzi L.,
Ultima parola su di una pretesa ritrattazione di M., Mortara, Cortellezzi,
De Gaudenzi L., Un'asserzione di Paoli D.I.D.C. tolta ad esame, Mortara,
Cortellezzi, De Gaudenzi, Istruzione del
vescovo di Vigevano al Ven.do Suo Clero sul Matrimonio, Vigevano, Spargella,
Manacorda G., Storiografia e socialismo, Padova, Martire G., II, Roma, Omodeo,
L'opera politica di Cavour, Firenze, Pirri, Carteggi delL. Taparelli
d'Azeglio, XIV di Biblioteca di Storia
Italiana Recente, Torino, La scienza e la fede,
XXIV, Napoli Spadolini, L'opposizione cattolica da porta Pia, Firenze, Storia
del Parlamento Italiano, N. Rodolico, Palermo
Traniello F., Cattolicesimo conciliarista. Religione e cultura nella tradizione
Rosminiana Lombardo-Piemontese, Milano, Valentino, Il matrimonio e la vita
coniugale, Facoltà dell'Italia Centrale, Valentino, Un'introduzione alla vita e
alle opere, Vercelli, Saviolo, Valentino V., Un laico tra i teologi, Vercelli,
Valentino, Il pensiero di Gioberti, Genova, Verucci, Dizionario Biografico
Italiano, Istituto dell'Enciclopedia, Roma. Guido Verucci, Emiliano Avogadro
della Motta, in Dizionario biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, Opere di Emiliano Avogadro della Motta, Emiliano Della Motta
(Avogadro), su storia.camera, Camera dei deputati. DEL SOCIALISMO IN GENERALE. Origini
del socialismo nel razionalismo protestantico. Le prime eresie tentarono
soffocare la fede e la Chiesa; le seconde, viziar l'una, e sostituirsiall'altra.
Lutero e Calvinodistrussero il principio della fede, dell’amorale, dellasocietà.
Idolli germani cercarono rimedio nella scienza e nell'ecclettismo; la loro
filosofia, il loro diritto pubblico.Il protestantismo in Francia fa più audace e
ribelle.Combatiuto come selta religiosa produsse i liberi pensatori, che, a
titolo di scuola, ne dilatarono il razionalismo empio. Previsioni di Bossuet. Il
genio di Voltairee de'suoi discepoli fu essenzialmente anti-cristiano,
Paradossi del Gioberti. La guerra del filosofismo dcontro la fede e la scienza e
più radicale di quella del protestantesimo. Suo spirito non di separatismo,ma
dicosmopolismo. Da secoli la preponderanza nell'ordine delle idee e devoluta in
Europa alla Germania e alla Francia, colà bisogna cercare le fonti dell'errar.
Diverso carattere delle due nazioni. Nel razionalismo dell'una, nell'incredulità
dell'altra, stette deposto il primo articolo della carta socialistica. Non più
autorild Progressi del razionalismo e dell'incredulità nell'idealismo. Kant, il
suo antidommatismo; I suoi seguaci. Non vollero dirsi atei, loro panteismo
spurio peggiore dell'ateismo. Non vollero comparir scettici ne materialisti, ma
sovvertirono la scienza e la morale con l'i dealismo apriori. Hegel, el'idealismo
trascendentale e pratico. I teologi protestanti lo seguirono. Il
protestantesimo avea sfigurato fin da principio l'idea di un “Cristo”; a cosa
la ridusse Strauss. Apparente regresso in Francia dal materialismo e dalle
teorie rivoluzionarie. Principio di tolleranza mal applicato in tutte le
ristorazioni; indi l'indifferenti. Prefazione Saggio. L'incredulismo e il
filosofismo francese e nell'indifferentismo. I tedeschi pensatori seguirono
l'esempio, non la frivolezza dei volteriani. Smo religio sue políticone
gli ordini pubblici, l'eclettismo nella scienza. Gl’eclettici vollero mitigare l'idealismo
germanico; vollero parer rispettosi al cristianesimo, ma lo condannarono come
decrepito. La loro religione filosofica. Non ebbero pensatori. Lamennais, e i
razionalisti cattolici. L'idealismo o l'indifferentismo sono morbi quasi
insanabili. Questi compongono il secondo articolo del simbolo socialistico: la
fede all'Idea propria. Ne sorge l'amore all'indeterminato futuro, l'odio a ciò cheesiste.
Giudizio di Staudenmayer. L'uomo nello stato suo presente non comporta nè
dommatismo assoluto, nè razionalismo assoluto. La natura e il cristianesimo lo educano
colla sede e colla ragione, somministrandogli un'ontologia reale e certa Alcune
riflessioni sulle cose anzi esposte. Il protestantismo, il filosofismo francese,
e il tedesco, sono professioni d'ignoranza. Pongono fuori delle condizioni di
possibilità la religione e la scienza, e abbattono la ragione individuale con
un'assurda emancipazione. Tolgono lo scopo della ricerca della verità. La fede
per contro è scienza iniziale, anche negl’ordini naturali promettitrice. Gli
spiriti penetranti previdero da gran tempo il socialismo moderno; i più furi
bondi ne proclamarono e praticarono le massime. La religione e la società reale
erano già condannate in teoria dall'Idea dei sofisti, cui non possono
corrispondere in fatto. La Chiesa ne è la salute, perchè pre dica la verità positiva,
e muta le ipotesi de'sofisti. Questi falsificarono anche I principii positivi,
che vollero conservare per ricostrurre la società; tolsero la possibilità
dell'amore; sfigurarono le idee di libertà, di eguaglianza, di fratellanza, che
portate all'assoluto si escludono mutuamente. Il socialisino vuole ricostituire
con queste l'uman genere. Gli uomini di distruzione, e quelli dell'utopia, sorti
a slagellare l'umanità colle sperienze d'applicazione e tresta di d'esistenza delle
sette. Siappoggianoa un fiero dommatismo. Non inventano dottrine, ma scelgonoe volgarizzano
le più acconce ai loro fini. Sono la gerarchia, il sacerdozio, l'esercito della
filosofia anticristiana e antisociale, che senza di quelle non sarebbe
largamente perniciosa. Ora non sono più mere associazioni, ma trasformandosi
divennero società e governi sotterranei. Una buona storia delle sette sarebbe
un gran beneficio; come vorrebbe essere fatta. La miglior difesa contro di quelle
è farle conoscere. I sommi Pontefici lo vennero facendo, furono mal secondati. Le
sette massoniche. Veisaupte l'illuminismo. Le sette moderne teoriche ed
esecutive. La Giovine Europa e Mazzini. Loro tre mezzi d'influenza, le loro arti,
le loro forze. Non aspirano che alla propria supremazia e tirannia solto nome
di repubblica sociale. Gioberti le descrisse con somma perizia mutando
l'applicazione. Avvenire delle sette. Non sono esse sole il socialismo, ma ne sono
la virtù plastica e direttrice. Carattere e spirito del socialismo. È l'
eterodossia. Essa porta all'apice, all'universalità, a l l'atto, le empietà ed aberrazioni
de'secoli precedenti. Le sue idee sono Le sette secrete demagogiche. Esse
aggiunsero alle teorie un organismo artilizioso ed attivo. Tre aspetti, però terrene
e ristrette. È un cattolicismo umanoe diabolico, che vuol essere più universale
di quello di Cristo. Il suo Messianismo. Le sue stolte promesse e stolte accuse
contro la società. Professa odio a Dio e a Cristo, odio all'uomo, odio alla giustizia.
Sovverte il naturale eil supernaturale. L'idea socialistica non è intiera nella
mente diverün10 mo, il solo spirito del male ne può abbracciare e volere il tutto.
Nelle menti umane prende diversi gradi e forme. Coldomma dell'idea il socialismo
raccoglie a sè tutti gli spiriti erranti e passionati; disordina i difensori della
verità; esi infiltra nelle menti. Potenza seduttrice del l'Idea e delle Idee. Semisocialismo.
Unità di pensiero, di scopo, di forze morali e materiali nel socialismo, collimanti
contro il cristianesimo. Fa predetto dai santi Apostoli. Lamorte confuta il domma
e le speranze del socialismo, erende calamito se le sue promesse. Il comunismo.
È doppio; altro filosofico e in apparenza economico, altro apertamente Jadro e sensuale.
Il solo principio della comunanza non valea fondare veruna società che basti a
sè stessa. Esseni; comunanze monastiche; sistemi utopistici. Socialismo e
comunismo sono due estremi della stessa idea.La Francia è travagliata di preferenza
dal secondo, la Germania dal primo, il perchè. Il principio Cristiano non può ameno
di somministrare la soluzione di tutti i loro problemi sociali.Sentenza di
Jouffroy DEGLI SCOMPARTIMENTI PRECIPUI DEL SOCIALISMO . Delle scuole e dei sistemi
sociali più insigni, e in particalare dicoli. Hegel le aprì un orizzonte vasto
e pratico colla sua teoria sulla storia, e colle sue viste sul mondo germanico.
Con queste infiamm di pietistic protestanti e i politici ambiziosi, specialmentein
Prussia.Trovo eco fra novatorianche cattolici e israeliti. Le sette demagogiche
germaniche s'impadronirono dell'idea hegeliana di nazionalità, ostile alla
religione e alla civiltà romana. I sofisti la parodiarono altrove, adadulare le
proprie nazioni CATO II. Sansimonismo, umanitarismo. Il misticismo di Sansimone
s'indirizza alle passioni sensuali nobilitando le, alle ambizioni ultra-democratiche
esaltando le capacità individuali. I suoi discepoli l'organizzarono amodo di
religione panteistica umanitaria. Molti eclettici dell'università francese ne
adottarono I principii ideali, compiendo con questi la metafisica hegeliana. Leroux
e l'umanitarismo universale; gli umanitarii ricusano le idee di patria e di nazionalità.
Il principio saņsimoniano penetra largamente in Francia,e per ogni dove; esso
improntò al socialismo l'aria di religione lasciva e cosmopolitica.
L'emancipazione della carne e conseguenza logica del l'emancipazione del pensiero
dell'hegelianesimo e neo-egelianesimo. Owen e Fourrier vestirono l'idea
socialistica e comunistica di sistemi ri . Del svoialismo anarchico e
trascendentalmente empio . Prudhon, discepolo intelligente e sfacciato dei socialisti
tedeschi, sveld le vere esigenze del socialismo. Professa esplicitamente l'odio
a Dio, l'abolizione di ogni diritto, l'anarchia; cosa intenda con tal parola. Flagella
i socialisti e comunisti, ma è peggiore di loro. Le sue idee fanno impressione,
perchè sono l'espressione la più semplice della idea d'indipendenza assoluta. Lecoutrier,
la sua cosmosofia materialistica, prosessa il culto di sè stesso. Condanna la
filosofia e la civilizzazione. Il materialismo e l'anarchia spaventano in
Francia; ostinazione di certi razionalisti, che non dimenonon ne vogliono vedere
il rimedio additato già da Napoleone. Del socialismo operativo o militante, e
di quello latente. Il socialismo pensante sta nelle scuole panteistiche
incredule, l'operativo nelle sette e fazioni rivoluzionarie. I suoi fasti
recenti. Lo scopo principale è distrurre il caltolicismo. Perciò cerca di
rivoluzionare moral mente e materialmentela Chiesa. Adocchia l'Italia che ne tiene
il centro. Mazzini, la sua filosofia panteistica, le sue idee di nazionalità e
di primato italico parodia del primato germanico di Hegel. Sue contraddizioni.
È lo strumento del socialismo universale, che non vuol altro in Italia che non
più Papi. Per progredire il socialismo vesti in Italia tutte le forme e le ipocrisie.
Cerca di alluarvi il comunismo politico. Il socialismo latente. L'Inghilterra
ne possiede grandi elementi. Cenni sull'utopia del Moro.La Russia. Nissuna
rivoluzione eguaglia quella voluta dal socialismo. Che cosa è una rivoluzione.
Diverse specie di rivoluzioni parziali, che ora lutte s'informano
dellospiritodelsocialismo.Sono ingiuste,ruinose,infrenabili nei confini voluti
dai moderati, dai dottrinarii, dai liberali. Cos'è la riforma vera.Coloro non
sono riformatori,ma rivoluzionarji. Possono chiamarsi semisocialisti; lo sono
altri in religione, allri in filosofia, altri in politica. Fanno penetrare a tratti
a tratti l'idea, ed eseguiscono per parti l'opera socialistica. Sono
incoerenti. Giudizi di Joutfroye di Prudhon sui rivoluzionari al minuto.
Giudizi di Quinet sui cattolici democratici predicatori d'indipendenza. Non
sorge dai loro sistemi la vera democrazia, ma l'anarchia prudoniana in tutte le
relazioni degl’individui, e delle società fra loro. L'indipendenza assoluta non
esiste al mondo. Epilogo. Giudizio di Sterne sul principio rivoluzionario
socialistico, eminentemente anticristiano. Il termine della rivoluzione
sociale. La rivoluzione universale sociale non si compirà mai appieno. La
rivoluzione religiosa, come è promossa dal socialismo,è nata a far luogo addi
questa; e del semi-socialismo. Della rivoluzione universale e sociale; scompartimenti
precipui Del panslavismo demagogico, e del ruteno. Un detto napoleonico inverosimile,
o malinteso. Il panslavismo. È doppio. L'Idea russa; la suavivacità per forze
morali e materiali. Le sue arti. È ostile all'idea Latina e cattolica. È
religiosa e politica, panslavi sticae panscismatica. L'Italia ne èminacciata doppiamente.
Calamità europea, che si è la dissoluzione dellaGermania nell'anarchia religiosa
e politica. L'idea russa, ora antirazionalistica e antidemagogica, può col
tempo mutare processo ed allearsi religiosamente al protestantesimo, politicamentealla
demagogia europea. La Chiesa non teme, ma aspeita negli ultimi tempi un grande
assalto dai popoli di quelle regioni, e dalla apostasia dei propria figli. Quel
panslavismo sembra destinato a chiudere l'era del socialismo nostrale. laci, esuberanti,
indefinite. La verità e l'autorità hanno l'adesione della maggioranza, ma sono malconosciute.
Il clerocattolico fa quella vagliatura per ufficio, ma fra popoli colti la scienza
e la dimostrazione è necessaria. Parte dei laici. La filosofia dee essere
ricondotta al suo stato normale, da cui si di parti negando o trascurando l’ontologia
cristiana e la scienza della socieià universale degli spiriti. In Italia
bisogna far conoscere le produzioni della scienza straniera, dei paesi cioè in
cui la controversiaè vivace. Bisogna svelare il fondo dei sistemi socialistici;
formolare con precision i problemi; porre in lume i principii assoluti; questi non
impediscono le temperazioni pratiche. Si fa alcontrario. Esempio nella
quistione capitalissima delle relazioni fra chiesa e Stato. Questa in assoluto non
è quistione di libertà, ma di autorità. Il principio di libertà non basta a
spiegare l'ordine morale.Teorie di Rosmini nel suo saggio Della Costituzione.
Il problema religioso vi è mal formolato. Il progetto di costituzione
rosminiana non guarentirebbe alla chiesa nemmeno libertà; include
l'indifferentismo politico; toglie all'ordine civile la base morale. Necessità
della professione religiosa dello stato. Il problema politico intorno al
diritto e alla giustizia sociale vi è del pari inesattamente formolato. Nel
criticare le costituzioni galliche Rosmini non netacci ai vizii principali. Quale
sia laquistione politica odierna; come sia formolata dai socialisti, come da
Lainennais. Le emende proposte dal Rosmini alle costituzioni da lui criticate
sono vane, o insufficienti a farargine al socialismo e comunismo.È inutile
adulare e contrastare a metà le idee di moda, se non si risolve il tema del
socialismo. Esso nega Dio e le due leggi provvidenziali per cui l'uo mo è
governato dall'uomo, e il diritto sulle cose materiali è diviso fra gl’uomini. I
dottrinarii italiani e francesi si contentano di massime generiche, di idee
dimezzate, scoza analisi e applicazione. Gli americo una nuova foggia di demonolatria;
la rivoluziones cientificaproducela perdita dell'unità di senso morale; la
civile,un'anarchia,e tirannia in curabile. La rivoluzione universale,se potesse
compiersi,distrurrebbe inultimol'umangenere.Come ilsocialismo l'odii dio dio satanico.
Il suo termine logico sarebbe la distruzione dell'ordine di natura e di so
prannatura. Il mondo non saràmai tutto socialista come fu tutto pagano, perchè la
chiesa ha delle promesse infallibili; ma le nazioni civili non ne hanno, e camminano
indolenti verso grandi ruine. Un altro socialism che si dispone a trasformare il
mondo europeo. Timori, speranze, rimedii contro l'invasione delle dottrine
socialistiche. Vuolsi una buona vagliatura delle idee, dei desiderii, delle
speranze fal mani italiani, e gl’anglomani francesi, non conoscono i tipi
stranieri che vogliono imitare. I cattolici idealisti e razionalisti non
comprendono che guastano e snaturano il cristianesimo colle misture
eterodosse,a vece di farne l'apologia. Quali sieno dunque le tre vagliature,or
peces sarie, delle dottrine e delle voglie del secolo. Ancora alcune
osservazioni sul modo di trattare ora le controversie. Partito violento. La rivoluzione
materiale è sopita, ma l'ideale si dilala. L'Italia odierna, e la Germania di tresecoli
fa. Dollinger. È quindiur gente il bisogno di grandi manisestazioni della verità,
per mezzo della fede e dellaragione. I governi, ora materialmente forti, sono
moralmente deboli; l'epoca presente di razionalismo e di opinioni indeterminate
piega alt ermine. Il socialismo vuol dommi e fatti, vuolsi contrap porgli la
scienza della fede cristiana, continuando il lavoro dei più grandi genii del
cristianesimo. Che cosa è una filosofia cristiana. La polemica dee essere
trattata con franchezza; tenendo conto di tutti i principii veri e di tutti i
fatti; distinguendo le ricerche di ciò che è giu sto, ediciò che è prudente. Non
dee contentarsidi debellare gl’errori singoli, ma metter in luce la storia fillosofica,
e il sistema universale dell'eterodossia .Ilpanteismo è lasostanza
dell'eterodossia moderna. Considerazioni sul panteismo, suls uo lungo regno, sulle
sue fasi.Non sarà l'ultimo errore.Voto umile e riservato per un oracolo della
Santa Sede, e una condanna dottrinale e solenne del socialismo e comunismo.
Motivi. Insufficienze e pericoli delle discussioni scientifiche. Il socialismo,
come sistema compiuto, ha del nuovo; spesso sembra sfuggire agli anatemi degli
errori antichi che rinnova. Fra icattolici stessi sinceri visono dubbiezze e
illusioni. La gloria del nome di Cristo è avvilita. L'idea di Cristo, e quindi quella
della Chiesa, sono meno mate in molte menti.Quella èl'antidoto a tuttol'errare moderno
.Lapedagogia pende ad insinuare ilnaturalism o e ilsensualismo. La Santa Sede spesso
unì alle decisioni, e condanne dommatiche contro gli errori, le lezioni
razionali a illustrar lementi dei fedeli. Esempi. Così bramerebbesi ora, perchè
da molti il socialismo e comunismo non sono conosciuti quali sono. Condannati, rimarrebbero
nolati d'infamia agli occhi del mondo cristiano, e resi moralmente impotenti. È
quel tutto un arcano di sata nasso, alla sola Santa Sede apparterrà svelarlo e
conquiderlo; a lei però sola il giudicare della opportunità dei mezzi. Intanto,
colle armi già pronte della fede e dellascienza, vuolsi da ognuno colle sue forze
combattere la rivoluzione ideale. Teologia e filosofia, rivelazione e ragione,
vogliono andar congiunte, distinte, ma non parallele. Un passo del Mancini. Due
filosofismi, due rivoluzioni, che neminaccia no una più terribile. Presunzione dei
moderni; giudizi dei posteri. Tutti i partiti scontenti del presentemirano all'avvenire;
I più sci occhi sono gli aspettanti e ineuirali. Il principio cristiano è
incarnato nella Chiesa, essa non fa quistioni di clericocrazia, quando parla
alle genti con autorità. L'Italia e isuoiri formatori sispecchino nella
Germania di tre secoli fa. La Chie sa benefica e invitta in tutti i secoli. I
fedeli hanno da incoraggirsi; fra l'idea socialistica e la cristiana sanno
quale abbia la verità,e quale ot Alcuni documenti intorno alle scriesegrere
demagogiche. SOCIALISJIO IN (iKNKRALE.
Origini del socialismo nel razionalismo protcstanlieo. T.p (uime eresie tenurono soffocare la fede e la chiesa;
le seconde, viziar r ona. e sosiiluirsi
all'altra. JLulcro c Calvino distrussero il
principio della fede, della morale, della società. I dotti germani
ccrenronn rimedio nella scienza e neireccletlismo; lo loro filosofia, il loro
diritto pubblico. Il protestantismo nella Gallia è più audace e ribelle.
Combattuto come setta religiosa produsse i liberi pensatori, che, a titolo di
scuola, ne dilatarono il razionalismo empio. Previsioni di Bossuct.
L'increduUsmo e il filosofiimo gallo. Il genio di Voltaire e de’suoi discepoli è
essenzialmente anti-cristiano. Paradossi di GIOBERTI (si veda). La guerra del filosofismo
contro la fede e la scienza è più radicale di quella del protestantesimo. Suo
spirito non di separatismo, ma di costnopolismo. Da tre secoli la preponderanza
nell'ordine delle idee è devoluta in Europa alla Germania e alla Gallia, colà
bisogna cercare le fonti dell'errar
moderno. Diverso carattere delle due nazioni. Nel razionalismo dell'una. nell'incredulità
dell’altra, stette dcposlo il primo articolo della carta sociali slica: iVoii
più autorità Progresti del razionalismo e de/r
nell' idealismo, e nell’indifferentismo.
I tedeschi filosofi segnirono l’esempio, non la frivolezza dei volteriani.
Kant, il suo anti-dommatismo; i suoi seguaci. Non vollero dirsi a-tei, loro pan-teismo spurio peggiore
dell’a-teismo. Non vollero comparir scettici nè materialisti, ma sovvertirono
la scienza e la morale coll'idealismo a priori. Hegel, e l’idealismo
trascendentale e pratico. I teologi protestanti lo seguirono. Il
protestantesimo sfigura fin da principio l'idea di Cristo; a cosa la riduce
Strauss. Apparente regresso nella Gallia dal materialismo e dalle teorie rivoluzionarie. Principio di
tolleranza mjl applicato ip tutte le ristorazioni; indi 1 indifiVreiiti Saggio smo rflit^iosu e
politicu nejilt ordini pubblici, 1 ecldtismu nella scienza. (ìli ccieltici
vollero tiiiiigare ridealismo che esiste. Giudizio dì Staudeiimayer. L'uomo
nello stato MIO presente non comporta nè dommatismo assoluto, nè razionalismo
assoluto. ìji natura e il crisUnnesimo
lo educano colla fede e colla ragioncj souuQÌoistraDdogU un'ontologia
reale e certa Alcune rifleuioni iulle cote anzi etpotle Il protestantismo, il filosofismo gallo, e il
tedesco, sono professioni d’ignoranza. Pongono fuori delle condizioni di
possibilità la religione e la scienza, e abbattono la ragione individuale con
un’assurda cmancU pallone. Tolgono lo
scopo della ricerca della verità. La
fede per contro è scienza iniziale, anche negl’ordini naturali promeititrìce.
Gli spiriti penetranti previdero da gran tempo il socialismo moderno; i pib
furibondi ne proclamarono e praticarono le massime. La religione g la società
reale sono già condannate in teoria dall' idea dei sofisti, cui non possono
corrispondere in fatto. La chiesa ne è la salute, perchè predica la verità
positiva, e muta le ipotesi de'sofisti. Questi falsificarono anche i prìncipiì
positivi, che vollero conservare per ricostmrre la società; tolsero la
possibilità dell’amore; sfigurarono le idee di libertà, d’eguaglianza, di
fratellanza, che portale alfassolalo si escludono mutuamente. Il socialismo
ruolo ricusiiiuire con queste l’unian genere. Gl’uomini di disinizione. e
quelli dell’utopia sorti a flagellare f umanità colle spcrienze d'applicazione Le
tette tecrete dema^o^icàe. Esse aggiunsero alle teorie un organismo nriifizioso
ed atlivo.Tre aspetti e tre stadi d'esistenza delle sette.
S’appoggiano a an fiero dommatismo. Non inventano dottrine, ma scelgono e
volgarizzano le più acconce ai loro fini. Sono la gerarchia, il sacerdozio,
rcsercito della filosofia anti-cristiana e anti-sociale, che senza di quelle non sarebbe largamente
perniciosa. Ora non sono piu mere associazioni, ma trasformandosi dirconero
società e governi sotlurranei. Una buona storia delle sette sarebbe un gran
benefizio; come vorrebbe essere fatta. La miglior difesa contro di quelle è
farle conoscere. I sommi Pontefìri lo vennero facendo, furono mal secondati. Le
sette tnassonirhe. Veisaupt e l'illuminismo. Le sette moderne teoriche ed
esecutive. La giovine Europa e MAZZINI (si veda). Loro tre mezzi d' ìiillaenza,
le loro arti, le loro forze. Non aspirano che alla propria supremazia e
tirannia sotto nome di repnbblica sodale. GIOBERTI le descrive con somma
perizia mutando l’applicazione. Avvenire delle sette. Non sono esse sole il
socialismo ma ne sono lu virtù plastica e direttrice Carattere e spirito del socialismo. t r
eterodossia. Essa porla all'apice, all'unìversalità, al1’atto, le empietà ed
aberrazioni de secoli precedenti. Le sue idee sono però lorrone c ri^trelic. K
un c.iUolicKmo umano e diabolico, die vuol essere più universale di quella dì
Cristo. Il suo messianismo. Le sue stolte promesse e stolte accuse contro la
società. Professa odio a Dio e a Cristo, odio all'uomo, odio alla giustizia.
Sovverte il naturale e il supernaiurole. L’idea socialistica non è intiera
nella mente di veron ito SuuiimoNiimo, umanifat
iimo. 11 inislicisnio di Sansimone s'indirizza alle passioni sensuali
nobilitandole, alle ambizioni ullradeuioi ratiebe esaltando le capacità individuali.
1 suoi discepoli l'organizzarono a modo di religione panteistica umani- Mria. Multi
eclettici dell'università francese ne adottarono i principii ideali,
compiendo con questi la metafìsica hegeliana. Leroui e l umaniia-
risiilo universale; gli uinaniiarii ricusano le idee di patria o di
nazionalità. Il principio sansinioniano penetra largamente nella Gallia, e per
ogni dove; esso impronta al sorìalismo l’aria di religione lasciva e co- Miio|Kiiiiica. L'eiiiancipaziono della carne è conseguenza logica delI’cmancipaziono del
pensiero Val tucùìlUnio anarchico t (rciiccnJeiUuImcnfc em/uo. Fi
udiion, disrcpolo intelligente e sfaccialo dei socialisti Icdcsclii svela le vere esigenze del
socialismo. Professa esplicitamente l’odio a Dio, l’abolizione di ogni
diritto l aiiarchm; cosa intenda con tal
parola. Flagella i socialisti e cotuunisiU ina
è (H.'ggiore di loro. Le sue idee
fanno iinpresaione, percliè sono respressimiu lo più sctnpiico della idea
d’indipendenza assoluta. Lecoutrier, la sua Cotmosufia materialìstica, professa
il culto di sé steiso. Condanna la filosofia e la civilizzazione. Il
iiintcrialisnio c ranarebia spaventano nella Gallia; ostinazione di certi
razionalisti, che non di meno non tic vogliono vedere il rimedio additato già
da Nopoleune Del socialitmo operaDto o
mtliftmle, e di quello latonte. Il socialismo pensante sta nelle scuole
panicistiche incredule, l'operalivo nelle selle c fiutoni rivoluzionarie. 1
suoi fasti recenti. Lo scopo principale distrurre il eattolicisino. Perciò
cerca di rivoluzionare nioraltiienle e riinterialmeiiie la chiesa. Adocchia l'ITALIA
che ne lime il centro. MAZZINI (si veda), la sua filosofia pan-teistica, le sue idee di nazionalità e di PRIMATO
ITALICO parodia del primato germanico di Hegel. Sue contraddizioni. C lo
striinienio dei socialismo universale, che non vuol altro IN ITALIA che non piA
/’opu. Per progredire il socialismo vesti IN ITALIA tutte le forme e le
ipocrisie. Cerca d’attuarvi il comuniSmo politico. Il socialismo latente. La
Britannia ne possiede grandi elementi.
Cenni siiU titopia di Moro. La Russia .1 d Della rivoluzione universale
e sociale: seompartimenti precipui di quetta; e del semi-socialismo. Nissuna
rivuluiione eguaglia quella voluta dal socialismo. Cito cosa è una rivoluzione.
Diverse specie di rivoluzioni parziali, che ora tutte s'infornianu dello spirito del socialismo.
Sino ingiuste, ruinose, infrenabili nei cuitlini voluti dai moderali, dai dottrinarii, dai liberali. Cos'èia
iiloiina vera. Coloro non sono rirorinalori, ma rivoluzioiiarit. Possono
chiamarsi semi-socialisti; lo sono altri in religione, altri in filosofia,
altri in polilira. Fanno penetrare a tratti a traili l’idea, ed eseguiscono per
partì l upera socialistica. Sono incoerenti. Ciudizi di Jouffroy e di |’ruuhn
sul rivoluzionari al mìmito. Giudizi di Qitinelsuì cattolici deinncruticì
predicatori d'indi(K!ndenza. Non sorge dai loro sistemi la vera democrazia, ma l’anarchia
prudoiiiana in tutte le relazioni degl’individui e delle società fra litro. L’indipendenza
assoluta non insiste al mondo, hiepiiogo. Giudizio di Sterne sul principio
rivoluzionario soiialislico, iiuiuenlcmentc aiUicrisiiauo. . u il termine della
rivoluzione sociale. La rivoluziono univcisalc
sociale non si compirà mai appieno. La rivoluzione Ecìigio^a, come è
promossa dal socialismo, è nata a far luogo atf (U»l una nuovfl di
dtHìonuiaitia; la rivoluzione scientifica produce ia perdita dell’unità di
senso morale; la cìvilci un'anarchia, e tirannia incurabile. La rivoluzione
universale, se potesse com|nersi, dìstrurrebhc iu ultimo l'nroan genere. Come
il socialismo Todii di odio satanico. Il
suo termine logico sarebbe la distruzione delt'urdioe di natura e di
soprannatnra. Il mondo non sarà mai tutto socialista come fu tutto pagano,
perchè la chiesa ha delle promesse
Infallibili; ma le nazioni civili non iic hanno, e camminano indolenti
verso grandi ruine. Un altro socialismo che sì dispone a trasformare il mondo
europeo Del panslavismo demagogico, e
del ruteno. Un detto napoleonico inverosimile, o mal inteso.
11 panslavismo, è doppio. L'Idea russa; la sua vivacità |>er forzo morali e materiali. Le sue
arti. £ ostile aU'idca LATINA e cattolica. È religiosa e politica, panslavistka
e pan-scismatica. L’ITALIA N’È MINACCIATA DOPPIAMENTE. Calamità europea, che si
è la dissoluzione della Germania nell’anarchia religiosa e politica. L’idea russa, ora anti-razionalisiica c
aoUdemagogica, può col tempo mutare processo ed allearsi religiosamente al
protestantesimo, politicamente alla demagogia europea. La chiesa non teme, ma
aspetta negli ullìroi tempi un grande assalto dai popoli di quelle regioni, e
dalla a|K>stQSÌa dei propri! figli. Quel panslavismo sembra
desU- iiaio a chiudere l’era del socialismo oustraie a Timori, speranze, rimedii
contro l'invasione delle dollrine socialistiche. Vuoisi una buona vagliatura
delle idee, dei desiderii, delle speranze fallaci, esuberanti, indefinite. La
verità e l'autorità hanno Padesiune della maggioranza, ma sono mal conosciute.
11 clero cattolico fa quella vagliatura per ufiìzioi ma fra popoli colti la scienza e la
dimostrazione ò necessaria. Parte dei laici. La filosofìa dee essere ricondotta
al suo stato normale, da cui si diparti negando o trascurando l'ontologia
cristiana e la scienza della società universale degli spirili. IN ITALIA
bisogna far conoscere le prodazioni della scienza straniera, dei paesi cioè in
cui la controversia è vivace. Bisogna svelare il fondo dei sistemi
socialistici; formolare con precisione i problemi; porre in lume i
principU assoluti; questi non
impediscono le lempcrazioni pratiche. Si fa al contrario. Ksempio nella
quislione capitalissima delle relazioni fra chiesa sttato italiano. Questa in
assoluto non è quistione di libertà, ma d’autorità. Il principio di libertà non
basta a spiegare l’ordine morale. Teorie di SERBATI nel suo saggio Della CostUusione. Il problema
religioso vi é mal furmoialo. 1! progetto di
costituzione rosminiana non guarentirebbe alla chiesa nemmeno libertà;
include l’indifTercntisino politico; toglie all’ordine civile la base morale.
Necessità della prufessiono religiosa dello stato italiano. Il problema
polìtico intorno al diritto e alla
ginstizia sociale – GRICE SOCIAL JUSTICE -- vi
è del pari inesallamenlc
formolato. Nel criticare le costituzioni galliche SERBATI non ne taccia i vizii principali. Quale sia la
quistiono politica odierna; come sia formolaia dai socialisti, come da
I.amcnnois. L’emende proposte da SERBATI (si veda) alle costituzioni da lui
criticate sono vane, o ìnsuilicicnii a far argine al socialismo e comuniSmo. É
inutile adulare e contrastare a metà le idee di moda, se non si risolve il tema
del socialismo. Esso nega Dio e le due leggi
provvidenziali per cui Puoiiio è governato dalPiiomo, e il diritto sulle
cose materiali è divìso fra gli iiuniìiii. 1 dominarli italiani e francesi sì
runtentano di massime – GRICE MAXIMS -- generiche, d’idee dimezzate, senz’analisi
e spplicazìouc. Gli amcricomniii italiani, e gl’anglomani francesi, non
cono^ono i tipi stranieri clic vogliono imitare. 1 cattolici idealisti e
razionalisti non comprendono che guastano e snaturano il
crisiianesitiio colle misture eterodosse, vece di farne l'apologià. Quali aieno
dunque le ire vagliature, or necessarie, delle doUrtne e delle voglie del
secolo pug. j4ncora alcune ottervatìoni
ost- zione generale appoggiata con prove e dorumenli irrerragabili. Lnngi dall’avere
esagerato bisogna anzi dire che non ha approfittato di tutti i suoi vantaggi, perchè ha fottcr soltanto
una scelta di tante prove, che erano a sua disposizione Riccordt. ;lfanuale d'
ugni letteralurOf Milano,
Gl’addetti alle società segrete predicano alle genti il Barruel per un
bugiardaccio, impostore, sognatore e parabolano ma credono in famiglia che
niuno meglio di lui abbia svolto le dottrine, le finezze e gl’intendimenti di
Weissbaupi Germogli dell’illuminismo di
Weisshaupt sono tutte le odierne società segrete, ed hanno il medesimo
intendimento che si propone cotesto odioso e sfìdato nemico di Dio, del Re e di
tutta l’umana società. ( 3ìemori$ di
LionellOf nella Cii’titd Cattolica. Un grido d’indegnazione accolge queste
memorie che avrebbero potalo minacciare la sorte di molli intriganti ivi
oominali e l'esito delle loro consorterie; ma
niuno sì tolge a provare che sono calunniose, sebbene si trovassero
aliissimi personaggi menzionali come fautori o come membri delle sette occulte
colà istoriale. 1 fatti provano la verità delle dottrine e delle tendenze
altribuile all’illuminismo. Se Weissbaupt non l’avesse professale, converrebbe
dire che Barruel muta il nome del settario o ne fosse stato egli r inventore;
certo è che dopo l’apparizione
dell’illuminismo ic società segrete rivoluzionarie non ebbero altro codice,
altra niosutìa, altro sistema di governo
da quello già da più di cinquant'anni loro attribuito in tali àicmorie, la loro lingua, le loro opere, il loro scopo
sono sostanzialmente idcntUi anche ai di d’oggi Saggio intorno al socialismo,
Torino. VIAGGIO d'lN GENTIUOMO IRLANDESE
IN CERCA d’I’NA RELIGIO.NE, OPERA DI MOORE.
Quest’opera ha fatto nella Britannia il più grande incontro. Moore combatte il
protestantismo nelle sue basi, e più di venti opuscoli gli furon scritti
contro. Quest’opera, come dice l’autore, offre un programma completo del
protestantismo, e vi si vedono messi in mostra a lato degl’errori dogmatici i
vizi e gli scandali dei
riformaiori.Essa contribuì a
condurre alla fede parecchi dei nostri traviati fratelli; e cièche prova il suo
gran merito è la debolezza delle risposte che invano si tenta d’opporle Conseils pour former une bibliothègue LKTTKHF,
SH-L ITALI V CONSIUEIIATA SOTTO IL RAPPORTO DELLA RELIGIONE, OPERA DI
JOUX. Icitrrp S4 iiue
Jn un nrotrsontf ronvoriilu, tendono,i i
dei prolrsianli ed n diicndere la
nostra Rde. Meritano d'essi^r pu' siecui
Tra/Icnimcrifi dt ÀlarAcc, foli*
£cct7/en2a ddOi re/i^tone
di Milner» folle Lcltere di
Cobbett e fo^Ii altri senili rhc vider ta luce in questi tempi e rivelano tnUa
la (ìevole/za del nroleslantismn. Alle savie disrirssinni die quesl’opera
rarehiude c che produssero c produrranno
i più grandi elTeUi nei proteslanii c in tutti quelli che le leggeranno, I’Aulure ha rrapi>usic abilinenle delle
descrizioni inicressanii che ne Yendunu
aggradevole la Icllura c tic formano nn opera convenevole a darsi per
premio alla gioventù studiosa Cori* Sfi/J
pour formcr «n«
bibliothèquc Sl'L PRINCIPIO GENERATORE DELLE COSTITIZIOM POLITICHE E DELLE ALTRE IMANE ISTITLZIOM, SAGGIO DEL
CONTE MAISTRE. Il Saggio sul
principi» ^cncraiore doHc Coslilusiuni
po/t(icitc, è una di quelle opero fon cui Maistre impresse il suggello
dell’immorlalilA alla riputazione che già crasi acquistala grandissima colle
sne Considcmsioni sulla Gallia. Nel Saggio es^itiiina i) fomianieiiio della scienza, c rovescia dal
fondo l'ediGzio di quelle cflìnicre legislazioni, che da un mezzo secolo
si succedono e scompariscono r. Tpidamcnlc.
Vi approfondisce qnistioni molto importanti nell'ordine sociale c le sue
considerazioni si collegano agl’oggetti] MÙ gravi della religione c della
società. ( A. iliccurJi. Manuale d’ogni letteratura.Aii7aao /A'ò/, Rrescianì parlando
del De Maistre lo chiama uomo, non so se più acuto
poltlico o profondo filosofo t o cristiano
eminente. La Francia dà quasi
ogni momento altcstaU dell’ammirazione che
pròfessa pel grande
ingegno che illustra la Savoia il
conte Deinaistre, il Platone
dell’Alpi, come lo
chiama Lainartine, nell’Histoire
de la itestavration. Noi leggiamo nel A/idt, giornale che si stampa a Tolosa, che
l’Accademia dei Jeux-Florau:c decreto un premio d'eloquenza all’autore del
miglior elogio del
fonte IVemaistrc, uno de'più grandi-
*ìrui- lo annunzia che il concorso e ben
ragguardevole (Dall'
Armonia, il Vaggio
f53i , Il Conte De
Maislrc e Invialo del re Vittorio
Eromanuelc 1 alla Corte di
llnshia, e in tempi infelici in cui la
carica era atto di singolare devozione, da
)mihi ambita. Il Conte Do Maistre
è forse il primo fra i savi dell’età
presente e i? solo vero filosofo, senza che altri possa o%erlo
a male. Conte Soìaro della Margarita, nel Memorandum, Torino ISiif.
SAGGIO INTORNO AL SOCIALISMO E ALLE DOTTRINE E TENDENZE SOCIALISTICHE. Il
saggio intorno al socialismo è un libro profondo che merita d’essere oticntamcntc letto e studiato, ma
ciò non si farà imichò adesso i diziu> Ilari, i giornali, e i compendi
bastano a far gl’uomini eruditi e
sapienti (Conte Solaro della Margarita, nel Memorandum, Torino). Emiliano
Avogadro, conte Della Motta. Il conte Emiliano Avogadro. Emiliano Avogadro
Collobiano e Della Motta. Il Conte Emiliano Avogadro della Motta. Conte Emiliano
Avogadro della Motta. Avogadro di Vigliano, Motta. Keywords: implicatura.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Motta” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!;
ossia, Grice e Motterlini: l’implicatura conversazionale e la critica della
ragione economica – il principio d’economia dello sforzo razionale – la scuola
di Milano – filosofia milanese -- filosofia lombarda -- filosofia italiana -- Luigi
Speranza (Milano). Filosofo Milanese.
Filosofo Lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Grice: “I like Motterlini – he has written, echoing
Kant, a critique of economic reason, which Stalnaker should read before saying
I’m Kantian rather than Futilitarian!” Specializzato
in filosofia della scienza, economia comportamentale e neuro-economia, e noto
per i suoi saggi in ambito psico-economico su processi decisionali, emozioni e
razionalità umana e per le sue ricerche in ambito epistemologico sulla
razionalità della scienza e il metodo scientifico. Insegna a Milanodove. Consigliere
per le Scienze Sociali e Comportamentali della Presidenza del Consiglio dei
Ministri. Si laurea a Milano, dove porta a termine il proprio dottorato in
filosofia della scienza. Ricercatore di economia politica e professore
associato di filosofia della scienza presso l'Trento; Visiting Associate
Professor al Department of Social and Decision Sciences della Carnegie Mellon di
Pittsburgh, Visiting Research Scholar al Department of Psychology della UCLA. Professore
di filosofia della scienza presso l'Università Vita-Salute San Raffaele.
Tra gli altri incarichi è collaboratore de Il Corriere Economia, Il Corriere
della Sera e Il Sole 24 Ore, per cui ha curato per anni il blog Controvento. È
stato consulente scientifico di Milan Lab, A.C. Milan, fondatore e direttore di
Anima FinLab, di Anima Sgr, centro di ricerca di finanza comportamentale e
Scientific advisor di MarketPsychData, Ls Angeles. È direttore del CRESA
(Centro di ricerca in epistemologia sperimentale e applicata), da lui fondato a
Milano presso la facoltà di filosofia dell'Università Vita-Salute San Raffaele.
