Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Rabirio: la ragione
conversazionale e l’orto romano -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Orto. Criticised by Cicerone for
oversimplifying the school’s doctrines in order to reach a wider audience –
“which reminds me of me.” – Grice.
Grice
e Ragghianti Carlo Ludovico Ragghianti Sottosegretario alla Pubblica istruzione
Durata mandato 21 giugno 1945 – 10 dicembre 1945 Monarca Vittorio Emanuele III
Presidente Ferruccio Parri Gruppo parlamentare Partito d'Azione Dati generali
Partito politico Partito d'Azione Carlo Ludovico Ragghianti (Lucca, 18 marzo
1910 – Firenze, 3 agosto 1987) è stato uno storico dell'arte, critico d'arte,
politico, critico cinematografico, antifascista e partigiano italiano.
Biografia La formazione e la prima attività Nel 1927, quando frequenta la terza
classe del liceo a Firenze, conosce Eugenio Montale, che gli fa scoprire e
leggere le opere di James Joyce. Successivamente, nell'ambiente della Scuola
Normale e dell'Università di Pisa, si dedica alla storia dell'arte sotto la
guida di Matteo Marangoni, protagonista del metodo figurativo puro della
critica d'arte. La sua formazione estetica è segnata dall'incontro con il
pensiero di Henri Bergson e di Benedetto Croce e dalla conoscenza della teoria
della "pura visibilità"; in seguito approfondisce le idee di Konrad
Fiedler, Alois Riegl e Julius von Schlosser. La sua tesi di laurea sui Carracci
contiene importanti spunti teoretici, tanto da suscitare l'attenzione di Croce,
che ne pubblica un estratto sulla rivista "La Critica" (1933). Il suo
studio sul Vasari è presentato all'Accademia dei Lincei da Giovanni Gentile. I
saggi giovanili sul cinema e sullo spettacolo come forme dell'arte figurativa,
Cinematografo e teatro e Cinematografo rigoroso (entrambi del 1933), lo pongono
tra i primi studiosi a occuparsi in tal senso dell'argomento; sulla base di una
distinzione tra i linguaggi, questi contributi fondano una critica dello
spettacolo rivolta prevalentemente ai suoi aspetti visivi, ricercandone anche i
precedenti storici. Nel 1935 Ragghianti fonda – insieme a Ranuccio Bianchi
Bandinelli, e grazie all'interessamento di Giovanni Gentile – la rivista
"Critica d'Arte", alla cui direzione collaborerà per poco anche
Roberto Longhi: è la più significativa rivista del periodo, che intende
promuovere un rinnovamento estetico e metodologico degli studi storico-artistici.
Nel febbraio del 1937 conosce Licia Collobi, allora a Roma con una borsa
triennale di perfezionamento all'Istituto di Archeologia e Storia dell'arte. I
due si sposeranno il 30 novembre 1938 a Firenze. L'impegno politico Fervente
antifascista fin dai banchi del liceo, a partire dal 1934, grazie anche agli
studi che lo portano a viaggiare molto nel Paese, Ragghianti assume un ruolo
importante nel ritessere i collegamenti tra i nuclei dell'opposizione liberale,
democratica e socialista. Stabilisce infatti relazioni politiche con Ugo La
Malfa, con Ferruccio Parri e con gli ambienti torinesi gobettiani e di
"Giustizia e Libertà" (movimento al quale egli stesso si richiama), e
ne favorisce l'incontro con i liberalsocialisti di Aldo Capitini e Guido
Calogero. Lungo questo percorso Ragghianti diviene uno dei fondatori del
Partito d'Azione, del quale redige, nel dicembre del 1941, il primo documento
programmatico, i cosiddetti Sette punti, approvati nel luglio del 1942.
Frattanto, nel mese di marzo, Ragghianti è arrestato a Modena, dove il regime
gli aveva imposto il soggiorno obbligato dal 1940. L'iniziale condanna al
confino è commutata in ammonizione, ma nell'aprile del 1943 è nuovamente
imprigionato; denunciato al Tribunale speciale, è liberato il 26 luglio 1943.
Posto alla guida del Comitato militare incaricato di organizzare la Resistenza
azionista in Toscana, è fondatore delle Brigate Rosselli, di cui ha il comando
fino al giugno del 1944, quando cede l'incarico a Nello Niccoli, mantenendo
però il ruolo di commissario di guerra. In agosto assume la presidenza del
Comitato di Liberazione Nazionale toscano e guida il governo provvisorio che
dirige l'insurrezione contro i nazifascisti a Firenze, liberata l'11 agosto
1944. Sottosegretario alla Pubblica istruzione – con delega alle Belle arti e
allo Spettacolo – nel governo Parri (1945), prende provvedimenti incisivi per
la ricostruzione del patrimonio artistico nazionale e avvia importanti
interventi. Durante il primo congresso nazionale del Partito d'Azione, nel
febbraio del 1946, è con la minoranza che lascia il partito, e segue Parri e La
Malfa nel Movimento della democrazia repubblicana. Dopo le elezioni dell'aprile
del 1948 prosegue il proprio impegno politico soprattutto in ambito culturale.
L'impegno culturale nel dopoguerra Ragghianti (sulla destra) assieme a Matteo
Marangoni nel 1955. Dopo la crisi e lo scioglimento del Partito d'Azione,
Ragghianti torna alla vita universitaria ed è nominato professore di ruolo a
Pisa, dove succede al suo maestro Matteo Marangoni. Vi insegnerà dal 1948 al
1972. Con la costante e infaticabile collaborazione della moglie Licia Collobi
e il sostegno di Adriano Olivetti fonda nel 1952 – e dirige fino al 1965 – la
rivista di cultura e divulgazione artistica "seleArte". Arrivando a
oltre cinquantamila copie distribuite in Italia e all'estero, il periodico
diventa un punto di riferimento nell'orientare il grande pubblico verso
l'interesse per l'arte, suscitando una capillare attenzione per i molteplici
fenomeni del mondo figurativo. Negli stessi anni nasce la maggior parte dei
suoi 21 critofilm (realizzati tra il 1948 e il 1964), in particolare i diciotto
della "seleArte cinematografica", nati con il supporto di Olivetti.
Con essi Ragghianti fa del mezzo cinematografico un efficace strumento di indagine
critica e di divulgazione, cercando di ricostruire e restituire i percorsi
visivi e formali delle opere degli artisti trattati. La sua partecipazione alla
vita politica si esprime anche attraverso una rivista ("Criterio",
1957-1958) ispirata ai valori delle componenti democratiche e progressiste
della Resistenza, ma consisterà soprattutto in memorabili campagne d'opinione,
come quelle per la laicità della scuola pubblica, per l'autonomia
dell'università e per un'efficace tutela del patrimonio artistico e
architettonico delle città italiane. Nel 1966, dopo la disastrosa alluvione di
Firenze, fu l'anima delle iniziative internazionali volte al risarcimento dei
danni subìti dal patrimonio culturale. La varietà di interessi di Ragghianti si
manifesta nei suoi studi, dai libri ai moltissimi contributi – finalizzati a
creare una diffusa coscienza delle dimensioni e dell'articolazione
dell'universo figurativo – pubblicati in buona misura su "seleArte" e
su "Critica d'Arte", che Ragghianti continuerà a dirigere fino alla
morte. L'insegnamento Nell'istituto universitario pisano da lui diretto
Ragghianti, insieme con un folto gruppo di collaboratori, crea un modello
originale di formazione di esperti nelle arti figurative, coniugando la
riflessione teorica, l'indagine sulle raccolte museali, i campi più
tradizionali della disciplina e altri ambiti solitamente trascurati, come
l'urbanistica, le arti industriali, lo spettacolo, il cinema e le forme
artistiche di civiltà lontane nel tempo e nello spazio. In seguito alle
contestazioni studentesche del Sessantotto avvia un progressivo distacco dal
mondo accademico. Parallelamente fonda l'Università Internazionale dell'Arte
(U.I.A.) di Firenze, un'istituzione mirante alla creazione di alte
professionalità nel campo dello studio e della tutela dei beni culturali. La
produzione scientifica Nella produzione di Ragghianti, multiforme ma accomunata
dall'originale metodo da lui elaborato, emergono alcuni filoni principali: da
una parte le riflessioni di filosofia dell'arte, tese a ricostruire il
progressivo chiarirsi storico dei problemi nelle sfaccettature che essi
assumono nel confronto continuo con le altrui riflessioni e con l'esercizio
critico militante. I contributi in tal senso sono successivamente raccolti in
libri come L'arte e la critica (1951), Il pungolo dell'arte (1956), Diario
critico (1957), Arte, fare e vedere (1974 e 1986), Arte essere vivente (1984),
La critica della forma (1986) e la monumentale opera in tre volumi Arti della
visione (1975, 1976, 1979), sintesi delle sue ricerche sul cinema, sullo
spettacolo teatrale e sulla filosofia dell'arte. All'ambito della teoria e
della metodologia dell'arte appartengono i libri Commenti di critica d'arte
(1946) e Profilo della critica d'arte in Italia (1948), mentre il catalogo Arte
moderna in Italia 1915-1935 (1967) costituisce una ricostruzione
storico-filologica di un periodo fino allora trascurato, e Impressionismo
(1944, seconda edizione 1947), Giacomo Manzù, scultore (1957) e Mondrian e
l'arte del XX secolo (Premio Viareggio 1962[1]) sono esempi di interpretazione
dell'arte contemporanea. Ragghianti affrontò molti temi differenti, portando
ovunque prospettive nuove suscitate dalla sua originale apertura metodologica.
Così, in Pittori di Pompei (1963) sono affrontati i problemi del rapporto tra
originali e copie nell'arte classica e dell'autonomia dell'arte romana rispetto
a quella greca, mentre in L'uomo cosciente. Arte e conoscenza nella paleostoria
(1981) il problema della valutazione dei manufatti artistici preistorici è
connesso a quello del sorgere della coscienza umana. L'imponente serie di studi
di sistemazione critica e filologica confluisce in opere come Pittura del
Dugento a Firenze (1957), Medioevo europeo (1978), nei volumi de L'arte in
Italia (1968-1969), nei libri Filippo Brunelleschi. Un uomo un universo (1977)
e Periplo del Greco (1987), o nelle più brevi o incompiute monografie su
Michelangelo, su Caravaggio e su molti altri artisti, volte a ricostruire il
contributo con cui gli artisti partecipano alla costruzione della storia. Su
questo piano, una realizzazione esemplare è il già citato Mondrian e l'arte del
XX secolo (1962), che indaga il nesso fra tradizione e innovazione nelle
avanguardie storiche d'inizio Novecento. Memorabili, nel far conoscere alla
cultura italiana fenomeni che essa ignorava o sottovalutava, furono alcune
grandi mostre organizzate da Ragghianti, soprattutto negli anni Cinquanta e
Sessanta a Firenze: a titolo d'esempio, quelle dedicate a grandi maestri
dell'architettura del Novecento (su Frank Lloyd Wright nel 1951, su Le
Corbusier nel 1963, su Alvar Aalto nel 1965). La dedizione al dovere sociale
della cultura è un'altra parte essenziale della personalità di Ragghianti, cui
si devono contributi e interventi concernenti le riforme degli enti di cultura
pubblica e dell'università, le leggi sulla tutela dei beni artistici, la
radiotelevisione, la scuola, l'educazione artistica, l'urbanistica,
l'introduzione dell'insegnamento della storia del cinema. Di tali questioni si
occupò anche come esponente o presidente di enti e associazioni quali la
Società Italiana per l'Archeologia e la Storia dell'arte e l'ADESSPI
(Associazione Difesa e Sviluppo della Scuola Pubblica Italiana), di cui diresse
dal 1959 al 1962 l'organo di stampa "Scuola e Costituzione". Uno dei
concreti risultati conseguiti fu l'istituzione della scuola media unica
obbligatoria. La creazione di istituzioni d'arte e cultura Ragghianti fondò e
promosse molte istituzioni di cultura: l'Istituto Italiano di Storia dell'Arte
e la Raccolta nazionale di Disegni e Stampe di Pisa; la Strozzina a Firenze,
galleria d'arte di interesse pubblico (1949-1966); il nucleo fondamentale del
museo d'arte contemporanea di Firenze (iniziato con l'acquisizione della
collezione di Alberto della Ragione e con le donazioni degli artisti chiamati
ad integrare il patrimonio della città danneggiato dall'alluvione); la già
ricordata Università Internazionale dell'Arte (1969); fino alla nascita del
Centro Studi sull'Arte Licia e Carlo Ludovico Ragghianti, cui lasciò la propria
biblioteca, fototeca e archivio. Omaggi Gli sono state intitolate due vie: una
a Firenze e una a Pisa, in località Ospedaletto. Curiosità Questa sezione
contiene «curiosità» da riorganizzare. Contribuisci a migliorarla integrando se
possibile le informazioni all'interno dei paragrafi della voce e rimuovendo
quelle inappropriate. Fu membro della giuria alla 16ª Mostra internazionale
d'arte cinematografica di Venezia. Opere Carlo Ludovico Ragghianti, Arte Essere
Vivente dal diario critico 1982, Firenze, Edizioni Pananti, 1984, SBN
CFI0052095. Note ^ Premio letterario Viareggio-Rèpaci, su
premioletterarioviareggiorepaci.it. URL consultato il 9 agosto 2019 (archiviato
dall'url originale il 19 luglio 2014). Bibliografia Marco Scotini (a cura di),
Carlo Ludovico Ragghianti e il carattere cinematografico della visione,
Milano/Lucca, Charta/Fondazione Ragghianti, 2000, ISBN 978-88-8158-236-5.
Raffaele Bruno (a cura di), Ragghianti critico e politico, FrancoAngeli,
Milano, 2004, ISBN 88-464-6277-7. Marilena Pasquali e Stefano Bulgarelli (a
cura di), Tre Voci - Carlo L. Ragghianti, Cesare Gnudi, Giorgio Morandi.
Scritti e documenti 1943-1967, Pistoia, Gli Ori, 2010, ISBN 978-88-7336-427-6.
Emanuele Pellegrini, Carlo Ludovico Ragghianti. Storico dell'arte e uomo
politico, Pisa, Edizioni ETS, 2018, ISBN 978-88-467-5302-1. Silvia Massa e
Elena Pontelli (a cura di), “Mostre permanenti”. Carlo Ludovico Ragghianti in
un secolo di esposizioni, Lucca, Edizioni Fondazione Ragghianti Studi
sull’arte, 2018, ISBN 978-88-89324-45-5. Paolo Bolpagni e Mattia Patti (a cura
di), Carlo Ludovico Ragghianti e l'arte in Italia tra le due guerre. Nuove
ricerche intorno e a partire dalla mostra del 1967 «Arte moderna in Italia
1915-1935», Lucca, Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull'arte, 2020, ISBN
978-88-8932-449-3. Lorenzo Mingardi, Contro l'analfabetismo architettonico.
Carlo Ludovico Ragghianti nel dibattito culturale degli anni Cinquanta, Lucca,
Edizioni Fondazione Ragghianti Studi sull'arte, 2020, ISBN 9788889324530
Lorenzo Mingardi, Carlo Ludovico Ragghianti “architetto”. Dal dibattito al
museo, in «Op. cit.», n. 165, 2019, pp. 41–50. ISSN 00303305 Andrea Becherucci,
Le delusioni della speranza. Carlo Ludovico Ragghianti militante di un'Italia
nuova, Biblion Edizioni 2021 Lorenzo Mingardi, An Olivetti Cultural Product for
Art and Architecture. The Critofilms of Carlo Ludovico Ragghianti, in D.
Fornari, D. Turrini (a cura di), Olivetti Identities. Spaces and Languages 1933-1983,
Triest, Zurigo 2021, pp. 250–261, ISBN 9783038630609 Lorenzo Mingardi,
Architecture as a living being. The
theoretical work of Carlo Ludovico Ragghianti, in S. Guerrero, J. M. Warmburg
(a cura di), Lo costruido y lo pensado. Correspondencias europeas y transatlánticas en la
historiografía de la arquitectura, AhAU (Associación de historiadores de la
Arquitectura y el Urbanismo), Madrid 2022, pp. 342–353. ISBN 9788409411634 M.L. Testi Cristiani, R. Varese,
M.L. Zanobini (a cura di), Un uomo un universo. Antologia degli scritti di
Carlo Ludovico Ragghianti, Le Lettere, 2000, ISBN 978-8871665214. Altri
progetti Collabora a Wikiquote Wikiquote contiene citazioni di o su Carlo
Ludovico Ragghianti Collabora a Wikimedia Commons Wikimedia Commons contiene
immagini o altri file su Carlo Ludovico Ragghianti Collegamenti esterni
Ragghianti, Carlo Ludovico, su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Modifica su Wikidata RAGGHIANTI, Carlo Ludovico, in
Enciclopedia Italiana, III Appendice, Istituto dell'Enciclopedia Italiana,
1961. Modifica su Wikidata Ragghianti, Carlo Ludovico, su sapere.it, De
Agostini. Modifica su Wikidata Emanuele Pellegrini, RAGGHIANTI, Carlo Ludovico,
in Dizionario biografico degli italiani, vol. 86, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana, 2016. Modifica su Wikidata Carlo Ludovico Ragghianti, su
siusa.archivi.beniculturali.it, Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze
Archivistiche. Modifica su Wikidata Carlo Ludovico Ragghianti, su BeWeb,
Conferenza Episcopale Italiana. Modifica su Wikidata Carlo Ludovico Ragghianti,
in Donne e Uomini della Resistenza, Associazione Nazionale Partigiani d'Italia.
Modifica su Wikidata Carlo Ludovico Ragghianti, in Storia e Memoria di Bologna,
Comune di Bologna. Modifica su Wikidata (EN) Carlo Ludovico Ragghianti, su
Dictionary of Art Historians, Lee Sorensen. Modifica su Wikidata (EN) Opere di
Carlo Ludovico Ragghianti, su Open Library, Internet Archive. Modifica su
Wikidata Carlo Ludovico Ragghianti, su storia.camera.it, Camera dei deputati.
Modifica su Wikidata Carlo Ludovico Ragghianti, su MYmovies.it, Mo-Net Srl.
Modifica su Wikidata (EN) Carlo Ludovico Ragghianti, su IMDb, IMDb.com.
Modifica su Wikidata Fondazione Centro Studi sull'Arte Licia e Carlo Ludovico
Ragghianti, su Fondazione Centro Studi sull'arte Licia e Carlo L. Ragghianti.
URL consultato il 25/01/2019. V · D · M Vincitori del Premio Viareggio per la
saggistica V · D · M Antifascismo in Italia (1919-1943) Controllo di autorità
VIAF (EN) 73858957 · ISNI (EN) 0000 0001 2281 816X · SBN CFIV006731 · BAV
495/150466 · ULAN (EN) 500216615 · LCCN (EN) n79021740 · GND (DE) 119326450 ·
BNE (ES) XX900020 (data) · BNF (FR) cb11921024h (data) · J9U (EN, HE)
987007266699505171 · NSK (HR) 000073358 · CONOR.SI (SL) 24288611 Portale Arte
Portale Biografie Portale Politica Portale Università Categorie: Storici
dell'arte italianiCritici d'arte italianiPolitici italiani del XX secoloNati
nel 1910Morti nel 1987Nati il 18 marzoMorti il 3 agostoNati a LuccaMorti a
FirenzeBibliofiliBrigate Giustizia e LibertàCritici cinematografici
italianiDeputati della Consulta nazionaleDirettori di periodici
italianiFondatori di riviste italianeGoverno ParriPartigiani italianiPolitici
del Partito d'AzioneProfessori dell'Università di PisaStorici dell'arte
medievaleStudenti della Scuola Normale SuperioreStudenti dell'Università di
PisaTeorici dell'arteVincitori del Premio Viareggio per la saggistica[altre]
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Raimondi:
la ragione conversazionale e l’implicatura del gatto persiano – filosofia
campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Napoli, Campania. Insegna
a Roma. Contribusce alla rinascita dell’idealismo contro il Lizio che domina la
filosofia. Pubblica la Data di Euclide. Le coniche di Apollonio di Perga. Autore
di molti commentari, specialmente su alcuni libri della Synagoge, nota anche
come Collectiones mathematicae, di Pappo d’Alessandria e sui trattati di
Archimede. Membro dell'accademia fondata da Aldobrandini, nipote di Clemente
VIII. -- è celebre soprattutto per essere stato il primo direttore scientifico
della Stamperia orientale medicea, o Typographia Medicea linguarum externarum, fondata
a Roma da Ferdinando de' Medici. L'attività principale svolta dalla stamperia
e, con l'appoggio di Gregorio XIII, la pubblicazione di saggi nelle per
favorire la diffusione delle missioni cattoliche in Oriente. Forma un gruppo di
ricerca costituito da Vecchietti, inviato pontificio ad Alessandria d'Egitto e
in Persia, dal fratello Gerolamo, da Orsino di Costantinopoli, neo-fita ebreo
convertito, e di Terracina. In un periodo in cui Roma intrattene buone
relazioni diplomatiche con la dinastia Safavide, al potere in Persia essi riuscirono a recuperare diversi
manoscritti della bibbia in lingue orientali – “which were fun” – Grice. Sono portati
a Roma più di una ventina di testi biblici ebraici e giudeo-persiani, tra cui i
libri del Pentateuco, tra i pochi sopravvissuti ai giorni nostri. La
tipografia si trasfere a Firenze, in conseguenza dell'elezione di Ferdinando a duca
di Toscana. E avviata la stampa delle opere. Sono pubblicate dapprima una grammatica
filosofica ebraica e una grammatica filosofica caldea. Seguirono: una edizione
arabo dei vangeli, di cui furono tirate MMM copie; un compendio del Libro di
Ruggero di al-Idrisi; Il canone della
medicina di Avicenna. Il duca gli vende la stamperia, chi a sua volta la cedette al figlio di
Ferdinando, Cosimo II, salito al trono. La stamperia chiuse poiché la
realizzazione di volumi nelle lingue orientali non si è rivelata economicamente
conveniente (“The same happened with Austin’s attempt at Blackwell’s.” Grice).
Pubblica una grammatica araba intitolata “Liber Tasriphi”. Il suo grande
progetto e quello di pubblicare una bibbia poliglotta comprendente le VI lingue
principali del cristianesimo orientale: I siriaco, II armeno, III copto, IV ge'ez,
V arabo e VI persiano. I manoscritti appartenuti alla stamperia orientale
medicea sono disseminati in diverse istituzioni: la biblioteca medicea laurenziana
di Firenze, la biblioteca nazionale di Firenze, la biblioteca apostolica
vaticana, la biblioteca nazionale di Napoli, la biblioteca marciana di Venezia.
Giovanni Battista Vecchietti, su iliesi cnr. L'editoria del principe, ovvero la stampa
ufficiale delle istituzioni laiche e religiose. Per la dedicazione al re
Ruggero II di Sicilia. Tipografia
Medicea Orientale, su thesaurus. cerl. Piemontese, La Grammatica persiana; Bibas,
La Stamperia medicea orientale, in, Un Maestro insolito (Firenze, Vallecchi); Dizionario
biografico degl’italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Liber Tasriphi compositio est Senis Alemami:
Traditur in eo compendiosa notitia coniugationum verbi Arabici, Roma, Medicae, Biblioteca
Nazionale Centrale di Firenze, manoscritti persiana. Grice: “I tried to study
Persian once, but J. L. Austin said that it was useless!” -- Giovan Battista
Raimondi. Giambattista Raimondi.
Raimondi. Raimondi. Keywords: il gatto persiano. Refs.: Luigi Speranza, “Grice
e Raimondi” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Raio:
la ragione conversazionale e l’ermeneutica dell’io e del tu – filosofia
campanese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Napoli). Filosofo italiano. Napoli. Insegna a Napoli.
Si occupa in particolare dell'ermeneutica. Saggi: “Antinomia e allegoria”; “Il
carattere di chiave”, “Ermeneutica del simbolo” (Napoli, Liguori); “Il simbolismo
tedesco. Kant Cassirer Szondi” (Napoli, Bibliopolis); “Conoscenza, concetto,
cultura” (Firenze, La Nuova Italia); “Meta-fisica delle forme simboliche” (Milano,
Sansoni); L'io, il tu e l'es: saggio sulla "Meta-fisica delle forme
simboliche" (Macerata, Quodlibet); Rivista "Studi filosofici". Giulio Raio. Raio. Keywords: ermeneutica
dell’io e del tu, Szondi -- Refs.: Luigi
Speranza, “Grice e Raio” – The Swimming-Pool Library
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Ranzoli: “going through
the dictionary” – “Non il Little Oxford Dictionary, come volleva Austin, ma il
Ranzoli! -- la scuola di Roma -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Grice: “I think I
prefer Stefanoni!” -- DIZIONARIO DI FILOSOFIA MANUALI HOEPLI, DIZIONARIO di
FILOSOFIA, LIBRAIO DELLA REAL CASA MILANO Pat. RS Tipografia L’Arlo della
Stampa, Successori Landi Firenze. Via Santa Caterina. Il dizionario di
filosofia di R. è stato accolto dal pubblico in modo estremamente lusinghiero.
Di ciò attribuisco una minima parte ai pregi dell’opera di R. Il resto, il più,
all'essere UNICA del genere IN ITALIA e al promettente risveglio filosofico.
Ma, appunto per questo, R. sente più vivo il dovere di ri-esaminarla con la più
scrupolosa attenzione, per eliminarne quei difetti e apportarvi quei
miglioramenti, che la rendessero meglio adatta al suo scopo. R. supprime tutti
gl’argomenti che non riguardano davvicino la filosofia o le sue parti. R. Mette
accanto ad ogni vocabolo il corrispondente gallico – o ‘francese’, tedesco, ed
inglese, talvolta anche LATINO e greco. R. pone in fine alla maggior parte delle
voci le opportune indicazioni bibliografiche. R. Aggiunge gran numero di
termini, sia nuovi sia previamente dimenticati, e da più ampio svolgimento a
quelli che lui pare richiederlo. Che in tal modo essa raggiunge il suo assetto
definitivo, sono ben lungi dal pensarlo. Un dizionario come questo di R.,
specie se lavoro di uno solo, ha il poco invidiabile privilegio di non essere
mai compiute. Mende, sproporzioni, ripetizioni, lacune sone inevitabili.
Bisogna accontentarsi di ridurle via via al minor numero possibile, Il
dizionaro di R. s’ispira ai varii criteri. Tenersi al di sopra e al di fuori
d’ogni pre-concetto di scuola, presentando obbiettivamente le questioni e le
idee che ai vocaboli sono legate e i vari atteggiamenti da esse assunti nella
storia della filosofia. Sapere riuscire chiaro ed accessibile ad ogni media
cultura, senza falsare per questo i problemi e ridurre al semplice ciò che di
natura e di origine è complesso. Enumerare i diversi significati attribuiti ad
ogni termine, senza pretendere di imporne uno per conto proprio. Tracciare, fin
dove è possibile, la storia della parola e indicare, quando è opportuno, quale
dei suoi significati è il più legittimo, o il più accettato, o il più
accettabile. Ricordare, tra le espressioni proprie soltanto di un sistema o di
un periodo filosofico, quelle che, pur conservando un valore storico e fisso,
ricorrono con qualche frequenza nei saggi filosofici. Fare un’abile scelta,
nelle terminologie delle scienze più affini, delle voci la cui conoscenza può
essere utile e necessaria per lo studio della filosofia. Accogliere, senza
pregiudizi puristici, tutti quei termini nuovi che hanno acquistato un certo
diritto di cittadinanza, da qualunque parte essi vengano e qualunque sia la
loro composizione, perchè è specialmente delle voci nuove – come l’
‘implicatura’ di H. P. Grice -che si viene a chieder notizia al dizionario ed è
alle voci nuove che la registrazione nel dizionario può riuscir utile per
fissarne în modo definitivo il significato, pertanto stravagante. Ispirarsi
infine ad un certo criterio che direi della convenienza, per il quale,
svincolandosi dalle strettoie d’una geometrica proporzionalità, si sappia a
volta a volta e secondo l’importanza delle questioni trascorrer rapido o essere
diffuso, limitarsi a una frase concisa ο esaurire sufficientemente una
discussione. L’a designa nella logica la proposizione universale affermativa,
secondo i versi mnemonici classici, asserit a, negat e, verum GENERALITER ambo asserit
i, negat o, sed PARTICULARITER ambo, È anche adoperata nei trattati di logica
per esprimere simbolicamente il soggetto della proposizione. Hamilton se ne
vale per indicare la proposizione toto-parziale affermativa. Con la formola a =
a si suol esprimere il principio d’identità, e con la formula a = non-a il
principio di contraddizione. Colla prima formula s’afferma l’identico
dell’identico; con la seconda si significa che un giudizio che afferma quello
stesso che nega è uguale a zero, cioe falso e nullo. Prantl, Geschichte d. Logik;
Hamilton, Lectures on logic, -- quantificasione del predicato. Grice uses ‘a’
in ‘Vacuous Names’ – SYSTEM Q. Formation rules. Un’ABBITUDINE -- habitus, consuetudo; gowoknheit; habitude,
habit -- è una manifestazione d’una legge generale, che la forza tende a
dirigersi secondo la linea della minor resistenza, e si può definire come
l'attitudine a conservare e riprodurre più facilmente le modificazioni
anteriormente acquisite. Intesa in questo senso, l'ABITUDINE comprende sia i
fenomeni d’ adattamento fisico e biologico, sia la facoltà, acquistata
coscientemente coll’esercizio, di sopportare o di fare cid che non si poteva
sopportare o fare da principio, o anche di far meglio ciò che si faceva male e
con difficoltà. Stewart la definisce in facilità che la coscienza acquista,
mediante la pratica, in tutte sue esercitazioni, sia animali che intellettuali.
Si formano così le abitudini psichiche, le abitudini mentali e le abitudini
moral. Il vizio e la virtà, in ultima analisi, non sono altro che abitudini
morali; e il modo particolare che ogni individuo ha di considerare le cose,
dipende spesso dall’ordine di associazioni mentali in lui prevalenti,
Trattandosi di sensazioni cho accompagnano un atto, l'abitudine, diminuendo
l’attività necessaria alla loro produzione, le rende a poco a poco inavvertite;
nello stesso tempo però diventano più precise e distinte, se non più intense,
quelle che costituiscono il fine dell’atto. Si suol distinguere, da Biran in
poi, l’abitudini passive dall’abitudini attire. Le prime sono quelle delle
sensazioni, caratterizzate da diminuzione della coscienza, adattamento,
sviluppo del bisoguo corrispondente. Le seconde sono le abitudini dell’operazioni,
caratterizzato dalla facilità, dalla perfezione, dalla tendenza alla
riproduzione involontaria. Egger distingue l’abitudini particolari ο speciali,
che non concernono che un atto interamente determinato, sempre il medesimo, e l’abitudini
generali, in cui l’atto è variato, ma sempre di un medesimo genere. Questa
distinzione corrisponde alla distinzione fatta da Hòffding e Bergson tra le due
specie di memoria, la memoria libera e la memoria automatica. Ad es.,
l'abitudine di risolvere dei problemi, e l’abitudine di calcolare. Si suol
distinguere anche l’abitudine dall’abilità, che è l'abitudine diretta alla
produzione d'un lavoro e implica la variazione e il perfezionamento, e dall’attitudine, che è la semplice
possibilità di prestarsi a fare. Non si dà abilità senza abitudine, nè
abitudine senza attitudine. L’abitudine ha molta affinità coll’istinto, che si
può considerare come un’ abitudine ereditaria protettiva pell’individuo o per
la speci tuttavia alcuni filosofi moderni, ad es. Murphy, intendono per
abitudine la legge per la quale l’azioni ed i caratteri degl’esseri viventi
tendono o ripetersi non solo nell’individno ma anche ne’suoi discendenti. Nella
lingua scolastica habitudo significa attitudine, relazione, riguardo, capacità
a qualche cosa. Da qui l’espressioni quo ad habitudinem e quo ad entitatem.
Quando in una cosa si considera l’essenza, la quiddità, questa allora si
considera quo ad entitatem. Quando invece si considera la potenza o capacità di
fare che è nella cosa, si considera quo ad habitudinem. Così fra il divino e
l’uomo non ο) ὃ proporzione d’entità ma d’abitudine, perchè la distanza
dall’uno all’altro è infinita e non hanno fra loro proporzione d’entità, ma
l'uomo può giungere al divino mediante la conoscenza, e può aver relazione con
lui, e quindi si dice che ha con lui proportionem habitudinis. Biran, Influence de l’hab.
sur la faculté de penser; Stewart, Works, ed. Hamilton; Egger, La parole
intérieure; Dumont, De l’habitude, Revue phil.; Bourdon, L’habitude, Année
paychol. -- memoria organica, inclinazione, automatismo, csusalità. Nella lingua scolastica ‘ABSOLUTE’ equivale
talvolta a simpliciter, e si adopera quando una cosa è denominata assolutamente
come tale, senza aggiunte o limitazioni. cesi anche che una cosa è absolute
tale, quando ha natura e secidenti che richiedono quella e non altra
denominazione. Ad es.: la neve è bianca. Dicesi invece che è respective tale,
quando è tale non per natura sua e in sò, ma in confronto a un’altra. Ad es., un
macigno dicesi respective piccolo se lo si confronta con una montagna. CORNOLDI
(vedasi), Thesaurus philos. L’ABULIA -- ABouAla; abulie, willenslosigkeit ; I
His: aboulie -- è il sindrome di molte malattie mentali che consiste in un
indebolimento del volere e sembra dovuta all’atrofia dei centri motori.
L’ammalate vorrebbe, ma sente di non poter eseguire la propria volontà; senza
presentare alcuna impossibilità organica di movimento, ogli è incapace di
decidersi a compiere qualsiasi atto, come mangiare, vestirsi, camminare, ecc.
sebbene lo creda opportuno, desiderabile, persino necessario. Si parla di molte
forme d’abulia, non ancora ben definite, come 1’abulia motrice, che è quella di
cui ora abbiamo parlato, l’abulia intellettuale, che si manifesta con l’
indebolimento dell’attenzione, l’abulia sistematizzata, che riguarda solo uns
categoria di atti, ecc. Janet chiamato abulia delirante una speciale
ossessione, riguardante gl’atti stessi del soggetto, la quale, rispetto al suo
contenuto, si distingue in cinque classi: ossessione del sacrilegio, del
delitto, della vergogna di se stessi, della vergogna del proprio corpo, della
malattia. Dicesi infine abulia morale quella debolezza della volontà morale,
per cui 1’individuo, pur conoscendo il bene e desiderando seguirlo, non sa
resistere agl’appotiti e alle tendenze malsane; appartiene alla categoria delle
pazzie morali, e tingue dalla cecità morale in cui manca affatto la coscienza
morale, e dall’anestesia morale in cui il sentimento morale è torpido ο perciò
incapace d’influire sulla condotta. Quanto alla interpretazione psicologica
dell’abulie in genere, secondo Ribot esse sono dovute a un indebolimento della sensibilità,
legato alla depressione delle funzioni vitali; se gli ammalati sono incapaci di
volere ciò succede perchè tutti i proponimenti che essi fanno non risvegliano
in loro che impulsi deboli, insufficienti per spingerli ad agire. Secondo Janet
l’abulia è dovuta piuttosto ad una debolezza intellettuale. Perchè la mente
voglia un atto e lo eseguisca decisa, deve avere l’idea chiara e completa dell’azioni
richieste dal compimento dell’atto stesso. Ora, tale capacità sarebbe diminuita
negl’individui affetti da abulia, donde la difficoltà di compiere certi atti,
benchè l'intelligenza ne abbia una nozione generale. Ribot, Les maladies de la volonté;
Janet, Névroses dica fires; Étude sur un cas d’aboulie, Aca-Acc Revue philos.;
Rivière, Contribution à l’étude des aboulies, Those de Paris -- acedia,
aprosechia, aprassia, agorafobia. L’acatalessia
– axataXntia -- è l’incomprensibilità del vero. È una delle tre parole che
contengono le risposte ai problemi che si propone lo scetticismo pirronisno.
Possiamo noi comprendere che cosa siano le cose? Noi, risponde Pirrone, non
possiamo comprenderlo nè per mezzo dei sensi, md per mezzo della ragione,
perchè i sensi ce le mostrano come appaiono a noi, non come sono, e la ragione
#’ acquieta in ciò che le par conveniente. Nel medesimo senso Bacone
contrappone ln catalessia o dubbio scettico, alla eu-catalessia, o dubbio
metodico. Nos vero non acatalepsiam, sed eu-catalepsis meditamur. Richter, Der
Skeptisirmus în d. Philos.; Brochard, Les sceptiques grecs; Bacone, Nov. Org. --
epoca, atarransia. Platone insegna negl’orti d’Academo, o accademia, i quali
rimasero poi la sede della sua scuola, detta perciò. Essa si divide in tre
periodi : la vecchia accademia, ingolfatasi, con Speusippo, Xenocrate,
Crantore, nella metafisica pitagoreggiante e in un astruso dommatismo; la
media, enduta nello scetticismo con Carneade e Arcesilao; la nuova, tornata al
primitivo dommatismo con Filone ed Antioco. Credaro, Lo scetticismo degl’accademici.
Usato sostantivamente, l’accadere -- Ereignen, Geschehen; happen --,
contrapposto all’essere, indi l’insieme dei fenomeni, dei caugiamenti che si
verificano nella realtà. Nella storia del pensiero filosofico il problema
dell’essere e il problema dell’accadere si svolgono parallelamente; ma il primo
ad imporsi è quello dell’accadere, giacchè la meraviglia suscitata dal mutare
incessanto delle cose fa il primo stimolo all’indagine filosofica. Cir.
Aristotele, Metaph. Nella logica, ACCESSORIO -- Nebonstohliok; accessory;
Acosswire – s’oppone a essensiale, fondamentale, neceesario e designa ciò che,
pur avendo una qualsisai relazione col soggetto di cui si tratta, non è nè
essenziale alla maniera attuale di considerare il soggetto stesso, nö
necessario alla intelligenza di ciò che se ne dice, cosicchè si può anche
lasciar da parte senza che per questo ne rimanga alterata l’idea ο diminuita la
chiarezza del discorso che deve spiegarlo. Per ciò nella discussione o nella
esposizione di nn argomento si deve far in modo che 1’accessorio non nasconda o
faccia dimenticare 1’essenziale. Accidente -- Acoidenz; Accident; Accident – è
un vocabolo usato nella filosofia aristotelica e scolastica. Si oppone a
essenza e a sostanza, e desìgna una qualità o modificazione che non appartiene
all’essenza della cosa, che non è l’espressione de’suoi attributi fondamentali.
Aristotele lo definì come ciò che aderisce ad un soggetto, ma non sempre nd
necessriamento; Goolenio, traducendo la definizione di Porfirio, in uso poi
presso tutti gli scolastioi peripatetici dell’eta di mezzo, determina l’accidente
come quod adent οἱ abest prate# subieoti corruptionem. In altre parole, l’accidente
è ciò che arriva alla cosa, quod accidit, ciò che in essa si riscontra, ouu$eBrxéç,
senza essere necessariamente legato alla sua idea. Così, si può concepire una
roccia senza concepirla arrotondata: essere arrotondata, uguzza, ecc. è,
rispetto alla roccia, un accidente. Alcuni filosofi distinguono due sorta di
legami tra la sostanza ο l accidente: l'uno, detto prioologico, è quello che
interoedo tra l'idea d’accidente e quella di sostanza, 1’altro, detto
ontologico, è la connessione che intercede tra In sostanza stessa ο
l’accidente, cioè a parte sui. Nella lingua scolastica si sogliono anche
distinguere : l’aocidens physicum, che ha entità distinta d’ogni sostanza, e
può essere absolutum, cho si riduco alla quantità ο allo qualità, e modale, che
non può mai trovarsi fuori di un soggetto; l’a. sepa-Ἱ -Acc rabile, che si può
facilmente separare dal soggetto, come il calore dal ferro, ο l’a.
inseparabile, che non si può separare, o almeno difficilmente, come il verde
dalla foglia; l'a. artrineecum che denomina un soggetto solo estrinsecamente,
come l’azione, e l’a. intrinsecum, che è inerente alla cosa di cui si chiama
ncoidente, come il freddo della neve; Pa. logieum o predicabile, che è una
qualità inerente al soggetto in modo contingente e non necessario, 6 l’a.
metaphysicum ο pradicamentale, che è quello che deve inerire al soggetto per
esistere, ma nel concetto fa astrazione dal modo di inerenza, se cioè sia
necessario o contingente. Aristotele, Metapk.; Porfirio, Isagoge; Goclenio,
Lexicon philos. -- caso, essenza, sostanza. Dicesi sofisma d’accidente quello
che trae la sus origine da una proposizione difettosa nel nesso tra il
predicato e îl soggetto, il primo dei quali non si congiunge a tutto il secondo
nella sua unità, ma soltanto ad una parte non costituente la sua unità, cioè ad
un accidente d’esso soggetto. Es.: L’arte oratoria ha spesso servito a trarre
in inganno i popoli ο i giudici; dunque, l’eloquenza è riprovevole. Dicesi
comversione per accidente quella operazione logica colla quale un giudizio
universale affermativo, il cui soggetto è meno steso dél predicato, si converte
in un giudizio particolare affermativo. Es.: ogni uomo è mortale; conv. per e.,
alcuni mortali sono uomini. Port-Royal, Logique; Masci, Logica, . Si chiama accomodamento
-- Accomodation; Accomodation: Accomodation – o accomodazione l'atto fisiologico
mediante il quale i muscoletti ciliari dell'occhio dànno alla faccia posteriore
del cristallino la curvatura neeeesaria affinchè l’immagini degli oggetti,
posti a maggiore ο minore distanza, si proiettino sulla retina e siano così
dormalmente percepite. Quando la convessità del eristallino aumenta, l’occhio à
accomodato alla visione degli oggetti vicini, e viceversa quando scema, Un
tempo si credeva che l’accomodazione dell’ occhio avvenisso per uno spostamento
della retina in avanti e indietro, conforme alle diverse distanzo degl’oggetti;
Cartesio è il primo ad emettere il concetto che la nostra capacità di vedere
distintamente gl’oggetti collocati a distanza dipenda dall’attitudine insita
nell’occhio di poter modificare la lente cristallina. La dimostrazione di
questa veduta teorica si ha due secoli dopo con Langenbeck, Cramer e Helmholtz.
Si dice dottrina dell’ accomodamento quella di molti teologi protestanti, i
quali, basandosi sulla constatazione che il cristianesimo dove, giunto in
contatto coi vari popoli, modificarsi in parte secondo le loro tradizioni,
costumi, credenze, rigettano tutto ciò che nei documenti evangelici non
concordi colle loro vedute. Helmholtz, Handbuch d. phyeiol. Optik; Wundt,
Grundzüge d. physiol, Psychol., Techernig, Optique physiol. -- miopia, ipermetropia, punto prossimo, ecc.. Acedia
-- animi remissio, mentis enervatio -- così designavasi, nella teologia
medievale, quella specio di depressione malinconica, di torpore dello spirito,
che impedisce l’azione volitiva e coglie specialmente chi conduce vita
solitaria e di meditazione. Tale disposizione d’animo è afinovorata tra i
peccati cardinali, per opposizione alla SPERANZA posta tra le VIRTÙ CARDINALI.
Nella psicologia moderna è considerata come una semplice anomalia della
volontà. Höffding, Psychologie -- abulia. ACERVVS, mucchio, si dice così un
antico sofisma, che Aristotele fa risalire a Zenone di VELIA, e che consiste in
questa argomentazione. Un mucchio di frumento, cadendo, non può produrre nessun
rumore, perchè in tal caso si dovrebbe sentire il rumore d’ogni grano, e delle
particelle d'ogni grano, il che non accade. Ma il mucchio non è che la somma
dei singoli grani, che cadono senza produr rumore. Dunque, il mucchio di grano
cadendo non produce in realtà alcun rumore, il quale è soltanto una parvenza
sensibile. Codesto sofisma ha poi assunto varie forme, delle quali la più
comune è la seguente. Se a un mucchio di grano si leva un grano, resta ancora
un mucchio. Se se ne levano due, ugualmente, fino a conchiudere che CON UN SOLO
GRANO si ha un mucchio di grano. Se si osserva che un grano non basta a far un
mucchio, si risponde che neppur due, tre, quattro, fino a conchiudere che
cento, mille, ecc. grani. non fanno un mucchio di grano. Aristotele, Physica.
Il sofisma d’Achille è uno degli argomenti di Zenone di VELIA contro la realtà
del movimento. Aristotele lo espone così. Un mobile più lento non può essere
raggiunto da uno più rapido; giacchè quello che segue deve arrivare al punto
che occupava quello che è seguito ο dove questo non è più (quando il secondo
arriva); in tal modo il primo conserva sempre un vantaggio sul secondo. Zenone
assume come esempio il piè veloce Achille inseguente una tartaruga; da ciò il
nome dato all’ argomento. Esso è poi formulato matematicamente nel seguente
modo. Siano i punti A ο B distanti tra loro d’ una lunghezza 1, ο
mocontemporaneamente nella stessa direzione con velocità disugaali, il oni
rapporto sia 9. Supponiamo che il punto
B, più vicino alla meta, sia il meno veloce; dico che la distanza che li separa
docrescerà sempre, ma non diventerà mai
0. Infatti mentre il punto A in un primo movimento percorre la lunghezza
1, il punto B, che è 9 volte meno veloce, percorrerà una lunghezza =; ; così
puro mentre il punto A in un secondo movimento percorre la lun1 ghezza il punto
B ne percorre la ga parte, cioè è Dopo un numero qualunque di movimenti, la
distanza fra i due Aco 10 mobili non sarà mai = 0, ma sarà sempre
espresss dalla frazione En Questo argomento, insieme agli altri coi quali
Zenone nega la pluralità e il movimento, ba appassionato vivamente i filosofi,
da Aristotele a Horbat. Bergson lo confuta, dimostrando come esso abbia origine
dalla confusione tra il movimento e lo spazio percorso dal mobile, poichè
1’intervallo che separa due punti è divisibile infiuitamente, e s’il movimento
fosse composto di parti come quelle dell’ intervallo stesso, esso non sarebbe
mai sorpassato. Ma la verità è che ciascuno dei passi d’Achille è un atto
semplice, indivisibile, ο che dopo un numero dato di codesti atti, Achille
sorpassa la tartaruga. Aristotele, Phys.; Bergeon, Essai sur les données imm. de la conscience. A contrario, nella logica si designa così un
ragionamento nel quale, in luogo di conchiudere per analogia semplice, a pars,
si conchiude da contrario a contrario. Per es.: se lo stesse cause, nelle
stesse condizioni producono gli stessi effetti, è naturale aspettarsi che cause
contrarie produrranno effetti contrari. L’acosmismo. T. Akoemiemus; I.
Aoosmism; F. Aoosmiame è il trmine applicato da Hegel al sistema di Spinoza, in
opposizione ad a-teismo, perchè il sistema spinoziano non nega l’esistenza del
divino ma piuttosto fa ri-entrare il mondo in essa. Il termine è rimasto
nell’uso per indicare il pan-teismo, e, in generale, quei sistemi filosofici,
come ad es. quelli di Malebranche, Berkeley, Fichte ecc., che negano
l’esistenza del mondo come realtà indipendente. Secondo Windelband anche la
filosofia di VELIA è un a-cosmismo, in quanto essi nega la realtà delle cose,
che l’esperienza offro in co-esistenza e successione, per non affermare che la
realtà dell’essere uno ed unitario; AMORE per i fisio-psicologi moderni ogni
manifestazione più squisita del sentimento d’amore non è altro che la
manifestazione complessa d’un fatto semplicissimo 1’attrazione di due elementi
vitali, di due cellule, che tendono 8 completarsi e ringiovanirsi
vicendevolmente. Spencer analizza molto scutamente l’amore sessuale, cercandone
gl’elementi costitutivi. Egli dimostra come l’amore è il più irresistibilo dei
nostri sentimenti perchè è il più complesso, essendo un aggregato immenso di
quasi tutte le eccitazioni di cui siamo capaci. Infatti, oltre alle sensazioni
© ni sentimenti strettamente egoistici, entrano a costituirlo le impressioni
complesse prodotte dulla bellezza, la stima di sè, il piacere del possesso, l’amore
dell’ approvazione, la simpatia, l’ammirazione, la venerazione, l’affezione, il
rispetto, il sentimento della libertà d’azione. Già fin do ORAZIO Flacco si
sono distinti cinque gradi o fasi psicologiche dell’amore sessuale: rise,
auditus, taotus, osculum, concubitue, I due primi gradi sono i più degni
dell’uomo, i più adeguati alla raffinatezza del suo senso estetico; i tre
ultimi, nei quali In voluttà raggiunge successivamente le forme più intense, gl’uomini
hanno iu comune coi bruti. Nel primo grado l’uomo subisce per vin degli occhi
il fascino delle forme e delle movenze femminili; come esprime il nostro poeta
nei due noti versi: E vien dagl’occhi una dolcezza al core che intender non la
può chi non la prova. TI senso uditivo opera nella seconda fase, e con tanto
maggiore intensità quanto più l’uomo à civile e artisticamente colto. E par che
dalle sue labbia οἱ mova uno spirto gentile pien d'amore che va dicendo
all'anima: sospira. La fisiologia considera queste fari anecessive come
prodotte dal progres Amo sivo diffondersi dell’eccitamento afrodisiaco nelle
diverse sfere sensoriali; dai lobi posteriori del cervello, centri visivo e
nditivo, esso s’avanza ai lobi anteriori, centri sensitivo-motori, si sprofonda
nei lobi inferiori, centri olfattivi, e si diffonde infine a tutto l’asse
encofulo-spinale durante la consumazione dell'atto riproduttivo. In senso
teologico l'amore è il godimento che il credente prova nell’intuizione di Dio;
già per Platone l’amore, ἔρος, è l'entusiasmo puro, libero da ogni sensibilità,
verso la conoscenza dell’idee, e particolarmente per la più alta di tutte, il bene
divino. Per Plotino, l’amore pel divino è la felicità massima dell’uomo.
Agostino definisce lo stato dei beati come la più sublime delle virtù, 1’amore,
charitas. Nella beatitudine eterna, in cui non ο) ὃ da superare la resistenza
del mondo e della volontà peccatrice, e in cui l’amore non ha più bisogno di
acquietarsi, quest’amore è una contemplazione ebra di Dio, Per AQUINO la mèta
suprema d'ogni sforzo umano è la visio divine essentie, da cui segue eo ipso
l’amore del divino; concetto che trova il suo poeta in ALIGHIERI, che lo porta
a somma espressione di bellezza. Per il Cusano invece l’anima, se vuol conoscer
il divino, deve cessare d’essere sè stessa, deve rinunciare a sè stessa; tale à
lo stato del conoscere sopra-razionale, dell’ immedesimarsi dell’uomo nel
divino, stato di eni il Cusano dice: esso è l’amore eterno, charitas, che vien
conosciuto per mezzo dell’ amore, amor, ed amato per mezzo della conoscenza.
Per Spinoza l’amor dei intellectualis è il risultato della conoscenza delle cose
sub specie wernitatis; poichè da codesta specie di conoscenza nasce una gioia
accompagnata dall’idea del divino come causa, cioè l'amore del divino, non
nella misura nella quale ci imaginiamo il divino come presente, ma nella misura
nella quale comprendiamo ch’il divino è eterno: è ciò che io chiamo: amore
intellettuale del divino. Codesto amore è eterno, poichè tale è la natura della
conoscenza da cui nasce, 9 quantunque non abbia avuto cominciamento ha tutte le
perfezioni dell’amore. Esso è infino una parte dell’amore infinito con cui il
divino ama sè stesso. Il divino ama sè stesso d’un amore intellettuale
infinito. L’ amore intellettuale dell’ anima riguardo al divino è l’amore del
divino stesso, amore di cui ama sè stesso, non in quanto è infinito, ma in
quanto può essere spiegato dalla essenza dell’anima umana considerata dal punto
di vista dell’eternità: ossia 1’amore intellettuale dell’anima riguardo al
divino è una parte dell’amore infinito di cui il divino ama sò stesso. Per
Malebranche ogni conoscenza umana è una partecipazione alla ragione infinita,
tutte l’idee delle cose finite non sono che determinazioni dell’ idea del
divino, tutti i desideri rivolti all’ individuale non sono che partecipazioni
all’amore, inerente necessariamente nello spirito finito, del divino come
principio del suo essere e della sua vita. Amore ο odio sono la
personificazione delle due forze cosmiche con cui Empedocle di GIRGENTI spiega
la formazione e In dissoluzione del mondo: l’amore è la causa per oni i quattro
elementi originari, terra, aria, acqua ο fuoco, si mescolnno insieme ο dànno
luogo alle cose particolari, l’odio la causa per cui gli elementi si separano ο
le cose spariscono. Platone, Simp.; Rep.; Agostino, De trin.; Spinoza, Ethica;
Leibnitz, Nour. Eee,; LUCIANI (vedasi) Fisiologia dell’uomo; SFUMENI (vedasi), Arch.
di fisiologia, Firenze; Höffding, Psychologie; Volkmann, Lehrbuch d. Peychol.
Amorfo -- T. morph; I. Amorphous; F. Amorphe – è ciò che non ha forma
sistematica, ordinata. I biologi dicono amorfa una sostanza organica ma non
organizzata in cellule. I sociologi, per analogia, chiamano amorfe lo società
costituite da un insieme di individui senza organizzazione nè differenziazione,
o gli etologi amori quegli individui che mancano di nn temperamento determinato
(sensitivo, volitivo o apatico) per mancanza di nnità nelle tendenze, negl’istinti,
nei desideri. L’smusin. T. Amusio; I. Amusia; F. .imusie – è una forma assai
rara di amnesia parziale, che si verifica nei musicisti, e consiste o nella
impossibilità di leggere la musica (a. vieira) pur rimanendo ln capacità di leggere
i caratteri tipografici; o nella impossibilità di cantare, ο di sonare il
proprio stromento (a. motrice); o nella impossibilità di comprendere con
l'orecchio le nrie musienli (a. uditira).
Brissaud, Malattie dell'encefalo. Nella religione greca anagogia designa
la festa per la partenza e il ritorno di un divino. Nella lingua teologica
indica quei processi che hanno per scopo di δυvreccitare il sentimento dei
fedeli, intensificandone le mistiche aspirazioni. Tali sarebbero i metodi per
raggiungere lo stato d’estasi religiosa. Leibnitz adopera il vocabolo anagoge
come sinonimo di induzione, ἀναγωγή. Dicesi anagogico quello tra i quattro
sensi della scrittura che è considerato come il più profondo e che consiste in
un simbolo di cose costituenti il mondo divino. L’analgesia -- analgesic,
Analgie; I. -tnalgesia, Analgia; F. Analgésie – è un sintomo frequente nelle
malattie del sistema nervoso; è sinonimo di algoanestesia, e consiste nella
completa ο incompleta insensibilità al dolore, co-esistente colla conservazione
d’altre sensazioni o di parte di ease. Essa può essere procurata anche per
ipnotismo, in seguito a comando dell’operatore. Non va confusa coll’anestesia.
La sua importanza, dal punto di vista psico-fisiologico, sta in ciò ch’essa può
verificarsi anche quando rimangano integri gli altri sensi cutanei (di
contatto, di pressione, di caldo, di freddo), comprovando con ciò la tesi di
Brown-Sequard, Funke, Mtinsterberg, che cioò esistano nella cute terminazioni
nerveo speciali e nel sistema nerveo centrale apparati sensitivi distinti per
le sensazioni del dolore, contro la tesi opposta, sostenuta da Latye, Wundt,
Richet, ecc., che gl’organi periferici ο centrali pelle sensazioni dolorifiche
siano gli stessi che funzionano per le sensazioni tattili e termiche. GRICE VERSUS PITCHER: Would I
be happy to accept a pain sense in the way in which sight or smell is a sense?
I think not. For to do so would involve regarding the fact that we do not
externalize our pains as a mere linguistic accident. Kiesow, Aroh. it. de Biol., Zeitsohr. für Peychol.;
Alrutz, Atti del Congr. di Psicologia, Roma -- dolore, modalità, tono. Il
significato della parola “Analisi. Τ. .inalyse; I. Analysis; F. Analyse -- è
molto vago molto vario. Ad ogni modo, ricorrendo alla sua etimologia, analisi
significa scomposizione di un tutto ne’suoi clementi, ἀνα-λύειν -~ decomporre,
sintesi composizione di un tutto per mezzo de’suoi elementi, 3uy-tidy1t =
comporre insieme. Trasportate nel pensiero, si dice analitica ogui funzione che
distingue in un tutto una o più parti, sintetica quella che combina parti
diverse e ricostruisce un tutto risoluto, ο di unità preesistenti forma un
tutto nuovo. Nella logica il procedimento 0 metodo analitico consiste nel
partire dai fatti particolari per nasorgere ad una legge, prima ignorata, che
tutti li abbracci e li spieghi; il procedimento sintetico consiste nel partire
da nn principio generale noto per trarne le conseguenze. Il primo procedimento,
in cui si va dal meno al più, costituisce ’ indusione ; il secondo, in cui si
va dal più al meno, la deduzione. Pure nella logica, dicesi analitica’ la prova
che va dagli effetti alle cause, sintetica © progressiva quella che va dallo
cause agli effetti; analitico il concetto le cui note sono sciolte dal loro logamo
logico, sintetico se sono pensate secondo quel legame. Nelle matematiche la
parola Analisi fu un tempo sinonimo di Algebra, la quale, in quanto metodo,
consiste infatti nel supporre il problema risolto per dedurre Je condizioni
della soluzione, cioè risalire dalla conseguenza cercata alle sue premesse;
oggi l’Analisi designa specialmente il calcolo infinitesimale, per opposizione
alla teoria delle funzioni. Wundt, Logik; Masci, Logica, Grice/Strawson, In defense of a dogma, in
Studies in the way of words. Per Aristotele l’analitica è l’arte dello
scomporre il pensioro nelle se porti; perciò dal si dice Analitica quella parto
dell'Organo di Aristotele che tratta dell’arte di ridurre il sillogismo nelle
sue diverse figuro (Prime analitiche) e dà le regole della dimostrazione in
generale (Ultime analitiche). Per Kant l’analiticn è la scienza delle forme
dell’intendimento ; essa decompone tutta l'opera formale dell’ intendimento e
della ragione nei suoi elementi e li presenta come i priueipt di ogni apprezzamento
logico della conoscenza, ed è quindi, almeno negativamente, la pietra di
paragone della verità, poichi bisogna secondo lo regole di essa controllare e
gindicare la forma di ogni conoscenza. L’analitica trascendentale è una delle
due parti in cui è divisa la logica del Kant. Essa ha per oggetto di scomporre
la nostra facoltà totale di conoscere a priori nei concetti elementari della
scienza pura »; si distingue in Analitica dei concetti dell’ intendimento puro
e Analitica dei principî dell’ intendimento puro: questa è la dottrina del
giudizio, quella l’analisi delle facoltà dell’ intendimento, che ha per scopo
di spiegnre In possibilità di concetti a priori, ricercandoli unicamente nell’
intendimento stesso come in loro fonte vera e naturale. Aristotele, Rhetor.;
Kant, Krit. d. reinen Fera., ed. Kehrbach. Analitici, sintetici, giudizi, Kant,
seguendo l’antica distinzione, chiama analitici quei giudizi il cui predicato è
necessariamente contenuto nel pensiero del soggetto – That child is not an
audlt – Grice/Strawson --, e che quindi si rica con una semplice analisi del
soggetto medesimo; sintetici quelli il cui predicato è preso fuori del soggetto
– That child understands Russell’s theory of types. Es. g. sint. Il triangolo
ha tre lati; g. an. Napoleone morì a S. Elena. I giudizi sintetici possono,
secondo Kant, essere a priori o a posteriori. Sono sintetici a posterioni quei
giudizi nei quali il fondamento del rapporto tra predicato e soggetto è l'atto
stesso della percezione; invec nei sintetici a priori, cioè nei principi
universali che danno la spiegazione dell’ esperienza, il fondamento è qualcos’
altro, che dev’ essere cercato. Ma per Kant l’apriorità è questo un punto
essenzialissimo della sua dottrina non significa qualche cosa che precede nel
tempo I’esperienza, bensì l’universalità di valore dei principi razioni
universalità che trascende ogni esperienza e non si può in alcun modo fondare
sul’ esperienza. Kant,
Krit. d. reinen Vern., ed. Kehrbach; Proleg.; Ewald, Kante methodologie, Grice:
Nothing can be green and red all over no stripes allowed. Nel suo significato commune, l’Analogie. T. Analogie;
I. Analogy; F. Analogie -- è la somiglianza più ο meno lontana esistente tra
due o più cose o fatti ; nel senso primitivo è ugnaglianza di rapporti o
proporzione matematica; nella logica l’analogia ο ragionamento analogico è un
razioeinio col quale, date due coso aventi un certo numero di caratteri comuni,
un nuovo carattere che si riconosca appartenere all’una di esse, viene
attribuito ancho all’ altra. In altre parole, l’analogia, a differenza dell’
induzione, conclude da particolare n particolare, inferendo da alcune
somiglianze note altre che non sono note. Il tipo dell’analogia è il seguente:
A (che è πι, n, 4) ὃ P Sèm,n,4 sıP. La conelusiono dell’ analogia è dunquo
soltanto probabile; giacchè, per esser certa, bisognerebbe che il termine
maggiore fosso convertibile semplicemente (ciò che è m, n, q è A) Il suo grado
di probabilità cresce col diminnire dei punti di differeriza e del numero delle
proprietà sconosciute. L’analogia può essere di identità o di coordinarione. La
prima ha luogo quando fra due coppie di concetti esiste identità di rapporto ο
di sostanza; ad es. l'estensione della legge della gravità terrestre a legge
della gravitazione universale. La seconda quando fra i due concetti esiste solo
una identità di rapporto; ad cs. le analogie tra lo spazio visivo e il tattile,
tra la propagazione del calore e quella del suono. E celebre 1’analogia d’
identità con la quale Franklin, movendo da alcune somiglianze fra il fulmine e
l'elettricità, argomentd che anche quello, come questa, doveva essere attirato
dalle punte metalliche. Analogie dell'esperienza chiama Kant le regole secondo
le quali dalle percezioni deve uscire l’unità della esperienza. Esse si
appoggiano su questo principio generale. L’esperienza non è possibile che per
la rappresentazione di un logame necessario delle percezioni. Tre sono i modi
secondo i quali i fenomeni esistono nel tempo, e ciod durata, successione, e
simaltaneità ; tre sono quindi le analogie dell’ esperienza. Prima anslogis :
principio della permanenza della sostanza: la sostanza persiste nel cambiamento
di tutti i fenomeni ela sus quantità non aumenta nè diminuisce nella natura.
Seconda: principio della causalità: Tutti i cangiamenti avvengono secondo In
connessione degli effetti e delle cause. Terza: principio di simultaneità
secondo la legge d’azione reciproca: tutte lo sostanze in tanto cho possono
esser percepite come simultanee nello spazio, sono in una azione reciproca
generale. Nella lingua scolastica
analoga sono quelle cose delle quali il nome è identico, mentre la ragione
significata dal nome è in parte identica in parte no, come il divino e la
creatura rispetto all’ arte. Analoga attributionia sono quelle cose a cui
conviene un nome comuno nel senso medesimo, ma per titolo diverso; analoga
proportionalitatis quelle cose a cui conviene un nome comune con significato
simile e con proporzione, come al mare, al cielo e all’animo dell’uomo la
serenità. Aristotele, Anal. prior.; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Kohrbach;
Wundt, Logik, PAGUINI (vedasi), Le analogie, Cult. filosofica; CHIDE, La
logique de l’analogie, Rev. phil., Sageret, L’analogie scientifique. Grice,
analogia come parte dell’escatologia. Analogismo -- T. Analogiemus,
Analogiererfahren; I. Analogiem; F. Analogieme – è, in generale, ogni indirizzo
che si vale del ragionamento analogico per giungere alla conoscenza di
qualsiasi categorin di fenomeni. E quindi analogismo quell’ndirizzo
sociologico, che concepisce la società come un organismo vivente, in cui gli
individui rappresentano le cellule, e ricava lo leggi dell'organismo sociale
dallo studio delle leggi dell’organiamo biologico. In senso più ristretto analogismo
equivale a idealismo realistico, monismo spiritualistico, antropomorfismo,
ecc.; ossia quell’indirizzo filosofico cho concepisce ln realtà esterna per
analogia con la realtà interna, cioè con la coscienza umana. Nella sua forma
riflessa esso comincia con Leibnitz. per il quale appunto la natura delle
monadi ci è resa intelligibile per via dell’ analogia con i nostri stati
interni; la legge dell’analogia ci impone di professare ovunque il principio
tout comme oi (simile ul tout comme chez nous di Holberg). Leibnitz, Nour. Essaie,
Erdmann; Hiffding, Hist. de la phil. moderne. Nella dottrina platonica, l’anamnesi. – Ανάμνησις -- è
la reminiscenza, ossia quel movimento per il quale lo spirito dall’opinione si
innalza alla scienza. Esso infatti si produce spontaneamente alla vista dei
vestigi della verità, della bellezza, dell'uguaglianza, dell’unità dell'essere,
che si riscontrano negli oggetti dell'opinione; sembra quindi che codesti
attributi ci siano conosciuti primitivamente e che noi non facciamo che
riconoscerli. Da ciò viene che per Platone la filosofia non è che una
reminiscenza. Con 1’esempio del teorema di Pitagora, egli mostra che la
conoscenza matematica non proviene dalla percezione sensibile, ma che questa
fornisce soltanto l'uccisione per cui l’anima richiama alla memoria la
conoscenza preesistente in essa, cioò avente un valore puramente razionale.
Ora, se le idee preesistono nell’ anima alla percezione, l’ anima deve averle
ricevute prima; e infatti le anime, prima della vita terrena, hanno, secondo
Platone, veduto nel mondo incorporeo le puro forme della realtà, © la
percezione di cose corporee simili richiama (secondo le leggi generali dell’
associazione e della riproduzione) il ricordo di quelle imagini, dimenticate
durante la vita corporea terrena; da ciò nasce l’ impulso filosofico, l’amore
per le idee (dpwg), con cni l’anima #'innalza di nuovo alla conoscenza di
quella vera realtà. Cfr. Platone, Men., 80 segg.; Fedro, 246 segg.; Fedone, 72
segg. Anarchia. T. Anarchismus; I. Anarchy; F. Anarchie. Secondo l'etimologia
greca (& priv. ἀρχή --comando) significa assenza di ogni autorità, di ogni
legge, di ogni capo. Nella sociologia ai distingue 1’ anarchiemo politico, che
ebbe per maestro Proudhon, e propugna l’ assoluta eguaglianza fra gli uomini,
l'abolizione di ogni proprietà e autorità, meno la familiare, e la spartizione
dei prodotti, ealcolati secondo le ore di lavoro; il comunismo anarchico,
fondato da A. Herzen, M. Bakunin, ecc., che vuol tutto abbattere, famiglia,
proprietà, stato, religione, per raggiungere V’ amorfismo politico; il
collettiriemo anarchico, che ammette un potere pubblico per la ripartizione dei
prodotti derivanti dallo sfruttamento delle terre e delle macchine, per opera
di associazioni di operai e d’agricoltori. Pietro Kropotkin tentò per ultimo di
unificare le varie dottrine anarchiche ; il suo armonismo sociologico, sia che
cerchi di fissare una presunta posizione scientifica dell’anarchia, o tenti una
valutazione critica dell’ ordinamento rociale e politico presente, 0 si
avventuri in previsioni sulla società avvenire, ha qualche parentela
formalistica ed estrinseca col sistema evoluzionistico dello Spencer, l’unico
filosofo che abbia posizione nel corso normale della acienza da cui gli
anarchici mntuino qualche detrito frammentario ANA-ANE li 46 di
pensiero. Tuttavia l’armonismo sociologico del Kropotkin ha, dimostra lo
Zoccoli, un carattere di troppo palese provvisorietà empirica per poter
assorbire ed acquietare le tendense di autonomia dottrinale, che si manifestano
anche tra gli anarobici; nn esempio tipico lo offre la dottrina dell'americano
Tucker, che giunge bensì allo stesso conseguenze estreme del comunismo del
Kropotkin, ma attraverso premesse aspramente individualistiche in politica, in
economia e in morale. Cfr. E. Zoccoli, L’anarekia: gli agitatori, le idee, i
fatti, 1907. Anatomia e fisiologia comparate. Scienze fondate dal Cuvier, ma
già intravvedute con precisione da Aristotele. Esse, fondandosi sullo studio
comparativo delle vario forme organiche, cercano stabilire le leggi generali di
parentela fra i diversi gruppi © i modi probabili di evoluziono dei vari
apparecchi dell’ organismo animale. Sebbene la natura delle due scienze sia
molto nffine, cosicchè spesso si confondono, tuttavia scopo specifico della
seconda è lo studio dello analogie esistenti tra i vari organi degli animali,
della prima è invece lo studio delle omologie. Si dicono analoghi quegli organi
che, sebbene djversi anatomicamonte fra loro, sono nei vari animali impiegati
agli stessi usi, ul es., le branchie dei pesci, le trachee degli insetti, i
polmoni dei mammiferi; si dicono omologhi quegli organi che, quantunque
morfologicamente uguali, compiono nei diversi animali funzioni diverse, ad es.
le autonne degli insetti, gli aculei dell’ istriee, le penne dogli uccelli.
Cfr. R. Besta, Anatomia ο fisiologia comparata, 23 cd., Hoepli. Anatreptica
(évatpénw = abbutto). L’ arte di rovesciare le proposizioni di un avversario.
Fa parte dell’agoniatica, che è quella parte della dialettica che consiste in
veri e propri certami o dispute (v. dialettica, erintica, maieutiva, ece.).
Anestesia. l. Anisthesie; I. Anaesthesia; F. Anesthésie. Insensibilità a
qualsiasi eccitazione, che pnd essere deter 47
ANF minata da una lesione degli organi periferici (pelle) o dei centri
nervosi (enogfalo, midollo spinale). Nel primo caso si ha l’a. periferica, nel
secondo caso Va, centrale; è speciale se limitata ad una sola regione del
corpo. Si dicono poi sistematiche quelle anestesie in cni il soggetto, pure
avendo tutti i suoi sensi intatti, non percepisco che le sensazioni cho
riguardano un dato oggetto, oppure è incapace di percepiro quelle cho si
riferiscono a un dato oggetto. Anestesimetro è lo strumento con cui si misura
il grado della anestesia. In senso
figurato dicesi anestesia del senso morale (ethische Farbenheit dei tedeschi)
la mancanza di senso morale, che si riscontra in alcuni individui i quali pure
non ignorano le leggi della moralità, ma sono impotenti a seguirle appunto
perchè la loro coscienza morale non è sorretta e guidata da alcuna di quelle
tendenze emotive, che spingono 1 uomo verso il bene; essi appartengono alla entegoria
dei folli morali, © si distinguono dai ciechi morali (ethische Blindheit dei
tedeschi), che mancano affatto di coscienza morale, © dagli abnliei morali, nei
quali le tendonze emotive verso il bono esistono, ma sono troppo. deboli per
lottare contro quelle che spingono I’ individuo al soddisfacimento dei suoi
appetiti e delle suc passioni. Cfr. Kraft-Ebing, Die Lehre ton mor. Wahnsinn,
1871; Dagonet, Folie morale, 1878; Bonvecchiato, Il senso morale e la pazzia
morale, 1883 (v. analgesia), Anfibolia. T. {mphibolie; I. Amphibolia; F.
Amphibolie. Vocabolo greco, col quale si designa, nella logica, l'eq voco di
senso risultante dalla costruzione di una frase, © dall’ nso di termini di
doppio significato. Kant chiamava anfbolia dei concetti della ragion pura la
possibilità di nostitnire all’uso empirico dei principi dell’ intelligenza che
non hanno valore se non per rapporto agli oggetti dell’esperienza un uso
trascendentale illegittimo; percio egli la chiama amfbolia trascendentale o fa
una critica della monadologia leibnitziana, che considera come riposante au
ANF-ANI 48 tale anfibolia. Cfr. Aristotele, Le soph.
elench.; Kant, Krit. d. reinen Pern., ed. Kehrbach, p. 245. Anfibologia. T.
Amphibologie; I. Amphibology ; F. Amphibologie. E una forma di sofisma molto
simile all’ anfibolis, ma si usa specialmente per indicare l’ ambiguità
risultante dall’ uso di certe forme sintattiche. Es. la frase latina dico lupum
mordere canem » è un’ anfibologia, perchè può significare tanto io dico che il
lupo morde il cane » quanto io dico che il cane morde il lupo ». Anima. T.
Seele; I. Soul; F. Ame, Prima che comineinsse la speculazione filosofica,
l’uomo s'era già volto ad esaminare quale fosse il substratum dei fenomeni
dell’esperienza interna, e per prima cosa separò questo dal corpo, spintovi
forse dai sogni, poi l’identificò col soffio dolla respirazione; tale infatti è
il significato etimologico del latino animus, del sanscrito dtman, dal greco
φυχή. Sorta la filosofia, il concetto di anima assunse via via vari ed opposti
significati, che si possono tuttavia ridurre a quattro fondamentali: 1° L’
anima è concepita come sostanza spi rituale, semplice, inestesa, immortale,
indipendente e distinta dal corpo; ciò costituisce lo spiritualismo, detto
anche dualismo perchè pone la dualità fondamentale del corpo e dell’ anima,
della materia ο dello spirito. 2° L'anima è considerata non come esistente per
sè, ma come una semplice funzione dell'organismo; ciò costituisce il
materialiemo, che è monistico quando ammette la sola sostanza materiale e fa
dello spirito una attività di ossa, dualistico quando considera 1’ anima come
una sostanza materiale simile alla corporea. 3° L’ anima è considerata come I’
unica realtà, mentre tutte le altre cose non sono che una parvenza o una derivazione
di essa; tale è la dottrina sostenuta dall’ idealismo o moniemo
spiritualistico. 4° Infine l’ anima è identificata col corpo, i fenomeni
psichici coi fisici, considerandosi però gli uni e gli altri come
manifestazione di un principio auperiore che li contiene e li domina, di un
prinei 49 ANT pio che è la sola roaltà;
questa è I' ipotesi fondamentale di due sistemi, che, del resto, differiscono
molto nel fondo: il panteirmo e il moniemo. A queste quattro vedute
fondamentali si può aggiungere lu dottrina fenomenistica moderna, che trae le
origini dallo scetticismo di Hume e dal criticismo di Kant. Essa abbandona alla
metafisica ogni specalazione astratta sull'anima, limitandosi a studiarne
scientificamente le manifestazioni. Non afferma che l’anima esista o non
esista, ma soltanto che essu è un qualche cosa di sconosciuto, di inconoscibilo
forse; e che, in ogni caso, il problems non potrà essere risolto con le ipotesi
ο le congetture, ma con le ricerche minute, pazienti, positive dei Senomeni
peichici. Affine al fenomenismo è l’attualiemo, ılottrina contemporanea che
nega nella coscienza qualunque sostrato permanente, affermando che i fatti
psichici sono reali solo quando e in quanto sono attuali, e che questi essendo
in continua successione, la realtà della concienza si risolve nella attualità
dei suoi stati. Ad ogni modo la parola anima implica, sia dal punto di vista
empirico o fenomenico che dal metafisico, una opposizione con I’ idea di corpo,
e si distingue tanto dallo spirito quanto dal me: da quello in quanto contiene
P idea d’ una sostanza individnale ed ha una estensione maggiore, applicandosi
la parola spirito specialmente alle operazioni intellettuali ; dal me in quanto
questo non è di essa che una parte. Aristotele chiama anima regetatica quella
che produce la nutri zione, l'accrescimento, la riproduzione degli esseri
viventi ; a. pensante quella che è il principio del pensiero, sin puro che
discorsivo: a. sensitiea quella che è il principio della sensibilità, anche
negli esseri irragionevoli. Bacone chiama a. sensibile uno sostanza puramente
materiale, costituita dagli epiriti animali e propria tanto dell’uomo che dei
bruti. Cfr. Platone, Filebo, cap. 30; Fedone, cap. 2: stotele, Je an., I, 2;
Cicerone, De nat. deorum, III, 14, 3 Plotino, Enneades, V, 5; Bacone, De augm.,
IV, 3; Carte» 4 Raxcout, Dirion. di
scienze flosofiche. ANI 50 Principia philos., IV, 196; Holbach, System
de la nature, 1770, vol. I, p. 118; Kant, Arit. dor reinen Tern., ed. Kirchm.,
p. 324-337; Lotze, Microkoemus, 1879, vol. I, p. 101170; Vogt, Physiol. Briefe,
1845; Lange, Gesohichte d. Materialismus, 1874; Wundt, Grundsüge d. pysiol.
Psychologie, 1880, vol. I, p. 8 segg.; II, p. 453-463; Ferri, La psychol. d.
l'association, 1883, p. 286-293; Mausdley, La physiol. de Veaprit, 1878, p. 75
segg.; Höffding, Psychologie, trad. franc. 1900, p. 8-23; Hamilton, Lectures on metaph., 1882,
vol. I, p. 138 segg.; Spencer, Princ. of. peyohol., 1874, P. 11, $ 58, 59, 63;
F. Bonatelli, Disoussioni gnoseologiche e note critiche, 1885; G. Sergi,
L'origine dei fenomeni psichici, 1885; Ardigò, Opere ΠΙ., I, p. 189 segg.; VII,
17 segg.; G. Villa, La psiool. contemporanea, 2* ed. 1911 (v. parallelismo,
idealismo, priohe, io, immortalità, semplicità, unità, identità). Anima del
mondo. Gr. Ἡ τοῦ παντὸς φυχή; Lat. Anima mundi; T. Weltseele, Wellgeiat; I.
Soul of the world; F. Ame du monde. Dottrina propria specialmente di Platone e
degli stoici. Secondo Platone, il mondo è opera della ragione; ina la ragione
non può stare senz'anima; di qui l’anima del mondo che fu creata da Dio per
prima, ο serve da mediatrice fra I’ indivisibile o il divisibile, fra le ideo ο
le cose sensibili. Per gli stoici, invece, il mondo è un immenso corpo
organizzato, fornito di un’ anima come gli organismi individuali: quest’ anima,
costituita da un fuoco etereo purissimo, è, nello stesso tempo, la ragion
seminale del mondo, il principio di universale attività, la provvidenza che sn
tutto vigila, in una parola Dio stesso. Cfr. Platone, Timeo, 34 b segg.;
Aristotele, De anima, 407 a; Cicorone, De nat. deorum, II, 8 (v. demiurgo).
Animali (spiriti). Lat. Spiritus animales; T. Tiergeister, Nercengeister ; F.
Esprits animaur. Secondo un’ antica dottrina, durata lunghi secoli ma da tempo
abbandonata, I’ attività sensoriale e motrice dell’ anima sarebbe determinata
dagli spiriti animali, sostanza gassosn prodotta dal sangue 51 ANI
e scorrente attraverso i nervi al cervello. Erasitrato, nipote di Aristotele,
considerava gli spiriti snimali come provenienti dal cervello, gli spiriti
vitali dal cuore; secondo Galeno gli spiriti animali derivano da una mescolanza
dell’aria aspirata dalle narici con gli spiriti vitali condotti dal cuore ai
ventricoli laterali del cervello mediante le arterie, ed erano trasmessi dal
cervello ai nervi per determinare il movimento e la sensazione. Tale dottrina,
più o meno modificata, fu accolta da S. Agostino, 8. Tommaso, Telesio, Bacone e
Descartes, per il quale gli spiriti animali sono secreti dal cervello
attraverso dei pori cho s’aprono nei ventricoli, e, sccumulandosi in queste
cavità, eccitano I anima situata nella glaudola pineale; la volontà, a sus
volta, muove gli spiriti animali dei ventricoli per mezzo della glandola
pineale, e li distribuisce per la via dei nervi a tutte le parti del corpo:
Notum eat, omnen hos motus musculorum, ut omnes sensus, pendere a nervis, qui
sun! instar tenuium filamentorum aut instar parvorum tuborum, qui er corebro
oriuntur; et continent, ut et iprum cerebrum, certum quendam aërem aut ventum
subiilissimum, qui apirituum animalium nomine ezprimitur. Lunghe discussioni
seguirono poi tra gli scienziati intorno alla natura, all’ origine, alla sede
degli spiriti animali; ma solo verso la fine dell’ ottocento si cominciò a
sostituirli con I’ ipotesi della vis nervosa, o corrente meurilica, che
propagandosi lungo il cilindrasse delle fibro trasporta le eccitazioni sensorie
dalla periferia all’ encefalo ο le motorie dall’ encefalo alla periferia. Cfr. Telesio, De rer.
nat., V. 5; Bacone, Nov. Org., Il, 7; Hobbes, De Corp., C. 25; Descartes, Pass.
an., 1, 7; Vulpian, Leçons sur la physiol. du syst. nerreuz, 1868: Bastian, Le
cerveau org. de la penade, trad. franc. 1888, II, Ρ. 111
segg. Animismo. T. Animiemus; I. Animiem; F. Animisme. Nella storia delle religioni, dicesi animismo la
credenza nell'esistenza degli spiriti, da cui ogni cosa è animata: à ANN una
delle forme della religiosità primitiva. Si distingue dal fetieismo, che
consiste nell’ adorazione degli oggetti materiali in oui si crede dimori uno
spirito. Una forma affine di animismo consiste nella credenza che tutta la
natura sia animata, senza che ciò implichi l’esistenza di agenti distinti dai
corpi. Nella filosofia, designa quella dottrina che spiega tutti i fenomeni
della vita ponendo a causa originaria di essi l’anima, principio ad un tempo
della vita e del pensiero. L’ animismo filosofico 6’ oppone all’organicismo, al
meccaniciemo ο al vitaliemo, obbiettando al primo che la forza direttrice e
creatrice, ch’ esso pure ammette negli organi, se distinta dalla materia
vivonte è una pura concezione metafisica, se identificata colla materia stessa,
è, in fondo, l’anima; al secondo, che in ogni essero vivente esiste un’ idea
direttrice e creatrice inesplicabilo colla semplice trasformazione del
movimento ; al terzo, cho I’ esistenza di due anime, la vitale e la ponsante,
Puna accanto all’ altra © ignorantisi a vicenda, è incomprens bile e, ad ogni
modo, più difficile a spiegare che non l’esistenza di un’ anima sola. Si
distinguono due specie di animismo filosofico: 1’ nna considera il corpo come
prodotto © organizzato dall’anima, l’altra, più consona αἱ risultati della
scienza moderna, e contraddistinta col nome di ani. miamo polizoista, considera
ogni elemento anatomico vi vente (cellule), come un piccolo animale, cosicchè
il corpo sarebbe prodotto dal consonso di tutte queste anime elementari. Cfr.
Tylor, La première civilisation, 1875; H. Spencer, Principî di sociologia,
trad. it. Bibliotoca dell’ economista, p. 145 sogg.; Hans Driesch, Il
vitaliemo, atoria e dottrina, trad. it. 1911; Haeckel, I problemi
dell'universo, trad. it. 1904, p. 264 segg. (v. cellulare pricologia, vita,
duodinamismo). Annientamento. T. Vernichtung; I. Annihilation; F. Annihilation.
Si distingue dal semplice cangiamento © designa il passaggio dall’ Essere al
non-Essere; è quindi il contrario di oreazione, che è il passaggio dal
non-Essere 53 ANO-ANT all’ Essere. Non sempre però il
vocabolo è preso in senso assoluto (v. ecpirosi). Anoetico e dianoetico.
Aristotele distingue le virtù in dianoetiche ed etiche, cioè virtù dell’
intelletto ο virtà del sentimento (4806): il loro carattere comune sta nel
diventare qualità stabili della persona, ma mentre le prime provengono dall’
esperienza e dalla educazione, le seconde devono nascere dall’abitudine pratica
dell’azione, che loro corrisponde. Due sole sono, in fondo, le virtù
dianoetiche, cioè prodotte specialmente dall’intelletto: la sapienza (σοφία) ©
la prudenza (φρόνησις), secondo che l’operare normale dipende più dall
intelligenza filosofica o da esperienza ο pratica. Il Rosmini, risuseitando con
diverso significato i vocaboli già usati da Platone e da Aristotele, chiama
modo anoetico il modo di pensar I’ essere prescindendo da ogni sua relazione
con la mente, ed essere anoetico l’ essere così pensato; chiama invece essere
dianoetioo ο modo dianoetico quando 1’ essere è pensato colla sua relazione
essenziale alla mente, per mezzo della riflessione colla quale l’uomo s’accorge
che I’ essere è essenzialmente intelligibile. Cfr. Aristotele, Eth. Nio., I,
18, 1103 a, 5; II, 1, 1103 a, 15 segg.; Rosmini, Nuovo saggio, 1890. Anomalia.
T. Abnormität, Anomalie; I. Anomaly; F. Anomalie. Vocabolo ormai fuori d’ uso,
preferendosi ad esso V altro di anormalità. Esso significa eccezione alla legge
(a priv. ο vipog= legge); ma le leggi naturali non soffrono eccezioni, e quelle
che si dicono tali nou sono, in fondo, che leggi particolari esse medesime,
avverantesi sia pure in un numero ristrettissimo di casi, ma sempre logate al
determinismo causale. In generale per anomalia si intende ogni fenomeno che si
allontana dal tipo ordinario; in an senso particolare designa le deviazioni
gravi d’un organo o di una funzione. Antagonismo. T. Antagoniemus ; I.
Antagonism ; lagonieme. Si dicono antagonistiche due rappresentazioni che, nel
momento della deliberazione volontaria, si manifestano alla coscienza con forza
l’ una impulsiva l’altra inibitoria. Si dicono antagonistici due muscoli che,
contraendosi, danno luogo a movimenti inversi. Sono antagonistiche due forze
quando il momento della risultante è uguale alla differenza dei momenti dei
loro componenti; sono invece sinergiohe quando il momento della risultante è
uguale alla somma dei momenti dei loro componenti. Antecedente. T.
Vorhergehend, Antecedens ; I. Antecedent; F. 4ntéoédent. In un rapporto
qualsiasi, logico o metafisico, dicesi antecedente il primo termine,
conseguente il secondo. Così lo 8. Mill ha definito la causa come l’antecedente
invariabile e incondizionale di un fenomeno »; l’effetto in tal caso è il
conseguente. Nel giudizio ipotetico dicesi antecedente lu prima parte, che
enuncia la condizione, conseguente la seconda che enuncia il condizionato; nel
giudizio se S è vero, P ὁ vero, 8 è l’antecedente, P il conseguente. Nella
psicologia e nella teoria della conoscenza cesi antecedente d’un fatto ο d’uno
stato di coscienza, ogni fenomeno che li precede nel tempo. Nella medicina
diconsi antecedenti gli avvenimenti individuali o ereditari che possono
spiegare certe anomalie attuali in un dato soggetto. Antecritico. Si suol
designare così quel periodo della vita del Kant, che è anteriore alla
pubblicazione della dissertaziono latina sul mondo sensibile e intelligibile, e
alla libri pubblicati dal grande filosofo nel periodo antecritico, è manifesta
l’iutluenza della filosolia wolfiana ο inglese. Ante rem. Che preesiste alla
cosa. Alcuni scolastici realisti, che ammettevano cioè la realtà degli
nniversali, dicevano, conformandosi alla dottrina platonica, che codesti
universali sono ante rem, preesistono alle cose individuali idealismo,
realismo, terminismo). Anteriore. T. Früher; I. Anterior, prior; F. ‘intérieur.
In generale ciò che precede, che vien prima. Tuttavia occorre distinguere I’
anteriore aronologico, con cui si designa ciò che precede nell’ ordine del tempo,
dall’anteriore logico, che indica il termine da eni un altro dipende. Es. nella
formazione geologica il periodo eolitico è cronolo; camente anteriore al
paleolitico; nel ragionamento sillogi stico la maggiore è logicamente anteriore
alla conclusione. Antesubietto. In generale, ciò che precede cronologicamente o
logicamente il soggetto. Il Rosmini chiama così l'essere, che è il soggetto dei
soggetti, e distingue un antesubietto dialettico e un antesubietto ontologico.
Il primo è quello che la mente prepone, nell’ atto del concepirle, a entità che
sono supposte tali mentre non sono, come al nulla e all’ assurdo; ο, in altre
parole, quell’antesubietto di cui la mente abbisogna per concepire le cose. Il
secondo è invece quello che la mente prepone ai veri atti successivi o ai
termini dell’ essere. La mente concepisce poi le cose per I’ atto dell’ essere,
e questo le appariace come assolutamente essente ©, ad un tempo, come per sò
intelligibile; dunque esso costituisce un antesoggetto ad un tempo ontologico ο
dialettico. Cfr. A. Rosmini, Nuovo saggio, 1830. Anticipasione. T.
Anticipation; I. Anticipation; F. Anticipation. È il greco πρὀληψις, che Seneos
tradusse con presumptiones. Secondo gli stoici, non esistono in resltà che i
singoli, mentre gli universali non sono che concetti soggettivi, formati per
astrazione. Alcuni di questi concetti, nati dalla percezione, sono comuni a
tutti e perciò essi li chiamavano anticipazioni, non perchè li credessero
innati come a torto si interpreta da molti ma per contrap porli a quelli la cui
formazione richiede le norme della dialettica. Gli epicurei, che adottarono
pure questa dottrina, la intesero in modo alquanto diverso: secondo essi la
conoscenza si fonda semplicemente sulle percezioni sensibili © sulla
rappresentazione di più percezioni simili che rimangono nella memoria; le prime
chiamavano sensazioni, le secondo anticipazioni. Il Gassendi ha ugualmente
definita l’anticipazione oomprehensionem animi, opinionemve quandam congruam,
sive mavis intelligentiam menti defizam,existentemque quasi memoriam
monumentumve cius rei, qua extroreum sapius apparuerit. Anticipazioni dell'esperienza si soglion dire
quelle congetture provvisorie, concepite a priori, che dovranno più tardi
essere confermate o distrutte dai fatti e che servono intanto come idea
direttiva, come punto di partenza delle esperienze. L'ipotesi sarebbe appunto
un’ anticipazione sull’ esperienza. Kant
chiamava anticipazione della percezione îl secondo dei principi delintelletto
puro », che si formula coeì : ogni fenomeno ha una quantità intensiva, vale a
dire una gradazione. Nella fisica codesta quantità intensiva costituisce lu
forza; dunque tale proposizione è il principio a priori della dinamica. Cfr.
Diogene Laer., VII, 154; Cicerone, De nat. deorum, I, 16; Kant, Krit. d. reinen
Vern., ed. Kehrbach, p. 162, 169 (v. ipotesi, senso comune). Antiegoismo v.
Altruismo. Antilogia. Gr. “Avtoyia; T. Antilogie; I. Antilology ; F. Antilogie.
Artificio del linguaggio, mediante cui si riuniscono due parole di opposto
significato, o due giudizi che si escludono. L’ antilogia è uno dei tropi degli
antichi filosoti scettici: tra le due proposizioni contradditorie e di ugual
valore, che si possono sempre profferire d’ogni cosa, essi non affermavano nè
l'una nd l’altra. Tale dottrina era riassunta nella seguente formola: Παντὶ
λόγῳ λόγος ἀντιχεῖται. Alcuni
psicologici moderni designano con 1’ espressione antilogia della volontà il
fatto per cui, anche negli individui normali, la volontà cosciente e razionale
è spesso turbata da impulsi oscuri, da tendenze inesplicabili, che, quantunque
ordinariamente represse, spingono talvolta ad azioni irragionevoli e di cui non
si aa dare spiegazione. Il fatto è spiegato mediante I’ azione che l’
incosciente esercita sulla deliberazione volontaria. Cfr. Spitta, 57 ANT
Die Willenbestimmungen und ihr Verhältnisse su dom impulsicen Handlungen, 1881;
Höffding, Peychologie, trad. frane. 1900, p. 447 (v. inooscionte). Antinomi.
Setta di eretici cristiani, non molto diversa dal quietismo francese del secolo
XVIII, la quale sosteneva che per salvarsi non è necessaria l’ osservanza della
legge, ma basta la fede. Cfr. Dorner, Syst. of. christ. doctrine, 1. IV, p. 24 segg. Antinomia. Gr. Αντινομία; T. Antinomie; I. Antinomy; F.
Antinomie. Vocabolo usuto originariamente nella teologin e nelle scienze
giuridiche, per indicare In contraddizione tra due leggi ο principi nella loro
applicazione pratica a un caso particolare. Goclenio la dice adoperata pro
pugnantia seu contrarietate quarumlibet sententiarum sew propositionum. Kant
adoperò per primo questo vocabolo, per designare le opposizioni contradditorie
in cui incorre necessariamente la ragione quando si esercita sopra certi
concetti (&vri contro, vépog regola). L’ antinomia è composta di due
proposizioni (tesi ο antitesi), le quali, sebbene siano contradditorie, possono
essere giustificato da argomenti d'ugual forza. Quattro sono le antinomie della
ragion pura, nelle quali cioè nrta V idea cosmologica, l’iden del mondo
considerato come ultima condizione dei singoli fenomeni; le prime due sono
dette dal Kant antinomie matematiche, le altre antinomie dinamiche: 13 tesi, il
mondo ha un cominciamento nel tempo e un limite nello spazio antitesi, il mondo è infinito nel tempo e
nello spazio; 2° t., In materia è composta di parti semplici a., nessuna sostanza è assolntamente
semplice; 3° {., si dà la libertà, cioè un’attività che non suppone alcuna
causa anteriore, ο che determina tutta la serio degli effetti che κ’
intrecciano nel mondo a., non vi è
libertà nel mondo, ma tutto avviene secondo le leggi naturali; 4* t., vi è nel
mondo un essere assolutamente necessario, sia como parto sin come causa di
esso a., nulla esiste di assolutamente
necesANT 58 sario, nd nel mondo na fuori di esso come sus
causa. Oltre queste quattro, vi è un’ antinomia della ragion pratica, che
consiste in cid: noi consideriamo come necessario l’ a0cordo tra il bene e la
felicità, ma questo accordo è irrealizzabile nelle condizioni della vita
presente. Questa antinomia si risolve facilmente con la credenza in un mondo
futuro, ove 1’ accordo potrà realizzarsi, mentre le antinomie della ragion pura
sono insolvibili dalla ragione o dalla esperienza, essendo proprie di quel
mondo metafisico dei noumeni, in cni c'è vietato entrare. Cfr. Eucken,
Geschichte d. philos. Terminologie, 1878; Kant, Krit. d. reinen Vern.,
Dialettica trascend., parte 2°; Krit. d. Urthetlekraft, $ 54 segg.; F. Evelin,
La raison puro et les antinomies, 1906 (v. antitesi, critiolemo, dialettica).
Antipatia. T. bneigung, Antipathio; I. Antipathy; F. Antipathie. Opposto a
simpatia; come dice la derivazione etimologica (ἀντί-οοπίτο, πάθος-οπιοσἰοπο)
significa una repulsione istintiva e cieca che allontana certi individui da
certi altri individui o cose. Secondo Spinoza essa è un prodotto dell’
associazione delle idee, come la simpatia; egli spiega il loro carattere
irrazionale, ammettendo che quando l’anima è eccitata da uno stimolo doloroso o
piacevole dopo averne provato uno indifferente, il ripresentarsi di questo è
seguito da dolore o piacere per pura contiguità nel tempo: Da ciò comprendiamo
come può accadere che noi amiamo 0 odiamo certe cose, senza alcuna cagione »
noi nota, ma semplicemente, come si suol dire, per sil patin ο per antipatia ».
Cfr. Spinoza, Ethica, teur. IX, seolio. | Antitesi. T. Antitheso; I. Antithesie;
F. Antithèec. Nella retorica si dice così quella figura che consiste nella
opposizione non solo di due parole, ma anche di due pensieri; è un’ antitesi il
detto di Socrate: tutti gli uomini vivono per mangiare, io mangio per vivere.
Quindi, più che un ornamento retorico, I’ antitesi è un vero © proprio stro
59 ANT mento di prova, di cni molto si
valsero i filosofi. Così, le antinomie kantiane constano ciascuna di una tesi e
di un’ antitesi, la prima che afferma un dato principio, la seconda che, con
argomenti d’ ugual forza, lo nega. Nella filosofia di Fichte, l’antitesi è il
non-Io, che si contrappone all’ Io fenomenico, tesi, e che |’ Io assoluto, vale
a dire la sintesi, identifica con I’ Io fenomenico. Nel sistema Hegel }’
antitesi è il secondo momento del divenire. La sintesi, come si vede, è la
proposizione che concilia la tesi e l’antitesi. Cfr. Aristotele, Phys., V, 1,
225 a, 11: Kant, Erit. d. reinen Vern., ed. Kehrbach, p. 349; Hegel, Enoykl., $
48; Fichte, Grund. d. gesamiem Wissonachaftslehre, 1802, pag. 35. Antitipia. T.
Antitypia; I. Antitypia; F. Antitypie. Indica la proprietà della materia di
essere impenetrabile e resistente. La parola, ricavata dal greco, fu dapprima
usata dal Gassendi, per provare, contro Cartesio, che l'essenza dei corpi non è
soltanto l'estensione, ma anche l’impenetrabilità. Anche il Leibnitz adopera,
in senso più largo, questo vocabolo, che per lui significa quell’ attributo
della materia per il quale essa esiste nello spazio, rimane immobile senza un
intervento esterno, © oppone una resistenza passiva. Codesta antitipia
costituisce la forza passiva della monade; in ciò il Leibnits fa consistere la
materia prima: materia est quod consistit in antitypia, sen quod penetrandi resistit
». Cfr. Leibnitz, Op. fil., ed. Erdmnann, 1840, p. 466, 691. Antropismo. T.
Anthropismus; I. Anthropism; F. Anthropieme. Con questo nome l’ Haeckel designa
quel complesso di idee erronee, con cui l’uomo si contrappone 4 tutto il resto
della natura e considera sò stesso come il fine voluto della creazione organica
e cume un essere perfettamente diverso da quella e simile a Dio. L’antropismo
comprende l’antropocentrismo, la credenza cioè che I’ umanità sia il centro e
la causa finale dell'universo; l’antroANT pomorfismo, © la credenza in un Dio
creatore del mondo, perfettamente uguale, nel pensiero e nell’ opera, all’ uomo
; © Vantropolatria, o |’ adorazione divina dell’ organismo umano. Cfr. E.
Haeckel, I problemi dell’ universo, trad. it. 1902, p. 17 segg.
Antropocentrico. Τ. Anthropocentrisoh; I. Anthropocentrio; F.
Anthropocentrique. È quasi sinonimo di teleologico, e si applica a tutti quei
sistemi che fanno dell’ uomo il centro dell’ universo, vale a dire il fine per
il quale ogni cosa è stata creata e al quale ogni cosa è subordinata, Quindi,
secondo l’antropocentrismo, gli occhi sarebbero stati dati alV uomo per vedere,
il sole la luna © le stelle per illuminarlo di giorno e di notte, i minerali e
i vegetali per nutrirlo, ece. In un senso più filosofico e più moderno è
antropocentrico il pragmatismo o umanismo, il quale, subordinando la verità
delle conoscenze al loro valore pratico, alla loro utilità, fa della natura
umana e dei suoi bisogni fondsmentali il centro dell'universo; il Troiano lo definisce
infatti come un sistema antropocentrico del sapere filosofico, sul fondamento
d’una teoria delle attività, delle reazioni e dei prodotti dello spirito,
studiato nella sua realtà di fatto, immediata ο storica ». Cfr. F. Ο. 8.
Schiller, Humanism, 1903; P. R. Troiano, Le basi dell’ umanismo, 1906 (v. fine,
geocentrismo, teleologia). Antropoidi. T. Menschenaffen, menschenähnliche Affen
: I. Anthropoid; F. Anthropoides. Nel suo senso più generale indica l'ordine
dei primati, che comprende l’uomo; in un senso più stretto, soltanto la
famiglia delle scimmie somiglianti all’ uomo. È il vocabolo dato dal Broca alla
famiglia delle scimmie più vicine all’ nomo, preferito all’ altro di
antropomorfe. Secondo le classificazioni dei naturalisti moderni, questa famiglia
appartiene alla classe dei mammiferi e all’ ordine dei primati, a capo della
quale sta l’uomo. Il Cuvier invece fa dell’ nomo un ordine a parte, © così pure
il Canestrini, il quale colloca l’ nomo nell’ordine dei bimani. Alla famiglia
degli antropoidi appartengono i generi: Gorilla, Chimpanzé, Orango e Gibbon.
Cfr. Broca, Sur Pordre des primates, 1869; P. Topinard, Anthropologie, 1884, p.
24, 43 © sogg.; Canestrini, Antropologia, 1898, Ρ. 112 segg.; Morselli,
Antropologia generale, 1888-1900. Antropolatria. T. Anthropolatrie; I.
Anthropolatry: F. inthropolatrie. Fenomeno religioso assai raro, che con siste
nell'attribuire onori e potenza divina a nomini viventi. Un esempio ci è dato
dalle antiche tribù dell’ Asin, che veneravano pubblicamente i microcefali,
collocandoli sugli altari e facendoveli rimanere lungamente immobili. Il
voenbolo si usa anche per designare |’ adorazione cieca delle folle per certi
uomini politici, agitatori, conquistatori, 900. (v. antropismo). Antropologia.
T. Anthropologie; I. Anthropology; F. Anthropologie. Per antropologia s'intende
oggi la storia naturale dell’ uomo, ossia una monografia zoologica del genere
umano. Essa appartiene dunque allo scienze naturali. 1! Topinard dice: La
parola antropologia è di vecchin data ed ha sempre significato lo studio dell’
uomo; all'origine dell’ uomo morale, più tardi dell’ uomo fisico. Oggi essa li
comprende entrambi ». Il Broca la definisce: la scienza che ha per oggetto lo
studio del gruppo umano, considerato nel suo insieme, nei suoi dettagli e nei
suoi rapporti col resto della natura ». Il De Quatrefages: In storia naturale
dell’ nomo fatta monograficamente, come Vintenderebbe un zoologo studiante un
animale ». Il Bertillon: una scienza pura e concreta avente per fine la
conoscenza completa del gruppo umano considerato : 1° in ciascuno delle quattro
divisioni tipiche, confrontate fra loro e con gli ambienti rispettivi, 2° nel
suo insieme © nei suoi rapporti col resto della natura ». Secondo il Morselli,
l’antropologia come scienza naturale comprende quattro gruppi distinti di
scienze: 1° scienze aventi per oggetto L’umana natura (antropologia
propriamente detta); 2° scienze aventi ANT
62 per oggetto le ranze
(etnologia); 3° scienze aventi per oggetto i tipi ο gli individui nmanf (antropografia)
; 4° scienze aventi per oggetto i popoli (stnografia). Al terso gruppo
appartiene anche l'antropologia criminale, che è la storia naturale dell’uomo
delinquente, di cui studia la costituzione organica e psichica e la vita
sociale o di relazione, confrontandolo coi caratteri offerti dall’uomo normale
e dall’ uomo alienato. Essa quindi comprende una craniometria, una sociologia e
una psicologis criminali. Nella speculazione antica e nella filosofia tedesca,
specie dopo Kant, la parola antropologia ha un significato ancora più largo e
metafisico, designando tutte le scienze che studiano una parte qualsiasi della
natura umana, l’anima o il corpo, gli individui o la specie, l'umanità presente
o la passata, Nella teologia designa quella parte della teologis dogmatica che
ha per oggetto l’uomo nelle sue attuali e ideali relazioni con Dio, o l’uomo
come soggetto del regno di Dio. Cfr. Kant, Anthropologie, 1872, Vorrede ; P.
Topinard, L'anthropologis, 1884; A. Rosmiui, Antropologia in servisio della
scienza morale, 1857; E. Morselli, Antropologia generale, 1888-1900; G.
Canestrini, Antropologia, 1898; F. Del Greco, Vecohia e nuova antr. criminale,
1908; A. G. Haddon, Lo studio dell’ uomo, trad. it. 1910 (v. Antroposooiologia,
biologia). Antropometria. T. AntAropometrie; I. Anthropometry ; F.
Anthropométrie. Fa parte dell’ antropologia e designa V insieme dei processi di
misurazione del corpo umano ο delle sue parti. Essa non si restringe però a
studiare i caratteri morfologici esteriori, ma entra anche nel campo
psicologico, misurando la forza muscolare, le asimmetrie sensorie, la capacità
respiratoria, ecc. L’ antropometria moderna, dice il Livi, studia metodicamente
le misure del corpo dell’ nomo per metterle in rapporto colle varie facoltà
umane, per ricercare le leggi del suo sviluppo e le modificazioni di questo a
seconda della razza, dell'ambiente, dello stato di sainte o di malattia, e per
trarne deduzioni seientifiche le quali, oltre a giovare alla scienza
speculativo, possano pur portare un indiretto contributo al migliora. mento
sociale, mostrando in quali condizioni lo sviluppo del corpo è meglio favorito,
ed aver poi anche qualche applicazione pratica nel campo della medicina legale
ο dell'amministrazione della ginstizia ». La denominazione è dovuto al
Quetelet. Cfr. Charles Roberts, Manual of anthropometry, 1878; R. Livi,
Antropometria, 1900. Antropometrismo. T. Anthropometrismus ; I.
Anthropometrism; F. Antropométrieme. Si adopera talvolta per indicare quella
forma estrema di soggettivismo, ο scetticismo, che consiste nel fare dell’ uomo
la misura di tutte le cose; F uomo non conosce le cose come sono, ma le conosce
come sono per lui, e solo per lui, nel momento della percezione: in questo
momento esse sono per lui quali egli se le rappresenta. L'espressione ha
origine dalla sentenza di Protagora: l’uomo è la misura (μάτρον) di tutte le
cose, sin di quelle che sono per quanto riguarda il conoscere come sono, sia di
quelle che non sono per quanto riguarda il sapero come non sono ». Però non
tutti gli storici della filosofia greca concordano nell’ attribuire a questa
sentenza un significato scettico. ‘lutte il suo valore filosofico consiste
infatti nell’estensione che si dà al concetto di uomo: se si assume come
massima, la proposizione ha un significato generico, abbracciando tutti gli
nomini in quanto tali, se si assume come minima ha significato individuale e si
riferisce a ciascun uomo per sò stesso; col primo ci troviamo innanzi ad una
dottrina relativistica che, esoludendo la possibilità della conoscenza
all'infuori delle nostre facoltà di conoscere, non nega la possibilità di
raggiungere il vero ο quindi la legittimità della scienza; col secondo il vero
è ridotto ad una mutevole apparenza individuale ed abolita effettivamente la
conoscenza ο la scienza. Questa seconds interpretazione è siata fino ad oggi
accolta quasi ANT universalmente; ma contro di essa sono sorti in questi ultimi
tempi il Peipers, il Lans, il Gomperz, ece., che fondandosi in parte sopra
l’esame dei frammenti protagorei, in parte sopra una critica del Testeto
platonico, credono invece di poter dimostrare rigorosamente la legittimità
della prima. Tutto ciò prova, in ogni modo, che I’ uso di questo vocabolo può
dar luogo ad equivoci se non accompagnato dalla dichiarazione del valore che ad
esso si attribuisce. Cfr. Lans, Idealismus und positirismus, 1879-94, vol. I, p. 188 seg.;
Grote, Aristotle, 1872, vol. II, p. 148 seg.; Gomperz, Les penseurs de la
Grece, 1904, vol. I, p. 477 segg.;
A. Levi, Contributo ad una interpretazione del pensiero di Protagora, 1906; C.
Ranzoli, Sul preteso agnosticismo dei presocratici, Rendic. del R. Ist. lomb.
di scienze e lettero », vol. XLVII, fase. 19, p. 1068 segg. Antropomorfismo. T.
Anthropomorphiemue; I. Anthropomorphism ; F. Anthropomorphisme. È, come indica
I’ etimologia (ἄνθρωπος uomo, µορφή forma) la dottrina che concepisce e
rappresenta la divinità colla forma e gli attributi umani. Esso succede al
naturalismo, e designa uno stadio già abbastanza evoluto della religiosità,
giacchè il concepire Dio sotto forma umana è qualche con di superiore al
concepirlo sotto forma di una rozza forza naturale. Dicesi antropopatia quel
modo o fase dell’antropomorfismo, che consiste nell’ attribuire alla divinità
affezioni e passioni umane, © antropopoieri l’uttribuirle azioni umane, Nel
cristianesimismo primitivo la concezione della divinità è ancora
antropomorfica; i Padri e i Dottori della Chiesa si sforzarono di purificarla
spiritualmente, con l’applicazione dell’ interpretazione allegorica alle
Scritture e del metodo negativo, o ria eminentiae, nella doterminazione degli
attributi divini. Tuttavia, non sempre la teologia cattolien ha saputo evitare
lo scoglio dell’ antropomortismo, pur facendo di Dio l’ essere invisibile,
inconoscibile, incomprensibile, ineffabile; I’ nome non può in fine rappresen
65 AST tarsi Die che con forme simili
alle proprie, od è per questo che alcuni teologi, per evitare lo scoglio dell’
agnosticismo, ammettono la legittimità di un prudente e limitato
antropomorfismo. Nella filosofa la parola
antropomortismo si adopera talvolta, con valore nettamente polemico, per
indicare tutte quelle forme di monismo spiritualistico ο idealismo realistico,
che, in quanto tali, interpretano il mondo per analogia con lo spirito umano; a
ciò si suol rispondere che, ove non si voglia rinunziare a conoscere, non si
può far di meno di concepire la realtà in termini di coscienza, e che quindi
sono antropomorfici tutti i sistemi filosofici, con l'aggravante in alcuni
(materialismo, naturalismo, ecc.) di easer tali senza saperlo. Il Rosmini chiama sofiema antropomorfita quel
falso ragionamento con en gli epieurei e i pagani in genere attribuivano agli
dei forma umana; gli dei sono beatissimi e non potrebbero essere senza aver la
virtà; nd potrebbero aver la virtù senza la ragione; ma la ragione non si trova
che in quell’ onte che ha forma umana, dunque gli dèi hanno forma umana. Il
Rosmini considera tale ragionamento un sofisma, in quanto si fonda sopra la
cognizione erronea e confusa del soggetto, traendo da esso delle conclusioni
che ne sorpassano il valore. Cfr. T. Caird, Evolution of religion, vol. I, p.
289 segg., 367 segg.: Guelpe, Apologie den anthropomorphischen u.
anthropopathischen Darstellung Gottes, 1842; R. Eucken, Geistige Strömungen der
Gegenwart, 1909, p. 347 segg.; Ronouvier, Le personalisme, 1903, p. 49 e segg.;
Rosmini, Logica, $ 714 segg... 1853; A. Aliotta, L'aocusa di antropomorfismo, Cult.
filonofica », nov. 1907 (v. analogiemo, ignoratio elenchi, infinito).
Antroposociologia. T. Antkroposooiologie; I.Anthroposociology; F.
Anthroposouiologis. Nome col qualo oggi ni indien lo studio dell’uomo, in
quanto tale studio comprende © forma il punto di partenza di tutte le scienze
morali, della psicologia, dell’ etica, dell'estetica, della sociologia,
dell'etnografis, della demografia, della storia, della politica. Si distingue
dall’ antropologia, scienza puramente zoologica, ed è affine all’ antropologia
filosofica quale era concepita nella speculazione antica. L’antroposociologia è
sorta da principio con carattere prevalentemente storico, che appare in
particolar modo nelle opere del Gobineau sull’ ineguaglianza delle razze umane;
attraversò poi una fase biologica, corrispondente ai grandi lavori di Darwin,
che pose innanzi il principio della lotta per la vita e della selezione
naturale, facendone la prima applicazione alle razze umane; in una terza fase
bio-peioologioa, inizinta dal Broca, la legge della selezione sociale » è
assunta come principio esplicativo di tutti i fenomeni che si svolgono nella società
e tra lo società umane; nella sna fuse attuale essa ha carattere
antropometrioo, è rappresentata specialmente dal Lapouge, dall’Ammon, dal
Muffang, dal Livi, e tende con le misurazioni e le statistiche a dare base
sperimentale alle leggi » dell’antroposociologia, che sono soprattutto la
selezione naturale applicata all’ uomo nella sua modalità di selezione sociale,
e la superiorità etnica intellettuale e morale delVelemento dolico-biondo. Cfr. Ammon, L’ordre social
ei ses bases naturelles, 1900; Lapouge Vaoter, L’aryen, son rôle social, 1899;
D. Folkmar, Loçons d'anthropologie philosophique, 1900; Enrico Morselli, 1,
antroposociologia, Riv. di fil. e scienze affini », ott. 1900. Apagogia. In Aristotole l’äraywyr non significa
che la riduzione di un problema ad un altro. Tuttavia comunemente designa una
forma di ragionamento, che consiste nel provare la falsità delle proposizioni
che si vogliono confutare, deducendone delle conseguenze assurde e necessarie.
Si dice anche deductio ad impossibile o ad absurdum in quanto doriva la verità
della tesi da provare dalla impossibilità della sua negazione, Il Wundt ammette
tre forme di prova npagogica, la disgiuntiva, la contraria, la contradditoria;
la seconda però non è che una specie della prima, consistendo in uua
diagiunzione che ammette due sole possibilità, le quali in quanto contrarie si
escludono, mentre la terza è quella che suol dirsi riduzione all’ assurdo. Il
Masci mette pure una prova apagogica disgiuntiva, la quale consiste nell’
esaminare tutte le possibilità diverse da quella che si vuol dimostrare, e
dagli assurdi che ne derivano conchiude alla loro falsità, e da questa alla
verità delln tesi. Cfr. Aristotele, Anal. pr., II, 25, 698, 20 © segg.; Wundt,
Logik, 1893, vol. II, p. 68; Masci, Logica, 1899, p. 345 segg. A pari v. a
fortiori. A parte ante, post rei. Termini propri della scolastica, che si
applicano all'infinito, all’ eternità. L’ eteruità non ha limiti nel passato, ed
è I’ eternità a parte ante; non ha limite nel futuro, ed è l’ eternità a parte
post. Dio contiene ambedue queste parti dell'eternità, l’anima umana soltanto
la seconda. Pure nella scolastica dicevansi a parte rei quegli universali che
vengono dalla natura della cosa © non dalla natura dello spirito che la conosce
(v. aerum, idealirmo, realismo). Apatia. (ἀπάθεια). Significa, come dice |’
etimologia, mancanza di sentimento, d’attività mentale e morale, indolenza. Ha
qualche cosa del quistismo. Per Epicuro essa vale assenza di dolore, ed è
sinonimo di starassia da lui più frequentemente usato: si distingue solo dall’
atarassin in quanto indica specificamente quella imperturbabilità, che il
sapiente raggiunge liberandosi dai sentimenti e dalle passioni (πάθη, affectus),
che la vita ed il mondo suscitano nell'uomo. Anche per gli stoici la virtù
coincide con l’apatia, con l’ essere scevro da affetti; se l'uomo non può
impedire che la sorte gli procuri un piacere o un dolore, può però impedire che
questi sentimenti diventino affetti, cioè passioni, negando loro il consenso
con la forza della ragione, non reputando il primo come un bene e il secondo
come nn male. Seneca determina così la differenza tra P apatia stoica e quella
megarica: Noster sapiens vinci! quidem incommodum omne, sed sentit; illorum ne
sentit quidem. Clemente Alessandrino adopera questo vocabolo per indicare la
mortificazione della carne, la rinunzia ottenuta dopo le lotte contro i sensi. Cfr. Diogene Laer., V, 1,
8; Se neca, Ep. mor., I, 9,104. Apodittioa. T. Apodiktik; I. Apodiotio; F.
Apodiotique. Quella parte della
dialettica, che insegna il modo di dimostrare la verità di un priucipio per
mezzo del semplice ragionamento, senza ricorrere a prove di fatto. Secondo il
Bouterwek l’apodittica è la scionza dei fondamenti ultimi del sapere 6 in
generale delle convinzioni assolute ». Le altre due parti della dialettica sono
l’elenctioa, che ha l’officio di confutare le affermazioni dell’ avversario, ο
l’apologetica che ha lo scopo di difendere la verità contro le negazioni dell’
avversario. Cfr. Bouterwek, Ides einer Apodiktik, 1799 (v. maioutioa, ironia,
anatreptioa, agonistica). Apodittici (gindisi). Vocabolo già usato da
Aristotele (Ἀποδεικτικός) e di nuovo introdotto nel linguaggio filo sofico da
Kant, per contraddistinguere quoi giudizi che sono al disopra d'ogni
contraddizione ed esprimono una verità di diritto, in essi pensandosi il
predicato come necessariamente pertinente al soggetto. Insieme agli assertori ©
ai problematici appartengono alla categoria della modalità, od hanno la
formola: A deve esser B. Possono anche essere negativi, nel qual caso hanno la
formola: A non può esser B, mentre i problematici negativi hanno per formola: A
può non esser B. Cfr. Aristotele, Anal. pr., I, 1, 24a, 30; Kant, Krit. d.
reinen. Vern., ed. Kehrbach, pag. 54. Apologetica. T. -{pologetik ; 1.
Apologetics; F. Apologétique. Quella parte della teologia che ha per cémpito di
provare la perfezione e la verità della religione cristiana, contro le
religioni e le dottrine avversarie. Gli scrittori dei primi secoli della Chiesa
essendosi per la maggior parto ocenpati di cid, son detti appunto apologetici.
Essi compaiono già nel secondo secolo, nel qual tempo la pubblica 69
APo-APP opinione veniva eccitata contro i cristiani da ogni sorta di
calunnie, e lo Stato romano, strettamente unito alla religione pagana,
cominciava a procedere giudizialmente contro la nuova religione: gli apologeti
respingono le accuse dei pagani, mostrano l’iniquità ο l’immoralità dei miti
degli dèi, difendono il monoteismo e il dogma della resurrezione, provano la
verità della dottrina cristiana mettendone in rilievo gli alti effetti morali.
Si dice anche spologetica quella parte della dialettica che ha lo scopo di
difendere la verità, di qualunque ordine essa sia, contro le negazioni
dell’avversario. Cfr. Bardenhewer, Patrologie, 1901; Harnack, Geschichte d.
altohristlichen Literatur, 1898-1897; A. Rosmini, Apologetica, 1845. Aporema.
Gr. Απόρημα, Una delle quattro specie in cui Aristotele distinse il sillogismo,
considerando il fine logico che si propone chi lo adopera, L’ aporema è il
sillogismo dubitativo (ἀπο-ρέω = dubito), quello cio’ che mostra 1 ugual valore
di due ragionamenti contrari. Cfr, Aristotele, Top., VIII, 11, 162 a, 17.
Aporetica v. Zetetica. Appercezione. T. Apperception; I. Apperoeption; F.
Apperception. Parola di senso molto vario e molto vago. Cartesio la adoperò per
indicare l'ufficio della volontà nel rendere distinti e precisi gli stati della
coscienza: Rien qu'en regard de notre âme ce soit une aotion do vouloir quelque
chose, om pout dire, que c'est aussi en elle une passion @apperceroir co
qu'elle veut ». Ma la parola fu veramonto introdotta nel linguaggio filosofico
dal Leibnitz, ο usata poi, nel suo primitivo significato di un aocorgersi
interno, immediato, da Kant, Herbart, Maine de Biran. Por Leibnitz, infatti, le
appercezioni sono percezioni chiare, caratterizzato dalla riflessione © proprie
soltanto dell’ uomo; come tali si distinguono così dalle percezioni propriamente
dette, che noi proviamo senza riflettere ο che ci possono essere ripresentate
dalla memoria, come dalle percezioni Ave πο
oscure, quali possiamo provarle nel sogno. L’ appercozione non è, per il
Leibnitz, il prodotto di una facoltà speciale, bensì la percezione stessa allo
stato più perfetto, rischiarante ad un tempo I’ Io ο gli oggetti esteriori. Per
Kant invece essa è completamente distinta dalla sensibilità, è l'atto
fondamentale del pensiero e non rappresenta che sò stessa. La validità
obbiottiva del rapporto temporale ο spaziale non può fondarsi, per Kant, che
sulla sua determinazione mediante una regola dell’ intelletto; ma la coscienza
individuale non sa nulla di questo concorso delle categorie nella esperienza, o
non assume cho il risultato di questa funzione come la necessità obbiettiva
della sua concezione della sintesi spaziale ο temporale delle sensazioni.
Quindi la produzione dell’ oggetto non avviene nella coscienza individuale, ma
si trova in questa como sua base; ogni oggettività che l’ individuo sperimenta
ha radico in un nesso che lo trasconde, e che, determinato dalla forma pura
dell’ intuizione e del pensiero, pone ogni prodotte immodiato dello spirito in
un complesso di relazioni determinate; quosta attività sopraindividuale della vita
rappresentativa è chiamata da Kant nei Prolegomeni coscienza in generale » (das
Bewusstsein überhaupt), © nella Critica . Agire su qualche coss è volere che
qualche cosa sia, nel senso che la volontà se ne serve come mezzo per
realizzare sò stessa, per penetrare nell’ intimità chiusa d’altri soggetti © interesearli
a sè; la scienza del renlo è du que la scienza del soggetto dell’azione. Ma
agendo n AzI-BAM 128 estraiamo da noi stessi il principio della
nostra azione, e questo principio oltrepassa le esperienze nostre passate ; V
operare genera la riflessione, ma questa non rimane sterile, bensì fa
dell’azione una volontà libera: il nostro pensiero attuale non è dunque che
l’effetto e il mezzo dell’azione. Da queste premesse il Blondel ricava
importanti applicazioni di natura sia filosofica che religiosa. Cfr. Blondel,
L’Aotion, 1893; Id., Annales do la phil. chrétienne, giugno 1906; Cesca, La
fil. dell’asione, ed. Sandron; Lamanna, La fil. dell’azione, in Cultura
filosofica », luglio 1913. BB. Nella logica formale questa lettera si dà per
iniziale ai nomi mnemonici dei modi delle varie figure del sillogiamo, che
devono modellarsi sul modo Barbara, quando si vogliono ricondurre alla prima. E
anche ussta nelle argomentazioni logiche per indicare il predicato della
proposizione. Bamalip o Bramalip. Termine mnemonico di convenzione, con cui
nella logica si designa un modo della uarta figura del sillogismo, in cui la
maggiore e la minore sono universali affermative, la conclusione particolare
affermativa, come indicano le tre prime vocali. Es. le rondini sono uccelli
migratori gli uccelli migratori tornano la primavera dunque qualche rondine
torna di primavera. Come si vede, la conclusione è falsa; ma la lettera B
indica che, per esser provato, questo modo deve essere ricondotto a un Barbara
della prima figura; e la lettera p che questa operazione si dovrà fare
convertendo per accidente la conclusione. Questo modo può anche essere
designato col termine Baralipton; in tal caso I’ ultima sillaba ton non ha
alcun senso, essendo stata aggiunta per la misura del verso mnemonico.
Corrisponde al γράµµασιν dei greci (v. conversione). Barbara. Termine di
convensione maemenies, con eni i lo, designavano un modo della prima figura del
sillogismo, nel quale la maggiore, la minore e la conelusione sono proposizioni
universali affermative, come indicano le tre vocali. Per es. tutti i corpi sono
soggetti alla legge di gravità tutte le stelle sono corpi dunque tutte le
stelle song soggette alla leggo di gravità. Corrisponde al vpénnata dei greci ο
rappresenta il tipo perfetto del sillogismo categorico. Barbari. Termine
mnemonico di convenzione, con cui nella logica si designa un modo della quarta
figura del sil logismo. Come indicano le tre vocali, la maggiore e la minore
sono universali affermative, la conclusione particolare affermativa. È un modo
analogo a Bamalip, colla differenza che non può essere ridotto al Barbara della
prima figura. Baroco. Termine di convenzione mnemonica, che desigua un modo
della seconds figura del sillogismo, nel quale la maggiore è universale
affermativa, la minore ο In conclusione particolari negative. La lettera B
indica cho, per provare questo modo, bisogna ridurlo a un Barbara della prima
figura, la lettera ο che questa operazione si deve fare convertendo la minore
per contrapposizione; r è eufonica. Es. Tutte le esagerazioni sono riprovevoli
vi sono delle passioni che non sono riprovevoli dunqne vi sono delle passioni
che non sono esagerazioni. Corrisponde all’ ἄχολον dei greci. Baroestesia.
(βάρος = peso, αἴσθησις := sensazione). Il senso della pressione, che è dato
dagli organi del sono tattile, di cui fa parte. Su questo senso il Weber
aperimentò la legge psico-fisica, che fa poi verificate anche negli altri sensi
e che suona così: il rapporto in cui devono trovarsi due stimoli della
sensibilità tattile di pressione perchè abbia luogo la distinzione intensiva è
di 1 a 14/5. Per ottenere una sensazione di pressione sul palmo della mano
occorre almeno il peso di cinque cen9
RaszoLi, Dizion, di scienze filosofiche. tigrammi ; per poter percepire
distintamente due sensazioni suocessive di pressione, queste devono suocedersi
con un intervallo di tempo, che non sia minore di una data quantità, variabile
negli individui ο nelle località della pelle. Cfr. Fechner, Elements der
Paychophysk, 2° ed. 1889. Bastoncini. T. Stibohen; F. Bätonnet. Corpuscoli
cilindrici che rivestono la parete esterna della retina, ove sono disposti nel
senso dei raggi della efera oculare. Non sono altro che le terminazioni dei nervi
ottici, ed è solamente da essi che, secondo il Wundt, è ricevuta e trasmessa l’
eccitazione della luce, mediante un processo chimico analogo # quello onde
rimane impressionata la lastra fotografica. Questo processo dicesi asione
fotochimica. La maggior parte dei psico-fisiologi condivide questa dottrina,
considerando il complesso dei bastoncini della retina come P apparecchio
recettore che funziona durante la visions crepuscolare, e il complesso dei coni
come 1’ apparecchio che funziona durante la visione diurna. Cfr. Wundt,
Grundsüge d. physiol. Ῥοψολοῖοθίο, vol. II, 1902; Horing, Zur Lehre vom
Liohtsian, 1878. Bentitudine.
Gr. Maxapiéing; L. Beatitudo; T. Seligkeit; I. Blossednose; F. Béatitude. Stato di godimento continuo ed uguale, che
alcuni filosofi ripongono nella contomplazione delle verità eterne, altri nel
pieno possesso di sò stessi, altri nell’esser liberi da passioni e da dolori.
Così gli stoici consideravano la beatitudine come stato caratteristico del
saggio, che racchiude tutti i boni nell'animo, disprezza le cose che gli altri
desiderano, non si turba nè si piega per mutar di fortuna, segue la natura come
maestra, conformandosi alle sue leggi, vivendo come essa preserive ». Per
Spinoza la beatitudo seu felicita» è il riposo doll’ anima, riposo che nasce
dalla conoscenza intuitiva di Dio ». Por la teologia cattolica la beatitudine à
il premio che gli eletti ottongono nella vita celeste, e consiste nella visiono
intuitiva, immediata di Dio uno e trino (risio beaBer tifica), del Padre nella
sua stessa natura e sostanza: vident divinam oesontiam visions intuitiva et
etiam facials, nulla medianto oreatura in rations obiecti visi 8ο habente, sed
divina essontia immediate se, nude, olare et aperte eis ostendente; quodque sio
videntes, cadem divina essentia perfruuntur, neonon quod ex tali visione....
sunt vere beata, ci habent vitam et requiem cternam. Però, la determinazione
dello stato futuro di beatitudine ha subito ‘delle oscillasioni nella filosofia
cattolica; così 8. Agostino, malgrado il suo volontarismo, lo faceva consistere
nella visio divina cosentie, seguito in ciò da Alberto Magno e da 8. Tommaso,
ma Ugo di 8. Vittore aveva già definito il supremo coro degli angeli mediante
l’amore; ο S. Bonaventura aveva identificato la intuizione eterna con l’amore;
Duns Scoto, procedendo oltre, insegnò che la beatitudine è uno stato della
volontà, e precisamente della volontà tutta rivolta a Dio, cosiechè l’ultima
trasfigurazione dell’ uomo non ènella intuizione, nella contemplazione, ma
nell’ amore. Si distingue da feHoità in quanto designa uno stato di gioia
spirituale ottenuto mediante uno sforzo, e implica 1’ idea della divinità ©
della vita futura. Alcuni psichiatri lo adoperano anche per indicare certi
stati di intima contentezza, che si accompagnano talora all’ estasi, alla
catalessia © alla ma Cfr. Spinoza, Ethica, I, teor. 49, scolio; IV, cap. 4; L.
Billot, De Deo uno ot trino, 1845, t. I, thesis XV, art. 11; H. Siebeok, Die
Willensichre bei D. Scotus u. seinen Naohfolgern, in Zeiteobr. f. Philos. u.
philos. Krit. », vol, 112, P. 179 segg. (v. amore, euforia). Bellezza. T.
Schônkoit; I. Beauly; F. Beauté. Si suol distinguere la bellezza fisica, che è
una riunione di forme, di contorni e di colori che piace all’ occhio, dalla
bellezza morale, che è propria dell’ anima, dei sentimenti © dello azioni; e la
bellezza statica, che risulta dalle lince, dalle forme, dalle proporzioni,
dalla bellezza dinamica, che risulta dai movimenti © dalla forza. Bri. "=
182 Bello. T. Schön : I. Beautiful; F.
Beau. Si può definire, formalmente, come ciò che suscita negli uomini quel
particolare sentimento che dicesi emozione estetica; oppure, ciò che piace
universalmente. Infinite fnrono le definizioni del bello, che forma l’ oggetto
di tutta una parte delle filosofia, l'estetica. Tuttavia queste definizioni si
possono tutte ridurre sotto due grandi categorie: lo une pongono il bello come
esistente in sè, e lo considerano come una proprietà dell’ oggetto; le altre
invece lo considerano come un semplice prodotto della nostra attività mentale,
che non esiste in sì stesso ma in noi. Per le prime il bello è dunque uni:
versale, assoluto, per le seconde è relativo e mutabile coi tempi, coi luoghi e
cogli individui. In Platone l’idea del bello 9 quella del bene sono
strettamente congiunte; se ciò che attira da principio 1’ ammirazione dell’
anima è il hello fisico, le forme, i suoni, i colori, è perchè il bello
risveglia in noi la reminiscenza d’un bene perduto, un bene che lo nostre anime
possedevano quando, mescolate al coro dei beati, contemplavano il magnifico
spettacolo delle Idee o essenze eterne, tra le quali brilla la Bellezza: Caduti
in questo mondo, noi 1) abbiamo riconosciuta più distintamente di tutte le
altre, per mezzo del più luminoso dei nostri sensi. La vista è infatti il più
sottile degli organi del corpo, e tnttavia non percepisce la saggezsa! ». Di
quale ineffabile amore la suggezza empirebbe le anime nostre se la sua imagine
si presentasse ai nostri occhi distintamente come quella della bellezza! ma la
bellezza soltanto ha ricevuto in sorte d’ essere al tempo stesso la cosa più
manifesta ο la più amabile » (Fedro, 58, 250, a, b, ο). Aristotele non trattò
del bello che incidentalmente, mentre vece penetrò con mirabile acume nell’
essenza dell’ arte; ma dal poco che egli lasciò seritto in proposito, sembra al
Siebeck di poter dedurre che si può già scoprire in Aristotele, come condizione
essenziale del bello artistico (ed alla fine d'ogni bello in generale) quella
proprietà, che 133 BEL cored poi d’esprimere Kant con la formola
finalità sonza scopo, 9 che Schiller espresse chioramente nella sua dottrina,
secondo la quale il segno distintivo e il carattere formale del bello consiste
nell’ impressione della libertà det fenomeno ». Per Plotino il bello è il
tralucere dell’ essenza spirituale, ideale, attraverso la sia apparenza
sensibile, © grazie appunto a questo irradiarsi della luco spirituale nella
materia è bello tutto il mondo sensibile, ed è bello in esso l'individuo
rappresentato ‘secondo il suo modello:, 1889. Catalettico (καταληπτικὀν).
Secondo gli stoici, il eriterio della verità è la rappresentazione che coglie
con pienezza e con chiarezza l'oggetto, ο risiede nel catalettico, cio nella
forza di convinzione immediata, ed insita ad una data rappresentazione. Cosi
per Crisippo la rappresen-, tazione vera 0 concopibile, φαντασία καταληπική,
non si manifesta soltanto essa stessa, ma manifesta anche il suo oggetto; essa
non è altro, egli dice, che la rappresentuzione prodotta da un oggetto reale ο
in una maniera anuloga alla natura di codesto oggetto. Cfr. Plutarco, De plac.
phil, IV, 12; Diogene Laerzio, VII, 46 ο 50; Zeller, Philos, der Griechen, IID,
p. 85. Cataplessia (xaté οπλἑσσω
colpisco). T. Kataple. F. Cataplerio. Scomparsa repentina e violenta
della sensibilità e del movimonto in qualche parte del corpo, in se 157 Car "guito a qualche emozione intensa,
specialmente la paura. Designs anche lo stato di torpore prodotto negli animali
con processi analoghi a quelli dell’ ipnosi, quando codesto torpore determina
nello membra degli animali dei fenomeni catalettici (v. analgesia, anostoria).
Catari (x&tapo; --puro). Setta di eretici oristiani, che si proclamavano
gli unici depositari della pura dottrina. Secondo il Tocco le dottrine del
catarismo, una delle eresie più infeste al cattolicismo, avrebbero avuto
origine dall’antico manicheismo, diffuso in gran parte d’ Europa, fornendo alla
lor volta i materiali a tutte le successive eresie dell’ evo medio. Il
catarismo si fonda essenzialmente sul dualismo religioso: il mondo è opera di
due divinità, una buona e una cattiva; il bene deriva dal primo, il male dal
secondo; nell’ uomo il corpo © l’anima sono prodotti dal primo e peroiò
mortali, lo spirito dal secondo, quindi immortale. Cristo non è che puro
spirito, quindi non ha corpo umano, nè soffrì passione © morte; egli è un
arcangelo, mandato dal principio del bene a disperdere le menzogne del vocchio
Testamento, opera del dio cattivo, e ad insegnare agli uomini la schietta
verità. Cfr. F. Tocco, L'ereria nel medio-evo, 1884 (v. manichelemo). Catarsi
(κάθαρσις --pargazione). Grecismo col quale talvolta si designa il periodo di
purgazione a cui, secondo V orfiemo, il pitagorismo e la filosofia platonica,
erano sottomesse le anime dei defanti prima di essere ammesse alle sedi dei
besti, o prima di dar vita a un nuovo corpo. Secondo Platone la cntarsi durava
mille anni, perchè di quante mai ingiurie ogni anima e a chiunque le abbi
fatte, di tutte partitamente (deve) scontare la pena; ciò fare che cisscuna
pena duri cent’ anni, tale essendo la misura della vita umana affinchè scontino
decupla la pena del loro peccato ». Virgilio ha seguito in questo, come in
altri concetti, il filosofo greco, stabilendo così In durata della vita
oltremondana: Has omnes, ubi mille rotam rolCat
158 vere per annos Lethaoum ad fluvium deus svocat agmine magno
Soilioat immemores, supera ut convera revisant
Rurews, et incipiant in corpora velle reverti. Aristotele usa la stessa
parola in un particolare significato, prendendolo dalla medicina, dove per
catarsi s’intendeva la cura di certi stati di eccitazione psichica col suono di
melodie orgiastiche, ciod di melodie che producevano un maggiore eccitamento ;
applicando questo concetto alla influenza della tragedia sull’ animo, egli dice
che l’opera tragica mira, col modo onde rappresenta i suoi soggetti, a
raggiungere con la paura © la compassione la catarsi di codesti effetti ». E
ciò deve intendersi nel senso, che l'efficacia psicologica della tragedia
consiste nel risolvere i suddetti affetti in un gradevole fluire, che ingenera
il sentimento di una depurazione progressiva dal dolore, di una liberazione
crescente di ciò che in esso è di opprimente, senza perciò eliminare |’ affetto
stesso: quindi la tragedia non suscita soltanto la paura e la compassione, ma
le purifica anche in modo ds far loro perdere il carattere di emozioni dolorose
per convertirle in piacevoli. Cfr. Platone, Fedone, 67 C, D, Rep., XIII, 615;
Aristotele, Poet., VI; Bernays, Ueb. die arist. Theorie des Drama, 1880;
Siebeok, Zur Katharsis-frage, in Unters. z. Philos. d. Griechen, 1888, p. 163
segg.; C. Ranzoli, La religione e la filosofia di Virgilio, 1900, p. 185 seg.
Catatonia. ‘I. Katatonic; I. Catatony; F. Catatonie. Nome creato dal Kahlbaum
per indicare una malattia mentale, caratterizzata specialmente da disturbi
psicomotori. Si verifica più frequentemente nelle donne che negli uomini, tra
il quindicesimo o il trentesimo anno. Più che una malattia a si i moderni
psichiatri la considerano, insieme alla cbefrenia, come una forma della demenza
precoce. Si inizi con accessi di esaltamento e di depressione, cui segnono
stadi di stupore, di catalessia, stereotipia, ecolulia, negativismo: il malato
rimane lungamente immobile 159 Cat in posizioni trane ed incomode, i suoi
muscoli sono rigidi e di un caratteristico color cereo, i suoi movimenti sono
lenti, incerti, legati, come se ad ogni istante una folla di rappresentazioni
antagonistiche si facessero equilibrio nella sua mente, così da allontanare il
periodo della determinazione. L'intelligenza può restare lucida ο sveglia, ma
di tratto in tratto vengono a intorbidarla idee deliranti, stadi di stupore,
atti impulsivi e violenti. Cfr. Kahlbaum, Die Katatonie, 1874; J. Finzi,
Compendio di psichiatria, 1899, p. 57, 121. Categoria. Lat. Predicamentum; T.
Kategorie; I. Category; F. Catégorie. Nel senso primitivo, usato da Aristotele,
le categorie sono i predicati delle proposizioni. In senso generale sono le
classi più alte in cui sono distribuite le idee o gli esseri reali, in seguito a
un certo ordine di subordinazione e a certe vedute sistematiche. I primi
filosofi che abbiano ammesse delle categorie, furono, per non parlare dei
filosofi indiani, i pitagorici, i quali ne contavano dieci, procedenti per
opposizione: il determinato e l’ indeterminato, il pari e il dispari, l’unità e
la pluralità, il diritto e il sinistro, il maschio e la femmina, la quiete e il
moto, ritto e il enrvo, la luce © le tenebre, il bene e il male, il quadrato ο
le figure dai lati disuguali. Aristotele, ponendosi dal punto di vista
grammaticale, distingue pure dieci categorie: la sostanza, la qualità, la
quantità, la relazione, il luogo, il tempo, la situnzione, In possessione,
l’azione, la passione. Gli stoici non ne ammettevano che due: la sostanza e la
qualità. Plotino cinque nel mondo sensibil la sostanza, la relazione, la
quantità, la qualità, il movimento; cinque nel mondo intelligibile: la
sostanza, la quiete, il moto, I’ identità e la differenza. Tra i filosofi
moderni, che hanno formulato delle categorie, tralasciando quelle del
Descartes, di Porto Reale, eco., ricorderemo Kant, Jo Stuart Mill ο il
Renonvier. Per il Kant le categorie sono Cat
160 dodici e rappresentano non le
classi più generali nelle quali si distribuiscono le nostre idee, ma i modi più
generali secondo i quali la ragione costituisce i suoi giudizi; esse
costitaiscono i concetti fondamentali dell’ intendimento puro, le forme a
priori della nostra conoscenza, rappresentanti tutto le funzioni essenziali del
pensiero discorsivo. Ora quattro sono lo classi generali dei giudizi, quindi
quattro le categorie principali: 13 qualità, 2* quantità, 83 relazione, 43
modalità; ognuna di queste contiene tre categorie subordinate: 1° l’unità, la
moltiplicità, la totalità; 2* la realtà, la negazione, la privazione; 83 la
sostanza, la cansalità, la reciprocità; 4° la possibilità, l’esistenza, la
necessità. Il Mill riduce tutte le cose nominabili a quattro classi, che
propone di sostituire alle categorie aristoteliche; sentimenti o stati
psichici; la mente o anima che li esperimenta; i corpi esterni con le loro
proprietà che eccitano tali sentimenti; le succession e cocsistenze, le
80miglianze e dissomiglianze tra i sentimenti stessi. Il Renouvier, che le
definisce come le leggi prime e irreducibili della conoscenza, distingue nove
categorie: relazione, numero, posizione, suocessione, qualità, divenire,
causalità, finalità, personalità. Ogni categoris esprime, secondo il Renouvier,
una relazione nella quale si può trovare una tesi, un’ antitesi e una sintesi:
ad es. nella successione In tesi è l'istante, l’antitesi il tempo, la sintesi
la durata. Secondo l’Ardigò le categorie sono idealità strumentali, di origine
empirica al pari delle altre idee, com’ è dimostrato dal fatto che esse pure
variano da individuo a individuo, © nella storia della cultura, per vari
rispetti; sembrano a priori perchè si vengono formando con processo inavvertito
nei primordi della vita psichica individuale, cosicchè al cominciare della
riflessiono, lo troviamo già costituite in noi stessi. Secondo lo Schuppe le
categorie, senza lo quali nulla può essere pensato, non sono una creazione
dell? io, non vengono applicate ai dati dell’ intuizione, como credo 161
Kant, ma sono fin da principio esistenti nella nostra coscienza come
determinazione dei dati, che non potrebbero divenire contenuti di coscienza
senza essere distinti e connessi causalmente; si può dire dunque che le
categorie sono a priori, in quanto non abbiamo bisogno di aspettare questo o
quel dato particolare per dire che deve conformarsi alle leggi universali del
nostro pensiero, ma ci sono date a posteriori, perchè non abbiamo altro modo di
ricavarle se non dalla riflessione sul contenuto della nostra coscienza.
Secondo il Cohen, il pensiero è spontanea produzione di sè stesso, perchè il
pensiero e l’essere sono identici; quindi è erroneo sostenere che la conoscenza
si produca col plasmarsi di una materia empirica nella forma delle categorie,
ma si deve riconoscere che il pensiero, non potendo aver nulla prima di sd da
cui prends le mosse, produce con la sua stessa attività il suo indivisibile
contenuto: questo è l’ unità attiva del gindizio, il cui contenuto non è la
cosa (Ding) ma l'oggetto (Gegenstand), e che produce, con le sue diverse
specie, le diverse formo di conoscenze e di oggetti. A questo tentativo di
deduzione trascendentale delle categorie, la nuova scuola del Fries sostituisce
l’analisi e l’osservazione dell’ intellotto umano, nella sua struttura comune n
tutti gli individui; con essa risale dai comuni giudizi ai principî
fondamentali che in essi sono impliciti (categorie), e la cui unità e
complessità prova il loro essere conoscenze immediate di natura non empirica.
Cfr. Aristotele, Categ., 4, 1 b, 25; Top., I, 9; Simplicio, In cat., 16;
Plotino, Fam. VI, 1, 25 segg.; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 95
segg.; J. 8. Syst. of logio., 1865, vol. I, 83; Renouvior, Kesaie de crit.
générale, Logique, I, 184; Trendelenburg, Geschichte d. Kategorienlehre, 1841;
Schuppe, Grundriss d. Erkenninistheorie, 1894, p. 36 segg.; Cohen, System d.
philosophie, 1902, p. 14 segg., 79-100: Nelson, Die kritische Methode, 1906,
vol. I; Ardigd, Op. AV, p. 7 segg. 11
Rawzout, Dizion. di scienze filosofiche. Cat 162
Categorioo. 'T. Kategorisoh ; I. Categorical ; F. Catégorique. Nella
metafisica si dice categorico un giudizio che non dipende da alcun altro
giudizio esteriore. Nella logica il gindizio categorico appartiene alla
categoria dei giudizi di relazione ed esprime il rapporto di sostanza ed
inerenza ; esso rappresenta la forma più generale di analisi e di sintesi del
pensiero. Alla categoria dei giudizi di relazione appartengono inoltre il
giudizio ipotetico e il disgiuntivo (v. imporatico). Categorumeni. Aristotele
distingueva, oltre le dieci categorie, che sono i predicati, anche cinque
categorumeni, ossia i predicabili, i predicati dei predicati. Sono: genere
(Ὑένος), specie (εἴδος), differenza (διαφορά), proprio (Ἴδιον), acoidente
(συμβεβηκός). Gli scoliasti greci li chiamavano generalmente le cingue vooi
(rèvte φωνάς), appunto per indicare che sono epiteti cho si possono dare allo
dieci categorie, le quali invece sono le cose stesse che si predicano. Ciascuna
di queste cose, se si considera iu relazione con le idee esprimenti la sua
divorsa catensione, può essere specie, differenza, genere, proprio, accidente o
tutto questo insieme; così la quantità può essere un proprio di quantità, come
del corpo è propria una quantità figurata, o un accidente, come è un accidente
la quantità determinata di materia componente il corpo di un uomo, il quale può
essere più o meno grande. Il Rosmini ammette invece sette predicabili, divisi
in due classi, di cui la prima ha per base l’ estensione, la seconda la
comprensione : alla prima classe appartengono l'onsenza universalissima, essere
ideale indeterminato, idea dell’ essere (che è non solo fuori di tutti i
generi, in quanto si predica di tutti, ma è anche a tutti superiore, 9 come per
#2 esente dà una differenza mussima da essi), l’essensa generica, idea
generica, genere, e l'essenza specifica, idea specitica, spocie; alla seconda
la differenza specifica, che è ciò che la specie comprendo più del genere, il
proprio, che è ciò che l'individuo comprendo di necessario più della
specie, 163 Cau l’aocidente, che è ciò che di non
necessario 1) individuo comprende più della specie, il reale, che esce dal
novero delle idee, ed è il massimo comprensivo come 1’ essere ideale è il
massimo estensivo. Cfr. Simplicio, In Arist. Categ., 1534; Prantl, Gesohichle
d. Logik, 1885, I, 395; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 97;
Rosmini, Logica, 1853, § 413-416. Causa. T. Ursache; 1. Cause; F. Cause. La
parola causa è adoperata comunemente per designare ciò che produce una cosa o
un fatto, le loro condizioni necessarie, ciò, insomma, senza di cui cosu e
fatto non sarebbero. Boezio la definisce: causa est, quam de necessitate
sequitur aliquid, seilicet oausatum. Guglielmo di Occam: causa sunt quibus
positis sequitur effectus. Cartesio: Jam vero lumine naturali manifestum est
tantumdem ad minimum esse debere in causa efficiente et totali, quantum in
eiusdem causa effectu. Hobbes: una causa è la somma o l’aggregato di tutti
quegli accidenti, sia nell’ agente che nel paziente, i quali concorrono alla
produzione dell’ effetto ». Malebranche: La vera causa è quella tra la quale e
il suo effetto lo spirito percepisce un legame necessario ». ('. Wolff: oausa
est principium, a quo eristentia sive actualilas entis alterius ab ipso diversi
dependet tum quatenua existit, tum quatenue tale existit. James Mill: Una causa,
o il potere di una causa, non sono due cose, ma due nomi per la stessa cosa; I’
idea di causa come esistente è seguìta irresistibilmente dall’ idea di effetto
come esistente ». Kant: una particolar specie di sintesi,... per cui da un 4
vien posto un Β da esso totalmente diverso secondo una regola generale >;
egli considera la nozione di causa e di effetto come una delle forme dell’
intendimento, una delle condizioni sotto cui dobbiamo pensare; noi siamo
costretti da una legge della nostra mente a disporre le impressioni della
esperienza secondo ‘questa forma. Ora codesta idea comune di causa è costituita
da altre idee, di oni la critica filosofica, cominciando Cav dal Hume, ha
esaminato il valore, La prima idea è quella di produzione: dicendosi che il
fatto 4 è causa del fatto B, si intendo che il fatto 4 abbin prodotto il fatto
B; così nel fatto del riscaldarsi di un pezzo di ferro (effetto) in seguito a
colpi ripetuti di martello (causa), il primo di codesti fatti sarebbe prodotto
dal secondo. Ora questa iden è errones : essa ha le sue radici nel sentimento
dello sforzo volontario, mediante il quale sentiamo in noi la capacità di
produrre un fatto nuovo che altrimenti non si produrrebbe. Codesta capacità,
codesta attitudine soggettiva noi la obbiettiviamo ponendola nelle cose. La
nozione di causa, dice Maine de Biran, ha origine dalla coscienza del potere
della nostra volontà, che riconosce la volontà come causa delle nostre azioni;
e con nna specie di analogia trasportiamo questo potere personale a tutte le
operazioni della natura». Ma un'attività produttiva nelle cose è affatto
inintelligibile: i colpi del martello e il riscaldamento del pezzo di ferro
sono due fatti eterogenei, cosicchè per ammettere che il primo abbia prodotto
il secondo, bisognerebbe ammettere che questo fosse contenuto in quello o ne
facesse parte; il che è nssurdo. La seconda idea è quella di necessità, ed essa
pure è illegittima, in quanto non fucciamo che collocare nelle cose ciò che non
è che un puro prodotto logico della nostra attività mentale. Fuori di noi non
esiste necessità, ma soltanto qualche cosa di analogo da cui quell’ idea
deriva; 6 ciod la costanza nella successione dei fatti. Dacchè due avvenimenti
d’ una certa specie, dice Hume, sono stati sempre ο in tutti i casi percepiti
insieme, noi non ci facciamo più il minimo riguardo di presagire l’uno alla
vista dell’altro allora chiamando I’ uno di essi causa e l’altro effetto, li supponiamo
in uno stato di connessione: diamo al primo un potere per eni il secondo è
infallibilmente prodotto, una forza che opera con la maggior certezza 9 con In
più inevitnbile necessità ». La terza idea che entra a costituire 165
Cau il concetto di causa è appunto l’idea di successione. Essn è
perfettamente legittima, e senza di essa non sarebbe nemmeno concepibile la
nozione di causa, che è ciò per cui un’altra cosa è: se B precedesse 4, non
potrebbe in nessun modo esser concepito come effetto. Da ciò la definizione
dello Stuart Mill, che la causa non è altro che l’antocedonte invariabile e
incondizionato di un fenomeno. Che 1’ antecedente debba essere invariabile, è
implicito nella nozione stessa di causa, perchè se la causa è quella che pone
l’effetto, non può esser causa un antecedente al quale non sempre segue
l’effetto, quando una causa negativa non intervenga; che debba poi essero
incondiziunato lo prova il fatto che due fenomeni possono succedersi
invariabilmente, come il giorno e la notte, quando siano effetti collaterali di
un altro fenomeno: nel qual caso, se v’ ha successione invariabile, non v’ ha
però causalità. Aristotele distingueva quattro sorta di cause: la formalo o
essenza, la materiale o sostrato, la efficiente o movente e la final; lo prime
due furon anche dette talora intrinseche. Queste quattro cause si trovano
attuate in ogni cosa, perchè esse costituiscono, secondo Aristotele, i quattro
prineipt fondamentali ed universali delle cose. Si abbia una statua: essa è
fatta d’una certa materia, sia marino ο bronzo; è secondo un certo modello ο
idea, giacchè lu statna non sarebbe statua senza una forma; © per mezzo della
mano, ossia di uno stromento operante, efticiente; © dietro un dato scopo,
giacchò non vi sarebbe la statua se lo scultore non si fosse proposto un
qualche scopo. In Iti casi la causa efficiente, la finale la formale si
medesimano; infatti l’idea può costituire ad un tempo lo scopo, la forma e la
causa efficiente d’ un essere. Quando la parola causa è adoperata senza
qualificativo, essa designa sempre la causa efficiente, che Aristotele chinma
la cansa nel senso primo e principale della parola. Si dice causa prima quella
che non è, alla sua volta, eftetto d’ un'altra causn antecedente; cause seconde
quelle invece che sono effetti di cause anteriori. La causa prima è Dio. La
causa si dice prossima o immediata quando fra essa e il proprio effetto non
v’ha termine o serie di termini intermedi; se questi termini vi sono la causa
si dice lontana o mediata. Causa strumentale si disse il mezzo, lo stromento di
cui si serve una causa intelligente per raggiungere il proprio fine. Causa
esemplare si disse invece il modello, il tipo che I’ artista cerca di imitare:
nell’ idealismo platonico la causa esemplare à l’Idea. Causa univoca è quella
che produce un effetto della medesima specie o natura, come il calore che
riscalda; causa eguivoca, quella che produce un effetto di natura diversa, come
l’alcoolismo che è causa di pazzia; cnusa estrinseca quella che si distingue
realmente e adeguatamente dall’ effetto, causa intrinseca le parti di cui un
composto risulta, come l’anima e il corpo rispetto all’ uomo. Cfr. Aristotele,
Meth., V, 2, 1013 a, 24 segg.; Sesto Emp., Ade, Math., IX, 228; Goclenio,
Lezioon phil., 1618, p. 355; Cartesio, Mod., III, 18; Bossuet, Traité des
causes, 1875; Chr. Wolff,
Ontologia, 1736, $ 881; James Mill, Analysis of the phen. of mind., 1829, ο. 24; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 108; Hume, Essais philos., 1790, 1,
129 segg.; J. S. Mill, Syst. of logie, 1865, 1. III, ο. V (v. composizione
delle cause, condizione, sofiemi di falsa causa, causa finale, causa
occasionale, causalità, determinismo, ecc.). Causa finale. Lut. Causa finalis;
T. Zweckursache ; I. Final cause: F. Cause finale. Lo scopo, la ragione per cui
una coms è compiuta, per cui un fatto avviene. Lo scopo è il termine iniziale;
ma siccome esso determina, come cuusa efticiente, la serie dei fatti che deve
condurre al termino finale, così il termine iniziale diviene la causa finale.
Finis ext prior in intentione sed posterior in ezocutione, dicevano gli
scolastici. Si oppone a causa meccanica o naturale, che è quella che si
realizza inconsciamente, senza la concezione del fine: nella causa finale si ha
un 167
Cav rapporto di mezzo a fine, nella naturale un rapporto di causa ad
effetto. Dicesi teleologico ο finalistico il metodo che consiste nello spiegare
le cose mediante il fine per cui furono create, e teleologia la dottrina delle
cause finali. Nella storia della filosofia le cause finali furono intese principalmente
in tre modi; da principio I’ uomo considera sò stesso come centro dell’
universo, e crede che tutte le cose siano state create per servire di mezzo ai
suoi fini; poi consi dera la natura come creata in vista di un fine, che non è
l’uomo, che anzi trascende l'intelligenza umana, ma che si rivela nell’ ordine
ο nelle leggi dell'universo; infine la finalità à ristretta agli organismi nei
quali tanto gli organi che le funzioni tenderebbero alla conservazione della
vita. La scienza moderna respinge come dannosa la ricerca delle cause finali, e
dimostra che l'illusione teleologica trae origine dall'azione volontaria, nella
quale realmente si ha la rappresentazione di un fine che diventa a sua volta
causa, La nostra meraviglia alla vista della perfezione infinita e della
finalità delle opere della natura, dice lo Schopenhauer, . deriva dal fatto che
noi Ja consideriamo come consideriamo le nostre proprie opere. In queste la
volontà ο l'opera sono di due specie differenti: poi, tra queste due cose, ce
ne sono ancora due altre: 1° l'intelligenza, straniera alla volontà in sò
stessa, e che è un mezzo che questa tuttavia deve attraversare prima di
realizzarsi; 2° una materia straniera alla volontà 9 che deve ricevere da essa
una forma e riceverla per forza, perchè codesta volontà lotta contro un’altra
che è la natura stessa di tale materia. Tutto diversamente accade nelle opere
della natura;... qui la materia, quando la si separa dalla forma, come nell’
opera d’arte, è una pura astrazione, un essere di ragione del quale non v’ ha
alcuna esperienza possibile. La materia dell’opera d’arte è, al contrario,
empirica. L’ identità della materia e della forma è il carattere del prodotto
naturale; la loro diversità del prodotto dell’ arte >. E assai prima aveva
seritto lo Spinoza: Cau 168 Tutte le cause finali non sono altro che pure
finzioni imaginate dagli uomini. Il primo difetto di codesta dottrina è di
considerare come causa ciò che è effetto, e viceversa; in secondo luogo, ciò
che per sua natura possiede l’anteriorità, essa gli assegna un luogo posteriore
; infine essa abbassa all’ ultimo gradino della imperfezione cid che v’ ha di
più elevato e di più perfetto ». Cfr. Platone, Filebo, 54 0; Aristotele,
Metaph., V, 2, 1013 u, 29 segg.; Cicerone, De nat. deorum, |. 2; Spinoza,
Ethica, I, appendice; P. Janet, Final causes, trad. ingl. 1883; Sully
Pradhomme, I! problema delle cause finali, trad. it. 1903; E. Regalia, Contro
una teleologia fisiologica, Archivio per l’Antropologia », 1897, XXVII, fasc.
3; Ardigò, Op. fil., II, 254 segg.; III, 288 segg.; IV, 244 segg. (v.
antropooentriemo, geocentrismo, teleologia, finalità, fine). Causale. T.
Causal, ursächlioh; I. Causal; F. Causal. ‘Tutto ciò che si riferisce alla
causa: così ai dice legame causale, necessità causale, rapporto causale, eco.
Con 1’ espressione complessità causale si indica che molte sono le cause che
contribuiscono a determinare un fenomeno, cosicchè duto nu effetto non è data
assolutamente la sua causa; n determinare la causa vera di un fenomeno vale I’
eliminazione delle accessorio. Causalità. Lat. Causalitas ; T. Cansalitàt; I. Causality,
Causation ; F. Causalité. Esprime il rapporto della causa all’ effetto. Dicesi
causalità immanente quella di uns sostanza o di un essere che produce, per
propria azione, le proprie qualità ο modi; dicesi transitiva quella in cui
l’azione enusatrice è concepita come passante da una sostanza ad un’altra.
Dicesi causalità empirica quella in cui In causa è l’insiomo delle circostanze
o dei fatti mediante i quali un fenomeno avviene sempre, e senza dei quali non
avviene mai; dicesi invece metafisica quella in cui la causa non è già nu
fenomeno, ma una sostanza attiva come Dio, un potere spontaneo come la volontà.
Il principio o legge 169 Cau di causalità è uno dei postulati fondamentali
del pensiero, ο può enunciarsi semplicemente così: ogni fenomeno ha una causa;
oppure: nulla vi ha senza causa. Lo Spinoza lo formula così: Essendo data una
determinata causa, ne risulta necessariamente un effetto; al contrario, se non
è data alcuna causa determinata, è impossibile che un effetto si produca ».
Leibnitz: Nulla accade senza uns causa 0 almeno una ragione determinante, cioè
qualche cosa che possa servire a render ragione a priori del porchè ciò è
esistente invece che inesistente © del perchè ciò è così piuttosto che in
tutt'altro modo ». Kant lo formula in due modi differenti: 1° Principio della
produzione (Erzewgung): tutto ciò che accade, o comincia ad essere, suppone
prima di lui qualche cosa da cui risulta secondo uua regola »; 2° Principio
della successione nel tempo (Zeitfolge) secondo la legge di causalità: tutti i
cangiamenti succedono secondo la legge del legame tra la causa ο l’effetto ».
Schopenhauer lo chiama principio della ragion sufficiente del divenire,
principium rationis suficientie flendi, e lo enuncis così: Quando si produce un
nuovo stato d’ uno 0 oggetti reali, è necessario che sia stato preceduto da un
altro stato, da cui risulta regolarmente, vale » dire tutto le volte che il
primo ha Inogo ». Anche per il Lippe il principio di causalità è un caso speciale
del principio di ragion sufficiente, ο si formula così: Ogni cangiamento nel
contenuto di una rappresentazione imposta, suppone un cangiamento nelle
condizioni della rappresentazione stessa ». Il Wundt fa originare il principio
di cansalità da un'azione reciproca (Weokseltoirkwng) tra il nostro pensiero e
l’esperienza, e lo considera egli pure come una spplicazione del principio di
ragion sufficiente al contenuto dell’ esperienza: La leggo di causalità non è
una legge d’ esperienza nel senso, che sin ottenuta mediante l’esperienza, ma
soltanto nel senso che vale a priori per ogni esperienza, poichè il nostro
pensiero può riunire e ordinare le esperienze solamente in quanto Cav 170 le
raccoglie secondo il principio di ragion sufficiente. Percid il principio di
causalità porta in sò il doppio carattere d’una legge e di un postulato >.
Il principio di causalità, comunque enunciato, importa dunque due fondamentali
conseguenze. Primo: negazione della possibilità di un comineiamento assoluto ;
tutto ciò che incomineia ad essere ho la propria ragion d’ essere in qualche
cosa d’ anteriore: nessun cangiamento si può produrre nel vuoto ο nel riposo
ussoluto. Secondo: gli avvenimenti non derivano gli uni dagli altri senza
regola © senza ragione, ma con universale costanza ed uniformità; la causa A
che ha prodotto un effetto 8, lo produrrà sempre, qualora, #’ intende, non
intervenga l’azione d’una causa negativa; oid per l'assioma fondamentale, che
cause simili, in circostanze simili, producono effetti simili. Il principio
della uniformità della natura, come pure quello della continuità naturale e
dell’ inerzia, non sono dunque che oorollari del principio di cuusalità, il
quale trova la sua più profonda espressione nella legge della conservazione
della forsa. Accanto alla causalità
fisica ο obbiettiva alcuni filosofi pongono la causalità psichica ο soggettiva
: Noi possiamo, dice il Wandt,. esaminare le nostre rappresentazioni, per un
canto in rapporto al significato obbiettivo che loro attribuiamo: allora le
portiamo nella connessione della causalità naturale; ma noi possiamo anche
ricercare le condizioni soggettive dei loro rapporti di simultaneità ο di
successione ; allora entriamo nella sfera della causalità psichica, che procede
sompre parallelamente alla causalità naturale ». La causalità psichica si
distinguo dalla naturale o fisica in quanto non si risolve in un rapporto
invariabilo di mutazioni, ma si rivela come nn principio di azione tendente
sempre al conseguimento di un fine, e per di più è suscettibile di
accrescimento e di sviluppo: gli atti e le funzioni psichiche appaiono come una
vera © propria creazione del soggetto ο non hanno realtà fuori della sfera
della coscienza indivi 171 Cau duale. La
causalità psichica si distingue dalla causalità psivofisica, che intercede
reciprocamente tra psiche e organismo : secondo le dottrine materialistiche
tale causalità è una vera trasformazione o continuità di nzione tra luna e
l’altro, secondo le altre dottrine è un puro rapporto di corrispondenza, o di
successione, ο di fanzione (nel senso matematico della parola) tra atti
appartenenti a due realità eterogenee, la peichica e l’organies. La causalità
psichica si distingue infine dall’ interpsiohica che è la risonanza o il
consenso tra lo varie coscienze individnali, per cni nella coscienza di
ciaseuno si riflette lo stato mentale della totalità, Cfr. Spinoza, Ethica, 1.
I, ase. 3; Leibnitz, Teodioca, $ 44; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam,
p. 108 seg.; Schopenhauer, l'eber die vierf. Wurzel d. Satzes v. e. Grund.,
cap. IV, $ 20; Hamilton, Lectures on metaph., 1859, vol. II, p. 376; J.
Petersen, Kausalität, Doterminiemus und Fataliemus, 1909; Lipps,
Grendthatsachen d. Soolenlebons, 1873-94, p. 443; Wandt, Logik, 1893, I, p.
549-565; De Sarlo, La causalità psichica, Coltura filosofica >, luglio 1909;
B. Baglioni, 1 principio di causalità e' la causa, 1909. Causa occasionale.
Lat. Causa oocasionalis; T. Gelegenheitsursache ; I. Oocasional cause; F. Cause
ocoasionelle. E la dottrina con eni la scuola cartesia spiega i rapporti tra
Dio e il mondo, e tra l’ anima, sostanza puramente pensante, e il corpo, la cui
essenza consiste nell’ estensione. Data l’opposizione assoluta esistente fra
queste entità, tali rapporti non sono spiegabili se non ammettendo che Dio,
cioè la causa prima, all’ occasione dei movimenti dell’anima eccita nel nostro
corpo i movimenti che a loro corrispondono, e all’occasione dei movimenti del
corpo fa nascere nell’ anima le idee che li rappresentano © le passioni di cui
essi sono l'oggetto. Dice Malebranche: Non v’ ha aleuff rapporto di causalità
tra un corpo ο uno spirito. Che dico! non ve n’ha alcuno da uno spirito a un
corpo. Dico ancora più, non ve n’ha alcuno da corpo a corpo, nè du Cau 172
uno spirito ad un altro apirito.... Non v'ha dunque cho un solo vero
Dio, e uns sola vera causa, che sia veramonte causa, 6 non si deve imaginare
che ciò che precede un effetto sia la vera causa ». L'importanza di questa
dottrina sta in ciò, che essa prepara la sostituzione del concetto critico di
causalità sl concetto volgare, che cousiste nel pensare la causalità nella
natura in base a quella del volere, e credere che tanto negli effetti del
nostro volere quanto in quelli delle cause fisiche, noi cogliamo propriamente
una connessione necessaria ; 1’ occasionalismo pone invece in evidenza la
mancanza di un tale nesso, o l’incomprensibilità di esso, o meglio la pura
effettività d’ ogni relazione causale tra fenomeni; il parallelismo tra anima ©
corpo; la costanza e uniférmità effettiva o sperimentale delle leggi naturali.
I due maggiori rappresentanti dell’occasionalismo furono Geulinex e
Malebranche. Cfr. Land, rn. Geulincr und seine Philosophie, 1895; Malebranche, De la
rech. de la verité, 1678, part. II,
8; Id., Pensieri metaAsici, trad. it. Novaro, 1911, pag. 40-48; M. Novaro, La
teoria della causalità in Malebranche, 1893. Causa sui. T. Selbetursache; I.
First cause; F. Cause première. Nel
linguaggio scolastico è la causa prima, la causa che non è essa pure un
effetto. Concepito 1’ universo come uns catena di cause ed effetti,
retrocedendo ο si va all'infinito, ο si deve arrestarsi ad una causa che non è
causata, la causa prima dalla quale discendo tatta lu serie degli effetti, Dio.
Ogni fenomeno deve avere unn causa, dice il Jevone, e questa causa di nuovo uns
causa, finch? noi siamo perduti nella infinità del pussato e costretti a
credere In una causa prima, da cui sia stato de_ terminato il corso della
natura ». A ciò si obbietta, che in primo luogo è per noi incomprensibile che
una cosa sin causa ed effetto di sè medesima, e che secondariamente la nostra
esperienza non ci dà che fenomeni, dei quali vedinmo soltanto il orescere, lo
svilupparsi, il trasformarsi, 178 Cau-Crc non mai il nascere, e quindi il
parlare di causa o origine prima è illegittimo e illusorio. ‘Nella dottrina del
libero arbitrio anche la volontà umans è concepita come causa sui, Cfr.
Alfarabins, Fontes quastionum, cap. III; Jevons, The principles of science,
1879, p. 221. Causazione. Vocabolo improprio, che designa l’azione per mezzo
della quale una causa produce un determinato effetto; se la causa è mediata o
lontana, si usa anche l’espressione di proceso causativo. Cecità. T. Blindheit;
I. Blindness; F. Cécité. Può ensore totale, e cioè assenza congenita o
acquisita del senso della vista. Può essere parziale, e in tal caso può essere
limitata alla metà verticale degli oggetti, emianopsia, ο riguardare soltanto
il color rosso, daltonismo, o alcuni colori, disoromatopsia, o tutti i colori,
acromatismo. Il Munk chiama cecità psichica e lo Charchot cecità mentale lo
stato degli animali in seguito alla distruzione o alla lesione grave dei lobi
cerebrali; per effetto di tale distruzione l’ animale non comprende più il
senso di ciò che intende e vede, non si spaventa se minacciato, non ascolta
quando lo si chiama, mangia anche il cadavere d’un individuo della sua razza,
ecc. Il Munk spiega tali fenomeni con la perdita delle imagini della memoria,
che permettono di riconoscere e comprendere le nuove eceitasioni. Dicesi ocoità
verbale 0 alessia. uns forma di amnesia verbale che consiste nella perdita
della memoria visiva della parola in quanto scritta, e dipende da lesione o
atrofia dei centri visivi superiori. 11 soggetto può parlare ma non leggere,
queutunque le parole siano scritte sotto i suoi occhi ed egli ne comprenda
perfettamente il significato. La cecità verbale si distingue dalla ceoità
letterale, che consiste nella pordita della memoria delle lettere soritte, ©
dalla cooità peichica delle parole, che consiste in ciò che l’ammalato può
leggere le lettere e le parole, senza però capirne il significato. In senno
fignrato naasi anche l’espressione ceità morale, per CEL designare V’assenza ο
la degenerazione del senso morale, che si osserva in individui mentalmente
deboli; i ciechi morali si distinguono dagli anestetici del senso morale che,
al contrario dei primi, possiedono una coscienza morale, ma sono incapaci di
obbedirla, perchè mancano delle tendense emotivo necessarie, e dagli abulioi
morali che, pure possedendo tali tendenze, sono troppo deboli per lottare
contro quelle che li spingono invece al soddisfacimento dei loro appetiti e
delle loro passioni. Cfr. Ribot, Les maladies dela memoire, 1909; Id., Payohol. des sentiments,
p. 298, 349; E. Brissaud, Malattie dell’ enogfalo, trad. it. 1906, p. 107 seg
Celantes. Termine di convenzione
mnemonica con cui si designa nella logica formale uno dei modi indiretti della
prima delle tre figure del sillogismo, riconosciute da Aristotele. Come
indicano le tro vocali, questo modo ha In maggiore e la conclusione universali
negative, la minore universale affermativa. Questo modo è lo stesso del
Calentes della quarta figura, ma è ricondotto alla prima per la conversione
della conclusione ο la trasposizione delle premesse. Celarent. Termine
mnemonico di convenzione, che desigua un modo della prima figura del
sillogismo, in cui, como indicano le tre vocali, la maggiore ¢ la conclusione
sono proposizioni universali negative, la minore universale negativa. Es.
Nessun essere mortale à infallibile -tutti gli uomini sono esseri mortali
dunque nessun nomo è infallibile. Corrisponde all’&ypaye dei greci.
Cellula. T. Zelle; 1. Cell; F. Cellule. È Vindividualita organica elementare;
fu detta anche otricolo, granulo, ece.; Virchow la denominò focolare di rita.
La parte essenziale della cellula è il protoplasma, sostanza granulosa,
semifinida, elastica, in cui si verificano la maggior parte dei fenomeni vitali
della cellula, cioè le funzioni della vita vegetativa ο le funzioni della vita
di relazione. Tali funzioni sono considerate dalla biologia moderna come ensen
175 το ὅσν zialmente chimiche: la
costituzione chimica della collula è determinata ma variabile, poichè allo
stato normale eusa subisce delle continue diegregazioni e riparazioni; tra i
molteplici fenomeni chimici che in essa si notano, il principale è una
grandissima affinità per l'ossigeno, sia libero sia debolmente combinato. In
seguito a questa instabilità chimica, ogni cangiamento di stato della cellula
determina una eccitazione, e per conseguenza una risposta della cellula stessa
alla irritazione, di temperatura, di elettricità e di pressione, secondo le
quali possono operarsi le reazioni chimiche in cui consiste la vita della cellula.
Tale è il punto di partenza di tutte le azioni di cui gli esseri viventi sono i
produttori. La forza vi è condensata sotto la forma di energia chimica, e si
manifesta al di fuori sia per nn movimento, sia per la luce, sia per
l'elettricità, sia per il calore, sia per il pensiero. Ogni essere vivente è
costituito ο da una cellula (unicellulari) o da un aggregato di cellule
(pluricellulari); negli individui pluricellulari l’unità è data
all’aggregazione del sistema nervoso, che generalizza le irritazioni e
raccoglie in un centro le ecoitazioni sensibili e da esso tramanda le
eccitazioni motri Cfr. Henneguy, Leçons sur la morphologie et la reproduotion
de la cellule, 1896; Année peychologique, tomo II, 1896; Werworn, Fisiologia
generale, trad. it. 1897, p. 50 segg. (v. animismo, rita, vitaliemo). :
Cellulare (pricologia). I. Collular psychology; F. Paychologie cellulaire. La
psicologia delle cellule, di cui specialmente si ocenparono I’ Haeckol, il
Werworn, il Binet. Secondo questa teoria, ogni cellula, sia vegetale che
animale, sia isolata che facente parte d’un organismo pluricellulare, ha una
vita psichica, ciod la fucoltà di sentire le eccitazioni di varia natura e di
reagire a questi eccitamenti con determinati movimenti. La tesi fondamentale su
cui la psicologia colInlare si fonda è: siccome la psiche dell’ animale è la
risultante di tutto 1’ organismo in funzione del quale si Cer ~ 176
svolge e si complica, così necessariamente tutti gli elementi dell’
organismo, che concorrono a formare questo prodotto, parteciperanno della sua
proprietà generale, che è di essere cosciente, 9 le cellule di tutti i corpi
avranno perciò la coscienza dei loro atti. A questa tesi perd fu opposto che un
prodotto qualsiasi non è dato dalla semplice somma delle sue unità elementari,
e le qualità che lo accompagnano non corrispondono all’addizione delle qualità
per cui si distinguono i suoi elementi ; ogui fenomeno, dice il Lewes, è un
fatto emergente non semplicemente risultante, emerge cioè dalle unità combinate
come un nuovo fenomeno con caratteri propri e specifici e irreducibili ; perciò
è falso cavare dal fatto che la coscienza è il prodotto dell’ intero organismo,
la conseguenza che anche lo parti di questo organismo saranno coscienti. Cfr. Werworn,
Psycho-pAysiologischen Protisten, 1889; Haeckl, Essai de payohol. cellulaire,
trad. frano. 1880; Binet, La vie
peychique des micro-organiames, in Lo félioleme dans Vamour, 1891; Lewes,
Problems of Life and mind, 1879, cap. II; A. Groppali, Sociologia e psicologia,
1902, p. 103-180; G. Bilancioni, Za psicologia cellulare, 1903. Cellulari
(teorie). Le teorio con le quali si è cercato di spiegare sia l’origine delle
cellule, e quindi della vita, sin la formazione cellulare degli orgaui.
Rispetto al primo problema, i moderni biologi propendono in geueralo a ritenere
che la prima formazione cellulare non sia stata che rina semplice combinazione
chimica; ciò sarebbe comprovato dai tentativi fatti da alcuni fisiologi
(Mantegazza, Monnier, Virchow), tentativi in parte riusci nere artificialmente,
modiante combinazioni chimiche, una sostanza analoga al protoplasma e cupace di
movimento. La vita si originerebbe per tal modo dalla materia inorganica.
Quanto alla seconda questione, due sono le teorie principali: quella della
Hibera formazione cellulare e quella della moltiplicazione cellulare. Secondo
la prima, da un liqnido formativo dotto Mastema, si forma liberamente ogni 177
CEN cellula, © cioè prima il nucleolo, poi il nucleo, poi la membrana,
infine il liquido che riempie la cellula. Questa teoria è combattuta dalla
maggior parte dei moderni biologi, perchè la smentiscono vari fatti, fra cui
quello che molte cellule giovani mancano di nucleo, e che nelle formazioni
morbose molte cellule si formano per moltiplicazione di ‘altre preesistenti ; è
quindi preferita l’altra teoria, che cioè ogni cellula non può originarsi che
per moltiplicazione da un’altra cellula ad essa preesistente: omnis cellula ο
cellula (Virchow). Così questo secondo problema si riconnette al primo. Cfr.
Delage, La structure du protoplasme et les théories sur Vhérédité, 1895;
Werworn, Fisiologia generale, trad. it. 1897, p. 50 segg. (v. cellula,
duodinamiemo, meccanismo, protoplaema, vitalismo, vita). Conestesi (xoivi comune; αἴσθησις = sensazione). Lat.
Coenassthesis; T. Gemeinempfindung, Gemeingefühl; I. Com: mon sensibility ; F.
Sensations internes, Coencathéoie. Si adopera per designare tanto la
sensibilità generale, sia interna che esterna, quanto l'insieme delle
sensazioni interne ο della vita organica. Questo secondo è il significato più
in uso. La cenestesi è quindi la totalità delle sensazioni prodotte nel
cervello dagli stimoli che provengono da tutte le parti © da tutti gli organi
del corpo. Il Wundt la definisco il sentimonto complessivo nel quale ’ esprime
lo stato generale della nostra buona o cattiva disposizione sensibile ».
Solitamente infatti codeste sensazioni non sono che gli elementi di an
sentimento generale di benessere 0 di malessere, che corrisponde allo stato
degli organi medesimi ο la cui tonalità è in rapporto diretto con la
composizione e la circolazione del sangue, con la secrezione maggiore ο minore
delle glandule, con la rapidità o difficoltà della respirazione e della
digestione, col rilassamento ο contrazione dei mnscoli volontari ο involontari.
Questi fattori agiscono tutti contemporaneamente, ed è perciò che il senso
generale che ne risulta ci appare come semplice ed omogeneo, mentre 12 Raxzots, Dirion. di scienze filosoficlie. CEN 178 in
realtà è molteplico e quindi in sò medesimo vario. Le sensazioni cenestesiche
sono le più oscure ed indeterminate, anche perchè, a differenza dello
sensazioni esterne, non sono distinguibili nettamente nd allo stato normale,
perchè troppo deboli, nd allo stato anormale, perchè troppo forti. Ordinariamente
il senso generale è intonato dall’ azione predominante di questo o quell’
organo, senza però che ciò appaia alla coscienza. Cfr. Sully, Outlines of
peychol., 1885, p109 sogg.; Wundt, Grundrise d. Peychol., 1896, p. 55, 189;
Beaunis, Les sensations internen, 1889; Ardigd, Op. All, I, 423 segg.; IV, 378 segg. Cenogenesi. La teoria
che ammette anche nell’ embrione 1’ aduttamento a nuove condizioni di vita, che
dà luogo a nuove forme mancanti nella figura originaria, trasmessa dalla
eredità, della forma stipite. Per tal modo i fenomeni dell’ ontogenesi, ο
evoluzione individuale, si dividono in due gruppi: il primo, detto palingenesi,
ci presenta dinanzi quelle antichissime condizioni di struttura che sono state
trasmesse per eredità dalle forme-stipiti primitive; il secondo, detto
conogenesi, altera l’ aspetto originario del processo evolutivo con
l'introduzione di nuovi caratteri, mancanti nelle forme stipiti, e acquistati
dalle forme embrionali per adattamento alle condizioni speciali del loro
sviluppo individuale. Tali caratteri nuovi diconsi cenogenie. Cfr. Haeckel,
Antropogenia, trad. it. 1895, p. 621. Centrale. 1. Central; I. Central; F.
Central. Si dice, per opposizione a periferico, di tutto ciò che è o avviene
nel cervello, nel cervelletto, nel midollo allungato e spinale. Così per la
visione si hanno degli organi periferici (occhio © sue parti, nervi ottici,
ecc.) e degli organi centrali (i tubercoli quadrigemini del cervello, ecc.); lo
stimolo che agisce sulla retina e determina, nel nervo ottico, una cortento
nervosa centripeta, è un fenomeno periferico; la coscienza di questo stimolo
(sensazione), che si desta nel cervello, è un fenomeno centrale. |
Centralissasione (legge di). Una delle leggi di progresso nel mondo organico:
nell'evoluzione degli organismi, accanto al differenziamento, si verifica una
subordinazione sempre maggiore delle parti e una crescente centralizzazione
delle fanzioni e degli organi. Centripeto e centrifugo. Dicesi centripeta una
forza diretta verso il centro di curvatura della traiettoria d’un punto
materiale, e che mantiene il mobile su questa traicttoria; e forza centrifuga
la reazione che un mobile assoggettato a descrivere una curva fissa, esercita
contro questa curva. Dicesi corrente nervosa centrifuga, ο, semplicemente,
fenomeno centrifugo, quello che #’inizia in un centro nervoso e si trasmette
attraverso il cilindro assile d’ una fibra fino ad on muscolo o ad una
glandola. La corrente centripeta è invece quella che s’ inizia in un qualsiasi
organo posto alla periforia del corpo e di IA si trasmette ad un ganglio ο ad
una muses di sostanza grigia. Centro. T. Centrum; I. Centre; F. Centre. Nella
psicologia fisiologica diconsi centri ideatiti, per opposizione ai motori, quei
centri della parte anteriore del cervello ove si fissano le imagini, e da cui
partono le correnti intercerebrali per i centri motori; e centri percettivi,
quelle areo della superficio corticale del cervello in cui si raggruppa un
maggior numero di cellule, e quindi di fibre nervone, legate ad un determinato
organo di senso, dal quale rice. vono le eccitazioni. L'estensione di codeste
zone è naturalmente in rapporto coll’ importanza del senso cui presiedono, ciod
maggiore per il tatto, la vista, l'udito, minore per il gusto e l'olfatto. La
loro costituziono non esclude che esistano in altre regioni del cervello altre
cellule ed altre fibre collegate col senso medesimo. Dai centri percettivi
sarebbero separati i centri motori, dai quali soltanto partono gli impulsi ai
movimenti e in cui si fissano le imagini dei movimenti stessi. Nella meccanica
razionale dicesi centro dei momenti il punto per rapporto al quale si prendono
CEN-CER 180 i momenti d’ un sistema di forze situate in
uno stesso piano, ϱ centro delle forse parallele il punto per il quale passa
costantemente la risultante di un sistema di forze parallele, quando si fa
variare la loro direzione comune senza far variare la loro intensità o
facendole variare proporzionalmente. Cfr. Bastian, Le cerveau organe de la pensée, trad.
franc. 1888; G. Sergi, La
peychologie physiologique, 1888, 1. II (v. ciraonvoluzioni, localiszazione
cerebrale). Centro di creazione, Alcuni segunci della dottrina del trasformismo
biologico, tra cui il Darwin e l’ Haeckel, ritengono che ogni specie animale e
vegetale non sia nata che una sola volta nel corso del tempo (origine omocrona)
e in un solo punto del globo, detto perciò il sno centro di creazione. A questa
legge si sottrarrebbero però, secondo V Haeckel, gli ibridi e gli individui di
struttura semplice. Cfr. De Quatrefages, La specie umana, trad. it. 1871;
Haeckel, I problomi dell’ unteereo, trad. it. 1903, p. 340 (v. monogenismo).
Cerebraxione. L’insiemo dei processi fisiologici del cervello che corrispondono
alla attività psichica, Si dicono fatti di corebrazione incosciente, quei
processi fisiologici del cervello che si svolgono senza dar luogo ni fenomeni
psichici relativi, i quali appaiono improvvisamente solo alla fine dei processi
medesimi @ come risultato di essi. Il problema della cerebrazione incosciente,
aftacciato da principio dal fisiologo Carpenter, è oggi assai discusso dai
psicologi e dai fisiologi, e può formalarsi così: dobbiamo ritenere che alcuni
stati del sistema nervoso, normali ο patologici, rappresentino vere
interruzioni dei processi mentali, oppure che i detti processi, pur subendo
grandi oscillazioni d’intensità ο di lucidezza, da un massimo ad un minimo, non
subiscano mai durante la vita alcuna interruzione assoluta? La prima dottrina è
sostenuta oggi du autorevoli psicologi come il Mtinsterberg e il Ribot; la
seconda specialmente da coloro che adottano l'ipotesi del parallelismo 181
Cen psico-fisico, estendendolo a tutti i processi specificamente vitali,
o almeno a quelli del sistema nervoso, e in special modo alla parte del sistema
impegnata nelle funzioni della vita animale o di relazione. Cfr. Max Dessoir,
Das Unbewussten, 1910; Boris Sidis, Studies in mental dissociation, 1905; B.
Hart, The conception of the subconscious, Journal of abnormal psych. », IV,
1909-910; Aljotta, Atti del V Congr. int. di peicol. a Roma, 1906. Certezza. T.
Gewissheit; I. Cortitude, Certainty ; F. Certitudo. Sia positiva che negativa,
è sempre uno stato mentale, e quindi soggettivo, che consiste nella persuasione
assoluta della verità cui l'intelligenza aderisce. 8. ‘Tommaso dice: Cortitudo
nihil aliud ost quam determinatio intellectus ad unum. Essa ha per condizioni:
la presenza di due o più mentalità dotate di un certo grado d’intensità; il
legame di una mentalità, o d’un gruppo di esse, a un’altra; la coscienza di un
legame energico, associativo, tra le due mentalità considerate. Si può avere
anche la certezza della falsità di un giudizio o di una idea: si cognoscimus,
dice Cr. Wolff, propositionem esse veram vel faleam, propositio nobis dioitur
esse certam. Si suole distinguere; sebbene impropriamente, la certezza
soggettica dalla oggettiva : quella è data dalla testimonianza della nostra
coscienza, irrecusabile per ciascuno di noi, ma che non può essere comunicata
agli altri, non essendo fondata su ragioni valide per tutte le coscienze;
questa, che è la certezza scientifica, e dicesi piuttosto eridenza, non dipende
da circostanze soggettive e può quindi essere condivisa da tutti. La
distinzione tra certezza cd evidenza è posta talvolta in modo diverso, ad es.
dul D’Alembert: L’ evidenza appartiene propriamente alle idee di oui lo spirito
percepisce immediatamente il legame; la certezza a quelle il cui legame non può
essere conosciuto che con l’aiuto d’un certo numero d’idee intermedie, o, che è
lo stesso, alle proposizioni la cui identità non può essere scoperta che con un
circolo più o meno Ces 182 lungo ». Si distinguono ancora varie specie
di certezza: 1° quella logica ο metafisica, che riguarda l’ ordino immutabile
dell’ ideale, dei supremi principi, ο si divide in intuitiva, quando 1’ idea
uppare immediatamente come evidente, e in razionale o discorsiva quando non
diviene evidente che in seguito ad altre idee, cioè mediante un raziocinio; 2°
quella fisica, che riguarda le coso sensibili, e può essa pure essere razionale
se si ricava indirettamente dalla percerione, peroettita se si ha
immediatamente; questa poi è psicologica quando la percezione si riferisce ad
un fatto interno o psichico, eetefica quando si riferisce ad un fatto esterno;
3° quella didascalica, che si fonda sopra la testimonianza ο autorità altrui, e
pnd essere dottrinale 0 storica a seconda che riguarda fatti attestati da
persone o dottrine tramandate da un maestro; 4° quella morale, che non bn un
significato preciso, cosicchè per alcuni logici antichi designa ciò che
solitamente dicesi certezza dottrinale e storica, per altri è la certezza
subbiettiva ο psicologica, per altri ancora quella che aderisce agli impulsi
del sentimento e dell’ istinto, ο, per i più, la certezza con cni si aderisce
alla verità dell'ordine morale. Cfr. S. Tommaso, In Hb. sent., III, dist. 23, qu. 2, 2; Cr. Wolff,
Philos. rationalis, 1732, $ 564; D'Alembert, Disc. prélim. de 0 Enciolopédie, §
51; Joh. Volket, Die Quellen der menschlichen Gewissheit, 1906; Rosmini,
Logioa, 1853, $ 217-220; A. Farges, La orisi della certezza, trad. it. 1911 (v.
criterio). Cesare. ‘Termine
mnemonico di convenzione, corrispondente all’&ypape dei Greci, con eni si
designa, nella logica formale, quel modo della seconda figura del sillogismo,
che lia la premessa maggiore universale negativa, la minore uni versale
affermativa, ὁ la conclusione universale negativa. Es.: Nessun uccello è
mammifero, I pipistrelli sono mammiferi. Dunque i pipistrelli non sono uccelli.
Si riconduce al Celarent della prima figura mediante la conversione della
premessa maggiore. 188 Cat Chiaro. T. Klar, deutlioh; I. Clear,
evident; F. Clair. Nella
terminologia cartesiana è chiara l’idea che è presente e manifesta allo
spirito, è distinta l’idea che è precisa ο ci fa differenziare l'oggetto a cui
si riferisce da tutti gli altri di cui abbiamo conoscenza; tutto ciò di eni si
ha una idea chiara e distinta è vero. Perciò la verità fondamentale è nel cogito
ergo sum »; esso infatti ha entrambi i caratteri della chiarezza, perchè |’ Io
è immediatamente presente et sò stesso, della distinzione perchè 1’ Io è
pensante e il pensiero costituisce la nota per la quale si distingue da tutte
le altre conoscenze. Alle idee chiare si oppongono le oscure, alle distinte le
confuse. Il Leibnitz ha adottato la stessa differenza, spostando un poco il
significato delle espressioni: per chiara egli intende la rappresentazione che,
diversa dalle altre, è atta al riconoscimento del suo oggetto; per distinta
quella che è chiara fino nei suoi eingoli elementi e fino alla conoscenza del
loro rapporto. Le verità @ priori geometriche o metafisiche sono chiare e
distinte, quelle a posteriori invece, ossia le verità di fatto, sono chisre ma
non distinte: le prime sono quindi perfettamente trasparenti, congiunte con la
convinzione dell’ impossibilità del contrario; nelle seconde si può ancora
pensare il contrario. Cfr. Cartesio, Prino. phil., I, 45; Med., III, p. 15;
Leibnitz, De cogn., Erdm. p. 19; E. Grimm, Das Lehre von den angeborenen Ideen,
1873. Chimici (consi). Si dicono tali, per distinguerli dui meccanici, quei
sensi sopra i quali gli stimoli esercitano una asione chimica: tali sono la
vista, il gusto © l'olfatto. Chirognomia. Gr. χείρ--mano; Ύνῶμα = contrassogno,
cognizione. La pretesa di predire il futuro relativamente a una persona e
indovinarne il carattere e le attitudini, coll’esame della mano e delle linee
di essa. La psichiatria © l'antropologia hanno soltanto stabilito che
Pirregolarit& dei solchi palmari, le dita in soprannumero © in numero minore,
e la torsione o l’atrofia delle dita, Cix
184 specie il mignolo,
rappresentano una stigmata degenerativa, e sono frequenti negli idioti, nei
pazzi e nei criminali. L’arte della chirognomia si crede tniziata dal filosofo
Anassagora, Cinematica. (Gr. Κίνημα = movimento); T. Kinematik ; I. Kinematios;
F. Cinématique. Vocabolo introdotto nell’ uso dall’ Ampère, in luogo
dell’antico di foronomia, per designare lo stadio del movimento considerato
astrattamente, prescindendo dalle cause e dalle circostanze nelle quali si
produce. Essa si occupa di tutte le considerazioni che riguardano gli spasi
percorsi nei differenti moti, i tempi impiegati a percorrerli, la velocità,
eco. Fa parte della meccanica. Cfr. Ampère, Essai sur la philosophie des
sciences, 1834. Cinestetiche (sensazioni). (Gr. Κίνησις movimento;
αἴσθησις sensazione); T.
Bewegungsempfindungen ; I. Kinaesthetio; F. Sensations kinesthésiques. Le
sensazioni provocate dai movimenti, e specialmente dalla contrazione dei
muscoli volontari. Alcuni psicologi ammettono che noi sentiamo non lo sforzo
delle contrazioni muscolari, ma il grado di innervazione che comunichiamo ai
muscoli per produrre una data contrazione. Che esista questo senso
dell’innervazione è provato dal fatto che noi comunichiumo ai muscoli
l’innervazione necessaria per produrre lo sforzo muscolare corrispondente alla
resistenza che deve essere superata. D’ altro canto la psicologia sperimentale
ha provato 1) esistenza del senso muscolare, con la scoperta di fibre muscolari
sensitive e della sensibilità dei tendini, i quali, stimolati, danno movimenti
riflessi. Cfr. Kreibig, Die fünf Sinne, 1907, p. 21 seg.; E. Mach, Grundlinien
der Lehre von den Bewegungsempfindungen, 1875; H. C. Bastian, Le cerveau organe
de la pensée, 1888, p. 279 segg.; Beaunis, Les sens. internes, 1889 (v.
articolare, muscolare). Cinici. T. Cyniker ; I. Cyniques; F. Cyniques. Una
delle scuole soeratiche minori, fondata da Antistene al Cino 185 IR sarge. I cinici esngerarono le dottrine di
Socrate, avondo per sola mira di affrancarsi dalla schiavitù esteriore ;
infatti la loro dottrina si compendia tutta in una sola massima: vivere secondo
natura, Essi sostenevano che la virtù basta per sè atesss a rendere felici, in
quanto è appunto quella norma di vita che rende l’uomo indipendente fino al
possibile dalle vicende del mondo esterno, insegnandogli a sopprimere i
desideri ο a limitare fino all’ estremo i bisogni. I cinici si possono
riguardare come i precursori degli stoici. Nel linguaggio comune le parole
cinico e cintemo sono rimaste per designare il disprezzo delle convenzioni
sociali, dell’ opinione pubblica e anche della morale, sia negli atti sin
nell'espressione delle opinioni; e ciò per il fatto che i filosofi cinici
ponevano una radicale opposizione tra la natura e la legge o convenzione,
conformendosi s quella nella condotta pratica. Cfr. Diogene L., VI, 2; K. W.
Gôttling, Diogenes der Kyniker, Ges. Abhandl. », I, 125 segg.; Zuccante,
Diogene, Cultura filos. », gennaio 1914; Windelband, Storia della filosofia, trad.
it., vol. I, p. 101 segg. (v. autarohia). Circoli tattili. T. Tasteirkel. Il
Weber chiamò così quelle superfici della pelle ove le due punto del compasso,
più o meno divaricate, si sentono come una punta sola; la distanza fra le due
punte rappresenta il diametro del circolo tattile. Quanto maggiore è il grado
d’acutenza della sensibilità tattile, tanto minore è il dismetro del circolo
tattile. Il punto più sensibile del corpo è l’ apice della lingua, il cui il
circolo hu il diametro di nn mm.; poi vengono le punte delle dita della mano
che sentono le due punte dell’ estesiometro quando sono divaricate poco più di
dne millimetri; seguono poi le labbra, la punta del naso, le guance, eoc., fino
a che si arriva alla coscia e al braccio, ove il circolo tattile ba, secondo il
Wundt, un diametro di 68 mm. Cfr. E. H. Weber, Annotationen anat. ot phys.,
1834; Fechner, Elem. d. Poychophyeik, 1860; Wundt, GrundCir 186
silgo d. phys. Psychologie, 3* ed., I, 391, II, 10 segg.; Kreibig, Die
fünf Sinne, 1907, p. 32-34 (v. esteriometro). Ciroolo solido. Lat. Ciroulus
materialis. Nella logica dicesi così quella operazione mentale, che consiste
nel passare dalla cognizione virtuale o implicita del tutto, alla cognizione e
all’ essme delle parti, per poi risalire alla cognizione attuale ed esplicita
del tutto medesimo. Così lo zoologo al al quale si presenta un animale
sconosciuto, prima lo conosce in modo implicito e indistinto, poi ne studia
distintamente i caratteri, gli organi, le funzioni, ecc., infine raccoglie i risultati
di questi suoi studi, in modo da avere dell’ animale una conoscenza più
compiuta e sicura. Il circolo solido è detto anche regresso. Cfr. Rosmini,
Logioa, 1853, pag. 242 segg. Circolo vizioso. Lat. Ciroulus vitiosus ; T.
Zirkel, Zirkelbeweis; I. Cirole; F. Cercle ricieur. È un sofisma di
ragionamento, il quale consiste nel provare una proposizione, appoggiandosi
sopra una seconda, la quale non può provarsi se non appoggiandosi sulla prima.
Ad es. : alcune idee sono innate perchè anteriori dell’ esperienza, e sono
anteriori all’esperienza perchd innate. Oggi lo si denomina più comunemente
petizione di principio, appunto perchè consisto nel postulare fin da principio
quello stesso che si vuol dimostrare; nel linguaggio scolastico il circolo
vizioso dicevasi anche oiroulus logious, Dicevasi poi ciroulus materialis ©
regressus demonstrationis il ragionamento con cui si prova la causa per gli
effetti, e poi si provano gli effetti stessi mediante la causa, considerata più
attentamente e meglio conosciuta, Cfr. Aristotele, Anal. pr., II, 5, 576, 18;
Masci, Logica, 1899, p. 374 seg. (v. diallelo). Circonvoluzioni cerebrali. F.
Circonvolutione cérebrales. Rilievi a forma di pieghe che rivestono la
superficie del cervello, o mantello cerebrale, determinato da solchi
corrispondenti ο solssure. Si distinguono in cire. profonde, limitate dalle
scissure primarie e secondarie, e circ. di pasCir raggio, che risultano da
ramificazioni delle prime. Sembra esistere un certo rapporto tra lo sviluppo
della intelligenza e la profondità e quantità dello scissure e circonvoluzioni
cerebrali. La loro origine fu spiegata varismente : 1° per l’azione vascolare,
cioè per l’azione meccanica esercitata dui rami arteriosi corrispondenti alle
scissure; 2° per I’ ineguale accrescimento della superficie cerebrale,
crescendo la superficie nel foto più presto in direzione sagittale, ο
determinando in tal modo una maggior tensione trasversale (Wundt); 3° per la
sproporzione di acorescimento filogenetico tra oranio e cervello, poichè crescendo
di più il cervello (specie nella corteccia grigia, in cui si esplica l’attività
psichica) della scatola cranica che lo contiene, il primo è costretto a
pieghettarsi dovendo rimaner compreso nella seconda. Questa ultima è forse la
spiegazione più attendibile. Cfr. L. Clarke, Notes of researches on the
intimate struoture of the Brain, Proceed of the R. Society », 1863; Bastian, Le
cerveau organo de la pensée, 1888, vol. II, p. 14 segg. Cirenaici. T.
Kyrenaiker; F. Cyrénaiques. Una delle scuole socratiche minori, fondata da
Aristippo di Cirene. Essi ponevano come bene incondizionato, come fino n sè
stesso, il piacere attuale ο presente; fra i piaceri del corpo © quelli dello
spirito preferivano i primi, come più intensi e più vivi, non trascurando però
l'educazione dei secondi. Fondatore della scuola fu Aristippo, nato à rene
intorno al 435 a. C., da famiglia ricchissima, e vissuto qualche tempo ad
Atene, dove divenne.scoluro ed amico di Socrate. Per quanto possa parer strano,
egli non fece con la sua dottrina che svolgere nn elemento già contenuto nella
filosofia del maestro. Per il quale, com’ et noto, non c’è contraddizione tra
virtà ο felicità, anzi la virtù è il più delle volte indicata come il mezzo più
sicuro per arrivare alla felicità; in un luogo dei Memorabili, Socrate
dimostra, ad esempio, che la tempeCLa
188 ranza ci fa godere molto più
della intemperanza, e che perciò quella, anche sotto il rispetto del piacere, è
da preferirsi a questa: a seguire la virtù piuttosto che il vizio si trova
sempre da ultimo, se non da principio, il tornaconto. Aristippo prese dalla
dottrina socratica questo concetto, che conveniva alla sua natura ο al suo
temperamento, ~ portandolo alle estreme conseguenze. Egli però, se riteneva che
ogni piacere, in generale, è buono per sò stesso © merita di essere cercato,
insegnava anche che certi piaceri devono essere fuggiti per i dolori che
arrecano, che non conviene violare le leggi per non incorrere nelle leggi
penali e nella disistima pubblica, e sovrattutto che l’uomo deve essere il
signore del piacere non lo schiavo: È siguor del piacere non colui che se ne
astiene e lo fugge, ma colui che ne usa senza lasciarsi trasportare, come è
signore della nave o del cavallo non già colui che rifagge dall’adoperarli ma
colui che li conduce dove vuole ». Morto Aristippo, la scuola continuò col
nipote, poi con Teodoro l’ateo, con Anniceride e finì circa due secoli dopo con
Egesia: ma l’insegnamento primitivo subì trasformazioni radicali, tantochd
Teodoro pose come scopo dell’ uomo non più il piacere ma la gioia e la serenità
dell’ anima, Egesia giudicò la felicità come irraggiungibile © descrisse con
tanta officacia i mali della vita, che molti furon tratti dal suo insegnamento
al suicidio, ond’ egli ebbe il soprannome di avvocato della morte,
Πεισιθάνατος, e le autorità di Alessandria ebbero a proibirgli per questa
ragione di tenere scuola, I cirenaici possono considerarsi i precursori dogli
epienrei. Cfr. Cicerone, Aoadem., IV, 24; A. Wendt, De philosophia Cyrenaioa,
1841; G. Zuccante, I Cirenaici, Riv. di fil. », marzo 1912 (v. edonismo,
morale). Clan. T. Sippe; I. Clan; F. Clan. Nella sociologia si dà questo nome a
tutte quello forme primitive di società, che ripossno sopra la parentela ed
hanno costituzione guerriera © proprietà comune; in senso più ristretto, che è
anche 189 Cia il primitivo, designs le tribù delle
isole britanniche, e particolarmente gli Irlandesi e gli Higlanders di Scozia,
viventi sotto il regime patriarcale. Cfr.. Durkheim, Année sociologique, I, 9 e
31; Powell, ibid., IV, 125. Classificazione. T. Classification; I.
Classification; F. Classification. È un'operazione logica, che consiste nel
distinguere più oggetti o fatti in classi o gruppi, secondo i rapporti di
somiglianza ο differenza. La classificazione dicesi sintetica quando parte da
un oggetto complesso per discendere 9 oggetti meno complessi e agli elementi
primi componenti; analitica se inverssmente; artificiale quando le completa
conoscenza degli esseri che si classificano, si fonda sopra un numero ristretto
di caratteri, scelti non secondo la loro importanza ma secondo la facilità di
conoscerli; naturale quando è fondata sopra la cognizione dei caratteri più
importanti, palesi o occulti, permanenti ο evolutivi. Il concetto di
evoluzione, divenuto fondamentale nella scienza moderna, ha dato luogo ad una
nuova forma di classificazione, detta genetica, che è la più perfetta in quanto
considera le classi come il prodotto più o meno stabile, ma non assolutamente
invariabile, delle variazioni causali delle proprietà ; perciò tutte le scienze
tendono a costruire sul tipo genetico le proprie classificazioni, che hanno
però diverso valore nelle scienze teoriche costrattive e nelle sperimentali: in
quelle la genesi delle forme è una costruzione nostra e quindi può essere
varia, in queste la genesi non è una costruzione nostra, ed è una, 9 quindi è
una anche la classificazione genetica possibile. Cfr. Wundt, Logik, 1898, II,
40. Classificazione delle scienze. Per Aristotele, che fu il primo ad occuparsi
del problema scientifico, tutte le scienze sono subordinate alla filosofia
prima (φιλοσοτία πρώτη) detta poi metafisica, 9 queste scienze sono: la
ieoretica di cui fanno parte la matematica, la fisica, la atorin naturale; la
pratica ciod la morale; In poetica cioè 1’ enteCia tica. Per gli stoici invece
tutte le scienze si riducono a tre fondamentali: fisica, etica e logioa. La
classificazione di Aristotele rimase in vigore fino a che durò incontrastata
l'autorità della sua filosofia, vale a dire fino al Rinascimento. Bacone, primo
nell’ evo moderno, volle tentare una classificazione diversa, fondata sopra le
tre grandi facoltà in oui egli divideva lo spirito : memoria, imaginazione,
ragione. Opers della prima è la storia, della seconda la poesia, della terza la
filosofia ; quest’ ultima ha un triplice oggetto: Dio (teologia), l’uomo
considerato sia genericamente che nel corpo e nello spirito, e la natura, onde
abbraccia lo matematiche, la filosofia naturale e la meta‘ fisica. Per Cartesio
lo spirito nmano è come un albero, di cui la fisica è il tronco, la metafisica
le radici, i rami le altre scienze, che si riducono a tre più importanti, ciod
la medicina, la meccanica © la morale; la filosofia è tutto l’ albero. Notevole
poi fu il tentativo di classificazione fatto dal Diderot, nel I° vol. dell’
Enciclopedia; genialissimo e compiuto quello dell’Ampère, che qui sarebbe
troppo lungo ricordare, giucchè di suddivisiono in snddivisione egli giunge ad
enumerare 128 scienze. Augusto Comte classificò le scienze a seconda del loro grado
di complessità e la rispettiva subordinazione, stabilendo la serio seguente:
matematica, astronomia, fisica, chimica, biologia, sociologia. La matematica
vien prima, perchè Ja più generale ο più semplico e meno subordinata; la
sociologia ultima perchè più particolare, più complessa, © richiede la
conoscenza di tutte le altre. Lo Spencer, tenendo conto delVoggetto delle
scienze, le distingue in astratte, che studiano i rapporti indipendentemente
dai fenomeni e dagli esseri, come la logica e la matematica; conorste, che
studiano gli stessi esseri naturali, come l'astronomia, la biologia, la
psicologia, la sociologia; astratte-conorete, che studiano i fenomeni
indipendentemente dagli esseri, como la mecca nica, la fisica © la chimioa. Tra
i molti tentativi dei filosofi 191 CLa-CLE contemporanei per risolvere 1’ arduo
problema, ricorderemo ancora quello del Naville, che divide tutto il sapere in
tre grandi gruppi: 1° la teorematica, che comprende tutte le scienze delle
leggi, e ciod la nomologia, le scienze matematiche, fisiche e psicologiche, fra
oui è la sociologia; 2° la storia umana; 3° la canonica, che comprende tutte le
scienze delle regie ideali d’azione, e cioè le teorie dei mezzi ο delle arti,
le scienze morali e l'etica propriamente detta. Ad ogni modp, la
olassificazione più comune e praticamente usata, benchè poco scientifica, è la
seguente: 1° sciense matematiche (aritmetica, geometria, algebra, meccanica,
astronomia); 2° soiense fisiche (fisica e chimica); 3° acienze naturali
(mineralogia, geologia, botanica, zoologia, antropologia, anatomia, fisiologia,
etnologia, patologia, nosologia); 4° scienze morali (scienze sociali,
politiche, storiche e psicologiche). Claustrofobia. T. Alaustrophobic; 1.
Claustrophoby ; F. Claustrophobie. Con questo nome, introdotto nella
terminologia scientifica dal Ball, si denomina quello stato patologico che
consiste nell’ orrore per i luoghi chiusi. Gli ammalati non possono sopportare
d’essere chiusi in una stanza, e certe volte nemmeno passare sotto una galleria
o per una via stretta: essi dicono di soffocare, di non poter respirare, di
sentirsi opprimere. La cluustrofobia è l'inverso dell’ agorafobia, ο l'una ο
l’altra non sono che casi particolari della fobia dei luoghi, o topofobia. Cfr.
A. Verga, La Claustrofobia, Rend. Ist. lombardo », 1878. Cleptomania. T.
Kleptomanie, Stehltrieb; I. Cleptomany; F. Cleptomanie. Fenomeno patologico,
che consiste nell’ impulso irresistibile a impossessarri di oggetti
appartenenti ad altri, anche se di nessun valore e pur essendo nell’ ammalato
la coscienza dell’ atto delittuoso che commette. In ciò sta la differenza tra
il cleptomane e il pazzo morale: questi ruba seguendo i suoi istinti perversi,
obbedendo volontieri ad nna volontà viziata per abitudine; quegli CLi-Con 192
invece cede ad un bisogno morboso intermittente, contro il quale cerca
di lottare ο al quale non cede che a mnalincuore, come costretto da una forza
più potente della sua volontà. Cfr. Tamburini, Riv. oliniea, 1876; E. Brissaud,
Malattie del? enogfalo, trad. it. 1906, p. 108 segg. Clinanem. Con questo nome
Lucrezio designa quella deolinazione degli atomi, che è I’ ipotesi fondamentale
del sistema epicureo. Secondo Epicuro, nello spazio infinito sono diffusi in
numero infinito gli atomi, che, essendo dotati di peso, cadono verticalmente
con la stessa velocità. Ma come si spiega allora la formazione delle cose e del
mondo? In questa eterna pioggia di atomi bisogna ammettere che alcuni, in
momenti © posti non determinati, deviino spontaneamente dalla linea verticale e
per quel tanto che basti a nrtare contro altri atomi vicini; questi, alla lor
volta, producono per rimbalzo altri urti, e così via via finchè si producono
degli addensamenti atomici, che, nell’infinita varietà delle combinazioni
possibili, dànno luogo ai mondi e alle cose. Su questa infrazione della legge
di causalità fisico, Epicuro fondava il libero arbitrio del volere, che egli
riteneva indispensabile alla felicità : I’ atto volontario è in relazione coi
motivi; così il primo come i secondi si riducono a moti atomici interni; mia
siccome nei moti atomici c'è la libertà, così il passaggio dai secondi ai primi
non è una trasformazione meccanica di movimento, bensì i primi si determinano
spontaneamente, come spontanea è la declinazione atomica. Cfr. Diogene L., X,
184; Lucrezio, De rer. nat., II, 251-293; Brieger, Urbewogung der Atome, 1884;
Giussani, Studi luoreziani, 1896, p. 124-169; Ranzoli, Il caso nel pensiero e
nella rita, 1913, p. 26-33 (v. atomo, atomismo, coniunota). Codivisione.
Quando, nella divisione logica, il concotto dividente viene diviso
successivamente sotto più d’un rispetto, l'insieme di tali divisioni
costituisce una codivisione. La qualo per tal modo non è possibile, se non
quando 193 Cox-Coa ciascan termine dividente sia atto ad
essere suddiviso sotto il medesimo rispetto ο fondamento (v. divisione).
Coesione psichica. Il legame maggiore o minore che unisee gli elementi da cui
risultano le formazioni psichiche. Secondo 1’ Ardigd, la coesione massima à la
percettiva, e specialmente quella che si forma tra una idea e la parola che
l’esprime; è media la coesione che si ha nelle formazioni ideali, come è
provato dalla varia significazione che una stessa parola riceve nell’ ideazione
degli individui; minima è la coesione logica, che si avvera nel sogno, nella
riflessione, nel ragionamento. La legge fondamentale è che la coesione sta in
rapporto inverso con la complessità del lavoro mentale. Cfr. Ardigò, Op. fil,
VII, 40 e segg. Cogito, ergo sum (penso, dunque esisto). È il principio dal quale
prende le mosse la filosofia di Cartesio. Dopo aver rigettato come dubbie tutte
le verità accettate o per autorità o per testimonianza del senso, trovò che una
cosn sola era fuori d’ogni dubbio e poteva quindi servir di base inconcusss su
cui fondare tutte le altre cognizioni: il dubbio medesimo, vale a dire il
pensiero, e quindi anche In certezza della nostra esistenza. Di tutto possiamo
dubitare, egli diceva, ma non dubitare di dubitare, nè dubitare di esistere noi
che dubitiamo. Lo stesso principio era stato altre volte affermato prima di
Cartesio, ad es. da Β. Agostino, per il quale pure la conoscenza che I’ essere
pensante ha del proprio esistere è immediata: Quando quidem, etiam si dubita,
vivit, si dubitat, cogitat. Ugualmente 8. Tommaso: Nullus potest cogitare se
non esse cum assensu in hoc enim, quod cogitat, percipit se esse. Campanella:
Si nogas et divis me falli, plane confiteria, quod ego sum; non enim possum
falli, si non sum.... Ergo nos esse et posse scire et volle est certissimum principium, deinde
secundario, nos case aliquid et non omnia. Però, mentre per S. Agostino, 8. Tommaso e Campanella
la certezza che |’ anima ha di sò à In più sicura di tutte le esperienze, il
carattere fondamentale 13 RaxzoLt,
Dision. di scienze filosofiche. CoL
194 della percezione interna, per
cui questa ha il sopravvento gnoseologico sopra la percezione esterna, per
Cartesio invece la proposizione oogito sum ha il significato di prima
fondamentale verità di ragione più che di esperienza; la sua evidenza non è nemmeno
quella di un sillogismo, ma quella di una immediata certezza intuitiva: prima
quaedam notio quae ex nullo eyllogismo concluditur. La formula cartesiana fu
spesso modificata in sdguito, dandole maggiore impersonalità ed estensione:
Cogito, ergo est (Schopenhauer); Cogito, ergo sum αἱ est (Richl); Cogito, ergo
res sunt (Boutroux). Cfr. 8. Agostino, De Trin., X, 14; 8. Tommaso, Quaest.
disp. de ver., 10; Campanella, Universalis philos., 1688, I, 3, 3; Cartesio,
Med., II, 10, 11; Resp. ad. Obj., Il; Schopenhauer, Die Welt als. W. und Vorat., suppl. cap.
IV; Riehl, Die philos. Kritioiemus, 1887, II, 2, p. 147; Boutroux, Rerue des
Cours, 1894-95, II, 370. Collettivismo.
Kollektivismus; I. Collectiviem; F. Coliectivieme. Termine creato al Congresso
di Bâle, nel 1869, per opporre al socialismo di Stato, rappresentato dai
marxisti, il socialismo non centralizzatoro. Oggi perd il termine ha assunto un
significato più largo, e indica la dottrina sociale e politica, che propugna
l’avvento di una società nella quale sia abolita la proprietà privata, sia seso
comune lo stromento del lavoro, ed ogni individuo abbia una ricompensa
proporzionata così alla sua capacità come all’opera sua, ma in maniera che
ognuno abbia il sufficiente, in modo degno della umanità. La propriotà è
amministrata direttamente dallo Stato, il quale ne distribuisce il frutto tra i
suoi membri. Cfr. Schwflle, Bau und Leben d. socialen ‚Körpers, 1874; Y. Guyot,
Le oolleotivieme futur et le sooialisme présent, 1906; F. E. Restivo, Il
socialismo di Stato, ed. Sanron; Ant. Labriola, Discorrendo di filosofia ο
socialismo, 1898. Collettivo. T. Gesammnt, kollektir ; I. Collective; F.
Colleotif. Si oppone a distributivo e si distingue da generale. È collettivo
ciò che è comune ad un numero determinato
195 Com di individui ed è una
proprietà dell’ insieme ; è generale ciò che è comune ad un numero
indeterminato di individui e appartiene a ciasouno d’essi. Perciò nella logica
dicesi collettivo il termine che abbraccia una moltitudine d’individui senza
riferirsi a ciascuno di essi (es. il 19 reggimento), generale il termine che
abbraccia una moltitudine indefinita di individui a ciascano dei quali si
riferisce (es. soldato). Quindi il termine collettivo è individuale, perchè,
sebbene poses esser detto d’una moltitndine individuale presa insieme, non pud
esserlo di ciascuno degli individui presi n parte. Combinatoria (ars). Quella
parte della matematica, che ha per oggetto di formare per ordine tutte le
combinazioni possibili di un numero dato di oggetti, di numerarle e studiarne
le proprietà ο le relazioni. Con la stessa espressione il Leibnitz designava la
medesima scienza, applicata ad ogni categoria di conoetti, costituendo così la
parte sintetica della logica (v. probabilità). Comico. T. Komische (das); I.
Comical; F. Comique. Termine generico in cui si comprendono tutti quei
sentimenti che, nella ricca varietà delle loro sfumature, ai presentano a volta
a volta come umoristico, ridicolo, ironico, grottesco, satirico, arguto,
scherzoso, ecc., ed hanno quasi sempre per linguaggio emozionale il riso o il
sorriso. Secondo In teoria di Platone, svolta poi da Hobbes e da Lamennais, e
accettata fra noi dal Troiano, il sentimento del comico si risolve
nell'orgoglio prodotto dalla percezione improvvisa della nostra superiorità;
così chi ride alla commedia si crede privo del difetto di cui ride e si sente
superiore al personaggio che ne è macchiato. Invece per Aristotele il comico è
un difetto che nd fa soffrire nà nuoce; questa definizione fu poi modificata da
Cartesio ο svolta recentemente dall’ Ueberhorst, che risolve il comico nel segno
@ una caftiva qualità d’una persona, se abbiamo In coscienza di non possedere
un difetto della steran perio e Com
196 non sono provocati in noi
sentimenti fortemente sgradevoli ». Analoga a questa è la definizione del
Bergson, per il quale le oomique est 06 oôté de la personne par lequel elle
ressemble à une chose, ost aspeot des événements humaine qu'imite, par sa
raideur d'un genre tout partioulier, lo mécanieme pur et simple, Vautomatieme,
enfin le mouvement sans la vie; esso sorge infatti quando negli atti che non
sono essenziali per Is vita manca quella vigile agilità di corpo, di spirito e
di carattere che la società richiede; ossia quando l’automatismo imita la vita.
Secondo un’altra dottrina, accennata prima ds Cicerone e da Quintiliano, svolta
oggi dal Penjon, il comico è la libertà, ciò che rompe la regolarità e
l'uniformità della vita, sense spaventarci nd danneggiare noi ο altri; » questo
tipo si possono ricondurre molte dottrine, come quella di Kant, che fa
originare il comico dall’improvviso risolversi in nulla di una grande
aspettazione; quella dello Schopenhaner, che lo riconduce ad un disaccordo
subitamente avvertito tra un concetto ¢ gli oggetti reali che esso ha suggerito;
quella di Giampaolo, cho lo risolve nell’ assurdo roso sensibile perchè
manifesta una contraddizione; quella dello Spencer, che lo riconduce ad un
contrasto tra oggetti grandi © piccoli; quella del Lipps, che lo fa originare
da un contrasto tra la cosa attesa © quella che si presenta. Invece per il
Sully il comico non è che il giuoco, cioè il considerare quel che si presenta
davanti al? anima nostra como un oggetto di divertimento, un oggetto che non si
deve prendere sul serio; per il Bain è l’accrescimento di energia prodotto
dalla liberazione di una gravità forzata; per il Philbert è un errore subito
rettificato, nascendo quando noi siamo ad un tempo ingannati e disingannati,
quando con un solo sguardo vediamo I’ errore, tutte le sue cause © il vizio di
queste cause >. Tra le dottrine più recenti ricorderemo infine quella di A.
Momigliano, che, dopo aver esaminato con nentezza le forme fondamentali dol
comico o lo definizioni fino ad ora proposte, conclude 197
Com che il sentimento del comico nasce dal compiacimento estetico col
quale si rileva inaspettatamente il lato debole di un oggetto o nn contrasto
che rende manifesti un’ imperfezione © un malanno imputabili all’ uomo o alla
sorte ». Cfr. Franz Jahn, Das Problem des Komischen, 1905; Ueberhorst, Das
Komische, 1896-1900; Lipps, Payohol. d. Komik, Philos. Monatshefte », 1888, XXIV; Dugas,
Peyohol. du rire, 1902; Sully, Essai sur le rire, 1904; Bergson, Le rire, 1904;
Bénard, La théorie du comique dans l’esthétique allemande, Revue philos. »,
1880-81, vol. X, XII; C. Hanau,
Del riso e del sorriso, Riv. di fil. scientitica », 1889, vol. VIII; F. Masci,
Psicol. del comico, Atti della R. Acc. di s. 11. e p.», 1889; A. Momigliano,
L'origine del comico, Cultura filosofica », luglio ο sett. 1909; Giulio A.
Levi, Il comico, 1912 (v. ironia, umorismo). Comparazione. T. Vergleichung ; 1.
Comparison; F. Comparaison. Alcuni psicologi, tra oui 1’ Höffding, considerano
la comparazione come la forma fondamentale dell’ atto di conoscere, il
carattere che distingue il pensiero dagli altri fatti di coscienza; pensare è
comparnre, cioò trovare della diversità o della somiglianza. È una comparazione
di differenza la sensazione, una comparazione di somiglianza 1’ atto del
riconoscimento, una comparazione di somiglianza © differenza’) associazione,
ecc. Nella logica diconsi comparative quella specie di proposizioni implicite o
complesse, che costituiscono un paragone ed equivalgono 8 due proposizioni. Ad
es.: l’altruismo è il più nobile dei sentimenti (l’altruismo è un sentimento
nobile questo sentimento è più nobile di ogni altro). Cfr. Haffding, Psychologie, trad.
franc. 1900, p. 61, 148 (v. pensiero). Complesso. T. Zusammengesetzt, complex;
I. Compler; F. Complexe. Nella
logica si dice complesso un termine quando designs due o più idee, e complesss
una proposizione quando consta di due o più membri. Un sillogismo è complesso,
quando uno almeno dei termini della concluCom
198 sione essendo complesso, le
parti componenti questo termine si trovano separate nelle premesse.
Complicazione. T. Complication ; I. Complication ; F. Complication. Il Wundt,
seguendo 1’ Herbart, chiama complicazione quella forma di associazione
simultanea che avvieno fra imagini di specie differenti. Nella scolastica il
termine complicazione era adoperato nel senso di implicito; perciò dicevasi che
Dio è la complicazione del mondo e il mondo l’esplicazione di Dio. Cfr. Nicola
Cusano, Docta ign., 11, 3; Herbart, Lehrbuch s. Peychol., 1850, ο. 3, p. 22;
Wundt, Grundriss d. Psyohol., 1896, p. 275. Composizione delle cause. Principio
logico, analogo al principio fisico della composizione delle forze. Esso si
formula in questo modo: I’ effetto totale di più cause riunite insieme è
identico alla somma dei loro effetti separati. Sarebbe però arbitrario dare a
questa legge la stessa estensione della legge fisica sopra accennata, e
applicare a tutti i fatti, specie a quelli d’ordine fisiologico e psicologico,
il concetto della composizione puramente meccanica delle cause (v. p. es. legge
di Weber). Compossibile. T. Compossibel; 1. Compossible; F. Compossible. La
relazione tra due esseri possibili simultaneamente e di fatto. Due esseri
separatamente possibili non sono sempre e necessariamente compossibili, in
quanto la possibilità di fatto di ciascuno d’ essi può distruggere la loro
compossibilità logica, Il termine, giù conosciuto dagli scolastici, fu
adoperato specialmente dal Leibnitz. Cfr. Goclenius, Lexicon philos., 1613, p.
425 a; Leibnitz, Op. phil., Erdmann, p. 718 segg. Composto. Lut. Compositum ;
T. Zusammengesetst ; I. Compound; F. Composé. Ciò che risulta di più parti.
Nella logica diconsi composti quei giudizi che esprimono una relazione di
giudizi e si possono perciò risolvere in due o più giudizi semplici senza
alterarne il valore. Quindi i giudizi composti si suddividono soltanto secondo
le forme della relazione, cioè 199 Com la categories e l’ipotetica, ο secondo la
composizione di ciascuna di queste due forme con l’altra. Si avranno dunque due
classi di giudizi composti: quelli a relazione semplice © quelli a relazione
composta ; più una terza di giudizi contratti. La prima classe contiene i
gindizi : categorico-congiuntivi, categorico-copulativi, categorico-divisivi,
ipotetico-congiuntivi, ipotetico-copulativi, ipotetico-divisivi; la seconda i
giudizi: categorico-ipotetici, categorico-disgiuntivi, ipotetico-disgiuntivi ;
la terra i giudizi: entimematici © tetici. La forma disgiuntiva non dà luogo a
forme composte, se non congiungendosi alle altre due, dalle quali differisce
soltanto per la natura del predicato.
Gli scolastici dicevano compositum physioum quello che risulta da parti
reali tra loro realmente distints; compositum metaphysicum quello che risulta
di parti reali, distinte soltanto razionalmente ; substantiale compositum
naturale quello che risulta di sostanze, le quali per intenzione di natura sono
ordinate a costituire qualche cosa, ad es. P uomo, che consta di snima e di
corpo; substantiale compositum supernaturale quello che risulta di sostanze le
quali, benchè non ordinate per natura loro a costituire qualche cosa, hanno
però attitudine ad essere innalzate da Dio a questo, ad es. l’unione delle due
nature, umana e divina, in Cristo. Cfr. Masci, Logica, 1899, p. 186 segg.; Goclenio,
Lericon phil., 1613 (v. giudizio). Comprensione. Lat. Comprehensio; T. Inhalt;
I. Intension ; F. Comprekension. Dicesi comprensione, 0 tenore, o contenuto di
una idea l'insieme dei caratteri ο delle qualità che essa designa; vale a dire,
in altre parole, l’insieme delle determinazioni o degli elementi da cui quelV
idea risulta. Così la comprensione dell’ idea triangolo è data dalle
determinazioni di figura, estensione, tre angoli, ecc., che entrano a
costituirla. Siccome ciascuna di queste determinazioni può determinare tutte le
altre, così i logioi significarono Il rapporto che lega tra loro le parti della
Com 200
comprensione col simbolo algebrico della moltiplicazione, nella quale
ogni fattore moltiplica tutti gli altri. Quindi: comprensione di A = a x LX c,
ossia abc. L'operazione con cui si aggiunge qualche nota ad una idea,
accrescendono la comprensione, dicesi determinazione; V oporazione inversa
dicesi astrazione. Cfr. Aristotelo, Anal. post., I, 4, 738, 35; Drobisch, Neue
Darst. d. Logik, 1887, $ 25 (v. estensione). Comune, T. Gemein; I. Common ; F.
Commun. Ciò che appartiene contemporancamente a più oggetti; si appono al
proprio, che è il carattere che appartiene a un individuo e non si riscontra in
nessun altro. Si distingue il comune reale o fisico (ad es. il sole è il centro
comune del sistema solare) dall’ ideale o logico (ad es. le leggi biologiche
sono comuni a tutti gli esseri viventi). Il nome comune è quello che denota un
insieme di qualità; si oppone al nome proprio, che non indica alcuna proprietà,
ma soltanto designa. Per idea o nozione comune si intende tanto quella che può
essere attribuita ad un numero indefinito di oggetti differenti, quanto quella
che si trova in tutti gli spiriti. Gli scolastici distinguevano i sensibili
comuni dai sensibili propri: i primi sono i fenomeni che possono essere
percepiti da più sensi, come la forma, 1’ estensione, il movimento, ecc., i
secondi i fenomeni che non possono essere percepiti che da un solo senso, come
il suono, il sapore, il colore, l'odore (v. senso comune). Comunismo. T.
Kommunismus; I. Communiem ; F. Communirme. Quella dottrina politica od
economica, che ripeto le sue origini dal Morus, Campanella, Morelly e propugna
un ordinamento sociale in cui siano comuni tanto lo strumento del lavoro come
la ricchezza prodotta, cosicchè ciascun uomo lavori per quanto può © consumi
secondo i suoi bisogni. Secondo alcuni Platone sarebbe il padre del comunismo,
avendone esposto il disegno nella Repubblica; mu, in realtà, l’idosle platonico
dello Stato si fonda sul prin 201 Com
cipio dell’ aristoorazia della oultura, che appare specialmente in questo: per
la gran massa del terzo stato non si pretende se non l'abilità ordinaria della
vits pratica, mentre 1) educazione che lo Stato ha il diritto e il dovere di
avere nelle suo mani per formare i cittadini socondo i suoi fini, si volge
soltanto alle altro due classi, degli insegnanti ο dei militari. Questi debbono
avere comunanza di vita e di beni, affinchè nessun interesse personale faccia
ostacolo all’ adempimento dei propri doveri a profitto della collettività. Vero
padre del comunismo può invece considerarsi il Morelly, che a sua volta ο)
ispirò alle utopie di Moro e Campanella, 8 il cui sistema può riassumersi così
: proprietà comune dei terroni, del domieilio, degli strumenti di lavoro © di
produzione; educazione accessibile a tutti; distribuziono del lavoro secondo le
forze © dei prodotti secondo i bisogni, senza tener conto alcuno della capacità
ο dell’ ingegno; riunione degli individui in numero di mille almeno, affinchè,
lavorando ciascuno socondo le proprie forze e consumando secondo i propri
bisogni, si stabilisca una media di consumo cho non sorpassi le risorse comuni,
© una risultante di lavoro che le renda sufficientemente abbondanti ; abolizione
delle ricompense pecuniarie; istituzione di un codice pubblico di tutte le
scienze, nel quale non αἱ uggiungerà nulla alla metafisica © alla morale oltre
i limiti prescritti dalle leggi; l'istruzione dei fanciulli è fatta in comune,
in un vasto ginnasio, è impartita dai padri e dalle madri, comincia si cinque e
termina ai dieci anni, dopo di che i giovani passano nelle officine ove
ricevono I’ istruzione professionale, Il comunismo si distingue in comunismo
autoritario e comunismo anarokioo. Non va confuso col collettivismo. Cfr.
Pöhlmann, Geschiohte des antiken Sozialismue und Kommunismus, 1901; A. Sudre,
Histoire du communieme, 1850; Marx © Engel, Man. dei comunisti, 1847 (v.
anarchia, rocialiemo). Comunità v. reciprocità. Con 202
bile. ‘T. Begreiflich; I. Conoerable ; F. Conoevable. Tutto ciò di cui
lo spirito può formarsi la nozione, quindi tutto ciò che non racchiude
contraddizione. Il campo del concepibile è illimitato, entrando in esso tanto
l’éntelligibile, vale a dire ciò che è oggetto soltanto del pensiero astratto,
quanto il sensibile, vale a dire ciò che è oggetto della sensazione. Nella
possibilità logica si ha la concepibilità dei contradditorii, ma soltanto
perchè manca la ragione di decidere quale dei due sia vero, non perchè siano
veri entrambi. Secondo alcuni filosofi la concepibilità è testimonio di verità,
ad es. Cartesio: Avendo notato che in questa proposizione: io penso, dunque
esisto, non vi è nulla che mi assicuri che io dica la verità, se non il vedere
chiarissimamente che per pensare bisogna essere, gindioai di poter prendere
come regola generale, che lo cose che noi concepiamo in modo chiarissimo ο
distintissimo, sono tutte vere, ma che vi è solo qualche difficoltà nel Len
discernere quali siano quelle che noi concepiamo distintamente >. Anche per
Hume è una massima stabilita nella metafisica, che tuttocid che la mente
concepisce, include l’idea dell’ esistenza possibile, ο, in altre parole, che
nulla noi imaginiamo che sia assolutamente impossibile ». Cfr. Cartesio,
/iscorao al metodo, trad. it. 1912, p. 73-74; Hamilton, Discussions ou
philosophy, 1852, p. 596 (v. inconcepibile, incomprensibile, inconosoibile).
Conospire. T. Hegreifen; I. Conceive; F. Concevoir. Alcuni logioi distinguono
I’ atto del ragionare e del giudicare dall’ atto del concepire, che sarebbe il
semplice pensare una data cosa senza nd negare nd affermare. Altri obbiettano
che nella coscienza non può essere separato 1’ atto del concepire da quello del
giudicare, perchè concepire una qualsiasi cosa è un rappresentarsela, e quindi
affermare qualche cons che le uppartieno. Il Baldwin propone di restringere il
significato del vocabolo, usandolo solo per designare la conoscenza del
generale in quanto distinto dagli oggetti
203 Cox particolari cui si
applica. Cfr.
Logique de Port-Royal, ed. Charles, p. 37; Taine, De U Intelligenoe, 1870, II,
76 (v. concezione). Concetto. T.
Begriff; I. Conception, Concept ; F. Concept. È la tradnzione latina del
σύλληψις greco (συν = con, λαμβάνω =: prendo), con cui si volle indicare che
mediante il concetto apprendiamo il significato della cosa. Ordinariamente per
concetto si intende la sintesi ideale o tipica di una cosa ο d’un fatto,
ottenuta mediante il confronto delle rappresentazioni ο |’ astrazione delle
note identiche. Secondo altri, il concetto, essendo l’unità delle note
essenziali dell'oggetto, ottenuta mediante l’astrazione e la determinazione,
presuppone il giudizio e si definisce appunto come il sistema dei giudizi, che
su quell’ oggetto si son fatti ο si possono fare, Il principio unificatore del
concetto può essere intrinseoo, cioò l’unità fisica ο ideale della cosa stessa,
od estrinseoo, cioè una rappresentazione schematica o una parola o una
espressione composta di più parole. Gli elementi del concetto si dicono rote ο determinazioni.
Bisogna però distinguere il concetto logico dal psicologico; questo è per lo
più costituito da imagini frammentarie, da aspetti dell’ oggetto che più
interessano un dato individuo, per la sus cultura, il sno temperamento, le sue
abitudini mentali, la sua educazione, e varia perciò da individuo a dividuo ο
durante la vita dello stesso individuo; invece il concetto logico, sintesi di
tutto le note dell’ oggetto, è uguale per tutti i pensanti, ossia obbiettivo ο
universale, 1] concetto logico esprime l’essenza della cosa; secondo lo Stuart
Mill quella che noi diciamo l’ essenza della cosa è 1’ insiemo delle note del
concetto; secondo altri l’ essenza è data soltanto dalle note permanenti
dell'oggetto; per altri ancora V essenza è il complesso delle qualità primarie
della cosa, che indica quello che la cosa è nell’ ordine delle altre cose © in
relazione ad esse. I caratteri fondamentali del concetto logico sono tre: 1° di
essere costituito non tanto da conCox
204 tenuti qualificativi che
stanno da sò, quanto da indi relazione, cioè di somiglianze e differenze, di
essere insomma un sistema di rapporti; 2° di essere universale, sia
soggettivamente in quanto non si ha che un solo concetto d’una cosa, sia
oggettivamente in quanto vale per tutti gli oggetti che denota; 3° di essere
neoessario soggettivamente, appunto perchè non si può avere che un solo
concotto d’una cosa, oggettivamente in quanto esprime la legge intima della
cosa. Kant distingue il conostto, che è ogni relazione generale senza essere
assoluta, dalle idee ο dati assoluti della ragione, e dalle intwisioni, che
sono le nozioni particolari dovute ai nostri sensi. Egli li distribuisce in tre
classi: ο. puri, che non tolgono nulla dalla esperienza (es. la nozione di
causa); ο. empirici, che sono formati esclusivamente coi dati dell’ esperienza
(es. la nozione generale di colore); ο. misti, formati in parte sui dati dell’
intelletto puro, in parte su quelli dell’ esperienza. Come le intuizioni sono
impossibili senza una forma sensibile, così le cognizioni vere e proprie sono
impossibili senza una forma intellettuale, cioè senza i concetti : perciò, egli
dice, le intuizioni senza i concetti sono cieche, i concetti senza le
intuizioni sono vuoti. Nel pensiero filosofico il concetto cominciò ad assumere
grande importanza con Socrate. Opponendosi al relativismo dei sofisti, egli
cercò un sapere che dovesse valere per norma ugualmente per tutti, un elemento
costante ed unitario che ognuno deve riconoscere, e lo trovò nel concetto
(λόγος); la scienza è quindi pensare per concetti, e il fine di ogni lavoro
scientifico la determinazione dei concetti, la definizione. Per Platone
l'oggetto della scienza è l’idea, 1’ essere incorporeo che viene conosciuto
mediante i concetti; poichè i concetti, in cui Socrate aveva trovato l'essenza
della scienza, non sono dati come tali nella realtà percepibile, essi devono
formare una seconda realtà, una realtà inmateriale, e la conoscenza loro non
può essere che una remi 205 Cox niscenza,
onde l’ anima richiama alla memoria conoscenze preesistenti in essa. Per
Aristotele invece ogni concetto si forma analiticamente da un concetto
superiore, 0 genere prossimo, mediante l’aggiunta di una nota speciale, ©
differenza specifica: questa deduzione del concetto è la definizione; naturalmente,
la definizione dei concetti inferiori si riferisce a concetti generalissimi,
che si sottraggono ad ogni deduzione e spiegazione. Gli stoici cercarono di
analizzare psicologioamente il concetto, che per essi ha origine dalla
percezione, o per sè stesso o mediante parlari motivi psicologici, aut wen, aut
coniunotione aut similitudine aut collatione; solo i concetti più generali,
κοtiones communes, sono innati. Nel sistema dell’ Herbart il concetto ha una
grande importanza : egli infatti, opponendosi agli idealisti che sostenevano
esser compito della filosofia di derivare la realtà da un principio unico,
attribmì alla filosofia uno scopo essenzialmente oritico, e cioè l'esame ©
l'elaborazione dei concetti su cui è fondata la scienza rperimentale, per
ripulirli da quelle contraddizioni che falsano la giusta rappresentazione della
natura; i concetti stessi sono per lui delle idealità logiohe, che non esistono
che nella nostra astrazione, non essendo che rappresentazioni nelle quali
astraiamo dal modo come psicologicamente si sono prodotte. Per Hegel invece il
concetto non è semplicemente una rappresentazione soggettiva, ma |’ essenza
storsa della cosa, il suo in sò;... le forme logiche del concetto sono il
vivente spirito della realtà »; egli lo definisce come la libertà e la verità
della sostanza », l’ assolutamente concreto >, l’universale in cui ogni
momento è il tutto, perchè esso è il per sò ed in sò determinato ». Per
Schopenhauer il concetto è la rappresentazione di una rappresentazione, in
quanto non è nessuna rappresentazione data, ma ha In sna natura nel rapporto
con le rappresentazioni ; esso costituisre classe particolare, diversa toto
genere dallo rappresentazioni sensibili ed esistente solo nello spirito nmano.
Per il Con 206 Wundt il concetto è la fusione di una singola
rappresentazione dominante con una serie di rappresentazioni omogenee, fusione
compiuta mediante 1’ appercezione attiva »; osso infatti sorge © si sviluppa
mediante il prevalere di elomenti, che sono percepiti con la maggiore chiarezza,
la scelta delle rappresentasioni da sostituire, 1’ oscuramento degli elementi
rappresentativi mescolati con gli elementi dominanti, l’oscuramento degli
elementi stessi e la loro sostituzione con segni verbali esteriori. Per
l’Avenarius anche il concetto ha un valore psicologico, non essendo che un caso
particolare del principio dell’ inerzia dominante nella vita psichica; esso
infatti rappresenta un risparmio di energia, rendendo possibile alla coscienza
di abbracciare con un minimo sforzo un gran numero di oggetti, e di condensare
economicamente concetti © leggi particolari in concetti e leggi più universali.
Per lo Schuppe è concetto tuttociò che 1’ uomo pensa come significato di una
parola, in quanto vengono pensati come unità molteplici predicati realmente
conosciuti »; esso esiste obiettivamente perchè contenuto nella percezione,
nella quale lo cogliamo come un elemento di essa; la realtà concreta è la
qualità sensoriale in un punto determinato dello spazio ο del tempo; ciascuno
di questi elementi (qualità, spazio, tempo), isolato dagli altri è un concetto
astratto. Secondo il Croce il concetto puro deve distinguersi dai
paeudoconoetti ο finzioni concettuali: queste hanno per contennto o un gruppo
di rapprosentazioni (es. gatto, casa, rosa) o nessuna rappresentazione (es.
triangolo, moto libero); di quello invece è da dire n volta a volta che ogni
imagine 6 nessuna imagine è simbolo di easo »; il carattere fondamentale del
concetto puro è la conoreterza; il concetto è universale-concreto; chè se è
trascendente rispetto alla singola rappresentazione, è, poi, immanente nella
singola, ο perciò in tutte le rappresentazioni. Cfr. Platone, Terteto, 201 D e
sogg.; Aristotele, De an., IT, 1, 412 b, 16 © segg.; Cicerone, De fin.. TIT, 381 207
Cox Acad., U, 7; Kant, Krit. d. reinen Vorn., ed. Reolam, p. 77, 88;
Herbart, Psychologie als Wissenschaft, 1887, 1; J. Stuart Mill, Examination of
Hamilton, 1867, p. 274 segg.; Hegel, Enoyol., 6105, 108, 154, 157-164;
Schopenhauer, Die Welt ala W. und V., 1. 1, 69; Wundt, Logik, 1893, 1. I, p. 46 segg.; Aven: Philosophie ale
Denken, 1903, p. 24 segg.; Schuppe, frrundriss d. Erkenntnistheorie, 1894, p.
81 segg.; B. Croce, Logica come soiensa del concetto puro, 1909, p. 15-84; A.
Marueci, Di aloune moderne teorie del concetto, Riv. di fil. », maggio 1914 (v.
idealismo, nominalismo, realismo, sermonismo). Conoettualismo. T.
Conceptualiemus ; I. Conceptualiem ; F. Conceptualisme. Dottrina della
scolastica, che sta fra il realismo e il nominalismo, e fu creata da Abelardo.
Conciliando la teoria dei nominalisti, che sostenevano essere gli universali e
le qualità astratte dei corpi un puro nome, un semplice flatus rocis, e quella
dei realisti, che consideravano gli universali come le sole e vere realtà,
Abelardo sostenne che codesti universali, sebbene non posseggano nna realtà a
sè, indipendente dal nostro spirito, hanno tuttavia, in quanto concetti o
nozioni astratte, una esistenza logica e psicologica, Ogni individuo, dice
Abelardo, è composto di forma e di materia. Socrate ha per materia l’uomo 9 per
forma la socratità. Platone è composto d’ una materia simile che è l’uomo ο
d’una forma differente che è la platonità, e così degli altri uomini. E come la
socratità, che costituisce formalmente Soorato, non è in nessuna parte fuori di
Socrate, ngualmente codesta essenza d’uomo che, in Socrate, è il sostrato della
socratità, non è in nessuna parte altrove che in Socrate, e così degli altri
individui. Per specie io dunque intendo, non codesta sola essonza d’ uomo che è
in Socrate o in qualche altro individuo, ma tutta la collezione formata da
tutti gli individui di codesta natura ». L’ universale esistente nella natura è
appunto, per Abelardo, codesta collezione, codesta molteplicità identienmente
determinata, che diventa concetto unico solo nella Cox concezione del pensiero
umano; ο poichè tale molteplicità degli individui si spiega col fatto che Dio
ha creato il mondo secondo imagini preesistenti nel suo spirito, così nel
concettualismo abelardiano gli universali esistono anzitutto in Dio come
conoeptus mentis prima delle cose, poi nelle cose stesse come identità dei
caratteri essenziali degli individui, infine nell’ intelletto umano quali suoi
concetti. Alcuni considerano anche la dottrina di Kant come un vero © proprio
concettualismo. Concettualisti nel vero senso della parola furono, oltre
Abelardo e Durand de St. Pourgain, Locke, Reid, Brown. Dice il Reid: Quella
universalità che i realisti considerano essere nelle cose stesse, e i
nominalisti nel solo nome, i concettualisti considerano essere nd nelle cose nè
nel nome soltanto, ma bensì nelle nostre concezioni >. Cfr. Abelardo, Opera, colleg.
Cousin, p. 542; Reid, Works, 1863, p. 406; Windelband, Storia della fil., trad.
it, 1913, p. 349. Concezione. T.
Konoeptior, Begriffebildung; I. Conception: F. Conception. Non ha un
significato ben definito nella paicologia. Alcune volte si adopera in
opposisione a giudizio, per indicare l’atto con cui pensiamo o ci
rappresentiamo un oggetto senza nd affermare nd negare. Altre volte è ussta in
opposizione a percezione, per significare l’atto con cui ei rappresentiamo un
dato oggetto che non è presente; in tal caso sarebbe analoga »
rappresentazione. Codesta opposizione è adottata specialmente nel realismo
razionalistico, secondo il quale noi non percepiamo che fenomeni e qualità, sia
fuori che dentro di noi, ma, eccitata da essi, la mente concepisce la sostanza;
tale concezione, del tutto irreducibile ai fatti che ce la suggeriscono, è la
condizione della nostra conoscenza delle cose, è una delle leggi necessarie del
pensiero, per cui non possiamo pensare al fenomeno Renza riferirlo all’ essere.
Altre volte ancora il termine concezione à nento per designare le idee astratte
e i concetti, per opposizione a sensazione e rappresentazione sensibile.
Diconsi 209 Cox talvolta concezioni comuni i principi del
ragionamento, in quanto tutti gli uomini li concepiscono e li seguono. Cfr. Boirac, L'idée de
phénomène, 1894, p. 294 (v. concepire). Concesionismo. T. Konceptioniemus ; I.
Conoeptioniem ; F. Conceptionisme. Designa
tutte quelle dottrine che, come le intermediariste, considerano il mondo
esteriore non come percepito immediatamente tal quale, ma come concepito dal
nostro spirito mediante processi particolari. Si adopera quindi per opposizione
al peroesionismo, dottrina sostenuta specialmente dagli scozzesi e dagli
eolettici francesi, i quali consideravano come irreducibile il sentimento di
obbiettività contenuto nella sensazione, e a codesta oredenza accordavano un
valore rappresentativo. Cfr. Mac Cosh, The intuitions of the mind, 1882. Conclusione. Lat.
Conclusio; T. Schluss, Sohlussate, Conclusion; I. Conclusion ; F. Conclusion. O illasione; à la terza proposizione di un
sillogismo, tratta dalle premesse in cui è contenuta. Perchè il raziocinio sia
giusto, la conelusione deve derivare, e necessariamente, dallo premesse, nè
deve enunciare cosa diversa da quella che nelle premesse è enunciata. Da
premesse entrambe particolari ο entrambe negative, non si pnd ricavare alcuna
conclusione, nè si può ricavare una conclusione negativa da premesse
affermative. La conclusione è negativa quando una delle premesse è negativa,
particolare quando nna delle premesse è particolare. Cfr. Wandt, Logik, 1893,
vol. I, p. 270 segg. (5. conseguenza, sillogiemo). Concomitansa. T.
Konkomitanz; I. Concomitance; F. Concomitance. Quando due circostanze si
sccompagnano "uns l’altra, e sono ο simultanee ο immediatamente
successive, diconsi concomitanti. La concomitanza può essere diretta o inversa:
p. es. |’ altezza della colonna di mercurio nel barometro è in ragione diretta
del calore; il volume dei gas è in ragione inversa della pressione. l’ud ossere
ancora accidentale, p. es. il crescere dei matrimoni ο della 14 Raxzorı, Dizion, di scienze filosofiche.
Cox 210
criminalità, e necessaria p. es. il crescere del tono del suono e il
crescere del numero delle vibrazioni nell’ unita di tempo. Cfr. C. Ranzoli, Il
caso nel pensiero e nella vita, 1913, p. 80 © segg. Concordanza (metodo di). T.
Methode der Uobereinatimmung: I. Method of agreement; F. Méthode de
concordance. Uno dei quattro metodi di ricerca induttiva proposti dallo Stuart
Mill. Esso consiste nel paragonare tra loro difforenti casi in cui il fenomeno
che si studia avviene, © si fonda su questo canone logico: se due o più casi di
un dato fenomeno hanno comune soltanto una circostanza, questa circostanza,
nella quale soltanto tutti i casi concordano, è la causa o l'effetto di quel
fenomeno. Ad es. dovendosi cercare la causa della combustione dei corpi, si
vede che alcuni bruciano neil’ aria, altri nel cloro, come il fosforo ©
l’arsenico, altri nei vapori di zolfo, come il rame e il ferro, ma hanno in
comune una circostanza : la viva combinazione chimica della sostanza che brucia
con quella nella quale brucia; essa sarà dunque la causa della combustione.
Questo metodo serve specialmente nei casi in oni l'esperimento è impossibile,
ma non da il criterio decisivo della causalità, perchè la semplice concordanza
di due fenomoni non basta per autorizzarci a porre il primo come causa © il
secondo come effetto: essi potrebbero essere entrambi semplici effetti
collaterali di due altri fenomeni, oppure il secondo potrebbe essere effetto di
una causa rimasta occulta, per quanto presente in tutte le osservazioni. Cfr.
J. 8. Mill, System of Logic, 1865, 1. III, o. 8, $ 1. Concordanza nella
differenza (metodo di). I. Joint method of agreement and differenco. Detto
anche dell'accordo nella differenza, di differenza indiretta, di concordanza
negatira, della concordanza ο della differenza riunite. È un metodo
complementare di ricerca induttiva, suggerito dal Mill, consistente nella
riunione del metodo di concordanza e di quello di differenza. Esso si fonda su
questo canone 311 Con logico: se due o più casi in cui il
fenomeno avvione hanno soltanto una circostanza comune, mentre due ο più casi
in cui quello non avviene nulla hanno di comune tranne |’ assenza di questa
circostanza, la circostanza nelln quale soltanto le due serie di casi
differiscono è l’effetto © la causa o parte essenziale della causa di quel
fenomeno. Ad es. strofinando in un ambiente asciutto con un panno di lana della
ceralacca, della resina, dell’ ambra, del vetro, essi attirano i perzetti di
carta essendo cattivi conduttori dell’ elettricità; strofinando nelle stesse circostanze
un metallo, che è buon conduttore della elettricità, la carta non resta
attirata; dunque, I’ essere cattivi conduttori dell’elet. tricità è la cansa
per cui quei corpi attraggono i pezzetti di carta. Cfr. J. S. Mill, System of
Logic, 1865, 1, III, ο. 8, ϕ 4. Concorrensa vitale. Ha
lo stesso valore della espressione lotta per l’esistenza » più frequentemente
usata, Concreto. T. Concret; I. Concrete; F. Conoret. Secondo il Trendelenburg,
questa parola à d’origine latina ο significò da principio denso, spesso. Si
adopera infatti in opposizione di astratto, per designare un soggetto che è
rivestito di tutte le sue qualità, ed ha una esistenza reale indipendente e non
quella che spetta ad un puro prodotto del pensiero quale è l’astratto. Nella
terminologia scolastica dicevasi coneretum il composto di sostanza ο forma, da
cui si attribuisce al soggetto una qualche denomina zione; concretum
metaphysicum quello in cui la forma non si distingue realmente dal soggetto;
concretum physicum quello in cui si distingue veramente, ma pure gli è
inerente; conorelum logioum quello in cui non gli è inerente. Per Schopenhauer
il termine ha un significato speciali I concetti che non si applicano alla
conoscenza intuitiva in modo immediato, ma solamente con I’ intermediario di
uno ο più altri concetti, furono chiamati astratti per eccellonza, mentre al
contrario quelli che hanno il loro fondaCox
212 mento immediato nel mondo
dell’intuizione sono stati chiamati conoreti ». Cfr. Trendelenburg, Logische Untersuchungen, 1862;
Schopenhauer, Die Welt als eoe., ed. Reclam, I, ὁ 9. Condizionale. T. Bedingt; I. Conditional; F.
Conditionnel. Una proposizione ο giudizio è condisionale quando la posizione
del predicato è condizionata ο dipendente dalln posizione del soggetto; la sua
formula è: se A à B, C à D. Un sillogismo è condizionale ο ipotetico quando ha
per premessa maggiore una proposizione condizionale; esso è soggetto alle
seguenti regole: se la minore afferma la condizione, la conclusione afferma il
condizionato, ma se la minore nega la condizione non ne segue necessariamente
che la conclusione neghi il condizionato ; se la minore nega il condizionato,
la conclusione nega la condizione, ma se la minore afferma il condizionato, non
ne segue che la conclusione affermi la condizione. Kant chiama imperativo
condizionale ο ipotetico quello che enuncia che un atto è un mezzo
relativamente a un certo fine. Condizione. T. Bedingung; I. Condition; F.
Condition. Si suol distinguere condisione da causa: questa è la potenza attiva che
produce l’effetto, mentre la condisione è ciò senza di cui la causa non
agirebbe. Es. il crescere della temperatura è la cansa del crescere della
colonna di meronrio nel termometro: 1’ essere il termometro stesso esposto alla
temperatara, la condizione del crescere del mercurio. Ma questa distinzione
vale soltanto quando si consideri la causa come un quid che produca I’ effetto;
se invece, secondo il concetto fenomenistico, la causa è riguardata come il
semplice antecedente invariabile e incondizionato di un fenomeno, la causn del
fenomeno stesso non è che l'insieme delle sue condizioni. Altri intendono la
condizione negativamente, e cioò come quella che non produce l’effetto, mn
modifica o anche elimina |’ azione di una causa: p. es. l'umidità rispetto all’
esplosività della polvere. Ma la distinzione, in questo caso, è puramente
soggettiva, dipen 218 Con dendo dal
fissarsi dell’ osservazione sopra l’azione di una piuttosto che di un’altra
causa: così volendosi studiere, invece che l’esplosività delle polveri, l’
azione della umidità sopra I’ esplosività di esse, la medesima umidità che
prima appariva semplice condizione appare come causa. In un senso più preciso
dicesi condizione la circostanza mancando la quale un fatto non può prodursi.
In questo senso usaai l’espressione conditio sine qua non, abbreviazione del1’
antica formula dello Zabarella: conditio necessaria sine qua non Zabarelle est
causa αυοταλική, sine qua res esse non potest. In senso kantiano, spazio e
tempo sono condizioni dell'esperienza, perchè soltanto per esse noi possiamo
rappresentare la varietà delle sensazioni con unità sintetica: tempus non esi
objectioum.... sed subjectiva conditio per naturam montis humana necessaria
qualibet sensibili certa lege sibi coordinandi. Nel linguaggio matematico le
condizioni di un problema sono tuttociò che particolarizza una soluzione
generale; si suppone quindi che il problema, rimanendo il medesimo nella sua
essenza, potrebbe essere ristretto nelle sue soluzioni mediante altre
proposizioni limitative. Cfr. Goolenius, Lezioon phil., 1613, p. 435 a; Kant, De
mundi sonsibilis, III, 14, § 5. Conflitto
dei doveri. Widerstreit; I. Confliot; F. Conflict. Bi verifica quando alla
scelta dell’ individuo si presentano due o più doveri fra loro inconciliabili;
il confitto dei doveri è quindi un conflitto di motivi, ossia un conflitto di
rappresentazioni (v. deliberazione). Confasione mentale. T. Hallucinatorisohe
Verwirrtheit ; I. Hallucinatory confusion; F. Confusion mentale. Sindrome di
varie malattie mentali, caratterizzata da disordini sensori, disorientamento
rispetto al luogo, al tempo, alle persone, turbamento nel decorso delle
rappresentazioni, incoerenza nel linguaggio, annebbiamento del pensiero.
Secondo alcuni storici della psichiatria, essa è ciò che Ippocrate chiamava
frenite, Sauvage paraphrosyne, Ploquet paracope. Con Si distinguono tre
forme-di confusione mentale: una allucinatoria, caratterizzata dall’insorgere
di gran numero di allucinazioni che dominano il malato; una astenioa, che ri
presenta prevalentemente con l’ esaurimento; e una logorroica o maniaca,
caratterizzata da fuga d’ ideo, e quindi di parole, senza aleun ordine o nesso
logico. Cfr.
Dagonet, Nouv. traité des maladies mentales, 1894, p. 328-347; Chaslin, La
confusion mentale, 1895. Congenito.
T. Angeboren ; I. Congenital ; F. Congenital. Per opposizione ad aoguisiti,
diconsi così quei caratteri che l'individuo porta con sè dalla nascita, e che
ha ereditato dai genitori o acquistato accidentalmente nel corso della sua
esistenza embrionaria. Congettura. T. Vermuthung; I. Conjecture; F. Conjecture.
Ha molte affinità con l'ipotesi e consiste in una conelusione che si cava da
dati incerti, ο che per sò stessa, pur essondo certi i dati, non è nd legittima
nd sicura. La congettura ha un grado minore di probabilità dell'ipotesi, della
quale è una anticipazione. Si dicono razionali quelle congetture che dipendono
da principi logici ο outologici. Secondo il Cusano, il pensiero dell’uomo, non
conoscendo se non ciò che ha in st, non possiede per la conoscenza del mondo se
non congetture, ossia i soli modi di rappresentazione che scaturiscono dalla
sus propria natura; 8 la conoscenza di questa relatività di tutte le
affermazioni posilive, il sapere del non sapere, come primo gradino della dotta
ignoranza, è |’ unica via per arrivare, oltre la scionza razionale, alla
comnnione conoscitiva inesprimibile, immedinta, con la divinità. Cfr. Cusano,
De doota ignorantia, 1884; F. Fiorentino, ZI rinaacimento filonofico nel
quattrocento, 1885, cap. IL Congiuntivi (giudizi). Diconsi tali, per
opposizione a copulatiri, quei giudizi che sono composti nel predicato, che
hanno cioè più predicati i quali possono tutti convenire, per quanto disparati,
allo stesso soggetto. Possono 215 Cox essere affermativi ο negativi, categorici
ο ipotetici; la lore formula è: A è tanto B che C e D (v. composti). Coni. T.
Kegel; I. Cone; F. Cône. Corpuscoli di forma conica che, insieme ai bastoncini,
formano lo strato superficiale della retina; sì gli uni come gli altri non
sarebbero che un prodotto di secrezione, una formazione eutioulare delle
cellule visive. Sono in numero minore dei bastoncini e servono alla sensaziene
del colore; quella della luce ha luogo nei bastonoini. Questi costituiscono 1)
apparecchio che funziona durante la risione orepuscolare, quelli 1’ apparecchio
che fanziona durante la risione diurna ed ha la capacità di destare le
sensazioni cromatiche quando è stimolata da raggi di media intensità, e di
produrre la sensazione del bianco quando è stimolata da determinate miscele di
raggi luminosi o da raggi monocromatici di eccessiva ο di debole intensità.
Cfr. Wundt, Grundzüge der physiol. Psychol., vol. II, 1902; Hering, Zur Lehre
vom Lichtsinn, 1878. Connotativo. T. Connotativ, mitbezeichnend; I.
Connotative; F. Connotatif (da notare cum, cioò notare una cosa con ο più
un’altra cosa). Lo Stuart Mill, risuscitando una vecchia © opportuna
distinzione scolastica, disse connotativi quei nomi che designano un soggetto
ed implicano un attributo, non-connotatiri quelli che significano un soggetto
solamente o un attributo solamente. Quindi non sono connotativi i nomi propri
(America, Napoleone...) perchè designano un soggetto solamente, e i termini
comuni astratti (bianchezza, virtù...) perchè designano un attributo aulamente.
Sono invece connotativi tutti i nomi conoreti generali (bianco, virtuoso...)
perchè designano una intera classe per mezzo di uns qualità comune. Così bianco
designa tutte le cose bianche e implica ο connota I’ attribute bianohesza ; il
termine bianco non è affermato dell’ attribato, bensì delle cose bianche; ma
quando noi |’ affermiamo di questi soggetti (le cose bianche) implichiamo o
connoCox 216 tiumo che l'attributo bianchezza loro
appartiene. In altro parole il nome connotativo esprime il soggetto
direttamente, gli attributi indirettamente, esso denota i soggetti © connota
gli attributi. Cfr.
Prantl, Geschichte d. Logik, 1. III, Ρ. 364; J.
8. Mill, Syetem of logic, 1865, 1. I,
3, § 5. Conoscenza. T. Erkenninise, Konninisa; I. Knowledge; F. Connaissance.
Per quanto in sd stessa indefinibile, si può dire che la conoscenza esprime un
peculiare rapporto tra la mente © qualsiasi oggetto, per eni quest’ultimo,
oltre ud esistere per sò, esiste per una coscienza. Essa è dunque una
operazione attiva dello spirito, che si' compie sotto determinate condizioni e
suppone tre termini: un soggetto che conosce, un oggetto conosciuto e una
determinate relazione tra l’uno ο l’altro. La conoscenza dicesi: a poatoriori,
se acquistata mediante l’esperienza; a priori, ο pura, o trascendentale se
consiste di cognizioni innate; intuitiva, se ottenuta direttamente ο per sè
stessa; discorsiva, o razionale, ο inferenziale se ottenuta mediante altre
conoscenze. Il problema della conoscenza, il problema cioè del rapporto tra V
essere e il pensiero, 1’ oggetto e il soggetto, la cosa conosciuta e ciò che
conosce, fa sempre oggetto delle ricerche dei filosofi, ma andò sempre più
allargandosi col progredire del pensiero ed è divenuto fondamentale nella
filosofis moderna specialmente dopo Kant. I primissimi filosofi della Grecia
non gli diedero molta importanza; essi infatti lo risolsero nel modo più ovvio,
dicendo che lo spirito riceve l’ imagine o l'impronta delle cose come uno
specchio o un pezzo di cera; per tal modo le sensazioni non sono che copie
fedeli delle cose sensibili. Mn prima ancora di Socrate, i sofisti #’avvidero
della differenza tra le nostre sensazioni © lo cose esterne, e, dirigendo la
speculazione dei filosofi sopra il soggetto che sente, spostarono il centro di
gravità del pensiero umano, facendolo convergere dalla natura, intorno alla
quale fino a quel tempo s'era affaticato, sopra di sè. L'importanza della
riforma 217 Con socratica sta nell’ aver essa determinato
I’ essenza della conoscenze in maniera chiara e decisiva. I sofisti insegnavano
che vi sono soltanto opinioni, che valgono solo per ogni individuo; Socrate
cercò un sapere che, di fronte al mutamento ed alla moltiplicità delle rappresentazioni
individuali, dovesse valere come norma ugualmente per tutti, e lo trovò nel
concetto. Anche gli antichi pensatori avevano avuto un senso vago del fatto che
il pensiero razionale, cui dovevano la loro conoscenza, fosse qualche cosa di
essenzialmente diverso dall’ ordinaria rappresentezione sensibile del mondo e
dall’ opinione tradizionale; ma non avevano potuto elaborare questa differenza
di valore nè psicologicamente nd logicamente. Socrate intuì chiaramente che, se
dev’ esservi un sapere, bisogna trovarlo soltanto in ciò in cui coincidono
tutte le rappresentazioni individuali. Da allora comincia ad impostarai il vero
ο proprio problema della conoscenza, da allora si costituisce, se non di nome,
di fatto, quel ramo importantissimo del supere filosofico detto gnossologia 0
toria della conoscenza. La gnoseologia ha appunto per oggetto la ricerca
dell’origine, della natura, del valore e dei limiti della nostra facoltà di
conoscere; si distingue quindi dalla peicologia propriamente detta, che si
limita a descrivere i fatti psichioi nel loro sviluppo e nel loro intreccio,
senza ceroarne il valore in rapporto alla realtà, ο dallo logica, che non fa
che determinare le norme dell’applicazione dei principi gnoseologici senza
cercarne l’origine. Dalla scuola dei sofisti venendo sino αἱ criticismo
lantisno, sl fenomenismo dello Stuart Mill, al realismo trasfigurato dello
Spencer, al realismo psicologistico dell’Ardigò, al solipsismo degli idealisti
contemporanei, il problema della conoscenza ebbe soluzioni ed orientasioni
infinitamente diverse, che qui aurebbeimpossibile risasumere. Ci limitiamo
quindi ad esporre, seguendo una chiara e sintetica classificazione del Musci, i
prineipali sistemi gnoseologiei. Questi si distinguono inCon 218
nanzi tutto secondochè ripongono la verità nella sensazione © nel?’
intelligenza, © considerano lu sostauza ultima del reale come materiale o
spirituale; secondo il primo rapporto i sistemi si distinguono in sensisti o
empiristi ο in razionalisti, secondo il secondo in materialisti e idealisti. Se
l’oggetto è considerato come trascendente, il razionalismo e V idealismo
prendono la forma del teiemo, se è considerato come immanente prendono la forma
del panteismo ο del naturalismo. 1 idealismo può essere a sua volta o
particolarista 0 universalista, secondo che ammette, come Platone, idee reali ο
distinte ο archetipi, o ammette un processo logico, uno sviluppo o sistema
ideale uno e continuo; © può essere spiritualismo, se ripone la realtà ultima
in una forma di coscienza, 9 considera tutte le relazioni esteriori, e il mondo
naturale in generale, come fenomeno di realtà, che sono coscienze elementari.
All’ idealismo si oppone il realismo, che ripone l’ essonza della realtà nell’
individuale assoluto, che non può essere oggetto di nessuna percezione, nella
monade, nell’ ente semplice, nell’ atomo inetafisico. A tutti questi sistemi,
che possiam dire positivi, si possono aggiungere quelli negativi, i cui tipi
principali sono: la sofiatioa, che afferma la potenza della ragione
indifferente alla verità, lo soetticismo, che considera la ragione incapace
della verità, 6 il misticismo, che, negando alla ragione il potere di
raggiungere le verità ultime, lo attribuisce al sentimento o alla rivelazione
soprannaturale. Cfr. Nutorp, Forschungen sur Geschichte des Erkenntnieproblom
bei den Alten, 1884; Β. Muene, Die keime der Erkenninistheorie in der
vorsophistisohen Periode der griechischen Philosophie, 1880; Freitag, Die
Entrioklung der griechischen Erkenntniathoorie bir Aristoteles, 1905; De Wulf,
Histoire de la phil. médierale, 1905; H. Höffding, Histoire de la phil. moderne,
trad. franc. 1906; A. Franck, Pilosophes modernes étranger ot francais, 1893;
I. E. Merz, History of europ. thougt in the 19 century, 1904; Masci, Logica,
1899, p. 17 219 Con negg. ; C. Guastella, Saggi sulla teoria
della conoscenza, 1905 ; B. Varisco, La conoscensa, 1904; Ardigò, Op. ΛΙ., V,
15 segg.; VII, 26 segg.; IX, 237 segg. (oltre ai vocaboli citati, v. ancora:
assoluto, agnosticiemo, eoomomioa teoria, percesioniemo, conoazionismo,
intermediariste, nativiemo, solipsiemo, critioismo, dogmatismo, pluralismo,
soggettivismo, parallelismo, pampeichismo, fonomenismo, soggetto, oggetto,
noumeno, ecc., ecc.). Conoscibile. T. Erkenndar; F. Connaissable. Tutto ciò che
realizza le condizioni necessarie per essere conosciuto, sia mediante la
ragione, sia mediante la sensazione e l’immaginazione. La sfera del conoscibile
è uguale a quella del concepibile, ma molto più vasta di quella dell’
intelligibile, che è ciò che può essere conosciuto soltanto dalla ragione,
dall’ intelletto puro. Conseontiva (imagine). T. Nachempfindung, Naokbild : I. Afterimage,
after sensation; F. Image conséoutive. Con V espressione imaginé ο sensazioni consecutive si suol designure la
persistenza allucinatoria d’una sensazione, dopo l'arresto della eccitazione
che l’ha provocata. Il fenomeno si verifica specialmente nel senso della vista,
ove si distinguono imagini consecutive positive © negatice. Le prime sono
quelle che presentano una pura e semplice continuazione della sensazione
provocata dallo stimolo luminoso; così, movendo rapidemente un tizzone ardente,
si ha la sensazione di una linea luminosa, che è dovuta al prolungamento della
sensazione che il tizzone provoca nei diversi punti della retina. Le negative
si distinguono dalle positive, perchè gli oggetti luminosi che hanno provocata
la sensazione paiono oseuri, e gli oggetti colorati paiono del colore
complementare; così se si chiudono gli occhi dopo aver gnardato una finestra,
dopo un certo tempo essa pare oscura; se si chiudono gli occhi dopo aver
fisssto un oggetto rosso, esso pare di color verde azzurro. Questi fatti si
spiegano per mezzo della stancherza della retina. Cfr. Kreibig, Die fünf Sinne
des Mensohen, 1907, p. 121 segg. Cox
220 Consecuzione. T. Consecution;
I. Consecution ; F. Consécution, Termine usato dal Leibnitz per designare’ |’
associazione delle idee, che è fornita dalla memoria e imita la ragione, dalla
quale però deve essere ben distinta. Nella consecuzione, infatti, una imagine
richiama automatica mente un’altra imagine, ma tra le due non v’ha alcun legame
logico. La memoria fornisce una specie di conseouzione alle anime, che imita la
ragione, ma che vuol esserne distinta. Noi vediamo che gli animali, avendo la
percezione di qualche cosa che li colpisce e di cui hanno avuto la percezione
simile in precedenza, s’ attendono per la rappresentazione della loro memoria
ciò che vi è stato unito in codesta precedente percezione, e sono portati a
sentimenti simili a quelli che avevano allora, Ad es.: quando si mostra il
bastone ai cani, ‘ai ricordano del dolore che ha loro causato 9 guaiscono e
fuggono ». Nel suo significato somune, la consecuzione è la successione
immediata di due fatti. Cfr. Leibnitz, Monadologie, $ 46. Conseguente. Lat. Consequens; T.
Konsequent, folgend: I. Consequent; F. Conséquent. Un atto qualsiasi dicesi conseguento quando sta in
rapporto con altri che lo precedono; un ragionamento è conseguente quando le
idee che lo costituiscono derivano logicamente l’una dall’ altra e tutte
insieme da un principio comune. Nella logica si dice conseguente il secondo
termine d’un rapporto, ο antecedente il primo. Conseguenza. Lat. Consequentia;
T. Folgerung, Consequenz; I. Inference, Consequence; F. Conséquence. Una
proposizione che risulta logicamente da un’ altra proposizione © du più
proposizioni, ed è così strettamente legata ad esse, che non si può affermare o
negare quella senza accettare o respingere questa. Una conseguenza è sempre
formalmente vera, purchè, s'intende, sia stata dedotta conforme alle norme
logiche; ma può essere materialmente falsa, se tali sono le premesse. La
conseguenza si distingue 221 Cox dalla conclusione perchè questa risulta
necessariamente, la conseguenza risulta semplicemente; tuttavia, perchè un
atto, una ides, una cosa possano dirsi la conseguenza di un antecedente, non
basta che esse lo seguano accidentalmente e casualmente, ma bisogna che
risultino da quello, e che quindi a lui siano legate ds una relazione costante,
vale a dire da una legge. Consenso. Lat. Consensus, Consensio; Τ. Übereinstimmung; I. Consent; F. Conséntement, Agrément.
Molte volte, come prova della
verità di determinate dottrine, libero arbitrio, immortalità dell’ anima,
realtà del mondo esterno, ecc., ai invoca il consenso universale, cioò il
convenire della maggior parte degli uomini in quella credenza. In omni re consensio
generis humani pro veritate habenda est, dico Cicerone. Ciò però non basta per
provare la loro verità; il consenso dei più è accordato solitamente alle idee
tradizionali e alle attestazioni immediate, spesso illusorie, del senso; tutte
le verità nuove debbono infatti combattere contro il consenso del maggior
numero. Alcune volte consenso 0
oonsensue si adopera figuratamente, e vale armonia, solidarietà delle parti
d’un tutto, degli organi d’un organismo. Cfr. Aristotele, Eth. Nioom., X, 2,
1173 a; Cicerone, Tusoulano, I, 15 (v. senso comune). Conservazione. T.
Erhaltung; I. Conservation ; F. Conservation. Con questo vocabolo si designa il
problema della conservazione del mondo dopo la oreazione, problema molto
discusso nella teologia e nella vecchia metafisica, e che si riassume tutto
nello spiegare in che cosa consists l’azione di Dio nella conservazione.
Secondo gli uni (cartesiani) In conservazione non è che una creazione
continuata, Omnia qua exiatunt, a sola vi Dei conservantur, dice Cartesio; vi
ha la sola differenza, che mentre colla creazione Dio ha prodotto la nostra
esistenza dal nulla, colla conservazione rostiene in ogni istante codesta
esistenza affinchè non rientri nel nulla. Secondo gli altri, invece, Dio ha
conferito ml Cox ogni essere, dalla creazione, la facoltà di continuare la
propria esistenza; il mondo è quindi un orologio che, una volta caricato,
continua a camminare per tutto quel tempo che Dio s'è proposto di lasciarlo
andare. La prima soluzione è conforme alla dottrina ortodossa, già sostenuta da,8.
Tommaso, per il quale,tutte le cose create sono così strettamente congiunte al
creatore, che se per poco egli si restasse dal conservarle, cesserebbero di
esistere rientrando nel nulla donde uscirono: dependent esse oujuslibet
orealurae a Deo ita quod nec ad momentum subsistere possent, sed in nihilum
redigerentur, nisi operatione divinae virtulis conservarentur in esso. Come lu
trasparenza Inminosa dell’aria scompare appena che i raggi del sole cessano
d’illuminarla, così, dice Β. Tommaso, ogni cosa creata si dileguerebbe se la
potenza divina si ristasse dall’ animarla. Cfr. S. Tommaso, Sum. theol., I, qu.
CIV, srt. I; De Potentia, qu. V, art, I; Cartesio, Prino. phil., I, ΧΙΙ (v.
oreazione). Conservazione dell'energia. T. Erhaltung der Energio: I.
Conservation of energy: F. Conservation de l'énergie. Uno dei principî
fondamentali della scienza moderna, detto anche delln persistenza della forza.
Siccome però il vocabolo forsa ha nella meccanica un significato preciso,
indicando la massa moltiplicata per 1’ accelerazione, si suol preferire la
prima espressione. Fsso afferma che in tatti i fenomeni la somma delle forze
vive e delle energie potenziali è costante >. Questo principio, che è }
espressione più profonda della legge di causalità, e la base della teoria
dell'evoluzione, fu in origine constatato dal Mayer soltanto nell'equivalenza
tra il movimento meccanico e il calore; poscia fu esteso a tntte le altre forme
di energia, che costituiscono la luce, il calore, 1’ elettricità, il
magnetismo, eco. Non bisogna tuttavia scordare, che ciò non autorizza a
considerare l’ energia cinetica come il fondamento di tutte le altre, perchè
con ugual diritto si potrebbe conchiudere che calore, Ince, 600, non sono che
manifestazioni diverse della 223 Cox stessa energia elettrica; l’equivalensa
di tutte le forme di energia, nota l’Ostwald, lungi dall’autorizzarei a ridurre
una di queste forme all'altra, le pone tutte sullo stesso piano. Di più, il
principio della conservazione dell’ energia, per quanto serva a rendere
concepibile la natara, in sè stesso è una ipotesi indimostrabile, in quanto non
è applicabile che ai sistemi chiusi, a quei sistemi cioè che non ricevono
alcuna azione dal di fuori, nd agiscono al di fuori; ora la nostra esperienza
non ci offre nè potrà mai offrirci delle totalità assolutamente chiuse ed
isolate. In secondo Inogo, per essere una esplicazione generale dei fenomeni
naturali, dovrebbe aver avuto una conferma sperimentale in tutte le forze della
natura, mentre noi non conosciamo nè conosceremo mai il contenuto totale della
natura. Cfr. A. E. Haas, Die Entwickelungsgeschichte des Satz von der Erhaltung
der Kraft, 1909; W. Ostwald, L'énergie, trad. franc. 1910, p. 87 segg.; E.
Naville, La physique moderne, 1890, p. 14 segg.; B. Varisco, Scienza e
opinioni, 1901, p. 205 segg. Consoggetto. Ciò che è percepito unitamente al
soggetto. Secondo il Rosmini, nella percezione che noi abbiamo del nostro corpo
come consoggetto, si sente il paziente, 08sia il paziente sente sò stesso in
esso © con esso; invece uella percezione di un ente come straniero al soggetto
si sente l’agente. L'ente estraneo al soggetto dicesi esérasoggetto; come tale,
© quindi come agente, può essere percepito da noi il nostro corpo, quando cioò determina
come ogni altro corpo esteriore un’ azione su qualcuno.dei nostri cinque sensi.
Cfr. Rosmini, Pricologia, 1846, vol.I, p.97 segg. Contatto. Lat. Contactus ; T.