I progetti di ricerca del centro si concentrano su vari aspetti della
cognizione umana, dal linguaggio al rapporto tra mente e cervello,
dall'economia comportamentale alle neuroscienze cognitive della decisione, con
particolare attenzione all'indagine sperimentale multidisciplinare e alle sue
ricadute pratiche e applicative (per esempio nell'ambito del policy making e
dell'evidence-based policy). A inizio, ha avviato il progetto di finanza
comportamentale per Schroder Italia, dal quale è nato Investimente, un test
psicofinanziario al servizio di risparmiatori, promotori finanziari e private
banker, per raccogliere e quindi analizzare i dati riguardanti le decisioni di
investimento e i bias cognitivi nell'ambito della gestione del risparmio.
Attualmente è direttore dell'E.ON Customer Behavior Lab e Chief Behavior
Officer di E.ON Italia; stesso incarico che ricopre per il Gruppo Ospedaliero
San Donato. Analizza la proposta falsificazionista, rivelando le difficoltà
in cui si imbatte il progetto de-marcazionista e anti-induttivista. Affrontano
quindi il modo in cui si ha preteso superare alcune di queste difficoltà, e
insieme raccogliere la sfida di Duhem circa il carattere olistico del controllo
empirico, tenendo conto delle immagini che il filosofo ha della sua stessa
pratica e riferendosi a particolari casi storici come termine di confronto. Sull'orlo
della scienza e in edizione ampliata. Nel suo “Filosofia e storia” avanza una interpretazione
del progetto razionalista come il prodotto di una peculiare combinazione delle
idee di Platone e Hegel. Ciò è motivo della straordinaria fecondità di Platone,
ma anche di una inesauribile tensione al suo interno. Una tensione che viene
illustrata affrontando la relazione tra filosofia e storia della filosofia
(unita longitudinale) in riferimento alla questione della valutazione di una
data metodologia in base alle 'ricostruzioni razionali' o construzioni logica a
cui essa conduce. Nell'idea che la metodologia filosofica va confrontate con la
storia della filosofia è contenuto il germe di una logica della scoperta in cui
i canoni non siano fissati una volta per sempre, ma mutano nel tempo, anche se
con ritmi non necessariamente uguali a quelli delle teorie filosofiche. Si
focalizza su questioni di metodologia dell'economia da una prospettiva
interdisciplinare che combina riflessione epistemologica, scienza cognitiva, ed
economia sperimentale con aspetti più tecnici di teoria della scelta e della
decisione individuale in condizioni d'incertezza. Le ricerche di questo periodo
analizzano criticamente lo status delle assunzioni della teoria della scelta
razionale, valutando l'impatto delle violazioni comportamentali sistematiche
alle restrizioni assiomatiche imposte dai modelli normativi di razionalità.
Avanzano quindi ragioni epistemologiche per la composizione della frattura
economia e psicologia cognitiva in ambito della teoria della decisione; e
suggeriscono di guardare ai recenti risultati dell'economia cognitiva in
prospettiva di una nuova sintesi 'quasi-razionale' in cui i modelli
neoclassici, integrati da teorie psicologiche che tengano conto dei limiti
cognitivi dei soggetti decisionali, rafforzano le previsioni del comportamento
economico degli esseri umani. Neuroeconomia e evidence-based policy Le
sue ricerche indagano le basi neurobiologiche della razionalità umana
attraverso lo studio dei correlati neurali dei processi decisionali in contesti
economico-finanziari, con particolare attenzione al ruolo svolto dalle
emozioni, dal rimpianto, e dall'apprendimento sociale. Parallelamente
progetta ed esperimenta i modi in cui i risultati dell'economia comportamentale
e della neuroeconomia possono informare politiche pubbliche più efficaci e
basate sull'evidenza. Queste ricerche sono oggetto dei corsi di Filosofia
della scienza e di Economia cognitiva e neuroeconomia che insegna
all'università San Raffaele, e hanno altresì trovato diffusione attraverso
numerosi articoli divulgativi e due libri, Economia emotiva e Trappole mentali.
Il suo ultimo libro è Psicoeconomia di Charlie Brown. Strategia per una società
più felice. Saggi: “Sull'orlo della scienza,” – Grice: “Must say that ‘orlo’ is
a genial word, wish Popper knew it!” –Lakatos, Feyerabend: Pro e contro il
metodo, Cortina, Milano. Popper, Saggiatore-Flammarion,
Milano, Lakatos. Scienza, matematica e storia, Saggiatore, Milano, Decisioni
mediche. Un approccio cognitive,
Cortina, Milano. Critica della ragione economica. Tre saggi: McFadden,
Kahneman, Smith, Saggiatore, Milano, Economia cognitiva et sperimentale,
Bocconi Editore, Milano La dimensione cognitiva dell'errore in medicina,
Fondazione Smith Kline, Angeli, Milano
Economia emotiva (Emotional Economics), Rizzoli, Milano Trappole
mentali, Rizzoli, Milano Mente, Mercati, Decisioni. Introduzione all'economia
cognitiva e sperimentale, Egea, Milano
Psico-economia di Charlie Brown. Strategia per una società più felice,
Rizzoli, Milano Alcuni articoli scientifici, Lakatos between the Hegelian devil
and the Popperian blue sea. In Kampis, G., Kvasz, L., Stoeltzner, M. Considerazioni
epistemologiche e mitologiche sulla relazione tra psicologia ed economia,
Sistemi intelligenti, Il Mulino, Metodo e standard di valutazione in economia.
Dall'apriorismo a Friedman, Studi Economici, Milano. A fMRI Study, PlosONE',
Vai in laboratorio e capirai il mercato (con Francesco Guala) Prefazione a
Vernon Smith, La razionalità in economia. Tra teoria e analisi sperimentale, IBL,
Milano.. Neuro-economia e Teoria del prospetto, voci Enciclopedia dell'economia
Garzanti, Milano. Investimente. Test dell'investitore consapevole Recensione di Hacking sulla The London Review
of Books IlSole24Ore 22.5.//ilsole24ore.
com/art/cultura/-05-18/motterlini-spinta-riforme--shtml?uuid=ADAaR2J A Sito su
matteo motterlini. CRESA, su cresa. I am
strongly inclined to assent to a principle which might be called a Principle of
Economy of Rational Effort. Such a principle would state that where there is a
ratiocinative procedure for arriving rationally at certain outcomes, a
procedure which, because it is ratiocinative, will involve an expenditure of
time and energy, then if there is a nonratiocinative, and so more economical
procedure which is likely, for the most part, to reach the same outcomes as the
ratiocinative procedure, then provided the stakes are not too high it will be
rational to employ the cheaper though somewhat less reliable non-ratiocinative
procedure as a substitute for ratiocination. I think this principle would meet
with Genitorial approval, in which case the Genitor would install it for use
should opportunity arise. On the assumption that it is cha~acteristic of reason
to operate on pre-rational states which reason confirms, revises, or even
(sometimes) eradicates, such opportunities will arise, provided the rational
creatures can, as we can, be trained to modify the relevant pre-rational states
or their exercise, so that without actual ratiocination the creatures
84 Paul Grice can be more or less reliably led by those
pre-rational states to the thoughts or actions which reason would endorse were
it invoked; with the result that the creatures can do, for the most part, what
reason requires without, in the particular case, the voice of reason being
heard. Motterlini. Keywords: critica della ragione economica, principle of
economy of rational effort, twice in Grice – in Reply, etc. Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Motterlini” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Musatti:
la ragione conversazionale e l’implicatura conversazionale dell’erote collettivo
– filosofia fascista – filosofia del ventennio – Gruppo universario fascista – la
scuola di Dolo -- la scuola di Venezia -- filosofia veneziana -- filosofia
veneta -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Dolo). Filosofo italiano. Dolo, Venezia, Veneto. Grice:
“Musatti reminds me of Malcolm, “Tonight I had a dream,”” – Grice: “Musatti has
explored the implicatures of ‘who’s afraid of the big bad wolf?’, which comes
strictly from Grimm – this is a rhetorical question – and Grimm is implicating
that nobody should!” -- Ccesare luigi eugenio musatti. Tra i primi che posero
le basi della psicoanalisi, in Italia. Nato a Dolo, sulla riviera del
Brenta, nella Villa Musatti a del nonno paterno in cui i parenti erano soliti
trascorrere la villeggiatura. Figlio di Elia, ebreo veneziano e deputato
socialista amico di G. Matteotti, e della napoletana Emma Leanza, non fu né
circonciso, né battezzato -- durante le persecuzioni razziali si procura un
falso certificato di battesimo dalla parrocchia di Santa Maria in Transpontina
di Roma -- e non professa mai alcun credo religioso. Frequenta il liceo
Foscarini di Venezia, poi si iscrive dapprima alla facoltà di Scienze
dell'Padova per il corso di Ingegneria, e immediatamente dopo alla facoltà di
Lettere e Filosofia, dove si laurea in filosofia. Dopo la laurea, si iscrisse
per due anni al corso di Matematica della facoltà di Scienze matematiche,
fisiche e naturali di Padova, ma non sostenne esame alcuno. A diciannove
anni fu chiamato a Roma per il servizio di leva. Dopo un periodo di addestramento
a Torino, e mandato al fronte come ufficiale, con impegni marginali. Finita la
guerra tornò a Padova per terminare gli studi. Sulla cattedra di Psicologia
Sperimentale c'era Vittorio Benussi, allora chiamato per chiara fama a insegnare
a Padova dall'Graz. Si laurea in filosofia e l'anno successivo divenne assistente
volontario del Laboratorio di psicologia sperimentale. Benussi si uccise con il
cianuro a causa di una grave forma di disturbo bipolare, lasciando tutto nelle
mani di M. e di Silvia De Marchi, anch'essa assistente volontaria, che poi
divenne sua moglie. Il suicidio di Benussi fu scoperto da Musatti, il quale
però lo nascose per paura di ripercussioni negative sulla psicologia italiana
in una situazione di fragilità e precarietà accademica, sottoposta a pressioni
da parte sia del regime fascista, con le sue istanze gentiliane, che della
Chiesa Cattolica. Negli anni ottanta M. rivelò che Benussi s'era suicidato, non
era morto a causa di un malore. Musatti divenne direttore del Laboratorio
di Psicologia dell'Padova. Porta in Italia la Psicologia della Forma con
importanti lavori di livello internazionale. Dopo aver diffuso in Italia la
psicologia della Gestalt, divenne il primo studioso italiano di
psicoanalisi. Studiando la psicologia della suggestione e dell'ipnosi,
introdotta in Italia da Benussi, approdò alla psicoanalisi, sulla quale tenne
il primo corso universitario italiano. Il corso si tenne presso a Padova. Divenne
allora uno dei primi e più importanti rappresentanti italiani della
psicoanalisi. Nell'Italia le teorie di Freud non erano state accolte bene né
dalle Università, né dalla Chiesa cattolica, a causa dell'ideologia culturale
gentiliana assunta dal fascismo. La Società psicoanalitica italiana venne
limitata anche dalle leggi razziali fasciste che colpirono i membri ebrei della
società. Benché non fosse ebreo (poiché figlio di madre cattolica), e
allontanato dall'insegnamento a Urbino e declassato ad insegnante di liceo. Nominato
professore di Filosofia al Liceo Parini di Milano. Si ritrova con L. Basso, Ferrazzutto e altri vecchi socialisti
con l'intento di creare un partito erede del Partito Socialista Italiano; ebbe
l'incarico di trovare denaro per una prima organizzazione e di allacciare
rapporti col Partito Comunista clandestino. Musatti lavorò anche durante la
guerra. Nel periodo dell'occupazione nazista, fu tratto in salvo dall'avvocato
Paolo Toffanin, fratello diToffanin, che lo aiutò a trasferirsi a Ivrea, ospite
dell'amico Adriano Olivetti. Con il suo sostegno fondò un centro di psicologia
del lavoro. Ricoprì anche l'incarico di direttore della Scuola Allievi
Meccanici, scuola aperta per formare operai meccanici specializzati.
Successivamente fu richiamato dall'Esercito per andare sul fronte
francese. Ottenne all'Università degli Studi di Milano la prima cattedra
di Psicologia costituita nel dopoguerra in Italia, presso la Facoltà di Lettere
e Filosofia. Vi insegnò per venti anni. A Milano ebbe il periodo più florido
della sua ricerca scientifica: gli studenti affollavano le sue lezioni. M. fu
il leader del movimento psicoanalitico italiano nei primi anni del dopoguerra.
A quel periodo risale il suo “Trattato di Psicoanalisi”, pubblicato da Einaudi.
Divenne direttore della “Rivista di psicoanalisi”. Presidente del Centro
Milanese di Psicoanalisi fondato da Franco Ciprandi, Renato Sigurtà e Pietro
Veltri, che gli verrà intitolato dopo la sua morte. Nel 1976 è diventato
curatore della edizione italiana delle Opere di Sigmund Freud, della Casa
Editrice Bollati Boringhieri di Torino. Vecchiaia La località a lui
dedicata Musatti scrisse anche libri di letteratura, tra cui Il pronipote di
Giulio Cesare, che gli fece vincere il Premio Viareggio. Fu eletto per due
volte consigliere comunale di Milano nella lista del PSIUP e fu anche
consulente del Tribunale dei Minori del capoluogo lombardo. Sostenne sempre la
pace, il progresso dei lavoratori, l'emancipazione femminile ed i diritti
civili. M. era ateo, come ebbe a dichiarare in più occasioni, l'ultima
delle quali in uno dei martedì filosofici del Casinò di Sanremo. Muore nella
sua abitazione di via Sabbatini a Milano. L'indomani dopo una cerimonia laica
di commiato celebrata in forma strettamente privata, la sua salma e cremata a Lambrate. Le sue ceneri sono
tumulate, secondo le sue ultime volontà, nel cimitero comunale di Brinzio, località
in cui era solito trascorrere i periodi di vacanza. Il suo archivio è
conservato presso l'Aspi Archivio Storico della Psicologia Italiana
dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca. Il comune di Dolo ha
ribattezzato la sua località natale Casello 12 località M. e gli ha intitolato
il locale istituto professionale. Musatti e il suicidio di Benussi Anche
dopo la rivelazione che si era trattato di un suicidio, non parla mai
volentieri della morte del maestro. Nel generale silenzio dello studioso di
Dolo emerge un'intervista. Nell'intervista M. confessa di sognare a volte che
in una caserma dei carabinieri in cui viene tradotto, il commissario lo
interroga sulla morte di tre sue mogli (si sposò quattro volte), decedute
tragicamente, e di Vittorio Benussi. A fine colloquio il militare lo intima di
confessare di aver ucciso il maestro per prendere la cattedra di psicologia.
«Io gli rispondoprosegue Musatti, da buon psicoanalistache sicuramente nel mio
subconscio mi sono sentito responsabile per questa e per altre morti. Il
commissario, che non capiva nulla di subconscio, decide: “Mi spiace professore,
ma devo arrestarla”. Io allora gli rispondo: ”Non è possibile commissario,
perché si tratta di delitti commessi più di cinquant'anni fa, e quindi sono
prescritti!”». ‘Cesare’ è un riferimento al pro-zio M., medico pediatra,
uno che aveva visitato il piccolo, nato settimino. ‘Luigi’ e il nome del bonno
materno (L. Leanza, morto in carcere, partecipa alla rivolta anti-borbonica); ‘Eugenio’
e il nome di un altro pro-zio paterno, lo storico Eugenio Musatti; Musatti.
Forse la psicoanalisi è nata e morta con lui. Il nome allude alla fermata della
tranvia Padova-Malcontenta-Fusina che il nonno, presidente della Società Veneta
Lagunare, odierna ACTV, aveva fatto aprire per raggiungere più agevolmente
Venezia. Musatti IX-XIII. Archivio dell'Università degli Studi di
Padova, Carriere scolastiche della Facoltà di Lettere e filosofia, Padova,
Carriere scolastiche della Facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali,
Opuscolo del Centro Milanese di Psicoanalisi, a cura del Comitato Direttivo,
redatto da L. Ambrosiano Capazzi Gammaro Moroni, Reatto, Schwartz, M. Sforza, Stufflesser,
Milano Per una storia del Centro
Milanese di Psicoanalisi Chiari, Seminario presso il Centro Milanese di
Psicoanalisi Cesare Musatti, Milano Freud,
Opere (Torino, Boringhieri); S. Giacomoni, Cerimonia privata per M., la
Repubblica, è consultabile sul dell'Aspi,
all'indirizzo web AspiArchivio storico della psicologia italiana, Università
degli studi di Milano-Bicocca. D. Mont D'Arpizio, Vittorio Benussi, Padre della
psicologia padovana, in La Difesa del popolo, Mille anni di scienza in Italia,
opera del Museo Galileo. Istituto Museo di Storia della Scienza di Firenze, Mia sorella gemella la psicoanalisi, 1Pordenone,
Edizioni Studio Tesi,Luciano Mecacci, M. voce dell'Enciclopedia italiana di
scienze, lettere ed arti. Il contributo italiano alla storia del pensiero.
Ottava appendice, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana. Saggi: “Analisi
del concetto di realtà empirica” (Solco, Città di Castello); “Forma e
assimilazione,” in: Archivio italiano di psicologia, “Elementi di psicologia
della testimonianza” (Rizzoli, Forma e movimento” (Ferrari, Venezia, da: Atti
del Reale Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Gl’elementi della
psicologia della forma, Gruppo Universitario Fascista, Padova, Trattato di
psico-analisi (Boringhieri, Torino); Super io individuale e Super io collettivo
(Olschki, Firenze); Condizioni dell'esperienza e fondazione della psicologia” (Universitaria,
Firenze, Riflessioni sul pensiero psicoanalitico e incursioni nel mondo delle
immagini (Boringhieri, Torino); Svevo e la psicoanalisi (Olschki, Firenze); I
rapporti personali Freud-Jung attraverso il carteggio, Olschki, Firenze,
Commemorazione accademica, Olschki, Firenze Nino Valeri, Olschki Firenze, Il
pronipote di Giulio Cesare, Mondadori Milano A ciascuno la sua morte (Olschki,
Firenze); Hanno cancellato Livorno (Olschki, Firenze); Mia sorella gemella la
psicoanalisi (Riuniti, Roma). Una famiglia diversa ed un analista di campagna,
Olschki, Firenze, Questa notte ho fatto
un sogno, Riuniti, Roma, Chi ha paura del lupo cattivo?, Riuniti, Roma, Psicoanalisti
e pazienti a teatro, a teatro (Mondadori, Milano); Leggere Freud, Bollati
Boringhieri, Torino, Curar nevrotici con la propria auto-analisi, Mondadori,
Milano: Geometrie non-euclidee e problema della conoscenza, Aurelio Molaro,
prefazione di Mauro Antonelli, Mimesis, Milano,Treccani Enciclopedie oIstituto
dell'Enciclopedia Italiana. Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. siusa.archivi.beniculturali, italiana di Cesare
Musatti, su Catalogo Vegetti della letteratura fantastica, Fantascienza.com. Cesare
L. Musatti. Cesare Musatti. Musatti. Keywords: erote, Gruppo Universitario
fascista, il collettivo di Jung, l’ego e il noi collettivo Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Musatti” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO; ossia, Grice e Musonio: la ragione conversazionale e l’implicatura
conversazionale del Musonio di Gentile -- Roma – la scuola di Bolsena -- filosofia
lazia – lingua lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza. (Bolsena).
Filosofo italiano. Bolsena, Viterbo, Lazio. Esercita un forte influsso sui
contemporanei. Di famiglia equestre dell’etrusca Volsini (Bolsena) suscita
per la sua fama di filosofo l’invidia di Nerone. Segue Rubellio
Plauto nell'Asia Minore e lo incoraggia a togliersi la vita quando Nerone lo
condanna a morte. Ritorna a Roma, dove e bandito insieme
con Cornuto in occasione della congiura di Pisone e
confinato nell’isola di Gyaros nelle Cicladi, ove per la sua rinomanza attira
uditori da ogni parte.Verosimilmente richiamato a Roma da GALBA, negli
ultimi giorni di Vitellio si une ad una ambasceria del Senato presso Antonio
Primo per perorare la causa della pace fra i suoi soldati, ma senza
successo.Quando Vespasiano assunse il potere, M. accusa davanti al Senato P.
Egnazio Celere, quale delatore e falso testimonio nel processo di Borea Sorano.
Vespasiano lo escluse dalla prima espulsione dei filosofi da Roma (71), ma poi
lo esiliò per la seconda volta ; però Tito, che già lo aveva conosciuto,
lo richiamò dopo la sua assunzione al trono. In seguito mancano notizie su di
lui, ma da una lettera di Plinio il Giovane sembra che non fosse più in vita.
Non risulta che abbia composto e pubblicato scritti, anzi sembra che si sia
servito soltanto dell’insegnamento orale, del quale, però, rimangono frammenti
abbastanza numerosi. Essi comprendono 19 brevi apoftegmi conservati da
Plutarco, da Aulo Gellio e dallo Stobeo ; altri apoftegmi e trattazioni
filosofiche relativamente ampie raccolti da Epitteto nel suo insegnamento-È e
trasmessi i primi da Arriano, le seconde dallo Stobeo ; esposizioni o lezioni
che si trovano nello Stobeo o costituiscono la parte più estesa dei frammenti.
È verosimile che provengano da uno scritto di quel Lucio che si è già ricordato
e che si deve ritenere la fonte più importante dello Stobeo. Un’altra è
Epitteto, cioè Arriano. Sembra che un Pollione (probabilmente Valerio Pollione
da Alessandria, vissuto sotto Adriano) compone Memorabili di Musonio, ma non ne
restano tracce. È giudicata falsa una lettera di Musonio a un certo Paneratide.
Le concordanze che si sono osservate tra i frammenti di M, e il Pedagogo di
Clemente di Alessandria hanno fatto pensare o alla dipendenza di questo da uno
scritto di Lucio o alla derivazione di ambedue da una fonte più antica. Della
forte azione di Musonio sui contemporanei sono prova i suoi numerosi scolari,
tra i quali si ricordano (oltre al genero Artemidoro, amico e maestro di Plinio
il Giovane), i filosofi Epitteto, Dione di Prusa, Eufrate di Tiro e il suo
scolaro Timocerate di Eraclea, e insigni romani, come Plauto, Sorano e Minicio
Fundano. M. si avvicina ai cinici nell’assegnare alla filosofia finalità
radicalmente etico-pratiche, accetta spunti dell’ascetismo dei crotonesi. Ma
nel complesso dipende dal Portico con influssi posidoniani. Nel sno
insegnamento non trascura le esercitazioni logiche e i frammenti toccano
argomenti di fisica, ma ciò che vi è detto degli dei, designati con le
denominazioni della religione tradizionale, non supera la sfera del pensiero
comune e non ha carattere filosofico determinato. Invece riporta al Portico
l'affermazione della necessità universale, che equivale alla teoria del fato.
Però l'interesse di M. si concentra sulla funzione pratica della filosofia, che
è assolutamente necessaria in quanto (secondo la tesi introdotta dai filosofi
dai Cinargo) gli uomini sono malati che richiedono una cura continua la quale
dev'essere prestata dalla filosofia, che perciò è necessaria a tutti, alle
donne non meno che agli uomini. La filosofia però è identificata alla ricerca e
alla realizzazione della virtù, per conseguire la quale non vi è necessità di molti
discorsi, nè di molte teorie. Inoltre, in essa l'esercizio ha maggiore
importanza dell’insegnamento o del discorso. Siccome la natura ha posto in ogni
uomo i germi della virtù, se il discepolo non è stato corrotto, una breve
dimostrazione è sufficiente per fargli riconoscere i principi etici
giusti. Ciò che soprattutto importa è che maestro e discepolo uniformino
la loro condotta ai propri principi. Si comprende che M. si interessasse in
primo luogo della formazione etica degli scolari. Nell’insieme, la morale
di M. si conforma alle dottrine tradizionali del Portico. Occorre distinguere
ciò che è e ciò che non è in nostro potere. Ora da noi dipende soltanto l’uso
delle rappresentazioni, cioè l'assenso dato alle opinioni sul bene e sul male,
dalle quali è determinata la giusta valutazione delle cose e quindi
l'intenzione quale atteggiamento interiore della volontà. In la volonta, se è
retta, consiste la libertà, la virtù, la felicità. Tutto il resto non dipende
da noi e perciò rispetto ad esso, ossia alle cose esterne, dobbiamo rimetterci
all’ordine necessario dell'universo e aecettare volentieri ciò che arreca.
Soltanto la virtù è bene, soltanto la malvagità è male e ogni altra cosa è
indifferente. Però, per rafforzare la volontà, M. ritene necessario, oltre
l'insegnamento e l’esercizio morale, anche l’indurimento fisico, perchè,
essendo il corpo uno strumento indispensabile dell’anima, occorre rafforzare
ambedue. In generale raccoman, avvicinandosi ai filosofi del Cinargo, la vita
semplice e conforme alla natura e accoglie dai crotonesi, il divieto dei
cibi carnei. Oltrepassando le opinioni di molti antichi filosofi del portico,
esige una vita morale severissima, raccomanda il matrimonio, condanna la
limitazione delle nascite e l’esposizione dei figli. Nell'insieme, i frammenti
di Musonio rivelano un’anima nobile e retta, appassionata per il bene e guidata
dal desiderio di educare gli spiriti, ma a queste doti non corrisponde il
valore scientifico degli insegnamenti, perchè i suoi pensieri sono molto mediocri
e privi di originalità. Inoltre non si può trovare nelle sue parole
l’espressione di una visione della vita vibrante di dolore e di amore simile a
quella di Seneca. Gaio Musonio Rufo. M. (Volsinii) è un filosofo
romano. Frammento di papiro (P. Harr.Col.), con parte di una
diatribe. Sulla vita di Gaio Musonio Rufo, stoico, si posseggono poche notizie
certe. È noto che nacque a Volsinii, corrispondente all'odierna Bolsena, in
Etruria, che fu cavaliere. Il ‘prae-nomen’ Gaio lo conosciamo solo attraverso
Plinio il minore che ci fornisce anche un’altra notizia su una sua figlia
(presumibilmente chiamata Musonia, secondo l’uso romano), sposata ad
Artemidoro, al quale Plinio presta aiuto anche per stima e affetto nei
confronti del suocero. Sappiamo dalla voce “Mousonios” della Suda che Musonio e
figlio di Capitone ma non abbiamo altre notizie sulla sua famiglia, che era
comunque di origine etrusca. In effetti, il nomen “Musonius” denotare la gens,
e viene indicato da alcuni studiosi della lingua etrusca come forma latina di
un gentilizio etrusco “Musu,” “Muśu-nia.”. E capo a Roma di un circolo o
gregge filosofico e si dedica anche alla politica, con idee abbastanza
tradizionali e moderate. Fa parte del gruppo creatosi intorno a Rubellio
Plauto, un discendente della famiglia Giulia. Quando Rubellio Plauto e allontanato
da Roma in via precauzionale da Nerone, M. lo segue in Asia. Due anni dopo giunge
l'ordine del principe di eliminare Rubellio Plauto. Musonio ritorna a Roma, ma,
in concomitanza della congiura di Pisone,
e mandato in esilio, in quanto allievo di Seneca, nell'isola di Gyaros,
inospitale e rocciosa nel Mar Egeo. Indicativi della sua integrità morale
e della sua coerenza sono altri due momenti della sua vita, entrambi riportati
da Tacito nelle Storie. Dopo essere ritornato dall’esilio, forse grazie a
GALBA, con il quale sembra fosse in amicizia, nella fase finale della guerra
civile seguita alla morte di Nerone, Musonio si rese protagonista di un primo
episodio significativo, rivelatore della sua generosa attitudine a mettere in
pratica i principi morali e gli ideali di pace che insegna. In una Roma che era
teatro di violenti scontri tra le fazioni avverse, il filosofo di Volsinii si
impegna a svolgere un’improbabile opera di pacificazione. “S’era mescolato agli
ambasciatori M., di ordine equestre, zelante filosofo e seguace dei precetti
dello stoicismo, ed in mezzo ai manipoli prendeva ad ammonire gli uomini armati
con le sue disquisizioni sui beni della pace e sui mali casi della guerra. Ciò
fu per molti motivo di scherno; per la maggioranza, di fastidio. E non mancava
chi l’avrebbe spinto via o l’avrebbe calpestato, se, dietro consiglio dei più
equilibrati e fra le minacce di altri, non avesse deposto la sua inopportuna
esposizione di saggezza.” Il secondo episodio, ci presenta Musonio Rufo
impegnato nella riabilitazione della memoria dell’amico Barea Sorano, che era
stato sottoposto a processo e condannato a morte insieme alla figlia Servilia e
a Trasea. Contro di lui era stata resa una falsa testimonianza da parte del suo
stesso maestro, Publio Egnazio Celere, anche lui appartenente alla corrente
stoica. Musonio, che pure nei suoi insegnamenti si dichiarava contrario ad
intentare cause per difendere se stesso dalle offese ricevute, in questo caso
non esita ad accusare in Senato il traditore per difendere la memoria
dell’amico condannato ingiustamente. Come scrive Tacito: “Allora Musonio Rufo
attacca Publio Celere, accusandolo di aver attaccato Sorano con una falsa
testimonianza. Evidentemente con quell’accusa si rinnovavano gli odii delle
delazioni. Ma l’accusato, vile e colpevole, non poteva essere difeso. Di Sorano
e santa la memoria. Celere, che fa professione di sapienza, testimoniando
contro Barea, ha tradito e violato l’amicizia.” Musonio porta avanti con
tenacia il suo impegno, che e coronato da successo. “Fu deciso allora di ri-aprire
il processo tra M. e Publio Celere: Publio venne condannato ed ai mani di
Sorano e resa soddisfazione. Quel giorno, che si distinse per la severità dei
magistrati, non manca nemmeno di elogi ad un cittadino privato. Si era,
infatti, del parere che Musonio avesse agito con giustizia in tribunale.
Opinione ben diversa si ha di Demetrio, seguace della scuola cinica, in quanto
aveva difeso, più per ambizione che con onore, un reo manifesto. Quanto a
Publio, non ebbe né animo, né eloquenza sufficienti in quel frangente.»
Più tardi M. riusce a guadagnarsi la stima di Vespasiano evitando la cacciata
dei filosofi. Ci e però un secondo esilio e, dopo il suo rientro a Roma, voluto
da TITO, le fonti tacciono. Potrebbe essere stato espulso da Roma, assieme agli
altri filosofi, a causa di un senatoconsulto sollecitato da Domiziano, che fa uccidere
Aruleno Rustico e cacciare Epitteto e altri. Da un'epistola di Plinio minore si
apprende che egli non era più in vita. Si proclama suo discendente il
poeta Postumio Rufio Festo Avienio. Probabilmente in modo volontario,
sull'esempio di Socrate o Grice e come fa anche il discepolo Epitteto, non
lascia nulla di scritto. I principi della sua predicazione filosofica si
ricavano da una raccolta di diatribe dovuta a un discepolo di nome Lucio, di
cui 21 ampi estratti sono conservati nell'Antologia di Stobeo. Essi sono
intitolati: “Che non è necessario fornire molte prove per un problema” “Su chi
nasce con un'inclinazione verso la virtù” “Che anche le donne dovrebbero
studiare filosofia” “Se le figlie debbano ricevere la stessa educazione dei
figli maschi” “Se è più efficace la teoria o la pratica” “Sul praticare la
filosofia” “Che si dovrebbero disprezzare le difficoltà” “Che anche un principe
deve studiare filosofia” “Che l'esilio non è un male” “Il filosofo perseguirà
qualcuno per lesioni personali?” “Quali mezzi di sostentamento sono appropriati
per un filosofo?” “Sull'indulgenza sessuale” “Qual è il fine principale del
matrimonio” “Il matrimonio è un ostacolo per la ricerca della filosofia?” “Ogni
bambino che nasce dovrebbe essere allevato?” “Bisogna obbedire ai propri
genitori in tutte le circostanze?” “Qual è il miglior viatico per la vecchiaia?”
“Sul cibo” “Su vestiti e riparo” “Sugli arredi” “Sul taglio dei capelli”. Lo
stile delle diatribe è semplice. In genere viene posta una questione iniziale,
poi sviluppata con chiarezza durante il testo, spesso costruito in modo
figurato, usando metafore e similitudini (spesso sfrutta il paragone con il
medico, alcune volte intervengono immagini di animali). Questa caratteristica
si adatta bene alla sua personalità e al suo tipo di insegnamento, tutto
rivolto alla schiettezza della vita. Ci restano, inoltre, frammenti
minori, spesso in forma di apoftegma. A parte quelli sempre di Stobeo (in
numero di 14), due frammenti conservati da Plutarco sono brevi aneddoti che
potrebbero essere definiti come "detti celebri", mentre tre brani di
Aulo Gellio conservano detti memorabili ed un quarto è lungo abbastanza da
rappresentare la sintesi di un intero discorso. C'è, poi, un aneddoto in Elio
Aristide ed Epitteto ne racconta una mezza dozzina (11, per la precisione).
Restano, inoltre, due epistole, concordemente ritenute spurie. M.
rappresenta, con Epitteto, Antonino e Seneca, uno dei quattro esponenti più
significativi del portico romano del principato. Egli, se per certi versi
corrisponde appieno alle istanze propugnate dalla temperie spirituale del suo
tempo, per altri si distingue e mette in luce, soprattutto per il recupero
radicale e profondo di una filosofia intesa come arte del vivere bene e
onestamente, cioè mezzo per conseguire uno scopo riscontrabile nei fatti.
Il ruolo della filosofia Egli crede che la filosofia (stoica) fosse la cosa più
utile, in quanto ci persuade che né la vita, né la ricchezza, né il piacere
sono un bene, e che né la morte, né la povertà, né il dolore sono un male;
quindi questi ultimi non sono da temere. La virtù è l'unico bene, perché da
sola ci impedisce di commettere errori nella vita. Del resto, sembra che solo
il filosofo si occupi di studio della virtù. La persona che afferma di studiare
filosofia deve praticarla più diligentemente di chi studia medicina o qualche
altra attività, perché la filosofia è più importante e più difficile da
comprendere di qualsiasi altra occupazione. Questo perché, a differenza di
altre abilità, le persone che studiano filosofia sono state corrotte nella loro
anima da vizi e abitudini sconsiderate, imparando cose contrarie a ciò che
impareranno in filosofia. Ma il filosofo non studia la virtù soltanto come
conoscenza teorica. Piuttosto, M. insiste sul fatto che la pratica è più
importante della teoria, poiché la pratica ci porta all’azione in modo più
efficace della teoria. Sostene che sebbene tutti siano naturalmente disposti a
vivere senza errori e abbiano la capacità di essere virtuosi, non ci si può
aspettare che qualcuno che non abbia effettivamente imparato l'abilità di
vivere virtuosamente viva senza errori più di qualcuno che non è un medico
esperto, un musicista, studioso, timoniere o atleta ci si poteva aspettare che
praticassero quelle abilità senza errori. In una delle sue diatribe, si
racconta il consiglio che offrì a un re in visita, dicendogli che deve
proteggere e aiutare i suoi sudditi, quindi sapere cosa è buono o cattivo,
utile o dannoso, utile o inutile per le persone. Ma diagnosticare queste cose è
proprio il compito del filosofo. Poiché un re deve anche sapere cos'è la
giustizia e prendere decisioni giuste, il principe studia filosofia, anche per
possedere autocontrollo, frugalità, modestia, coraggio, saggezza, magnanimità,
capacità di prevalere nel parlare sugli altri, capacità di sopportare il dolore
e deve essere privo di errori. La filosofia, sosteneva M., è l'unica disciplina
che fornisce tutte queste virtù. Per dimostrare la sua gratitudine il re gli
offrì tutto ciò che desiderava, al che il filosofo chiese solo che il re
aderisse ai principi stabiliti. Musonio sosteneva che, poiché l'essere
umano è fatto di corpo e anima, dovremmo allenarli entrambi, ma quest'ultima
richiede maggiore attenzione. Questo duplice metodo richiede l’abituarsi al
freddo, al caldo, alla sete, alla fame, alla scarsità di cibo, a un letto duro,
all’astensione dai piaceri e alla sopportazione dei dolori. Questo metodo
rafforza il corpo, lo abitua alla sofferenza e lo rende idoneo ad ogni compito.
Crede che l'anima fosse rafforzata in modo simile sviluppando il coraggio
attraverso la sopportazione delle difficoltà e rendendola autocontrollata
astenendosi dai piaceri. Musonio insisteva sul fatto che l'esilio, la povertà,
le lesioni fisiche e la morte non sono mali e un filosofo deve disprezzare
tutte queste cose. Un filosofo considera l'essere picchiato, deriso o sputato
come né dannoso né vergognoso e quindi non avrebbe mai litigato contro nessuno
per tali atti, secondo M.. L'opposizione di M. alla vita lussuosa si estendeva
alle sue opinioni sul sesso. Pensa che gli uomini che vivono nel lusso
desiderano un'ampia varietà di esperienze sessuali, sia legittime che
illegittime, sia con donne che con uomini. Osserva che a volte gl’uomini
licenziosi perseguono una serie di partner sessuali maschili. A volte diventano
insoddisfatte dei partner sessuali maschili disponibili e scelgono di
perseguire coloro che sono difficili da ottenere. M. condanna tutti questi atti
sessuali ricreativi. Insiste sul fatto che solo gli atti sessuali finalizzati
alla procreazione all’interno del matrimonio sono giusti. Denuncia l'adulterio
come illegale e illegittimo. Giudica i rapporti omosessuali un oltraggio contro
natura. Sosteneva che chiunque sia sopraffatto dal piacere vergognoso è vile
nella sua mancanza di autocontrollo. M. difende l'agricoltura come
un'occupazione adatta per un filosofo e nessun ostacolo all'apprendimento o
all'insegnamento di lezioni essenziali. Gli insegnamenti esistenti di Musonio
sottolineano l'importanza delle pratiche quotidiane. Ad esempio, ha
sottolineato che ciò che si mangia ha conseguenze significative. Crede che
padroneggiare il proprio appetito per il cibo e le bevande fosse la base
dell'autocontrollo, una virtù vitale. Sostene che lo scopo del cibo è nutrire e
rafforzare il corpo e sostenere la vita, non fornire piacere. Digerire il cibo
non ci dà alcun piacere, ragiona, e il tempo impiegato a digerire il cibo
supera di gran lunga il tempo impiegato a consumarlo. È la digestione che nutre
il corpo, non il consumo. Pertanto, concluse, il cibo che mangiamo serve al suo
scopo quando lo digeriamo, non quando lo gustiamo. M. sostenne la sua
convinzione che le donne dovessero ricevere la stessa educazione filosofica
degli uomini con i seguenti argomenti. In primo luogo, gli dei hanno dato alle
donne lo stesso potere di ragione degli uomini. La ragione valuta se un'azione
è buona o cattiva, onorevole o vergognosa. In secondo luogo, le donne hanno gli
stessi sensi degli uomini: vista, udito, olfatto e il resto. In terzo luogo, i
sessi condividono le stesse parti del corpo: testa, busto, braccia e gambe.
Quarto, le donne hanno un uguale desiderio per la virtù e una naturale affinità
con essa. Le donne, non meno degli uomini, sono per natura compiaciute delle
azioni nobili e giuste e censurano il loro contrario. Pertanto, concluse M., è
altrettanto appropriato che le donne studino filosofia, e quindi considerino
come vivere onorevolmente, quanto lo è per gli uomini. Suda μ 1305:
«Figlio di Capitone, etrusco, della città di Volsinii; filosofo dialettico e
stoico, vissuto ai tempi di Nerone, conoscente di Apollonio di Tiana e di molti
altri. Ci sono anche lettere che sembrano provenire da Apollonio a lui e da lui
ad Apollonio. Naturalmente per la sua schiettezza, le sue critiche e il suo
eccesso di libertà e ucciso da Nerone. Numerosi sono i discorsi filosofici che
portano il suo nome e anche le lettere. Epistole. Di origine etrusca: cfr.
Filostrato, Vita di Apollonio di Tiana, VII 16. Pittau, “Dizionario della lingua
etrusca (DETR), Dublino. Tacito, Annales, XIV, Epitteto, Diatribe, III 15, 14.