Berührung, Kontact ; I. Contact; F. Contact. Posizione relativa di due corpi la
cui stanza è la più piccola possibile. Il problema se vi siano azioni a
distanza, o se tutte avvengano per contatto, fu dn principio un problema
metafisico e religioso, in quanto si connetteva con l’altro dell’azione di Dio
sul mondo: se si considera quale condizione del movimento il contatto Con 224
del motore col mosso, come può conciliarsi la pura spiritualità, che
costituisce l’ essenza dell’ essere divino, con la materializzazione dell’
azione sua, οἱοὸ col movimento della materia? Nei tempi moderni esso è divenuto
un problema essenzialmente scientifico, la cui difficoltà sta in ciò, che un
contatto geometrico rigoroso non è osservabile, perchè non potrebbe aver luogo
che tra due corpi continui senza parti distinte, mentre è noto che tutti i
corpi percettibili, senza eccezione, constano di particelle separate; mentre,
d’ altro lato, per accertare un’ azione veramente a distanza bisognerebbe
sperimentare nel vuoto assoluto, ο assicnrarsi che all’ azione il mezzo non
prenda alcuna parte essenziale, due cose del pari impossibili. Le sensazioni di coutatto appartengono al
senso tattile, come pure quelle di temperatnra e di pressione: per mezzo di
esse si apprezza la natura dello stimolo, cioè dell’ oggetto, il duro, il molle,
il gnssoso, il liquido, il levigato, l’aspro, l’appuntito. Nella terminologia scolastica si distinguono
due specie di contatto: 1) contactus suppositi ο immediatio suppositi, che si
verifica quando colui che opera è immediatamente, per l'entità sua, congiunto a
chi riceve l’azione, quale è Dio a qualsiasi cosa su cui operi; 2) contactus
virtutis ο immediatio tirtutis, quando l’ agente, mediante la sua virtà, arriva
a chi riceve |’ azione, come il sole all’ aria mediante la luce. Cfr. 8.
Tommaso, Summa theol., I. qu. 75, 1; Avenarius, Philosophie ala Denken der
Welt, 1908, 2* ed., pag. 3 segg.; Wundt, Logik, vol. II, p. 268; Windelband,
Storia della fllorofia, trad. it. 1918, I, p. 302 segg.; R. Varisco, Scienza ο
opinioni, 1901, p. 182-145. Contemperasione. È la dottrina, detta anche della
soarità vittoriosa, con la quale alcuni teologi hanno cercato di conciliare la
libertà del volere umano con la provvidenza © la prescienza divina. Le nostre
azioni sono libere; ma Dio, nella ana infinita bontà, riesco a farci compiere
certe azioni determinato ο ponendoci in circostanze tali da ren 225 Cox dere quelle azioni necessarie, ο
suseltando in noi pensieri ο sentimenti che a quelle azioni ci spingono. E
dunque una suggestione, o, meglio, uns seduzione che Dio esercita su di noi, e
dalla quale ci lasciamo docilmente condurre per la soavità © l'abilità onde è
esercitato. Cfr. C. Jourdain, La filosofia di δ. Tommaso, trad. it. 1860, p.
132 segg.; L. Friso, Filosofia morale, 1898, p. 210. Contemplazione. Lat.
Contemplatio; T. Contemplation : I. Contemplation ; F. Contemplation. Termine
proprio del misticismo, che designa quello stato nel quale } anima, libera da
ogni tarbamento dei sensi, esercitata da lunghe meditazioni, si assorbe tutta
nella visione serena e bentifica del mondo spirituale, della sorgente d’ogni
verità. Per Ugo di 8. Vittore i tro gradi dell'attività intellettuale sono
cogitatio, meditatio, contemplatio, e corrispondono ai tre occhi dati all’
uomo: il corporeo, per conoscere il mondo materiale; il razionale, per
conoscere sè stesso nella propria intimità; il contemplativo, per conoscere il
mondo spiritusle ο la divinità. Anche la contemplazione è una risio
intellectualis, un vedere spirituale, che solo comprende direttamente la verità
suprema, mentre il pensiero a tanto non arriva. La contemplazione si distingue
dall’ estasi e dalla riflessione ; dall’estasi perchè non annienta, come
questa, ogni attività dell’anima, dalla riflessione perchè, mentre questa
implica la ricerea di una verità non ancora interamente conosciuta, quella
invece à la visione della verità già posseduta ο splendente in tutto il suo
fulgore dinanzi agli occhi. Cfr. Plotino, Enn., VI, 9, 3; R. di 8. Vittore, De
cont., V, 2 ο 14. Contiguità. I. Contiguität, Berührung; I. Contiguity; F.
Contiguité, Nol linguaggio comune designa la vicinanza di due oggetti nello
spazio. Per analogia, nella logica In contignità indica la relazione tra due
concetti, compresi sotto un terzo comune e tra i quali passa la minima
difforenza possibile: ad es. tra il violetto e 1’ indaco nei sette 15 RaxzoLi, Dizion. di scienze filosofiche.
colori dello spettro solare. La relazione di contiguità (che alcuni dicono con
minor precisione di contingenza) è quindi possibile soltanto in una serie
discreta, potendosi sempre, in una serie continua, concepire tra i due termini
uno intermedio. Pure per analogia, nella psicologia la contiguità di due fatti
di coscienza è la loro simultaneità o il loro succedersi immediatamente. Quando
i due fatti sono simultanei, cioò contigui nello spazio, ciascuno dei due tende
poi a richiamare I’ altro; quando sono successivi, cioè congiunti nel tempo, il
primo tende n richiamare il secondo; ciò costituisce appunto In legge di
contiguità, che è una delle leggi dell’ associazione, già descritta da
Aristotele ο elevata poi a grande importanza da Hume e dalla scuola scozzese. Cfr. Aristotele, Je memoria,
II, 451; Hume, Essay on human understanding, sez. III; Bain, Mental and moral
science, 1884, p. 150 sogy.; Höffding, Paychologie, trad. frane. 1900, p. 205 segg. Contingenza. T. Contingenz,
Zufälligkeit: I. Contingency; F. Contingence. Si oppone a necessità; questa si
applica a tutti gli esseri o agli avvenimenti che non possono non essere,
quella agli esseri o avvenimenti che potrebbero anche non essere: quod potest
non esse. Un avvenimento futuro è contingente quando, allo stato presente delle
cose, ln sus realizzazione o non realizzazione sono ugualmente compossibili. Un
fatto si considera, per rispetto ad una legge generale, contingente, quando
consiste non nell’ applicazione di questa legge, ma in qualche circostanza
particolare a questo ο quell’ oggetto individuale a cui si applica. La
contingenza è dunque, in generale, la possibilità della esistenza. Possibile
quidem et contingens idem prorsus sonant, dice Abelardo. Si tratta però di nna
possibilità pura ο indeterminata, cio di una vera e propria indifferenza tra l’
essere e il non essere, ben distinta quindi dalla possibilità concreta, la
quale si oppone non alla necessità ma alla attualità, ο conduce, in assenza di 227
Cox fattori negativi, alla compiutezza finale dell’ essere. Tale
possibilità pura, come capacità di ricevere determinazioni contradditorie, fu
aramessa da Aristotele nella materia; come la forma priva della materia è
l'atto puro, l'essere che permane identico a sè stesso, così la materin priva
della forma è la para possibilità del? essere © del non essere, che nulla vieta
si determini in tm modo o in un altro. Quindi per Aristotelo nella materia è la
vera causa dell’ accidente, del fortuito; in essa stanno lo altime differenze
che separano individuo da individuo, poichè discendendo dai generi alle specie
via vin più particolari, scompaiono le differenze essenziali 9 nou restano
infine che ‘nelle accidentali di colore, grandezza, cor. Andando anin là, Duns
Sooto definisce P’individualitä come il contingente, ossia quello che non si
deve derivare da una ragione generale, ma solo constatare come attuale; lo
forma particolare è per lui qualche cosa di originariamente reale, di cui non
si deve chiedere il perchè. Come contingenza assolnta è concepito l’atto
volontario nella dottrina tradizionale del libero arbitrio di indifferenza ;
dice ad es. Pietro Lombardo: arbitrium quia sine coactione et necensitate valet
appetere rel eligere, quod ex ratione deorererit. E Goclenio : roluntan ut
fertur sine coactione in aliqua re; nam roluntar potent relle vel non velle. E Malebranche: la
puissance de rouloir ou de ne par vouloir, ou bien de vouloir le contraire. Secondo il Leibnitz vi sono due sorta di
verità: le verità di ragionamento, che dipendono dal principio di
contraddizione e sono necessario; lo verità di fatto, che dipendono dal
principio di ragione sufficiente e sono contingenti. Secondo il Mill questa
distinzione non si può faro perchè tutte le verità, in quanto tali, sono
necessario; se nelle verità di ragionamento il contrario sembra inconcepibile,
mentre è concepibile nelle verità sperimentali, ciò dipendo dal’ essere lo
prime effetto di una forte associazione stabilitari fra due {deo in forza dell’
abitudine, mentre per lo cora Cox
228 seconde quest’ abitudine non
si è ancora formata. Infatti le verità razionali, ad es. gli assiomi
matematici, sono le generalizzazioni più facili e più semplici, la cui
esperienza non fu mai contraddetta, e che perciò hanno in sè tutta la forza di
cui la nostra credenza istintiva è capace. Del resto, la storia del pensiero
umano dimostra che ciò che è inconcepibile in un’ epoca è concepibile in altra
epoca, © viceversa. Dicesi dottrina
della contingenza dei futuri quella secondo la quale gli atti e gli
avvenimenti, che dipendono dal libero arbitrio dell’uomo ο dall’ intervento
della Provvidenza, non sono necessari, perchè nè sono retti da leggi naturali,
nè hanno la loro ragion d’essere in atti antecedenti. Quindi possono
realizzarsi ο non realizzarsi. Cfr. Aristotele, Meth., IX, 7, 5; VI, 2, 2;
Trendelenburg, Logische Untersuchungen, 1862, vol. II, p. 198 segg.; J. S.
Mill, Examination of Hamilton, 1867, p. 560 segg.; Ο. Ranzoli, IL caso nel
pensiero e nella vita, 1913, p. 31 segg., 114 segg. (v. causalità, necessità,
ragione). Contingenza (filosofia della). F. Philosophie de la contingence. O
anche contingentismo, 0 idealismo conténgentiata : quell’ indirizzo della
filosofia francese contemporanea, che nega la necessità delle leggi della
natura, sostituendo la spontaneità, la creazione libera, lu contingenza al
determinismo meccanico. Essa si riconnette per un lato con la filosofia della
libertà, per l’altro con la nuova critica della scienza: dalla prima,
iniziatasi con la dottrina kantiana del primato della ragion pratica e svolta
in Francia da Paul Janet, Secrétan, Ravaisson, accetta la concezione morale ed
estetica dell’ universo; dalla seconda, promossa in special modo dal Mach, trae
gli argomenti contro la necessità della legge. Secondo il Boutroux, il più
tipico rappresentante di questo indirizzo, i principj superiori delle cose
anrehbero ancora delle leggi; ma delle leggi morali ed ostetiche, espressioni
più o meno immediato della perfezione di Dio, preesistenti ai fenomeni e
anpponenti degli agenti 229 Cox dotati di spontaneità »; codeste leggi
non hanno in sò nulla di assoluto e di eterno, non sono che abitudini
provvisorio contratte dall’ essere, il quale tende a persistervi riconoscendo
in esse l’impronta dell’ ideale; ma il trionfo completo del Bene ο del Bello
farà scomparire queste imagini artificiosamente fisse di un modello vivente e
mobile, soatituendo alla legge necessaria il libero sforzo della volontà verso
la perfezione con la libera gerarchia delle anime. La scienza, con la rigidità
delle sue formule, non hw valore obbiettivo; essa è soltanto lo sforzo per
adattare le cose alla legge d’identità del pensiero e per renderle docili al
compimento della nostra volontà. Codesto adattamento appare già nella logica,
Il pensiero porta in sò le leggi della logica pura, ma poichè la materia che
gli è offerta non si conforma ad esso adattamento, cerca di adattare la logic
alle cose creando un insieme di procedimenti e di simboli che rendano
intelligibile la realtà. Le leggi della logi pura, ed eme sole, sono necessarie
ed obiettivamente valide; però lasciano indeterminata la natura delle cose a
cui si applicano. La sillogistics invece non ha in sò alcuna garanzia di
validità obbiettiva, ma il fatto che i nostri ragionamenti riescono, ci prova
che, nel fondo delle cose, c'è un che di analogo all'intelligenza umana; e come
in noi, accanto alla intelligenza, v’ ha un complesso di facoltà attive, così
possiamo pensare nelle cose un principio di attività ο di spontaneità. Salendo
poi dalle scienze astratte verso le più concrete, ci allontaniamo sempre più
dalla nocessità ed evidenza logica. Dalle leggi matematiche allo leggi della
meccanica ο da queste alle leggi della fisica, della chimica, della biologia,
della psicologia, della soci logia, ecc., crescono la complicazione ο il grado
di conti genza. Il che prova dunque che la realtà viva ο conoreta non può esser
racobiusa nei nostri quadri mentali; che la necessità della legge vale solo per
i principj logici, mentre nei processi della natura dominano la libertà ὁ la
spontaCox 230 à; che In scienza, se soddisfa il nostro
bisogno d'eviο d universalità logica, è condannata a lasciar fuori che v ha di
più reale nelle cose, ossia il loro aspetto qualitativo, la loro trasformazione
incessante, U atto di creazione che è nella loro essenza come nel fondo dell’
anima umano. Tra gli altri maggiori rappresentanti del contingentismo, il
Poincaré ha cercato in special modo di mostraro il carattere puramente
convenzionale, economico, delle leggi e dei concetti scientifici; il Milband di
porre in luce il valore soggettivo della certezza logica, che non può
estendersi al dominio della realtà perchè, senza il contributo dell’esperionza,
i principj logici non possono darci deduttivamente il contenuto di nessuna
conoscenza; il Bergson, portando all’ estreme conseguenze lu reazione contro
l’intellettualismo, risolve la realtà in un flusso cessante di forme nuove
senza direzione determinata, flusso che la nostra intelligenza ba, per i suoi
bisogni pratici, immobilizzato, e che noi non potromo quindi conoscere se non
spogliandoci il più possibile d’ ogni forma intellettuale, ritirandoci nella
nostra aninia profonda per innuedesimarci con la stessa attività creatrice.
Cfr. P. Janet, Lex causes finales, 1874; Ravuisson, La fil. en Franco au XIX
siècle, 1889; Boutroux, De la contingenoe des lois de la nature, 1899; Id., De
l’idée de loi naturelle, 1901; Milhaud, Exsai sur les conditions et len limites
de la certitude logique, 1894; Bergson, L'érolution créatrice, 1907; F. Masci,
L’idealirmo indeterminiata, Atti della R. Acc. di s. mor. e pol. di Napoli »,
1898; A. Levi, L'indeterminismo nella fil. franc. contemporanea, 1904; Petrone,
1 limiti del determinismo scientifico, 1900; Tarozzi, Della necesnità nel fatto
naturale ed umano, 1896; ©. Rauzoli, Sulle origini del moderno idealiemo. Riv.
di fil. e scienze affini », maggio 1906; A. Aliotta, La reazione idealistica
contro la scienza, 19 p. 133-196 (v. economica teoria, empirinmo, esperienza,
idealinmo, intuizione, tempo, vitaliamo).
231 Cox Continuità (principio
di). T. Stetigkeit; I. Continuity; F. Continuité. La gloria di aver primo
intuito ed esposto questo principio è universalmente atiribuita al Leibnitz (di
cui è celebre il detto in natura non datur saltus), che considerava la natura
come una serie continua di mona quali sono in numero determinato, ed h loro, e
tutte insiome costituiscono una serie continua di differenze infinitamente piccole:
ogni monade tiene il suo luogo, nessuna nasce di nuovo, nessuna perisce ; due
mouadi identiche non si possono trovare; quindi levata una inonade, tutta la
cutena si rompe. Questa bella legge della continuità, come il Leibnitz stesso
la chiamò, importa dunque che nel mutamento non vi hanno salti fra i due stati,
il vecchio e il nuovo, perehè 1’ intervallo tra l’uno e l’altro è riempito da
un numero infinito di stati intermedi; e che non esiste una dirersità senza che
esista pure una intinità di intermediari. Fra le applicazioni particolari più
importanti che il Leibnitz fece di questa legge, vi ha la scoperta del calcolo,
differenziale, in virtù di cui la disuguaglianza è come una infinitamente
piccola uguaglianza, la parabola un’ ellissi, di cui un foco sia infinitamente
lontano dall'altro. Applicata alla meccanica, la quiete nou è più I’ opposto
del moto, ma non è che un movimento infinitamente piccolo, e la forza morta non
è che un ris elementaris, una forza viva sul cominciare. Applicata alla natura,
il Leibnitz ammette non solo una connessione graduale tra le varie specie d’animali,
ma anche una gradazione intermedia tra il vegetale ο l’animale. Nella scienza contemporanea, il principio
della continuità dinamica, uni: versale, dei fatti, è il fondamento del
concetto del della natura, in cui il fatto biologico continua il fatto tisico,
ο il fatto psichico il biologico, e il fatto sociale il psichico, così nel
rispetto doll’attualità come in quello della potenzialità. Integrazioni di
questo principio sono la logge di causilità, di evoluzione, dell’unità della
materia, della persistenza, unità Con
232 trasformazione, equivalenza e
unità della forza. Cfr. Loibnitz, Nour. Ess., ed. Gerhardt, IV, 398; V, 49;
Monad., 61; Kant, Krit. d. reinen Vernunft, ed. Reclam, p. 165 segg.; Dithring, Logik und
Wissenschaftstheorie, 1878, pag. 198. Continuo. Lat. Continuum; T. Stetig; I.
Continuous; F. Continue. Si dice
continuo un oggetto le cui parti ο elementi costitutivi sono legati tra loro in
modo che non rimanga tra essi alcun vnoto. Essendo gli oggetti materiali ©
ideali, così si distingue il continuo corporale e il coftinuo ideale. Sono
continui lo spazio e il tempo, la materia e la forza; discontinui il numero e
la quantità. Nel linguaggio scolastico distingnevasi il continuum permanens dal
ο. successioni : il primo è quello le cui parti esistono insieme, come un
bastone; il secondo quello le cai parti passano senza interruzione, ed hanno la
continuità nel senso di non interrotta, successione, come il creato. Secondo 1’
Herbart, è continuo soltanto lo spazio fenomenale, quello ciod dove sono
rappresentate le nostre sensazioni e che è in noi; è invece discreto lo spazio
intelligibile, nel quale esistono i reali, e che è quindi reale. Cfr. Herbart,
Lohruch sur Peychol., 1850, p. 67 segg.; Varisco, Scienza e opinioni, 1901, p.
136 segg.; E. Borel, Le continu mathém. et lo cont. physique, Scientia », 1909,
VI. pp. 21-85 (v. quantità). Contradditorio. Lat. Contradictorius; T.
Widersprechend, oontraditorisch ; I. Contraditory; F. Contradictoire. Due
proposizioni si dicono contradditorie quando, avendo entrambe lo stesso
soggetto e lo stesso predicato, differiscono in qualità ο quantità; tutti gli A
sono B, qualche A non è B, oppure: nessun A è B, qualche À è B. Non possono
essere entrambe vere, nd entrambe false; quindi se luna è vera l’altra è falsa,
se luna à falsa l’altra è vera. ‘Trattandosi di due proposizioni singolari,
basta che difteriscano nella qualità per essere contradditorie: A è B, 4 non è
B (v. contrario). 233 Cox Contraddisione. Gr. ‘Avtipuotc; Lat.
Contradiotio; T. Widerspruch, Contradiction ; 1. Contradiotion; ¥. Contradiction. Quell’ atto dello spirito
mediante il quale si afferma ο si nega la stessa cosa; il suo schema è dunque
il seguente 4 = non A. La contraddizione può essere formale, implicita e in
adjeoto. La contraddizione è formale, ο in terminis, quando i due giudizi ο le
due nozioni contradditorie sono espresse ; implicita quando uno dei due giudizi
o nozioni, pure non comparendo, deve essere supposto come priucipio o come
conseguenza di ciò che si enuncia; in adjeoto quando attribuisce al soggetto una
qualità che ne è esclusa per la sua stessa definizione. La contraddizione
tipica è la formale; ma il pensiero non vi incorre mai, quando trovasi in
condizioni normali; può bensì incorrervi per la complessità dell'argomento, che
non gli permette di avvertire la contraddizione. L’ antinomia è una forma di
contraddizione in adjeoto, dipendente dall’ essero una proprietà, che si
attribuisce a un soggetto, inconcilinbile con esso per altra proprietà che gli
è essensiale, u che è affermata nel suo concetto. Cfr. Aristotele, De
interprot., C. 6; Herbart, Hawpipunkte der Metaphysik, 1806, p. 6-14 (v.
assurdo). Contraddizione (principio di). Aristotele, che lo considerava come il
principio più certo di tutti, lo formulò in questo modo: non è possibile che la
stessa cosa inerisca e non inerisca nella stessa cosa, simultaneamente ο sotto
il medesimo rispetto. In altre parole, questo principio esprime che due
proposizioni, di cui l’una afferma ciò che I’ altra nega, non possono essere
considerate come vere entrambe, e che quindi in tal caso il pensiero è nullo:
A= non À = sero. Il Leibnitz formulò diversamente il principio di
contraddizione in questo modo: À non è non A. Come si vede, mentre questa
formula concerne il rapporto tra soggetto e predicato contradditori d’uno stesso
gindizio, quella aristotelica concerne il rapporto tra due giu 234 contradditori d’identico contenuto; perciò la
formula leibnitziana integra 1’ aristotelica, estendendo il valore del detto
principio non al solo giudizio ma a tutto il campo della conoscenza. Secondo
alenni filosofi, ad es. gli elentici, il principio di contraddizione, come
quello di identità, non ha un solo valore formale e soggettivo, ma anche uno
realo ed oggettivo; vale a dira che esso non sarebbe un semplice canone cui il
pensiero si deve conformare, ma un principio obbiettivo con cui si può
determinare la natura del reale. Invece gli eraclitei negarono loro ogni
valore, sia logico che obbiettivo, e l’antien disputa, spontasi col prevalere
della logica aristotelica, fa rinnovata nei tempi moderni dall’ Hegel e dall’
Herbart. Per Eraclito l'unica cosa permanente nel diveniro incessante delle
cose è l'armonia degli opposti; nella sau retorica poetica il flutto delle cose
è una lotta incessante dei contrari, e questa lotta è la madre delle cose;
tutto ciò che sembra essere è il prodotto di movimenti ο di forze opposte, che
mercà In loro azione mantengono |’ equilibrio ; così I’ nniverso è ad ogni
momento un’ unità, che si suddivide e poi ritorna in xè, una lotta che trova la
sun conciliazione, un difetto che trova la sua compensazione. Nei tempi
moderni, questo concetto della coincidentia oppositorum fu ripreso da Giordano
Bruno e dalla metafisica idealisticn succeduta n Kant. Così per Fichte, se il
mondo deve esser concepito come ragione, il suo sistema deve essere sviluppato
da un problema originario, da una esigenza che ciascuno deve essere nello stato
di adempiere : questa esigenza è l’autocoscienza. ossia pensa te stesso. Questo
principio può svilupparsi solo fino al punto, in cui si mostra che fra ciò che
deve avvenire e ciò che avviene c'è ancora una contraddizione, da cui nasce un
nuovo problema, ¢ così di sèguito : il metodo dialettico è così un sistema in
cui ogni problema ne produce uno nuovo; di fronte a ciò che la ragione vuol
fornire, sta in essa stessa un ostacolo, © per superarlo essa 235
Cox sviluppa una nuova fanzione; questi tre momonti sono detti fesi,
antitesi © sintesi. Così il mondo della ragione diventa l’infinità dell’
ontogenesi, e la contraddizione tra il dovere e il fare viene spiegata come 1’
ensenza realo della ragione stessa; tale contraddizione è necéssaria ed
inevitabile, appartenendo alln natura della ragione; e poichè soltanto la
ragione è reale, la contraddizione viene cost spiegata come reale. In tal modo
il metodo dialettico, trasformazione metafisica della dialettica trascendentale
di Kant, si mette in opposizione con la logica formale; le regole dell’
intelletto, che hanno il loro fondamento nel principio di contraddizione, sono
sufficienti per l’ elaborazione ordinaria delle percezioni in concetti, gindizi
ο sillogismi, ma insufficienti per la costruzione speculativa. Il metodo
dialettico fu perfezionato da Hegel, per il quale l’ essenza dello spirito è di
sdoppiarsi in sè stesso e di ritornare da questa separazione alla sua unità
originaria; la ragione è non solo in sè come semplice realtà idenle, ma anche
per sè: essa manifesta 6 stessa come qualche cosa di altro, diventa un oggetto
diverso dal soggetto, e questo esser altro è il principio della negazione. Il
cancellare questa diversi il negare la negazione, è la sintesi di questi due
momenti: così ogni concetto si converte nel suo opposto, ὁ dalla contraddizione
di ambedue deriva il concetto più elevato, che ha poi la stessa sorte di
trovare uu’ antitesi, che richiede una sintesi ancora più alta, e così di
sèguito. Per I’ Herbart, tutto al contrario, il principio più alto di og sare
è, che ciò che è contradditorio non può essere verumente reale. Ora, poichè i
concetti con cui pensiamo l’esperienza sono in sè contradditori, ne viene che
la filosofia, la quale ha per compito di rintracciare il reale vero, assoluto,
dovrà essere una elaborazione dei concetti dell’ esperienza; ossa deve
trasformarli secondo lo rogole della logica formale (ο non v’ha altra logica
che quella formale) finchi sia conosciuta la realtà scevra di contraddizioni.
Cfr. AristoCon tele, Metaph., III, 2, 996 b, 28 ο segg.; Leibnitz, Monadologie,
31; Theod., I, § 44; Kant, Krit. d. reinen Vern., od. Reclam, p. 151 segg.;
Herbart, Hauptpunkte d. Motaph., 1806; Id., Einleitung in die Philos., 1813, p.
72-82; Hartmann, Ueber did dialektische Methode, 1868; F. Paulhan, La logique
de la contradiction, 1909; Windelband, Storia della filosofia, trad. it. 1913,
I, p. 176, 108, 173; II, 69 segg. (v. essere, nulla, realtà). Contrapposizione.
Lat. Contrapositio; 'T. Kontraposition; I. Contraposition ; F. Contraporition.
Quell’ operazione logica per cui si converte una proposizione, aggiungendo il
segno della negazione ai due termini. La contrapposizione della proposizione
particolare negativa è poco utile © poco usata; maggiore importanza ha invece
la conversione delle universali affermative, perchè dà modo di controllare se
I’ attributo è legato necessariamente al soggetto, vale a dire se l’ universale
affermativo enuncia una verità. Così, convertendo per contrapposizione la
proposizione: tutti i pesci sono muniti di branchie, si ha tutti gli animali
non muniti di branchie sono non pesci, da cui si vede che l'essere muniti di
branchie è un carattere essenziale dei pesci. Cfr. Prantl, Geschichte d. Logik,
1855, vol. I, p. 584; Masci, Logica, 1899, p. 225. Contrario. Gr. 'Evavriov;
Lat. Contrarius; T. Conträr: I. Contrary; F. Contraire. Si dicono contrarie due
proposizioni che, avendo uguali soggetto © attributo ed essendo entrambe
universali, differiscono nella qualità, vale a dire l'una è negativa l’altra è
affermativa; tutti gli 4 nono B, nessun A è B. Possono essere entrambe false,
non entrambe vere; dato dunque che sia falsa una, non si può iuferirne che
l’altra è vera; ma dato che sia vera una si deve inferirne che l’altra è falsa.
Cfr. Rosmini, Logica, 1853, $ 107-109 (v. contradditorio). Contrasto. T.
Kontrast ; I. Contrast ; F. Contraste. Nella psicologia designa quel fenomeno
ottico, che il Chevreul 287 Cox ha espresso nella legge seguente: quando
I’ occhio vede contemporanesmente due colori contigui, li vede nel modo più
dissomigliante possibile quanto alla loro composizione ottica ο quanto alla
altezza del loro tono. Infatti, se si pongono vicine delle striscie di carta
coperte d’ una tinta uniforme di grigio di diverse intensità, ogni striscia
sembra più chiara dal lato ove essa tocca una striscia più scura, e più scura
dal lato ove tocca una striscia. più chiara; se si metto una riga bianca su nn
fondo nero, questo fondo pare più nero in prossimità della riga. Ciò per
l'intensità; quanto alle sfumature, se noi collochiamo una striscia di carta
verde sopra un fondo grigio, questo fondo sembra rosso, essendo il rosso il
colore complementare del verde; le nubi bianche in cielo azzurro sembrano
giallognole; le ombre degli oggetti al momento del tramouto sembrano turchine,
perchè la Ince inviata in tal momento dal sole è aranciata, Tutti questi
fenomeni di contrasto si spiegano colla teoria di Joung e Helmholtz, che cioè
nella retina si trovino tre specie di fibre, ognunn delle quali viene stimolata
a preferenza da uno dei tre colori fondamentali (rosso, verde, violetto), e che
quindi tutte le possibili sensazioni di colore risultino dalla combinazione
delle tre sensazioni fondamentali.
L'associazione per oontrasto è uno dei tre casi fondamentali d’
associazione delle idee descritti da Aristotele. Nella psicologia moderna non
la si considera che un modo subordinato dell’ associazione per rassomiglianza ο
per contiguità ; infatti i contrasti rientrano sotto una medesima idea comune,
ad es. fl nano e il gigante sotto quella della statura media; di più, il corso
della vita implica dei contrari che si succedono, si toccano rasformano l’nno
nell’ altro, come il giorno succede alla notte, la gioia alla tristezza.
Secondo I’ Hüffding, nello associazioni per contrasto avrebbe parto prevalente
il sentimento, determinato sempre dall’ importante contrasto del Pincere ο del
dolore; a una forte tensione succede or: Cox
238 riamente un periodo di
stanchezza e tendenza a dirigere il nostro interesse in senso opposto: Così
potrebbe spiegarsi il bisogno che si prova di passare. dall’ imagine della luce
a quella della oscurità, dall’imagine del grande a quella del piccolo ». Cfr. Wundt, Grundriss d.
Psychol., 1896, p. 302 seg.; Kreibig, Die fünf Sinne des Menschen, 1907, p.
113-115; James Mill, Analysis of the phenomena of the human mind, 1869, I, p.
113 segg.; Höffding, Paychologie, trad. franc. 1900, p. 213 segg. Contratti (giudizi). Quelle forme di
giudizio in cui è taciuto il predicato o il soggetto, o in cui il soggetto è
puramente indientivo, o in cui tutto il giudizio è contratto in un nome. Bi
distinguono in entimematici © tetici (v. composti). Contratto sociale. F.
Contrat social. Espressione entrata nel linguaggio filosofico dopo la
pubblicazione dell’opora del Rousseau, Del contratto sociale, ο principio di
diritto politico (Amsterdam, 1762). Il contratto sociale è il tacito patto che
gli uomini primitivi fecero tra di loro, rinnnziando ai propri diritti, per
affidare ad un potere pnbblico e supremo la tutela degli individui ο il
mantenimento della pace sociale. Secondo il Rousseau, il problema fondamentale
che s'impone agli uomini, quando lo stato primitivo di natura non può più
sussistere, è il seguente: Trovare una forma d’associazione, che difenda ο
protegga con tutta la forza comune la persona o i beni di ogni associato, e
mediante la quale ciascuno, unendosi a tutti, non obbedisca tuttavia che a sè
stesso e resti libero come pri Tale è il problema fondamentale di cui il
contratto sociale dà la soluzione. Le clausole di questo contratto sono
talmente determinate dalla natura dell'atto, che la più piccola modificazione
le renderebbe vane e di nessun offetto; per guisa che, sebbene non siano forse
mai state formalmente enunciate, sono dovunque le stesse, dovnnque tacitamente
ammesse e riconosciute, finchè, essendo il patto sociale violato, ognuno
rientri nei suoi primitivi 239 Cox riprenda la propria libertà naturale ».
Questa dottrina era giù stata svolta precedentemente da Epicuro, dal (irozio,
dal? Hobbes. Il contrario del contratto è lo statuto sociale, cioè i rapporti
legali che si stabiliscono tra gli nomini per il solo fatto che essi
appartengono a una determinata classe sociale, oppure si trovano in una data
situazione alla quale la loro volontà non può nulla mutare. Cfr. Rousseau, Du contrat
social ou principes du droit politique, 1762 (v. contrattualiemo, società). Contrattualismo. ‘I. Kontraktualismue; I.
Contractualism ; F. Contraotualisme. Sotto questo nome si raccolgono tutte le
dottrine che fanno originare la società, e quindi la morale, il diritto, lo
Stato, da un generale contratto ο da primitivi accordi contrattuali. Questa
idea trovasi già esplicitamente formulata in Epicuro, per il quale la società
politica non è una formazione naturale, ma è creata a ragion veduta dagli uo!
in base ad un contratto, συνθήκη, che essi fanno per non danneggiarsi
scambievolmente; perciò le leggi sono derivate in ogni singolo caso da un
accordo rispetto alle comuni utilità; in sò non v'è niente di giusto ο
d’ingiusto, e poichè è evidente che nel contratto fa prevalere il proprio
vantaggio chi ha intelligonza maggiore, così sono in generale i vantaggi del
sapiente che si presentano come i motivi della legislazione. ‘Tale concetto fu
poi ripreso da Occam, da Marsilio, da Hobbes, che gli diede il massimo
sviluppo: egli pone l’egoimo come fondamentale nell’ uomo, e considera lo stato
naturale come il bellum omnium contra omnes, nel quale si dice bene ciò che
soddisfa il proprio egoismo, male ciò che lo contrasta; ma poichè una
condizione simile offendo lo stesso egoismo, recando morte e danno, gli nomini
s' accordano tacitamente di trasferire il proprio diritto naturale ad un terzo,
che rappresenti, la forza di tutti: questo è lo Stato, che fa la zione, non più
relativa ma nssolnta, tra bene © male, tra lecito e illecito, tra religione Cox
e superstizione: il bene à l’ azione legale, il male l’azione illegale; la
religione è l'adorazione legale di Dio, la superstizione |’ adorazione illegale
; entrambe le autorità, civile e religiosa, sono incarnate nel sovrano. Mentre
Hobbes giunge così alla giustificazione dell’ assolutismo, Rousseau ricava
dalle stesse premesse delle conseguenze democratiche e liberali: per lui l’
uomo è originariamente buono e dominato da sentimenti sociali, quindi il
principio della traslazione e della rappresentanza deve essere limitato fino al
possibile, mentre a tutto il popolo si deve riconoscere direttamente |’
esercizio della sovranità. Dopo la rivoluzione francese il contrattualismo
decadde, ma per risorgere ai giorni nostri sotto diversa forma, Oggi non si
ammette più, in generale, un contratto alle origini della società, ma alla
fine, cioè come mata da raggiungere non come punto di partenza; la storia dell’
incivilimento dimostra infatti che all’origine non sono gli individui arbitri
dei propri destini, ma certi gruppi complessi tenuti saldi dall’ autorità di un
capo, e che l’ autonomia individuale si viene mano mano attuando col
perfezionarsi della vita sociale fino a rendere I’ individuo artefice
consapevole delle proprie situazioni giuridiche e delle stesse forme vincolanti
del vivere civile. Questa nuova concezione è dovuta specialmente al Summer
Maine, che, a conelusione dello sue ricerche sulle società primitive, fa
consistere il movimento delle società progressive nel trapasso da un primiero
regime di status ad un regime di contratto; ed è svolta poi in varie forme
dallo Spencer, dal Fouillée, dal De Greef, dal Bourgeois, occ, Cfr. Diogene L.,
X, 150 segg.; Jellinek, Allgemeine Staatalehre, 1905; G. Del Vecchio, Su la
teoria del contratto sociale, 1906; G. Dallari, I! nuoro contrattualismo nella
filosofia sociale e politica, 1911; P. Gentile, Sulla dottrina del “contratto
sociale, 1913 (v. contratto sociale). Controprova. T. Gegenbeweis; I.
Counterproof; F. Contre-éprenve. Una delle applienzioni del metodo di
differenza, A1 Cox che Bacone chiamò inrersio erperimenti.
Consiste nel ripetere inversamente una esperienza per confermarne i risultati.
Es.: per determinare la funzione dei nervi periferici, si fa agiro uno stimolo
sui nervi periferici di un animale, ed è facile accorgersi che detto stimolo ha
dato luogo alla sensazione. Controprova: ai recide la fibra stessa ο si fa
agire ancora lo stimolo; in tal caso non si ha più la sensazione. Si conchiude
che la continuità della fibra è necessaria per avere la sensazione. Cfr.
Bacone, Nuovo organo, 1810, p. 66 segg. Controversisti. I Padri del secondo
periodo della Patristica, così designati perchè non si limitano, come quelli
del primo periodo, a difender la religione cristiana dagli assalti del
paganesimo, ma attaccano anche le dottrine avversarie ο specialmente il
gnosticismo. I principali controversisti farono Ireneo e Tertulliano (v.
Patristica). Convenienza. T. Ubereinstimmung, Angemessenheit, Conrenione ; I.
Propriety; F. Convenance. Significa, in generale, accordo o armonia tra due ο
più termini. Nella morale ln convenienza è ciò che non ha un carattere di
obbligatorietà costante, ma conviene soltanto a certe circostanze în virtù
d’una regola normativa. Così gli stoici dicevano azione conceniente In giusta
scelta e il retto uso che il saggio sa fare di quelle cose che stanno fra il
bene e il male, che non possono nè giovare nè nuocere, che non meritano di
essere cercate nè fuggite, come la vita, le ricchezze, ecc. Leibnitz chiama
prinotpio della convenienza, la saggezza divina rivelantesi specialmente nelle
leggi del movimento : E meraviglioso che, con la sola considerazione delle
cause efficienti o della materia, non si potrebbe dar ragione di tali leggi del
movimento. Poichè io ho trovato che bisogna ricorrere alle oause finali e che
codeste leggi non dipendono dal principio della necessità, come le verità
logiche, aritmetiche e morali, ma dal principio della conreniensa, vale a dire
dalla scelta della saggezza ». Kant chiama principia con16 Raxzom, Dirion. di scienze filosofiche, Cox 242
venientiæ quelle proposizioni, che non trovauo la loro giustificazione
nè nell'esperienza, nè in deduzioni a priori, ma si raccomandano per la loro
opportunità, facilitando ed estendendo V uso empirico dell’ intelletto; tali
principî, da lui esposti nella Dissertazione, divengono poi nella Critica della
r. pura i principî dell’intelletto puro, come quelli della regolarità del
divenire e della permanenza della sostanza.
Il Rosmini chiama convenienza metafisioa gli argomenti, per lo più
morali, sui quali si fondano le persuasioni delle verità dell’ ordine etico ;
la convenienza metafisica non riguarda in fatti P uno ο l'altro ente, ma
l'essere universale stesso, ο Dio. Sebbene tali argomenti si fondino
sull’idealità della cosa, importano una necessità e servono di fondamento alla
fede. Cfr. Diogene L., VII, 130; Stobeo, Kel., 11, 158; Cicerone, De fin., III,
6; Leibnitz, Prino. de la nat. οἱ de la grace, 1714; Rosmini, Logica, 1853, $
1124-26; L. Nelson, Unters. üb. die Entwickelungsgeschichte d. kantischen
Erkenntniatheorie, in Aband. d. Fries'schen Schule », 1909, fuse. I.
Convergenza. T. Conrergenz. Zusammenlaufen ; I. Convergency; F. Convergence.
Una delle leggi dell’ evoluzione del mondo organico, che si contrappone alla
legge della divergenza. Mentre per questa da forme uguali si vengono svolgendo
forme differenti, come adattamento a differenti fanzioni ο condizioni
biologiche, per la logge della conrergenza du forme originariamente (lifforenti
si svolgono gradatamente forme somiglianti, in seguito all’ adattamento a
fanzioni © condizioni di vita uguali. Aleuni biologi, col vocabolo convergenza
indicano invece le rassomiglianze non ereditarie tra gli esseri organizzati,
che hanno una ragione nell’ adattamento ad analoghe condizioni di
ambiente. Nolla matematica dicesi
convergente una serie la cni somma tende verso un limite finito, quando il
numero dei suoi termini aumenta indefinitamente. Conversione. Gr. Αντιστροφή:
Lat. Conversio; T. Conversion, Umkehrung; 1. Conversion; F. Conversion.
Quell’opo 243 Cor razione logica con cui
da una proposizione 8ο ne forma una seconda, la quale ha per soggetto il
predicato della prima, e a predicato il soggetto della stessa. Es.: qualche A è
B, qualche B è A. Dicesi conversione semplico quella che ni fu conservando la
quantità stessa del soggetto, il quale ha la medesima estensione del predicato;
conversione per accidente quella in cui la quantità del nuovo soggetto muta,
avendo esso maggiore estensione del soggetto della prima propojone; conversions
per contrapposizione quella che si fa nggiungendo il segno della negazione si
due termini. Es.: 1° tutti gli organismi respirano; tuiti gli esseri che
respirano sono organismi; 33 tutti gli uomini sono mortali; alcuni mortali sono
uomini; 33 tutti i pesci hanno branchie; tutti quelli che non hanno branchie
son sono pesci. Si convertono sempre semplicemente le proposizioni universali
negative, non si convertono le particolari negative. Gli scolastici hanno
espresso le leggi della conversione nei due seguenti versi innemonici: F E I
Simpliciter conrertitur, E v A per accid.
Alto por Contrap. Sio fit converaio tota. Cfr. Kant, Logik, 1800, p184
vegg.; l'oberweg, Logik, 1874, $ 80; Masci, Logica, 1909, p. 215 segg.
Coprolalia. T. Koprolalie; 1. Coprolalia ; F. Coprolalie. Stato patologico, che
appare in varie malattie mentali, talvolta anche nella pubertà, ο si manifesta
con nn impulso continuo e irresistibile a pronunciare bestemmie ο a tener
discorsi osceni. L’impulso a diro bestemmie si suol anche denominare
teoblasfemia. Cfr. G. Pontiggia, Osservazioni pricologiohe intorno alla
coprolalia, Riv. di filorofia ο acienze affini », maggio 1901. Copula. T.
Copula; I. Copula; F. Copule. Quella parte del giudizio che unisce il predicato
al soggetto. Spesso In copula è compresa nell’ attributo, quando questo è
eapreaso da un verbo attributivo; ad es. : l'umanità progrediace l'umanità è
progrediente. Alcuni logici sostennero che non può esservi una copula negntiva,
perchè In negnzione è il Cop-Cor
244 toglimento della copula non
una copula, e perchè officio suo è di unire il predicato al soggetto non di
disgiungerli. A ciò altri logici risposero che la unità domandata dal giudizio
non è un amalgama materiale di più cose, ma la semplice relazione di due o più
elementi concettaali, che il pensiero può abbracciare in un solo atto; ora tale
unità si ha tanto con l'affermazione quanto con la negazione. La copals,
espressa dal verbo essere, è detta dai logici terzo elemento del giudizio,
essendosi essa formata dopo il predicato © il soggetto; infatti, nel periodo
intuitivo delle lingue, il concetto del predicato è verbale, esprime cioè tanto
la qualità come l’attività; in seguito i due concetti si staccarono, e
l’attività astratta, separata da ogni qualità, costituì fl terzo elemento del
giudizio. Cfr. B. Erdmann, Logik, 1892, vol. I, p. 860; Ch. Sigwart, Logik,
1873, vol. 1, P. 119 (v. grammatica, linguaggio). Copulativi (giudizi). Per
opposizione ai oongiuntivi, diconsi tali quei giudizi che sono composti nel
soggetto, in cui cioè un solo predicato è affermato ο negato di più soggetti.
Il suo tipo è: tanto 4 che B che C sono D. Il giudizio copulativo negativo è
detto anche remotivo. Oltre la forma affermativa e negativa, può assumere anche
quella categorica 6 ipotetica (v. composti). Corollario. Lat. Corollarium ; T.
Corollar; 1. Corollary: F. Corollaire. Verità che risulta naturalmente da una
proposizione già dimostrata, e non ha bisogno di appoggiarsi su una
dimostrazione particolare. Si adopera anche per indicare una proposizione di
minore importanza ο di minore estensione dedotta da una proposizione
principale. Corpo. Lat. Corpus; T. Körper; I. Body: F. Corps. Per corpo si
intende un reale che ha una data forma, una data massa ed occupa un dato posto
nello spazio. Gli elementi costitutivi del corpo sono dunque: estensione,
massa, imponetrabilità. Riguardo ai suoi rapporti con noi, i metafisici
oggettivisti definiscono il corpo come In causa este 245 Cor riore alla quale attribuiamo le nostre
sensazioni ; in altre parole, nn dato corpo è da me conosciuto per il numero
delle sensazioni che da esso ho avuto, ma codeste sensazioni le considero come
prodotte da qualche cosa che non solo esiste indipendentemente affatto dalla
mia volontà, ma che è anche esterno ai miei organi e alla mia coscienza; ora,
codesto qualche cosa di esteriore, codesto qualche cosa che permane anche collo
scomparire delle mie sensazioni e che determina le leggi secondo cui le
sensazioni stesse sono legate, è il corpo. La spazialità o estensione è
generalmente considerata come l'attributo fondamentale dei corpi; così I’ Hobbes
definisce il corpo: quioquid non depondens a nostra cogitatione cum spatii
parte aliqua coincidit vel ceztenditur. Per Cartesio il concetto di corpo
coincide con quello d’ una grandezza spaziale, ogni corpo è un frammento dello
spazio; per Spinoza il corpo è un modo che esprime in‘ maniera certa ©
determinata 1’ essenza di Dio, in quanto questi è considerato come la cosa
estesa ». Per altri invece il corpo non è che un gruppo di sensazioni, o
pinttosto di possibilità di sensazioni, riunite insieme secondo una legge
costante; non v’ ha quindi in esso alcun substratum che serva di sostegno agli
attributi. Secondo il Berkeley il corpo è ciò che vien percepito, ciò che si
vede, si tocca, si odora; il suo ose coincide col suo peroipi, con la somma
delle sue proprietà, dietro le quali non esiste una sostanza che in esse
appaia; la realtä dei corpi consiste nol fatto che le loro idee sono comunicate
da Dio agli spiriti finiti, © la serie in cui Dio suol far questo è da noi
detta legge naturale; la differenza tra i corpi reali e i corpi imaginarii o
sognati sta in ciò, che questi ultimi vengono rappresentati solo în uno spirito
singolo, in seguito a una imaginazione, sia meccanica sia volontaria, senza che
essa gli sin comunicata da Dio. Secondo il Condillao un corpo è uno collection de
qualités que vous touchez, toyes, etc. quand l'objet est présent: quand l'objet
est Cor 246 absent, c'est le souvenir des qualités que
vous aver touchées, rues, eto. Secondo
Kant i corpi sono un’ unione, una sintesi di forme intellettuali e di
sensazioni, le prime delle quali vengono dal nostro intendimento, le seconde
dalla suscettività del nostro senso. Il Rosmini definisce il corpo una sostanza
che produce in noi un’ azione, ch’ è un sentimento di piacere o di dolore,
avente nn modo costante, che chiamiamo ostensione ». Gli Scolastici
distinguevano : il corpus organioum, o corpo istramentale, cioè il corpo che
consta di parti, di cui l’anima sensitiva si serve come di strumento; il corpus
mathematioum, nns quantità che consta di tre dimensioni, lunghezza, larghezza ο
profondità; corpus naturale, nna sostanza composta di materia prima e forma
sostanziale, naturalmente esigente lo tre dimensioni. Cfr. Aristotele, Phys., III, 5,
204 b, 20; Goclenius, Lex. philosophicum, 1613, p.481; Hobbes, De corp... 8, 1; Cartesio, Princ. phil, I, 4; Spinoza,
Ethica, II, def. I; Locke; Ess., III, cap. 10, $ 15; Berkeley, Princ.. XVIII;
Condillse, Extrait raisonné, 1886, p. 50; Kant, Proleg., $ 49; Rosmini, Nuoro
saggio, 1830, IT, p. 366 (v. atlante, conoscenza, essenza, 80stanza, materia,
attualismo, fenomenismo, realismo, idealismo, dinamismo, energismo, ecc.).
Corporale. Si oppone generalmente a spirituale, per dosignare tntto ciò che
partecipa della natura dei corpi, che ha una estensione, che occupa nno spazio
determinato e che può esser causa di sensazioni. Si nppone anche a morale per
indicare 1’ insieme dei bisogni, dei sentimenti, dei desideri, degli appotiti
provenienti dal nostro organismo, inerenti alla nostra natura materiale e
contrastanti colla nostra natura spirituale. Corpuscolo. T. Corpuskel,
Körperlein; 1. Corpuscle; F. Corpusoule. Termine assai vago, con cui si
designavano, per il passato, le porzioni minime del mondo corporeo. Così per
Descartes i corpuscoli sono gli elementi del mondo muteriale, ossia lo parti
dello spazio non più realiter divisi 247
Con bili, ma anch'esse, matematicamente, divisibili all'infinito; quindi
non esistono atomi. Oggi si adopera per desiguare alcuni piccoli elementi corporei,
anche visibili, come: i corpuscoli tattili, che si trovano in alenne papille
della cute, contengono la terminazione d’unn fibra nervosa, e sono considerati
come organi del tatto: e i corpuncoli del Paoini, visibili anche ad occhio
nudo, cho contengono le ramificazioni d’ una fibra nervosa sensitiva, © sono
consideruti come organi di sensibilità generale. Dicesi dottrina ο filosofia corpuscolare la
teoria cho spiega i fenomeni fisici complessi mediante particolari
aggruppamenti o posizioni di particelle invisibili per la loro piccolezza.
Correlazione delle forze. Questa espressione è analoga all’ altra di
trasformazione dei movimenti, adoperata più frequentemente. Col nome di forza
si designa infatti lu causa di un movimento; ma una causa di movimento non può
essere determinata altro che per i suoi effetti, che sono movimenti, e per la
leggo della sua azione, che non è che lu legge del movimento. Corrispondenze
(ἰοογία delle). Lat. ('orrespondentia : T. Entaprochung, Übereinstimmung; 1.
Correspondence; F. Correspondance. La teoria che considera l’ universo come
composto d’un certo numero di regni analoghi, i cui clementi rispettivi si
corrispondono, e possono quindi servirsi reciprocamente di simboli, rivelare le
loro proprietà, o anche agire l’ uno sull'altro per simputia. Cfr. Swedenborg,
(lavia héerographica aroanorum per riam representationum el correspondentiarum,
1784. Corruzione.
Gr. Bsopd: Lat. Corruptio; T. Vergehen : 1. Corruption; F. Corruption. In seuso tisico indica comunemente
l'alterazione delle sostanze, in senso morale la degenerazione del costume.
Nella filosofia si usa specialmente per indicare la dottrina greca della
distruzione opposta alla generazione (γένεσις). Secondo Aristotele, la
corruzione, che è l'avvenimento per cui una cosa cessa di Con 248
esser tale che si possa ancora chiamarla con lo stesso uome, avviene in
tutte le cose terrestri, mentre i cieli soltanto sono incorruttibili; infatti i
corpi materiali sono tutti costituiti di due specie di elémenti, di cui gli uni
sono dotati di movimento rettilineo all'insù, gli altri di movimento rettilineo
all’ ingitt; la sostanza dei cieli è inveco dotata del solo movimento
circolare; essendo i due movimenti dei corpi terrestri contrari, e la
contrarietà implicando corruzione, i corpi terrestri sono corrattibili, mentre i
corpi celesti sono incorruttibili perchè ove à un movimento solo non può
esistere contrarietà. Però tanto Aristotele quanto gli altri filosofi greci
intendevano per corruzione non ls sparizione della materia, ma soltanto la sus
dissoluzione e disgregazione; gli elementi delle cose non nascono nò
spariscono. Cfr. Aristotele, De generatione et corruptione, trad. franc. 1866.
Corsi e ricorsi. La celebre dottrina sullo svolgimento della storia, esposta
dal Vico nella Scienza nuova, specialmente nella seconda edizione (1735).
Socondo il filosofo napoletano, il peccato originale ο la caduta spinsero gli
uomini ad un primitivo stato innaturale di abbrutimento, © stato ferino; ma la
divina Provvidenza, valendosi di certi sensi naturali radicati nel loro animo,
come il senso religioso e il pudore, © mediante gli stimoli dell’ utilità ο del
bisogno, li guidò alla vita sociale, e quindi, gradatamento, all’
incivilimento. Tre sono i gradi e le età uttraverso cui passa ogni popolo per
giungere alla civiltà; lu prima è l'età degli dei ο patriarcale, in cui, non
essendovi un potere sociale, i deboli sono perseguitati dai forti empi © si
rifugiano sotto la protezione dei forti pii, i quali riuniscono tra loro, dando
così luogo ai primi stati; la seconda è l'età degli eroi, ed è caratterizzata
da lotte continuo tra i nobili discendenti dei forti, e i plebei, discendenti
dei deboli; la terza è degli womini, ed è iniziata dalla vittoria dei plebei,
che ottengono I’ eguaglianza ciCorvile e politica, è retta a governo popolare o
monarchia civile e governato da leggi dinanzi alle quali tutti i cittadini sono
uguali. Ora, non solo ogni popolo è passato attraverso questi tre periodi, ma
siccome la loro civiltà va soggetta a dissolvimento, così ogni popolo deve
ripercorrere gli stessi stadi. La storia non è dunque che un avvicendarsi di
queste tre età, con un ciclo fatale di οογ e ricorsi. Va notato però che questa
periodicità di ripetizioni non ha nulla, nel pensiero del Vico, di quella
rigidezza matematica che venne ad essi obbiettata, ο che si trova invece in
sociologi modernissimi, ad es. nel Gumplowicz : Identità in sostanza d’
intendere, dice il Vico a tal riguardo, diversità nei modi di spiegarsi ». Cfr.
Vico, Prinoipî di rienza nuova, 1735, 1. I; R. Flint, G. B. Vico, trad. it.
1888; B. Croce, La filosofia di G. B. Vico, 1911; Gumplowiez,= La lutte des
races, 1893 (v. palingenesi). Corteccia ο strato: grigio, 0 sostanza corticale
ο grigia, è una sostanza di colore grigiastro, costituita specialmente di
cellule, la quale riveste la superficie del mantello cerebrale e nell’ interno
ne forma i gangli. Il suo spessore varia tra i 22 © i 28 mm.; il massimo si ha
in quel tratto che è attorno alla scissura di Rolando (ivi sarebbero i centri
peico-motori), il minimo nel lobo occipitale; ha più spessore nel maschio che
nella femmina e diminuisce con l'avvicinarsi della veochiaia. E costituita di
vari strati sovrapposti, diverai per I’ aspetto delle cellule ο per la
disposizione delle fibre nervose che fra quello si intromottono: lo strato più
superficiale dicesi molecolare, quello sottoposto dicesi delle piccole cellule
piramidal delle grandi cellule piramidali, l’ultimo delle cellule simorfe. Cfr. Bastian, Le oerveau
organe de la pensée, 1888, vol. II, Ρ. 4 segg. Corticale. Dicesi di tutto ciò che avviene
nella corteccia grigia del cervello, nella quale sembrano localizzarsi le
funzioni psichiche superiori. Cosa. T. Ding; I. Thing; F. Chose. Questo termine
ha un significato latissimo, indicando tutto cid che può essere penssto,
supposto, affermato o negato. Nella dottrina della conoscenza si adopera tanto
in apposizione a fatto per designare una realtà statica, costituita da un
sistema supposto fisso di qualità e di proprietà coesistenti, quanto in
opposizione a pensiero per designare il reale esteriore in genere, sia statico
sia dinamico, coesistente ο successivo. Può significare tanto il reale esterno
quale apparisce alla nostra esperienza sensibile, quanto ciò che riesce
inaccessibile al nostro ponsiero ed è quindi fuori d’ogni esporienza. In questo
secondo caso si usa, specialmente dal Kant in poi, I’ espressione di cosa in #2
0 noumeno. La cosa in sè si oppone alla cosa per noî, alla cosa in quanto ci
appare, cioë al fenomeno: esen à quindi il sostrato assolutamente fisso delle
qualità, il soggetto che permane sotto il mutare dei fenomeni, il reale,
insomma, di cui noi non cogliamo che le apparenze. Perciò metafisicamente la
cosa in sè è sinonimo di sostanza; ne differisce solo in quanto questa può
essere applicata anche allo spirito (sostanza spirituale), quella invece
importa sempre una certa idox di obiettività. Il concetto della cosa in sè è
molto antico nella storia della filosofia; così già Pitagora parla di ciò che
esiste per sè stesso, καθ΄ αὐτὸ; Democrito ascrive agli atomi una esistenza per
sè stessi, ἑτεῖ ; Aristotelo distingue l'essenza concettnale della cosa da ciò
che è in sò stestia; uguale opposizione è posta poi dagli scolastici tra ese in
ro è in intelleotu; Gregorio di Nissa nega che noi possiamo conoscere 1 essero
in sè stesso delle cose esteriori: guardando le cose cho ci appaiono, non
dnbitiamo che esistano per ciò che vediamo, ina siamo tanto lontani dal
comprendere 1’ essenza di ciascuna di esse, quanto se non conoscessimo col
senso il principio che ci appare ». Cartesio afferma che le impressioni
sensibili non si riferiscono alle coso come sono in è stesse: Satis erit, ai
advertamus, sen 251 Cos euum
percoptiones non referri, nisi ad istam corporis humani cum mento
coniunctionem, et nobis quidem ordinarie exhibere, quid ad illam externa
corpora prodesso possint, aut nooere; non autem, nisi interdum et ex accidenti,
nos docere, qualia in seipeis existant. Condillac afferma ugualmente che noi
non vediamo lo cose in sè stesse. Forse esse sono estese e provviste di sapore,
suono, colore, odore, forse anche non hanno nulla di tuttocid. Io non affermo
nè I’ una cosa nè l’altra, e attendo la prova che siano come ci appaiono © che
siano invece totalmente diverse ». Ma la differenza tra cosa in sè © cosa per
noi o fenomeno diviene fondamentale nella filosofia di Kant; dato cho l’ unico
oggetto della conoscenza umana è l’esperienza, il fonomeno, data cio la natura
delle forme dell’ intaizione © del pensiero, ne segue che nulla in generale di
ciò che è intuito nello spazio è una cosa in sè, e che nemmeno lo spazio è una
forma della cosn,... bensì che gli oggetti non sono da noi conosciuti in sè
stessi e che ciò che noi conosciamo non sono che pure rappresentazioni (Forstellungen)
della nostra sensibilità, la cui forma è quella dello spazio e il cui vero
correlato, ossia la stessa cosa in sè, non è perciò da noi nè conosciuta nè
conoscibile ». Tuttavia, dice Kant, non ο) è contraddizione a pensare la cosa
in sì; se si pensi una intuizione di specie non ricettiva, una intuizione produttiva
non solo delle forme ma anche del contenuto, i suoi oggetti dovrebbero essere
non più fenomeni ma cose in sè; la possibilità di questa facoltà non si può
negare più di quel che se ne possa affermare la realtà, Le cose in si sono
dunque pensabili in senso negativo © quali oggetti di una intuizione non
sensibile, come concetto-limite dell’euperienza. Ma la dottrina kantiana della
cosa in sè, intorno alla quale si sviluppa poi tutta la filosofia tedesca, fu
variamente intesa, daalcuni accolta, da inolti combattuta. Cfr. Aristotele,
Metaph., I, 5; V, 18, 1022 a, 26; Gregorio Niss., Contra Eun., XII, 740;
Cartesio, Prino. phil., Il, 3; Cos
252 Condillac, Traité des
sensations, 1866, IV, 5, § 1; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reolam, p. 57 segg.; A. Tumarkin,
Kante Lehre vom Ding an sich, Archiv fur Gesch. d. Phil. », aprile 1909; Th.
Loewy, Die Vorsellung des Dinges auf Grund der Erfahrung, 1887; O. Liebmann,
Kant und die Epigonen, 1865; Ardigd, Z’ inoomosoibile di H. Spencer ο il noumeno di E. Kant, 1901 (v. agnostioismo,
conoscenza, corpo, limite, orilicismo, neo-oriticismo, realismo). Coscienza. T. Bewusstsein, Gewissen; I.
Consciousness, Conscience; F. Conscience. È questo uno dei vocaboli di
signifloato più vario e incerto nella terminologia filosotica, Etimologicamente
(consoientia da consoire = conoscere insieme) non designa altro che un accordo
tra diversi individui nel conoscere le stesse cose o fatti; poi, per analogia,
V’ accordo, l’unità che si rivela in uno stesso individuo tra i suoi stati attuali
e quelli che non lo sono più, tra il presente e il passato. Noi possiamo
distinguere tre significati fondamentali che si attribuiscono alla parola
coscienza: quello volgare, quello morale © quello peicologico. Va notato, però,
che la coscienza non è propriamente definibile, essendo la radice di ogni
conoscenza, il dato fondamentale del pensiero, irreducibile in elementi più
semplici. Volgarmente, si usano le espressioni avere coscienza dei propri atti,
del proprio valore », coscienza di scienziuto >, coscienza nazionale,
popolare, umana, storica», ece., per indicare ln consapevolezza piena che un
individuo o un gruppo di individui può avere di qualche cosa, Ancora più comune
è l’uso della parola coscienza nel significato morale, espresso nei modi di dire
lo speochio della propria coscienza » il testimonio della coscienza » la voce
della coscienza » mancanza di coscienza », ecc. Ora, la coscienza morale, che i
tedeschi distinguono col nome di Gewissen, si rivela principalmente nell’
individuo col compiacimento per le buone azioni compiute, col rimorso per lo
cattive, e col giudizio interno sopra un conflitto di 253
Cos motivi. Essa dunque accompagna le azioni morali, e non ci dà
soltanto il criterio per giudicare gli atti nostri, ma è pure la base del nostro
giudizio intorno alle azioni sltrai, in quanto sono buone o cattive; questo
giudizio, riferendosi sempre all’antore dell’ ato, dicesi imputasione. La
coscienza morale è quindi concepita come il tribunale davanti a oni sono
giudicati affetti, pensieri ed azioni: non bisogna però credere che essa sia
qualche cosa di stabile, esistente in sò e indipendente dai sentimenti e dai
giudizi pei quali si avverte il carattere morale degli affetti, ecc. ; al
contrario, essa ei identifica cogli stessi fatti psichioi nei quali si
manifesta e con essi è varia © mutahile. La coscienza psicologica, che i
tedeschi chiamano Bewusstsein, non è altro che la nota caratteristica dei
fenomeni interni o psichici, per cui essi si distinguono da quelli esterni o
fisici : ad un grado assolutamente inferiore, essa consiste nel pnro fatto di
avvertire una data modificarione avvenuta in sò stesso; ad nn grado superiore
implica la distinzione dell’ oggetto modificante; nel suo massimo aviluppo è la
contrapposizione dell’ oggetto sentito al soggetto senziente. Quest’ ultimo
grado di coscienza non esiste nell’ animale ed è proprio soltanto dell’ uomo
adulto normale: esso dicesi anche autocoscienza, 0 suicosciena, 0 coscionsa
personale, 0 coscienza dell’ Io. Riguardo alla sua natura, le ipotesi
principali possono ridursi a tre: quella apiritualiatioa, secondo cui la
coscienza è la sostanza stessa dello spirito, che è tale in quanto ha coscienza
di sè; oppure una facoltà originari dello spirito, un’ entità metafisica
spirituale, unica, semplice, identica, esistente in sè © per sè; quella
materialistios, secondo cui la coscienza non è che un fenomeno secondario
(epifenomeno) nel meccaniamo della vita psichica, la quale invece è costituita
essenzialmente dall’ attività nervosa, dal fenomeno fisiologico ; quella
positfvistica, che, opponendosi sia allo spiritualismo che al materialismo, la
considera come un fatto nuovo e Cos
254 distinto di cui si devono
studiare i rapporti, senza confonderlo coi fatti materiali, che l’ esperienza
ci rivela come opposti agli spiritnali, ο senza trascendere l’esperienza, che
non ci può far conoscere nd la sostanza dello spirito nè una facoltà originaria
di esso. Quanto alla genesi della coscienza, secondo l'ilosoiemo primitivo
tutto il mondo è animato, e tutto quanto è fornito di movimento è pure fornito
di coscienza. A questa dottrina dei primi filosofi greci, si accosta il
pampsichiemo moderno di Ernesto Hiickel, secondo il quale ogni atomo materiale,
‘come centro di forza, è dotato di un’ anima costante, di movimento ο di
sensibilità, cosicchè la coscienza o anima dell’uomo non è che la somma delle
anime elementari delle sue cellule, composte appunto di protoplasmi molecolari
ο queste di atomi. All’opposto il cartesianismo o automatismo attribuisce In
coscienza soltanto all'uomo, negandola anche agli animali, che debbono essere
considerati come macchino ο automi. Per altri invece, la coscienza non è una
proprietà esclusiva dell’uomo, ma si estende a tutti gli animali e persino alle
piante. Secondo altri ancora, la materia inanimata possiede nna vita psichica
latente, potenziale, che diviene attuale per effetto dell’ organizzazione
biologica. Infine nell’ evoluzionismo dello Spencer, la coscienza sorge da una
differenziazione dell’ energia universale, fondamentalmente unica, e fa la sua
prima apparizione nell’ atto riflesso, considerato como il crepuscolo della
vita psichica. Quanto poi alle dottrine psicofisiologiche sulla sode della
coscienza, possiamo ridurle a due: quella che la pone soltanto nel cervello, e quella
che la considera come proprietà di tutto il sistema nervoso, e cioò anche del
midollo spinale ο dei centri inferiori. Cfr. Malebranche, De la rech. de la
verité, 1712, III, 2, 7; James Mill, Analysis of human mind, 1869, I, p. 224:
Kant, Κε. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 76 segg., 127 segg.; Fechner, Über
die Seelenfrage, 1861, p. 199 segg.; Hneckel, Der Monismus, 1898, p. 23
segg.; 255 Cos Wundt, Grundrim d. Psychol., 1896, p. 238
segg.; Joël, Lehrbuch d. Peychol., 1896, p. 111 segg.; Sergi, La peyool.
physiologique, trad. franc. 1881, p. 223 segg.; Bonatelli, La coscienza e il
mocoanesimo interiore, 1870; Ardigo, L'unità della coscienza, 1898; Id., Op.
fil., III, p. 68 segg.; IV, p. 373 segg. (v. cellulare psicologia, anima,
autocoscienza, psiche, spirito, io, dualismo, monismo, parallelismo, ecc.).
Cosmogonia. T. Kosmogonie; I. Cormogony ; F. Cormogonie. Dottrina scientifica,
filosofica o religiosa che spiega l'origine e la formazione del mondo. Tatte le
religioni antiche, specie le orientali, hanno fatto larga parte alla
cosmogonia. La scienza moderna ha sostituito alle poetiche immaginazioni
primitive 1’ ipotesi di Kant, Herschel e Lapiace, la quale, sebbene non possa
ritenersi definitiva, esclude ogni intervento sovrannaturale © spiega la formazione
del mondo con le leggi puramente meccaniche. Secondo questa ipotesi, lo spazio
nel quale si muove il sistem solare era occupato da una materia cosmica
gassosa, ugualmente tesa © indifferenziata, la quale, irraggiando continuamente
calore, si condensò a poco a poco intorno a un punto centrale destinato a
diventare il sole. Per virtù della condensazione le molecole dei gas erano
attratto con velocità sempre maggiore in un immenso giro Întorno all'asse del
sistema; ma, nello stesso tempo, lu forza centripeta eresceva in proporzione,
cosicchè bilanciandosi le due forze, si venne a costitnire intorno al nucleo
centrale un primo anello rotante, poi un secondo, poi un terzo... i quali erano
destinati a divonire i futuri pianeti del sistema solare. In virtù di qualche
perturbazione astronomica, alcuno dei segmenti di codesti corpi anulari
diventava più denso degli altri, esercitando una forza di attrazione sempre
crescente, finchè rompeva a suo profitto la zona d materia gassosa © la
condensava intorno 4 sd sotto forma di atmosfera concentrica. Nel nuovo
pianeta, per la forza d’impalsione primitiva delle sue molecole, il moto era
diCos 256 venuto doppio: il pianeta continuava a girare
intorno al sole e incominciava nello stesso tempo a rotare intorno al proprio asse.
Così l’intero sistema planetario avrebbe in tempi remotissimi fatto parte del
sole. Alla dottrina 00smogonica del Laplace furono rivolte molte obiezioni, che
giustificano i numerosi tentativi sia di perfezionarla sia di sostituirle
ipotesi più soddisfacenti. Così secondo il Faye V universo si riduceva in
origine a un caos generale, estremamente rado, formato da tutti gli elementi
della chimica terrestre; questi materiali, sottomessi alle loro mutue
attrazioni, erano da principio animati da movimenti diversi, che hanno
determinato la sua separazione in brandelli o nuvoloni, i quali hanno
conservato uns traslazione rapida © rotazioni intestine più o meno lente: da
tali miriadi di brandelli caotici sarebbero nati per progressiva condensazione
i diversi mondi dell’universo. Secondo il Du Ligondòs, al principio esiste un
vero e proprio caos costituito da un gran numero di masse moventesi a caso e
che per caso vengono ad urtarsi tra di loro; essendo tali urti inevitabili, ne
risulta una concentrazione della nebulosa con la tendenza alla formazione di un
nucleo centrale, e un appiattimento dello sferoide, che è la nebulosa caotica
iniziale: dal nucleo centrale avrà origine il sole, e i materiali esterni
formeranno intorno ad esso una specie di disco lenticolare equatoriale che,
appiattendosi sempre più, diverrà anch’ esso instabile e potrà finalmente
trasformarsi in anelli donde nasceranno poi i pianeti. Invece secondo il See i
pianeti non sono stati formati da frammenti della nebulosa solare, ma sono di
origine esterna, ossia corpi estranei che, venendo a passare vicino al sole,
sono stati da esso catturati per effetto della resistenza della vasta atmosfera
di cui un tempo era circondato ; allo stesso modo la Inna non proverrebbe da un
frammento della nebulosa terrestre, ma ad una certa epoca sarebbe stata
catturata dalla terra. Secondo PArrhenius gli astri si scambiano Ince, 257
Cor elettricità, materia e persino germi viventi; la pressione di
radiazione che emana dai corpi luminosi ο che ha la proprietà di respingere i
corpi leggeri, caccerebbe dal sole piccolissime particelle, spingendole fino
alla terra, ai pi neti e alle più lontane nebulose ; queste particelle
finirebbero per agglomerarsi formando le meteoriti, le quali, penetrando nella
massa delle nebulose, diverrebbero centri di condensazione intorno ai quali la
materia comincerebbe a concentrarsi: donde I’ evoluzione stellare, che va dn
una prima fase di oscurità quasi completa attraverso un periodo di splendore a
una fase di decadenza, che si chinde con an inorostamento finale. Cfr. Kant,
Allgemeine Natur gesohiohte u. Theorie des Himmels, 1755; Laplace, Exposition
du système du mondo, in Œuvres, 1884, t. VI, p. 498 segg.; H. Faye, Sur
l'origine du monde, 1896; Du Ligondèe, Formation mécanique du système du monde,
1897; Seo, Rescarohes on the erolution of the stellar system, 1910; Arrheniua,
L'évolution den monde, 1910: Ardigd, La form. nat. nel fatto del sint. solare,
1876; A. Aliotta, Le nuove teorie v0amogoniche, Cultura filosofica >, maggio
1912. Cosmologia. T. Kosmologie; I. Cosmology ; F. Comologie. Termine entrato
nel linguaggio filosofico e scientifico specialmente dopo Kant; significa
dottrina del mondo considerato come un tutto armonico. Nel Wolff designa lo
studio delle leggi generali dell’ universo e della sua costitazione
complessiva, sia dal punto di vista metafisico che da quello scientifico:
cosmologia generalia eat soientia mundi neu universi in gonere, qualenus
soilicet ona idquo comporitum atquo modificabile est. Per Kant la cosmologia razionale
» è la scienza dell'oggetto, vale a dire il Invoro della ragione per cogliere
nella sna unità ’ insieme di tutti i fenomeni; invece In psicologia razionale »
è ln scienza del soggetto pensante. La cosmologia ha per oggetto l’iden
razionale del mondo, come la psicologia l’idea del Me. Nella lingua filosofien
classicn 1’ espressione cosmologia razionale designa 17 Ἠλκκοια, Dision. di scienze filosofiche.
Cosla parte della metafisica che tratta della natura fondamentale ©
dell’origine delle cose sensibili. Cfr. Wolff Chr., Coamologia generalis, 1737, $ 1;
Kant, Metapk. Anfangagrunde d. Nat., 1876, Vor. Cosmologico (argomento). È uno degli argomenti a
posteriori dell’ esistenza di Dio, che dalla caducità e contingenzu del mondo
conclude alla esistenza di un Essere assoluto come creatore 0 primo motore
dell’ universo. Si può anche formulare nel modo seguente: il mondo è un sistema
di mezzi e di fini, come dimostrano |’ ordine ο l'armonia che vi regnano; ogni
sistema di mezzi e di fini è l’effetto di una causa, e d’una causa intelligente
che sappia disporre i mezzi a quei fini, e che sappia concopire il fine quando
non esiste ancora in realtà; dunque il mondo è l’effetto d’una Causa
intelligente, Dio. Esso fn formulato la prima volta da Aristotele, il quale
afferma la necessità di un primo motore immobile, πρῶτος κινοῦν ἀκίνητος, che
muova il mondo, non per una specie di impulso meccanico che ad esso comunichi
-nel qual caso sarebbe insieme movente © mosso ma per l’ irresistibile
attrattiva della sua bellezza, per l’inestinguibile desiderio che suscita di sè
nelle cose. Da allora I’ argomento fu formulato in modi diversi, e il suo
valore spesso combattuto. Kant lo respinge perchè trova in esso questi due
principali errori: 1° Ἡ principio trascendentalo che conchiude dal contingente
a una causa, principio che non ha valore che nel mondo sensibile, ¢ che non ha
più nemmeno significato Suori di questo mondo. Infatti, il concetto puramente
intellettuale di contingenza non può produrre alcuna proposizione sintetica
come quella di causalità, il principio della quale non ha valore oi neo che nel
mondo sensibile; vece bisognerebbe che sorvisse appunto a uscire da questo
mondo. 2° Il ragionamento che consiste nel conchiudere dal’ impossibilita d’
una serie infinita di cause date le une sopra le altre nel mondo sensibile, ad
uns cansa prima; i principi d’ uso razionale non οἱ antorizzauo a conchiudere
così, nemmeno nell’ esperienza, là ove codesta catena non può essere prolungata
». Cfr. Aristotele, Metaph., XII, 6 6 segg. ; Cartesio, Prino. phil., I, 14,
20, 21; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 476 seg. (v. oause finali,
storico, fisico, ideologico, ontologico). Cosmopolitismo. T. Kormopolitismus ;
1. Cormopolitiem ; F. Conmopolitieme. La dottriua della fratellanza universale,
che respinge ogni distinzione di nazioni e di razze, considerando tutti gli
uomini come cittadini d'una sola città, come appartenenti ad una sola
patria,.il mondo. Il casmopolitismo, prima che dal oristianesimo, fu bandito
nella società pagana dalla scuola stoica, che di fronte allo smembramento
politico dell’ umanità, insegnò che lo Stato ideale non conosce limiti di
nazionalità o di Stato storico, ma è ina comunità razionale della vita di tutti
gli uomini, alla quale appartiene ogni uomo, purchè saggio, sin esso barbaro,
ro, ο schiavo, perchè tutti gli uomini sono fratelli. Cfr. Sencen, Ep., 95, 52; Ogereau,
Le ayntème phil. den Stoioiens, 1885, cap. VIII. Cosmos (κόσμος == nniverso). L'univers
considerato come un tutto armonico e ben ordinato. L'espressione, che in
origine significava ordine, fu attribuita per la prima volta al mondo dai
pitngoriei, per i quali U’ armonia, simholeggiats dall’ ottava musicale,
risultava dall'unificazione del molteplice e dall’accordo dei dissenzienti. Cfr. Plutarco, Plas., II,
1; Renouvier, Manuel de phil. ano., 1, 200. Cosmotetico (ideulismo). I. Cosmothetic idealism. Termine creato dall’
Hamilton, per designare la dottrina che si rifiuta di ammettere una coscienza
immediata di qualche cosa fuori dello spirito, civ’ In conoscenza del non-io.
Gili idealisti cosmotetici si distinguono, alla lor volta, in due classi:
quelli che ammettono una entità rappresentativa presente allo spirito, ma non
nua semplice modificazione mentale, come Democrito, gli scolastici,
Malebranche, Newton; © quelli che non riconoscono altro oggetto immediato della
percezione che uno stato dello spirito, come Leibnitz, Condillac, Kant. Cfr. Hamilton, Lectures on
metaph., 1859, I, p. 295 (v. idegliemo). Costume. T. Sitte, Sittlichkeit ; I.
Custom; F. Coutume. Una
ripetizione regolare di atti, comune ad una intera collettività ed alla quale
nessuno degli appartenenti alla collottività stessa può sottrarsi, senza
incorrere nel biasimo degli altri o nella punizione inflitta dal Potere. L’
importanza del costume appare dal fatto che du esso deriva, per graduale
evoluzione, la moralità e che ad esso si conforma V ideale etico. Il costume si
distinguo dall’ abitudine, in quanto questa è puramente individuale, © dall’
uso, che, ‘pur essendo comune a tutta una società, manca tuttavia di quel
carattere di imperatività che è proprio del costume. Cfr. Kunt, Krit. d. pr.
Vern., ed. Reclam, p. 37; Wundt, Grundries d. Peyohol., 1896, p. 359 segg.
Creazione, T. Schöpfung, Schafen; I. Creation; F. Création. Termine teologico e
metafisico, col quale si designa Vatto per cui la Divinità ha prodotto il mondo
e gli esseri che in esso si trovano, senza l’aiuto di alcuna materin
preesistente. Quanto al modo di questa creazione, secondo il racconto mosaico
essa fu successiva, avendo richiesto sei giorni; secondo altri invece fu
istantanea, non compor‘tando la potenza di Dio il bisogno del tempo: quindi
tutto avrebbe ricevuto in un medesimo momento la vita e 1’ esistenza, ο i sei
giorni non dovrebbero intendersi che come lo sei mutazioni attraverso le quali
passò la materia, per formare l’ universo quale oggi lo vediamo. Ad ogni modo,
nella filosofia cristiana la derivazione del mondo da Dio è posta non come
necessità fisica 0 logica dello sviluppo dell'essere, ma come un atto di libera
volontà, e quindi la ereazione del mondo non è per essa un processo eterno, ma
un fatto isolato, temporaneo. Il concotto di libertà del volere aveva
significato da prima, con Aristotela, In capa 261 Cre cità di una decisione fra diverse
possibilità date, indipendentemente da ogni costrizione esteriore; con Epicuro
aveva pot assnnto il significato metafisico di una attività acausale
dell'individuo; applicato all’assolnto ο considerato come proprietà di Dio,
divieno nella filosofia cristiana il concetto della orcasione dal nulla,
trasformato nella dottrina di una generazione acausale del mondo dalla volontà
di Dio. Mentre per la maggior parte dei filosofi anteriori al cristianesimo, In
materia preesiate alla Divinità, la quale non fa che ordinarla e plasmarla come
un artista (Demiurgo); per i tilosofi cristiani creare vuol dire trarre qualche
cosa dal nalla, non in maniera da fare che il nulla sia la materia la causa
dell’ essere, ma facendo che l’essere succeda al nulla, fit post nikilum, come
il giorno succede all’ aurora, viout post mane fit meridice. Alls massima,
comune nel mondo pagano, che er nihilo nihil fit, essi oppongono che la onnes
prima, universale ed infinita, si distingue appunto dalle cause seconde per
codesta potenza, che esclusivamonte le appartiene, di trarre le cose dal nulla.
Tra le molte prove dirette a dimostrare la potenza creatrice della divinità,
basti ricordare questo due: 13 gli esseri finiti non esistono per forza propria
e spontenes; essi dunque ricevono I cnistenza da un essere infinito, che la
possiede per eccellenza ; ora, essendo Dio il solo essere esistente per sò,
tutti altri esseri hanno ricevuto da lui l’esistenza ; 2° gli effetti sono
proporzionati alle loro cause; il primo di tutti gli effetti à l'essere, sia
perchè è il più generale sin perel procede tutti gli altri; dunque, como gli
effetti particolari dipendono da cause seconde, la partecipazione dell'essere
rimonta fino alla causa prima, e come un re, signore supremo nei suoi Stati,
sovrasta a tutti i depositari della sua autorità, così Dio vince tutte le cause
inferiori, ο mentre questi danno origine ad accidenti fugaci, In sua potenza
giunge fino u dare esistenza al nulla. La scienza moderna considera la dottrina
della creazione come assurda e contradditoria e lo oppone V evolusione, che
implica lo sviluppo dell'essere per cause © leggi proprio. Tuttavia alcuni
teologi cercano conciliare il dogma della creazione con la dottrina dell’
evoluzione, distinguendo una oreatio prima, detta anche creazione vera, cioè la
creazione diretta della sola materia informe, la quale, essendo dotata di certe
ragioni causali, diede luogo alla oreatio secunda, detta anche creazione
derivatica, cioè allo sviluppo delle innumerevoli forme esistenti, per cui le
creature multiformi farono create indirettamente e mediatamente per opera di
cause occasionali. Con I’ espressione
oreatio continua gli scoluatici e i cartesiani designavano l’azione con cui Dio
conserva il mondo nell’ esistenza, azione che è ugualo a quella con cui
primitivamente 1’ ha prodotto dal nulla: Dal fatto che nel momento precedente
esistevo, dico Cartesio, non segue in nessun modo che io debba esistero anche
nel momento attualo, cosicchè una qualche causa deve avermi creato di nuovo
pure per questo secondo momento, cioè deve avermi conservato ». Ugualmente
Spinoza: Da ciò segue che Dio non è soltanto la causa per cui le cose
cominciano ad esistere, ma anche quella per oni perseverano nell’ esistenza,
ossia, per servirmi del termine scolastico, Dio è la causa essendi delle cose
». Dicesi teoria delle creazioni
periodiche la dottrina con cui l'Agussiz spiega l'origine e la diversità delle
specie: ogni specie è stata crenta da Dio e ne rappresenta un particolare
concetto; ma poichè sulla superficie terrestre vi sono rapporti di continua
convivenza fra specie ο specie, fra piante ed animali, fra i viventi e le
condizioni di vita, il suo intervento si effettua ad intervalli di tempo e in
deminati punti della terra, cosicchè si hanno creazioni pejodiche in differenti
centri di creazione, Cfr. Alberto Maguo, Sum. de creat., I; S., settembre 1910
(v. agnosticimo, cononcenza, corpo, 0088, noumeno, neo-oriticirmo, dommatismo).
Cromatiche (sensazioni). Si dicono tali le sensazioni visive date dai sette
colori dello spettro solare : rosso, arancisto, giallo, verde, turchino,
indaco, violetto. Al rosso, corrisponderebbero cirea 450 bilioni di vibrazioni
al m”, della lunghezza di 688 milionesimi di mm. ciascnna; al violetto 790
bilioni della lunghezza di 393 milionesimi di mm. Da Aristotele fino ai giorni
nostri sono state formulate molte ipotesi per spiegare la percezione dei colori
; lo più accreditate sono quella di ‘I. Joung, perfezionata da Helmboltz,
quella del Wundt e quella di Hering. Secondo la teoria Joung-Helmholts,
esistono nella retina tre distinte fibre nervose recettrici, © nei centri
differenti elementi percettori, quelli pel rosso, pel verde e pel violetto ;
ciascun colore fondamentale sarebbe capace di eccitare i tre elementi
recettori, ma in grado differente secondo la diversa * lunghezza d'onda. 11
Wundt ammette invece che ogni qual volta la retina è eccitata da uno stimolo
esterno, ai può eccitare sia un processo cromatico, in funzione specialmente
della lunghezza d'onda, sin un processo acromatico, in fimCro-DaB 272
zione specialmente dell’ ampiezza delle vibrazioni} l’eccitamento
cromatico sarebbe un multiforme fenomeno fotochimico, gradualmente varinbile
colla lunghezza d’ onda delle vibrazioni e provocato da stimolazioni di media
intensità. Secondo Hering esistono negli elementi sensibili della retina tre
diverse sostanze fotochimiche visive, sede di due opposti processi
contemporanei, uno assimilativo, l’altro dissimilativo: quando prevale quello
si hanno le sensazioni del nero, del verde, dell’aszurro, quando prevale questo
le sensazioni del bianco, del rosso, del giallo; quando i due opposti processi
si fanno equilibrio, si ha In sensazione del grigio ο del bianco, Cfr. Wundt,
Grundeüge dor phys. Paychologio, 1903, vol. II; Hering, Zur Lehre vom
Lichtsinn, 1878; Schenck, Pflügers Arch., 1907, vol. 118 (v. aoromatiche,
acromatopsia, bastoncini, coni). Cronotopo (xpévor --tempo τόπος spazio). Questo termine si adopera qualche
volta per indicate I’ unità dello spazio e del tempo ideali. Cruciale v.
erperimentum orucia. D Dabitis. ‘Termine mnemonico di convenzione, col quale
nella logica formale si indica quel modo indiretto della prima figura del
sillogismo, in cui, come indicano le vocali, ls maggiore è universale
affermativa, In minore © In conclusione particolari affermative. A questo modo
pnd ossere ricondotto il Dibatis della quarta figura, mediante la conversione
della conclusione e la trasposizione delle premesse. Es. Dabitis : i
delinquenti nati sono individui anormali qualche uomo d’ingegno è delinquento
nato dunque qualcho nomo d’ingegno è individuo anormale. Es. Dibati: qualche uomo
d’ingegno è delinquente nato tutti i delinquonti nati sono individui anormali
dunquo qualche individuo anormale è uomo d’ ingegno. Il daltonismo e una delle
forme più comuni della discromatopsia. Consiste nella cecità per il color
rosso, o nella difficoltà di distinguerlo dal verde. È così chiamata dal
chimico inglese Dalton, che ne fu affetto © per primo la desorisso o la definì.
L’ Helmholtz lo chiamò aneritropsia. In
senso figurato dicesi daltonirmo morale (ethische Farbenblindheit dei tedeschi)
quella forma di pazzia morale, in ui I’ individuo non ignora ciò che la probità
impone e la moralità proibisce, ma è incapace di tradurre le sue conoscenze
teoriche nella condotta pratica, perchè non sorretto da quelle tendenze emotive
che spingono l’uomo verso il bene. In
senso pure figurato e polemico usasi talvolta 1’ espressione daltonismo
intellettuale per indicare l'incapacità di comprendere certe idee, di valutare
la gravità e I’ catensione di problemi, che altri giudica invece importanti.
Cfr. J. Dalton, Res. della soo. fil. di Manchester, t. I, ottobre 1794;
Dagonet, Folie morale, 1878; Mendel, Die moralische Wahnsinn, 1876. Darapti
Termine mnemonico di convenzione, col quale si designa quel modo della terza
figura del sillogismo in cui la maggiore e la minore sono proposizioni
universali affermative, la conelusione particolare affermativa, Fs, Tutti i
pesci sono vertebrati. Tutti i pesci sono animali acquatici. Dunque alcuni
animali acquatici sono vertebrati. Si riconduce al Darii della prima figura mediante
la conversione parziale della premessa minore; corrisponde all’&rast dei
logici greci. Darii. Termine mnemonico di convenzione, col quale si designa
quel modo della prima figura del sillogismo, in cui la maggiore è una
proposizione universale affermati la minore e la conclusione particolari
affermativo. Es. Tutte le azioni automatiche sono incoscienti. Qualcheazione
umana è automatica. Dunque qualche azione umana è incosciente, A questo modo
vengono ricondotti tutti { modi delle altre 18
Ranzots, Dizion. di scienze filosofiche. Dar 274
tre figure comincianti per In lettera D; corrisponde al γραφίδι dei
logici greci. Darwinismo. Τ. Darwiniemus; I. Dariciniom; F. Darwinieme. Non
dovrebbe mai usarsi in luogo di trasformismo cd evolusionismo ; esso infatti
indica la teoria del trasformismo biologico come fu inteso ed esposto da Carlo
Darwin, il quale spiegò l’origine comuno di tutte le specio di animali o piante
da semplici forme stipiti primitive, mediante il principio della selezione
nuturalo 0 sopravvivenza del più adatto, necessaria conseguenza della rapida
riproduzione degli organismi ο della concorrenza per la vita: tra gli organismi
sopravvivono soltanto quelli che, nella lotta che devono sostenere per la
sproporzione completa tra il loro accrescimento e la misura del mezzo di
nutrizione disponibile, possono variare in modo ad essi favorevole, cioè
conformo allo scopo. Il presupposto della teoria è quindi, accanto al principio
della eredità, quello della variabilità : a ciò κ) aggiunge la concezione, che
oggi è modificata dalla dottrina delle variazioni improrvise del De Vries, di
grandissimi spazi di tempo per l’accumularsi delle variazioni infinitamente
piccole. Il Lamarck invece, esponendo prima del Darwin la teoria della
discendenza, poneva come fattore principale lo condizioni esterne di vita e 1’
uso e nonuso degli organi. L'importanza filosofica del darwinismo consiste
nell’ aver dato una spiegaziono puramente meceanien dello finalità, che formano
il problema della vita organica; così il concetto della soleziono fu applicato
poi alla sociologia, alla psicologia, alla storia ο da molti è con#iderato come
il solo metodo scientifico. La dottrina darwiniana ha molti precursori fino
dall’antichità. Anassimandro ammetteva la trasformazione degli organismi per
adattamento alle mutate condizioni di vita; Empedocle insegnava che gli animali
hanno avuto origine qua ο là senza regola, in formo strane ο grottesche, ¢ che
poi sopravvissero solo gli adatti alla vita; Aristotele riconosceva il
principio della 275 Dar lotta dell’esistenza, scrivendo che gli
animali sono in guerra tra loro, quando abitano gli stessi luoghi ο si cibano
dello stesso nutrimento, ο se il nutrimento non è sufficiente, essi si battono,
anche tra quelli della stessa specie »; Lucrezio ebbe chiaro il concetto della
variabilità della specie e descrisse con grande esattezza lo sviluppo
intellettuale progressivo dell’ uomo; Francesco Bacone intui la possibilità di
trasformazione delle specie vegetali, ο propose anzi 1’ esperienza di variare
le specie per vodere come esse si siano moltiplicate ο diversificate; Cesaro
Vanini riconobbe la variabilità delle piante domestiche, suppose perciò che
anche gli animali possono tramutarsi, intuì il parallelismo tra embriologia ed
evoluzione e dichiarò esplicitamente che 1’ uomo deriva dalla scimmin per la
graduale trasformazione dell’ atteggiamento quadrupede di questa nella stazione
bipede di quello; Giordano Bruno lasciò scritto l’ aforisma che compendia tutta
In dottrina, una epecio alterins est principium, © affermò persino il
parallelismo tra lo sviluppo della specie ο quello dell’ indi duo. Tra i
precursori più immediati basti ricordare il Buffon, che segnalò nettamento In
verosimiglianza delle variazioni lente e progressive per gradi sfumati, spesso
imperce bili > e fu un trasformista convinto; Diderot, Goethe, Erasmo
Darwin, che sostenne prima del nipote Carlo il princi pio del trasformismo,
accennando all’origine di tutte le specie da forme-stipiti primitive, estremamente
semplici € analoghe al filamento embrionale », cio all’ovolo e allo
spermatozoo. Ἡ massimo rappresentante del darwinismo classico è, oggi, Ernesto
Haeckel. Cfr. Darwin, Origin of speciea by means of natural selection, 1859;
Id., The deacent of man, 1883: G. Novicow, Critica del darwinismo rociale,
trad. it. 1910: C. Fenizia, Storia ο bibliografia evoluzioniatica, ediz. Hoepli
(v. neo-daricintemo, neo-lamarckismo, traaformirmo, ecc.). Datisi. Termine
mnemonico di convenzione, con cui nella logica formale si designa quel modo
della terza figura DAT-Drc 276 del sillogismo, in cui la maggiore è una
proposizione universale affermativa, la minore e la conclusione proposizioni
particolari affermative. Es.: ogni azione umana è determinata dallo stato
psico-organico dell’ agente qualche azione umana sfugge all’imputabilità dunque
qualche cosa che sfugge all’ imputabilità è determinato dallo stato
psico-organico dell’ agente. Questo modo corrisponde al} ἁσπίδι dei logici
greci, e può essere ricondotto al Darii della prima figura mediante la conversione
semplice della premessa minore. Dato. T. Gegeben; I. Given: F. Donné. Indica in
generale ciò che è immediatamente presente alla coscienza, prima che lo spirito
lo elabori; nella scienza i dati sono i fatti ο i principi indiseutibili che
servono come punto di partenza. Dicesi dato della sensazione il contenuto della
sonanzione stessa, prodotto dal funzionamento dei centri” nervosi in seguito
all’azione di uno stimolo centripeto, interno o esterno. I daf della conoscenza
sono, alla lor volta, i dati delle sensazioni stesse, cioò i materiali sui
quali opera l’attività sintotica dello spirito. In un problema diconsi dati gli
elementi cogniti, mediante i quali si debbono determinare gli elementi
incogniti. Decisione. T. Entscheidung; I. Decision; F. Ireision. Quel momento
della volizione, ossia dell'atto singolo di volere, che segue alla
deliberazione © risolve il conflitto dei motivi mediante il definitivo
prevalere di una idea-fine. Solo determinate rappresentazioni hanno in un dato
individuo potenza impulsiva all'atto, e nello stesso individuo l’impulsività di
tali rappresentazioni può variare colla disposizione sua del momento. In
generale la massima impulsività è propria delle idee fisse, la minima delle
idee astratte; ma per essere normalmente impulsiva, un’ idea dove essere
organizzata nolla psiche dell’ individuo. La deeisione, detta anche scelta ο
risoluzione. è preceduta dalla deliberazione 0 seguita dalla esecuzione. 277 -Dec-bkb Deolinazione. La deviazione
degli atomi dalla loro linca verticale, secondo la dottrina di Epicuro. Bacone
chiama tarola di declinazione, oppure tarola d’ assenza, quel metodo che
consiste nel confrontare i casi in cui il fenomeno nvviene, con altri, simili
nel rimanente, in cui quello non avviene. Corrisponde al metodo della
differenza di Stuart Mill (v. caso, olinamen, differenza). Deduzione. T.
Deduction, Ableitung; I. Deduotion; F. Deduction. Forma di ragionamento, che
consiste nel partire da un principio generale noto per trarne delle conseguenze
particolari; si oppone all’ inducione, che consiste invece nel partire dai
fatti particolari per ascendere a un principio, prima ignorato. La deduzione
rappresenta dunque il procedimento sintetico, Ι’ induzione V’ analitico. Si
κυgliono tuttavia distinguere due forme di deduzione, la sintetica © V’
analitica; la prima procedo da principi semplici e trae dalle loro combinazioni
conseguenze complesse, la seconda consiste nella risoluzione di un concetto
complesso nei suoi elementi, o nella trasformazione di un concetto mediante una
diversa disposizione o combinazione dei suoi elementi (nd es. la risoluzione
delle equazioni), ο nella soatituzione di un elemento del concetto complesso
dal quale dipende la verità che si vnol dimostrare. La deduzione analitica à
usata specialmente nelle matematiche, gin essa si applica a quelle verità cho
possono essere dimostrato con semplici operazioni logiche sopra altre verità in
cui sono contenute. La forma della deduzione, sia ossa analitica o sintetica, è
il sillogismo. La deduzione, come metodo di ricerca, occupa un posto centrale
nella logien aristotelica, posto cho essa ha conservato finchè durò, να]
pensiero filosofico e scientifico, il dominio di Aristotele. Accogliendo la
dottrina socratico-platonica delle idee, Aristotele ammette che il vero essere
è I’ elemento universale, ϱ la sua conoscenza è il concetto; mn laddove Platone
aveva fatto dell’ universale, che il concetto conosce, a del Der 278
particolare, che viene percepito, due mondi totalmente diversi, senza
rapporto tm di loro, Aristotele pone invece come ufficio fondamentale della
scienza di cercare quel rapporto di derivazione del particolare dall’
universale, che renda capace la conoscenza concettuale di comprendere o
apiegare l'oggetto della percezione e al tempo stesso di dimostrarlo o
provarlo. Lo spiegare e il provare sono, per Aristotelo, la stessa cosa e si
esprimono con la stessa parola deduzione », ossia «derivazione: infatti 1’
universale che, in quanto vero ente, è la causa dell’ accadere, quello da cui
il particolare, oggetto della percezione, deve essere spiogato, è nel pensiero
la ragione da cui il particolare deve essere provato; per tal modo la deduzione
dol dato della percezione dal suo principio universale costituiaco tanto la
spiegazione scientifica dei fenomeni del mondo reale quanto il processo logico
della loro dimostrazione. Du cid si comprende l'importanza data da Aristotele
al sillogismo, che è la deduzione di un giudizio da due altri; ο come egli non
#bbia rivolto la sua attenzione se non a quella forma di sillogismo, che
esprime la subordinazione del particolare all’ universale, e come infine abbin
considerata più valida di tutte ed originaria la prima figura del sillogismo,
nella quale il principio della subordinazione è espresso puramente ©
chiaramente. Kant chiama deduzione
trascendentale la giustiticazione del fatto, che dei concetti a priori sono
applicati agli oggetti della esperienza; tale one dicesi trascendentale per
opposizione alla empirica, che consisterebbe nello scoprire tali concetti
mediante riflessione fatta sull’ esperienza stessa. Ufr. Aristotele, anal. pr.,
II, 25, 69 a, 20; Wundt, Logik, 1893, II, p. 29 segg.; Kant, ΑΗ. d. reinen
Fern., ed. Reclam, p. 103-104; H. Majer, De Syllogistik des Aristoteles, 1900;
Rosmini, Logica, 1853, p. 170 seg., 270; Masci, Logica, 1899, p. 423 segg.
Definito. Come contrario di indefinito, è ciò a cui possono essere © sono dati
dei limiti, essendo indetinito ciò
279 Der che non ha dei limiti
assegnabili. Si distingue dal finito, che è ciò che ha dei limiti assegnati.
Nella definizione dicesi definito ο definiendo il concetto da definire, cho
funge da soggetto nel giudizio con cui è formulate la definizione. Definizione.
T. Definition, Begriffabestimmung; I. Definition; F. Définition. E l’ analisi o
la determinazione del contenuto di un concetto, espressa in un giudizio il cui
soggetto è il concetto da definire (definito ο definiendo), ο il predicato
(definiente) quel gruppo di note mediante le quali il primo vien definito. ‘Tra
queste note basta scegliere quelle che sono sufficienti a distinguere il
concetto sia dai concetti congeneri sia da quelli che fanno parte di altri
generi; a tal uopo servono il genere prossimo, cioè quel genere che più
s'avvicina, come tale, alla comprensione del definiendo, e la differenza
specifica, cioè l’ insieme delle qualità che lo distinguono dai concetti
coordinati. Codesta determinazione risale ad Aristotele, per il quale la
definizione è la formula che esprime l’ essenza della cosa, essenza che si
compone appunto di genere e di differenza. Il metodo della definizione può
essere positivo ο negativo ; il primo consiste nel riunire nella definizione
l’intero gruppo di note che il definiendo abbraccia, il secondo nel determinare
i caratteri che devono da esso escludersi. I logici chiamano nominale la
definizione che spiega il significato di una parola, che determina soltanto ciò
che si deve intendere con una data espressione; reale quella che si riferisco
invece al valore intrinseco del definiondo ; analitica ο determinativa quella che
espone gli elementi costitutivi del detiniendo in quanto sono per sò stessi
determinativi ; genetica quella che espone il processo con cui la cosa definita
si forma, © può essere genetica indicativa ao la formazione della coss è da noi
indipendente, genetica costruttiva se noi stessi possiamo formarla, Però il
significato di questi termini è ben lungi dall’ essere fisso; così per Leibnitz
le definizioni nominali sono quelle che permettono solamente di distinguere
Der 380
un oggetto dagli altri, le reali o causali quelle che mostrano la
possibilità del definito, cioè la sua assenza da contraddizione. Kant distingue
ancora le definizioni analitiche, che anaizzano un concetto anteriormente
formato, e le definizioni sintetiche che servono Α formare primitivamente un
concetto ; egli chiama poi reali le definizioni che non solo rendono chisro un
concetto, ma anche nello stesso tempo la sua obbiottiva realità ». Nella logica
algoritinica si distinguono due specie di definizioni indirette; l’ una per
astrazione, che cousiste nell’ indicare a quali condizioni si ha l’uguaglianza
d’una funzione logica, come quando si defigisce la massa ο la temperatura
indicando le condizioni d’ uguaglianza di tali grandezze ; l’altra per
postulati, che consiste nel definire un insieme di nozioni enunciando, come
assiomi ο postulati, le relazioni fondamentali che questi termini verificano ©
che costituiscono i fondamenti necessari e sufficienti della loro teoria. Il
Liard distingue due gruppi di detinizioni : le une geometriche, o formali, ο
sintetiche, vervono a costituire la materia d’una scienza ὁ ne rappresentano
quindi il punto di partenza; le altre empiriche, o materiali, o analitiche,
servono u riassumere le conoscenze ottenute induttivamente e costituiscono
perciò un punto d’urrivo. Gli errori più comuni della definizione sono
l’angustia, che consiste in ciò, che il definiente contiene qualche nota che
non appartiene a tutta I’ estensione del definito ; V ampiezza nell’ inverso ;
la sovrabbondanza, nell’ aggiungere note superflue rispetto al fine di
distinguere il concetto dato da tutti gli altri. Cfr. Aristotele, Top., VII, 5;
Anal. post, 11, 3, 7, 10; Leibnitz, Nour. Eusais, 1. III, cap. 3, $ 19; Kant,
Krit. d. reinen Vern., ed. Roclam, p. 225, 55%; G. Burali-Forti, Congrès de
philos., 1900, III, 289; L. Liard, Des défin. géometriques οἱ dea déf.
empiriques, 1903; G. Vailati, La teoria aristotelioa della definizione, Riv. di
fil. ο scienze aftini », novembre 1903 (v. tautologia, diallelo, indefinibile).
Degenerasione. T. Entartung; 1. Degeneration; F. IXgénérescence. Indica in
generale l'alterazione d’un organo © d’un orggnismo, per oni esso è condotto ad
uns forma giudicata inferiore. In modo più preciso si può definire: un’
alterazione organica e funzionale, che degrada dal tipo normale ed è
trasmissibile per eredità; o anche: l’indebolimento dei caratteri iniziali
della specie a cui un essere appartiene. Il merito di aver introdotto nella
psicologia il concetto della degenerazione è dello psichiatra francese B.
Morel, che ne trattò in un libro rimasto celebre. Tuttavia il significato della
parola non è ancora molto preciso, dandole alenni, come il Max Nordon, una
grande estensione, ed usandola altri per indicare così il processo come gli
effetti della deviazione di uns specie o di un organo dal suo tipo normale.
Secondo il Sergi, la degenerazione consiste nel fatto di individui e di loro
discendenti, i quali, nella lotta per 1’ esistenza non cssendo periti,
sopravvivono in condizioni inferiori e sono poco atti a tutti i fenomeni della
lotta susseguente. La degenerazione è un fatto essenzialmente ereditario ; l’
ereditarietà morbosa indebolisce a lungo andare il potere di una famiglia,
cosicchd il decadimento fisico ο mentale si trasmette nei discendenti finchè la
famiglia scompare. Ma è anche un fenomeno acqui potendo derivare dall’ambiente,
da uno stato patologico costituzionale, dall’ arresto o deviazione di sviluppo,
dalV alterazione di un viscere più o meno importante alla vitalità
dell'individuo; è merito del Morel di aver dimostrato appunto come vi siano
delle cause deyencratrici della specie © della famiglia, quali le
intossicazioni con a capo I’ alcolica, U ambiente sociale, lu miseria, certe
professioni industriali insalubri, certi climi, con a capo il palustre, ecc. La
degenerazione si imprime con stimmate somatiche, fisiologiche e psicologiche.
Tra le prime sono più appariscenti la microcefalia, le deformazioni del cranio,
1’ asimmetria facciale, le orecchie ad ansa, la dentatura irregolare, il Deo 282
progenoismo, il prognatismo; tra lo seconde In balbuzie, lo strabismo,
il mancinismo, l’analgesia, il ritardo di sviluppo nelle varie funzioni, |’
esagerazione dei riflessi, speciali idiosinerasie del gusto e dell’ odorato, la
gracilità, V idrocefulo, i sogni spaventosi, il sonnambulismo. Tra le note
psichiche, 1’ onicofagia, l’onanismo, la mancanza d’armonia tra le tendenze, il
difetto di attenzione, la mancanza di volontà, la tendenza alla menzogna, I’
egotismo, la criminalità, la scarsezza di senso morale, l'avidità del
meraviglioso. Il Sergi distinguo una piccola e una grande degenerazione del
carattere : nella prima 1’ individuo si mostra indeciso nelle sue azioni, cade
spesso nel turpe e tutto urrischia per coprire lo sconvenienze della propria
condotta ; nellu seconda rimane annullata la personalità morale e l’individuo
si trascina nel più completo servilismo. Dal punto di vista dello sviluppo
intellettuale i degenerati si sogliono distinguere in due categorie: i
degenerati inferiori (idioti, imbecilli, futui) e degenerati superiori
(squilibrati, mutidi). I degenerati superiori non presentano, a differenza dei
primi, insufficienza di sviluppo mentale, chè anzi non à raro rilevare in ossi
una notevole attitudine alle arti, ad es. alla letteratura, alla pocaia, più eccezionalmente
alla scienza; ciò che li caratterizza è invece lo sviluppo ineguale delle
diverse facoltà, per cui, a lato di alcune eminenti, altre sono rimaste allo
stato embrionale, cosicchè nella loro mente si originano con somma facilità
dello idee morboso di grandezza, alimentato dal vivo sentimento di vanità che è
in tutti i deboli. Cfr. B. J. Morel, Traité des dégénérencenes de V'expèce humaine, 1857;
Moreau de Tours, La psychologie morbide dane ses rapports aveo la philos. de
Vhistoire, 1860; E. Reich, Veber Entartung des Menschen, 1868; Dallemagne,
Dégénéré et déséquilibrés, 1895; Maguan et Debove, Les dégénérés, 1895; G.
Sergi, Le degenerazioni umane, 1888; F. Mugri, La degenerazione oonsiderata
nella sua ouusa, 1891; Max Norduu, Degenerazione, trad. it. 1894 (v. atariemo,
reversion’). 283 Dei-Det
Deismo. T. Deirmun; I. Deiem; F. Deine. 1 vocaboli deismo è teismo, derivanti
il primo dal latino, il secondo dal greco, hauno etimologicamente lo stesso
significato. ‘Tuttavia, benchè entrambi indichino la credenza nell’ esistenza
di una Divinità personale, intelligente, distinta dal mondo, col primo, usato
la prima volta dal Toland, si suol più propriamente designare una credenza
filosofica che non poggia sulla rivelazione e non riconosce vincoli di dogmi.
In modo diverso lo intendeva il Kant; egli infatti chiama teismo la credenza in
una Divinità libera, creatrice dol mondo sul quale esercita la sun Provvidenza,
e deismo la semplice credenza in una forza infinita e cieca, inerente alla
mutoria © causa di tutti i fonomeni che in essa avvengono, Il Clarke stabilisce
invece quattro spocie di doisti: quelli cho ammettono puramente I’ esistonza di
una Divinità, negandole ogni azione sul mondo e sull’uomo; quelli che ammettono
anche la Provvidenza divina, ma pongono l'indipendenza della moralità dalla
religione; quelli che ammettono l’idea del duvere © della Provvidenza divina,
ma nogano ogui sanzione oltremondana; quelli che ammettono tutte le verità
della religione naturale, rigettando il principio di autorità e lu rivelazione.
Quest’ ultimo è forse il significato oggi più in uso. Cfr. Clarke, Traité de Vertstence
et des attribute de Dieu. 1828, 6. II, p. 21 segg.; Kant, Arit. d. reinen
Vern., ed. Reclam, p. 494-495; Eucken, Geschiote d. philos. Terminologie, 1879,
p. 94; Ueberwog, Die Neue Zeit., 1896, I, p. 153. Deliberazione. I. Ueberlegung; 1. Deliberation : F. I
liberation. Il primo dei momenti dell’ atto volontario. oppone in generale a
impulsione. Esso è costituito dal pe riodo di esitazione tra la
rappresentazione dell’ atto pensato come fine, o tra l'eccitazione, e il suo
compimento. Le rappresentazioni che in questo periodo di tempo entrano fra loro
in conflitto diconsi motiri: i sentimenti, le tendenze, gli istinti che a
quelle si uniscono, prendendo parte al conflitto medesimo, diconsi mobili. 11
prevalere di Den 284 uno ο di un gruppo di motivi ο mobili dà poi
Inogo alla decixione, cui consegue 1’ esecuzione. Cfr. Jodl, Lehrbuch d.
Paychologie, 1896, p. 742. Delirio. T. Delirium; 1. Delirium; F. Délire. Sotto
il me di stati deliranti si comprendono quei disturbi psichici, che si
manifestano nello malattie infettivo, negli avvelonamenti acuti, negli stati di
profondo esanrimento, e i cui sintomi principali sono : ottuudimento della
coscienza, vovitazione motoria, confusione mentale, allucinazioni, spevie
visive e uditive. Possono durare poche ore come alcune settimane. Quando questi
sintomi hauno' intensità maggiore e sono accompagnati da febbre più ο meno
alta, insonnia nssoluta, contrazioni fibrillari, rifinto di cibo, oce si ha il
così detto delirio acuto. Quando poi lo ideo deliranti non sono fugaci ©
sconnesse, ma formano un tutto organizzato in serio logica, si hanno i delirii
sistematizzati, i cui tipi principali sono: delirio di negazione, delirio di
persecuzione, delirio ipocondrinco, delirio di grandezza, delirio di
antorimprovero, ece. Si distingne infine un delirio di gelosia, che apparisce
nella paranoia alcolica. Cfr. Kraepelin, Peyohiatrie, 4* ed. 1893, p. 254
segg.; Ziehen, Paychiatrie, 1894, p. 352 segg. Delitto. T. Verbrechen; I.
Crime; F. Crime. Designa in generale ogni infrazione alla legge penale, ed
implica u utto che tendo in qualsiasi modo a nuocere alla vita sociale. I
criminalisti però sono ben langi dall’intendersi circa la dofinizione del
dolitto, la sun natura ei suoi ratteri costanti. Così per il Franck è dolitto
qualunque uttucco alla sienrezza ο alla libertà sia della società sia degli
individui; per il Carrara il delitto si definisce la infrazione della leggo
dello Stato promulgata per proteggere la sicurezza dei cittadini, risultante da
un atto esterno dell’uomo, positivo o negativo, moralmente imputabile ; per il
Garofalo è delitto ogni offesa ai sentimenti della pietà e della probità; per
Ferri il delitto è un attacco alle condizioni naturali d’esistenza dell’
individuo e della società; per il Colajanni e il Berenini sono delitti le
azioni determinate da motivi individuali e antisociali, che turbano le
condizioni @ esistenza e offendono la moralità media d’un popolo a un momento
determinato ; per il Tarde I’ idea del delitto implica essenzialmente,
naturalmente, quella d’un diritto ο d’un dovere violato; il Durokheim definisce
il delitto ogni atto che, et un grado qualunque, determina contro il suo autore
quella reazione caratteristica che chiamasi pena, ecc. Tutte queste definizioni
si bassno su caratteri variabili, come i sentimenti, i diritti, i doveri, le
leggi penali, le forme sociali, mentre, per servire di base sicura alla scienza
penale, dovrebbero dare della nozione in discorso 1) elemento fisso ο valido in
qualunque luogo e a qualsiasi epoca. Sembra percid preferibile a tutte la
definizione dell’ Hamon : ogni atto cosciente che lede la libertà d’agire d’ un
individuo della stessa specie dell’ autore dell’ atto è un delitto. Cfr. F.
Carrara, Programma del corso di diritto criminale, 1871; A. Marucci, La nuova
filosofia del diritto criminale, 1904; E. Ferri, I nuovi orizzonti del diritto
ο della procedura penale, 1884; R. Garofalo, Il delitto come fenomeno sociale,
nel vol. Per lo onoranze a F. Carrara, 1899, p. 321 segg.; Colajanni,
Sociologia oriminale, 1889; A. Hamon, Déterminiame et responsabilità, 1898.
Demagogia (δῆμος -= popolo &ywyé =
che conduce). T. Demagogie; I. Demagogy; F. Démagogie. Etimologienmente designa
quella forma di governo in cui il potere è in mano della moltitudine; ma si
adopera quasi sempre in senso cattivo per indicare la tirannia esercitata dalla
Plebe, giunta al potere, sopra le altre classi sociali. Demenza. T. Psychische
Schicdchezustinde, Blödsinn, Schwachsinn; 1. Mental weakness, dementia; F.
I)tmence. Termine molto generale, con cui si indies l’indebolimento ©
Vottundimento acquisito e irrimediabile delle facoltà intellettnali. Si
presento come sindrome di diverse malattie Dem
286 mentali, e può essere
generale e parziale, permanente e progressiva. Va notato però che l’
indebolimento caratteristico della demenza colpisce quasi sempre
contemporaneamente le tre grandi funzioni psichiche, l'intelligenza, il
sentimento, la volontà. I disturbi della intelligenza si manifestano col
diagregarsi del legame associativo delle idee, con P incoerenza del lingnaggio
ο della scrittura, con In perdita della capacità di fissare e rievocare i
ricordi; i disturbi dell’ affettività con 1’ indebolimento di tutti i
sentimenti ideali o rappresentativi, e col distraggersi progressivo degli
affetti familiari ο del senso morale; i disturbi della volontà con } apatia ο
l’indifferentismo che caratterizza gli stati dissociativi della personalità. Le
forme principali di essa sono: la d. precoce, cho si presenta nella gioventà e
si può esplicare con stadi di esaltamento di depressione ο di delirio; la d.
senile, caratteristica della tarda otà e che si accompagna naturalmente agli
altri fenomeni d’ involuzione fisiologica della vecchiaia; In d. paralitica,
che è la più ricca e la più varia di fenonieni psicologici. Infine la demenza
si può presentare come stato terminale dell’ alcoolismo, dell’ epilessia, dell’
antenza, © della frenosi circolare. Cfr. Ziehen, Paychiatrie, 1894, p. 335
segg. Demiurgo. Nel sistema di Plutone, il demiurgo (3nwovpy4¢ = operaio) è
Dio, la ragione divina, che guardando alla idea del Bene dà forma al mondo,
ordina la materia che già prima esisteva, gli impone il movimento cireolare,
gli infonde l’anima e, per renderlo rompre più simile all’esemplare suo eterno,
lo dota infine del tempo: «Quella cosa di cui il demiurgo effettua la forma e
la funzione, guardando sempre, per servirsene come di modello, a ciò che è allo
stesso modo, è necessario che riesen per questo sempre bella. Se dnnque questo
mondo è bello © il demiurgo è buono, è evidente che questi ha gnaraato
l'esemplare eterno.... Ma questi era per sna natura eterno, 287
Dex e ciò non poteva adattarsi in alcun modo a chi aveva avuto nascimento.
Egli escogita quindi di fare una imagine mobile dell’ eternità, e mentre ordina
il cielo, fa dell’ eternità, che resta sempre nell’ uno, una imagine dell’
eternità (αἰώνιον εἰκόνα), che si muove secondo il numero, quello che noi
abbiamo chiamato il tempo ». Anche gli gnostici adottarono la dottrina del
demiurgo, il quale anche per essi è il mediatore tra lo spirito © la materia,
che trovansi in originario contrasto. Tale ufficio è a lui attribuito in quanto
è l’ultimo degli eoni, quello cioè che è più vicino alla materia e perciò in
immediato contatto con ébsa. Cfr. Platone, Timeo, 37 d, 41 A; Senofonte, Mem.,
IV, 11, 13; Fraccaroli, I! Timeo. 1906, p. 220, n. 3 (v. Dio, esemplare.
creazione). Democrazia. T. /emocratie: I. Democracy; F. Démoeratie. Per Aristotele
è quella forma di governo in oui i liberi e i non ricchi costituiscono la
maggioranza e occupano il potere supremo; l’oligarchia è, all'opposto, quella
forma di costituzione politica in cui il potere è nelle mani dei pochi © dei
ricchi. Oggi designa lo stato politico, nel quale la sovranità appartieno alla
totalità dei cittadini, senza distinzione di nascita, di fortuna o di capacità.
Aristotele è favorevole al governo popolare, specialmente per la ragione che
esso utilizza In maggior somma di attitudini individuali; anche in ciò egli si
pone contro a Platone, che considerava lo Stato democratico come peggiore
d’ogni altro, la libertà ο 1’ uguaglianza como origine perenne di turbamenti,
d’ingiustizia, di corruzione, persino nel seno delle famiglie: Io voglio dire
che il padre #’abitus n trattare il figlio come uguale, e persino a temerlo;
che questi s’ nguaglia al padre e non ha rispotto nd paura per gli autori dei
suoi giorni, perchè altrimenti la sua libertà ne soffrirebbe; che i cittadini e
i semplici abitanti o gli stessi stranieri aspirano agli stessi diritti. Sotto
un tale governo il maestro tome e tratta con riguardo i suoi diDem 288
scepoli: questi si ridono doi loro maestri ο dei loro sorveglianti. In
generale, i giovani voglion essere pari ai vecchi e lottare con essi in
propositi e in azioni. Ma I’ ultimo eccesso della libertà in uno Stato popolare
è quando gli schiavi dell’ uno e dell’ altro sesso non sono meno liberi di
quelli che li hanno comperati ». Nei tempi moderni Montesquieu, ponetrando il
vero spirito del governo popolare, dice che nella democrazia il popolo è, sotto
un certo riguardo, il monarca, sotto certi altri il suddito; esso non può
essere monarca che per i suoi suffragi, che sono le sue volontà; la volontà del
sovrano à il sovrano stesso »; perciò mentre non occorre molta probità nel
governo monarchico e nel dispotico, perchè la forza delle leggi nell'uno, il
braccio del principe nell’ altro, reggono tutto, nella democrazia è necessaria
la virtù. Cfr.
Platone, Rep., Ve VI; Aristotele, Polit., 1. III, c. 5, 6; Montesquieu, Esprit
des lois, 1748, 1. II, 11 © 111
(v. aristocrazia). Demone, demoniaco. Nel linguaggio filosotico la parola
demone è usata talvolta per indicare il genio familiare da cui Socrate dicevasi
ispirato e che egli stesso chiamava, con parola da lui creata, δαιμόνιον. Sulla
sua precisa natura molto si è disputato e si disputa ancora; secondo alcuni
essa ha in Senofonte, il più diretto discepolo di Socrate, lo stesso
significato di Θεός, come la parola Baluov in Omero, laddove in Esiodo i
δαιµόνες sono geni intermediari tra l’uomo e la divinità; altri invece,
fondandosi sopra i dialoghi platonici, sostengono doversi ammettere cho Socrate
credesse davvero all'esistenza di geni familiari; altri ritiene che Socrate
usasse questo neologismo per significare 1’ analogia esistente tra i suoi
presentimenti interni, ispiratigli dalla divinità, e i demoni della mitologin
greca; altri, specialmente psichiatri e fisiologi, upinano che Socrate
softrisse di allucinazioni visive ο uditive ϱ #’imaginarso di parlare con uno
spirito; altri infine, fondandosi sui della psicologia, risolvo le 385
Dew ispirazioni demoniache avvertite da Socrate nelle suggestioni del
subcosciente, che in tutti i mistiei assumono una speciale vivacità e si
presentano all’ introspesione nella forma di un fantasma, di una individualità
estrinseca, di cui essi sentono continuamente la presenza negli strati profondi
della loro anima. In un senso analogo a
quello . sonofonteo, Goethe chiama demonisco (das Zimonische) la rivelazione
del divino nel mondo, I’ inaccessibile che ci circonda e del quale’ sentiamo
dovunque l’affiato misterioso; esso si manifesta nei modi più diversi in tutta
la natura visibile e invisibile, nella pittura, nella poesia e più ancora nella
musica perchè essa sta così in alto cho nessuna intelligenza le si può
avvicinare, e gli effetti che produce dominano ciascuno senza che nessuno sin
in grado di rendersene ragione ». Cfr. Senofonte, Mem., I, 1v; Platone, 4pol.,
31 D; Cicerone, De dirin., I, 54, 122; Fouillée, Hist. de la phil., 1884, p.
74; Luciani, Fisiologia dell'uomo, 1913, vol. IV, p. 499; Eckermann, Gesprioke
mit Goethe, ed. Reclam, 1, 207 segg.; II, 166; C. Ranzoli, 1 agnosticiemo nella
fil. religiosa, 1913, p. 48 segg. Demoniaci. Setta di erotici cristiani, i
quali ritenevano che alla fine del mondo sarebbero stati salvi ancho i demoni,
cioè gli angeli ribelli a Dio. Demonismo. M. Dimonismus; I. Demoniem ; F.
Démonisme. Con questo nome si designa quello stadio della ev luzione religiosa,
in cui i fenomeni naturali sono spiegati come effetto della lotta continua di
spiriti, alcuni buoni ed altri cattivi, di cui è popolato il mondo. Il
domonismo è anteriore al politeismo; in esso gli spiriti non hanno nome, non
hanno forma umana, non hanno storia personale, sono adorati negli alberi, nel
vento, nelle nubi. Quando, sotto In spinta del bisogno religioso, egsi
acquistano un nome, forma umana e storia personale, il demonismo si trasforma
in politeismo e in mitologia. Cfr. Durkheim, Les formes élémentaires de la vie
religieuse, 1912; F. B. Jevons, L'idea di Dio nelle religion’ primi dualiemo). Demonstratio quo, dem. quid. Termini della
scolastica, con cui si desigus quell’ argomentazione nella quale si va dall’
effetto conosciuto ancora imperfettamente alin causa, © si trova l’ esistenza
della causa ma non la ana natura (demonstratio quo, cioè quod est). La natara
della causa si scopre per mezzo delle considerazioni della mente, che la
confronta con tutte le parti e condizioni dell’ effetto. Dalla causa di cui
così si conosce In natura, si argomenta poi all'effetto (demonstratio quid o
propter quid) cosicchè tanto nell’ una quanto nell’ altra argomentazione si va
dal più al meno noto. Cfr. Goclenius, Le. phil., 1618, p. 504; Rosmini, Logica,
1853, $ 708. Denotazione. I. Denotation; F. Dénotation. Lo Stuart Mill, facendo
rivivere una abbandonata distinzione scolastica, chiama connotativi quei nomi
che servono a denotare un soggetto o una classe di soggetti, e nello stesso
tompo implicano, οοπποίαπο un attributo. Sono connotativi tutti i nomi comuni
astratti ο i nomi propri. Cfr. Stuart Mill, System of logic, 1865, vol. I, cap. II, § 5 (v.
connotatiri). Deontologia (τὸ δέον
--ciò che si deve fare). T. Ixontologie, Pflichtenlehre; 1. Deontology; F.
Déontologie. O trattato dei doveri, è il titolo dell’opera postama del Bentham,
nella quale è esposto il suo sistema di morale. Exsondo fine della vita il
piacere, cho chiamasi utilità in quanto diventa regola delle nostre azioni, la
misura del valore morale di una azione si dove basare sul valore effettivo che
essa ha di promuovero il piacere ο la folicità. Un piacere © un dolore, dice il
Bontham, possono essere produttivi o sterili. Un piscere può essero produttivo
di piaceri o di dolori, o di entrambi: per contro, un dolore può esser
proluttive di piaceri, di dolori, ο di entrambi. Il compito de contologin
consiste nel pesarli ο nel tracciare, in, 1914, p. 19 segg. (v. religione. 291
Drr-Drs base al resultato, la linea di condotta che bisogna tenere ». In
tal modo la scienza morale si riduce tutta al calcolo deontologioo. Oggi la
parola deontologia è adoperata per designare la teoria dei doveri, e di quelli
specialmente relativi ad una data situazione sociale. Cfr. Bentham, /eontology or the
mience of morality, 1834 (v. intoresne). Depersonalissasione. F. /)épersonalisation. Fenomeno di sdoppiamento
della personalità, che si presenta in vario malattie mentali © in cui il
soggetto ha l'illusione di divenire un altro, pure sentendosi rimanere lo
stesso divenendo due. Il vocabolo è anche usato per designare quella speciale
ossessione, in cui V individuo sente come sparire la propria personalità,
perdersi il proprio io. Cfr. Dugas, Un cas de depersonalisation, Revue philos. », maggio 1898;
Bernard-Leroy, Sur Pillusion dite dépersonalisation, Tbid., agosto 1898. Descrittivi (giudizi). Alcuni logici chiaman
tali quei giudizi in cui il predicato è una proprietà del soggetto ο snole
essere espresso grammaticalmente da un aggettivo. Descrizione. T. Beschreibung;
I. Description: F. Description. Nella logica designa quella operazione per cui
si definisce una cosa dai segni apparenti che sono propri di essa. La
descrizione non è una vera e propria definizione, ma una indicazione
definiente, ο si uen appunto per quelle nozioni che, o in sè stesse o perchè
imperfettamente conosciute, non si possono definiro. Minus acourata definitio,
descriptio dicta, ea est, secondo i logici di Porto Reale, quae rem facit notam
per aocidentia, propria, atque ita determinat, ut nobis possimua illius ideam
formare, quae illam ab omni alia re distinguat. Le definizioni della storia
naturale sono per la maggior parte indicazioni definienti per carattori
estrinseci. Cfr.
Logique du Port-Royal, ed. Charles, II, 12; Hamilton, Lectures on logic, 1860,
lez. XXIV, pp. 12, 20 (v.
definizione, locazione, distinzione, indefinibile, cavatteristica). Des 292
Desiderio. T. Begehren, Begehrung ; I. Desire; F. Désir. La
rappresentazione effettiva di un atto sperimentato direttamente o
indirettamente come piacevole, il quale tende per conseguenza a rinnovarsi. Il
desiderio è quindi qualche cosa di meno generale e di più specifico della
tendenza; il desiderio, dice I’ Höffding, non è che una tendenza comandata da
rappresentazioni chiare. Del resto esso fu variamente inteso dai filosofi; per
Leibnitz è la tendenza a’ una rappresentazione all’ altra, per Condillac una
attività dell’ anima rivolta alla soddisfazione di un bisogno, per Cr. Wolff
una inclinazione dello spirito verso un oggetto percepito come un bene. Secondo
Kant, la facoltà di desiderare sarebbe la facoltà di esser causa, mediante le
proprie rappresentazioni, della realtà delle rappresentazioni stesse ». Per
Hobbes è un movimento che si compie nella sostanza cerebrale, «tale movimento
si chiama appetito ο desiderio quando l’ oggetto è gradevole, avversione quando
è naturalmento spiacevole, timore rispetto al dolore che se ne attende »; per
Locke il desiderio è il disagio che si prova per l’assenza di qualche cosa il
cui presente possesso reca con sè l'idea di un piacere »; per Bain è uno stato
mentale costituito da un motivo di agire, sia esso un piacere o nn dolore,
attuale o ideale, senza averne la capacità; esso è quindi uno stato di
intervallo ο sospensione tra motivo ed esecuzione »; per lo Spencer è un
sentimento ideale, che si manifesta quando il sentimento reale, a cui
corrisponde, non è stato per lungo tempo sperimentato ». Il desiderio si
distingue dall’ appetito, il quale non è che la tendenza fondamentale a cercare
il piacere © fuggire il dolore; e dalla volontà, perchè mentre questa implica
l'attuazione del fine, quello è semplicemente la tendenza all’ atto e non ne
implica I’ effettuazione. In altre parole, mentre il desiderio è passivo la
volontà è attiva; perciò il primo è per il Kant una eteronomia, la seconda una
autonomia. Cfr, Leibnitz, Op. phil., Erdmann, p. 714 a; 293
Des-beT Condillac, Traité des sens., 1886, I, 3, 1; Wolff, Pryohol.
empirica, 1738, 6579; Kant, Krit. d. prakt. Vern., ed. Reclam, p. 67; Hobbes, Human nature, 1650,
cap. XI, $3; Locke, Human understanding, 1877, II, xx, 6; Bain, Mental and mor.
science, 1884, p. 368; Spencer, Princ. of peychol., 1881, 1,$51; Höffding,
Psyohologie, trad. frano. 1900, p.
312, 422. Desitive (proposisioni). Si oppongono alle incettire, ed esprimono
che una cosa ha finito di essere, o di possedere una dats proprietä,.ad un dato
momento. Contengono perciò due proposizioni, che possono essere contestate
sepsratamente, e di cui una riguarda lo stato anteriore, I’ altra lo stato
posteriore. Determinativo. T. Bestimmend; 1. Determinative; F. Déterminatif.
Diconsi determinative quelle proposizioni incidentali © composte, implicite o
esplicite, le quali contengono un inciso che ne determina il significato e cho
non si può togliere: ad es. l’uomo, che ha commesso delle colpe, merita
punizione. Se l’inciso non fa che spiegaro il significato, e può esser tolto,
lu proposizione dicesi esornativa. Pure nella logica, dicesi determinative 1’
addizione che sumenta la comprensione di un termine semplice, e, quindi, ne
restringe l'estensione. Cfr. Logique du PortRoyal, ed. Charles, II, cap. vi. Determinazione. T.
Bestimmung; I. Determination: F. Détermination. Indica in generale la specificazione dei caratteri che
distinguono un concetto da altri concetti del medesimo genere. Si oppone ad
astrazione rerticale, © designa 1’ operazione logica con cui si aumenta la
comprensione di an concetto, dimiauendone I’ estensione. Consiste nell’
aggiungere una nota al concetto; ma questa aggiunta non è affatto arbitraria,
dovendo tale nota essere compatibile colla sostanza logica del concetto. Ad es.
al concetto governo si potrà aggiungere la nota costituzionale o assoluto, ma
non la nota verde ο salato. Dicesi
ancora determinazione o decisione quel momento dell’ atto volontario, Der 294 in
cui si risolve il conflitto dei motivi per il definitivo provalere d’ una ides
fine. Determinismo. T. Determiniemue; I. Determiniom; F. Déterminieme. Termine
di uso recente nel linguaggio filosofico, nel quale fa introdotto
primitivamente dalla filosofia tedesca. Si oppone 4 indeterminiemo ο
libertiemo, e designa la dottrina secondo la quale ogni fenomeno, compreso
quello della volontà, è determinato dalle circostanze nelle quali si produce, è
l’effetto necessario di una causa, per modo che, dati quegli antecedenti, ne
risultano necessariamente quei conseguenti. 11 determinismo non è dunque altra
cosa che il principio di causalità : le stesse cause nelle stesso circostanze
producono gli stessi effetti. Si suol distinguere il determinismo cosmico o
fisico, dal determinismo psicologico o volontario; il primo riguarda i fenomeni
fisici © del mondo esterno, il secondo i fenomeni psichici ο del mondo interno.
I] primo è il postulato di tutte le scienze della natura: esse infatti non
hanno altro oggetto che In ricerca delle leggi; ora la legge, cioè il rapporto
invariabile tra due fenomeni, può essere ricercata solo a condi zione che si
creda che ogni fenomeno è invariabilmente preceduto, © invariabilmente seguito,
da altri fenomeni; ο tale appunto è la formula del determinismo. Nella sua
espressione più rigorosa, esso porta a considerare il passato ο l'avvenire come
valutabili in funzione del presente, cosicchè, per usare l’ esempio dell’
Huxley, una intelligenza sufticionto conoscendo le proprietà delle molecole di
cui ora composta la nebulosa primitiva, avrebbe potuto predire lo stato della
fauna dell’ Inghilterra nel 1868, con pari certezza di quando si predice ciò
che accadrà al vaporo della respirazione durante una fredda giornata d’ inverno
»; ο, secondo l’esempio non meno celebre del Du Bois-Reymond, si potrebbe dallo
stato attuale del mondo conchiudere sia in qual momento I’ Inghilterra brucerà
il sno ultimo pezzo di carbone », sin chi ora la maschera di ferro », sia
tutt'e 295 Der duo le cose. Il determinismo volontario
non è che nn caso 0 una specie del determinismo universale: esso onuncia che
tutte le azioni dell’ numo sono determinate dai suoi stati anteriori, senza che
la sus volontà possa cambiare nulla à questa determinazione; l’uomo dunque non
ha li bitrio, e, se egli crede di possederlo, non ne possiede che V apparenza.
Gli atti volontari sono determinati dal potere impulsivo e inibitorio dalle
rappresentazioni : la scelta dipende dalla rappresentazione che ha impulsività
maggiore. Se si potessero conoscero, disse Kant, tutti gli impulsi che muovono
la volontà di un uomo, anche i più leggeri, ο prevedere tutte le occasioni
esterne che agiranno su lui, si potrebbe calcolare la condotta faturn di questo
uomo con quella stessa esattezza con cui si calcola un eclissi di sole o di
luna. Si distinguono varie forme di determinismo volontario : il d. teologico,
per cui i nostri atti sono un prodotto dell’azione divina, della
predestinazione, della grazia, della provvidenza; il d. intellettualistico,
detto anche peicologico, che ripone l’asione determinativa nell’ intelligenza,
facendo di ogni atto la pura conseguenza di un giudizio, cosicchè l'atto è
buono o cattivo a seconda che il giudizio è logicamente retto o errato; il d.
sensistico 0 sensualistico. che fa delle sensazioni |’ unica causa necessaria
degli atti; il d. idealistico, nel quale |’ idea in sè, nssoluta, agisce
liberamente e determina gli atti umani senza vincolo alcuno con la resltà
materiale. Molte volte si è confuso e si confonde il determinismo col fataliemo
: ma mentre in questo gli avvenimenti sono predeterminati ab eterno in mod
nocessario da un agente esteriore, in quello il potere è collocato nell’ agente
medesimo; in altre parole meutre nel fatalismo la nutura è sottomessa ad una
necessità trascendente, nel doterminismo la necessità è immanente e si confonde
con la natura stessa. Oltre al determinismo per il quale il conseguente è
determinato dai suvi antecedenti ο } insieme dalle sue parti, che è il
determinismo meoeamico, το ar-Der-Dia
296 Claudio Bernard ha mostrato
che per spiegare gli organiemi viventi bisogna faro appello a un’ altra specie
di determinismo, ove l’ insieme determina le suo parti e il conseguente i suoi
antecedenti; questo determinismo nuovo, che il Bernard chiama un determinismo
superiore, si può anche chiamare un determinismo finalista. Cfr. Kant, rit. d. reinen
Vern., ed. Rechun, p. 481 segg.; Laplace, Introd. à la théorie dea
probabilités, 1886 ; CI. Bernard, Introduotion à Pt. de la physiol., 1865; Fouillée,
La liberté οἱ le déterminisme, 1873; A. Hamon,
Déterminieme et responsabilité, 1898; A. Lalaudo, Note sur Vindétermination, Revue
de métaph. », 1900, p. 94; Petrone, I limiti del determiniamo scientifico,
1900; Ardigò, La morale dei positiviati, 1892, p. 118 segg. (v. autonomia, contingenza, equazione,
indeterminismo, predeterminismo, libero arbitrio). Determinismo economico v.
materialismo storico. Dialettica (διά
attraverso, λέγω raccolgo). T.
Dialektik; I. Dialectic; F. Dialeotique. Per gli antichi era |’ arto di
raggiungere © cogliere il vero mediante la discussione delle opinioni. Infatti
Platone, nel Cratilo, dice: colui che sa interrogare e rispondere, come lo
chiameremo, se non dialettico » E Aristotele, nella metafisica: la dialettica
tasta, dovo la filosofi conosce ». Non va dunque confasa con la Logica
(quantunque nel medio evo designasse appunto la logica formale per opposizione
alla retorica) che è una scienza vera e propria, la scienza del ragionare. La
dialettica non è che un’ arte polemics, con la quale si apre la via alla
scienza; essa muovo dalle opinioni comuni intorno ad un dato oggetto, le prova
sl martello della critica, ne mostra lo lacnne, le difficoltà, gli errori, in
modo da apparecchiare il terreno alla indagine scientifica. Nell’ emanatismo di Proclo il principio
dialettico è quello in base al quale si altera In derivazione logien del
particolare dall’ nniversale, della pluralità dall'unità; tale derivazione
implica da un Into la somiglianza
297 Dia del particolare all’
universale e quindi la permanenza dell'effetto nella causa, dall’ altro la
contrapposizione di questo prodotto come qualche cosa di nuovo e indipendente,
€ infine, per questo rapporto antitetico, la tendenza del particolare alla sua
origine; i tre mumenti del processo dialettico sono dnnque il persistere, il
derivare, il ritornare, ossia unità, differenza © unità del differente. Nel razionalismo di Abelardo la dialettica ha
per compito di distinguere il vero dal falso; quindi, mentre per Anselmo la
dialettica si limita a rendere comprensibile all’ intelletto il contenuto della
fede, per Abelardo essa ha anche il diritto critico di decidere, nei casi
dubbi, secondo le sue regole: così nel suo seritto Sic et mon egli oppone luna
l’altra le opinioni dei Padri, per distraggerle a forza di dialettica e per
trovare infine ciò che è «degno di fede in ciò che è dimostrabile. Per Pietro Ramo la vera dinlettica ha
anzitutto per compito di scoprire ciò che può la natura 6 come essa procede
nell’ impiego della ragione, poscia di insegnare ad esporre con ordine, metodo
ed eloganza il proprio pensiero: In tal modo la dinlettica, dopo esser stata
allieva della natura, ne diventerà per così dire la maestra; poichè non v’ha
natura così energica © forte, che non lo diventi ancora più medianto In
conoscenza di sè ο la descrizione delle proprio forze; ο non v’ha natura così
debole e Innguente che non possa, col soccorso dell’ arte, acquistare maggior
forza ed ardore ». Kant, nella terza
parte della Critica della ragion pura, che egli chiama Dialettica
trascendentale, esamina l'illusione naturale che ci spinge alla metafisica,
cioè a cercare l’Assoluto e penetrare nel regno dei noumoni; la fncoltà che ci
spinge a ciò è la Ragione, la quale può mantenersi entro i limiti dell’ esperienza,
ridncendo alla maggiore unità possibile In molteplicità delle cognizioni, ma
può anche pretendere di trarre da concetti puri delle cognizioni sintetiche,
indipendentemente du ogni intuiDia zione; è in questo modo che sorge la
dialettica, cioè la metafisica dogmatica, ed è in questo modo che la ragione
diventa trascendente. Quindi per Kant la parola dialettica significa non solo
|’ illusiono della ragione, ma anche lo studio e la critica di codesta
illusione. Per Schleiermacher la
dialettica è la dottrina del sapere in quanto diviene, la filosofia. Ogni
sapere è volto a rilevare l’identità del pensiero e dell’essere; ma nella
coscienza umana essi procedono separati come fattore ideale ο fattore reale di
essa, come concetto ¢ come intuizione, come funzione organica e funzione
intellettuale; solo il loro piono accordo darebbe la conoscenza, perciò tale
accordo, non mai pienamente raggiunto, rappresenta lo scopo assoluto,
incondizionato, remotissimo, del pensiero, il cui sapere vuol diventare, ma non
mai diventa, completo. La dialettica, come dottrina del sapere che diviene,
suppone però In realtà di tale scopo irraggiungibile dal nostro pensiero :
questa realtà, identificazione del pensiero con l'essere, Dio. Per 1’ Hegel la dialettica è I’ applicazione
scientifica della logica inerente alla natura umans »; siccome poi le forme del
pensiero sono le forme del reale, così la dialettica è la vera e propria natura
delle determinazioni dell’intelletto, delle cose e, in modo generale, di tutto
il finito »; 0488 consiste essenzialmente nel riconoscere |’ inseparabilità dei
contradditori e nello scoprire il principio di codesta unione in una categoria
superiore. Egli chiama momento dialettico sia la contraddizione stessa, sia il
passaggio da un termine all’altro di codesta contraddizione. ll Balnsen chiama dialetticg reale la
contraddizione posta nella stessa essenza delle volontà individuali (nelle
quali la realtà si risolve) per cui uns è sdoppiata in sè stessa, essendo con
ciò irrazionale e infelice; tale contraddizione è inaccessibile al pensiero
logico, il quale per tal guisa è incapace di abbracciare un moudo che consiste
nella volontà contradditoria di sè; ciò rende impossibile anche la liberazione
parziale 299 Dia ammessa da Schopenhauer, e quindi la volontà
in indistruttibile dovrà soffrire indefinitamente in esistenze sempre nuove il
tormento di questa autolacerazione. Il
Gourd chiama dialettica la serie delle fasi successive percorse dallo spirito
che, allontananilosi per gradi dalla coscienza primitiva, costruisce
progressivamente il mondo della scienza, quello della morale e quello della
religione. Il Rosmini distingne il dianoetioo dal dialettico: quello è ciò che
la mente suppono nelle sue operazioni, e che non è tale in sè stesso, cioè
prescindendo dall’ operazione della mente; questo è ciò che Ia mente produce
nolle cose in sé essenti, per modo che la mente stessa concorre colle sue
operazioni a fare che la cosa sia tale in sè stessa com'è. Quindi, mentre il
dialettico è il prodotto di una mera finzione mentale, il dianoetico è il
prodotto vero di una causazione. Cfr. Senofonte, Memor., IV, 5, 12; Platone,
Sof., 258, C, D; Republ., 598 E, 534 B; Aristotele, Anal., I, ıv, 468; I, v, 77
a; Metaph., Il, 1, 995b; H. Kirchner, / Prooli metaphysica, 1846; Abelardo,
Dialeotica, ed. Cousin: P. Ramus, Institutionen dialeoticae, 1549;
Sobleiermacher, Dialektik, 1908; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 88
segg.; Hegel, Enoycl., $ 10, 81; Hartmann, Ueber die dialektische Methodo,
1868; Jal. Bahnsen, Der Widerpruch im Wisson und Wesen der Welt, 1881; J.
Gourd, Les trois dialeotiques, Revue de metaph. », 1897, p. 1-9; Rosmini,
Idcologia, 1858, t. IV, pag. 313 segg.; F. De Sarlo, Un ritorno alla
dialettica, Cultura fil. », febbraio 1907 (v. contraddizione, divenire,
oriatica, ironia, maieutica). Diallelo (ἀλλήλων ’uno per l’altro, mutunmente).
Ha due significati un poco diversi; nel linguaggio degli scettici antichi esso
è uno dei tropi ο motivi di dubbio, ο consiste in ciò che non è possibile la
dimostrazione di alcun prin: cipio, di alcuna verità, perchè In dimostrazione
deve foudarsi sopra un criterio, e il criterio ha esso pure bisogno di essere
dimostrato. Più tardi il significato della parola Dis-Dic 300 8’
à venuto generalizzando, cosicchè con essa si intende ora qualsiasi circolo
vizioso, qualsiasi definizione d’ una cosa per sò stessa. Cfr. Prantl,
Geschichte der Logik, 1855, I, 494. Dibatis. Termine mnemonico di convenzione,
con cui nella logica formale si designa uno dei modi della quarta figura del
sillogismo, che ba la maggiore e la conclusione particolari affermative, la
minore universale affermativa. Esso si riconduce al Dabitis della prima figura.
Dicotomia. T. Dichotomie: I. Dicotomy; F. Dichotomie. E l'argomento attribuito
a Zenone di Elea, e col quale egli voleva dimostrare che se |’ essere è
multiplo, deve cesere infinitamente grande e composto di un numero infinito di
parti. Infatti ciascuna delle parti dell’ essere deve avere una grandezza ed
essere separata dalle altre; ora, siccome lo spazio è il luogo dei corpi, e il
vuoto non può quindi esistere, è necessario che tra codeste parti separate
altre ne esistano per separarle; e tra queste altre ancora, ο così via via all’
infinito. Egli perciò concludeva che la pluralità è impossibile e che non
esiste che I’ unità. Nella logica dicesi
dicotomia la divisione che consta di due soli membri dividenti. Ogni divisione
può essere ridotta a una dicotomia per opposizione logica, ponendo come primo
membro il genere con l’ aggiunta di una differenza specifica e contrapponendo a
questo il genere stesso più la negazione di quella; ad es., gli animali sono
vertebrati o non vertebrati. La dicotomia si può fare ancora per distinzione,
quando il fondamento della divisione non consente che due modalità: ad es. gli
orgunismi sono piante o animali. Cfr. Aristotele, Physica, V, 9; Plutone,
Polit., 262 A; Masci, Logica, 1899, p. 304 seg. Dictum de omni aut de nullo. E
la formola con cui gli scolastici esprimevano il principio fondamentale del
sillogismo, traducendo l’ espressione aristotelica: κατὰ πάντος À μηδενὸς
κατηγοραῖσθαι. Esso significa che: ciò che si afferma di un tutto molteplice,
si afferma pure dei Dip-Drr singoli, e ciò che di un tutto molteplice si nega,
si nega anche dei singoli. Cristiano Wolff lo formula più esplicitamente così:
Quicquid de genere vel specie omni afirmari potest, illud etiam afirmatur de
quovis sub illo genere rel illa specie contento: quioguid de genere vel specie
omni negatur, illud etiam de quovis sub illo genere vel illa specie contento
negari debet. A questo principio altri preferiscono quollo proposto dal Kant:
nota note est nota rei ipsins; questo principio però è la stessa cosa di quello
aristotelico, che cioè: ciò che si afferma si nega del predicato si affermerà o
negherà pure del soggetto. Gli stessi
scolastici, con l’espressione: a dicto simpliciter ad dictum secundum quid, e
viceversa, designavano quella specie di sofisma di ragionamento, che consiste
nel passare dul senso assoluto di un termine al relativo, e dal relativo all’
assoluto; ad es. una piccola dose di stricnina può essere salutare (a dioto
secundum quid) ina non ne deriva che la stricnina, in qualunque dose, sia una
sostanza benefica (ad dictum simp! citer). Cfr. Aristotelo, Topie., I, 3;
Reth., I, 2, 3, II, 1, 22; Cr. Wolff, Philos, rationalis sive logica, 1732, $
346 segg.; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 253; Rosmini, Logica,
1853, p. 166 segg. (v. rillogismo). Didattica. 1. Didaktik ; I. Didaotios; F.
Didactique. 1 signa propriamente la scienza dell’ insegnamento; stingue dunque
dalla pedagogia, che è vocabolo assai più recente e il cui significato odierno
fu espresso in passato con In parola diduttica. La didattica si divide in due
parti: una generale, che tratta della scuola, dei suoi fini, del suo
ordinamento, dei suoi metodi ; l’altra particolare, che riguarda le singole
materie d'insegnamento (v. pedagogia, pedologia). Differente. T. Perschieden;
I. Different; F. Different. Si dice di un'entità che possiede qualche cona di
comune con un’altra, ma che ha pure qualche cos di proprio, per cui si
distingue dall’ altra: questo proprio è la difere Dir 302 Il
differente si distingue dal diverso, che si adopera per distinguere due entità
senza però indicare che differiscono in qualche cosa ο in tutto tra esse. A
designare poi la più generale varietà che possa notarsi tra lo entità, fu
adoperato nella terminologia scolastica il termine altro, che signified il
fatto di entità che non variano punto di essere, ma variano di semplice
relazione. Cfr.
Aristotele, Met., V, 10, 1018 b, 1 segg.; Hume, Treatiee on human nature, 1874,
I, seg. 5, p. 27 (v. alterità). Differenza.
Gr. Διαφορά; T. Unterschied, Liferenc ; I. Difference ; F. Différence. Tutto
ciò che serve a distinguere una cosa da un'altra, un concetto da un altro. Si
suol distinguere in formale e materiale: quella è il più che risulta dal
paragone di un concetto meno astratto con un altro più astratto, questa il più
che risulta dal paragone di due quantità. Gili scolastici distinguovano ancora
la difietonza in: oostitutica, che è quella onde un dato genero si costituisco;
dibisiva, quella per la quale un genere si divide; communis, la semplice
differenza di luogo ο di tempo, per cui una cosa differisce da sò ο dalle
altre; propria, 1’ ncoidente inseparabile dal soggetto, per il quale differisce
dal resto; propriissima o maxime propria, quella per la quale un essore è
essenzialmente distinto dagli altri. 11
metodo della differenza è uno dei quattro metodi di riceren induttiva sugxeriti
dal Mill. Esso consiste nel paragonaro i casi in cui un fenomeno avviene con
altri, simili nel resto, in cui quello non avviene, e si fonda su questo canone
logico: se un caso nel quale il fenomeno da osaminarsi s' avvera e un caso in
coi il medesimo non si verifica, hanno comuni tutte le circostanze ad eccezione
d’una sola € questa s’ incontra soltanto nel primo caso, questa circostanza per
In quale soltanto i due casi differiscono è l'effetto o la causa ο una parte
nocessaria della cansa del fenomeno. Eeso riposa sul principio, che tutto che
non può essere eliminato è collegato al fenomeno 1 rapporto di enusalità, ed è
molto utile quando con l'esperimento si può riprodurre, modificondola, una
serie di fenonieni. Così, nelle esperienze fisiologiche, il taglio della fibra
essendo seguito dall’ assenza della sensazione nonostante In presenza dello
stimolo, prova che la continuità della fibra è parte essenziale della causa
della scnsazione. Ma quando la produzione e la soppressione della causa non è
in nostro potere, o quando la soppressione della cansa trae con sò
necessariamente il subentrare d’una causa nuova, al metodo di differenza si
deve sostituire quello di concordanza, o quello di concordanza e differenza
riunite. Dicesi differenza specifica
quell’ insieme di qualità per cui una specie ai distingue da un’ altra,
appartenente allo stesso genere. Essa perciò riguarda la connotazione delle
idee: ciò che alla connotazione del genere si deve aggiungere per avere la
specie, costituisce la differenza specifica. Nell’ idea di uomo, che è
connotata dall’ idea di animale (genere), la differenza specifica à data dalle
qualità di ragionevole, a posizione eretta, ecc. Cfr. Stuart Mill, System of
logic, 1865, III, cap. 8; Masci, Logica, 1899, p. 284 segg. Differenza personale
v. equazione personale. Differensiamento. T. Diferenzierung; I.
Differentiation; F. Différenciation. Una delle leggi che reggono I evoluzione
stories del mondo organico. Essa esprime tanto la tendenza comune a tutti gli
esseri del mondo organico di avolgersi differentemente in grado sempre più
elevato, e di ullontanarsi perciò dal tipo comune primitivo, quanto il
risultato di tale operazione. Il differenziamento è tanto fisiologico, ossia
divisione di lavoro, quanto morfologico, ossia divisione di forma. Secondo il
Darwin tale tendenza ha la sua causa nella lotta per In vita. Cfr. Spencer,
Firat principlos, 1884, cap. XV. Dilemma (31ç due volte, λήµµαproposizione). T.
Dilemma; I. Dilemma ; F. Dilemme. Forma di argomentazione, che consiste nel
porre l'avversario tra due alternative dalle quali si cava una conelnaiono
medesima e contraria all'avDim 304 versario stesso, che per ciò non ha più via
d’ uscita. Dicesi anche argomento cornuto, e le due proposizioni corna del
dilemma; se invece di duo le proposizioni sono tre si ha il trilemma, se
quattro il quadrilemma, ecc. Ha due forme fondamentali: nella prima, detta modo
ponente ο dilemma di costruzione, la premessa maggiore ipotetico-congiuntiva
stabilisce una conseguenza unica per tutti i casi possibili dell’ ipotesi, la
minore mostra che non sono possibili altri casi fuori di quelli considerati, la
illazione afferma la necessità della conseguenza ; nella seconda, detta modo
tollente ο dilemma di distruzione, la maggiore è ipotetico-diegiuntiva ο
determina tutte le conseguenze possiLili dell ipotesi, la minore è remotiva e
mostro che nessuna di esse è possibile, la conclusione nega quindi la validità
dell’ ipotesi. Schema della prima: tanto se è «4, quanto se è Bo C.... à M; ma
à 4 0 Bo C; dunque à M. Schema della seconda: se M è, d0 4 0 BoC; ma non è A,
nè B, nè C; dunque non è M. Perchè il dilemma sia valido occorre che la
disgiunzione sia completa e siano considerati tutti i casi possibili; ο che il
rapporto di condizione a condizionato sia vero © necessario, cosicchè la
conclusione non si possa ritorcere. Cfr. Prantl, Geschichte d. Logik, 1885, I,
110: Masci, Logica, 1899, p. 266 segg. Dimaris o Dimatis. Termine di
convenzione mnemonica, con cni nella logica formale si designa quel modo della
quarta figura del sillogismo, nel quale la maggiore © la conclusione sono
proposizioni particolari affermative, la minore universale affermativa. Es.
Qualche azione virtuosa resta senza premio.
Tutte le azioni virtuose sono lodevoli.
Dunque qualche cosa che è lodovole rimane senza premio. Si riconduce al
modo Dari della prima figura mediante la trasposizione delle premesse e la
conversione semplice della conclusione. Dimensione. T. Dimension: I. Dimension;
F. Dimension. Nella geometria designa nna grandezza renlo che, si 305 i
Dim-Dix sola sia con altre, determina la grandezza d’una figura misurabile.
Nell’ aritmetiea generale designa un numero reale, che è uno degli elementi
costitutivi d'un numero complesso. Dimostrazione. ‘I. Demonstration, Boweis ;
I. Demonatration: F. Démonstration. 11 ragionamento mediante il quale si
verifica quali conseguenze dipendono da certe premesse, © da premesse vere si
deduce la verità di una conclusione : le premesse diconsi argomenti, la verità
da dimostrarsi tesi 0 teorema. A seconda del modo di derivazione può essere
diretta ο indiretta : nel primo caso la derivasione è dai principi e dalle
cause reali, nel secondo dalla impossibilità del contradditorio. La diretta pnd
essere deduttiva, induttiva, entimematica, analogica ; la indiretta può avere
la forms contradditoria e la disgiuntiva. La indiretta dicesi anche apagogioa ©
riduzione all’ assurdo. Si dice dimostrazione ad hominem quell’ artifizio della
discussione per cui si parte da un principio, non in quanto sia vero in sè, ma
in quanto è ritenuto vero dall’ avversario, cosicchè questo è costretto ad
accettaro la tesi se non vnol cadere in contraddizione con sè stesso. Cfr.
Lotze, Logik, 33 od. 1881, p. 271; Rosmini, Logica, 1853, $ 539 segg. (v.
demonatratio, entimema, analogia, apagogia, prora). Dinamica. T. Dynamik; I.
Dynamics; F. Dynamique. Quella parte della meccanica razionale che studia la
composisione dei moti a cui danno luogo le forze motri l’altra parte è la
sfatioa, che stadia invece la composizione delle forze (indipendentemente dai
moti che sono capaci di produrre) considerate come grandezze e riferite ad una
unità di misura della medesima specie. La dinamica si distingue alla sua volta
in cinetica, che studia la composizione dei moti relativamente alla
traiettoria, che essi determinano nello spazio, ed in energetica, che studia la
composizione dei moti delle masse, che nel loro cammino sono capaci di produrre
lavoro. Metaforicamente 1’ }ler20
RanzoLI, Dirion. di scienze filosofiche. Dix . 306
bart chiama dinamica degli stati di coscienza il loro rapporto allo
stato di trasformazione © di movimento, © il Comte dinamica sociale il
progresso delle società umsne. Dinamismo. T. Dynamismus; I. Dynamism; F.
Dynamisme. Ogni sistema filosofico che pone come sola realtà le la forza, riducendo
la materia a un semplice centro inesteso di forza, © spiegando la diversità ο
l’ armonia del mondo mediante le leggi della forza. Si oppone al meccanismo,
che pone come distinti l'essere e In forza,, considerando il primo come passivo
rispetto alla seconda, la quale agisce su di esso dal di fuori; il meccanismo
riduco quindi tutti i fenomeni naturali al movimento della materia ponderabile
ed eterea. È nn dinamismo il sistema del Leibnitz, che considera |’ estensione
come una pura astrazione ο riduce la materia alla monade, forza semplice,
originaria, differenziata in sò stessa, considerando pure l’anima come una
monade o una forza. Una moderna forma del dinamismo è 1’ energismo (Ostwald)
che considera l’energin come una vora e propria sostanza, come |’ unica resltà,
© si distingue dal dinamismo perchè al concetto antropologico di forza
sostituisce quello scientifico di energia, e dal meccanismo perchè nega la
realtà della materia e la riduce all'energia. Cfr. W. Ostwald, Chemische
energie, 1893 ; Die Überwindung d. wissenschaft. Materialiemue, 1895 (v.
attiviemo, attualismo, mobilismo, meccanismo). Dinamogenesi. T. Dynamogenetisch
; I. Dynamogenetio ; Dynamogène. Generazione della forza. Deve intendersi senso
relativo, cioò il passaggio dell’ energia dallo stato potenziale allo stato
attuale; unn generazione di forza dal nulla contrasterebbe col principio della
conservazione delVonergia. Nella
psicologia dicesi logge della dinamogenesi, quella per cui ogni stato di
coscienza tende a continuarsi in un movimento. Questa legge costituisce il
fondamento dello moderno dottrine fisio-psicologiche sulla volontà, la quale si
considera come il risultato di due forze antagoDix-Dro nistiche; un movimento è
eccitato ο inibito per l'azione dinamogenetica del piacere ο inibitoria dol
dolore, secondo comporta l’esperienza per la quale l’individuo distinguo il
danno dall’ntile. Cfr. Ardigd, Opere fil., V, p. 503 segg.; VI, 213 sogg. (v.
ideeforze). Dinamometro. Strumento destinato a misurare le forze, 6 quindi il lavoro
che producono. Si conoscono varie specie di dinamometri, che si fondano però
tutti sullo stesso principio. La parte essenziale di essi è costituita da una
molla di cui si può notare la flessione; ogni forza che, applicata allo
strumento,. produce la stessa flessiono di un peso di n chilogrammi è detta una
forza di » chilogrammi. Applicando all’ apparecchio stesso un grafografo, si ha
il dinamografo, il quale traccia schematicamente il gra di forza © di tonicità
muscolare e indica il grado di perfezione del senso muscolare. Cfr. Année psyohologique,
1899, p. 337 segg. Dio. T. Gott; I. God; F. Dieu. La natura di Dio, la sua esistenza, i suoi rapporti col
mondo, i suoi attributi, farono e sono concepiti in modi infinitamente diversi
nelle varie religioni e nei sistemi filosofici. Quasi tutti, è vero, lo
considerano come 1’ Ente supremo, del quale è impossibile pensare il maggiore ;
ma quest’ Ente pnd essere concepito come creatore del mondo (creazioniemo,
emanatismo) © come un semplice ordinatore della materia, osistente ab eterno
come lui, © per il cui ordinamento si vale d’un intermediario (demiurgo); può
essere concepito come immanente al mondo, con la cui sostanza è identificato
(panteiemo), e come trascendente il mondo, du cui è sostanzialmente distinto;
si può negargli ogni azione sul mondo e sull’ uomo (deismo, epioureismo), 9 si
può farne un'entità personale, intelligente, che interviene incessantemente
negli avvenimenti naturali ed umani (teismo, proveidenca) ; si può credero in
una divinità unica e soln (monoteismo), o in vu’ unien divinità in tre persone
(triploteismo, mistero della trinità), o in dno divinità di cui una rappresenta
il prinDio 308 cipia del bene, l’altra quello del male
(dualismo, manioheiemo) ο in più divinità fornite di diversi attributi ο
gerarchicamente disposte (politeiemo); si può oredere che la sua esistenza non
abbia alcun bisogno di essere in alcun modo provata, in quanto I’ intuizione di
Dio è conereata alla nature intelligente, così da essere il fondamento e
Pinisio di ogni altra cognizione (ontologismo), ο si può soatenere I’
incapacità della ragione umana a dimostrare tale verità, che essa deve ricevere
dalla rivelazione ὁ dalla tradizione che la trasmette (rivelacioniemo,
tradisionalismo), ο si può invece dimostrarne l’esistenza sia con argomenti a
priori (ontologico, ideologico, morale) sia con argomenti a posteriori
(metafisico, teleologico ο cosmologico). Quanto al modo come Dio fu concepito
dai principali filosofi, per Socrate esso è uno, immenso, eterno, presente nel
mondo come l’ anima è presente nel corpo: esso vede nello stesso tempo tutte le
cose, comprende tutto, è presente ovunque e voglia sopra ogni cosa ». Per
Platone è l’idea del Bene, l’iden più elevata a cui tutte le altre αἱ
subordinano come mezzo © quindi la causa finale di ogni accadere. Per Aristotele
è il primo motore immobile, la forma più alta © il fine più alto, che muove
ogni cosa non per impulso meccanico ma per 1’ irresistibile attrattiva della
sua bellezza; esso è una attività che risiede puramente in sò stessa, ossia il
pensiero puro, che non richiede niente altro come oggetto ma che ha sè stesso
per contenuto sempre uguale, dunque il pensiero del pensiero; con ciò
Aristotele pone lo basi del monoteismo spiritualistico, giacchè Dio è posto
come Essore antocosciente distinto dal mondo e come I’ elemento immateriale.
Per gli stoici è la forza originaria universale, in cui sono contenute
parimente la causalità e la finalità di tutte lo cose e di tutto I’ accadere;
come forza proAuttrice © formatrice Dio è la ragione seminale, il principio
della vita cho si svolge nella molteplicità dei fenomeni, e in questa funzione
organica Dio è anche In ragione cho
309 Div crea e guida secondo uno
scopo e quindi, rispetto a tutti i processi particolari, è la provvidenza
sovrana. Nel neoplatonismo è 1’ essere primitivo assolutamente trascendente,
l’unità perfetta snperiore anche allo spirito, intinito, incomprensibile,
inesprimibile. Per S. Agostino è 1’ unità assoluta, la verità che tutto
abbraccia, 1’ Essere supremo, la suprema bellezza, il supremo bene: Prendete
questo ο quel bene particolare, 9 vedete lo stesso Bene se potete; così voi
vedrete Dio, che non è buono per un altro bene, ma che è il Bene di tutto cid
che è buono ». Per Scoto Erigena è l'essenza sostanziale di tutte le cose, i
quanto possiede in sò stesso le vere condizioni dell’ essere: Nulla di ciò che
è, è veramente in sò stesso; Dio solo, che solo è veramento in sè stesso,
dividendosi in tutte le cose, comunica ad esse tutto ciò che in esse risponde
alla vera nozione dell’ essere ». Per Nicolò Cusano è I unità di tutti gli
opposti, la coincidentia oppositorum, 1’ aseoluta realtà in cui le possibilità
sono realiszate come tali, mentro ognuno dei molti finiti è solamente possibile
in sè, ο reale solamente per lui; in ognuna delle sue manifestazioni il Deus
implicitus unico è insieme il Deus explicitus diffuso nella molteplicità, il
finito ο l’infinito, il massimo e il minimo. Per Boehme è il primo principio e
la causa del mondo, il quale non è che l’essenzialità di Dio stesso fatta
creatura; ugualmente per Giordano Bruno, Dio è la causa formale, efficiente ο
finale dell’ universo, l'artista che agisce senza interazione e trasforma il
suo interno in vita rigogliosa. Per Cartesio è 1’ ens perfeotisnimum, 1’ essere
i finito che lo spirito umuno comprende con certezza intu tiva nel suo proprio
essere imperfetto ο finito. Por Spinoza è l'essenza universale delle cose
finite, 1’ ens realissimum che consta di infiniti attributi, ma che non esiste
se non nelle cose, come loro essenza generale, e nel quale tutte le cose
esistono, come modi della sua realtà. Per Malebranche Dio è il ἔκορο degli
spiriti, come lo spazio è il Inogo Dir
310 dei corpi ; ogni conoscenza
umana à una partecipazione alla ragione infinita, tutte le idee delle cose
finite non sono che determinazioni dell’ iden di Dio, tutti i desideri rivolti
all’individusle non sono che partecipazioni all’ amore di Dio come principio
dell’ essere e della vita. Per Leibnitz è lu monade centrale, la monde suprema
nella serie ininterrotta che va dalle più semplici fino agli spiriti, e che
pere rappresenta 1’ universo in tutta la chiarezza e la distinzione. Per Fichte
è I’ Io universale assolutamente libero, l'ordinamento morale del mondo; per
Scheiermacher è l'identità del pensiero con Vessere, che, in quanto tale, non
può ossere oggetto nè della ragione teoretica nd della ragione pratica, ma che
tuttavia costituisce lo scopo ussoluto del pensiero ; per Schelling è la
ragione assoluta 0 l'indifferenza di natura e di spirito, di oggetto e
soggetto, perchè il principio più alto non può essere determinato nè realmente
nd idealmente e in esso debbono cessare tutti i contrasti; per Hegel è lo
spirito ussoluto, 1’ Idea, delle oui determinazioni il mondo è uno svolgimento.
Cfr. 8. Reinach, Der Ursprung des Gottesidee, 1912; Allen, Grant, Theevolution
of the idea of God, 1897; F. B. Jevons, L'idea di Dio nelle religioni
primitive, trad. it. 1914; Windelband, Storia della filosofia, trad. it. 1913,
passim (v. assoluto, ateismo, agnosticismo, creazione, essere, fede, fideismo,
panteismo, teismo, ecc.). Diplopia. T. Doppelsehen ; I. Diplopia; F. Diplopie.
Anomalia della visione, che consiste nel vedero gli oggetti doppi. Ciò deriva
dal mancato parallelismo degli assi visuali, per cui l’iminagine dei due
oggetti, che si produce sul centro della macchia gialla, non è quella di uno
stesso punto dell'oggetto. Dicesi unche ἀΠίοροία. Dicesi diplopia monoculare la
visione doppia degli oggetti con un solo occhio in determinate condizioni ;
secondo G. Miiller essa dipende dai diversi campi di fibre di cui si compone
ciascuno strato del cristallino; secondo Brücke dalla aberrazione di 311
Dir sfericità dello superfici dell’ apparecchio diottrico ; secondo
Verhöff dalla aberrazione stessa associata a un certo grado di astigmatismo,
Cfr. Helmholtz, Handbuch d. physiol. Optik, 2° ed. 1886-96 ; Techering, Optique
physiologique, 1898. Diritto. T. Recht; I. Right; F. Droit. In generale è tutto
ciò che è permesso, sis moralmente, sia dalle leggi scritte ο dai regolamenti
riguardanti gli atti considerati, virtà di una espressa dichiarazione o anche
del principio che ciò che non è proibito è permesso. Già l’Alighieri lo definì
come realie ot personalis hominis ad hominem proportio, quae servata hominum
sorvat socictatem, et corrupta corrumpit. Positivamente αἱ può definire come
quelY insieme di norme irrefragabilmente obbligatorie, le quali, munite di
sanzione e fatte valere dall’ autorità dello Stato, regolano le azioni degli
individui e dei gruppi sociali, allo scopo di assicurare il rispetto, la
retribuzione, il soccorso reciproco e la subordinazione delle persone nei
rapporti più importanti della vita sociale; più brevemente, il diritto è una
facoltà o pretesa cut la legge ο la consuetudine assicurano un carattere
ooattivo, per il caso che venga disconosciuta. Il diritto presuppone il dovere
e viceversa: ad ogni dovere in una persona corrisponde un diritto, il diritto
necessario per il compimento di questo dovere. Carattere essenziale di entrambi
è che implichino la responsabilità. Dicesi diritto naturale quello
assolutamente intrinseco alla natura umana, e che quindi non può esser tolto in
nessun modo; diritto positivo quello che risulta da una convenzione e non
esiste se non in forza di questa. Per diritto naturale s'intende anche il
diritto virtuale, e por diritto positivo quello riconosciuto fissato e
garantito. Il problema del diritto naturale sorge con la sofistica greca,
quando 1’ esperienza della vita pubblica e la conoscenza delle differenti
legislazioni dei diversi popoli, spinse u ricercare se esiste qualche cosa di
valido sempre ὁ dovunque; © poichè i filosofi anteriori avevano chiamato
natura, Dir 312 φὺσις, l'essenza delle cose eternamente
uguale sotto tutti i cangiamenti, così si argu) che da questa. natara sia
determinata anche una legge superiore ad ogni cangiamento © differenza, ben
distinta dai precetti fondati per convenzione umana © validi solo temporaneamente
© in un ambito ristretto. Nel diritto romano questa legge naturale è poi
definita quod natura omnia animalia doouit, e il diritto delle genti quod
naturalie ratio inter omnes homines constiinit. Per 8. Tommaso il principio
fondamentale del diritto naturale è il bisogno della socialità, essendo l’uomo
maturaliter animal sociale; lo stesso principio vale, più tardi, anche per il
Grozio, che fa consistere il jus mafurale in ciò che la ragione conosce come in
un armonia con la natura socievole dell’uomo e che quindi è deducibile da essa.
Per Hobbes il diritto naturale è la libertà che cisseuno possiede di adoperare
ad arbitrio la propria potenza per la conservazione della propria natura, e
quindi di faro tutto quelle cose, che sembrano condurre a tale scopo : Nello
stato di natura è permesso di fare a ciascuno ciò che @ lui piace; nulla di ciò
che l’uomo può fare è in sè stesso ingiusto ; 4ο una persona danneggia
un’altra, non esistendo tra esse alcun patto, si potrà dire che quella fa torto
a questa, ma non che le faccia un’ ingiustizia ». Analogamente, per Spinoza il
diritto naturale è In stessa potenza della natura: Ezistit unuaguisque summo
naturae jure, et consequenter summo naturae iure unuaquisque oa agit, quae ex
suae naturae necessitate sequuniur; atque adeo summo naturae iure unusquisque
iudicat, quid bonum, quid malum sit, suacque utilitate ex suo ingenio consulit,
seseque vindioat, et id, quod amat conservare, et id, quod odio habet,
destruero conatur. Per Locke il diritto è una potenza morale; il diritto
naturale ha tre gradazioni : ins strictum, che si esprime col comando neminem
ledere; probitas ο equità, col comando suum ouiquo tribuere; pistas col comando
honeste vitere. Per Kant e per Fichte il principio del diritto naturale è 313
Dir la reciproca limitazione delle sfero di libertà nella vita esteriore
degli individui, cosicchè, per usare lo parole di Fichte io debbo riconoscere
in ogni caso fuori di me l'essere libero come tale, debbo cioè limitare la
libertà mia mediante il concetto della possibilità della libertà sua ».
L’Herbart fonda il diritto sopra l’iden pratica della disapprovazione che
consegue alla perturbazione dei rapporti armonici tra la propria volontà e
l’altrai; il diritto è perciò l’ unanimità di più voleri, pensato come regola
che evita i conflitti ». Per il Wundt il diritto, al pari del linguaggio, del
mito e del costume, coi quali da principio è strettamente connesso, non è il
risultato di un accordo arbitrario, ma un prodotto naturale della coscienza,
che lia la sus fonte perenne nei sentimenti © nelle tendenze suscitato dalla
convivenza degli uomini »; esso si sviluppa in tro stadi auccessivi, dei quali
il primo è quello delle intuizioni giuridiche naturali, il secondo della
codificazione, il terzo della sistematizzazione dei diritti. Secondo l’Ardigò
il diritto naturale è la stessa giustizia potenziale astratta, da cui deriva la
giustizia legale, è lo stesso ideale del diritto, solo imperfettamente
realizzato nelle singole formazioni storiche della società; il diritto naturale
corrisponde quindi alle idealità sociali universe, ossia tanto avverate già
nella coscienza umana, quanto a quello che potranno avverarsi in sèguito. Da
ciò deriva: 1° che il diritto positivo è determinato ο giustificato dal
natnrale ; 2° che il diritto naturale è imperscrivibile ed ba un valore
truscendente assoluto, corrispondendo al ralore trascendente axsoluto della
natura di cui è il prodotto; 3° che il diritto naturale è universale al pari
della natura umano, con In quale si svolge parallelamente ; 4° che il diritto
naturalo è infinito, essendo una potenzialità inesauribile nella serie e nelle
forme dei suoi svolgimenti. Esistono
varie specie di diritti: quello pubblico, che è il diritto garantito dalla
minsecia d’ una pena ο ogni sna infrazione è colpita di314 rettamente dal Potere;
quello privato, per il quale il Potere non ha azione diretta, ma che è
interesse stesso dei cittadini osservare e fare osservare; quello
costituzionale, che determina la forma politica dello Stato e i rapporti
giuridici tra i governanti ο i governati per l'esercizio della sovranità; quello
ecclesiastico, che regola materie riguardanti la Chiesa; quello internazionale
0 diritto delle genti, che può essere pubblico o privato, a seconda che regola
i rapporti tra i vari Stati, o tra i cittadini di uno Stato estero © lo Stato
nel quale essi dimorano. Cfr. Puffendorf, De jure nature et gentium, 1672;
Lasson, Syst. d. Rechtsphilosophie, 1882; B. Brugi, Introd. enciclopedica alle
scienze giuridi. che, 1907, p. 66-194; Ardigò, Opere fil., vol. III, p. 181-257
; vol. IV, 173 segg.; G. Delveochio, I! concetto del diritto, 2° ed. 1912.
Disamis. Termine di convenzione mnemonica, con cui nella logica formale si
designa quel modo della terza figura del sillogismo, nel quale la maggiore e la
conelusione sono proposizioni particolari affermative, la minore universale
affermativa. Es. Qualche fibra nervosa trasmette delle onde centrifughe. Tutte
le fibre nervose provengono dalle cellule. Dunque qualche cosa che deriva dalle
cellule trasmotto delle onde centrifughe. Corrisponde all’ioéxig dei logici
greci, e può essere ricondotto al Dari della prima figura mediante la
trasposizione delle premesse e la conversione semplice della maggiore e della
conclusione. Disattensione. T. Unachtsamkeit ; I. Inattention; F. Inattention.
È un complemento necessario dell’uttenzione alla quale non possono pervenire
tutti gli stimoli. Si suole distinguere la disattenzione primitira, che è la
semplice assenza d'attenzione, e la secondaria. che è determinata dall’ essere
l’attenzione concentrata sn un oggetto, ed à tanto più forte quanto più intensa
è la concentrazione dell’attenzione. Quando la disattenzione diviene
persistente © si presenta come effetto di esaurimento nervoso assume 315
Dis carattere patologico e dicesi aprovessi 0 aprosechia; in essa I’
attonzione non può mantenersi anche per poco, e, se forzata volontariamente,
determina nel soggetto capogiri, cefaleo, vomiti, ecc. Nei casi di demenza,
come nell’idiotismo, imbecillità, ebefrenia, ece., l’attenzione è totalmente
soppressa. Cfr.
Ziehen, Leitfaden der physiol. Paychologie, 2% ed. 1893, p. 166 seg.; Ribot,
Prychologie de l'attention, 1889. Discorsivo.
T. Discursir; I. Disoursive; F. Disoursif. Si oppone a fntuitivo, per designare
In conoscenza o il ragionamento mediato, mentre la conoscenza intuitiva è
quella che avviene per un atto immediato, subitaneo, di cui il processo sfugge.
Nel ragionamento discorsivo, il pensiero passa dal principio alla conseguenza,
dalle premesse alla conolusione; nel ragionamento intuitivo, invece, il
pensiero non formula alcuna dimostrazione, © la conclusione appare
immediatamente nella sua evidenza. Gli scolastici avevano già distinto queste
due forme di procedimento mentale; essi chiamavano cognitio disoursira,
paragonandola ad un movimento, quella che trascorre da idee note a idee meno note;
cognitio intuilira sia quella fatta per la specie propria, ossia per l’imagine
propria dell'oggetto stesso, sia quella riferenteni all’ oggetto realmente
presente; così è intuitica la cognizione del sole mentre lo vediamo, e quella
che i beati banno di Dio. Cfr. Cr. Wolf, Philosofia rationalis, 1732, § 51;
Wundt, Logik, 1898, vol. I, pag. 139. Discreto. T. Diskret; I. Discrete; F.
Discret. Latinismo che significa diviso, separato, e αἱ applica tanto allo
spazio come alla quantità dei numeri; in questo caso ha il valore di
discontinuo. Dal punto di vista filosofico, una grandezza è discontinua se è
composta di elementi dati, mediante i quali essa è costruita nel pensiero.
Nella logien diconsi discretire quelle proposizioni composte ed esplicite,
appartenenti al tipo delle congiuntire, che esprimono una Dis 316
distinzione avversativa; ad es. non è nuvolo ma sereno. Diconsi anche
avversative. Cfr. Logique de Port-Royal, ed. Charles, II, 9 (v. continuo,
numero, quantità). Discriminazione. T. Unterscheidung; I. Disorimination; F.'
Discrimination. Termine d’origine inglese, che indica V atto con cni si
distinguono l’uno dall’ altro due oggetti del pensiero concreto. Si adopera specialmente
nella psicologia per significare il differente grado di intennità avvertito in
due momenti di una medesima sensazione. Per mezzo di opportuni esperimenti, la
psicologia fisiologica cerca appunto di determinare quali sieno le più piccole
differenze percepibili di sapore, di temperatura, di peso, d’ intensità
luminosa, di altezza o intensità di suono. Secondo il Bain, la discriminazione
è una proprietà delle sensuzioni muscolari, per mezzo della quale ha origine la
coscienza. Essendo la coscienza unità e differenza insieme, noi mancheremmo
delle sue condizioni se avessimo una sensazione sola o due sensazioni con un
intervallo in mezzo. Cir. Bain, The senses and the intellect, 1890; Wundt, Grundzüge d.
physiol. Psychologie, 1893, I, p. 348. Discromatopsia. T. Dyschromatopsie; I.
Dyschromatopsia; F. Dyschromatopsis. Acromatopsia parziale, 0 cecità per alcuni colori (specie il rosso, il
verde ο il violetto) mentre gli altri sono normalmente percepiti. La forma più
comune della diseromatopsia è il daltonismo, o cecità per il color rosso (v.
cromatiche). Disgiunzione. T. Disjunction ; I. Disjunction ; F. Disjonction.
Carattere d’ una alternativa i cui termini si eseludono reciprocamente. Il
giudizio disgiuntivo è una forma dei giudizi di reciproca dipendenza; la sun
formola è: 4 è Bo Co D; oppure, nella forma negativa: 4 non è nv B, nè €, nd D,
Per essere valido, è necessario che non vi siano altro possibilità oltre quelle
espresse nella disgiunzione, ο, in altre parole, che l'enumerazione disgiuntiva
sia completa; e che le parti disgiunte si escludano, cioè siano 817
Dis coordinate e non subordinate. I sillogismi disgiuntivi sono quelli
nei quali la maggiore è una proposizione disgiuntiva ; se è
categorico-dingiuntiva (A è ο Bo Co D) il sillogismo ‘esi
oategorico-diagiuntivo; ne In maggiore è ipotetico diegiuntiva (se A è ΗΒ, oC è
D, 0 E è F) dicesi ipoteticodisgivntivo. Regola comune a tutte le forme dei
sillogiemi disgiuntivi è che se la minore nega tutti i membri disgiunti della
maggiore, la conclusione nega l’antecedente della maggiore. Il dilemma non è
che un sillogismo disgiuntivo, in cui la minore negando tutti i dne membri
disgiunti della maggiore, la conelusione nega il soggetto della maggiore. Cfr.
Wandt, Logik, 1898, vol. I, p. 154 segg.; Rosmini, Logioa, 1858, $ 445 (v.
remotiro). Disgrafia. T. Dyegraphie; I. Dyographia; F. Dyagraphte. Una delle
forme dell’ amnesia verbale, che si vorifien nella demenza, nell’ alcolismo,
nella paralisi. 1’ ammalate non è più capace di tracciare che una serie di
lineo incerte ed inintelligibili, oppure la sua scrittura vien nasumendo una forma
elementare, inzaccherata da continui agorbi, come nei bambini. Dicesi disgrafia
emozionale quella che non dipende da alterazioni centrali, ma da sentimenti,
come timore, soggezione, ecc., ed è transitoria al pari di questi. Cfr. Séglas, Les troubles
du langage, 1892; Lombroso, Grafologia, 1895, p. 111 segg. (v. agrafia). Dismnesia. T. Dysmnesie: I.
Dysmnesia ; F. Dyemnesic. Anomalia dolla memoria che consisto nell’ abolizione
di particolari categorie di ricordi, come i nomi propri, i segni, i numeri, le
figure e così via via. Nella paralisi progressiva essa si verifica sempre,
attuandosi secondo le leggi psicologiche illustrate dal Ribot: 1° i ricordi più
recenti scompaiono prima degli antichi; 2° i ricordi più complicati si
disgregano prima dei più semplici, e quindi gli astratti prima dei concreti; 3°
le ideo scompaiono prima dei sentimenti; 4° i ricordi che più resistono sono
quolli organizzati fin dalle primo fasi dello aviluppo mentale. Dis Cfr. Sollior, Les
troubles de la memoire, 1894; Ribot, Les maladies de la memoire, 9* ed. 1904. Disparato. Lat. Disparatus; T. Disparat; F.
Disparate. Nella logica diconsi disparati due tormini, fra i quali non esiste
alcuna relazione. Però la disparatezza non si'può mai dire assoluta, potendosi
sempre trovare un qualche rispetto, sotto il quale i due concetti cessano di
essere tra loro disparati. Per Boezio i termini disparati sono quelli diversi
ma non contrari. Per Leibnitz due concetti sono disparati quando nessuno dei
due contiene 1’ altro, quando cioè non sono nella relazione di genero a specio.
Cfr. Prantl, Gesohichte à. Logik, 1855, t. 1, 686; Leibnitz, Inédita, ed.
Conturat, p. 53 ο 62. Dissociazione. T. Dissoziation ; I. Dissociation; F.
Dissociation. Alcuni psicologi distinguono dissociazione da astrazione; la
prima consiste nell’ analizzare o separare gli elementi che compongono la
percezione o la rappresentazione senza alterarne il valore; la seconda invece
nel ricavare dagli elementi stessi una nozione generale, che non può più essere
un oggetto di percezione o di rappresentazione. Si suole anche opporla alla
associazione per designare l’operazione negativa e preparatoria della
immaginazione creatrice, mentre l’ associazione è l'operazione positiva e
costruttiva. La dissociazione trovasi già in germe nella sensazione 6 nella
percezione, come prova il fatto, dimostrato dell’ Helmholtz, che nell’ atto
della visione molti particolari non vengono perccpiti, essendo indifferenti ai
bisogni della vita; ma nell’immagine tale lavoro si intensifica, ed è soltanto dopo
un’ opera incessante stinzioni, soppressioni e corrosioni, che gli elementi
dissociati di un tutto possono entrare in molte combinazioni a alla
dissociazione succede l'associazione. 11 Renda distingue tre forme principali
di dissociazione: la d. conoscitira, cho, smussando le imagini, decomponendo
l’integralità dello serio rappresentative, permette che la reviviscenza 319
Dis degli stati passati sia, in parte, una nuova creazione, e che
sintesi novelle rinnovino incessantemente il contenuto dello spirito,
elevandolo dall’angusta percezione dell’individuo alle idee astratte; la d.
effettiva, che, rompendo ‘ l'equilibrio dei sentimenti, pone alla nostra
attività nuovi valori ed imprime ad essa nuove direzioni; la d. conatira, che,
agendo sulle coordinazioni motorie, dovute ad annociazioni anatomo-fisiologiche
tra centri del sistema neuromotorio e centri del sistema neurosensorio,
permette nuovi adattamenti e nuovo serie sinergiche. Nella psicologia
patologica dicesi dissociazione il disgregarsi degli elementi della personalità
unitaria, per cui la coscienza si soinde in due coscienze separate, che
coesistono o si succedono alternativamente. L’ espressione è usata specialmente
da quei psicologi e psichiatri che considerano la nostra attività psichica
complessiva come risultante dalla continua collaborazione coordinata del
cosciente col subcosciente, dell’ io supraliminale con l'io subliminale; in tal
caso gli edoppiamenti della personalità risulterebbero dalla dissociazione
ubnorme dei processi psico-fisici coscienti dai subcoscienti, ο
dall’esaltamento funzionale di questi ultimi, in modo da costituire un nuovo
centro psichico cosciente, vale a dire una nuova personalità distinta. Altri
psicologi, fondandosi sopra la dottrina segmentale, considerano la dissociazione
della personalità come primitiva e propria di tutti gli nomini anche in
condizioni normali; essa si rivelerebbe nel dissenso che talvolta si produce in
noi tra l’io cosciente che ragiona e il subcosciente che si esprime in forma di
vaghi sentimenti, nelle ineguaglianze di carattere e di condotta proprie
specialmente dei giovani, nel fatto, illustrato da W.James, del senso di
presenza che continuamente avvertono le persone dotate di sentimento mistico
religioso. Cfr. Boris Sidis, Studies in mental dissociation, 1902 ; Myere, The
human personality, 1902; Morton Princo, The dissociation of a personality,
1906; J. Sully, Les illusione der senses Dis
320 et de l'esprit, 1889; W. James, Prinoipî di psicologia, trad. it.
1901; A. Renda, La dissociazione peicologioa, 1905. Distanza (percezione o
giudizio di). T. Abatand: I. Distance; F. Distance. Secondo la dottrina
nativista, le nostre sensazioni ci fanno apparire fin dal principio l'oggetto ©
della percezione sensibile come situato ad una certa distanza. Secondo la
dottrina genetica ο empirica, primitivamente enunciata dal Berkeley, la
percezione della distanza deriva da un'associazione che si stabilisce tra le
sensazioni e le rappresentazioni della vista, del tatto e del senso
cinestetico, associazione cho diviene poi abituale e indissolubile. Ciò è
provato dal fatto che 1’ apprezzamento della distanza rimane imperfetto nel
bambino fino al secondo o terzo anno, e che i ciechi nati, sppena operati, non
sono assolutamente capaci di apprezzarla. In codesta valutazione la base è nel
senso tattile e nelle sensazioni muscolari che vi si accompagnano: la distanza
è data per noi dalla serio più o meno grande di sensazioni cinestetiohe che noi
proviamo quando moviamo le nostre mani ο il nostro corpo intero verso un oggetto.
À queste poi si associano le sensazioni del movimento che gli occhi devono fare
per accomodarsi agli oggetti più ο meno lontani. Cfr. Bérkeley, Theory of vision, 1709; W. James,
Perception of space, Mind », 1887; Höffling, Peyohologie, trad. franc, 1900, p.
254 segg. Disteleologia. T.
Dysteleologie. Significa in generale mancanza di finalità. L’ Haeckel chiama
così la dottrina darwiniana degli organi rudimentali, perchè essa, dimoatrando
I’ esistenza di organi che si sono atrofizzati perchè non compiono più alcuna
funzione, prova che gli organi stessi ‚non esistono per un fine predeterminato,
ma sono creati dall’ esercizio ο che quindi la dottrina delle cause finali
(feleologia) è insussistente. Cfr. Haeckel, I problemi dell'universo, trad. it.
1902, p. 359 segg. Distinto. T. Verschioden, Deutlich; I. Distinot; F.
Diatinot. Intrinseenmente è distinto ciò di eni lo spirito vedo 321
Dis nettamente tutti gli elementi costitutivi, e in senso proprio si
dico della visione ὁ delle imagini visuali. Nella terminologia cartesiana è
chiara una conoscenza che è presente e manifesta a chi la considera con
attenzione; è distinta invece la conoscenza che non contiene nulla più di ciò
che è chiaro, che è quindi precisa e differente da tutte le altre. Peroid a
chiaro si oppone osewro, a distinto confuso; unn idea è confusa quando può
essere scambiata con altre, come avviene delle idee complesso; ma l'essere
confusa non esclude che possa essere chiara, mentre non può mai essere distinta
senza essere chiara. Cfr. Descartes, Princ. phil., I, 43. Distinzione. T.
l’atersohoidung, Verschiedenheit; I. Distinction; F. Distinotion. Questo
termine ha, nella logica, vari significati. Innanzi tutto designa quella forma
di definiziono approssimativa esplicativa, che si adopera per quei concetti che
sono, per qualsivoglia ragione, propriamente indefinibili, e dei quali, quindi,
non si può far altro che distinguerli dai concetti affini. Il modo migliore
della dizione è l'opposizione coi simili, purchè il concetto negativo ο il positivo
abbiano lo stesso genere prossimo ο Puno sia determinato dalla negazione della
diferensa dell'altro, Es.: le parallele sono rette, che giacciono sullo stesso
piano e prolungate indefinitamente dai due lati, non # incontrano mai. In senso
analogo intendevano In distinzione gli scolastici, per i quali però essa aveva
un uso essenzialmente dialettico: essi infatti chiamavano distii zione l’
operazione per cui, prima di rispondere ad un dato argomento nel quale si era
adoperata una parola in doppio senso, si distinguono questi due sensi e si
definiscono esattamente, e poi si mostra come la conclusione, vera per un
senso, non conviene per l’altro, o come è falaa per entrambi i sensi e non
sembrava vera che a motivo della confusione. Per ricordare questo genere di
risposta, gli scolastici avevano fatto questo verso: Diride, defini, con21 Ranzoti, Dizion, di scienze filosofiche.
Dis 322
cede, negato, probato. Descartes,
e prima di lui gli scolastiei, ennmeravano due forme di distinzione: la
distinzione di ragione, cioè quell’ operazione mentale per cui si considerano
separatamente cose che nella realtà sono unite ed inseparabili; la distinzione
reale, che è quella che si fa negando uns cosa di un’altra, ed esiste nelle
cose stesso, indipendentemente cioè da ogni operazione mentale; questa seconda
distinzione aveva tre specie; da oosa a coda, come da Dio all’ uomo, da modo a
modo, come da bianco à nero, da modo a cosa come da corpo a movimento. Nel sistema filosofico dell’ Ardigò la legge
della distinzione è la legge suprema di ogni formazione naturale. Tanto nella
psiche come nel cosmo, l'evoluzione formativa consiste in un passaggio
incessante da un indistinto a un distinto, che in quello era contenuto; quindi
ogni momento della fase evolutiva è un «distinto verso la precedente e un
indistinto verso la susseguente; e risalendo indietro per le diverse fasi che
si sono succedute, si trova sempre che l’ ultimo è una distinzione sul
precedente, all’ infinito. Così tutte le formazioni distinte dell’attuale
sistema solare sono ottenute mediante la distinzione da un unico indistinto
primitivo (nebulosa) donde a poco a poco emersero e nel cui seno giacevano; e
tutta la ricchezza del contenuto psichico della coscienza individuale è un
distinto operatosi a poco a poco coll’ esperienza del primitivo indistinto, con
cui s’ inizia la vita psichica di ogni individuo. Ma questi indistinti
primitivi non sono tali che relativamente; infatti la stessa nebulosa solare
apparisce formatasi da un tutto immensamente più grande, }’ universo, ed è un
distinto rispetto ad un indistinto che le sta sopra, dal quale procode: 1’
indistinto supremo dato dall’ assoluta uniformità fondamentale della materia e
della forza, che è quindi medesimezza e continuità; 1’ indistinto, in un altro
senso, della continuità dello spazio e del tempo, in quanto la mutazione della
materia implica la continnità dello spazio, e lo sviluppo della forza
rappresenta Ja con 323 Dis-Div tinuità
del tempo. Da ciò consegue che ogni cosa ο fatto, compresa la rappresentazione
psicologica, è contenuta nel continuo dello spazio e del tempo, ed è
rappresentata dal punto d’intersecazione di due linee infinite, la linea dello
spazio e la linea del tempo. Cfr. Descartes, Princ. phil.,I, 60; Goolenio,
Lezicon phil., 1613, p. 595; Ardigò, Opere fil., IT, 81 segg.; III, 437 segg.;
IV, 43 segg.; VI, 190 segg.; Espinas, La phil. expérimentale en Italie, 1880,
p. 81 segg. ; Hòffding, Philosophes contemp., trad. franc. 1908, p. 37 segg.
Distributivo. Lat. Distributéous; T. Distributin; I. Distributico; F.
Distributif. Si oppone a collettivo ed indica ciò che è comune ad una pluralità
di individui ed appartiene a ciascuno di essi, mentre collettivo indica ciò che
è comune ad un insieme determinato di individui ed è una proprietà del gruppo.
Dicesi perciò giustizia distributiva quella che riguarda i rapporti fra i
singoli cittadini di uno Stato e la distribuzione dei beni comuni da
condividere, che si debbono distribuire proporzionatamente ai meriti. Diteismo.
Sistema religioso che consiste nell’ ammettere l’esistenza di due divinità,
rappresentante I’ una il principio del bene, l'altra il principio del male,
ugnalmente primitivi ed eterni. La lotta continua tra queste due divinità, e il
prevalere dell’ una o dell’ altra, spiega I’ esistenza del bene e del male nel
mondo: Secondo l’Ardigò, il diteismo rappresenterebbe il secondo periodo dell’
evoluzione religiosa. Cfr. Ardigò, La morale dei positivisti, 1892, p. 73 (v.
catari, dualiemo). . Divenire. Lat. Fieri; T. Werden; I. Becoming: F. Devenir.
Si contrappone ad Essere inteso come ciò che permane immutato, e designa lu
mutazione, il cangiamento, la serie dei passaggi da uno stato all’altro. Il
problema se la realtà consista nel rimanere o nel mutarsi, nell’ Essere o nel
Divenire, fu già posto dai primi filosofi greci. Secondo Parmenide ο In senola
elentica, soltanto I’ Eanore Div 824 _ è
reale, quindi il non-Essere non è possibile, come non è possibile il diventare;
I’ Essero è unico, eterno, infinito, semplice, immutabile, indivisibile; esso è
il sostrato del cangismento, la sostanza che rimane mentre le qualità mutano.
Secondo Eraclito, invece, il reale consiste nel mutarsi, nel trasformarsi
continuamente, nel Divenire ; la permanenza dell’ Essere non è che pura
illusione; la realtà è come un fiume che sempre scorre. L’ antica disputa tra
eleati e eraclitei fu rinnovata nei tempi moderni dall’ Hegel © dall’ Herbart:
questi negò il Divenire in quanto credette implicasse la realtà del nulla;
quello negò l’ Essere, ponendo l’ equazione: Essere affatto indeterminato ==
non-Essero. Si prenda il divenire, dice Hegel, ciascuno può rappresentarselo.
Si accorderà che, quando lo si analizza, vi si trova la determinazione
dell'essere, come anche del suo contrario, il nulla; si accorderà infine che
queste due determinazioni si trovano riunite in una sola e medesima
rappresentazione. Il divenire è, quindi, l’unità dell’essere e del nulla». Il
divenire sarebbe soppresso se si ammettesse la verità del principio che nulla
può renire dal nulla; ma Hegel considera tale proposizione come fondata
sull'identità astratta dell'intelletto: Non sarebbe difficile provare che
l’unità dell’ essere © del nulla si trova in tutti gli avvenimenti, in tutti
gli ogguiti 9 in tutti i pensieri. Bi deve dire, dell'essere e del nulla....
che non v’ha nessuna cosa nel cielo e sulla terra che non li contenga entrambi.
Quando si parla d’una cosa reale, queste due determinazioni, essere ο nulla, vi
si tradncono mediante l'elemento positivo ο l'elemento negatiro ». Cfr.
Platone, Cratyl., 1402 A; Aristotele, Metaph., IV, 5, 1010 a, 12 segg.; Hegel,
Encicl., § 88 segg.; Logik, $ 88, 89 (v. cangiamento, mobilismo, essere, nulla,
ente). Divergenza (legge della). 'T. Divergenz; 1. Divergence; F. Divergence.
Una delle leggi che ai verificano nell’ evoluzione del mondo organico, per In
quale In molteplicità Div e la varietà
delle forme viventi s’ à venuta costantemento aumentando dai tempi più remoti
sino al presente. Dicesi divergenza personale quella che intercede tra gli
organismi © conduce alla formazione di nuove apecie ; essa ha origine dalla
divergensa dei tessuti, per cui da cellnle primitivamente uguali si sviluppano
tessuti disuguali; e la divergenza dei tessuti si basa a sua volta sulla
divergenza cellulare, che ha origine dal fatto fisiologico della divisione di
lavoro delle cellule stesso (v. convergenza). Diverso. Gr. “Etepoc; Lat.
/τεγονο; T. Versohioden ; I. Divers; F. Divers. Nel senno aristotelico il
diverso è tutto ciò che, essendo reale, non è identico. Gli scolastici dicevano
primo-dirersa quelle cose che non convengono in nessun genere, tranne in quello
universalissimo dell’ essere; diversa © differentia solo numero le cose che
hanno entità diverso in una specie medesima, come gallo e gallinn; diversa ο
differentia εροοίο le cose che hanno diverse definizioni essenziali nello
stesso genere, come, nel genere animale, l’uomo e il bruto; diversa o
differentia genere quelle che si classificano in predicamenti diversi, come il
coraggio e la pietra. Distinguevano poi la diversitas physica, che nei termini
delle proposizioni negative, in quanto dire con verità che l’una cosa non è
l’altra, dalla diversitas logica, che si ha in quei termini delle proposizioni
affermative i quali, sebbene non differiscano da parte della cosa indicata,
pure vengono intesi sotto nn concetto differente. Alcuni distinguono il diverso dal differente,
ii quanto, pure implicando una differenza intrinseca ο qualitativa fra due
oggetti, non determina lu specie o il grado della differenza stessa. Cfr.
Aristotele, Mefaph., V, 10, 1010 b, 1 seg.; Crist. Wolff, Ontologia, 1736, $
188 (v. alterità, altro, differente, indiscernibili). Divinità. T. Gottàeit; I.
Dirinity; F. livinitd. Si adopera quasi sempre come sinonimo di Dio; tuttavia
alcuni distinsero il significato dei due vocaboli, intendendo col Divprimo 1)
essenza divina e col secondo Dio in quanto essere personale. Tale distinzione
trovasi ad es. in Eckhart, per il quale la Divinità, causa prima di tutte le
cose, trascende V esistenza ο la conosgenza, manca di ogni determinazione, è il
niente; essa si rivela nel Dio unitrino, e il Dio esistente e conoscente crea
dal nulla le creature, le cni idee egli conosce in sè, perchè questo conoscere
è il suo creare. Questo processo di autorivelazione appartiene all’ essenza della
Divinità, la quale, come essenza creatrice, non è reale se non in quanto
conosce sè stessa in Dio e il mondo come realtà creata. Cfr. Stöokl, Geschichte
d. Phil. des Mittelalters, 1864-66, vol. II, p. 1098; Leibnitz, Monadologie,
47. Divisibilità. T. Theilbarkeit; I. Dirinibility; F. Divi sibilité. La
proprietà di un essere di poter venire scomposto in un certo numero di parti.
Si suol distinguere la divisibilità fisica dalla matemation: questa, essendo
una pura operazione mentale, non ha limiti assegnabili ed è quindi indefinita;
quella invece è definita, ciod può avere dei limiti, arrivando un punto in cui
non è più praticabile. Secondo l’atomismo la divisibilità dei corpi è
concretamente limitata, in quanto essi consistono di parti ultime indivisibili,
atomi. Per Cartesio, dalla incapacità del nostro intelletto a rappresentarsi
una divisibilità i finito, non segue che essa non debba realmente darsi.
Secondo Spinoza la sostanza infinita è indivisibile, e non si può concepire con
verità nessun attributo della sostanza, dul quale risulti che la sostanza possa
essere divisa »; infatti, la sostanza così concepita sarebbe divisa in parti,
che © conserveranno la natura della sostanza, 0 non la conserveranno: nel primo
caso ogni parte dovrebbe essere infinita, e causa di ad, ο costituita da un
attributo speciale, cosicchè da una sola sostanza si potrebbero costituirne
molte, il che è assurdo, e di più le parti così ottenute non avrebbero nulla di
comune col tutto da cui provengono, e il tutto potrebbe esistere secondo lo suo
parti; nel 827 Div socondo caso ne risulterebbe che,
dividendo tutta In sostanza in parti uguali o disuguali, essa perderebbe la
natnra della sostanza ο cesserebbe di esistere. Secondo Hobbes lo spazio e il
tempo non sono divisi all’ infinito, ma si dà soltanto un minimum divisibile.
Secondo Leibnitz il continuo è divisibile all’ infinito, cosioch® non esistono
atomi ma monadi spirituali inestese. Berkeley combatte l’idea della
divisibilità infinita, perchè è una palese contraddizione dire che una
estensione o una grandezza finita constino di infinite parti »; quando noi
diciamo che una lines è divisibile all'infinito, intendiamo solo una linea di
lunghezza infinita. Kant rappresenta il dibattito sotto forma di antinomis, la
seconda delle antinomie della ragione: tesi: ogni sostanza composta consta di
parti semplici, ο non esiste nel mondo che il semplice 0 ciò che di esso si
compone; antitesi: non esiste alcuna cosa semplice nel mondo. Kant risolve
questa, al pari della precedente antinomia, affermando che spazio, tempo,
semplicità, complessità sono soltanto determinazioni che hanno valore per la
cosa in quanto fenomeno, cosicchè il principio del terzo escluso perde il suo
valore quando si faccia oggetto della conoscenza qualche cosa che non può mai
diventar tale, come 1’ universo. Cfr. Aristotele, Phye., III, 7, 207 b;
Spinoza, Ethios, 1. I, teor. ΧΙΙ, x11; Hobbes, De corp., ο. 7, 13; Berkeley,
Prinoipl., ΟΧΧΙΝ segg.; Kant, Krit. d. reinne Fern., ed. Reolam. Divisione. Gr.
Ataigesig; Lat. Divisio; T. Hinteilung : 1. Division; F. Division. L'operazione
logica per mezzo della quale si determina l’ estensione di un concetto,
enumerando gli oggetti a cui si riferisce. Essa consiste in una proposizione in
cui il soggetto (dividendo) è il genere, e il predicato 1’ enumerazione delle
specie contenute sotto quel genere. Perchè l'operazione sia perfetta, occorre
che i membri dividenti esauriscano tutta l'estensione del diviso e che il
concetto da dividersi possegga una nota, detta funDiv-Doc 328
damentum divisionis, la quale sia suscettibile di varietà. So questo
fondamento è preso tra le note essenziali del concotto, la divisione dicesi
naturale, so è preso tra le accidentali artificiale. Dicesi divisione del lavoro 1’ organizzazione
economica in cui il lavoro totale da compiere è ripartito tra i cooperatori, in
modo che ciascuno compin sempre uno stesso genere di lavoro, per il quale
acquista così una abilità particolare.
Il Rosmini chiama sofisma dell’ assurda divisione quello in cni cadde
Zenone quando sostenne che, se un moggio di miglio cadendo in terra manda
rumore, dove mandarlo anche ogni granello di miglio; ed il Leibnitz. quando
pretese che, se peroepiamo il fragore del mare, dobbiamo percepire anche quello
d’ ogni goccia d’acqua che lo compone. Cfr. Hamilton, Lectures on logic, 1860,
11, 32 segg.; Wundt, Logik, 1898, II, p. 40; Rosmini, Logica, 1853, pe 384 κ.
(v. sorito, nota, dicotomia, tricotomia, suddivisione, codivisione). Divisivi
(giudizi). Forma di giudizio composto, che esprime la risoluzione completa del
concetto del soggetto nelle sue parti; ad es. i lingnaggi sono parte
monosillabici, parte agglutinanti, parte a flessione. Possono essere divisivi
anche i giudizi ipotetici, e tanto nell’ ipotesi come nella tesi, indicando nel
primo modo in quanti casi la tesi è vera, nel secondo a quale condizione è
sottoposto nn certo numero di cose o di eventi: es. 1° se un uomo sente rimorso
per il male e compiacimento per il bene fatto, è responsabile delle proprie
azioni; 2° se un animale è vertebrato, possiede uno scheletro interno
cartilaginco od osseo, una colonna vertebralo, un tubo intestinale complesso,
sangue rosso che circola entro vasi e simmetria bilaterale evidente. Docta
ignorantia. Espressione resa celebre da Nicola Cusano, per il quale l’uomo, di
fronte alla vera essenza delle cose non possiede che congetture, cioè solo i
modi di rappresentazione che scaturiscono dalla sua propria natura; 329
Dor la conoscenza di questa relatività di tutte le affermazioni
positive, il sapere del non sapere, come primo gradino della dotta ignoransa, è
l’unica via per arrivare alla comunione conoscitiva inesprimibile,
indesignabile, immediata con I’ Essere vero, cioè con la divinità. Dio infatti,
mancando di attributi positivi, non può essere conoscinto che in questo modo:
44 hoc ductus sum, ut inoomprohensibilia incomprehensibiliter amplooterer in
doota ignorantia.... Supra igitur nostram apprehensionem in quadam ignorantia
nos doctos case convenit. Perciò la doota ignorantia è la perfoota soientia.
L'espressione era già stata adoperata da 8. Agostino, 8. Bonaventura e in
genere da tutti i teologi che, nella determinazione dell'essenza divina,
adottavano la teologia negativa. Cfr. N. Cusano, De doota ignorantia, ed. P.
Rotta, 1913, 1, 26; II pref.; III, peror.; P. Rotta, Il pensiero di Niccolò da
Cusa nei suoi rapporti storici, 1911 (v. agmostiolemo, Dio, teologia). Dolore.
T. Schmerz; I. Pain; F. Douleur, Uno dei due poli opposti del sentimento, il quale
si manifesta sempre sotto forma di piscere o di dolore e nel numero infinito
degli stati intermedi che li ricongiungono. 11 dolore’ e il piacere, essendo
dati immediati della coscienza, sono per sè stessi indefinibili; soltanto se ne
possono stabilire le cause 6 le condizioni. In generale, il dolore dipende
dalla intensità degli stimoli; quando l’ eccitazione è troppo intensa, cosicchè
essa passa il limite di adattamento dell’ dividno, si ha uno stato di dolore
determinato dall’ alterazione dei tessuti. Oltre che da eccesso di funzione, il
dolore può essere anche determinato da innzione di un organo, cioò da mancanza
di funzione ; lo Spencer ha chiumato questo dolore negativo, il primo dolore
positivo. Va notato però che, mentre per alcuni psico-fisiologi, Lotze, Wundt,
Richet, ecc., gli stessi nervi ed organi di senso che servono per le sensazioni
cutanee sono capaci di destare sensazioni di dolore, per ultri, come
Milnsterberg, Frey, KieDor. 330 sow, esistono invece nella cute terminazioni
nervee speciali, © nel sistema nervoso centrale apparati sensitivi distinti per
le sensazioni di dolore. Gli studi più recenti tendono à far prevalere quest’
ultima dottrina, che si bass specialmente su queste constatazioni : a) nell’
uomo può scomparire per cause anormali la sensibilità dolorifica, restando
integre le altro modalità specifiche del senso cutaneo ; d) alcune regioni
della cute mancano del tutto di punti dolorifici, tantochè non reagiscono con
sensazioni di dolore neanche con l'applicazione di stimoli meccanici od
elettrici assai intensi; ο) la soglia della sensibilità per gli stimoli
dolorifici è diversa, ossia più alta o più bassa, di quella per gli stimoli
meccanici. La sede anatomica del dolore sarebbe, secondo alcuni, il midollo
allungato, secondo altri il midollo spinale: ad ogni modo, per avere una
sensazione di dolore è necessario che l’ eccitazione sia trasmessa nd un centro
nervoso da una fibra afforente; ove queste fibre mancano (cervello, polmoni,
ecc.) si può avere qualsiasi alterazione senza che ossa sia avvertita come
dolore. In gonerale, i tessuti organici interni posseggono una sentà al dolore
minore degli esterni. Il dolore suscitato du uno stimolo lungo il decorso di
una fibra, viene riferito alla periferia, e non solamente allo parti malate ma
anche alle vicine; questa proprietà di érradiarei del dolore, ne rende
difficile la localizzazione. Diconsi appunto dolori riflessi quelli
erroneamente proiettati alla superficie corporea dagli organi interni malati;
questo fatto, già osservato dal Lange, fu ampinmente studiato dallo Head, che
formulò la legge seguente: Quando uno stimolo doloritieu viene applicato ad un
punto poco sensibile, il quale sia in intima connessione centrale con un altro
punto più sensibile, il dolore che si desta è sentito più intensamente nella
sede di maggiore sensibilità, invece che là ove la sensibilità è minore © in
cui lo stimolo fu effettivamente applicato ». Le principali modificazioni
fisiologiche accompa 331 Dom guanti il
dolore sono: diminuzione delle fanzioni vitali, rallentamento dei battiti del
cuore, turbamento delle funzioni digestive, brevità delle inspirazioni, arresto
dei movimenti v agitazione motoria. Però la sensibilità dolorifien non è uguale
in tutti gli animali; alcuni negano che essa esista negli infimi, mentre è
certo che aumenta proporzionalmente all’ elevarsi della loro struttnra fino a
raggiungere il suo massimo nell’ uomo; perciò il dolore è considerato come una
funzione della intelligenza, una sovrapposizione psichica ai riflessi
protettivi subcoscienti. La distinzione comune tra dolore fisico e dolore
morale si considera illegittima, essendo entrambi da un lato fatti fisici e
organici (in quauto anche il dolore morale implica un processo fisiologico
corrispondente) e dall’ altro fatti psichici, in quanto non sono conosciuti che
come stati di coscienza. La sola differenza è nella complessità: il primo
infatti è semplice ο risulta da sensazioni immediate (ad es. il dolore dei
denti), il secondo è inveoe indiretto e accompagnato da un certo numero di
rappresentazioni e di ricordi (sd es. il rimorso). Cfr. Wundt, Grundries d.
Psyohol., 1896, p. 55; Killpe, Grundriss d. Peyohol., 1893, p. 93; Kiesow e
Penzo, trchi für Payohologie, vol. XVI, 1910; Höffäing, Peyohologie, trad.
franc. 1900, p. 294 segg.; Penzo, Atti della R. Aco, delle Scienze di Torino,
vol. LXV, 1911; I. Ioteyko, Peycho-physiologie de la douleur, 1908 (v. piacere,
male, sentimento). Domma (da δόγμα, che significava da principio semplicemente
opinione plausibile e poscia le decisioni politiche dei re o delle assemblee
popolari). T. Dogma; I. Dogma; F. Dogme. Nel suo significato comune questa
parola designe una opinione imposta da un'autorità collocata al di fuori © al
di sopra d’ogni critica e d'ogni esame. Nella religione cristiana il domma è
una verità rivelata ds Dio © come tale direttamente proposta dalla Chiesa alla
nostra credenza. La rivelazione, sorgente del domma, è sia quella Dom 332
completamente esplicita, manifestante la verità divina nel suo proprio
concetto, sie quella parzialmente esplicita ο implicita, che contiene οἱοὺ le
verità stesse come parti costitutive ina non le fa conoscere formalmente.
Perchè una verità rivelata sin un domma, deve essere proposta direttamente da
una definizione solenne della Chiesa o dall’insegnamento del sno magistero
ordinario 6 universale; suo carattere fondamentale è l’immufabilità, per cui
deve ri. manere fino alla fine dei tempi senza subire nel suo contenuto alcuna
modificazione sostanziale. Essendo comunicato al? uomo da Dio stesso. il domma
fornisce una conoscenza obbiettiva delle verità divine. Contro questo carattere
di obbiettività, lo Schleiermacher prima, poi il Ritschl, il Sabatier, ece.,
sostennero che la rivelazione divina è in ogni uomo un fatto di esperienza
intima, e il domma un’ imagine ο un simbolo che traduce approssimativamente i
sentimenti dell’ individuo ο esprime, In via media, le impressioni degli
individui formanti una comunità, ed è quindi essenzialmente mutabile. Tra i
cattolici, il Loisy considera i dormi como una semplice interpretazione dei
fatti religiosi e la riveluzione come la coscienza acquisita dall’ uomo dei
suoi rapporti con Dio; il Laberthonnière ammette l’esperienza religiosa come
sorgente prima di tutte le verità religiose e considera la rivelazione come una
conoscenza di Dio nella nostra stessa realtà vivente; il Le Roy attribuisce al
domma un puro senso negativo, in quanto esso esclude © condanna certi errori
piuttosto che non determini certe verità, e un valore essenzialmente pratico,
in «quanto enunoia delle prescrizioni di condotta. Cfr. G. Goyan, L'Allemagne
religieuse, 1898, p. 96 segg.; Loisy, Autour Wun petit livre, 1903, p. 195
segg. ; Id., Quelques lettres den questione actuelle, 1908, p. 162;
Laberthonnière, Essai de phil, religieuse, 1908, p. 120; Le Roy, Dogme et
critique, 1907, p. 6-15; Ch. Guignebert,
L’érolution dee dogmes, 1910 (v. fideimno, immanentiemo, modernismo,
ecc.). 338 Dom Dommatica oristiana. È 1’ insieme dei
dommi su cui poggia la religione cristiana, e che vennero preparati, definiti ο
sviluppati dai Padri della Chiesa, dai Concili o dai Papi. Essi si possono
ridurre a tre fondamentali: Gesù è uomo e Dio; Dio è uno e trino; l’uomo,
caduto per effetto del peccato, è redento per mezzo della grazia. Gli altri
dommi non hanno che una importanza secondaria ο sono semplici corollari di
questi tre. Dommatismo. T. Dogmatismus; I. Dogmatiem ; F. Dogmatisme. Nel
linguaggio comune indica la tendensa a considerare come assolutamente vere le
proprie opinioni, a non accettare su di esse alcuna discussione, rigettando a
priori come false tutte le opinioni opposte.
Inteso come metodo, il dommatismo consiste nel partire da principii
aprioristiei, sui quali non si ammette dubbio nd discussione, e ricavarne delle
conseguenze senza curarsi se sono 0 no d’accordo coi fatti e con l’esperienza.
Questo metodo fu in onore specialmente nella filosofia scolastica. Nella dottrina della conoscenza si adopera il
termine dommatiemo in opposizione a sosttioismo © misticismo ; il primo, cioè
il dommatismo, ammette la possibilità della scienza, vale a dire la possibilità
di conoscere la realtà qualo essa è; il secondo la pone in dubbio e crede
quindi che l’ uomo debba astenersi da qualsiasi affermazione; il terzo afferma
che la verità è bensì conseguibile dall’ uomo, ma purchè egli, abbandonato I’
uso della ragione, sappia assorbirsi tutto nella contemplazione della divinità
(cioè della verità suprema) perdendo il sentimento della propria esistenza. Il
oriticismo, sorto con Emanuele Kant, ruppresenta un’ attitudine intermedia tra
il dogmatismo ο lo scetticismo : la critica, dice Kant, non è opposta al
procedimento dogmatico della ragione nella conoscenza pura in quanto
scienza.... ma al dogmatismo, cioè alla pretesa di avanzarsi in una conoscenza
pura ricavata da semplici conoetti (la conoscenza filosofica) appoggiandosi su
principî che In ragione impiega Dor
334 da lungo tempo, senza
ricercare in qual modo e con quale diritto essa è arrivata ad affermarli ». Alonni distinguono il dogmatismo propriamente
detto, positivo, dal dogmatismo negativo, ο scetticismo; la filosofia antica è
sempre dogmatica, in un senso © nell’ altro, © in ciò si distinguo dalla
filosofia moderna. Dicesi dogmatismo
morale quella forma di prammatismo sentimentalistico, la quale afferma che:
tutte le nostre conoscenze spontanee sono l’ espressione dei nostri desideri,
delle nostre azioni ; tali conoscenze servono a proporre alla nostra attività
morale dei problemi che, secondo la solazione volontariamente scelta,
determinano dei nuovi stati, una nuova attitudine intellettuale; il valore
metafisico o realistico della nostra conoscenza è dunque legato alla maniera
morale con cui noi ci comportiamo riguardo ad esseri, che non subordiniamo al
nostro egoismo, ma trattiamo come fini in sò atessi. Cfr. Ch. Wolff, Philos.
rationalis, 1732, § 40; Kant, Arit. d. reinen Vern., ed, Reclam, p. 46 segg. ;
Laberthonnière, Le dogmatieme moral, in Essais de phil. religieuse », 1908, p.
76 (v. oriticismo, neooritioiemo, realismo, idealismo, solipeiemo, conoscenza,
ecc.). Dottrina. T. Lehre; I. Dootrino; F. Doctrine. Nel suo significato più
generale designa il complesso degli insegnamenti d’ uno scienziato, d’ un
filosofo ο d’ una scuola acientifica o filosofica, Si distingue perd da
sistema, che è un organismo ideale in cui le parti sono logicamente coordinato
fra loro 9 subordinate ad un principio generale, e da teoria, che ha valore
propriamente speculativo mentre la dottrina può averne anche uno pratico. Kant distingue In dottrina dalla critica:
questa ha per oggetto di determinare il valore e la portata delle nostre
conoscenze a priori, ossia puramente razionali; quella le raccoglie in un sol
tutto e le coordina in un sistema. La dottrina si distingue alla sua volta in
metafisica della natura, che considera i principi della ragione nella loro
applicazione al mondo esteriore, © metafisica dei costumi, cho li considera
mella loro applicazione alle nostre azioni. Nella dialettica trascendentale
Kant dimostra che nè la psicologia razionale, nd la teologia razionale, nè la
cosmologia razionale sono possi bili come dottrine ma soltanto come discipline,
poichè sin V idea psicologica, che la teologica e la cosmologica sono principi
regolativi, non mai costitutivi. Nella
teologia per dottrina s'intende: a) oltre l’ insieme delle verità dogmatiche,
anche 1’ insegnamento non rivelato, oggetto non di un atto di fede ma di
assentimento fermo, che la Chiesa definisce come necessario per la difesa ο 1’
esplicazione delle verità rivelate; 5) ciò che la Chiesa non definisce esprersamente,
ma solo loda o raccomanda come utile per la proposizione dell’ insegnamento
rivelato. Cfr.
Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 18 segg. Dovere (τὸ dioy= l’obbligatorio). T. Pflioht ; I. Duty; F.
Devoir. Non è altra cosa che
l'obbligazione morale, ο, come tale, è implicito nell’ idea di giustizia, in
quanto questa ha una efficacia diretta sul soggetto. In senso concreto un
dovere è una regola determinata d'azione, una obbligazione definita. Nella
storia della filosofia il concetto del «dovere comincia ad essere determinato
con gli stoici; esso si presentò loro necessariamente, in quanto riconducevano
l’attività particolare alla legge generale della natura e quindi l’attività
appariva prescritta dalla legge. Essi distinguevano due specie di doveri,
assoluti © medi, corrispondenti alle due specie di beni: quantunque solo il
bene sia comandato incondizionatamente, tuttavia può essere moralmente’
consigliabile anche ciò che è desiderabile. Dico Cicerone: Porfeotum ofleium
rectum, opinor, vocemus, quoniam Grasci κατόρθωμα, hoc autem commune officium
vocant. Atque ea sic definiunt, ut rectum quod sit, id officium perfeotum esse
definiunt; medium autem officium id ease dicunt, quod cur faotum sit, ratio
probabilis reddi posit. La più comune ed antica classificazione dei doveri è
quella fatta a seconda dei loro oggetti: verso noi stessi, verso i nostri
simili, verso Dio. Fra i primi sono quelli verso la nostra integrità fisica ο
psichica, verso la nostra costituzione organica, intellettuale, morale; fra i
secondi, quelli verso la famiglia, verso la società, verso lo Stato, o di
fratellanza morale verso le altre nazioni, cioè doveri internazionali. Altra
classificazione importante è quella in doveri atretti ο perfetti, © doveri
larghi ο imperfetti; i primi sono quelli che non lasciano alcuna libertà nella
applicazione, i secondi quelli la cui applicazione è lasciata invece all’
apprezzamento dell’ individuo. Si distinguono anche i doveri positivi, che
consistono in azioni che si devono compiere, dai negativi, azioni da cui si
deve astenersi. Ricordiamo infine la distinzione fondamentale fra doveri
giuridici, che sono imposti dalle leggi, si appoggiano sulla forza, ed hanno
una sanzione definita nelle leggi punitive, e doveri morali, che hanno una
sanzione indefinita nella pubblica opinione © nella coscienza dell’ individuo.
Dicesi materia 0 contenuto del dovere l’atto che si deve compiere, e forma il
carattere di necessità pratica che tale atto riveste nella nostra coscienza.
Per Kant la materia del dovere si deduce dalla sua forma; il dovere è infatti
la necessità di faro un'azione per rispetto alla legge, ο dn qui sgorga la
suprema legge morale, ossia 1’ imperativo categorico, cho si formula così:
agisci in modo che la massima della tua azione possa diventare una norma
universale di condotta. Ma perchè siavi una legge che comandi senza eccezione,
occorre che siavi in natura qualche cosa di valore assoluto, che cioè si
imponga sempre come fino; tale è l’uomo, unico essere ragionevole della natura;
perciò l'imperativo categorico si modifica così: agisci in maniera da trattar
sempre I’ umanità come fine, sis nella tua che nell’ altrui persona, © dn non
servirtene mai come mezzo, Occorre ancora che la volontà dia la legge a sò, sia
autonoma, perchè solo a tal patto accetterà la legge senza alcun altro
interesso; da ciò la terza formola doll’ imperativo categorico : opera in
modo 337
Dua che la tua volontà possa considerare sè stessa come dettante, con le
sue massime, leggi universali. Per Fichte V’Io è la volontà morale e il mondo è
il materiale sensibile del dovere, ossia tale che in esso noi possiamo essere
attivi; quindi non l'essere è la causa dell’ agire, ma per l'agire 1’ essere è
sorto, ο tatto ciò che è non pnd concepirsi se non per ciò che dere essere: L'unico
sicuro e definitivo fondamento di tutte le mie conoscenze è il mio dovere.
Questo è l'in #è intelligibile, che, mediante la legge della rappresentazione
sensibile, si converte nel mondo dei sensi ». L’urto (Anstoss) che ci obbliga a
porre il mondo esterno, non è altro che il nostro dovere, o il mondo stesso il
materiale per l’attività della ragione pratica. Per l'Ardigò l’imperativit del
dovere ha la sun ine naturale nella impulsività delle idealità sociali,
mediante un processo formativo di cui non s’accorge l’individuo, il quale solo
avverte la formazione già compiuta ed è perciò indotto a credere nella
primitivita del sno rentimento del dovere; in breve, l'obbligatorietà del
dovere non è che la ricordanza assommata e indistinta, ma inevitabile, del
dolore incontrato eseguendo atti che riescono di danno ai consoci; il dovere
morale nasce quindi dal dovere giuridico, fino a diventare una forma
contitutiva della psiche dell’ individuo, avverandosi così il fatto, che sembra
paradossale, del convertirsi dell'attività volontaria da fondamentalmente
egoistica, qual'è da principio, in virtà disinteressata. Cfr. Diogene L., VI,
1, 107-109; Cicerone, De ofleis, I, 3, $ 8; Kant, Arit. d. prakt. Vern., ed.
Reolam, p. 103 segg.; Fichte, Syst. d. Sittenlehre, 1798, p. 224; G.
Marchesini, La dottrina positiva delle idealità, 1913, p. 93 segg.; Ardigò, Op.
/l., III, p. 132 segg. (v. autocoscienza, autonomia, dialettica, etico,
idealismo, moralismo, realtà). Dualismo. T. Dualiemus; I. Dualism; F. Dualisme.
Si oppone a monimo, e designa qualsiasi dottrina, sia filo22 RaxzoLi, Dision. di scienze filosofiche.
Dua 338
sofica che religiosa, che spiega o un dato ordino di cose © di fatti, o
tutto l'insieme delle cose © dei fatti, I’ universo, come la risultante di due principi,
di due tendenze, di due canse distinte ed opposte, ο perciò irredueibili 1’ una
all’ altra. Un dualismo religioso è la religione di Zoroastro, che attribuisce
tutti gli avvenimenti del mondo alla lotta di dne potenze contrarie, primitive,
eterne, indipendenti l'una dall'altra, di cui l’una, Ormurd, è l’autore del
bene, l’altra, Abrimane, del male. Il dualismo filosofico, qnale fu inteso dai
filosofi greci, da Pitagora a Platone, da Aristotelo agli stoici, consiste nel
considerare l’origine ο la natura dell’ universo mediante due principi ο
sostanze affatto opposte: la materia, assolutamente amorfa e passiva, © lo
epirito, potenza attiva ed animatrice. Dicesi dualismo spiritualistico la
dottrina, posta sotto forma precisa da Cartesio, che considera l’anima ο il
corpo come due sostanze etorogenee, agenti reciprocamente l’ una sull’ altra,
Questa dottrina, detta anche dell’ influsso fisico, si oppone alle vario forme
di monismo, sia spiritualislico : il corpo non è che uns forma ο un prodotto d’
uno ο più esseri psichici ; sia malerialietico : l’anima non è che una forma ο
un prodotto del corpo; sia pricofisico : l’ anima © il corpo non sono che due
aspetti differenti di un solo e medesimo essere. Nella teoria della conoscenza
dicesi dualismo ogni dottrina che faccia originare le nostre conoscenzo da due
fonti; ad es. quella del Locke, che dalla sensazione fa derivare la conoscenza
del mondo corporeo, dalla riflessione In conoscenza dolle attività dello
spirito. Spesso il términe dualismo è adoperato in opposizione a naturaliemo ©
a panteismo, per indicare la dottrina che pone due ordini distinti di realtà :
una spirituale, trascendente, eterna, senza causa, l'altra, che della prima è
un riflesso, materiale, temporanea, creata. Cfr. Th. Hyde, Historia rel. ret.
Pers, 1700, ο. 9; Cartesio, Princ, phil., I, 60; L. Stein, Dualiemus oder
Moniamua, 1909 (v. anima, coscienza, manicheiemo, parallelirmo). 339
Dus Dubbio. T. Zweifel; I. Doubt; F. Douts. Lo stato di perplessità in
cui trovasi l'intelligenza quando rimane sospesa senza negare nè affermare. Il
dubbio presuppone l’esistenza di due gindisi contradditori, considerati
entrambi come possibili, tali cioè che nessuno dei due porsegga ragioni
sufficienti per essere aocettato ο respinto. Il dubbio si oppone alla certessa,
che è una persnasione ferma conforme alla verità, © ni distingue dalla
probabilità, che è una specie di avviamento alla certezza. Si distinguono due
sorta di dubbio: quello assoluto ο definitivo, che è il vero e proprio dubbio
scettico, e non ammette possibilità di conoscenza e di soienza; quello
provvisorio, o metodtoo, © filosofico, che, da Cartesio in poi, è divenuto il
‘principio fondamentale del metodo scientifico, e consiste nel respingere
qualsiasi opinione anteriormente accettata, 80spendendo ogni giudizio fino che
la verità non siasi imposta allo spirito con evidenza assolata. I! dubbio
metodico trovasi già in Socrate: opponendosi al dubbio scettico dei sofisti,
che riguardava la possibilità della scienza e la realtà delle cose, egli proolama
la necessità di sottoporro a revisione ogni opinione, per antica ed antorevole
che sia, per eliminarne le contraddizioni, correggerla, completarla: così il
dubbio, che nella sofistica era stromento di distruzione dell’ antica
filosofia, diventa con Socrate il punto di partenza della filosofia nnova. Più
tardi, anche 8. Agostino cerca la via della certezza attraverso il dubbio, e le
stesse teorie scettiche gliene aprono la via; dubitando, egli dice, io
dubitante so di esistere, di ricordare, di conoscere, di volere, perchè il
dubbio contiene gid in sè la preziosa verità della realtà doll’ essere
cosciente, e le ragioni del dubbio si fondano sulle nostre rappresentazioni
anteriori, ο nella valutazione dei motivi del dubbio si sviluppa il nostro
sapere, il nostro pensare, il nostro giudicare, Analogamente per Cartesio, la
ricerca è figlia del dubbio © generatrice della conoscenza e delle convinzioni
salde © coDus 340 scienti. Nel Discorso sul metodo ogli dice
come dal dubbio gli sia derivato il primo impulso alle sue meditazioni : tot
enim mo dubiis totque erroribus implicatum coso animadverti, ut omnes diacendi
conatus nihil aliud miki profuisse judicarem, quam quod ignorantiam meam magis
magisque detezisse. L'unica via di liberazione dal pregiudizio ο dall’ errore,
che ingenerano il dubbio, è questa: non aliter videmus posse liberari, quam si
semel in vita, de ite omnibus studeamus dubitare, in quibus vol minimam
inoortitudinia euspicionem reporiomus. Il dubbio deve in primo luogo attaccare
le cose sensibili © la loro esistenza, invadere le dimostrazioni matematiche e
i loro principî, non risparmiare alcuna delle nostre conoscenze, finchè non
incontri un limite insuperabile in sè stesso, il dubbio, dellaycui esistenza
non è possibile dubitare; e da questo punto fermo cominois in Cartesio, col
cogito ergo sum, tutta la fase ricostrattiva delle conoscenze chiare ο distinte
non più attaccabili dal dubbio. Si suol
distinguere anche il dubbio normale dal patologico, il quale a sua volta è
distinto dal Ribot in dubbio drammatico ο Sollia del dubbio. Il dubbio
drammatico è quello che precede le grandi conversioni (S. Paolo, Renan, ecc.)
ed è costituito da un lavono intellettuale lungo e da principio latente, che
scoppia alla fine col crollo delle credenze antiche © il costituirsi delle
nuove. Cfr. ΒΑ. Agostino, De vita beata, 7; Solil., II, 1 segg.; De rer. rel.,
72 segg.; Cartesio, Specimen philos. seu dissertatio de methodo, 1764, p. 3;
Princ. philos., IV-V; P. Sollier, Le doute, 1909; G. Zuccante, Intorno al principio
informatore e al metodo della filosofia in Soorate, Riv. di fil. », febbr. 1904
; Alemanni, Intorno a una psicologia del dubbio, Ibid., maggio 1908; R.
Mondolfo, Il dubbio metodico e la storia della filosofia, 1905 (v. acatalesnia,
autocoscienza, ironia, epooa, testimonianza, achepsi, dommatiamo, diallelo,
dicotomia, tropi). Dubbio (follia del). T. Zweifelsuoht, Grübelsucht ; I.
Doubting mania; F. Folie du doute. Stato morboso di perplessità Duocontinua,
che ha tro gradazioni diverse; nel primo il malato si sente continuamente
irresoluto, non sa giungere ad alcun risultato definitivo, è sempre tormentato
dal bisogno di corcare il perchè di tutto, di rivolgersi domande senza fine
(mania del perchè); questa ruminazione psicologica, come la chiamò il Legrand
du Saulle, si traduce poi negli atti, cosicchè il malato non osa far nulla
senza timori, ansie © precanzioni infinite; da ultimo questi fenomeni possono
assumere carattere ipocondriaco, che si rivela con il dubbio eterno di non
poter far nulla, di essere affetti da una malattia cronica, di aver mancato al
proprio dovere, di essere male edncati, importuni, indisoreti. A seconda poi
del contenuto dei problemi, che l’ammalato si propone, si hanno casi: di dubbio
metafisico, quando riguardano l’ essenza delle cose, l’origine ο il perchè
della creazione, οσο. di dubbio realista, quando le questioni mentali più
comuni si riferiscono alla ragion d’ essere di certi organi, perchè l’acqua
bagni, perchè la terra non sia assorbita dal more, ecc.; di sorupolo, in cui 1
dividuo è nella continna preoceupazione di non aver adempiuto bene ai propri
doveri, o di non aver fatto bene ciò che ha fatto, ο d’ essere responsabile di
qualche sciagura tocestn alla propria fantiglia, Cfr. Legrand du Saulle, La
Jolie du doute, 1875; Ribot, Les maladies de la volonté, 1883, γ. 60 segg.
Duodinamismo. Quel sistema vitalistico, che spiega il fenomeno della vita come
il prodotto di an principio o anima distinta dagli organi corporei non solo, ma
anche dal!’ anima pensante. Esso si trova per la prima volta in Platone. Le
dottrine sue furono poi riprodotte da Galeno, e, più tardi, da Bacone,
Gassendi, Buffon. Tra i filosofi moderni il duodinamiemo, variamente
modificato, fu wguito specialmente da Maine de Biran, Jouffroy, Ahrena (v. animismo,
archeismo, meccanismo, elettrovilaliemo, vita, protoplasma, vitaliemo).
Der 342
Durata. T. Dauer; I. Duration; F. Durée. Di solito indica il tempo in
cui avviene un fenomeno senza interruzione, ossia una lunghezza determinata,
costituita dai mutamenti continui della successione; |’ interruzione della
durata di un fenomeno dicesi intervallo. Invece gli scolaatici, ispirandosi al
concetto comune, secondo il quale una coss che dura non cambia e non ha quindi,
in quanto dura, nè prima nè poi, intendevano la durata come un permanere in
ezistentia. Essi distinguevano la duratio intrinseca, che è In permanenza della
coss nell’ esistenza sua, ossia l’esistenza perseverante, dalla duratio
extrinseoa, che à il movimento del primo mobile, da cui sono regolate le durate
intrinseche. Per Spinoza è la continuazione indefinita dell’esistenza » ; per
Locke è l’ intervallo tra l’ apparire di due rapprosentazioni nella coscienza
». Per Cartesio la durata si distingue dal tempo, in quanto questo non sarebbe
altro che la misura della durata di un fonomeno, o la parte della duruta,
durante la quale un fenomeno avviene: quindi il tempo sarebbe una cosa
soggettiva, la durata avrebbe uno realtà oggettiva, in quanto le cose realmento
durano. Leibnitz oppono il tempo alla durata come lo spazio alla estensione: la
durata è l’ordine di successione tra percezioni reali, come la massa estesa è
ens per aggregationem, sed ex unitatibue infinitis; il tempo è invece un
continuum quoddam, sed ideale, in cui possono essere prese frazioni pro
arbitrio. La genesi delle due nozioni è inversa: in aotualibus nimplicia aunt
anteriora aggregatis, in idealibue totum est prius parle. Per Clarke il tempo è
una durata senza principio ο senza fine nella quale si succedono i fenomeni »;
da cui seguo che la anecesione è il rapporto delle durate finite comprese nella
durata infinita del tempo, e che il tempo è metatisicumente anteriore alle
durate successive che lo riempiono. Per Cristiano Wolff è la eristentia. qua
rebus pluribus nuocemivis quid cœnietit, veu eristontia rimultanea cum rebus
pluribus xuccesiris ». Per Berkeley la durata di uno spirito 343
Dur finito deve essere valutata secondo il numero delle idee 0 delle
attività che in esso si succedono |’ una all’ altra ». Anche per Hume la
rappresentazione della durata discende sempre dalla successione di oggetti
matabili e non può mai essere introdotta ‘nello spirito da qualche cosa di
uniforme © di immutabile >. Per Kant il permanente (das Beharrliche) è il
sostrato della rappresentazione empirica dello spazio; mediante il permanente
soltanto 1’ essere ricevo quella grandezza costituite dalle diverse parti della
serie temporale, che si chiama durata ». Per il Boirno la durata in abetraoto è
la concezione della possibilità di successioni nelle cose, perchè, senza un
rapporto con la successione, la durata non sarebbe misurabile e xi
confonderebbe con l’esistenza; la durata concreta involge, di più, un rapporto
di simultaneità col successivo, ossia il permanere identico della cosa, mentre
le altre cose mutano. Per il Bergson la durata si oppone al tempo in quanto la
prima è il carattere stesso della successione, quale è immediatamente appresa
dalla coscienza, mentre il secondo è l’idea matematica che noi ce ne facciamo
per ragionare e comunicare coi nostri simili, traducendola in imagini spaziali
; quindi In durata è per lui il tempo concreto, il tempo reale, costituito da
una pura successione di cangiamenti qualitativi senza alcuna tendenza ad
esteriorizzarsi gli uni rispetto agli altri, senza alcuna parentela col numero,
l'hétérogeneité pure sane aucune parenté aveo le nombre. Cir. Suarez, Metaph.
disputationes, 1751, 50, 1,1; Spinoza, Cog. metaph., I, 4; Ethica, 1. II, def.
5; Locke, Ese., II, cap. 14, $ 3; Cartesio, Princ. philos., I, 57; Leibnitz, Nouv.
Een, II, cap.
14; Letiren de Leibnitz οἱ de Clarke, ed. Janet, t.
II, p. 647; Ch. Wolf. Philosophia prima, 1736, $ 578; Berkeley, Prino., XCVIIL;
Hume, Treat., Il, ser. 3; Kant, Krit. d. reinen Vern., p. 176: Boirac, L'idée
du phénomène, 1894, p. 128 segg.; Bergson, Essai sur lee données imm. de la
conscience, 1904, p. 74-78 (v. aevum, cangiamento, istante, mobiliemo. tempo). Ebk-Ecc
344 E. Nollu logica formale si
adopera per designare la proposizione universale negativa (nessun 4 è B), e,
nelle proposizioni complesse e modali, 1’ affermazione del modo e la negazione
della proposizione. Nella dottrina dell’ Hamilton sulla quantificazione del
predicato, designa la proposizione toto-totale negativa (nosrun 1 è nessun B). Cfr. Hnmilton, Lectures on
logic, 1860, app. II, p. 288. Ebefrenia. T. Hebephrenie; I. Hébéphrénie. Una dello forme sotto cui si manifesta la
demenza precoce. Compare soltanto nell’ età giovanilo e più frequentemente
nell’ nomo che nella donna. Ha gradazioni che vanno da disturbi insignificanti
dell’ intelligenza ο dell’ affettività alle alterazioni più profonde della
psiche, manifestantesi con allucinazioni e idee deliranti malinconicho,
esaltamenti improvvisi, movimenti senza scopo e sonza ordine, logorrea. Il
curattere più tipico dell’ ebofrenia è 1’ indifferenza assoluta per l’ambiente,
verso il quale il malato uon reagisce che debolmente e lentamente. Cfr.
Daraszkiewiez, Ueber Hobephrenic, 1892 (v. demenza, oretinismo, idiotiamo,
imbecillità). Bcoeità. T. Diesheit; I. This-nes; F. Eoceité. Giovanni Dune
Scoto opponendosi a 8. Tommaso, che poneva la forma intellettiva come base
della individualità, sostenne che la sorgento vera della individuazione non
consiste in determinazioni accidentali ed esteriori, ma nel profondo stesso
della ossenza, in una ultima realitas, che nella persona umana è la volontà.
Questa ultima e profonda nota differenziule, che si può solo constatare come
attuale ma non derivare da una ragione universale, che trascende la conoscenza
οἱ è peroiò indefinibile, fu detta dagli scolari dello Scoto haccoeitas, o
anche ecocitas : exsu è la traduzione del τὸ τοδέ τι di Aristotele, e, per
quanto sia intraducibile, come indefinibile è la realtà, si potrebbe tradurre
come: 345 Ecc questa cosa qui, il qui. L’ecceità degli
Scotisti si contrappone alla quidditä dei Tomisti, che è perfettamente
traducibile. Cfr. Prantl, Gesohiohte d. Logik, 1855-70, III, 219, 280;
Goclenius, Lex. philos., 1613, pag. 626. Bocettuative (proposizioni). T.
Auenchmend; I. Ezceptive; F. Ezoeptice, Quelle proposizioni implicite 9
composte, che di un soggetto generale affermano universalmente un predicato, ad
eccezione d’ nna ο più specie d’ individui. La sua formula è: tutti gli 4,
fuorchè a, sono B. Eccitazione, T. Reis, Erregung; I. Ezoitation ; F. Ezcitation.
In generale significa risvegliare, mettere in azione una forza, ma si usa
specialmente per designare quello stato caratteristico delle cellule nervose,
che consiste in particolari modificazioni di natura ancora ignota, determinate
dall’ azione di speciali agenti che si dicono stimoli. La modificazione
costituisce lo stato di eccitazione; I’ attitudine a subirla costituisce 1)
eccitabilita. L’ estremità delle fibre eccitate dicesi estremità di
eccitazione, l’altra estremità cui l'eccitazione viene trasmessa dicesi
estremità d'azione. Il limite minimo di intensità dello stimolo, che è
necessario varcare per ottenere I’ eccitazione, dicesi soglia della ecoiaumento
minimo dello stimolo al di sopra della soglia, capace di produrre un aumento
della eccitazione, dicesi soglia della differenza. L’ eccitazione nervosa,
entro certi limiti, cresce col crescere dell’ intensità degli stimoli L’
occitazione di una celluls ο di una fibra nervosa non si può arguire che dai
fenomeni da essa provoesti nei centri nervosi © negli organi periferici
(sensazione, contrazione muscolare, secrezione delle glandole, ecc.) non
essendo note le condizioni fisiche e chimiche che costituiscono lo stato di
eccitazione. Il grado di eccitabilità si desume dal grado della eccitazione prodotta
da uno stimolo di intensità inferiore a quella necessaria per produrre una
eccitazione di grado massimo: il grado di eccitazione xi desume dagli μοι, 946
effetti della medesima. L’ eccitazione si trasmette lungo le fibre,
purchè in esse non sis avvenuta alcuna discontinuità anatomica; tale
trasmissione si fa tanto in via centripeta che in via centrifuga. L’
eccitazione delle cellule nervose può essere di tre forme: riflessa, prodotta
dalla eccitazione d’una fibra centripeta ; automatica, prodotta dall'azione dei
liquidi che bagnano i centri nervosi; prichica, emozione, volontà, ecc. Cfr.
Wundt, Grundriss d. Peychol., 1896, p. 299; Höffding, Peyohologie, trad. frane.
1900, p. 140 segg.; Richet, Reckerches sur la sensibilità, p. 42 segg., 168
segg. (v. irritabilità, quantità, atimolo). Eolettiamo. T. Eklekticismus; 1.
Eolecticism ; F. Eoleotime. Sistema che risulta da un insieme di dottrine
sparse nei differenti sistemi e coordinate armonicamente tra loro; quando la
coordinazione manca non si ha più I’ eclettismo ma il sinoretismo. Nella storia
della filosofia 1’ eclettismo comincia a manifestarsi verso la fine del II
secolo d. C.; col diffondersi delle scuole nei grandi rapporti della vita dell’
impero romano, svanì lo spirito scolastico, venne meno la polemica e sottentrò
invece il bisogno dell’ adattamento © della fusione: platonismo, aristoteliamo
e stoicismo presero a base comune la concezione teleologica del mondo per
combattere l’epicureismo. Minore importanza filosotica, ma maggiore importanza
storica ebbe 1’ eclettismo a Roma: accogliendo la filosotia greca i Romani, con
criterio essenrialmente pratico, dedussero 1’ una dopo I’ altra dai sistemi
delle vario scuole le dottrine da loro accettato: così avvenue in Cicerone, in
Varrone ο in parte nel gruppo dei Sestii. Nel pensiero moderno l’eclettismo
risorge, oltrechè nei seguaci del Leibnitz, nella scuola psicologica francese
restaurata da Vittorio Cousin (1791-1867) col nome di eclettica, consolidata
dai seguaci di lui col nome di spiritualiatica: essa ha avuto un dominio quasi
incontrastato in Francia per gran parte del secolo XIX, costituendo la
filosofia ufficiale delle accademie ed avendo a rappresentanti 347
Eco uomini illustri come Jul. Simon, E. Vacherot, C. Secrétan, Ad.
Franck, E. Caro, ecc. Il suo punto di partenza è il seguente: ogni uomo
possiede un senso del vero, che si suol chiamaro senso comune, ragione,
coscienza, spirito umano, ecc. ; esso è competente ο infallibile rispetto alle
verità eterne, che giacciono inconscie ‘e latenti in ciascuno di noi; i sistemi
filosofici non sono che frammenti di codesta verità, portati alla piena
coscienza dalla riflessione; dato il grande numero e la grande varietà dei
sistemi filosofici fino ad ora succedntiei, si può conchiudere che, frammento per
frammento, essi hinno portato alla luce tutta la verità filosofica, la quale
dunque esiste oggi sia inconscia nel nostro senso comune, sia chiara ma
dispersa nella storia della filosofia; per scoprirla non può esserci che un
metodo: la storia, unn volta giudicata dal senso comune, lascerà un residuo che
sarà lo stesso senso comune, la verità allo stato di coscienza piena e chiara.
Eclettica quanto alla sua formazione, per le fonti svariate cui ha attinto, ms
esclusiva ο dommatica pel sno fine, di rinnovare col metodo psicologico la
tradizione spirituali stica interrotta dsl predominio del sensualismo, la
scuola eclettica francese ha potuto, in grazia al suo metodo, frazionarsi in
tanti centri minori, senza perdere una costante intonazione spiritualistica e senza
ricorrero ad altra rivelazione che a quella psicologica. Cfr. Windelband, Geschichte d.
Philos., trad. it, 1913, vol. I, p. 203 seg.; Saphary, L'école colootique et V
éoole française, 1844; A. Fresnean, L'éclootisme, 1847; Jouffroy, De
l’éolectisme on morale, 1825; P. Junet, Victor Cousin et son œuvre, 1885, cap. XVII; De Ruggero, L'eoletiismo francese, Riv.
di filosotia », aprile 1910. Boolalis. T. Echolalie, Echonprache; I. Echolalia,
Echophasia; F. Hoholalie. Fenomeno psicologico che si verifica in alcune
malattie mentali, specialmente nella catatonia, nel? afasio, disfasia, ecc.
Consiste in ciò che 1’ ammalato neynists una tale suggestibilità, du ripetero
fedelmente ogni parola che in sua presenza è pronunciata, ο, in luogo di
rispondere alle domande rivoltegli, ripete le domande stesse. Aleune volte,
poi, si dà il caso curiosissimo che Vammalato, sentendo pronunziare dei numeri
in somma, moltiplicazione, oce., non ripeta i numeri stessi, ma il risultato
della operazione. Cfr. Séglus, Les troubles du langage, 1893; Morselli, Manuale di semejotica.
Nel suo significato più generale,
si può definire l’ECONOMIA come la disposizione delle parti di un tutto
necessaria n far sì che, con i minimi mezzi, il tutto medesimo raggiunga una
determinata finalità. In questo senso si può quindi parlare tanto di economia
della famiglia, dello Stato, della società, quanto di economia doll’ universo,
del corpo umano, di un sistema filosofico, di un’opera scientifica ο
letteraria. Per coonomia politica intendesi la scienza dei fenomeni e la
determinazione delle leggi che concernono la distribuzione delle riochezze,
nonchò la loro circolazione e consumazione in quanto questi fenomeni sono
lognti a quello della distribuzione; ο, più brevemente, la scienza dell’ ordine
sociale della ricchezza. Nelle grandi
controversie, sorte prima e dopo la tissazione del dogma cristiano della
Trinità, si designava con questo vocabolo l'uguaglianza delle tre persone in
una sola natura divina. Economica (concezione della scienza). Con 1’ espressione
concezione economica ο biologioa della scienza o della conoscenza, si indicano
tutte quelle dottrine contemporanee, sostenute specialmente da scienziati come
Maxwell, Hertz, Mach, Avenarins, Dubem, Poincaré, eco., che muovono dal
concotto che l’origine e quindi anche l’essenza dell’attività conoscitiva, come
di qualsiasi altra attività e funzione organica, ha il suo fondamento nel grado
d’utilita per l’ organismo, nella rispondenza ad un bisogno vitale; cosicchè le
idee, i principi, lo ipotesi, ecc. non sono se non convenzioni, stro-* menti il
cui valore sta soltanto nel loro grado di utilità 349
Eco © di comodità, non nella loro correlazione con una realtà per sè
stante. E le varie forme di conoscenza, mentre sono in relazione con i nostri
bisogni, rappresentano le vie per agire in modo più efficace e proficno; noi
arriviamo a costrnire i vari oggetti dell’ universo e ne determiniamo le
qualità, le proprietà, le attitudini, riferendoci sempre alle maniere în cui
riescono a farci operare in un modo piuttostooh® in un altro, considerandoli
come occasioni ο motivi della nostra condotta. L’Avenarius, ad esempio, riduce
tutto lo sviluppo della conoscenza al principio delP inerzia ο del minimo
consumo d'energia: l’anima non impiega in una percesione più forza di quella
che necessaria e, quando si trova innanzi a una pluralità di appercezioni, dà
la preferenza a quella che con uno sforzo minore produce lo stesso effetto o
con uno aforeo uguale prodnce un effetto maggiore. Il Mach assegna alla scienza
un solo ufficio biologico, quello ciod di daro all’uomo un orientamento
completo in mezzo al complicato intreccio dei fatti naturali; così i concetti
non sono che schemi suggestivi di azioni adatte, il valore delle ipotesi delle
definizioni ο degli assiomi scientifici sta tntto nel modo semplice ed
economico di ordinare le leggi ricnvato dall’esperienza, il principio di
causalità non è che un inolamento arbitrario delle circostanze che più ci
interessano per i nostri fini pratici, il tempo scientifico o astratto è una
semplice parola con cni ci risparmiamo la fatica d’una serie complessa di
relazioni. Per il Duhem la scienza fisica non altro si propone che di darci un
sistema di proposi zioni matematiche, dedotto da un piccolo numero di principi,
che hanno per fine di rappresentare più semplicemente, più completamente e più
esattamente che sia possibile 1’ insieme delle leggi sperimentali. Il principio
comune da ‘ni muovono i sostenitori di questa dottrina, è che la conoscenza
emerga da quel fondo di esperienza diretta, in cni propriamente consiste la
realtà e in cui, non essendoci dintinEoo-Ecr
350 zione tra jo e non-io, non è
nemmeno da parlare di conoscenza © di realtà: quest’ultima è appresa nell’ atto
stesso che è vissuta. La conoscenza vers ο propria, in quanto si pone di faccia
alla realtà, all’ esperienza genuina, non è che una sovrastruttura, che diviene
più artificiale a misura che ¢’ allontana dal dato immediato (sensazione), e
quindi anche più convenzionale, più simbolica, più astratta, Cfr. Mach, Erkenninis
und Irrthum, 1905, p. 162 segg.; Id., Dio Mechanick in ihrer Entwickolung,
1901, p. 6 segg., 80 segg.; Avenarius, Philosophie als Denken der Welt, 1903,
p. 3 segg.; Duhem, L'évolution de la mécanique, 1908 1 A. Aliotta, La reazione
idealistioa contro ia scienza, 1912, p. 68-110; H. Höffding, Philosophes
contemporaine, trad. franc. 1908, p. 93 segg.; F. De Sarlo, I problemi
gnoseologici nella fil. contemp., Cultura filosofica », nov. 1910; Masci,
Scienza e conoscenza, 1911. Economismo storico v. materialismo storico.
Eopirosi (ἐκ-πυρόω abbrucio). È la dottrina dell’ imbraciamento universale, che
gli stoici tolsero da Eraclito, facendone unn purte essenziale del loro
sistema. Secondo gli stoici, Dio è ad un tempo fuoco, anima del mondo, e
ragione seminale: all’ origine delle cose, la materia universale assorbita nel
fuoco divino, è uniformemente tesa © occupa un immenso spazio nel vuoto
infinito; ma poi, per via di graduale raffreddamento e condensazione, da
codesto fuoco vengono formandosi i diversi elementi, la terra ο gli astri, gli
uomini © le coso; costituito così il mondo, esso attraversa tutte le età e
tutti gli avvenimenti possibili, dopo di che ritorna di nuovo nel seno del
fuoco divino, che tutto invade e tutto penetra. Dio allora regna solo ο si
concentra nella contemplazione di sò stesso; ma Len presto egli si accinge alla
formazione di un nuovo mondo, che si risolverà esso pure nel fuoco, e poi ad un
altro, ο così via via all'infinito: ο ogni nuovo mondo corrisponde esattamente
a quelli che l'hanno preceduto e a quelli che lo seguiranno, perchè l’esenza
divina è sempre la medesima. Cfr. F. Ogereau, Le syst. philosophique des Stoiciens,
1885, cap. III (v. πιοπίηπιο, cosmogonia, palingenesi,
panteismo, stoioimho). Edonismo.
T. Hedoniemus; I. Hedoniem ; ¥. Hédonisme. Dottrina morale che identifica la
virtù col piacere (ἡδονή) © sostiene non esistere altro bene che il piacere e
ultro male che il dolore. Nella storia della filosotis 1’ edonismo è
rappresentato specialmente dalla dottrina di Aristippo di Cirene, secondo il
quale unico bene per I’ uomo è il piacere attuale ο presente, il piacere più
vivo e immediato; è indifferente quale sia l’oggetto del piacere, tntto dipende
solo dal grado del piacere, dalla forza del sentimento di soddisfazione, che si
trova per lo più nel godimento sensuale dell’ immediato presente; la speranza
d’ an bene futuro è sempre unita all’ ingnietudine dovuta all’ incertezza del
destino, © perciò non è un vero bene. L’ edonismo non va confuso nd con I’
atilitariemo, nè con l’ eudemoniemo, poichè il primo al piacere immediato
sostituisce l'interesse ο P utile, il secondo pone come fine ultimo la
felicità, che consiste in un piacere il cui valore deve essere giudicato dalla
ragione (v. Cirenaioi). Educazione. T. Ersichung; I. Education; F. Education.
Fu variamente intesa e definita. Secondo Kant, è lo s luppo nell’ uomo di tutta
la perfeziono che comporta la sua natura; per lo Spencer è la preparazione alla
vita completa; per lo Stein è I’ evoluzione armonica ed uguale dello facoltà
umane; per il Joly è la totalità degli sforzi che hanno per scopo di dare all’
uomo il possesso compiuto ed il buon uso delle sue facoltà, ecc. Come è facile
vedere, si confonde bene spesso il fatto della educazione con In scienza della
educazione ; questa è la serie delle operazioni con le quali si educa, quella
il risultato di tali operazioni. In questo secondo senso, che è il solo
legittimo, si può dire che l'educazione non è altro che un’ abitudine buona
EFR-EFF e perfezionatrice, sia negativa che positiva: negativa in quanto
contrasta con le tendenze riprovevoli, positiva in quanto crea delle speciali
attitudini ed abilità fisiche, intollettuali e morali già possedute dalla
società in genere. Si distingue perciò un'educazione fisica ο del corpo, una
educaziono éntellettuale ο dell’intelligenza, e una educazione morale ο del
carattere. All’ efficacia dell’ educazione possono contrastare I’ eredità ο V
ambiente; tuttavia so codesti fattori spesso si rivelano con forza
irresistibile (specie nelle nature estreme, idioti, geni, degenerati), più
spesso ancora l'educazione riesce a modificarli radicalmente. Dicostruite mediante le sensazioni si
trasformano, si precisano, si completano e ϐ) organizzano con gli altri fenomeni
psichici ; con la stessa espressione si indicano anche i mezzi con cui s'
insegna a correggere gli errori (illusioni) che derivano dalla costituzione
stessa degli organi sensori, a distinguere lu diversa qualità e intensità delle
sensazioni, a conoscere le sensazioni simili, ad apprezzare le distanze,
ecc. Nol linguaggio teologico dicesi
eduoazione dirina quella che l’uomo riceve da Dio, per effetto della
rivelazione; essa coincide con l’origine del mondo, à data e continuata parte
con parole parte con fatti; ha quattro fasi, Poriginaria, la patriarcale, la
mossica e la cristiana; quantunquo queste fasi si debbano riguardare come un
solo tutto strettamente connesso, poichè attraverso esse si svolge il piano
divino dell'educazione, tuttavia le prime tre si considerano come fasi
preparatorie dell'ultima, la più perfetta di tutte, perchè manifestazione
diretta di Dio (v. pedologia, didattica, pedagogia). Efettici (épextixot). Con
questo nome furono designati qualche volta gli scettici (v. zetética). Effetto.
T. Wirkung, Effekt; I. Effect; F. Effet. Ciò che è prodotto da una causa. Un
avvonimento qualainai ai co cepisce come effetto quando lo si considera come
cominciante ad esistere, ossia quando si pensa la sus nuova esistenza come una
mutazione o come una operazione: L'effetto i distingue dall’ accidente perchè,
mentre questo si considera come una cosa sola colla sostanza e ls determina,
l’effetto si concepisce invece come separato dalla causa cd appartenente ad
altro essere. Gli scolastici chiamavano effectus primarius o intrinsecue il composto
concreto 0 In denominazione, che risulta dalla forma unita ad un soggetto
capace: ad es. l’effetto primario del calore, per cui l’acqua si riscalda, è
l’acqua calda stessa; effectua secondarius © extrinscous qualsiasi effetto
positivo ο negativo, che risulta dall’ unione della forma nel soggetto, in modo
da essere adeguatamente distinto dalla forma o da restarle estrinseco, ad es.
l'allontanamento del freddo dall’ acqua. Efficace. T. Firksam; I. Efficace; F.
Efficace. Usato come sostantivo, designa il potere che ha la causa’ di produrre
l'effetto; non è dunque che I’ obbiettivazione dello sforzo che proviamo nell’
agire, la virtualità dell’ effetto nella causa, costituita dall’ aspettazione
di B che abbiamo visto segnire costantemente ad A. Si suol opporre l’ efficace
alla condizione, che è ciò senza di cui la causa non agirebbe, e alla
occasione, che è il semplice concorso delle circostanze in presenza delle quali
la causa agisce (v. causa). Efficiente. T. Bewirkende; I. Efficient; F.
Eficiente. Du Aristotele in poi dicesi causa efficiente, per opposizione alla
finale © alla oocasionale, il fenomeno che ne produce un altro, o l’ essere che
produce un’ azione. Alcuni distinguono la causa efficiente dalla efficace:
questa produce I’ effetto senza nulla perdere o cedere della propria natura, o
della propria efficacia d’agire ulteriormente, quella produce I’ effetto
trasformandosi in esso parziahnente ο totalmente. Gli scolastici dicevano concorrere eficienter
ο effeclire ad alcunchè, l’operare immediatamente I’ azione; concorrere
directive, dare le norme dell’azione; concorrere finaliter dare la ragione
finale dell’azione. 2A RarzoLi, Dizion,
di scienze filosofiche Eco 354 Egoismo. T. Egoiemus, Selbatliebe,
Selbateucht ; I. Egoiem, Selfishness} F. Égoïsme. Nel suo senso più proprio
designa V amore di sb stessi, che è naturale ed inevitabile, che nocompagna
l'individuo dalla culla alla tomba e che, se può dar luogo a sentimenti bassi e
volgari, è anche 1’ unico fondamento delle azioni 6 dei sentimenti più generosi.
Nel suo significato più comune, per egoismo si intendo invece l'umore assoluto
ed esclusivo di sè, onde I’ individuo non cura che sd stesso anche a prezzo del
danno altrui. All’ egoismo si oppone l’alfruismo o antiogoismo, che consiste
nel} esercizio dell'attività propria al benessere altrui, ed è pure, come
l’egoismo inteso in senso proprio, fondamentale, primordiale ed essenziale
nella condotta umana, avendo la sua origine nell'organismo stesso, in quanto
comincia con la propagazione della specie. Secondo Hobbes l'egoismo è l'impulso
fondamentale dell’uomo, ognuno tendendo a conservare sè stesso o ad estendere
In propria forza fin dove può; nello stato di natura esso domina sfrenato, e
cià che lo soddisfa si chiama hene, ciò che lo contrasta si chiama male; ma
poichè da ciò ne deriva la lotta di ciasenno contro tutti, che offende lo
stesso egoismo indivi duale, è stato fondato lo Stato come contratto per la
mutua garanzia dell’ anto-conservazione. Lo Spinoza accettò questa teoria, ma
introducendola nella sua metafisica le diede una importanza più ideale: anche
per Ini P essonza «ogni volere è il suum esse conservare, ma poichè ogni modo
finito appartiene ugualmente ai due attributi, spirito e corpo, così il suo
istinto di conservazione αἱ rivolge tanto alla sua attività cosciente, ossia al
sto sapere, come alla sus affermazione nel mondo corporeo, ossia al sno potere:
per tal modo Pimpulso fondamentale di ogni vita volitiva individuale vien
riferito all'identità baconiana di sapere e potere. Nella filosofia sociale
dell'illuminismo 1? egoismo è assunto pure come fondamentale; per il
Mandeville, ad es., la vitalità del sistema sociale si fonda tutta sopra In
lotta dl interessi degli 355 Eco individui, e la forza impulsiva nella
civilizzazione è solo l'egoismo; non è quindi da meravigliare se la cultura si
manifesta non mediante nn elevamento delle qualità morali, ma solo con un
raffinamento dell’ egoismo; la felieità dell'individuo non »' accresce per
effetto della civiltà, perchè se ciò accadesse, l'egoismo ne rimarrebbe
indebolito, mentre su questo punto si fonda il suo progresso. La morale
evoluzionistica dello Spencer è basata tutta sopra il gioco di questi tre
sentimenti: Pegoismo, cheha per oggetto l’ interesse individuale; 0 allrujemo,
che ha invece per oggetto il benessere degli altri e della società:
l'ego-altruiemo, che rappresenta una via di merzo tra il primo e il secondo ο
mediante il quale si produce 1 armonia tra l’ individuo e il suo ambiente. Ora
la evoluzione morale non tende a sacrificare l’egoiamo all’altruismo, bensì a
contemperare le due forme tra loro: e cioè I’ individuo si modifica per
adattarsi sempre meglio all’ ambiente rociale, e questo si modifica a sua volta
per soddisfare sempre meglio alle necessità dell’ individno. E tanto immorale
l’assoluto altruismo come I’ egoismo esclusivo: l'individuo non deve vivere
soltanto per sè, ma neppure soltanto per gli altri, poichè neppure agli altri
può essere debitamente ntile se non cerca nella cura di sè stesso le condizioni
adatte a tal fine. Dall’ egoismo pratico o morale, del quale abbiamo ora
parlato, si distingue l'egoismo teoretico 0 aolipsiamo, dottrinn gnoseologica
secondo la quale ogni singolo apirito non è certo che della sun propria
esistenza, non può atfermare che sè stesso; lu realtà di tutto il resto è
problematica, nè pnd essere affermata: Un egoista, dice Ch. Wolft, è nello
stesso tempo un idealista, e non considera il mondo colloeato in altro spazio
che nel proprio pensiero ». Però questo significato della puroln egoismo,
comune nel secolo 18°, oggi non à più in nao, ndoperandosi invece le
espressioni solipsismo, idealismo soggettivo, nihiliamo, eve. Cfr. Ch. Wolff, Fernünflige
Gedanken, 1725; Sidywi EGo-ELa 366 Methods of elhios, 1877, p. 88, 116, 194;
Bain, Mental and moral soience, 1884, p. 598 seg.; Spencer, The data of ethice,
1879; Höffding, Peychologie, trad. franc. 1900, p. 323 segg.; Ardigò, Opere fil., vol. III, p.
11-14, 204 segg. (v. odoniemo, egotismo, idealismo, illuminiemo, unioismo,
utilitarismo, intorease). Egotismo. I. Egotism; F. Égotisme. Gli inglesi
chinmano così il grado più profondo dell’ egoismo in cui, per una specie di
ipertrofia dell’ io, ogni sentimento nobile, ogni tendenga altruistica è
distrutta, I’ affettività è quasi annientata e predominano soltanto le passioni
più basse. I’ egotiamo è una delle stimmate psicologiche della degenerazione,
anzi la fondamentale secondomolti psichiatri, i quali riconducono ad essa tutti
i caratteri propri della condotta dei degenerati, come lo sviluppo eccessivo
della sensibilità morale, la smania di richiamare su sò stessi l’attonzione
altrui, la misantropia e la diffidenza che ri‘sultano dal non trovare nei
rapporti sociali le desiderate soddisfazioni dell’ amor proprio. In un altro senso, più letterario che filosofico,
per egotismo s’ intende l’analisi particolareggiata fatta da uno scrittore
della propria individualità fisica e mentale. Quest’ uso risale allo Stendhal:
«Se questo libro non annoia... si vedrà che I’ egotismo è un modo di dipingere
questo cuore umano, nella conoscenza del quale abbiamo fatto dei passi da
gigante dal 1721 in poi, ecc. ». Cf. Stendhal, Souvenirs d’ égotieme, p. 81;
Morselli, Manuale di semejotica, II, p. 480 segg. ; Lombroso, Pazzi ο anomali,
2° ed. 1889. . Eguaglianza v. uguaglianza. Elaborazione. T. Ferarbeitung ; I.
Elaboration; F. Elahoration. Le attività ο facoltà di elaborazione della
conoscenza si distinguono da quelle di acquisizione: queste sono costituite
dall’ esperienza, sia interna che esterna, mediante cui si acquistano i
materiali della conoscenza, quelle dall'astrazione, dall’immaginazione
costruttiva ο ELE riproduttiva, dall’ associazione, ecc., che trasformano e
organizzano i materiali stessi. Bleatismo. T. Eleatirmua; I. Hleatiom: F.
Eloatiome. Senola filosofica greca, iniziata da Senofane (569 a. Cr.) ©
proseguita da Parmenide, Zenone e Melisso. 11 problema che essa cerca risolvere
è quollo del cangiamento. Opponendosi ad Eraclito, per il quale la realtà è lo
stesso cangiamento, il moto, il puro diventare, gli eleati sostengopo che il
vero Resle è uno ed immutabile e che lo cose molteplici ο variabili non sono se
non illusioni del nostro senso. Per Senofane codesto Uno immutabile, eterno,
perfottissimo è Dio, 1’ nnico Dio e l’ unico reale ad un tempo; per Parmenide
invece è 1’ Essere assolutamente intelligibile, che riempie lo spazio: Bisogna
ammettere in maniera axsoluta, egli dice, o l'essere o il non-essere; la
decisione su questo soggetto è tutt’ intera in queste parole: è 0 non è. Ora,
non si può conoscere il non-essere, poichè è imporsibile, nd euprimerlo con
parole; non resta dunque che una cons: porre l’ essere © dire esso è, ἔστι. In
questa via, molti sogni si presentano per mostrare che I? essere è senza
nuscita © senza distrazione; che è un tutto d’ una sola specie, senziî limiti,
immobile, che non era nd sarà, poichè frattanto è tutto intero ad un tempo, e
che è nno, senza discontinnità ». Melisso e Zenone, discepoli di Parmenide, ne
svolsero lo dottrine, il primo in modo diretto e positivo, con rigoroso ordine
scientifico, il secondo in modo indiretto, corcando di dimostrare gli assardi
nei quali si cade inevitabilmente se si ammette la pluralità del reale e la
possibilità dol moto. Cfr. Ritter, Geschichte d. jonischen Philosophie, 1821:
G. Fraccaroli, I lirici greci, 1910, p. 139 segg.; Windelband, Storia della
filosofia, trad. it. 1918, vol. I, p. 42 segg. ‘Elemento. T. Element; I.
Element; F. Élément. Deriva, secondo il Trendelenburg, dalla corrnzione del
latino olomentum, che il Vossio fa venire da una antica voce cleo per oleo=
cresco; secondo altri deriverehbe invece dal EL
358 greco Όλημα (Όλη = materia) ο
da ἄλημα pulviscolo di farina. Nel suo
significato proprio designa le parti ultime, costitutive della materia, che non
sono passibili di ulteriore decomposizione, e in questo senso è adoperato dai
fisici. Nel suo significato astratto si adopera per designare le parti più
semplici ed essenziali di qualunque scienza ο dottrina. I filosofi antichi
chiamavano elementi le sostanze ogiginarie da cui ogni cosa deriva e in cui
ogni cosa si corrompe ; per Empedocle tali sostanzo erano quattro: aria, acqua,
terra © fuoco, ὁ questa dottrina fu seguita fino al Lavoisier. Con la parola
elemento alcuni intendono, nella psicologia, una faccia o una particolaro qualità
di un fenomeno © di uno stato di coscienza; i sonsisti e gli empiristi
intendono invece la sensazione pura e semplice ; altri infine, come l’Ardigò,
intendono per elemento psichico la sensazione minima (protoestema). Ad ogni
modo, è chiaro che anche nella psicologia, come nella nostra conoscenza presa
nel sno insieme, la nozione di elemento è aftatto relativa, perchè il limite
dinanzi al quale ci arrestiamo non è un limite se non per noi, che può essere
sorpassato dugli altri osservatori e nelle epoche successive. Cfr. Goclenius,
Lexicon philosophicum, 1613, p. 145; Trendelemburg, Élementa logioes
aristoteleæ, 1878; H6fding, Psychologie, trad. franc. 1900, p. 24, 112; Wundt,
Grundriss d. Paychol., 1896, p. 3336; V. Alemanni, L'elemento peichico, 1903;
Ardigò, Op. fil. vol. VII, p. 34 segg. (v. protoestema). Elenoo (ἔλεγχος confutazione). È l’esume contradditorio col
quale Socrate confuta gli errori © distrugge la falsa sapienza. La parola è
rimasta appunto per indicare il ragionamento refutativo ; dicesi anche
redarguizione. Por ignoratio elenchi intendesi quella specie di sofisma, che
consiste nel dimostrare ο refutaro una cosa diversa da quella che è in
questione. Cfr.
Aristotele, Anal, pr., II, 20, 66 L, 11; Logique du Port-Royal, parte III, cap.
XIX (v. elenotica, ironia). 359
Elenctica. Una delle tre arti speciali della dialettica, intendendo per
dialettica l’arte del ragionamento. Essu ha l'ufficio di confatare le proposizioni
false, ed ha per antecedente opposto l’ affermazione dell’ avversario, che si
deve abbattere. Si distingue dall’ apodittica, altra parte della dialettios, in
quanto suppone un avversario, fauso di sillogismi puramente formali in cui le
premesse, o una di esse, sono tolte all'avversario, e può risalire ai pri
principi. Essa si vale dell’ spioherema e dell’ elenco: il primo obbliga
l'avversario a cadere nella contraddizione, il secondo lo convince d’ esservi
caduto. Cfr. Rosmini, Logioa, 1853, $ 841 (v. maieutica, ironia, anatreptica,
agonistica, apologetica). ‘Eliminazione. T. Elimination; I. Elimination; F.
Élimination. L'operazione logica che si compie nella ricerca scientifica, per
fissare i rapporti di causalità tra i fenoineni, sceverando le circostanze
essenziali dalle non essenziali alla produzione del fenomeno stesso. Consiste
nel moltiplicare il più che sia possibile le ‘osservazioni © gli esperimenti,
in modo da ottenere la separazione degli elumenti causali da quelli che non lo
sono, cioè dalle circostanze accessorie e dai concomitanti casuali. L’
eliminazione ha il suo fondamento logico sopra questi tre assiomi della
causalità: ogni antecedente, che non può essere eliminato senza che l’effetto
scompaia, è causa ο fa parte di essa; ogni antecedente, che può essere
eliminato senza che l’effetto scompaia, non è causa nd fa parte di essa; un
antecedente e un conseguente, che variano correlativamente in qualità e
quantità, sono in rapporto causale tra di loro. I quattro metodi induttivi
dello Stuart Mill, si basano cssenzialmente sopra l'eliminazione: il metodo di
concordanza ha il suo fondamento sopra il secondo nssioma della causalità; il
metodo di differenza sul primo; il metodo delle variazioni concomitanti sul
terzo; il metodo dei residui è il risultato della applicazione di tutti tre. Cfr. Hncone, NoELi-Ema 360 vum organum, II, 18; Stuart Mill, System
of logic, 1865, III, 8, $ 3 (v. causa). Eliocentrico. (#Atoç = sole). È detto così il sistema astronomico di
Copernico e Galileo, che pone nel centro del nostro sistema planetario il sole,
e della terra fa un pianeta che gira intorno a sò stesso © al sole. Geocentrico
era invece il sistema astronomico degli antichi, che poneva la terra come
centro dell’ universo. Elioteismo. T. Eliotheismus; I. Eliotheism; F. Eliova di
monoteismo naturalistico, che riconosce nel sole l’incarnazione di Dio; forma
analoga, ma meno importante, è il selenoteismo ο culto della luna. La scienza
moderna riconosce, secondo alcuni, il fondamento dell’elioteismo, in quanto la
vita umana, come ogni altra forma di vita organica, si deve ricondurre in ultima
analisi al sole raggiante: 1’ astrogenia dimostra che ogni corpo celeste,
compresa la terra, è una parte staccata dal sole; e la fisiologia insegna che
l’origine della vita organica sulla terra è la formazione del plasma, e che
questa sintesi da semplici combinazioni inorganiche avviene soltanto sotto
l’azione della luce solare. Cfr. Haeckel, I problemi dell’ universo, trad. it.
1902, p. 885 seg. (v. vita). Emanatismo o emanazionismo v. emanazione.
Emanazione. T. Emanation; I. Hmanation; F. Emanation. Dottrina filosofica e
religiosa dell’ Oriente, secondo la quale da Dio sortirono e sortono tutti gli
esseri che costituiscono l’ universo, senza che per questo la sostanza divina
diminuises o si esaurisca mai. L’ emanatiswo si trova nella religione di Zoroastro,
nella Cabbala e nella mitologia ebraica. Esso assume formu veramente filosofica
nel neoplatonismo di Plotino, secondo il quale il Tutto nasce per
l'irraggiamento intorno a sò (nepidapdtc) delP Uno immobile, cioè dell’ Unità
suprema incomprensibile e ineffabile. L’immediata produzione dell’ Uno è il Noo
(9οῦς), cioè I’ intelligonza, che emana da quella come la 361
Ens-Enı luce dal sole; dal Noo emana l’anima del mondo, ο da questa
emanano le anime individuali. Qui si ferma il graduale irraggiamento dell’ Uno
; perchè se è vero che l’ anima produce il corpo, la materia, che ne è il
sostrato, non è più Ince ma ombra. Distingnendo emanazione dell’ essenza ed
emanazione della forza, la filosofia di Plotino è definita come un emanatiemo
dinamico. Cfr. Plotino, Enn., II, 4,10 segg.; V, 1, 3 segg. (v. oreasionismo,
cabbala, logos, x00, demiurgo). Embriologia. I. Embryologie; I. Embryology; F.
Embryologie. Quella parte della biologia che studio il modo di generazione e
sviluppo degli esseri. Con questo termine si designa aucora lu formaziono
embrionale © lo sviluppo dell’ essere medesimo, che consisterebbe nella
ripetizione compendiata delle vicende storiche attraversate dalla specie, dal
genere, dalla famiglia, dall’ ordine o dalla clusse rispettiva, durante la sus
evoluzione diflerenziativa: in altre parole l’ embriologia, ossia la
morfogenesi individuale, non sarebbe che il risssunto della genealogia, ossia
della morfogenesl atavica. Cfr. Bergh, Vorles. üb. allgemoine Embryologie,
1895; (i. Cattaneo, Embriologia e morfologia generale. od. Hoepli (v.
filogenesi). Emianopsia o emiopia. T. Hémianoprie, Cecità parziale, in cui il
soggetto non vede che In metà destra ο In meta sinistro degli oggetti che
guarda; resta abolita per tal modo metà del campo visuale. Dipende da una
lesione delle fibre del nervo ottico, nel tratto che va dal chiasma alla
corteccia cerebrale. La lesione determina |’ aboliziono della visione nella
parte corrispondente del campo vinivo, ο cioè destra se la lesione è a destra,
sinistra se è n sinistra. Cfr. Techernig, Optique physiol.. 1498 (v.
aocomodamento, binooulare, diplopia). Eminente. T. i/berragend, Hervorragend:
I. Eminent; F. Éminent. Nella teologia dicesi ria eminentiæ, per opposizione
alla via remotionis o negationix, la determinazione Emo 362
della natura © degli attributi divini mediante 1’ aflermazione in grado
sommo di tutto I’ essere e di tutte le perfezioni che esistono nelle creature.