Storie, III 81. Storie, IV 10. Cassio Dione, Girolamo, Chronicon, a. 2095:Titus
Musonium Rufum philosophum de exilio revocat»; Temistio (Orationi, XIII, 173c),
inoltre, attesta l'amicizia tra Tito e M.. Cameron, Avienus or Avienius?, in
"Zeitschrift für Papyrologie und Epigraphik". L'attribuzione è data nell'estratto XV Hense:
sicuramente questo Lucio era un allievo di Musonio, e uno specifico riferimento
in cui M. parla da esule a un esule rivela che anche Lucio partecia al bando del suo maestro. Nella diatriba Lucio
riporta una conversazione di Musonio con un re siriano e dice, tra parentesi,
che c'erano ancora re in Siria a quel tempo, vassalli dei romani. -- nell'edizione
Hence. Una delle due è una lunga lettera scritta da M. a Pancratide sul tema
dell'educazione dei suoi figli. Diatriba VIII Hense. Cfr. anche il detto «Un re
dovrebbe voler ispirare soggezione piuttosto che paura nei suoi sudditi. La
maestà è caratteristica del re che incute timore reverenziale, la crudeltà di
quello che ispira paura» (in Stobeo, IV 7, 16). A differenza del suo allievo
Epitteto, che mostrava disprezzo per il corpo, M. sottolinea l'interdipendenza
tra anima e corpo. Questa visione, del tutto coerente con il panteismo stoico,
non è estranea al pensiero neoplatonico. Diatribe III e IV Hense; Nussbaum, The Incomplete
Feminism of M., Platonist, Stoic, and Roman, in The Sleep of Reason. Erotic
Experience and Sexual Ethics in Ancient and Rome, Nussbaum and J. Sihvola,
Chicago. Bibliografia C. Musonii Rufi reliquiae, edidit O. Hence (Lipsia,
Teubner); Lutz, Musonius Rufus, the Roman Socrates, Yale classical studies. Dillon, M. and Education in the Good Life: A Model of
Teaching and Living Virtue. University Press of America. Laurenti, Musonio,
maestro di Epitteto, in Aufstieg und Niedergang der römischen Welt. Berlino, de
Gruyter, King, (Musonius Rufus: Lectures and Sayings. Edited by William B. Irvine. Create Space. DOTTARELLI,
M. l'etrusco. La filosofia come scienza di vita” (Roma, Annulli). Musònio Rufo,
Gaio, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Calogero, MUSONIO Rufo, Caio, in Enciclopedia Italiana, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, Musonio Rufo, Gaio, in Dizionario di filosofia,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana, M., su Encyclopedia of Philosophy. Opere
di Gaio Musonio Rufo, su Open Library, Archive. VDM Stoicismo. Portale Antica
Roma Portale Biografie Categorie: Filosofi romani Filosofi del II secoloRomani
del II secoloStoici[altre] Grice e Tito – La clemenza di Tito – “Titus M. Rufum
philosophy revocat. Amico di Musonio. Grice e Galba. Grice e Nerone – Grice e
Vespasiano. Gaio M. Rufo, figlio di Capitone e degli stoici di maggior grido in
quell'età, e uno di quelli che si guadagnarono un maggior numero di seguaci per
l'efficacia del loro insegnamento. Plinio Secondo infatti, lodando le virtú
singolari del suo amico Artemidoro, assicura che per esse ei merito che a C. M.
ex omnibus omnium ordinum adsectatoribus gener adsumeretur. E di Volsinio, in
Etruria. Ma non si può dire se fosse nato sotto Claudio o sotto Caligola. Benché
sia più probabile la seconda supposizione. Appartenne all'ordine equestre. L'incontriamo
la prima volta in Roma, quando ne è mandato in esilio da Nerone in quella serie
di condanne che segui alla sventata congiura di Pisone. A lui, come a Verginio
Flavo, celebre maestro di retorica, nocque, secondo Tacito, claritudo nominis nam
Verginius studia
iuvenum eloquentia, Musonius praeceptis sapientiae fovebat. Tre anni innanzi
era nell'Asia Minore presso Rubellio Plauto, insieme con un altro filosofo,
Cerano,il quale non si trova nominato in altro luogo. Sicché è probabile che
egli non tornasse in Roma se non dopo la morte di Rubellio, per seguire il
quale aveva dovuto lasciar Roma, quando a Rubellio per ordine di Nerone
convenne ritirarsi in Asia. Se, adunque, il nostro M. poté essere il filosofo
di Rubellio Plauto, del quale vedremo con che ardore proseguisse lo stoicismo,
la frase di Tacito ci dice che egli dove esercitare in Roma l'insegnamento
pubblico. Le relazioni avute con Rubellio, che al dire di Tacito, omnium ore
celebratur, e quei due anni consecutivi d'insegnamento pubblico, devono avergli
fruttato la claritudo nominis che fu madre del suo esilio Nerone nella scoperta
della congiura pisoniana trova tra i congiurati più d'uno della setta stoica,
come Seneca, a quanto pare, e Lucano. Ed era naturale che anche M., l'antico
maestro ed amico del suo odiato Rubellio, lo stoico che suscita tanta
ammirazione intorno a sé e trasfondeva in tanti il suo entusiasmo, siccome
apparisce da quel che ne dicono Tacito e Plinio il giovane, facesse nascere
nell'animo di Nerone sospetti e timori e fors'anche invidia. Musonio, cacciato
da Roma, e da Nerone relegato nell'inospitale isola di Giaro, tra le Cicladi. E
quivi dimora fino alla morte di codesto imperatore. Ma neppur li si rimase
dall'insegnare. Giacché Filostrato, testimonio, in verità, non sicuro, ci fa
sapere che in quell'isola accorrevano a lui da ogni parte, e da uno dei
frammenti conservatici da Stobeo si scorge che in Giaro era alla scuola di
Musonio il compilatore di quella specie di 'Azurnusycuata, donde gli estratti
musoniani di Stobeo sarebbero tolti. A Giaro si rese benemerito dell'isola,
dove non s'era mai vista dell'acqua, ed ei seppe trovare una fonte. Per vedere
la quale Filostrato afferma che al suo tempo si visita ancora quell'erma isola.
Quanto tempo vi rimane si può precisare da un luogo del suo discepolo Epiteto;
dove si ricorda un detto di lui relativo alla morte di Galba, dal quale risulta
che M. e già a Roma sotto questo imperatore. Sicché molto probabilmente vi sarà
tornato alla morte di Nerone. Non altrimenti dello stoico Elvidio Prisco,
cacciato anche lui da Nerone e tornato a Roma all'avvento di Galba all'impero. A Roma, M.
si trovava durante il breve impero di Vinelio poicho 1
Potia Coria, sli api basiatori to riti Tao qua dio qui (o in pa la da i,
partando gravi Guasti l'ambasceria è rimasta famosa; giacché le parole, onde ce
la descrive Tacito, colpiscono una delle debolezze più ridicole che si possano
rimproverare ai filosofi: quella di far della filosofia fuori di luogo. Grave
il danno prodotto dai Flaviani fuori della città. Il popolo, levatosi in armi,
vuole uscire in massa contro gl’assalitori. Tra poco scope terribile la guerra
civile. Si convoca il Senato. E questo sceglie dei legati, che si rechino ai
duci di quell'esercito, per persuaderli pel bene della repubblica alla
concordia e alla pace. Tra i primi inviati c'è uno de' più fervidi e sventurati
stoici di quest'età, Aruleno Rustico, allora pretore. Ma egli e i compagni,
venuti da Ceriale, furono accolti assai male. Egli anzi ferito. Il che eccita
più che mai gli animi del popolo: auxit, dice Tacito invidiam super violatum
legati prae-torisque nomen propria dignatio viri. E quest'offesa recata a un
uomo di tanta riputazione della sua setta. non dovette essere l'ultimo dei
motivi che spinsero quindi Musonio a mischiarsi con gl’altri legati, che
andarono da Antonio. Ma già non deve parere strano, che un uomo cosi illustre,
cosi rispettato al tempo suo, e che sapeva di essere ammirato e di poter
contare sull'efficacia della sua nobile parola, s'inducesse a confidare in
questa per calmare gl’animi dei soldati, dimentichi perfino del più sacro
diritto delle genti. Sarebbe stata forse la prima volta che M. parla a una
moltitudine. Anche le Vestali si fecero apportatrici d'una lettera di Vitellio
ad Antonio. Pure non si può non sorridere leggendo in Tacito che Musonio coeptabat
permixtus manipulis, bona pacis ac belli discrimina disserens, armatos monere. Id
plerisque ludibrio, pluribus taedio: nec deerant qui propellerent
propulsarent-que, ni admonitu modestissimi cuiusque et aliis minitantibus
omisisset intempestivam sapientiam. Ci si sente Tacito ammiratore del vecchio
Agricola, anche in quelle considerazioni che l'aveva sentito più volte a fare
circa il suo amore per la filosofia - ultra quam con-cessum Romano ac senatori;
anche nell'avere conservato soltanto ex sapientia modum: e pare che goda a
metterci innanzi lo spettacolo comico e pietoso della fatuità d'un filosofo
fanatico. Ma sotto i colori aggiunti da Tacito si scorge chiaramente un quadro,
che è eloquente testimonianza dell'atteggiamento morale e sociale di questo
stoi-cismo: nei seguaci del quale vedi l'anima piena di fede, ardente degli
apostoli. In Musonio non c'è l'uomo speculativo inesperto della vita, ma
un'anima infiammata da profonde idealità, non comprese dai molti. Un'anima
compagna a quella dei martiri coetanei della religione novella. Sotto la
pretura d'un altro illustre stoico, Elvidio Prisco, dopo il trionfo di
Vespasiano, M. si riaffaccia nella storia di Roma. E questa volta con un atto,
che gl’attira l'ossequio di tutti gl’onesti. Era costume del tempo, come sotto
l'imperatori violenti, di darsi al mestiere di accusatore, cosi sotto
l'imperatori miti di dare addosso agli accusatori che più avevano
spadroneggiato. Chi non ricorda il commovente processo di Barea Sorano, che
occupa gli ultimi capitoli degli Annali di Tacito? In quell'imperversare contro
tutti i virtuosi che Nerone vedesse in Roma, mentre Marcello Eprio assale
Trasea Peto, Ostorio Sabino citava Barea Sorano a scolparsi dell'amicizia, che
nel suo proconsolato in Asia aveva mantenuta con Rubellio Plauto e delle
speranze sovversive sparse in quella provincial. E ne trascinava in Senato
anche la giovane figliuola Servilia, che, mossa dall'angustia del suo cuore
filiale, s'era indotta a consultare gli astrologi sulla sorte del padre
(delitto anche questo agli occhi di Cesare, che ci vedeva sotto trame e
propositi ribelli di novità). Invano il padre proclamava l'assoluta innocenza
della sua Servilia: e accorreva verso di lei per abbracciarla, ma i littori
frappostisi glielo impedivano.Venuta la volta de' testimoni, fra essi si fece a
deporre contro il padre, suo discepolo, e la figlia, che a lui s'era rivolta
per il responso desiderato sulla sorte del padre, quel malvagio stoicastro di
Publio Egnazio Celere, vecchio antenato di Tartufo, e che già conosciamo. Quantum
mise-ricordiae, dice Tacito, saevitia accusationis permoverat, tantum irae P.
Egnatius testis concivit. Ma Sorano e Servilia dovettero morire; e Tartufo ebbe
il solito compenso dei delatori: denari ed onori — benché Tacito un po'
ingenuamente conchiuda che « dedit exemplum praecavendi quo modo fraudibus
involutos aut flagitiis commaculatos, sie specie bonarum artium falsos et
amicitiae fallaces ». Dopo d'allora i professori di filosofia avrebbero dovuto
diventar tutti fior di galantuomini; il che veramente non pare.Ma tra gli
Egnazii per fortuna c'è sempre un Musonio. E Musonio, anni dopo il turpe fatto,
ri-staurato con la vittoria di Vespasiano il regno della giustizia, sorse a
vendicare la morte del compagno Sorano. Simile al suo sciagurato Rubellio oltre
che nella misera fine, nel desiderio di avere presso di sè un filosofo, che gli
facesse da mentore, quasi dottrina vivente. Musonio adunque assali Publio Egnazio
Celere, accusandolo di falso testimonio contro Sorano. Mentre Elvidio Prisco si
apprestava a fare altrettanto contro Eprio Marcello, accusatore di Trasea. Nota
Tacito, che con l'accusa di Musonio pareva si rinfocolassero I vecchi odii
delle delazioni. Ma che nessuno tuttavia poteva far nulla che giovasse a
salvare un accusato cosi vile e cosi apertamente reo: quippe Sorani sancta memoria; Celer professus
sapientiam, dein testis in Baream, proditor corruptorque amicitiae, cuius se
magistrum ferebat. Quel giorno però in cui fu presentata l'accusa, si stabili
che se ne trattasse il di seguente: e l'aspettativa era grande. Ma, entrato poi
Muciano in Roma e tradottosi ogni potere in mano sua, si disviò e rinviò anche
il processo di Egnazio, e non fu ripreso che al principio dell'anno seguente un
giorno che presiedeva il senato il figlio dell'imperatore, Domiziano.Egnazio fu
condannato all'esilio, e Sorano vendicato. Sorani manibus satisfactum, dice
Tacito, con onore di Musonio, il quale parve a tutti che fosse venuto a capo di
un'opera di giustizia. Vi fu chi ambitiosius quam honestius tentò la difesa
della spia: ipsi Publio neque animus in periculis neque oratio subpeditavit. Questa
condanna fu un trionfo dello stoicismo, e poté sembrare per un momento che
un'aura più propizia incominciasse per i suoi seguaci, grazie al governo mite
di Vespasiano. Ma poco dopo, sappiamo da Dione che essi furono da questo
imperatore per consiglio di Muciano cacciati tutti da Roma. Tutti, ad eccezione
di M., risparmiato forse per l'amicizia personale che lo stringeva, secondo
Temistio, a Tito. Si vede le ragioni di questo bando generale dei filosofi a
cui Muciano, secondo Dione, avrebbe indotto Vespasiano (che pur tanto favori la
cultura) sitofino alla morte, che non si può dire quando sia avvenuta. Ma pare
che fosse morto da un pezzo quando Plinio il giovane scrive al padre
raccomandandogli l'amico suo e genero di Musonio, Artemidoro, e ricorda
l'affetto misto di ammirazione che egli quantum licitum est per actatem, aveva
portato al filosofo etrusco. PLINIO, Epist. Lo ZELLER dice soltanto verosimile
che il Gaio M. di q. 1. sia il noto filosofo stoico. Ma il contesto della
lettera a me non pare che lasci alcun dubbio. Sur A, s.v.(3) TAcioo lo dice “Tusci
generis”; Ab excessu; e TUpprvóv FILOSTRATO,Vita Apoll. Ma SuIDA precisa anche
la città, confermata da un'iscrizione relativa al poeta Rufio Festo Avieno
discendente di Musonio e anch'esso Volsiniense: Corpus inscript. latin., VI,
587. Cfr, anche Epigramm. Anth. lat. (Burm.). Infatti la frase di PLiNIo,
Epist. et M., socerum eius (sc. Artemidori), quantum licitum est per aetatem,
cum admiratione di-lexi deve far pensare che Musonio fosse innanzi negl’anni
quando Plinio era ancora giovane; che perciò intorno all'80 avesse una
cinquantina d'anni. Zeller pone l'anno di nascita di lui tra il 20 e il 80 d.
C.TAc., Hist., III, 81. (1) Ab excessu, XV, 71. Cfr. DIoNE-SIFILINO, LXII, 27.
SUIDA (s. v.) dice: 8iàNépwvos dvoupsitar (cioè è ucciso: ma questo è certo un
errore). Da un frammento d'una lettera di GIULIANO l'Apostata, riferito da
Suida, si ricaverebbe che quando Nerone bandi Musonio, questi occupa una
pubblica carica aTe-jé?eto Bapüv = murorum curator erat; ed. Bernardy). Ma non
è chiaro se il frammento di Giuliano si riferisca al nostro Musonio, o al
Musonio vissuto sotto Gioviano, a cui si riferisce l'art. seguente di Suida. Тас.,
Аб ехсеззи, XIV, 59. Ma forse è una stessa persona con lo scrittore di questo
nome ricordato da PliNio tra le fonti della Nat. Hist. A torto l'HALM
(nell'Index historicus, s. v. Coeranus nella sua ediz. di Tacito) sospetta che
sia da sostituire Cornutus nel detto luogo Ab exc.; perchè la lezione è sicura;
e d'altra parte Cornuto in quel tempo era in Roma. Su Cornuto, maestro di
Persio e Lucano, v. per ora MARTINI, De L. Ann. Cornuto, Lugd., Bat.;ZELLER;
TEUFFEL-SCHWARE, Roem, Litter.-Gesch.; e PAULY-WIssOwA, Real-Encyclopidie s. v.
Il Lipsio al cit. loc. di Tacito sospetta che il Coeranus dovesse con lieve
mutazione di lezione identificarsi con quel Claranus, condiscepolo di Seneca,
di cui questi parla nell'epist. 66. Ed invero la probabile data di questa
lettera (Hu-GENFELD) e il dirsi in essa
che Seneca aveva riveduto cotesto Clarano post multos annos combinano con
l'anno 63, nel quale ei si sarebbe trovato con Rubellio in Asia. Ma nè anche di
Clarano s'avrebbe altra notizia. Ab exc. A questo tempo si può riferire la
notizia di EPITETo (Diss.) di un rimprovero dato a Trasea Peto, che avrebbe
detto voler egli morire la vigilia di quel giorno, in cui gli sarebbe toccato
di lasciar Roma.TU ODU aUTÕ POSSOS SiTEV; El uéy d5 PapÚTEpOr ¿xTErA, TIS i
Mapia tÃsextorisi si d'ós xoupótepor, tis ool déduxev; aù d618i6 pelerãy
apxsiolesTỘ Siouévo. Quando Musonio tornò, Trasea e morto. Quanta incertezza ci
sia intorno all'autore dei frammenti musoniani di Stobeo, comunemente
attribuiti a quel CLAUDIo PoLLIoNE, che secondo SUIDA (Moudúvos) avrebbe scritto
appunto degli anourquoveú para Mouraviou vedidi thy puyny pains au Epaxévos pE
X.T.?, STon.Cir. WENDLAND, JULIANI epist. in Rhein. Mus., XIII, 24, Froste., Vita
Apoll., VII, 16.Tutti gli altri luoghi di Filostrato in cui si nomina un
Musonio, si riferiscono a un altro Musonio, di Babilonia, cinico EPITETO (Diss.) dice: POÚpO TIS ElEYE,
l'álßa aparèvros,8t Noy Movoi o MóJHOE dOEia; "O 8à, Mi yap dyú ool tot',
egn, añò l'arßaнатвохейава, оть проова б хосноє діохвіто. Il concetto di Calba
accennato in questo passo M. non avrebbe potuto averlo se non a Roma, dopo
essere steto da lui richiamato ed averne sperimentato il governo assai mite
inconfronto del precedente. ZELLER cita anche (come il MoNasEN, Ind. plin.)
Tac., Hist. Ma questo luogo non proverebbe. È un evidente errore quello di Girolamo,
all'anno M. philisophum de exilio revocat/ Giacché nella cacciata Musonio fu
eccettuato, e rimase sempre in Roma sotto Vespasiano.Il CHRIST, Gesch. d.
griech. Litter., Nördlingen, dice che Musonio torna in Roma sotto Trajano!
-Molto probabilmente allora era morto. TAc., Hist., IV, Hist., III, 80,Tac.,
Hist. Miscuerat se legatis... ». Egli non era dunque propriamente un
legato.prodie tot, il vole di grinto rogu latativo. Bai minciava
sompre Era stato consul suffectus sotto Claudio nel 52; e apparteneva
forse alla famiglia Servilia (Ephem. Epigr.). Sua figlia infatti si chiamava
Servilia. Crimini dabatur amicitia Plauti et ambitio conciliandae provinciaead
spes novas. Tac. O 8è On MOÚTAOS Eri uE to duxopaurig nal xpipara Nai tudE
EraßEpostquam pecunia reclusa sunt. di Tac.. Barea Sorano dovette volgersi allo
stoicismo dopo il 52, perchè in quest'anno lo vediamo (TAc., Ab exc.) autore di
quel senatoconsulto (Pul-NIo, Ep., e SvEr., Claud.) in cui si decretavano le
insegne pretorie e 150 milioni di sesterzi a Pallante. Chi consideri il modo
onde Plinio parla di quel S. C., uno stoico non avrebbe commesso un tale atto;
mentre poi TAcITo, Ab excessu, dice che Cicerone volle distruggere la virtù
stessa, virtutem ipsam excindere concupivit, con l'uccidere Trasea e Sorano.(4).
Tum invectus est Musonius Rufus in P. Celerem, a quo Baream Soranum falso
testimonio circumventum arguebat. Tac., Hist. Il nome d'Egnazio, come s'è visto
più su, rimase tristamente celebre come sinonimo di delatore e traditore
vilissimo. Lo dimostrano le frequentiallusioni di Giovenale. Justum officium
[Nipperdey) explesse Musonius videbatur • Tac., Hist., IV, 40. Per la condanna
della spia cfr. DIONE-SirIL., e lo ScHoL. di Giovenale ad Sal., I, 33. -
TAcrro, l. c., continua: • Diversa [da quella di Musonio] fama de Demetrio
Cynicam sectam professo, quod manifestum reum ambitiosius quum honestius defendisset
Ma è da sospettare che Tacito abbia confuso il Demetrio cinico, onorato da
tutti gli stoici migliori del tempo (cfr. Ab exc.), col Demetrio causidico,
delatore di Nerone, ricordatodallo ScuoLIAsTE di Giovenale, ad Sat., Tac., 1.
c. DIoNE-SIFIL., LXVI, 18.(5) Orat. XIII, 178.SvEr., Vesp. ingenia et artes vel
maxime fovit ..Epist., III, 11. Le lettere del lib. III di Plinio devono essere
state scritte tra il 101 o il 102, secondo il MouMsEN, Zur Gesch. d. junger.
Plinius, nell' Her. mes, III, 1869, p. 40 (v. lo stesso studio con aggiunte
nella Biblioth, de l'école des hautes étude, trad. par Morel, Paris, Franck,
Sulla vita di Musonio non v'è che la vecchia Dissertatio de M. R. di NIEUWLAND,
ristampata innanzi a C. M. R. Reliquiae et apophthegmata, cum ann. ed. F.
VENHUIZEN PEERLKAMP, Harlemi, e uno scritterello del REINACH, Sur un témoignage
de Suidas relatif à Mus. R., in Comples rendus de l'Acad. des inscriptions et
belles lettres. Rufo (si veda). Tito Musonio Rufo. Gaio Musonio Rufo. Keywords:
Etruria. Luigi Speranza, “Grice e Musonio”, The Swimming-Pool Library. Musonio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e
Mussolini: la ragione conversazionale e la storia della filosofia di Lamanna – la
scuola di Dovia di Predapio -- filosofia emiliana -- filosofia italiana – Luigi
Speranza
(Dovia di Predapio). Filosofo italiano. Grice: “I was thinking of Hitler,
when I was callled to the arms. It was only later that I added M. to my
thoughts!”-- Dovia
di Predapio, Forli-Cesena, Emilia-Romagna. QUADERNI DELL'ISTITUTO NAZIONALE
FASCISTA DI CULTURA. CARLINI, LA FILOSOFIA DI M. ISTITUTO NAZIONALE FASCISTA DI
CULTURA, ROMA, tipografia del Senato di Bardi Ci proponiamo di mettere in
rilievo, in rapidi cenni, un aspetto non ancora studiato della personalità del
nostro duce: il sua ‘filosofia,’ quale si può desumere da’ suoi atti. In
verità, i biografi di lui, indagando il periodo della formazione della sua
personalità, non hanno trascurato questo lato. Discepolo di Nietzsche è
definito anche recentemente. Egli stesso riconosce in Pareto un altro suo
maestro; e tutti [Il presente studio vuol essere soltanto un saggio, anzi una
semplice indicazione di un aspetto della personalità del duce: aspetto implicante
svariati e importanti problemi del pensiero fascista. Per uno studio più ampio
giover moltissimo la nuova, accurata, edizione de’ suoi scritti a cui s’è
accinto l’editore Hoepli. M. ricorda il periodo della sua vita e della storia
italiana da lui vissuta vertiginosamente, e aggiunge. Molti discorsi e scritti
sono legati al movente che li provocò : sono di circostanza ». L’editore,
anch’egli, dice che l’edizione « conterrà tutto ciò ch’è destinato a lassare
alla storia, nella forma originaria più ampia: eliminati, quindi, i discorsi
dei quali esiste solamente il riassunto ». Ci sia permesso di esprimere
l’augurio che accanto a questa edizione fatta per il gran pubblico si trovi
modo di raccogliere anche gli scritti minori o frammentari, i quali sono talvolta,
per lo studioso, più preziosi di quelli maggiori e più elaborati: oltre di che
il desiderio della compiutezza non sarà mai soverchio per conoscere un uomo di
così ricca e singolare personalità. I riferimenti vengon dati qui alle edizioni
correnti degli Scritti e Discorsi, la maggior parte nell’edizione Alpes. La
prima -parte di questo studio (qui riveduta e appena ampliata in alcune note)
uscì su la Nuova Antologìa » del 1° gennai» 1934. Nuova è l’A ppendice.sanno
che nell’elenco bisognerebbe mettere Renan, Sorci, e molti altri, ai quali,
anche se non vanno tra i filosofi nel più stretto significato della parola, non
si può negare il merito di avere influito, più o meno efficacemente, anche std
movimento del pensiero speculativo nell’ultimo Ottocento o ai primi di questo
secolo: nel periodo, appunto, della formazione mentale e spirituale di M.. E
come non aggiungere qui il nome di Marx, e di Prudhon, e di Stirner, e non
ricordare la letteratura che fu comune, in quel tempo, a tutti coloro che
guidavano il movimento socialista e s’ispiravano alle opere, allora
divulgatissime, degli apostoli della rivoluzione? Tempo, quello, di rivoluzioni
sociali, alimentate anche da un pensiero filosofico e religioso che lavorava
nel loro seno nascostamente. Positivismo e anticlericalismo tingevano, allora,
l’atmosfera, abbuiando più che chiarendo ; ma nel buio, nel tramonto delle idee
che avevano governato per tanti secoli la storia, balenavano qua e là lampi di
nuove idee e forze spirituali. Era una continuazione e imo sviluppo, in fine,
della rivoluzione francese: continuazione e sviluppo, ch’è nel fondo ancora del
pensiero e della vita contemporanea, non ostante le critiche e revisioni a cui
è stata sottoposta. Ma noi non di questo vogliamo occuparci: se ci mettessimo
in quest’ordine di ricerche storiche, potremmo, si, avere la soddisfazione di
veder sorgere e ingrandire la personalità e mentalità di M. lungo una linea di
coincidenza con il movimento della storia, sì che il <( fenomeno )) di lui
verrebbe illustrato e spiegato, dal lato almeno delle idee, del tutto
naturalmente. Si potrebbe, ad esempio, per la parte filosofica, rifarsi al
bergsonismo, al pragmatismo, all’influsso esercitato su tutti i campi della
cultura dal nuovo pensiero idealistico italiano, e inquadrare li dentro anche
il pensiero di M.. E per la parte riguardante il problema religioso,
similmente: citare tutti i documenti che alla fine del secolo scorso e nel
primo decennio di questo accennavano già ad una considerazione più rispettosa,
più intelligente, dei valori spirituali contenuti nella fede religiosa; e
ricordare la rinascita improvvisa di sentimenti, che parevano sepolti e
obliati, in quel grandioso esame di coscienza dei popoli che fu la guerra
mondiale. E via via. Ma per questa via noi non vogliamo metterci, perché essa
ci condurrebbe, sì, a spiegare il fenomeno M. », ma il (( fenomeno », appunto,
il (( fenomeno storico » : non quello che c’è di proprio suo, nel suo pensiero,
in sé e per sé, indipendentemente dagli influssi subiti. Invece, noi proprio a
questo vogliamo guardare. Noi ci poniamo, dunque, questa domanda : c’è, in M.,
un germe di pensiero che da rm punto di vista filosofico, anche nel più
rigoroso significato del termine, abbia qualche importanza per originalità e
capacità di ulteriori sviluppi? E c’è in lui, nel suo atteggiamento verso la
questione religiosa, qualcosa di nuovo, che accenni ad una possibilità di
rinnovamento di idee e sentimenti, anche in questo campo di secolari, anzi
millenarie, lotte e discussioni? >{s >{s La nostra intenzione è di
essere, per quanto è possibile, obiettivi, e di tenerci dentro all’argomento,
non sconfinando in altri campi : di trattare la questione, come si dice,
tecnicamente. Non eviteremo neppure la pedanteria delle citazioni, dove saranno
necessarie. E cominciamo, secondo la vecchia buona norma scolastica, dal
dubbio. Non può ben risolvere le questioni, disse Aristotele, se non chi,
prima, ha dubitato, veduto il prò e il contro. Il dubbio a metodico », in
questo senso, è, come si vede, ben più antico di Cartesio. Il (( contro » è
buono ognuno ad addurlo : Mussohni è un politico, non è un teoretico, un
elaboratore di concetti, un costruttore di un sistema di idee da inserire in
quella storia peculiare dove si parla di Talete, di Platone e di Aristotele,
(fi Cartesio, di Kant e di Hegel. Senza un tal carattere teoretico, che fa
della filosofia una scienza, la quale, come ogni altra scienza, ha il suo vero
significato in una storia sua propria, nella storia della filosofia stessa,
senza un tal carattere e valore del pensiero, non si può parlare di filosofia.
Il temperamento M.ano è, anzi, all’antitesi di ogni atteggiamento speculativo:
tutto volto alla realtà concreta della vita, della storia, dei fatti, per
dirigerli e dominarli. Di metafisica, di costruzioni astratte, di schemi e
ideologie (a questo volgarmente vien ridotto il lavoro del filosofo), nessuna
traccia nel suo pensiero, nessun appiglio nel suo temperamento. Egli ha detto
una volta, sia pure per buon umore, ma tradendo, in fondo, una sua convinzione,
che i filosofi risolvono dieci problemi sulla carta, ma sono incapaci di
risolverne imo solo nella realtà della vita )). La filosofia gli sa di scuola
», di dottrine e dottrinari, con relative cattedre e ristrettezze mentali e
d’animo. Onde ha sempre consigliato i giovani di (( rapidamente assimilare »,
ma (( di espellere non meno rapidamente » la cultura universitaria.
L’intelligenza è buona cosa, ma deve essere adoperata (( per fare la critica
del socialismo, del liberalismo, della democrazia » : per illuminare le menti,
dal punto di vista fascista, su i problemi della vita contemporanea. Se no, se
l’intelligenza fosse impiegata a criticare (( tutto ciò che di criticabile vi è
in un movimento così complesso come il movimento fascista, allora io vi
dichiaro schiettamente che preferisco al cattedratico impotente lo squadrista
che agisce » {Discorso alVAugusteo). In conchiusione: il suo interesse è
puramente pratico; anche se stima e promuove la cultura, compresa in (juesta la
filosofia, anzi a cominciare da essa, lo scopo è sempre per le conseguenze e
ripercussioni politiche, non mai per il valore del pensiero in sé e per sé.
Similmente si deve dire per il problema religioso. M. è un laico, un purissimo
laico. Della religione comprende e sente il lato umano e storico in generale:
no» ha mai lasciato trapelare un interesse a questioni dogmatiche, anzi s’e
guardato accuratamente dall’entrarvi anche quando l’occasione gli veniva
offerta naturalmente. È vero che con lui il nome di Dio risuonò, forse per la prima
volta, solenne e ammonitore, nella fredda e grigia aula del Parlamento. È vero
che si deve a lui la distruzione in Italia della Massoneria, e la Conciliazione
col Vaticano. Ma queste imprese non furono da lui eseguite, e di fatto
giustificate, con ragioni che non fossero essenzialmente politiche e sociali. E
se pure si ha da concedere qualche valore religioso alla invocazione di Dio,
essa non va più in là di una fede in un principio del tutto indeterminato,
troppo più vicino al vago principio di una fede di stile mazziniano, che a
quello ben definito, preciso e impegnativo, del Cristianesimo, anzi del
Cattohcismo. Senza dire che, anche per la parte, diciamo così, pratica, nessun
uomo sembra più alieno dall’atteggiamento ascetico e mistico proprio delle
anime veramente e profondamente religiose, che 0 si ritirano dal mondo, 0 nel
mondo vogliono vivere solo per onorare e amare Dio. Qui il seguace di Nietzsche
)) si rivela senz’alcuna ombra di dubbio e di possibili cavilli: la morale del
Fascismo da lui fondato è tutta un’esaltazione di principii fondamentalmente
pagani, come già molti hanno messo in rilievo. Tutte queste cose sono state
dette, oppure è facile dirle: queste, ed altre somiglianti. Se non che, proprio
perché sono facili a dire, e sono state dette facilmente, sorge in ognuno
spontaneo il sospetto della loro superficialità, e quindi, poiché la
superficialità è sempre falsa, della loro non verità. Il discorso vale, in
primo luogo, per quella concezione puramente teoretica della filosofia, come di
una scienza avulsa dalla vita: oggi anche ogni mediocre studioso di filosofia
sa che, se pur c’è mai stata una tale aridità (non, certo, nei veri filosofi,
nei maestri), tutta la speculazione contemporanea è diretta contro di essa. Chi
definisse la filosofia come lo sforzo supremo d’impadronirsi delle ragioni
della vita, definirebbe quel ch’è il segreto del filosofo moderno, il tormento
profondo del suo pensiero e della sua vita stessa. Segreto e tormento, del
resto, che non è una prerogativa di colui che noi chiamiamo filosofo )) ; ma è
prerogativa e gloria dell’umanità pensante, di cui la storia della filosofia è
soltanto la documentazione, ed i singoli grandi filosofi sono soltanto gli
esemplari più cospicui, F, sono per questo, anche, i più grandi educatori del
genere umano (1), È negli scolari e passivi ripetitori che la filosofia,
svuotata della vita che l’animò, diventa sistema, dottrina, astrazione,
metafisicheria: e contro di essa, allora, ben vengano che son salutari i
motteggi ed i sarcasmi. Alle altre scienze si può perdonare se si astraggono
dalla vita (coine, se no, far della fisica e della matematica?): alla
filosofia, no, E non astrarsi dalla vita, non basta: ché, questo, è il lato
soltanto negativo. Bisogna viverci dentro, prima di filosofarci su {primum
vivere), o, piuttosto (ché il prima e il dopo son modi di dire volgare),
bisogna vivere e pensare insieme, con intensità di vita e insieme con
profondità di pensiero. (I) Nel discorso su la Conciliazione, alla Camera, M.,
parlando della riforma Gentile, disse : Io credo che, più che la filosofia, è
interessante la storia della filosofia, e più ancora della storia della
filosofia, la vita dei filosofi :^il conoscere come hanno lottato, come hanno
sofferto, come si sono sacrificati per conquistare la loro verità. Questo è
altamente educativo per i giovani che si affacciano alla vita dello spirito ».
Ma la vita, si dirà, non è soltanto quella politica, né al pensiero si offrono
soltanto i problemi del socialismo e del liberalismo. E noi risponderemo
raccomandando di non perdere il buon senso, e quindi di neanche supporre che
l’abbia perduto M.. Il quale deve essere persuaso più degli altri che fa la
miglior politica colui che non ne fa affatto: che bada a far l’ingegnere, se
ingegnere; il professore, se professore; il poeta, se poeta; il manovale, se
manovale: ciascuno, a far bene il suo dovere, nella famiglia e nella società,
nella sua arte o vocazione o mestiere per cui è nato. E sarebbe grottesco
fargli dire che tutti gli uomini di pensiero abbiano come unico argomento da
svolgere la critica del socialismo e del liberalismo, l’apoiogia del Fascismo.
Immaginate se la già enorme (e, naturalmente, mediocre per la maggior parte)
letteratura sul Fascismo dovesse accrescersi di quotidiane monotone trattazioni
in piccoli o grossi tomi, per opera di tutti coloro che hanno qualche barlmne
d’intelligenza e tengono una cattedra all’Università o nel movimento della
pubblica cultura! Non è questo, certamente, il senso del discorso su accennato.
È quest’altro, invece: che nessun uomo di pensiero, che si senta italiano, può
disinteressarsi dei problemi che sta vivendo e agitando il Fascismo nel mondo;
così come nessuno scienziato, e sia pure un cultore del calcolo infinitesimale,
può disinteressarsi dei problemi che riguardano la vita e il valore dell’uomo.
Tanto meno, poi, il filosofo. Dal quale, tuttavia, non sarebbe corretto di
esigere che, per questa maggiore vicinanza ai problemi della vita poUtica e
morale, si trasformasse in scrittore, esclusivamente, di questioni economiche e
sociali. In Italia c’è un gruppo di giovani dalle menti educate alla filosofia
che fa questo, e lo fa bene. Ma, come nell’universo materiale in ogni punto
s’incentra la realtà del tutto, tanto più questa considerazione vale per
l’universo spirituale: i problemi della filosofia hanno tutti un’intima
connessione con la vita ed una immancabile risonanza nell’azione, ma non tutti
l’hamio in modo manifesto ed immediato. Anzi, spesso, quanto meno un tal
rapporto è immediato ed evidente, tanto più è intimo e profondo. Il filosofo
trova soltanto alla fine, dopo un lungo giro di pensieri che sembrano i più
lontani dalle questioni della vita quotidiana, soltanto alla fine trova una via
soddisfacente alla soluzione di queste. Ne è prova ed esempio anche la
filosofia bergsoniana arrivata soltanto ora alla questione sociale, morale e
religiosa, dopo di essersi lungamente indugiata in problemi che parevano del
tutto alieni. I problemi della filosofia si illuminano e ravvivano l’un
l’altro, e nessuno ha luce e vita per sé. Essi si debbono, come si dice con
termine tecnico, mediare fra loro. Prenderne uno, esclusivamente, separato
dagli altri, è precludersi la via a intenderlo veramente. Questa, forse, è
anche la ragione della insoddisfazione che ci resta delle molte teorie
avanzate, pur da uomini d’ingegno e di dottrina, su lo Stato fascista e su i
problemi da esso suscitati. La superiorità di M., invece, non soltanto come
uomo politico, ma anche come pensatore, è la consapevolezza della risonanza che
hanno nello Stato tutti i problemi della vita spirituale. Noi, ripetiamo,
vogliamo essere obiettivi, tecnici. Rimosse le volgari obbiezioni, concediamo
senza fatica che nella specificazione delle varie forme dell’attività umana
(non entriamo in discussione sul valore di queste distinzioni), filosofo,
propriamente, è colui che più degli altri persiste nell’atteggiamento
critico-teoretico del pensiero e della riflessione sui problemi della vita e
della storia umana. Noi, quindi, non abbiamo nessuna diflicoltà a presentare la
nostra tesi nei termini più modesti: l’interesse predominante dello spirito
M.ano è, senza dubbio, pratico-politico; ma in lui è vivissima la consapevole
esigenza anche del valore del pensiero in sé e per sé, della considerazione
della vita sub specie aeternitatis, propria della filosofia e della religione.
Ma spingiamo la nostra tesi anche un po’ più in là: l’esperienza della vita e
del mondo storico, da lui vissuta con potente e originale personalità, dà anche
al suo pensiero una nota di originalità potente, della quale è possibile uno
sviluppo in sede puramente teoretica. Queste due parti della tesi sono,
tuttavia, da dimostrare. Per la prima, si potrebbe addurre l’interesse
confessato per la filosofia, per la storia della filosofia e delle questioni
religiose, sin dalla prima giovinezza, quando leggeva La morale dei positivisti
dell’Ardigò e la Storia della filosofia del Fiorentino, e più tardi, quando
scrisse per suo conto una storia della filosofia, un libro su Giovanni Huss, un
abbozzo su le origini del Cristianesimo. Ma, poiché i documenti ci mancano
quasi del tutto, non giova insisterci. Le prove, invece, abbondano ne’ suoi
scritti più maturi. Quante volte ha ripetuto che il Fascismo <( non è
soltanto azione, è anche pensiero » ; e che, pur rinunciando a formule e
schemi, il Fascismo pena la morte 0 , peggio, il suicidio, deve darsi un corpo
di dottrine », le quali (( non saranno, non devono essere delle camicie di
Nesso che vincolino per l’eternità, ma devono costituire una norma orientatrice
» ! E nella lettera a M. Bianchi, del 27 agosto 1921 (si noti, nel periodo più
intenso Vedi nel discorso commemorativo del Luzzatti (30 marzo 1927) l’accenno
a le verità eterne, senza di che la lotta dell’uomo contro l’uomo, di tutti
contro tutti, finirebbe nel caos selvaggio e nel tramonto di ogni civiltà».
Arnaldo scrisse: Egli ha saputo ricondursi alle grandi verità divine che
resìstono all’urto dei secoli». E Benito commenta: Con queste parole, Arnaldo
dimostrava di conoscere le intime e tormentate battaglie e vicende del mio
spirito » {Vita di Arnaldo). deH’azione rivoluzionaria), augurava che sorgesse
presto una (( filosofia del fascismo », e aggiimgeva; Attrezzare il cervello di
dottrine e di solidi convincimenti non significa disarmare, ma irrobustire,
rendere sempre più cosciente l’azione. I soldati che si battono con cognizione
di causa sono sempre i migliori. Il Fascismo può e deve prendere a divisa il
binomio mazziniano : Pensiero e Azione ». L’anno seguente ( Gerarchia », n. 3)
forse gli sembrò che una tale filosofia ci fosse già nel movimento idealistico
italiano: Questo processo politico è affiancato da un processo filosofico: se è
vero che la materia è rimasta per im secolo su gli altari, oggi è lo spirito
che ne prende il posto. Tutte le creazioni dello spirito, a cominciare da
quelle religiose, vengono al primo piano... Quando si dice che Dio ritorna,
s’intende affermare che i valori dello spirito ritornano ». In pieno
Parlamento, infatti, egli aveva fatto una specie di clamorosa professione di
idealismo: ((Voi socialisti siete testimoni che io non sono mai stato
positivista, mai, nemmeno quando era nel vostro partito. Non solo per noi non
esiste un dualismo fra materia e spirito, ma noi abbiamo annullato questa
antitesi nella sintesi dello spirito. Lo spirito solo esiste, nient’altro
esiste: né voi, né quest’aula, né le cose e gli oggetti che passano nella
cinematografia fantastica dell’universo, il (juale esiste in (pianto io lo
penso e solo nel mio pensiero, non indipendentemente dal mio pensiero. È
l’anima, signori, che è ritornata » {Discorsi dal banco di deputato, pag. 118:
questo è del 1“ dicembre 1921). L’accenno al problema gnoseologico, alla
centralità del pensiero conoscitivo nel problema della realtà del mondo, non è
il punto che più interessa qui; l’adesione all’idealismo è data sopratutto, io
credo, per lo spiritualismo implicito in esso. Questo è un punto che ancor oggi
presenta le maggiori difficoltà. Ad alcuni sembra (secondo chi scrive,
giustamente) che il carattere gnoseologico predominante nell’idealismo, mentre
non arriva a dar ragione di quella ch,’è la realtà oggetto dell’esperienza
comune e delPindagine scientifica, nello stesso tempo impoverisca e disperda in
schemi logici (la dialettica) rintimità della vita spirituale e il senso del
mistero, del Trascendente, in essa implicato. Di queste difficoltà M. non
sembra inconsaper vole, come dimostra il discorso tenuto il 31 ottobre 1926 al
Congresso degli scienziati. Qualche volta mi sono posto dinanzi al fatto
scienza, per vedere la mia posizione personale, la posizione del mio spirito di
fronte a questo fatto: prima di tutto per definirlo. La mia definizione non
dico che sia quella esatta, e potete anche respingerla, se la trovate inesatta,
oppure insufficiente: credo che sia Pindagine e il controllo dei fenomeni che
cadono sotto la nostra sensibilità e sotto quella degli strmnenti che noi
possiamo adoperare... Dove può arrivare la scienza? Molto in là. Il secolo
diciannovesimo ha fatto fare un balzo enorme alla scienza... Non c’è dubbio che
la scienza tende al massimo fine; non c’è dubbio che la scienza, dopo avere
studiato il mondo dei fenomeni, cerca affannosamente di spiegarne il perché. Il
mio sommesso avviso è questo: non ritengo che la scienza possa arrivare a
spiegare il perché, e quindi rimarrà sempre una zona di mistero, una parete
chiusa. Lo spirito umano deve scrivere su questa parete una sola parola: Dio.