Nella Scolastica unn causa è detta contenere eminenter I’ effetto quando è
molto più perfetta di esso, non contenendone i difetti e le imperfezioni; lo
contiene invece formaliter quando ha la stessa natura dell’ effotto. Nel
linguaggio di Cartesio, 1’ esistenza ominente è l’esistonza in tutta la sun
realtà; I’ esistenza ‚formale è V esistenza in sè; l’esistenza obbiettira è
l’esistenza per il pensiero e nel pensiero, cioè come oggetto doll’ iden.
L'esistenza eminente possiede quindi tutta In renltà o perfezione che è nell’
esistenza formale, e oltre. Siccome tutto ciò che vi ha di resle nel mondo
vieno da Dio, così il mondo esiste eminentemente in Dio. Il Berkeloy, dopo aver
negata I’ esistenza dei corpi, pone, ispirandosi a Cartesio, una causa eminente
delle idee che loro corrispondono; questa cansa è Dio, cosicchè le idee del
mondo esterno non sono che il linguaggio col quale Dio parla agli spiriti
finiti, per regolarli nella loro vita pratica. Cr. Heinrich, Dogm. theol., 1879, t. III, $ 166;
Goclenius, Lexioon phil.. 1613, p. 146; Descartes, Troirième meditation, $ 17 ©
18; Berkeley, Treat. on the prino., 5 segg.; Ch. Wolf, Philos. prima site ontologia. Emozionale
(lingua). T. Ansdruoksbewegungen; 1. Expression of emotion; F. Expression de
l'émotion. Quell’ insieme di modificazioni organiche e di movimenti istiutivi,
cho costituiscono l’aspetto fisico delle emozioni, ο, in quanto appaiono
esteriormente, servono a indicare le corrispondenti emozioni, per l'esperienza
che ne abbinmo. ‘Tali modificazioni e movimenti, appunto perchè possono
richiamare per wwociuzione negli altri individui lo stato psicologico
corrispondente, diconsi segni emozionali, o patognomici, v eapressiri. Il
Darwin ha spiegato I’ espressione delle emozioni con questi tre principi: 1°
associazione delle abitudini utili: le azioni che sono utili a soddisfare certi
desideri ο Emo bisogui, si associano cou questi in modo che, riprodu dosi
questi anche in circostanze diverse, quelle pure si riproducono; 2° azione
diretta del sistema nerroso: quando un centro nervoso è fortemente cccitato, la
sua energia o ribocca in certe determinate direzioni v è apparentemente
sonpesa; 3° l’antitesi: quando si hanno stati opposti ni precedenti, tendono a
prodursi movimenti opposti ni precedenti, benchè inutili. Questi princip non
sono da tutti accettati, ed il Wundt ha ad essi sostituito i tre seguenti:
dell’ associazione delle sensazioni analoghe, dell’ innervazione diretta e del
rapporto del movimento colle rappresentazioni sensoriali. Ad ogni modo, le
espressioni organiche delle emozioni hanno una ragione protettiva, anzitutto
perchè servono di deviazione alla forte eccitazione nervosa, secondariamente
perchè, specio nelle popolazioni primitive, esse avevano lo scopo della difesa,
orano l’inizio della lotta. Questo fatto si riferisco alla legge seguente: un
sentimento represso e quindi non troppo intenso, dà luogo al principio di
quell’ atto u cui darebbe luogo il sentimento stesso qualora raggiungesse un
certo limite d’ intensità, e non forse frenuto. Cfr. Darwin, The expression of the emotions,
1865, cap. 1; Spencer, Principles of psychology, 1881, vol. II, p. 545 segg.;
Wundt, Grundzüge der physiol. Peyohol., 1893, vol. II, Pp. 504 segg.; Hiffding,
Psychologie, trad. frane. 1900, Ρ.
126 segg. Emosione (e che vien da, motio movimento). T. Affekt,
Gemiithabewegung ; I. Emotion; F. Emotion. Dosigna, nella psicologia moderna,
uno stato della medesima natura del sentimento, ma molto più forte di esso in
quanto sorge d'improvviso e durante un certo periodo di tempo κ’ impone allo
spirito, arrestando l'associazione libera e naturale delle rappresentazioni. La
passione non à che una emozione divenuta irresistibile 6 persistente. Secondo
alcuni psicologi moderni (Lange, James, Ribot, Mosso) l'origine dell’ emozione
si ricondurrebbe a movimenti organici; l’cleEmo
364 mento affettivo, che fa parte
di esse, non sarebbe così attribuito al pensiero, ma si ridurrebbe alla
sensazione, alla cenestesi, in altre parole al riecheggiare nella coscienza di
più o meno profonde alterazioni somatiche. Per tal nudo l'emozione risulterebbe
di questi tre momenti : rappresentazione della cansa; movimenti puramente
riflessi del corpo, modificazioni vasomotrici, contrazioni muscolari; coscienza
dei movimenti organici. Ad appoggio di questa teoria si osserva che, se di
un'emozione qualsiasi, ad es. la gioia, si tolgono le sensazioni organiche, 1’
emozione svanisce e non rimane che un'idea pura; ο che, d’altro canto, se si
producono artificialmente i concomitanti fisiologici dell’emozione stessa, non
solo si vedrà apparire l'emozione medesima, ma essa cercherà e troverà una causa
immaginaria, come avviene negli ubriachi ο nei malinconici. Tra questa teoria
somatica della ernozione e la teoria tradizionale ο intellettualieta (secondo
la quale lo stato mentale sarebbe la oansa delle modificazioni organiche) sta
la dottrina intermedia, secondo la quale l’emozione sarebbe la sintesi
complessiva di un particolare stato organico e di un particolare stato
psichico, agenti reciproca mente l’uno su l’altro. Le emozioni farono
classificate in depressive e diesaltamento, che sono le due forme principali
sotto cui si manifesta il loro carattere fisiologico ; Kant chiamò le prime
steniohe, lo seconde asteniche. Si dicono emozii potiori quei piaceri ο dolori
intellettuali, che si godono per la sola superiorità della intelligenza: tali
sono Ve. logica, che è esaltativa quando è costituita dal piacere della ricerca
e della scoperta del vero, depressiva quando risulta dalle pene dol dubbio e
dall’ avversione dell’errore: Pe. entetica, che risulta dalla contemplazione
del bello naturale ed artistico (esalt.) e del sublime (depres.); Pe. morale,
che sorge dalle azioni conformi (esalt.) o non conformi (depres.) all’ ideale
del bene; l’e. religiosa, che ha origine dal sentimento del legame che unisce
il nostro allo spirito misterioso, di cui riconosciamo la dominazione sul mondo
¢ sn noi stessi. Cfr. Kant, Krit. d. Urteilekraft, 1878, p. 130; Anthropologie,
1872, § 71, 72, 74; Wundt, Grundzüge d. physiol. Payohol., 1893, II, p. 405 segg. ; Grundriss d.
Paychol., 1896, p. 199 ; Jodl, Lehrbuch d. Payohol., 1896, p. 692; Bain, The
emotions and the will, 1865; Spencer, Prino. of peyohol., 1881, II, p. 514
seg.; Sully, Outlines of peychol., 1885, p. 454; W. James, La théorie des
émotions, 1908; Lange, Les émotions, trad. franc. 1895; Th. Ribot, La Φεγολοὶ. des sentiments, 6* ed. 1906; Sergi, Lee émotions,
trad. franc. 1901; Mosso, La peur,
trad. franc. 1886; Ardigd, Op. fil., V, p. 506 segg.; F. B. Jevons, L'idea di
Dio nelle rel. primitive, 1914, p. 24-27 (v. emosionale, sentimento, passione).
Empirioo. Gr. Ἐμπειρικός: T. Empivisch; I. Empi cal; F. Empirique. Vocabolo
usato nei primi secoli dell'era nostra per indicare nna scuola di medici, che
si dicevano ἐμπειρικοί per opposizione ad altri detti λογικοί. Entrò poscia nel
linguaggio filosofico, per designare ciò che nppartiene all'esperienza, sia
esterna che interna; si oppone quindi a innato, rasionale, a priori. Talvolta
si oppone anche @ sistematico per indicare ciò che è un risultato immediato
dell'esperienza e non si deduce da alonna altra legge ο proprietà conosciuta,
Nell’ uso kantiano empirico si contrappone a puro, © indica ciò che
nell'esperienza totale non deriva dalle forme o dalle leggi dello spirito
stesso, ma allo spirito è imposto dal di fuori. Cfr. Sesto Empirico, Aypot.
pyrr., I, cap. 34; Ade. Logiooa, II, $ 191, 327; Kant, Krit. d. reinen Vern.,
od. Reclam, p. 49. Empiriooritieismo. T. Empiriokritioiemus; I.
Empirioeritieism ; F. Empiriocriticieme. Il sistema filosofico dell’Avenarius,
detto anche filosofia dell'esperienza pura, in quanto si propone di ristabilire
l’esperienza pura con un processo di eliminazione di tuttocid che è un'aggiunta
arbitraria del pensiero, di spiegare psicologienmonte e fisiologicamente la
genesi dell’ illusione metafisica. Secondo Emp esso, tutto lo sviluppo della filosofia
© della conoscenza si riduce al principio dell’ inerzia, del minimo consnmo di
forza, che in rapporto alla vita psichica si esprime corì: il contenuto delle
nostre rappresentazioni dopo una nuova appercezione, ha la massima somiglianza
possibile col contenuto anteriore. In quanto poi l’aninia è soggetta alle
condizioni dell’esistenza organica e ai bisogni dell’adattam questo principio
diviene una legge di sviluppo: Pani non impiega in una percezione più forza di
quella che sin necessaria, e, quando si trova innanzi a una pluralità di
apporcezioni, dà la preferenza a quella che con nuo sforzo minoro produce lo
stesso effetto, o con uno sforzo uguale produce nn effetto maggiore. Questa
tendenza dell'anima al risparmio di forza, spiega la legge di assimilazione,
per cni il nuovo è ricondotto all’antico, il noto all’ignoto; e spiega la
creazione dei concetti, che con un unico sforro di coscienza ci rendono
possibile di abbracciare nn grande numero di oggetti. In tutte le scienze
agisce questo principio, facendo sì che i concetti e lo leggi particolari siano
condensati in concetti e leggi più universali; la filosofia, che vuol darei un
concetto universale del mondo, è In meta ultima a cui conduce il bisogno di
risparmiare l'energia della coscienza. Man mano che si procede innanzi, si
minano le aggiunte inutili all'esperienza, aggiunte che sono di tre specie: le
mitologiche, che pongono nel dato reale In forma di tutto il nostro essere; le
antropopatiche, che attribuiscono agli oggetti i nostri sentimenti; le intellettnali
o formali, che aggiungono all'esperienza certe forme proprie dell’ intelletto
umano (causa, sostanza, ece.), La pnrificazione delle due prime è oggi quasi
completa per effetto dell’evoluzione scientifica; purificare l’esperienza anche
dalle terze, ecco il cémpito della critica dell’esperienza pura, la quale «i
contrappone quindi alla critica della ragion pura di Kant, che ha affermato
invece la nedi tali forme por la spiegazione dei fenomeni, Que 867 Emp sti tre momenti della conoscenza, al pari
d’ogni altra forma di attività psichica, anche rudimentale, si riducono a tre
fasi successivo della serie vitale, cui corrispondono tre fasi della serie
psichica. Le tre fasi vitali sono : 1° turbamento dell'equilibrio organico
normale ; 2° processi intermedi per ristabilirlo ; 3° ristabilimento di esso e
delle condizioni favorevoli alla conservazione dell'organismo. Le tre fasi
paichiche corrispondenti sono: 1° momento di insoddisfazione, per il
presentarsi di valori psichici, che, in contrapposto n ciò che tinora si è
caratterizzato reale, vero, abituale, ecc., hanno il carattore dell’
inaspettato, del nuovo, del problematico, ecc.; 2° ricerca di ciò che è reale,
evidente, noto, sicuro; 3° chiusura della ricerca col raggiungimento del vero.
Cfr, Avenarius, Kritik d. reinen Erfahrung, 1888-90; Der menschliche
Weltbegrif, 1891; Philosophie ale Denken der Welt gemass dem Princip des
Kleinston Krafimasses, 1908 ; Petzold, Einführungn in die Philos. d, reinen
Erfahrung, 1904; Hôtiding, Philosophes contemporains, 1908, p. 119-122;
Aliotta, Riccardo Avenarius, Cultura filosofica », maggio 1908; Id., La
reazione idealistira contro la sciensa, 1912, p. 68-110 (v. economica
concezione). Empirismo. T. Empirimus; 1. Empiriciem; F. Empirisme. Dottrina
psicologica, che fa derivare tutte le nostre conoscenze dall'esperienza sia
esterna che interna (riflessione). Bi dice quindi empirismo, o anche
sperimentalirmo «_positiviemo, quell’ indirizzo scientifico e filorofico che
considera come solo oggetto di conoscenza il fenomeno, ο come solo metodo di
ricerca l'osservazione, l'esperimento © induzione. L’empirismo psicologico si
oppone all'innatiemo e nl razionalismo, che considerano alenne idee
fondamentali ο i principi supremi della ragione, como anteriori all'esperienza
e ad essa irreducibili. Si distinguo anche dal sensiemo, che pone la sensazione
esteriore come la fonte unica di tutte le nostre conoscanze, mentre l'empirismo
propriamente detto lo fa derivare dn due sorgenti: END 368
l’esperienza esterna, ciod le sensasioni, © l’esperienza interna, cioè
la riflessione. Il massimo rappresentante dell’empirismo fu Giovanni Locke, del
seusismo il Condillac. Dicesi empirismo radicale la dottrina che, considerando
i principi, le leggi, ο le forme della conoscenza come convenzionali, o come
aventi un puro valore economico di comodità, d’uso, vuol liberarne la
conoscenza stessa per risalire all’esperienza pura, al fatto bruto che solo La
valore reale, ossia alla sensazione; per essu infatti l'universo è ito di
clementi sensoriali, i quali, secondo che si uns ο in altra maniera, ci danno
le determinazioni più diverse della realtà, quali l’io, da una parte, © il
non-io dall'altra, nelle sue varie forme ο specificazioni (v. economica,
empiriocriticiemo, innatismo, prammatismo, sensazionalismo). Endictioa. Quella
parte della dialettica che ha per scopo di stabilire le proposizioni
(ἐνδαικτική) ; appartiene all’agonistica, cioè l’arte dei certami dialettici.
Oggi è vocabolo poco usato. Cfr. Rosmini, Logica, 1853, $ 841. Endofasia. T.
Endophasie; I. Endophasy; F. Endophasie. E la successione delle immagini
verbali, con le quali si suole esprimere una successione di pensieri, ma che
rimangono allo stato psicologico, senza dar luogo si movimenti vocali, quando
tali movimenti importerebbero nna perdita di tempo e di forza. Dicesi anche
linguaggio interiore ed ha nei vari individui tipi fissi, a seconda che caso è
costruito su imagini acustiche, visive, motorie, ece. In alcune malattio
mentali codesto linguaggio interno si intensifica a poco n poco, finchè,
estendendosi I’ eccitazione all’ elemento psico-motore, l’individno, pensando,
dovo articolsre intensamente nel suo interno le parole; se l’irritaziono cresce
ancora, si ha la formazione di un impulso prico-motore che va agli organi
esterni della favelia, a l'infermo ha delle vere allucinazioni verbali
paico-motrici: da ultimo la stimolazione si scarica per le vie mo 369 END-Exr trici, © si ha l’articolazione
completa © la pronunzia distinta delle parole. Cfr. Ballet, Le langage intérieur
et lee formes do l'aphasie, 1886; Saint-Paul, Finde sur le langage intérieur,
1892; Morselli, Manuale di semejotica, II, p. 438 segg. Endogamia. T. Endogamie; I. Endogamy: F. Endogamie.
Forma di costituzione famigliare, in cui più nomini ai uniscono con la stessa
donna scelta nel seno della tribù. Secondo Mac Lennan l’endogamia rappresenta
una delle primissime fasi dell’ evolnzione della famiglia: essa narebbe infatti
snoceduta immediatamente alla promiscuità, perchè, praticandosi nelle tribù 1’
infanticidio ed essendo più frequente il sacrificio delle femmine, più deboli,
ne segni che, per rimediare a questa deficienza di donne, si dovette ricorrere
ο al matrimonio poliandrico nell’ interno della stessa tribù, o al rapimento di
donne a tribit nemiche. Cfr. Mac Lennan, Studies in ancient history, 1878 ;
Starke, La famille primitive, 1891 (v. emgamia, elerimo, lerirato, matriarcato,
poliandria, famiglia). Endolinfa. T. Endolymphe; I. Endolymph; F. Endolymphe.
Liquido trasparente, che riempie le cavità del labirinto membranoso dell’
orecchio interno. È più denso della perilinfa, contenuta nel labirinto osseo,
in cni stanno lo terminazioni nervose del nervo acustico. Secondo molti
psicofisiologi, Cyon, Mach, Ewald, essa avrebbe una grande importanza nel
produrre le sensazioni di equilibrio e della orientazione nello spazio. Cfr.
Cyon, Recherches our ler fonctions des canaux nemi-circulatres, 1878; Mach,
Grundlinien der Lehre von den Bewegunsenpfindungen, 1874; R. Ewald, Pflügers
Arch, vol. LV, 1895. Energia. T. Energie: I. Energy: F. Énergie. Por Aristotele
la materia è la potenza (ὀύναμις) © ad essa si contrappone l’onergia, che è
l’atto, l’effetto realizzato nell'opera (νέργεια): questa si distingne alla sus
volta dalla entelechia (ἐντελέχεια), che accenna propriamente allo tato di
perfezione in cai la sostanza si trova nituata, mentre 24 RanzoLI, Dizion. di acienze filosofiche.
Ένα 370
Penergia accenna alla reale attività che essa esercita. Nella scienza moderna dicesi energia la forza
capace di lavoro; ed è attuale o cinetica quando il punto materiale cui è applicata
trovasi in moto effettivo; potenziale 8e il punto materiale non è in moto, ma
può effettivamente imprenderlo ; Venergia totale di un sistema materiale ad un
momento dato è la somma delle sue energie potenziali. Energetica dicesi perciò
quella parte della dinamica, che studia la composiziono dei moti delle masse,
che nel loro cammino sono capaci di produrre lavoro. Cfr. Aristotele, Metaph.,
IX, 6; Phys., VIII, 5; De an., II, 5; Georg Helm, Dio Energetik nach ihrer
geschichtlichen Entwickelung, 1898 (v. energiemo, forsa, morimento, laroro).
Energie specifiche (legge delle). T. Specifische Sinnesenergie; I. Specific
energy; F. Énergie xpeeifique des sens. Sotto la denominazione di legge delle
energie specifiche degli organi di senso » si intende la dottrina svolta
primitivamente da Giovanni Müller nel 1840, secondo la quale le diverse
modalità delle sensazioni non dipendono dalla differenza degli stimoli esterni
che le eccitano, bensì dalla natura specifica degli orguni. Essa è
sinteticamente riassanta nello seguenti proposizioni : a) Per effetto di canse
esterne noi non possiamo avere alcuna specie di sensazione, che non possiamo
ugualmente avere senza dette canse per la sensazione degli stati dei nostri
nervi (ad es. nella allucinazione, nel sogno, nelle sensazioni soggettive); 5)
La medesima causa interna, 0 la medesima causa esterna, produce sensazioni
differenti nei diversi sensi in ragione della loro propria natura o delln
sensibilità specifica di essi (nd es. l’iperemia produce fosfeni agli occhi,
tintinnio agli orecchi, ece.); 0) Le sensazioni proprie a ciascun nervo
sensoriale possono essere provocate da molteplici influenze sin interne sia
esterne; la sensazione è la trasmissione alla coscienza non di ana qualità o di
uno stato dei corpi esterni, ma di una qualità, di uno stato del nervo
sensoriale, determinato da una causa esterna, o queste qualità sono differenti
nei differenti nervi sensoriali (la sensazione del suono, ad esempio, è
Venergia o qualità del nervo acustico, e non ha nalla di comparabile con le
vibrazioni dell’aria); d) È ignoto se le cause delle energio diverse dei nervi
sensoriali abbiano sede in loro stessi ο nelle parti del cervello o del midollo
spinale in cui terminano; ma è indubitato che le parti centrali dei nervi di
senso nel cervello sono capaci di provocare le sensazioni proprie di ciascun
senso, indipendentemente dai cordoni nervosi. Questa dottrina, svoltasi sotto
1’ influenza della teoria kantiana delle forme a priori della sensazione, ha
suscitato molte discussioni ο ancor oggi è assai dibattuta sin dai psicologi
che dai fisiologi. Cfr. J. Müller, Manuel de phyeiologie, trad. franc. Jourdan
et Littré, I, 711; Goldscheider, Die Lehre ron den spezifischen Energien, 1881:
Weismann, Die Lehre v. d. per, Sinnesenergien, 1895; Jodl, Lehruch d. Payohol.,
1896, p. 182 segg. Energismo. Ί. Energismus; F. Energieme. Nella filosofia
morale si oppone a edoniemo, e designa quella dottrin che pone come fine della
volontà l’attività della vita; tale dottrina è specialmente sostenuta dal Paulsen. Nella metafisica o filosofia generale,
designa quella dottrina che tutta la realtà ridnco all’ energia, considerata
come una vera e propria sostanza (intendendo por sostanza ciò che v'ha di
permanente nel mondo esterno). Si contrappone tanto al mecoaniemo, in quanto
nega la realtà della materia, che si riduce alla energia, quanto al dinamismo,
in quanto al concetto soggettivo di forza sostituisce quello obbiettivo e
scientifico di energia. Tale dottrina è sostenuta oggi specialmente
dall’Ostwald, che la fonds su queste considerazioni: la sola cosa conosciuta e
conoscibile è l'energia, nella quale si esaurisce lo stesso concetto di
materia; infatti ogni nostra conoscenza del mondo esterno non è dovuta che
all’azione sui nostri sensi delle energie; poichè non solo noi ENE 372
abbiamo dell’energia una esperienza diretta nello sensazioni dello
sforzo muscolare, ma ciò che noi vediamo non è che un lavoro chimio, prodotto
dall'energia luminosa, ciò che noi udiamo è il lavoro che le oscillazioni
dell’aria compiono nell’orecchio interno, se tocchiamo un corpo fermo sentiamo
il lavoro meccanico che è impiegato nella compressione della punta del nostro
dito ο dell'oggetto; mentre gli altri concetti fisici, massa, quantità di moto,
ece., la cui grandezza sottostà alla legge della conservazione, si applicano
solo a un determinato campo di fenomeni naturali, tutto ciò che noi ssppiamo
del mondo esterno lo possiamo esprimere in termini d’energia, la quale ci
apparisce dunque come il concetto più generale che la scienza abbia finora
formato ; esistono delle energie specificamente diverse, oltre le quali non è
necessario andare per cercare il sostrato della materia nella forza o nella
cosa in sè, essendo tali energie la realtà ultima e unica. Queste energie
specifiche sono di forma, di volume, di distansa, di movimento: nd es. si può
diminuire il volume di un corpo con una compressione fatta in modo da
consorvarne la forma, spendendo dell’ energia, che sarà restituita dal corpo,
quando esso riprenderà il volume di prima, e che possiamo chiamare energia di
volume. Ma il concetto di energia offre ancora il mezzo di sistemare sia i
fenomeni biologici, che si riducono à trasformazioni di energie le quali, a
differenza di ciò che accade nel mondo organico, hanno la proprietà di
conservare il sistema; sia i fenomeni psichici, i quali non devono già
considerarsi come concomitanti dei processi energetici del cervello, socondo la
teoria del parallelismo psico-fisico, ma comeun’energia dovnta alla
trasformazione dell’ energia chimica del corvello, e che sottostà alle stesse
leggi delle altre forme. Il fatto che tutti i processi Bsici si possono
rappresentare come trasformazioni d'energia, si spiega appunto ammettendo che
In coscienza è esan stessa energia la
forma 373 ENO-ENT più alta e più rara che ci sia nota e
comunica questa sua proprietà all'esperienza esterna. Cfr. F. Paulsen, Ein leitung in
die Philos., 2° ed. p. 482; W. Ostwald, Chemische Energie, 1893; Die
Uberwindung d. wissenschaftl. Materialismus,
1895; Aliotta, La reasione idealiation contro la scienza, 1913, p. 468 sogg.;
R. Nasini, La chimica fisica, 1907, p. 31 (v. attivismo, materia, meccanismo,
dinamismo). Enoteismo. T. Henotoinnue. Max Müller .chiama così quello stadio
primitivo della religione, in cui si adorano oggetti diversi presi a volta a
volta isolatamente come rappresentazioni di un Dio (alç-évéç). Si distingue
quindi tanto dal monoteiemo, che è la credenza in un Dio unico © solo (μόνος),
quanto dal politeiemo che è ls credenza in più divinità gerarchicamente
disposte a seconda della loro potenza e dei loro attributi. Cfr. Max Müller,
Forlesunyen κ. d. Entw. d. Rel., p. 158 sogg., 291 segg. Ente. Lat. Æns; T. Sein; Dasein;
Woson; I. Boing; F. Être. Tutto
ciò che è. Ha quindi lo stesso significato di essere, col quale è sempre usato
promiscuamente, sebbene alcuni filosofi, tra cui il Rosmini, credano debbano
distinguersi. Gli scolastici chiamavano ene per se quello che ha una essenza
sola, ad es. l’uomo; one por acoidens quello che consta di più enti in atto, o
di enti di diversi predicamenti, ο di un predicamento solo ma ordinati fra loro
naturalmente, ad es. un bosco di alberi; ene rationis logioum quello che si
finge col pensiero pur avendo qualche fondamento nelle cose; ene rationis pure
obiectum una chimera impossibile a realizzarsi.
Lente crea I’ esistente è la formula fondamentale dell’ ontologismo
giobertiano, necondo il quale oggetto dell’ intuito intellettuale è lo stesso
Ente (Dio), che crea le cose particolari. Infatti Dio solo 3, perch’ egli solo
ha in sè stesso la ragione del suo essere; il mondo non è, ma esiste, perchè la
ragione del sno essere non l’ha in sò, ma fuori di sè, cio in Dio, che produce
il mondo per creazione. Per tal modo l’origine della conoENT 814
scenza si connette all’ origine delle cose, e l'atto creativo, quale ci
vien fornito dall’ intuito, è ad un tempo la radice da cui germogliano tutte le
conoscenze ¢ tutte le esistenze. Mentre
il soggetto della formula giobortiana è l'Ente reale, il soggetto di quella del
Rosmini è l'Ente possibile indeterminatissimo, vale à dire l'essere spogliato
di qualsi determinazione. L’ idea di quest’ Ente risplendo di coni nuo nella
nostra mente, e per mezzo dei giudizi primitivi (giudizi percettivi) noi la
riconosciamo attnata negli oggetti particolari; per tal modo 1’ Ente cessa di
essere puramente possibile o ideale e diventa reale ed attuale. L’ idea
dell'Ente non è dunque soggettiva, ma oggettiva, in quanto il suo oggetto si
identifica da ultimo col Reale assoluto. Cfr. Gioberti, Introd. allo studio
della filonofia, 1840; Protologia, 1857; B. Spaventa, La filosofia di Gioberti,
1863; B. Labanca, La mente di Ῥ. Gioberti, 1871; Rosmini, Nuoro saggio
sull'origine delle idee, 1855; A. Paoli, Esposizione r gionata della filosofia
di A. Rosmini, 1789; Th. Davidson, The philosophical xyatem of 4. Rosmini, 1882. Entelechia. Lat.
Entelechia: T. Enteleohie; 1. Entelechy:
F. Entéléchie. Aristotele distingue. nel riguardo delVoperare, la materia, che
chinma potenza (δύναμις), forma che chiama entelechin (ἐντελέχεια). e l'energin
(2vépyeta). L’entelechia si distingue dall'energia, in quanto quella ncconna
propriamente allo stato di perfezione in cui la sostanza si trova attuata,
questa alla reale attività che exsa esercita. Però Aristotele adopera la parola
entelechia in due significati: 1° come atto compiuto in opposizione ad atto che
sta per compiersi, ὁ come perfezione che risulto da codesto compimento; 2° come
forma o ragione che determina l'attualità d’una potenza. Perciò chiama l’anima
ora la forma, ora l'entelechia di ogni corpo naturale organizzato, avente in sè
la vita in potenza. Il Leibnitz diede il
nome di entelechie alle monadi, perchè esse non agiscono una sull'altra, mu
bastano a sè stesse, 375 ENT avendo in sò la sorgente delle loro
azioni interne. Si potrebbe dare il nome di Entelechie a tutte le sostauzo
semplici ο monadi create, perchè esse hanno in sò una certa perfezione (ἔκουσι
τὸ ἐντελές); c'è una sufficienza (αὑτάρχεια) che le rende sorgenti delle loro
azioni interne, © per così dire degli automi incorporei ». Come si vede,
Leibnitz usa la parola entelechia nel significato di potenza prossima. Cfr.
Aristotele, Metaph., II, 4, 415 b; IX, &, 1058 a; Leibnitz, Theodicea, I, $
89; Monadologie, $ 18. Entimema (ἐνθυμέομαι
ripensare). T. Enthymem ; I. Enthymeme; F. Enthymème. Aristotele chiamò
così una brevissima argomentazione sillogistica in cui, da un verosimile ο da
un segno, si ricava una conclusione non ussoIntamente certa. Siccome in queste
forma di argomentazione era tacinta une premessa, supposta come nota, così i
logici posteriori, cominciando, paro, da Quintiliano, che enumerò i vari
significati della parola, chiamarono e chinmano entimema quella qualunque forma
di sillogismo euntratto in cui sia sottintesa una delle due premesse. Quando In
premessa taciuta è la maggiore, l’entimema dicesi di primo grado, quando è la
minore di secondo grado. Es. 1° grado: Anche gli animali sono di carne e
d’ossa dunque soffrono se maltrattati;
qui è taciuta la maggiore: tutti gli esseri di carne e d’ossa soffrono se
maltrattati. Es. 2° grado: Tutti i fenomeni naturali sono soggetti alla
emusalità dunque anche la volontà; qui è
taciuta la minore: la rolontà è un fenomeno naturale. Aristotele chi poi
sentenza entimematica quella in cui le due proposizioni dell’entimema sono
contratte in una, e reca fra gli altri questo esempio: mortale, non serbare
odio immortale. Diconsi infine giudizi entimematici quei giudizi categorici
contratti, che mancano di soggetto o che hanno un soggetto puramente indicativo
(questo, quello); altre volte tutto il giudizio è concentrato nel verbo, il cui
soggetto è indeterminato nella mente (piove, lampeggia). Cfr. AriExr 376
stotele, Anal. pr., II, 27, 70 a, 10; Quintiliano, Inst, or., cup. X, $
1; Masci, Logica, 1899, p. 258 seg. Entimematica (prora). Aristotele chiama
così la prova dal probabile e dai segni: per probabile intende una proposizione
ritenuta vera dall’opinione comune, ma non vera assolutamente, per segno
intende una proposizione o necessaria o probabile, che ha la proprietà di
dimostrarne un’ altra. E necessario il segno che à effetto necessario o causa
unica della cosa significata, in modo che solo posto il segno sia la cosa, e
posta la cosa sia il segno; in tal caso la prova è certa: ad es. lo psichiatra,
dalla presenza in un individuo di deliri organizzati, che durano lungamente e
non terminano in demenza, trae la prova che l’individuo è un paranoico. È
probabile il segno quando non indica necessariamente una cosa sola, sia perchè
è un particolare cui si dà un valore generale, sia perchè è un generale che si
assume per provare l’esistenza di un individuale: la prova basata su questi
segni può quindi condurre in errore, come, ud es. se dall'essere stato il
Cellini grande artista e rompicollo si conchiudesse che tutti i grandi artisti
sono rompicolli, ο se dall’uver scoperto un'arma indosso a un imputato si
conchiudesse senz'altro che è colpevole. Ad ogni modo, la prova dai segni ha
uso larghissimo nella scienza ed è assai utile: tutta una parte della medicina,
la semiotica, prende nome da essi. Cfr. Aristotele, Top., I, 1, 100 a, 27;
Anal. pont., II, 24, 85 b, 23 segg.; Masci, Logica. Entità. Lat. Entitas; T.
Wesenheit, Entität; I. Entity: F. Entité. Vocabolo proprio della filosofia scolastica, ricavato
dal participio del verbo esse (il τὸ ὃν dei greci). Vale essenza o forma. Gli
scolastici lo usavano infatti per designare il genere, il modello supremo
immutabile di cui gli individui non sono che le copie imperfette ο pusseggere,
la natura indeterminata che rivesto tutto le forme senza esaurirsi mai. Così
l'umanità era l'entità dell’uomo.
377 ENT-ENU D vocabolo è usato
oggi in un senso ben diverso: ussu designa un essere sostanzialmente distinto e
indipendente, per opposizione alla qualità, alla proprietà, all’ attributo,
all’aceidente, che non possono esistere che in un essere 0 per un essere.
Entoptiche (imagini) v. imagine. Entusiasmo. T. Enthusiarmus, Begeisterung ; I.
Enthusiam; F. Enthowsiasme. In Platone e Aristotele significa ispirazione o
esaltazione divina dell’ anima. Per Shaftesbury l'entusiasmo per tutto ciò che
è vero buono e bello, l'elevazione dell’anima ai valori più universali, la
rinunzia alla vita egoistica dell'individuo, costituisce la sorgente prima
della religione naturale; la quale è così una vita superiore della personalità,
un sapersi una cosa sola coi grandi nessi della realtà. Locke oppone
l’entusiasmo, ossia l’impeto dell imaginazione, alla ragione, che è la
rivelazione di quella parte di verità che Dio ha messo alla portata delle facoltà
naturali dell’ nomo: voler scoprire il vero con l’entusiamo, vorrebbe dire
perciò distruggere la ragione ο la rivelazione, sostituendo ad esse le vane
ombre della fantasia umana. Barthelemy Saint Hilaire distingue l'entusiasmo
dalla spontaneità: questa è la potenza interiore a cui l’anima s’abbandona
ciecamente, ed è un fatto generale che appartiene a tutti gli uomini: quello ne
è uns particolarità ed avviene solo in alcuni uomini. Cfr. Kant, W. W., V, 280;
Windelband, Storia della filosofia, trad. it. 1913, II, 179. Enumerazione. T.
4ufedhlung ; I. Enumeration; F. Enumération. L'induzione non è che un
sillogismo in cui in luogo del termine medio è data l’enumerazione incompleto ο
completa delle sue specie. Quando l’enumerazione dei concetti specifici del
genere non ne esaurisce l’estensione, l’ induzione è imperfetta e la
conclusione è soltanto probabile. La probabilità aumenta quando l’ enumerazione
nou è dei concetti specifici, ma degli esemplari di un'unica Eon-Epı specie.
Secondo alcuni, le prime nostro induzioni, non potendo fondarsi sopra un
principio che non è ancor dato, si sostengono semplicemente sul numero dei
casi, che presentano la proprietà che si attribuisce al genere; porciò tali
induzioni furono dette per enumerationem simplicem. Cfr. Bacone, Noe. org., I,
$ 105; De Dignitato, V, cap. II; J. 8. Mill, Syst. of logio, 1865, 1. III, cap.
3, § 2; Rosmini, Logica, 1853, $ 726 (v. induzione). Boni (aiöveg -le
eternità). Lat. derum; T. don. Gli gnostici chiamavano così, a causa della loro
eternità, le emanazioni ο proiezioni che, secondo la loro dottrina, colmavano
l'intervallo tra la materia e lo spirito, mettendo in contatto questi due
principi, da essi concepiti come opposti ϱ irredueibili. Gli eoni si
combinavano in sisigie ο in pleromi. Cfr. Eusebio, Praep. ev., XI, 18;
Windelband, Storia della filosofia, trad. it. 1913, I, p. 313 weg., 330 seg.
Epagoge, epagogico. 'T. Epagogik ; I. Fpagogio; F. Épagogique. Con questo
termine, ancora in uso, Aristotele designava il procedimento induttivo; la
parola induzione (induotio), fa, secondo Quintiliano, introdotta nel linguaggio
filosofico da Cicerone, come corrispondente alla greca ἐπαγωγή (da ἐπί = verso,
ἄγω = conduco). Tuttavia, il significato primitivo del termine non è sicuro;
secondo alcuni designava quel modo di ragionare nel quale si sostiene una tesi
con più ragioni ed esempi; secondo altri (Buddeo, ‘Trendelenburg) fu tolto
dalla lingua militare, nella quale indicava il procedere d'una schiera di
soldati in fila serrata. Ad ogni modo, oggi essa indica I’ induzione formale o
aristotelica, che va dalle leggi particolari alle generali, e si distingue
dall’induzione baconiana che va dui fatti alle leggi. Cfr. Aristotele, Top., I,
12, 105 a; Anal. pr., Il, 25; Cicerone, De intent., I; Trendelenburg, Elementa
logicer aristoteleae, 8" cd. 1878. Epicherema. Gr. Ἐπιχείρημα: T.
Epicherem; I. Epicheirema: F. Épiohéràme. Come dice la radice etimologica, 379
Epi è un sillogismo nel quale è aggiunta la prova di una ο di entrambe
le promesse. Es. I pesci sono vertebrati (perchè hanno una colonna spinale). La
triglia è un pesce. Dunque la triglia è un vertebrato. È detto anche dai logici
sillogismo catafratto ; Aristotele, che lo considerava come una forma di
ragionamento sul verosimile, lo disse sillogismo dialettico. Il Rosmini
distingue due specie di epicherema, il probabile ο il dimostrativo, il primo
ooncludente a probabilità, il secondo a necessità; entrambi sono usati dall’
arte di confutare ο elenotica, ed hanno per scopo di obbligare l'avversario a
cadere nella contraddizione. Cfr. Aristotele, Top., VIII, 11, 162 a, 15;
Rosmini, Logica, 1853, p. 314 segg. Epicureismo. T. Epikureismus; I.
Epiowreanism ; F. Epicureisme. Scuola filosofica fondata da Epicuro in Atene
tre secoli a. C., e durata fino sl quarto secolo dell’ era nostra. 1 suoi
seguaci più noti sono Metrodoro, Ermarco, Polistrato, Apollodoro, Diogene di
Tarso. Fedro; in Roma Amafinio, Pomponio Attico e T. Lucrezio Caro, che ne
espone le dottrine del suo insuperabile poema De rerum natura. L’epicureismo,
come quello che fu 1’ unica filosofia irreligiosa dell’antichità, fu oggetto
d’ogni sorta di acense © d’una guerra accanita prima da parte delle altre
scuole filosofiche, poi della Chiesa cristiana, cosicchè ancor oggi epicureo è
sinomino di eretico, crapulone, gaudente. Lu critica ha dimostrato non solo
infondato codeste accuse, ina ha fatto risaltare come nell’epicureismo aleggi
lo spirito scientifico proprio dei tempi moderni. Esso infatti oselude ogni
intervento divino e ogni finalità nella natura, nella quale non imperano che
cause naturali; pone il criterio del vero nella certezza data dalla sensaziono,
e il fine supremo della condotta fa consistere non già nel piacere grossolano e
immediato dei sensi, ma nella felicità, che è data, per ciò che riguarda il
corpo, dall’ assenza del dolore (ἀπονία), per ciò che concerne l’ animo
Epi 880
dalla tranquillità (&tapafia). Per questi suoi caratteri, quando
l’ascetismo cristiano comincia a declinare coll’aprirsi dell’ età moderna, la
dottrina d’ Epicuro risorge : essa fa capolino prima in Montaigne, poi
apertamente è diffusa in Francia dal Gassendi ; ricostratte in Inghilterra
dall’ Hobbes, rinasce più tardi in Helvetius, D’ Holbach, Saint-Lambert e
ispira infine gli utilitaristi inglesi da Bentham a Stuart Mill. Delle varie
dottrine epicuree è fatta esposizione in questo vocabolario alle parole
anticipazioni, alarassia, canonica, caso, coniunola, eventa, olinamen,
oacumina, Dio, eudemonismo, intermundia, inane, idoli, atomi amo, ecc. La
parola epicureismo è anche adoperata per designare, in opposizione et stoicismo,
tutti quei sistemi di morale che pongono come norma suprema dell’operare il
piacere o l'interesse. Cfr. Gizycki, Ueber das Leben und die Moralphilosophis
des Epikur, 1879; W. Wallace Epiouroanimm, 1880; Guyau, La morale d’Epioure,
1878; Giussani, Studi luoreziani, 1896. Epifenomeno. T. Begleiterserscheinung;
1. Epipkenomenon: F. Epiphénoméne. Dato un insieme di fenomeni, costituenti una
specialità fenomenica distinta, se a questi s’aggiungo un fenomeno nuovo, che
può anche mancare © che, colla sua presenza ο colla sua assenza, non muta il
carattere precedente dell’ insieme, codesto fenomeno dicesi più propriamente
epifenomeno ossia fenomeno sovreggiunto. Quindi nella medicina si dà questo nome
ad un sintomo, che si manifesta in una malattia già riconosciuta © si aggiunge
agli altri sintomi presentatisi prima. Nella psicologia si chiama epifenomeno
il fatto di coscienza, la coscienza, quando si crede che essa non sia
costitutiva della attività psichica, ma semplicemente un fenomeno addizionale,
aggiunto al fisiologico, e che può anche non comparire senza che per questo ln
funzione psicologica sia distrutta. I segusci del materialismo psico-fisico,
considerando il fatto psicologico e il fatto fisiologico cioè lu funzione del
si 381 Err stema nervoso centrale come
due diversi aspetti, il primo interno e il secondo esterno di una medesima
attività, considerano i fatti di coscienza come semplici epifenomeni. Per i
seguaci della dottrina somatica dell’emozione, questa, risolvendosi
essenzialmente in una alterazione organica, in una reazione vasomotoria, lo
stato di coscienza emotiva è un semplice epifenomeno. Cfr. Ribot, Les maladies de la
personalité, 163 ed., 1899, Introd.; Les maladies de la mémoire, 313 ed., 1909,
cap. I, 1; W. James, La théorie de l'émotion, trad. franc. Dumas, 1903, Introd.
Epigenesi. T. Epigencse; I.
Fpigenesis; F. Épigénène. Dottrina che sostiene essere ogni nuovo individuo
l’effetto di un progressivo e regolare sviluppo del corpo organico, che fu
formato dalla fecondazione nel seno dell'organismo generatore; in contrasto
colla dottrina detta della preformazione dei germi, secondo la quale il germe
sarebbe un individuo estremamente piccolo, ma già completamento formato,
esistente attualmente nel generatore, e contenente alla sua volta una serie
indefinita di altri germi sempre più piccoli, gli uni involti negli altri, di
modo che ogni individuo conterrebbe in sè stesso tutte le generazioni cho da
lui possono sortire. Per la dottrina dell’epigenesi, dovata a G. F. Wolff, lo
aviluppo embrionale non consiste in uno svolgersi di organi preformati, ma in
una catena di neoformazioni, in cui ciascuna parte si forma dopo l’altra e
tntte compaiono in una forma semplice, che è affatto diversa da quella
ulteriormente evoluta. Cfr. (i. F. Wolff, Theoria generationis, 1759; E.
Haeckel, Anthropogenie, 4° ed. 1891, p. 28 segg. Episillogismo. T.
Epieyllogiemus; I. Episyllogiem; F. Episyllogisme. Sillogismo aggiunto, che ha
per premessa maggiore o minore Ia conclusione d’un sillogismo (v.
poLisillogismo). Epistematico (ἐπιστήμη --scienza). Qualche volta si adopera
per designare il procedimento deduttivo, che dai Eri-Ero 382
principi generali ricava delle conseguenze particolari; in opposizione
ad epagogico, che è il procedimento inverso, © induttivo, per cui dai fatti o
dalle leggi particolari si sale ai principi © alle leggi generali. Quindi
dicesi epistematica quella scienza che procede per deduzioni e per sillogismi,
in opposizione 8 scienza sperimentalo ο induttiva. Epistemologia. T.
Wissemschaftslehre ; I. Epistemology; F. Épistémologie. La filosofia delle
scienze. Essa stabilisco gli oggetti d’ogni scienza, determinandone i caratteri
differenziali, ne fissa i rapporti e i principt comuni, le leggi di sviluppo e
il metodo particolare. Si distingue dalla teoria della conoscenza ο
gnoseologia, in quanto questa studia la conoscenza nell’ unità dello spirito,
nelle forme universali © nel meccanismo interiore, mentre I’ epistemologin
unalizza le conoscenze a posteriori, nella diversità dello scienze © degli
oggetti. La distinzione però non è sempre osservata, specie dai filosofi
inglesi. Cfr. R. Flint, Agnoaticiem, 1903, p. 10, 13. Epoca (da ἐπόχειν sospendere, tacere). Gr. Ἐποχή: T. Epoche. La
famosa dottrina dello scetticismo pirroniano; significa sospensione ο
astensione dall’affermare ο dal negare intorno all'essenza di qualsiasi cosa,
In altro parole l’epoca è il dubbio scettico. Constatato le antinomie della
ragione e la disparità delle opinioni umane, Pirroneconsiglia l’uomo a
sospendere il suo assenso circa la natura delle cose in sè stesse, le leggi e i
rapporti invisibili degli esseri; egli deve aooontentarsi di considerare le
cose semplicemente secondo la diversa impressione che gli arrecano. L'epoca ha
una portata teorica © pratica; teorica perchè preserva l'intelligenza dalle
contraddizioni; pratica perchè l'assenza della contraddizione significa la pace
© la serenità dello spirito. Cfr. Sesto Empirico, Pyrrà. Hypot., I, 188 segg.;
Galluppi, Lezioni di logioa e met., 1854, II, p. 250-55 (v. aoatalesia, afasia,
diallelo, dicotomia, dommatiemo, tropi).
383 Epo-Equ Epoptico. Si adopera
talvolta in significato di esoterico. Infatti nella scuola di Pitagora gli
epopti erano quelli fra gli allievi che, avendo sostenuto le prove stabilite ο
possedendo in modo completo la dottrina del maestro, fucevano parte della
società stessa; gli altri erano considerati come esterni alla scuola, come
semplici aspiranti ad : entrarvi. Così dicesi epoptioa quella parte del sistema
filosofico di Platone e anche di Aristotele, che era destinata soltanto agli
scolari più fedeli e più intelligenti (v. aoroamatioo, esoterico, ezoterico).
Equabilità. Con questo vocabolo, riferito al tempo, il Rosmini designa ls
medesima quantità d’ azione ottenuta con un grado costante di intensità.
Infatti la durata successiva è da noi concepita come lu possibilità, che
mediante un grado dato di intensità, si ottenga una data quantità di azione; in
altre parole, dentro una durata qualsiasi, la quantità di azione sarà
proporzionata alla intensità dell’azione. Questo rapporto costante può essere
espresso Zi cui 1° desigi @ la quantità d’azione, 8 la durata successiva. Cfr.
Rosmini, Nuovo raggio sull'origine delle idee, sez. V, par. V, ο. VI; Id.,
Peioologia, 1848, vol. II, parte II, p. 189-205 (v. durata, momento).
Equazione. T. Gleichung ; I. Equation; F. Equation. Nella matematica si chiama
uguaglianza l’espressione algoritmica composta di due membri, in cui il valore
dell’uno è il risultato delle operazioni eseguite nell’altro. Si chiama poi
equazione quella uguaglianza, specialmente letterale, nella quale in uno dei
due membri si ha una lettera il oui valore non è conosciuto (incognita) e lo si
vuol determinare a mezzo della espressa uguaglianza. Equazione del mondo. T.
Weligleichung; F. Equation du monde. La formula del determinismo rigoroso, che
concepisce l’accadere così definito in ogni ana fase, da consinella seguento
formola: T= il tempo, Equ 384 derare il passato e l’avvenire come
esattamente valutabili in fanzione del presente. Il Laplace la esprime così : Una
intelligenza che, in un istante dato, conoscesse tutte le forze da cui
la-natura è animata e la situazione rispettiva degli esseri che la compongono,
se fosse abbastanza vasta per sottoporre codesti dati all’analisi,
abbraccerebbe nella stessa formula i movimenti dei più grandi corpi dell’
universo ο quelli dell'atomo più leggero; nulla sarebbe incerto per essa, ©
l'avvenire, come il passato, sarebbe presente a’ snoi occhi ». E l’Huxley, in
modo ancora più concreto: Se la proposizione fondamentale dell’ evoluzione è
vera, che cioè il mondo intero, animato ο inanimato, è il risultato della mutua
interazione, secondo leggi definite, delle forze possedute dalle molecole di
cui era composta la nebulosa primitiva dell’ univereo, allora non è men certo
che il mondo attuale riposava potenzialmente nel vapore cosmico, e che una
intelligenza sufficiente avrobbe potuto, conoscendo le proprietà delle molecole
di codesto vapore, predire ad esempio lo stato della fauna dell Inghilterra nel
1868, con pari certezza di quando si predice ciò che accadrà al vapore della
respirazione durante una fredda giornata d'inverno ». Il determinismo viene
così a convertirsi in un predeterminiamo, che si distingne dal teologico solo
perchè la necessità è posta come immanente alla natura. Molti però intendono il
determi nismo causale non come una monotona ripetizione dell’identico, ma come
una mutazione incessante nella durata, come uno svilnppo continuo di forme
nnove; e non lo fanno cominciare arbitrariamente dalla nebulosa primitiva, ma
lo estendono all’ infinito nel tempo e nello spazio. Così inteso il
determinismo è la negazione perfetta al predeterminismo e la sua espressione il
contrario preciso di quella del Laplace: ogni fenomeno naturale, emergendo dal
seno dell’ infinito e rappresentando il realizzarsi di nna serio infinita di
possibilità, è l'equazione dell'infinito, ossin i 0 385 5
Equ l’imprevedibile, l’indeterminabile; cosicchè l’ipotesi di uno spirito
infinito, che in base alla conoscenza attuale della natura ne ricostruisca a
priori la storia passata, e lo svolgimento futuro, è, oltrechè inutile e
indimostrabile, anche assurda. Cfr. Laplace, Introd. à la théorie analytique des
probabilités, 1886, p. VI; Renouvier, Hist. et solution des problèmes
metaphysiques, p. 168 segg. ; Bergson, L'érolution créatrice, 103 ed. p. 41
segg.; Stanley Jewons, The principles of science, 1877, vol. II, cap. XII, $ 9; C. Ranzoli, Il caso nel
pensiero e nella vita, 1913, p. 130 segg. Equazione personale. T.
Personalgleiohung ; I. Personal equation; F. Equation personelle. È la
differenza di tempo con cui uno stesso stimolo è'sentifo da diverse persone. La
constatazione di questo fatto, che diede il primo impulso alle ricerche della
psico-fisica sulla durata dei fenomeni psichici, fa fatta la prima volta all’
Osservatorio di Greenwich. Si osservò che un assistente incaricato di segnare
il momento del passaggio delle stelle sul filo, teso sopra Voculare del
canocchiale e coincidente col meridiano del luogo, notava costantemente il
passaggio delle stelle un minuto secondo più tardi dell’Osservatorio stesso.
Fatte le opportune indagini, si potd constatare che codesta differenza si
verifica sempre quando osservazioni simili vengono fatte do diverse persone, e
si inventarono apparecchi appositi per misurare 1’ equazione personale, diversa
nei diversi individui, ma pressochè costante nello stesso individuo; la
misurazione di essa serve a correggere i dati «lolle osservazioni individnali.
Cfr. Fechner, Elemente der Payohopysik, 1860 (v. tempo di reazione). .
Equilibrio. T. (lechgewicht, Aequilibrium; I. Fquilibrium ; F. Équilibre. È la
relazione esistente fra due corpi contigui, i quali, pur possedendo uno stato
determinato di tendenza al movimento, rimangono tuttavia in riposo. In un senso
più generale, e non puramente meccanico, si ‘lice che esisto equilibrio fra dne
cause di canginmento, 25 RANZOLI,
Dizion, di acienze filosofiche. Eu
388 qualunque siano queste cause
e quel cangiamento, quando un sistema semplice o complesso, sottomesso a queste
cause, non ne subisce alcun canginmento. Non bisogna tuttavia confondere
l'equilibrio col riposo: un sistema è in riposo quando non è sottomesso ad
alcuna causa nè interna nd esterna di canginmento. L'equilibrio si distingue
ancho dall’ inerzia, perchè, mentro il concetto di equilibrio è una pura
costruzione dello spirito, possibile solo in quanto esiste il concetto negativo
di assenza di equilibrio, il concetto negativo di energia è d'ordine puramente
ideale, non esistendo materia sprovvista d’ inerzin. Nel dinamismo volontario 1’ equilibrio
corrisponde alla perplessità in cui ci troviamo, quando la nostra volontà è
sollecitata in senso opposto da motivi e mobili uguali ; la possibilità, in
simile caso, della scelta, costituisco una prova di quella che dicesi libertà
d’equilibrio. Alouni psicologi chiamano
senso dell'equilibrio quel sentimento particolare, che avrebbe sede nel
cervelletto o nella base dei canali semi-circolari, per cui è possibile
conservare al proprio corpo la giusta posizione © orientazione nello spazio;
questo senso scompare in alonne malattie, © può essere sperimentalmente abolito
negli animali mediante la distruzione di determinate parti del sistema nervoso
centrale, Cfr. Mach, Grundlinion d. Lehre von den Bewegungsempfindungen, 1878;
Grasset, Los maladies de l'orientation et de l'équilibre, 1901; Paulhan, Esprit
logiques οἱ caprite Sanz, parte II, cap. I, $1; L. Amoroso, Sulle analogie tra
l'e. meccanico e l'e. sconomico, Riv. di filosofia », aprile 1910.
Equipollensa. T. (‘leichgeltung: I. Equipollence; F. Équipollence. È la
relazione che intercede tra due concetti che si contengono a vicenda, che hanno
cio la stessa entensione. Per alenni logici, due concetti equipollenti non sono
che il medesimo concetto espresso con parole diverse; per altri, invece, sono
equipollenti due concetti che hanno In stessa estensione ma divers
comprensione, che cioè con 387 Equ-Ere
notano diversamente lo stesso oggetto che denotano. Cfr. Rosmini, Logios, 1853,
$ 389-391 (v. oonnotatiri). Equivalenza. T. Aequiralenz ; I. Equivalenoy ; F.
Equivalence. Si dicono equivalenti due cose, ad es. due figure geometriche,
quando non differiscono in nulla relativa mente all'ordine di ideo o al fine
pratico che si considera. Equivalente meccanico del calore dicesi il numero dei
kilogrammetri necessari in un corpo o in un sistema termicamente isolato, per
accrescere d’una caloria la sus quantità di calore. Siccome la legge della
conservazione della forza fu scoperta ο formnlata primitivamente nell’
equivalenza tra il lavoro meccanico e il calore, così la logge stessa dicesì
anche legge di equivalenza. Equivoco. T. Aequivok ; I. Equivocation; F.
Équivoque. E equivoca una parola quando ha più significati diversi, univoca
quando non no ha che uno. Sopra il significato equivoco d’una parola si possono
fondare molti sofiemi verbali, come l’anfibologia, la fallacia divisioni,
l'accento, eco. Cfr. Aristotele, Categ., I; Metaph., IV, 4 (v. omonima). Eredità.
T. Vererbung; I. Heredity; F. Hérédité, 11 fatto del trasmettersi delle
proprietà degli organismi nei loro discendenti per mezzo della riproduzione. La
aus formula ideale è: il simile produce il simile; oppure, como propone l’
Haeckel: l'analogo produce l'analogo. Vi sono d specie principali di eredità:
la immediata, ciod la trasmissione diretta dei caratteri fisici ο psichici dei
genitori ai figli; la atavioa, ciod la riapparisione di caratteri scomparsi da
tempo più o ineno lontano. Vi sono pure due forme principali: la similare cioè
la trasmissione inaltorata degli stessi caratteri, e la dissimilare, cioè la
metamorfosi dei caratteri da una generazione all'altra. L'eredità può
trasmettere tanto i caratteri normali che gli anormali; questa, che è detta eredità
patologica, può avere due forme: l'una, detta eredità di germe, è la
trasmissione diretta della malattia : l’altra, dotta eredità di terreno, è la
tramminione ERE 388 di una predisposizione speciale a determinate
malattie; alcuni biologi esclndono però l’esistenza della eredità di germe, non
ammettendo che la seconda forma. Fra le leggi più generali dell'eredità sono:
quella della eredità adattata ο aoguisita, per cui l'organismo può tranmettere
ai discendenti delle proprietà che egli stesso ha acquistato durante la ana
vita, © quella dell'eredità costituita ο iasata, per cui tanto più sicuramente
si trasmettono le proprietà acquisite quanto più a lungo durano le cause che le
determinarono. Dicesi eredità omoorona, quella che si manifesta alla stessa età;
e. omotopa, quella in cni i caratteri si riproducono in siti corrispondenti del
corpo ; ο. anfigona, quella per la quale tanto il padre che la madre
riproducono nei figli i loro caratteri personali ; ο, sessuale, In logge per
cni eiasonn sesso trasmette soltanto »’ suoi discendenti del medesimo sesso i
suoi caratteri sessunli socondari ; e. abbreviata, per cui si saltano
nell’ontogenesi alcune fasi o forme della filogenesi. Varie sono le ipotesi
escogitate per spiegare i fenomeni ereditari, ma si può dire che nessuna ha
raggiunto la certezza di una vera © propria dottrina scientifica. Sembra però
indubbio che la trasmissione ereditaria avvenga per un passaggio diretto, dagli
ascendenti ai discendenti, di una sostanza materialo apportatrice, se non dei
singoli caratteri, almeno di una disposizione primigenia, onde quei caratteri
vengono poi detorminati nel successivo differenziamento della cellulafiglia
(quando l'organismo è monocellnlare), nella moltiplicazione e nell’ ulteriore
differenziamento dei blastomeri © delle cellule elementari dei tessuti ed
organi (quando l'organismo è pluricellulare). Questa sostanza materiale è il
plasma germinatito, che la maggioranza dei biologi pone nel nucleo delle
cellule sessuali, nucleo che perciò è stuto denominato l'organo della eredità.
Quindi In trasmissione caratteri sarebbe dovuta alle minime particelle della
sostanza vivente, siano esse le gemmule di Carlo Darwin. 389
Ekk-Eki le plastidule di Haeckel, i biofori di Weissmann, i granuli di
Altmann, i eitoblasti di Schlater, ecc. Cfr. A. Weissmann, Das Keimplasma, eine
neue Theorie d. Vererbung, 1894; P. Lucas, Traité de V'hérédité naturelle,
1847-50; Yves Délage, La structure du protoplasme et les théories de
V'hérédité, 1895; ‘Th. Ribot, L’hérédité payohologique, 1884; G. Portigliotti,
L'erodità comsanguinca, 1901 (v. pangonesi, perigenesi, idioplasma,
germiplasma, epigencsi, embriologia, filogenesi, ecc.). Ereditarietà. La
potenzialità ο la virtualità degli orgnnismi a trasmettere i loro caratteri ai
discendenti per mezzo della riproduzione. Si distingue dall’eredità, che è il
fatto reale ed attuale della tramissione dei caratteri dai genitori ai figli.
In altre parole, l’ereditarietà indica una facoltà di cui l'eredità è
l'esercizio. Eristica. Gr. Ἐριστική: T. Eristik; I. Erietio; F. Eristique,
L’arte di disputare per disputare, di contraddire l’avversario ad ogni
affermazione, senza l'intenzione positiva di provare qualche cosa. Sarebbe la
degenernzione della dialettica. L’eristica trasse l’origine, secondo il Winokelinann,
dagli enigmi e dai logogrifi che i savii della Grecia usnvano proporsi, ancora
prima che sorgesse la filosofia ; fiorì specialmente nella scuola di Megara,
fondata da Euclide; i filosofi che appartennero a codesta scuola furono detti
eristici, appunto perchè disputatori sottili e spesso sofistici. Tattavis non
bisogna confondere l’eristica colla sotistica, giacchè quella è una derivazione
di questa. Tra gli argumenti dell’ oristica rimasero celebri specislmente due,
il «mucchio » e la testa calva », la cui idea si fa risaliro n Zenone,
adattandosi alle argomentazioni per cui si dimostra che è impossibilo la
formazione delle grandezze mediante parti piccolissime. Uno dei più
inosanribili nel trovare simili bisticei fa il megarico Diodoro Crono, del
quale è rimasta la dimostrazione contro il concetto di possibilità: possibile è
solo il reale, perchè un possibile, che non diventa reale, si dimostra appunto
per ciò impossibile. Un Erm-Ekk 390 esempio di ciò che fu l’eristica ci è rimasto
nell'Eutidemo di Plutone 6 nel nono dei Topici d’Aristotele. Malgrado il
significato cattivo del vocabolo, il Rosmini usa Ta parola cristioa per
indicare quolla parte della logica, che insegna l’arte di contendero con
ragioni ed argomenti. Cfr. Diogene L., II, 107; Sesto Empirico, Adv. math., X,
85 segg.; Cicerone, De fato, 7, 13; A. G. Winckelmann, Platonie Buthydem.,
1833, Prolegom. ο. Il; Rosmini, Logica, 1853, p. 310-315 (v. agonistica).
Ermetismo. T. Hermelismus; I. Hermotiem ; F. Hörmétisme. L'insieme delle dottrine
religione, scientifiche ο filosofiche contenuto nei libri attribuiti dagli
Egiziani a Hermes Trismegisto o Mercurio. Questi libri, in cui è riussunta
l’antica sapienza egiziana, furono riuniti la prima volta © tradotti in lingua
latina da Marsilio Ficino ; però la loro antenticità è nessi dubbia. Cir.
Marsilio Ficino, Morcurii Triemogisti liber de potestate et sapientia Dei,
1471. Errore. T. Irrtum; 1. Error; F. Erreur. E un ragionamento falso ο
un'opinione erronea, cho si distingue dal sofiema, in quanto, mentre quello può
essere involontario © nou dissimulato, in questo invece l’errore è più o meno
abilmente rivestito delle apparenze del vero, ¢ come vero si cerca di farlo
accettare agli altri. Da ciò seguo che l’errore non è mai affermato come tale;
per una mente che erra, tutto quello che è affermato sembra vero e l'errore non
esiste. Esso comincia ad esistere solo quando è stato scoperto. Nessun
giudizio, quindi, può essore un errore per sè, ma tale divonta solamente dopo
che è stato corretto. Per Cartesio il problema dell'errore sorge dal princi pio
della reraoitas Dei, non potendosi comprendere come la divinità perfetta abbia
potuto formare la natura umana tale che possa errare; egli ammette che solo le
idee chiare © distinte esercitano una forza così preponderante sullo spi rito,
che questo non può non riconoscerle, mentre di fronte alle rappresontazioni
oscure © confuse esso conserva illi 391
Ekk mitata l’attività del suo libero arbitrio: così nasce Perrore,
quando l'affermazione © la negazione si snccedono arbitrariamente, dato un
inateriale di giudizio indistinto e oscuro. Per Spinoza Perrore è una mancanza
di cognizione, cosicchè l’anima, in sè stessa considerata, non commette mai
alcun errore: Cus) quando guardiamo il sole, imngininmo che si trovi a una
distanza di circa cento piedi da noi, e tale errore non consiste in codesta
imaginazione sola, ma in ciò che noi, mentre imaginiamo così il sole, ignoriamo
la causa di tale imaginazione, così come la vera lontananza del sole ». Per
Leibnitz l’errore è una privatio: «Io vedo una torre, che di lontano mi pare
rotonda montre è quadrata. Il pensiero che la torre sis quale mi uppare,
discende in modo naturale da ciò che vedo, ο quando rimango fermo in tale
ponsiero, tale affermazione è un falso giudizio ». Per Hume invece l'errore
consiste in uno soambio di rappresentazioni tra loro somiglianti; per Kant in
un inavvertito influsso della sensibilità sopra 1’ intelletto, che fa sì che noi
ritenismo per oggettivo il fondamento puramente soggettivo dei nostri giudizi ©
scambiamo quindi la pura apparenza della verità con la verità stessa ». Per il
Rosmini l'errore consiste nell’assenso dato in senso contrario alla ragione;
può quindi essere tanto un assenso gratuito, quando si dà ad un giudizio che pu
esser falso, quanto uns conseguenza dell’assenso gratuito, quando è concesso
sopra una ragione falsa; quando l’uomo dà l'assenso mosso da una ragione falsa
e mediante un atto di libero arbitrio che dichiarò falso il vero, e vero il
falso questo libero arbitrio, che invece di soguire la ragione data
dall’intelligenza ne crea una (falsa) da vt, collocandosi nel luogo
dell’intelligenza, è la facoltà dell’errore. La forza di questa facoltà dell’
errore è tale che non si può assegnarle limiti determinati, e però In storia
della umanità dimostra che, verificandosi certe condizioni, ella si estende a
dare l’assenso alle cose più strane e in 392
credibili, ο a negarlo alle più credibili e certe ». Por il Bradley
tutto è upparenza nel mondo del pensiero umano, quindi tutto vi è errore, ma in
ogni errore c’è una parto di verità, come in ogni verità c'è una parte di
errore; onde si possono distinguere vari gradi, secondo che è nocossario
sottoporre l'apparenza ad una nuova sistemazione per trasformarla in esperienza
assoluta. Nel panteismo del Royce l’errore consiste nella inadeguatezza dello
stadio attuale del processo volitivo ad esprimere il suo vero fine; poichè il
fine non è sempre chiaramente presente alla coscienza, ma si passa da uno stato
vago e indeterminato di inquietudine ad uno definito di volontà e di
risoluzione, uttraverso il quale sono possibili gli errori riguardo
all'intelligenza del nostro fine; in breve, l’errore è un contrasto tra la mia
volontà parziale e il proposito finale che ho liberamente scelto. Con l’espressione errore dei sensi, si
designavano una volta quelle che oggi si dicono illusioni naturali dei sensi,
come quella del sole che a noi sembra veder girare intorno alla terra, di un
bastone per metà immerso nell'acqua che appare piegato, ecc. Nella psicologia
sperimentale dicesi metodo degli errori un metodo che serve per stabilire i
rapporti che passano in una scala di sensazioni tra ognuna di queste © gli
stimoli corrispondenti. Esso può avere due procedimenti : uno, detto degli
errori medi, è fondato sul principio che, quanto più piccola è la difforenza
dell’eccitamento percettibile nella sensazione, tanto piccola sarà anche quella
differenza di eccitamento, che non è percettibile; il secondo è fondato sul
futto, che quando si fanno agire su un dato organo di senso due stimoli poco
diversi I’ uno dall'altro, per le oscillazio della sensibilità di difforenza, o
per altro, ora appare più forte il primo del secondo, ora all’inverso. Cfr.
Descartes, Med., IV; Prine. phil., I, 31 segg.; Spinoza, Ethica, II, teor.
XVII, XXXIII, XXXV, scol.; Leibnitz, Theod., I, B, 432; Hume, Treat., Il, sez.
5; Kant, Log., p. 77; Rosini, Logica, 1853, p. 25, 53 sogg.; Royce The world
and tho individual, 1901, vol. I, p. 327, 384, 389; F. C. 8. Schiller,
L'errore, Riv. di filosofia », aprile 1911; A. Marchesini, L'arte dell'orrore,
1906; E. Mach, Conoscenza ed errore, trail. it., Sandron. Esatto. T. Ezakt; I.
Exact; F. Exact. Dicesi esatta una enunciazione, quando è adeguata a ciò che
essa deve enunciare; in questo seriso esatto αἱ oppone quindi ad ambiguo. Nelle
enuneiazioni che si riferiscono alla misura, l’esattezza consiste nell'essere
la misura nd inferiore nd auperiore alla grandezza misurata. Diconsi esatte
così le scienze matematiche, perchè, secondo la profonda intuizione del Vico,
della materia di queste scienze, cioè le forme e i numeri, noi stessi siamo gli
autori, noi stessi creandole per mezzo del ragionamento puro: esse quindi sono
assolutamente vere 9 certe, mentre ciò non può dirsi delle scienze sperimentali,
le cui conoscenze non sono che approssimative, essendo subordinate al grado di
acutezza dei nostri sensi o alla perfezione dei nostri strumenti. Escatologia.
T. Eschatologie; I. Eschatology; ¥. Esohatologie. Nella teologia dogmatica si
designa così la dottrina delle ultime cose, le quali, secondo alcuni teologi,
sono tre: risurrezione, giudizio, caugiamento della terra. In generale dicesi
escatologia ogni dottrina che riguardi il destino finale dell’uomo e
dell'universo, ο in questo senso il vocabolo è adoperato, oltrechè nella
teologia, anche nella scienza e nella filosofia. Esclusive (proposizioni).
Quelle proposizioni complesse © implicite, le quali esprimono che un dato
predicato conviene a quel solo soggetto: ad es. Dio è uno solo. Possono essere
rese esplicite, equivalendo a dne proposizioni: ad es. Dio è uno, e non più di
uno. In generale, tutte le proposizioni affermative sono implicitamente
esclusive, perchè negano tutto ciò che ripugna alla coesistenza col predicato
attribuito al soggetto; questa negazione impliEst 394
cita è di due maniere: 1° Rispetto ad alcune cose, il predicato che si
afferma del soggetto ha semplicemente la relazione di esclusività, onde quelle
cose rimangono escluse semplicemente; ad es. dicendosi questo è un circolo », si
esolude l’altra prop. contraria questo è un quadrato ». 2° Rispetto ad altre
cose, ciò che si afferma nella proposizione non ha semplicemente la relazione
di esclusività, ma anche quella di correlatività, in quanto ciò che viene
affermato, nello stesso tempo che esclude quelle cose, implicitamente le
afferma esistenti come correlativo; ad es. l'affermazione dell’effetto inchiude
implicitamente l’affermazione della causa. Cfr. Rosmini, Logica, 1853, p. 152.
Esecuzione, T. Ausführung, Ezeoution; I. Ezeoution ; F. Erdoution. Nel processo
d'ogni singolo atto volontario (rolisione) dicesi esecuzione il momento
terminale del processo medesimo, ossia l’atto che consegue al prevalere
definitivo d'una idea-fine nel conflitto dei motivi. L'esecuzione rappresenta nol
processo volitivo il lato meceanico o materiale; la parte psicologica ed
essenziale di esso è costituita invece dalla deliberazione ο dalla scelta (v.
deliberazione, volontà). Esemplare. T. Exemplar; I. Exemplary; F. Exemplaire.
Nei processi di finalità intelligente, in cui l’attività dell'ossere è diretta
con mezzi noti ad un fine noto, dicesi causa esemplare il fino alla cui
realizzazione l’essero tondo, © causa efficiente l’attività stessa che tale
fine realizza. Si suol distinguere anche la causa esemplare dal fino: quella si
ha quando l’attività dell’agento è essa stossa lo scopo, questo quando invece
l’attività non è che un mezzo di cui lo scopo prefisso sarà l’offetto. Nella
filosofia platonica lc idee sono modelli, paradigmi, cause esemplari delle cos,
© quindi esistono per sò; ma esse non hanno causalità officiento e perciò
questa deve trovarsi accanto a loro e concorrere con loro alla formazione del
mondo; tale causa efficiente, che Platone toglie dulla credenza religiosa, è il
Demiurgo (v. causa finale, finalità, fine, teologia). 395
Est Esistenza. T. Existenz, Dasein; I. Existence; F. Kzistence. Lo stato
di una cosa in quanto esiste. Ha una maggiore ostensiono dei concetti di realtà
ed attualità; si oppone al concetto di nulla, ed anche a quello di essenza in
quanto questa è soltanto l'insieme degli attributi senza i quali la cosa non si
potrebbe concepire, ma che non bastano n far sì che in realtà sia; in altre
parole, l'essenza della cosa, una volta concepita, basta per dimostrarne lu
realtà intrinseca, ma non la sussistenza. Dicosi esistenza per sè 0 in sè il
fatto d’essere indipendentemente dalla conoscenza, sia dalla conoscenza
attuale, sia da ogni conoscenza possibile; esistenza contingente, quella che
non è contenuta nell’ossenza, esistenza necossaria quella che è contenuta. In
questo senso il realismo dell'età di mezzo insegna che tra l'essenza e
l’esistenza osiste un rapporto diretto, cosicchè quanto maggiore è
l'universalità tanto maggiore è il grado della realtà, e Dio, che è l’essere più
universale, è anche l’essere assolutamente realo, ene realissimum ; su ciò
Ansolmo di Canterbury fonda, nel suo Monologium, la prova ontologica
dell’esistenza di Dio, che si può riassumere così: mentre ogni singolo ente può
anche essere pensato come non esistente, e perciò deve la realtà del suo essere
ad un essere assoluto, questo, in quanto tale, devo essere pensato come
esistento unicamente per sun propria essenza (ascitae), dove osistero ciuè per
necessità della sua propria natura. In questo senso ancora, dice Spinoza: Alla
natura della sostanza appartiene l'esistenza. Infatti una sostauza non può
essere prodotta da alcuna altra cosa; essa sarà dunque causa di sò, ossia la
sun essenza involgo necessariamente |’ esistenza, cioò alla sua natura
appartiene d’osistore. L'esistenza di
Dio © lu sua ossonza sono una sola e medesima cosa. L'essenza delle coso prodotte da Dio non
involge l’esistenza ». Per Spinoza quindi, come per gli scolastici, l’esistenza
è un predicato della coën ; per Kant invece essa non può essere un predicato,
gineEsı-Esp chè il soggetto deve essere presupposto come esistente da tutti i
predicati: L'esistenza è l'assoluta posizione di una cosa e si distingue da
qualunque predicato, che come tale può essere posto sempre ad un’altra cosa in
modo puramente relativo... Quindi l’esistenza non è manifestamente un predicato
reale, cioè il concetto di un quid che possa essere mentalmente aggiunto al
concetto di una cosa. Essa è la pura posizione d'una cosa o di certe
determinazioni in sò stesse.... Cento talleri reali non contengono la minima
cosa di più che cento talleri possibili ». Psicologicamente, il concetto di
esistenza ha le sue radici nel sentimento del proprio io, che rimane
continuamente presente fra il comparire e scomparire delle altre cose ;
sentimento che viene poi trasportato per astrazione alle sensazioni stesse,
riguardate come oggetti fuori di noi, e csteso infine a tutti quegli oggetti i
cui effetti ci indicano un rapporto qualunque di distanza o d'attività con noi
stessi. Cfr. Prantl, Geschichte d. Logik, 1855-70, t. III, p. 217 segg.;
Spinoza, Hthioa, 1. I,
theor. VII, XX, XXIV; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 472 segg. ; H. Spencer, Princ. of
psychology, 1881, $ 59, 467 (v. es sere, ento, divenire, realtà, nulla, sussistonca).
Esistenziali (giudizi) v. tetici. Esogamia. Quella forma primitiva di
matrimonio poliandrico, in cui le donne vengono rapite alle tribù nemiche. Il
matrimonio per cattura pare fosse determinato dalla scarsezza delle donne,
poichè, praticandosi presso quelle tribù l’infanticidio, le più spesso
sacrificato erano lo femmine. L’esogamia segna un passo nell’ evoluzione della
famiglia, in quanto porta una limitazione alla poliandris. Cfr. Starke, La
famille primitive, 1891 (v. endogamia, Ἰοτίγαίο, eterismo, matriaroato,
famiglia). Esoterico
v. esoterico. Esperienza. T. Erfahrung; I. Experience; F. Experience. Nella logica designa il metodo sperimentale, ο
comprende 397 Esp quindi tanto l'esperimento propriamente
detto quanto l’osservazione. Nella psicologia per esperienza s'intende In
nostra facoltà di conoscere i fenomeni e si distingue in esperienza esterna
cioè la sensazione, ed esperienza interna, ossia la coscienza; in un senso
ancora più generale, ma sempre psicologico, per esperienza #’intende il fatto
di provare qualche cosa, in quanto ciò non è nn fenomeno transitorio ma qualche
cosa che arricchisce il nostro pensiero, ad es. esperiensa sociale, esperienza
religiosa, ecc. Nelle scienze biologiche il termine ha un significato assai più
vasto, intendendosi con esso l'insieme dei caratteri che l'individuo viene
acquistando, nel sno adattamento all’ambiente © alle condizioni d’ osistenza;
siccome tali caratteri possono trasmettersi per eredità nei discendenti,
rimanendo acquisiti alla specie, così ai distinguo nna esperienza individuale ©
una esperiensa specifica. Nell’empiriocriticismo © nelle dottrine economiche
della conoscenza, dicesi arperienza pura la conoscenza liberata da tutte le
sovrastrutture e le aggiunte inutili, dalle forme artificiali proprie soltanto
dell'intelletto umano (cansa, sostanza, tempo, ecc.), e ridotta in tal modo al
puro dato immediatamente vissuto (sonsazione), a quel fondo di esperienza
genuina e diretta in cui propriamente consiste la realtà. Cfr. Hodgson, The meta-physio
of experionoe, 1898; Avenarius, Kritik d. reinen ErSahrung, 1904; Ardigò, Opere
fil., vol. III, p. 266 segg. ; VI,
196 segg. Esperimento. T. Experiment; I. Experiment; F. Erpérience,
Ezpérimentation. Coll’osservazione noi non facciamo che assistere allo
svolgimento dei fenomeni, quali si producono in natura; l'esperimento consiste
nell’intervonire nei fenomeni stessi, riproducendoli nelle condizioni più
favorevoli per essero studiati. L'esperimento è dunque nina osservazione
artificiale, e costituisoo un mezzo di ricerca superiore all'osservazione;
infatti con esso possiamo produrre ripetutamente un fonomeno, isolurlo dalle
cause Esp 398 perturbatrici, variare indefinitamente le
circostanze della sun produzione, studiarlo partitamente sotto tutti i suoi
aspetti. Il merito di aver introdotto l’esperimento nella ricerca scientifica,
più che a Bacone e a Cartesio, vuol essere attribuito ai grandi genii del
nostro Rinascimento, specio a Galileo; a lui si deve se la scienza, abbandonato
il metodo aprioristico, adottò quell’ indirizzo sperimentale che doveva
squarciare tanta parte del mistero ond’ era avvolta la natura; con lui 1’
esperimento non è solo una accorta domanda alla natura, ma à una operazione
consapevole del suo scopo, onde le forme semplici dell’ sccadere vengono
isolate, per essere sottoposte alla misurazione. Va notato però che non sempre
l'esperimento è possibile, perchè in moltissimi casi In causa non è in nostro
potere o non possiamo adoprarla in modo che la ricerca sia fruttifora. Cfr. J.
Stuart Mill, Syst. of logie, 1865, 1. III, cap. VII; A. Valdarnini, It metodo
aperimentale da Aristotele a Galileo, 1909. Esplicativo. T. Erklärend,
erplioativ; I. Erplicatire : F. Ezplicatif. Che serve ad esplicare, vale a dire
a descrivere ciò che era sconosciuto o a mostrare che un dato di conoscenza era
implicito in una o più verità già ammesse. Per distinguerle dalle normative
(logica, etica, estetica, ecc.), si dicono esplicative tutte le scienze
naturali, le quali non hanno per compito di stabilire una norma suprema, ma
invece di cercaro la causa per cui certi fenomeni naturali ei producono e per
cui essi si spiegano. Alcuni logici chismano esplicativi quei gindizi in cui il
predicato comprende nella propria estensione il soggetto, sta a sè, e suole grammaticalmente
essere espresso da un sostantivo. Esplicito. T. Explicit, ausdrücklich ; I.
Explicit; F. Explicite. Una nozione o un giudizio si dicono espliciti quando
sono formalmente espressi nella proposizione. Le proposizioni esplicite
appartengono alle proposizioni composto e possono essere congiuntive,
disgiunlire, causali, condizionali e incidentali, Diconsi exponihili quelle
proposizioni impli 399 Ess cite ©
complesse, che si possono rendere esplicite. Si distinguono in esclusire,
ecoettuative, comparative, reduplicatire, determinatice, esornative. Essenza.
T. Wesen; I. Essence: F. Essence. Come la parola sostanza (substantia) è la
traduzione del greco broxslpsvoy, così l'essenza (essentia da cars = essere) è
la tradazione esatta, data da Cicerone, del greco οὐσία (da εἷva: ossere). Ma
nella filosofia greca essa non ebbe mai un significato preciso; usata per
designare ciò che è sotto l'apparire dei fonomeni, ciò che persiste identico
sotto la varietà ο la molteplicità di quelli, ciò che esce dal dominio della
osservazione sensibile per entrare in quello della conoscenza razionale,
l'essenza fu per tal modo identificata colla sostanza. Qualche volta soltanto
fn adoperata per indicare ciò che αἱ aggiunge alla sostanza per darle
determinazione e concretezza, e senza di cui la sortanza rimano una vuota
astrazione, una semplice possibilità. Kant ne precisò meglio il valore,
riducendola tuttavia ad una pura nozione logica; egli infatti distinse In
essenza una cosa dalla sua natura; quosta designa ciò che v'ha di reale nella
cosa che ci rappresentiamo, e non può essere constatata che per mezzo
dell'esperienza ; quella invoce è determinata dalla semplice nozione che noi
abbiamo della cosa, 9 può essere pienamente illusoria : L'essenza, egli dice, è
il primo principio interno di tutto ciò, che appartione alla possibilità di una
con... L'essenza è il contenuto di tutte le parti essenziali di una cosa, o In
sufficienza (Hinlängliohkeit) del loro carattere di coordina zione e di
subordinazione... Pereid αἱ riduce al primo concetto fondamentale di tutti i
caratteri necessari di una cosa ». Ugualmente il Fries: L'insieme dei
caratteri, che stabiliscono il contenuto di un concetto, ai chiama ancho
l'essenza logica di questo concetto ». Codesto carattere logico e puramente
astratto dell’ amenza tant verso da
quello attribuitole dalla filosofia green
ai trova Ess 400 per la prima volta negli scolastici. I quali
considerarono la sostanza, sprovvista di ogni forma, come una realtà attuale,
una esistenza positiva, ο l’essenza come l’ insieme delle qualità espresso
dalla definizione, o dalle idee che rappresontano il genere e la specie, Così
per G. Seoto l’essenza è quod perfootionem nature, quam definit, complet ac
perficit. Per Duna Scoto, substantia duplex cet esse, sc. cose ementice et
existentiæ. Individuum.... per se et primo ezietit, ossentia nonnisi per
aocidene. Anche Cartesio conservò In distinzione fra i due vocaboli; ma,
opponendosi agli scoInstici, considerò l'essenza non come una semplice
astrazione, ma come il sostrato vero e reale di tutte le qualità ed i modi
sotto i quali noi percepiamo un essere particolare, riserbando l’idea di
sostanza, che è il grado più alto della realtà © dell'essere, a Dio. Ora,
sottraendo dai corpi cid che non è essenziale, ciod i modi e le qualità
sensibili, noi giungiamo u coglierne la vera essenza, ed è l'estensione ; come
sottraendo ciò che non è essenziale dalla coscienza, si giunge a coglierne
l’essenza, cioè il pensiero. Per Spinoza l'essenza d’ una cosa comporta ciò
che, essendo dato, fa necessariamente che In cosa esista, © che, essendo tolto,
fa necessarinmente che la cosa non esista, vale a dire ciò senza di cui la cosa
non pnd nd esistere nd essere concepita, e reciprocamente, ciò che senza la
cosa non può nd esistere nd essere concepito; quindi all'essenza dell’uomo non
appartiene I’ essere della sostanza perchè l’essere della sostanza comporta
l’esistenza necessarin, cosicchè se appartenesse all'essenza dell’ uomo, data
la sostanza anche l’uomo sarebbe dato necessariamente, cosicchè l’uomo
esisterebbe necessariamente, il che è assurdo. Da ciò risulta che l'essenza
dell’uomo à costituita da certe modificazioni degli attributi di Dio ». Per
Malebranche l'essenza di una cosa è ciò che si conce pisce di primitivo in
codesta cosa, da cui dipendono tutte lo modificazioni che in ossa si notano ».
Locke, riforen 401 Ess dosi alla noziono
scolastica della essenza, dice: La parola essenza ha quasi perduto il suo
primitivo significato, e in luogo della reale costituzione delle cose è stata
quasi interamente applicata alla costituzione artificiale di genere © specie »;
rifacendosi perciò al significato proprio ο primitivo, che si riferisco allo
stesso esse della cosa, per essenza egli intende ciò per cui una cosa è quello
che è, la reale costituzione interna, per lo più sconosciuta, della cosa, da
cui dipendono le sue qualità conosciute ». Per Leibnitz è «la possibilità di
ciò che si pensa »; per.J. Stuart Mill «la totalità degli attributi designati
mediante la parola >; per Rosmini ciò che si comprende nell’ iden di una
qualche cosa »; per Ardigò un gruppo più o meno stabilmente connesso di dati
fenomenici, ossia l’aggruppamento di quegli atti coscienti, che accade si
trovino costanti nella rappresentazione dell'oggetto ». Cfr. Prantl, Geschichte
der Logik, 1855-70, III, 116 segg.; Aristotele, Met., VII, 4, 1030 a, 18 segg.;
Cartesio, Princ, phil., I, 51 segg.; Spinoza, Ethica, II, def. II, teor. X,
corol.; Malebranche, De la rech. de la verité, 1712, 11, 1; Locke, Essay, 11,
cap. 3, $ 15; Leibnitz, Mouv. Kes., III, 3, $ 19; Rosmini, Nuoro saggio
sull'origine del idee, 1830, II, p. 217; Ardigò, Op. fil, I, p. 63 segg.; 128
segg. (v. aocidente, sostanza, materia, forma, concetto, modo, attributo,
ecc.). Essore. T. Sein, Soiendes, Wesen; I. Being; F. Être. L'idea di essero è
considerata come la più universale ο quindi come la più semplice; perciò è in
ad stessa indefinibile. Si è contrapposto all’essere: il nulla, considerato
come principio ugualmente necessario ο primitivo dell’exsere, ma che non è,
come idea, concepibile dalla nostra intelligenza se non in un senso puramente
relativo; il direnire, ciod il cangiamento, mentre l’essere è la stabilità:
Vesistere, ossia 1’ essere renle distinto dall'essere inmagi into Vexsera in
sò, insomma ehe non nario ο semplicemente possibilo. Si è d vale a dire In
sostanza, il soggetto, 28 Raxzon,
Dizion. di scienze filosofiche, ha bisogno per essere di essere in un’altra
coss, dall’essere per #2, che è ciò che, oltre essere in ad, non deriva la
propria esistenza da un altro essere. Dicesi essere puro quello che è
considerato indipendentemente dai suoi modi © dalle sue determinazioni; essere
supremo, Iddio, concepito come assoluto, realissimo, infinito, necessario, immutabile
ed uno, riassumente in sò sia la forma ideale che la reale e la morale; essere
intelligibile ο logico, l'essenza © l’idea della cosa, cui si attribuisce una
unteriorità logica rispetto all’essere conoreto nel quale si manifesta. Il
concetto dell'essere comincia ad elaborarsi con la scuola elentica, e
specialmente con Parmenide, per il quale l’essere è l'unico reale, l’unico
nesoluto intelligibile, principio, condizione, legge e oggetto essenziale del
pensiero, eterno, infinito, semplice, immutabile, indivisibile, perfettissimo,
identico con la sua iden. Per Democrito l’ossere si fraziona negli atomi, per
Platone #' identifica con le idee ; Aristotele definisce l’esistente como
l’essere che ei sviluppa nei fenomeni stessi, cosicchè l’essere delle cose,
conosciuto nel concetto, non possiede nessun’ altra realtà oltre l’insieme dei
fenomeni in cui esso si realizza. Per Stratone © per gli stoici 1’ essere è
determinato come la più alta delle categorie; per 8. Agostino l'essere reale è
soltanto quello che permane immutabile, quindi la divinità; per 8. Tommaso il
nostro intelletto conosce naturalmente l’essore, sul quale si basa la
conoscenza dei principi primi: per Leibnitz noi possediamo l’idea dell’essere,
perchè noi stessi siamo degli esseri e quindi troviamo l'essere in noi; per
Kant essere non è il concetto di qualche determinazione che possa aggiungersi
all’ idea di una cosa, ma è solo il fatto di porre una cosa o certe
determinazioni in # «tosse. Per Hegel l'essere puro è l’astrasione pura, V’
essere assolutamente indeterminato ; ma l’ essere nasoIntamento indeterminato è
1’ essere che non è nulla, 1’ essere ὁ altra corn che l’essore, l’essoro e ciò
cho non è 403 Est l'essere, in una parola 1’ essere e la
sua negazione, il nonessere ». Secondo il Rosmini l’idea d’essere è innata e
tutte le idee acquisite procedono da essa; egli distingue l’ensere necessario
in sè, in tre forme; essere ideale, in quanto comparisce come oggetto e
illumina le menti: es sere morale, in quanto determina il soggetto a sentire ed
operare, secondo la norma dell’essero ideale; essere reale, in quauto
comparisce come soggetto attivo che sente passioni ed azioni. Cfr. Kant, Krit.
d. reinen Vern., cd. Roclam, p. 237, 472; Hegel, Logik, $ 86 segg.; Dauriac,
Farai sur la cat. d’être, Aunée philos. », 1901; Rosmini, Nuoro saggio null’
origine dell’ idee, 1830, II, p. 15 segg. (v. ento, ontologia, divenire, nulla,
esistenza, essenza, sussistenza, acvidente, sostanza, vuoto, ecc.). Estasi. T.
Ekstase; I. Kontaxy; F. Eztase. 1 teologi la definiscono come un rapimento
dello spirito, nel qualo l’anima umana, chiusa ad ogni voce terrena, comunica
direttamente con Dio. Si chiama estasi, dice il Bontronx, uno stato nel quale
ogni comnnicazione col mondo esterno è rotta e l’anima ha il sentimento di
comunicare con un oggetto interno che è l'essere perfetto, l'essere infinito,
Dio.... L’estasi è la riunione dell’anima e del suo oggetto. Neasun
intermediario più tra essi : l’anima lo vede, lo tocca, lo possiede, è in lui
come l'oggetto è in Ini. Non à più In fede che crede senza vedere, à più della
scienza stessa, la quale non coglie I’ essere che nella sua idea: è una unione
perfetta, nella quale l’anima si sente esistere pionamente, per ciò atesso che
si dona e si rinuncia, poichè quello a cni si dons è l’essere ο In vita stessa
». La scienza In considera come un semplice stato di monoideismo, di
annientamento della volontà e della personalità, in cui l’individno è fuori di
ad, (ἀξίστημι = uscir di sè stesso). Un’unica rappresentazione,
straordinariamente intensa, domina l’individuo assorbendone tntta l’attività e
staccandolo dal mondo sonsibile. Questo stato pnd casera raggiunto ο naEst 404
turalmente o con processi artificiali, di cui abbonda la letteratura
filosofica © religiosa dell'Oriente. Gli estatioi si distinguono in santi e
demoniaci, a seconda del genio che li invade.
Plotino e Filone ebreo ponevano il supremo grado della virtù speenlativa
nell’estasi, cioè noll’assorbimento del nostro essere individuale e del nostro
pensiero stesso, in Dio o nell’Uno: L'anima non vede Dio, dice Plotino, che
confondendo, facendo svanire l'intelligenza che in essa risiede.... Nessun
intervallo più, nessuna dualità, tutt'e due non.fanno che uno; impossibile
distinguere l’anima da Dio, finchè essa gioisce della sua presenza; l'intimità
di questa unione è imitata quaggiù da coloro che, amando ed essendo amati,
cercano di fondersi in un solo essere ». Cfr. Plotino, En». III, 11; A. Merx,
Idee und Grundlinien einen Allgemeiner Geschichte d. Myatik, 1893; P. Janet,
Une extatique, Bull. Inst. psychol. », 1901; Boutroux, Le myeticisme, Ibid.
>, 1902 (v. monoideismo, ipnotismo, misticismo, suggestione). Si distingue
alcune volte l'ESTENSIONE dallo spazio; quella ci è data dalle sensazioni
tattili © cinestetiche, muscolari e visive, che noi abbiamo sia della forma e
dimensione degli oggetti, sia del rapporto esterno tra di loro, in quanto
coesistono, ossia della distanza; questo non è altro che l’oggettivazione del
rapporto dei coesistenti, in quanto implicano la distanza e l'estensione.
Oppure, lo spazio è il luogo reale, o ideale di tutti i corpi, la cui
estensione non è che una porzione limitata di spazio; questo è illimitato, e le
sue parti sono capaci di qualsiasi forma, senza averne, per sò stesso, alcuna.
Secondo Hume l'estensione è idea di punti visibili o tangibili distribuiti
nello spazio »; secondo Kant essa non appartiene alle coso in sò, ma è nna
forma » priori dell’ intuizione; secondo Hartmann e Lotze l’estonsione non
appartiene alle sensazioni primitive, ma è il prodotto di una funzione del
405 Est l’anima, che colloca
spazialmente gli oggetti esteriori; secondo il Bain l’estensione risulta dal
movimento delle nostre membra, a cui s’associano i movimenti d’accomodazione
degli occhi. Il Rosmini distingue 1’ estensione dall’ esteso : con la prima
intende lo stesso spazio considerato indipendentemente dai corpi, col secondo
il corpo che occupa una parte dello spazio, vale a dire della estensione; la
prima è infinita, immobile, indivisibile, ossia continus ed immodificabile, il
secondo è invece misurabile, mobile, divisibile, modificabile. Quanto al
concetto di estensione, inteso in senso generale, come comprendente ciod anche
l’esteso, esso risulta secondo il Rosmini da due relazioni essenziali:
considerata in sò stessa, l'estensione risulta da un rapporto di esterioritä di
parti, per cui le une sono fuori delle altre ο tra un punto e l’altro è un dato
continuo maggiore ο minore, per cui i punti non si possono toocar mai;
considerata in rapporto col principio senziente, essa è n Ini condizionata e a
lui inesistente, perchè il principio senziente apprende l’esteso in un modo
inesteso. Dicesi estensione, ο afora, ©
ambito di un concetto, l'insieme di tutti i concetti di oui il concetto dato è
una determin: zione; ο, in altre parole, l’insieme di tutti i concetti nei
quali il concetto dato è compreso e dei quali può essere affermato come attributo.
Ad es. l'estensione del concetto uomo è data dai concetti europeo, asiatico,
africano, francese, ecc. I logici esprimono il rapporto delle parti
dell'estensione tra di loro mediante il simbolo dell’ addizione; ciò perchè,
come gli addendi, le parti dell’ estensione xi escludono tra loro, e sommate
insieme costituiscono il tutto. Cfr. Bain, The »ensen and the intellect, 1870, p. 371 sogg.; Ueberweg,
System der Logik, 1874, $ 53; Rosmini, Psicologia, 1848, vol. II, p. 177 segg. (v. comprensione, distanza,
spasio). Estensivo. ‘I. Ertonsir; I. Extensive; F. Ertensif. Tutto ciò che
occupa uno spazio; si oppone quindi ad intensiro. Est 406 I
fatti di coscienza sono per loro natura inten: surazioni psicometriche non
rappresentano quindi che una rappresentazione estensiva dell’intensivo. Secondo
Kant una grandezza è estensiva quando la rappresentazione delle parti rende
possibile la rappresentazione del tutto, e quindi la precede necessariamente; e
intensiva quando non è appresa che come unità, e la quantità non vi può essere
rappresentata che avvicinandosi più ο meno alla neguzione. Soglia estensiva del
tatto, dicesi il diamotro dei oircoli tuttili, rappresentato dalla superficie
del derma in cui le due punte del compasso di Weber, o estesiometro, sono sentite
come una punta sola. Cfr. Kant, Arit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 164 seg.;
Fechner, Elemente d. Paychophyeik, 1860. Esteriore. T. scussor, Aussen; I.
External; F. Estirieur. In generale, ciò che sta al di fuori di un’ altra cosu.
Dicesi mondo esteriore o non-io il mondo sensibile, vale a dire l'insieme degli
oggetti distinti da noi ο che sono la cause delle nostro sensazioni; il mondo
interiore o Vio ci è conosciuto invece per mezzo della coscienza. Secondo il
realismo ingenuo, che s'accompagne invincibilmente all'esercizio della nostra
attività conoscitiva e pratica, il mondo esterno, le sue leggi e proprietà
hanno una esistenza altra dal nostro pensiero o indipendente dallo percezioni
che ne sbbiamo, le quali percezioni appsiono come la copia più ο meno osatta
del mondo reale. Ma fin dal priucipio i filosofi groci cercarono di
doterminare, sotto le mutevoli apparenze dol mondo esteriore, il fondo unico e
permanente, il vero reale da cui tutte le mutazioni provengono e in cui tutte
di nuovo si risolvono; stabilirono così un'antitesi tra ciò che @ © ciò che
appare, tra esperienza ο riflessione, tra verità e opinione. Da allora, due
problemi si imposero con forza sempre maggiore al pensiero filosofico: dato che
noi sinmo chiusi nella nostra coscienza, dato che nella coscienza non ci sono
che stati di 407 Est coscienza, come possiamo affermare
l’esistenza di un mondo esteriore alla mostra coscienza? Dimostrata l’esistenza
di questo mondo, qual'è la sua natura, quali le sue proprietà © in qual modo
sono da noi conosciute? Naturalmente, le risposte furono diversissime: per
alcuni filosof noi non possiamo affermare con certezza che gli stati della
nostra coscienza, cosicchè l’esistenza di un mondo esterno è per lo meno
ipotetica; per altri la sua esistenza è in dubbio, ma quale sia in sò stesso
noi non potremo mai conoscere; per altri il mondo esterno, essendo pure di
natura ‘spirituale, è conoscibile per analogia col nostro spirito, ece. (v.
conoscenza, soggetto, oggetto, realirmo, idealismo, semelipsismo,
percesionismo, ecc.). Esteriorità (giudizio di). Con questa espressione, usata
specialmente nella filosofia francese, si desigua quell’ atto con cui
proiettiamo fuori di noi le modificazioni produtte in noi dai sensi,
attribuendole ad esseri distinti da noi ο di cui le nostre sensazioni sarebbero
le qualità. È dunque la credenza nella esistenza del mondo esteriore, che si
unisce alla sensazione e ci dà la percezione esteriore. Si contrappone al
giudizio d’ interiorità, che è l’atto con cui gli stati psichici vengono
riferiti al soggetto, cioè come propri di Ini (v. percesione).
Esteriorissasione. T. Veriusserlichung ; I. Externalieation; F.
Extériorisation. Con 1’ espressione estertorizzazione della sensibilità si
designano alcuni fenomeni, non bene chiariti, nei quali la sensibilità di un
individuo, durante il sonno ipnotico, si trasferirebbe fuori di lui, così da
sentire, ad es. il dolore d’una puntura in una data regione del corpo, quando
la punta non sia giunta aueoru a contatto con essa © sia tenuta alla distanza
di qualche centimetro dalla regione stessa. Col termine esteriorizzazione si
suol anche designare la proiezione della modificuzione determinata dal senso,
cioè dal dato della sensazione, fuori di noi, all'oggetto che di essa è In
causa oggettiva; Esr 408 è con tale esteriorizzazione, che avviene
specialmente per le sensazioni visive e uditive, che noi acquistiamo la
conoscenza del mondo esterno. Cfr. Ardigò, It fatto psicologico della
percezione, in Op. fil, IV, p. 343 segg. (v. percezione, soggetto, oggetto,
realismo, idealismo). Estesiometro. Strumento assai semplice, che servo a
misurare ln sensibilità tattilo, ed è derivato dal compasso di Weber. Esso si
compone di dne punte di metallo, fissate a perno sopra un’asticella divisa in
millimetri : le due punte, messe più o meno divaricate a contatto col derma,
sono sentite come una o come due, a seconda della maggiore o minore sensibilità
della parte toccata. Cfr. Fechner, Elemente d. Peychophysik, 1860 (v. circoli
tattili). Estetica (αἴσδησις = sensazione). T. Aesthetik; I. doathetios; F.
Esthétique. La scionza del hello, o filosofia dell’arte, Il nome e la dignità
di scienza le vennero dal Baumgarten, discepolo di Cristiano Wolff; tuttavia,
fuori che per coloro i quali, come il filosofo tedesco, considerano il bello
come una sensazione o un sentimento, il nome non sembra molto appropriato, data
la sua etimologia; infatti fu pdoperato dal Kant nella Critica della ragion
pura per designare lo studio della sensibilità ο delle forme pure del senso. Nell'antichità
le questioni relative al bello, non si distinguono da quelle anl bene ο sul
vero; perciò lo studio di esso fa parte della morale, della logica e della
politica. Il solo Plotino ci ba lasciato un trattato veramente importante
intorno al hello, che egli considera come il trionfo dello spirito sulla
materia: degli altri Platone non se ne oconpa che saltuariamente, Aristotele lo
studia soltanto in rapporto alla tragedia, 8. Agostino nella musica, Longino
nella rettorica, Orazio nella poesia, Quintiliano nell’arte oratoria. Nei tempi
moderni lo studio più poderoso intorno all'estetica fu fatto da Emanuelo Kant,
che si giovò delle ricerche compiute precedentemente dai sensisti inglesi, dal
Winckelmann e dal Les 409 Est sing.
L'estetica di Kant, che entra nella Critica del giudizio, si distingue in due
parti, di cui l’una si occupa del Bello l’altra del Sublime; tanto l’uno che
l’altro sono oggetto dei giudizi estetici, che hanno per carattere comune di
essere disinteressati, di non dare conoscenza, di riguardare l'oggetto solo in
quanto è rappresentato, e di pretendere al consenso universale sebbene non
siano logi: Kant distingue accuratamente il bello dal sublime, dal vero, dal
buono e dall’aggradevole; quanto al criterio del bello, egli lo fonda sopra uns
particolare sensazione, rendendolo così affatto soggettivo. L'estetica, intesa in senso largo, comprende
tre parti: una generale, che determina i caratteri dell’ idea del bello, la
natura e il fine dell’arte in generale; una spooiale, che fissa la natura, i
limiti, la posizione e le norme delle arti particolari; una storica, che studia
l'evoluzione dell’arte nelle diverse epoche dell'umanità, Cfr. Baumgarten,
Aesthetica, 1759; Kant, Krit. d. Urteilakraft, 1878, p. 39 segg., 56 segg.;
Lipps, Grundlegung d. Aesthetik, 1903; Id., Die aesthetisohe Betraohtung, 1906;
Dessoir, Aesthetik und allgemeine Kunaticissenschaft, 1906; M. Neumann,
Einführung in die Acsthetik d. Gegenwart, 1908; Ch. Lalo, Introd. à
l'esthétique, 1912; Id., L'esthétique experimentelle contemporaine, 1908; 8.
Witasek, Prinoipi di estetica generale, trad. it. Sandron; Manfredi Porena, Che
cos'è il bello, 1905; G. Fanciulli, La cosoienza estetica, 1906; A. Rolla,
Storia delle idee estetiche in Italia, 1904; B. Croce, L'estetica come scienza
dell’ capressione, 1909; A. Tari, Saggi di estetica ο di metafisica, a cura di
B. Croce, 1910 (v. dello, comico, sublime). Estetismo. T. Acethetismus; I.
Acstheticiem; F. Esthefirme. Nell’ estetica dicesi estetismo o estetioismo, per
opposizione a storicismo, quell’ indirizzo che attua la critica d’arte con
criteri esclusivamente estetici; per esso l’arte è opera d’ intuizione e quindi
dev’ essere oggetto d’ intuizione da parte del critico, mentre i dati storici
sono un iugombro e un ostacolo alla impressione immediata, In filosofia dicesi
così, in senso dispregiativo, quel modo di ragionare, di speculare, di
discutere il quale consiste in un semplice giuoco di parole ὁ di idee, in un
formalismo vuoto ed astratto che, per quanto possa sembrare talora clegante,
non fa procedere d’un passo la ricerca del vero. Esso è dunque più che altro
una tendenza, che ha lo sue origini nella coltura e nello attitudini mentali
dell’ individuo. Kant la chiamava filodozia. Infine, la parola estetiamo usasi
talora in senso non dispregiativo, per denominare quei sistemi filosofici che
pongono nell’ universo una finalità morale ed estetica, che considerano come
vera realtà non la necessità dol fenomeno ma il mondo illuminato dalla luce
dell’idea di libertà © di bellezza, e fanno quindi dell’ ispirazione artistica
il vero stromento della filosofia; in tal senso è estetismo la filosofia del
Ravaisson, per il quale la bellezza, e specialmente la più divina e la più
perfetta, contiene il segreto del mondo », e il processo cosmico, anzichè un
meccanismo di moti necessari ed eterni, è la perenne creazione di un’opera
d’arte meravigliosa; ed è un estetismo il sistema del Boutroux, per il quale le
leggi naturali non hanno nulla di assoluto e di eterno, risolvendosi în «leggi
morali ed estetiche, espressioni più o meno immediate della perfezione di Dio,
preesistenti ai fenomeni e supponenti degli agenti dotati di spontaneità >. Cfr. Kant, Krit. d. r.
Vern,, prof. alla 33 ed., § 16; Ravuisson, La phil. on France, 1889, p. 322;
Boutroux, Science et phil., Revue do metaph. >, nov. 1899; A. De Rinaldis, La coscienza
del‘Parte, 1909; G. Natali, Storicismo ed estetioismo, Riv. di filosofia »,
ottobre 1909 (v. verbaliemo). SERBATI designa estra-soggetto l'insieme delle
cose estranee al soggetto intelligente, e che come tali vengono da lui
percepite al di fuori; però, appunto per questo atto percettivo,
l’estrasoggettivo diviene in qualche modo soggettivo. Il nostro stesso corpo
può venir percepito da noi sia soggettivamente, mediante il sentimento
fondamentale per cui sentismo la vita essere in noi, sia estrusoggettivamente
mediante i cinque sensi per cui esso è percepito come qualunque altro corpo ©
non come partecipe egli stesso di sensibilità. Cfr. Rosmini, Pricologia, 1846,
vol. I, p. 97 segg., 157 seg. (v. oenestesi, ente). Estrinseco. T. Auesserlich;
I. Extrinsio, extrinscval ; F. Extrinedque. In generale, ciò che non è compreso
nel. l'essenza dell'essere © nella definizione dell’ides di cui si tratta.
Nella logica diconsi estrinseche o esterne le denom nazioni, che consistono in
rapporti della sostanza con qualche altra cosa che non è essa stessa. Bi dice
che una cosa © un'azione hanno un ralore estrinseco, quando non sone per sè
stesse un fine, ma valgono soltanto come mezzo ad un’altra cosa. Cfr. Logique de
Port-Royal, parte 1, cap. 2. Eterismo. T. Heterismus ; I. Heteriem; F.
Hélérieme. Il Bachofen designs con
questo nome, entrato ormai nella terminologia sociologica, lo stato iniziale di
vita promiscua in cui si trovò l’umanità. In tale stato, descritto gid u colori
tanto vivi da Luerezio, non esisteva alcuna forma di istituzione sociale o
familiare, e gli uomini vivevano in lotte continue tra di loro, fomentate
sopratutto dal possesso delle donne. All’ eterismo sarebbe succeduto il primo embrione
di famiglia, a base materna. Cfr. Bachofen, Jas Mutterecht, 1861 (v.
matriaroato, esogamia, endogamia, lerirato, famiglia). Eternità. T. Ewigkeit ;
I. Eternity; F. Éternité. In senso filosofico, l'eternità è l’immutabilità, ciò
che è superiore ud ogni variazione. Perciò il tempo, anche se concepito senza
principio e senza fine, è infinito ma non eterno, perchè esso perpetuamente
trascorre è diviene. L’eternita è l'essere, quale fu già concepito dai filosofi
greci, 1’ essere perfetto, uno, immutabile, senza successione, e quindi senza
tempo. In questo senso Boezio distingue |’ eterno dal perpetuo : Eternità è
l’intero e simultaneo possesso Ere
419 di una vita interminabile;
ciò meglio si paless dal confronto di essa con le cose temporali. Tutte le cose
che vivono nel tempo presente procedono dal passato ‘e’ vanno al futuro, ©
ninna è collocata nel tempo in modo da poter abbracciare tutto lo spazio della
propria vita, poichè non possiede ancora il domani, ha già perduto I’ jeri, e
nella vita d’oggi vive un incerto e transitorio momento. Se adunque si misura
la vita di chi è soggetto al tempo... alla stregua della eternità, non giungo a
tal punto ds doversi stimare eterna; e quantunque comprenda uno spazio
infinito, pure non tutto lo abbraccia, mancandogli il passato © il futuro....
Se pertanto vogliamo dar nomi giusti alle cose, chiameremo Dio eterno e il
mondo perpetno ». Una distinzione analoga è fatta da 8. Agostino: Si recto
discornuntur acternitas ot tempus, quod tempus sine aliqua mobili mutations non
est, in aeternitate autem nulla mutatio cal, quis non videat, quod tempora non
fuissent, nisi oreatura fierot, quae aliquid aliqua mutatione mutaret? » In un
senso più comune, l’eternità è invece il tempo senza limiti nd nel passato, nd
nel futuro. Nella scolastica l'eternità era appunto concepita in questo modo, ©
perciò era distinta in aeternitas a parte ante, ossia il tempo infinito già
trascorso, © aeternitas a parte post, ossia il tempo infinito che deve
trascorrere; all'anima umana non era attribuita che questa seconda eternità, a
Dio entrambe. Per Giordano Bruno il mondo è eterno e soltanto lo sue forme sono
mutabili; per Spinoza l'eternità è propria della divinità e dei suoi attributi,
che perciò sono immutabili; Kant sopprime la contraddizione tra an tempo
infinito e l’origine del teınpo, considerando il tempo come una forma
oggettiva, valida soltanto nel dominio dei fenomeni: perciò le due
proposizioni: il mondo ha prineipio nel tempo », il mondo non hs alcun
principio » sono ugualmente false. Cfr. Aristotele, Phys, IV, 12, 221 b; Boezio, De consol.
phil, V, 6; 8. Agostino, De cir. Dei,
XI, 4, 6; Bruno, 413 Ers-Erı De la causa, disl. V; Spinoza,
Ethica, I, def. vin, teor. 7, 19, 20, ece.; Kant, Krit. d. reinen Fern., ed. Reolam, Ρ. 354 ségg. (v. aevum, durata, tempo). Eterogeneo. I. Heterogen, ungleiohartig ; I.
Hoterogencous ; F. Hétérogene. Ciò che è composto di parti che diversificano
tra loro in qualità; 1’ omogeneo è invece ciò di cui tutte le parti sono della
stessa natura. Secondo lo Spencer, l’evoluzione consiste in un passaggio dall’
omogeneo all’ eterogeneo, dall’ indifferenziato al differenziato. Cfr. Spencer,
First principles, 1884, cap. XIV-XVIII (v. indistinto, evolusionismo).
Eterogenesia. T. Heterogenesie; 1. Heterogenesy ; F. Hétérogènesie. Nella
biologia si designa con questo termine una qualsiasi deviazione organica,
consistente in una anomalia nel numero degli organi ο nella loro
posizione. Por contrapposizione ad
omogenesia, che è la proprietà per cui due organi di sesso opposto tendono a
fecondarsi reciprocamente, il Broca chiama eterogenesia 1’ impossibilità di
fecondazione tra due germi di sesso opposto, pur avendosi I’
nccoppiamento. Col termine eterogenia si
designa invece la generazione animale senza genitori, cioè la generazione
spontanea (v. omogenesia, teratologioo, ibridismo). Eteronomia (ftep0¢ =
diverso, νόμος = legge). T. Heteronomie; I. Heteronomy; F. Hétéronomie. Può
essere adoperata in due modi diversi: nell’ uno vale anomalia, deviazione delle
leggi ordinarie, nell’ altro si contrappone ad autonomia e designa il fatto di
un essere che non ha in sò stesso la ragione e la possibilità di operare, ma è
sottoposto passivamente all’azione di cause esterne, che gli si impongono ο lo
dominano (v. libero arbitrio, delerminiamo, autonomia). Etica, Gr. Ἠθική; Lat.
Ethioa; T. Kthic; I. Ethica; F. Ethique. E sinonimo di Morale; questa infatti
vieno dal latino mos, quella dal greco 790g, che significano entrambi costume,
abitudine. Aleuni vorrebbero forse riservata a deErn 414
signore la scienza morale, serbando la parola Morale a designare il
fatto della morale, la moralità; altri chiamano etica ogni dottrina
naturalistica senza principj speculativi nd obbligazione mistica, morale ogni
dottrina che pretende fondare sopra principj teorici una teleologia ideale e
nna obbligazione; altri ancora propongono di chiamare etica la scienza cho ha
per oggetto immediato i giudizi di valutazione sugli atti detti buoni o
cattivi, etologia o etografia la scienza che ha per oggetto la condotta degli
uomini, indipendentemente dal giudizio che gli nomini fanno di codesta
condotta, e morale l’ insieme delle prescrizioni ammesse ad un’ epoca e in ‘una
società determinata, lo sforro per conformarsi a codeste prescrizioni,
l'esortazione a seguirle. I filosofi kantiani distinguono generalmente l'etica
dalla morale, ponendo la prima al di sopra della seconds: La morale in
generale, dice Schelling, pone un comando che non si rivolge che all'individuo,
e non esige che l’assoInta personalità dell’imdividuo; l’etien pone un comando
che snppone una società d’ esseri morali e assicura la personalità di tutti gli
individui per ciò che essa esige da ciascuno d’ essi ». Per Hegel l'etica
designa specialmente il regno della moralità, la morale il dominio dell’
intenzione soggettiva. Cfr. Schelling, Sämélioho Werke, I, 25 Bulletin de la
soo. frang. di philosophie, Anno V, n. 7 (v. bene, morale). Etnografia. T.
Etnographie; 1. Ethnography: F. Ethnographie. Questo vocabolo si cominciò sd
usare etl principio del secolo scorso, specie dal Campe, come sinonimo di
descrizione dei popoli e delle razze umane. Il Wiseman la definì come la
classificazione delle rarze per mezzo dello studio comparato dei linguaggi.
L’etnografia appartiene allo scienze antropologiche, e nella parte generale
tratta le questioni relativo alle origini, alle migrazioni, ni caratteri fisici
© psichici dei popoli; nella parte speciale studia i rapporti dei vari popoli
coi tipi fondamentali, la storin, le manifestazioni sociologiche e religiose, i
fenomeni biologici. Cfr. Topinard, Anthropologie, 1884, p. 7, 433 (v. antropologia). Etnologia.
T. Ethnologie; I. Ethnology; F. Ethnologie. Questo vocabolo sorse più tardi di etnografia ο
designa, secondo il Broca, quel ramo delle scienze antropologiche che s’occnpa
della descrizione particolare ο determinazione delle razze, lo studio delle
loro somiglianze ο differenze, così sotto il rapporto della loro costituzione
fisica come sotto quello dello stato intellettuale e sociale, la ricerea delle
loro affinità attuali, della loro ripartizione nel presente e nel passato, del
loro compito storico, della loro parentela ‘più ο meno probabile ο della loro
posizione rispettiva nella serie umana ». Non bisogna dunque confonderla con
l'etnografia, che è la parte descrittiva ο generale della scienza dei popoli. Cfr. Topinard,
Anthropologie, ethnologie et ethnographie, Bull. soc. d'anthropologie », 1876;
Id., Anthropologie, 1884, p. 8 seg.; F. Griibner, Methode der Ethnologie, 1911.
T. Ethologie; I. Ethology: F.
Ethologie. Nome dato dallo Stuart Mill alla scienza dei caratteri individuali,
che altri designa col nome di caratterologia. Si fonda Λοpra la psicologia, ma
se ne distingue in quanto questa hn per oggetto la conoscenza delle leggi
semplici dello spirito in generale, ed è peroid una scienza d'osservazione e d’
esperimento, l’etologia invece è una scienza interamente induttiva, cercando di
seguire le operazioni dello apirito nelle combinazioni complesse determinate
dalle circostanze. Lo scopo fondamentale della etologia è la classificazione
dei tipi dei caratteri. La classificazione più antica ο comune è quella
ippocratico-galenica che, basandosi sulla credenza che 1’ indole degli
individui dipendesse dal prevalere nell’ organismo degli umori (sangue, flemma,
bile gialla ο bile ner) riconosce quattro caratteri fondamentali: sanguigno,
bilioro, melanoonico, flemmatico. Molti filosofi moderni accettano,
Eup-Eur HR consistere la felicità nella calma, nella
tranquillità, nella liberazione dalle passioni e dai desideri, ο nell’ estasi,
che è una immedesimazione con Dio (stoicismo, neoplatoniamo); infine
l’eudemonismo pessimistioo ο negativo, per il quale la vita è intrinsocamente
infelicità e non merita quindi di essere vissuta. Per Kant la morale
eudemonisticn è il tipo della morale falsa, perchè è eieronoma, ossia perchè
rende la ragione pratica dipendente da qualche cosa data esteriormente ad essa;
la morale vera non può dipendere da nessuna volontà esistente empiricamente,
non dove essere un mezzo in servizio di altri scopi, è, in altre parole, un
precetto puro, un imperativo categorico ; lo sforzo verso Ja felicità non è un
bisogno della ragione, esisto empiricamente, cosicchè ogni morale eudemonistica
mena alVesplicito imperativo ipotetico, risolvendo le leggi morali precotti
della prudenza ; se, dico Kant, la natura avesse voInto destinarci alla
felicità, avrebbe fatto meglio a fornirei di istinti infallibili, invece che
della ragion pratica della coscienza, che è incessantemento in conflitto con i
nostri impulsi. Cfr.
Aristotele, Ethica, 1. 1 ο 10; Kant, Grundlegung zur
Metaphysik der Sitten, 1882, IV, 395; Paulsen, System der /hik, 1888, t. I, 1.
11, cap. 1; M. Heinze, Der Eudämoniemus der Griechischen Philosophie, 1383;
Bain, Mental and moral science, 1884; A. Marrot, Life and happines, 1889;
Wundt, Eihik, 1892, p. 508 segg. (v.
attivismo, energiemo. interesse, piacere). Eudemonologia. T. Kudämonologie; I.
Eudaemonoloyy; F. Eudemonologie. Dottrina che tratta della felicità che
consegue al bene morale, e del modo di svolgerla, Coscienza endemonologica, si
dice il giudizio che gli esseri intelligenti fanno del proprio stato di
piacere; 6 bene endemonologico la stessa felicità che κ’ accompagna al bene
morale. Enforia. Termine usato especialmente nella psichintri per designare
quello stato di intima serenità ο di contentozza, che è proprio di alenne
malattie mentali, specie della mania e della forma espansiva della demenza
paraica, ma che può anche ensere l’effetto iniziale di corte sostanze, come
l’oppio, la morfina e la cocaina. Lo stato di euforia varia da un soggetto
all’altro, secondo I’ eccitabilità individuale del sistema nervoso contrale,
l’educnzione, la cultura, ece.; in generale, caso consiste nella soppressione
di ogni percezione dolorosa, eccitamento delle funzioni intellettuali,
dimenticanza di ogni noia ο dolore morale, senso di dolce calore al capo e di
leggerezza delle membra. Cfr. Quincey, Confensions of a english opiumeater, 1890; Chambord, I
morfinomani, trad. it. 1894. Evemerismo.
T. Euhemerismus; I. Euhemeriem ; F. Erhémérisme. Dottrina religiosa, che ebbe
molti partigiani cos fra gli antichi come fra i moderni. Ni denomina così dal
nome del suo fondatore Evemero, filosofo della scnola cirenaica, che visse
nella seconda metà del secolo IV n. C. Egli sosteneva che tutte le leggende
intorno agli dei erano stato avvenimenti reali, ma terrestri e umani; 6 cho gli
dei stessi altro non erano se non uomini vissuti in tempi remoti, i quali,
avendo colpita l’imaginazione degli uomini o per la loro virtà, ο per il loro
coraggio, 0 per ln loro forza, erano stati dopo morte divinizzati. Così Giove
sarebbe stato un antico ro di Creta, come proverebbe l’esistenza in codesta
isola della sua culla. Ma la moderna scienza mitolo; ha dimostrato falso
codesto modo di spiegare l'origine dei miti. Cfr. Cicerone, De nat. deorum, 1,
42. Eventa. Lucrezio, traducendo i συμπτώματα di Epieuro, chiama così,
distingnendolo dai coniunota, lo proprietà o qualità eventuali delle cose, che
sono estranee alla corporeità di esse, che cioè possono anche mancare sonza cho
perciò una cosa cessi di exsero quello che è ». Tali sarebbero, per l’nomo, lo
schinvità, In povertà, In ricchezza, la libertà, ecc. Siccome poi tali erenta
noi li pensiamo in relazione al tempo, così il tempo e V erento Evi-Evo 420
degli eventi; vale a dire che il tempo si concepisce non in relazione
coi corpi, ma coi caratteri eventuali dei corpi, ο che mentre questi si
conoscono per mezzo dei sensi, il tempo non si conosce che per una inferenza
dai sensi. Cfr. Lucrezio, De rer. natura, 1. I, v. 449-463; Diogeno Laerzio, X,
38, 51 (v. accidente, attributo, adiafora). Evidenza. T. Evidenz; I. Evidence;
F. Evidenoe. Bi può definire come una verità così chiara e manifesta per sè
stessa, che lo spirito non può rifiutarvisi. L’evidenza dicesi razionale quando
risulta da un ragionamento, sensibile © sperimentale quando risulta dalla
constatazione di un fatto. Si distingue dalla certezza, che è nno stato
puramente mentale, © cioò lo stato del pensiero che si crede in possesso della verità;
ma questo può esser dato anche dall’errore, mentre soltanto la verità può
essere evidente. Epicuro pone come criterio del vero il sentimento della
necessità con cui la percezione entra nella coscienza, ossia quell’ esser
manifesto, quell’ evidenza (ἐνάργεια) con cui l'ammissione del mondo esterno è
legata nella funzione dei sensi; ogni percezione come tale è vera ed
incontestabile, sussisto per sò stessa indipendentemente da qualsiasi motivo.
Cartesio pone l’evidenza come criterio della verità ; nulla è vero se non ciò
che è evidente, e tutto ciò cho. è evidente è vero; a sua volta è evidente
tutto ciò che è chiaro e distinto come la coscienza di sò, quod lumine naturali
clare et distinote percipitur; ora, essendo solo giudice dell’ evidenza delle cose
lu ragione, essa dove infine decidere tanto di ciò che è la verità come di ciò
che è l'errore. Questo principio della certezza egli lo contrappone al
principio d’antorità, che aveva dominato durante tutta P etd di mezzo. Cfr.
Diogene L., X, 32, 52; Descartes, Princ. phil, I, 45; Wundt, Logik, 1893, I,
74-78 (v. cogito ergo sum). Evoluzione. T. Evolution, Entiriokelung: 1.
Evolution; F. Frolution. Termine dal significato molto vago, che può in421 Evo dicare tanto lo sviluppo lento e graduale
per opposizione a rivoluzione, quanto la trasformazione da forme basse ©
semplici a forme più alte e perfette, quanto lo svolgimento di un principio
interno, originariamente latente e che a poco a poco si manifesta all’esterno.
Nel linguaggio filosofico il vocabolo è usato più spesso ad indicare un
processo di trasformazione, diretto in un senso costanto © percorrente una
serie di fasi, delle quali si può assegnare in precedenza la successione;
questo processo può attuarsi tanto nella roaltà materiale (mondi, organismi)
quanto nella realtà spirituale (diritto, moralità, linguaggio, arte, religio
ne), ma implica sempre una variazione così in senso qualitativo come in senso
quantitativo; e poichè ogni sistema che si svolge è unità ‘nella molteplicità,
1’ accrescimento si riferisce così all’unità come alla molteplicità
(intograzione e differenziazione). Cfr. Richard Gaston, L'idée d’érolution,
1902; Romanes, L'evoluzione mentale dell’ uomo, trad. it. 1907; De Sarlo, Il
significato filosofico dell’ eroluzione, Cultura filosofica », Inglio 1913 (v.
eroluzionismo, darwinismo, neo-lamarkismo, progresso, trasformismo, ccc.).
Evolusionismo, T. Ecolutioniemus, Entwiokelungatheorie; I. Evolutioniem; F.
Frolutionisme. Dottrina filosofica, da non confondersi col trasformismo, e che
pone l'evoluzione per spiegare tutti i fenomeni naturali cogli organici. Lo
Spencer, che si considera come il capo dell’evoluzionismo definisco
l'evoluzione così: un'integrazione di materia accompagnata da una dispersione
di movimento, durante la quale la materia passo da una omogeneità indefinita ©
incoerente ad una eterogeneità definita ο coerente, ο durante la quale anche il
movimento, che è conservato, subisco una trasformazione analoga ». Mediante
tale processo dalla nebulosa primitiva, che rappresenta il mussimo dell’
indeterminatezza ο della omogeneità, si è formato il sistema solare; poi sul
piccolo globo della terra si sono venite distendendo masso viventi le quali,
sottoEy EXO 422 poste a diverse influenze, si sono
differenziate, dando luogo alle specie multiple delle piante ο degli animali;
in questo mondo animale, per una differenziazione sempre crescente, s'è venuta
svolgendo la vita dello spirito: linguaggio, religioni, istituzioni politiche,
arti, scienze, ecc. Si hanno così tre forme principali di evoluzione:
inorganica, organica, e superorganica. Ma va notato che lo Spencer considera
l'evoluzione come l'ipotesi più accettabile, non come una legge avento valore
ussoluto; e che per di più ossa non ci svela, secondo lo stesso filosofo, la
natura intima e la genesi delle cose in sè, ma soltanto la loro genesi in
quanto si manifestano allo spirito umano. Cfr. Spencer, First principles, cap.
XVII; Baldwin, Derelopement and erolution, 1902; Richard Gaston, L'idée
d'évolution dane la nature et dans l'histoire, 1902; Delage et Goldsmit, Les
théories de l'évolution, 1910; E. Clodd, I pionieri dell'evoluzione, trad. it.
1909; V. Ducceschi, Evoluzione morfologica ed er. chimica, 1904; C. Fenizia,
L'evoluzione biologica e le sue prove di fatto, 1906 (v. cosmogonia). Ex
concessis. Termine della scolastica, con cui si designa quella forma di
argomentazione sillogistica nella quale la premessa maggiore, quantunque falsa,
è accordata per vora. Tale argomento non dimostra quindi per sè ma
relativamente, 0, come dice Clemente Alessandrino, concludere ex concessia est
raliooinare, conoludere autem ex veris est demonatrare. Cfr. Clemente A.,
Strom.. VIII, 771. Exoterico. Gr. Ἐξωτερικός; T. Ezoterisch ; I. Eroteric; F.
Exoterique. Da principio il vocabolo, che signitica esterno, fu adoperato per
indicare i libri aristotelici d’ argomento non strettamente scientifico, per
opposizione ai libri enoterici. In generale dieosi esoterica una dottrina che
vien insegnata soltanto agli iniziati, mentre ai profani ne è resa impossibile
la conoscenza per ln voluta oscurità sotto cui è velata. Più specialmente
dicesi esoterico I’ insegnamento filosofico che Aristotele impartiva la mattina
ai propri di 423 Exr-ExT scepuli, i
quali venivano ammessi nell'interno della scuola dopo aver assistito
all'insegnamento più elementare: questo, detto per contrapposizione ezoterico,
era impartito invece la sera, e trattava questioni più facili ο d'interesse più
generale, assistendovi un pubblico più largo. Codesta distinzione sembra fosse
esistita anche nell’ insognamento di Platone e nella scuola di Pitagora. In
questa infatti erano detti esoterici gli alliovi cho avevano penetrata
pionamente la dottrina del maestro, eroterioi i novizi. Cfr. Bonitz, Index
aristotelious, 104 a, 44-105 L, 49 (v. epoplico). Experimentum crucis. Quando
lo scienziato cuncepisce un dubbio sul valore reale d’una causa presunta, o
trovasi incerto tra due ipotesi ugualmente possibili, dove produrre dei fatti
che si possono spiegare soltanto con l'intervento di quella causa, o che lo
costringono a respingere una delle due ipotesi, e ad accettare l’altra, ‘Tale è
l’esperienza che Bacone disse oruciale pigliando la similitudine, come dice
egli stesso, da quelle croci alzato nei bivj, le quali segnano le separazioni
delle strade ». Cfr. Nov. organon, 1, II, cap. XXXVI (v. instantiae, crucis).
Extrasensibile, I. Eztrasensible; F. Extrasensible. Non bisogna confonderlo col
sorrasensibile. La sensibilità ci rivela soltanto uns piccola porzione del
mondo, esterno, puichò vi sono nella nostra conoscenza di esso degli elementi
non presenti ai sensi; questa parte dell'ordine esterno cle nou ci è data
direttamente dalla sensazione, e che noi crediamo esistere, costituisce un’
esistenza extrasensibilo, lu quale ci è rivelata, secondo il Lewes, da varie
induzioni, | È infatti tra le infinito impressioni che colpiscono i nostri
sensi, soltanto alcune di esse corrispondono agli stati di coscienza, sicchè la
sfera sensibile è troppo limitata per abbracciare sia la totalità obbiettiva
sia quella piccola parte di essa che si trova in contatto con l'organismo : ne
consegue che la sfera della conoscenza non è limitata solo alle impressioni
sensibili, ma si estende anche alle Exr-Fac
424 inforenze, che sono
ricombinazioni e riproduzioni di tali impressioni; quindi la conoscenza
sensibile è estesa all’extrasensibile. Oltre poi questo mondo sensibile ο
extrasensibile, i metafisici ammettono una terza regione sovrasensibile, che è
preclusa affatto all'esperienza dei'sensi ed sporta soltanto alla fede ο alla
intuizione intellettuale. Cfr. Lewes, Probleme of life and mind, 1875, vol. I, pr. I, cap. III, p. 253 sogg. F. Nellu logion
formale è adoperata nei tro ultimi dei quattro versi mnemonioi che designano lo
figuro del sillogismo, per indicare cho ogni modo espresso in una parola
cominciante per codesta iniziale, può ossore ricondotto, con processi logici
speciali, a qual modo della prima figura, cho è espresso in una parola
cominciante per l’ iniziale medesima (Ferio); tali sono: Festino, Felapton,
Fesapo, Fresison. Facoltà. T. Vermögen, Seelenvermögen; I. Faculty; F. Faculté.
Per facoltà dell'anima s'intendono quelle forze speciali cho esistono nell’
anima, per cui essa è atta a fare qualche cosa, quelle potenze misteriose ©
spontaneo di cui i fatti psichici sono l'effetto. Si sogliono distinguere in
pamire, come la sensibilità, ο attire, come In volontà. Le facoltà passive sono
dette più comunemente capacità, risorbando il vocabolo proprietà alla semplice
predisposizione della materia inorganien a divenire soggetto di un dato
fonomeno, o ancho alla capacità della materia organica di dar luogo a fenomeni
fisici e chimici. Dice ? Hamilton: Facoltà, facultas, è derivato dal latino
arcaico facul, la forma più antica di facilée, du cui è formato facilitas. Fssa
è limitata in senso proprio al potere attivo, e quindi è applicata abusivamente
alle più passive affezioni dello spirito, alle quali capacità è più
propriamente limitato ». An 425 Fac che
per il Murphy le facoltà sono essenzialmente attive: . Boirae, L'idée de
phénomène, 1894 (v. altualivmo, fenomenismo, mobilismo, sostanzialivmo). Perio
ο ferioque. Termine mnemonico di convenzione, con cui nella logica formale si
designa quel modo della prima figura del sillogismo, nol quale la maggiore è
universale negativa, la minore particolare affermativa, la conelusione
particolare negativa. Es.: I pazzi non sono esseri normali. Qualche uomo di genio è pazzo. Punquo qualche uomo di genio non è essere
normale. Corrisponde 439 FER-Fis al τεχνικός dei logici greci ο ad
esso vengono ricondotti tutti i modi delle altre figure che cominciano con la
stessa lettera (v. sillogismo, figura, termine). Ferison. Termine mnemonico di
convenzione, con cui si designa nella logica formale quel modo della terza
figura del sillogismo, che ha la maggiore universale negativa, la minore
particolare affermativa, la conclusione particolare negativa. Es.: Nessun
delinquente è virtuoso. Qualche
delinquente è uomo colto. Dunque qualche
uomo colto non è virtuoso. Corrisponde al φέριστος dei logici greci, ο si può
ricondurre al ‘Ferio della prima figura mediante la conversione semplice della
minore. Fesapo. Termine mnemonico di convenzione, con cui si designa nella
logica formale quel modo della quarta figura del sillogismo, in cui la maggiore
è universale negativa, la minore universale affermativa, la conclusione
particolare negativa. Es.: Nessuna azione volontaria è priva di fine. Ogni fenomeno privo di fine è meccanico. Dunque qualche cosa che è meccanico non è
azione volontaria. Si può ridurre al Ferio della prima figura mediante la
conversione semplice dello due premesse e la conversione per accidente della
conclusione. Fespamo. Termine mnemonico di couvenzione, con cui nella logica
formale si designa quel modo dalla quarta figura del sillogismo, che ba, como
indicano le vocali, la premessa maggiore universale negativa, lu minore unive
sale affermativa, la conclusione particolare negativa (v. fosupo, fapesmo).
Festino. ‘Termine muemonico di convenzione, con cui nella logica formale si
designa quel modo della seconda figura del sillogismo, nel quale la maggiore è
universale” negativa, la minore particolare affermativa, la conclusione
particolare negativa. Es.: Nessun uccello è mammifero. Qualche animale che vola è mammifero. Dunque qualche animale che vola non è
uccello. Corrisponde nl pétptov dei logici groci ο si può ricondurre al Ferio
della prima figura mediante la conversione semplice della promessa maggiore,
Feticismo (faotitiue = fattizio). T. Fetischglauhe, Fetischimus; I. Feticiam ;
F. Fétichieme. La forma più grossulana dell’animismo, quale si riscontra nelle
religioni dei popoli primitivi e selvaggi. Esso consiste nell’adoraziono di un
oggetto inanimato (feticcio) che si crede dimora di uno spirito. Soltantochè,
mentre nell’animismo gli spiriti degli esseri naturali possono staccarsi dal
loro involuero visibile e spaziure liberamente por l’aria, nel feticismo invece
lo spirito del feticcio © la sua forma sensibile costituiscono una sola ο
medesima cosa. E poi errore designare col nome di feticismo la semplice
ailorazione degli oggetti naturali, come il sole, i fiumi, gli alberi, gli
animali, poichè il feticcio ha per carattero essenziale di appartenere
materialmente all’ uomo, di essere da lui scelto e lavorato ο d'essere
trusportabile a volontà. Il Comte attribuisce al feticismo una estensione
particolure. Egli lo considera como la faso inizialo ¢ più importante dello
stadio teologico, il fondamento di ogni sistema religioso, ο riguarda lo stesso
panteismo germanico dei suoi tempi come un feticismo più generalizzato ©
sistematizzato. Nella sua religione posi tiva, egli colloca la Terra col
sistema solare nella trinità positiva chiamandola il maggiore dei Feticci,
mentre lo spazio è il Gran Mezzo e I’ Umanità il Grand’ Essere, Cfr. F.
Schultze, Der Fetisohismue, 1871; A. Comte, Catéchieme ponitiviete, 1851;
Système de politique positive, 1854, vol. IV (v. animismo, elioteismo,
pantelismo, religione). Fideismo. T. Glaubensphilosophie ; I. Faith-philosophy
; © F. Fidéieme. Con questa parola si indicò, sul principio del secolo scorso,
il tradizionalismo religioso promosso dalP Huet, dal Bautain ο dal Lamennais,
cho faceva dell’ intelligenza una facoltà snprema e speciale, contrapponendola
alla ragione: questa ci fa conoscere soltanto le apparenze dl Fip senza nulla dirci intorno alla vera
natura dello cuse, quella invece, prendendo per baso la parola rivelata, della
quale permette di cogliere il senso esoterico, dà all'uomo Ii tuizione diretta
della realtà spirituale, dell’assoluta verità. Più precisamente furon detti
fideisti quei seguaci del Lamennais, che attribuivano alla fede, all’autorità
della rivelazione divina, un officio esclusivo nell'acquisto d’ una vera
certezza dei principj della ragione. Per estensione, oggi la parola fideismo
viene applicata a tutte le dottrine che ammettono delle verità di fede accanto
o sopra le verità di ragione; quindi è spesso identificato con 1’ imma-ı
nentismo, col prammatismo, con |’ anti-intollettualiemo, ο si riconduce, sotto
tutte le sue forme, alla dottrina della fede | fiduoiale propria del
luteranismo primitivo. La fede fiduciale ο giustificante, che Calvino chiama
agnitio erperimen| talis, è un'esperienza interiore, che si distingue come tale
dalla fede nei dogmi, e sussiste anteriormente ad ogni atto intellettaale ; è
insomma una certezza immediata, non legittimata da un motivo, che possa
formularsi con un giudizio che la preceda. Qui si rivela il senso delle
espressioni comuni al fideismo contemporaneo: Dio è il riassunto delle nostre
esperienze religiose; la religione è una vita; lo formule religiose non
forniscono che l’espressione esteriore © formale dell’impressione interiore,
ecc. Poichè la fede tiduciale è di sua natura soggettiva, in quanto l'oggetto
di essa si risolve nel contenuto degli stati rappresentativi dell’esperienza
interiore. Il fideismo, già condannato più volte nel passato, subì ugnal sorte
ai giorni nostri sotto il pontificato di Pio X, che nell’enciclica Pascendi
dominici gregis così lo definiva: Dinanzi a questo inconosoibile, 0 sia esso
fuori dell’uomo oltre ogni cosa visibile, 0 si celi entro l’uomo nelle latebre
della suboosciensa, il bisogno del divino, senza alcun atto previo della mente,
secondo che vuole il fideismo, fa scattare nell'animo già inchinato a religione
un certo particolare sentimento; il Fie
442 qualo, sia come oggetto, sia
come causa interna, ha imPlicata in sò la realtà del divino e congiunge in
certa guisa l’uomo con Dio. A questo sentimento appunto si dà dai modernisti il
nome di fede, e lo ritengono quale inizio della religione ». Per queste
ripetute condanne, che dànno alla parola un carattere peggiorativo, molti fra
gli stessi fideisti vorrebbero fosse abbandonata. Cfr. Calvino, Institution
chrétionno, 1562, 1. III, cap. II, p. 385; Lamennais, Ewai wur Vindifférence on
matière de religion, 1820, t. II, p. 37, 70, 80 sogg.; A. Richard, Zamennais ot
son école, 1881, p. 139 segg.; C. Ranzoli, Il fideiemo, in Linguaggio dei
filosofi, 1912, p. 213-227 (v. oredenza, fede, modernismo, ragione). Figura. T.
Schlussfigur: I. Figure; F. Figure. Nella logica dicesi figura (σχῆμα) d’un
sillogismo, la disposizione cho essa presenta riguardo alla posizione del
termine medio nollo premesse. Essendo quattro le posizioni possibili, quattro
sono le figure. Nella prima il termine medio è soggetto nella promessa maggiore
© predicato nella minore: nella seconda è predicato in entrambe le premesse;
nella terza soggetto in entrambe ; nella quarta predicato nella maggiore e
soggetto nella minore. Per ricordare facilmente la definizione delle quattro
figure, fu costruito il seguente verso mnemonico, nel quale eub è abbreviazione
di audiectum © prae di praedicatum : sub prae: tum prac prac; tum sub sub;
denique prae sub. Le prime tre figure si debbono ad Aristotele; l’ultima venne
attribuita da Averroò a Galeno, ma essa si considera concordemente come inutile
et artificiale. Il sillogismo di prima figura è il vero tipo del ragionamento
deduttivo, perchè va dalle condizioni al condizionato, dalla causa all’
effetto, dalla leggo al fenomeno: per esser valido deve aver sempre la maggiore
universale © lu minore affermativa. Quelli di seconda figura debbono aver
sempre la maggioro universale ο una delle due premosse negativa. Quelli di
terza figura debbono avere la 443 Fin maggiore uffermativa © la conclusiono
particolare. 1 sillogismi di seconda e terza figura possono essere ridotti alla
prima, secondo le regole già fissate da Aristotele. Cfr. Aristotele, Anal. pr.,
I, 4, 5, 6; Kant, Logik, 1880, $ 67-69; Masci, Logica, 1899, p. 244 segg. (ν.
sillogivmo, modo, termini, premessa, conclusione, forma). . Filodoxia. T. Philodozio;
1. Philodozy; F. Philodorio. Kant chiama così quella specie di dilettantismo
filosofico, che oggi dicesi estetiemo filosofico, il quale consiste nel ridurre
la filosofia ad un vacuo simbolismo, in cui più che la verità d’una dottrina se
ne riceroa l'eleganza e alla ricerca del vero si sostituiscono le discussioni
sottili ed oziose: Quelli che rigettano il suo metodo (del Wolf) ο tuttavia non
ammettono nemmeno il procedimento della critica della ragion pura, non possono
avere altra intenzione che quella di sbarazzarsi completamente dei legami della
scienza, di cangiare il lavoro in gioco, la certezza in opinione, e la
filosofia in filodossia ». Anche Platone aveva adoperato il vocabolo filodossi,
contrapponendolo u filosofi, ma non nel medesimo senso di Kant. Per filodossi
(Φιλόδοξοι) egli intendeva coloro che si compiacciono ο s’accontentano
dell’apparenza delle cose, della moltitudine dei fatti particolari e relativi,
mentre i filosofi risalgono all’ossenza © all’ idea. Cfr. Platone, Repubblica,
1. V, 480; Kant, Krit, d. reinen Vern., prof. alla 33 vd., § 16 (v. estotirmo,
verbalismo). Filogenesi (yivasıs τῶν φυλῶν). T. Philogencse; 1. Phylogeny; F.
Phylogénèse. Indica l'evoluzione ο lo sviluppo della apecio, in opposizione ud
omtogenesi, che indica lo sviluppo dell’ individuo. Socondo Haeckel ο i
darwinisti moderni, l'evoluzione ontogenetica è il riassunto della ovoluzione
filogenetica, l’embriologia uns ricapitolazione molto rapida e breve della
geneologia ; vale a dire che un individuo di una data specie, prima di
raggiungere il suo completo sviluppo, deve trascorrere in breve tutte lo fusi
Fin MM di ovoluzione organica e psichica attraverso cui passò precodentemente
la specie alla quale appartiene. Questa è detta dall’Haeckel legge biogenetica
fondamentale. Cfr. Vialleton, Un problème de l’évolution, 1908; Haeckel, I
problemi dell'universo, trad. it. 1902, p. 100 segg. (v. embriologia,
ontogonesi, darwiniemo, trasformismo, eredità, ecc.). Filoneismo (φίλος =
amico, viog = nuovo). L'amore per il nuovo, che si contrappone al misoneismo,
che è l'odio per tutto ciò che è nuovo. Quando il filoneismo diviene esagerato,
dicesi più propriamente neomania, a cui si contrappone la neofobia. Filosofema.
Gr. Φιλοσόφημα; T. Philosuphem ; I. Philosophema; F. Philosophème. Una delle
quattro specie nelle quali Aristotele distinse il sillogismo, per rispetto al
fine che si propone chi lo adopera. Esso è il sillogismo dimostrativo, che si
propone la dimostrazione della verità, Nell’uso comune indica dottrina o teoria
filosofica; ma per lo più è adoperato in senso dispregiativo, e vale
sottigliezza da filosofo dialettico. Cfr. Aristotele, Top., VIII, 11, 162 a,
15. Filosofia. Gr. Φιλοσοφία; I. Philosophie; I. Philosophy; F. Philosophie.
Stando ad una antica leggenda, raccolta da Diogene Laerzio e da Cicerone, il
primo a chiamare la filosofia con questo nome fu Pitagora, secondo il quale Dio
soltanto poteva essere sofo, ciod sapiente, e 1 uomo semplicomente filosofo,
cioè amante della sapienza, desideroso d’imparare; per spiegare questo termine
nuovo, avendo paragonata la vita alle grandi fiere a cui la gente aecurreva da
ogni parte della Grecia, gli uni per concorrere nei giochi, gli altri per
vendere e per comperare, gli altri infine per il solo piacere di vederne lo spettacolo,
aggiungova: qui ceteris omnibus pro nihilo habitis, rerum natura studiose
intuerentur, hos se appellare sapientiae studiosos ; id est enim philosophos.
Di tale racconto dubitano i critici moderni; ma è certo, ad ogni modo, che
quelli che poi si 445 Fin dissero filosofi furono chiamati soff e
sofisti fino a che tale vocabolo non cadde in discredito; cho le parole
filosofia e filosofare si trovano usate, nel significato che poi ebbero sempre,
soltanto nelle scuole socratiche, delle quali è proprio anche fl concetto della
incompiuterza del sapere umano; © che, infine, l’uso delle parole medesime,
ancora fluttnante in Platone ο in Aristotele, non si fissò definitivamente che
cogli stoici. Da quel tempo in poi, della * filosofia fu dato un numero grandissimo
di definizioni, e in modi diversissimi furono intesi il suo compito, il suo
oggetto, le sue parti, i suoi metodi, i suoi rapporti con le altre branche
dello scibile; tuttavia, attraverso la diversità degli indirizzi ο dei sistemi,
ha conservato uu carattere fondamentale ο costante, cho la differenzid sempre
da ogni altra forma di sapere. Dalle scuole indiane agli ionici primitivi e da
questi ai positivisti e ai neo-criticisti moderni, In filosofia rappresentò
sempre 1’ unificazione snprema delle conoscenze, la sintesi totale dei
risultati particolari d’ogni altra soienza, la matrice perenne dei problemi
scientifici, lo studio delle verità più alto o più complesse, che riguardano
l'essere e il conoscere, il mondo © Pesistenza, il reale ο l’ideale, lo spirito
e la materia. Secondo il vecchio paragone, l'universo è per le scienze uno
spocchio in frantumi; la filosofia, raccostando i frantumi, cerca di
intravedere l’imagine comune. Il compito della filosofin è dunque quello
dell'unità; essa è l’organizzazione dei pronunciati ultimi d’ ogni altra
scienza, e dei concotti problematici che ne sorgono, in un sistema esplicativo
ottenuto mediante la subordinazione loro ad un dato unico, che ne dà ragione.
Ciò, come ha dimostrato l’Ardigò, attraverso tutta la storia della filosofia,
dagli inizi ai nostri giorni. Agli inizi della filosofia le cognizioni furono
sistemate nel concetto generico del mondo, che si cercò spiegare prima col
principio dell’animazione, poi con quello del numero, indi con quello
dell'ente; In sintesi o il problema filosofico fn perFr 446
ciò da prima fisico, poi matematico, indi metafisico. Formatisi poi
dall’indistinto primitivo del mondo i concetti distinti della materia, del
pensiero e della moralità (da cui la fisica, 14 logica e l'etica) sorse il
problema del loro accordo, che la filosofia ceroò spiegare unificando i tre
concetti nel principio del trascendente, concepito ora como intelligenza
ordinatrice, ora come forza creatrice, ora come sostanza dei fenomeni. Nella
filosofia moderna i dati offerti dalle scienze sperimentali vennero unificati
nel concetto della natura, spiegata ora come attività logica, ora come pura
materia dotata delle sue proprietà fisiche. Nella filosofia attuale, infine,
l’esplicazione della natura è fatta mediante il principio dell’evolusione, in
cui la natura appare come un'entità primitiva trasformantesi nelle sue forme
definite ascendenti. Da tutto ciò si possono ricavare aleuue eonelusioni, che
pongono in maggior luce il carattero fondamentale e perenne della filosofia: 1°
la filosofin è soltanto la concezione del problema da essa riguardato © il
tentativo non ancor riuscito della sua soluzione; in altre parole
l'unificazione filosofica non ha che un valore problematico, relativo,
provvisorio mentre la soluzione dei problemi stessi costituisce le scienze
particolari ; 2° la filosofia precede quindi le scienze, offrendo loro i
problemi da risolvere, succede alle scienze, come complesso dei problemi
superiori generali ai cui presupposti le scienze si riferiscono, durerà finchè
dureranno le scienze, raccogliendo il problematico insorgente perennemente
allato della scoperta positiva; 3° la filosofia non consiste dunque în un
semplice inventario generale dei dati ultimi delle scienze particolari; 4° non
consiste, come altri credono, nel semplice insieme delle scienze non fisiche,
quali l’etica, l’esteca, la psicologia, eco.; 5° non consiste nemmeno in un
insieme di principi aprioristici, imponentisi per la loro intrinseca evidenza
metafisica, anteriori alla scienza positiva essa inattacenbili; 6° 0 neppure si
risolvo, come molti 447 Fin credono, in tante filosofie speciali
quante sono lo scienze particolari. Per ricordare ora alcune delle principali
definizioni della filosofia, nella Grecia sei erano specialmente celebri,
secondo Hamilton : la filosofia è la conoscenza delle cone esistenti, in quanto
esistenti ; è la conoscenza delle cose divino ed umane; à una meditazione della
morte; una somiglianza della divinità in quanto è competente all’ nomo; l’arte
delle arti e la scienza delle scienze; l’amore della sapienza. Per Cicerone la
filosofia è la conoscenza divinarum humanarumgue rerum, tum initiorum
causarumque cuiuaque rei. Por S. Tommaso la filosofia abbraccia tutte le verità
accossibili mered il solo lume naturale, ed è l’opera della ragione applicata
alla ricerca della verità: de quibus philosophicae diaciplinae tractant,
secundum quod sunt oognoscibilia lumine naturalis rationis. Per Bacono, come
già per Aristotele, essa è sapere razionale, scienza nol significato più
generale della parola: Philosophia individua dimittit; neque Impressionen
primas individuorum, sed notiones ab illis abstractas compleotitur... atque hoc
proreua ofleium atque opificium rationin. Anche per Cartesio la filosofia è
sapienza, sia pratica ain scientifica: Philosophiae voce sapientiae studium
denotamus, et per sapientiam non solum prudentiam in rebue agendis
intelligimus, verumetiam perfeolam omnium eorum rerum, quan homo potest
novisne, sciontiam, quae et vitae ipsine regula rit, et valetudini
comservandae, artibusque omnibus inveniendin inserviat. Per il Shaftesbury è lo
studio della felicità »; per il Berkeley lo sforzo verso la sapienza e la
verità»; per Cristiano Wolff la scienza dei possibili in quanto porsono essere
». Per Kant è la conoscenza razionale da concetti puri, la scienza degli scopi
ultimi della ragione umana », una solenza dello più alte massime aull’ uso
della nostra ragione ». Per Hogel la filosofia è, formalmente, la
considerazione dell’oggetto mediante il pensiero >, dal punto di vista del
contenuto In scienza dell'assolnto l’iden cho pensa sò stessa, In verità
connaFi 448 pevole ». Per Galluppi è la scienza del
pensiero umano »; per Rosmini la disciplina che tratta de’ primi principî », ed
è ideologia se si considera l'ordine che ha col pensiero umano, teologia
razionale se si considera 1’ ordine assoluto degli oggetti cogniti; per Comte l’esplicazione
dei fenomoni dell’ universo »; per Spencer «il sapere completamente unificato
»; per Lewes la sistemazione delle concezioni fornito dalla scienza »; per
Renan lo studio della natura e dell'umanità »; per Paulsen il contenuto di
tutte le conoscenze scientifiche »; per Wundt è lo sforzo di raggiungere una
intaizione universale del mondo e della vita, che soddisfi le osigenze della
nostra ragione e i bisogni del nostro sentimento >. Dicesi filosofia naturale l’ interpretazione
sintetica dei fatti fisici o del mondo esterno; filosofia prima o generale la
filosofia propriamente detta, cioè l’interpretnzione totale dell'universo,
della sua origine, della sua nntura, del sno fine; filosofia della storia
quella che studia In società nel sto movimento e cerca interpretaro i fatti
storici riconducendoli ad un principio unitario ; filosofia del diritto quella
che ha per oggetto la ricerca dell origine del diritto, delle sue forme, della
sua evoluzione; filowofia delle scienze quella che stabilisce gli oggetti
d’ogni scienza, determinandone i caratteri differenziali, fissandone i rapporti
e i principi comuni, le leggi di sviluppo e il metodo particolare; filosofia
scfentifica quella che, basandosi sopra la relatività della conoscenza, rigetta
ogni dato aprioristicn, esclade ogni dottrina dogmatica intorno al reale
assolnto, e corca costruiro la sintesi filosofica appoggiandosi sui riaultati
dello scienze particolari: in senso analogo si usano le espressioni filosofia
dell'esperienza © filosofia epertmentale. Con le espressioni filosofia
zoolagica, filorofia biologica, filosofia della chimica, ecc. si sogliono
designaro quelle parti di ciascuna scienza che, per la loro astrattozza e
genernlità, perdono il loro carattere strettamente scientifico ο sperimentale,
per nequistare un valore speculative e filo 449
Fix sofico. Alcune volte si usano le espressioni filosofia morale in
luogo di etica e filosofia dell'arte in luogo di estetica. Altre volte il
termine filosofico è adoperato in luogo di sistema o indirizzo filosofico, come
quando si dice filosofia dell'azione, filosofia della contingenza, filosofia
dell''immanensa, 909. Con le espressioni filosofia verbale 0 filosofia
letteraria si suol designare ciò che Kant chiamava filodozia, ο che altrimenti
dicesi rerbaliamo o catetiemo filosofico, vale a dire quella filosofia che si
compiace delle vacne esereitazioni rettoriche, che ricerca più 1’ eleganza
della forma che In solidità della sostanza, che si esaurisce, insomma, nello
studio delle parole trascurando quello delle cose. Cfr. Hamtiton, Lectures on
metaphysica, 1859, vol. 1, p. 51 segg.; Ucherweg-Heinze, Grundries d.
Geschiohte d. Philosophie, I, $ 1; F. Paulsen, Einleitung in die Philosophie,
1896, p. 19 seggi; Waundt, Einl. in die Philos., 1901, p. 1-10; Windelband,
Storia della filosofia, trad. it., Sandron, I, p. 1-28; Id., PräIndien, 3% ed.
1907, p. 1 segg.; Galluppi, Lezioni di logica e met.,1854, vol. I, p. 7-61;
Rosmini, Ideologia e logica, 1853, vol. IV, p. 308 seg.; Ardigò, Op. fil., II,
p. 442 seggi; IV, 285 segg. (v. metafisica, sociologia, psicologia, logica,
morale, estetioa, pedagogia, didattica, dommatismo, ontologia, teleologia,
teonofia, epistemologia, assoluto, conoscenza, anima, criticiemo, positivismo,
ccc., ecc.). Finale. T. Letst, endlich; I. Last, final; F. Final, Lo scopo per
cui una cosa è compiuta, per cni un avvenimento è determinato; si oppone a
causa mecoanica 0 naturale, che è quella che si reulizza incoscientemente,
senza la concezione del fine. Talvolta finale si oppone a iniziale, per
indicare ciù che riguarda la cessazione d’un fenomeno nel tempo. Scopo finale
dicesi quello che non è mezzo per rapporto ad aleun altro fine ulteriore (v.
oguae finali, finalità, fine, teleolog Finalismo v. teleologia, cause finali,
fine, finalità. Finalità. T. Zeokmässigkeit, Finalität: I. Finality: F.
Finalité, Una serie di cause od effetti, che fa capo nd um 20 Ranzo14, Dizion, di scienze filosofiche
FIN 450
determinato scopo con l’azione di determinati mezzi. Dicesi finalità
immanente quella che #’ identifica con l’attività dell'essere che, con
determinati mezzi, realizza determiti fini; finalità trascendente quella che si
realizza in un essere per una attività diversa da lui; finalità organica quella
che si realizza negli esseri organizzati senza 1’ intervento di alcun fattore
psichico, in virtù soltanto della loro struttura organica; finalità effettiva
quella che si realizza nell’animale in seguito all’appetito fondamentale, che
lo spinge a cercare il piacere e fuggire il doloro; finalità intelligente
quelin degli animali superiori e dell’uomo, che sî rivolge con mezzi noti ad un
fine noto. Il principio di finalità, col
quale alcuni filosofi vogliono integrato quello di causalità, si enuncia così:
ogni fatto ha il proprio fine. Esso trovasi già in Aristotele, che lo esprimeva
dicendo: ἡ φὺσιξ οὐδὲν µάτον ποιεῖ = In natura non fa nulla in«arno. Occorre
notare però che Aristotele non dava alla pafola φύσις il senso universale che
oggi si dà alla parola natura, e che molti filosofi escludono che l’esistenza
della finalità possa dar Inogo ad un principio, vale a dire ad una proposizione
universale e necessaria. L'esistenza della finalità, in quanto distinta dalla
causalità efficiente, sembra casere una verità d'esperienza, specialmente
interna; perciò Kant ne fa un'ipotesi direttiva, un concetto normativo: Il
concetto di una cosa considerata come un fine in sè della natura, non è un
concetto costitutivo dell’intendimento o della ragione; ma può servire di
concetto regolutore per il giudizio riflesso e, secondo una analogia lontana
con la nostra propria causalità, nella sua tendenza generale verso i fini,
servire di guida alla riceroa d’oggetti di questa speci ». Altri invece, come
il Lachelier, considera che l’esistenza di cause finali nel mondo è un
principio razionale, che, senza avere il carattere assoluto del principio di
causalità, ο però sin un elemento indispenanbile del principio dell’ induziono,
sin una logge che B 451 risulta, como quella delle cause efficienti,
dal rapporto dei fenomeni col nostro spirito. Cfr. Aristotele, De an., III, 12,
434 a, 31; Kant, Krit. d. Urteilskraft, 1878, I, § 65; J. Lachelier, Du
fondement de induction, cap. VI; Goblot, Fonotion et finalité, Revue phil. »,
1899, II, p. 505 (v. cause finali, fine, pantelinmo, teleologia). Fine. Gr.
TéAoç; Lat. Finis; ‘Il’. Zweck,
Endzweck; 1. End; F. Fin. Lo scopo per cui una cosa è compiutn; trovasi al
principio non alla fine della serie causative. In ogni processo di finalità si
distinguono, infatti, tre momenti successivi: un termino iniziole, un termine
finale, e uno o più termini intermedi, che diconsi messi. Siccome il termine
iniziale determina come causa efficiente la serio dei fatti che debbono
condurre al termine finale, così il termine iniziale stesso dicesi fine. Il
concetto di fine, dico l’Hartmann, si forma primamente dall’esperienza che
ognuno fa sulla propria attività spirituale cosciente. Un fine è per mme un
processo futuro da me concepito e voluto, il qualo io non sono in grado di
attuare direttamente, ma sì solo per vin d’intermedii causali (mezzi). Se
questo processo futuro io non lo penso, per me ora non esiste ; se non lo
toglio, io non me lo propongo n fine, anzi m'è ο indifferente o repugnante; se
io posso attuarlo direttamente, scompare il termine causale intermedio, il
mezzo, e con ciò sfuma anche il concetto di fine, che consiste unicamente nella
relazione verso il mezzo, poichi: in tal caso l’azione consegue immediatamente
dal volero ». Ma per quanto riguarda la natura intrinseca del fine, per nlcuni
esso non può essere che un pensiero, un'idea, cioò l’idea del termine finale;
secondo altri può anche essero chiamato fine un fatto incosciente, come
l'istinto, il bisogno, la prieazione. Nella morale dicesi fino ogni bene
soggettivo ο oggettivo In eni acquisizione determina la volontà all’atto ;
dicesi fine primario quello senza del quale l'atto non avverrebbe; fine
secondario quello che alletta soltanto ad agire; fine dell'opera (finin operis)
quello cho è inerente all'essenza stessa dell’atto che si compie; fine
dell’operante (finis operantis) quello che è il vero © proprio fine ed è
estrinseco all’azione, essendo liberamente voluto dall’agonte; finis cujus
quello per raggiungere il’ quale l'agente si muove; finis qui il bene che si
vuol conseguire ; finis cui la persona 0 il soggetto a cui si procura il finis
qui. Dicesi regno dei fini, per opposizione
a regno della matura, l’insiome degli esseri ragionevoli come fini in sò
stessi, © i fini obbiettivi che questi esseri debbono proporsi, ciod i loro
doveri. L'espressione risale a Kant, il quale per regno (Reich) intende il
legame sistematico degli esseri ragionevoli mediante leggi obbiettive comuui
>; ora, gli esseri ragionevoli sono, per la loro ragione, degli esseri
enpnei di porsi dei fini, e, per il carattere incondizionato di talo ragione,
dei fini in sè stessi; può dirsi quindi regno dei fini il sistema che comprende
sotto una medesima legislazione i fini degli esseri ragionevoli, che sono essi
stesai dei fini in 62, e anche i fini che questi esseri possono proporsi sotto
la condizione di rispettare in sò medesimi e negli esseri loro simili la
dignità di essere dei fini in sè. Noll’azione volontaria Kant distingueva i
fini materiali, ο oggetti particolari del desiderio, e che sono tutti relativi
alla natura particolare della facoltà di desiderare, dai fini formali ο
obbiettivi, che sono presentati dalla ragione come ‘oggetti assoluti del
dovere. I primi dànno luogo agli imipotetici, i secondi all’imperativo
categorico. Diconsi fini secondari o relativi quelli che non sono che merzi al
raggiungimento di altri fini; fine ultimo ο assoluto quello nel quale #’nrresta
definitivamente l’attività, non essendo un mezzo per rapporto nd un fine
ulteriore. Va notato però che molti respingono codeste espressioni come
intrinsecamente contradditorie ; infatti il fine, se è veramente tale, non può
non essere sempre ultimo per rispetto alla volontà che se lo propone, @ se si
ummotte che possa esservi un fine che non sia ultimo, esso non è più nn fine ma
un mezzo, 453 Così puro, se per fine assoluto » s'intende sciolto
da ogni legame o rapporto », non si capisce come possa ponsarsi un fine
assoluto dal momento che il fine è, per definizione, pensabile soltanto in
rapporto con la volontà; quindi fine assoluto non può significare altro che
fine in sè, fine senza rapporto con la volontà, oggetto non più del volero mu
del pensiero, che in tal caso deve ammettersi come identico col volere stesso.
Cfr. Goclenius, Lezicon philosophicum, 1613, p. 583; Kant, Grundlegung zur Met.
der Sitten, 1882, § 97-111; E. Hartmann, Philosophie des Unbewussten, 3° ed.
1869, Introd.; Wundt, Logik, 1893-95, 1, 577 segg.; Sigwart, Logik, 1889, vol.
II, p. 251 segg.: Riehl, Der philosophische Kriticismus, 1887, vol. II, t. 2,
p337; Vidari, I concetti di fine e di norma in etica, Riv. di filosofia »,
aprile 1911 (v. cause finali, toleologia). Pinito. T. Endlich; I. Finite; F.
Mini. Come opposto ad infinito, dicesi di ciò che ha limiti assegnati. Si
distinguo dal definito, che è ciò cui possono essere dati o sono dati dei
limiti (v. infinito). Fisica. T. Physik; I. Physics, Natural philosophy; F.
Physique. Per i lunghi secoli nei quali dominò la classificazione aristotelica
del sapero, questa parola fu usuta in contrapposizione a metafisica, per
designare tutto l'insieme di cognizioni riguardanti i fenomoni esterni, l’
universo sensibile. Il termine fisico si adopera ancor oggi in opposizione a
priohioo, spirituale, morale, per indicare l’insiome doi fenomeni che
appartengono al corpo, alla materia, ο sono oggetto dell’osservarione
esteriore. Con Paccrencersi delle cognizioni, mediante l'applicazione del
metodo sperimentale, l'antica fisica si venne dividendo in due gruppi distinti:
la storia naturale, che si limita alla semplice deserizione della natura, © la
filosofia naturale, che stadia le cause ο le leggi dei fenomeni di natura. La
fisica, intesa nel sno significato moderno, appartiene a questo secondo gruppo,
in quanto è la scienza che ha per oggetto le proFis 454
prietà generali dei corpi nei loro stati diversi e le modificazioni che
ossi subiscono per lo varie azioni cui possono cavere assoggettati. La
distinzione della fisica dalla chimica © dalla meccanica va sempre più
attenuandosi, ed esse surebbero destinate, secondo alcuni scienziati, a
divenire tanti capitoli d’ una scienza più generale, la meccanica
molecolare. Alcuni teologi chiamano
argomento fisico quella fra le prove a posteriori dell'esistenza di Dio, che
dalla constatazione delle cause seconde, conclude alla necessità d'una Cavea
prima. Questo argomento si può formulare sillogisticamente cos): so si ha una
serie o una concatenazione di fenomeni, che sono ad un tempo causa ed effetto,
è necessario ammettere una Causa che non sia cansata, cioè che non sia un
effetto, che sin insomma una Causa prima; ora nel mondo si osserva appunto
questa serie di euuso; dunque è necessario ammettere una Causi prima esistente
in virtù propria, cioè Dio. Cfr. Bacone, Notum Org., II, 9; L. Poincaré, La physique
moderne, ed. Flummarion (v.
filosofia, materia, causa sui, Dio, assoluto, © gli argomenti ontologico,
ideologico, morale, metafisico, storico). Fisiognomica. ‘I. Physiognomik ; I.
Physioynomonics ; F. Physiognomonie. O fisiognomonia. In Aristotele
φυσιογνωμονεῖν significa giudicare dei caratteri in base ai segni esteriori.
Per G. E. Schulze è l’arte di conoscero dai caratteri esteriori del corpo le
abilità, le inclinazioni, naturali ed acquisite, le buone o le cattive qualità
di un individuo ». In generale, la fisiognomonia è la scienza dei rapporti tra
il carattere e l’aspetto fisico dell'individuo, e in particolar modo tra il
carattere e i tratti del viso. Cfr. Schulze, Paychische Anthropologie, 1819, p.
74; A. Borse, L’Aysiognomische Studien, 1899. Fisiologia. T. Physiologie: 1.
Physiology; F. Physiologie. Anticamente era lo studio della natura sia animata
che inanimata; nei tempi moderni è divenuta la scienza che descrive, localizza
e interpreta i fenomeni della vita, se 455
Fis condo la legge della causalità nataralo. Essa è il fondamento di
tutte le soienze biologiche, e nella parte generale studia i problemi della
vita in genere, nella parte speciale esamina le funzioni dei diversi spparati
in una determinata specie organica. Come scienza fisico-chimiea dei viventi, la
fisivlogia comprende lo studio comparato dei fenomeni vitali dei regetali,
degli animali, dell’ uomo ; vi sono infatti dei fenomeni vitali comani a tutti
i viventi, fenomeni che hanno per sostrato materiale le cellule, valo a dire le
unità morfologiche più semplici. La fisiologia cellulare rappresento quindi il
fondamento di tutta la fisiologia, perchè le funzioni dei tessuti, degli organi
e degli apparati, si riducono in ultima analisi all'attività vitale degli
svariati elementi cellulari da cui risultano; tanto la fisiologia vegetale, che
la fisiologia animale ed umana, attingono dalla fisiologia cellulare le
conoscenze relative alle funzioni elementari, e se ne valgono come basi per lo
studio delle funzioni complesse e speciali dei diversi tessuti, organi ed
apparati. Cfr. Luciani, Fisiologia dell’uomo, 3" ed. 1908, vol. I, Introd.
(v. animiemo, cellula, cellulari teorie, meocanismo, protoplaema, vita, vitaliemo).
Pissazione. T. Zwang-Vorstellungen ; I. Imperative ideas : F. Obsessions, Stato
mentale caratterizzato obbiettivamento dall’ indeoisione dello spirito, dalla
tendenza al dubbio, agli sorapoli esagerati e senza fondamento, da una specie
di debolezza della volontà, che rende l’indi viduo incapace di resistore à
certi impulsi, oppure di decidersi e di compiere certi atti fra i più comuni e
semplici. Psicologicamente pare dovuto ad una diminuzione della facoltà di
sintetizzare le impressioni e i ricordi, per compiere quegli atti coordinati e
voluti che costituiscono la regolare manifestazione della nostra uttività
mentale. Caratteristica di tutte le fissazioni è d’ essere ncoompagnate da
consnpevolezza di sè stesse ο quindi du angoscia più ο meno viva; l’ammalato ha
perfetta conoscenza del proprio stato, riconosce la natura patologica dei
fenomeni cui va soggetto, ma è impotente a liberarsene. Fos 456 G.
Folret, partendo dal concetto psicologico, ammette tro categorie di fiesasioni:
le intellettuali, le emotive, le istintire, u seconda che si tratta di una idea
fissa, di una paura, o di un impulso irresistibile. Il Morselli, accettando in
parte quosta olassificazione, le distingue in quattro grappi: 1° follin del
dubbio, ο paranoia indagatoria © interrogatorin; 2° fobie ο paure morbose ; 3°
impulsi, che determinano ud atti per il predominio morboso di una tendenza: 4°
abulie, ο impotense generali o parziali nel funzionamento della volontà. Cfr.
Folret, Congr. int. di psichiatria di Parigi, 1889, p. 33 segg.; Morselli,
Manuale di semejotica, 1885, vol. I; Pierre Janet, Hist. d’une idée fire, Revue philos. »,
febbraio 1894. Fobia. T. Phobie,
neurasthonische Angesustinde; I. Phobia; F. Phobie. Nel linguaggio comune
equivale a pauni osagorata o ingiustifienta; nel linguaggio scientifico è una
forma di psicosi degenerativa, consistente in un timore istintivo irragionevole
cho assale l’ammalato in certo circostanze, in presenza di dati oggetti, al
pensiero di corti possibili avvenimenti, ed è sempre accompagnato da un sonso
di ansia più o meno vivo. La natura delle fobie vuria infinitamente o ogni
giorno so ne descrivono nuove varietà; tutte però rivelano lo stato mentale che
loro serve di substrato, cioè l’emotività eccessiva, tantochè alcuni psichiatri
la designano col nome di paranoia rudimentaria. Possono raggrupparsi in sei
classi: 1° paura dei contatti, caratterizzata dalla oppressione che l’ummalato
prova nel toccare determinati oggetti, monete, pomi delle porte (metallofobia),
spilli (belonefobia), oggetti a punta (aoutofobia), pezzi di vetro o perle
(oristallofobia), ecc. ; 2* paura morbosa degli spazi o topofobia, si tratti di
spazi larghi e aperti (agorafobia), o di spazi chiusi e oscuri (claustrofobia),
di precipini (cremnofobia), di alture (aorofobia); 3% paura morbosa di esseri
viventi o biofobie, si tratti di certi animali come ragni, topi, rospi
(zoofobia), ο della presenza di una
457 Fon donna (ginefobia), ο di
un uomo (pirifobia); 43 paura morbosa concernente l’ambiente fisico esterno da
cui si temono danni, como lu vista dell’acqua, dei flumi e ruscelli
(idrofobia), del fuoco dei fiammiferi (pirofobia), dei lampi ο dei tuoni
(astrofobia); 5* timori istintivi riferibili ad atti Asiologici od a possibili
impotenze, come la puura di non poter stare in piedi (stasofodia), di non poter
cammivare (basoSobia), di non poter muoversi dal letto (atremia), ecc.; 6*
infine il gruppo numeroso delle patofoble © delle nosofobie, fra cui la paura
di essere avvelenati con gli alimenti, con tossici imaginari contenuti negli abiti
o negli oggetti esterni (tossicofobia), di essere deformi (diemorfobia), di
esser sepolti vivi (tafefobia), ecc. Secondo la moderna psichiatrin, le fobie
costituiscono quasi sempre delle stigmate psichiche della degenerazione, ma
possono anche essere conseguenza di un semplico stato neurastenico, sia
ereditario sia prodotto du stati di esuurimento leggero, e rimediabile, del
cervello. Cfr. Friedmann, Ueber den Wahn, 1894; Gélineau, Les peur morbides,
1894; Lombroso, Alcune nuore forme di malattio mentali, Arch. di peichistria »,
1881; Morselli, Kir. di freniatria, 1887. Pondamento.T. Grund, Begründung,
Grundlage; I. Foundation; F. Fondement. In generale, significa ciò su cui
riposa un certo ofdine di conoscenze; più specialmente, indica sia ciò che
giustifica un'opinione, che determina l’assentimento dello spirito ad una serie
di affermazioni, sin In. proposizione più generale ο più semplice, da oui si
può dedurre un insieme di conoscenze ο di precetti. Fondamonto dolla morale
dicesi il principio da cui si deducono le verità morali particolari in un dato
sistema otico; ο, più in generale, ciò che legittima per la ragione il nostro
riconoscimento d’una verità morale. Il fondamento della divisione logica
(fundamentum divisionis) è quella nota del concetto dividendo, che è
suscettibile di varietà. Il fondumento del1’ induzione è quel principio
generale, che rende possibile © For
158 legittiuo l’attribuire a
tutta l’estensione del genere che s'è riconosciuto soltanto in alcune sue
specie. Tale principio sarebbe, secondo gli empiristi, quello della costanza e
uniformità delle leggi naturali; anche eso però si forma per induzione, quindi
è uecessario ammettere che le prime nostre induzioni si facciano per
enumerationem aimplicem, si appoggino ciod soltanto sopra il numero dei casi,
Per gli aprioristi invece anche le verità sperimentali si fonduno sopra le
verità originarie, i principi supremi di ragione, nei quali è contenuta la
giustificazione dei processi induttivi (v. enumerasione). Forma. T. Form, (iestalt; I. Form; F. Forme.
Aristotele dlistinse per primo in ogni cosa la materia (Όλη) dalla forma
(1806), considerando la prima come l’ente in potenza, τὸ Zuväneı ὄν, 9 la
seconda come l’ente in atto, τὸ évepyeta ὃν. Egli distinse anche la forma dalla
figura (µορφή) cho è la più semplice determinazione della materia, ciò che v ha
di più elementare nella forma; e la materia dalla sostanza, che è ciò che
esiste in sè © non in altro. Ora le sostanze sensibili sono prodotte dall’
unione della materia colla forma; perciò la materia è una sostanza potenziale,
© per divenire attuale occorre che sia limitata e determinata, e tale carattere
le è dato dalla forma. Dunque lu forma è la sostanza in attualità, la materia à
la sostanza in virtualità. Il dualismo posto da Aristotele fra queste due
entità oggettive, materia e forma, non fu superato nè ila lui nò dai filosofi
successivi. Nella filosofia scolastica il termine forma ha un uso larghissimo,
servendo a tradurre εἴδος, µορφή, obsia, παράδειγµα. Per determinarlo, gli scolustici
aggiungevano al termine stesso un gran numero di epiteti, come: f. metaphysica,
l’ essenza sostanziale d’ ogni cosa; f. corporeitatia, l’organizzazione delle
parti del corpo degli esseri viventi, onde questi sono atti a ricevere l’anima,
organizzazione considerata quale sostanza distinta dal corpo e perciò detta
organizationem substantialem ; f. accidentalie. quella che sopraggiunge ad un
soggetto completo nel suo essere di sostanza; f. eubstantialis, una realtà
sostanziale distinta dalla materia, ordinata per sò in modo da costituire colla
materia prima la sostanza corpo naturale, cui «dà il suo essere ο la sua
operazione specifica; f. materialis, quella che è inseparabile assolutamente
dalla materia, che dipende da essa nella sua esistenza e nella sua operazione;
J. spiritualia U anima intellettiva, che oltrepassa la materia, © se dipende da
essa per alcune operazioni inferiori, ne è indipendente quanto alla esistenza e
nelle operazioni più elevate; f. assistons quella che non è porzione della cous,
mu presiede soltanto al moto di essa; f. informane quella che è ricevuta dalla
materia e costituisce una cosa sola con essa, Giordano Bruno accetta l’ iden
aristotelico-scolnatica di forma; soltanto le forme esterne mutano, egli
insegna, tuentre le forme interne o forze permangono immntabili; si devono
distinguere la forma prima, che dà la figuro, si estende parzialmente ed è
dipendente dalla materia (ad os. la forma materiale del fuoco), dalla forma
inestess (anima) © indipendente dalla materia (intelletto), come parti di un
medesimo principio; dove è la forma, ivi in un certo senso è tutto; dove è
l’anima, lo spirito, la vita, è il tutto, Bacone spogliò il termine del suo
significato antico, cercando di dargli un senso nuovo, che servisse di base ad
una teoria della natura: Nos enim, quum de formis loquimur, nil aliud
intelligimus, quam leges illas et determinationes aotus puri, quae naturam
aliquam rimplicem ordinant et constituunt… Qui formas novit, is nalurae
nnitatem in materiis dissimillimis complectitur. Nella filosofia moderna,
specio dal Kant in poi, i due vocaboli, materia © forma, farono trasportati
dall’ essere al conoscere, e perciò il loro significato mutò radicaliente:
infatti per materia della conoscenza intendesi oggi tutto il contenuto obbiettivo
di essa, © per forma della conoscenza intendesi, nel senso logico, nou altro
che il modo dell’ attività del pensiero che si fissa come proFor 460
dotto logico, e, in senso gnoseologico, la funzione formatrice della
sensibilità ο del pensiero. Così nel giudizio dicesi forma lu relozione di
convenienza o discrepanza tra suggetto © predicato; nella proposizione la forma
è il verbo che esprime la relazione dei due termini, soggetto ο predicato; nel
sillogismo dicesi forma il nesso intrinseco e la mutua dipendenza che hanno fra
loro le tre proposizioni; nella legge morale In forma è il modo con cui essa
impone i suoi principi, che si manifesta in un comando (imperativo positivo) o
in un divioto (imperativo negativo). Cfr. Aristotele, Metaph., IX, 6; De an., II, 1; De
ooolo, IV, 3, 4; Goclenius, Lexicon phil., 1613, p. 588-593; 8. Tommaso, Sum.
theol., ΠΠ, 18, 1.0.; Bacone, N. Org., II,
3, 17; Bruno, De la causa, dinl. II, IV; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclum, p. 49 (v. formalismo). Formale. T.
Förmlich, formal; I. Formal; F. Formel. Ciò che è indipendente dalla materia, ©
riguarda soltanto la forma, Dicesi verità formale 1’ armonia del pensiero con
sò stesso, © verità materiale la conformità del pensiero con la cosa a cui si
riferisce. Dicesi logica formale quella che considera soltanto la forma del
pensiero, cioè il modo come gli olementi di questo sono tra loro combinati, e
logica materiale quolla che considera anche il contenuto del pensiero, e cioò i
rapporti delle idee in relazione con le cose. Cartesio disse esistenza formale
quella in sè, fuori d’ ogni idea, per opposizione all'esistenza obbiettiva, che
è l’ esiatenza per il pensiero © nel pensiero, Kant distinse i fini delle
azioni in materiali o soggettivi © formali ο obbiettivi: quelli sono gli
oggetti particolari del desiderio, questi sono presentati dalla ragione ad ogni
essere razionale come gli oggetti assoluti del dovere; i primi dànno luogo agli
imperativi ipotetici, i secondi all’imperativo categorico. Formalismo. T.
Formalismus; I. Formalism: F. Formalisme. Nella filosofia si adopera per
designare quei sistemi o quelle dottrine che si fondano sopra un principio
puramente formale, e che scambiano le parole con le cose. Ad es. dicesi
formaliemo matematico, la dottrina di Pitagora, che facendo dell’ unita il
principio formale e della molteplicità il principio materiale d’ogni esistenza,
cambin tutte le differenze di essonza in semplici determinazioni di grandesza.
Dicesi pure formaliemo la filosofia naturale di F. Bacone, per il quale ogni
conoscenza della natura ha lo scopo di comprendere le canse delle cose, le
prime delle quali sono le cause formali, perchè 1’ necadere ha radice nelle
forme, nelle nature delle cose; così, quando |’ induzione baconians ricerca la
forma dei fenomeni, ad es. la forma del calore, per forma e’ intende l’essenza
permanente dei fenomeni. Il vocabolo formalismo fu usato originarinmente per
indicare la particolare soluzione del problema degli universali sostenuta da
Duns Scoto; per codosto filosofo, tra l’individualità della cosa ο la sua
essenza univerrale non esiste che ana distinotio formalie; l'individuo è V
ultima forma di ogni realtà, mediante il quale soltanto esisto la materia
universale © che quindi non si può derivare da una forms generale ma solo constatare
come nttuale. Cfr.
Duns Scoto, In lib. sent., 2, dist. 3, qn. 6, 15; Bacone, Novum organum, 1. II;
Sigwart, Logik, 2° od., vol. II, 6
93, 3 Formaliter. Termine usato specialmente nella filosofia scolnatica, e con
significati assai differenti. Talvolta ha idontico significato (li
ensentialiter, ο per correlativi aooidentaliter © materialiter : si dice
infatti che un predicato appartiene ad nn soggetto formaliter, quando non
potrebbe sussistere nè osser concepito senza di esso, ad es. la ragionevolozzn
all'uomo; si dice che gli appartiene aooidentaliter quando } easenza è
raffrontata con predicati accidentali, materialiter quando è raffrontata con
attributi o parti della com, che sono come materia del soggetto indifferente a
cost tnire quella cosa o quell’ altra. Talora ha il significato mentalmente,
vale n dire accondo le formalità che distinFor
462 guiamo soltanto col pensiero,
e in tal caso ha per correlativo realiter. Altre volte formaliter si dice della
cosa considerata in sè, e allora ha tanti correlativi quanti sono quelli coi
quali una cosa pnd confrontarsi : se si confronta con l'oggetto, obiective; se
con l'esemplare secondo cui una corn è fatta, eremplariter; se col fine
correlativo, finaliter, ece. Altre volte ancora val quanto tere e proprie, ed
allora ba per correlativi apparenter, metaphorice. Si adopera infine, assieme
con virtualiter ed eminenter, per riferirlo alle cause in quanto contengono la
perfezione dell’ effetto: quando nella causa si trova la natura dell’ effetto,
come nel fnoco il calore, l’effetto dicesi contenuto formaliter nella cansa;
quando non si trova, come la statua nella mente dello scultore, l’effetto
dicesi contenuto rirtualiter nella causa; quando la causa è molto più perfetta,
cioè scbvra del tutto dalle imperfezioni che si trovano nell’effetto, come Dio
rispetto alla creatura, allora dicesi eminenter. Cfr. Goclenio, Lextoon
philos., 1613, p. 593 seg.; Prantl, Geschichte der Logik im Abendlande,
1855-70, vol. III, 216. Fortiori (a). La dimostrazione a fortiori è quella che
prova al di là della tesi o verità da dimostrarsi. Però se il provar troppo,
quando è esatto, è utile, bene spesso costituisce un vero e proprio sofisma (v.
argomento, quod nimis probat). Forza. T. Kraft, Gewalt; I. Force; F. Force.
Intesa nel senso psicologico, essa non è altro, secondo molti filosofi moderni,
che la sensazione di resistenza, ο ciò che è supposto casere la causa della
sensazione di resistenza; ed anche volgarmente è sinonimo di aforzo. Esiste in
noi, dice il Condillac, un principio delle azioni nostre, che sentiamo ma non
possiamo definire: è chiamato forza. Noi siamo attivi del pari in relazione a
tuttooid che codesta forza produce in noi ο al di fuori. Lo siamo, ad esempio,
quando riflettiamo e quando facciamo muovere un corpo. Per nnalogia noi
supponiamo in tutti gli oggetti che producono
463 For qualche cangiamento, una
forza che conosciamo ancor meno, e siamo passivi in relazione alle impressioni
che essi fanno su di noi ». Il Maine di Biran riconduce il concetto di forza
alla coscionza della propria capacità attiva, alla appercezione interna
immediata o coscienza d’ una forza, che è il mio mo e che serve di tipo
esemplare tutte le nozioni genorali e universali delle cause, delle forze ». Il
Bain, analokamente al Mill e allo Spencer, la definisce. il sentimento che noi
proviamo quando spieghiamo la nostra energia muscolare, sia resistendo, sia
producendo noi stessi il movimento ». Nel senso meccanico la forza è una
grandozza suscettibile di misurazione, il che sarebbe impossibile se si
riducesse ad un puro conoctto psicologico. Ma, anche nel senso meccanico, essa
fu intesa e definita in modi diversi. Per Cartesio è ciò che dicesi oggi più
propriamente impulsione o quantità di movimento; per il Leibnitz nel concetto
di forza era compreso anche quello di lavoro e di energia: La forza attiva, che
sta di mezzo tra la facoltà di agire e l’azione stessa, suppone uno sforzo, ©
con questo entra in operazione da sò stessa, senza aver bisogno @ altro
ausiliare che la soppressione dell’ ostacolo. Il che si può rendere
comprensibile con 1’ esempio d’un corpo grave teudente la corda che lo sostiene
». Nella meccanica modern la forza è definita comunemente come la causa che
modifien o tende a modificare lo stato di movimento o di riposo di un punto
materiale; quando il punto materiale non è sottomesso nd alcuna forza, ο è in
riposo, ο, se si muove, il suo movimento è rettilineo ed uniforme, e ciò perchè
egli non pnd modificare da sè stesso la propria velocità nò in grandezza nè in
direzione. Tuttavia, anche il definire la forza come la causa del movimento non
sembra esatto, innanzi tutto perchè la causa non è misurabile, in secondo Inogo
perchi la forza esercitata da un sistema su un mobile non dipende solamente
dallo stato intrinseco del sistema, ma anche dullo stato dol mobile ο dalle ano
relazioni col sistema esteriore. Fre 464 Due forze si dicono uguali quando, applicate
ad uno stesso corpo nelle stesse circostanze, producono il medesimo effetto ;
forze mutue le forze uguali e contrarie che due punti esercitano V uno sull’
altro; forza omtrifuga la reazione che un mobile, assoggettato a descrivere una
curva fissa, osercita contro questa curva; forza contripeta In forra diretta
verso il centro di curvatura della traiettoria di un punto materiale, © che
mantiene il mobile su questa traiettoria; forza d'inerzia una forza uguale ο
opposta a quella che produce l’accolerazione di un mobile. Cfr. Condillac, Traité den
sensations, 1886, I, cap. 2, $ 11; Leibnitz, Op. phil., Erdm., p. 121; Maine de
Biran, Oeuvres phil., 1841, vol. ΠΠ,
5; Spencer, First princ., 1870, $ 31; Ardigò, Op. fil., I, p. 104 segg.; IL, p.
49 segg. (v. materia, energia, potenza, lavoro, dinamismo, ecc.). Freison o
fresinon. Termine mnemonico di convenzione, con cui si designa nella logica
formale quel modo della quarta figura del sillogismo, che ha In premessa
maggiore universale negativa, la minore particolare afformativa, la conolusione
particolare negativa. Es.: Nonsun savio è superbo. Qualche superbo è dotto. Dunque qualche dotto non è savio. Prenastenia
(φρήν -mente, ἀσθένεια =debolezza). T. Phrenaathenie ; I. Phrenasthonia; F.
Phronasthenie. Mancanza ο deficienza di vita mentale, determinata da arresto di
sviluppo. Comprende due forme o gradazioni fondamentali: V imbecillit& ©
l’idiotismo, più tutte quelle forme di debolezza di mente, congenita 0
acquisita, che attira volgarmente in chi la possiede il titolo di scemo,
zuccone, testa dura, eco. Cfr. A. Verga, Frenastenici ed imbecilli, 1877 (v.
ehefrenia, catatonia, idiotiemo, demenza, eco. Frenologia. T. Phrenologie; I.
Phrenology; F. Phrénologie. Questo nomo, che non dovrebbe mai usarsi in luogo
di psichiatria, designa In dottrina di Gall e Spursheim, che ebbe gran favore
nella prima metà del secolo scorso ed
465 Fre-Fox è ora quasi
completamente abbandouata. La fronologia è V arte di scoprire il carattere ο
l'intelligenza dell’ individuo mediante l'esame della forma del suo cranio, e
si fonda sopra la supposizione che lo spirito sia costituito di tante facoltà
innate, emozioni © tendenze affatto distinte tra di loro; che ciascuna di esse
abbia la propria sede, pure indipendente ο distinta, in una regione o organo
della corteccia corebrale; che quanto più sviluppata è una di questo facoltà,
tanto più voluminoso sia il centro cerebrale corrispondente ; che, infine, il
maggiore o minor volume dei singoli centri si riveli ulla superficie dol
cranio, mediante corrispondenti rilievi, bozze, depressioni, prominenze, ecc.
Le facoltà ammesse dal Gall, e i corrispondenti organi, sono ventinove, delle
quali una si trova nel cervelletto (senso sessuale), cinque nel cervello
posteriore, sette nel medio, sedici o diciassette nell’ anteriore. Quantunque
In frenologia si fondasse su presupposti assurdi giustifica bili con
l'ignoranza in cni trovavansi allora la fisiologia © l'anatomia del sistema
nervoso essa ha contribuito tuttavia n perfezionare la moderna dottrina delle localizzazioni
cerebrali. Cfr.
Bastian, Le cerveau org. de la pensée, trad. franc. 1888, vol. 11; Ch. Blondel, La peycho-physiologio de
Gall, 1914. Fresison. Termine mnemonico di convenzione, con cui nella logica
formale si designa uno dei modi della quarta figura del sillogismo. È lo stesso
che freison. Frisesomorum. Termine mnemonico di convenzione, con cui nella
logica formale si designa in modo indiretto della prima figura del sillogismo.
Come indicano le vocali delle tre prime sillabe, la premessa maggiore è una
proposizione particolare affermativa, la minore nniveranle nogativa, la
conclusione particolare negativa. Lo due ultime sillabe sono semplicemente
eufoniche. Funzione. T. Funktion; 1. Function; I. Fonction. I norale,
l'esercizio di nos determinato forma di atti 30
Rawzout, Dizion, di scienze filosofiche. Fus più particolurmente,
l’attività propria e caratteristica esercitata da un organo in un insieme le
cui parti sono in rapporto di mutna dipendenza. Nella fisiologia dicesi
funzione ogni fenomeno che si comple nell’organiamo e concorre a realizzare un
determinato risultato, necessario alla conservazione dell’ individuo e della
specie. Si distinguono fanzioni di tessuti, di organi, di apparecohi. Le
fanzioni generali della vita sono: la nutrisione per cui gli individui, nei
limiti assegnati alla loro specie, crescono e si mantengono in vita; la
riproduzione per cui la serie degli individui si perpetua moltiplicandosi nel
tempo e nello spazio; le fanzioni di relasione, per cui gli individui sentono e
si muovono, ponendosi così in relazione col mondo ambiente. Per analogia il
termine stesso fu poi estero agli elementi e agli organi sociali; perciò si
parla dolla funzione sociale nel genio, della funzione ‘dello Stato, ecc. Nella
matematica due quantità variabili sono dette funzioni l’una dell’altra, quando
|’ nna è legata all’ altra per modo, che variando l’una varia anche l’altra in
modo perfettamente determinato, ma diverso a secondn dei casi. Così,
considerando z, variabile indipendente, come tale che possa assumere tutti i
valori possibili sd ognuno di questi valori dovrà corrispondere un valore
determinato di y. Tale proprietà, dal Lagrange in pol, si indica con In formula
y == f(x). Cfr.
Goblot, Fonotion et finalità, Revue philos. », 1899, II, 695; Lebergue, Legona
sur 7’ intégration, 1904. Fusione
delle sensazioni. F. Fusion des sensations. Tl carattere qualitativo unitario
che risulta da due senanzioni in determinati rapporti quantitativi. Così è
possibile ottenere nna sensazione olfattiva qualitativamente nuova dalla
fusione psichica di due o più odori applicati contemporaneamente nella mucosa
nasale. Ma è specialmente nel campo dell’ adito che essa ha importanza, e lo
Stumpf se ne serve per spiegare, contro 1’ Helmholtz, la consonanza 467
Fer ο la dissonanza degli intervalli musicali. Sarebbero dissonanti
quegli intervalli che non sono capaci di fondersi in una percezione sonora
unitaria, di guisa che anche un orecchio non musicale è capace di distinguere
due suoni simultanei; consonanti quelli capaci di raggiungere una fusione
perfette. Però non tutti i psico-fisiologi accettano questa spiegazione, e
molti, pur accettando il concetto che dotti fenomeni stiano in rapporto con la
maggiore o minore fusione delle sensazioni elementari, fanno dipendere la
furiono stessa non da processi psichici centrali, ma da un fatto periferico,
consistente in un nuovo fenomeno periodico, riaultante dalla composizione delle
vibrazioni di duo suoni. Cfr. Stumpf, Tompeyokologie, 1890, 1. II, p. 64, 128;
Helmholtz, Die Lehre von den Tonempfindungen, 5° ed. 1896; Höffding,
Psychologie, trad. franc. 1900, p. 133; C. Zambiasi, Un capitolo di acustica
musicale, Nuovo Cimento », serie V. vol. IX, 1905. Futuro. T. Zukunft; 1.
Future; F. Futur. La noziono di tempo risulta di tro elementi, che rispondono
ad atteggiamenti diversi del nostro pensiero: il passato, cioì la memoria, il
presmte cioè il fatto attuale, il futuro ossin il fatto atteso. Il passato è
già il non-essere, il presente è l'essere, il futuro è il possibile concepito
relativamente alla nostra esperienza.
Diconei futuri contingenti, per opposizione a futuri necessari, quegli
avvenimenti che, essendo opera della Provvidenza divina o del libero arbitrio,
non hanno un legame necessario coi fatti precedenti : «1 filosofi convengono
oggi, dice il Leibnitz, che la verità dei faturi contingenti è determinata,
eiod che i futuri contingenti sono futuri, oppure che essi accadranno, che esai
si verificheranno: poichè è ugualmento sicure che il futuro sarà, come è sicuro
che il passato è stato ». Cfr. Platone, Timeo, 37 e, 88 a; Aristotele, Paye,
IV. ο, 1x e segg.; Leibnitz, Teodioen, I, 36 (v. durata, intante, tempo).
Generale. T. Allgemein; I. General; F. Général. T'ermino generale è quello che
abbraccia un numero indefinito di individui, » ciascuno dei quali ai riferisce:
ad es, scolaro. Si distingue dal termine collettivo, che abbraccia un numero
determinato di individui senza riferirsi a nessuno di essi, ad es., scolaresca.
Si distingue anche da wnirersale, che si può attribuire soltanto ai giudizi, i
quali diconsi universali quando V attribute è affermato ο negnto di tatta 1)
estensione del soggetto : perciò è universale ogni gindizio che abbia per
soggetto un termine singolare ο individuale (che sono l’ opposto di generale)
in quanto l’individno, che possiede l' estensione minima, non può esser preso
in parte dell’ estensione. Cfr. J. S. Mill, System of logio, 1865, 1. I, $3; Wundt, Logik, 1898,
vol. I, 96. Generalizsasione. T.
Verallgemeinerung; 1. Generalization; F. Généralisation. Quell’ operaziono
mentale con oni si estende un dato astratto a più oggetti indefinitamente. La
generalizzazione implica dunque 1’ astrazione; isolato, con l’analisi mentale,
dagli elementi che compongono un tutto, un dato elemento, questo che è un
astratto; diventa un generale quando, appartenendo a più altri oggetti, ne
estondiamo la nozione anche ad essi, cioò lo pensiamo come ad ossi proprio.
Cfr. H. Ebbinghaus, Psychologie, trad. franc. 1912, p. 176 segg.; Arohiv. f.
(esante Psychologie, vol. 8, 9, 12 (v. idea, astrazione). Generazione. T.
Erzeugung, Generation ; I. Generation : F. Génération. L’atto del generare, sia
in senso biologico sia in senso logico ed epistemologico; nel suo senso più
largo è il cambiamento da un termine negativo a uno positivo, o dal non essere
all’ essere. Definizione per generazione 0 genetica à quella che costruisce una
figura con nn movimento determinato di un’altra figura già conosciuta; ad“es.:
il cerchio è una fignra piana generata dalla rivoInzione d’una retta rigida
intorno nd una delle proprie estremità. Generatio æquirooa 0 generazione
spontanca è una espressione che ha due significati ben diversi: per il passato
desiguava il nascere spontaneo di esseri viventi, specie insetti, senza bisogno
di ova o di germi preesistenti; e questa cosa fu dimostrata falsa dalle
esperienze del Redi e dello Spallanzani. Oggi per generazione spontanea ο
abiogencsi si intende l’origine sulla terra della sostanza viva dalla sostanza
inanimata; tale origine spontanea, che è un presupposto della concezione
monistico-meccanica ο materialistica della vita, è intesa in due modi: ο gli
esseri viventi nascono direttamente dalla materia inorganica per una improvvisa
aggregazione di composti chimici evoluti a buso di carbonio, i quali si oristallizzano
attorno ad un contro di forza, così de assumere subito i caratteri di forme
riproducibili ; oppure, e questa è l’ ipotesi più accettata, alla compares di
esseri monocellulari organizzati precede un periodo di combinazioni chimiche
fra gli stessi elementi, per le quali si formano gradualmente quelle sostanze
che si dicono proteiche ο la cui molecola complessa si costituisce attorno ad
un atomo di carbonio. Quantunque lu dottrina dolls generazione spontanen si
presti a molte obbiezioni, è tuttavia ammessa ds molti scienziati perchè
preferibile a quella della oreasione dell’ essere vivente dal nulla, per opera
d’un potere esterno al mondo, o a quella dell’ilozoismo, cioè In esistenza
eterna ὁ continua della vita. Nella terminologiascolasticadistinguevansi varie
spocie di generazione: generatio conversiva, quella per la quate un soggetto
viene trasportato da una forma ad un’altra, ad es. il calore in movimento
meccanico; g. mufativa, per la quale la materia presupposta nella generazione
passa dalla negazione di qualche forma alla sua realizzazione, ad es. l’acqua
che da torbida diventa limpida; g. pura, simpler, pracoiea, per la quale viene
prodotto un corpo dalla muGun 470 torfa allora creata, in cui cioè non
precedette forma ο privazione di sorta, nd es. le generazioni avvenute nel
primo istante della creazione del mondo. Cfr. Richerand, Nuori elem. di
fisiologia, trad. it. Dall’Aqua, pref., $ v; Rosmini, Pricologia, 1846, vol. I,
p. 246 segg.; G. Pfitiger, Ueber die physiologische Verbrennung, Archiv für
gesammte Physiol. », 1875, vol. X; Id., Élém. de physiol. générale, trad.
franc. 1884; Haeckel, I problemi dell’ univereo, traduzione jana 1903, p. 353
segg. (v. monera, organiciemo, vita). Genere. Lat. Genus; T. Gattung, Genus; I.
Genus; F. Genre, In sonso generale il genere, come lo definisce lo Stuart Mill,
è € una classe che si distingne dalle altre, non solo per qualche proprietà
definita, ma per una serie sconosciuta di proprietà in numero indefinito, di
cui le prime sono V indice ». In senso logico il genere è quello che si predica
di molte specie differenti in qualche cosa, 0, come brevemente lo definisce Cr.
Wolff, eimilitudo specierum: in una serie di idee, in cui l'estensione va
decrescendo ed aumenta quindi la comprensione, l'idea più ostesa ὁ meno
comprensiva è nn genere rispetto alle meno estese e più comprensive, 6 l’idea
meno estesa è una specie rispetto alle più estese di cui comprende tutte le
proprietà. Ad es. nella serie: materia, organiemo, animale, vertebrate, uomo,
curopeo, V iden di organismo rappresenta il genere rispetto ail animale, che è
In specie e che dell’ organismo comprendo tutti gli attributi. Nella stessa
serio diccni genere promimo quel genere cho più #i avvicina, come tale, ad uns
data idea; ad es., animale rispetto a vertebrato, muteria’ rispetto ad
organismo. Ciò che sotto un rispetto è genere, sotto un altro rispetto è
specie; ad es, uomo è gonere rispetto ad europeo, ed è specie rispetto a
vertebrato. Ora, i metafisioi dicono genere sommo (τὸ γενικώτατον γένος summum genus) quello che contiene tutti gli
altri generi © non è contenuto in nessuno, ossia l’idea assolutamente
estensiva; tale sarebbe, socondo alcuni, I’ essere, secondo «τι GEN altri la sostanza, ο l’ unità, ο il bene,
eco. L’ idea assolìelmente specifica, ossia assolutamente comprensiva, è I’
dividuo. Nella biologia il genere à pure
1’ insieme di pi specie presentanti qualche punto di contatto; l'insieme di più
generi è la famiglia; tra il genere e la famiglia si ainmettono talvolta dei
sottogeneri. Nella nomenolatura binomia © denominazione duplice stabilita da
Linneo, ogni specie di animale o di pianta è designata con due nomi, di cui il
primo esprime il genere, il secondo la specie e serve n stinguerla dalle
oongeneri. Cfr.
Aristotele, Metaph., V, 28, 1024 a, 29 segg.; Crist. Wolff, Philos. rationalis
sive logica, 1732, $ 234; Kant, Logik, 1800, p. 150; J. 8. Mill, System of
logie, 1. IV, cap. 6, $ 4. Genesi.
Gr. Γένεσις; T. Genese; I. Genesis; F. Genèse. Significa generazione, origine,
formazione, principio. Iu greco indicava più specialmente divenire, produzione;
in tal senso si distingue da origine, in quauto ogni genesi suppone una realtà
preesistente e un punto di partenza, che ne è l’origine. Genetico. T. Genetisch
; I. Genotio; F. Génétique. Che riguarda la genesi di un essere, di un
concetto, di una istituzione. Il metodo genetico consiste nel ricercare le
orig; © la formazione di un dato fenomeno, di una data dottri o scienza. La
definicione genetica è quella che definisce un concetto nel modo stesso onde
esso si costruisce; dicesi gonetica indicatita, se il costituirsi degli
elementi non dipende da noi ma è opera della natura, genetica ricostruttiva se
possiamo congiungere noi stessi gli elementi costitutivi dell'oggetto, come
quando si definisce il ciliudro: una figura generata da un rettangolo, che
compio una rivoluzione completa girando intorno ad uno dei suoi lati. La
olassificasione genetica è quella che dispone i gruppi secondo una
diversificazione progressiva, e considera le classi come prodotto più o meno
stabile, ma non del tatto invariabile, delle variazioni causali delle
proprietà. GEN Μο | itrine evolutive ha reso genetiche tanto } © naturali
quanto le sociologiche e moÈ. Philos. rationalis, 1732, $ 195; Maso 8 segg. |
om 2. vende; L Genius; F. Genio, Esistono molte definizioni del genio, cho
riflettono i modi diversi di intenderne e spiegarne la natura: tutti però
convengono nel considerare il genio come la forma più alta di sviluppo che
l'intelligenza, l’imaginazione, il sentimento o il volere possono raggiungero
in un individuo umano, come la più compiuta espressione della psiche umana. Si
distingue dal’ ingegno, che è più comune e, so comprende e crea, non è nelle
sue crensioni così spontaneo e originale come il genio, nd suscita intorno a
sè, tra i contemporanei ο presso i posteri, quel consenso ο quell’ammirazione,
che rendono immortale il genio. Si distingue anche dal falento, che è in un
uomò quella inclinazione complessiva, che gli è propizia a causa delle speciali
diresioni delle sue doti di fantasia e d’intelletto. Le ricerche teoretiche sul
genio non cominciano che con la psicologia moderna; nei tempi antichi esso è
studiato piuttosto biograficamente, come în Plutarco, e in Platone, che nei
suoi dialoghi fa rivivere la figura del maestro immortale. Secondo la nota
definizione, attribuita dal Littré al Buffon, il genio non è altra cosa che una
grande attitudine alla pazienza ». Secondo d’ Holbach è la facilità di cogliere
l'insieme e i rapporti negli oggetti vasti, utili, difficili a conoscere ». Per
Cristiano Wolff è soltanto la-fcilità di osservare la somiglianza delle cose ».
Per Kant il genio artistico è una intelligenza cho opera come la natura »; il
segreto ο la caratteristica delle creazioni geniali sta in ciò, che lo spirito
che crea con uno scopo, lavora tuttavia come la natura che crea senza uno scopo
e senza un interesse; nel campo dell'attività razionale umana, il genio è la
sintesi della livertà e della natura, della finalità » della necessità,
della 473 GKN funzione pratica e della funzione
teoretica. Anche per Schelling il genio, come la più alta sintesi di tutte le
attività della ragione, consiste nella finalità senza scopo del creare; in
altre parole, l'essenza della ragione si realinza pienamente soltanto mediante
1’ attività cosofente-incosciente del genio arlistico, in quanto esso supera
quei contrasti tra attività cosciente © incosciente, che fanno sì che Pio
teoretico e l’io pratico, tra essi racchinso, non raggiunga mai, normalmente,
il suo scopo. Per Schopenhauer il genio è la capacità di penetrare con la pura
intuisione nella realtà obbiettiva delle cose, di sepnrarsi per un certo tempo
dalla propria personalità per essere puro soggetto conoscente. Per il Cousin il
genio, specie quello artistico, è caratterizzato da due cose: anzitutto dalla
vivacità del bisogno di creare, poi dalla potenza creatrice ; il vero genio non
riesce a dominare la forza che ha in sè, soffre nel contenere cid che prova,
cosicchè se è stato detto che non v ha uomo superiore senza un grano di follia,
tale follia, como quella della croco, è la parte divina della ragione ». Per
Lombroso il genio è, con la delinquenza e la pazzia, uns sottospecie di una
specie psicologica abnorme, unu nevrosi degenerativa di natura epilettoide;
questa teoria ha suscitato un vivace dibattito, non ancora chiuso, 0sservandosi
da alcuni che la genialità non è certamente In coratteristica dei folli, da
altri che il dispendio mentale da cui sorge l’opera del genio espone facilmente
a forme nervose degenerative, le quali dunque non sarebbero causa ma effetto
della genialità, da altri ancora che alle condizioni di assoluta squisitezza ὁ
delicatezza del sistema nervoso si debbono sia le attitudini geniali sia le
degenera zioni nervose, ma che le une e le altro, se sorgono su un terreno
comune, non si debbono perciò considerare come vincolate tra loro da un
rapporto di causalità. Cfr. Holbach, Syst. de la nature, 1770, vol. I, p. 127; Cr. Wolff, Paychologia emp. 1198, $
476; Kant, Krit. d. Urteilekraft, 1878, Geo
AU p187; Schopenhauer, Die Welt
als, oce., suppl., 1. IIT, cap. XXXI; V. Cousin, Du vrai, du beau οἱ du bien, part. III, cup. V; Moreau de Tours, Payool. morbide, 1859; Lombroso, L'uomo di
genio, 1888; Id., Genio e degenerazione, 1908; Id., Origine e natura dei genii,
1902; Padovani, Che cox’ è il genio, 1907; Id., Le origini del genio, 1909.
Geocentrico. 1. Geocentrisoh; F. Géocentrique. L’antico sistema tolemaico, che
poneva la terra come il punto centrale fisso dell'universo, intorno a cui si
muovono il sole, la luna e le stelle. Il geocentrismo si ricollega strettamente
all’altro errore antico dell’antropocentrismo, per cui l’uomo considera sò
stesso come scopo finale prestabilito della creazione, e crede che tutta la
natura sia stata creata per servire et lui (v. oause finali, finalità,
oliooentriemo) Geografia. T. Erdkunde, Geographie; I. Geography; F. Géographie.
Scienza che ha per oggetto la descrizionc della superficio della terra, la
determinazione della sua veru forma, la distribuzione delle piante e degli
animali, delle zone occupate dai diversi popoli, linguaggi, religioni, ecc. Si
distingue perciò la geografia fisica, matematica, biologica (zoologica,
botanica, etnologica), sociologica (econo-, politica, linguistica, ece.).
Geologia. Ί. Erdbildungskunde, Geologie ; I. Geology; F. Géologie. La, scienza
che studia la struttura interna della terra, i suoi periodi di formazione,
desumendoli dall’ esame della crosta terrestre e dalle leggi fisiche e
chimiche. Eas sorse quando cominciò seuoterai la fede nelle leggendo n saiche
sulla creazione, verso la fino del secolo diciottesimo, οἱ è giunta oggi u
stabilire i periodi principali nella storia della terra, a spiegure la
formazione dei fossili, a escludere l’ intervento dei miracoli e delle cause
sovrannaturali nella formazione del nostro pianeta. Cfr. K. A. Zittel,
Geschichte d. Geol. und Paläontologie, 1899 (v. cosmogonia). Geometria. T.
Geometrie; I. Geometry; F. Géométrie. Quella parte delle scienze matematiche
che ha per oggetto 475 Gro lo studio delle forme ο delle -figure che
si possono tricciare nello spazio. Secondo il Comte l'oggetto della geometria è
la misura indiretta delle grandezze; infatti nelle «quantità non direttamente
misurabili, conosciuti alcuni dei rapporti tra gli elementi di cui una figura è
composta, essendo tali elementi necessari, mediante essi αἱ determimano tutti
gli altri. La geometria distinguesi in pura e analitica: quella, senza valersi
delle formule algebriche, studia direttamente le figure mediante spostamenti,
sovrapposizioni ed uguaglianze; questa allo studio diretto delle figure
sostituisce delle semplici formule algebriche, fondandosi sulla scoperta di
Cartesio, che cioè ad ogni figura corrisponde una equazione e ad ogni equazione
una figura. Alla geometria pura si connette la descrittiva, cioè 1’ arte di
rappresentare delle figure solide mediante le loro proiozioni sopra due piani
perpendicolari. Fino ol principio del secolo XIX la geometria enclidea era
considerata il modello porfetto d’ogni certezza scientifica; il razionalismo
cartesiano, ispirandosi al detto di Keplero, ubi natura ibi yeometria, l'aveva
posto # fondamento d’ogni sapere intorno alle cose idealizzate nella pura
estensione ed aveva persino preteso con Spinoza di costruire una morale more
goometrico demonstrata. Ma con l'Helmbolte, il Lobatchewsky, il Riemann, il
Bolyai, ecc. cominciò ad affermarsi la ponsibilità di altri spazi oltre quello
euclideo, e quindi di geomotrie diverse da quella di Euclide. Ciò diede origine
à vivact discussioni filosofiche, non ancora sopite, tra empiristi e
neo-kantiani, intorno alla natura dello spazio, nlY origine degli assiomi, alla
possibilità 0 meno di rappresentarsi intuitivamente lo spazio non euclideo.
Altre vedute non meno importanti si annunziarono in questi ultimi tempi circa
la natura e il metodo della geometria. Così secondo il Pieri la geometria deve
affermarsi sempre più come lo studio d'un certo ordine di relazioni logiche,
liberandosi dai legami che ancora la legano all’ intuizione e divenendo con Gen 476 ciò
scienza puramente deduttiva ed astratta. A questa nuova elaborazione logica
della geometria, contribuì specialmente, tra noi, il Peano; secondo il quale il
calcolo geometrico consiste in un sistema di operazioni da eseguirsi su enti
geometrici, analoghe a quelle che l’algebra fa sopra i numeri © permette di
esprimere con formule i risultati di costruzioni geometriche, di rappresentare
con equazioni proposizioni di geometria e di sostituire una trasformazione di
equazioni a un ragionamento ; come si vede, questo calcolo ha analogie con la
geometria analitica, dalla quale però differisce in quanto i calcoli non si
fanno, come in quella, sui numeri che determinano gli enti geometrici, ma sngli
enti stessi. Cfr.
Klein, Porlesungon über nicht-suolidischen Geometrie, 1893; Halstead,
Bibliografy of hyperspace and non-ewolidean geometry, American journ. of. math.
», vol. I, p. 261 segg.; Veronese,
Fondamenti di geometria a più dimensioni, 1891, p. 565 segg.; Vonola, La
geometria non-cuolidea, 1905; Peano, I prinoipii di geometria logicamente
esposti, 1889, p. 3 segg.; Aliotta, La reazione idealistios, 1912, p. 389 segg.
(v. euclideo, matematica, metageometria, spazio, superficie). Gerarchia. T.
Hierarchie; I. Hierarchy; F. Hiérarchie. Una serie di esseri ο di fatti, sia
reali cho ideali, disposti in modo che ciaseuno dipende dai precedenti e
comanda ai susseguenti o li determina, li spiega. In tal senso parlusi di
gerarchia delle scienze, gerarchia delle funzioni xin fisiologiche che sociali,
gerarchia delle specie biologi che, ece. (v. olagnifoazione delle wienze,
seriazione dei fen. sociali). Germiplasma (teoria del). E la teoria con la
qualo il Weissmann spiega l'eredità. L’ essere organizzato è costituito di soma
0 plasma somatico, da cui si sviluppano tutti i tessuti del corpo, ο di
germiplasma, o plasma germinale, di cui una parte viene impiegata nella
riproduzione οἳοditaria, dando luogo ai nuovi individui. Ora, non essendovi
aleuno scambio, nessuna comunicazione tra queste due 417 Go
specie di plasma, e le qualità acquisite interessando esclusivamente il primo,
ne viene come necessaria conseguenza la negazione dell’ ereditarietà dei
caratteri acquisiti. Ed è appunto per questa conseguenza, che la teoria del
Weissmann ha suscitato infinito discussioni e critiche nel mondo scientifico.
Cfr. A. Weissmann, Des Koimplaema, cino neue Theorie d. Vererbung, 1894 (v.
eredità, panmizia, neolamarkismo). Gionchiti o gioachimiti. Setta di eretici
medioevali, fondata dall'abate Gioacchino e originata, secondo il Tocco, dalle
dottrine della Chiesa greca 9 ancor più da quelle del catarismo. Il gioachismo
divide In storia dell’ umanità in tre grandi periodi, nel primo dei quali regnò
il Padre, nel secondo il Figlio, nel terzo sarà per regnare lo Spirito; questo
terzo periodo sarà contrassegnato della luce piena della grazia, della libertà
ο della carità, impererà un vangelo più perfetto e la verità sarà colta
attraverso le molteplici allegorie della Bibbia, abbandonandone |
interpretazione letterale. Cfr. Tocco, L'eresia nel medio oro, 1884 (v.
alimariolans). Gioia. T. Freude; I. Ioy; F. Joie. È un sentimento di piacere,
che non è localizzato in nessuna regione determinate dell’ organiamo, e al
quale s’unisce, secondo l'Hôffding, una tendenza involontaria a mantenere e
conservare l'oggetto del piacere. Fa intesa e definita variamento dai filosofi.
Per Spinoza è la passione per la quale l’anima passa a una perfezione maggiore
», mentre la tristezsa è la passione per cui discende sd una minore. Por
Cartesio à una gradevole passione dell'anima, nella quale consiste il godimento
che essa ha del bene, che le impressioni del cervello le presentano come suo »;
esiste anche una gioia puramente intellettuale, che viene nell’ anima per la
sola azione dell’ anima e che si può dire essere nnn gradevole emozione
eccitata in lei stessa, nella quale consiste il pincere cho essa ha del bone,
cho il suo intendiGiu mento le presenta come proprio ». Per Locke la gioia è un
piacere che l’anima prova quando considera il possesso di un bene presente o futuro
come assicurato ; e noi siamo in possesso di nn bene quando esso è talmente in
nostro potere, che possiamo goderne quando vogliamo ». Per il Galluppi la gioia
è una passione, che nasce quando |’ oggetto nmato si riguarda come presente;
quando si riguarda invece come vicino, e certo ad ottenersi, si ha l’allegrezza
alla gioia si oppone la tristezza, all’ allogrezza lx mestizin. Per il Godwin è
uno stato di piacere mentale, detorminato specialmente da sensazioni piacevoli
e dai loro oggetti, dalle conoscenze di ogni specie, da ogni sorta d'esercizio.
Il Bergson insiste sul carattere di pienezza o totalità della gioin, per oui
essa si estende a tutto il contenuto della coscienza La gioia interiore non è,
più che la passione, un fatto psicologico isolato, che occuperebbe da principio
un angolo dell’ anima e a poco a poco gundagnerebbe terreno. Nel suo grado più
basso, essa somiglia molto ud una orientazione dei nostri stati di coscienza
verso l'avvenire. Poi, como se codesta attrazione diminuisse la loro pesanterza,
le nostre idee © sensazioni si succedono con maggiore rapidità; i nostri
movimenti non costano più lo stesso sforzo. Intino, nella gioin estrema, le
nostre percezioni ei nostri ricordi acquistano una qualità indefinibile,
paragonabile a un calore 0 a una luce, e così nuovi che a certi momenti,
ritornando su noi stessi, proviamo come uno stupore di ensero ». Cfr. Cartesio, Les
passions de l'âme, II, 91; Spinora, Ethica, lib. IIT, teor. XI, scolio; Locke,
Essay, II, cap. 20, $ 7; Galluppi, Lesioni di logioa e metafisica; Godwin,
Active principles, 1885, p. 9, 18; Bergson, Essai sur les données imm. de la
conscience, 1904, p. 8; G. Dumas, La tristesse é la joie, 1908. (Giudizio. T. Urteil; 1. Judgement; F.
Jugement. Essendo un atto primitivo della mente, ο quindi nasolntamante mi
generis, non è propriamento detinibile. La dofinizione più 479
Gru comune, già usata da Aristotele, quell’atto per cui ni afferma ο si
nega » è essa pure una tautologis, perchè I’ affermare ο il negare costituisce
appunto il giudizio. Nè più felici sembrano le altre definizioni, che citiamo a
caso e senz’ ordine cronologico rigoroso; Malebranche : la percezione del
rapporto che si trova tra due 0 più cose; Baylo: l’atto col quale affermiamo o
neghiamo qualche cosa di un’nltra; Locke: l’atto con cui si uniscono ο ri
separano due idee; Kant: è l’idea dell’ unità di coscienza di difterenti idee,
ο l’idea del loro rapporto in quanto compongono una nozione; Hobbes: è
l’espressione del rapporto tra il significato di due nomi; Wuridt: è la
decomposizione d’ una rappresentazione nei suoi elementi; Hamilton : giudicare
è riconoscere la relazione di congruenza o di incongruenza in cui stanno tra di
loro due concetti, due cose individuali, ο un concetto e un individuo; Munsel:
un atto di comparazione tra due dati concetti riguardo la loro relazione ad un
oggetto comune ; J. 8. Mill: la pertinenza di un attributo o di un grappo di
attributi, ad un altro attributo o gruppo di attributi; Galluppi: un pensiero,
col quale noi pensiamo che un oggetto è o non è di tale o tal maniera; Rosmini
P affermazione (possibile o reale) d’ un atto in sò, che si fa, sia poi un atto
essenziale, ο sostanziale, ο accidentalo, positivo ο negativo, occ.; Masci: un
rapporto predicativo tra concetti; Hòfiding : un legame di nozioni fatte con
coscienza © limpidezza; Volkelt: un semplice atto di relazione; Bergmann: la
decisione sul valore di una rappresentazione. Nel giudizio si distinguono tre
elementi costitutivi: il soggetto che è il concetto da determinarsi ; il
predicato che è il concetto che serve a determinare il soggetto; la copula che
è la relazione tra il predicato e il soggetto. Secondo alcuni logici, quest’
ultimo non è elemento essenziale del giudizio © può anche mancare. Varie furono
le classificazioni proposto dei gindisi, perchò vario fu il modo onde il
giudizio stato considerato; ma la classificazione più universalm Gv 480
accettata è quella che, abbozzata primitivamente da Aristotele,
completata dai logici posteriori, fa poi raccolta in una tavola dal Kant. Essa
divide i giudizi in quattro classi, secondo la qualità, la quantità, la
relazione, la modalità. Sotto il primo rispetto i giudizi sono: affermativi,
negativi. infiniti; sotto il secondo universali, particolari, individuali :
sotto il terzo calegorici, ipotetici, disgiuntivi; sotto il quarto
problematici, assertori, apodittici. La qualità © quantità doi giudizi vengono designate
per brevità colle lettero a, ο, secondo i versi mnemonici: Asserit a negat €,
verum generaliter ambo. Assorit i negat ο, sed partioulariter ambo. Il Kant
distingue anche i giudizi in analitici ο sintetici. Alla classificazione
kantiana alcuni vogliono aggiungere questa: giudizi narrativi, esplicativi,
descrittivi. La classificazione kantiana dei giudizi vale porò soltanto per i
giudizi semplici; i giudizi composti furono da altri divisi in tre classi: a
relazione omogenea, a relazione etorogonea, giudizi contratti (v. le rispettive
definizioni). Cfr. Kant, Krit. d. reinen Fern., ed. Reclam, p. 33 segg.; Logik,
$ 17; Hamilton, Lectures on metaph., 1859, I, p. 204 segg., II, 271 segg.;
Mansel, Metaphysios, 1866, p. 220 segg.; Hôffding, Peyohologie, trad. franc.
1900, p. 285; Id., La base peyohologique des jug. logiques, Revue philos. »,
1901, t. II; Ueberweg, System der Logik, 1874, § 67; Volkelt, Erfahrung und
Denken, 1886, p. 157 segg.; Wundt, Logik, 1893, vol. I, p. 136 segg.; Gulluppi,
Lezioni di logica e motaf., 1854, vol. I; p. 65; Roamini, Logica, 1853, p. 87;
Masci, Logica, 1899, p. 158 segg.; Calò, Conoezione fetica ο conoesione
vintetioa del giudizio, Cultura filosofica », agosto 1908; S. Tedeschi, Sulla
funzione conoscitiva del giudizio, Ibid. », gennaio 1910. Giustizia. T.
Gerechtigkeit; I. Justice; F. Justice, È la più grande delle virtà sociali,
l’espressione più alta del sentimento di simpatia, Essa trae origine dal
concetto di uguaglianza ο di reciprocità, e si compendia nel precotto evangelico:
non fare agli altri cid che non vorresti fosse
481 Gru fatto a to stesso.
Infatti già i pitagorici, cioè i primi filosofi che studiarono il concetto
della giustizia, ls fecero consistere nel contraccambio, nella proporzione, 6,
in conformita al loro simbolismo matematico, 1’ assimilarono al numero
quadrato, ἡ δικαιοσύνη ἀριθμὸς ἰσάχις ἴσος. Con ciò è dato, quantunque in modo
generalissimo, il concetto della giustizia come di una combinazione fra termini
uguali © contrapposti; essi facevano consistere la giustizia nel1’ uguale
moltiplicato per 1’ uguale, ο nel numero quadrato, perchè essa rende lo stesso
per lo stesso. Anche Aristotelo affermava che il giusto è il legittimo ο 1’
uguale, 1’ ingiusto l’illegittimo ο l’inuguale; e i Romani, col termine ginstizia,
designavano ciò che è esatto, imparziale, proporzionale. La giustizia
scaturisce dal seno stesso della 80cietà, assumendo forme sempre più pure e
perfetto, ο si personifica nel Potere, che ha l'ufficio di tutelarne il
rispetto e l’applicazione anche con la coazione materiale. Si distingue quindi
la giustisia sociale, che risiede nel Potere, dalla giustizia potenziale (ο
equità), corrispondente alla idealità che nasce da prima nell’ individuo ο si
riflette nella società. La giustizia si distingue ancora dalla carità ο
beneficonza, che si compendia nel precetto: fa agli altri ciò che vorresti
fatto a te stesso. Fra le classificazioni delle varie forme di giustizia, la
migliore sembra ancora quella aristotelica, che distingue: 1. la ginstisis
distributiva (τὸ δίκαιον daveperix6v) che riguarda i rapporti fra i cittadini
d'uno stato ei beni comuni da condividero, che si devono distribuiro secondo il
merito; 2. la ginstisia correttiva (τὸ δίκαιον διορθωτικὀν) che riguarda
specialmente l’applicazione delle leggi e veglia non alla loro formazione ma al
loro adempimento; 3. la giustisia retributiva (τὸ δίκαιον αντιπαπονθός) che può
essere o penale o civile o comniutativa in quanto è l’ uguaglianza pura e
semplice, ο l’equivalenza dei beni scambiati, dei mutui servigi. Cfr.
Aristotole, Motaph., I, 5, 985 b, 29; EtMoa, V, 1, 1129 a, 6 segg.; 31 ;
Gra-Gno 482 Zeller, Phil6s. d. Griechen, I, p. 391-426;
Diels, Die Fragm. der Vorsokratiker, 1906, vol. I, p. 239 segg.; Romagnosi,
L'antica morale filosofica, 1838, p. 195 segg.; Troiano, Dottrine morali di
Pitagora ο di Aristotele, 1897, p. 58 segg.; Ardigò, Opere fil., IV, p. 54
segg.; Z. Zini, Giustizia, 1906; B. Donati, Dotirina pitagorica e aristotelica
della giustizia, Riv. di fil. », novembre 1911. Glandola pienale. T.
Zirbeldrüse; F. Glande pinéale. Organo atrofizzato ο rudimentario, di forma
conico-ovolare, di colore rossastro, che si alsa davanti ai lobi ottici, tra
l'encefalo anteriore e quello posteriore. Cartesio od altri filosofi ne fecero
la sede dell'anima: Kem acourate eraminando, dice Cartesio, mihi videor
ovidonter cognovisse, partem cam corporis, in qua anima ezerosi immediate suas
functiones, nullatonus osso oor, neque etiam totum cerebrum, sod solummodo
mazime intimam partium eius, qua est certa quaedam glandula admodum parva, sita
in medio subatantiae ipeius, et ita suspensa supra oanalem, por quem spiritus
oavitatum cerebri anteriorum communicationem habent cum spiritibue pouterioris,
ut minimi motus, qui in illa sunt, multum possint ad mutandum oursum horum
spirituum, σὲ reciproce minimac mutationes, quae accidunt cursui spirituum
multum inserviant mutandie motibus huiue glandulae. Invece per i moderni
naturalisti essa non è che il rudimento di un occhio impari, mediano, chiamato
occhio parietale per la sua posizione rispetto alle ossa omonime, In parecchi
vertebrati inferiori, ad os. nei rottili, esso è più che rudimentale,
potondovisi discornere le varie parti degli occhi ordinari. Cfr. Cartesio,
Pans, an., I, 31 seg. (v. animali spiriti). Gnomica (filosofia). Nel suo
significato generale designa quella forma di sapienza che non è sistematizzata
in un tutto logicamente coordinato, ma s' esprime in proverbi, sentenze,
aforismi, con forma popolare sia in prosa che in poesin. In un significato più
ristretto, designa la primitiva morale dei Greci, quale trovani già esposta nei
versi di 483 Gxo Omero, nel poema di Esiodo, nella poesia
gnomica propriamente detta di Solone, di Focide, di Teognide e nelle sentenze
de’ sette Savi, conservate dalla tradizione. Cfr. Diogene Laerzio, I, 1, 40
segg.; Aristotele, EtMoa Nie., V, 3. Gnoseologia. T. Gnoseologie,
Erkerntnistheoris ; I. Gnos0logy ; F. Gnostologie, Guosiologie. Nome dato dal
Banmgarten a quella parte della filosofia che tratta della dottrina della conoscenza,
vale a dire dell’ origine, della natnra, del valore e dei limiti della nostra
facoltà di conoscere. La parola è caduta quasi in disuso nella terminologia
tedesca, che preferisce la parola Erkenniwistheorie teoria della conoscenza; è invece d’ uso
comune negli altri linguaggi filosofici, sebbene con qualche oscillazione di
significato. La gnoseologia non va confusa nd con la peicologia nd con la
logica: sebbene abbiano per oggetto comune lo studio del pensiero, tuttavia la
psicologia considera il pensiero stesso come un'attività dello spirito; la
logica lo riguarda come mezzo delle conoscenze mediate, il quale condnoe alla
verità ο all'errore a seconda che è usato bene o male; la gnoseologia lo studia
in rapporto all’ oggetto, per vedere se © in che limiti ce ne può dare In
conoscenza. La gnoseologia si distingue anche dalla epistemologia, che è lo
stadio critico dei principi, delle leggi, dei postulati e delle ipotesi
scientifiche. Circa la sua importanza, è indubbio che da Kant in poi casa occupa
una posizione centrale nella filosofia, tantochè per alcuni essa è tutta quanta
la filosofin ; nessun filosofo oggi può accingersi a discutere di questioni
metafisiche senza aver prima chiarita la sua posizione riguardo ai problemi
gnoseologici. I quali, trascurati ο sottomessi a presupposti metafisici nella
filosofia antica ο medievale, cominciano ad assumere unu posizione autonoma ο
fondamentale con l’ empirismo inglese, specialmente con Locke: La mia
intenzione, egli dice, è di ricercare 1’ origine, la certezza ο 1’ estensione
del sapere umano, come pure i fondamenti e lo fasi gradunli della credenza,
della Gyo 484 opinione e dell’ assenso ». Mentre Cartesio,
Malebranche, Spinoza, eoc., si erano affaticati intorno al problema del
rapporto tra anima e corpo, tra spirito e materia, Locke, giudicando tale
problema come insolubile, si propone invoce di determinare con quali mezzi
giungiamo a conoacere tanto lo spirito che il corpo, e, con la distinzione tra
le qualità primarie e le secondarie, con l’analisi distruttiva dell'idea di
sostanza, getta le prime basi di tutte le discussioni gnoseologiche, le quali
terranno occupata Ja mente dei filosofi nei due secoli seguenti. Occorre però
aggiungere che non tutti i filosofi moderni convengono sulla necessità, anzi
sulla legittimità della gnoseologia. Hegel aveva già osservato: L’esame della
conoscenza non può farsi altrimenti che conoscendo ; questo cosidetto stromento
richiede di essere esaminato non altrimenti che conoscendolo. Ma voler
conoscere, prima di conoscere, è cosa tanto assurda quanto il sapiente
proposito di quello scolastico, di imparare a nuotaro prima di arrischiarsi
nell’acqua ». Oltre la scuola dell’ Hegel (la quale però non è tutta concorde
nel seguire in questo il maestro) anche quella del Fries nega la legittimità
della gnoseologia, considerando In possibilità della conoscenza non come un
problema, ma come un fatto, in quanto il criterio della verità dei giudizi ata
nella conoscenza immediata, quale ci è data dalla percezione che è originariamente
assertoria: se la possibilità della conoscenza fosse un problema, per
risolverlo dovremmo avero un criterio, mediante l'applicazione del quale si
potesso decidere se una conoscenza è vera o no; questo criterio sarebbe una
conoscenza 0 no; nel primo caso richiederebbe a sun volta un altro criterio per
poter decidere della sus validità, nel secondo caso, se cioò non fosse
conosciuto, come potremano conoscere che è un criterio della verità? Cfr. Locke, Essay, I, cap. I, $
2; Hegel, Enoyol., $ 10; A. Phalen, Das Ærkenninisproblem in Hegels
Philosophie, 1912; Riehl, Die philosophiache Kriticismus, 1879, vol. II, 1. I,
p. 11; Eigler, 485 Gxo-Goc Einführung in die Erkenntnistheorie,
1906; È. Cassirer, Das Erkenntnisproblen in d. Philos. u. Wissenschaft,
1906-1907 ; .ibhandlungen der Friewechen Schule, 1909-1912, vol. III, fase. IV; Ardigò, Op. jil., vol. I, pref.:
V, 15 segg.; Do Sarlo, I problemi gnoseologici nella. fil. contemp., Cultura
filosofica », settembre 1910. Gmosi. T. Guosis; I. Gnosis; F. Gnose. Indica
quella scuola teologica e filosofica, sorta nei primordi del oristinnesimo, la
quale voleva giungere dalla pura fede nel fatto (πίστις), alla vera conoscenza
(γνῶσις) di Dio, della natara e dol destino degli esseri, mediaute lo studio
dello diverse religioni ο il confronto della religione cristiana colle
precedenti. Varie sono le forme di gnosticismo, che si distinguono a seconda
della religione a cui ciascuna dà la preferenza: quindi si ha una gnosi
cristianizzante, cui appartennero Saturnino e Marcione; una paganizzante, cui
appartennero Carpoerate e Manete; una giudaizzante, cui appartonnero Valentino
e Basilide. Combattuta dalla Chiesa cristiana, da cui la separavano profonde
divergenze, essa si spenso dopo un breve periodo di apparente fecondità. Perd,
secondo aleuni scrittori cattolici, la gnosi ha gettato nelP atmosfera
intellettuale una quantità di idee teologiche © di idealità morali, che hanno
contribuito potentemente alla diffusione del cristianesimo dopo averne
minacciato l’esistenza ». Le origini della gnosi fnrono attribuito dui SS.
Padri a Simon Mago; i caratteri fondamentali di talo scuola sono: il dualismo
tra spirito e materia, e la dottrina del Demiurgo. Cfr. Harnach, Lehrbuoh der
Dogmengeschiohte, 1894, I, p. 220 segg.; F. Bonaiuti, Lo gnosticismo, 1907 (v.
eoni, Noo, Logo, Demiurgo, pleroma, nisigia). Gnosticismo v. gnosi. Goclenico
(eorite). Il tipo progressivo del sorite, In cui formola si deve a Rodolfo
(ioclenio; è 1’ inverso del tipo regressivo, formolato da Aristotele. La sua formola
è: C= D, B C, 4 == B, dunque A= D. Ad es.: l’ovoGra 486
luzione è perfezionamento ; la civiltà è evoluzione; la moralità è
civiltà; dunque la moralità è perfezionamento. Cfr. Goclenius, Isagoge
inorganon Aristotelis, 1598, p. 2, ο. 4; Lotze, Grundzüge d. Logik, 1891, p. 46
(v. sorite). Graduasioni medie (metodo delle). Uno dei metodi adoperati per
verificare lu leggo di Weber sul rapporto tra la sonsaziono ο lo stimolo. Siccome
1’ intensità della sensazione cresce in proporzione aritmetica, quando l’intensità
degli stimoli cresce in proporzione geometrica, così, trovando una sensazione
media tra due sensazioni a’ intensità differente, l'intensità aritmeticamente
modia tra le duo sensazioni dovrà corrispondero ad una intensità
geometricamente media tra i due stimoli. In ciò consiste il metodo dello
gradazioni medie, proposto dal Wundt. Cfr. Wundt, Grundzüge d. Psyoologie,
1893, p. 356 segg.; Id., Grundriss d. Payohol., 1896, p. 299. Grafico (metodo). T.
Graphische Methode; I. Graphio mothod; F. Méthode graphique. Consiste nel rappresentare mediante traccinti o
grafiche i fatti che si stanno studiando. Il metodo grafico ha ricevuto e
riceve sempre nuovo applicazioni, estendendosi esso sia ai fatti puramente
fisiologici che ai psicofisiologici, nei quali i movimenti corrispondono a
particolari stati psichici. A seconda dei fenomeni di cui si vogliono
raccogliere le indicazioni grafiche, variano naturalmente gli strumenti, fra
cui ricordiamo gli psicografi, gli ergografi, i grafografi, i miografi, gli
sfimografi, i pletismografi, i pressiografi, ecc. In tutti, ad ogni modo, le
grafiche sono fissate in bianco sul fondo nero di una carta annerita per mezzo
d’una fiamma fuliginosa, ο rese indolebili mediante un bagno di vernice.
Grafologia. ‘I. Graphologie; I. Graphology ; F. Graphologie. Quantunque }
etimologia della parola sembri indicaro come oggetto di questa scienza lo
studio della scrittura sotto tutti i suoi aspetti, tuttavia, nel concetto dei
suoi più noti cultori, essa si restringe a cercare i rapporti che 487
Gra esistono tra il carattere di un individuo e la sua scrittura, per
cavarne norme generali onde poter inferire in ogni caso dalla scrittura -che è
la traduzione immediata dal pensiero la conosconza del carattere dello
scrivente. Tre sono le ricerche che la grafologia compio in ogni seritto: 1. i
sogni generali, dati dall’ insieme dello scritto; 2. i segni particolari, dati
dalla punteggiatara, dalle paraffe, dai filetti, dalle lettere; 3. le
risultanti, vale a dire lo conclusioni generali derivanti dal confronto dei
vari se grafologici. La grafologia studia, oltre agli soritti degli individui
normali, anche quelli dei delinquenti, dei geni e dei pazzi. Cfr. Erlenmayer,
Die Schrift, 1879; Goldscheider, Dio Physiologie und Pathologie ste Handschrift,
1891; Cropieux-Jamin, L'écriture οἱ le caraotère, 1879; Lombroso, Grafologia,
1895. Grafo-motore (centro). Il centro grafo-motore è situato sotto il piede
della seconda circonvoluzione frontale del1’ emisfero cerebrale sinistro ; la
sua distruzione determina la agrafia, ossia la perdita della memoria dei
movimenti necessari alla scrittura. La scoperta di questo centro è dovuta ul
Broca, allo Charcot e alla sua scuola: alcuni fisiologi, però, non ammettono I’
esistenza di un centro psichico distinto per l’impulsione e la coordinazione
dei movimenti della scrittura, altri lo ripongono nel midollo all’ altezza del
rigonfiamento anulare. Cfr. Ch. Bastian, Le cerregu organe de la pensée, trad. franc. 1888, vol. HI, p. 64 #ogg. Grammatica. 1.
(irammatik, Sprachlekre ; 1. Grammar; F. Grammaire. E la forma del linguaggio,
mentro il vocabolario no è la materia. Le forme grammaticali esprimono lu
funzione essenziale del pensare, la quale consiste nel porre in relazione;
quindi esse sono in continuo reciproco rapporto con lo sviluppo del pensiero
stesso. Da principio non esistono che parole, cioò segni per rappresentare gli
ogget: © le relazioni logiche sono significate sia con la disposizione delle
parole sis adoperando certe parole ad esprimere, Gra 488
oltrechè oggetti, anche rapporti. In seguito le disposizioni di parole
diventano costanti e le parole adoperate ad esprimero rapporti perdono il loro
significato indipendente fino ad aggiungersi come affissi alle parole dinotanti
oggetti. Intine I’ orguuismo grammaticale, sotto l’azione incessante del
pensiero, si fa completo: mediante il solo cambiamento del suono (/lessione)
ogni parola è un’ unità modificata secondo le suo relazioni grammaticali, ed
una parto del discorso determinata, avente un’ unità sia lessicale che
gramiuaticale. Lu grammatica, come scienza delle regole che le necessità
logiche, l’uso e la vita sociale hanno imposto agli individui nol?’ impiego del
linguaggio, comincia con i sofisti, specialmente con Prudico, Ippia ο
Protagora; quali maestri d’ eloquenza politica essi dovevano insegnare, in
prima istanza, come si parla bene e trasformando la retorieu da arte
tradizionale in soienza, si dedicarono a ricerche intorno alle parti del
discorso, all’ uso dello parole, alla sinonimia e all’ etimologia, e furono
così i creatori della grammatica. Cfr, Marty, Ueber eubjeotlose Sätze und das
Verkäliniss der Grammatik zu Logik und Paychologie, Wiert. fur Wiss. Philosophie >, VIII,
Jahrg. 1884, 1° art. p. 73; A. Marty, Rech. sur lee bases de la grammaire οἱ de la phil. du langage, 1908; Binet et Salmon, Langage οἱ pensée, 1909 (v. linguaggio, giudizio, emozionale,
eco.). Grazia. T. Gnade, Anmutk;
I. Grace; F. Grice. Questo vocabolo ha due significazioni ben distinte, una
teologica ο l’altra estetica, Nella teologica la grazia divina è uno dei dogmi
della religione cristiana, definito dai teologi come il dono sovrannaturale e
gratuito concesso da Dio agli uomini, per condurli alla eterna salvezza. Esso
si ricollega strottamente col dogma della caduta dell’uomo ο del peooato
originale; questi due dogmi sono dovuti entrambi a 8. Agostino, che li difese
dagli assalti © dalle false interpretazioni delle sette ereticali. Grande
estensione diede poi al dogma della grazia S. Tommaso, che la considera
necessaria al 489 Gra PP uomo per
compiere quella parte sovrannaturale del suo destino, che consiste nella
visione divina; © tale necessità, inerente alla sua condizione di creatura, si
è ostesa, per il peocato originale, anche a quelle azioni che non oltrepassano
la natura delle sue forze: Nello stato di natura innocente l’uomo non aveva
bisogno che una virtà di grazia si aggiongesse a quella di natura, se non per
fare © per volere il bene sovrannaturale; ina nello stato di natura corrotto,
ne ha bisogno per due riguardi: primo per rimanere terso dalla macchia della
colpa, secondo por cor piere un beno di ans virtb sovrannaturale che sia mei
torio ». Così l’aiuto della grazia è nocessario per osserva i precetti della
leggo divina, per amare Dio, per non peccaro, per uscire dai lucci del peccato,
per perdurare nel bene © infine per rendersi degni di ricoverla allorchè non si
possiede. A che wi riduco allora il compito dell’uomo e la libertà del suo
volere? Per conciliare questo dogma con la dottrina del libero arbitrio, i teologi
distinsero varie specie di grasin: la grazia interiore, che ispira all’ nomo
buoni pensieri, pie risoluzioni, © lo porta a fare il bene; la grazia abituale,
cho risiede nella nostra anima, rendendolu cara a Dio © meritevole dell’ eterna
felicità; la grazia attuale, che è una operazione per la quale Dio illumina la
mente e muove la volontà nostra a fare un’opera buo: superare una tentazione,
adempiere un precetto; la grazi afficace, che opera infallibilmento sulla
volontà e alla quale l'uomo non resiste mai, malgrado la libertà che ba di
resistere; la grazia sufficiente che dona alla volontà abbastanza forza per
fare il bene, ma alla quale l’uomo può resistere, rendendola così
inefficace. Nell’ estetica la grazia è
qualche cose di distinto ο talora indipendento dalla bellezza, tantochè, come
osservò già il Winkelmann, ossa si trova anche in quelle forme che non sono
belle ed è un mezzo di supplire alla mancanza del bello. Generalmente, la
grazia è considerata come la bellezza di ciò che è piccolo, fragile, Gus 490
gentile; oppure come la bellazsa del morimento, comprendendo in questa
espressione anche le forme fisse, nelle quali la suggestione del movimento sia
non solo assai viva, ma anche principale. Per lo Schelling la grazia nell’ arte
à P espressione dell anima: Dopo che l’arte ha dato alle cose il carattere che
loro imprime l’ aspetto dell’individualità, fa un passo ancora; dà loro la
grazia che le rende amabili, facendo che esse sembrino amare. Oltre questo
secondo grado, non ve n’ha che uno, che il secondo annuncia ο prepara; è di
dare alle cose un’ anima, con cui esse non sembrano più soltanto amare, ma
amano. La grazia nelParte è l’espressione dell’ anima ». Per lo Spencer invece
la grazia è la bellezza del movimento, che non riveli uno sforzo ο che sia
vario di direzione, di volocità ο di composizione: questa varietà spiega
l’etorna freschezza della grazia. Il Guyau, accostandosi allo Schelling, fa
consistere la grazia in uno stato della volontà, della volontà soddisfatta o
che è portata a soddisfare altrui: ovvero nell espressiono del?’ amore, perchè
par che amie perciò è amata. Secondo il Masci, il sentimento del grazioso è un
sentimento gaio, che rifugge dalla serietà ο dalla gravità, © suppone un
contrasto oggettivamente e felicemente superato, di forma non di sostanza, di
sò stesso inconsapevole; esso ha per fattore psichico essenziale la porcezione
dell’ingenuità che non confini con la dabbenaggine, che non offra motivo di
disistima ο di sprezzo. Cfr. 8. Tommaso, 1*, 33, qu. CIX, art. 2,3 e segg.;
Jourdain, La fil. di S. Tommaso, trad. it. 1860, p. 203 segg.; Schelling,
System d. transcend. Idealiomus, 1801; ‘Taine, Philosophie de Vart, 1880; Guyan, L'art au point
de vue sociologique, 1884; Masci, Psicologia, 1904, p. 392 segg. (v. bello, comico, estetica, provvidenza,
premozione, scienza media). Gusto. T. Gesohmach ; I. Taste: F. Goût. Senso
chimico col quale si percepiscono i sapori. Di questi si distinguono quattro
fondamentali: l'amaro, il dolce, l'acido, il salato, ai quali alcuni aggiungono
il metallico © V alcalino. Le sen 491
Gus sazioni gustative sono molto complesso; quelle che ordinariamente si
riguardano come sensazioni di gusto, sono un misto di sensazioni di gusto, di
tatto, di olfatto © di temperatura. Infatti la mucosa boccale possiede papillo
gustative solo in alcune parti, come la punta e i margini luterali della
lingua, ls parto superioro 6 la superficie auteriore dol palato; nelle altre
parti non vi sono che corpuscoli tattili. I nervi del gusto sono il linguale,
che servo per il gusto della parte anteriore della lingua, e il glossofaringeo
per le altre parti della lingua ο della bocca.
In, per gusto ο buon gusto ο) intende la coltà di gindicare
intuitivamente ο sicuramente i valori estetici, specialmente in ciò che essi
hanno di corretto © delicato. Per il Shaftesbury ο l’ Hutcheson il gusto è lu
facoltà fondamentale non solo estetica ma anche eticn; l’uomo possiede, secondo
essi, un sentimento naturale ο profondo tanto per il buono quanto per il bello,
che non sono quindi oggetto di conoscenza razionale, ma di un intimo consenso
insito nella stessa natura dell'individuo. Per il Reid anche il gusto è
sottomesso a leggi: Quelli che sostengono che non v’ ha nulla d’assoluto in
materia di gusto, e che il proverbio che dei gusti non si devo disputare è di
applicazione illimitata, sostengono un’opinione insostenibile ; con le medesime
ragioni si potrebbe sostenere che non c'è nulla di assoluto in materia di
verità ». Kant inveco distingue il buono dal bello, in quanto il primo è ciò che
coincide con la nonna finale rappresentata nella legge morale, il bello invece
à ciò che piace senza concetto, come godimento affatto disinteressato ; quindi
è impossibile una dottrina estetica, v'è soltanto una critica del gusto, ciod
nua ricerca intorno alla possibilità del valore aprioristico dei giudizi
estetici; il gusto è infatti per Kant la facoltà di giudicare di un oggetto o
di una rappresentazione mediante un piacere o uno stato sgradevole, senza
‘alcun interesse ;... una capacità puramente regola 492 tiva di giudicare la forma nell’ unione dol
molteplice nella fantasia »; pord, la sentenza che dei gusti non si può
disputare, vale solo nel senso che in questioni di gusto con la prova
concettuale non si ottiene nulla, il che non esclude che sia possibile in ciò
nn appollo a sentimenti di valore universal. Per l'Herbart i giudisi del gusto
hanno un valore necessario ο universale, d’ indimostrabile evidenza, © «si
riferiscono sempre ai rapporti dell'esistente; quindi In morale è per lui un
ramo dell’ ostetica, in quanto questa si risolvo nella dottrina doi giudizi
estetici intorno ai rapporti della volontà umana. Cfe. Hutcheson, Philosophiae
mordlis institutio oompendiaria, 1754; Reid, Works, 1817, V, 215 seg.; Kant,
Krit. d. Urteilskraft, 1878, 1, $5; Blencko, Kants Unterecheidung den Sohönen
rom Angenchm, 1889; Wundt, Vòlkerpsychologie, 1900, vol. 1; Kiesow, Atti del IV
Congr. int. di pricologia, 1906; Windelband, Storia della fil., trad. it
Sandron, 1, 328; Höflding, Prychol., trad. frane. 1900, p. 130 ο segg. 1. Nella
logica formale designa le proposizioni particolari affermative (qualche À è 3).
Nella teoria della quantificazione del predicato indies lo proposizioni
parti-parziali afformative (qualche οἱ è qualche 1), mentre la lotters greca ı
designa le proposizioni parti-totali afformative (qualche .1 è tutto B).
Ibridismo. F. Hybridisme: I. Hybridiem. 1, accoppinmento fecondo di due
individui più o meno diversi tra di loro. Diconsi ibridi i prodotti stabili ο
instabili delle specio tra loro, e meticci i prodotti delle varietà o delle
razze. Nel linguaggio comune, però, ai riserba il nome di meticci prodotti
della fecondazione fra le diverse razze umane. Sembra eselusa la possibilità di
fecondazione tra individui appartenenti a ordini differenti ; è invece
accertata fra indiviIpe dui di differenti generi, i cui prodotti sono
indefinitamente fecondi, © di differenti speoie, i oui prodotti possono essero
infecondi, come i mali ei bardotti, 0 fecondi, come i piocoli della lepre ο del
coniglio, del cane e del lupo, del cano e della volpo. Si ha 1’ ibridiemo
unilaterale quando il maschio d'una specie dà Inogo et meticci fecondi con la
femmina @ un’altra specie, mentrechd una femmina della prima con un maschio
della seconda è sterile; 1 ibridiemo collaterale quando i meticci di primo
sangue sono sterili, mentro quelli di secondo sangue sono indefinitamente
fertili, così da dar luogo mediante i collaterali a una nuova razza; P
ibridiemo diretto quando i meticci di due ordini sono indefinitamente fecondi.
I fenomeni di ibridismo, non ancora pienamente spiegati, vi intrecciano ad
altri importanti problemi della filosofia zoologica, riguardanti la fissità,
l’unità, l’origine della specie, il concetto delle olassifionzioni zoologiche,
l'eredità, 1’ affinità sessuale, eco. Cfr. A. Suchotet, L'hydridité dana la
nature, 1888 (v. omogenesia, monogenismo, poligeniemo, varietà, specie, ecc.).
Idea. T. Idee, Vorstellung; I. Idea; F. Idee. Comunemente per idea si intende
ciò che non è reale se non in quanto è pensato, ciò che esisto soltanto nel
pensiero © per il pensiero; e si suol anche opporla alla sensazione, alla
percezione, alla imagine, in quanto designa i prodotti generali ed astratti
dell’ attivita dello spirito. Ma nella storia della filosofia l’ides assume significati
assai diversi ed implica varie ed importanti questioni riguardanti la sun
origine, la sua natura, i suoi rapporti col reale, eco. Quanto alla varietà dei
significati, da principio Ἴδέα equivale nella lingua greca a forma visibile,
aspetto; da ciò anche il significato di forma distintiva, di specie nel
significato cho questa parola ebbe presso gli scolastici : perciò Democrito
chiama gli atomi anche ἰδέαι, e Dionigi Massimo definisce le idee species vel
formas aelernas et incommutabiles rationes, secundum quas et in quibus
visibilio mundus formatur et regitur. IDE
494 Affine a questo è il
significato che Platone dà alla stessa parola, come vedremo più avanti; il
passaggio si può cogliore in questa definizione di Goclenio : Idea signifioat
speciem seu formam, sou rationem rei eziernam ; generatim idea est forma seu
exemplar rei, ad quod respiciens opifez affoit id quod animo destinarat. Per
Kant invece ha un valore differente: Per idea io intendo un concetto necessario
della ragione, al quale nessun oggetto adeguato pnd esser dato nei sensi »;
tali idee sono, per Kant, quelle d’unità assoluta del soggetto, di
sistematizzazione completa dei fenomeni (comprondente le quattro idee
cosmologiche ») e di ridusione all’ anità di tutte le esistenze, ideo alle quali
corrispondono rispettivamente l’anima, il mondo e Dio. In senso psicologico
l’idea equivale al concetto, considerato come fenomeno mentale in una
determinata coscienza; alcuni psicologi la distinguono dal concetto solo
perchè, mentre l’idea astratta può essere d’una qualità o d’ una proprietà, il
concetto è l’idea d’ una cosa ο d’un fatto, e in quanto tale raccoglio in sè,
come in una sintesi ideale, quegli elementi che devono costantemente associarsi
per costituire la conn 0 il fatto. Già con la tarda scolastica, ma più
specialmonte a partire dal sec. XVII, la parola idea si adopera anche per
indicare ogni oggetto del pensiero in quanto pensiero, în opposizione sia al
sentimento, all’ istinto, alla volontà, ciod ai fenomeni psichici non
intellettuali, sia alla cosa, all'oggetto esistente per sè, indipendentemente
dalla conoscenza che ne abbiamo. Infine, tanto nel linguaggio comune che in
quello filosofico, ides è adoperata ad indicare progetto, disegno, invenzione,
opinione, teoria, come appare dallo espressioni aver ’ idea di compiere qualche
com », idea della filosofia trascendentale », le idee filosofiche dominanti », le
ideo politicho di un uomo >, ece. Per questa varietà di significati, 1’
Hamilton dichiarava giustamente che è impossibile serbare a questa parola un
uso tecnico, e che non si può usarla se non nel senso vago 495
Ipr nel quale racchiude le presentazioni dei sensi, le rappresentazioni
dell’ imaginazione e i concetti ο nozioni dell’ intendimento: Le idee, parola e
cosa, sono state la orur philosophorum, dacchè Aristotele lo mandò nd imballare
fino ai giorni nostri >. Quanto alla natura 6 all’origine delle idee, per
Platone esse sono i veri reali, che non esistono come semplici enti del
pensiero, ma sono sostanziate in sè, immutabili ed universali; esse
costituiscono i tipi, i modelli esemplari ed eterni delle cose, le quali non
sono che imitazioni delle idee, e partecipano del reale solo in quanto
partecipano delle idee ; esse non possono venir apprese che dalla ragione, e
costituiscono una gerarchia al sommo della quale sta l’idea del bene, cioè il
bene stesso, dal quale le altre idee ricevono realtà e intelligibilitä. Per
Aristotele invece le idee non hanno una realtà separato dalle coso individuali
© sd esse anteriore, ma son poste in esse medesime; soltanto gli individui sono
i veri sussistenti sò, vere sostanze; l’universale esiste, ma nell’ individuo;
V idea non è un semplice vocabolo, ma associata ad un vocabolo viene a fissare
ciò che hanno fra loro di comune più individui della medesima specie. Da allora
in poi le due teorie rimasero sempre di fronte, ο si combntterono specialmente
nella scolastica sotto il nome di realismo la prima, conosttualismo o
nominalismo la seconda. Più tardi sorsero le varie dottrine circa l’origine
delle idee: secondo l’ innatiemo esse sono contenute nello spirito
anteriormente ad ogni esperienza; secondo il seneemo sono invece il prodotto
della nostra esperienza sensibilo; secondo 1’ empirismo derivano pure dall’
esperienza, ma non soltanto da quella esterna o sensibile, ma anche da quella
interna ossia dalla coscienza; secondo la dottrina pricogenetioa dello Spencer,
derivano non solo dall’csperionza dell’individuo mn ancho da quella della
specie, accumulata, organizzata ο traamessa sotto forma di virtunlitä
psicologica. La dottrina generale della ovoluzione, dico lo Spencer, concilia
1’ ipoIne 496 tesi sperimentale e quella intuisionistica,
ciascuna delle quali è parzialmente vera, ma insostenibile per sò stossa. Nel
sistema nervoso certe relazioni prestabilite esistono attraverso la
trasmissione, rispondendo a relazioni dell’ ambiente assolutamente costanti,
assolutamente universali. In questo senso esistono ‘‘ forme dell’ intuizione ”,
ciod elementi di pensiero infinitamente ripotati finchè sono divenuti
automatici e impossibili ad abbandonarsi. Queste reInzioni sono potenzialmente
presenti avanti la nascita nella forma di determinate connessioni nervose,
antecedenti e indipendenti dalle esperienze individuali, ma non indipendenti da
ogni esperienza, essendo state determinate dall'esperienza di precedenti
organismi ». Secondo il Condillac, sensista, non esiste una demarcazione netta
tra sensazioni ed idee; queste non sono iu fondo che sentimenti esistenti nella
memoria che li riproduce; così, parlando dell’ idea di spazio, ogli dice: La
sensazione sia attuale che passata di solidità è sola per sè stessa sontimento
ed idea ad un tempo. È sentimento per la relazione che ha con l’anima, che essa
modifica; è idea per la relazione che ha con qualche cosa @ esteriore.... Tutte
le nostre sensazioni ci appaiono come lo qualità degli oggetti che ci
circondano; esse dunque le rappresentano, e perciò sono dello idee ». Secondo
il Locke, empirista, le idee si dividono, quanto alla loro origine, in semplici
9 composte : le primo nascono dalla sensazione sola, ο dalla riflessione sola,
ο dall'una e dall'altra unite; le seconde invece derivano dalle primo; colle
idee semplici noi ci rappresentiamo le qualità dei corpi, sis primarie che
secondarie, le composte si distingnono in modi, sostanze ο relazioni, Però alla
parola idea Locke dà un significato assai vasto: Tuttocid che lo spirito
percepisce in ad stesso, o è l'oggetto immediato della percezione, del
pensiero, o dell’intendimento, io chiamo idea. La parola serve per qualunque
oggetto dell’ intelletto, quando l’uomo pensa, qualunque sin ciò che ocenpa lo
spirito nel suo pensare ». 497 Ir Lo stesso significato dà alla parola il
Berkeley, per il quale non esistono che gli spiriti e le loro funzioni, cioò
idee e volizioni; ma idee astratte, in quanto tali, non esistono nello spirito,
non sono che finzioni scolastiche, la loro apparenza deriva dalla espressione
verbale; in realtà non esistono che rappresentazioni singole, e alcune di
queste, grazie alla somiglianza ο all’ uguaglianza della denominazione, possono
rappresentare anche altro, simili a loro. David Hume si appropriò questa
dottrina, e distinse le impressioni originarie dalle loro copie : le idee non
sono che copie di impressioni, imagini sbiadite (faint images) ο non c’è idea
che si sia prodotta altrimenti che come copia di una impressione, 0 che abbia
altro contenuto fuori da quello che ha tolto dall’impressione. Secondo Kant,
esistono nello spirito leggi e forme invariabili, che sono ls condizione
necessaria del pensiero: di queste forme le une, le categorie, si applicano al
mondo fenomenico e sensibile, le altre, le idee, hanno un oggetto trascendente
e puramente intelli gibile: ora, siccome le idee sorpassano i limiti dell’
esperienza, non sono che forme logiche che regolano l’intelligenza, ο tutt'al
più non esprimono che uns possibilità. L’ Hegel invece, accostandosi a Platone,
non considera P idea come una mera entità logica, bensì come la più alta
realtà, per mezzo della quale tutto si spiega, 1’ essero 9 la conoscenza, la
natura e il pensiero, e nella quale tntto ha la propria ragione e il proprio
fondamento; da idea in sò, potenza non ancora evoluta, diventa idea per sà,
ossia natura, che si evolve per gradazioni infinitesime e continue, finchè
torna in sè, si fa spirito cosciente, dando luogo alla filosofia dello spirito,
alla famiglia, alla società, alla moralità e al diritto. Per il Rosmini I’ idea
è I’ essere possibile presente allo spirito; la sua presenza è appunto l’esser
noto: non ha altro effetto che far conoscere che cosa è essere »; l’idea e il
sentimento sono i duo primi clementi di tutto le cognizioni, che sono alla lor
volta anticip: 22 Ranzotı, Dizion. di
acienze filosofiche. IE 498 @ ogni deduzione e d’ogni argomentazione;
ogni applicazione dell’ idea dell’ essere nd uns data notizia è una
riflessione, Per il Gallappi l’idea è un elemento del giudizio »; egli
distingne le idee in accidentali od emensiali: sia le une che le altre sono, in
quanto idee, un prodotto della meditazione sui sentimenti, ma mentre per le
prime non tutti gli uomini hanno i sentimenti necessari alla loro formazione,
nessun nomo manca dei sentimenti necessari per la formazione delle seconde;
sono ideo essenziali quella dol proprio io, quella del proprio corpo e quella
di un corpo esterno, nonchè tutte quelle idee che l’azione feconda della
meditazione può sviluppare da queste e che si trovano in tutti gli nomini i
quali hanno 1’ uso della ragione. Per l'Ardigò l’idea è una reduplicazione
della sensazione »; la sua disformità dalla sensazione dipende unicamente dalla
ripetuta elaborazione specificatrice onde è uscita, ma i caratteri di
universalità ο di infinità, che all’ idea si attribuiscono con significazione
metafisica, sono propri anche della sensazione, che è riproducibile senza
terntine ο riferibile ad un numero illimitato di oggetti; gli uffici principali
dell’ idea sono tre: 1° è il campo mentale dei particolari, che in essa si
inquadrano como în una rappresentazione unica comnne, per il rapporto
fondamentale dolla loro somiglianza ; 2°è una rirtualità infinita di
rappresentazioni ulteriori; 3° è un segno di operazioni già eseguite o di
formazioni già ottenute. Quanto alla
classificazione delle idee, essa è impossibile nei riguardi dei loro oggetti,
che variano all’infinito ; per rispetto alla qualità ο forma si distinguono in
vere e false, chiare ο oscure, distinte e confuse, semplici e composte,
astratte ο concrete, individuali e collettive, particolari e generali ;
riguardo ai loro caratteri, si sogliono distinguere in contingenti, che hanno
per oggetto cose che possono essere e non essere, © necessarie, che hanno per
oggetto cose che non possono non essere : le prime sono determinate,
particolari, individnali, le secondo sono invece universali; nn’ idea con 499 IDE tingente e particolare dicesi idea
relativa, una necessaria ο universale dicesi idea ansoluta. Cfr. Platono, Tim.,
51 D; Rep., VI, 507 B; Fedr., 247 C; Aristotele, Met.;I, 9, 991 n, 11 segg.;
Bacone, Nor. Org., I, 23; Cartesio, Med., III, 4 5; Locke, Essay, I, cap. 1, $
8; Berkeley, Prino., I; Hume, Treat., I, sog. 1; Kant, Arit. d. reinen Fern.,
p. 274 segg.; Hamilton, Discussions on phylosophy. 1852, p. 69; Spencer, Prino.
of psychology, 1881, I, p. 467 negg.; Romini, Peioologia, 1848, t. II, p. 264
segg.; Id., Logica, 1858, Ρ. 85 segg.; Galluppi, Elem. di filosofia, 1820-27,
t. II, p. 9; Id., Lezioni di logica e metafisica, 1854, t. III, p. 999 segg.;
Ardigò, Op. fl.. I, 219 segg.; II, 461 segg. (v. associazione, archetipo,
entelechia, idealimmo, ecc.). Ideale. T. Ideel, Ideal; I. Ideal, Standard; F.
Ideel. Quando si oppone a reale, designa ciò che non ha una esistenza
obbiettiva, ma esiste soltanto come idea, cioè in quanto pensato. In questo
senso Goclenio lo definisce esse alicniun in mente secundum epeciem, in qua, ut
obiectiro prineipio, res cognoscitur. Per i platonici l'ideale costituisce una
specie di mondo perfetto ed eterno, anteriore e auperiore al mondo visibile,
ove quello talora si riflette fugacemente ϱ sempre in forma molto lontana dalla
perfezione. Per ideale si intende ancora il modello astratto, il tipo generale
ο perfetto della cosa; © nell’ agire morale cd artistico, il tipo di perfezione
che lo apirito costrpisco come fine da raggiungere, l’idea che si vuole
rappresentare nella materia. Nell’ arte I’ ideale risponde, secondo Hegel, al
bisogno di uscire dal finito, di volgere lo sguardo ad una sfera superiore più
pura ¢ più vera, dove spariscono tutte le opposizioni ο le contraddizioni del
finito, dove la libertà, svolgendosi sonza ostacoli e senza limiti, raggiungo
il ano scopo supremo. Questa è Ia ragione dell’arto ο la sua realtà è l'ideale:
La necessità del bello nell’ arte ο nella poesia risulta perciò dalla
imperfezione del reale. La missione dell'arto è di rappresentare, sotto forme
sensibili, lo ariluppo Ie 500 libero della vita © sovra tutto dello
spirito. Allora soltanto il vero è liberato dalle circostanze accidentali e
passeggere, sciolto dalla legge che lo condanna a percorrere la serio delle
coso finite; allora giunge ad una manifestazione esteriore, che non lascia
scorgere i bisogni del mondo prossico della natura, ad una rappresentazione
degna di lui, che ci offre lo spettacolo d’ una forza libera, non dipendente
che da sò stessa, avente in sò stessa la propria destinazione © non ricevente
le proprie determinazioni dal di fuori ». Nella moralità I’ ideale è più
propriamente un modello proposto al nostro agire sociale; ma ciò cho lo
sorregge è, anche qui, il senso dei limiti opposti dalla realt& che ci
circonda al nostro volere, e il bisogno di snperarli. Il sentimento di questa
limitazione, dice il Wandt, risveglia, riguardo alla attività creativa del
volere, la rappresentazione che il nostro volere è I’ organo di un volere
infinitamente perfetto, per la cui attività sol. tanto diventa intelligibile l’
illimitata capacità di sviluppo del pensiero ο della attività umana. Così si
convertono le norme volitive nell’ ideale, che, non mai raggiungibile, deve
esser sempro oggetto di aspirazione ». 1,’ ideale si sposta infatti da ogni
istante; la realtà di oggi è l’incarnazione dell’ ideale di ieri, come l'ideale
di oggi sarà In realtà di domani. In questo senso l’ ideale è In concezione del
possibile © dell’ infinitamente possibile; quantunque non esista che nell’
idea, è vero in quanto sia fondato sulla conoscenza positiva di quanto I’
essere ha di essenziale. Cfr. Goclenius, Lex. philosophioum, 1618, p. 209;
Hogel, Poétique, trad. frano., p. 45 segg.; Wundt, Logik, 1893, II, p. 514;
Colozza, 1) imaginasione nella acienra, 1900, p. 104 segg.; Gaultier, L’ideal moderne,
1908. Idealismo. T. Idealismus; I. Idealiem ; F. Idéalieme. Termine di
significato molto generale e vario, con cui si designano quei sistemi
filorofici che considerano la sostanza ultima del roale come spirituale; oppure
cho considerano 501 Ip 1 idea sia come principio della
conoscenza, sia come principio tanto della conoscenza quanto della realtà.
L’idealismo si oppone quindi al materialismo, che considera la sostanza ultima
del reale come materiale, © al realismo, cho sostiene la validità della percezione
immedista del mondo esteriore come tale, l’esistenza dell oggetto sia quale noi
lo percepiamo, sia come causa delle nostre sensazioni. L’ idealiemo si divide
anzitutto in due specie; luna, detta idealismo gnoseologico, psicologico,
soggettivo, spiega il mondo per l’attività immanente dello spirito sulle
proprie rappresentazioni; l’altra, detta idealismo obbiettivo, metafisico,
realistico, ammette, al contrario del primo, un mondo realo indipendente dalla
conoscenza che ne abbiamo, ma lo considora di natura spirituale, cioò come una
forma di coscienza: perciò è detto anche spirifualiemo, ο monismo
spiritualislico, iu quanto per esso non v'ha altra realtà che quella
spirituale. Le forme dell’ idealismo metafisico sono varie: se il principio
spiritunle è da esso concepito come trascendente, l’idealismo dicesi teistioo,
se immanente panteistico © aucho naturalistico; ο particolarista se ammette con
Plutono idee reali distinte ο archetipi, unirersalista so ammette con Hegel uno
sviluppo o sistema uno e continuo, deterministico in quanto per esso l’idea in
sò, assoluta, lo spirito, determina gli atti umani senza vincolo alcuno con la
realtà materiale (natura). A quest’ ultimo si oppone l’idealismo
contingentistico o indeterministico, che estendendo ni fatti del mondo fisico
la libertà colta direttamente noi fatti della coscienza, considera il
determinismo scientifico v la necessità naturale come illusioni della nostra
mento, e riduce gli stessi principi logici ad nn semplice stromento soggettivo,
col quale cerchiamo di rendere intelligibile la realtà ponendo in essa un
ordine che corrisponda alle nostre esigenze conoscitive ; fiorisce attualmento
in Francia, è sorto da lontane origini kantiane e da un più diretto influsso
sia dell’ idealiamo pluralistico del Lotze sia delIpE 502 1°
idoalisiuo finalistico, ο teleologion, 0 estetico del Ravaisson, del Lachelier
e di Paul Janet. A seconda poi della forma di coscienza posta a fondamento
della realtà, l’idealiemo può essere sensistion 0 empirico, volontaristico, razionalistion
0 panlogistico; il primo risolve la materia in una possibilità permanente di
sensazioni e lo spirito nella possibilità permanento degli stati interni (J. 8.
Mill); il secondo concepisce la volontà non solo come il principio della vita
dello spirito ma anche como il fondamento reale ed assoluto di tutte lo cose
(Schopenhauer); nell’ ultimo il mondo esteriore risulta dallo sviluppo sia di
esseri pensanti, di ragioni individuali sia di una ragione cosciente
universale, sia infino di un sistema di idee indipendenti dalle coscienze,
incosciente almeno per lo coscienze umane, © che si pone come un oggetto per
rapporto ad esse: è il movimento dialettico dello spirito obbiettivo (Fichte,
Schelling, Hegel). Ma nelle scuolo filosotiche che succedettero a Kant, © per
designaro lo scuole medesime, si è fatto ο si fa un vero abuso del termine
idealismo. La stossa dottrina kantiana che il suo autore chiamò idealismo
trascendentale dei fenomeni, porchd considera tutti i fenomeni come
rappresentazioni ¢ non come cose in sè, 6 ritiene il tempo © lo spazio come
condizioni nostre è denominata ora idealismo critico, perchò risulta da
un'analisi ca dei poteri umani di conoscenza; ora idealismo razionalistico,
perchè risolve la sostanza in un rapporto, che il pensiero impone a priori ai
fenomeni; ora idealismo agnostico, in quanto ammette l’esistenza in sè dello
cose ma nega all’uomo la possibilità di conoscerlo. Le dottrine di Fichte,
Schelling, Hegel ο Schopenhauer sono complessivamente denominato ora idealismo
metafisico, ora idenlismo trascendentale, in quanto negano con Kant che spazio,
tompo, materia, ece. siano determinazioni del realo o coudizioni delle cose in
sè; ora idealismo assoluto, in quanto per essi le cose sono interamente
prodotte dall'attività del pensiero individuale ο universale ; ora idealismo
noumenico 503 lo (noumenal idealiem), in quanto
interpretano il mondo noumenico come un conoscibile mondo mentale. Ciascuna di tqueste
dottrine ricevo poi delle denominazioni non meno oscillanti ; la più comune è
quella che caratterizza la dottrina di Fichte come idealismo soggettivo, o
etico, in quanto colloca V’ ideale, principio d’ ogni esistenza, nel soggetto
morale considerato come assoluto; quella di Schelling como oggettiro, ©
esletico, in quanto fa della natura ο dello spirito due manifestazioni di un
essere originario, superiore all'oggetto © al soggetto e a tutti i contrari che
in esso coincidono; quella di Hegel come assoluto, o logico, in «quanto,
mediante la tesi della convertibilit del reale nol razionale © del razionale
nel reale, rappresenta la formulazione ultima v compiuta dell’idealismo
metatisioo. Oggi però si dà un significato un po’ diverso alle espressioni
idvalismo critico e idealismo etico, che designano due importanti indirizzi
della filovofia contemporanea; entrambi muovono dal concetto kantiano, che non
la realtà dotermina l'atto conoscitivo, ma questo mira a costruir quella, o,
come diceva Kunt, che non la natura detta le suo leggi al ponsiero, ma questo
et quella: ma mentre I’ idealismo eritico non si propono la giustificazione del
processo crentivo della realtà, limitandosi a spiegare l’illusorietà dei
concetti di realtà, di obiettività, di sostanza, ecc., I’ idealismo etico crede
di poter indicare il motivo fondamentule dell’ esplicuziono dell'attività dello
spirito nelle sue vario forme, motivo che sarebbe appunto l'esigenza morale;
per l’idenlismo etico non è I’ essere la categoria fondamentale atta a servirci
di guida nella costruzione del mondo, ma il dorer essere, come risulta sia
dall’ esame della funzione conoscitiva (essendo ogni giudizio una decisione
volontaria che richiede un apprezzamento), sia dalla riflessione critica au)
concetto di realtà (la quale realtà, indipendentemente dall'atto mentale che la
pone e l’afferma. non è cho nna possibilità, e si riduce quindi a ciò che
Ipk 504
roclamu l’atto mentale). Idenlismo ontologico, o anche idealivmo
teologico, fa detto il sistema del Rosmini e del Gioberti, secondo cui l’idea
dell’ Essere, che s’ identifica in ultimo col reale assoluto, splende di
continuo alla nostra mente, è oggetto d’un atto ο visione immanente del nostro
spirito, in quanto la applichiamo in ogni nostro atto intellettivo. L’
idealismo guoseologico, portato alle sue estreme conseguenze, dicesi più propriamente
soliprismo 0 semetipsismo: esso sostieno la realtà non dei soggetti, ma del
solo soggetto pensante; dato infatti che il mondo osteriore non esiste, non è
che la nostra rappresentazione, anche gli altri soggetti non avranno altra
realtà che il mio pensiero, di modo che io non posso affermare che una cosa: la
mia usistenza porsonale. Affine all’ idealismo solipsistico è quello che oggi
dicesi idealiemo personalistico 0 anche pluralistico ; accanto alla mia
coscienza personale esso riconosce I’ esistenza di altre coscienzo, risolvendo
così la realtà in tanti centri spirituali o persone, in rapporto di coesistenza
e di interazione. Esso ha molti punti di contatto con la dottrina del Berkeley,
che comunomente si denomina idealismo s09gettito © metafisico ο ancora
spiritualiemo assoluto, montre Kant lo chiamò idealismo dogmatico,
contrapponendolo all’idealismo problematico di Cartesio. Finiamo avvertendo
ancora che, per tutte queste espressioni, In terminologia filosofica è
estremamente vaga, arbitraria e fluttuante. Cfr. Laas, Idealismus und
Positiviemus, 1884; R. B. Perry, Prosent philosophical tendencies, 1912; A.
Fouilléo, Le mouvement idealiste οἱ la reaction contre la soience positite,
1906 ; L. Branschwiog, L'idéalieme contemporain, 1905; Masci, 1) idealismo
indeterminista, Atti della R. Aco. di Napoli », vol. XXX, p. 96 segg.; Villa,
Z’idealismo moderno, 1905 ; A. Chiappolli, Dalla oritica al nuovo idealismo,
1910; A. Aliotta, La reazione idealistica contro la scienza, 1912; C. Ranzoli,
Le forme storiche dell’ idealismo ο del realiemo, in Linguaggio dei filosofi,
1918, pp. 59-104. 505 Ipk Ideasione. T. Ideation; I. Ideation; F.
Idéation. Si ulopera talvolta per designare genericamento il lavoro cogitativo,
il processo psicologico e logico per cui si vengono formando e svolgendo lo
idee; oppure il processo per cui una sensazione diventa idea. Altre volte ha
significato più ristretto ancora, designando lo sviluppo di una determinata
serio di atti mentali. Il Rosmini, in base al suo idealismo antologico, definisce
l’ ideazione quella funzione della mento ner mezzo della quale nella specie
piena di nn ente indi vile, ο considerato como tale, ossa trova altre spocie
picne, aon perchè si comprendano in casa belle © formate, ma Derchè sono in
essa contenuti i loro rudimenti, dei quali la mente si servo por formarle. Cfr.
Rosmini, Pricologia, .848, vol. II, p. 272 segg.; Sergi, La psychologie
physiol., irad. franc. 1888, p. 143 (v. ente, essere, specie). Idee-forze. F.