Quindi, a mio avviso, non può esistere un conflitto fra scienza e fede. Queste
sono polemiche di venti o trent’anni fa. La filosofia ha il suo campo, quello
dello spirito. Vi è una zona riservata alla meditazione dei supremi fini della
vita. Quindi, la scienza parte dall’esperienza, ma sbocca fatalmente nella
filosofia e, a mio avviso, solo la filosofia può illuminare la scienza. Il
testo, forse preso da nn resoconto stenografico, non deve essere stato
riveduto; ci siamo permessi qualche ritocco. Il problema è troppo grave e
complesso per discuterne qui, tanto più che, come s’è detto, res sub judice
adhuc est. Ma i termini di esso sono ben quelli posti da M.: il mondo della
conoscenza e della scienza è (juello dell’esperienza sensibile (così come il
mondo della vita sociale e politica è quello del sentimento e della volontà);
il problema dello spirito (nel quale, del resto, sboccano alla fine tutti gli
altri problemi) è il problema proprio della filosofia: problema filosofico cb’è
insieme un problema religioso. Si comprende, quindi, il tono diverso del
discorso tenuto il 26 maggio 1929 al Congresso dei filosofi: rivendicato il
merito del Fascismo per i valori dello spirito e della cultura; e riaffermata
la sua convinzione su l’importanza della filosofia cbe, se fatta in mezzo alla
vita contemporanea, (( serve ad animare gli orientamenti pratici dell’azione
quotidiana », riconosce cbe c’è un lamento generale, in Italia e fuori, perché
l’arte e la filosofia sembrano in un periodo di decadenza : Siamo in im periodo
di transizione, siamo in un periodo nel quale, per necessità contingenti, siamo
affaticati da problemi di ordine empirico materiale... D’altra parte, io penso
che la grande fioritura dello spirito non sia lontana: io credo che fra qualche
tempo avremo una grande filosofia, ima grande poesia, una grande arte. I
materiali per questo si stanno elaborando proprio mentre noi parliamo ». Quali
sono questi materiali che si stanno elaborando, e da cui dovrà sorgere una
nuova grande filosofia, secondo il pensiero e le speranze di Mussohni? Comincia
di qui la parte più difficoltosa del nostro argomento, perché, mancando accenni
più espliciti, dobbiamo servirci più d’induzioni che di dimostrazioni. Ci
soccorre, tuttavia, una tale abbondanza di documenti che permette di arguire,
con sufficiente approssimazione, quale sia la sua intenzione. Anzitutto è
chiaro che una parte almeno di quei materiali deve essere costituita da quanto
di meglio possono offrire i principali indirizzi del pensiero filosofico
contemporaneo. E però la mente corre, in primo luogo, a quelle correnti
dipensiero che anche in Italia ebbero grande divulgazione al principio del
secolo, e alle quali anche M., in via diretta o indiretta, deve qualcosa per la
formazione della sua mentalità : vogliam dire il contingentismo, il bergsonismo
e il pragmatismo. Abbiamo citato dianzi la sua affermazione di non essere stato
mai positivista, ma, nello stesso tempo, abbiamo usato la maggior cautela per
non presentarlo, quindi, senz’altro, coirne un idealista. Questo binomio, o
dilemma che dir si voglia, vale meglio per la generazione, cresciuta subito
dopo, esclusivamente dentro l’atmosfera dell’idea- Jismo italiano. M. s’è
formato, in un primo tempo, dentro il clima mentale europeo; e però non è stato
mai positivista perché ha compreso subito la vitalità e fecondità di cpiella
critica del positivismo che veniva eseguita, pm* dentro di esso, dagl’indirizzi
di pensiero ora ricordati. I risultati principali di quella critica ftuono
questi: la realtà del mondo, non più veduta negli schemi intellettualistici del
determinismo scientifico e del pesante grossolano positivismo, a sfondo
materialistico, ma ravvivata dal senso della novità e della creazione, per cui
il fenomeno si presenta sempre come qualcosa di singolare; il primato
dell’intuizione che meglio di tutte le analisi concettuali coglie l’intimità
delle cose e quella vita della coscienza in noi che, sola, ci guida a intendere
lo slancio vitale che pervade il mondo della natura; il primato, quindi, anche
dell’azione, come pensiero volitivo che realizza in concreto il mondo
inserendovi l’evento e il fatto talora decisivo. Non è il luogo, questo, per
mettere in rilievo (e d’altronde appartiene alla cultura filosofica corrente)
quanta "vivacità e freschezza di idee fossero contenute in tale mo-
Quaderni vimento di pensiero, che contribuì come nessun altro mai nella storia
delia filosofia a dileguare dalle menti secolari abitudini scolastiche, a
render più agile e penetrante Tin- telligenza, a dar vita nuova alla cultura, a
far sentire la superiorità dell’azione su un pensiero astrattamente
speculativo. Ma neppure è il caso di indugiarci a mostrare i difetti e le
deficienze di quel movimento di pensiero che, pur criticando il positivismo,
restava preso nell’orbita dei suoi problemi e del naturalismo in essi
dominante. Il contingentismo ha avuto la sua migliore applicazione nella nuova
scienza fisica, che segna il tramonto della vecchia concezione del determinismo
materialistico. Ma fuori di H non potè e non può andare: quando,- già nei
fondatori, si provò a ricavare qualche conseguenza d’ordine metafisico, di
quelle verità eterne )) che reggono, non i fenomeni fisici, ma la vita
deU’uomo, riuscì ben misera cosa. Ma lo stesso si deve dire del bergsonismo, e
molto più del pragmatismo. Quell’intuizionismo conchiudeva in una svalutazione,
non solo della scienza, governata esclusivamente da motivi pratici, ma della
stessa vita cosciente, ridotta a un fluire » evanescente, a cui soltanto la
mirabile arte dello scrittore prestava tesori di suggestioni. E che dire di
quel vuoto ed e ffim ero pragmatismo, a cui qualcuno ancor oggi tenta di fare
buon viso? L’azione per l’azione è come l’arte per l’arte: una frivolezza.
L’azione, svuotata del suo contenuto ideale e del pensiero che la illumina e
guida, diventa il principio di un volgare e inconchiudente praticismo. Veniamo
aU’idealismo italiano. Qui siamo in un ambiente del tutto diverso, e in casa
nostra, per cui, non soltanto la grandezza della costruzione (che ha posto,
d’un tratto, l’Italia in prima linea nel movimento del pensiero filosofico
contemporaneo), ma anche carità di patria ci persuade a utilizzare quanto più
materiale si può. A noi sembra, infatti, che la mentalità mussohniana abbia
assor- l»ito, e fatto propria sostanza, ciò che ha di più veramente originale e
duraturo quest’idealismo: Vacuto senso storico dei problemi e la concezione
spirituale della vita ( 1). Anche qui, anzi qui a maggior ragione, dobbiamo
resistere alla tentazione di allungare il nostro studio con citazioni di
pensieri e di atteggiamenti M.ani, che balzano alla memoria in folla. I suoi
scritti e discorsi, e quegli atteggiamenti rivelatori del suo orientamento
mentale così nelle grandi questioni internazionali come nel più modesto
travaglio intorno ai dati della statistica, sono ben vivi e presenti al
pensiero e al cuore di ogni italiano, anche se la riflessione comune inclini a
trasvolare su i particolari per coglierne e sentirne l’animazione del tutto.
Piuttosto, fermiamoei un momento per determinare i limiti entro i quali quei
prineipii dell’idealismo trovano un’eco nella mentalità M.ana. La questione
(ripetiamo ancora una volta) è oltremodo difficoltosa, perché si tratta di cosa
non ancora da lui dichiarata e definita: sì che si corre il rischio di sembrare
che si voglia sostituirsi a lui nell’interpretazione del suo pensiero, ovvero
(peggio che mai) sovrapporgli vedute nostre personali. Noi faremo del nostro
meglio per evitare entrambi gli inconvenienti. Osiamo, dunque, fissare questi
punti, a nostro avviso, di fondamentale divergenza del pensiero M.ano da quello
idealistico. In primo luogo, la sua lontananza dalla concezione idealistica in
quanto questa è ispirata ad un assoluto storicismo che erige metafisicamente la
Storia al signifieato e valore dell’Assoluto. Questa metafisica, che si risolve
in un panteismo storico », non è, ci sembra. Come espressione estrema della sua
adesione all’idealismo si debbono considerare le prime pagine dello scritto La
dottrina del Fascismo. nella convinzione di M.. Il quale, giustamente, per
quanto riponga tutta la dignità dell’uomo e della storia nel valore spirituale,
ha troppo preciso e sicuro il senso della finitezza deU’umano: del limite che,
mentre potenzia il pensiero e l’azione dell’uomo, ne delinea insieme
esattamente i confini. In altri termini, egli ha una concezione più veramente
storica della Storia. Ma, appunto per questo, egli si trova ad ugual distanza
da quella specie di umanismo teologico che in alcuni idealisti è rimasto come
residuo deU’hegelismo. È un idealismo, questo, di carattere fondamentalmente
razionalistico. In questo punto. M., se non c’inganniamo, tradisce il carattere
schiettamente cattolico della sua mentalità: se un Dio ci ha da essere, se c’è,
meglio che sia quello religioso del Cristianesimo, del Cattolicismo. Qui si
passa, quindi, ad una considerazione apparentemente opposta alla precedente:
l’idealismo è troppo umanistico )>: il suo razionalismo affievolisce e
smorza nell’uomo l’impulso aUa lotta e al sacrificio, l’anehto del futuro, il
senso <( pericoloso » della vita, l’audacia dell’iniziativa e il gusto
dell’eroico. Nell’uno come nell’altro caso l’uomo è agito dalla Storia, dallo
Spirito Universale, da una dialettica » che per (( deificarlo )) istrada ogni
sua azione e pensiero lungo una legge impersonale che ha la rigidezza del fato
(1), e lo spersonalizza. All’i mm anentismo, storico o razionalistico, manca
una parola magica: la fede. Se la usa, ne storpia il significato. La storia non
è un itinerario obbligato: la storia è tutta contrasti, è tutta vicende »
(Discorsi della rivoluzione). Proprio per questo, poi, essa non può esser
lasciata in balìa di se stessa, secondo che vorrebbe la crociana religione
della libertà». Di qui la necessità dello Stato, e degli Stati. Pronunziare
questa parola, tuttavia, è presentare il problema più arduo e assillante per
l’attuale coscienza contemporanea. M. lo sente, lo dichiara. Ci è venuto, a
questo problema, lentamente: Nella gioventù io non credevo affatto: avevo
inutilmente invocato il nome di Dio » (Ludwig, Colloqui). Invece, già afferma:
Se il Fascismo non fosse una fede, come darebbe lo stoicismo e il coraggio ai
suoi gregari? Solo una fede che ha raggiunto le altitudini religiose, può
suggerire le parole uscite dalle labbra ormai esangui di Federico Florio».
(Popolo d’Italia»). Non si può compiere nulla di grande se non si è in stato di
amorosa passione, in stato di misticismo religioso » [Discorso alla Scissa di
Milano). Fede dell’uomo in se stesso? E fede del fascista nell’idea stessa del
Fascismo? Certamente, anche questo. Può » gli domanda Ludwig (pag. 224 di
Colloqui) un discepo'lo di Machiavelli e di Nietzsche aver fede? ». M. gli
risponde: In se stesso: ciò sarebbe già qualcosa». E in Gerarchia» [Viatico):
Il Fascismo vince e vincerà finché conserverà quest’anima ferocemente unitaria
e questa sua religiosa obbedienza, questa sua ascetica disciplina. Fede,
dimque, non relativa, ma assoluta ». Ma l’assolutezza di questa fede nell’Idea
esclude la fede propriamente religiosa, in Dio, o, piuttosto, la presuppone? La
fede in se stesso, che direbbesi meglio fiducia », se non ha da essere mero
calcolo delle proprie forze, non potrebbe essere alimentata da una forza
superiore, ossia da una fede schiettamente religiosa? Al filosofo idealista
questo sembra un problema insolubile: o si ha fede nelle proprie forze, egli
dice, e si può procedere all’azione ; ovvero nelle proprie forze non si ha
fede, e allora nasce la sfiducia e l’inattività. Il dilemma, come sono tutti i
ragionamenti fatti a fil di logica, è troppo semplice: lo spirito umano è molto
più sottile e complicato di ogni dialettica e di ogni logica astratta. Vediamo
se dal pensiero di M. possiamo ricavare qpialche luce. Qualche volta egli ha
accennato a un processo interiore come a fonte comune così della politica come
dell’arte. Alla prima mostra del Novecento italiano disse: Ieri sera, dopo
avere attentamente esaminata la Mostra, alcuni interrogativi hanno inquietato
il mio spirito. Ve li accenno brevemente perché voi ne facciate oggetto di
meditazioni necessarie. Primo, quale rapporto intercede tra la politica e
l’arte? Quale tra il politico e l’artista? È possibile di stabilire una
gerarchia fra queste due manifestazioni dello spirito umano? Che la politica
sia un’arte, non v’è dubbio. Non è, certo, una scienza. Nemmeno mero empirismo.
È, quindi, un’arte. Anche perché nella politica c’è molto intuito. La creazione
politica, come quella artistica, è una elaborazione lenta e una divinazione
subitanea. A un certo momento l’artista crea coll’ispirazione, il politico con
la decisione. Entrambi lavorano con la materia e con lo spirito. Entrambi
inseguono un ideale che li pungola e li trascende. Egli prosegue domandandosi
se la guerra e il Fascismo abbiano lasciato tracce nell’arte : Il volgare
direbbe di no perché, salvo il quadro A noi, non c’è nulla che ricordi e ohimè!
fotografi gH avvenimenti trascorsi o riproduca le scene delle quali fummo in
varia misura spettatori o protagonisti. Eppure il segno degli eventi c’è. Basta
saperlo trovare. Questa pittura, questa scultura, diversifica da quella
immediatamente precedente in Italia. (1^ Sembra in contraddizione, ma non Io è,
la dichiarazione: Fra tutte le professioni la più affine al mio spirito è
quella dell’ingegnere » (Saluto agli elettrotecnici, 25 settembre 1926). Ha un
suo inconfondibile sigillo. Si vede che è il risultato di una severa disciplina
interiore. Questa disciplina interiore » è, dunque, un punto di coincidenza
della pobtica e dell’arte, e risulta da un’elaborazione lenta e una divinazione
subitanea ». La politica, l’azione, non è (( mero empirismo ». Parlando del
Luzzatti, disse : (( Egli aveva navigato per tutti i mari e negli oceani dello
scibile umano, senza cadere nelle secche dello scetticismo e della negazione,
perché egli credeva fermamente, e la fede è una sicura bussola per ogni viaggio
ideale ». Di quale fede si parla qui? Di una fede, non v’ha dub bio,
schiettamente religiosa. Nella Vita di Arnaldo si dice; <( Il giornalista
diventa scrittore quando si interiorizza, quando comincia a vedere le cose non
più sotto l’aspetto cinematico della contingenza, ma in quello della
trascendenza; quando piega il capo per riflettere su i problemi originari;
quando, come nel caso di Arnaldo, portato da un atroce dolore sulla cima, si
sente come liberato dagl’impacci che lo legavano alla pianura e respira oramai
nell’atmosfera delle cose infinite ed eterne. Il giornalismo del quotidiano
finisce e comincia la poesia. Poesia dell’amore e della morte; della speranza e
della rassegnazione; della vita terrena e del di là seducente e consolatore. La
precedente (( discipbna interiore » consiste, dunque, in questo (( liberarsi »
da ogni esteriorità, vivere <( nell’atmosfera delle cose infinite ed eterne
», cercarsi (1) Coloro che ancor oggi seguitano a invocare un’arte fascista»,
hanno meditato abbastanza queste parole? Il discorso termina con una
considerazione su l’arte che non ha nulla da invidiare, per finezza e senso
d’interiorità, alle Estetiche oggi più celebrate; Io guardo e dico: questo
marmo, questo quadro mi piace. Perché mi allieta gli occhi, perché mi dà il
senso dell’armonia, perché quella creazione vive ed io mi sento vivo in lei,
attraverso il brivido che dà la comunione e la conquista della bellezza ». alla
radice del proprio essere sino al punto in cui all’a a- spetto cinematico della
contingenza » subentra (( quello della trascendenza. Lì la poesia s’incontra
con la Religione. L’immagine più divulgata di M., anche all’estero, è quella di
una potente e fiera e intransigente volontà: egli è un dominatore ». Chi non
ricorda il motto: agli amici, tutto il bene, ai nemici tutto il male possibile
» ?. I Colloqui del Ludwig hanno ancor più divulgato il senso suo della
solitudine interiore, e il suo acuto pessimismo intorno agli uomini fatto di
compassione e di disprezzo. Trascendenza, ch’è anche (s’intende!) immanente,
come senso morale e religioso, aU’uomo. In questo significato si parla
^immanenza nel discorso su La Riforma legislativa (12 maggio 1928, al Senato):
E vengo allo Statuto. Bisogna intenderci, onorevoli senatori... Siamo sul
terreno dell’archeologia o della politica? 0, se volete, siamo sul terreno
dell’immanenza o su quello della contingenza? Si è mai pensato che una
costituzione od uno statuto possano essere eterni e non invece temporanei?
Immobili e non invece mntevoli? Di immanente, onorevoli senatori, di eterno,
non vi sono che le leggi religiose. Il decalogo, ad esempio, è immanente: dieci
articoli che vanno bene per tutti ì popoli, per tutte le altitudini,
longitudini e latitudini ». Il Bescson, nella
sua opera recente, Les deux soiirces de la morale et de la religion, dice: Nous
n’irons pas jusqu’à dire qu’nn des attributs du chef endormi au fond de nous
soit la férocité. Mais il est certain que la nature, massacreuse des individus en
méme temps que génératrice des espèces, a dù vouloir le chef impitoyable si
elle a prévu des chefs. L’histoire tout entière en témoigne. Cosi egli ha, in
certo modo, spiegato e inquadrato il principio nietzschiano della volontà di
potenza », facendone un principio della vita politica. Cfr. M. in Colloqui: a
La tendenza all’imperialismo è ima delle forze elementari della natura umana,
appunto come la volontà di potenza. Io non posso avere amici, io non ne ho.
Ludwig gli chiede quando egli si sentì più solo: da giovane, fra i suoi
compagni di partito, ovvero oggi ch’è il Duce del Fascismo? Oggi, disse egli senza
esitare. Ma anche prima: in fondo, fui sempre solo. Vedi specialmente il
Preludio al Machiavelli (in Gerarchia», maggio 1924). Ma, di disprezzo,
soltanto, egli dice (Colloqui), l’nn per cento. Questo è l’uomo e il mondo
guardato da un lato. Ma M. ne eonosce anche un altro : eccolo. Egli (Arnaldo)
fu un buono-, il che non significa debole, poiché la bontà può benissimo
conciliarsi con la più grande forza d’animo, col più ferreo compimento del
proprio dovere. Essa è il risultato di una visione del mondo, nella quale gli
elementi ottimistici superano i pessimistici, poiché la bontà non può essere
scettica, ma deve essere credente. Rimanere buoni tutta la vita: questo dà la
misura della vera grandezza di un’anima! Rimanere buoni, malgrado tutto. Il
buono non si domanda mai se valga la pena: egli pensa che vale sempre la pena.
Soccorrere un disgraziato, anche se immeritevole; asciugare una lacrima, anche
se impura; dare un sollievo aUa miseria, una speranza alla tristezza, una
consolazione alla morte: tutto ciò significa non considerarsi estranei
aU’umanità, ma partecipi — carne e ossa — di essa : significa tessere la trama
della simpatia, con fili invisibili, ma potenti, i quali legano gli spiriti e
li rendono migliori » {Vita di A.). Siamo, dunque, passati d’tm tratto, da
Nietzsche a Tol- stoi? L’apparenza può essere questa, la realtà è tutt’altra.
Il principio nietzschiano s’è venuto trasformando nell’animo e nella mente di
M. in un principio d’interiorità spirituale, che liberando l’uomo da ogni
interesse mondano lo innalza per questo stesso sul mondo e gli dà la forza di
dominarlo; ma, nello stesso tempo, raccogliendolo nella solitudine di se
stesso, gli fa scoprire la sorgente eterna d’ogni valore spirituale, la quale
è, in fine, anche, la fonte segreta della sua forza e azione nel mondo. Ciò
ch’è grande nell’uomo, diceva Zarathustra, è Tesser egli un ponte, non già una
mèta. Questa nota superumanistica )), come superamento del mero umanismo, Cfr.,
611 questo punto, Appéndice, II. è ben rimasta in M.. Così come lo spirito di
spregiudicatezza mentale, Tantifilisteismo, rantidemocratismo, l’avversione
alla vita comoda » e l’istinto guerriero > 1 . Ma egli non può più essere
persuaso di quel baccanale dell’Io in cui si risolve l’anticristianesimo del
Superuomo e il suo disprezzo per ogni tradizione morale e religiosa
dell’umanità. Il Titanismo, ancbe senza i fulmini più di nessun Giove, si
abbatte e distrugge da se stesso. Per lo spirito eroico non basta la coscienza
di possedere in sé il principio creatore della realtà: ci vuole ancbe la
coscienza di un principio superiore che dia valore permanente alla sua azione.
Quel dilemma, dunque, posto dal filosofo idealista è falso. Il che non fa
meraviglia. Può la filosofia, ossia il pensiero critico, esaurire le ragioni
della vita e della fede? Se tale esaurimento riuscisse alla filosofia e alla
riflessione, scomparirebbe, sì, la fede, ma con essa scomparirebbe anche la
vita. È misticismo, questo? Si, è misticismo. Fa paura la parola? Fa paura al
filosofo illuminista, non ha fatto paura ad un filosofo come Bergson. C’è
misticismo e misticismo, del resto: anzi, innumerevoli misticismi C’è quello
buddistico e c’è quello del Nietzsche (ch’è, anch’esso, un misticismo, per
quanto opposto all’altro). C’è un misticismo pagano e un misticismo cristiano:
il Bergson ha trovato in questo secondo la fonte autentica della moralità e
della religiosità. C’è un misticismo protestante e c’è un misticismo cattolico:
questo secondo è il meno mistico di tutti. Coinè la pensa M. in questo punto?
Lasciamo a lui la parola. Arnaldo era im credente, ma non com’egli disse
nell’ultima conferenza alla Scuola di Mistica fascista — credente in un Dio
generico che si chiama talvolta per sminuirlo Infinito, Cosmo, Essenza; ma in
Dio nostro Signore, Creatore del Cielo e della Terra, e nel suo Figliuolo che
un giorno premierà nei regni ultraterreni le nostre poche virtù, e perdonerà,
speriamo, i molti difetti legati alle vicende della nostra vita terrena » {Vita
di A.). Questa, la fede di Arnaldo. Quella di Benito segue poco dopo : (( Tutto
quello che fu fatto non potrà essere cancellato, mentre il mio spirito, oramai
liberato dalla materia, vivrà, dopo la piccola vita terrena, la vita immortale
e universale di Dio. Noi non abbiamo nessun interesse (e neanche competenza) a
entrare qui in questioni teologiche. Ci basta di aver dimostrato il nostro
assunto: che il problema filo- Nei Colloqui del Ludwig, dopo di aver accennato
alla possibilità di una soprannaturale apparizione», aggiunge: Negli ultimi
anni si è in me rinsaldata la fede che vi possa essere una forza divina
nell’universo. Urìstiana? Divina, ripete egli con un movimento della mano, che
lasciò la mia domanda in aria. Gli uomini possono pregare Dio in molti modi: si
deve lasciare assolutamente a ciascuno il proprio modo. Quella forza divina
nell’universo » non è in arnionia col principio d’interiorità puramente
spirituale da noi precedentemente posto. L’oscillazione spiega anche la sua
ammirazione, su tutti i Dialoghi di Platone, per il sublime » Fedone, la cui
prova dell’immortalità dell’anima dopo di averne esposto acutamente i punti
centrali —reputò incatenante, consolatrice, perfetta... di un’evidenza assoluta
» (vedi Nota su l’immortalità del- Panìma, in Gerarchia). Così anche l’antitesi
cristiana-divina potrebbe far supporre un’incertezza che, certamente, non è nel
pensiero di M.. 11 quale s’è espresso altrove diversamente. Parlando Per il
settimo annuale della fondazione dei Fasci (28 marzo 1926), disse: Il sacerdote
di quella religione che è dei nostri padri e nella quale crediamo, ha
consacrato sessantasette gagliardetti dei vostri gruppi». Negli stessi Colloqui
del Ludwig, ritornando su un argomento discusso già in Senato nel discorso per
la Conciliazione, è ribadita, sì, la sua opinione che, se il cristianesimo non
fosse giunto nella Roma imperiale sarebbe rimasto una setta sofico e quello
religioso sono tra i problemi più vivi nel pensiero e ueU’animo di M.. E
crediamo di aver raggiunta una sufficiente prova sia della prima e sia della
seconda parte della nostra tesi. Ma, forse, la prova per la prima parte
sembrerà raggiunta meglio che per la seconda. Quali germi di pensiero nuovo e
originale si domanderà, e fecondo di possibili sviluppi, sono contenuti in
questo diciam pure così — spiritualismo fascista? La risposta non può esser
dubbia: lo spiritualismo M.ano è orientato verso un principio di pura
interiorità, in cui trovano la loro coincidenza i problemi insieme della
filosofia e della religione, dell’arte e della vita sociale-politica, della
scienza e della storia lunana. Arrivati a questo punto, ognuno concederà che, a
rigor di termini, avremmo il diritto di fermarci. Il diritto, e ebraica » ; ma,
egli dice, si deve aggiungere che tutto era preparato dalla Provvidenza. Prima
l’impero, poi la nascita di Gesù, e finalmente Paolo apinodato a Malta e giunto
qui. Sì, certo, così era predestinato da una Provvidenza che dirige tutto.
Forse più caratteristica di tutte è la dichiarazione seguente: Il cupi»
dissolvi non appartiene alla religiosità dei ruraR italiani. Il contadino
italiano non si angustia troppo, per sapere se l’inferno c’è o non c’è. EgU si
mette in regola per il caso che ci sia, e basta» [Tempi della rivoluzione
fascista). D cupio dissolvi non è, certamente, del misticismo M.ano : ed è del
tutto giusto che tale religiosità dei rurali è perfettamente italiana ». La
Sarfatti l’ha giudicato bene: Austero e rude, malgrado i suoi sporadici
tentativi di rivolta, è in fondo un cattolico asceta-guerriero » [Dux). Qui non
si deve costruire: si dovevano soltanto indicare i mate- riaU » e il punto di
vista » che, presumibilmente, nel pensiero di Musso- Rni, potranno servire alla
filosofia da lui auspicata. Chi desiderasse una prova ulteriore della
origiuaRtà e fecondità deRo spiritnaRsmo mnssoR- niano, potrebbe confrontarlo,
ad esempio, con queRo deU’ultimo Bergson, il forse anche il dovere: ché, quando
il filosofo si avventura in campi estranei alla sua scienza, corre sempre il
rischio di sbandarsi. È, bensì, vero che la filosofia pervade tutta la vita,
tutti i campi della realtà; ma, cosi considerando le cose, il filosofo si trova
riportato al livello di ogni uomo, e non sempre, allora, egli può competere con
gli altri per ampiezza e ricchezza di vita e di esperienza. Ma lasciamo andare
la questione dei diritti e dei doveri. Sta di fatto che questo saggio, per
quanto voglia esser modesto, non può terminare qui: non si può trattare del
pensiero di M. senza almeno un cenno al suo capolavoro. Il capolavoro di M. è
lo Stato fascista, il quale è, bensì, un’opera di creazione politica, ma è
tutto permeato di pensiero e di convincimenti, che rivelano, a chi ben
consideri, quello stesso atteggiamento filosofico e religioso che noi abbiamo
cercato di ricostruire dianzi sulla base de’ suoi scritti e delle sue
dichiarazioni. Noi abbiamo non solo il diritto, ma anche il dovere di
aggiungere, si potrebbe dire, la prova sperimentale della tesi esposta
precedentemente. In corrispondenza con tale tesi, dunque, noi dovremmo far
vedere, in primo luogo, che non può comprendere lo Stato fascista chi si pone
da un punto di vista filosofico e religioso diverso da quello del suo creatore;
e in secondo luogo, passando al lato positivo, che in tale creazione politica
agiscono quegli stessi motivi originali di interiorità e senso della
trascendenza che noi abbiamo indicati prima come posizione peculiare del suo
atteggiamento mentale quale, anch’esso, fa leva sugli stessi principi
fondamentali dell’interiorità e della trascendenza. Ma, mentre nel filosofo
francese tale interiorità oscilla fra biologismo e psicologismo, essa si pone
nell’italiano, passato attraverso l’idealismo, con la possibilità (non vogliamo
dir di più) di una determinazione più pura. E similmente si dica per il Dio
bergsoniano. Le differenze si riflettono, poi, anche nella diversità di
concepire la funzione dello Stato, tanto dal lato sociale, quanto da quello
della storia in generale. e spirituale in rispetto a tutti i problemi della
realtà e della vita. Come premessa comune a entrambi i lati del problema cbe qui
si presenta, bisogna far attenzione a questo fatto: die noi ora passiamo a
considerare !’(( uomo » non più nella sua intimità e interiorità, in quella
solitudine in cui soltanto Dio gli fa compagnia; ma nella vita sociale e
politica, dove la sua vita è condizionata dalla vita comune e dal mondo
storicamente determinato in cui egli si trova a inserire la sua azione di ogni
giorno. La sua intimità e interiorità egli la deve vivere in questo mondo; la
sua personalità egli la deve costruire come individualità cbe ha un significato
e xm valore essenzialmente sociale; egli ha qui per giudice, non più Dio
direttamente, ma il mondo della storia e della civiltà umana. L’uomo del senso
comune, ch’è spesso anche l’nomo del buon senso, può trovare motivo di diffidare,
anzi di sorridere, di ogni spiritualismo che non tenga conto di una tale
condizionalità : che parli di nn’interiorità che si consuma dentro se stessa
senza prodursi nel mondo; quasi che il filosofo e il mistico potessero mai
realizzare una spiritualità pura, incorporea. Invece, lo spirito umano ha
bisogno del corpo per realizzarsi, la vita è attaccata a interessi materiali:
bisogna far i conti con la materia per realizzarsi spiritualmente. Non per
questo la questione economica non è nna questione spirituale anch’essa:
l’animale non ha nessuna questione economica da risolvere (già, l’animale non
ha problemi di nessuna specie). È per l’uomo che il mangiare, il bere, il
vestir panni e le altre necessità della vita, si presen- (1) Le filosofie
neospiritualistiche, con quel loro ondeggiare continuo- fra la metafisica e la
lirica sono perniciosissime per i piccoU cervelli (ilarità). Le filosofie
neospiritualistiche sono come le ostriche: gustosissime al palato... ma bisogna
digerirle!... (ilarità) ìì: M., nel primo discorso parlamentare (Discorsi dal
banco di deputato). tano, non come cose a cui pensa la natura o il caso, ma
come risultato della sua libera attività, del suo lavoro e ingegno; è per
l’uomo, in quanto la società gli rende possibile la sua vita, che il lavoro è,
oltre un diritto, xm dovere: un dovere sociale. Ma, d’altra parte, è pure ovvio
che la spiritualità della questione economica esprime soltanto la condizione
umana di quella spiritualità più profonda che l’uomo trova nella sua pura
interiorità ; e che scambiare la questione economica con la questione morale,
come fece il socialismo, è scambiare la condizione con il condizionato, i mezzi
con il fine. Chiediamo scusa se la premessa sembrerà un po’ troppo lunga; ma
essa era necessaria per spiegare nel modo più breve la nostra insoddisfazione
per tutte le teorie fin qui addotte su lo Stato fascista. Preghiamo, con piena
sincerità, il lettore di non sospettare che si abbia noi la pretesa di
possedere il segreto di quella teoria. Teniamo estremamente, anzi, a dichiarare
che innanzi all’opera di M. ci sentiamo disorientati. Solo vorremmo che anche
gli altri confessassero questo disorientamento. Intorno allo Stato fascista s’è
scritto oramai una biblioteca, fra l’Italia e l’estero. E naturale che gli scritti
migliori siano quelli degli Italiani, tra i quali sono uomini di prim’ordine
per cultura, e per intelligenza. E tuttavia avviene qui quel che avviene nei
commenti di ogni capolavoro, poniamo della Divina Commedia', c’è qualcosa che,
dopo tutte le indagini e i chiarimenti, sfugge. Nella poesia e nell’arte si può
dar la colpa alla critica che non arriva mai a tradurre in concetti
l’intuizione sentimentale. Qui, nell’opera politica di M., a noi sembra che la
colpa sia dei teorici che restano al di sotto del punto centrale in cui lavora
il suo genio creatore fra problemi di azione e di pensiero che costituiscono la
sua personalità vivente. Facciamo almeno qualche cenno più esplicito. La
letteratura su accennata può dividersi in opere di economisti, di giuristi, di
politici, di filosofi. I discorsi fatti in generale sono, necessariamente,
sempre un po’ vaghi. Ma noi qui abbiamo un interesse ben determinato, e non
abbiamo nessun dovere di allontanarci da esso per entrare nella discussione dei
particolari. A cominciare, quindi, dai filosofi, dichiariamo che una filosofia
capace di penetrare in ciò che ha di più singolare lo Stato fascista non esiste
ancora. I filosofi che ne hanno fin qui parlato (e alludiamo non soltanto agli
itahani, ma anche agli stranieri), s’indugiano ancora in posizioni che M., anzi
la storia guardata dal punto di vista fascista, s’è lasciato dietro le spalle.
Ad esempio : c’è chi è ricorso allo Hegel per dimostrare ch’egli è il vero
precursore della nuova civiltà del mondo inaugurata dal Fascismo. Non c’è
bisogno di molta dottrina per far osservare che nel secolo intercorso fra lo
Hegel e il Fascismo sono avvenute queste cose fondamentali; la critica fatta
allo spirituahsmo idealistico-teologico dello Hegel da parte del marxismo da
una parte, e del liberalismo dall’altra; e poi la critica, che già corre per il
mondo, del Fascismo contro entrambi questi. Il marxismo ebbe tutte le ragioni
di richiamare quello spiritualismo astratto alla base materiale-economica per
intendere il concreto mondo storico e agire in esso. Il liberahsmo ebbe
altrettanta ragione di non volerne sapere di quel teologismo, perché quel che a
lui premeva era la libertà dell’uomo, e però dell’individuo vero e reale. Oggi
il Fascismo ha superato, per parlare lo stesso linguaggio hegeliano, non
soltanto l’astrattezza ed erroneità dello hegelismo, ma anche l’angustia
mentale (ch’era una astrattezza ed erroneità opposta) comune al marxismo e al
hberalismo. Come ritornare, dopo questo, a Hegel? Precursore? Ma, allora,
ricominciamo da Platone e da Aristotele! QÙRnto inchiostro versato in questi
anni per dimostrare che non c’è Hbertà senza autorità; che l’individuo
s’identifica con lo Stato; che economia etica e politica sono la stessa cosa;
che la sovranità dello Stato è un Assoluto che non può ammettere altro Assoluto
fuori di sé, ed altrettali filosofemi caratteristici della filosofia hegeliana!
La quale risolveva dialetticamente tutti i problemi del mondo e della storia in
un processo logico del pensiero che alla fine si poneva come l’Assoluto
metafisico, come il vero Dio, e vanificava, così, quelli che sono i concreti
problemi del mondo storico e dell’uomo. Noi non intendiamo, con questo, di dire
che tanto inchiostro sia stato versato inutilmente. Tutt’altro! È stato del
tutto opportuno, per rinfrescare la memoria delle persone colte e per dirozzare
la mente degli ignari su quelle che sono le premesse del pensiero contemporaneo
e della civiltà moderna. Intendiamo di dire, invece, che quelle argomentazioni
sono fuori fuoco: non colgono il Fascismo nel suo punto vitale. Per cogliere
questo sono preferibili le poche meravigliose pagine, che veramente dànno il
nuovo senso dello Stato », contenute nel discorso del Duce all’Assemblea
quinquennale del Regime. Lo Stato come organismo giuridico, come la nazione
stessa organizzata politicamente, come la sostanza etica di un popolo, e
altrettali definizioni, colgono la propria natura dello Stato fascista?
Filosofi, giuristi, politici si affaticano insieme a cercar di adattare le
vecchie definizioni al corpo della realtà nuova. C’è un concetto che ritorna
frequentemente in tutte le definizioni : quello della personalità dello Stato,
come di una personalità superiore che assorbe, o deve assorbire, quella
inferiore degli individui che lo compongono. Ma basta poca riflessione per
accorgersi che quello Stato è una formula, una realtà anonima, una personalità
che è tale soltanto nel senso in cui si parla di (( persona » in giurisprudenza
quando si vuol dire di un ente o istituto che ha un riconoscimento dalla legge
ed è (1) Son riportate e illustrate in Appendice, V. Quaderni soggetto » di
diritti. Ossia, è una personalità ehe è il massimo della impersonalità. La
personalità, inveee, dello Stato fascista consiste in questo: che c’è un Capo,
una personalità e volontà in carne e ossa, che governa e dirige tutta la
complessa vita statale. Lo Stato come Costituzione, come organismo
politico-giuridico con tutti i suoi attributi e le sue forme di sovranità,
resta come un presupposto che il Fascismo non ha nessuna intenzione di negare,
perché, appunto, lo presuppone come un dato acquisito dalla coscienza giuridica
e politica moderna. Se no, si tornerebbe al tipo delle Signorie, della
coincidenza immediata di Stato e Principe (già notata da M. nel suo Preludio al
Machiavelli) (1). Ma, come Aristotele diceva già sin da allora, che l’ordine e
la forza di un esercito li fa sopratutto il buon comandante, così il Fascismo
pensa che per uno Stato forte e capace di contar qualcosa nella determinazione
della storia mondiale, quel che più conta è la volontà e capacità di chi siede
al governo, dirige e determina la via da seguire. In quella volontà si debbono
organizzare tutti i voleri, in quella personalità debbono prender corpo tutte
le gerarchie, classi e categorie dello Stato, tutte le attività della Nazione.
Gerarchie, classi e categorie, le quali collegano il Capo con il resto del
corpo politico, sì che, per il tramite di esse, la personalità dello Stato,
espressa in sommo grado dal Capo, arrivi via via sino al popolo e alla massa
altrimenti amorfa e sbandata. È questione, dunque, di libertà e di autorità?
Certamente! Ma non in quei termini astratti, non in una dialettica che per
dimostrare troppo non dimostra niente, o può dimostrare ugualmente bene
l’opposto. M. non s’è mai indugiato in tali esercitazioni : dichiarando che la
libertà è un mezzo, non un fine » ha risolto la questione perentoriamente.
Questo è autoritarismo, dispotismo, ecc., ha esclamato e tentato di dimostrare
un filosofo liberale, a cui hanno fatto eco altri filosofi e politici
stranieri. Strano! Quel filosofo passa la sua vita nella meditazione della
Storia, e non s’è ancora accorto che la Storia la fa non l’individuo isolato
con la sua astratta libertà, ma l’individuo in quanto volontà e libertà organizzata
in quell’organismo spirituale che è lo Stato. Sono gli Stati che decidono del
mondo storico-sociale, non gl’individui come tali: così come sono gli eserciti
che determinano la vittoria, non i soldiati singolarmente presi (1). Stato
etico )), si dice: e questo, si aggiunge, almeno questo, è pure un concetto di
marca schiettamente hegeliana. Per cui, dall’altra parte, si protesta: eccoci
tornati, col Fascismo, alla (( morale di Stato )), alla morale governativa » :
quale aberrazione filosofica e morale ! Se non che, anche qui, non si può
raccomandare abbastanza di non perdersi in queste discussioni, e di attingere
direttamente alla fonte delle parole e del pensiero di M.. Prendiamo un passo:
Né si pensi di negare il carattere morale dello Stato Fascista, perché io mi
vergognerei di parlare da questa tribuna se non sentissi di rappresentare la
forza morale e spirituale dello Stato. Che cosa sarebbe lo Stato se non avesse
im suo spirito, una sua morale, che è quella che dà la forza alle sue leggi, e
per la quale esso riesce a farsi ubbidire dai cittadini? Che cosa sarebbe lo
Stato? Una cosa miserevole, davanti alla quale i cittadini avrebbero il diritto
della rivolta e del disprezzo. Lo Stato Fascista rivendica in pieno il suo
carattere di eticità: è Cattolico, ma è Fascista, anzi sopra- Nella silenziosa
coordinazione di tutte le forze agli ordini di uno solo, è il segreto perenne
di ogni vittoria » {Tempi della rivoluzione fascista, pag. 166). Non basta,
dunque, dire con Tidealismo che il mondo storico è una creazione dell’uomo.
Bisogna aggiungere; deU’uomo organizzato nella società, e in primo luogo in
quella forma più potente di società h’è lo Stato fascisticamente inteso.
3tutto, esclusivamente, essenzialmente Fascista. Il Cattoli- cismo lo integra,
e noi lo dichiariamo apertamente, ma nessuno pensi, sotto la specie filosofica
o metafisica, di cambiarci le carte in tavola » (1). Vediamo di non cambiargli
le carte in tavola. Contro una Chiesa che, movendo dal principio di esclusivo
monopolio nella direzione delle coscienze, tende a tener per sé, come si dice
nel linguaggio scolastico (del tempo in cui si faceva questione fra Papa e
Imperatore per il governo del mondo), tutto (( lo spirituale », e a lasciare
allo Stato la sola cura dei beni materiali: contro tale Chiesa M. adduce, di
pieno diritto, la rivolta della sua coscienza, del suo senso di Capo di uno
Stato moderno, che sa di governare degli uomini liberi e non già un gregge, di
guidare un popolo verso un ideale di civiltà e non già di essere un sentplice
amministratore di beni, ed afferma il carattere spirituale dello Stato e il
fondamento morale che sostiene la sua autorità di Capo. Ma da questo al
concetto che risolve il problema morale nel problema dello Stato, c’è un molto
rispettabile intervallo, anzi xm abisso, che a noi non risulta in alcun modo
che M. abbia mai tentato di varcare. Stato unitario, totabtario : tutto nello
Stato, per lo Stato, nulla fuori e, sopratutto, nulla contro di esso. E può
essere diversamente data la nuova concezione fascista? Come in guerra tutte le
forze materiali e spirituali della Nazione vengono organizzate, senza residuo,
per la vittoria delle armi; così in pace lo Stato fascista ha bisogno di tutte
le forze, fisiche, morali e intellettuali, de’ suoi cittadini per vincere
quella più grande battaglia che determina il posto di uno Stato nel mondo e il
corso della storia stessa. Discorso aUa Camera per Gli accordi del Luterano.