Idées-foroes. Il Fouillée chiama filorofia lello idee-forze la propria
dottrina, che attribuisce alle idee in quanto tali una azione sugli altri
fenomeni, per opporiziono a tutto le altre dottrine evoluzionistiche (Spencer,
3oin, Maudsley, Huxley) che nell’ evoluzione non introdusono alcun fattore di
ordine mentale, e considerano i fatti pichici come semplici risultati
collaterali senza influonza propria, como fenomeni sovragginnti ο epifenomeni
supericiali, incapaci di contribuire in nulla al corso delle cose. V
espressione di idee-forze egli 1’ usa per racchiudervi tutti i modi d’influenza
possibile che l’idea può avere, per opjosizione alle ideo inattive che non
entrano per nulla nel isultato finale e non sono che simboli. La parola idea
poi, 10n è presa nel senso stretto di stato di coscienza rappreæntativo d’un
oggetto, ma nel senso largo di stato oscienza intellettualo, affettivo e
appetitivo. La forza di questo idce non consiste nel creare dei movimenti nuovi
€ direzioni nuove di movimenti ; essa non è cho l’attività osciente, la legge
psichica cho collega la volizione col pensero © col sentimento; questa forza
psichica è infatti la Ink 506 sola propriamento detta, perch’ le forze
meccanicho uon sono che movimenti. Cfr. A. Fouillée, Morale des ideesforces, 1908 ; Id., La
psychologie des idées-forces, 1893; 1d., L'évolutionnisme des idées-forces,
1890. Idee rappresentative. F.
Idées représentatives. Dicesi teoria delle idee rappresentative la teoria
secondo la quale tra la coscienza ο l'oggetto esteriore conosciuto da essa, non
c'è relazione immediata, ma soltanto relazione indiretta per mezzo d’un fertium
quid, l’idea, che è ad un tempo lo stato ο l'atto della coscienza, da una
parte, ο la rappresentazione dell’ oggetto conosciuto dall'altra. Quosta tworia
fu sostenuta da Cartesio, Locke, Reid; ma 1’ ospressione con cui si indica
sembra aver avuto origino dalla polemica di Arnauld contro Malebranche. Cfr. Arnauld, Dee vraies
ot des fausses idées, od. J. Simon, p. 38-39. Identità. Gr. Tastöryg; Lat. Identitas; T. Identität;
1. Identity; F. Identité. Il porsistere dell’ nuità della cosa, attraverso il
variaro degli attributi, degli accidenti o dei modi. L'identità di due cose è
la luro medesimezza, la mancanza di qualsiasi differenza tra loro; tale
identità assoluta è giudicata impossibile da molti filosofi, in quauto, perchò
duo coso siano realmente due, occorre che almeno siano fuori l'una dall’ altra,
cioè difteriscano almeno nella situazione; due cose assolutamente identicho non
potrebbero duuque essere che la stessa cosa. L'identità nel primo senso, cioè
la persistenza dell’ unità della cosa, è considerata como il carattere
essenziale della sostanza, ciò che distingue la sostanza dai fenomeni. Si suol
distinguere l'identità della materia inorganica, da quella dell’ organica ©
del? anima umana; la prima non è che la persistenza delle molecole di cui la
materia si compone, la seconda risiede nella organizzazione e nella vita
stessa. Quanto al. l'identità dell’ anima, ο identità personale, essa è,
seconde molti filosofi, la sorgente medesima della nostra idea d’identità: L'identità
personalo, dice il Reid, è l'identità per 507
Ins fotta; essa non ammetto gradi diversi; essa è il tipo ο la misura
naturale di tutte lo altre identità, che sono imperfette. La nozione generale
d’identità deriva dalla credenza nella nostra identità personale. Dove
percepiamo una grande somiglianza, siamo indotti a collocare codesta identità
reale con cui siamo tanto familiari. La credenza nell’ identità delle altre
persone non è che una congettura; la credenza nella nostra propria identità è
nna certezza invincibile. L'identità degli oggetti del senso non è mai
perfetta, poichè tutti i corpi sono divisibili e in porpetuo cangiamento; ma,
quando il cangiamento è graduale, noi lasciamo all'oggetto il suo nome di prima
e diciamo che è il medesimo oggetto ». Secondo gli spiritualisti, U identità
dell’ anima è uns conseguenza della sua natura spirituale, semplice, inestesa,
che non può dar luogo nd ad aggiunte ο sostituzioni nd a cambiamenti successivi
; © ci è anche confermata, sin dalla percezione dell’ Io, sia dalla memoria,
sia dalla previsione del futuro, per il quale lnvoriamo in rapporto alla nostra
coscienza del passato, sia dalla possibilità dell’imputabilità morale delle
uzioni compiute in ogni tempo © condizione della vita. L' dell’ anima è nogata
dai materialisti ο dai fenomenisti, per i quali V anita dell’ lo non è che la
tà della coscienza, il connettersi dei fatti psichici successivi; quin PP Io,
se è uno, è nello stesso tempo molteplice, in quanto è la sintesi effettiva per
cui ogni singolo fatto psichico è riforito 0 alla somma dei precedenti © alla
sorio cui appartione: in tale costante riferimento risiede il sentimento
dell'identità del proprio Io: Lo spirito, dice Hume, è una specio di teatro ove
ogni percezione fa la propria comparsa, passa e ripassa, in un continuo
cangiamonto.... E questa metafora del teatro non deve ingannarci; à In
successione delle nostre percezioni che costituisce il nostro spirito, ο noi
non abbiamo alcuna idea, nemmeno lontana e confusa, del teatro in cui codeste
scene sono rappresentate. Il fondaIps
508 mento della nostra credenza
nell’identità personale è in codesto legame e in codesto passaggio facile delle
nostre idee, prodotto dai principi di associazione, di causalità, di
contiguità, di somiglianza >. Gli
scolastici distinguevano due spocie d'identità: P identitae realis, che compete
alle cose indipendentemento dalla operazione dell'intelletto, come quella che
compete agli attributi divini; 1’ identitas rationalie, cho deriva da un atto
della ragione o in esso consiste, come quando concepiamo medesima la natura di
due uomini, sebbene l'abbiano realmente distinta. Dicosi filosofa dell'identità (IdentitätsPhilosophie)
ogni dottrina, in generalo, che ammetto l'identità originaria ο sostanziale
dello spirito e della matoria, del pensiero e dell’ essere, del soggotto ο
dell’ oggotto in un terzo quid, oppure li considera come due aspetti di un solo
e medesimo essere. Più particolarmente, dicesi filosofia dell’ identità 1’
idealismo assoluto dello Schelling, che pone come fondamento del reule un
Assoluto, suporiore a tutti i contrari che în esso coincidono : esgo è quindi P
identificazione perfetta e l’unità del soggetto © doll’oggetto, del reale e
doll’ ideale, dello spirito ο della natura, che si attun poi nell'universo,
passando per tutto le ditteronziazioni possibili: La untura, egli dico, deve
ossoro Jo spirito visibile, lo spirito la natura invisibile. Qui adunque,
nell’assoluta identità dello spirito in noi e della natura fuori di noi, deve
risolversi il problema, del come una natura fuori di noi sia possibile ». Il
primo passo alla filosofia ο la condizione senza la quale non si può entrare
addentro in essa nemmeno una volta, è questa veduta: che I’ assoluto Ideale sia
anche l’ assoluto Renle ». L’idontità ansolata fu ammessa anche da altri
filosofi, che la concepirono sia, come il Bruno, qualo immanenza dell’ uno nel
molteplice, sia, come lo Spinoza e l’ Hegel, ‘qual immanenza del molteplice
nell’ uno. L’ordine © la concatenasione delle idee, dico Spinoza, è identico
all’ ordine e alla concatenazione delle cose... Da ciò risulta che la potenza
del pen 509 IDE siero di Dio è identica
alla sua potensa attuale d'azione, ossia che tuttocid che risulta formalmente
dalla natura infinita di Dio, risulta obiettivamente, in Dio, dall’ idea di Dio
nell’ identico ordine e nell’ identica concatenazione. ... La sostanza pensante
© la sostanza estesa non sono che una sola e medesima sostanza, compresa ora
sotto un attributo ora sotto 1’ altro. Così un modo dell’ esteso e l’idea di
codesto esteso non è che una sola e medesima cosa, ma espressa in due maniere
differenti ». L’ essere, dice Hegel, è nella sun essenza intima pensiero, © il
pensiero nelle sue prodazioni è una cosa sola con } essere: questa unità del
concetto e dell’ essere è ciò che stabilisce il concetto di Ρίο». 11 primo
filosofo che affermò I’ identità assoluta del pensiero con l'essere fu
Parmenide, per il quale non ο) ὃ pensiero il cui contenuto non corrisponda all’
essere, pensare ed essere sono lo stesso, τὸ γὰρ αὐτὸ vosty ἐστίν τε xal εἶναι.
--Nella matematica diceei identità una uguaglianza, sis quando i termini sono
interamente espressi, sia quando l'eguaglianza sussiste qualunque sia il valore
attribuito alle lettere. Cfr. Aristotele, Phye., 25r, 116 D; Met., V, 29, 1024 b, 32 segg.;
Spinoza, Ethica, 1. II, teor. VII, corol., scolio; Humo, Treatiso on human
nature, 1739, V, 6; Roid, Works, 1827, vol. III, cap. IV; Schelling, Naturph.,
1803, p. 64 segg.; Hogel, Enoyol., $ 51; Rosmini, Psicologia, 1846, t. I, p. 90
segg.; Ardigò, L'unità della coscienza, 1898; A. Rey, Identité et réalité, Rev.
de metaphysique », luglio 1909 (v. anima, spirito, indiscernibili, emanatiemo,
panteiemo, s0atanzialità, ecc.). Identità
(principio di). Il principio razionale che afferma l’identico dell’ identico:
ciò che è, è, ciò che non è, non è; oppure: il medesimo è il medesimo, l’altro
è l’altro. Si anole esprimere con In formula: A -= 4. Tuttavia questa formula,
che esprime una identità nssoluta, non sembra propria, in quanto è applicabile
solamente ai giudizi noi quali il secondo termine è la ripetizione del IDE 510
primo; ora tali giudizi sono semplici tautologie, non esprimono la
formula generale del pensare ma ne sono la negazione. Perchè l'identità riesca
feconda nel lavoro conosoitivo deve essere intesa relativamente, ciod secondo
certi limiti del contenuto e dell’ estensione dei concetti. In altre parole non
il riferimento dello stesso allo stesso, bensi il riforimento di nozioni o
cose, che in parte e sotto un rispetto coincidono, mentre nel resto e sotto
altri rispetti diversificano. In questo caso soltanto, infatti, non è soltanto
logica ma legittima ed utile la sostituzione dell’ identico, Il principio
d'identità fu formulato in diversi modi dai filosofi; G. Buridano : quodlibet
eat vel non est; Cartesio: impossibile est idem simul esse ot non ease ; Locke:
lo steso è lo stesso; Leibnitz: ogni cosa è ciò che essa è; Cr. Wolff: idem ene
est illud ipsum ens, quod ene, seu omne A est A; Schelling: la proposizione A =
A è possibile soltanto mediante l’atto espresso nella proposizione Io = Io;
Lotze: ogni contenuto pensabile è uguale a sè stesso ο diverso da ogni altro.
Por l Hamilton la sua importanza logica sta in ciò, che esso è il principio di
ogni affermazione ο di ogni definizione logica: Esso esprime la relazione di
totale medesimezza (eameness) in cni un concetto sta con tutti i suoi caratteri
costitutivi, e la relazione di parziale medesimezza in cni sta con ciascuno di
essi. In altre parole, esso dichiara l’ impossibilità di pensare il concetto e
i suoi caratteri come reciprocamente diversi ». Nell’ ontologismo del Rosmini
il principio d'identità acquista un valore particolare: esso infatti esprime I’
ordine dell’ essere e deriva dal principio di cognizione (I essere è oggetto
dell'intelligenza), perchè si conosce l'ordine dell’ essero in quanto la mente
conosce V’ essere, si conosce che 1’ essere è essenzialmente uguale a sò stesso
in quanta si conosce l’essenza dell’ orsere. Cfr. Schelling, Syet. d. trans,
Idealismus, 1801, p. 55 segg.; Lotze, Grandziige d. Logik, 1891, Hamilton,
Lecturer on logic, 1860, p. 79 segg.; Ra 611
Ipe smini, Nuoto saggio, 1830, II, p. 15 sogg.; Id., Logioa, 1853, $
337-349. Ideologia. T. Ideologie, Denkgebilde; I. Ideology; F. Ideologie. Con
questo nome il Destutt de Tracy ed altri con Ini designano la soienza del
pensiero, in quanto non implica, come la psicologia, lo studio dell’ anima, che
è una delle cause su cui specula la metafisica, nè, come la metafisica stessa,
riguarda la natura degli esseri, le cause prime piuttosto che le loro
manifestazioni fenomeniche, ma comprende soltanto lo studio degli effetti,
l’analisi dei fonomeni, l'inventario metodico del contenuto della coscienza.
Secondo il Galluppi, l'ideologia è la scienza delle idee essenziali all’ umano
intendimento >, quali sarebbero I iden del proprio me, quella del proprio
corpo, quelle di possi bilità, durata, sostanza, attributo, eco.; egli dichiara
di preferire questo vocabolo a quello più antico di ontologia, © scienza dell’
essere in generale, perchè l'ontologis suppone che le nostre idee corrispondano
esattamente agli oggetti in sò stessi: questa supposizione non è niente
filosofiea: sarebbe stato necessario premettere una questione preliminare sul
valore di queste nozioni di cui tratta 1’ ontologia. Bisognava cercare come lo
spirito umano può permettersi di passare dalla regione del suo pensiero ο delle
aue idee a quella dell’ esistenza. L'ideologia stessa, spiegando l’origine di
queste nozioni essenziali allo spirito nmano, avrebbe somministrato i dati per
la soluzione del proposto problema... L'ideologia dunque non è che ¥ ontologia
ragionata e filosofica. E un’ ontologia poggiata sopra una base solida ».
Secondo il Rosmini è la scienza del lume intellettivo, col quale l’uomo rendo
intelligibili a sè stesso i sensibili, da cni trae l’universo sapero >; essa
è scienza formale, ha per principale fondamento 1’ osservazione interna ©
tratta dell’ essere oggetto della mente, vale n dire dell'unione dello apirito
umano coll’ essere intelligibilo sotto forma d’ iden e di concetto. Secondo il
Franck l'ideologin Ipe-Inı 512 à la scienza delle idee considerate in sè
stesse, cioè come semplici fenomeni dello spirito umano ». Secondo il
Windelband, non è improbabile che il Destutt de Tracy abbia tolto il nome di
ideologia dalla Wiseonschaftelehre del Fichte. Alcane volte però alla parola
ideologia si dà un significato diverso, angi opposto, in quanto designa una
scienza di pura astrazione, un insieme di ragionamenti aprioristici, di idee
pure. Cfe. Destutt de Tracy, Éléments d'idéologie, 1801, I, p. 5; Galluppi,
Elementi di filosofia, 1820-27, U, p, 2; Id., Lezioni di logica e metafisica,
1854, t. III, p. 982 segg.; Rosmini, Ideologia e logioa, 1853, t. IV, p. 458 segg.;
Id., Pricologia, 1846, t. I, p. 23 segg.; Windelband, Storia della filosofia,
trad. it. Sandron, II, p. 142 4, 369 segg. Ideologioo. Ί. Ideologisch; I.
Ideologioal ; F. Idéologique. Tutto cid che riguarda le idee, il pensiero in
generale; così dicosi evolnzione ideologica, fattore ideologico, ecc. Dicesi
argomento ideologico una delle prove a priori dell’esistenza di Dio, ricavata
dalla eternità delle idee. Esistono delle verità, che sono indipendenti dal
mondo in cui si realizzano © dalla coscienza nostra che le contempla; deve
dunque essorvi una mente eterna di cui sono oggetto essenziale, ο in cui
risiedono ab aeterno, altrimenti la loro nocessità ed oternità non avrebbe
fondamento (v. Dio, ontologico, morale, fisico, cosmologico, storico). Ideorrea.
Stato di disgregazione mentale, costituito da fuga di rappresontazioni e da
ideazione confusa, esuberanto, senza legame logico, Si manifesta in alcune
malattio mentali e costituisce il lato interno della logorres. Cfr. Dagonet,
Nour. traité des maladier mentales, 1894, p. 828 segg. Idiosinorasia (ἴδιος: ==
proprio, civ = con, xp&atg temperamento). T. Idiosynorasie; I.
Idiosynorasy, Idiocrasy; F. Idiosynerasie. In sonso proprio designa le
disposizioni individuali n sentire in modo particolare l’azione degli agonti
esteriori, apecio dei medicamenti; ma si adopera anche per designare l'insieme
dolle varietà individuali cho 58 ,
Ini-Ipo si incontrano negli individui di una medesima specie, e costituiscono
il temperamento. Non va confusa con I’ idiosincrisi, con cui si designano un
insieme di fenomeni diversi che si manifestano spontaneamente in uno stesso
individuo. Idiotismo. T. Blödeinnigkeit; I. Idiotiem ; F. Idiotisme. Uno doi
gradi infimi di debolezza mentale; appartiene al gruppo delle frenastenie ο arresti
di sviluppo. L' idiota fu definito come un essere estrasociale ; esso infatti
presenta una inettitadine assoluta al lavoro ordinato, non prova alcun
interesse per l’ambiente che lo circonda, è incapace di concepire rapporti
sociali elevati ο di provare sentimenti nltruistiei, non ha altra
preoconpazione che di soddisfare i propri bisogni fisici; i suoi sensi sono
straordinariamente ottusi, specie il tattile e il dolorifico ; 1’ affettività
rudimentaria ο irregolare; i movimenti lenti ed impacciati. L’idiota si
distingue psicologicamente dall’ imbecille, perchè, pur essendo l’uno e l’altro
dei deboli di spirito, il secondo ha imaginazione disordinata, associasioni
rapide e incoerenti, attenzione desta ma instabile, grande concetto di sè
stesso unito ad insofferenza per ogni lavoro ordinato. Per idiotiamo morale si
suol intendere la cecità morale, ossia l’assenza totale © Patrofia degli
impulsi altruistici, sociali, estetici ; si distingue dalla follia morale, che
consiste invece in impulsi anormali. Cfr. Sollier, Psychologie de l’idiot et de
T'imbéoile, 1891 (v. obefrenia). Idolatria.
T. Abgötterei; I. Idolatry; F. Idoldirio. Consiste nell’ adorazione delle
imagini come se fossero le stesso persone divine, ed è propria delle religioni
primitive o dei popoli selvaggi. Essa ha origine dal simbolismo religioso. Da
principio imagine divina, appena fabbricata, non è compresa che como un
semplice simbolo; poi a poco a poco, continuando ad essere adorata, perde la
sua natura di emblema ο di semplico analogia, per identifienri con l'oggetto
reale del culto. Cfr. F. B. Jevona, L' idea di Dio 23 Raxzorı, Di . di scienze filosofiche.
Ino 514
nelle vel. primitive, trad. it. 1914, p. 4, 14 (v. feticiamo, religione,
simbolismo). Idoli. Lat. Idola; Gr. Et2oXa. Bacone chiama così, nella prima
parte del suo Organo, quelle anticipazioni ed errori che la mente umana
aggiunge alla esporienza, falsando in tal modo il concetto della natura. Gli
idoli e le nozioni false, che invasero l’intelletto umano e vi gettarono radici
profonde, non solo ingombrano le menti degli uomini in modo che la verità a
mala pena vi può trovare accesso; ma anche se lo trovasse, ricompariranno di
nuovo nella riforma delle scienze e saranno moleste, qualora gli nomini,
preavvisati, non si muniscano al possibile contro di esso ». Egli enumera
quattro classi di idoli da cui bisogna guardarsi: 1. idola tribus, che sono
inerenti alla stessa natura umana in generale, perchè l’anima dell’ uomo è come
uno specchio male aggiustato, che, mescolando la propria natura a quella degli
oggetti, li altera e li deforma; 2. idola spocus, che derivano dall’
individualità propria di ciascuno, perchè ciascuno di noi è prigioniero nello
speco profondo dei suoi pregiudizi; 3. idola fori, che sono dovuti al
lingnaggio e si assorbono col commercio degli altri nomini ; 4. idola theatri,
che s’imparano nelle varie scuole filosofiche, le quali sono appunto come tante
finzioni teatrali, che l'autore ha cercato di rendere verosimili senza
riuscirvi. Purificata l’esperienza da tutte queste illusioni, cossa il cömpito
della parte negativa della logica (pars destruens) e comincia quello della
parte positiva, che consiste nel riordinare i materiali ottenuti con l’
esperienza. Cfr. Bacone, Novum Organum, I, ΧΧΧΝΙΙΙ segg.; Do Dignitate, 1. V,
cap. ıv, $ 8-10. Idolologia. T. Eidolologie. Una delle quattro parti cni
dividesi, secondo l’ Herbart, la metafisica. Essa move dall’ Io, di cui cerca
levare In contraddizione, ο contiene quindi le fondamenta essenziali della
psicologia. La parola idolologin si adopera anche con significato
dispregiativo, per indicare una scienza di fantasmi, nna scienza costituita di
astrazioni e di imagini vnote. Cfr. Herbart, Allgemeine Metaphysik, 1828, 1, p.
71. : Ignava ratio (ἀργὸς λόγος). Gli antichi logici chinmavano così quel
sofisma, che si fonda sopra una cognizione confusa ed erronea del soggetto.
Cicerone ne reca questo esempio: se il fato ha predestinato che tu guarisca,
guarirai, se ha predestinato che tn muoia, morrai, adoperi o no il medico; ma è
certo che si compirà P ana o l’altra di queste due predestinazioni del fato,
dunque à inutile che tn adoperi il medico. Il Rosmini chiama tale sofiama il
pigro e lo pone nella categoria dei sofismi che derivano dall’ infinito non
compreso: con esso infatti si parte dalla presupposizione di conoscore la
maniera di operare dellente infinito, non volendo confessare d’ignorarla, ο αἱ
attribnisce quindi alla causa prima la maniera d’operaro delle canse seconde,
che sole si conoscono. Cfr. Cicerone, De fato, 12, 28; Rosmini, Logica.
Ignorabimus e la celebre formula con cui il fisiologo Reymond esprime
l’insolubilità assolta dei problemi metafisici, opponendola all’ ignoramus
provvisorio della scienza intorno ai problemi d'ordine materiale. Codosti
problemi insolubili ο enigmi dell’ unirersn sono sette: l'essenza della materia
ο della forza; l’origine del movimento; l’origine delle sensazioni elomentari ;
la libertà del volere; l’origine della vita; la finalità della natura;
l’origine del pensiero ο del linguaggio umano. La parola ignorabimua è divenuta
poi il simbolo usuale dell’ agnosticismo scientifico. Va notato, infine, che il
punto di partenza dell’agnosticismo sia di Reymond sin di molti altri
scienziati, è il presupposto che la sola vera scionza rin In meocaniea e cho
conoscero significhi soltanto formulare meccanienmento: ogni voluta
teleologien, estetica o valutativa è nna concezione antropomortica, dalla quale
bisogna liherarsi per non considerare il mondo che sotto l'aspetto Ton 516
quantitativo del movimento delle masse materiali. Cfr. Dubois-Reymond,
Über die Grenson des Naturerkennens, 1872; 1d., Die sieben Welträtsel, 1882; De
Sarlo, Studi sulla fil. contemporanea, 1901, p. 2 segg.; C. Ranzoli, L’
agnosticiemo, i suoî significati e le sue forme, in Linguaggio dei filosofi,
1913, p. 105-154. Ignoranza. Lat. Ignorantia; T. Unwissenheit; I. Ignoranco; F.
Ignorance. Assenza di conoscenza intorno a qualche cosa. Gli scolastici ne
distinguevano tre specie: ignorantia negativa ο simplicis negationis, la
semplice mancanza di una conoscenza che non si è obbligati a possedere, ad es.
In filosofia per una donna; i. privativa ο privationis, la maneanza della
conoscenza in chi è atto o obbligato ad averla, ad es. la storia della
filosofia per un filosofo; i. pravae diapositionis, U’ errore contrario alla
conoscenza che uno devo avore, ossia l’ ignoranza colpevole. Con I’ espressione dotta ignoranza (doota
ignorantia), già usata da 8. Agostino, S. Bonaventura e resa celebre da Niccolò
da Cusa, s'intende quel sapere di non sapere, che, nelle cose inacceı alla
mente umana, come la natura di Dio, costituisce I unica forma di conoscenza ©
il segno della vera sapienza. Cfr. S. Agostino, Epist. ad Probam, Migne, ep.
130, C. 15, $ 28; Uchinger, Der Beyrif docta ignorantia in seiner geschichil.
Entwicklung, Arch. f. Gesch. d. Phil. », vol. VIII, 1895;. P. Rotta, Il
pensiero di Niccolò da Cusa, 1911. Ignoratio elenchi (ἄγνοια ἐλέγχου). Termine
della scolastica, con cui si designa quel sofisma, detto anche della questione
sbagliata, che trao origine dal credere falsamento che l'opinione dell’
avversario sia contradditoria alla propria, mentre non è. Con lo stesso nome si
sogliono designare anche quei sofismi che si fondano sopra I’ ignoranza delle
regole della contraddizione e della confutazione: come, nd esempio, se uno
ignorasse che fra 1’ esser doppio dell’ uno © non esser doppio del tre non v’
ha contraddizione, perchè non è esser doppio e non doppio sotto lo stesso
rispetto : ILL 517 1 por tal modo la
confutazione cho uno vi fondasse su non sarebbe che apparente. Cfr. Aristotele, Anal.
pr., II, 20, 66 b, 11; De soph. elench., 6, 168 a, 18; Logique de PortRoyal,
III, 19. Ignotum per ignotum.
Espressione della scolastica, con cui si designa quella fallacia di
ragionamento che consiste nel pretendere di dimostrare nna cosa ignota per
mezzo di un’altra ugualmente ignota, Questa pretensione di far conoscere una
cosa nota per un'altra ignota, osserva SERBATI (vedasi), è frequente ne’
semidotti, che nl ragionamento sostituiscono un gergo, che sorprende gli
inesperti, una delle tanto arti della vanità umana ». Cfr. Rosmini, Logica,
1853, p. 278. Illasione v. conclusione. Illuminismo. T. Aufklärung. Si denomina
così quel largo e complesso movimento degli spiriti, verificatosi nel sec.
XVIII ed estesosi a tutti i popoli di cultura europea, che ha questi principali
caratteri: disdegno per le sottigliezzo dialettiche, conceziono pratica della
filosofia come sapienza della vita, studio apparsionato dei problemi
riguardanti l'essenza dell’uomo 6 la sua posizione nel mondo; ricerca della
possibilità e dei limiti della conoscenza scientitica; penetrazione della
filosofia nella cerchia della cultura generale e sua fusione col movimento
letterario. L’ illumimo 8'inizia in Inghilterra, ove, dopo il periodo
rivoluzionario, la lotteratura e la filosofia avevano raggiunto un grande
sviluppo; di qui passa in Francia, acquistandovi un carattere più vivace e una
tendenza decisamente ribello contro l'ordinamento contemporaneo dello Stato ο
della Chiesa; dalla Francia si diffonde poi in Germania, già intollettualmento
preparata a riceverlo e dove esso raggiungo la sun più nobile espressione nella
poesia tedesca. Corifeo dell’ illuminismo inglese è Giovanni Locke, perchè
seppe trovare una forma piana e popolare di esposizione empiricopsicologica per
le linee generali della concezione cartesiana. ILL 518
Del’ illuminismo francese è pioniere Pietro Bayle, il cui Dizionario
promuove la tendenza della cultura verso lo scetticismo religioso; Voltaire è
il grande scrittore che a questa tendenza diede la più eloquente espressione.
La Germania era già conquistata al movimento dell’ illuminismo mediante la
filosofia del Leibnitz ο il gran successo cattedratico ottenuto da Cristiano
Wolf ; qui, per mancanza d’un pubblico interesse unitario, lo idee
dell'illuminismo assunsero nel campo psicologico, politico e religioso una
grande varietà, ma senza un nuovo spirito creatore, finchè non furono portate a
maggiore altezza dal movimento poetico ο dalla grande personalità di un Lessing
e di un Herder. «Cfr.
E. Zeller, Geschichte d. deutschen Philosophie seit Leibnilz, 1873; Leslie
Stephen, History of english thought in the 184 contury, 1876; Ph. Damiron, Mémoires pour
servir à l'histoire de la philosophie au 18me sidole, 1858-64; Windelband,
Storia della flosofia, trad. it. 1913, vol. I, p. 85 segg.; II, p. 115 segg. Illusione. T. JUusion,
Täuschung; I. Ilusion; F. Illusion. Fenomeno psicologico, che dipende, como
l'allucinazione, da una sovreceitazione dei centri corebrali ο periferici; ma
mentre l’allucinazione consiste nel porre come realo ciò che è puramonte
mentale, 1’ illusione consiste invece nol percepire l'oggetto diverso da quello
che realmonto è, assuciando alla sensazione di esso imagini latenti nei centri
sensitivi. L'illusione si può dunque definire quel fenomeno per cui s’intograno
i dati sensibili attuali con dati mentali preformati, non conformi alla reale
natura dell'oggetto. «Ρος illusione s’ intonde, dice lo Zichen, quella
sensazione per la quale esiste realmente uno stimolo esteriore, ma cho non
corrisponde qualitativamente a codesto stimolo ». Secondo I’ Ebbinghaus, il
processo psicologico dell'illusione può svolgersi in due modi diversi; nell’
uno vi è contraddizione tra la realtà obbiettiva, quale noi la prevediamo in
base alle leggi della vita psichica, ed uno dei
519 IuL suoi stati occezionali
dovuto alle loggi della natura >; nell’altro le impressioni prodotte sono
modificate e deviate nel senso delle rappresentazioni esistenti, cosicchè le
stesse eccitazioni obbiettive sono percepite in modo diverso a seconds doi
pensieri © delle conoscenze relativo a quelle che già si posseggono ». La
distinzione fra illusione e allucinazione non è sempre praticamente possibile,
perchè non sempre si può dire se si tratti di nn oggetto esterno falsamente
percepito, o di una rappresentazione formatasi noi centri cerebrali
indipendentemente dal mondo esterno. D'altro cuuto, spesso le illusioni si
convertono gradatamente in alIncinazioni: Il grado dell’ illusione, dice il
Sully, cresco proporzionalmento al orescere della forza dell’ elemento
imagiuntivo rispetto alle impressioni attuali, finchè nelle illusioni sregolste
del pazzo la quantità delle impressioni attuali diventa evanescente. Quando
questo punto è raggiunto, l’atto della imaginazione si mostra come un processo
puramente creativo, ossis come una allucinazione ». L’ illusione apparisce in
parecchie malattio mentali, specie nella paranoia tipica ο nella mania. In
quest’ ultima gran parte della sintomatologia è costituita appunto dalle illu V
ammalato vede gli oggetti rovesciati, impiccioliti o smisuratamente ingranditi,
scambia 1) infermiore con un amico, un parente, una persona illustre; un
mobile, un bicchiere, assume ai suoi occhi delle proporzioni fantastiche ©
spaventose; i minimi rumori che giungono al suo orecchio diventano schiamaszi
sssordunti o musica piacevolissima ; le bevande hanno talvolta il gusto di
nettaro delizioso, tal’ altra di un liquido avvelenato. Ms l'illusione può
avvenire anche negli animali e nell’ uomo solo per offetto di distrazione o di
suggestione. Si dicono iMusion gli amputati quelle per cui, per un tempo più o
meno lungo dopo l’amputezione di uu arto, l'individuo sente |’ arto stesso al
sno posto abituale e prova acuti dolori, specio alla ana estremità. Questo
fatto, secondo alcuni, è di naIL
520 tura puramente intellettuale;
secondo altri dipenderebbo dalla irritazione delle fibre nervose contenute
nella cicatrice del moncone. Diconsi illusioni della memoria, per distinguerle
dalle sensoriali, quelle per cui i ricordi non sono più giustamente associati
fra loro nella loro successione nel tempo, ο ai ricordi esatti si mescolano
prodotti della fantasia; e quelle per cni si riconosce falsamente ciò che in
realtà è percepito o conosciuto per la prima volta. Dicosì #llusione di
Aristotele quella per cui, quando #’ incrocin il dito indice col medio ο
s’interpone tra i polpastrelli delle due dita una pallina posta sul tavolo,
sembra di tovcare due distinte pallino; illusione paradossale quella che si
verifica talvolta nella misura della sensibilità tattile per mozzo del compasso
di Werber e che consiste nella falsa percezione di duo punte, quando in realtà
vi è lo stimolo d’una sola punta; illusione del Rivers quella nella quale,
toccando con due baochettino i due bordi dello ditu che nell’incrociamento
guardano lateralmente, si ha l’impressione di una bacchetta nelle dita;
ilusioni ottiohe-geometriche, tutti quegli errori di giudizio che commettiamo
sorvendoci dell’ occhio come misura della grandezza, errori il cui studio entrò
nella scienza spocialmente con l’Oppel ο P Helmholtz, od è oggi oggetto
importante di ricerca in tutti i Inboratori di psicologia sperimentale ; osso
sono spiegato como prodotte sia dai movimenti degli occhi (Wundt, Binet), sia
dall’ irradiaziono (Lehman), sia da cause psicologiohe (Lippe, Benussi).
Infine, estendendo illegittimamente il significato della parola, si parla
talora di illusioni logiche, metafisiche, estetiche e morali : le prime
sarebbero i sofismi, le seconde gli scambi dei fenomeni con le cose stesse, le
terze gli scambi dello rappresentazioni artistiche degli oggetti con gli
oggotti stessi, dolle apparenze gradevoli con la verità, lo ultime quelle con
cui circondiamo la vita di speranze, desideri, aspirazioni, ecc. Cfr. Mach,
Sitsungaber. d, Wiener Akad., 1861; Lipps, Raumäntelik u. geom. opt.
Täuschungen, 1897 ; 521 ILL-ILo Th. Zichen, Leitfaden d. physiol.
Psyoologie, 1893, p. 182; Wandt, Grundries d. Peychol., 1896, p. 274 segg.;
Sully, Outlines of Paychol., 1885; Id., Illusions, 1881, p. 120; Ebbinghaus,
Préois de psychologie, trad. franc. 1912, p. 168171; M. Foucault, 1 illusion
paradozale, 1910; Ardigò, Op. fil., IV, 381 segg.; Botti, R. Aco. delle scienze
di Τοrino, 1908-1908; A. Pegrassi, Le illusioni otticho nelle figure
planimetriche, 1904 (v. riconoscimento, poramneria). Illusionismo. T.
Iusioninmus; I. Illusioniem ; F. Ilusionisme, Con questo termine, che ha sempre
significato peggiorativo, #’ indicano talvolta le dottrine che risolvono la
conoscenza nel fenomeno, o non ammettono altra certezza che quella che
l'individuo ha dei propri stati di coscienza, considerando quindi il mondo
esterno como nn puro fantasma mentale. S’applica anche alla dottrina di Cartesio,
Malebranche, Fénelon, che pono il mondo esterno como problematico. Dico il
Fénelon: Tous ces 6ires, dis-je, peurent avoir rien de réel et n'être qu'une
puro illusion qui κο passo toute entière on dedans de moi seul, Talvolta è
dotta illusionismo anche la dottrina dello Schopenhauer, in quanto considera la
natura estoriure, così come ci appare estesa nollo spazio o perdurante nel
tempo, come un fantasma, un fonomeno cerebrale. Cfr. Fénelon, De Vezistenoe et des
attr. de Dieu, 1861, p. 120. Ilosoismo (Όλη =
materia, {Gov animale). T. Hylozotemus;
I. Hylozotem; F. Hylozoisme. Dottrina
filosofica la quale considera come inseparabili la materia ο il principio della
vita e pono quindi la materia come vivente, sin in sò stessa sia in quanto
partecipa all’azione di un’ anima del mondo. Il vocabolo fu usato la prima
volta dal Cudworth, la cui dottrina delle nature plastiche è ilozoistica. L’
ilozoismo si distingue dal materialismo ο dallo spiritualismo in quanto nè fa
risultare la vita da una combinazione meccanica di parti preesistenti, nd la fa
derivare da un principio superiore o separato, Dio, Idea, Spirito, cho formi ©
vivifichi la maIma teria, ma considera la materia come attiva 0 vivente, dotata
cioè di spontancità ο di sensibilità. L’ ilozoismo è dottrina propria della
scuola ionica, e più tardi della stoica. ‘Tra quella e questa sta l’ilozoismo
di Stratone di Lumpsco, che concepisce la forza divina come immanente nella
natura stessa, In quale contiene in sò le cause della generazione e della
dissoluzione : Strato, qui omnem vim dirinam in natura sitam esse censet, dice
Cicerone, quae oausas gignendi, augendi, minuendi habeat, sed careat omni sensu
et figura, Esso ricompare poi, con caratteri diversi, nei filosofi naturalisti
del Rinuscimento, e in F. Glisson, H. More, Diderot, Buffon, Robinet. Nei tempi
moderni I’ ilozoismo ha assunto, specialmente con Czolbo, Noiré ο con 1’
Haeckel, la forma più scientifica del pampsichismo. Cfr. Aristotelo, De An., I,
1,3; Cicerone, De nat. deorum, I, 13; A. G. Pari, Ricerche analitico-razionali
sopra la fisica, l'analisi ο la vita della molecola chimica, 1834; Hacckol,
Natürliche Schopfungageschiohle, 1889, p. 20 segg. (v. genorazione, mediatore
plastico). Imaginazione. T. Einbildungskraft, Phantasie; 1. Imaginalion; F. Imagination.
Nol suo senso più largo è l'attitudino a riprodurre delle sensazioni passate;
in senso stretto è la facoltà di croare delle nuove rappresentazioni concrete.
Il primo significato è il più antico; così Hobbes dico che imaginatio nihil
aliud est re vera quam propter obieoti remotionem languoscena vel debilitata
sensio ; Cr. Wolf: faoultas producendi perceptiones rerum sensibilium absentium
faoultates imaginandi seu imaginatio appellatur; Galluppi: l'imaginazione è In
potenza dello spirito di avere nell’assenza di un oggetto sensibilo la sua idea
». Il Reid restringeva ancor più il significato del vocabolo, ritenendo che
soltanto le sensazioni visive potessero servire di materia alla imaginazione.
Per 1’ Hamilton l' imaginazione, nel suo più largo significato, è la facoltà
rappresentativa dei fenomeni sia del mondo esterno sia dell’ interno »; egli
nota giustumente cho imaginazione è parola ambigua, in quanto esprime sia 1’
alto dell’ imaginare, sia il prodotto dell’ atto medesimo, ciod 1’ imagine
imaginata ». La stessa osservazione fa James Mill: L'imaginazione ha due
significati. Essa designa sia una certa attività, sia la potenzialità di una
attività. Sono due significati che è assai necessario non confondere ». Per
materia 0 contenuto dell’ imaginazione si intende l’insieme delle sensazioni che
entrano a costituirla; por forma dell’ imaginazione si intendono invece lo
operazioni di accrescimento, diminuziono, sostituzione, dissociazione e
associazione con cui lo spirito trasforma le imagini. Quasi tutti i psicologi
moderni sono concordi nel distinguere due forme fondamentali di imaginazione :
l'una, detta riproduttita ο rappresentativa, è quella che consisto nella
semplice riproduzione delle imagini passate; l’altra, detta oreatrice,
novatrice, incentiva, produttiva, costruttica è quella che si vale del
materiale offerto dall’ esperienza per oreare imagini nuove, medianto le
operazioni psicologiche dell’ astrazione, della determina zione e della
combinazione. Tra questo due forme princi pali, alcuni pongono una forma
intermedia, detta com! natrice, che consiste nel decomporre e ricomporre, più o
meno coscientemente, le rappresentazioni, in modo da 80stituire al reale il
fantastico. Le ricerche della moderna psicologia dimostrano che I’ imnginaziono
non crea nessun nuovo contenuto; così il cieco nato non può avere imagini
visivo; anzi il Jastrow ha provato che se la vista si perdo fra il quinto e il
settimo anno, i centri visivi subiscono un regresso funzionale, per cui la
facoltà della imaginazione visiva si perde gradatamente. Molti psicologi
unificano l’imaginazione riproduttiva alla memoria, riserbando alla creatrice
il nome di imaginazione: altri invece la voglion distinta dalla memoria in
quanto montre in quella è assente ogni idea del passato, e la rappresentazione
dell’oggotto è talmente viva e distinta da sembraro cosa presente, nella
memoria è essenziale ο caratteristico il riforimento al Ima 524
passato. Il Wundt distingue invece 1) imaginaziono in attira © passiva:
l’attiva è quella in cui la volontà opera una scelta fra le varie
rappresontazioni che si offrono alla oocasione di una uguale dissociazione, e
per tal modo compara, conforme a un piano, il particolare per convertirlo in un
tutto; è passiva quando noi ci abbandoniamo al gioco delle rappresentazioni
eccitate nel nostro spirito da una rappresentazione generale qualunque. Analoga
a questa, è la distinzione dell’ imaginazione in rolontaria ο anlomatica,
oppure quella in sensitiva ο intelletlica ο riflessa. Altra divisione
comunissima è quella dell’ imaginaziono in viviva, uditica ο motrice: essa si
fonda sul fatto che lo imagini dotate di maggior chiarezza o precisione sono
quelle provenienti dalla vista, dall’ udito e dal senso muscolare, o che
individuo prevale quella di queste tre forme di imaginazione, che corrisponde
alla maggiore finezza d’ uno dei suoi sensi. Ricordiamo infine che, rispetto
all’ oggetto cui si applica, l’imaginazione inventiva à stata distinta nello
tro varietà di artistica, scientifica ο pratica, ciascuna delle quali comprende
tante speoie quanti sono i gruppi di arti, di scienze ο di attività in cui si
estrinseen In vita dello spirito. Cfr. Hobbes, De corp., ο. 25 ; Crist. Wolf,
Payohol. empirica, 1738, 692; Galluppi, El. di filosofia, 1820, vol. I, p. 181;
Hamilton, Reid's Works, 1863, p. 291, 809; J. Mill, «Anal. of the hum. mind,
1871, II, 239; Wundt, Grundzüge à. phys. paychol., 1893, vol. II, p. 1 segg.;
Ribot, Kesai eur l'imagination creatrice, 1900; L. Dugas, L'imagination, 1903;
A. Schöppa, L’imagination, sa nature et son importance pour la vie mentale,
1909; G. A. Colozza, 1 imaginazione nella scienza, 1900; A. Murchesini, 1?
imaginazione creatrice nella filosofia, cd. Paravia (v. imagine, fantasia,
dissociazione). Imagine. T. Bild, Vorstellung; I. Image; F. Image. In senso
ristretto è il contenuto d’una presentazione ο rappresentazione, specialmente
visiva. In senso generale è sinonimo di rappresentazione e di percezione
mediata, © indica il 525 Ins fatto del riprodursi di sensazioni
passate senza lo stimolo diretto dell’ oggetto sensibile. Il sorgere delle
imagini è determinato non da uno stimolo esterno o interno, ma da ımo stimolo
intorcerebrale, e condizionato al persistere dello impressioni sensibili. Le
sensazioni che più facilmento si riproducono sono quelle della vista e dell’
udito; ma si hanno anche imagini tattili, olfattive, termiche, muscolari, occ.
Dicosi imagine retinica quella proiettata dagli oggetti culla retina; imaginé
postume quelle prodotte da un oggetto in movimento, la oni velocità è tale che,
prima che sia esanrita l'eccitazione prodotta da una località dell'oggetto
medesimo, sorge I’ eccitazione della località vicina; imagini ipnagogicke
quella serie di imagini allucinatorie ο illusorio che costituiscono il sogno;
imagini entoptiche le sensazioni visive prodotte da una eccitazione della
retina, detorminata «a un qualunque stimolo che non siano le vibrazioni
Inminose, come l'alterazione dei tessuti, l’ applicazione di sostanze chimiche,
la pressione, ecc.; fmagini conecoutire quelle che persistono nell’ occhio
quando è cessato lo stimolo diretto dell’ oggetto esterno. Lo imagini
consecutiv dovuto forse ni processi chimici della retina, per i quali si ha la
visione, sono dapprima negatire ο complementari, per divenire poi positire ο di
ugnal colore; vale a diro cho da prima gli oggetti chiari appaiono neri, i nori
chiari, i colorati del colore contrario o complementare ; poi le im gini sia
eromatiche che acromatiche tornano a comparire colle stosso proprietà di colore
e di chiarezza degli oggetti reali. Cfr. J. Philippe, L'image mentale, 1903 ;
E. Peillanbe, Les images, 1911 (v. contrasto, stroboncopio, stimolo,
imaginazione). Imbecillità. T. Schwachsinn; I. Imbecillity, Mental weachness;
F. Imbécillité, Appartione al gruppo delle frenastenie o arresti di sviluppo
psichico, ¢ presenta una grande varietà sin di formo cho di gradi. Vi è
l’imbecillità morale, in cni, rimanendo intatta o quasi l'intelligenza, è
profondamente Im 526 turbata l’affettività, scarso e quasi nullo
il senso morale, debole V inibizione; l’imbecillità geniale, in cui, fra mezzo
al turbamento di alenne attività psichiche, altre presentano un grado anormale
di sviluppo, come la memoria, specie musicale, e ’ attitudine a determinati
lavori manuali; 1’ imbecillità parziale, che colpisce solo una sfera della vita
psichica; l’imbecillità totale che la colpisce tntta. Si può dire che tante
sono le forme d’imbecillità quanti i caratteri umani ο che gli elementi comuni
a quasi tutte sono I’ instabilità dell’ attenzione, la debolezza delle capacità
logiche, la mancanza d'iniziativa ragionata e l'irregolarità della condotta. Cfr. Sollier, Payohologie
de l’idiot et de Vimbécile, 1891 (v. ebafrenia, idiotiemo). Imitazione. T. Nachahmung; I. Imitation; F.
Imitation. Psicologieamente indica ogni fenomeno psichico, cosciente © no, che
ha per carattere di riprodurre un fenomeno psichico anteriore. Nell’ estetica,
1’ imitazione della natura fu considerata per lungo tempo, cominciando da
Platone e da ‘Aristotele per venire fino al Batteux, come l'essenza delParte.
Così per Aristotele la radice psicologica dell’ arto sta nel piacero che si
prova nell’ imitazione, piacere che, in ultima analisi, non è che un effetto
dell'impulso a conoscore, in quanto noi riconosciamo nell’ imagine 1’ oggetto
rappresentato ; 1’ imaginazione artistica ai elova al di sopra dell’imitazione
comune in quanto Jo sue imagini non ritraggono gid le cose e le azioni, offerte
dalla realtà, come pure copie o riproduzioni, ma come rappresentazioni della
vera essenza di esse, non come sono, ma come potrebbero ο dovrebbero essere,
ola ἄν γένοιτο; in tal modo l'imitazione estetica ottiene che i sentimenti,
suscitati dall'opera d’arte secondo la sua particolare natura, abbiano nello
spettatore un’ eco di purità e di pienezza. La teoria dell’arte como imitazione
è ancora accettata da molti, a malgrado delle gravi obiezioni rivolto contro di
essa in ogni tempo; si è detto infatti che l'imitazione della natura è non solo
una inntile 527 Im ripetizione di ciò che la natura stessa
offre spontaneamente, ma è anche umiliante per l’uomo, che di fronte ad essa
sento tutta la propria inferiorità; 1) imitazione è tanto più fredda quanto più
vicina all’ originale, e, come ha fatto notare Kant, il canto dell’usignuolo,
imitato dall’uomo, ci dispiace non appena ci accorgiamo che è opera di un uomo;
limitazione può forse giustificarsi nella pittara ο nella scultura, ma come
sarebbe possibile nell’architettura, nella musica, nella poesia? Si è osservato
ancora che nella natura 0’ anche del brutto, e che, come scrisse lo Schelling gli
imitutori hanno l'abitudine di appropriarsi i difetti dei loro modelli
piuttosto e più facilmente delle loro bellezze, perchd i primi sono più facili
a cogliersi, più evidenti, più afferrabili; perciò noi vediamo che, in tal
senso, gli imitatori della natura imitano più spesso il brutto che il bello ed
hanno persino una notevole predilezione verso il primo ». Hegel ha osservato
che il vero piacere dell’uomo è nel creare non nell’imitare, e che l’arte
risponde anzi al bisogno di sorpassare la realtà, idealizzandola: Il principio
dell’ imitazione, essendo puramente esteriore e superficiale, è distrutto
«quando si spieghi dandogli per fine l'imitazione del dello quale esiste negli
oggetti. Limitazione deve essere fedele e nulla più. Parlare d’ una differenza
tra gli oggetti come belli o brutti, è introdurre nel principio una distinzione
che non contiene... La missione dell’ arte è di rappresentare, sotto forme
sensibili, lo sviluppo libero della vita, e specialmento dello spirito. La
verità nell’ arte non può dunque essere In semplioe fedeltà, a cui si limita
quella che dicesi l’ imitazione della natura ». Tra le argomentazioni dei
moderni segnaci dolls teoria della imitazione, rtporteremo soltanto questa d'un
psicologo contemporaneo, l’Höffding: La forma più semplice dell’ imaginazione
artistica, è l’imifazione della natura, e, in un certo senso, non la sorpassa
mai. Ben cogliere ο ben rendere il roale in tutta la sua ricchezza ο la sua
individualità è un compito che non si può assolvero IMM 528 se
non a condizione che l’intuizione e |’ imaginazione abbinno raggiunto il loro
più alto sviluppo. È questa la parte di realismo contenuta in ogni arte e che
si manifesta ora come studio del dato, freddo ed imparziale, ora come una
cenriosità simpatica e desiderosa di ben comprenderlo. Senza questa parte di
realismo, l’arte vaga nel vuoto ». Nella
sociologia l’ imaginazione ha assunto una grande importanza col Tarde, per il
qualo la legge dell’ imitarione à il principio fondamentale su oui la vita
sociale si regge: come il fotto meccanico elementare è la comunicazione e la
modificazione di un movimento determinato dall’azione di una molecola ο di una
massa sopra un’ altra, così il fatto sociale elementare è la comunicazione e la
modificazione di uno stato di coscienza per l’azione di un essere cosciente
esercitata sopra un altro ». I} Baldwin, che in parte concorda con le idee del
Tarde, distinguo queste forme di imitazione: imitazione cosciente, in cui quello
che imita sa che imita; suggestione imitativa, in cui chi imita non ha
coscienza d’ imitare; imitazione plastica, ossia la conforinità subcosciente a
tipi di pensiero e di azione, come avviene nelle folle; autoimitazione, o
imitazione di sò stesso con sò stesso; imitazione semplice e i. persistente, la
prima delle quali si compie rapidamente, mentre la seconda richiede una serie
di sforzi per riusciro; imitazione istintiva ο i. volontaria, determinate da un
atto di volontà o da un istinto. Cfr. Siebock, Arietotele. trad. it. Sandron,
p. 140 segg.; Hegel, Système des beauzarts, trad. franc. Bénard, t. I;
Höffding, Psychologie, trad. frane. 1900, p. 240 segg.; Battenux, Les beauz-arte réduits à un
même principe, 1747; Tarde, Les lois de l'imitation, 1890-95; Id., La logique
sociale, 1895; Baldwin, Mental derelopment in the child and the race, 1895;
Id., Social and ethical interpr. in mental development, 1897; G. Pistolesi,
L’imitazione, 1909. Immanente. T.
Immanent; I. Immanent: F. Immanont. Si oppone n trascendente ο n transitiro,
qualche volta anche a esterno, e designa in generale ciò che risiede nell’
essere, 529 Imm l’azione per cui essere produce degli
effetti in ed stosso. In un significato metafisico si applica a Dio,
considerato como la causa sostanziale ed immanente di tutte le cose
(panteismo); quindi tra Dio e il mondo non v’ ha alcuna distinzione. In senso
psicologico si applica alle azioni umane, ο precisamente a quelle che non
escono dai limiti della coscienza, che non si manifestano con effetti esteriori
: così è immanente il pensiero, transitiva la volontà, almeno quando muove il
corpo. L’ilozoismo consiste nel considerare In vita come una proprietà della
materia ο quindi immanente alle cose; il dinamismo considera invece la forza
come immanente all’essere. Gli scolastici contrapponevano l’aotio immanens
all’actio transiens ; le azioni immanenti sono quelle, dice Goclenio, per quas
passim, id est, subiectum non trasmutatur. Spinoza dice che Dio è la causa
immanente e non transitiva di tutte lo cose. Tutte le cose che eslstono,
esistono in Dio e devono essere concepite da Dio. Dunque Dio è la causa delle
cose che esistono in lui;... inoltre fuori di Dio non esiste alcuna sostanza,
alcuna cosa che esista in sè;... dunque Dio è la causa immanente di tutte le
cose e non la loro causa transitiva ». Per Kant sono immanenti i principî la
cui applicazione è strettamente racchiusa nei limiti dell'esperienza possibile;
e l’uso di questi principi nel mondo dell'esperienza si chiama uso 4mmanente.
Cfr. Goelenio, Lezicon phil., 1613, p. 1125 ; Spinoza, Ethica, 1. I, teor. 18;
Kant, Proleg., § 40 (v. immanentismo, immanenza). Immanentismo. T.
Immanentimus; I. Immanentiem : F. Immanentisme. Quell’ indirizzo della filosofa
religiosa contemporanea, che considera la religione come nn risultato spontaneo
di esigenze inestinguibili dello spirito umano, esigenze che trovano la loro
soddisfazione nell'esperienza tima e affettiva della presenza del divino in noi
; esso perciò rigetta come convenzionale la rappresentazione astratta ©
frazionaria del reale, e non ammette le prove concettuali e discorsive dell’
esistenza di Dio. Esso si proclama in per34
RanzoLi, Dizion. di si ‚nze filosofiche. Imm 530
fetto accordo con la tradizione, sia patristica, sia acolnstien: la
prima infatti, considerando Varistotelismo como esizialo alla professione
dell’ortodossia cristiana, ritenne la fede suftìciente a sd stessa; la seconda,
pur caratterizzata dal sopravvento preso dal realismo logico sull’intuizionismo
mistico, non dimenticò mai l'argomento morale quando volle provare le realtà
dello spirito, i loro valori e i loro destini. Tuttavia V immanentismo fu
condannato dall’ enciclica Pascendi dominioi gregis, che ne fissa così i due
errori caratteristici : a) l'opinione che il sentimento religioso sorge per immanonza
ritale dalle profondità della subcoscienza, e cho in tale immanenza sta il
germe di ogni religione; b) l'opinione cho Dio è immanente nell’uomo, il che
implica logicamente cho l’azione di Dio si confonde con quella della natura ο
che non csiste sovrannaturale. Contro queste acense gli immanentisti obbiottano
che esse falsano In loro dottrina, la qualo non è quel grosso errore che 1’
enciclica sembra credere, ma anzi è la via seguita per giungere al divino da
tutta la migliore tradiziono cristiana. Cfr. E. Thamiry, Les deux aspeots de
Vimmanence et le problème religieux, 1908; Laberthonnière, Saggi di filosofia
religiosa, trad. it. 1907; It programma dei modernisti, 1908, p. 97-112 (v.
agnosticiamo, credenza, fode, fideiemo, immanensa, modernismo). Immanenza. T.
Immanens ; I. Immanence; F. Immanence. Carattere di ogni attività che risiede
nell’ essere, e trova nell’ essere stesso il suo principio e il sno fine. Si
può considerare sotto due aspetti : quello dell’ immanenza assoluta, che
esolude la possibilità di qualsiasi influenza esteriore snl soggetto
dell'attività immanente, il quale sarebbe come un sistema chiuso in sè,
indipendente, sufficiente a sò stesso; quello dell’immanenza relativa, per cni
l’attività immanente nel soggetto ha bisogno, per esplicarsi, di arriochirsi di
dati esteriori ο implica per ciò stesso l’ esistenza di un trascendente. Dicesi filosofia dell’ immanenza
(Immanensphilosophie), l'indirizzo rnppresentnto da W. Schuppe, Rehmke, 581
Imm Leclair, Schubert-Soldern, eeo., sorto nella seconda metà del secolo
scorso in Germania, secondo il quale l’ universo è immanente nella coscienza
dell'individuo, non essendovi altro realtà che la percezione immediata della
coscienza personale. Per esso non è quindi vera scienza se non quella del fatto,
cioè della sensazione pura; l'oggetto non è conosciuto che come contenuto della
coscienza e il soggetto non è che il centro delle relazioni degli oggetti; i
concetti sono di origine sensibile e la loro obiettività non è altro che la
permanente possibilità di certi gruppi di sensazioni, di fronte al variare di
tutto il resto: Per la teoria della conoscenza, dice lo Schubert-Soldern, il
mondo non è altro che ciò che è dato immediatamente nel complesso della
coscienza (Betrusstecinezusammentang).... È vuota pretesa quella di poter
andare oltre.... La coscienza è rilevabile soltanto per il suo contenuto; nulla
è per sì, nd come cosa nd come proprietà... ciod come la cosa atta ad avere
corcienza di altre cose, als die Fähigkeit dieses Dinges sich anderer Dinge
bewusst zu sein oder zu werden ». Questa dottrina ha stretta affinità col
fenomenismo e con l'empirismo radicale ο empiriocriticismo : tutte queste
dottrine tendono infatti a ridurre tutta la realtà a quella sperimentale,
identificando poi l’esperienza col complesso dei fatti e stati di coscienza, ed
escludendo sia la trascendenza dell'oggetto rispetto alla coscienza
individuale, sia la trascendenza di esseri ο cause sottostanti all’ insieme dei
fenomeni costituenti l’universo. Dicesi
principio d’immanenza la proposizione che sta a base dell’immanentismo; essa è
espressa in modi differenti dal Le Roy e dal Blondel. Secondo il primo, essa
esprime che la realtà non è fatta di porzioni distinte, sovrapposte; tutto è
interiore a tutto ; nei minimi dettagli della natura o della scienza, l’analisi
ritrova tntta la natura e tutta la scienza; ciascuno dei nostri stati e dei
nostri atti involge la nostra anima intera e la totalità dello sue potenzo; in
una parola, il pensiero s'implica totalmento in ciasenno Imm 532
dei suoi momenti ο gradi »; quindi per noi non esistono mai dei dati
puramente esterni, ο l’esperienza, anzichè un’acquisizione di cose a noi
straniere, è invece un passaggio dall’implicito all’ esplicito, un movimento in
profondità che rivela ricchezze latenti nel sistema dol sapere. Per il Blondel
il principio d’immanenzs consiste in questa affermazione, cho N. Tommaso
enuncia senza alcuna restrizione, gisechd lu formula persino a proposito dell’
ordine sovrannaturale : Nihil potest ordinari in finem aliquem, nisi
pracezistat in ipso quaedam proportio ad finem. Io non ho fatto altro, dice il
Blondel, che tradurre codesta verità essenziale ed universale, ricordando che
nulla infatti può entrare nell’ uomo se non corrisponde in qualche modo αἱ suo
bisogno d’ espa sione, qualunque sia del resto l’origine e la natura di desto
appetito ». Cfr. Le Roy, Dogme et oritique, p. 9-10; Blondel, Lettre eur
l’apologetique, p. 28; Bulletin de la Société française de phil., agosto 1908,
p. 325 segg.; Schubert-Soldern, Grundl. d. Erkenntnistkeorie, 1884, p. 64-67;
Schuppe, Erkenntnistheoretische Logik, 1878, p. 63-69; Lans, Idealiemus und
Positiviemus, 1879, vol. I, p. 183; A. Polazza, Guglielmo Schuppe e la
filosofia dell’ immanenza. 1914. Immaterialismo.T. Immaterialiemus; I.
Immaterialiem ; F. Immaterialisme. Termine erento da Berkeley per opposizione a
materialismo. Si dice di tutte quelle dottrine gnoscologiche e metafisiche, che
considerano 1’ osistenza della inatoria come una semplice parvenza, una
illusione dei nostri sensi; l’esistonza dei corpi si riduce al loro esser
porcopiti: esse est percipi. È immatorialiamo la dottrina di Platone, per il
quale la realtà superiore dell’ essere, la ver essenza (οὐσία) conosciuta dal
pensiero, è il mondo immnterinle delle idee; montre il mondo materiale
costitaisee uns sfera inferiore, la sfera del divenire (Ὑάνεσις), oggetto della
percezione @ della opinione. Anche l’idealismo metnfisico del Berkeley è un
vero o proprio immaterialismo. Cr. Berkeley, Dialogues betwen Hylas and
Philonous, 1713, 533 IMM d. 111; B. Croce, L’immaterialismo del
Berkeley, La Critica», 1909, p. 77-81. Immediato. 1. Unmittelbar ; I.
Immediate; F. Immédiat. Ciò che si realizza senza bisogno di intermediari.
Perciò dicesi inferenza immediata l'operazione logica con cui da un giu termedi
; conoscenza immediata o intui alla discorsiva, dicesi quella che lo atto unico
© non con una successione di atti; successione immediata quella in cui il
finire del primo fenomeno è l’istauto stesso in cui il secondo comincia ;
contatto immediato quello che osiste fra due corpi sovrapposti che coincidono
gevmotricamente per una superficie, una linea o un punto. Immediazione. Lat.
Immediatio. Nel realismo ontolugico si designa con questo termine la conoscenza
immeiliata, cioè l'identità del soggetto e dell’ oggetto. Immediatio virtatin,
nel linguaggio scolastico, si ha quando V’ agente si congiuuge al paziente
nell’operare per virtù ed energie propria, senza intervento di altra virtù
intermediaria, Immensitä. T. ('nermesslichkeit ; I. Immensity; F. Immensité.
Uno degli attributi di Dio, che consiste nol trovarsi egli presente in ogni
luogo per la sua potenza, senza tuttavia essere esteso nello spazio, e nell’
agiro sopra tutti i punti dello spazio, senza trovarsi sostanzialmente in
alcenno. Secondo altri tilosofi 1’ immensità divina non sarebbe che lo spazio
infinito, che è puro un attributo di Dio (v. elernità). Immoralismo. T.
Immoralismus; I. Immoraliem ; F. Immoralismo. Termine creato dal Nietzsche, che
con esso vuleva intitolare la terza parte del suo libro sopra La rolontà di
potenza. Ora si applica sia alla dottrina dol Nietzsche stesso, sia ad ogni
dottrina che sostenga che la moralità, nel significato comune della parola,
debba essere sostituita da una scala di valori affatto diversa, e anche opposta
nella maggior parte dei punti, In questo senso il termine jo se ne ricava un
altro senza il sussidio di giudizi ina, per opposizione Imm 534
immoralismo non sembra usato adeguatamente, giacchè tali dottrine,
anzichò sopprimere la moralità, vogliono sostituirla con una nuova, Il Fouillée
distingue l’ immoralismo dalV amoraliemo ; questo non ammette che giudizi di
fatto, negundo i giudizi di valoro, e în tal modo nega esplicitamente la
morale; quello, invece, non solo noga l’esistenza della morale, ma pretende che
la condotta debba essere regolata da valori che sono én opposizione con la
morale, che sono antimorali. È chiaro, ad ogni modo, che il significato del
termine amoralismo à relativo al senso attribuito alla purola moralità. Cfr. A.
W. Benn, The morale of a immoraliat, «Int. jurnal of Ethics », gennaio 1909; A.
Fouillée, Nietzsche et Pimmoralisme, 2° ed. 1902. Immortalità. T.
Unsterblichkeit; I. Immortality ; F. Immortalité. Crodenza antichissima, che si
congiungo a quella dell'esistenza di Dio, ο che fu esposta per la prima volta
in tutta la sua purezza da Platone. Essa osprime la proprietà essenziale dell’
anima umana di non vivero una vita legata alle leggi del tempo, di non avere
ciod nd principio nè fine. Si riconnotte alle altre proprietà essenziali
dell’anima, che sono l’unicità, l'identità, 1’ inestensione, V immaterialità.
Le prove principali per dimostrarla sono tre: 1. prova ontologica o metafisica:
l’anima principio inesteso della vita intellettiva distinto del corpo, non
potrebbe esser fatta perire nd da Dio, come dimostra la teodicea, ne da un’
intima corruzione, perchè semplice, ud dagli agenti naturali, perchd l’atto,
con cui essa è unita al corpo, è immodiato © nulla potrobbe frapporvisi ; 2.
prova pricologica : essondo la natura di un ossere appropriata al suo destino,
© la brevità o gli ostacoli della vita non permettondo di raggiungere quello
sviluppo per il quale ogni funzione psichiea sembra csser fatta, bisogna
ammettere una nuova vita sovrasensibile ο infinita în oui s’attui codesto
ideale di perfezione; 3. prova morale: la logge morale ci obbliga a praticare
la virtù: prima delle virtù è la giustizia, che
535 Imm dev’ essero osservata non
solo nei rapporti recipruci degli nomini, ma ancho dallo stesso autore della
legge morale verso tutti; ora, siccome in questa vita non sempre la virtà è
premiata © il vizio è punito, è forza ammettere l'esistenza di un’ altra vita in
cui si attui l'ideale di giustizia. Quanto al modo come 1’ immortalità è stata
intesa dai principali filosofi, Socrate si comportò da scettico di fronte alla
fede nell’immortalità personale, come appure doll’ Apologia platonica. La
dottrina filosofica dell’ immortalità personale è prosentata per la prima volta
da Platone, per il quale.l’ anima, se appartiene al mondo inferiore del
divenire come principio della vita e del movimento, mediante la vera conoscenza
partecipa anche delle idee della realtà superiore, dell'essere permanente: essa
ha quindi uns posizione intermedia, ο cioè non l'essenza infinitamente immutata
delle idee, ma una vitalità che sopravvive al cangiamento, vale a dire
l'immortalità, le cui prove più efficaci Platone deduce appunto, nel Fedone,
dallo parentela dell’ anima con I’ eterno per la conoscenza che essa ha delle
idee. Per Aristotele è immortale solo una parte » dell'anima, cioè l'intelletto
attivo, che rappresenta l’unità pura, comune » tutti gli nomini, della ragione,
e, in quanto non divenuto, è imperituro; invece l'intelletto passivo, in quanto
è il modo fenomenico individuale dato nella disposizione naturale
dell'individuo © determinato dalle circostanze della aus esperienza personale,
passa con gli individni stessi. Por gli stoici l’anima individuale, non ossendo
che una parte dell’ anima generale del mondo, ha una autonomia limitata nel
tempo e la sua ultima sorte è di essero riassorbita, nell’ eepirosi finale,
nello spirito divino univoreale ; quanto alla durata dell'immortalità
individuale, alcuni stoici Pattribuirono a tutte le anime fino alla conflagrazione
finale del mondo, altri la riserbarono solo ai sapienti. Per gli apologeti
cristiani 1’ immortalità dell’ anima è una grazia divina, per 8. Agostino è una
conseguenza della sua partecipazione Inn
536 alle verità eterno, per
Alberto Magno deriva dall’ casero Vanima ex se ipsa causa, indipendente dal
corpo, per 8. Tommaso dall'essere l’anima una forma separata, cioè una
intelligenza pura, immateriale. Per Spinoza l’anima umana è oterna perchò v’ ha
necessariamente, in Dio, un concetto o un’ idea cho esprime l'essenza del corpo
umano, e codesta idea è perciò nocessariamente qualcho cosa che si riferisce
all'essenza dell'anima; poichè ciò che è concepito dall’essenza di Dio con una
necessità eterna è qualche cosa, questo qualche cosa che si riferisce
all'essenza dell’anima, è neccssariamonte oterno ». Per Leibnitz non v’ha mai
genorazior intra nd morte porfetta, consistente cioè nella separazi dell’
anima, 0 cid che noi diciamo generazioni sono sviluppi © acerescimenti, cid che
diciamo morti sono involuzioni ο diminuzioni; perciò si può dire che non solo
l’anima, specchio d’ un universo indistruttibile, è indistruttibile, ma tale è
anche l’animale, sebbene la sua macchina perisca sovente in parte ο lasci o
prenda delle spoglio organiche ». Por Kant è un postulato della ragion pura
pratica, della possibilità ciod, per un essere finito, di realizzare la
perfezione moralo, sotto la forma di un progresso indefinito vorso la santità: La
conformità della volontà alla legge moralo, ossia la santità, è una perfezione
di cui nessun ossere ragionevole è capace nel mondo sensibile, in nessun
momento della sua esistenza. E poichò casa è tuttavia una osigenza praticamente
necessaria, bisogna dunque cercarla in un progresso indefinitamente continuo
verso codosta perfotta conformità; 0, secondo i principi della ragion pura
pratica, è necessario ammettere codesto progresso pratico come l'oggetto reale
della nostra volontà. Ora, codesto progresso indefinito non è possibile che
supponendo una esistenza 9 una personalità dell'essere ragionevole persistenti
indefinitamente, ossia ciò che si chiama immortalità dell’anima, Il sommo bene
non è dunque praticamente possibile che con la supposizione dell'immortalità
dell'anima, 537 | Ina la qualo, essendo quindi
inseparabilmente legata alla leggo morale, è una possibilità della ragion pura
pratica ». Per lo Schopenhauer solo l'individuo muore, mentre la specie è
immortale; l’ individuo è 1’ espressione nel tempo della specie, che è fuori
del tempo: La specie rappresenta uno degli aspetti della volontà come cosa in
sd; essa rappresenta, a tal riguardo, cid che v’ ha d’ indistruttibile nell’
individuo, vivente;... essa contiene tutto ciò che è, tutto ciò che fu, tatto
cid che sarà ». Per Lotze |’ immortalità non può essere teoreticamente
dimostrata; solo si può ritenere come universalmente valido il principio, che
tutto ciò che una volta è nato, devo durare eternamente, finchè ha uu
immatabile valore per rapporto all’ universo. L’ immortalita dell’ anima è
naturalmente negata da tutti quei sistemi che funno dell’ anima una funzione
del corpo; è ammessa, ma nel senso di una sopravvivenza impersonale, dal
panteismo; non è negnta nd affermata dal fenomenismo, dal parallelismo
psico-fisico © da tutti quei sistemi di psicologia scientifica, che dell’ anima
studiano soltanto le manifestazioni, abbandonando alla metafisica il problema
della sua origino, della sua essenza ed immortalità. Vi sono però due fatti
positivi, ammessi dai segusci della psicologia empirica (Spencer, Ribot, Wundt,
ecc.) che possono corrispondere al concetto religioso e metafisico
dell'immortalità dell’ anima: uno è l’oredità psicologica per cui l'individuo,
insiemo al sistema nervoso, erodita anche l'attitudine a riprodurre certi stati
di coscienza acquisiti dalla specie. L'altro, ben più importanto, è che ogni
coscienza individuale, passando sulla terra, lascia di sò una traccia sia pur
lieve, la quale si concatenn con tutta la serie dei processi psicologici della
storia; si ha così una trama psicologica, cho, passando da una generazione
all’altre, abbraccia tutta la storia dell'umanità, costituendo una vera ed
eterna continuità morale. Cfr. Platone, Fed., 84 C-95, 78-80, 62 segg.; Mon., 80
sogg.; Aristotele, De an.. IH, 5, 430 a, 22 segg.; Ogereau, Le syat. phil. des
stoiciens, Inv 538 1885, cap. IV; Haruach, Dogmengesohiohte,
1894, I, 493 vegg.; Kant, Krit, d. prakt. Vern., dialect., 2* parte, IV; Lotze,
Grundsüge d. Peychol., 1894, p. 74; W. James, Human immortality, 1898; J.
Frazer, The belief in immortality and the worship of the dead, 1913; O. Lodge,
La survivance humaine, 1912; F. H. Myers, La personalità umana ο la sua sopravvivenza, trad. it. 1908; Fournier d’Albe,
L'immortalità escondo la scienza moderna, trad. 18. 1909; Chambers-Janni, La nostra vita dopo la morte,
1910; A. Crespi, Il concetto dell’ immortalità ; stato attuale del problema, Il
Rinnovamento », IV, p. 229 sogg.; F. De Sarlo, Il problema dell’ immortalità, Cult.
filosofica », marzo 1910 (v. anima, coscienza, materialismo, spiritualiamo,
ecc.). . Impenetrabilitä. T. Undurohdringlichkeit; I. Impenetrability; F.
Impendirabilité. Una delle proprietà fondamentali ed essenziali della materia,
per cui due corpi non possono occupare nello stesso tempo un medesimo spazio.
Si distingue dalla resistenza, che è una nozione d’origine sperimentale,
derivando, secondo le analisi del Condillac, Bonnot, Maine de Biran, dall’
esercizio del nostro potere motore. Alcuni filosofi, in Inogo della nozione di
impenetrabilità, adottano quella della resistenza nello spazio per l’espressione
dell'essonza della materia, in quanto essa non pregiudica la soluzione di un
altro grande problema riguardante la materia: se cioò gli elementi della
materia hanno una grandezzu fissa o se la loro estensione è puramente virtuale.
Una moderna dottrina considera infatti gli elementi della materia como semplici
centri di forza, comprossibili fino ad essere ridotti ad un punto materiale,
vale a dire ad unu sfera il oui raggio è zero: però l’annientumento del volume
non toglierebbe ad essi il loro potero d'espansione, cosicchè, diminuita la
compressione, la loro forma, rimasta virtuale, potrebbe attuarsi. Cfr. Uphues,
Paychol. der Erkennens, 1893, I, p. 84; Condillac, Traité des sensations, 1886,
p. 15, 45 (v. dinamismo, energismo, meccanismo, materia). 539
Imr Imperativo. T. Imperatir ; I. Imperative; F. Impératif. Una
proposizione che esprime una determinazione della volontà sia mediante una
formula (tu deri), sia per mezzo dol modo imperativo di un verbo, I comandi-o
imperativi sono per Kant di due specie: ipotetici, quando consigliano un'azione
come mezzo per ottenere un dato fine: categorici, quando enunciano un’ azione
buona per sè stessa, che ha cioè un valore intrinseco e deve quindi compiersi
indipendentemonto da qualsiasi altra considerazione. Gli imperativi ipotetici
possono poi alla lor volta essore problematici © axsertori: i primi sono delle
regole, che esprimono nn fino che può essere proposto, ma non necessariamente,
i s0condi non sono che consigli, ed enunciano un fine che non è necessario ma
che tutti si propongono. L’imperativo categorico, in cui la leggo morale si
esprime, non è nè una regola nò un consiglio ma un ordine, quindi è apodittico,
vale a dire incondizionato 0 assoluto; esso nou nasce dall'esperienza, ma è un
fatto della ragiono, è I’ elemento a priori della moralità, la forma che tutte
le nostre azioni debbono rivestire perchè abbiano il nome di morali; la sua
formola è: opera in modo che la massima della tua azione possa diventare una
norma universalo di condotta. Ma l'esistenza d’ una legge assoluta implica
nella natura l'esistenza di un qualche cosa di valore pure assoluto, che cioè
8’ imponga sempre come fine; ora questo qualche cosa à appunto l’uomo, come
l’unico essere ragionevole della natura, o quindi la forma dell’ imperativo
categorico si può modificaro così: agisci in maniera da trattar sempre
l'umanità como fine, e di non servirtene mai como mezzo 0 strumento. Ma perchè
la volontà non accetti la legge spintavi da alcun altro interesse, occorre che
tale leggo essa stessa la dia a sè, che sia cioè autonoma; da ciò la terza
forma dell’ imperativo categorico : agiaci in maniera che la tua volontà possa
considerarsi da νὸ come dettatrice di leggi naturali. Por Fichte l'essenza
dell’ Lo è l'atto Imp 540 rivolto in sò stesso ο determinato da sò
stesso empirica con tutti i suoi oggetti nou è che il materiale per l’attività
della ragion pratica, è l'Io che esplica la sua tendenza n crearsi un limite,
che esso supera, per obbiettivarsi; quindi l'essenza dell’ Io è l autonomia
della ragione pratieu ο culmina noll’imperativo categorico, in quanto tntto ciò
che esiste non può concepirsi che per ciò cho deve essere, è il materiale
sensibilo del dovere: Non appena Io è posto, tutta la realtà è posta; tutto
devo osser posto nell’ Io; l'Io deve ossero assolutamento indipendente, ma ogni
cosa deve da lui dipendero. E dunque richiesto l’accordo degli oggetti con
l'Io; o l’assoluto Io, appunto per il suo assoluto casero, è cid che esso
richiede, l'imperativo categorico di Kant ». Quindi Fichte accetta l'imperativo
catogorico kantiano nolls formula opera secondo la tua coscienza », come punto
di partenza per una dottrina morale, cho deduco i doveri dal contrasto dell’
impulso naturale e di quello morale, che si presenta in ogni lo. Cfr. Kant, rit. d. prakt.
Vern., 1898, p. 22; Fichte, Grundlage d. ges. Wissonackafislehre,.1802, p. 240;
Cresson, La morale de Kant, 1897, p. 1-50. Impersonale. I. Unpersönlich; I. Impersonal; F.
Impersonel, Obbiettivo, imparziale, non individuale. Dicosi teoria della
ragione impersomale, quella cho ammetto che la ragione d’ ogni individuo non è
che il riffesso di una Ragiono univorsale alla quale esso partecipa; questa
Ragione può essero intesa como trascendente, ο in tal caso è la stessa Di nella
quale lo verità eterno sono sempro sussistonti, o como immanente in quanto è In
stossa in tutti e non è propria di ciascuno, ossia è in ciascuno,
ossenzialmente, In concezione dell’ infinito, dell’ universale, dell’
immutabile. Impersonalismo. 'T. Impersonaliemus; I. Impersonaliom; F.
Impersonalisme. Dottrina che nega ο distrugge la personalità. Alcuni filosofi,
fra cui il Renouvier, danno 541 Imp questo epiteto alla filosofia
evoluzionistica, la quale nega la personalità ponendola come transitiva (v.
personaliamo). Implicito. T. Mitinbegrifen; I. Implicit; F. Implicite. Si
oppone a eeplicito © a formale, e designo una noziono © un giudizio che sono
contenuti in un’altra nozione e giudizio, senza essere formalmente espressi. I
giudizi impliciti ο complessi, detti anche esponibili perchè si possono rendere
espliciti, possono assumero varie forme: esclusivi, ecoottuativi, comparativi,
redaplicativi, determinativi e esornativi. Dicesi contraddizione implicita
quella che si riconosce deducendo dalle proposizioni formulate una
contraddizione nei termini. Nella terminologia scolastica impliite © explicite
valgono quanto confuse © distincte: così le note essenziali dell’uomo si
conoscono implicite nel definito homo, ed explicite nella detinizione animale
ragionerole; negli atti della volontà le due stesse parole equivalgono a
directe e indirecte: chi vuole bere troppo vuole 1’ ubriachezza implicite, chi
vnol bere per ubriacarsi vuole l’ubriachezza stessa explicit Impossibilita v.
possibile. Impressione, T. Eindruck, Reiz; I. Impression, Feeling: F.
Impression. Si snol distinguero 1’ impressione dalla sensazione: quella è il
semplice fatto fisiologico della eccitazione di un organo di senso in seguito
all’azione dello atimolo, «esta è Il fatto di coscienza che aogne all’ eccitazione
modesima. Talvolta si usa invece di cocitazione: tal’ altra, specie nel
linguaggio comune, si usa per opposizione a riflessione ο a giudizio, per
indicare uno stato complessivo di coscienza, presentante un tono affettivo
caratteristico, che risponde a una azione esteriore: n questo uso si
ricollegano i termini imprersioniemo © impressionista. In un senso analogo, per
impressione #’ intende qualche volta I’ impronta fatta dagli oggetti esteriori
sulla coscienza: Corpus Aumanum, dice in tal senso Spinoza, multa pati potent
mutationes, et nihilo minus relinere obiectorum Impressionen veu Imp 542
vestigia el consequenter casdem rerum imagines, Hume oppone
l’impressione, considerata como presentazione, alla idea, considerata come
rappresentazione: la prima d il fatto di coscienza che si presenta per la prima
volta, la seconda è il riprodursi dol fatto medesimo: Sono improssioni, egli
dice, tutte lo nostre sensazioni, passioni ed emozioni, quando fanno la loro
prima comparsa nello spirito ». Tutte le rappresentazioni derivano dalle
impressioni, dalle quali ei distinguono soltanto per un minor grado di
vivacità; perd le impressioni possono essere di due specie, ciod originali ο
riftessive, a seconda che sono impressioni di sensazioni o impressioni di
passioni : Le impressioni originali ο impressioni di sensazioni sorgono nello
spirito senza nessuna percezione autecodente, dalla costituzione del corpo,
dagli spiriti animali ο dalla applicazione degli oggetti agli organi esterni.
Lo impressioni secondario ο riffessite derivano da alcune di codeste
impressioni originali o immediatamente per l’interposizione della loro idea ». Cfr. Spinoza, Ethica, 1. III,
post. II; Hume, Treatise on human nature, 1874, I, sez. I. Impulso. T. Trib, Impuls; I. Impulse; F. Impulsion, In
un senso generale, il Destutt de Tracy lo definisco como «la proprietà per cui
i corpi, quando sono in movimento, comunicano il proprio movimento ogli altri
corpi che incontrano ». In senso psicologico, per impulso s' intendo
comunemento una spinta irriflessa ο irrefrenabile ad agire: in questo senso si
parla di atti impulsivi, caratteri impuleiri, ecc. In un senso più ristretto,
l’impulso è l’inizio d’ ogni atto volontario positivo, il comando volontario
onde l’idea si traduce in movimento. Se esso è in eccesso ο in difetto si
hanno, secondo il Ribot, due forme anomale del volere: nel primo caso le forme
d’ impulsività irresistibile, cosciente © incosciente, nelle quali l'individuo
è como trascinato da un volero diverso dal suo, e al qualo, in taluni casi,
vorrebbe, ma non può resistere; nel secondo caso le varie forme doll’ abulia,
dell’ agorafobin, della follin del dubbio,
543 Txp-Inc in cui l'individuo è
incapace di mnovere la propria volontà. Cfr. Ribot, Les maladies de la volonté, 1901, p. 35
segg., 71 segg. Imputabilità. T.
Zurechendarkeit; I. Imputability; F. Imputabilité, Si confondono spesso la
colpabilità © la responcon In imputabilità. Questa pnd essero intesa in due
modi: 1° ciò che permette di stabilire il conto d’un agente; la responsabilità
si riferisce, in questo senso, al carattere dell’agente, l’imputabilità implica
in più la considerazione dell’atto © quella dell’ intenzione; 2° ciò che
costituisce pro-priamento il rapporto dell’ atto all’ agente, astrazion fatta,
un lato, del valore morale di questo, e, per l’altro, della sanzione che può
seguirno. Cfr.
J. Hoffe, Die Zurechnung., 1877; Landry, La responsabilité pénale, p. 118 ogg. (v. delitto, pena, responsabilità). In adjeoto.
Termine della scolastica, con oui nella logica ai designa quella forma di
contraddiziono, cho esiste fra il sostantivo e la qualità che gli viene
attribuita. Corì, secondo alcuni filosofi, la dottrina che sostiene l’
esistenza dei fatti psichici incoscienti è una contraddizione in adjeoto,
poichè ogni fenomeno psichico, in quanto tale, à necessariamento avvertito dal
soggetto, ossia è cosciente. Cfr. (ioelenio, Lezicon phil., 1613, p. 983.
Inane. In Lucrezio significa vuoto, ed è, come in Epieuro, sinonimo di spazio e
di luogo. Infatti secondo gli atomisti lo spazio à, come la materia, un reale:
à il puro luogo o l'estensione pura dove i corpi materiali, che sono estesi,
possono trovar posto, ciod possono estendersi. Vuoto © materia sono due realtà
fondamentali opposte : I’ essonzu del primo consiste nella penetrabilità, nella
intangibilità, l’essenza della seconda nella impenetrabilità e nella
tangibilità (v. epieuroismo, vuoto). Incertessa. T. Ungewissheit; I.
Unoertainty; F. Incertitude. Non bisogna confonderla col dubbio © colla
probabilità. L'incertezza è quello stato mentale in eni trovasi Inc 54 la
mente quando ragioni contrarie si disputano l’ assenso, © quando l’assenso
stesso non è che provvisorio ο accompagnato da timore di sbagliare. Se fra
queste ragioı contrarie esiste perfetto equilibrio, allora si ha il dubbio; se
una ha qualche preponderanza sulle altre, si ha la probabilità (v. oertessa).
Incettive (proposizioni). F. Propositions inoeptives. Quelle proposizioni
composte, implicite o esplicite, le quali affermano che un dato predicato
appartiene ad un dato sug‘getto, © che esso ha cominciato ad appartenergli ad
un termina o spiega il significato, ο si può ο non si può tosi può togliere l’
inciso diconsi determinatire; quelle che gliere diconsi esornatice. . T.
Neigung; I. Inclination; F. Inclina. Si può definire come la tendenza spontanea
ο costante la definisce: determinatio generalis appetitus ab aliquie zioni: le
egoistiche, o personali ο individuali, che mirano soltanto all’appagamento dei
propri desideri; lo altruiatiche, rivolte al bene altrui; le superiori, cho
hanno per oggetto dei fini impersonali, © possono essero estetiche,
scientifiche, morali, religiose. Malebranche no distinguo tre specio, cho αἱ
trovano più o meno in ogni uomo: 1° I clinazione per il bene in generale, che
costituisce il principio di tutto lo nostre inclinazioni naturali, di tutte
nostre passioni ο persino di tutti gli amori liberi della nostra anima, perchè
da questa inclinazione per il bene in generale ricaviamo In forza per
sospendere il nostro consenso riguardo a beni particolari »; 2° 1’ inclinazione
per 545
Inc la conservazione del nostro essere; 3° l’inclinazione per le altre
creature, che sono utili a noi stessi o a quelli che amiumo. Kant distingue
l'inclinazione «dalla propensione (Hang): questa è la possibilità soggettiva
del sorgere di un dato desiderio, che precede la rappresentazione del suo
oggetto; quella è il desiderio che abitualmente occupa un individuo; in altre
parole, la propensione è la predisposizione a desiderare un piacere, che,
dopochà è stato sperimentato dal soggetto, produce 1’ inclinazione. Analoga
distinzione si fa tra inclinazione e istinto : questo consiste nella immediata
suggestione di atti o di sentimenti determinati, anche senza la coscienza del
fine a oni mirano; quella pone un fine, in modo più o meno determinato, senza
che vi sia necessariamente la rappresenta zione dei mezzi da impiegare per
raggiungerlo. Si distingue infine l'inclinazione dalla passione, in quanto
questa è una delle forme intense di quella, ed è caratterizzata dalla rottara
dell'equilibrio che esiste normalmente nell’ insieme delle inclinazioni umane.
Cfr. Wolff, Phil. practica, 1739, vol. II, $ 985; Malebranche, Rech. de la
rerité, IMI, 11; Kant, Anthropologie, 1800, v. 78 (v. attitudine, tendenza).
Incommensurabile. T. /ncommensurabel ; 1. Incommensurable; F. Incommensurable.
Due grandezze diconsi incommensurabili quando non hanno una misura comune,
quando non possono essere espresse in funzione della stessa unità, quando non
esiste alcun numero, nè intero nè frazionario, il quale, essendo contenuto un
numero intero di volte nelluna, sia contenuto un numero intero di volte anche
nell'altra. Siccome quanto più l’unità presa a misura è piccola tanto
maggiormente essi s'accosta alle quantità incommensurabili, così si può dire
che due quantità incommensurabili hanno per comune misura una quantità
infinitamente piccola (v. infinitesimale, integrale). Inconcepibile. T.
Unbegreifbar: I. Inconceivable; Inconcerable. Termine usato specialmente dal
Reid, da 35 RavzoLI, Dizion. scienze
filosofiche. Ixc 546 l Hamilton e dallo Stuart Mill; indica in
generale ciò che la mente non può rappresentarsi. Si distingue
dall’inintelligibile, che è ciò che non soddisfa la ragione, quantunque sia
perfettamente concepibile, e dall’ inconoscibile, che è ciò che, per sna
natura, trovasi fuori della sfera d’ ogni conoscenza possibile. Alcuni filosofi
intendono per incomprensibile ο inconcepibile cid che è ultimo, quindi
irreduoibile ; così i concetti supremi della scienza, essendo ultimi, resistendo
cioè ad ogni ulteriore analisi, riduzione ο ragionamento, sarebbero per sè
inconcepibili, quantunque mediante essi ogni cosa si renda concepibile. Quanto
alla distinzione dell’ irreducibile ο inconcepibile dall’ inconoseibile, essa
non è adottata da tutti i filosofi; mentre per V Hegel, ad es. l'essere è
l'assoluto incomprensibile in quanto è presuppostò da tutti i concetti (da
tutte le determinazioni logiche) ma non presuppone nessun altro concetto, è poi
= lo stesso essere -l’ assolutamente oonoscibile come risultato dell’ assoluto
processo logico, analitico e sintetico: per lo Spencer, invece, i concetti
ultimi delle scienze (spazio, tempo, materia, forza, coscienza) sono
inconoscibili perchè inconcepibili, e non costituiscono che dei simboli o segni
di un quid, che non si sa che cosa sia. Cfr. J. 8. Mill, Exam. of Hamilton, 1867, cap. VI;
Spencer, Prine. of paychol., 1881, vol. II, p. 406 seg. (v. assoluto, agnosticixmo, inconoscibile, noumeno).
Incondizionato. T. Unbedingt: I. Unconditional, Unconditioned; F.
Inconditionné. Ciò che non è soggetto ad alcuna condizione, e che quindi ha in
sè stesso le ragioni di essere, © di essere ciò che è, Tuttavia il termine che
fu introdotto nel linguaggio filosofico dell’ Hamilton, come comprendente i
significati di infinito e d’ assoluto è anche usato in senso relativo, per
designare il rapporto di condizione a condizionato esistente fra due fenomeni,
che non sono poi condizionati da un altro fenomeno, di cui siano effetti
collaterali. Per I’ Hamilton invece I incondizionato 547
Inc oppone ul condizionato, ο condizionalmente limitato, il cui
contradditorio, cioè l’incondizionalmente limitato, inchinde evidentemente due
casi : 1’ incondizionalmente limitato ossia l'assoluto, e l’ incondizionalmente
illimitato ossia V infinito: Quattro opinioni, dice l’ Hamilton, si possono
enumerare riguardo all’ incondizionato come oggetto immediato di conoscenza e
di pensiero: 1° L'incondizionato è inconoscibile ed inconcepibile, essendo la
sna nozione puramente negativa del condizionato, il quale soltanto può essere
in modo positivo concepito ο conosciuto. 2° Esso non è oggetto di conoscenza,
ma la sua nozione, come un principio regolativo della mente stessa, è più di
una mera negazione del condizionato. 3.° Esso è conoscibile ma non concepibile;
può essere conosciuto mediante uno sprofondarsi nell’identitä dell’ assoluto,
ma è incomprensibile per la coscienza e per la riflessione, che sono soltanto
del relativo ο del differente. 4° Esso è conoscibile e concepibile dalla coscienza
e dalla riflessione, sotto la relazione, la di ferenza ο In pluralità ». L’
Hamilton afferma la prima di queste quattro opinioni, considerando l'infinito e
l’ assoluto, cioè Dio, come impensabili e oggetto solo della certezza morale,
che dà la credenza; pensare è infatti condizionare, il pensiero non può
trascendere la coscienza, la è possibile soltanto sotto le antitesi di un
soggetto e di un oggetto del pensiero, conosciuti solo in correlazione e
limitantisi a vicenda; poichè tutto ciò che noi conosciamo del soggetto e dell’
oggetto è solo, in ciascuno la conoscenza del differente, del modificato, del
fenomenale ». Perciò la filosofia non può essere che una filorofia del
condizionato. la quale nega all’ uomo la conoscenza sia dell’ assoluto sia
dell’ infinito, © sostiene che tutto ciò che noi immediatamente conosciamo, ο
possiamo conoscere. è soltanto il condizionato e il relativo, il fenomenico, il
. La dottrina del condizionato è una filosofia che professa la relntività della
conoscenza, ma confessa I’ assoluta Inc
548 ignoranza ». Questo
agnosticismo dell’ Hamilton fu messo poi a servizio della teoria della
rivelazione dal Mansel, che considerò i dogmi come affatto inconcepibili per la
mente umana; ed esercitò In sua efficacia anche in altri indirizzi filosofici
dell’ Inghilterra, per esempio sulla dottrina dello Spencer e sui
rappresentanti del positivismo. Cfr. Hamilton, Discussions on philosophy, 1852, p. 12-14;
Stuart Mill, La philosophie de Hamilton, trad. franc. 1869, p. 4 sogg.; Monk, Sir W.
Hamilton, 1881, p. 83 segg.; Mansel, The limite of religious thought, 1858 (v.
condizione). Inconoscibile. T.
Unerkennbar ; I. Unknowable; F. Inconnaissable. Ciò che per sun natura non può
essere oggetto di conoscenza. Si distingue dall’ ignoto, che è lo sconosciuto ©
può sempre divenire oggetto di conoscenza; dall’ inintelligibile, che è ciò che
non soddisfa In ragione ; dall’ inconcepibile, che è ciò che non si può nemmeno
pensare. L’ inconoscibile è invece ciò che, pur essendo reale, sfuggirebbe per
ipotesi a tutti i modi della conoscenza, sia intuitiva, sia discorsiva, sia
immediata, sia mediata, sia fondata sulla coscienza e sull'esperienza, sia
fondata sul ragionamento. Per alcuni l’affermazione della realtà dell’
inconoscibile è assurda, tale affermazione racchiudendo già una qualche
conoscenza di ciò che è dichiarato inconoseibile; altri ne ammettono la
legittimità, osservando che, allorchè si afdi non veder nulla nella notte
completa o nella luce accecante, si sa pure che la notte e lu luce esistono ; altri,
come l’Ardigò, lo respingono sia perchè ricavato da una errata concezione della
relatività della conoscenza (ogni stato di coscionza essendo per sd stesso una
cognizione, che non diventa relativa se non a posteriori, ciod dopo che
l'esperienza associatrico ha costituito i due concetti opposti del me e del
non-me) sia perchè il preteso inconoscibile si risolve nell’ iguoto, ossia nel
generico mentale dato dalla owervazione e ricorrente per associazione colla
rappresentazione della realtà; altri infine, come il Berg 549 Isc son, sostengono che essendo l’ universo
della stessa natura dell’Io, è possibile conoscerlo mediante uno sprofondamento
sempre più completo in sò stessi, cioè con una conoscenza che coglie il suo
oggetto dal di dentro, che l’appercepisce tal quale ϱ) appercepirebbe esso
stesso ne c la sua esistenza non facessero che una sola ο medesima cosa, © che
è quindi una conoscenza nssoluta, una conoscenza d’assoluto ». Lo Spencer pone
a base del suo sistema l’inconoscibile, che egli considera come una realtà,
ricavandolo dai quattro modi della relatività del pensiero: 1° la cognizione di
un dato consiste nel suo riferimento ad un genere superiore; ora, perchè
possiamo conoscere il dato del genere massimo al qualo arriviamo, è necessario
cho tale genere non sia riferibile ad uno superiore, sia cioè inconoscibile; 2°
la cognizione di un dato implica che se ne pensi la relazione, la difterenza e
la somiglianza con altri dati; ora, siccome In causa, l'infinito e 1’ assoluto
non possono essere comparati ad altro perchè unici, così sono inoonoscibili ;
3° la cognizione di un dato implica il riferimento di un soggetto ad un
oggetto, quindi, se la manifestazione soggettiva appare relativa alla
oggettiva, © questa a una condizione sua non conoscibile, ne segue che I’
inconoscibile è la condizione della conoscenza; 4° le sensazioni non sono che
un semplice relativo ad un diverso che ne è causa; ne viene la conseguenza che
tale diverso, del quale non possiamo conoscere che 1’ effetto in noi, è un
inconoscibile. Cfr.
Spencer, First principles, 1900, cap. IV; Id., Princ. of poychology, 1881, cap.
XIX; W.
James, À world of pure experience, Journal of philosophy », sett.-ott. 1904;
Bergson, Introd. à la métaphysique, Revue de métaph. >, gennaio 1903 ; J. Laminne, La philos. de
Vinconnatssable, 1908 : 8. De Dominiois, La dottrina dell'evoluzione, 1881, p.
56 segg.; Mor-, I conostti ultimi della rel. e della fil. secondo E. Spencer, Riv.
di fil. scientifica », genn. 1884 ; G. Carini, II problema Inc 550
dell inconosoibile nella fil. scientifica, Id. », dic. 1891; Ardigò,
L'inconoscibilo di H. Spencer, in Op. fil., II, p. 239 segg.; Id., La dottrina
spenceriana doll’ inconoscibile, Ibid., VIII, p. 18 segg.; Id., It noumeno di
Kant ο U inoomoscibile di H. Spencer, Ibid., p. 117 segg.; C. Ranzoli, La
fortuna H. Spencer in Italia, 1904, p. 41-60 (v. agnostioiemo, inconcepibile,
incondizionato). Incosciente. T. Unberwsst; I. Unconscious; F. Inooseient.
Parola di valore molto vario, tantochd Willy Hellpach ne enumera otto
significati. Nel suo senso più generale si dice d’ogni essere che non possiede
alcuna coscienza, ad es: gli stomi materiali, i vegetali, ecc. In senso morale
si dice d’un uomo incapace di riflettere, di ripiegarsi su sè stesso, di
rendersi conto di ciò che fa © delle conseguenze dei propri atti. In senso
scientifico si dice di quei fatti psicologici che, come i sociali, i giuridici,
gli estetici, eec., possono essere studiati al di fuori della coscienza, come
cose, perchè s’ impongono alla coscienza di ciascuno e sono soggetti ad un
determinismo. In senso psicologico s’applica a quei fenomeni ο processi
psichici, non sono avvertiti dall’ individuo in cui si svolgono; questi
processi molti psicologi contemporanei attribuiscono una grande importanza,
spiegando con essi la telepatia, il medianismo, l’sutomatismo, i sogni, le
dissociazioni della personalità, ecc. Si confonde spesso l incosciente col
suboosciente, generando non pochi equivoci : il subeoseiente è propriamente ciò
che è oggetto di coscienza debole e perciò sfugge, oppure ciò che attualmente
non è avvertito dal soggetto, ma che il soggetto stesso può affermare come tale
che fu cosciente nel passato, sia perchè diviene chiaramente cosciente in
séguito, sia perchè riconosciuto come la condizione di fatti successivi
chiaramente coscienti ; Vincosciente è invece ciò che sfugge interamente alla
coscienza, che è radicalmente inconscio, anche quando il soggetto cerca di
coglierlo © vi applica la propria attenzione.
551 Inc Così inteso, possiamo
distinguere con il Dwelshauvers sei grappi di fatti psichici ai quali si
applica l'appellativo di incoscienti: 1° L’inconsciente nell’ atto del pensiero
(ad es. l’attività sintetica che trasforma le sensazioni in rappresentazioni, e
queste in concetti); 2° L’ incosciente della memoria nella percezione ; 3° L’
incosciente della memoria per impressioni e sentimenti latenti (ad ex. il
motivo che fa apparire un dato ricordo e non un altro, rimane incosciente); 4°
L’ incosciente dell’ abitudine ; 5° L’ incosciente della vocazione
(disposizione a un’arte, a un mestiere, manifestantesi imperiosamente nell’
infanzia); 6° L’ incosciente nella vita affettiva. Ma altri psicologi, sia
fenomenisti sia spiritualisti, ammettono che ogni fatto psichico, anche della
natura più elevata, può sussistere allo stato incosciente; i primi però, dal
Carpenter in poi, cercano di ricondurli al fatto fisiologico, al chimismo
nervoso, alla cerebrazione incosciente. I fenomenisti si fondano, in generale,
su questi fatti: 1° alcune volte ci sentiamo o tristi o lieti senza avvertirne
il motivo; riflettendo, scopriamo poi codesto motivo, che esisteva dunqne anche
prima di essero avvertito allo stato incosciente; 2° la soluzione d’ nn problema
o @’ una questione è apparsa alcune volte improvvisamente al pensiero degli
scienziati; ciò vuol dire che tale soluzione è scaturita da un lavoro mentale
incosciente; 3° alcune volte, discorrendo o pensando, si giange a conclusioni
di cui non si avvertono le premesse; ciò significa che codeste premesse
esistono, ma allo stato incosciente; 4° nn’ idea, presente, al sopraggiungere
di altre idee scompare per poi ricomparire nuovamente: non avrebbe potato se in
tutto questo tempo non avesse continuato ad esistere allo stato incosciente. A
ciò si suole rispondere genericamente che la coscienza non è gid un
epifenomeno, un qualche cosa che s’agginnge al fatto psichico ο pnd anche
mancare, ma è il carattere essenziale dei fatti psichici, cosicchè fatto psichico
vuol dire fatto cosciente: porInc
552 ciò l’espressione fatti psichici
incoscienti » è assurda come quella di vita morta, movimento fermo, ecc. Questa
opinione è ammessa anche dagli spiritualisti, i quali però negano che la
coscienza sia il carattere distintivo di tutto ciò che è psichico; infatti l’
anima, secondo essi, esiste al di fuori dei fenomeni, come principio non solo
dei fatti psichici ma anche di tutta la vita animale, cosicchè le operazioni
profonde dell’ anima, essendo pur sempre di natura psichica, dovranno sfuggire
alla coscienza, Il Leibnitz, con la sua teorin delle petites perceptions
incoscientes fu il primo a impostare nella tilosotia il problema dell’
incosciente. Bisogna considerare, egli dice, che noi pensiamo, tutto in un
tempo, ad una grande quantità di cose, ma non porgiamo attenzione sc non ui
pensieri più distinti; nè potrebbe essere altrimenti, chè se tenessimo conto di
tutto, dovremmo pensare attentamente ad una infinità di cose nello stesso
tempo, che seutiauo ugualmente e fanno impressione sui nostri sensi. E non
basta: qualcosa rimane di tutti i nostri pensieri passati, e nessuno di essi
potrebbe mai venire cancellato completamente. Ora, quando dormiamo senza aver
sogni, o quando siamo storditi da qualche colpo, da una caduta o da qualche
altro accidente, si forma in noi una quantità di piccole percezioni confuse; e
la morte stessa non potrebbe avere effotto diverso sulle anime degli ani-, le
quali debbono senza dubbio prima o poi ripigliare percezione distiuta ». Tutte
le impressioni hanno il loro effetto, ma non tutti gli effetti son sempre
osservabili ; così, quando mi volto da un lato piuttosto che da un altro, è
xpesso a cagione di un complesso di piccole impressioni, di cui nou ho
coscienza, le quali rendono un movimento un po' più malagevole di un altro.
Tutte le nostre azioni indeliberate resultano da un concorso di piccole
percezioni, dalle quali anche procedono le nostre abitudini e passioni, che
hanno tanta influenza sulle nostre deliberazioni; queste disposizioni
percettibili si formano a poco a poco, e senza
558 Inc le piccole percezioni
inafferrabili non le avremmo in nessun siero privo d’ogni coscienza: è così
assolutamente inintelligibile dire che un corpo è esteso senza parti, come dire
che qualche cosa pensa senza averne coscienza ». Anche per Kant avere delle
rappresentazioni e non averne coscienza, sembra una contraddizione, perchè come
sappiamo di averle senza esserne coscienti ? » Però egli ammette che possiamo
avere una coscienza indiretta di certe rappresentazioni; egli le chiama
rappresentazioni osoure. Per 1 Herbart esistono delle rappresentazioni
assolutamente in-, sprofondate sotto la soglia della coscienza. Per V Hartmann
1’ Incosciente è una vera realtà, anzi 1 essenza della realtà, il principio unico
comune, attivo ed intelli gente insieme, che si manifesta nella materia e di
cui gli non sono che l'apparenza; per rapporto a noi esso è incosciente, in sè
è supracosciente. Del resto, con V espressione Incosciente » l’ Hartmann
intende anzitutto l’attività psichica in genere, in quanto resta fuori della
sfera della, coscienza, ο più propriamente 1) unità del rappresentare © del
volere (alle quali due attività si riducono secondo lui le funzioni psichiche)
in quanto sono inconsapevoli, e perciò anche I’ unico soggetto degli atti psi
chici inconsapevoli; ma questo soggetto, essendo uno solo non pure per ciascun
individuo, rua anche per tutti gli individui, ne viene che I’ Inconscio » da
ultimo risulta essere non tanto I’ astratto di tutti i soggetti psichici
inconsapevoli e il nome collettivo di questi, quanto piuttosto l’unico
principio sostanziale di cui i singoli non sono se non manifestazioni
fenomeniche. Secondo il Paulsen V essenza delle rappresentazioni incoscienti
sta nella possibilità di divenire coscienti. Sono potenzialmente percezioni
interne, proprio come i momenti fisici che sono peresterne potenziali >.
Secondo l’Ardigò, fatto psichico essendo sinonimo di fatto cosciente, poichè il
fatto psichico è l’avvertimento di una modifienzione, dire fatto psichico
incosciente val quanto dire vita morta 0 movimento fermo. Anche W. James si
schiera contro i sostenitori dell’ incosciente, combattendo i dieci presunti
argomenti o gruppi di argomenti che sono stati addotti in sostegno di esso.
Cfr. Leibnitz, Nuovi saggi, trad. it. 1909, I, p. 77, 80; Locke, Essay, 1. II, cap. I, sez. 19; Kant,
introp., I, $ 5; Hartmann, rit. Grundlegung d. transo. Realismus, 1886, p. 70;
Id., Philosophie de l'incoscient, trad. franc. 1877, vol. II, p. 287 segg.; A.
Faggi, Filosofia dell’ incosciente, 1900; F. Bonatelli, La filosofia dell’
inconscio di E. von Hartmann, 1876; Paulsen, Einleitung in die Philos., 1896, Ρ. 127 segg.; Willy Hellpach, Unberousstes oder
Wechaelioirkung, Zeitzchr. für Paychol. », XLVIII, p. 238; Patini, Coscienza,
nubooscienza, incoscienza, Riv. di psicol. applicata », VI, 1910, p. 24; W.
James, Prine. of Payohol., I, cap. VI;
Dwelshanvers, La ayntése mentale, 1908, p. 78-1145 Ardigò, Op. fil., V, p. 56
segg. (v. automatismo, dissociazione, subcosoienza, subminimale). Indefinibile.
T. Unerklärlich, unbestimmbar ; I. Undefinable; F. Indéfinissable. Un’ idea,
una nozione, un oggetto possono essere indefinibili in senso assoluto e in
senso relativo. Sono assolutamente indefinibili i dati della sensibilità,
perchd del tutto soggettivi e incomunicabili ; le idee più generali ed
astratte, che si possono spiegare soltanto per mezzo delle idee opposte ο degli
esempi; i concetti astratti semplici, che non includono nè genere nè
differenza. Sono indefinibili in senso relativo quegli oggetti delle scienze
sperimentali, che, allo stato attuale del sapere, non sono ancora conosciuti in
modo sicuro e preciso, © quelle nozioni che posseggono un numero grandissimo di
note di uguale importanza, cosicchè riesce impossibile enunciarle nel
definiente in modo da individuare il definiendo (v. definizione). Indefinito.
T. Unbegrenzt, unendlich; I. Indefinite; F. Indifini. Si oppone a finito e si
distingue da infinito. In 555 Inp fatti
da Cartesio in poi per indefinito si intende ciò che non ha limiti assegnabili,
sia relativamente a noi, sia nella natura delle cose stesse; ciò che col
pensiero si può moltiplicare o dividere, estendere o restringere, senza trovar
mai alcun ostacolo cho possa arrestare tali operazioni; quindi il definito è
ciò di cui il limite © la forma sono ο possono essere fissati. Per infinito si
intende invece ciò che manca affatto di termine, di fine, ciò di cui non solo
non si possono assegnare i limiti, ma che ha appunto per carattere ο natura di
non soffrire limitazioni. Distinguo inter indofinitum οἱ infinitum, dico
Cartesio, iludque tantum proprie infinitum appello, in quo nulla ex parte
limites inveniuntur, quo sensus solus Deus est infinitun; illa autem, in quibus
sub aliqua tantum rationem finem non agnosco, ut ertensio epatit imaginarii,
multitudo numerorum, divieibilitas partium, quantitatia ct similia, indefinita
quidem appello, non autem finita. quia non omni ex parte fine carent. L'
indetinito di Cartesio è dunque un infinito parziale e relativo, che si
contrappone alla infinità totale ed assoluta di Dio. Una distinzione in parte
analoga si trova in Spinoza, che tra l’assoluta infinità di Dio e il finito
pone come termini intermedi, che li colleghino, i modi infiniti, che
partecipano dell’ infinito e del finito ad un tempo; questi modi, ad es. lo
spazio, sono infiniti solo sotto un certo aspetto, mentre Dio è infinito sotto
tutti gli aspetti, in tutti i suoi attriDuti, ene absolute infinitum, hoo est
eubetantia constane infinitie attributie, quorum unnmquodque aelernam et
infinitam cesentiam exprimit. Secondo il Renouvier, 1’ indefinito è V infinito
in potenza e in quanto tale s’ oppone all’ infinito in atto: Per opposizione
all'infinito attuale, 7’ infinite dei possibili è ciò che si chiama indefinito
». Lo spazio, sccondo alcuni, è infinito, perchè non si potrebbe concepirlo
come limitato; la serio dei numeri è invece indefinita, perchè l'operazione
mediante la quale formiamo un nuovo numero, cioè l’aggianta di una unità, è
sempre identica Inp 556 a sò stessa; e pure indefinita è la
divisibilità matematica, giacchè non sono concepibili le parti d’ una grandezza
senza grandezza, nè che sia indivisibile ciò che ha una grandezza. Cfr.
Cartesio, Resp. ad I obi., $ 10; Id., Prinoipia phil., I, 26, 27; Spinoza,
Æthioa, def. VI; Pillon, Année philos., 1890, p. 112; Ardigò, Infinito ο
indefinito, Riv. di filosofia », genn., marzo 1909; R. Menasci, Infinito ο
indefinito in Cartesio, Ibid. », maggio 1911 (v. infinito, indeterminato,
numero). Indeterminato. T. Unbetimmt; I. Indeterminate: F. Indéterminé. Ciò che
può assumere un numero indefinito di determinazioni differenti. Non va confuso
con I’ indefinito, che si dice in special modo della quantità, mentre P
indeterminato si riferisce alla qualità. Un problema è indeterminato quando le
soluzioni soddisfacenti alle condizioni sue sono in numero indefinito. Un
numero è indeterminato quando si sa che è un numero, senza sapere quale numero.
Il Rosmini chiama sofiemi dell indeterminato quelle fallacie che derivano dalla
indeterminazione del soggetto. Tali sono, ad esempio i sofismi che si formano
sulla divisibilità dello spazio, del quale si conclude che è composto di punti
semplici perchè è divisibile all’ infinito; ora, è erroneo supporre che la
divisione indefinita dello spazio debba essere di necessità finita ο infinita,
come è erronea la supposizione che esso sia veramente divisibile, poichè le
parti gliele dà l’uomo con 1’ imaginazione, e con I’ imaginazione può
presentarsi un numero indeterminato di queste parti, cioè un numero finito ma
sempre aumentabile, perohè dopo ogni atto d’imaginazione se ne può fare un
altro. Cfr. Rosmini, Logica, 1853, $ 71T (v. indefinito). Indeterminismo. T.
Indeterminiemus; I. Indeterminism ; F. Indéterminisme. La dottrina che considera
l’atto volontario come assolutamente spontaneo, come un fenomeno senza causa.
Si oppone al determinismo, che è In dottrina che considera ogni fatto, compresa
la volontà, come legato ai suoi antecedenti da una legge necessaria e costante.
Si distingue, secondo alcuni, dal libertismo, che è la dottrina che non
considera l’atto volontario come un fenomeno senza causa, ma sostiene essere la
volontà stessa una causa prima. Dicesi indeterminiemo idealistico 1’ indirizzo,
rappresentato in Francis dal Bontroux e dal Bergson, che estende la libertà e
la spontaneità anche si fenomeni del mondo fisico, considerando la necessità
naturale e il determinismo scientifico come illusioni della mente, © riducendo
gli stessi principi logioi ad un semplice stromento soggettivo, col quale
cerchiamo di rendere intelligibile la realtà, ponendo in essa un ordine che
corrisponde alle nostre esigenze conoscitive: se si ammettesse l'impero della
causa sn tutto il reale, non si potrebbero spiegare la varietà, la novità, i
processi ascendenti dell’ evoluzione, tutto si ridurrebbe a combinazioni
meccaniche di elementi identici preesistenti; nella realtà si verificano dunque
sintesi creative, produzioni originali, la vita sussiste per sè, per sò
sussiste lo spirito ο l'uno e l’altro principio si attuano spontaneamente, per
un dinamismo che è a loro intrinseco. Cfr. Boutroux, La contingence des lois de
la nature, 1899; Bergson, 1) érolution créatrice, 1907; A. Levi,
L’indeterminismo nella filosofia JSranoese contemporanea, 1904 ; F. Masci,
L’ideatinno indeterminista, 1898; Windelband, Storia della filosofia, trad. it.
1918, I, p. 423 sogg. (v. autonomia, contingenza, determiniamo, libero
arbitrio, nocessitiemo). Indifferensa. T. Gleichgültigkeit : I. Indifference ;
F. Indifférence. Questo vocabolo ba valori differenti nella psicologia, nella
morale e nella metafisica. Nella psicologia diconsi stati indifferenti quegli
stati psichici che non contengono nè piacere, nd dolore, nd una mescolanza
dell’uno e dell’altro. 19 esistenza di simili stati è ancora discussa tra i
psicologi. Secondo il Reid oltre le sensazioni che sono gradevoli o sgradevoli,
esistono ancora un gran numero di sensazioni indifferenti. A queste noi
prestiamo sì scaraa attenzione, che Inn
558 non hanno nome e sono
immediatamente dimenticate, come se esse non fossero mai avvenute; occorre
molta attenzione ai propri stati mentali per essere convinti della loro
esistenza». Anche il Bain ne ammette l’esistenza, considerando come tipico in
proposito il sentimento di sorpresa: Uno stato affettivo può avere una
considerevole intensità, senza essere nè piacevole nè doloroso; tali stati sono
nentri ο indifferenti. La sorpresa è un esempio familiare. Ci sono sorprese che
ci rallegrano, altre che οἱ addolorano; molte sorprese non producono nè l’una
cosa nè l’altra ». Quasi tutte le sensazioni ed emozioni passano, secondo il
Bain, traverso un momento d’indifferenza; fra le emozioni sgradevoli, l’amore e
la gioia del potere hanno delle fasi di puro eccitamento ; l’amore della madre
per il suo bambino è per lungo tempo un puro stimolante, che assorbe
l’attenzione di lei senza arrivare al piacere. L’Hamilton e il Sully pongono in
dubbio l esistenza di tali stati; il Ribot, dopo aver analizzata la questione,
conclude io inelino verso In tesi degli stati d’indifferenza »; PHöffding
invece, dopo aver confutata la tesi, conclude: La supposizione di stati neutri
proviene non solo dal negligere gli stati più deboli di piacere 9 dolore, ma
anche dal confondere uno stato generale di spirito con l’ effetto prodotto da
alcune rappresentazioni ed esperienze particolari. Molte impressioni e
rappresentazioni vanno 9 vengono senza suscitare sentimenti valutabili © senza
avere una influenza ben netta sul nostro stato affettivo generale, ma questo
stato generale è ugualmente determinato in ogni istante dal predominio sia del
piacere, sia del dolore ». Secondo i
moralisti antichi esiste una categoria di cose, che stanno fra le buone e le
cattive, lo quali si possono fare o non fare con uguale sicurezza di coscienza:
tali cose indifferenti gli stoici chiamavano adiafora, 9 designavano col nome
di adiaforia lo stato di indifferenza dell’ anima del saggio, che non prova nè
desiderio nd avversione. Lo stesso stato era anche designato col 559
Ixp nome di apatia e di ataraseia.
Con |’ espressione libertà di indifferenza si sono intese, nella storia
della filosofia, cose ben diverse: che la volontà è libera di determinarsi
senza alcun motivo o ragione; che la volontà, avendo presenti due beni
commensurabili tra loro, può rimanere indifferente al maggiore o minor valore
di essi ed operare senza tenerne conto: che la volontà ha la libertà di
scegliere tra due beni fra loro uguali, ossia non differenti; che, infine, la
volontà posta tra i due ordini incommensurabili, s’ appiglia all’ uno pur
potendo operare differentemente da quello che fa. Col vocabolo indifferentismo
ο dottrina doll’ indifferente (nel senso di non differente) 8’ intende quella
forma attenuata di realismo scolastico, rappresentata specialmente da Abelardo
di Barth, il quale ammetteva come veramente esistente soltanto il singolo, ma,
al tempo stesso, sosteneva che ogni singolo porta in sè, come determinazioni
della sua propria natura, certe proprietà o gruppi di proprietà, che ha comuni
con altri; questa somiglianza reale, consimilitudo, è 1’ indifferente in tutti
questi individui; ο così pure il geuere si trova indiferenter nella sua specie,
e la specie indifferenter nei suoi esemplari.
Nella filosofia dell’ identità dello Schelling, 1’ indifferenza è il pri
cipio comune per la natura 9 per lo spirito, per l’ oggetto e per il soggetto,
vale a dire per la ragione obbiettiva e per la ragione soggettiva; esso è
perciò la ragione assoluta, che, essendo il principio più alto, non può essere
determinata nò realmente nò idealmente, e in essa devono cessare tutti quei
contrasti, che nel mondo dei fenomeni hunno origine dal preponderare nei
singoli individui del fattore reale o di quello ideale: Il primo passo alla
filosofia, dice Jo Schelling, e la condizione, senza la quale non si può
penetrare in essa nemmeno una volta, è la veduta, che I’ assoluto Ideale è
anche l’assoluto Reale». Cfr. Diogene L., VI, 104; Seneca, Ep., 13, 10; S.
Agostino, De 140. arb., 1; Alberto Magno, Sum. theol., II, qu. 58; Leibnitz,
Theodiode, Inp I, $46; Reid, Intel. powers, 1863, p. 311; Schelling, Säm.
Werke, vol. V, p. 353 segg.; Prantl, Geschichte d. Logik, 1855-70, vol. II, p. 188 segg.; Bain, The
emotions and the will, 1865, p. 13: Sully Peyoology, 1885, p. 449; Ribot,
Peychol. des sentiments, 63 ed. 1906, I parte, cap. V; Héfiding, Psychologie, trad. franc. 1900, p. 380
segg. (v. libertà, libero arbitrio, indeterminiemo, determinismo).
Indiscernibile. T. Ununterscheidbar; I. Indisoernible : F. Indiscernable. Sono
indiscernibili due oggetti del pensiero quando non si distinguono I’ uno dall’
altro per nessun carattere intrinseco. Secondo il Leibnitz due esseri reali
differiscono sempre per qualità intrinseche, non possono mai essere totalmente
simili, perchè la qualità d’un essere non essendo altra cosa che la sua
essenza, questa perfetta somiglianza non sarebbe altra cosa, che l'identità; in
altre parole, due cose indiscernibili non sono che una: due cose, per esser
due, debbono avere qualche differenza di qualità: Bisogna sempre che, oltre la
differenza di tempo e di luogo, v'abbia un principio interno di distinzione, ο,
sebbene v’ abbiano parecchie cose della medesima specie, è pur sempre vero che
non se ne danno mai perfettamente simili; perciò, nonostante il tempo e il
luogo (cioè a dire la relazione esterna) ci servano a distinguer le cose che
non distinguiamo sufficientemente per sò medesime, esse non sono meno
distinguibili in sò ». In ciò consiste il principio identitatis
indincernibilium, al quale Kant obbietta che due cose, anche perfettamente
simili, non possono confondersi quando non esistano nè nel medesimo Inogo nd
nello stesso istante; la differenza numerica, cioè la ditferenza temporale e
spaziale, basta alla distinzione degli esseri, e senza di essa tutte le altre
non contano nulla. Cfr. Leibnitz, Nuovi saggi, trad. it. 1909, p. 208 segg.;
/d., Monadologia, 9; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclami, p. 253 segg. (v.
identità). Individuale. T. Individuelle; I. Individual; F. Individuel. Cid che
appartiene all’individuo. Dicesi individuale
561 Inn il termine che non si può
predicare che d’un solo soggetto; si oppone al termine collettiro, che designa
un tatto composto d’un numero determinato di individui, considerato come
indiviso. Dicesi individuale fl gindizio, in cui il concetto del soggetto è
preso nel senso di unità indivisibile: questo À è B. Può essere tanto singolare
che σοῖlettiro: questo afferma che il prodicato conviene al soggetto solo in
quanto è una totalità numericamente indeterminata © determinata di parti ad es.
tutti gli scolari sono la scolaresca quello che il predicato conviene al
soggetto come unità indivisibile, che non può esser posto nella forma
quantitativa discreta, ad es.: Garibaldi fn il più grande condottiero italiano
(v. generale, universale). Individualismo. T. Individualiomus; I. Individualiem
; F. Individualisme. Indica in generale ogni dottrina e ogni tendenza che
afferma il valore irreducibile dell’ individualità, sin fisica sia morale, In
sua autonomia intrinseca, sin di fronte ai gruppi sociali sia nell’ordine
naturale sia in quello esplicativo. Come tendenza pratica 1’ individualismo può
essero sin manifestazione del carattere personale (ad es. le grandi personalità
dell’arte, della scienza, della politica, eoc.), sia impronta di tutto un
popolo (ad es. i popoli latini) ο di un’ opoca storica (ad es. il
Rinascimento). Come dottrina l’individualismo può essere metafisico,
metodologico, sociologico ed etico. Il primo consiste nello spiegare la realtà
come un insieme di elementi eterogenei, ausaistenti per sè; è sinonimo di
pluralismo. Il secondo è la dottrina che spiega i fonomoni sociali e storici
con le leggi della psicologia individuale, con gli effetti risultanti dalla
attività cosciente degli individui; tale ad es. la dottrina del Tarde, che
considera come fatto sociale elementare limitazione, ossia la comunicazione di
uno stato di coscienza per l’azione di un individuo cosciento sopra un altro.
L’ individualismo sociologico è la dottrina per la quale In società non è fine
a ad stossa, nd atromento d’un fine 36
RANZOLI. Dirion. di scienze Alosofiche. Inn 562
superiore agli individui che la compongono, ma ha per oggetto il bene di
questi, la loro felicità ο il loro perfezionamento: non dunque gli individui
per la società, ma la società per gli individui. L’individualismo etico ο
politico si oppone al comunismo, al socialismo, al collettiviemo, e designa
ogni dottrina sociale e politica che propugnn una maggioro libertà dell’
individuo, una limitazione all’azione dello Stato nella tntela ο nella
protezione dell’ individuo. Condotto alle sue estreme conseguenze, acquista la
forma dell’ individualismo anarchico. Cfr. E. Fournier, Essai sur Vindividwalieme, 1901;
A. Schatz, L’individualismo économique et social, 1908; G. Palante, Combat pour
Pindividu, 1904; G. Calò, 1? individualiemo etico nel oc. XIX, 1906; G. Vidari, 1? individuatiemo nelle dottrine
morali del seo. XIX, 1909. Individuazione (principio di). Lat. Prinoipium
indiciduationis. Il fattore doterminante dell’ individualita, il carattere
intrinseco che costituisce 1’ esistenza individuale. La determinazione del
principio d’ individuazione fa uno dei problemi più discussi, specialmente
nelle scuole realistiche del tredicesimo secolo. Aristotele, per il quale le
cose tutte constano di materia © di forma, fa consistere anche l individuo nell'unità
dell’ una ο dell’ altra, nel ei nolo, com’ egli diceva, dei duo universali.
Però il problema non era in tal modo risolto, e risorgova sotto altra forma :
se l'individuo risulta dall’ intreocio della materia e della forma, quale dei
due fattori è il determinante © quale il determinato, quale, insomma, il
prinoipium individuationie? Per Alberto Magno prima, e per S. Tommaso poi il
principio individuante è la materia, che è incomnnicabile e deve csistere in un
dato tempo e Inogo, mentre la forma è comunicabilo a più individui; ma non la
materia indefinita, bens quella determinata in un luogo ο in un istante (hic et
nunc). Inveco per Duna Scoto ο gli scotisti l’individunlità non pnd consistere
nella materia, come quella che ο
563 Inp è indefinita, o non può
distinguere un individuo da un altro, o è definita per la quantità che ha, e in
tal caso V individuazione è fondata sopra una dimensione accidentale ο
mutabile; le vere sorgenti dell’individuazione stanno nel profondo stesso della
essenza, in un’ ultima realitas, che è indefinibile © che per ciò con parola
intraducibile dissero hacocoitas ο ecceitas. Questa fu contrapposta alla
quiddità dei tomisti, che si può inveco definire. Quanto alla persona umana,
mentre il fondamento della sua individualità è, per i tomisti, nell’intelletto,
per gli scotisti invece è nella volontà, concepita come affatto indipendente
sin da motivi esterni, sia da quelli dell’ intelletto, sia dalla stessa azione
divina. Per Npinoza il principio dell’ individuazione è una limitazione dell’
infinito: omnis determinatio est negatio. Per Leibnitz consiste nell’ esistenza
stessa, che fissa ciascun essere a un tempo particolare, in un luogo
incomunicabile a due esseri della medesima specie: Il principio
d’indiriduasione si riduco negli individui al principio di distinzione... Se
due individui fossero perfettamente simili ed ugnali, e, in una parola,
indistinguibili per sò medesim non ai avrebbe principio di individuazione; ed
oso pur dire che non si avrebbe differenza individuale o distinzione a’
individui, posta quella distinzione ». Per Schopenhauer i principt d’
individuazione sono il tempo e lo spazio grazie ni quali ciò che è simile ed
identico nolla sua essenza e nel suo concetto appare tuttavia come diverso,
come multiplo, l'uno accanto all’ altro © l’uno dopo l’altro: easi sono dunque
il principio d’ individuazione ». Cfr. Aristotele, Metaph., XII, 8, 1074 ο, 33;
S. Tommaso, Summa theol., I, + qu. 86, 1; Id., De principio indiriduationie,
opp., Romac, 1750, t. XVII; Duns Scoto, In Hb. sent., 2, dist. 8, qu. 6, 11; Leibnitz, Nuovi
saggi, trad. it. 1909, I, p. 209; Schopenhaner, Die Welt, 1, § 23. Individuo.
Gr. "Atopoy; Lat. Individuum
Eingelding, Etnsehoesen ; I. Individual; F. In Indiridunm, du, Nel xuo Inp 564
senso più generalo è individuo ogni essere distinto da un altro e
persistente il medesimo. Quaedam separari a quibuadam non possunt, cohaerent,
individua sunt, dice Senoca. Che esistano individualità assolute, cioè esseri
aventi ognuno in sè la ragiono del proprio sussistere e persistenti lo medesime
eternamente, è ammesso da alcune dottrine, ad es. l’atomismo, il pluralismo,
οσο.’ ed è negato invece dal monismo, per il quale ogni individnalità è una
coordinazione più ο meno unitaria e sempre transitoria di parti, il cui sussistero
ο il cui operare è un riflesso dell’ ossere e dell’ agire universale. In senso
strotto per individuo #’ intende ciò che vive per sè stesso, ed ha un tale
accentramento e coordinamento di fanzioni, che non può essere diviso in parti
senza perdere il suo nome e lo sue qualità distintivo. Si sogliono distinguere
lo condizioni generali dell’ individualità, ossia i limiti oltre i quali
nessuna esistenza individuale è possibile, da ciò che costituisce il principio
stesso della individuazione detto dagli scolastici principio d’ individuazione
© haccceitas 0 quidditas ciò insomma che distingue l’individuo d’ una specie da
tutti gli altri individui della medesima specie. Tale principio
d’individuazione varia col variare delle categorie degli esseri. Infatti, se negli
esseri intelligenti esso consiste nella coscienza della propria persona
distinta da qualunque altra, negli esseri incoscienti è costituito
essenzialmente dal punto che essi occupano nello spazio © dall’istante in cui
hanno cominciato nel tempo. Alle differenze di spazio e di tempo, dette anche
difforonze numeriche, si aggiungono poi le diversità di forma € di natura, onde
le condizion generali della vita ο dell'organismo si realizzano negli individui
di una med specio. Nella biologia la nozione di individuo, che si riconnette ad
altri importanti problemi della biologia gonerale, fu distinta dall'Ilaeckel in
tre spocie: 1. individuo morfologico 0 formale, dato da ogni manifestaziono
unitaria di forma che costituisce un tutto, i eni clementi costituonti Inp 565 non possono separarsi, nè dividersi in
parti, senza sopprimerne il carattere essenziale; 2. individuo fisiologico o
funzionale, detto anche bion, consistento in quella manifestazione unitaria di
forma, che può, per un tempo più o meno lungo, avere in modo perfettamente
indipendente nna esistenza propria, esternata in ogni caso colla più generale
di tutte le funzioni, la conservazione di sè stesso; 3. individuo genealogico,
che non è più, come questi dne, una unità di-spazio ma di tempo, ed è costituito
dalle serie chiusa delle sue variazioni spaziali. Cfr. Ardigd, Opere fil., IT,
233 segg.; VI, 139 segg.; F. Puglia, L’indiriduo in nociologia, Riv. di
filosofia», sett. 1902; G. Brunelli, ZI concetto di individuo in biologia, Ibid.
», nov. 1904; Do Sarlo, La nozione d'individuo. Cultura filosofica », genn.
1908 (v. individuazione, indiscernibili, personalità). Indivisibile. T.
Untheildar; I. Indivisible; F. Indivisible, Nella filosofia aristotelica sono
chiamati indérisibili gli oggetti della cognizione diretta ο sintetica, i quali
si presentano come un tutto senza divisione d’una parte dall’altra;
l'intelligenza è appunto la facoltà di conoscere gli indivisibili. S. Tommaso,
seguendo le traccie di Aristotele, distinguo due scienze: la prima degli indivisibili,
che è poi la cognizione diretta delle essenze © nella quale non ο) è mai
errore, poichè non può esistere il falso nella conoscenza di ciò che è
semplice; la seconda delle cose divise ο composto dall’ intendimento, ed è la
scienza riflessa, poicl V intelligenza riflettendo sulle prime sue percezioni ο
ideo, le analizza 9 compone, ¢ in tali operazioni cade in orrore. Gli
scolastici chiamavano indirisibile quantitatie quello che manea di corpo; i.
secundum quid quello che manca di corpo quanto ad una o ad un’altra dimensione,
come la linen © la superficie; i. simpliciter quello che manca di corpo sin in
sè, sia quanto ad ogni division; i. negatire quello che non ha parti nd può
averle, e é. priratire quello che non ha parti ma può o deve averle. 566
Indusione. Gr. Ἐπαγωγή: Lat. Induotio; T. Induction ; 1. Induotion; F.
Induction. Nel suo significato più ampio è quel procedimento di riduzione dalle
conseguenze al principio © dagli effetti alla causa, il quale mira a scoprire e
formulare le premesse dallo quali le conseguenze e i casi singoli si possono
dedurre ; è dunque l’operagione inversa della deduzione. Ma nella storia della
filosofia l’induzione fu intesa in modi diversi. Per Socrate è il processo con
cui, mediante il confronto delle idee particolari e delle rappresentazioni
sensibili individuali, si ginnge ad una determinazione generale astratta, che
si possa applicare al problema speciale proposto. Per Aristotele è il
ragionamento che procedo dal particolare all’ universale, che afferma d’ un genere
ciò che si a appartenere a ciascuna delle specie di questo genere ; ossa sta in
rapporto inverso alla deduzione, perchè per Aristotele cid che secondo la
natura della cosa è l'originario, quindi il generale, appare per la conoscenza
umana come P elemento posteriore, da acquisire, mentre il particolare,
l'elemento che è più vicino a noi, è, secondo la vera ossenza, l’elemento
derivato, I’ elemento posteriore. Bacone criticò questa dottrina, mostrando
come codesta induzione per onumerationem simplicem non sia scientifica e non
possa mai escludere completamente la possibilità d’un caso particolare che la
distrugga. Egli concepisce invece l’ induzione come il procedimento che va dal
fatto alla legge, da ciò che fu osservato in un tempo e in un luogo a ciò che è
vero sempre od ovunque: Poichè quella induzione che segue ad ima semplice
enumerazione è alquanto puerile; conchiudo così come può da quei pochi
particolari, che lo vion fatto di avere alle mani, sempre in pericolo che un
caso contrario la distrugge. Ma quella induzione, che farà a dimostrare lo
acienzo e le arti, deve disgregare le qualità collo necessarie eccezioni ed
esclusioni, e, fatta la conveniente separazione delle negative, giudicare a
tenore delle affermative ». L’induzione baconiana è anche dotta soien 567 Inv tifica, quella aristotelica formale. Più
tardi Hume la ridusse ad un semplice procedimento psicologico, fondato sulla
tendenza della nostra mente a credere, anche sulla testimonianza di un caso solo,
che i casi futuri saranno simili a quelli sperimentati ; tendenza giustificata,
a sua volta, dalla nostra esperienza del passato: Esiste nua specie di armonia
prestabilita tra il corso della natura ο la successione delle nostre idee; e
quantanque le potenze e le forze onde la prima è governata ci siano del tutto
sconosciute, i nostri pensieri e le nostre concezioni non cessano, alla fine,
d’aver sempre seguìto lo stesso cammino delle altre opere della natura. L’
abitudine è il principio con cui tale corrispondonza è stata effettuata ».
Infine lo Stuart Mill, persuaso che l’induzione completa non ha altro valore
che quello dell’ induzione per semplice enumerazione, diede la teoria logicu
dell’ induzione, mostrando come il suo fondamento sul quale si accese una
discussione non ancor chiusa sis il postulato dell’ uniformità delle leggi di
natura, fondato a sua volta su quella formula del principio di causalità, la
quale esprime che cause simili in condizioni simili producono effetti simili.
Egli distingue quattro forme che sembrano di induzione ma non sono tali: l’
induzione descrittiva, che è la semplice ricostruzione di nna imagine
complessiva da iniagini parziali ; I’ induzione per enumerationem simplicem,
che è una semplice raccolta di osservazioni; 1’ induzione completa, che
constata una pura uniformità di fatto; infine l’induzione dal modo attuale
d’azione di una causa sl suo modo d’nzione in altro tempo, che è piuttosto
l’applicane deduttiva di unu legge nota a un caso particolare. Esclusi tutti
questi procedimenti, rimane |) induzione incompleta, quella cioè che non scopre
il fatto soltanto, ma che da un certo numero di fatti osservati trae una logge,
la quale ui estende a tutti i casi omogenei possibili. Cfr. Senofonte, Mem., IV, 6, 13
segg.; Aristotele, Anal. pr., II, 23, 25; Bacone, Novum org., 104 sogg.; Hume,
Essais, Ink 568 1790, t. II, 89, 69; J. 8. Mill, Syst. of
logic, 1865, 1. III, cap. 2;
Galluppi, Lesioni di logica ο metaf., 1854, I, pagg. 190-205; F. Enriquez,
Problemi della scienza, p. 201 (v. enumerazione, epagoge, metodi indullivi).
Ineffabile. Gr. "Abbnoc; Lat. Ineffabilio. Nell’ emana zionismo filosofico
proprio dello gnosticismo e della scnola d’ Alessandria, è ordinarismente
designata in questo modo perchè non può essere definita, non possedendo alcun
attributo determinato la sostanza unica dalla quale sortono l’essere e il non
essere, lo spirito © la materia, il principio di inerzia e quello della vita.
Lo stesso vocabolo passò poi nella Patristica e nella teologia cattolica por
esprimere l’innominabilità divina. Così per Β. Clemente, Dio è indimostrabile e
incomprensibile perchè ineffabile, où è ineffabile perchè non è nd genere, nè
differenza, nd specie, nd individuo, nè accidente, nd ciò in cui qualche cosa
accada; ora, poichè per nominare una cosa qualsiasi è necessario che essa
appartenga a uno di questi predicati, così Dio non può essere nominato, Cfr. 8.
Clemente, Strom., 1, cop. XXIX. Inerensa. T. Lukdrenz; I. Inherence; F.
Inhérence. Lu relazione che passa tra il fenomeno e la sostanza, fra la qualità
e il soggetto. Inhaerero est existere in aliquo, dice Goclenio, ut in subjeoto,
a quo habet actualem dependentiam inhaositam ; aocidens ease in subieoto per
intimam prassentiam. Perciò l’ inerenza del fonomeno ο accidente si oppone alla
sussistenza della sostanza. Kant: Quando si attribuisce un'esistenza separata a
codeste determinazioni reali della sostanza (agli accidenti), per esempio al
movimento in quanto accidente della materin, si chiaina questa esistenza
inerensa, per opposizione all’ esistenza della sostanza, che si chiama
sussistenza. Ma da ciò nascono molti malintesi e si parla con maggiore
esattezza se non si designa I’ accidente che come il modo onde l’esistenza
d’una sostanza è determinata positivamente ». Si dicono quindi giudii 569
Inn @ inerenza tutti quelli che affermano 1’ appartenenza di una qualità
ad un soggetto, ad es.: Tizio è buono. Cfr. Goclenio, Lezioon philos., 1613, p.
244 segg.; Kant, Krit. d. reinen Vorn., ed. Reclam, p. 178 (v. giudizio).