(2) Io considero la politica come una milizia o combattimento (Tempi della
rivoluzione fascista). Il Fascismo non vuole, dentro Quindi nulla, di quanto
l’individuo può dare, sfugge all’interesse dello Stato fascista: la sua
ctdtura, la sua educazione, la sua coscienza morale, la stessa sua coscienza
religiosa. Ma questo non implica un assorbimento » del-- l’individuo nel senso
che lo Stato ne succhi e svuoti la personalità ! Tutt’altro : lo Stato fascista
ha ogni interesse, anzi, a potenziare la personalità fisica e morale
dell’individuo, a sollecitarne la libera iniziativa, a trar profitto dalla sua
vocazione e dalle sue inclinazioni, e, ove occorra, anche dalle sue ambizioni e
dalle legittime aspirazioni al benessere e agli agi materiali. Non, dunque, che
sia erronea la così detta identificazione dell’individuo con lo Stato; ma,
presentata in quella dialettica astratta, non dice nulla di positivo, e può
condurre, ripetiamo, anche a dire il contrario ( 1). Così, per la questione
economica. Stato corporativo, sì, certo : è un caposaldo dello Stato fascista,
che qui si lascia di nuovo dietro le spalle il socialismo e il liberalismo
insieme. Ma se da questo si vuol dedurre che l’originalità e importanza dello
Stato fascista sia tutta in questo punto, nell’aver immessa una coscienza
statale » nel giuoco degli interessi lo Stato, la lotta: vuole, anzi, Tarmonia
e la collaborazione. Ma nel confronto con le forze estranee sente che la vita è
un combattimento continuo, incessante », da accettare con grande disinvoltura,
con grande coraggio, con la intrepidezza necessaria » {Per il settimo annuale
della fondazione dei fasci). Non si tratta di mera coincidenza o non
coincidenza della volontà deU’individuo con quella dello Stato, ma di un
processo che si può ben chiamare di educazione dell’individuo per opera dello
Stato fascista : La politica è l’arte di governare gli uomini, cioè di
orientare, utilizzare, educare le loro passioni, i loro egoismi, i loro
interessi in vista di scopi d’ordine generale che trascendono quasi sempre la
vita individuale perché si proiettano nel futuro ». L’individuo, infatti, non
educato politicamente, tende a evadere continuamente: tende a disubbidire alle
leggi, a non pagare i tributi, a non fare la guerra: pochi sono coloro — eroi o
santi — che sacrificano il proprio io sull’altare dello Stato » (Preludio al
Machiavelli), Sul concetto di Stato fascista come Stato educatore, ved.
Appendice, pag. 55. materiali che governano l’economia di un Paese, c’è
l’evidente pericolo di fare del Fascismo un’antitesi, sì, del comuniSmo e
bolscevismo, ma su lo stesso piano. In somma: economia, etica, politica sono,
bensì, legate indissolubilmente nello Stato fascista, ma non per questo l’una è
la stessa cosa dell’altra. E veniamo, infine, alla tanto dibattuta questione
religiosa. Stato confessionale? No, certo: si è detto e ripetuto. Allora, Stato
superconfessionale » ? Sì, certo, nell’ovvio senso in cui, negandosi che sia
confessionale, si vuole pure affermare la sua religiosità. La religiosità, si
ha ima grande premura di aggiungere e ripetere a sazietà, immanente ». Non ha
detto il Duce: (( tutto nello Stato, nulla fuori dello Stato »? Ma la
conseguenza, al solito, è tratta troppo facilmente, con una argomentazione che,
per voler esser troppo profonda, resta alla superficie della questione e del
pensiero di M.. Il quale non ha mai sognato di fare della religione una
questione meramente politica. Dal dire che lo Stato fascista ha estremo
interesse a coltivare la coscienza religiosa della Nazione; a dire che, quindi,
è lo Stato stesso che crea quella coscienza e ne è l’arbitro, ci corre quel
solito intervallo o abisso che M. non consta abbia tentato di abolire. Ancora
una volta ! Noi non abbiamo nessuna nostra filosofia da esibire, e non
pretendiamo a nessun brevetto di scopritori o interpreti del pensiero M.ano. Ci
limitiamo a esibire dei (( materiali » e dei punti di vista », quali possono
essere rigorosamente documentati da fatti e da scritti. E però domandiamo :
quella teoria (( immanentistica » è in accordo con ciò che consta del pensiero
e dell’azione mus- soliniana? Abbiamo addotto sufficienti documenti in
precedenza, e però rispondiamo: non consta, anzi consta il contrario. Diciamo
meglio e di più: quel che consta è un’impostazione del problema
politico-religioso in termini del tutto nuovi e fecondi di sviluppi
nell’avvenire della coscienza politico-religiosa, non soltanto degli Italiani,
ma dell’uomo semplicemente, in universale. C’è un fatto: che lo Stato ha
affermato la sua assoluta sovranità nel mondo dello spirito storicamente
considerato ; e contemporaneamente la Chiesa ha rinunciato a entrare più nelle
questioni interne allo Stato e nelle competizioni, di qualsiasi specie, fra gli
Stati. Le due sfere si sono, per la prima volta dacché esistono, delineati e
definiti esattamente, per lo meno in via di diritto, i rispettivi confini. Con
questa reciproca delimitazione hanno posto, insieme, il loro preciso rapporto :
quindi né assoggettamento della sovranità dell’uno all’altra, né separazione
nel senso che l’uno non voglia saper nulla dell’altra. Lo Stato fascista,
proprio perché è uno Stato etico, sa che, per parlare in termini bergsoniani,
ci sono due fonti, o si dica due punti di vista, della vita morale e religiosa
dell’uomo, a seconda che questa si consideri nella realtà sociale-politica
della storia, ovvero in quella interiorità dell’uomo e della personalità ch’è
la sua spiritualità pura. Abbiamo spiegato a sufficienza, dianzi, che questi
due punti di vista non si escludono, anzi sono vitalmente e indissolubilmente
legati. Lo Stato fascista può, dunque, liberamente riconoscere che, fra tutte
le religioni esistenti, quella Cattolica è più delle altre consona alla sua
mentalità e ai suoi fini: per la spiritualità ch’è alla base del Cristianesimo,
e per il senso della vita morale concepita nel Cattolicismo secondo quegli
stessi principii di disciplina, di gerarchia, di obbedienza all’autorità, che
sono alla base della concezione politica del Fascismo. Lo Stato ha tutto da
guadagnare da questo accordo della coscienza religiosa con la coscienza
politica degli Italiani, che pon termine a un dissidio rimasto, secondo
Fespressione di M. stesso, come una spina confitta nel profondo dell’anima
nazionale. Ma la Chiesa non ha da guadagnare di meno; anzi, ha innanzi un
programma da realizzare anche più vasto e profondo: liberata dagl’interessi
politici, accostarsi sempre di più alle coscienze nella pura interiorità,
parlare ad esse un linguaggio più intelhgibile e persuasivo, rinnovare nelle
menti e nei cuori i motivi di quella fede che fece la sua grandezza in altri
tempi, anzi in ogni tempo. Solo per questa via alla conciliazione fra essa e lo
Stato potrà seguire l’altra fra essa e il pensiero moderno. ILa Sarfatti {Dux)
riporta dal giornale repubblicano, Il pensiero romagnolo », una buona parte di
uno studio giovanile di M. su La filosofia della forza, nel quale sono
riassunti i motivi della sua ammirazione per il Nietzsche, e insieme quelli del
suo dissenso da tale filosofia. I primi si risolvono nella concezione
attivistica della vita come creazione di nuovi valori spirituali: Questa
volontà di potenza, che si esplica nella creazione di nuovi valori morali o
artistici o sociali, dà uno scopo alla vita. Creare! Ecco la grande redenzione
dai dolori, e il conforto della vita. Il superuomo — ecco la grande creazione
nitciana. Quale impulso segreto, quale interna rivolta hanno suggerito al
solitario professore di lingue antiche nell’università di Basilea questa
superba nozione? Forse il taedium vitae: della vita quale si svolge nelle
odierne società civili dove l’irrimediabile mediocrità trionfa. E Nietzsche
suona la diana di un prossimo ritorno all’ideale; ma a un ideale diverso
fondamentalmente da quelli in cui hanno creduto le generazioni passate ». Che
il Nietzsche non abbia esposto sistematicamente la sua filosofia, non importa:
Ciò che v’è di caduco, di sterile, di negativo in tutte le filosofie, è
precisamente il sistema: questa costruzione ideale, spesse volte illogica e
arbitraria. L’avversione al sistema », nel senso scolastico di una dottrina
chiusa nel cerchio di astratte definizioni e di procedimenti puramente
razionali, dà, per lo meno estrinsecamente, il carattere più originale della
filosofia contemporanea. Il punto veramente debole della concezione nitciana è,
invece, quello colto sin da allora da M., là dove posto il principio che
l’istinto di socievolezza è inerente alla natura stessa dell’uomo », onde non
si concepisce un individuo che possa vivere avulso dall’infinita catena degli
esseri », nota la contraddizione in cui fatalmente doveva aggrovigliarsi il
Nietzsche, il quale (c sentiva la fatalità di questa che potrebbe dirsi legge
della solidarietà universale, sì che per uscire dalla contraddizione il
superuomo, l’eroe nitciano, dall’interno scatena la sua volontà di potenza
aH’esterno... Ma, o il superuomo è unico, e non ubbidisce a leggi; o ammette
delle limitazioni al suo arbitrio individuale, e allora rientra nella mandria.
Davanti a questo dilemma Nietzsche immagina che la società rovini e crepiti
come un gigantesco fuoco d’artificio Anche l’anticristianesimo nitciano è
veduto nel suo significato più positivo e, in fine, contingente: Per
comprendere questo feroce anticristianesimo nitciano, dobbiamo esaminare alcun
poco il mondo interno del Nietzsche. Egli era profondamente antitedesco. La
gravità teutonica e il mercantilismo inglese erano ugualmente indigesti
all’autore di Zarathustra. Forse il suo anticristo è l’ultimo portato di una
violenta reazione contro la Germania feudale, pedante, cristiana ». Il
volumetto Giovanni Huss, il veridico (Roma, Po- drecca e Galantara) è una
buonissima monografia di carattere schiettamente storico. L’intenzione
anticlericale vi è aggiunta nella Prefazione, e qua e là incidentalmente, e in
ogni modo non oltrepassa il limite doveroso del rispetto verso il
Cristianesimo: verso di questo, anzi, è evidente una sincera simpatia. Ancora
ima volta Huss si difende dall’accusa di eresia. Egli non si proponeva che la
purificazione del clero dagli elementi che lo demoralizzavano... Stridente
antitesi! Mentre i prelati alti e bassi della chiesa non miravano che ad
arricchire, e talvolta lasciavano in retaggio ai figli e ai nepoti ricchezze
favolose, l’eretico Huss, come il Cristo, null’altro lascia alPinfuori di
alcuni poveri indumenti. Huss non aveva solo predicato, ma anche praticato, e
come San Francesco d’Assisi aveva sposato coram populo, madonna Povertà.Gli
eretici parlano in nome del popolo e al popolo. È un ritorno al Vangelo,
eh’essi vogliono: un ritorno alla vita povera, ma solidale, delle prime
comunità cristiane. Non cosi, tuttavia, i seguaci di Huss, che (( superarono in
barbarie la Chiesa di Roma » : essi si ispirarono a Jehova, (( non al mite
apostolo di Nazareth. Ispirazione, dunque, questa dominante nel volumetto su
Huss, da riformatore, e però morale, e in fine religiosa. La religiosità,
tuttavia, è concepita e sentita al di fuori di ogni dogma: Cosi [con l’eresia
di Huss], la storia della progressiva liberazione del genere umano dai ceppi
delle credenze dogmatiche non subisce di secolo in secolo soluzione di
continuità. Dal senso vivo d’interiorità (ch’è il senso stesso della
individualità e personalità puramente spirituale) deriva, per contrapposto,
tanto più vivo quello dell’esteriorità e del dominio meditato della volontà sul
mondo in cui l’uomo deve agire. Negli scritti e discorsi di M. si accenna più
volte ad un tale senso della vita interiore, ch’è, poi, la fonte prima del
problema filosofico e religioso. Già nel 1914, fondando Il Popolo d’Italia»,
scriveva: Non tutti i miei amici d’ieri mi seguiranno; ma molti altri spiriti
ribelli si raccoglieranno attorno a me. Farò un giornale indipendente,
liberissimo, personale, mio. Ne risponderò solo alla mia coscienza e a nessun
altro ». E nel 1929 (Su gli Accordi del Laterano », alla Camera) : (( Ecco che
io mi son trovato di fronte a una di quelle responsabilità che fanno tremare le
vene e i polsi di un uomo. E non potevo chiedere consiglio a chicchessia: solo
la mia coscienza mi doveva segnare la strada attraverso penose, lunghe
meditazioni ». Nei momenti più solenni l’uomo si sente solo: solo con se stesso
e con Dio ((( Cosi Iddio mi assista nel condurre a termine vittorioso la mia
ardua fatica »). Il Barnes {Gli aspetti universali del Fascismo), scrive : È
questa l’attitudine di M. innanzi ai problemi pratici della vita: una profonda
coscienza del bene e del male, un infinito senso di responsabilità... Ne deriva
una continua autocritica ed un automartirio che, se non fossero la sua fede, il
senso di dovere verso la sua vocazione, il suo coraggio morale, lo
spingerebbero verso una vita contemplativa. Sant’Ignazio di Loyola, e non
Napoleone, è la figura spirituale che può essere compagna a M. ». Tenendo
presente quanto abbiamo notato dianzi sul rapporto fra il senso d’interiorità e
quello del dominio della volontà sul mondo esteriore, è facile vedere sino a
qual punto colga giusto Fosservazione del Barnes. Il paragone coglie un aspetto
della personalità del Duce che andava messo in rilievo contro chi vede di
quella soltanto il lato esteriore, l’atteg- giamento napoleonico », del
conquistatore o dominatore, o meglio, per dirla con parola corrente e più
vicina all’idea, del realizzatore ». Ma quell’aspetto, separato dall’altro,
vien fuori deformato. Il senso d’interiorità è in M. anche la fonte segreta
della sua forza di volontà. In conchiusione, M. è una sintesi nuova che assorbe
e trasfigura interamente i vecchi termini in contrasto. Che cosa ci pongono di
fronte gli avversari? Niente: delle miserie. Sono ancora in arretrato di 50
anni in fatto di filosofia. Stanno postillando tutte le fantasie dei
positivisti : fantasie, dico, poiché come non vi è un uomo più pericoloso del
pacifista, così non vi è un ideologo più pericoloso del positivista. Tutto il
processo di rinnovazione spirituale delle nuove generazioni è a loro ignoto »
[Nel quinto anniversario della fondazione dei Fasci). Idealismo è il termine
generale più acconcio a comprendere il movimento della filosofia contemporanea
sorto contro il positivismo che aveva dominato la cultura europea nel periodo
precedente a quello a cui M. accenna. In quanto antipositivista, il pensiero
M.ano si può hen definire idealista. Che i fatti non si intendano senza
l’attività del pensiero, e che la realtà non si domini senza un principio
spirituale, è verità messa in gran luce dall’idealismo contemporaneo, svoltosi
poi in svariate direzioni. La varietà di queste direzioni dipende, da una
parte, dalla diversa valutazione del positivismo criticato; e dall’altra, dalla
diversità di significato del principio spirituale ispiratore. Per la prima
parte, la critica più avveduta ha cercato di salvare, nel positivismo,
l’esigenza di concretezza, il senso della realtà dell’esperienza lunana
(conoscitiva e pratica): l’idealismo è andato d’accordo, qui, col positivismo
nella tendenza contro la metafisica e la logica astratta. Per ìa seconda,
l’atteggiamento generale dell’idealismo è stato per una rivalutazione dei
principii religiosi, di cui l’illuminismo aveva fatto troppo buon mercato :
senza di essi, infatti, neppiure s’intende il valore morale della vita e il
dovere del sacrificio per gl’ideali che fanno grande l’uomo. Ma, poi, non
sempre l’idealismo ha salvato abbastanza, da un lato, il senso di concretezza
del mondo dell’esperienza; dall’altro, il senso veramente religioso della vita
spirituale. I/idealismo assoluto, in modo particolare, viene oggi criticato da
entrambi i lati, ed è questa la ragione per cui gli si oppongono, da una parte,
correnti di pensiero più vicine ai problemi dell’esperienza e della scienza, e
dall’altra lo schietto spiritualismo. Questi problemi, interni all’idealismo,
sono presenti, sia pure germinalmente, anche nel pensiero di M., sopratutto
nelle pagine in cui espone le idee fondamentali della Dottrina del Fascismo,
che ora passiamo ad esaminare. (( Come ogni salda concezione politica, il
Fascismo è prassi ed è pensiero, azione a cui è immanente una dottrina che,
sorgendo da un dato sistema di forze storiche, vi resta inserita-e vi opera dal
di dentro. Ha, quindi, una dorma correlativa alle contingenze di luogo e di
tempo, ma ha insieme un contenuto ideale che la eleva a formula di verità nella
storia superiore del pensiero. Non si agisce spiritualmente nel mondo come
volontà umana dominatrice di volontà senza un concetto della realtà transeunte
e particolare su cui bisogna agire, e della realtà permanente e universale in cui
la prima ha il suo essere e la sua vita. Non c’è concetto dello Stato che non
sia fondamentalmente concetto della vita: filosofia o intuizione, sistema di
idee che si svolge in ima costruzione logica, o si raccoglie in una visione o
in una fede ». Quaderni [Si noti, nel primo passo, il rapporto posto fra la
contingenza o realtà della storia, in cui vive l’uomo, e U valore universale
del pensiero che la illumina. Ivi si accenna anche all’altro problema del
rapporto fra il pensiero e l’azione: o, come meglio si vede nel secondo passo,
tra filosofia e fede religiosa. Il pensiero filosofico si svolge, di necessità,
in un sistema concettuale; nella fede il pensiero è soltanto intuizione, e
diventa, così, principio di vita e di azione]. Così il fascismo non s’intenderebbe
in molti dei suoi atteggiamenti pratici, come organizzazione di partito, come
sistema di educazione, come disciplina, se non si guardasse alla luce del suo
modo generale di concepire la vita. Modo spiritualistico. Il mondo per il
Fascismo non è questo mondo materiale che appare alla superficie, in cui l’uomo
è un individuo separato da tutti gli altri e per sé stante, ed è governato da
una legge naturale che istintivamente lo trae a vivere una vita di piacere
egoistico e momentaneo. L’uomo del Fascismo è individuo che è nazione e patria,
legge morale che stringe insieme individui e generazioni in una tradizione e in
una missione che sopprime l’istinto della vita chiusa nel breve giro del
piacere per instaurare nel dovere una vita superiore libera da limiti di tempo
e di spazio; una vita in cui l’individuo, attraverso l’abnegazione di sé, il
sacrifizio dei suoi interessi particolari, la stessa morte, realizza
quell’esistenza tutta spirituale in cui è il suo valore di uomo )). [Il a modo
spiritualistico )) di concepire e sentire la vita è qui esposto con tutta
chiarezza nelle sue ragioni morali. Non implicherà esso un principio anche di
fede religiosa? Come, infatti, richiedere all’individuo l’abnegazione di sé e
la rinuncia ai suoi interessi, alla vita stessa, senza una fede trascendente?]
(( Dimque, concezione spiritualistica, sorta anch’essa dalla generale reazione
del secolo contro il fiacco e materialistico positivismo dell’Ottocento.
Antipositivistica, ma positiva: non scettica, né agnostica, né pessimistica, né
passivamente ottimistica, come sono in generale le dot* trine (tutte negative)
che pongono il centro della vita fuori dell’uomo, che con la sua libera volontà
può e deve crearsi il suo mondo. Il Fascismo vuole l’uomo attivo e impegnato nell’azione
con tutte le sue energie: lo vuole virilmente consapevole delle difficoltà che
ci sono, e pronto ad affrontarle. Concepisce la vita come lotta, pensando che
spetti all’uomo conquistarsi quella che sia veramente degna di lui, creando
prima di tutto in se stesso lo strumento (fisico, morale, intellettuale) per
edificarla. Così per l’individuo singolo, così per la nazione, così per
Fumanità. Quindi l’alto valore della cultura in tutte le sue forme (arte,
religione, scienza), e l’importanza grandissima dell’educazione. Questa
concezione positiva della vita è, evidentemente, una concezione etica. E
investe tutta la realtà, nonché l’attività umana che la signoreggia. Nessuna
azione sottratta al giudizio morale; niente al mondo che si possa spogliare del
valore che a tutto compete in ordine ai fini morali. La vita, perciò, quale la
concepisce il fascista, è seria, austera, religiosa. Il Fascismo è una
concezione religiosa, in cui l’uomo è veduto nel suo immanente rapporto con una
legge superiore, con una volontà obiettiva, che trascende l’individuo
particolare e lo eleva a membro consapevole di una società spirituale. Chi
nella politica religiosa del regime fascista si è fermato a considerazioni di
mera opportunità, non ha inteso che il Fascismo, oltre a essere un sistema di
governo, è anche, e prima di tutto, un sistema di pensiero », [Innegabilmente,
questo spiritualismo è d’ispirazione schiettamente religiosa. Ma e questo è un
punto di capitale importanza per l’intelligenza della religiosità immanente allo
spiritualismo caratteristico della dottrina fascista — non vuole che il senso
religioso della vita svigorisca, o neghi addirittura, l’attività dell’uomo e la
sua fede nella propria volontà. Fascismo è, anzi, spirito d’iniziativa,
audacia, senso eroico della vita. Dottrine negative di quest’attivismo, si dice
nel passo ora riferito, sono tutte quelle che pongono il centro della vita
fuori dell’uomo. Tali, aggiungiamo noi, tutte le forme di panteismo. Il
Cristianesimo non è panteismo: e però — salvo in alcune interpretazioni e
manifestazioni secondarie — non nega la volontà e l’attività, e può, anzi,
rinvigorire il senso morale della vita col dare un valore assoluto anche al
dovere di sacrificare la vita stessa per un ideale puramente umano come quello
della Patria. Non si scordi che è proprio del Cristianesimo il concetto della
vita come milizia. Il cristiano, infatti, pone, bensì, il suo Dio oltre di sé,
trascendente, ma non fuori di sé: lo trova nella più profonda interiorità della
sua stessa vita spirituale. Queste considerazioni, da noi aggiunte, non paiono
in contrasto con il motivo ispiratore del passo riferito. La loro conformità,
anzi, a esso sarà anche più chiara, se si tiene presente che il Fascismo, non
solo non è soltanto (( un sistema di governo », ma non è neppure soltanto un
sistema di pensiero » : è anche, come s’è veduto innanzi, una fede (1)]. (( Il
Fascismo è una concezione storica, nella quale l’uomo non è quello che è se non
in funzione del processo spirituale a cui concorre, nei gruppo familiare e
sociale, nella nazione e nella storia, a cui tutte le nazioni Questo principio
della fede basta a differenziare l’agnosticismo religioso da quello areligioso
di origine positivista. Dio non è, certamente, oggetto di conoscenza. Ma non
per questo la sua esistenza è ipotetica! Mettiamo qui questa considerazione per
chiarire il significato di talune espressioni di M. in altri scritti. Nello
scritto che stiamo esaminando, Dio, infatti, vien definito, a scanso di
equivoci, come volontà: oggetto, dunque, di fede, non di conoscenza (intesa,
questa, nel senso della scienza). Si badi, però, di non cadere in un altro
equivoco EQUIVOCO GRICE su la parola oggetto » : la volontà non è mai oggetto,
e la volontà di Dio, a cui s’ispira l’uomo religioso, vien sentita, amata e.
seguita, nella pura interiorità della coscienza, che poi si manifesta
nell’azione. Fcollaborano. Donde il gran valore della tradizione nelle memorie,
nella lingua, nei costumi, nelle norme del vivere sociale. Fuori della storia
l’uomo è nulla ». [L’uomo non può vivere la sua vita di azione, e realizzare in
sé i più alti valori umani, fuori della società, ossia fuori del mondo storico
in cui la sua vita si trova, di fatto, inserita. Questo è, evidentemente, il
significato della proposizione: Fuori della storia l’uomo è nulla». Il problema
deH’immortalità dell’anima è, qui, fuori causa. E sarebbe, reputiamo,
fraintendere il pensiero di M. interpretare queste parole come l’affermazione
di un panteismo storico, o di uno storicismo assoluto (1), cbe risolvesse tutto
l’uomo, senza residùo, nel mondo della storia]. Perciò il Fascismo è contro
tutte le astrazioni individualistiche, a base materialistica, tipo secolo
xviii: ed è contro tutte le utopie e le innovazioni giacobine. Esso non crede
possibile la felicità su la terra, e quindi respinge tutte le concezioni
teleologiche per cui a un certo periodo della storia ci sarebbe una
sistemazione definitiva del genere umano. Questo significa mettersi fuori della
storia e della vita che è continuo fluire e divenire. Il Fascismo politicamente
vuol essere una dottrina realistica: praticamente, aspira a risolvere solo i
problemi che si pongono storicamente da sé, e che da sé trovano o suggeriscono
la propria soluzione. Per agire tra gli uomini, come nella natura, bisogna
entrare nel processo delia realtà e impadronirsi delle forze in atto ». [Parole
d’oro: ricche di senso realistico, del senso positivo della storia e dei
problemi, sempre concreti e determinati, che l’uomo d’azione si trova innanzi].
Anti-individualistica, la concezione fascista è per lo Stato; ed è per
l’individuo in quanto esso coincide con quanto si disse a pag. 19.CARLINI lo
Stato, coscienza e volontà universale delFuomo nella sua esistenza storica. Il
liberalisnio negava lo Stato nell’interesse deH’individuo particolare: il
Fascismo riafferma lo Stato come la realtà vera dell’individuo. E se la libertà
dev’ essere l’attributo dell’ uomo reale, e non di quell’astratto fantoccio a
cui pensava il liberalismo, il Fascismo è per la libertà. È per la sola libertà
che possa essere una cosa seria, la libertà dello Stato e dell’individuo nello
Stato. Giacché, per il fascista, tutto è nello Stato, e nulla di umano o
spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato. In tal senso, il
Fascismo è totalitario, e lo Stato fascista, sintesi e unità di ogni valore,
interpreta, sviluppa e potenzia tutta la vita del popolo ». [Già a pag. 37,
abbiamo chiarito in quale significato, a nostro avviso, va intesa l’eticità
dello Stato fascista, e la sua totalitarietà. Non si tratta, dicemmo, di un
assorbimento e svuotamento della personalità spirituale dell’individuo! Si
tratta, invece, del contributo che l’individuo, col suo lavoro e con la sua
cultura, può e deve dare ai fini della vita nazionale, alla potenza materiale e
spirituale dello Stato. Sarebbe, dunque, anche qui, un fraintendere il pensiero
di M. l’allargare il significato dell’affermazione : nulla di umano o
spirituale esiste, e tanto meno ha valore, fuori dello Stato », sino a fargli
dire che nello Stato si risolve tutta, senza residuo, la vita spirituale, e che
nulla esiste fuori dello Stato. L’esistenza di Dio, per lo meno, fa eccezione
(1)]. ^ Lo scritto prosegue con altre riflessioni: sul socialismo, stri
sindacalismo, su la democrazia, ecc. Prendiamo nota di alcuni punti soltanto,
che giovano all’intelligenza Questo diciamo in relazione ad una possibile
interpretazione diver^ gente, di un umanismo teologico», secondo quanto si notò
a pag. 20. della peculiarità dello Stato fascista, da noi precedente- mente
accennata, e su la quale torneremo fra poco. Il Fascismo, si dice, è un’idea
che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e
quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti. Di tutti
coloro che dalla natura e dalla storia traggono ragione di formare una nazione,
avviati sopra la stessa linea di sviluppo e formazione spirituale, come una
coscienza e una volontà sola...: moltitudine unificata da un’idea, ch’è volontà
di esistenza e di potenza: coscienza di sé, personalità ». Nel sentimento
nazionale, infatti, si esprime la coscienza e volontà di tutti come una stessa
coscienza e una volontà sola. Ma questa medesimezza e unità è ben lontana dal
trovare la sua vera e concreta espressione se non interviene lo Stato. Nel
sentimento nazionale essa resta — e potrebbe restare per secoli — allo stato
potenziale. È lo Stato che traduce il sentimento nazionale dalla potenza
all’atto. È lo Stato che lo attua. E lo attua come volontà ch’è personalità:
personalità effettiva, attuale, concreta, del Capo del governo, la cui volontà
prende corpo, per mezzo della disciplina, nei gerarchi (1), e giù (1)
Gerarchia^, come si sa, è il titolo della rivista da lui fondata nel 1920, Si
vegga, ivi. Stato, antistato e fascismo: Che cosa è lo Stato? Lo Stato vien
definito conte Vincamazione giuridica della nazione. La formula è vaga. Lo
Stato è anche questo, ma non è soltanto questo. Senza volere elencare tutte le
definizioni che del concetto di Stato furono date, nei secoli, dai (Cultori delle
scienze politiche — il che sarebbe inutile e prolisso — mi pare che lo Stato
possa essere definito come un sistema di gerarchie. Lo Stato è alle sue origini
im sistema di gerarchie. Quel giorno in cui un uomo, fra un gruppo di altri
uomini, assunse il comando perché era il più forte, il più astuto, il più
saggio o il più intelligente, e gli altri per amore o per forza ubbidirono,
quel giorno lo Stato nacque e fu un sistema di gerarchie, semplice e
rudimentale allora, com’era semplice e rudimentale allora la vita degli uomini
agli albori della storia. Il Capo dovè creare necessariamente un sistema di
gerarchie per fare la guerra, per rendere giustizia, per giù sino alia massa
popolare. Soltanto in questo modo, a noi sembra, si può parlare della personalità
delio Stato: riferendosi allo Stato fascista. Una conferma di questo modo di
vedere è data da quanto segue nello scritto di M., dove dice che (( non è la
nazione a generare io Stato, anzi la nazione è creata dallo Stato, che dà al
popolo, consapevole della propria unità morale, una volontà, e quindi
un’effettiva esistenza ». Il diritto di una nazione — si aggiunge a questa
esistenza, ossia all’indipendenza, deriva da una coscienza attiva, da una
volontà politica in atto e disposta a dimostrare il proprio diritto: cioè, da
una sorta di Stato già in fieri ». sic Stato fascista è Stato educatore. Esso
(( non si può limitare a semplici funzioni di ordine e tutela, come voleva il
liberalismo ». E non è semplicemente un meccanismo giuridico, o economico: sia
pure come corporativismo. Lo Stato fascista è forma e norma interiore, e
disciplina di tutta la persona: penetra la volontà come l’intelligenza. Il suo
principio, ispirazione centrale dell’umana personalità vivente nella comunità
civile, scende nel profondo e si annida nel cuore dell’uotno d’azione come del
pensatore, dell’artista come dello scienziato. Il Fascismo, insomma, non è
soltanto datore di leggi e fon- amministrare i beni della comunità, per
ottenere il pagamento dei tributi, per regolare i rapporti fra l’uomo e il
soprannaturale. Ma in tutti i casi lo Stato si estrinseca in un sistema di
gerarchie, oggi infinitamente più complesso, adeguatamente alla vita ch’è più
complessa in intensità e in estensione. Ma perché le gerarchie non siano
gerarchie morte, è necessario ch’esse fluiscano in una sintesi: che convergano
tutte ad uno scopo a. Questo scopo è, certamente, una volontà comune, ma
impersonata soprattutto nel Capo, e via via nei gerarchi da lui dipendenti.
datore d’istituti, ma educatore e promotore di vita spirituale. Vuol rifare uon
le forme della vita umana, ma il contenuto, l’uomo, il carattere, la fede. E a
questo fine vuole disciplina, e autorità clie scenda addentro negli spiriti, e
vi domini incontrastata » (1). (1) Cfr. Per il settimo annuale della fondazione
dei Fasci-. Voglio correggere gl’italiani da qualcuno dei loro difetti
tradizionali. E li correggerò... Se mi riuscirà, e se riuscirà al Fascismo di
sagomare così come io voglio il carattere degli Italiani, state tranquilli e
certi e sicuri che quando la ruota del destino passerà a portata delle nostre
mani, noi saremo pronti ad afferrarla e a piegarla alla nostra volontà ». E
Alle genti della Liguria (1926) diceva: Noi governiamo il popolo italiano con
assoluta purezza d’intenti. Non siamo mossi da stupide vanità e da ridicole
ambizioni. Non ci consideriamo i padroni, sibbène gii educatori di questo
popolo che merita e avrà un sempre migliore destino ». Il motto M.ano Fare di
tutta la propria vita tutto il proprio capolavoro », comprende, dunque, nel suo
programma, in quanto uomo di governo, anche quel capolavoro, a cui egli attende
assiduamente, di educare rifare la coscienza del popolo italiano. Poche pagine,
scritte quasi occasionalmente. Egli si preparò con la lettura del Machiavelli,
e di alcuni, pochi, scritti su lui: Ho riletto attentamente il Principe e il
resto delle opere del grande Segretario, ma mi è mancato tempo e volontà per
leggere tutto ciò che si è scritto in Italia e nel mondo su Machiavelli ».
Quanto si è scritto su Machiavelli! Si vegga il Vil- lari, la letteratura
citata nella celebrata sua opera, e tutto quello che s’è scritto dopo sino a
oggi. Il problema dell’interpretazione e valutazione del Principe è ancora un
problema aperto: e si fa, sembra, più ardente e attuale ogni giorno.
Apparentemente, M. non dice nulla di nuovo, come dichiara egli stesso. Si pone
questa domanda : A quattro secoli di distanza che cosa c’è ancora di vivo nel
Principe? ... Il valore del sistema politico del Principe è circoscritto all’epoca
in cui fu scritto, quindi necessariamente limitato e in parte caduco, o non è
invece universale e attuale? ». La risposta si compone di due parti: la prima
constata che, essendo la politica l’arte di governare gli uomini, il suo
elemento fondamentale è l’uomo; la seconda stabilisce, con opportune citazioni,
(( l’acuto pessimismo del Machiavelli nei confronti della natiura umana. Per
questa preparazione si veggano i manoscritti diM. esposti alla Mostra della
Rivoluzione. Per runa e per l’altra parte è facile addurre che quello era stato
osservato e detto da altri molti. Si trova già in Aristotele, ad esempio,
questo pensiero: che l’uomo di governo (il politico », egli diceva), dovendo
procurare il bene dei governati, deve conoscere profondamente la psicologia,
perché soltanto così può fare (( i cittadini buoni e obbedienti alle leggi ». E
quanto al pessimismo di Machiavelli (che traduce nel campo politico la
concezione cristiana della originaria malvagità della natura lunana), altri
l’avevano notato. Napoleone l’aveva condiviso in pieno. E tuttavia queste poche
pagine, nella loro scheletrica forma, hanno una strana malia: hanno il fascino
delle verità semplici ed elementari. Il prof. Casella, deirUniversità di
Firenze, ha recentemente curata una edizione nuova, riveduta su codici, del
Principe (Libreria d’Italia, Milano), e in fondo al volume ha posto le
interpretazioni di Ugo Foscolo, di Giuseppe Ferrari, di Francesco De Sanctis,
di Alfredo Oriani e di Benito M.. Perché mai il valente critico ha sentito bisogno
di aggiungere all’eletta schiera (basta il De Sanctis a illustrarla) anche M.?
Si potrebbe rispondere che, mentre gli altri si diffondono su l’aspetto
storico, su quello estetico, su quello scientifico o politico nel senso angusto
della parola (il F errar! e l’Oriani ne fanno una critica spietata, fuori luogo
infine). M. ha lasciato da parte il superfluo e l’incerto, ed ha fissato il
punto essenziale del famosissimo trattato. La risposta è giusta, e potrebbe
bastare, per chi si contenta di quello che le poche pagine dicono effettiva-
Non si vuol comprendere come superfluo l’aspetto storico, né quello estetico:
ma sì vuol dire soltanto che l’essenziale, quello intorno a cni tanto ancora si
disputa, non è lì. mente. Ma, se uno le legge con gli occhi vorrei dire di M.,
ci trova dentro, in iscorcio, tutto un mondo di pensieri, ignoto agrinterpreti
precedenti: ci trova dentro un Machiavelli quale soltanto un uomo come M.
poteva vedere, e ha veduto. Un Machiavelli guardato alla luce del nuovo
concetto che dello Stato ha il Fascismo. M. non ha avuto né tempo né voglia di
chiarire la differenza fra la dottrina del Machiavelli, così come si presenta
nel Principe, e la dottrina fascista. Differenza enorme! abisso incolmabile!
Meglio: colmabile con tutta l’esperienza sociale, politica e morale, dei secoli
intermedi. Manca, infatti, nel Principe l’esperienza del passaggio dalla
politica italiana del tempo delle Signorie a quella europea delle grandi
Monarchie nazionali, dei governi assoluti e dei principi riformatori; manca la
rivoluzione francese con la rivendicazione dei diritti dell’uomo, e la
conseguente rivoluzione liberale ed economica attraverso tutto il secolo
scorso. Manca, per chi bene intende il valore del termine, tutto il contenuto
spirituale dello Stato fascista, nettamente. E tuttavia, in questa lontananza
di secoli e in questa vuotezza di contenuto dello Stato machiavellico, M. ha
pur veduto in fondo al Principe le due sole cose- che lo fanno ancor oggi un
monumento di sapienza politica incomparabile, per le quali ha resistito alia
diversità dei tempi e dei climi mentali, e resisterà ancora. L’una è i’iunanità
pura, la laicità, come carattere fondamentale della vita politica e dello Stato
moderno ; l’altra è la forma caotica, anarchica, amorale, in cui si presenta
Fumanità come massa, come popolo non ancora educato alla vita politica, non
ordinato e guidato dallo Stato e da un Governo. Nei Colloqui M. ricorda il
motto di HegeL per cui il popolo è queUa parte della nazione che non sa quello
che vuole ». Quello che M. sottintende è il contenuto spirituale che dà egli
stesso allo Stato machiavellico. Quella laicità non ignora il problema
religioso (e neppure Machiavelli, in verità, l’ignorava); quel Principe, ch’è
Stato e Capo di governo, per quanto trascenda con la sua autorità la massa, non
è estraneo a essa: non è un despota, una volontà arbitraria, che, affidandosi
all’astuzia, alla forza 0 al caso, s’impadronisca della massa cittadina e senza
scrupolo la maneggi, quasi materia da plasmare per suo solo gusto o interesse
particolare. Il Capo è volontà che in sé illumina e potenzia la volontà oscura
e fiacca della massa, e personifica nella personalità propria le aspirazioni e
le virtù dei migliori che costituiscono la tradizione più degna e viva della
nazione. Egli si sente responsabile innanzi a Dio e al mondo intero. Soltanto
così lo Stato fascista può diventare ima potenza che s’inserisce nella storia e
concorre allo svolgimento della civiltà umana. Incontestabile merito del
Fascismo è di aver datO' aglTtaliani il senso dello Stato. Tutto quello che
abbiamo fatto e che vi ho riassunto, scompare di fronte a ciò che abbiamo fatto
creando lo Stato. Per il Fascismo lo Stato non è il guardiano notturno, che si
occupa soltanto della sicurezza personale dei cittadini: non è nemmeno
un’organizzazione a fine puramente materiale, come quello di garantire un certo
benessere e una relativa pacifica convivenza sociale, nel qual caso, a
realizzarlo, basterebbe un consiglio di amministrazione; non è nemmeno una
creazione di politica pura, senza aderenze con la realtà mutevole e complessa
della vita dei singoli e di quella dei popoli. Lo Stato, cosi come il Fascismo
lo concepisce e l’attua, è un fatto spirituale e morale, poiché concreta
l’organizzazione politica, giuridica, economica della na¬ zione; e tale
organizzazione è, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, una manifestazione dello
spirito. Lo Stato è ga¬ rante della sicurezza interna ed esterna, ma è anche il
custode e il trasmettitore dello spirito del popolo così come fu dai secoli
elaborato nella lingua, nel costume, nella fede. Lo Stato non è solamente
presente, ma è anche passato e, sopra tutto, futuro. È lo Stato che,
trascendendo il limite breve delle vite individuali, rappresenta la coscienza
immanente della nazione. Le forme in cui gli Stati si esprimono, mutano, ma la
necessità rimane. È lo Stato che educa i cittadini alla virtù civile; li rende
consapevoli della loro missione; li sollecita all’unità, armonizza i loro
interessi nella giustizia; tramanda le conquiste del pensiero nelle scienze,
nelle arti, nel diritto, nell’umana solidarietà; porta gli uomini dalla vita
elementare delle tribù alla più alta espressione di potenza umana che è
l’Impero; affida ai secoli i nomi di coloro che morirono per la' sua integrità
e per ubbidire alle sue leggi; addita come esempio, e raccomanda alle
generazioni che verranno, i capitani che lo accrebbero di territorio, o i geni
che lo illuminarono di gloria. Quando declina il senso dello Stato e prevalgono
le tendenze dissociatrici e centrifughe degl’individui o dei gruppi, le società
nazionali volgono al tramonto ». {All’assemblea quinquennale del Regime).
Abbiamo già notato (pag. 33) che queste parole dànno <( il senso dello
Stato, creato dal Fascismo, meglio di tutte le teorie che si attardano ancora
nei vecchi schemi della scienza politica. Ora ci domandiamo: che cos’è questo
senso dello Stato che il Fascismo, M., ha creato nella coscienza degl’italiani,
e come s’inserisce nella nostra tradizione politica? È forse un’apparizione casuale,
che può esser, quindi, anche effimera? Che non sia tale, credo che basti a
dimostrarlo il fatto che M. stesso sente il Fascismo come una continuazione e
uno sviluppo dell’opera iniziatasi col Risorgimento : Il Risorgimento non è
stato che l’inizio, poiché fu l’opera di troppo esigue minoranze ». {Messaggio
per Vanno nono ». Il che non porta alla conchiusione che il problema del
Fascismo sia lo stesso di quello del Risorgimento : Io penso che una
rivoluzione è rivoluzione solo in quanto affronta e risolve i problemi storici
di un popolo. È una rivoluzione il Risorgimento perché affrontò il problema
capitale dell’unità e deU’indipentlenza italiana; rivoluzione è quella fascista
che crea il senso dello Stato e risolve, man mano che si presentano, i problemi
che il passato le ha lasciato ». (Stt gli Accordi del Laterano, alla Camera).
Qui è già indicata la differenza: il Risorgimento ebbe per scopo l’indipendenza
e l’unità della nazione, e creò lo Stato italiano come affermazione di tale
indipendenza e unità nazionale. Lo Stato, qui, è ancora una forma, un mezzo per
un contenuto diverso da essa: non è il problema dello Stato per se stesso.
Pure, dopo la costituzione dell’unità nazionale, quando nel 1876 venne la
Sinistra al potere, non mancò tra gli uomini della vecchia Destra chi avvertì
che lo Stato è qualcosa più di una forma meramente estrinseca, e pose sin
d’allora il problema in termini abbastanza vicini a quelli in cui l’ha posto
M.. Si vegga, infatti, il volumetto pubblicato dal Gentile col titolo: Francesco
Fiorentino: Lo Stato Moderno e le polemiche liberali (De Alberti, Roma). In
esso è riportato il concetto che dello Stato ebbe Silvio Spaventa : Lo Stato
per me è la coscienza direttiva, per cui una nazione sa di essere guidata nelle
sue vie, la società si sente sicura nelle sue istituzioni, i cittadini si
veggono tutelati negli averi e nelle persone. Nello Stato, adunque, avvi
giustizia, difesa, direzione. Questa direzione fa dello Stato quello che è oggi
lo Stato moderno: lo Stato, il quale dirige un popolo verso la civiltà; lo
Stato, il quale non si restringe solamente a distribuire la giustizia ed a
difendere la società, ma vuole dirigerla per quelle vie che conducono ai fini
più alti dell’umanità ». E lo stesso Spaventa altrove: Quanto all’autorità e
forza dello Stato, ho riflettuto molte volte sopra le accuse e i lamenti che si
sono fatti di questa eccessiva forza ed autorità; e mi sono domandato: siamo
noi uno Stato forte davvero? Abbiamo fatto l’unità d’Italia: credete che questa
unità sia già forte da resistere agli luti dei secoli? Machiavelli diceva che
gli Stati nuovi che sono deboli. 6Ì perdono. Ora la forza e autorità vera degli
Stati consiste, oggi più che mai, nel rappresentare veramente ed efficacemente
gl’interessi comuni: nel dirigere, come dicevo, la società nelle sue vie, non a
prò di questa o quella classe, di questo o quell’uomo, sihbene di tutti. Voi
siete adoratore dello Stato? Sì, io sono adoratore dello Stato. Quando viviamo
in un’epoca, dove tutto si distrugge, poeo o niente si edifica, la fede nella
patria e la fede nella solidarietà lunana, la fede in qualche cosa che non sia
solamente il nostro miserabile egoismo, questa fede io la credo necessaria e
salutare per il mio paese. Fiorentino elabora e svolge ampiamente il concetto
spaventiano. Dirigere non è manomettere, non è violentare, non è distruggere.
Dato uno Stato che sappia e che voglia, è impossibile che non manifesti la sua
coscienza; e manifestandola, è impossibile che non comprenda, non unifiehi, non
indirizzi la coscienza nazionale pei gloriosi sentieri della civiltà
universale. O forse, per ovviare a questa legittima intromissione dello Stato,
si vorrebbe che non fosse altro che vuota forma, destituito di autorità, non
avente una finalità propria? Oggi lo Stato è fatto mezzo all’individuo, come
anticamente l’individuo era mezzo allo Stato. La verità consiste nella
conciliazione di sì opposte sentenze. Lo Stato tutela ed assicura l’individuo,
e come tale è mezzo; ma egli esige dagl’individui il sacrificio degli averi,
della vita, e qui dimostra e fa valere la propria finabtà. Di che riluce la
varia misura in cui stanno i due termini nel vicendevole rapporto: lo Stato può
richiedere il sacrificio dell’indivìduo; ma non viceversa. Onde tra le due
esagerazioni, dello Stato antico e di quello concepito dagli uomini di
Manchester, la prima rasenta il vero più della seconda » (pag. 41 e segg.). E
anche nel Fiorentino l’idea si anima nel sentimento sino a raggiungere quello
che M. chiama il senso dello Stato: (( Che qualcuno, attirato da vecchie,
astratte e straniere dottrine, si ostini a negare perfino la Quaderni IV, 5.
realtà dello Stato; ovvero ne ammetta imo vacuo di ogni attività, privo di ogni
efficacia, ciò non mi storna dall’in- vitta fede che ho nel fato della storia,
e specialmente della storia nostra. Dov’è lo Stato? chiedono costoro; chi lo
vede? Per le vie non s’incontrano se non individui: lo Stato è una fimzione,
una idea astratta. Poveri a noi, se non fossero reali se non le cose sole che
si vedono e si toccano! Neppure la provincia, neppure il comune si vedono: non
si vede neppure la vantata libertà degl’individui, quella in grazia di cui
s’impugna la realtà dello Stato. La libertà, quando si traduce in fatti (ed
allora soltanto si vede), non è più libertà, ma forza, semplice forza. Se non
restiamo immersi nella stupidità della vita animalesca, lo dobbiamo appunto a
questo qualcosa d’invisibile e intangibile, contro cui a torto ci ribelliamo.
Ma non si vede proprio lo Stato? Non si avvertono le sue funzioni? Il contrario
è anzi la verità. Oveché ci voltiamo. 10 Stato, quasi atmosfera spirituale, ci
accerchia e compenetra: non un atto solo della nostra vita veramente umana gli
sfugge, né per questo cessa di esser libero: che libertà non significa
arbitrio. La mente dello Stato delibera nel parlamento; il suo criterio giudica
nei tribunali ; la sua volontà si compie nei gabinetti dei ministri ; 11 suo
braccio colpisce con la forza dei suoi eserciti. Dai merlati bastioni egli
assicura le frontiere delle sue terre, dalla tolda delle sue navi protegge le
coste delle sue marine. All’ombra della sua bandiera, simbolo della sua
potenza, i cittadini, ovunque essa sventoli, si sentono protetti e sicuri; e
quando quella potenza è minacciata, tutti sentono nella coscienza l’offesa di
quella minaccia, tutti il bisogno ed il dovere di rintuzzarla: né v’ha
sacrificio che arresti quest’impeto generoso e concorde, fosse anche quello
della propria persona, È forse una finzione chi fa tutto questo? O non è il più
pieno e attuoso ideale? E questo ideale, che accende gli entusiasmi delle
moltitudini, guida pure i propositi dell’uomo di Stato » (pag. 46 e segg.). Il
senso della vita politica, dello Stato, l’Italia l’Iia ereditato da Roma. Le
durissime esperienze durante l’evo medio e moderno invasioni e predomini di
genti straniere, lotte senza fine fra comuni e signori italiani o fra potenze
che venivano qui a decidere le loro questioni per l’egemonia mondiale — hanno
raffinato e approfondito quel senso come in nessun altro popolo. Di qui sono
usciti in ogni tem,po i primi maestri della storiografia politica, del diritto,
delle teorie intorno allo Stato. Il Fascismo, riprendendo il problema della
Destra, riprende il problema della nostra tradizione millenaria più che
secolare. Resta, tuttavia, ancora una questione: constatato che, ciò che M.
chiama il senso dello Stato, ha un precedente prossimo in alcuni pensatori del
Risorgimento, quale, poi, è la differenza tra il senso ch’egli rivendica come
creazione propria del fascismo, e quello di tali vecchi liberali? Dopo quanto
si è accennato a pag. 33, la nostra risposta non può essere che questa: per
quanto quei pensatori si avvicinino al senso fascista dello Stato, questa
realtà dello Stato svanisce o in un’affermazione generale della realtà di ogni
ideale che stringa gl’individui in una comunità di vita spirituale, ovvero
nell’astrattezza della pura forma politica dello Stato: astrattezza, alla quale
uomini come lo Spaventa e il Fiorentino si sforzano di dare un’anima e una vita
nel loro sentimento profondamente patriottico. Si rileggano i passi addotti. Lo
Stato è, per essi, una coscienza direttiva, che ha la realtà stessa del comune
e della provincia, salvo che comprende e promuove tutte le forme della vita
civile di un popolo e la tutela della sua indi- pendenza. Esso compie tale sua
funzione per mezzo dei suoi organi legislativi, esecutivi, giudiziari,
militari. È, dunque, lo Stato quale (( organismo giuridico-politico », lo
Quaderni Stato Costituzionale », che qui si ha presente. In esso si dovrebbe
esprimere quella volontà comune », che supera la volontà dei singoli solo
perché è cosi definita. Ma tale comunità » si prestò troppo bene a quella
interpretazione democratica, per la quale, non essendo essa, in realtà, la
volontà concreta di nessuno in particolare, e non essendo d’altronde facile
constatarla per tutti, potè diventare la volontà della maggioranza. Che è il
baco roditore del liberalismo, anche di quello più tenacemente attaccato
all’idea della forza e autorità dello Stato. Di qui, anche, la frigidità di
questo Stato. L’individuo lo sente fuori di sé, e ha bisogno infatti di
persuadersi di dovergli obbedire. Questo accade sempre che l’autorità si
presenti nella forma soltanto di una legge » : di una legge che non sia ima
persona viva, alla quale ci leghi il sentimento di amore e di devozione. L’uomo
religioso, che la sa, istintivamente, più lunga del filosofo razionalista, sia
pur questi un Emanuele Kant, non ammette un imperativo categorico, una legge
morale, che non sia l’espressione di una volontà superiore, di Dio. E
similmente, il fanciullo che non ha bisogno di persuadersi dell’autorità del
padre e della madre, perché quell’autorità è per lui cosa viva, la sua stessa
vita attuale e condizione del suo avvenire. Il senso dello Stato che il
Fascismo, M., ha creato, e sta creando, è questo sentire nello Stato la forma
più alta, più ricca e concreta, della nostra esistenza e personalità
storicamente determinata in quella famiglia, società, patria o nazione, in cui
Dio (altri dica il destino) ci ha fatto nascere. Ognuno a un posto ch’è di
comando e insieme di obbedienza. Ognuno con una responsabilità ben determinata:
a cominciare da chi dirige tutti gli altri. Mondo di personalità, dove soltanto
la persona è legge concreta alla persona. Soltanto in questo modo, l’individuo
può dare tutto se stesso, pènsiero e azione, intelligenza e volontà, interessi
materiali e spirituali, la stessa vita, per quella che si dice (( la causa
comune ». Soltanto così, lo Stato si può porre come educatore, nel senso più
grandioso della parola: ch’è il senso stesso dello Stato a cui, se non erriamo,
va la mente di M. S’intende che questo senso dello Stato trova un’espressione
eccezionalmente persuasiva nella personalità di un Capo di Governo come M..
Ogni altro dovrebbe (oltre le qualità personali che impongono autorità per se
stesse) poter dire come lui: Io ho una vasta esperienza che mi ha reso
possibile conoscere la psicologia delle masse, e di avere quasi una sensibilità
tattile e visiva di quello che le masse vogliono, pensano in un determinato
momento » (La funzione storica del sindacalismo fascista). E però, anche: Se
qualcuno attentasse alla nostra indipendenza o al nostro avvenire, egli non sa
ancora a quale temperatura io porterei tutto il popolo italiano! Non sa a quale
temperatura io porterei la passione di tutto il popolo italiano, quando fosse
insidiata nei suoi sviluppi la Rivoluzione deUe Camicie Nere » (Discorso di
Livorno, 1930). E già Nel quinto anniversario della fondazione dei Fasci: Si dice:
voi governate con la forza... Ma la forza è il consenso. Non vi può esser forza
se non c’è consenso, e il consenso non esiste se non c’è la forza. Governare
significa sentire nel proprio cuore battere il cuore di tutto il popolo ».
Governo forte è, dunque, queUo che persuade, ha l’intimo consenso dei
governati; ed ha questo consenso perché la sua volontà è forte, s’impone per se
stessa, non per una legge anonima, astratta. Qui è esplicitamente definito il
senso fascista dello Stato, che non è forte solo perché fa, semplicemente,
rispettare la legge. Nella conchiusione del nostro scritto precedente abbiamo
accennato all’idea (potremmo dire, Faugurio) che la conciliazione fra lo Stato
e la Chiesa, avvenuta per opera di M., segni il principio, non soltanto di una
nuova concezione, veramente religiosa, dello Stato moderno in generale, ma
anche di un possibile rinnovamento della Chiesa Cattolica nel senso di una più
generale conciliazione fra essa e il pensiero moderno. Ma, poiché l’autore di
questo scritto può, giustamente, essere in sospetto per la sua provenienza
dalla filosofia neoidealistica italiana, che non è ortodossa, è bene, penso,
che il lettore senta anche la parola di persona proveniente, in questo punto,
dal campo opposto. Ecco, dunque, il Barnes, del quale abbiamo già avuto
occasione di citare il volume Gli aspetti universali del Fascismo, con
prefazione di M., il quale assicura che (( il Barnes è preparato al suo
compito: conosce il Fascismo nella sua elaborazione dottrinale e nelle sue
realizzazioni pratiche. Egli non è un filosofo di professione ; ma, poiché di
una filosofia non poteva far a meno per il suo argomento, professa di aderire
alla filosofia che oggi combatte l’idealismo per un ritorno all’((
incomparabile dottrina )) di S. Tommaso: Io penso che il neoscolasticismo sia,
preso nella sua totalità, la più vitale scuola filosofica dell’Europa odierna,
e quella che più di ogni altra sia capace di assimilare quanto di veramente
importante vi sia nelle altre scuole, contribuendo, cosi, allo sviluppo del
progresso filosofico » (pag. 25). E per essere più sicuro di interpretare bene
questa dottrina, si è rivolto a un professore di teologia dogmatica della
Pontificia Università Gregoriana di Roma, il quale lesse il suo manoscritto e
lo aiutò a rendere il testo più accurato nella sua parte filosofica )). Si può,
dunque, stare tranquilli. Si noti che il libro del Barnes è stato pubblicato
prima della Conciliazione: il che fa onore alla sua perspicacia, come ora
diremo. Che dice, dunque, il libro del Barnes? Esso è stato, in parte, scritto
con lo scopo di dimostrare che il Fascismo non è incompatibile con
gl’insegnamenti della Chiesa cattolica, e sopratutto che i principii
fondamentali della Chiesa, nei riguardi della natura e finalità di uno Stato,
sono interamente e veramente consoni a quelli che ha abbracciato quel gruppo di
fascisti che rappresenta, di fatto, la corrente principale di questo movimento.
Questa è, secondo me, l’idea centrale, il fulcro del movimento fascista:
l’assoluto disdegno di ogni materialismo, di ogni teoria naturalistica dello
Stato, siano esse del tipo professato da Maurras o da Marx o da Hegel, da
Rousseau e dagli altri innumerevoli filosofi pullulati non appena la cultura
cessò di avere le sue radici nel pensiero cristiano... Io non esagero. Questa
è, secondo me, l’origine della Rivoluzione fascista, che può essere
generalmente definita una furiosa rivolta contro le varie forme di materialismo
che dall'epoca della Rinascenza pagana hanno chiaramente dominato la nostra
civiltà. Che il Fascismo, nella sua dottrina, sia contro il materialismo, e
però sia su una linea dì spiritualismo, non saremo, certamente, noi a porre in
dubbio: ci sono troppe esplicite dichiarazioni, su questo, di M. stesso. Ma che
dalla Rinascenza a oggi la filosofia moderna non sia altro che materialismo, è,
questo, un paradosso che non ha bisogno di confutazione: si presenta da sé come
un errore evidente. E sarebbe troppo facile (e perciò vi rinunciamo) ritorcere
l’accusa proprio contro la dottrina scolastica, o neoscolastica, dimostrando
che, se ce n’è una che sostenga la (( teoria naturalistica dello Stato », è
quella. Noi non abbiamo nessun interesse, qui, a metterci in discussione col
Barnes per la sua filosofia. Anzi, l’interesse maggiore per noi è proprio il
fatto che siamo agli antipodi nel modo di pensare, e tuttavia (e questo è un
fatto che ha estremo interesse per tutti) concordiamo nelle con- chiusioni.
Dopo, dunque, aver constatata la consonanza dei prin- cipii fondamentali della
Chiesa cattolica con i principii fondamentali del Fascismo, il Barnes
soggiunge: « Non si deve, per questo, ritenere il Fascismo legato
necessariamente all’ortodossia. Questo oramai è per me chiaro e vi sono molti
italiani, fascisti, che rigetterebbero energicamente una simile affermazione.
Con loro, l’intera e forte scuola dei neoidealisti e Gentile ripudierebbero
questa teoria. Se io avessi posto questa distinzione avrei meglio chiarito la
portata universale del Fascismo. Nonostante ciò, io sostengo la mia tesi
principale: io rimango convinto che il Fascismo, non solo sarà il mezzo per
conciliare il disaccordo tra Chiesa e Stato in Italia; ma farà sì che, sotto il
suo sforzo, sia possibile alla Chiesa assimilare la cultura moderna. Io ritengo
che le conseguenze del Fascismo saranno tremende nei riguardi della Chiesa.
Sono d’opinione che il risorgere dell’ortodossia col Fascismo, affermerà
vittoriosa questa tendenza. Lai Chiesa dovrà allora convincersi di non esser
più una rocca chiusa, e, nell’assimilare la cultura moderna, dovrà perdere ogni
sua diffidenza verso di questa e riassumere, ancora una volta, le direttive
della cultura umana moderna. Alla huon’ora! Dunque, le conseguenze del Fascismo
saranno tremende nei riguardi della Chiesa, perché costringe la Chiesa
cattolica a rinnovarsi, a mutare il suo atteg- giumento verso la cultura
moderna. Possiamo, allora, accettare anche questa conchiusione del Barnes:
«Riassumendo, io sostengo che il Fascismo è il principio di una nuova sintesi
politica e culturale, in cui. prendendo a paragone un’elissi, la tradizione
romana dell’autorità sia politica che ecclesiastica rappresenterà i fuochi.
Questa è una profezia, e solo il tempo potrà dimostrare se io abbia o no
ragione » (ivi). Come la pensa il nostro Duce in proposito? Non è troppo
azzardato, noi crediamo, di supporre che egli la pensi, per l’appunto, cosi, o
in un modo vicino a questo. Lo si può arguire anche dal fatto che — per quanto
egli distingua fra credenti e praticanti (« partecipare al culto è affare
personale »: Colloqui) — pure non esclude che un fascista possa essere
cattolico nel senso più ortodosso. Disse di Michele Bianchi: «Voglio anche
ricordare il modo della sua fine. L’uomo che aveva strenuamente combattuto per
un decennio sotto i duri simboli delle verghe e della scure, volle
cattolicamente morire nel conforto dei riti e delle speranze, della millenaria
religione del popolo italiano. E di Arnaldo: « Egli era un cattolico convinto e
praticante, ma altrettanto convinto e fermissimo Mi ci) Ripetiamo: la polemica
filosofica non c’interessa qui. Ma ognuno vede la contraddizione, in cui cade U
Barnes, nel suo giudizio su il pensiero e la, cultura svoltasi dal Rinascimento
ai nostri giorni. Quando la Chiesa si sarà rinnovata egli aggiunge cesseranno
di esistere le menzogne contenute nel neoidealismo e nel modernismo, e questi
sistemi non saranno, in complesso, più ricordati che come sintomi della
rivolta, come strumenti del periodo di transizione. Sino a quel eiomo. dun-qne.
sembra che le menzogne del neoidealismo e del modernismo abbiano vnsj loro
ragion d’essere e verità degna di molto rispetto. lite della Rivoluzione e
difensore dei legittimi diritti dello Stato» (Fifa, pag. 58). Il problema,
infatti, non è un problema cbe si possa risolvere su la carta: è un problema di
fede, oltreché di pensiero; e va vissuto dall’individuo nella sua pura
interiorità, prima ancora che dibattuto fra i due maggiori istituti storici
quali lo Stato e la Chiesa. Pa Il senso d’interiorità Positivismo, idealismo e
spiritualismo Il Preludio a Machiavelli . . 58 V. n senso
dello Stato Il problema del Caltolicismo In his history of philosophy for ‘i
licei classici’, he rewrote his Manuale di filosofia into a ‘Sommario’. – The
history goes smoothly up to Kant. The third volume is about M.. He is the only
philosopher he cares to capitalize. He also capitalizes fascism into FASCISMO,
which is odd seeing that his main source is M.’s own entry for ‘fascismo’ in
the Treccani which does not give it such a status. The third volume is
ITALO-CENTRIC, from VICO onwards, FARLINGIERI, and notably GENTILE to end with
M.. The idea is presented by L. as a ‘riconstruzione dello stato’ – we are
talking of the ‘stato moderno’ – il stato liberale borghese is in ruins – and
although he plays with the ‘socialist state’ he does not consider it within the
realm of the proper history of philosophy when he talks of French illuminism.
So his concern is wht the idea of the state in the liberal party – the
philosophy of the laissez-faire. It provides NEGATIVE freedom. Freedom from the
other. And there is competition. Also, as he notes, liberalism lies in that the
‘condizioni iniziali’ are hardly ‘equal’ for every member of society, so that
liberalism only pays lip service to ‘liberale’. With the socialist state, the
problem is the opposite: the state becomes a gestore – and there is this idea
of an endless dialectic among the classes. So how does M. reconstruct all this.
He calls it ‘stato fascista’ – Had L. continued from Kant to Fichte and Hegel,
the student would be more prepared! M.’s idea of the state is Hegel’s – it is
the NAZIONE-STATO. While M. speaks of the ‘individui’ of this nazione, he means
the Italians (not the Jews, etc.). SO this NAZIONE however, is MORE than the
sum of its individui. Individui come and go – but the state remains. The state
becomes governo. M.’s prose is machist and homosocial, and Lamanna has to lower
down the rhetoric, but nothing is said about Germany. It is ITALY which is seen
as proposing this new or novel idea of the state (after la rivoluzione
fascista) with a Kantian approach. Since L. has only read Kant seriously, he
applies Kantian categories here: M.’s fascist state gives each individual
POSITIVE freedom – to be a slave to the CAPO or Duce who ‘knows’ how to
command. L. quotes from CICERONE to the effect that it is obeying the law that
makes us free. The emphasis is constantly on the azione or prassi, which is
understandable since the pupils are supposed to learn about philosophy. So
where is the dotttina? M. is candid about this. When ‘I all started it’ I did
not know where I was going. It was the ANTI-PARTY movement --. L. provides the
editorial. During the ventennio, this action, which is the INSTINCTIVE FORCE OF
THE SPIRIT OF THE NATION, becomes legalistic, a party is formed, and indeed a
government (polizia, politeia) established. But M. accepts castes in society.
Even the religion, a civil religion, is subdued and one can very well be
allowed to worthip the God of the Heroes. It is an ‘etica guerriera’ and it
targets the male – virtu, andreia. Being commanded by one know knows is a
privilege. Ths is interesting because this is conceived after the temporary
successes in Africa – M. romano e africano – and before the problems of the
second world war. For the first time, Italians FEEL they are part of a NATION.
The seeds are in the Risorgimento, but this got stuck with a liberal kind of
state, which only provides negative freedom, anyway, and where the initial
conditions are unequal. Lo stato fascista does not play with parlamentarism, so
Congress is closed, and the only party is the national party. Jews are excluded
from PUBLIC service -- even if some wrote panegirici for fascism, like
Mondolfo. The philosophical foundations are found in Hegel. If Hegel
concentrated all in the Kaiser of Prussia, M. does so with himself. GENTILE did
not really help, although he was the official voice of fascist philosophy --.
The student of philosophy then is taught the lessons of history (philosophy is
IDENTIFIED with its history) and indoctrinated in the final stages into a
particular IDEOLOGY. The tone is catechistic, and there is no idea of dissent.
L. however emphasises that the stato fascista still recognizes the
indidivuality and the personality of each member – as the stato comunista or
socialista would not!” Tra gli scritti di M. figurano, in ordine di
pubblicazione: Dio e patria nel pensiero dei rinnegati, New York, s.n., 1904.
L'Uomo e la Divinità. Contraddittorio avuto col pastore evangelista Alfredo
Taglialatela la sera del 26 marzo 1904 alla "Maison du peuple" di
Losanna, Lugano, Cooperativa tipografica sociale, 1904. [Testo di una
conferenza tenuta a Losanna per commemorare la Comune di Parigi, conosciuto
anche col titolo di Dio non esiste, col quale viene a volte ristampato] La
filosofia della forza. Postille alla conferenza dell'on. Treves, Predappio
1908. Pio Battistini, 7 settembre 1891. Discorso commemorativo, pronunciato nel
diciannovesimo anniversario dell'assassinio, Forlì, Lotta di Classe, 1910.
Claudia Particella. L'amante del cardinale, romanzo pubblicato a puntate su
"Il Popolo", Trento, 1910. Il Trentino veduto da un socialista. Note
e notizie, Firenze, La rinascita del libro, 1911. La mia vita, Roma, Editrice
Faro, Huss. Il veridico, Roma, Podrecca e Galantara, 1913. [pubblicato nella
collana de «I martiri del libero pensiero» col dichiarato intento di suscitare
nei lettori «l'odio per qualunque forma di tirannia spirituale e profana», fu
dall'autore censurato nel 1921 e, dopo la stipula del Concordato del 1929,
scomparve dalle biblioteche e dalle librerie] La guerra per la libertà e per la
fine della guerra. Lettera ai socialisti d'Italia di Benito M. con l'aggiunta
delle sue ultime dichiarazioni dopo le dimissioni da direttore dell'Avanti,
Firenze, Nerbini, 1914. Il mio diario di guerra (1915 - 1917), Milano, Imperia,
1923. My Autobiography, New York City, Charles Scribner's Sons, 1928
[pubblicato inizialmente a puntate sul Saturday Evening Post e poi in volume
nello stesso anno il libro, scritto come opera di propaganda per i lettori
americani, è stato scritto in realtà dall'ambasciatore statunitense Richard
Washburn Child, il quale viene riportato come "traduttore", insieme a
Luigi Barzini con materiale fornito da Margherita Sarfatti e con la possibile
collaborazione di Arnaldo M. . Il libro vide la sua prima traduzione italiana
solo nel 1971 come La mia vita, da non confondersi con La mia vita dal 29
luglio 1883 al 23 novembre 1911 spesso ristampato e riportato abbreviato con lo
stesso titolo] La dottrina del fascismo Vita di Arnaldo, Milano, Il Popolo
d'Italia, 1932. Scritti e discorsi di Benito M., 12 voll., Milano, Hoepli.
Parlo con Bruno, Milano, Il Popolo d'Italia. Storia di un anno. Il tempo del
bastone e della carota, Milano, Mondadori, 1944 ( versione digitalizzata.).
Memoriale del nord del duce, (scritto tra il 1944 e il 1945, mai pubblicato)
Opera omnia di Benito M., 44 voll., a cura di Edoardo e Duilio Susmel, La
Fenice Firenze, poi Volpe Roma. Bertoni, Saffi. L'ultimo "vescovo" di
Mazzini, Forlì, Cartacanta. ^ Sulla questione della meta finale di M. la
comunità scientifica è tuttora divisa fra sostenitori di una possibile
"fuga in Svizzera" e coloro che invece ritengono che M. avesse altri
scopi immediati. ^ Per la tesi a favore di una fuga, vedi, per esempio Aurelio
Lepre, La storia della repubblica di M. ; Salò: il tempo dell'odio e della
violenza, 1ª ed., Mondadori. «Svanita ogni speranza di trattare, cercò la
salvezza personale nella fuga. In questo non si comportò diversamente da come
si erano comportati Vittorio Emanuele III e Badoglio l'8 settembre, perché
lasciò gli uomini che gli erano rimasti fedeli senza ordini e senza guida.
Visto, infatti, dall'interno, con gli occhi degli uomini che gli erano più
vicini, il comportamento di M. non appare dissimile da quello di Vittorio Emanuele
III così come è stato descritto da Paolo Puntoni» ^ Per la tesi a favore di una
fuga, vedi anche Franco Bandini, Vita e morte segreta di M., 3ª, 1981,
Mondadori Dal capitolo "Il tiranno è morto", premettendo i seguenti
fatti all'epilogo) Occorre cominciare appena un poco più indietro, nel momento
in cui M. – spinto da un cupo demone – si avvia con passi esitanti e già
guidati da una sottile paura, a quella fuga che sarà, prima dell'altra, la sua
vera morte. Dimentico di se stesso, di una vita pur sempre cominciata nelle
battaglie e nel rischio, incurante dell'ancor possibile rispetto e dei suoi e
della Storia, che non assolve, ma pesa ogni atto dell'uomo potente su bilance
inesorabili, M. sceglie di cadere da vile, ingannando, moralmente uccidendo coloro
che gli sono ancora rimasti fedeli, pur nella certezza della fine imminente. Va
stancamente, miserabilmente verso il nord, mezzo inclinato alla fuga in
Svizzera, mezzo turbato dai fieri propositi che ode attorno a sé, per
"l'ultima battaglia" in Valtellina: e rivolge nel pensiero non la
forte accettazione del fato che si compie, ma i cavillosi punti della sua
difesa di domani, quando – come spera – potrà ancora allineare fiumi di logore
parole e giocare su vecchi e nuovi equivoci e forse galleggiare indefinitamente
sullo scontro degli opposti giudizi, come il sargasso immobile tra il turbinare
delle correnti. È disposto a tutto, anche al cappotto tedesco, anche a tradire
chi vorrebbe ancora morire per lui, i vecchi fascisti, i suoi ministri, persino
Claretta: e finge irresolutezza fin dal momento della Prefettura di Milano, la
sera del 25 aprile, non perché sia davvero incerto tra la morte e la vita, ma
perché – ancora una volta – è incapace di dire "andiamo" e preferisce
che lo dicano altri, che la cosa "nasca da sola", perché ha forse già
in mente altri articoli "del tempo del bastone e della carota",
destinati ad illustrare come questi nuovi passi che sta facendo siano colpa di
questo e di quello, di cardinali e militari, di traditori e servizi segreti, di
tutti, meno che sua» ^ Il colonnello statunitense Lada Mocarski, in un rapporto
scritto per conto dell'Office of Strategic Services riguardo un'inchiesta da
lui condotta sugli ultimi giorni del dittatore, afferma invece che «nessuna
prova circa le intenzioni e i piani di M. è stata raggiunta durante l'indagine
e forse non esisteva alcun piano definito. È infatti ovvio che i movimenti del
Duce fossero il risultato di improvvisazioni non appena le condizioni di fatto
cambiavano». Dino Messina, Ordine da Milano: eliminate il Duce, in Corriere
della Sera Spinosa, "Parte quarta: Il cappotto tedesco. Infauste
sponde", in M. . Il fascino di un dittatore, Milano, Mondadori. «Imbruniva
quando una colonna di automobili lasciava la prefettura e usciva da Milano, la
città in cui ormai tutti gli tendevano una trappola, i partigiani, i tedeschi,
gli alleati. Doveva fuggirne per evitare il peggio. Già quella sera, a tarda
ora, si apprese che le auto fuggitive avevano raggiunto Como ^ Fra i molti, da
Renzo De Felice, in diverse opere, e Denis Mack Smith in M. . ^ Palla, p. 15. ^
cit. D. Mack Smith, Storia d'Italia, Laterza, rectius Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario, Einaudi. Giorgi Giorgi De Giorgi Grimaldi, La cattedra che M.
non ebbe, in «Storia Illustrata» n. 271, giugno 1980, p. 6. ^ Pier Mario
Fasanotti, Tra il Po, il monte e la marina. I romagnoli da Artusi a Fellini,
Neri Pozza, Vicenza M., Benito, in The Columbia Encyclopedia, New York,
Columbia University Press, 2008. ^ B. M., Opera Omnia. ^ R. De Felice, M. il
rivoluzionario cit., pagg. 31 e 36. ^ L'esistenza di una relazione sentimentale
non trova riscontri univoci. È invece accertata presso la maggior parte delle
fonti la sua influenza nell'avvicinamento di M. al marxismo. ^ La teoria
dell'equilibrio economico in Vilfredo Pareto, in Ztl Macerata.. ^ Raffaello
Uboldi, La presa del potere di Benito M., su books.google.it, Arnoldo Mondadori
Editore M. più tardi dirà[senza fonte] di essersi iscritto alla Facoltà di
Scienze sociali di Losanna, ma non vi è riscontro documentale. Gentile, Le
origini dell'ideologia fascista, Bologna, Il Mulino. ^ Furono diffuse notizie
inattendibili sul suo frequentare le università di Zurigo e di Ginevra
(quest'ultima falsa notizia è riportata nella biografia ufficiale della Sarfatti),
mentre è vero che nell'estate trascorse due mesi all'università di Losanna. ^
Mack Smith. ^ Monografie verbanensi, su verbanensia. «Nel giugno del 1904
ottiene il permesso di lavoro annuale, e in quello stesso anno succede a M.
come corrispondente dalla Svizzera del giornale italiano «Avanguardia
Socialista»» ^ Mack Smith, 1981, p. 24. ^ B. M., La mia vita, p. 136. ^ Nel
1908, Benito M. in Riviera, su sanremonews.it. ^ R. De Felice, M. il
rivoluzionario, cit., pagg. 49 n. 5 e 52. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario,
cit., pag. 57. ^ Trento, italiana, si trovava nel territorio dell'Impero
austro-ungarico. ^ Rosa Broll, la «santa di Susà». Intervista di M. ., in
LaValsugana.it. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario, cit., pagg. 74-5. ^ Lo
sfratto di un italiano dall'Austria, in La Stampa Questa l'interpretazione di
(DE) Hans Woller, Ante portas. M. in Trient 1909, in Regionale
Zivilgeselllschaft in Bewegung - Cittadini innanzi tutto. Scritti in onore di
Hans Heiss, a cura di Hannes Obermair, Stephanie Risse, Carlo Romeo,
Vienna-Bolzano, Folio . ^ Antonio Mambelli, Archimede Montanelli nella vita e
nell'arte. Un maestro del Duce, Valbonesi, Forlì, 1938. ^ El violín de M. (in
spagnolo).. ^ Benito M., L'amante del cardinale. Claudia Particella, Salerno
M., Il Trentino veduto da un socialista - note e notizie (PDF), a cura di
Giuseppe Prezzolini, Firenze, Casa Editrice Italiana. Sul rapporto Nenni-M. si
veda: Duilio Susmel, Nenni e M. mezzo secolo di fronte, Rizzoli, Milano, 1969;
Nicholas Farrell, Giancarlo Mazzuca, Il compagno M., Rubbettino, Catanzaro,
2013; Alberto Mazzuca, Luciano Foglietta, M. e Nenni amici nemici, Minerva
Edizioni, Bologna, 2015. ^ A. Spinosa, M. . Il fascino di un dittatore,
Mondadori, Milano, Smith, Storia d'Italia, Laterza, 1973 [manca numero pag]. ^
Quello scatolone di sabbia che unì M. e Nenni. ^ Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario, Collana Biblioteca di cultura storica, Einaudi, Torino.
Sull'argomento vedasi anche: Maurizio Degl'Innocenti, Il socialismo italiano e
la guerra di Libia, Roma, Editori Riuniti, 1976. ^ R. De Felice, M. il
rivoluzionario. ^ I quattro avrebbero poi dato vita al Partito Socialista
Riformista Italiano. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario. ^ R. De Felice, M.
il rivoluzionario, cit., pagg. 136-9. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario. In
realtà il pensiero anti-massonico era già stato portato innanzi nel XIII
congresso del 1912 a Reggio Emilia (cfr. ibid. pag. 125), nel congresso
regionale socialista romagnolo di Forlì, 16 giugno 1912, (ibid., pag. 674) e in
vari altri ambienti fin dal 1904, compreso un attacco M. ano . ^ cfr. Alfonso
Maria Capriolo, Ancona 1914: la sconfitta del riformismo italiano, in Avanti! .
^ Valerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale, Laterza,
1979, p. 212. Vd. anche Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 188. ^
Cfr. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, , Collana Biblioteca di cultura
storica, Einaudi, Torino, 1965. ^ Luciano Lucci, M. partecipa alla
"Settimana rossa”, ma senza convinzione 10 giugno 1914, su
alfonsinemonamour.racine.ra.it. ^ M. propose il 27 luglio 1914 uno sciopero
generale insurrezionale nel caso dell'entrata italiana nel conflitto. Vedi Leo
Valiani, Il partito socialista italiano nel periodo della neutralità, Milano, .
^ Stando alle dichiarazioni di Filippo Naldi del 1960, citate in Renzo De
Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 274-75 e 286-87. M. interventista:
l’espulsione dal PSI, su fattiperlastoria.it. URL consultato il 21 dicembre
2023. ^ Valerio Castronovo et alii, La stampa italiana nell'età liberale,
Laterza, 1979, p. 248. ^ R. De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg.
229-236. ^ M. interventista e la cacciata dal Partito Socialista Italiano, su
vanillamagazine.it. URL consultato il 21 dicembre 2023. ^ Cfr. Antonio Spinola,
M. . Il fascino di un dittatore, Mondadori, Milano, 1989.[manca il numero della
pagina]. ^ Claudio M., Grande guerra, la verità su M. interventista, «Corriere
della Sera. ^ Scrive Renzo De Felice: «Secondo Filippo Naldi, direttore del
Resto del Carlino, alle prime spese per il giornale fecero fronte alcuni
industriali di orientamento più o meno interventista o, almeno, interessati ad
un incremento delle forniture militari: Esterle (Edison), Bruzzone (Unione
zuccheri), Agnelli (Fiat), Perrone (Ansaldo), Parodi (armatori)». Renzo De
Felice, M. il rivoluzionario, Einaudi, p. 277. ^ M. resterà alla direzione del
Popolo d'Italia fino al novembre 1922, quando verrà nominato Presidente del
Consiglio. ^ Vd. la relazione della Commissione d'inchiesta sul caso M. in Renzo
De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 684-88. ^ Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario cit., pagg. 276-77 e il "Rapporto Gasti" presentato
alle pagg. 723-37, in particolare pagg. 732-33. ^ Massimo Novelli, l giovane M.
al soldo della Francia (PDF), in La Domenica di Repubblica Nel fascicolo
"Corrispondenza, b. 1, fascc. 17, fotografie 1" del fondo
"Treves" conservato presso la Fondazione di studi storici
"Filippo Turati", è presente una ricca corrispondenza sull'episodio.
^ Piero Treves, Ma perché quel giorno non infilzò M. ?, La Stampa, 30 giugno
1992, pag. 19. Anche in: Piero Treves, Scritti novecenteschi, Bologna, Il
Mulino, 2006, pp. 182-184. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario, cit. ^
Renzo De Felice, M. il Rivoluzionario cit., pagg. 321-22. ^ Da cui sarà tratto
il libro Il mio diario di guerra. ^ a causa di ciò ricevette un anno di licenza
di convalescenza, seguito da altri sei mesi al suo rientro in ospedale allo
scadere del primo permesso. Cfr. Foglio matricolare di M. Benito di Alessandro,
matricola 12467 D.M. di Forlì in M. il rivoluzionario. Alla morte del Senatore
Giuseppe Tusini, il Duce inviò un telegramma di condoglianze alla famiglia dove
citava con riconoscenza il suo intervento chirurgico risolutivo all'Ospedale di
Ronchi di Soleschiano. Cfr. P. Marogna, Giuseppe Tusini, Archivio italiano di
chirurgia Vedi anche: AA. VV., Studenti al fronte, LEG (GO). ^ Enzo Biagi,
Storia del Fascismo, Mondadori. Smith, 1981, p. 54. ^ Ludwig, Colloqui (1932),
pag. 50. ^ M. Sarfatti, Dux, pag. 158. ^ Pini, M.. ^ Sebbene alcuni abbiano
recentemente sostenuto ipotesi differenti sulle cause del congedo,
attribuendolo a condizioni generali di salute non buone legate a malattie
infettive, la presenza di tali patologie è stata negata dal referto autoptico
relativo al cadavere di M. . ^ Renzo de Felice, M. il rivoluzionario cit., pag.
353. ^ In una lettera dal fronte ad Ottavio Dinale dell'11 settembre 1916 M.
mostrava già di aver voglia di modificare il sottotitolo del giornale. Vd.
Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 405-6, 687 e 734. La
spiegazione del cambiamento venne data comunque in breve fondo del 1º agosto
1918 dal titolo Novità... ^ Grandi, Le origini, pag. 52. ^ Alessio Altichieri,
Le cento sterline che M. intascava dalla "perfida Albione", 6 ottobre
2009.. Il tenente colonnello Hoare, nelle sue memorie, riportò le parole che M.
gli fece pervenire nonché le proprie conclusioni: «"Mobiliterò i mutilati
di Milano, che spaccheranno la testa a ogni pacifista che tentasse di tenere
una manifestazione di strada contro la guerra". E fu di parola, i fasci
neutralizzarono davvero i pacifisti milanesi». ^ (EN) Benito M. was MI5's man
in Italy., articolo del The Times, del 14 ottobre 2009. ^ Renzo de Felice, M.
il rivoluzionario cit., pagg. 353-56. ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario
cit., pagg. 414-15. Mack Smith Un rapporto della stessa sera della Polizia di
Milano indicava circa 300 presenti, compresi giornalisti e curiosi. Vd. Renzo
De Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 504. ^ Chiurco, vol. I, pag. 22. ^
O.O., vol. XIV, pp. 88, 102-133. ^ Vd. la relazione di Giovanni Gasti in Renzo
de Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 520-21. ^ O.O., vol. XVIII, pag.
201. In un fondo dal titolo Non subiamo violenze! del 18 aprile 1919 dice noi dei
Fasci non abbiamo preparato l'attacco al giornale socialista, ma accettiamo
tutta la responsabilità morale dell'episodio. ^ Mack Smith, 1981, p. 65. ^
O.O., vol. XIII, pag. 231. ^ O.O., Felice, pag. 727[Non è chiaro di che libro
si parli]. ^ La questione fiumana era già dibattuta da tempo. Erano stati
deliberati, nelle riunioni dei Fasci di combattimento, gli invii di diverse
centinaia di volontari. Vd. Renzo De Felice, M. il rivoluzionario Carteggio
Arnaldo-Benito M., . ^ Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 572. ^
È interessante il modo con cui Giuseppe Ungaretti - all'epoca corrispondente da
Parigi per «Il Popolo d'Italia» - visse gli arresti di M. e Marinetti del 18
novembre 1919. Il poeta, molto preoccupato, cercò d'organizzare una manifestazione
a Parigi in favore degli arrestati. Racconterà Ungaretti in un'intervista del
1933: «Nel ’19, a Parigi, facevo il corrispondente e seguivo i lavori della
Conferenza della Pace per incarico del «Popolo d’Italia». Gli italiani si
radunavano in un grande albergo dove era stabilita la delegazione italiana. Non
rammento con precisione la composizione della delegazione italiana. Credo Nitti
o Tittoni al posto di Sonnino e Orlando (…). Chissà se fra le carte di S. Ecc
T. si troveranno forse un giorno una mia lettera in cui gli dicevo che avesse
fatto bene attenzione perché oltre all’Italia ufficiale, delle schede e dei
portafogli, c’era una Italia tremendamente giovane, che avrebbe vinto per forza
o per amore. Signor delegato, gli dicevo, ho il dovere di avvertirvi che
rappresento qui il giornale dell’Italia Nuova e vi prego di fare attenzione ai
mali passi! Vi furono in quel periodo degli arresti a Milano. Organizzai allora
una specie di Manifestazione in difesa degli arrestati alla quale aderirono
tutti gli intellettuali più in vista di Parigi alla testa dei quali si misero
gli scrittori di Littérature e del gruppo Dadà, Aragon, Breton, Tristan Tzara,
ecc., che erano quelli che facevano più chiasso. Avevamo intenzione di invadere
l’Ambasciata. Io feci annunciare a Nitti che gli avrei bucato la pancia. Ma poi
non se ne fece nulla perché gli arrestati vennero rilasciati (Intervista di
Alfredo Mezio ad Ungaretti, «Il Tevere», 17-18 luglio 1933. Su questa vicenda
si veda anche F. Pierangeli, Ombre e presenze. Ungaretti e il secondo mestiere,
premessa di E. Giachery, Loffredo, Napoli 2016, p. 86; lettera di M. a Soffici
del 2 dicembre 1919, in G. Ungaretti, Lettere a Soffici 1917-1930, a cura di P.
Montefoschi e L. Piccioni, Sansoni, Firenze; Ungaretti e M.. Più pacati furono
i toni usati in quell'occasione da M. che nel dicembre 1919 cercò di
tranquillizzare il suo corrispondente parigino: «Carissimo, Marinetti è in
libertà. Tutto bene» (Biglietto inviato da M. ad Ungaretti, Vita d'un uomo.
Saggi e Interventi, Mondadori, Milano 1986, p. 910). ^ Per tutta la vicenda
vedi Renzo De Felice, M. il rivoluzionario cit., pagg. 573-77. ^ Renzo De
Felice, M. il rivoluzionario cit., pag. 544, pag. 590 e sgg. ^ O.O.. ^ Renzo De
Felice, M. il rivoluzionario , M. il fascista - La conquista del potere,
Einaudi, Torino, 1995, pag. 29. A volte le richieste di denaro erano quasi
esplicitamente ricattatorie, vd. M. il rivoluzionario cit. pag. 354 e M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 45. ^ M. Drago, Allievi
marescialli nelle forze armate. Teoria ed esercizi per la preparazione alla
prova di preselezione dei concorsi, Alpha Test,. ^ Renzo De Felice, M. il
rivoluzionario. ^ Emilio Gentile, E fu subito regime: Il fascismo e la marcia
su Roma, Gius.Laterza et Figli Spa. ^ Andrea Leccese, Inciucio forever: La
costante del trasfmormismo nella politica italiana, Armando . ^ Giolitti aveva
esplicitato la sua intenzione di avere con sé i "patrioti" e i
"partiti nazionali" il 1º aprile 1921. Vd. Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 64. ^ La lista di associazioni
che aderirono al blocco è consultabile in Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere Dal Corriere della Sera del 1º gennaio 1922. ^ Dall'8
aprile al 14 maggio risultano 105 morti e 431 feriti. Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere. ^ Camera, 11 marzo 1925, pag. 2438. ^ Renzo
De Felice, M. il rivoluzionario, Torino, 1965. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 111, 138. ^ Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit., pag. 151. ^ O.O., vol. XVI, pagg.
241 e 297. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.,
pag. 222. ^ Se i treni, se le poste hanno funzionato non lo si deve alle misure
preventive prese dal Governo, ma al concorso spontaneo, disinteressato,
entusiasta degli elementi nazionali. in Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere Per i pareri negativi riguardo allo sciopero vedi ibidem
pagg. 222-24: Lo sciopero generale proclamato ed ordinato dall'Alleanza del
Lavoro è stato la nostra Caporetto. Usciamo da questa prova clamorosamente
battuti. ^ Enzo Biagi, Storia del Fascismo cit. ^ Amendola, Una battaglia
Nitti, Rivelazioni, pagg. 346-7. ^ Mack Smith, 1981, p. 87. ^ Antonino Repaci,
vol. II, pagg. 125 e 132. ^ M. stesso asserisce, nel discorso di insediamento
in Parlamento, che le camicie nere sarebbero state ben 300 000. ^ Secondo
Badoglio sarebbe bastato arrestare al massimo una dozzina di persone e i
fascisti avrebbero perso al primo scontro[senza fonte], asserì, inoltre che
"al primo fuoco, tutto il fascismo crollerà". Renzo de Felice, M. il
fascista - La conquista del potere. ^ Renzo de Felice, M. il fascista - La
conquista del potere cit., pag. 358. ^ Secondo Renzo De Felice la parte
destrorsa del fascismo era di tendenza o monarchica e conservatrice di
ispirazione nazionalista, oppure revisionista, normalizzatrice e moderatamente
parlamentarista. Vd. M. il fascista - La conquista del potere cit., pagg.
365-66. ^ Paolucci, pag. 240. ^ cfr. "Il Parlamento è morto".
Discorso pronunziato alla Camera dall'on. Filippo Turati il giorno 17 novembre
1922 sulle Comunicazioni del Governo, in "Critica Sociale. ^ Vedi anche
Atti Parlamentari, Camera dei deputati, Discorsi, XXVI legislatura, Tornata. ^
Rendo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Bianchi, Da Piazza
San Sepolcro a Piazzale Loreto, Vita e Pensiero, Roma. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 481 n. 4. La legge sarà la n. 1601
(G. U. 15 dicembre, num. 293), vd. qui (PDF).. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere cit., pagg. 524 e 535. ^ Italo Scotti, Bollettino di
informazioni costituzionali e parlamentari 1 (1984): Il fascismo e la Camera
dei deputati: I - La Costituente fascista (PDF) (archiviato dall'url originale
il 4 novembre 2013).. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del
potere. ^ "The Italo-Greek Crisis." Economist
London, England: 356+. The Economist Historical Archive, 1843-2012. . ^ Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 561-62. ^ Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit., pagg. 557-570. ^ Renzo De Felice,
M. il fascista - La conquista del potere cit., pag. 563. ^ Regio Decreto Legge
. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere anche Prassi
italiana di diritto internazionale - I casi della prassi Visani, La conquista
della maggioranza, M., il PNF e le elezioni del 1924, Fratelli Frilli Editori,
2004, in particolare nel cap. 4 l'elenco dei fatti di cronaca riguardanti
risse, aggressioni, provocazioni raccolte dall'A. nelle carte dell'ACS
provenienti da prefetture, questure, stazioni di RRCC e dalla stampa coeva
Nella fattispecie i fascisti uccisi durante la campagna elettorale furono 18 e
i feriti 147: cfr. Fabio Andriola, M. prassi politica e rivoluzione sociale,
e.f.c. Le vittime della violenza fascista, invece, secondo Renzo De Felice,
furono "centinaia di feriti e non pochi morti" (fra questi anche il
deputato Antonio Piccinini), quasi tutti appartenenti a partiti d'opposizione,
ma anche alle frange dissidenti del fascismo (come nel caso di Cesare Forni e
Raimondo Sala) cfr. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere
cit., pag. 583. ^ Fin dalla presa del potere M. e il Governo tentarono di
arginare la violenza squadristica non più necessaria, vd. Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere soprattutto Alessandro Visani, La
conquista della maggioranza, M., il PNF e le elezioni del 1924, Fratelli Frilli
Editori, in particolare il capitolo 4 e 5 e la prefazione di Giovanni
Sabatucci. ^ Renzo De Felice, op. cit. nonché Alessandro Visani, op. cit.[Manca
numero di pagina]. ^ Riferisce infatti A. Visani (op. cit.), p. 146, come
particolare cura dovesse essere tenuta nell'esporre bene che sulla scheda
elettorale non andasse apposto altro segno che la croce sul partito scelto, e
soprattutto si dovessero evitare slogan e frasi d'ogni genere. Ci si riferiva
infatti alla possibilità riferita dalle prefetture che agenti in incognito dei
partiti di minoranza avessero volontariamente spinto i più ingenui elettori del
blocco nazionale a scrivere sulle schede "Viva M. !", una pratica che
avrebbe portato all'annullamento della scheda stessa. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere cit., pag. 563 n. 2. ^ ibidem. ^ Si veda il
resoconto stenografico della seduta, Camera dei Deputati. ^ Così chiamata in
richiamo alla secessione della plebe ai tempi della res publica romana i quali
si riunirono sull'Aventino. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista
del potere cit., pagg. 620 sgg. ^ La morte di Matteotti infatti sarebbe stata
causata accidentalmente, durante la colluttazione seguita al prelevamento da
parte degli squadristi. ^ Scheda biografica di Matteotti, su treccani.it. ^
Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit., p. 622. ^
Ibidem, pag. 646; Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello
Stato fascista, Einaudi Felice, M. il fascista - La conquista del potere cit.,
pag 703. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit., pag. 701. ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere Felice, M. il fascista - La conquista del
potere Felice, 'M. il fascista - La conquista del potere. ^ Indignatissimo il
settimanale della sinistra fascista Impero scriverà un pezzo intitolato
Rivoluzione, non criminalità nel quale si accusava M. di far "di tutto per
portarsi sul terreno della non-rivoluzione". Vd. Renzo De Felice, M. il
fascista - La conquista del potere Per i varii articoli giornalistici del
fascismo intransigente contrario al moderatismo M. ano vd. Renzo De Felice, M.
il fascista - La conquista del potere cit.. ^ Ibidem, pag. 715. ^ Renzo De
Felice, M. il fascista - La conquista del potere. ^ R. De Felice, M. il
fascista, Einaudi, . ^ Discorso alla Camera dei Deputati sul delitto Matteotti,
testo integrale di Benito M. del 3 gennaio 1925 su Wikisource. ^ Dopo il
delitto Matteotti, infatti, alcuni esponenti liberali e fascisti propendevano
per l'idea secondo cui M. dovesse "mettersi a disposizione della
giustizia". Vd. Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere.
Col discorso ha inizio il regime dittatoriale fascista, data confermata dallo
stesso M. nel libro "Storia di un anno: Il tempo del bastone e della
carota", Mondadori (in Opera Omnia). Renzo De Felice, M. il fascista - La
conquista del potere. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - La conquista del potere
Felice, M. il fascista - La conquista del potere . ^ Renzo De Felice, M. il
fascista - L'organizzazione dello Stato fascista In particolare " La
Giustizia.", cfr. ibidem, pag. 142, "La Rivoluzione liberale" e
"Il Popolo". ^ Simonetta Falasca Zamponi, Lo spettacolo del fascismo,
Soveria Mannelli, Rubbettino Sforza, Gli attentati a M., Per pochi centimetri
fu sempre salvo, in La storia illustrata: "Un gruppo di squadristi si
lanciò sull'attentatore: più tardi sul suo cadavere furono contate quattordici
pugnalate profonde, un colpo di pistola e tracce di strangolamento".
Sforza, Gli attentati a M., Per pochi centimetri fu sempre salvo, in La storia
illustrata: "Lasciamo la parola all'ex capo dei servizi politici presso la
Direzione generale della PS, Guido Leto. "Furono sospettati a turno"
egli scrive "Farinacci, Balbo, Arpinati, quest'ultimo perché proveniente
dalle file anarchiche e amico della famiglia Zamboni, e lo stesso Federzoni, ma
le indagini accurate che furono eseguite dalla questura di Bologna, diretta
allora da un eccellente funzionario, il questore Alcide Luciani, e da un altro
espertissimo funzionario, perfetto conoscitore dell'ambiente bolognese,
Michelangelo Di Stefano, giunsero alla conclusione che non v'era alcun elemento
apprezzabile per sostenere la tesi di un complotto organizzato nei ranghi
fascisti. Ve n'erano, invece moltissimi per convalidare quella di un gesto di
un isolato". ^ Marco Cesarini Sforza, Gli attentati a M., Per pochi
centimetri fu sempre salvo, in La storia illustrata: "Un'inchiesta segreta
fu anche compiuta, in seguito, per iniziativa del Sottosegretario all'interno,
conte Giacomo Suardo, dal magistrato Noseda del Tribunale Speciale; ma i
risultati non differirono da quelli stabiliti dalle indagini della
polizia". ^ Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione dello Stato
fascista. ^ Mack Smith. ^ Renzo De Felice, M. il fascista - L'organizzazione
dello Stato fascista. ^ Sebbene Federzoni avesse intimato lo scioglimento dopo
la presa del Ministero e molte squadre vennero ricreate dall'ambiente
farinacciano provinciale e rimasero attive per diversi anni, pur con le minacce
di ritorsioni da parte di Federzoni e dello stesso M. . Cfr. Renzo De Felice,
M. il fascista - L'organizzazione dello Stato fascistacit In occasione delle
violenze di Firenze M., riunendo il Gran consiglio del fascismo il giorno 5,
fece approvare un ordine del giorno in cui si ordina lo scioglimento immediato
di qualsiasi formazione squadristica di qualsiasi specie perché esse non hanno
più, a tre anni di distanza dalla Marcia su Roma, alcuna giustificazione
storica e politica. . ^ Aniante. ^ Arpinati Felice, M. il fascista -
L'organizzazione dello Stato fascista. ^ Alfio Caruso, Arrivano i nostri,
Longanesi &C. ^ Matteo di Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea . ^
G. Tricoli, Alfredo Cucco. Un Siciliano per la Nuova Italia, ISSPE, . ^
InStoria - Mafia e Fascismo.. ^ Non è da escludersi tuttavia che Cucco fosse
stato trascinato in una vera e propria trappola politica, poiché egli - essendo
dell'area farinacciana - era notevolmente inviso a M., che proprio in quel
periodo stava "epurando" i vertici del partito degli elementi vicini
a Farinacci. Cfr. Matteo di Figlia Alfredo Cucco, Quaderni Mediterranea 1979. ^
Sospetti di affiliazione mafiosa restarono, tuttavia, come fa notare il
biografo Matteo di Figlia in op. cit. ^ Ibidem, nonché cfr. Alfio Caruso, op.
cit. ^ Ibidem. Giampietro aveva iniziato perfino una campagna contro le...
gonne sopra al ginocchio, tanto da essere invano richiamato alla moderazione dallo
stesso ministro Rocco. Caruso, op. cit. ^ Ibidem. ^ La mafia e la crociata del
prefetto Mori..Non è vero che la mafia dei salotti impone a M. l'allontanamento
di Mori. È vero viceversa che i suoi modi hanno allarmato Roma; che M. ritiene
il problema liquidato e che può ora liquidare il liquidatore". ^ DDI. ^
Graziotti Smith. ^ Regio decreto. ^ Legge Re, regina, reggente, principe
ereditario e primo ministro. ^ Sergio Romano, Vademecum di storia dell'Italia
unita, Rizzoli, Milano, . ^ Enzo Biagi, Amori, Rizzoli il patto fu siglato e
firmato. Salata riporta che nel protocollo della sigla fu concordato che il
patto avrebbe portato la data del 7 giugno, indipendentemente dalla data della
firma, un atto espressivo della volontà del governo. Vedi Francesco Salata Il
patto M., ^ Francesco Salata, Il patto M., Mondadori, Salata, Il patto M.,
Mondadori L'origine del sistema pensionistico italiano va comunque fatta
risalire, legge con l'istituzione di una «Cassa Nazionale di previdenza per la
invalidità e per la vecchiaia degli operai», con contributi su base volontaria.
^ Nel momento dell'uccisione di Dollfuß, la moglie e i figli erano ospiti di M.
presso una sua residenza balneare. ^ All'origine dell'incidente di Ual Ual,
Salvatore Minardi, , S. Sciascia (Caltanissetta). ^ R. De Felice, M. il Duce ^
A tale accordo si fa riferimento in Langer, William L. (a cura di) An
Encyclopaedia of World History, Houghton Mifflin Company, Boston. ^ R. De
Felice, M. il duce. ^ Del Boca Ministero per la Guerra, Relazione dell'attività
svolta per l'esigenza A.O., Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, , allegato
n. 76. ^ Del Boca, p. 193. ^ Per un quadro completo quadro sull'uso sistematico
delle armi chimiche sul fronte Etiopico si veda Angelo Del Boca, I gas di M.,
Il fascismo e la guerra d'Etiopia, Editori Riuniti, Roma. ^ Del Boca. ^ Del
Boca. ^ Del Boca, p. 196. ^ Del Boca. ^ Del Boca Del Boca. ^ Del Boca. ^ Del
Boca. ^ F. Cardini e R. Mancini, Hitler in Italia. Dal Walhalla a Ponte
Vecchio, maggio 1938, Bologna, Il Mulino. ^ È il caso per esempio del prefetto
Cesare Mori. ^ Per un primo approccio sull’origine, motivazioni e
caratteristiche del diffuso consenso che il fascismo riscosse dagli
intellettuali italiani si veda, ad esempio, A. d’Orsi, La cultura a Torino tra
le due guerre, Einaudi, Torino ; G. Belardelli, Il Ventennio degli
intellettuali, Laterza, Roma-Bari ; A. Tarquini, Storia della cultura fascista,
Laterza, Roma-Bari. ^ A proposito dell'adesione di Giuseppe Ungaretti al
fascismo, ed in particolare al suo rapporto con M., si veda: Robert S.
Dombroski, L’esistenza ubbidiente, letterati italiani sotto il fascismo, Guida,
Napoli; Filosofia fantastica. Prose di meditazione e d’intervento, a cura di
Carlo Ossola, UTET, Torino; L. Piccioni, Vita d'un poeta, Rizzoli, Milano 1970,
p. 66; W. Mauro, Vita di Giuseppe Ungaretti, Camunia, Milano Guida, Ungaretti
privato. Lettere a Paul-Henri Michel, Pensa multimedia, Rovato-Lecce. Copia
archiviata, su laltraverita.it... ^ Allocuzione "Vogliamo
anzitutto".. M. e il papa .. ^ Copia archiviata, su
anpi.it..ilmanifesto.it /25aprile/02_25Aprile /9502rs14.01.htm in Internet
Archive. A Trieste operarono alcuni dei principali responsabili della
cosiddetta "Aktion Reinhardt", l'operazione che aveva portato allo
sterminio di milioni di ebrei deportati nei campi della Polonia Orientale.
Comandante delle SS e della SD nel settore adriatico (e quindi anche incaricato
della caccia agli ebrei) era il generale delle SS Odilo Globocnik, già
comandante del settore di Lublino e quindi responsabile dei campi di Belzec,
Majdanek, Sobibor e Treblinka; a Trieste operavano con lui Franz Stangl, già
comandante di Treblinka, e Christian Wirth uno degli ideatori delle camere a
gas, poi ucciso dai partigiani. Benito M., MEMORIA SEGRETA DI M. SULLA CONDOTTA
DELLA GUERRA, Schede tecniche aerei militari italiani e storia degli aviatori,
su alieuomini.it. ^ Si veda Pietro Badoglio (L'Italia nella seconda guerra
mondiale), che riporta questa affermazione come ricevuta direttamente da M.
durante un loro colloquio. ^ Dalle colonie inglesi, e in particolar modo
dall'India, giunsero migliaia di soldati, che non era stato possibile
mobilitare precedentemente. ^ Già a Capo Spada venne affondato un incrociatore
italiano e alcune navi italiane furono affondate da un attacco aereo nel porto
di Taranto. L'ultimo scontro di rilievo si ebbe a Capo Matapan, una delle più
gravi sconfitte nella storia della Marina. ^ Alfassio Grimaldi, U., Bozzetti.
[i. e. millenovecentoquaranta il giorno della follia. Italia: Laterza. ^
Ciabattini. ^ Ciabattini. ^ La conquista fu completata in poco più di un mese.
^ Renzo De Felice, M. l'alleato, Einaudi, Ciabattini Ciabattini. ^ Ciabattini
M. e il re avevano un colloquio privato due volte alla settimana, il lunedì e
il giovedì. L'unica persona ammessa era il Ministro della Real Casa. Iniziati,
gli incontri proseguirono ininterrottamente fino al , per ventuno anni.
Ciabattini. ^ Ciabattini Poi arrestato dai tedeschi e trucidato alle Fosse
Ardeatine). ^ Benito M., Memoirs, Weidenfeld et Nicolson, London. Il testo si
trova anche qui: MEMOIRS, su oudl.osmania.ac.in. Franco o Francesco Maugeri, su
digilander.libero Cicchino, Saverio Polito e il viaggio di Rachele a Rocca
delle Caminate su historyfilesnetwork. ^ Marco Riscaldati, DAL GRAN CONSIGLIO
AL GRAN SASSO I 50 terribili giorni che videro l’Arma protagonista, in
Notiziario storico dell'Arma dei carabinieri. ^ Sandro Russo, M. prigioniero a
Ponza, su Ponza Racconta. ^ Cfr. Fabrizio Montanari. Nenni-M., amicizia
impossibile, in Quotidiano on line 24emilia.com. ^ L'8 febbraio 1943, alla
vigilia del suo compleanno, Nenni fu arrestato dalla Gestapo a Saint-Flour, in
Rue de la Franze n.13, nella Francia di Vichy (cfr. Mimmo Franzinelli, I
tentacoli dell'Ovra: agenti, collaboratori e vittime della polizia politica
fascista, Bollati Boringhieri, Nenni, Intervista sul socialismo italiano,
Laterza). Venne condotto prima a Vichy e poi fu rinchiuso nel carcere parigino
di Fresnes per circa un mese (cfr. Enzo Santarelli, Pietro Nenni, UTET, Il 5
aprile venne consegnato dai tedeschi a due carabinieri alla frontiera del
Brennero, probabilmente su richiesta di M., che così lo salvò dalla
deportazione nei campi di concentramento nazisti. Condotto nel carcere romano
di Regina Coeli, Nenni fu poi confinato nell'isola di Ponza. ^ Cfr. Arrigo
Petacco, La Storia ci ha mentito, MONDADORI, che riporta degli appunti che il
Duce scrisse durante il crepuscolo di Salò. ^ La grande storia, Rai Tre. ^ Di
Michele, Vincenzo,, L'ultimo segreto di M., Felice, M. l'alleato: la guerra
civile, Torino, Einaudi. La Provincia autonoma di Lubiana era stata annessa
all'Italia nel 1941. De iure, continuò a essere considerata tale fra paesi
dell'Asse fino alla fine del conflitto. Ovviamente, tale annessione non era
considerata legittima dagli Alleati. ^ Renzo De Felice, M. l'Alleato, tomo II,
Einaudi. ^ Il Teatro Lirico aveva assunta la funzione della Scala, gravemente
colpita dai bombardamenti alleati. Elena Aga Rossi e Bradley F. Smith
Operazione Sunrise, Mondadori. ^ Mack Smith, "La ragione offerta (in cui è
difficile scorgere un qualsiasi senso logico) fu lo shock subito
nell'apprendere che i tedeschi erano scesi a patti senza informarlo". ^
Per l'intera vicenda, cfr. Fabio Andriola, Appuntamento sul lago e Carteggio
Segreto Churchill M., SugarCo. ^ Mack Smith, . ^ Secondo, fra gli altri,
Raffaele Cadorna (La riscossa: dal 25 luglio alla liberazione, Milano), Leo
Valiani (Tutte le strade conducono a Roma, Firenze) e Silvio Bertoldi (La
guerra parallela, Milano 1996), M. avrebbe appreso il 25 aprile della decisione
del CLNAI di giustiziarlo. Secondo Silvestri (Turati l'ha detto: socialismo e
democrazia cristiana, Milano, ), che però è fonte isolata, avrebbe proprio
confidato questa valutazione. ^ Fabio Andriola, Appuntamento sul lago e
Carteggio Segreto Churchill M., entrambi per i tipi della SugarCo. ^ Pier Luigi
Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo: la fine di M., ed. MondadoriChe a
seguito dell'armistizio aveva per decreto luogotenenziale assunto tutti i
poteri costituzionali. ^ Comandante del Corpo Volontari della Libertà ^
Raffaele Cadorna, Milano, La riscossa: dal 25 luglio alla liberazione, . Per la
sintesi del vasto relato del generale, si è fatto riferimento a Ray Moseley
(M., Taylor Trade Publications). Audisio, In nome del popolo italiano, Edizioni
Teti. ^ Fondazione ISEC - cronologia dell'insurrezione a Milano.. Fondazione
ISEC - cronologia dell'insurrezione a Milano.. ^ Vincenzo Costa L'ultimo
federale, il Mulino. Sempre secondo Costa, nell'attentato partigiano erano
morti cinque soldati tedeschi della Propaganda Staffel e due popolane milanesi.
Una trentina fra civili e militari germanici erano i feriti. ^ Giorgio Pisanò,
Storia della guerra civile in Italia, fotografie Fra i molti testimoni, era
presente anche il giornalista Indro Montanelli. ^ L'autopsia effettuata sul
corpo di M.., Controstoria. ^ Filmati e foto d'epoca girati a Piazzale Loreto -
Milano e all'obitorio.. ^ Tettamanti Franco, , commando a Musocco Rubata la
salma del duce, in Corriere della Sera. Ex multis, recentemente, Pasquale Chessa,
Guerra civile. Casini Editore, Santarcangelo di Romagna collana Frammenti di
storia. ^ Come ravvisabile ad esempio nel discorso pronunciato da M. a Milano.
^ Domenico Venturini con prefazione di Amilcare Rossi. Pubblicazioni d'Opere
per l'incremento della Letteratura fascista. Dante Alighieri e Benito M. .
Roma, Casa Editrice Nuova Italia Gervaso, Il dito nell'occhio, Rusconi. ^ Renzo
De Felice, M. il rivoluzionario, Einaudi .. ^ Copia archiviata, su cssem.org.
Baioni. Risorgimento in camicia nera. Studi, istituzioni, musei nell'Italia
fascista. Roma, Carocci, . ^ Brano tratto da La Dottrina del fascismo, di
Giovanni Gentile e Benito M., ( cfr.(archiviato dall'url originale il 30 marzo
2009).), sviluppata sin dal 1929, inserito nell'edizione de L'Enciclopedia
Italiana: «Regimi democratici possono essere definiti quelli nei quali, di
tanto in tanto, si dà al popolo l'illusione di essere sovrano, mentre la vera
effettiva sovranità sta in altre forze talora irresponsabili e segrete. La
democrazia è un regime senza re, ma con moltissimi re talora più esclusivi,
tirannici e rovinosi che un solo re che sia tiranno. Il fascismo respinge nella
democrazia l'assurda menzogna convenzionale dell'egualitarismo politico e
l'abito della irresponsabilità collettiva e il mito della felicità e del
progresso indefinito. Ma, se la democrazia può essere diversamente intesa, cioè
se democrazia significa non respingere il popolo ai margini dello stato, il
fascismo poté da chi scrive essere definito una 'democrazia organizzata,
centralizzata, autoritaria.» ^ Emilio Gentile, La Grande guerra e la
rivoluzione fascista, su treccani.it. «Ateo militante negli anni giovanili,
quando era socialista rivoluzionario, dopo la conversione all’interventismo e
l’espulsione dal Partito socialista, M. era rimasto ateo, anticlericale e
pagano, e tale si professava quando diede vita al fascismo: «Noi» scriveva
all’indomani della sconfitta» ^ Emilio Gentile, La Grande guerra e la
rivoluzione fascista, su treccani.it. «Pochi mesi dopo, nell’agosto, M.
inneggiava all’impero spirituale del cristianesimo «che non ha territori, ma ha
ancora un’idea nella quale si raccolgono quattrocento milioni di uomini sparsi
sulla faccia della terra»: «È un impero che conta oramai la sua vita a
millenni. Sui flutti agitati della storia è ancora la barca del divino ebreo
Gesù quella che galleggia meglio di tutte le altre»64. E un mese dopo, M.
ripudiava l’anticlericalismo e l’anticattolicismo» ^ Fonte: Corriere della Sera
M. rubacuori. Ha avuto 15 amanti".. ^ M. Sarfatti The Life Of Benito M.
scaricabile. ^ Mimmo Franzinelli, Il duce e le donne. Avventure e passioni
extraconiugali di M., Mondadori, Luzzatto, Così il Duce distrusse la famiglia
segreta, su archiviostorico.corriere.it, Archivio storico del Corriere della
Sera.Pieroni, La vera storia del bigamo Benito, su archiviostorico.corriere.it,
Archivio storico del Corriere della Sera. Zeni, La moglie di M., Trento, Effe e
Erre, Serri, Claretta l'hitleriana, Longanesi Bertotto, Tutti i fgli di Benito
M. Voceditalia.it, su voceditalia.it. ^ Claretta Petacci, M. segreto. Diari
1932-1938, Rizzoli, È morta Elena Curti, la figlia naturale di M., in
repubblica.it Festorazzi, La pianista del duce. Vita, passioni e misteri di
Magda Brard, l'artista francese che strego Benito M., Milano, Simonelli
Spinosa, I figli del duce, Milano, Rizzoli, 1983 Milleduci. Si è spenta Curti,
figlia naturale del dittatore. Da Albino Benito a Glauco di Salle e Asvero
Gravelli, chi sono i M. illegittimi, segreti e sospetti., su tag43.it. ^ M. : una
figlia segreta da una pianista, su news.ch. Quirinale: dettaglio decorato..
Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, Diggins, L'America, M. e il fascismo,
Laterza. ^ Saggio per l'Enciclopedia italiana scritto insieme a Giovanni
Gentile. Bibliografia Antonella Astorri, Patrizia Salvadori, Storia Illustrata
della prima guerra mondiale, Giunti Editore, 2Badoglio, L'Italia nella seconda
guerra mondiale, Milano, Mondadori. Bollone, Le ultime ore di M., Milano,
Mondadori, Bollone, La psicologia di M., Milano, Mondadori, Stelle, Dongo: la
fine di M., Milano, Mondadori, 1962. Giorgio Bocca, M. socialfascista,
Garzanti, Milano, Mauro Canali, Il delitto Matteotti, Il Mulino, 2004. Giovanni
Cecini, I soldati ebrei di M., Milano, Ugo Mursia Editore, Ciabattini, Il Duce,
il Re e il loro 25 luglio, Bologna, Lo Scarabeo, Collier, Duce! Duce! Ascesa e
caduta di Benito M., Ugo Mursia Editore, Felice, M. il rivoluzionario: , Giulio
Einaudi Editore Felice, M. il fascista, Giulio Einaudi Editore, 1995. Renzo De
Felice, M. il duce, Giulio Einaudi Editore. Renzo De Felice, M. l'alleato,
1940-1945, Giulio Einaudi Editore. Renzo De Felice, Storia del Fascismo,
Luce/Libero, 2004. Valentina De Giorgi, M. . Glorie e disonori del primo
Novecento italiano, Alpha Test, 2004,Boca, Italiani, brava gente? Un mito duro
a morire, Vicenza, Neri Pozza, Fiorani, Alessandra Minerbi, Storia Illustrata
del Nazismo, Giunti Editore, 2002. Flavio Fiorani, Storia Illustrata del
Ventesimo Secolo, Giunti Editore, 2000. Flavio Fiorani, Storia Illustrata della
seconda guerra mondiale, Giunti, Franzinelli, Il duce proibito: le fotografie
di M. che gli italiani non hanno mai visto, Milano, Mondadori, Franzinelli,
Fascismo anno zero. 1919: la nascita dei Fasci italiani di combattimento,
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Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Mustè: la ragione conversazoinale e l’implicatura
conversazionale nella filosofia dell’idealismo italiano – il dialogo di Socrate
e il dialogo di Gentile – la scuola di Roma – filosofia romana -- filosofia
lazia – lingua lazia -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Flosofo italiano. Roma, Lazio. Laurea in
filosofia con la tesi, “Marx,” borsista dell'Istituto italiano per gli studi
storici di Napoli, dove ha svolto attività didattica e di ricerca, collaborando
con Gennaro Sasso. Redattore della “nuova serie” della “Rivista trimestrale”.
Consegue il titolo di dottore di ricerca alla Sapienza. Lavora alla
"Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici"
dell'Università "La Sapienza" in qualità di “Segretario e Curatore
dell'archivio e della biblioteca di Gentile”. È stato professore a contratto di
Storia della filosofia. Insegna a Roma. È membro del Consiglio
scientifico della Fondazione Gramsci e della Commissione scientifica per la
Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci. Ha collaborato con
l'Enciclopedia Italiana, in particolare ai volumi: Il contributo italiano alla
storia del pensiero. Filosofia (ottava appendice), Enciclopedia machiavelliana
e Croce e Gentile. La cultura italiana e l'Europa. Ha diretto la rivista
"Novecento". Fa parte del Comitato scientifico di alcune riviste, tra
cui: "Giornale critico della filosofia italiana", "Annali della
Fondazione Gramsci", “La Cultura”, “Filosofia italiana”. Scrive su diverse
riviste scientifiche, tra le quali, con maggiore continuità: "Giornale
critico della filosofia italiana", "La Cultura", "Studi
storici", "Filosofia italiana". Nel è stato nominato dal Ministero dei beni
culturali Segretario del "Comitato nazionale per il bicentenario della
nascita di Bertrando Spaventa". Dal
al ha insegnato Ermeneutica
filosofica, in qualità di Visiting Professor, alla Pontificia Università
Antonianum. Ricerche Le sue ricerche si sono rivolte alla storia della
filosofia italiana, con contributi dedicati all'idealismo e al marxismo. Per
quanto riguarda l'idealismo italiano, ha indagato i momenti e le figure
fondamentali (sino al profilo complessivo) e le premesse nella filosofia
dell'Ottocento, specie in relazione al pensiero di Vincenzo Gioberti
(soprattutto con il libro su La scienza ideale). Di particolare interesse gli
studi su Bertrando Spaventa e le monografie su Omodeo e Croce. Ha dedicato
saggi e ricerche al pensiero di Antonio Gramsci e ad altri momenti del pensiero
marxista italiano: del è la monografia
su Marxismo e filosofia della praxis, che ricostruisce la storia del marxismo
italiano da Labriola a Gramsci. Sono noti i suoi studi sul pensiero politico
nell'Italia contemporanea, con particolare riguardo alle figure di Rodano,
Balbo, Noce. Ha approfondito lo studio dell'opera di Marx e in generale
la storia della filosofia tedesca tra Hegel e Nietzsche. Particolare
attenzione ha poi rivolto (con il libro
su La storia e con altri scritti, tra cui quelli sull'evento e sulla
teoria delle fonti) alle questioni specifiche della teoria della storiografia.
Metodi Conduce l’indagine teoretica in stretta relazione con gli studi di
storia della filosofia e di storia della storiografia, in generale nell’ambito
della storia delle idee, adottando un metodo storico-critico che spesso
privilegia l’uso di fonti archivistiche e di documentazione inedita. Il suo
metodo cerca di coniugare l'analisi strutturale delle opere filosofiche con la
ricerca filologica sulle fonti e sulla tradizione dei testi, con particolare
riguardo ai processi di lungo periodo della filosofia italiana moderna e contemporanea. Saggi:“Storiografia”
(Mulino, Bologna); “Croce, Morano, Napoli
Franco Rodano. Critica delle ideologie e ricerca della laicità” (Mulino,
Bologna); “Carteggio Croce-Antoni, Mulino, Bologna Politica e storia in Bloch,
Aracne, Roma La scienza ideale. Filosofia e politica” (Rubbettino, Soveria
Mannelli, Franco Rodano. Laicità, democrazia, società del superfluo, Studium,
Roma Grice: “’superfluo’ is possibly one of the most unsuperfluous words in the
Italian philosophical dictionary – cf. “I was in New York, which was black
out.” -- Gioberti, Il governo federativo” (Gangemi Roma) – nazione e stato
federale – federazione, governo federativo -- Rodano, Cristianesimo e società opulenta,
Edizioni di storia e letteratura, Roma, Il giudizio sul nazismo. Le
interpretazioni -- La storia: teoria e metodi, Carocci, Roma, La filosofia
dell'idealismo italiano, -- Grice: “filosofia” is superfluous here, seeing that
idealism already ENTAILS philosophy!” -- Carocci, Roma, Croce, Carocci, Roma
Tra filosofia e storiografia. Hegel, Croce e altri studi” (Aracne, Roma); “La
prassi e il valore -- la filosofia dell'essere” Aracne, Roma “Filosofia della
praxis” Viella, Roma); “In cammino con Gramsci, Viella, Roma. L'ermeneutica, in
«Rivista trimestrale», Il problema del mondo nel «Tractatus» di Wittgenstein,
in «Rivista trimestrale», Le fonti del giudizio marxiano sulla rivoluzione
francese in «Annali dell'Istituto
Italiano per gli Studi Storici», L'orizzonte liberale di Dahrendorf, in
«Critica marxista», Sturzo e il popolarismo – POPOLARISMO -- nel giudizio, in
Sturzo e la democrazia europea, Laterza, Roma-Bari, Croce e il problema del
diritto, in «Novecento», Metodo storico e senso della libertà” “La storiografia
crociana, in «La Cultura», Omodeo. Il pensiero politico, in «Annali
dell'Istituto Italiano per gli Studi Storici», Libertà e storicismo assoluto:
per un'interpretazione del liberalismo di Croce, in Croce e Gentile fra
tradizione nazionale e filosofia europea, Riuniti, Roma, “La società civile
democratica, in «Novecento», Sul
giudizio politico, in «Novecento», Il marxismo politico nell'interpretazione di
Noce, in «Poietica», Gioberti e Cartesio, in Bibliopolis, Napoli, Comunismo e
democrazia, in La democrazia nel pensiero politico del Novecento” (Aracne, Roma);
Guido Calogero, in «Belfagor», Gioberti e Leopardi, in «La Cultura», Verità e
storia, in «Storiografia», “La morale”, Rosmini e Gioberti. G. Beschin e L.
Cristellon, Morcelliana, Brescia, Il destino dell'evento nella nuova storia”
francese, in «La Cultura», Carattere e svolgimento delle prime teorie estetiche
di Croce, «La Cultura», Liberalismo
etico e liberismo economico, in Croce filosofo liberale, -- cf. Grice, “Do not
multiply liberalisms beyond necessity: ‘liberalismo semiotico’” – Grice: “Muste
is very witty in distinguishing between liberalism and liberrism!” Reale, LUISS
University Press, Roma, La teoria della storia in Croce, in «Giornale critico
della filosofia italiana», L'idea di “Risorgimento” in Gioberti, in «Quaderni
della Fondazione Centro Studi Noce», Il significato delle fonti storiche, in
«La Cultura», La storia: teoria e
metodi, in «History and Theory», Il passaggio all'anti-fascismo di Croce, in
Anni di svolta. Crisi e trasformazione nel pensiero politico della prima età
contemporanea, Sciullo, Rubbettino, Soveria Mannelli, Alterità e principio del
dialogo in Calogero, in L'idea e la differenza. – principio dialogo – il noi --
Noi e gl’altri, ipotesi di inclusione nel dibattito contemporaneo, M.P.
Paternò, Rubbettino, Soveria Mannelli Il principio del nous nella filosofia di
Calogero, in «La Cultura», La filosofia come sapere storico, in Il Novecento di
Garin. Atti del Convegno di studi, Vacca e Ricci, Istituto della Enciclopedia
Italiana, Roma, Gioberti, in Il contributo italiano alla storia del pensiero.
Filosofia, M. Ciliberto, Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma, Lo
storicismo italiano nel secondo dopoguerra, in Il contributo italiano alla
storia del pensiero. Filosofia, M. Ciliberto, Istituto della Enciclopedia
Italiana, Roma, Il problema della libertà nella filosofia di Scaravelli, in «La
Cultura», La libertà del volere nella filosofia di Croce, in Filosofia e
politica. Cesarale, M., Petrucciani, Mimesis, Milano, Il senso della dialettica
nella filosofia di Spaventa, in "Filosofia italiana", apr. Storia, metodo, verità, in «La Cultura»,,
Gentile e Marx, «Giornale critico della filosofia italiana», Togliatti e Luca,
«Studi storici», Gentile e Socrate, (Grice: cf. caricature of Gentile as
Aristotele in ‘La scuola d’Atene”) -- in La bandiera di Socrate. Momenti di
storiografia filosofica italiana nel Novecento, Spinelli e F. Trabattoni,
Sapienza Università, Roma, Gentile e Gioberti, «La Cultura», Gramsci, Croce e
il canto decimo dell’Inferno di Alighieri, «Giornale critico della filosofia
italiana»,, Spaventa e Gioberti, «Studi storici»,, La presenza di Gramsci nella
storiografia filosofica e nella storia della cultura, «Filosofia italiana»,
Dialettica e società civile. Gramsci “interprete” di Hegel, «Pólemos. Materiali
di filosofia e critica sociale», Marx e i marxismi italiani, «Giornale critico
della filosofia italiana», La “via alla
storia” di Ginzburg, in Streghe, sciamani, visionari. In margine a Storia
notturna di Ginzburg, Presezzi, Viella, Roma, Filosofia e storia della
filosofia nella riflessione di Sasso, «Filosofia italiana», Opere Sapienza
Roma. Dipartimento di studi filosofici ed epistemologici, su lettere uniroma1.
Intervista sulla storia della "Rivista trimestrale" Intervista di M.
su Croce del //diacritica/ letture-critiche/lo-
storicismo-di-croce-e-la-morte-della- metafisica-intervista-a- M. Socrate e
Gentile. Se consideriamo i libri custoditi presso la biblioteca personale di Gentile,
troviamo, a proposito di Socrate, soprattutto opere di autori italiani, con
alcuni dei quali da tempo era in corrispondenza: oltre le vecchie versioni di Ferrai
(Padova), vi figurano le edizioni dell’Apologia curate da Acri (riproposta da
Guzzo) e da Manara Valgimigli (Bari); le opere di Giovanni Maria Bertini (fra
cui l’edizione di Senofonte), che, come si dirà, avevano occupato la critica di
Bertrando Spaventa; quindi i libri che via via, nella prima metà del secolo,
erano apparsi in Italia: quelli di Zuccante, che Tocco aveva presentato alla
Reale Accademia dei Lincei, poi quelli di Covotti, Mignosi, Labriola, Banfi,
Levi, Brocchieri. Ma a proposito di
Socrate, Gentile utilizzò anche altri mo- menti della storiografia filosofica
italiana, appoggiandosi, per esem- pio, ad alcuni testi dello storico del
cristianesimo Alessandro Chiap- pelli e del romanista Pascal. Se allarghiamo lo
sguardo oltre i confini nazionali, i riferimenti principali rimangono quelli di
Zeller (a cui si era prevalente- mente richiamato Spaventa), ma anche di
Gomperz e di Tannery. Di Zeller, Gentile possede i primi due volumi
dell’edizione Mi piace ricordare che la ricerca su libri, opuscoli e
periodici posseduti da Gentile 1 può ora essere svolta online sul sito della
Biblioteca di Filosofia della Sapienza di Roma, grazie al lavoro di
digitalizzazione del catalogo compiuto sotto la direzione del dott. Gaetano
Colli: cfr. Colli. Anche il catalogo dei corrispondenti dell’archivio di
Gentile (custodito presso la “Fondazione Giovanni Gentile per gli Studi Filosofici”
a Villa Mirafiori) è consultabile nel progetto “Archivi on-line” del Senato
della Repubblica. italiana della Filosofia dei Greci curata da Mondolfo;
e di Tannery conservava la seconda edizione, di Pour l’histoire de la science
hellène, che la moglie Erminia aveva donato, con dedica, al figlio Giovannino.
A Zeller, come si sa, dedicò un ampio necrologio nel quale elogiò la sua opera
di storico criticandone tuttavia i princìpi neokantiani2; e avvicinandovi, ap-
punto, i nomi di Tannery e quello, «così geniale», di Gomperz. Proprio a
Gomperz, d’altra parte, aveva fatto un più che positivo riferi- mento nella
prolusione palermitana su Il concetto della storia della filosofia, dove parlò
di un «concetto equivalente al mio, che nella storia della filosofia si
riassuma tutta la storia dell’umanità»4; e, nella lunga recensione che nel 1909
dedicò al Socrate di Zuccante, ne parlò come di «uomo di gusto», sia pure privo
del «bernoccolo del filosofo», assumendone soprattutto la critica della
testimonianza di Senofonte. Gentile si trovò di fronte, fin dalla giovinezza,
due modelli inter- pretativi, tra loro, per altro, connessi. In primo luogo le
pagine che Ber- trando Spaventa aveva dedicate a Socrate, dapprima discu- tendo
sulla “Rivista contemporanea” la memoria torinese di Giovanni Maria Bertini
Considerazioni sulla dottrina di Socrate6, poi nel grande corso sulla filosofia
italiana, dove aveva aggiunto, come appendice, lo Schizzo di una storia della
logica, nel quale riprendeva il tema socratico7. Il secondo riferimento è
Labriola, la cui memoria su La dottrina di Socrate era stata ripubblicata da
Benedetto Croce per l’editore Laterza. Per quanto, in maniera caratteristica,
nel discorso preliminare del all’edizione degli Scritti filosofici di Spaventa,
si limitò a un breve cenno alla discussione con Bertini8, e anche nella
Prefazione al Gentile. Bertini. Ma la memoria, a cui Spaventa si riferisce, era
stata presentata in una seduta. Poi in Bertini. Da una lettera a Spaventa, si
apprende che l’articolo di Bertrando era solo il primo di una serie di scritti
socratici, che poi non realizzò: cfr. Spaventa La filosofia italiana nelle sue
relazioni con la filosofia europea, in Spaventa Gentile Gentile e Socrrate
volume Da Socrate a Hegel mancò di entrare nel merito della questione9, è da
ritenere, per le ragioni che si vedranno, che l’influenza spaven- tiana pesasse
in maniera determinante nella sua prima lettura di Socrate. Spaventa confuta
l’interpretazione di Bertini, cercando di definire i rapporti, da un lato, tra
Socrate e la filosofia antica, e, d’altro lato, tra Socrate e la filosofia
moderna. Per tale confutazione, si era appoggiato al capitolo hegeliano delle
Le- zioni sulla storia della filosofia e all’opera di Zeller, ma anche, per
deter- minare i caratteri generali del pensiero greco, alla traduzione francese
di Claude Joseph Tissot della Storia della filosofia di Heinrich Ritter10.
Tuttavia, la lettura di Socrate risultò ben diversa da quanto quei libri
potevano suggerirgli. Possiamo dire, in breve, che se per Hegel è Parmenide il
vero iniziatore della filosofia, perché ha sollevato il pensiero alla massima
astrazione dell’essere11, per Spaventa la filosofia inizia propriamente con
Socrate, che ha scoperto la dimensione del “concetto”, superando il naturalismo
immediato della precedente vita greca. La critica a Bertini si appuntava su
questo aspetto. Per Bertini, di fronte all’attacco dei sofisti, Socrate aveva
restaurato l’ethos greco, sal- vandolo dalla dissoluzione. Per Spaventa, le
cose andavano diversa- mente. Non solo Socrate non aveva restaurato la vita
greca, ma le aveva inferto «il vero colpo di grazia» (La dottrina di Socrate,
in Spaventa), ponendo un nuovo principio, quello della «soggettività
universale»: caratterizzata la filosofia presocratica come indistinzione
immediata di pensiero ed essere, Socrate aveva inaugurato l’antitesi dei due
termini, senza tuttavia trovarne l’unità e la sintesi, e anzi la- sciando al
pensiero moderno questo compito ulteriore. I sofisti, dun- que, lungi
dall’essere dei distruttori, si presentavano quali profondi innovatori, anche
se il loro soggettivismo era piuttosto un individuali- smo, fermo alla
dimensione naturale ed empirica dell’individuo. So- crate trasformava, con la
dottrina del concetto, questo individualismo in un autentico, universale
soggettivismo: «in questo senso» – scriveva Spaventa – «Socrate e Cartesio, che
che ne dica il professor Bertini, si rassomigliano». Spaventa Parmenide,
Hegel [Ritter Cfr. Hegel Ma soprattutto, per il riferimento a Da questo
punto di vista, Socrate non appariva affatto come un fi- losofo pratico o
morale, ma come un filosofo schiettamente teoretico. Più precisamente, il
carattere della sua filosofia veniva indicato in un radicale formalismo.
Bisogna prestare attenzione all’uso che Spaventa fece di questa espressione,
per certi versi anticipando i temi della sua riforma della dialettica.
Formalismo significava che Socrate, scoprendo il principio nuovo della
«soggettività universale», lo riconosceva solo nella forma, nell’attività dialogica
della ricerca della verità, in quanto presupponeva, alla maniera di tutto il
pensiero antico, il contenuto og- gettivo e naturale: se per i moderni,
scriveva, la soggettività è non solo «universale» ma «assoluta», «il puro
rapporto del pensiero a se stesso», per Socrate «non è già il soggetto che
determina l’essere oggettivo, ma l’essenza oggettiva delle cose che determina
il soggetto». La visione moderna – per cui, come si chiarirà nella riforma
della dialet- tica, il pensiero è negazione determinante dell’essere -- appariva
qui rovesciata, nel senso che l’essere si delineava come il cercato, come la
verità ideale del soggetto. Questa tesi del formalismo era quella vera- mente
decisiva nell’interpretazione di Spaventa, poiché a essa veni- vano ricondotti
tutti i temi della riflessione socratica: l’induzione, il dialogo, l’ironia, e
poi soprattutto l’ignoranza, interpretata come con- sapevolezza della mancanza
di verità del soggetto, quasi come ammis- sione del limite storico della
propria posizione. E ancora, l’eudemoni- smo socratico diventava (seguendo qui
i Magna moralia) l’assenza del concetto del Bene e, quindi, la sua
identificazione con l’utile. Infine, ed è un altro aspetto di rilievo (e qui la
fonte era in parte aristotelica in parte hegeliana), mancava in Socrate la
psicologia, cioè la cognizione della parte irrazionale dell’individuo, delle
passioni: la sua soggettività «universale» non riusciva a cogliere né il
contenuto del concetto né la base irrazionale dell’individuo, restando sospesa
tra il particolare e l’universale e non potendo intravedere la sintesi e
l’unità tra i due momenti, cioè l’autentica realtà e immanenza del concetto.
Nella memoria su La dottrina di Socrate, con la quale vinse il premio della
Regia Accademia di Scienze Morali e Politiche di Napoli, Labriola non citò mai
lo scritto di Spaventa, ma certo ne riprese [Si veda per questo aspetto Mustè
La dottrina di Socrate, in Spaventa. Gentile e Socrate 43 almeno un paio di
aspetti14. In primo luogo riprese la tesi del formali- smo, a cui dedicò la
parte centrale dello scritto e che anzi sviluppò fino alle conseguenze estreme,
mostrando come «il suo di Socrate sapere è pura esigenza» e «quello che egli
cerca deve ancora trovarlo» (Labriola). In secondo luogo, insisté sulla
mancanza in Socrate di ogni notizia di psicologia, con accenti e motivi molto
simili a quelli che Spaventa aveva adoperato nella polemica con Ber- tini. Ma
certo mutava il quadro complessivo dell’interpretazione, anzi tutto per la
scelta, molto radicale, di affidarsi esclusivamente o quasi alla testimonianza
di Senofonte, non attribuendo, scriveva, «a Socrate nessun principio, massima,
o opinione che non sia, o esplicitamente riferita, o indirettamente accennata
da Senofonte»; poi per il fatto che la tesi spaventiana del formalismo serviva
ora a recidere i rapporti tra Socrate e la tradizione filosofica presocratica
(ibid., 555), superando il problema stesso che aveva animato la discussione tra
Spaventa e Bertini. Per Labriola, Socrate non era affatto un filosofo: «Socrate
come semplice filosofo – scriveva – è un parto d’immagina- zione» (ibid., 569);
e tanto meno poteva essere considerato come «il creatore del principio della
soggettività», neanche di una soggettività «universale» come quella di cui
Spaventa aveva parlato. Al contrario, la figura di Socrate era ricondotta a due
linee fondamen- tali di lettura, tra loro convergenti: da un lato il processo
di sviluppo della religione greca, dove Socrate aveva inserito l’idea della
divinità «come intelligenza autrice e reggitrice del mondo», riuscendo per
questo «a isolare la sfera morale dalla naturale; d’altro lato, in relazione
agli studi che allora conduceva per «una storia dell’etica greca» interpretò
Socrate come concreta espressione della crisi della storia greca, come
l’emergere di una colli- sione tra forma della tradizione e volontà
dell’individuo: per cui, sorge nell’individuo «il bisogno di rifarsi da sé
quella certezza» che l’opinione comune ha smarrito, tornando a porre, con
l’esercizio del dialogo, le[ L’interpretazione di Labriola è stata analizzata
da Cambiano, Il Socrate di Labriola e la storiografia tedesca e da Spinelli,
Questioni socratiche: tra Labriola, Calogero e Giannantoni che si leggono
rispettivamente nel primo e nel terzo volume di Punzo3, Spinelli ricorda
opportunamente un breve quanto penetrante articolo di Giannantoni, Il Socrate
di Labriola, apparso nel supplemento di “Paese sera”. Tra gli altri studi, mi
limito a ricordare Cerasuolo, e le lucide osservazioni di Poggi domande
induttive sulla definizione, sul «cosa è» la giustizia, la virtù, la santità.
Per certi versi, Labriola seguiva la linea interpretativa di Spa- venta, ma ne
modificava la prospettiva, calando Socrate non più nel centro problematico
della storia della filosofia ma in quello della vita religiosa e sociale del
mondo greco. A prescindere dallo sviluppo peculiare che ebbe nella memoria di
Labriola, la tesi spaventiana del formalismo di Socrate restò alla base delle
prime riflessioni di Gentile. Già nella tesi di laurea su Rosmini e Gioberti –
dove il problema principale, sulle orme di Donato Jaja, era quello
dell’intuito, e quindi della profonda differenza tra l’intuito ro- sminiano
dell’essere puro e quello, platonico ma soprattutto prove- niente da
Malebranche, delle idee determinate e formate (Gentile) – i riferimenti a
Socrate risentono della discussione di Spa- venta con Bertini. Lo si vede,
soprattutto, nella nota che inserì per di- scutere la memoria di Aurelio
Covotti Per la storia della sofistica greca. Studi sulla filosofia teoretica di
Protagora (pubblicata nel 1896 negli “An- nali” della Regia Scuola Normale
Superiore di Pisa), dove, criticando le interpretazioni di Wilhelm Halbfass e
di Theodor Gomperz, ribadì la necessità di distinguere l’individualismo empirico
di Protagora dal soggettivismo di Socrate, pur sottolineando la sua distanza
dal kanti- smo, mancando ancora in Socrate «il concetto del pensiero come pro-
duttività» (Gentile). Una lettura, questa, che trovò poi uno sviluppo più
organico nella recensione al Socrate di Zuccante, dove criticò
«l’interpretazione soggettivistica» di Protagora, che l’autore aveva dato,
insistendo piuttosto sul rapporto con Demo- crito: con riferimento a un
articolo di Victor Brochard, affermò anzi che la tesi dello storico francese
andava «rovesciata», perché non Demo- crito aveva appreso da Protagora i
princìpi della gnoseologia sofistica, ma viceversa questo, Protagora, era stato
«scolaro» di quello, di Democrito (Gentile). Questo tema del rapporto tra
Socrate e Protagora era d’altronde essenziale nell’equilibrio del libro, perché
tanto Rosmini che Gioberti avevano appunto confuso i due momenti
(l’individualismo e il soggettivismo), lasciando oscillare la figura di Socrate
tra Protagora e Platone: «il Gioberti» – spiegava Gentile Gli articoli di
Brochard vennero ristampati in Brochard (ma si veda la 4° edizione ampliata,
Paris, con l’introduzione di Delbos). Gentile e Socrate 45 «come il
Rosmini, non conosce altro soggettivismo che il falso antro- pometrismo
protagoreo», e perciò, aggiungeva, si vede costretto a tro- vare in Socrate
Platone, «altrimenti del maestro di Platone non si fa che una ripetizione di
Protagora» (Gentile). Alla maniera di Spaventa, insomma, il soggettivismo di
Socrate non andava confuso né con l’individualismo di Protagora né con la
successiva dottrina pla- tonica delle idee. Questo atteggiamento spiega anche
la presenza di Socrate nel saggio su La filosofia della prassi, dove, per
dimostrare che Marx aveva assunto il concetto della prassi dall’idealismo, e
non dal mate- rialismo, chiamò in causa il «soggettivismo di Socrate», facendo
dell’antico filosofo greco il primo idealista, anzi il primo teorico della
praxis: perché, spiegava Gentile, Socrate non concepiva la verità come un bene
formato da trasmettersi, ma come il risultato di un «personale lavorio
inquisitivo», cioè del dialogo e dell’arte maieutica: «il sapere – concludeva –
importava per Socrate un’attività produttiva, ed era una soggettiva
costruzione, una continua e progressiva prassi» (Gentile). Altrove scriveva che
il merito di Socrate «consiste appunto nel superamento di quella dualità di
volontà e intelletto, che è presup- posta così dal determinismo come dal
concetto del libero arbitrio»: e arrivava ad affermare che, se avesse
approfondito questo aspetto, sa- rebbe stato condotto «al concetto hegeliano
dell’unità di libertà e ne- cessità razionale» (Gentile). Di questa singolare
definizione di Socrate come primo idealista, Gentile darà una spiegazione, nei
Discorsi di religione, quando dirà che, con Socrate, «la filosofia acquista
coscienza del suo carattere idealistico», anche se questa co- scienza «si
oscurerà tante volte nel corso del suo sviluppo storico»: e quasi per dare un
esempio di tale oscuramento, ricordava l’«idealismo ancora naturalistico» di
Platone e Aristotele, che aveva ricompreso l’intuizione socratica nel realismo
del «mondo delle idee» e in quello di «Dio, forma o atto puro, o pensiero del
pen- siero. . Questi primi riferimenti, in larga parte ispirati dalla posizione
di Spaventa, cominciarono a complicarsi negli anni appena successivi, quando
Gentile iniziò a elaborare la filosofia dell’atto puro, e quindi, bisogna
aggiungere, ad approfondire la distanza tra dialettica del pen- sato e
dialettica del pensare, tra pensiero antico e pensiero moderno. Un preludio
della successiva lettura di Socrate può essere indicato, d’altronde,
nella lunga recensione al Socrate di Zuccante, dove Gentile, richiamandosi
implicitamente (senza mai citarla) alla posizione di Spaventa, chiarì due aspetti
fondamentali della pro- pria interpretazione. In primo luogo, in un passaggio
di particolare im- portanza, rielaborò e chiarì la tesi del formalismo
socratico, definito appunto come la sua «gloria». Scrisse infatti: la verità è
che la ricerca socratica è prevalentemente umana, perché l’uomo coi sofisti era
venuto al primo piano della speculazione, segna- tamente nella rettorica. E lo
stesso tentativo di sollevare a scienza la rettorica, operato dai sofisti, ne
mette a nudo l’essenziale formalismo, e fa sentire il bisogno di quella più
schietta e più concreta scienza dello spirito, che Socrate persegue col suo
motto divino: conosci te stesso. Qui è la radice dell’unità del suo interesse
speculativo, teorico, e del suo interesse morale, pratico: qui anche la radice
del formalismo spe- culativo e morale, a cui s’arresta lo stesso Socrate. Il
quale supera la forma rettorica con l’affermazione del contenuto della
rettorica (giusto, ingiusto ecc.): ma di questo contenuto non definisce altro
che la forma: il concetto come universale, non intravveduto da nessuno dei
filosofi precedenti: il concetto di ogni cosa (logica) e il concetto stesso del
giusto (morale). In che consiste il valore di questa scoperta, che è la gloria
di Socrate (Gentile). In secondo luogo, stabilito il senso del formalismo
socratico, Gentile chiariva il significato della scoperta logica di Socrate,
affermando che si trattava non solo, e non tanto, della scoperta del concetto,
ma del «concetto del concetto», della «essenza dello spirito»: se i filosofi
prece- denti sempre avevano adoperato concetto e definizione, ora Socrate
sollevava il pensare a «pensiero del pensiero», conferendo agli uomini una
«seconda vista», quella della schietta universalità. Grazie a Socrate, il
pensiero diventava, per la prima volta, oggetto di sé stesso, sostituendosi
all’orizzonte della natura: e questo, oltre quello più limitativo dell’assenza
di un contenuto assoluto, era il carattere del suo formalismo, inteso appunto
come considerazione della forma logica in sé stessa. Negli scritti di questo
periodo, l’accento cominciava a battere con più forza sulla continuità tra
Platone e Aristotele, perché – scriveva – «con Aristotele [non] si fa un passo
avanti» rispetto al metodo trascen- dente di Platone (Gentile). Non solo
infatti, come precisò nella prolusione palermitana su Il concetto della
storia della filosofia, Platone aveva «trasformato» il concetto socratico in
«idee eterne e immobili, puro oggetto della mente»; ma iniziò a riportare la
filosofia di Platone alla fonte eraclitea e soprattutto a quella parme- nidea,
che ai suoi occhi costituiva il vero approdo del Teeteto e del So- fista:
«Platone» – scriveva – «non vide mai altro che l’essere immobile e realmente
immoltiplicabile, tal quale l’essere (fisico) degli Eleati. Qui si doveva
arrestare una filosofia ignara della natura dello spirito». Più che Socrate,
dunque, la filosofia di Platone in- contrava, con la teoria delle idee,
l’essere di Parmenide, superando in esso anche la primitiva lezione di Cratilo.
Fu nel primo volume del Sommario di pedagogia che il giudizio su Socrate
cominciò ad assestarsi. Gentile vi si soffermò in due diverse parti dell’opera:
in primo luogo, nella sezione su L’uomo, a proposito dei concetti; in secondo
luogo, nella parte terza, su Le forme dell’educazione. Il capitolo che dedicò
al «merito di Socrate sco- pritore del concetto» finì per risultare piuttosto
singolare. Riconobbe a Socrate il «merito straordinario» di avere affermato «il
carattere uni- versale del vero» (Gentile); ma subito aggiunse che quel con-
cetto non era poi il vero concetto, il conceptus sui, ma una forma che,
conseguita per via induttiva, con «un processo di generalizzazione», era
piuttosto irreale, astratta, lontana dalla concreta determinazione del mondo:
offrì insomma del concetto socratico una lettura singolar- mente negativa,
quasi rappresentandolo nella figura degli pseudocon- cetti o finzioni che,
nella Logica e nella Filosofia della pratica, Croce aveva teorizzato. Di più,
in un capitolo successivo, affermò che il concetto socratico, «base
dell’erronea teoria platonica e aristotelica del concetto», presupponeva la
scissione tra teoria e pratica: ne- gando dunque a Socrate proprio quel merito
che, come abbiamo osser- vato, gli aveva riconosciuto nel saggio su La
filosofia della prassi. La considerazione trovava uno sviluppo rilevante, come
si diceva, nella terza parte dell’opera, dove Gentile poneva la figura di
Socrate all’origine del concetto di «educazione negativa», collocandolo sulla
stessa linea che, nell’epoca moderna, avrebbe prodotto la «possente» opera di
Rousseau. A questo principio dell’educazione negativa, Gen- tile tornava a
rivolgere un elogio, perché capace di implicare «l’imma- nenza del divino
nell’uomo» e dunque di anticipare lo
spi- rito di libertà di Rousseau: ma anche qui osservava che Platone
aveva convertito la maieutica socratica in un innatismo delle idee, come
un ritorno dell’anima «a quella pura cognizione originaria che ella si reca in
sé dalla nascita». Una critica, d’altronde, che si legava all’idea, sostenuta
ancora nei Discorsi di religione, secondo cui il pen- siero antico non poté mai
accedere al problema morale, perché privo del principio stesso della volontà
(Gentile). In tutta la prima fase della sua riflessione, Gentile tenne fermo il
Socrate di Spaventa, cioè la tesi del formalismo e della scoperta della soggettività
universale, via via innestandovi i motivi essenziali nella propria filosofia:
così, nell’Introduzione alla filosofia parlerà di So- crate come del «primo
grande martire degl’interessi più profondi dell’uomo e della sua nobiltà e
grandezza» (Gentile), come di colui che, con il Nosce te ipsum, aveva vinto
l’antico naturalismo e sco- perto la «concezione umanistica del mondo»; e nella
più tarda Filosofia dell’arte arriverà a svolgere il motivo spaventiano (e
labrioliano) della mancanza di una psicologia in Socrate nella tesi, ben più
radicale, dell’assenza del sentimento e, in generale, del principio dell’arte
in tutto il pensiero antico (Gentile). Ma la trasforma- zione essenziale e
decisiva avvenne certamente nelle opere più siste- matiche dell’attualismo, in
modo particolare nel Sistema di logica, quando Socrate, come ora vedremo,
acquistò il volto più complesso di fondatore del logo astratto: che era uno
svolgimento dell’idea, comun- que presente in Spaventa, che proprio in lui, in
Socrate, e non in Par- menide e nei filosofi presocratici, andava indicato
l’autentico inizio della filosofia occidentale. Nella Teoria generale, dove il
problema fondamentale era quello dell’individuo e dell’individualità, si faceva
più nitido il quadro dell’intero sviluppo della filosofia greca, ponendo al
centro del natu- ralismo quella che definì «la disperata posizione di
Parmenide» (Gen- tile 1959b, 107), quintessenza dell’intero mondo mitico e
presocratico e carattere della «seconda natura» delle idee, stabilita da Platone.
Tra Parmenide e Platone, Socrate appariva come colui che aveva operato «la
netta distinzione tra genere e individuo», non riuscendo certo a trovare la
sintesi tra i due momenti, ma lasciando aperta, con il suo formalismo, tanto la
via platonica tanto quella aristotelica. Di fronte a entrambi, a Parmenide e a
Platone, Socrate era delineato come colui che «scopre il concetto come unità in
cui concorre la va- rietà delle opinioni»: affermazione di grande
significato, Gentile e Socrate
perché, almeno in senso formale, indica una rottura dell’intero natu-
ralismo antico, un presagio – se così può dirsi – della sintesi e della vera
individualità, che solo il pensiero moderno, osservando il con- cetto come
conceptus sui e come autocoscienza, arriverà, dopo il cri- stianesimo, a
compiere. Però, come si diceva, solo nei due volumi del Sistema di logica, la
figura di Socrate acquistò una nuova luce e un più preciso significato,
all’interno della dialettica del logo astratto e del logo concreto. Possiamo
dire che il punto centrale della considerazione delle forme storiche del logo
astratto è proprio il passaggio da Parmenide a Socrate, che è poi il passaggio
dal naturali- smo antico alla logica del pensiero pensato, inteso come momento
eterno e insuperabile del logo. Il punto socratico è quello fondamen- tale, se
non altro perché, superando la posizione, disperata e assurda, di Parmenide,
Socrate pone, nel concetto universale, l’intero circolo del pensiero antico,
che in Platone (con la teoria della divisione) e in Aristotele (con la teoria
del sillogismo) troverà solo uno sviluppo coerente e un adeguamento.
All’altezza della dottrina del logo astratto, Gentile segnava con meno forza,
rispetto ai testi precedenti, il distacco tra So- crate e Platone, ma indicava con
molta più forza la differenza tra So- crate e Parmenide. È vero che, in un
passaggio non privo di ambiguità, disse che Parmenide rappresentava «il
fondatore della logica dell’astratto», colui che «per primo cominciò a
intendere in tutto il suo rigore il concetto del logo quale presupposto del
pensiero» (Gentile). Ma subito precisò che tale fondazione del logo era in
verità una negazione del pensiero, perché il suo essere, privo di determina-
zione e di differenza, è in realtà mancanza di pensiero, il nulla del pen-
siero, il semplice immediato: e per Gentile, così come per Spaventa, non è
l’essere di Parmenide a segnare l’inizio della logica, come acca- deva in
Hegel, ma il concetto universale di Socrate. È con Socrate in- fatti, come
ripete più volte (concordando, per altro, con quanto Croce aveva sostenuto
nella Logica), che «nasce formalmente la scienza della logica» (Gentile), che
viene posto non «l’immediato essere astratto», ma la «mediazione», il «rapporto
tra soggetto definito e predicato onde si definisce», per cui, concludeva,
«l’astratta identità dell’essere naturale di Parmenide e di Democrito qui è
vinta». E altrove Croce.
chiariva: «la logica comincia propriamente con Socrate, quando l’es- sere
spezza la dura crosta primitiva della immediatezza naturale, in cui s’era
fissato nelle concezioni degli Eleati e degli Atomisti, e si me- dia nella
forma più elementare possibile del pensiero: identità che sia unità di
differenze» . Nel concetto socratico, nella definizione, è già tutta la logica
antica, che troverà nella dialettica platonica e nel sillogismo aristotelico
solo uno sviluppo necessario. Più precisamente, Socrate diventa, nel Si- stema
di logica, il fondatore della logica dell’astratto, che non si esprime più
nell’assurda immediatezza di A (essere naturale), ma nel rapporto A=A, che
indica il principio d’identità e l’intero «circolo chiuso», come lo definì, del
logo astratto: rapporto che è già rapporto di pensiero, perché il primo A si
distingue dal secondo A, generando la figura del giudizio, sia pure di un
giudizio analitico e definitorio. Così, il passaggio (che impegnò il secondo
volume dell’opera) dal logo astratto al logo concreto indicava anche il merito
e il limite della posizione socra- tica, il suo elogio e la sua critica: perché
il «circolo chiuso» che Socrate aveva fondato, immettendo l’uomo nella regione
del pensiero, era pur sempre un circolo, una mediazione e un movimento, e
perciò inclu- deva, sia pure in maniera inconsapevole, il riferimento del
pensato al pensare, dell’astratto al concreto. Lo includeva, come spiegò, nella
forma «mitica» di tutto il pensiero antico, non ancora come «pensa- mento del
logo astratto nel concreto», ma viceversa come «pensamento del logo concreto
nell’astratto» (Gentile). La lettura del momento socratico sembrava così
compiuta nei ter- mini fondamentali. Ma negli ultimi mesi della sua vita,
Gentile delineò una intera storia della filosofia, che doveva fare parte della
collana «La civiltà europea» della casa Sansoni, e di cui riuscì a scrivere solo
la prima parte, fino a Platone. Di questa opera, che è stata pubblicata a cura
di Bellezza, ci rimane, tra le carte del filosofo, l’in- dice dell’intero
lavoro (che si sarebbe dovuto concludere con la consi- derazione di Varisco,
Martinetti, Croce e Gentile stesso) e il manoscritto di un «prospetto» che si
riferisce alla parte successiva e non scritta sulla filosofia antica, fino alla
sezione terza, che avrebbe dovuto occuparsi di epicurei, stoici, scettici,
accademici e neoplatonici. Archivio della “Fondazione Giovanni Gentile per gli
Studi Filosofici”, manoscritti pubblicati. Gentile e Socrate 51 In questo
ultimo scritto sulla filosofia antica, Socrate diventava ve- ramente il centro
dell’intera considerazione, lo snodo decisivo tra na- turalismo e metafisica.
Più chiara e conseguente risultava, in primo luogo, la ricostruzione della
filosofia presocratica. Le due figure prin- cipali di questa epoca, Parmenide
ed Eraclito, rappresentavano due aspetti complementari della medesima
intuizione della natura e del cosmo, priva della luce del pensiero: nell’essere
di Parmenide, che è lo stesso fuoco di Eraclito fermato nel suo eterno ardere,
si riassume il peccato capitale della prima filosofia greca, che ora Gentile
definiva come «misticismo» (Gentile), come «intellettualismo» e «for- malismo»,
cioè – spiegava – come il primo esempio di una filosofia «che fa lavorare il
cervello, ma lascia, si può dire, vuoto e inerte il cuore». E tutto il
successivo atomismo, soprattutto in Demo- crito, gli appariva come l’esito naturale
di tale originaria assenza del pensiero, che finì, come doveva finire, nel
«pretto materialismo», dove «il pensiero è identico alla sensazione». S’intende
perché, nella linea che già era stata di Spaventa, Gentile riservasse parole di
elogio alla sofistica: a Protagora, come a colui che scopre «il tarlo se- greto
che rode questo essere a cui pur tutto, per chi pensa e ragiona, si riduce», e
che costituisce, dunque, tanto l’autocritica in- terna quanto il logico
compimento del naturalismo eleatico; e soprat- tutto a Gorgia, che scopre «la
potenza della parola», di quell’elemento attivo e umano che l’essere di
Parmenide non poteva includere né spie- gare: una potenza, quella della parola,
che rappresenta l’emergere di un nuovo mondo, di cui «non siamo più soltanto
gli spettatori, ma vi facciamo da attori». Sono i sofisti, perciò, che
«preparano Socrate e tutta la filosofia del logo che ne deriva», che «rendono
possibile la scoperta di questo nuovo mondo». E il capitolo su Socrate, come si
diceva, co- stituisce il cuore di tutta l’interpretazione che qui Gentile
proponeva del pensiero antico. A differenza di Labriola, anzi tutto, e in parte
an- che di Spaventa, Gentile mostrava di privilegiare nettamente il Socrate di
Aristotele, considerando inattendibile la descrizione di Senofonte, che ne fa
«un troppo bonario e grossolano pensatore», e in fondo anche quella di Platone,
che nei dialoghi presenta «un Socrate idealizzato e platonizzante»: «il Socrate
storico – scriveva – non è il Socrate platonico». «Più attendibile» dunque
Aristotele, pur «ne’ suoi cenni sommari», perché in Aristotele emerge-
rebbe la vera fisionomia di Socrate, autore di una sola ma fondamen- tale
scoperta, quella del concetto, o meglio della definizione e del giu- dizio,
cioè del pensiero: non il termine, ma il giudizio, «quel giudizio che come atto
del pensiero rivolto all’essere naturale Parmenide e i seguaci suoi avevano
dimostrato impossibile». Così Socrate
compie il «passo gigantesco», «trova il pensiero», e «il pensiero, per la prima
volta, si viene a trovare alla presenza di se stesso: di se stesso nell’oggetto
che può conoscere, e conosce».. Per questo, e solo per questo, Socrate rimane
per sempre «il modello da imitare» per ogni filosofo successivo, come «una
delle incarnazioni più splendide dell’ideale umano, se umanità vuol dire, come
vide So- crate, pensiero». La preferenza che Gentile accordava alla fonte
aristotelica derivava, d’altronde, da un lungo percorso, che aveva trovato
nella discussione con Zuccante un punto di particolare chiarezza. In quella oc-
casione, appoggiandosi ad alcune analisi di Gomperz e soprattutto di Joël,
aveva definito i Memorabili come l’opera «più sciagurata uscita dalla penna di
Senofonte: pesante, monotona, tutta infarcita di banalità e di vere caricature
dello spiritoso e malizioso dialogo socratico» (Gentile), soprattutto per la
tendenza ad attribuire a Socrate «una specie di prammatismo», eliminando
quell’elemento «logicistico» che per Gentile ne costituiva, invece, il tratto
saliente. Di conseguenza, aveva rifiutato l’intera impostazione di Labriola,
che aveva as- sunto il «Socrate senofonteo» come la pietra di paragone di ogni
altra testimonianza. Non si può tacere che, in tale uso delle fonti, si celava
una certa tendenziosità e forse qualche equivoco. Anzi tutto, come è facile
osservare, il richiamo ad Aristotele era, in verità, un riferimento quasi
esclusivo ai passi della Metafisica su Socrate come «fondatore della filosofia
concettuale» e «scopritore dell’universale» (Maier), con una larga
sottovalutazione di quanto, nella fonte aristotelica, rinviava alle dottrine
etiche e morali. Anche la contrappo- sizione fra la testimonianza aristotelica
e quella senofontea, seppure giustificata da un dibattito interpretativo allora
in corso (si pensi alle 18 Si ricordino, a questo proposito (soprattutto con
riferimento a Labriola, il cui scritto è definito «il migliore studio italiano
sull’argomento», e a Joël), le osservazioni di Calogero nella voce Socrate del
dell’Enciclopedia italiana. Gentile e Socrate diverse letture di
Döring e di Joël), trascurava i possibili legami che alcuni autori, come
Heinrich Maier o Georg Busolt, avevano stabilito tra i passi socratici di
Aristotele e i Memorabili senofon- tei19. Si trattava, insomma, di una semplificazione
del ben più arduo problema delle fonti socratiche, ma di una semplificazione
necessaria affinché, nel discorso di Gentile sulla filosofia antica, emergesse
in piena luce il posto assegnato a Socrate, come iniziatore della logica e
superatore del precedente naturalismo. Dunque Socrate appariva, nelle pagine
che ora Gentile vi dedicava, come la rappresentazione vivente della scoperta
del concetto come giudizio, e a questo principio del logo andavano ricondotti
tutti gli aspetti della biografia. Socrate fu, pertanto, il maggiore dei
Sofisti (Gentile), perché convertì la parola di Gorgia nella nuova «fede nel
pensiero», restituendo a quel mondo umano, che pure i sofi- sti, con la loro
opera distruttiva, avevano scoperto, il pregio dell’uni- versalità e della
verità. Questo era il senso dell’ironia e del dialogo: il dialogo, possiamo
dire, si superava nel logo, e si risolveva in esso, per- ché, come aveva
chiarito Platone nel Teeteto, era in verità un monologo, «un interno dialogare
della mente con se stessa» (ibid., 170), dove il concetto unico e universale
costituiva il presupposto e la mèta, l’inizio e la fine, dentro cui i
dialoganti, lungi dal distinguersi, si unificavano come simboli di un solo
ritmo logico. Certo Gentile riprendeva lette- ralmente l’indicazione
spaventiana del «formalismo socratico», ma in certo modo, come ora vedremo, ne
metteva piuttosto in rilievo l’aspetto positivo, schiettamente logico, rispetto
alla costru- zione successiva di una metafisica, culminante nell’opera di
Platone. «Formalismo» significava, perciò, visione formale del concetto e del
giudizio, fede nella forma del pensiero, non ancora fissato in un tra-
scendente mondo delle idee. Per molte ragioni non potrebbe dirsi che Gentile
trasformasse la fi- gura di Socrate in quella di un precursore dell’attualismo,
come per esempio era accaduto, a proposito di Gesù di Nazareth, ad Omodeo o a
Ruggiero: la sua prosa si manteneva più sobria, [Si ricordi la netta
affermazione del Maier, che risale all’edizione di Tubinga del Sokrates: «debbo
confessare che mi riesce incomprensibile come mai si siano potute dare tanta
importanza e tanta fiducia alle sue [di Aristotele] scarse osservazioni» (Maier)
controllata, ma certamente tendeva ad assegnare a Socrate un valore unico in
tutto l’orizzonte della filosofia antica20. Il «formalismo» indi- cava un
merito, non un difetto. E in tutto il capitolo sull’«essere come concetto», ne
sottolineò l’importanza, senza mai indicare il limite della visione socratica.
Limite che emerse piuttosto nelle pagine successive, quelle sull’«essere come
idea», dove, per spiegare il passaggio a Pla- tone, accennò pure al «problema
centrale di Socrate», consistente nel «dualismo da vincere» tra il mondo umano
e il mondo naturale, tra il concetto e l’esperienza, perché – scriveva –
Socrate «non aveva saputo dir nulla di quella natura che ci sta davanti, in cui
si nasce, si vive e si muore, e con cui all’uomo che pensa per concetti rimane
pur sempre da fare i conti» (Gentile). Era necessario segnare il limite di
Socrate, per offrire una spiegazione del passaggio successivo, quando il suo
«formalismo» ripiegò in una compiuta metafisica, tornando di fatto al
naturalismo e al mito eleatico dell’essere immutabile. E il lungo capitolo
sull’«essere come idea», che copre quasi la metà della parte scritta
dell’opera, costituisce in effetti una delle pagine più importanti, e in fondo
drammatiche, che Gentile abbia composto negli ultimi giorni della sua vita.
Parlò di «un nuovo abisso, che si de- lineava tra Socrate e Platone, come
quello che aveva diviso la filosofia umana di Socrate da quella naturalistica
che lo aveva preceduto; e ne preparò l’analisi con una sottile considerazione
delle scuole socrati- che minori, culminante nella figura di Euclide, che
«proveniva dall’eleatismo» e che per primo, inaugurando l’opera che sarà di
Pla- tone, «trasferiva il concetto o universale socratico dalla mente dell’uomo
nella realtà in sé. Di fronte al dualismo irri- solto di Socrate, tornava, fin
da Aristippo o Teodoro, il vento gelido della vecchia cultura, che riempiva il
«formalismo» di un contenuto antico, quello della natura, della trascendenza,
del realismo. Platone stesso, in fondo, compì questa opera necessaria,
appoggiandosi ai suoi veri maestri, l’«eracliteo Cratilo» e Parmenide, e ab-
batté «la barriera tra l’umano e il divino», innalzandovi sopra quell’edificio
possente che è la metafisica. All’analogia tra Socrate e Gesù, Gentile aveva
fatto riferimento nella recensione a G. Zuccante, Socrate. Fonti, ambiente,
vita, dottrina (Gentile). Per Omodeo, il rinvio è a Omodeo; per Ruggiero, al
primo volume di Ruggiero Gentile e Socrate Quando, in una decina di pagine di
forte intensità, entrò all’interno di questo meccanismo, e cercò di spiegare
con più precisione il passag- gio che si era consumato dal formalismo di
Socrate alla metafisica di Platone, Gentile non mancò di osservare che la
«soluzione» che la dot- trina delle idee aveva dato al «problema» di Socrate,
unificando ciò che nel maestro si conservava diviso, era in fondo fallimen-
tare, perché metteva capo a un nuovo e più duro dualismo, quello che si apriva
tra eraclitismo ed eleatismo: due anime – scrisse – inconciliabili: né Platone
riuscì più a mettere una a tacere, come in qualche modo erano riusciti a fare
Parmenide ed Era- clito e lo stesso Socrate. Il poderoso sforzo da lui tentato
di strin- gere insieme le due opposte esigenze pur nella forza indomabile
dell’energia con cui esse reciprocamente si escludono, non potrà non fallire. La
vicenda post-socratica delineava dunque la storia di un falli- mento; e di un
fallimento, bisogna aggiungere, che aveva un prezzo elevato per la filosofia:
perché l’idea di Platone altro non era che l’es- sere di Parmenide («dire idea
– scriveva – è lo stesso che dire essere») e il dialogo, che Socrate aveva
coltivato come ricerca sogget- tiva della verità, si irretiva nella dialettica
oggettiva delle idee trascen- denti, dell’essere, nella «dialettica consistente
nella relazione che hanno le idee in se stesse», in «dialettica oggettiva, che
è norma e fine della soggettiva» Gentile parlava bensì di conquista del
pensiero platonico, di progresso, ma in tutta la sua pagina circolava
l’impressione del regresso e della decadenza, del passo indietro, della
chiusura metafisica. Impressione che si fece nitida nel brano in cui, mettendo
a diretto confronto i due filosofi, Socrate e Platone, affermò che il primo, di
fronte all’antico naturalismo, aveva scoperto il pen- siero come «relazione»,
«soggetto, predicato e loro relazione», mentre l’altro quella relazione aveva
ricondotta «in un’idea suprema», unica e universale, e perciò l’aveva
annientata e assorbita nell’ordine ogget- tivo dell’essere che nega e dissolve
il pensiero: «quest’idea – spiegava – pel fatto stesso che totalizza la
relazione, l’annienta; perché l’idea delle idee, essendo unica, è irrelativa».
E dunque metteva capo all’«unità massiccia, immota, morta, che è tutto un
blocco, da prendere LA BANDIERA DI SOCRATE o lasciare. Proprio come
l’Essere eleatico. Pare pensiero, e non è. Che era una critica della metafisica
platonica e, al tempo stesso, il più alto riconoscimento a Socrate: il quale
restava, così, al centro di questa storia, come una possibilità inesplosa
dell’antico, che solo il pensiero moderno, dopo il cristianesimo, avrebbe
ripreso e realizzato. Nota bibliografica BERTINI, “Considerazioni sulla
dottrina di Socrate.” Memorie della Reale Accademia delle Scienze di Torino. Opere
varie. Biella: Amosso. CERASUOLO.“Il “Socrate” di Labriola.” In La cultura
classica a Napoli. Napoli: Pubblicazioni del Dipartimento di Filologia Classica
dell’Università degli Studi di Napoli. BROCHARD, Études de philosophie ancienne
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Roma-Bari: Laterza. LABRIOLA,“La dottrina di Socrate secondo Senofonte Platone
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a cura di L. Basile e L. Steardo. Milano: Bompiani. MAIER, Socrate. La sua
opera e il suo posto nella storia. Firenze: La Nuova Italia, ed. or. Sokrates:
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STEFANO, Introduzione a Labriola. Roma-Bari: Laterza. PUNZO Labriola.
Celebrazioni del centenario della morte. Cassino: Edizioni Dell’università
Degli Studi di Cassino, RITTER, Histoire de la philosophie ancienne, 4 voll.,
traduit de l’allemand par C.J. Tissot. Paris: Ladrange, SPAVENTA. Lettere,
scritti e documenti pubblicati da Benedetto Croce. Napoli: Morano, SPAVENTA,
Opere, a cura di Gentile. Firenze: Sansoni. Marcello Mustè. Mustè. Keywords:
la filosofia dell’idealismo italiano, popolarismo, governo federativo,
democrazia, kratos – natoli, il potere – un concetto di kratos – dirrito, il
principio politico, liberalismo, partito liberale italiano, comunismo, il libero economico, il libero etico, libero
politico, ri-sorgimento italiano, liberta del volere, “Gentile e Socrrate” --
-- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Mustè” – The Swimming-Pool Library.


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