Inerzia. T. Trigheit, Beharrungecermigen ; 1. Inertia; F. Inertio. La legge
dell’ inerzia della materia, che à il centro di tutte le concezioni della
fisica moderna. L’ espressione risale a Keplero, il quale pose il principio che
un corpo non può passare da sè stesso dall’ immobilita al movimento. Galileo lo
complet, aggiungendo che un corpo non può modificare da sò stesso il proprio
movimento nd passare dal movimento alla immobilità. Un movimento, dice Galileo
nei Discorsi, non può crescere che se gli si comunica ana forza novella, nd può
diminuire che se gli si oppone un ostacolo, in entrambi i casi, quindi, sotto
l’azione di cause esterne; se queste cause sono tolte (dum externas causas
tollantur), il movimento continuerà con la velocità acquisita. E ciò si
riconduce, per Galileo, ad un principio più generale, il principio delle
semplicità, per il quale «la natura non opera con molte cose quello che può
operar con poche ». La legge dell’ inerzia fu formulata dal Newton nel modo
seguente: ogni corpo persevera nello stato di riposo o di movimento uniforme in
linea retta nel quale si trova, a meno che qualche forza non agisca eu lui e lo
costringa a cambiare stato. Tuttavia, non esistendo nella natura il riposo
assoluto, essa può essere più brevemente esposta così: nessun corpo ha il
potere di modificaro il proprio movimento. Per inertiam materiae ft, dico
Newton, ut corpus omne de statu suo vel quiescendi vel movendi difloulter
deturbetur; unde etiam vie incita nomino significantisrimo vis inortiae dici
possit. Perd, anche formulate in questo modo, è sempre una ipotesi
indimostrabilo, gincchè l’ esperienza non può offrirci il movimento senza fine
d’un corpo sottratto all’azione d’ ogni causa straniera. Ma essa ha grande
importanza filosofica, giaochè esclude nella Ink 570
materia l’esistenza di alcun elomento psichico, di alcuna possibilità di
produrre dei fonomeni psichici, ο d’alenua spontaneità. D'altro canto essa
costringe a ridurre la concezione dei corpi a degli clementi meccanici, e
quindi è lu base dell’unità della materia, della trasformazione e conservazione
della forza © dell’ esplicazione matematica dei fenomeni. Non tutti gli
scienziati accettano questa leggo, che rende impossibile la spiegazione
meccanica della vita © della coscienza; così per il Moleschott uno dei
caratteri più generali della materia è di potere, in circostanze propizie,
mettersi in movimento da sd stessa ». Nella filosofia contemporanea il
principio dell’ inerzia è stato trasportato dai fenomeni naturali ai procossi
mentali, ο considerato come uns vera 9 propria legge generale della coscienza.
Così por il Mach la storia del processo scientifico è uno svolgimento razionale
e continuo di un processo permanente di semplificazione © di abbreviazione, che
permette in ultimo di condensare tutto il sapere riguardante il mondo naturale nelle
poche formule della meccanica, la quale scienza segnerebbe il massimo della
semplicità e dell’ armonis meutale. Per l’Avenarius tutto lo sviluppo della
filosofia e della conoscenza si riduce al principio dell’ inersia, cioè alla
tendenza dell’ anima al risparmio di forza: l’anima non impiega in una
percezione più forza di quella che sin necessaria, e, quando si trova di fronte
ad una molteplicità di appercezioni, dà la preferenza a quella che con uno
sforzo minore produce lo stesso effetto, 0 con uno sforzo uguale produce un
effetto maggiore. Per l'Ardigò la legge d'inerzia ο del laroro abbreriato, che
rendo possibile lu scienza, si attua nel mondo delle idee, in quanto ogni idea
“« à un segno di operazioni già eseguite ο di formazioni giù ottenute, © quindi
è il mezzo del lavoro mentale abbrevinto; onde gli abiti mentali in genere ο la
scienza propriamente detta ». L'idea può infatti richiamarsi come un semplice
niews, come un semplice sentimento vago di un
57 In ritmo rappresentativo,
senza la coscienza distinta dei moltissimi dati in esso e con esbo associati e
dei quali contiene quindi la virtualità; tale sentimento può dunque
considerarsi, dice l’Ardigò, come la formula mentale cho indica in modo
abbreviatissimo il lavoro ripetuto, lungo e faticoso, onde si ottenne, e che
per essa può rifarsi in modo agevole e pronto ogni volta che si voglia. Cfr.
Galileo, Opere, ed. Firenze 1842, XIII, p. 200 segg.; Nowton, Nat. phil,
principia math., 1687, Introd., def. III; Moleschott, La ciroulation de la rie,
1870, lett. 17; E. Naville, La phyrique moderne, 1890, p. 199 segg.; Wohlwill,
Die Entdookung dos Beharrungagesetzee, Zeitschr. f. Vülkerpaychologio »,
XIV-XV; Avenarius, Philosophie ala Denken der Welt gemase dem Princip des
kleisten Kraftmaavees, 1876; Höffding, Philosophes contemporains, 190%, p.
93-122; Ardigi, Opere filosofiche, vol. V, pag. 327-361 (v. empirioeritioiemo).
Infantilismo. Termine generico, con cui si desiguano quegli stati di deficienza
ο insufficienza intellettuale ο affettiva, che dipendono da arresto ο
involuzione di sviluppo psichico, e si manifestano nelle forme © nei modi di
sentire, di pensare e di agiro propri dell'infanzia. Quindi l'incapacità di
raccogliere ed elaborare le esperienze della vita, la mancanza di continuità
nelle rappresentazioni mentali ο΄ di legame logico nelle idee, il difetto di
inibizione © di impulsi sociali, che può esistere accanto ad una perfetta
conoscenza delle leggi della morale, Ad un grado più pronunciato si hanno le
vere e proprio frenasteuie, che possono assumere le forme dell’ imbecillità ο
dell’ idiotismo (v. ebefrenia). Inferensa. Lat. Illatio; T. Inferiren: 1.
Inference, Illation; F. Inférence, O raziocinio, è 1’ operazione mentale per
cui si passa da uno ο più giudizi dati ad un nuovo giudizio che ne risulta. La
maggior parte dello proposizioni, dice lo Stuart Mill, nelle quali noi
crediamo, siano Inv 572 esse afformative o negative, universali,
particolari ο singolari, non sono eredute per la loro propria evidenza, ma sul
fondamento di altre allo quali abbiamo già dato l’ussonso e dalle quali si dice
che esse sono inferite. Inferire una proposizione da una ο più proposizioni
precedenti; prestare ad essa credenza o esigerla come conclusione da qualche
altra; è ragionare nel senso più generale del termino ». ; più precisamente I’
intendimento è la facoltà posseduta dallo spirito di conoscere gli oggetti
esterni senza formarne imagini corporee nel cervollo per rappresentarseli ».
Per Locke si chiama intondimento In capacità di pensare ». Per Leibnitz l’intendimento
corrispondo a quello che presso i latini è dotto inteleotus, e l'esercizio di
questa facoltà si china intellezione; consistento in una percezione distinta,
congiunta n quella facoltà di riflettere cho manca alle bestie ». Per il
Robinet «à la facoltà d’ appercepire un oggetto, di averne P idea, mediante la
vibraziono d’ una fibra intellettuale ». Por il Reid I’ intendimento comprende
i nostri poteri contemplativi, per cui percepiamo gli oggetti, li concepiamo o
ricordiamo, li analizziamo ο li associamo, giudichiamo e ragioniamo intorno ad
essi ». Dopo di Kant il significato del vocabolo torna di nuovo ad oscillare.
Per Fichte è una enpacità station, in quanto è la fissazione dei prodotti della
imaginazione; per Schopenhaner è la facoltà di legare tra loro le
rappresentazioni intuitivo conformemente al principio di ragion sufficiente,
montre la ragione è la facoltà di formare dei concetti astratti ο di combinarli
in giudizi e ragionamenti; per Herbart è la capacità dell’ nomo, di 601
Int collegare il suo pensiero con la proprietà del ponsato ». Per il
Rosmini P intendimento è la sola facoltà che ha per termine un oggetto; intendendo
per oggetto un termine veduto o intuito per modo, che non abbia alenna
relazione con l’intuente in modo assoluto. Per questa sua proprietà
l’intondimento si distingue specialmente dalla sensibilità, che involge una
relazione immediata del sentito col senziente, di maniera che non si può
concepire che quello stia senza questo. Cfr. Malebranche, Rech. de la vérité, 1712, 1. III,
cap. I, ὁ 3; Locke, Ess., II, cap. VI, § 2;
Leibnitz, Nuovi saggi, trad. it. 1909, p. 145; Robinet, De la nat., 1766, I, p.
288; Reid, Works, 1863, p. 242; Kant, Ærit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 76
eegg., 129 segg. ; Fichte, Grundlage d. ges. Wiss., 1802, p. 201 segg.;
Schopenhauer, Die Welt, 1,$ 4 ο 8; Herbart, Peyohologic
ale Wiss., IT, $ 117; Rosmini, Nuoto saggio, 1830, II, p. 73; Id., Logica,
1853, p. 78 segg. (v. intelletto,
intelligenza, intuizione). Intensità. T. Intensitàt; I. Intonsity ; F.
Intensité. Ogni quantità che non è la durata, nd l’ estensione, nd la qu tità
discreta, ο che quindi non può essere nd misurata, mediante unità omogenee, nd
numerata, Nella psicologia dicosì quantità della sensazione la sua maggiore o
minore intensità: ma tale quantità non è traducibile o misurabile essendo, come
la sensazione, affatto soggettiva. Essn nta in rapporto con l'intensità degli
stimoli, e varia da un grado minimo, dotto soglia della coscienza, a un grado
massimo, detto vertice ο cima della coscienza. I,’ intensità della sensazione
sta in rapporto inverso con l’intonsità del sentimento: più è forte l’ elemento
affettivo e più svanisce l’elemento di percezione sensibile o di conoscenza.
L'intensità della volontà, cioè il suo grado di energia, sta in rapporto
inverso dell'estensione dei motivi, ciod del loro numero. Secondo alcuni
psicologici, non si pnd parlaro di intensità degli stati di coscienza, e quelle
che sembrano differenze di intensità non sono che differenze di Int 602 qualità; così il Brentano, F. A. Müller,
Bons, ecc. s0stengono che l'apparente intensità delle sensazioni non è che una
certa loro qualità, mediante la quale apprezziamo le quantità degli stimoli, e
che il carattere quantitativo delle sensazioni è una ripercussione del loro uso
sulla loro natura. Con maggior vigore quosta tesi è sostenuta dal Bergson, per
il quale i fatti psichici sono delle pure qualità, che mancano quindi di
granderza; se a noi sombra di percepirne la varia intensità è perchè le
riferiamo ad una quantità esteriore, cioò ad una estensione, quasi di uno
spazio compresso che si dilati ; così la luce di due candele è una sensazione
qualitativamente diversa dn quella di una, ma noi, ponendo la causa nell’
offetto, diamo a questa differenza, che è solo qualitativa, un carattere
quantitativo; lo stesso si verifica anche nolle afere più alte della vita
psichica, nelle emozioni estetiche e morali, che la nostra coscienza, rivolta
all’esterno, traduce erroneamente in termini di spazio. Altri psicologi, come
il Fouillée, sostengono per contro che ogni atto o stato di coscienza è dotato
essenzialmente d’un grado d’intensità irreducibile sia all’ estensione, sia
alla qualità, benchè sia sempro accompagnalo da variazioni estensive e
qualitative. Cfr. Wundt, Grundriss d. Paychol., 1896, p. 36 segg. ; Fouilléo,
Psychol. des iddes-foroes, 1893 t. I, cap. I, $ 2; Bergson, Essai sur les
donneds imm. de la conscience, 1904, p. 1-55; Masci, Quantità e misura nei
fenomeni psichici, Atti della R. Aoc. di Napoli », 1915 (v. estensivo,
intenaivo). Intensivo. T. Intensiv; I. Intensive; F. Intensif. Si oppone a
estensivo © designa ciò che non ha estensione ma soltanto una intensità, e che
quindi non può essere numerato, uè misurato con quantità omogenee.
Intenzionale. T. Absichtlich ; I. Intentional; F. Intentionnel. Si oppone a
involontario, casuale, ecc., 9 designa l'azione determinata da una intenzione,
vale a dire preconcepita e voluta, Nel linguaggio scolastico
intentionaliter 608 Int significa il modo con cui la cosa
conosciuta trovasi nel conoscente; l'i. primo si ha quando la cosa conosciuta
si considera direttamente come è in natura, ad es. il cavallo è animale; l’i.
seoundo quando la cosa si considera non secondo il modo di essere in natura, ma
secondo qualche rapporto attribuitogli dall’ intelletto, ad es. il cavallo è
specie. Intenzione, T. Intention, .ibsicht; I. Intention; F. Intention.
L'insieme dei motivi psichici determinanti 1’ individuo ad un atto, Consiste
nell’ associare all’ idea dell'atto, concepito come fine, le idee che vi si
riferiscono che riguardano non solo i mezzi necessari per compierlo, ma anche i
motivi per cui si compie, i quali sono spesso una sola cosa con le conseguenze
dell'atto. Nell’ apprezzamento morale di un'azione non basta quindi la considerazione
della sus natura esteriore, ma è essenziale la valutazione dei motivi psichici
che l’hanno determinata nel quali è il primo fondamento della responsabilità.
Un solo pensiero che baleni nel concerto mentale disponente ad un atto, può
alterare il grado della responsabilità pro ο contro il soggetto operante.
Alcuni filosofi, ad es. il Bentham, distinguono tra intenzione e motivi :
quella comprende tutta la preparazione psicologica dell’ atto, le ragioni pro e
contro, questi soltanto le prime, ossia le cause che ci inducono all’ atto. Il
problema dell’ intenzione consiste nel sapere se, per giudicare il valore
morale di un atto, si deve fondarsi esclusivamente sopra l'intenzione che l’ha
promosso, oppure se si deve tener conto ugualmente delle conseguenze che l’atto
ha avuto © del suo carattere specifico; la dottrina che sostiene la prima
soluzione dicesi intenzionalismo. Nel
linguaggio della scolastica intenzione, intentio, valo quanto cognizione ;
intenzione formale si diceva l’ applicazione dello spirito ad un oggetto di
conoscenza, intenzione obbiettiva il contenuto stesso del pensiero al quale lo
spirito si applica; intenInt 604 zione roluntatis l'atto della volontà che
presuppone |’ ordino della ragione ordinante alcunchè ad un fine; intenzione
intellootus il concetto con cui l’ intelletto conosce una cosa; prime
intenzioni quelle qualità concepite nelle cose, per le quali le coso stesse si
distinguono, e che consistono © in relazioni della sostanza con qualche cosa di
diverso © sono concepite in una sostanza sola; lo studio delle prime intenzioni
appartiene alla metafisica, Si dicevano invece seconde intenzioni le qualità o
denominazioni esteriori, ricavato non dai rapporti tra le cose, ma da qualche
maniera di concepirle ; il loro studio appartiene alla logica. Cir. Martineau, Types of
ethioal theory, 1866, vol. Il, p. 252 sogg.; Prantl, Geschichte d. Logik, 1870,
III, p. 149, 293 segg. (v.
responsabilità). Interesse. T. Interesse; I. Interest; F. Intérét. La sua
formula più comune è: procurarsi la più grande somma di piacere possibile per
il tempo maggiore possibile. Secondo alcuni filosofi, esso è il fine supremo di
tutto le azioni umane, il criterio col quale si misurano il bene ο il male, il
giusto © l’ingiusto, il vizio e la virth : Se l’ universo fisico è soggetto
alle leggi del movimento, dice 1’ Helvetius, l'universo morale è soggetto del
pari allo leggi dell’intoresse. L’ interesse è sulla terra il potente
incantatore, che trasforma davanti agli occhi d’ ogni crentura la forma di
tutti gli oggetti ». Non bisogna confondere però l'interesse col piacere, ϱ la
morale dell’ interesse ο utilitarismo con la morale del piacere o edonismo.
Questo, rappresentato specialmente da Aristippo o dalla scuola cirenaica, pone
come unico bene per l'uomo, e quindi come principio supremo della morale, il
piacere attuale e presento, il piacere più vivo © immediato. Quello,
rappresentato da Epicuro, Bentham, Stuart Mill, ecc., pure non separando il
bene dal re, insegna che talora bi sogna sapersi privare d’un piacero immediato
e sottomettero ad un dolore attuale, in vista d’ un piacere più grande 605
Int © d’un dolore minore; e che nei piaceri bisogna saper distinguere
non solo la quantità ma anche la qualità, preferendo ai pinceri del senso
quelli dello spirito e del cuore, più nobili e duraturi quantunque meno
intensi. Per raggiungere l'interesse è quindi necessario saper frenare le
proprie inclinazioni naturali, apprezzare le conseguenze dei propri atti e fore
un calcolo razionale dei fini; per rnggiungere il piacere basta abbandonarsi
all'impulso dei propri istinti animali. La formula completa dell’ interesse è
dunque questa: cercare il pincere seguito dal minor dolore, ο il dolore seguito
dal maggior piacere; fuggire il pincere seguito da un maggior dolore o il
dolore seguito da un minor piacere. Cfr. Diogene L., X, 129, 141: Helvetins, De
V Esprit, 1758, 11; Bentham, Deontology, 1834; J. S. Mill, Utilitarianism, 1863
(v. aritmetica, egoismo, eudemonimo, utilitarismo, ecc.). Intermediariste. Si
designano così tutte quelle dottrine realistiche, proprie della filosofia
antica e medioovale, che fanno della percezione l'intermediario fra due realtà
distinte: le cose da un lato ο lo spirito dall’ altro. Tali sono la teoria
degli idoli, sostenuta da Democrito ο dagli epicurei, © la dottrina delle apeci
sensibili, assai diffusa nelVevo medio. Le dottrine intermediariste si dicono
anche della percezione mediata, per opposizione alle dottrine percezionistiche,
o della percezione immediata (v. conoscenza, concesionismo). Intermondi. Gr.
Metaxéopta ; Lat. Intermundia; T. Intermundien. Così chiamavano gli epicurei
latini gli spazi noti, o spazi intercosmici, che separano gli infiniti’ mondi
tra di loro. Questi mondi erano abitati dagli dei, in numero pure infinito, ο
formati di atomi finissimi, ma imimutabili, scevri di bisogni, di cure ο di
pericoli, così du porgere al saggio 1’ ideale della felicità compiutamente
attuato. Cfr. Diogone L., X, 89; Luorezio, De rer. nat., V, 146 segg. INT 606
Intimo. T. Innern, Innig; I. Internal, Inmost; F. Intime. Essendo il superlativo del comparativo
interior, indien sempre ciò che v’ha di più intimo in una data cosa © fatto.
Per senso infimo il Maine do Biran e ia maggior parte degli eclettici francesi
intendevano la coscienza, ossia la conoscenza immediata che ciasenno ha dei
propri fatti psichici. Secondo il Maine de Biran, noi non apprendiamo mai negli
oggotti esterni direttamente 1’ essere, ma soltanto le parvenze di questo;
mentre di noi stessi apprendiamo in qualche modo 1’ essere in quanto ci
sentiamo atti lonti, in quanto abbiamo il sentimento immediato di fare uno
sforzo per vincere non solo la resistenza dei corpi esterni, ma del nostro
corpo stesso: Questo fatto è primitivo, perchè non possiamo ammetterne nessun
altro prima di esso nell’ ordine della conoscenza, ο i nostri stessi sensi
esterni, per divenire gli stromenti delle nostre prime conoscenze, devono osser
messi in azione dalla atessa forza che crea lo sforzo. Questo sforzo priniitivo
à di più nn fatto di senso intimo; poichd si constata interiormento dn sè
stesso senza uscire dal termine della sua applicazione immediata © senza
ammettere alcun elemento estraneo all’ inerzia stessa dei nostri organi ».
Anche per il Galluppi, senso intimo equivale a senso interno, e consiste tanto
nel sentimento involontario dell’ io, quanto nella riflessione volontaria sul’
io; esso ci dà la verità primitiva io penso, cioè io sono esistente allo stato
di pensiero, principio d’ evidenza immodiata e perciò indimostrabile. Cfr.
Maine de Biran, Fondements de la peyohol., 1859, p. 49; Galluppi, Lezioni di
logioa ο metaf., 1854, I, p. 84 segg. Intrinseco. Ί. Innerlich, eigen; I.
Intrinsical; F. Intrinsèque. Si dice che una cosa ha un valore intrinseco
quando por sè stessa è un fine, non un mezzo per altra cosa; si dico
dimostrazione dall’ intrinseco quella che dimostra la convenienza dei termini
estremi della tesi, e analizzandola col mettere a fronte lo parti, no fa
sortire la verità dal 607 Int suo stesso contenuto, mentre la
dimostrazione dall’ estrinseco dimostra che la proposizione è vera con
argomenti estranei al suo contenuto, come ad esempio l'autorità altrui; si
dicono denominazioni intrinseche o interne quelle qualità della cosa che le
sono essenziali e cho vengono concepite in una sostanza soln, ed estrinseohe
quelle che, pur essendo essenziali, consistono in relazioni della sostanza con
alcunchè di diverso. Introspezione. T. Selbstbeobachtung ; I. Introspection ;
E. Introspection. Nella psicologia designa 1’ osservazione di sè stessi mediante
la riflessione. Il metodo introspettito, ο soggettivo, ο diretto consiste
appunto nel valersi della ossorvazione interna per lo studio dei fenomeni
psichici. Fu specialmente il Wolf, la cui scuola dominò in Germania per tutto
il secolo diciottesimo, che avviò In psicologia per la strada del metodo
introspettivo; egli infatti eredeva che solo osservando sè atesso l'individuo
può arrivare a cogliere la natura intima dei fatti della propria coscienza, e
tale principio derivava direttamente dalla distinzione tra senso interno od
esterno, per cui solo al primo spettava la conoscenza dei fatti dello spirito,
mentre il secondo apriva all’ uomo la conoscenza della natura esterna. Poi
furono elevate molte obiezioni contro la legittimità del motodo introspettivo:
1° Ogni osservazione richiede una dunlità di osservante e di osservato, mentre
nell’ introspezione la coscienza dovrebbe essere ad un tempo ossorvanto ed
osservata; il Comte insiste sulla profonde abrurdité, que présente la roule
suppowition ni évidemment contradictoire de l’homme se regardant penser. 2°
L'osservazione introspettiva è limitata agli stati di media intensità, giacchè
quelli troppo deboli le sfuggono, quelli troppo intensi assorbono tutta la
nostra energia psichica, 3° I fatti psichici non esistendo che nel tempo, cioè
come pura successione, non possono mai essore osservati che come riproduzione,
come ricordo: Non è in poter nostro, dice lo Stnart Mill, di neINT 608
certaro, con qualsiasi diretto processo, ciò che la coscionza ci dice
quando le sue rivelazioni sono nella loro pristina purezza, Essa si offre alla
nostra ispezione soltanto come esiste ora, quando codeste rivelazioni originali
sono soverchiate © sepolte sotto una montagna di nozioni acquisite © di
percezioni ». 4° L'osservazione introspettiva, essendo racchiusa nel soggetto,
non può avere valore scientifico, cioè universale: A cagione delle differenze
individuali degli osservatori, dice 1’ Höffding, nulla ci garantisce che essi
veggano realmente una sola e medesima cosa; poichè, qui, l'oggetto non è
situato fuori di loro nè dentro di loro, ma ciascuno lo porta in sè stesso ».
5° La coscienza è soggetta ad nn gran numero di illusioni di lacune, che la
rendono uno stromento assai imperfetto : La coscionza, nostro principale
stromento, dico il Taine, non è sufficiente, nel suo stato ordinario ; non è
più sufficiente nelle ricerche psicologiche di quello che sia I’ occhio nudo
nelle ricerche ottiche. Poichè la sus sfera non è grande; le sue illusioni sono
molte e invincibili ; è necessario provare e correggere continuamente la sua
evidenza, assisterla sempre da vicino, presentarle gli oggetti in una luce
vivida, ingrandirli, e costruire per suo uso una specie di microscopio e di
telescopio ». A malgrado di ciò, la maggior parte dei psicologi ammette il
valore dell’ introspezione, che sola ci dà il fatto psichico in sè stesso,
riconoscendo però che essa dove essere completata e integrata dalla
osservazione esterna. Cfr. Ch. Wolff, Philos. rationalie, 1872, § 31; Id., Peyohologia empirica,
1738; A. Comte, Cours de phil. pos., 1830, III, p. 766 segg.; J. 8. Mill, Ezam. of Hamilton, 1867,
p. 171; Taine, On intelligence, trad. ingl. 1871, p. X; Höffding, Prychologie, trad. frane. 1900,
p. 20 © sogg.; A. Padoa, Legittimità e importanza del metodo introspettivo, Riv.
di filosofia », aprile 1913 (v. osservazione, riflessione, ppicologia).
Intuitivo. T. Jntuitir, anschaulich ; I. Intuitive; F. Intuitif. Kant chiama
intuitiva ogni cognizione cho si basa
609 INT sopra la intuizione, che
ciod è ottenuta immodiatamente ; discorsiva quella che è formata dal passaggio
da un’ idea ad un’altra, o che risulta dalla comparazione di più nozioni ο
termini. La prima è simultanea, la seconda snccossiva; con questa conosciamo i
rapporti degli oggetti tra di loro, con quella cogliamo gli oggetti stessi.
Dicosi ragionamento intuitivo quello in cui la conolusione è ottenuta
immediatamente, senza bisogno di ricavarla dalle premesse; si ammette da alcuni
che in tal caso la conclusione sia preparata da nn lavoro cerebrale
incosciente, che, dal lato fisiologico, corrisponde a ciò che sarebbero le
premesse dal lato psicologico. Gli assiomi matematici non sono ragionamenti
intuitivi; se in essi manca la dimostrazione, non è perchè questa non sia
necessaria, ma perch’ non è possibile (v. incosciente, intuisione). Intuizione.
Lat. Fntuitus, Intuitio; T. Anschauung; I. Intuition; F. Intuition. Una delle
parole dal significato più vago e fluttuante, sebbene essa esprima sempre ed
essenzialmente un atto psicologico immediato, una manifesta zione subitanea e
indubitabile di cui il processo sfugge. Intuizione è adoperata, dice l’
Hamilton, a denotare l’apprensione che noi abbiamo delle verità evidenti per sè
stosse, l'immediata coscienza di un oggetto, una conoscenza intima ». Noi
possiamo distinguere quattro accezioni diverse di questo vocabolo, volgare o
pratica, artistica, teologica e filosofica. Nel senso rolgare l’ intuizione è
una disposiziono naturale a cogliere subito e bene il lato pratico © vero di
nna cosa, a comprendere ciò che è da farsi © da evitarsi. Nol senso ardstioo
non è se non cid che dicesi anche creazione geniale, estro, © che tradotto
nell'opera d’arte la rende tanto più suggestiva quanto meglio riesce ad essere
dagli altri evocata. Nel senso feologico, che è l'originario, esprime una
conoscenza immodiata di Dio ottenuta non mediante I’ intelligenza ma por virtù
dolla grazia divina, prima ο dopo la morte. Nel senso ‚flo39 Ranzoti, Dizion. di scienze filosofiche. Int 610
sofico, infine, pur esprimendo sempre un atto immediato di conoscenza,
ha assunto aspetti cd importanza diversa nei vari sistemi. Per Cartesio è
intuizione ogni atto per mezzo del quale lo spirito considera un’ idea,
comprendendola non successivamento ma in un medesimo momento e tutta intera;
quindi l'opposto dell’ intuizione è la deduzione, nella quale lo spirito
inferisce successivamente un dato da un altro. Hz quibus omnibus colligitur....
nullas vian hominibus patere ad cognitionem certam veritatis preter eridentem
intuitum et necessariam deductionem : item etiam, quid sint nature illa
simplices de quibus in octava propositione. Atque perspiouum cat intuitum
mentis tum ad illas omnes ertendi, tum ad necessaria illarum inter se
conneriones cognoscendas, tum denique ad reliqua omnia qua intellectun pracine,
vel in ne ipro, rel in phantasia esse experitu. Locke © Leibnitz danno
all’intuizione il significato cartesiano : Talvolta, dico il Locke, lo spirito
coglie la somiglianza o l’incongruenza di due idee immediatamente e per sd
stesse, senza l'intervento di null’ altro; e ciò io penso che possiamo chiamare
conoscenza intuitiva. Perchè in essa lo spirito non fatica a provare o a
esaminare, ma percepisco la verità come gli occhi percepiscono un punto
Inminoso soltanto con I’ essere diretti verso esso. Così Ja mente percepisce
che il bianco non è nero, che un circolo non è un triangolo, che tre ὃ più di
dne ed uguale ad uno più due. Da queste intuizioni dipendo ogni certezza ed
evidenza di tutta la nostra conoscenza ». Por In scuola scozzese, 9 così puro
per l’eclettismo francese, è una credenza che si prosenta in modo spontaneo al
nostro spirito, anteriormente a qualsiasi riflessione ο ragionamento, che anzi
la presnppongono; sono conoscenze intuitive la nostra credenza incrollabile
nella renltà degli oggetti ostoriori e della nostra cristonza, o la nostra
spontanen partecipazione allo verità supreme, che dominano regolano I’
esperienza. L'anima doll’ umanità, dice il Cousin, è un’ anima poctica che
scopre 611 Int in sè stessa i segreti degli esseri, e li
esprime con canti profetici che echeggiano d’ età in età. Allato dell’ umanità
è la filosofia, che ascolta con attenzione, raccoglie le sue parole e, per così
dire, le nota; e quando il momento delV ispirazione è passato, le presenta con
rispetto al mirabile artista, che non aveva la coscienza del proprio genio ©
che spesso non riconosce la propria opera ». Per Kant à intniziono ogni
conoscenza che si riporta immediatamente a degli oggetti, quindi è sempre uno
stato passivo della coscienza, intuitus nompe mentin nostre semper est
passirun. Egli distingue due specie di intuizioni: lo empiriche, che si
riportano agli oggetti per mezzo delle sensazioni, sia interne che esterne, e
quelle pure che sono la forma delle empiriche, e rispondono alle nozioni dello
spazio e del tempo. Kant nega l’esistenza di ana intuizione intcllettuale vale
a diro di una intuizione di natura tale, da daro l’esistenza stessa dell’
oggetto, ο che, per quanto noi possiamo comprenderlo, non può appartenere se'
non all’ Essere supremo ». Le intuizioni sensibili non dànno vera cognizione;
anzi lo forme dello spazio ο del tempo, in esse contenute, non hanno valore
necessario ed universale se non quando diventano materia di una sintesi
superioro tellettualo, facendo in queste la parte modesima che in esse fanno le
sensazioni. Fichte e Schelling ammettono invoce delle intuizioni intellettuali;
ma per Fichte tali intuizioni non sono quelle negate da Kant, ciod intuizioni
doll’ essere, delle cose in ad, bens) intuizioni degli atti: To non posso fare
un passo, nd nn movimento della mano ο del piedo, senza l'intuizione
intellettuale della coscienza di me stesso in queste azioni. Non è che mediauto
V’ intuizione che io so di agiro; mediante essa soltanto distinguo la mia
azione ο, in questa, mi distinguo dall’ oggotto proposto alla mia aziono ».
Talo intuizione è il fondamento della vita cosciente, in quanto ci fa
comprendere che questa, in ad modosima, non è cho atto puro. Schelling
atInt 612 tribuisce, al contrario di Kant, la massima
importanza nel proprio sistema alla intuizione intellettuale. La quale egli
considera come un atto indefinibile, trascendente, mediante il quale
l'intelletto coglie, nella sua identità, l'assoluto, nella cui natura
assolutamente semplice ed ina ‘riunisce tutti i contrari, como spirito e
materia, reale ed idealo, libertà e necessità: Una intuizion è una produzione
libera e nella quale sono identici ciò che produce e ciò che è prodotto. Una
tale intuizione sarà detta intuizione intellettuale, in opposizione con l’
intuizione sensibile, che non appare come producente il suo oggetto e nella
quale perciò il fatto d’ applicare l'intuizione è differente da ciò sn cui
codesta intuizione porta. All’ intuizione intellettuale corrisponde l’io,
poichd non è se non mediante la conoscenza dell’ io per sè stesso che l’ io
medesimo come oggetto è posto.... L’ intuizione intellettuale è l’ organo di
ogni pensiero trascendentale. Poichè il pensiero trascendentale consiste nel *
darsi liberamente un oggetto che, altrimenti, non è oggetto ». Anche per
Schopenhauer ο) è una intuizione intellettuale; anzi ogni intuizione è
intellettuale, valo a dire ci mette in presenza della realtà, facendocela
cogliere di colpo © senza concetti : L’ intendimento solo conosce
intuitivamente, il modo immediato e perfetto, la maniera d’ agire di una leva,
di una carrucola, ecc. ». La forma più perfetta delV intuizione è la
contemplazione estetica, nella quale colni che contempla lascia momentaneamente
tuttociò che fa la sua individualità, e non agisce più che come nn puro
soggetto conoscente, nello stesso tempo che coglie la natura metafisica dell’
oggetto contemplato, vale a dire la sua Idea. Per Rosmini e Gioberti |’ intuito
intellettuale è un atto © visione immanente del nostro spirito, e oggetto suo è
per il primo 1’ Ente possibile, da cui traggono realtà tutti gli oggetti, per
il secondo lo stesso Ente che crea gli oggetti particolari, cioè Dio. L’atto
della intelligenza è duplice, dice il Rosmini, cioè |’ atto primo che ha per
sno 613
termine I’ essere indeterminato e gli atti secondi. Coll’atto primo, col
quale è costituita l’ intelligenza, il soggetto non fa che ricevere
irredistibilmente, cioò aver presente l’essere... In tutti gli atti secondi,
opera il soggetto già costitnito intelligente. Se dunque per cognizione si
intendono quelle notizie che gli vengono dalle sue proprie operazioni mentali,
non si può dare il nome di cognizione alla notizia dell’ essere indeterminato,
quale sta presente nell’ intuito. Pare che anche il comune degli nomini riserbi
a questo solo (atto implicante il giudizio) il nome di cognizione: chè certo il
comune degli uomini non pensa alla prima intuizione e però del tutto non ne
parla. Comeochessia importa distinguere bene la prima intuizione dalle
intellezioni che vengono approsso, nelle quali solo si ravvisa movimento
intellettuale ». Por il Bradley V’ intuiziono à un’ esporienzs spirituale dell’
assoluto, un’ esperienza immediata © conoreta nella quale tntti gli elementi
dell’ univorso sensazione, emozione, pensiero, volere sono fusi in un
sentimento comprensivo; però di questa intuizione noi non possiamo avero che
un'idea astratta, perchè è impossibile ad esseri finiti vivere pienamente la
vita dell'assoluto; a noi è dato soltanto formarcene una certu idea, risalendo
a quel sentimento primitivo ο diffuso, in cui non è ancora sopravvenuta nessuna
distinzione di soggetto e oggetto e nessuna differenziazione di elementi.
Infine il Bergson dà all’ intuizione un valore analogo all’ istinto ο al senso
artistico, in quanto ci rivela ciò che gli esseri sono in sò stessi, per
opposizione all'analisi ο alla conoscenza scorsiva che ce li rivela dal di
fuori: Si chiama intuizione quella specie di simpatia intellettuale per cui οἱ
si trasporta all’ interno di un oggetto, per coincidere con ciò cho bn di unico
9 per conseguenza d’inesprimibile. Al contrario. P analisi è l’operazione che
riporta l'oggetto a elementi già noti, cioè comuni a questo oggetto ο ad altri.
Anulizzare consiste dunque nell’ esprimere una cosa in funInt 614
ziono di cid cho essa non è ». La funzione abituale della scienza
positiva è V analisi, mentre la metafisica deve fondarsi sull’ intuiziono; ora c'è
una realtà che noi after riamo tutti dal di dentro, per intuizione e non per
semplice analisi: è la nostra propria persona nel suo scorrere attraverso il
tempo è il nostro io che dura. Noi possiamo non simpatizzare intellettualmente
con nessuna altra cosa, ma simpatizziamo di certo con noi stessi ». Cfr. Descartes, Regule,
XII; Locke, Kes., IV, 11, 1; Leibnitz, Nowe. Ees., IV, cap. 2, $ 2; V. Cousin,
Frag. de phil. contemp., p. 34; Kant, De mund. sens, son. I, $ 10; Krit. d. reinen Vern.,
od. Reclam, p. 76, 88; Fichte, Thatsachen und Bewusstseins, in 8. IP., 1845,
vol. IL, p. 541 segg. ; Schelling, Säm. Werke, 1856, I, p. 316 seg.; III, 369;
Hamilton, Lect. on logic, 1860, I, p. 127; II, p. 73; Rosmini, Psicologia, II,
pag. 275 s0gg.; Teosofia, IV, p. 388-391; Sistema filos., $ 16, 17; Bradley,
Appearance and reality, 1883, p. 159 segg.; Bergson, La fil. dell’ intuizione,
trad. it. 1909, p. 17-19; Me Cosh, The intuitions of the mind, 1882; C. Pint,
Insufficence des philos. de l'intuition, 1908; M. Winter, Note sur Pint. en
mathématique, Rev. de metaph. », nov. 1908; E. Lugaro, La base anatomica dell’
intuizione, Riv. filosofica », 1908, p. 465 sogg.; P. Carabellese, Intuito e
sinteri primitiva in 4. Rosmini, Riv.
di fil. », genn. 1911, genn. 1912. Intuisionismo. T. Intuitionismus; I.
Intuitionalieme ; F. Intuitionisme. Ogni dottrina che si fonda sopra l’
intuizione, nei vari significati che questa parola può assumere © nelle diverse
sue applicazioni sia alla teoria della conoscenza, sia all'etica, all’
estetica, alla religione. Si oppone à razionalismo, intellettualinmo,
empirismo. Storicamente si applica all'indirizzo rappresentato dalla scuola
scozzese e dall’ eclettismo francese, indirizzo detto anche filosofia delP
intuizione, in quanto fonda la conoscenza sopra I’ intuinmediata delle verità
razionali e superiori all’esperienza, e considera V’ esistenza della realtà
materiale come zione 615 Inv direttamente conosciuta, non inferita o costruita.
Oggi l’intuizionismo è rappresentato, nella religione, da alcuni indirizzi del
modernismo cattolico e protestante, nella filosofia dalla maggior parte delle
dottrine neo-idealistiche. Cfr. E. H. Schmitt, Kritik d. Philon. rom Standpunkt der intuitiven
Erkenntnis, 1908; J. 8. Mill, Exam. of Hamilton, 1867, cap. XIV, $ 1; F.C. 3.
Schiller, Humanism and intuitioninn,. Riguardo all’origine e alla natura dell’ Io, per gli spiritualisti in
genere esso è un principio sostanziale, assolutamente nnico e identico, è
l’anima in quanto percepisce sò medesima percipiente come identica a νὰ
percepita. Dice Cartesio: Eraminantes enim, quinam simus nos, qui omnia, quae a
nobis diversa sunt, supponimus falsa esse, perspisque videmus, nullam
eriensionem, neo figuram, nec motum looalem, nec quid simile, quod corpori
tribuendum, ad naturam noatram pertinere, sed cogitationem solam. Per gli
empiristi invece non è un primum ma un poi, che risulta dal connettersi dei
fatti psichici successivi, ed è quindi nello stesso tempo uno © molteplice.
Così, secondo il Condillac l'Io non è che la collezione delle sensazioni; per
il Taine la proprietà, comune a tutti i fatti di coscienza, di appurirei come
interni, astratta da questi fatti o trasformata dsl lingnaggio in sostanza; per
il Ribot è il sentimento complesso e confuso del nostro organismo individuale.
Nel sistema di Fichte e di Hegel, l'Io ha un significato particolare. Con esso
il Fichte non intende l'Io individuale, ma lo stesso essere assoluto, che non è
originato da altra cosa ma pone originariamente sò stesso, ο quindi per
determinarsi pone il non-Io; determinatosi così, ne resta Io 618
determinato anche il non-Io, cosicchè l'Io e il non-Io si determinano
reciprocamente; per tal modo dal seno dell’ Io ο del pensiero hanno origine lo
spirito ο la materia, l’anima ο il corpo, l'umanità e la natura, L’Io al pari
del non-Io sono prodotti entrambi dall’ attività originaria dell'Io... L' lo
come intelligenza in generale dipende da un non-Io indeterminato, ὁ solo
mediante e in virtù di tale non-Io è intelligenza... L’Io, considerato come
abbracciante lu sfora totale, assolutamente «determinata, delle relazioni, è
sostanza ». Per I’ Hegel l’Io è quella estrinsecazione dell’assoluto per cui
esso, raccogliendosi nella umanità depo @ essersi sparso nella natura, si
rivela a sè medesimo: Il pensiero come soggotto rappresentato è pensante, e
l’esprossione semplice del soggetto esistente come pensante è I’ Io. Ma } Io
astratto come tale è il puro rapporto con sì stesso, in cui si fa astrazione
dal rappresentare, dal sentire, da ogni situazione, come da ogni particolarità
della natura, del talonto, dell'esperienza, vce. ». Schopenhauer distingue l'Io
teoretico dall’ Io rolitivo ο pratico : il primo consiste nel punto unitario
della coscienza e non è che la funzione conoscitiva del secondo: «Il volere
rappresenta la radice, l'intelletto la corona dei rami, mentre la ceppaia,
punto di indifferenza di entrambe, sarebbe 1’ 1ο, che, come punto finale
comune, appartiene così al volere come alla intelligonza. Questo Io è il
soggetto identico pro tempore del conoscere e del volere... Esso è il punto
temporale d’inizio e di collegamento della totalità dei fenomeni, vale u dire
della obbiettivazione del volere ». Secondo il Galluppi Posistenza dell'Io è
una verità primitiva di fatto, che no: si può dedurre o dimostrare per razi i
Plo, cioè il mio essere, il soggetto di ciò che sento in mo, fa parte dello
stesso atto semplice per il quale ho coscienza delle mic modificazioni ; solo
in séguito V analisi separa il soggetto dalle modific la sintesi riconduce
questo a quello, e le diverse verità primitive doll’ intellettuale ο del 619 lo
morale dell’ uomo si mostrano ». Secondo il Rosmini, gli atti mentali con cui
l’anima giunge ad esprimersi nell’ Io, sono anzitutto una percezione
intellettiva che il soggotto ha della sua propria anima, in secondo luogo, le
varie operazioni di cui l’anima è principio; infine, la coscienza che ha
l’anima della propria identità fra sè percipiento ο sè operante ο atteggiata a
operare. Per I’ Ardigd I’ lo e il non-Io sono un punto d'arrivo non uu punto di
partenza, sono cioè una distinzione operatasi per 1’ esporienza nel medesimo
indistinto primitivo, la sensazione: il primo risulta dal raccogliersi e
riprodursi in un ritmo comune delle sensazioni costanti prodotte dall'attività
organica, il secondo dal raccogliersi delle sensazioni accidentali o
discontinuo prodotte dagli stimoli esterni. Ancho per i seguaci della dottrina
economica o biologica dolla conoscenza la distinzione tra Io © non-lo è uno
sdoppin mento che la coscienza, per i suoi fini pratici, opera sugli elementi
sonsibili, che per sè non sono nö oggettivi nè soggettivi: Non I’ Io è
primario, dice il Mach, bens) gli elementi (sensazioni). Gli elementi formano
l'Io. Io sperimento sensibilmente del verde, significa che l’elemonto verde si
manifesta in un certo complesso di altri elemonti (sensazioni, ricordi) ». 11
Bergson distinguo 1’ lo superficiale © simbolico dull’ Io profondo : questo è
durata reale, libera creazione di qualità sempre nuove, quello una
soprastruttura artificiale imposta dallo esigenze della vita pratica: «ΛΙ
disotto della durata omogones, simbolo ostensivo della durata vera, una
psicologia attenta scopre una durata i cui elomenti si componetrano; al disotto
della molteplicità numorica degli stati coscienti, una molteplicità qualitativa
; al disotto doll’ Io a stati ben definiti, un Io in cui successione implica
fusione ο organizzazione. Ma noi ci contentiamo il più spesso del primo, cioè
dell'ombra dell’ Io proiettata nello spazio omogeneo ». Molti psicologi
contemporanei chiamano Io subliminale l'insieme delle sensazioni interne
Ive 620
oscure ο dei motivi subeoseienti, che costuiscono in noi una personalità
sotterranea la quale influisce continuamente sopra 1’ Jo eupraliminale,
costituito dall'insieme dei pensieri, delle sensazioni ο dei motivi coscienti;
socondo il Myors ο i suoi soguaci, P Io subliminale è il nucleo fondamentale ο
il motore della personalità umana, tantochè da esso deriverebbero in massima
parte le tendenze abituali ο istintive, gli impulsi delle nostre azioni, i
prodotti spontanei del genio, © con esso si spiegherebbero i fenomeni di
disintegrazione della personalità, di sdoppiamento della coscienza, di
suggestione ipnotica, di telepatia. In senso analogo si distingue nella
psicologia patologica l'Io primario, normale © costituito di stati di coscienza
lucid dall' Jo secondario, anormale ϱ subcosciente; questi duo Io covsistono
nell’ individuo ignorandosi totalmente, come si verifica nella così detta
scrittura automatica e nei casi di personalità alternante. Cfr. Cartesio,
Prino. phil., I, 7; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 294, 302; Fichte,
Syst. d. Sittenlehre, 1798, p. 110 segg.; Grund. d. ges. Wissenschaftslehre,
1802, p. 9-11; Hegel, Enoyol., $ 20; Schopenhauer, Die Welt, vol. II, ο. 19, 20; Galluppi, Lezioni di logica e metafisica,
1854, II, p. 617 segg.; Rosmini, Psicologia, 1846, I, p. 52 segg.; Bergson,
Essai eur le données, 1904, p. 96 segg. ; Ardigò, Op. fil, I. 144-50; V, 161
segg.; Mach, Beit. z. Anal, d. Empfindungen, 1886, p. 17; Myors, The human
personality, 1902; G. Geley, L’étro suboosciente, 1905; M. Princo, The
dissoolation of a personality, 1906; P. Janet, L'automatiome peychologiguo,
1910; A. Aliotta, Atti del V Congr. intern. di pric. a Roma, 1906 (v. essere.
soggetto, oggetto, dualismo, coscienza, spirito, spiritualismo, monismo,
parallelismo, ecc.). Iperalgesia.
T. Hyperalgesie: I. Hyperalgesia; F. Hyperalgosio. Sovreccitazione della
sensibilità dolorifica. Secondo aleuni psico-fisiologi esistono nella
superficie della cute delle zone o arco iperalgesiohe, le quali non corrispon
621 Ire dono ai territori di
distribuzione periferica dei nervi cutanei, © la cui sensibilità si desta
quando gli stimoli dolorifici ragiscono in aree, ad esse congiunte
centralmente, di minore sensibilità; ciò dimostrerebbe I’ esistenza di nervi ed
organi specifici del dolore, cosicchè la sensibilità dolorifien sarebbe un
quarto senso, che insieme a quelli del caldo, del freddo e del contatto,
costituisce la sensibilità cutanoa generale. Cfr. Kiesow, Arok. it, de Biol.,
vol. XXXVI, 1901; Alrutz, Atti del V Congr. int. di peiool. a Roma, 1906.
Iperestesia. T. Hyporüsthesie ; I. Hyporacstesia; F. Hyperesthésie.
Sovreceitazione anormale della sensibilità di un organo o di una regione; essa
prende dei nomi diversi a seconda degli organi sensori nei quali appare: così
dicesi iperormia l’iperestesia del senso olfattivo, iperacusia quella del senso
acustico, ipergeusia quella del senso gustativo, iperafia quella del senso
tattile. Si manifesta 80litamente con una grande intensità delle sensazioni,
che le rende moleste al soggetto. Il Myers chiama iperesteria della visione
cerebrale l’esasperata attività delle sfere visive corticali, promossa da
stimoli interni di ignota natura, che agiscono durante il sonno incompleto
risvegliando dei #ogni costituiti da visioni subbiettive vivaci, nette,
colorate. Cr. Myers, The human personality, 1902 (v. anestesia, sogno).
Ipermetafisica. T. Hypermotaphysik. Il Kant oppone alla vera metafisica, che
conosce i limiti della ragione umana, l’ipermetafisica che tali limiti vuol
sorpassare vagando nel campo delle imaginazioni senza fondamento. Un senso
analogo ha la parola metempirica, oggi più usata, proposta dal Lewes. Cfr. Kant, W. W., t. VIII, p.
576 seg. Lewes, Probl, of life and mind, 1875, t. II, pag. 17. Ipermetropia. T. Übereightigkeit. Difetto della
visione, che consiste in cid che i raggi paralleli dell’ asse ottico non fanno
foco sulla retina, come nell’ occhio normale, ma al di quo di essa. Quindi il
punto di lontananza, che per l'occhio normale si trova all'infinito, per I’
ipermetropico si trova al Ing 622 di là dell'infinito, cioè non esiste, perchè
solamente i raggi convergenti possono fare foco sulla lente senza sforzo di
accomodazione. L’ipermotropis è prodotta da poca enrvatura dello superfici di
rifrazione e da eccessiva cortezza dell’ asso ottico. Cfr. G. Abelsdorff, Das
Auge des Menschen, 1907, p. 59 segg. (v. aocomodamento, emmetropia,
presbitiemo, punto). i Ipermnesia. T. Hypermnesie; I. Hypermnesia; F.
Hypermuésie. È il contrario di amnesia, e designa uno stato di sovreccitazione
anormale della memoria. Può essere gonerale o parziale: quella consiste nel
subitanco e passeggero ritorno di un gran numero di ricordi, dipendente dalla
maggior rapidità della circolazione cerebrale; si verifica frequentemente noi
casi di febbre acuta, nell’ eccitazione maniaca, nell’ estasi, nell’ipnotismo e
talvolta anche nelV isterismo e nel periodo d’incubazione di certe malattie
mentali. Lo ipermnesie parziali consistono nel ritorno di alcune categorie di
ricordi, ad es. di un fatto, di una lingua dimenticata, © risultano quasi
sompre da cause morbose. Cfr. Ch. Bastian, Le oeroeveau, trad. franc. 1888, vol.
IT, Pp. 220 segg.; Ribot, Les maladies de la memoire, 313 ed. 1909 (v.
amnesia). Iperorganico. I.
Hyperorganical; F. Hyperorganique. Alcuni sociologi della scuola
analogico-organica, fra i quali lo Spencer, chiamano la società iperorganismo o
auperorganismo, in quanto travano in essa un legame di analogia con l'organismo
individuale e in quanto essa continua l'evoluzione organien. Generalmente
iperorganismo desigua ciò che è superioro all'organismo; così nel dualismo
spiritualistico, l’anima, lo spirito, è un principio iperorganico, in quanto
domina il corpo (v. analogico-organico). Iperpiano v. iperspazio. Iperspazio.
I. Hyperspace; F. Hyperespace. Spazio ipotetico, superioro a quello
tridimensionalo che i aqusi rivolano, e che ha proprietà diverse dello spazio
ancliden. 623 Ipr-Ipn Date » variabili, ogni gruppo di
valori particolari di queste varinbili è nn elemento (punto) in uno spazio a n
dimensioni (6 κ). Invece di considerare » variabili, se ne possono considerare
n + I, © i rapporti di n di esse all’ ultima; il punto di 6 n resta determinato
dai valori di tali rapporti © i valori corrispondenti della n + 1 variabili
possono chiamarsi coordinate omogenee del punto: ora, una equa zione lineare
omogenen fra queste coordinate dicesi iperpiano ed 8 n iperspazio. Cir. Klein, Vorlesungen über
nichteuclidischen geometrie, 1893; Russel, An essay on the foundation of
geometry, 1897; Halstead, Bibliografy of hyperspace, Amorican journ. of math.
», vol. I, p. 261 segg.; II, p. 65
segg.; Veronese, Fondamenti» di geometria a più dimensioni, 1891; Vonola, La
geometria non-suclidea, 1905; M. Boucher, Essai sur Vhyperespace, 1903 (v.
metageometria, non-euclideo). Ipertrofia. T. Uobernährung; I. Hypertrophy; F.
Hypertrophie. L'aumento della nutrizione, ο quindi della dimensione degli
organi, in seguito all’ attivo esercizio di ossi. Ipertrofia dimensionale: la
legge stabilita dal Roux, secondo oni l’anmentata attività di un organo
determina nm ingrandimento di esso in quella ο quelle direzioni, nelle quali
avviene l'aumento di lavoro; ad es, nelle ossa lunghe la sostanza ossea si concentra
alla periferia che deve sostenere lo sforzo maggiore, ritirandosi dal centro
dove } eceitamento fanzionale è minimo, per cui l'osso diventa tubolare. Nel
senso contrario agisce la leggo dell’ atrofia dimensionale (v. biomeccanica).
Ipnotismo.T. Hypnotiemus; I. Hypnotism; X. Hypnotisme. Vocabolo creato dal
Braid, che fra i primi lo studiò, vorso la seconda metà dol secolo scorso.
Designa l’ insieme di quoi fenomeni che si riattaocano al sonno artificiale 0
provocato nei nevropatici. Il merito di aver sottomesso codesti fonomeni ad una
accurata analisi sperimentale spetta allo Charcot ο alla ana scnola. Egli
distinguo nel sonno ipnotico due stati, il grande ο il piccolo ipuotismo. Ἡ
grande Ipo 626 Ipostasi (ὑπό = sotto, στάσις = dimora). T.
Hypostase; I. Hypostasis; F. Hypostase. Nella filosofia, specie in quella
alessandrina, e nella teologia, si usa per designare la sostanza che sta sotto
i fenomeni, ciò di cui i fenomeni non sono che la manifestazione esteriore.
Infatti la parola latina sub-stantia è la traduzione letterale della parola
greca ipostasi, Così secondo i teologi, nella SS. Trinità vi sono tre ipostasi
distinte, mentre la divinità di Gesù Cristo è l’unità ipostasica, sotto la
dualità delle nature divina ed umana,
Nel linguaggio filosofico corrente, fare un’ ipostasi o ipostatizsare,
significa dare concretezza ο realtà esteriore ad un dato, che è proprio
soltanto del pensiero, che è una pura astrazione. Cfr. Alberto Magno, Summa
theol., I, qu. 43, 2; S. Tommaso, Summa theol., I, 29, 1 ο. (v. κοatanza,
essenza, astrazione). Ipotesi. Gr. Ynößeoıs; Lat. Hypothesie; T. Hypothese ; I.
Hypothesis; F. Hypothèse. Secondo Platone l’ ipotesi è la supposizione di un
principio universale, che si mette a fondamento di un altro. Per Aristotele è
un ragionamento che riposa sopra l'assunto che, se 4 è vero, B deve essere
ammesso in conseguenza; se dunque À è vero, B à ricavato per ipotesi. Secondo
Cartesio l'ipotesi è una proposizione accolta senza constatarne la verità o la
falsità, come principio da cui ricavare un insieme di proposizioni : Affinchè
ciascuno sia libero di pensare ciò che gli piacerà, desidero che quello che
scriverò sia preso solo come ipotesi, molto lontana forse dalla verità; ma
anche se ciò fosse, crederei aver fatto molto se tutte le cose che ne sono
dedotte sono interamente conformi alle esperienze ». E contro questo metodo che
Newton protesta, rifiutando di usare di simili ipotesi: Rationem vero harum
gravitatis proprietatum ex phanomenis nondum potui deduoere, et hypotheses non
fingo. Quicquid enim ex phanomenis non deducitur, hypothesis vocanda est; et
hypotheses seu metaphysioæ, seu physica, scu qualitatum occultarum, seu
mechanicæ in philosophia 627 Ipo N experimentali locum non habent. Secondo
il Turgot invece, lo ipotesi sono una condizione del progresso intellettuale;
se ve ne sono di false e di arbitrarie, si distruggono da sè medesimo: Tutte le
volte che si tratta di trovare la causa di un effetto, non è se non per via
d’ipotesi che si può giungervi, quando l’effetto solo è conosciuto. Si risale,
come si può, dall’ effetto alla causa per cercare di conchiudere a ciò che è
fuori di noi. Ora, per divinare la cansa di un effetto, quando le nostre idee
non ce la prosentano, bisogna imaginarne una; bisogna verificare più ipotesi ο
provarle ». Secondo A. Comte le ipotesi veramente filosofiche devono presentare
costantemente il carattere di semplici anticipazioni su ciò che l’esperienza e
il ragionamento avrebbero potuto svelare immediatamente se le circostanze del
problema fossero state più favorevoli ». Secondo il Lotze l'ipotesi è una
congettura con cui cerchiamo di indovinare un dato di fatto non contenuto nella
percezione, ma che erediamo debba esistere in realtà perchè la perceziono co lo
presenta come possibile. Secondo la definizione del Mill, l'ipotesi è una
supposizione imaginata senza prove o con prove insufficienti, în vista di
«dedurre delle conclusioni che siano d’ accordo coi fatti reali. Constatato
questo accordo I’ ipotesi è verificata. Si sogliono distinguere lo ipotesi «peoiali
ο ideo direttrici, dallo grandi ipotesi ο ipotesi esplicative: quello stanno al
principio dello scienze, in quanto servono come idea direttiva delle
investigazioni, queste stanno al culmine della scienza e sono una
interpretazione generalo delle esperienze. Infatti le conclusioni ultime di
molte scienze, come I’ unità delle forze fisiche, I’ unità della materia, la
formazione del sistema solare ο del nostro pianeta, |’ atomiamo, l’ evoluzione,
ecc. non sono che grandi ipotesi, più o meno probabili ed alcune affatto
inverificabili. Molti scienziati si mostrano contrari all’ uso dell'ipotesi, in
quanto introducono nello sperimentalismo scientifico un elemento arbiIo. 628
trario ed a priori; va però notato che, mentre l’a priori della pura
ragione è, ο pretende di essere, immutabile © assoluto, quello dell’ ipotesi è
di sus natura mutabile, provvisorio, relativo, e non ha valore se non in quanto
può essere direttamente o indirettamente comprovato dall’esperienza. Quindi non
ogni ipotesi è legittima, e la sua introduzione è sottomessa a leggi rigorose,
che costituiscono lo condizioni d' ammissibilità dell’ ipotesi. Le principali
di queste condizioni sono: che l'ipotesi non inchiuda contraddizione nè in sè
stessa, nd con altri principt noti ¢ certi, nd coi fatti che deve spiegare; che
sia semplice, scelta tra quelle che hanno più diretta attinenza coi fatti: che
riguardi possibilmente una causa reale, non agenti imaginari, o non abbia una
forma troppo affermativa. Quanto alla sua verificazione, essa varia, secondo il
Naville, a seconda che l'ipotesi è razionale, sperimentale ο esplicativa : nel
primo caso si deve far concordare logicamente il principio razionale supposto
coi principi già stabiliti; nel secondo non si deve che constatare la realtà
del fatto prima imaginato ; nel terzo si devo dedurre le conseguenze ©
conıparare queste coi fatti. Secondo il Poincaré vi sono ipotesi verificabili
con l'indagine matematica e sperimentale, ipotesi valide solo come mezzi per
fissare le nostre conoscenze, ο ipotesi che non sono vere ipotesi, ma
definizioni o convenzioni mascherate. È da queste ultime che le acionze
traggono il loro massimo vigore; noi non concepiamo il numero, la grandezza, lo
spazio, la materia, se non traverso ipotesi le quali sembrano avere dell’ arbitrario
e che sono accettate, non già come la rappresentaziono della realtà, bensì come
un mezzo comodo, naturale, logico (per la logica umana) di rappresentarei la
realtà; non è la realtà che ci dà quei concetti, senza dei quali nulla
sapremmo, siamo noi che ce li creiamo © li usiamo per convenzione. In generale,
l’oggettività della conoscenza è in ragione inversa della sua universalità; il
fatto bruto è il più og 629 Ipo gettivo,
ma da questo in là l’oggettività diminuisce gradatamente a misura che cresce la
generalizzazione; il fatto stientifico è già meno oggettivo e più ipotetico del
primo, e dal fatto scientifico alla legge, ο da questa ai principt è un
procedimento continuo verso il soggettivismo © verso il convenzionalisno.
Questi concetti del Poincaré sono condivisi ed anche accentnati dai
rappresentanti dell’ empirismo radicale, dell’ empiriocriticiemo ο dell’
energismo. Così per l’Ostwald non si può ragginngere il fondo vero delle cose
se non attenendosi alla pura constatazione dei fatti offerti dall'esperienza, e
costruendo una scienza libera da ipotesi, eine Aypothesenfreio Wissenschaft; le
ipotesi sono, infatti, delle semplici imagini con cui arbitrariamente si
aggiungono ni fenomeni dei caratteri che non ci sono dati dall’ esperienza ο
non potranno mai dimostrarsi oggettivamente, imagini scelte in guisa da
rappresentare con le loro proprietà le proprietà analoghe dei fenomeni; ora, il
solo modo adeguato di rappresentare completamente un fenomeno à il fenomeno
stesso ; ogni rappresentazione per mezzo di altri fenomeni, più o meno
analoghi, contiene necessariamente elementi estranei. Cfr. Platone, Fed., 100 A
segg.; Kep., VI, 510 B; Aristotele, Anal. post., I, 2; Anal. prior., I, 10, 30
b, 32; Cartesio, Prino. phil., 11, 44, 45; IV, 204206; Newton, Philos. mat.
prino. math., 1687, ad finem; Comte, Cours de phil. pos., I, lez. 28; Lotzo,
(irundsiige d. Logik, 1891, p. 84; Stuart Mill, Syst. of logic, 1865, II, 17;
È. Naville, La logique de l'hypothèse, 1895; Ostwald, Porlesungen über
Naturphilosophie, 1902; Id., Die Uberwindung des wissenehohaft. Materialismus,
1895 ; Poincaré, La valeur de la science, 1908; Id., La science et l'hypothèse,
1909; C. Ranzoli, Leggo, principio, ipotesi, in Linguaggio dei filosofi »,
1913, p. 228-244. Ipotetico. T. Hypothetisch; I. Hypothetical; F. Hypothétique.
In generale si riferisce a tutto ciò che è supposto arbitrariamente, che ha
bisogno di essere dimostrato con Ips
630 prove. I giudizi sono ipotetici quando esprimono che
la posizione del predicato è condizionata ο dipendente dalla posizione del
soggetto. La loro formula è : se 4 à, è (non è) B. in cui la prima parte, che
contiene la posizione del soggetto, dicesi ipotesi, la seconda, che contiene
quella del predicato, tesi. Il giudizio ipotetico, insieme al categorico e al
disgiuntivo, appartiene alla forma dei giudizi di relazione. Diconsi ipotetici puri quei sillogismi in cui
In maggiore, la minore e la conclusione sono giudizi ipotetici: essi hanno,
teorioamente, tanto figure © modi quanti il gindizio categorico, ma sono
praticamente d’uso assai limitato. Diconsi ipotetico-categorici, quei
sillogismi di eni la maggiore è un giudizio ipotetico, la minore un gindizio
categorico che afferma l’antecedente o nega il consegnente della maggiore, e la
conclusione un giudizio categorico che afferma il conseguente o nega
l’antecedente della maggiore; esso ha quindi due modi fondamentali: il ponente
(ponendo ponens), che seguo il tipo della prima figura del sillogismo
categorico, © il tollente (tollendo tollens) che segue il tipo della
seconda. Nella matematica si di cono
ipotetici quei problemi la cui validità dipende dal-" l’analisi necessaria
a risolverli, ed assoluti quelli che sono indipendenti dall’analisi. Kant chiama ipotetici quegli imperativi che
sono subordinati ad una condizione, ed enuncinno che un atto è un mezzo
relativamente ad un certo fine. Cfr. Kant, Logik, 1800, p. 163; Wundt, Logik.
1893, I, p. 182. Ipsedicitismo. Vocabolo creato dalla espressione ipre dizit,
adoperato per designare In tendenza a jurare in verba magistri, nd ammettere in
tutta la sua estensione il principio di autorità (v. testimonianza). Ipse
dixit. Durante il medio evo, Aristotele era riguardato como giudice
inappellabilo del vero, perchè si credeva che egli nvesse raggiunto il limite
massimo della sapienza, conoscendo tutto quanto all’ nomo è dato co 631 Iro noscere. Quindi il criterio assoluto
della verità d’ ogni dottrina era 1’ essere contenuta nelle opere d’
Aristotele, l'essere stata detta da lui: ipse dixit, egli disse. Questa
espressione fu creata forse dal più grande commentatore arabo d’ Aristotele,
Ibn Roschd conosciuto sotto il nome di Averroè, il quale faceva precedere ai
propri commenti un compendio del testo d’ Aristotele, preceduto sempre dalla
parola Κάῑ = disse. Col Risorgimento ο col decadere della scolastica finisce
codesta cieca sottomissione all’autorità del filosofo greco, 9 si comprende che
la verità va cercata, come disse il Galilei, non nei libri d’Aristotele, ma nel
gran libro sempre aperto della natura. La inza moderna non esclude del tutto il
valore della testimonianza, ossia del principio di autorità, perohè se chi
coltiva una data disciplina dovesse rifare da capo tutto ciò che prima di lui è
stato fatto, sarebbe impossibile il progresso scientifico; tuttavia essa si
uniforma pur sempre alla massima di Bacono: veritas filia temporis non
auotoritatie (v. aristoteliamo). Ironia. Gr. Εϊρώνεια; T. Ironie, Ferepottung ;
I. Irony; F. Ironie. Si definisce come quella forma del comico, nella quale
inaspettatamente ci compiacciamo di trovar celato il biasimo sotto la lode o
sotto la rappresentazione oggettiva, oppure l’ incredulità sotto la credenza,
ο, viceversa, la lode sotto il biasimo e la credenza sotto la credulità. In
ogni forma d’ironie (pura, satirica, benevola, ecc.) è infatti essenziale un
compiacimento più o meno esagerato, col quale si rileva un difetto o un
contrasto, ο che, nella sua esagerazione, cela un compiacimento affatto opposto
a quello rivelato dall’ironista. Nella
storia della filosofia la parola ironia è usata ad indicare il processo
metodico confatativo, ο negativo, adoperato da Socrate nelle sue dispute. Esso
consisteva nel fingersi ignorante davanti a persone che godevano fama di essere
sapienti o si presumevano tali ; tale ignoranza egli la sapeva sostenere per i
tratti stessi del suo viso e Ink
632 con la semplicità delle
domande, ingenue in apparenza ma così sottilmente incalzanti nella sostanza, da
far cadere infine l'interlocutore in un viluppo di assurdità manifeste ο da
costringerlo a negare quanto prima aveva asserito. Così gli avversari vedevano
rovinare la loro pretesa scienza, smantellata sotto i colpi della dialettica
socratica. E tale era l'intento che Socrate proponevasi col suo metodo critico
dell’ ironia: comunicare agli altri quel dubbio che era anche in lui intorno
alla verità delle proprie ed altrui opinioni. Credi tu, dice Socrate a Menone,
a proposito dello schiavo che aveva preso a catechizzare, ch’ei si sarebbe
messo a cercare ed imparare ciò che si credeva di sapere pur nol sapendo, se
prima non fosse caduto nel dubbio, accorgendosi di non sapere e sentendo
desiderio di saper veramente? Pon mente adesso come egli, movendo da questo
dubbio e facendo la ricerca con me, ei ritroverà il vero, non altro che io
l’interroghi, non già che gli insegni >. Nei dialoghi socratici di Platone è
l’ironin che prevale; in quelli di Senofonte è invece il metodo positivo o
maieutica, Cfr. Senofonte, Mem., I, 3, 8; Acad., II, 15; Platone, Menone,
XVIII, 84 CD; Zuccante, Metodo di filosofare di Socrate, in Saggi filosofici,
1902; Paulhan, La morale de P ironie, 1909, p. 142 segg.; G. Palante, 2’
ironie, Revue philos. », feb. 1906; A. Momigliano, L'origine del comico, Cultura
filosofica », sett. 1909 (v. agonistica, anatreptica, endiotica, eristica,
ecc.). Irraggiamento v. emanazione. Irrazionalismo. T. Irrationalismus ; I.
Irrationalism ; F. Irrationalisme. Nella filosofia religiosa è quell’ indirizzo
che considera la ragione impotente a penetrare nelle cose divine ed
estrasensibili, e può avere tante forme quanti sono i mezzi o stromenti che
esso ritiene idonei alla conoscenza religiosa, siano essi la fede fiduciale o
giustificante (fideismo), la tradizione (tradizionalismo), il sentimento
(sentimentalismo), ecc.: si oppone sia al razionalismo as 633 Iur soluto, che ritiene la ragione capace di
costruire, con le sole sue forze, un sistema di conoscenze che ha valore non
solo di scienza © di filosofia, ma anche di religione; sia al
semi-razionaliemo, che riconosce due stromenti ο fonti della verità, la ragione
e la fede, e quindi due ordini di verità, le verità di ragione ο le verità di
fede. Nella metafisica l’irrazionalismo è dottrina per la quale l'universo è
irrazionale, ossia tale che non pud essere ridotto ngli schemi logici della
ragione ; si oppone specialmente al panlogiemo, per il quale invece tutto ciò
che è razionale è reale, © tutto ciò che è reale è razionale. Forme di
irrazionalismo sono l’ idealismo oggettivo dello Schelling, il rolontarismo
dello Schopenhaner ο il mobiliemo contemporaneo. Cfr. C. Ranzoli, I! linguaggio
dei filosofi, 1913, p. 217 segg.; Windelband, Storia della filosofia, trad.
it., vol. II, Ρ. 343-351. Irritabilità. F. Irritabilit. Questo vocabolo fu
introdotto nel linguaggio filosofico dall’ Haller, per designare ‘quella
proprietà dei muscoli che oggi dicesi contrattilità, © cio l'attitudine dei
muscoli stessi di reagire allo stimolo con uns contrazione. Poscia passò a
designare I’ attitudine del muscolo a reagire allo stimolo, attitudine che con
la contrattilità non costituisce che due forme di un’unica proprietà: il
muscolo non si contrae se non è irritabile, © non si può dire che sia
irritabile se non si contrae. Presentemente per irritabilità si intende la
proprietà fondamentale della materia organica di reagire ad eccitamenti, per
rispondere con una reazione propria agli stimoli. La reazione di ogni tessuto è
il risultato delle reazioni minime dei singoli elementi di cui il tessuto si
compone: Virritabilita è dunque la proprietà fondamentale delle cellule viventi.
Variando le reazioni minime, varia anche la reazione complessiva: così |’
irritabilità del tessuto muscolare consiste nel contrarsi, quella del tessuto
vascolare nel necernere, quella del tessuto nervoso nel sentire. La natura
Iso-Ist 634 specifica della reazione della cellula non
dipende dalla natura dello stimolo, ma da quella della cellula stessa.
L’attività delle cellule ο dei tessuti è sempre determinata da uno stimolo.
Tuttavia gli organismi hanno la proprietà di muoversi da sd stessi, senza In
eccitazione immediata del di fuori: questa proprietà dicesi «pontaneità ed è
costituita dalla scarica della forza muscolare immagazzinata, in seguito
all’azione di modificazioni interne, che costituiscono lo stimolo. La
spontaneità è dunque relativa non assoluta ; essa differisce dall’irritabilità
non qualitativamente ma quantitativamente. Cfr. Werworn, Fisiologia generale,
trad. it. 1907, p. 50 segg. (v. protoplasma, rita, vitalismo, eccitazione).
Isostenia. Vocabolo dell’antico scetticismo, ancora usato per indicare il
bilanciarsi delle ragioni pro e contro in un dato argomento. La conclusione
ultima cui giunse tutta l’antica scuola scettica, da Pirrone d’Elide a Sesto
Empirico, fu infatti che lo ragioni pro ο contro, intorno a qualsiasi oggetto,
si equilibrano ed hanno forza uguale; ‘Timone di Flio, discepolo di Pirrone,
disse ciò isostenia delle ragioni (ἰσοσθένια τῶν λόγων), 9 tale vocabolo è
rimasto nel linguaggio filosofico. Cfr. C. Wachsmnth, De Timone phliasio, 1859.
Istante. Gr. Τὸ viv; T. Augenblick ; I. Instant; F. Instant. L'attimo attuale,
il punto determinato e indivisibile della durata, © che quindi sfugge ad ogni
misurazione: esso è il limite comuno tra due durate successive. Il presente è
un istante, che sta fra il passato, che è già un non-essere, © il futuro, che è
il possibile pensato in relnzione alla nostra esperienza. Tra tutti i filosofi,
Aristotele è senza dubbio quello che ha analizzato con maggiore acutezza il
problema dell'istante, nel quale #’ accentra il problema del tempo. Per
Aristotele l'istante è sempre diverso per la sua forma, perchè ora è in questo
punto ora in altro punto diverso del tempo, ma è sempre lo stesso per la
sua 635
Ist materia, cioè in quanto istante, perchè implica sempre un anteriore
e un posteriore, o, in altre parole, perchè è sempre ugualmente fine del
passato e principio del futuro. Così si spiega come il tempo, al pari del
movimento, sia sempre diverso e sempre lo stesso. Se l'istante non fosse il
tempo non sarebbe, come se fl tempo non fosse l'istante non sarebbe; non solo,
ma è per l'istante che il tempo è continuo ed eterno. Tempo ed istante si
implicano a vicenda come il movimento e il corpo mosso; infatti sono entrambi
simultanei; © come il movimento e il corpo mosso sono simultanei, tali sono
anche il numero del corpo mosso € il numero del movimento; poichè il tempo è il
numero del movimento, e 1) istante, come il corpo mosso, è in certo modo
l’unità del numero, μονὰς ᾽αριθμοῦ ». L’ istante è ul tempo come il punto alla
linea: come I’ istante dete nina U’ anteriorità e lu posteriorit del movimento,
e quindi divide il prima e il dopo, così il punto divide la linea essendone il
principio e l’ estremità; come l'istante non è una porzione del tempo,
quantunque determini il tempo, così il punto non è una parte della linea,
quantunque generi la linea. Da ciò si comprende come Aristotele chiami
l’istante un semplice accidente del tempo; infatti sotto un certo rapporto esso
non è numero, ossia non è tempo, perchè mentre il numero serve a numerare le
cose più disparate, l’istante serve solo a limitare cid di eni è limite; ma
sotto un altro rapporto esso pure è numero, perchè può applicarsi
indifferentemente a tutti i movimenti e a tutti i corpi. Cfr. Aristotele, Phys.
IV. 10-12; Covotti, Le teorie dello spazio ο del tempo nella fil. greca, Annali
della R. Scuola Norm. di Pisa », 1897, vol. XII (v. fempo). Istanza. Lat.
Instantia; T. Instanz; I. Instance; F. Instance. Cartesio dava questo nome al
nuovo argomento che si aggiunge alla risposta ad una obiezione : Ho traseurato
di rispondere al grosso libro d’ istanze che 1’ autore Ist 686
delle quinte obbiezioni ha prodotto contro le mie risposte... ».
L'istanza, così intesa, può consistere sia in una nuova obbiezione, sia in una
confutazione della replica. Bacone dà a questa parola il valore di fatto
osservato ed accertato, caso particolare, esempio. Egli divide le istanze in
positive, negative e prerogative; le prime sono quelle che danno luogo ad una
induzione per enumerationem simplicem, le seconde sono i casi o il caso
particolare contrario, che la distruggono; le ultime il fatto o i fatti di tal
natura, che bastano a garantirla. L'istanza prerogativa, che à il fondamento
della legge, può offrirsi da sola alla osservazione; ma per lo più lo
scienziato deve andarla a cercare, e tale ricerca si opera per mezzo dello
esperimento. Cfr. Descartes, Lettre à Clerselier, ed. Ad. et Tannery, IX, 202; Bacone,
Nor. Org., Il, 21 segg. ; De Augmentis, V, 2 (v. istantie, induzione,
experimentum cruoie). Isterismo.
T. Hysterismus; I. Hysteriem, Hysteria; F. Hystérieme. Forma di malattia
nervosa, ricca dei più svariati fenomeni psichici, che si manifesta
specialmente nella gioventù, più nelle donne che negli uomini, e colpisce
profondamente la personalità. Secondo gli studi più recenti, esso sarebbe
determinato da una specie di intorpidimento, diffuso o localizzato, passeggero
o permanente, dei centri cerebrali, che si traduce con manifestazioni trofiche,
viscerali, sensitive © sensoriali, motrici © psichiche, a seconda dei centri
colpiti; ο con crisi transitorie, con stimmate permanenti o con accidenti
parossistici, a seconda delle sue variazioni, del sno grado e della sua durata.
Si distingue il grande isterismo dal carattere isterico; questo si rivela nella
grande mobilità dell’ umore, nella forma vacillante © instabile della volontà,
nella leggerezza dei giudizi ο degli affetti, nella incostanza dei propositi,
nella facile distraibilità ed emotività, nella tendenza alla bugia e
all’inganno. Il grande isterismo è caratterizzato da oscuramento della
coscienza, idee deliranti, illusioni ed allucinazioni, muta 637 Ist bilità massima dell’nmore, convulsioni,
nevralgie, anestesie e iperestesie locali e generali, insonnia, vertigini, ece.
In tutte le forme di isterismo si osservano poi : le lesioni più © meno gravi
della personalità, la grande attitudine a ricevere la suggestione (che agisce
nella subcoscienza) e il sonnambulismo naturale. Tuttavia gli autori che in
questi ultimi tempi hanno tentato di definire I’ isterismo, cercarono di
raccogliere tutti codesti sintomi intorno ad un fenomeno morale; Moebius e
Stritmpell considerano come isteiche le modificazioni patologiche del corpo
determinate da idee, da rappresentazioni, e lo definiscono un insieme di
malattie da idea, da rappresentazione mentale » ; altri insistono sullo
sdoppiamento della personalità, sui fenomeni di dissociazione mentale, sull’
ufficio delle idee subcoscienti, ecc. Si può dire con Pierre Janet che
l’isterismo è una psicosi appartenente al gruppo delle malattie mentali da
insufficienza cerebrale, ed è specialmente enratterizzata da sintomi morali, il
principalo dei quali è un indebolimento della facoltà di sintesi psicologica ».
Ne viene che un certo numero di fenomeni elementari, sonsazioni ed imagini,
cessano di essere percepite e sembrano escluse dalla percezione personale,
donde una tendenza alla scissione permanente e completa della personalità, alla
formazione di parecchi gruppi indipendenti gli uni dagli altri: questo stato
favorisce la formazione di idee parassitarie, che si sviluppano isolatamente
all’ infuori della coscienza personale e si manifestano coi disturbi più
svariati d’apparenza fisica. Cfr. Ribot, Les maladies de la volonté, 1901, pag. 115
segg.; Moebius, Ueber d. Begriff d. Hysterie, 1888 : Pierre Janet,
L'automatisme psychologique, 1889; Id., Anesthesie et dissociation, Revue
philos. », 1887 (x. autncosoienza, autosoopia, suggestibilità). Istinto. Τ. Instinkt; I. Instinct; F. Instinct,
È un insieme di abitudini protettive, formatesi lentamente a traverso
l'evoluzione della specie e fissatesi progressivamente negli Ist 688
individui della specie medesima. Il Reid lo definisce un impulso
naturale a certe azioni senza avere nessuna nozione del fine, senza
deliberazione e assai spesso senza nessun concetto di ciò che si fa ». Kant: la
necessità interiore della facoltà di desiderare il possesso di un oggetto prima
di conoscerlo; ossia un bisogno affettivo di fare o godere qualche cosa, di cni
tuttavia non si ha alcun concetto ». Bain: il nome dato a ciò che si fa
anteriormente all'esperienza e all’educazione ». Spencer: un’ azione riflessa
appropriata; esso può essere più descritto che definito, perchè non si può
tracciare una linea netta di demarcazione tra esso © la semplice azione
riflessa ». Romanes: termine generico comprendente tutte quelle facoltà
psichiche le quali conducono alla esecuzione cosciente di azioni che sono
adattative nel carattere, ma sono perseguite senza necessaria conoscenza delle
relazioni tra i mezzi impiegati 9 il fine raggiunto »; egli chiama istinti
primitivi quelli che risultano direttamente dalla struttura primitiva
dell’essere vivente, o che non sono dovuti che alla selezione, e istinti
secondari quelli che costituiscono un automatismo derivato, acquisito mediante
adattamenti intelligenti, Il Bastian invece raggruppa gli istinti in tre grandi
classi, a seconda «he dipendono da stimoli provenienti direttamente o
in«direttamente dal canale alimentare (ad es. il modo di ricercare © catturare
la preda), ο dagli organi generatori (ad es. la costruzione dei nidi, I’
incubazione, ece.), 0 da tutto intero l'organismo, sia nella parte esterna che
nell’ interna (ad es. lo svernamento e |’ emigrazione). Carattere essenziale
dell’ istinto è l'utilità, sia per l'individuo che per la specie; un istinto
nocivo non è più un vero istinto. secondo il Bergson questo carattere di
utilità (che però è uegato da alcuni biologi, che citano esempi di istinti
inutili © addirittura nocivi) consiste nell’ uso degli organi, laddove il carattere
della intelligenza sta nella capacità di fabbricare degli stromenti
artificiali: 7’ istinto compiuto è una fa 639
Ist coltà di utilizzare e anche di costruire degli atromenti
organizzati, l'intelligenza compiuta è la facoltà di fabbricare e impiegare
degli stromenti inorganici. Il carattere meccanico dell'istinto è apparso così
prevalente, che per lungo tempo è prevalso il concetto, elevato a legge, che I’
istinto fosse in ragione inversa dell’ intelligenza; oggi però la maggior parte
dei psicologi e dei naturalisti conviene col Romanes nel respingere codesta
legge, e nell’ ammettere invece che V istinto s’ accompagna a quel grado d’
intelligenza che procede per singoli casi, e che è in continua cooperazione con
la scelta naturale © col meccanismo. L’ atto istintivo si distingue dal
riflesso, perchè mentre questo è puramente fisiologico e riguarda solitamente
un solo organo, quello ha anche un fattore psichico, ciod il sentimento, e
implica l’impiego di più organi; si distingue dal volontario perchè è d’
ordinario uniforme e non snppone la netta rappresentazione del fino; si
distingue infine dall’ abitudine perchd questa è acquisita quello è innato.
Tuttavia è indubitabile che 1’ istinto, oltre che fatto ereditario, è anche
fatto d’ acquisizione, nd si potrebbe comprenderne l’origine ammettendo la sola
trasmissione ereditaria: infatti l'eredità non crea, ma soltanto conserva ciò
che già esisto; 1’ eredità soffre numerose eccezioni, mentre l’ istinto non ne
soffre alcuna; l'eredità trasmette anche le tendenze nocive, mentre l’istinto è
sempre utile. Dol resto, che l’istinto possa ossere acquisito è dimostrato,
oltrechè dalle modificazioni che esso subisce per gli adattamenti locali, anche
dall’ efficacia dell’ addomesticamento, che può deprimero o distruggere istinti
esistenti ο crearne di nuovi. Ora, i principali fattori che concorrono a
formare l’istinto sarebbero: l'imitazione, l'adattamento, l’intelligenza e
l’esperienza individuale, intesa, quest’ ultima, come qualche cosa di più
semplice dell’ esperienza riflessa e pienamente cosciente, che è propria
soltanto dei vertebrati superiori © dell’uomo. Cfr. Reid, On the intell. powers of man, 1785,
MI, 2; Kant, Anthropologie, 1872, I, $ 78; Bain, Menta? Isı-Ira 640
and moral science, 1884, p. 68; Spencer, Prino. of psychology, 1881, I,
p. 482 segg.; Romanes, L’évol. ment. chez los animauz, cap. XII; Bastian, The
brain as an organ of mind, 1884, p. 227 ; Bergson, L’évol. ordatrice, 1912,
cap. IL: G. Bohn, La nouvelle
peychol. animale, 1911; T. Wasmann, Istinto e intelligenza nel regno animale,
trad. it. 1908; F. Mi sci, La formazione naturale del? intinto, Atti della R.
Acc. di Napoli », 1898. Istologia. T. Hystologie; I. Hystology; F. Hystologie.
L’anatomia microscopica, che studia gli organi del corpo umano nei loro
elementi componenti e stabilisce i rapporti dei vari tessuti (hista ο tela). L’
istologia moderna si fonda sulla teoria cellulare, per la quale sia nell’ uomo
che nell’animale, sia nell’ organismo sano che nell’ammalato, tutti i tessuti
si compongono degli stessi elementi morfologici microscopici, le cellule, le
quali nascono tutte per una divisione ripetuta spesse volte, da una cellula
unica, semplice, dalla cellula stipite o dalla cellula ovo fecondata (v.
cellula, cellulari teorie, vita, generazione). Istorismo. O storicismo. T.
Historiemus; F. Historisme. Scuola filosofica ο suciologica, che gli
avvenimenti della storia, il diritto, i costumi, le azioni umane, le diverse
dottrine, vuole siano giudicate non nel loro valore intrinseco, ma nel loro
clima storico, vale a dire in rapporto all’ ambiente sociale, di cui esse sono
il prodotto. In questo senso l’istorisno si oppone al razionalismo; ma essendo
talvolta usato anche a indicare la concezione hegeliana, per cui l’accadere è
un processo essenzialmente storico spirituale, si oppone a naturalismo. Cfr. Andler, Les origines
du socialisme d’État en Allemagne, 1. I, c. I, $ 2-4 (v. eatetiomo, storicità).
Italica (scuola). Talvolta si
chiama così la scuola pitagorica perchè fiorì nella Magna Grecia, e
specialmente a Crotone, colonia dorico-achea. 641
Lav-LecL Lavoro. T. Arbeit; I. Work; F. Travail. In senso generale è
ogni attività legata ad uno sforzo ο diretta ad uno scopo utile, oggettivo o
soggettivo; in senso meccanico il prodotto di una forza costante per il cammino
che percorre il suo punto d’applicazione nella direzione di quosta forza.
Dicesi lavoro elementare il prodotto di questa forza per il cammino che
percorre il suo punto d’applicazione e per il coseno dell’angolo che la
direzione della forza fa con la direzione del cammino. Dicesi lavoro virtuale
il lavoro elementare d’una forza in un movimento virtuale ο ipotetico; il
principio del lavoro virtuale, usato nella statica e già intravvisto da
Galileo, consiste in ciò, che quando un sistema di pnnti materiali è in
equilibrio, se gli si imprime un movimento virtuale compatibile con i legami
stabiliti tra i suoi differenti punti, la somma algobrica dei lavori virtuali
di tutte le forzo al quale è sottomesso è uguale a zero. Diconsiipotesidi lavoro
o idee di lavoro (working ideas) quelle ipotesi e quei concetti scientifici,
che non rappresentano la vera natura delle cose, non corrispondono a nulla di
reale, ma hanno il semplice valore di finzioni utili, di simboli
artificialmente costruiti per agire sulla realtà; secondo alconi indirizzi
filosofici contemporanei, tutte le leggi scientifiche e persino le categorie
intellettuali (causalità, sostanza, forza, spazio, tempo, ecc.) non sarebbero
che ipotesi di lavoro. Cfr. Bradley, Appearance and reality, 1893, p. 284 (v.
economica concezione, empirioeriticiemo, ipotesi). Legalità. T. Gesetzlichkeit,
Genetemässigkeit; I. Legality; F. Légalité. In senso generale, conformità alle
leggi positive. Per rapporto alla legge morale, Kant distingue In legalità
dalla moralità: questa è la conformità soggettiva ο volontaria dell’atto con la
legge morale, quella la con41 Rawzout,
Dirion. di scienze filosofiche, Lea 642 formità oggettiva dell’ atto alla legge
stessa, in quanto cioè l’atto compiuto è quale appunto doveva compiersi. Può
dunque aversi nello azioni la moralità senza la legalità ο viceversa: si ha il
primo caso quando in buona fede si fa ciò che essa proibisce di fare, il
secondo quando si fa ciò che la legge comanda per un motivo diverso che l’obbedienza
dovuta alla legge. Cfr.
Kant, Krit. d. pr. Vernunft, D 126 segg.; Id.,The monist, gennaio 1910. Legge.
Gr. Nönog; Lat. Lez; T. Gesetz; I. Law; F. Loi. Il concetto di legge ha subito molte variazioni nella
storia del pensiero umano, le quali tutte permangono como gnificazioni diverse
dello stesso vocabolo. Agli albori della speculazione filosofica, la leggo era
considerata come un comando impartito ai fatti naturali da virtà divine occulte
© dirpotiche; poscia prevalse il concetto etico-giuridico, per cui si
considerarono le leggi naturali come norme impartito ai fatti da una volontà
sovrannaturale, alla stessa guisa che il legislatore impone ai cittadini, con
regola immutabile, i propri voleri. Con gli stoici, l’idea di legge è
trasportata per la prima volta dai fatti morali si naturali, con la scuola
epicurea essa cominciò a considerarsi come la manifestazione spontanen della
realtà intima dei fenomeni. Ma il concetto naturale di legge nel senso moderno
non comincia che verso il seicento; allora per loggo #' intese il rapporto
costante fra termini, che sono rispettivamente condizionati e condizionanti. Ai
nostri giorni la nozione di legge ha assunto una generalità anche maggiore, ο
significa uniformità di rapporto, o anche solo di posizione, tra più cose,
fatti, proprietà. La logge non è altro, per la acienza modorna, che la
concordanza dei fatti in una medesima condizione, vale a diro il fatto stesso
portato allasuamassima goneralitä. Così l’Ardigò definisce la logge ; 648
Lee il De Greef il rapporto necessario esistente fra ogni fenomeno e le
condizioni nelle quali esso apparisce >; il Vignoli «l’ invariabilità nell’
evoluzione © molteplicità dei fenomeni », eoo. Però non tutti i filosofi
concordano nel dare alle leggi naturali un valore rappresentativo della realtà;
secondo alcuni indirizzi filosofici contemporanei (contingentismo,
empiriooriticiemo, prammatiemo, ecc.) esse sarebbero delle semplici ipotesi,
dello idee di lavoro, senza alcuna correlazione con una realtà per sò stante e
costruite solo per ordinare în modo semplice ed economico le esperienze © per
servire si bisogni dell’azione. Si sogliono distinguere: leggi
etico-giuridicho, naturali, matematiche e storiche. Le prime non sono causali
come le leggi naturali, ma riguardano un’ azione possibile © sopportano la
contraddizione; le leggi matematiche non sono causali ο quindi non soffrono
eccezioni; le leggi storiche sono causali come le naturali (per chi considera
la storia come scienza), ma assai più complesso e meno precise per il maggior intreccio
© la maggior dipendenza dei fatti storici tra di loro. Secondo alcuni
pensatori, le leggi sociali, che appartengono al gruppo delle leggi storiche,
non sarebbero assolute, fisse ο immutabili come le leggi fisiche, ma soltanto
empiriche, di tendenza © di gruppo ; empiriche perchè non fondate su un numero
sufficiente di fatti; di tendenza perchè esprimono soltanto la direzione
generale delle forze socinli, sonza poter affermare se la loro direzione
perdurerà ο inuterà, ο in qual modo muterà; di gruppo perch? possono essero
appliente soltanto a masse o aggregati di individui. Cfr. Kant, Krit d. pr.
Vernunft, 1. I, ch. I, § 1; Wundt, Logik, 33 ed., 1. II, p. 22; E. Boirac,
L'idée de phénomène, 1894, p. 198 s0gg. ; L. Weber, Sur diverses acoeptions du mot
loi, in Revue philosophique, maggio ο giugno 1894; A. Pagano, Vicende del
termine e del concetto di legge nella filosofia naturale, Riv. filosofica»,
sett. 1905 (v. diritto, determinismo, empiriocriticiemo, ipotesi. Lem-Lis 644
Lemma. Gr. Λῆμμα = proposizione; T. Lehnsats, Hüdfssate; I. Lemma; F.
Lemme. Proposizione che si ammette come dimostrata in quanto serve a preparare
la dimostrazione di un'altra proposizione, che bisogna provare e con la quale
tuttavia non ha alcun rapporto diretto. Quest’uso della parola sembra risalire
a Euclide; mu già Aristotele Vadoperava per indicare le premesse del
sillogismo, τὰ AFppara τοῦ συλλογισμοῦ. Oggi si usa anche ad indicare una
proposizione press a prestito da un’altra scienza o da un’altra parte dello
stesso sistema, dove ha la propria dimostrazione. Cfr. Aristotele, Top., VIII,
1, 156 b, 21; Fries, System der Logik, 8 Auf. 1837, p. 294 (v. dilemma,
dimostrazione). Letargia. Gr. Ληθαργία, da λήθη = oblio, ἁργία inazione; T.
Lethargie, Schlafeucht; I. Lethargy, Trance; F. Léthargie. Una delle fasi del
sonno ipnotico, la seconda stando alla teoria dol grande ipnotiemo, sostenuta
dallo Charcot ο dalla sun scuola. Lo stato letargico è caratterizzato da
ancatesin quasi generale, esagerazione dei riflessi © risoInzione muscolare
completa, cosicchè ogni più debole eccitazione meccanica determina la
contrazione (v. ipnotiemo, catalessia, sonnambuliemo, suggestione, 900.).
Levirato. Mac Lennan chiama così quel sistema di matrimonio praticato dalle
antiche tribù a famiglia poliandrica esogamica, secondo il quale un uomo doveva
sposare In vedova del suo fratello morto senza prole, per assicurargli una
posterità. Il levirnto segna un passo notevole nell'evoluzione della famiglia,
in quanto un gruppo di uomini prima nomici © poi succossivamente tra loro
fratelli, coabitano con uno stessa donna, stringendosi al patto prima detto.
Cfr. Mac Lennan, Studies in ancient history. 1878 (v. esogamia, endogamia,
matriarcato, famiglia, cco.). Liberalismo. T. Liberalismus; I. Liberalism; F.
Liberalisme. In senso politico-roligioso è la dottrina compendiata nella nota
formula cavonriana «libera Chiesa in libero
645 Lis Stato ». In senso
strettamente politico, la dottrina secondo la quale ai cittadini dev'essere
garantita libertà di pensiero e di parola, sicurezza da ogni arbitrio
governativo; il che significa che il potere legislativo e giudiziario debbono
essere indipendenti quanto è possibile dall’esecutivo. In senso economico, la
dottrina che sostiene non dover lo Stuto intervenire nelle relazioni economiche
tra cittadini, grappi sociali, nazioni (mediante premi, dazi protettivi, ecc.),
le sue funzioni non essendo nd industriali nd commerciali. Cfr. Royce, Psiohol.
Rev., V, 1898, 188; © una serie di art. di vari autori in Reo. de metaph. et de
morale, 1892-1893. Libero
arbitrio. Lat. Liberum arbitrium indifferentia ; T. Willenafretheit; I.
Freewill; F. "Libre arbitro. La
libertà del volere, ossia la possibilità conoreta che l’uomo posscderebbe di
determinarsi in modi svariatissimi ο indifferentemente, vale a dire senza
legami con la necessaria azione delle cause determinanti. In altre parole,
libero arbitrio vuol dire che la decisiono tra duo possibilità opposte
appartiene esclusivamente alla volontà dell'individuo, senza che per nulla
possano influire su tale docisione la pressiono multiforme ο continua
dell'ambiente esteriore © la lotta interna dei diversi motivi e mobili.
Arditrium, dice Pietro Lombardo, quia sino coatione et necessitate valet
appetere vel eligero, quod ex rations decreverit. È Malobrancho : la puissanoe do
vouloir ou de ne pas rouloir, ou bien de voulvir le contraire. E Bossuet: plus
je recherche en moi-mémo la raison qui me détermine, plus je sens quo je n’en
ai auoune autre que ma soule volonté; je sens par là clairement ma liberté, qui
consinte uniquement dans un tel choiz. Libero arbitrio significa adunquo spontaneità, assenza di causalità ;
ogni dottrina che ammette nell’ uomo il libero arbitrio dicesi indeterminiemo,
contingentismo, 0 libertiemo. Anche i deterministi ammettono lu libertà del
volere, ma semplicemento come una possibilità astratta: infatti essendo In
libertà la possibilità di coordinaro i mezzi al compimento del fine, ed essendo
la Lis 646 volontà non altro che la possibilità di una
simile coordinazione cosciente, è chiaro che senza libertà non ο) ὃ nemmeno
volontà non essendoci possibilità di coordinazione. Ma tale possibilità è
puramente astratta, perchè nel caso conereto una data decisiono è l’effetto
necessario di determinati motivi: astrattamente io posso ora scrivere e non
sorivere, ma in realtà perchè smetta di scrivere occorre si verifichino quelle
condizioni che non si verificano mentre scrivo. Oltre la maniera tradizionale
di intendere il libero arbitrio ciod quale assoluta spontaneità, quale libertà@indifferenza,quale
eocezione del principio di causalità ve n’ha una più moderna che lo intende
come autonomia della ragione, dalla quale la volontà dipende. Per Kant
l'autonomia è la volontà che, indipendentemento da ogni mobile, si determina da
sò stessa ad agire, cioò in virtà della sola forma univeraalo della legge
morale, fuori da ogni motivo sensibile; come la nostra conoscenza si regge
sopra condizioni @ priori, così anche la nostra condotta morale deve dipendere
dalla volontà morale © dalla sua legge morale; quindi drückt das moralische
Gesetz nicht anderes aus ala die Autonomie der reinen praktischen Vernunft, d.
i. der Freiheit, ossia la legge morale non esprime che l'autonomia della ragion
pura pratica, vale a diro In libertà; l'autonomia del volero è quella proprictà
del voloro, por cui osso è una logge a sè modesimo (indipondento da ogni
propriotà dell’ oggetto del volere) ». Il principio dell’autonomia è dunque:
scegliere in modo, che le massime della propria scelta siano nollo stesso tempo
comprese nel volere medesimo conic legge nnivorsale. Secondo l’Ardigò ogni
attività specitica è un'autonomia in quanto è la trasformazione della forza
esteriore, dovuta alla proprietà di cui ogni essere è dotato, cioè alla
costituzione naturale dell’ essere stesso: è un’ autonomia perchè la forza
esteriorehadovutotrasformarsi secondo la proprietà dell’ essere, il quale per
tal modo trova in sè 647 118 stesso la ragione e la possibilità di
operare. L’autonomia del vegetale è la vita, del bruto è la priche, dell’uomo è
l’idea, che è l’autonomia massima, perchè è la formazione naturale più
complessa, che si sovrappone, in quanto tale, alle formazioni inferiori,
dominandole, e rappresenta la maggiore specializzazione ο indeterminatezzs di
azioni. L'autonomia è dunque libero arbitrio, pur non negando la legge
universale della causalità: è arbitrio, in quanto è la forma speciale di
attività, che ha in sò stessa la ragione di essere e domina le sottoposte, è
libertà perchè non è la possibilità unica della eteronomis, ma è un numero
svariatissimo di possibilità. Per il Bergson, invece, la libertà è lo stesso
potere onde il fondo individunlo ο inesprimibile dell’ essere si manifesta © si
crea nei propri atti, potere di oui noi abbiamo coscienza come d’una realtà immedintamente
sentita, © che caratterizza un ordine di fatti in cui i concetti doll’
intelligenza, in special modo l’idea di determinazione, pordono ogni
significato: si chiama libertà il rapporto dell’ io concreto con l'atto che
osso compie. Questo rapporto à indefinibile, precisamente perchè noi siamo
liberi: si analizza infatti una cosa, ma non un progresso; si decompone
l'estensione, ma non la durata... Per ciò ogni definizione della libertà darà
ragione al doterminismo ». Cfr. P. Lombardo, Opera omnia, 1855, t. II, d. 25, 5;
Malebranche, De la rech. de la verité, 1712, I, p. 1; Bossuet, Traité du libre
arbitre, 1872, e. II; Kant, Arit. d. prakt. Vorn., 1878, 1, $8, e Grundl. 2. Met. d. Sitt., 1882,
p. 67; Fonsegrive, Eseat sur le libro arbitre, sa théorie et son histoire,
1889; G. Biuso, Del libero arbitrio, 1900; Ardigò, La morale dei positivisti,
1892, p. 118 sogg.; Bergson, Essai sur les données imm. do la conscience, 1904,
p. 167 (v. determinismo, indelerminismo, libertà, epontaneità, fatalismo,
scionza media, motivi, causalità, ecc.). Libero esame. È una delle forme della
libertà di coscienza, e consiste nella facoltà di costruire da sè stesso
Lis 648
il sistema delle proprie credenze, o nello scogliere quelle tra le
credenze già costituite cho più talentano, senza che alcuna autorità le imponga
con violenza sia fisica che morale. Libertà. T. Freiheit; 1. Liberty, Freedom;
F. Liberté. Designs, in generale, l'assenza di ostacoli al compimento di un
fine: siccome poi all’ assenza di ostacoli corrisponde la possibilità di
coordinare i mezzi al fine, così per libertà si può anche intendere la
possibilità di coordinare i mezzi necessari al compimento di un fine. Quando
però à attribuita agli esseri incoscienti, non essendo quivi possibile la
concezione del fine, designa soltanto l'assenza d’ ostacoli al compimento d’una
azione: ad es. un corpo dicesi libero quando nessun ostacolo si oppone al suo
movimento. Kant chiama libertà intelligibile, 0 nowmenica, ο trascendentale,
quella che consiste in ciò, che l’esplicazione d’ogni fonomeno dato è duplice:
a) in quanto questo fenomeno appare nel tempo, si deve collegarlo a fenomeni
anteriori dai quali risulta, secondo leggi che lo determinano rigorosamente in
rapporto a questi; b) i fenomeni così collegati non essendo cose in sà ma
semplici rappresentazioni, hanno inoltre delle cause non temporali che non sono
fenomeni, © il loro rapporto a codeste cause costituisce la libertà. Riguardo
alla libertà umana si suol distinguere: 1° la libertà psicologica ο libertà
morale, che non è altro che la libertà del volere, ossia la possibilità di
determinarsi senza motivo o di scegliere liberamente fra motivi di egual forza;
2° la libertà fisica che non è se non la semplice possibilità dei movimenti del
corpo; ne è privo chi è colpito du paralisi, atassia locomotrice, acinesia,
eco.; 3° libertà personalo che è la stessa cosa della precedente, ma dipendo da
cause esteriori all’individuo; manca di essa chi è in carcero; 4° libertà
cirile cioò la possibilità di esercitare i diritti civili; 5° libertà politica
che consiste nella facoltà dei cittadini di governarsi con proprie leggi. Alla
libertà politica, 649 Lis-Lin intesa in senso largo, cioò quale
facoltà concessa come tto universale agli individui di esercitare la propria
uttività con la maggior sicurezza, appartengono: la libertà di coscienza 0 di
pensiefd, che è la libertà degli individui di manifestare le proprie opinioni,
di difenderle, propagarle criticando le contrarie, tenendosi lo Stato
assolutamente neutro, specie in materia religiosa; la Ubertà di stampa, che è
la forma più alta ο più moderna della libertà di coscienza; la Ubertd di
parola, la libertà d’ associazione, 900., che sono tutte forme della libertà di
pensiero. Cfr.
Spiποσα, Ethica, IV, 68, ο tutto il 1. V De liberiate; A. Comte, Catéohieme,
positiviste, 4e entretien; Déolaration dee droite de l'homme, 1879 art. 11;
Kant, Krit. d. prakt. Vernunft,
Kritische Beleuchtung, dal $ 7 alla fine; A. Fonillée, Liberté et determinisme,
5° ed. 1907; F. Masci, Coscienza, volontà, libertà, 1884. Libertismo. I.
Libertarianiom ; F. Libertieme. Si adopera talvolta invece di indeterminiemo,
per designare tutte quelle dottrine che ammettono la libertà del volere. Fn
usato dal Bergson per designare la categoria di dottrine di cni fa parte il suo
sistema. Cfr.
Revue de métaph. et de morale, vol. VIII, p. 661 (v. necessitiemo). Linguaggio. T. Sprache; I. Language; F.
Langage. Iu senso generale è linguaggio ogni espressione degli stati interni di
un essere vivente ad un altro, mediante sogni o movimenti. In senso più stretto
è un sistema di segni, adeguato a significare i pensieri che i membri d’una
società vogliono comunicarsi; codesti segni, essendo sempre uguali, servono
appunto a legare e rievocare gli elementi sempre diversi delle rappresentazioni,
da cui si formano le idee generali: Ciò cho la natura, dice l Ebbinghaus, non
offre all’uomo, cioò dei segni costantemente simili, congiunti regolarmente
alle percezioni per metà identiche e per metà variabili, egli l’ha creato
ricavandolo da sè stesso. L'uomo ha trovato così il mezzo per estendere il
Lin 650
pensiero astratto e condurlo al più alto punto di perfezione
imaginabile. Codesta creazione è il linguaggio ». Porò secondo la dottrina
religiosa il linguaggio non sarebbe già una creazione dell’uomo, bensì ffn dono
immediato fatto da Dio all'uomo; secondo un’altra dottrina il linguaggio
sarebbe una scoperta ο una invenzione fatta da principio da un uomo di genio;
invece per la moderna psicologia il linguaggio è un prodotto psicologicamente
necessario ed evolutivo della coscienza collettiva. I linguaggi si distinguono
in naturali © artificiali ο convenzionali: nei primi l'associazione tra il
segno e l’idea è spontanea, involontaria, tanto per colui che significa, quanto
per quello cui vien significato ; nei secondi invece questa doppia associazione
è arbitraria. Sono linguaggi naturali la mimics, l’onomatopea, e, in genere, i
segni emosionali o patognomici, che esprimono al di fuori le emozioni
dell’animo; sono artificiali tutti gli algoritmi e i linguaggi articolati
evoluti. Secondo 1 ipotosi di Darwin e Spencer, il linguaggio convenzionale ha
origine dal naturale: dapprima gli uomini si servivano del gosto indicativo ο
imitutivo, poi nd esso accompagnarono il suono pure imitativo (onomatopea),
infine, utilizzati più largamente i movimenti del gesto e dell’ articolazione,
sorso il linguaggio a forma fonetica, in oui ciascun carattere è il segno d’un
suono. La forma fonetica fu preceduta dulV ideografica, in cui ogni carattere
osprime direttamento un’ idea, o dalla mimica cioò dal gesto. Si distinguono
anche tro tipi fondamentali di linguo: le monosillabiche composte di sillabe
ciascuna delle quali rappresenta un’ idea ustratta; lo agglutinanti composte di
radici ciascuna delle quali esprime o una idea generale o una accessoria; lo
lingue a flesione composte di parole ciascuna delle quali esprime un’ iden
principale modificata da una accessoria. Dicesi linguaggio emozionale
quell'insieme di modificazioni organiche e di movimenti istintivi, che
costituiscono l’aspetto fisico delle emozioni, ο, in quanto appaiono este
651 Lim riormente, servono a indicare le
corrispondenti emozioni, per l’esperienza che ne abbiamo. Dicesi linguaggio
interiore la successione dello imagini verbali, con cui si suole esprimere una
serie di pensieri, ma che rimangono allo stato psicologico, senza dar luogo ai
movimenti vocali, quando tali movimenti importerebbero una perdita di tempo e
di forza. Cfr.
Marty, Uber den Ursprung der Sprache, 1896; H. Paul, Prinzipien der Sprachgeschichte,
3* ed. 1898; Renan, L'origine du langage, 1858; Saint-Paul, Étude sur le
langage intérieur, 1892; H. Bachs, Cerveau et langage, 1905; Ebbinghaus,
Psychologie, trad. franc. 1912; H.
Piéron, La nuova concesione dell afasia, Rivista di scienza », 1909, VI, 420
segg. (v. grammatica, emosionale, grafo-motore, amnesia). Limitativi (giudizi).
T. Beschränkonde Urthcile. Sotto il rispetto della qualità il Kant distingue i
giudizi in affermativi, negativi, e limitativi ο indefiniti, la cui formula è:
.4 è un non B. Questi giudizi hanno il predicato negativo a differenza dei
negativi che hanno la negazione nel verbo; perciò il soggetto è pensato nell’
estensione di un concetto indeterminato, che ha la sola determinazione negativa
di essere al di fuori di un concetto positivo e determinato. Quindi tali
giudizi sono limitativi in quanto limitano l’estonsione del predicato possibile
di 4, essendo enso predicuto posto al di fuori della estensionedi 8; ο sono
indefiniti in quanto non determinano a quale nozione, posta fuori
dell'estensione di B, si riferisca il soggetto .1. Ora, siccome l’includere una
nozione nella sfera, sia pure indefinita, degli esclusi dall’estensione di
un’altra no: costituisce un atto positivo del pensiero, così il giudizio
limitativo non può confondersi col negativo. l’erò questa dottrina fu molto
combattuta e per molti logici il giudizio indefinito è la stessa cosa del
negativo. Cfr. Kant, Krit. d. rei. Vernunft, ed. Reclam, Osservazioni sulla
tavola delle forme del giudizio, $ 1. Lim-Loc *
652 Limitazione. T. Beschränkung,
Limitation; I. Limitation; F. Limitation. Una delle categorie di Kant; essa si
subordina, insieme alla realtà e alla negazione, alla categoria della qualità.
Limite. T. Grenze; I. Limit; F. Limite. Originariamente il punto, la linea o la
superficie assunta a determinare la separazione tra due porzioni di spazio;
esteso poi per metafora al tempo, all’azione, alla conoscenza, 900. Terminus
sive limes est id, dice Chr. Wolff, ultra quod nihil amplius iure conoipere licet
ad candom pertinens. Nella psicologia
dicesi limite dell? eccitamento il grado minimo d’ intensità dell’ eccitazione
al quale corrisponde l'intensità minima della modificazione di coscienza, e
sotto il quale la sensazione non ha più luogo; d’uso più comune è l’espressione
soglia della coscienza, proposto dall’ Herbart.
Nella gnoseologia dicesi limite della conoscenza, la determinazione
della sfera del conoscibile. Perciò Kant chiama il noumeno, e precisamente
quello in senso negativo, un concetto limite, in quanto, sebbene si presenti
necessariamente al nostro pensiero, tuttavia è affatto indeterminato, servendo
a limitare le nostre cognizioni entro i fenomeni: Der Begriff eines Noumenon
ist bloss cin Grenzbegriff, um die Anmassung der Sinnlichkeit einzuschränken,
und also nur von negatirem Gebrauche.
Nella matematica dicesi limite una grandezza finita a cui una grandezza
variabile può avvicinarsi indefinitamente senza poterla mai superare. Cfr.
Wolf, Philosophia prima site ontologia, 1836, $ 468; Kant, Kr. d. rei.
Vernunft, p. 235; Wundt, Physiol.-Paychol., 43 ed., I, }. 334 segg. (v.
inconcepibile, inconoscibile, subminimali). Localizzazione. Ί. Localisation ;
I. Localisation ; F. Localisation. Processo psicologico con cui ci
rappresentiamo lo qualità sensibili, e quindi gli oggetti percepi occupanti nel
nostro corpo, o in rapporto ad esso, una posizione spaziale determinata. Dicesi looalizzazione nel passato il processo
psicologico mediante il quale si determina
653 Loc il tempo relativo ai
nostri ricordi. Nella logica dicesi
localizzazione o looasione quest’ operazione mentale, che consiste nel
richiamare l’idea della classe alla quale l’oggetto appartiene, o, in altre
parole, nel collocare un’ idea in una più generale in cui è compresa. È una
delle indienzioni definienti, e viene usata per quelle nozioni che in sò stesse
sono indefinibili o che non sono ancora sufficientemente conosciute per poter
essero definite. Cfr. Ribot, Maladies de la memoire, C. 1; Bain, The Senses and
the Intelleot, 8° ed., p. 415 segg. Localizzazione cerebrale. T. Corticale
Localisationen ; I. Cerebral Localisations; F. Looalisations cérébrales.
Dottrina secondo la quale le diverse attività psicologiche, sensazione,
memoria, linguaggio, ece., corrispondono al fanzionamento di centri o zone
determinste della corteocia cerebrale. Il Gall fa il primo a considerare il
cervello come un’ insieme di organi distinti, in ciascuno dei quali ha sede una
determinata facoltà; ma la sua frenologia, fondata su eriteri * cervellotici,
non è più accettata da alcuno. Tuttavia, con la scoperta fatta in seguito’ del
centro della favella nella seconda circonvoluzione frontale sinistra, e cogli
ulteriori progressi dolla fisiologia sperimentale, il concetto delle
localizzazioni cerebrali è risorto: nel senso però che, so esistono gruppi
cellulari distinti con speciali fanzioni psichiche, ciò non esclude che a un
dato fatto psichico, specio fra i più elevati, non contribuiscano più centri,
essendo il cervello un'unità, una associazione di parti sinergiche, non già nn
mosaico di piccoli cervelli. Quanto alla determinazione locale dei vari centri
psichici, essa è ancora molto incerta, ο varin a seconda degli osperimentatori.
Cfr. Broea, Sur la siège de la faculté du langage articulé, 1861; Nothnagel u.
Nauyn, Ueber die Localisation d. Gehirnkrankheit, 1887; Ferrier, The Funotions
of the Brain, 1876; Mnnk, Ueber die Functionen der Grosshirnrinde, 2* ed. 1890
(v. frenologia, grafo-motore, centro). Loe
654 Logica. Gr. λογική; T. Logik; I. Logic; F. Logique. Si può definire
come la scienza delle forme del pensiero in quanto sono ordinate alla
conoscenza; oppure come la scienza che ha per oggetto di determinare quali, tra
le operazioni mentali dirette alla conoscenza del vero, siano valido © quali
no; è dunque una scienza normativa, o precettiva, o dimostrativa. Altri la
considerano come scienza ed arte ad un tempo, o come la scienza dell’arte del
pensare; scienza in quanto fissa dei principi, arte in quanto insegna ad
applicare delle norme. Secondo alcuni la logica è scienza puramente formale,
cioè considera soltanto la forma del pensiero, il modo come gli elementi di
questo sono fra loro combinati; secondo altri è anche materiale, cioò riguarda
anche il contenuto del pensiero. Forse l’opiniono più ragionevole è quella di
coloro che nella logica riconoscono entrambi questi caratteri, inscindibili l’
uno dall'altro, e giudicano che una logion puramente formale non servirebbe
alla scienza, ο una logica puramente materiale si confonderebbe col sapere
obbiettivo, cioè con la scienza. Si suol distinguere là logica naturale, ossia
la logion spontanen che ciascun omo porta con sò, dalla logien riflessa ο
scientifica; la logica docens © la logica utens, In prima dello quali à la
scienza delle forme del ponsiero, la seconda l’arte delle forme stesse in
quanto praticata. Dicesi logica pura sia la logica formale, sin la logica
propriamento detta in quanto distinta dalla psicologia delle funzioni mentali
dirette alla conoscenza, sia, in senso kantiano, l’analisi critica dei principî
puri dell intendimento; login genetica lo studio genetico della conoscenza,
considerata come funzione psichica; logica reale il modo di ragionare in quanto
effettivamente #’asereita. Ordinarinmente la logica è distinta in duo parti: Ja
prima tratta dello forme logiche elementari, cioè del concetto, del gindizio e
del raziocinio, la seconda tratta dell’ applicazione dello forme logicho ni
fini spociali delle scienze, e costitui 655
Loe sce la metodologia. Aristotelo è considerato a buon diritto come I’
inventore della logica, la quale, tolti i metodi inventivi, è rimasta fino ai
nostri giorni quale egli la concepì ed espose nei sei libri ad essa dedicati,
che i suoi discepoli chiamarono poi Organo. Prima di lui se ne ha soltanto
qualche scarso accenno nei sofisti e nella dialettica platonica; la logica
indiana del Nyäya di Gotama, se fu anteriore ad Aristotele, non fa certo da lui
conosciuta, nè alcuna efficacia ebbe sul movimento intellettuale europeo. Dopo
di Aristotele, lo stndio della logica continuò sia nei suoi discepoli ο
continnatori, sia nelle scuolo contrario, specialmente negli stoici, che per i
primi le diedero il nome che poi ebbe sempre; nel loro sistema essa contituiva
la parto fondamentale, procedendo la fisica ο l’etica. Attraverso tutto il
mondo antico l’antorità della logica aristotelica durò immutata; e si accrebbe
ancor più durante Veta di mezzo, specialmente dopo che Alberto Magno © S.
Tommaso so no fecero commentatori, valendosi degli importanti Invori degli
Arabi. Col cadere del dispotismo aristotelico, verso la fine del sccolo XV,
anche 1’ Organo decadde. Bacone, incolpandolo di aver arrestato fino allora il
progredire della scienza, gli contrappone un Nuoro Organo, una nnova logica,
che si fonda non più sul sillogismo ma sull’induzione. Per vero, la teoria
dell’ induzione era conosciuta anche da Aristotele, che l'aveva ancora
applicata; Bacone non fece che allargarno l'applicazione e fiasarne le regole,
che più tardi furono ridotto n forma più rigorosa ο precisa dallo Stuart Mill.
Ancho la riforma del metodo propugnata da Cartesio, o seguita poscia dai suoi
fedeli discopoli di Porto Reale, non intaccava la logica aristotelien, in
quanto non facova cho aggiungervi un metodo per scopriro la verità. Ma da
allora in poi lo studio della logica decaddo: ridotta a una semplice arte, fu
confusa colla psicologia, e soltanto la chiara distinzione fatta dal Kant tra
la forma e la materia della conoscenza, valse à Loc 656
ricondurla alla primitiva purezza di scienza formale. Nel secolo XIX
molti ed importanti lavori furono pubblicati sulla logica, rimanendo pur sempre
intatto il fondo aristotelico: basterà ricordare, oltre quelli dello Stuart
Mill, del Bain, del Wundt, Ia teoria della quantificazione del predicato
dell’Hamilton, e il tentativo di applicare alla logica i metodi ο le formule
della matematica. Questo tentativo ha dato origine a un largo movimento di
studi, in virtà dei quali la logics formale, prendendo in prestito dall’algebra
il metodo e il simbolismo, si è costituita sotto la.doppia forma di calcolo
delle classi e di calcolo delle proposizioni, ritrovando tra i due rami
sorprendenti anslogie ed estendendosi in modo da divenire una logica genorale
di tutte le relazioni; e siccome i rapporti più semplici © più elementari si trovano
nelle teorie matematiche, era naturale che si applicasse ad analizzare ο
verificare il concatenamento delle proposizioni e a dimostrare gli assiomi
matematici, riducendoli a principi puramente logici. Questa parentela tra la
logica 6 la matematica, già intuita dal Leibnitz, si converte per alcuni in una
vera e propria identità originaria; tale concetto è sostenuto ad os. dal
Russel, per il quale tutte le proposizioni matematiche ai fondano su otto
nozioni indefinibili e venti principi indimostrabili, che sono anche le nozioni
primitive ο i principt della logica. Altri filosofi contemporanei vanno ancora
più in là, facendo della logica la base non solo della matematica, ma anche
dell’otica e dell'estetica, e in generale d'ogni forma di cognizione; così per
il Cohen anche nel campo della moralità ο dell’arto vi sono conoscenze pure, il
cui fondamento deve ricercarsi nel pensiero e che solo nell’ idea ritrovano la
consapevolezza di sb medesimo, die Idee dat dar Selbstbewusstsein des Begriffe.
Un nuovo indirizzo della logica, opposto, în certo senso, a quelli ora
ricordati, è rappresentato dalla logica psicologica, che allo studio astratto
del pensiero puro vuol sostitnire l’ analisi della realtà 657
Loa concreta e vivente del pensiero cho si svolge negli individui
singoli, la conoscenza della funzione conoscitiva nelle sue forme ascendenti di
sviluppo, e non solo nel momento strettamente logico o discorsivo, ma anche
nelle suo forme prelogiche. Questo concetto è sostenuto specialmente dai
prammatisti, secondo i quali la logica è stata finora una pseudoscienza di quel
processo non esistente e impossibile, che suol chiamarsi pensiero puro, in nome
del quale ci si è imposto di bandire dalla nostra mente la più piccola traccia
d'interesse, di desiderio, d’ emozione, come la più perniciosa causa d’errore;
invece non v’ ha ragionamento che non abbia origine da una interna passione
dell’animo, che non si fondi sopra una credenza più o meno sentimentale, sopra
un bisogno soggettivo. Anche per il Baldwin accanto alla logica formale ο
aristotelica, che si propone di riconoscere le leggi del ragionamento valido
partendo da alcuni presupposti psicologici, e alla logica deduttiva ©
dialettica, che cerca d’identificare il pensiero e la realtà, anzi di dedurre
uno dei due termini dal’ altro, deve sorgere una logica induttiva, psicologica,
genetica, che deve considerare il pensiero come un principio vivente, attivo
nel mondo, che compio il lavoro che è destinato a fare, © costituisce uno
sforzo nel movimento dell'universo dello cose, che la scienza © la filosofia
aspirano a conoscere >. Cfr. J, Stuart Mill, A System of Logic, 63 od. 1865;
A. Bain, Logic, Deductive and Inductive, 1870; Hamilton, Lectures on Logic,
1860; Wundt, Logik, 33 ed. 1893-1895; Prantl, Geschichte der Logik im
Abendlande, 1855-1870; Trendelenburg, Logische Untersuchungen, 1862; Rosmini,
Logica, 1853 ; Galluppi, Lezioni di logica e metafisica, 1854; Masci, Logica,
1899; Liard, Les logiciens anglais contemporains, 1878; Dewey, Logioal
conditions, 1903; Baldwin, Thought and thing, vol. I, 1906; Russel, The
principles of mathematics, vol. I, 1903; B. Croce, Logica come acienza del
concetto puro, 1909 ; P. Harmant et A. Van de Waele, Les principales théories
de la 42 RanzoLı, Dizion. di scienze
filosofiche. Loa 658 Logique contemporaine, 1909 (v. oanonéoa,
geometria, logistica, dialettica). Logicismo. T. Logieismus; I. Logioism; F.
Logioieme. Dottrina che fa della logica il principio ο il fondamento @ ogni
filosofia; tale sarebbe, ad esempio, la dottrina del Cohen, per il quale la
logica è la base non solo della matematica, ma anche della morale,
dell'estetica ο di tutte la filosofia, perchè il pensiero puro è l’attività
generatrice @ ogni processo reale 6 d’ ogni suo fondamento. Però è termine
d’uso raro ed equivoco; 8’ applica talvolta, impropria» mente, al sistema
hegeliano. Non è da confondere con logiamo, vocabolo col quale ο) indica ogni
pensabile, in quanto promuove l’attività raziocinativa, deliberativa, riflessa
delV individuo: Un fenomeno psichico, dice l’Ardigò, è un eatema o un conscio
sotto un riguardo ; è un’ idea ο un tipo sotto un altro; od è un logiomo o una
cogitazione energetica sotto un altro ». Cfr. Cohen, Syst. d. Philosophie,
1902, I, p. 37 segg.; Ardigò, Estoma, idea, logismo, Riv. di filosofia »,
maggio 1911 (v. panlogiemo). Logico. T. Logisch; I. Logioal; F. Logique.
Qualcho volta si oppone a pricologico 9 a gnoseologioo, per indicare il
pensiero in quanto non lo si considera in sò stesso, come un'attività dello
spirito (psicologico) nd in rapporto all'oggetto (gnoseologico), ma come mezzo
delle conoscenze modiate, che condnco alla verità o all’ errore a seconda che è
adoperato bene o male. Si oppone anche a morale: In certenza logica è quella
che si fonda sopra dei ragionamenti dednttivi, la certerza morale invece quella
che non può essore dimostrata, fondandosi sul sentimento dell’ individno. In
generale dicesi logico tutto ciò che è conforme alle esigenre dolla ragione.
Logistica. T. Logistik; I. Logistic; F. Logistique. Nome proposto al Congresso
di filosofia di Ginevra, 1904, da Itelson, Lalande e Couturat, per indicare la
logica simbolica, Ὁ matematica, 0 algoritmica. Cfr. L. Conturat, Compte
rondu 659 Loe du deuxieme Congrès de philosophie, Revue
de métaph. et de moral », 1904, p. 1042. Logorrea (λόγος == discorso, péw = scorro). È un fenomeno che si avvera
in varie malattie mentali o consiste in una fuga di parole, determinata da
questi tre fatti: 1° incapacità del malato di tener ferma la propria attenzione
sopra le singole immagini; 2° seguirsi di idee associate tra loro soltanto da
rapporti esterni; 3° eccessiva facilità con cui queste idee si traducono nell’
espressione verbale. La logorrea non è da confondere con la logoclonia, che
indica quel disturbo del linguaggio, che si osserva nella paralisi progressiva,
e consiste nella frequente ripetisione di parole come da una serie di movimenti
clonici degli organi della favells. Cfr. E. Kraepelin, Trattato di psichiaria,
trad. it., p. 158 segg. (v. ideorrea). Logos. Gr. Λόγος; T. Logos; I. Logos; F.
Logos. Significa, in greco, parola
e discorso; ora, siccome la parola è la. rivelazione del pensiero, e il
pensiero stesso è, come dice Platone, il discorso che la mente fa con sè
intorno alle coso che considera, così lo stesso termine passò a significare
l'intelligenza, la ragione: quod graece λόγος dicitur osserva S. Agostino -latine et rationem et
rerbum significat ». Eraclito chiama λόγος la ragione cosmica, in virtà della
quale tutto accade ο alla quale ogni cosa à sottomessa. Aristotele intende per
λόγος sia il concetto sia la ragione, e distinguo l’é£w dal ἔσω λόγος, che è
nel“l’anima; l'2pSòc λόγος è poi la retta ragione, il giusto senso morale.
Platone distingue nell’ anima umana tre parti: la ragione o Logos, che è la signoreggiante
ed abita nel capo; l’animo ο θυμός (l’animus dei latini) che ha sede nel petto;
infine la parte appetitiva, o ἀπιθυμία, che ha sede nella regione addominale.
Per gli Stoici il Logos è ad un tempo il principio attivo intrinsecato nel
mondo, Dio, e il fuoco artefice: esso raduna le ragioni individuali © le
ragioni seminali, perciò è Logos comune 9 Logos sperLor-Lum 660
matico. In Filone il concetto del Logos non è ben definito, essendo ora
una funzione di Dio, ora un’ ipostasi ; esso è Logos inarticolato in quanto
racchiude le potenze di Dio, Logos articolato in quanto manifestazione
particolare del mondo delle idee. Per Plotino, infine, il Logos è l’immediata
produzione dell’ Uno, l'intelligenza che rappresenta l’immagine o la parola di
Dio, Col cristianesimo il Logos diventa l’eterno figlio di Dio, in cui la
sapienza e il potere di Dio sono manifestati, e che s'incarna nella persona del
Gesù storico. Hegel chiama Logos il concetto, la cosa esistente in sè © per sè,
la ragione di ciò cho è: diean und für sich seiende Sache, die Vernunft dessen,
was ist. Cfr. Heinze, Die Lehre vom Logos in d. griech. Philos., 1872;
Eraclito, Fram. 2; Aristotele, Anal. post., I, 10, 76 ὃ, 24; Stein, Die
Psychologie d. Stoa, 1886-1888, t. I, 49 segg.: Harnach, Dogmengeschiohte, 3°
ed. 1894, I, 488, 491 segg. (v. omanatiemo, demiurgo, noo). Lotta per la vita.
Con tale espressione (struggle for life) il Darwin designava la concorrenza per
le condizioni necessarie d’esistenza, che si verifica tanto tra gli animali
come tra i vegetali, e che, determinando la selezione naturale, è fattore
essenziale dell'evoluzione tanto in un regno che nell’ altro. Infatti in
codesta lotta per l’esistenza soccombono i meno adatti, i quali perciò muoiono
senza lasciare discendenti, mentre vincono, sopravvivono ο si riproducono i più
adatti: ne sortiranno quindi delle generazioni che recheranno, sempre più
rafforzati per l’eredità, quei caratteri per cui i loro antenati riportarono la
vittoria sui loro competitori. Darwin, On the origin of Species by means of
natural Selection, 1859; De Lanesson, La lutte pour l’ezistence et l’évolution
des sociétés, 1903 (v. adattamento, selezione, variabilità, darwinismo, ecc.). Lume naturale. Lat. Lumen
naturale; T. Natürliches Licht; I. Natural light; F. Lumière naturelle. Sinonimo di ragione, in quanto insieme di
verità evidenti per sò stesse ; 661 Luo si oppone al lumen gratia, che ha origine
dalla rivelazione largita da Dio agli nomini; quella è detta anche lumen
inferins, quosta lumen superius. L'espressione è di largo uso presso gli
sorittori cristiani dei primi secoli, e rimase poi sempre, sia nel linguaggio
teologico che in quello filosofico. Così Cartesio chiama lumen naturale la
capacità di aver ideo chiare ed evidenti delle verità teoretiche, anche
indipendentemente dall’osperienza. Fénelon: cette lumière ait, que les objecte sont vrais;
il ne faut point la chercher au dehors de soi: chacun la troure en soi-même.
Leibnitz: pour revenir au vérités neossaires, il cat généralement vrai, quo
nous ne le connoissone que par cette lumière naturelle, ot nullement par les
expériences des sons. Cfr. Β. Agostino, De baptismo
parv., I, 25; Cartesio, Medit., III; Fénelon, De Vexistence ot des attribute de
Dieu, 1861, p. 152 segg.; Leibnitz, Nouveau essais, 1704. Luoghi comuni. Gr. Τόποι: Lat. Loot communes; T. Gemeinplätze; I.
Commonplace topics; F. Lieux commune. Nella logioa si designano con questo nome i titoli generali sotto cui
possono essere riportati i differenti modi d’argomentazione che si usano nelle
discussioni. L’ espressione di luogo comune è propria dei latini (loci
communes) ; con essa infatti Cornificio tradusse per la prima volta, secondo V
Encken, la parola topica che Aristotele aveva adoperato per intitolare un suo
libro, nel quale sono appunto indicati i Inoghi ove si trovano gli argomenti,
che si adoperano nella ricerca non del vero, ma del verosimile. I luoghi comuni
onumerati da Aristotele, ciod la definizione, il genere, il particolare, 1’
accidente, eco., furono poi detti intrinsoci, ai quali si aggiunsero gli
estrinseci, cioè le leggi, i titoli, il giuramento, la testimonianza, eco. Cfr. Logique do
Port-Royal, parte 93, cap. XVII; R. Eucken, Gesohichte d. philosophisoen
Terminologie, 1879, p. 51. Luogo.
Gr. Τόπος! T. Ort; I. Place; F. Liew. Indica in generale In situazione, il
posto occupato dai corpi; si Luo-Mac
662 distingue quindi dallo spazio
e dall’estensione. Per gli atomisti invece, luogo è sinonimo di vuoto ο di
spazio, essendo da essi lo spazio concepito come un reale, al pari della
materia, ciod il puro luogo, l'estensione pura. Cartesio distingue il luogo
esteriore dal luogo interiore: questo è lo spazio occupato da un corpo, vale a
dire il corpo stesso in quanto ha per attributo l’estensione, quello è la
semplice situazione di tale spazio, determinata dallo relazioni che ha con gli
altri corpi. Cfr. Cartesio, Principes de la philosophie, II, 14 (v. estensione, inane). M M. Nolla notaziono usuale dei sillogismi
designa il tormine medio. Nei versi mnemonici i cui termini designano i modi
validi delle quattro figure del sillogismo, è adoperata per designare che la
ridnzione d’un modo delle tre ultime figure ad uno della prima, deve essere
fatta medinnte la metatesi delle promesso. Ad es. il modo inCalemes della
quarta figura deve in tal guisa essere ridotto al modo in Celarent della prima
(v. sillogismo, modo, premessa, termini, conversione). Macrocosmo.Gr. paxpò; =
grande, κόσμος = universo ; T. Macrocosmus; I. Maorocosm ; F. Macrocosme.
Questa parola si trova da principio nei medici greci e fu popolarizzata in
Occidente da Boezio, secondo 1’ Eucken. Si usa solitamente per designare 1’
universo, in corrispondenza al microcosmo, che è }’ essere individuale, il
quale considerato isolatamento presenta un tutto sistematico, come un colo universo.
Il concetto della corrispondenza tra V individuo ο il tutto trovasi già in
Platone, in Aristotele, negli Stoici, poi in Boezio, Cusano, G. Bruno,
Leibnitz. Così per Bruno, non solo l’uomo ma ogni monade o sostanza individuale
è una manifestazione immediata dello vita infinita: l’universo ha in ed tutto
l'essere ο tutti i modi di ca 663 Mac
sere;... ed ogni cosa dell’ universo comprende in suo modo tutta l'anima del
mondo, la quale è tutta in qualsivoglia parte di quello. Ugualmente per
Leibnitz ogni monade individuale riflette in sò come uno specchio tutto }
universo, Cfr. Stein, Die Psyohol. d. Stoa, 1886-1888, I, 207, 441; G. Bruno,
De la causa, principio e uno, in Dialoghi metafisici, 1907, p. 242, 244;
Leibnitz, La monadologia, 1714. Maggiore. T. Oberiegrif, Maior; I. Major term;
F. Majeur. Nel sillogismo dicesi maggiore il termine che ha l'estensione
maggiore, © maggiore la premessa che contiene, come soggetto o come predicato,
il termine maggiore. Nei sillogismi ipotetici o disgiuntivi la maggiore è
quella delle due premesse cho contiene l'ipotesi o la diagiunzione. Nella
conclusione il termine maggiore fü sempro da predicato (v. termini). T. Magie;
I. Magic; F. Magie. Nollo religioni primitive è un insieme di pratiche
(incanti), che conferiscono ad un individuo o ad un gruppo di individui il
potere eccezionale di operare miracoli e prodigi, sia nell’ interesse dell’
individuo sia in quello della comunità. Secondo una dottrina ormai caduta, la
religione sarebbe derivata dalla magia e non ne rappresenterebbe che una specio
; secondo un concetto più scientifico, i riti magici non sono che una
degenerazione dei riti roligiosi, operatasi, in virtù di cause particolari,
solo in alcuni popoli orientali. Nel Rinascimento la magia assunse carattere di
dottrina filosofica e religiosa, e si diffuso nel mondo occidentale specie por
opora di Cornelio Agrippa; essa era un insieme di principi o di norme pratiche
tendenti a sviscerare o dominare lo forze divine che si occultano nella natura.
Si distingueva in: elementare, cho scrutava lo forze occulto degli elementi
corporci ; celeste, che ricorcava l’ influsso dello stello; dirina, cho si
valeva della fede e delle cerimonie religiose. Alla prima ricerca era di
sussidio l’ alchimia, alla seconda l'astrologia, alla terza la tenrgia. Magia
naturale dosignò per lungo . MAG-Mar
664 tempo la fisica sperimentale;
Bacone indicava con tale espressione delle operazioni che dipendono dalla conoscenza
della causa formale, in opposizione a quelle che non richiedono che la conoscenza
d’ una causa efficiente, mentro il meccanismo intimo del fenomeno da produrre
resta οὐculto, Cfr. M. del Rio, Disquisitionee magice, 1599, 1. I, cap. 2;
Porta, Magia naturalis, 1558; Bacone, De dignitate οἱ augmentis scientiarum,
1829, 1. III,
ο. 5; Frazer, The Golden Bough, 2*
ed. vol. I, p. 62 segg., 220 segg.; C. Fossoy, La magie assyrienne, 1902; A.
Lang, Magic and religion, 1901; Hubert et Mauss, Faquisse d’une théorie
générale de la Magie, Année sociologique, VII, 1902-1903. Magnetismo animale. T. Thierischer magnetismus; I.
Animal magnetism ; F. Magnetismo animal. Fluido che si credeva emanare dal
sistema nervoso di certe persone, e inediante il quale si cercavano spiegare i
fenomeni detti oggi di ipnotismo, di suggestiono © di telepatia. Ἡ nome ο
l’idea di questo fluido, causa pretesa dell’ azione del pensiero a distanza, fu
tolta per analogia del fluido magnetico, cui si attribuiva l’azione a distanza
dei corpi elottrizzati. Cfr. Sallis, Der thierischo Magnetismus, 1887.
Maieutica. Gr. Μαιευτική; T. Maieutik; I. Maieutios ; F. Maieutique. Nelle sue
conversazioni filosofiche, Socrate usava due metodi o procossi: quello negativo
dell’ ironia © quello positivo della maieutica, detta poi anche ostetricia.
Dopo aver distrutto, col primo, le ragioni degli avversari, o averli convinti
della loro ignoranza, egli li conduceva, per mezzo di opportune interrogazioni,
a scoprire i vori che tenevano nascosti nelle profondità dello stesso loro
spirito, li aiutava, insomma, a partorire (yatebopat) quelle idee che
esistevano latenti in loro medesimi. Perciò l’ arto di Socrate non è di
infondere in altri le idee proprie, ma di risvegliare nogli altri le loro
stesse idee; |’ arte sua 80miglia dunque a quella di sua madre, la levatrice
Fenarote, anzi è senz'altro un’ arte di lovatrice. Come le le 665 Mar vatrici aiutano a partorire le donne,
dice Platono nel Teeteto, così egli gli uomini, con questa differenza però che
egli non fa da levatrice ai loro corpi, ma alle loro anime partorienti ». E ciò
prova come Socrate non avesse dottrine filosofiche determinate, che potesse ϱ
volesse comunicare come maestro; aveva invoce vivissimo il sentimento della
necessità del sapere, e questo voleva formaro ad ogni costo, facendo per ciò
assegnamento sopra la suaabilità dialettica e sulla spoutaneità naturale, sulla
primigenia attività dello spirito umano, che appunto con quella sua abilità si
proponeva di secondare e di svolgere. Cfr. Platone, Teeteto, VI, 148 E segg.;
Senofonte, Memor., IV, 4, 5-52; G. Zuccante, Intorno al principio informatore ο
al metodo della filosofia di Socrate, Riv. di fil. ο scienzo af. », fobbraio
1902 (v. agonistica, eristioa, endeictioa, elenotica). Male. T. Uebel, Böse; I.
Evil, Wrong; F. Mal. In senso genorico è tutto ciò che è oggetto di biasimo o
di disapprovazione, tuttociò a cui la volontà ha diritto di opporsi per
reprimerlo o modificarlo. In senso astratto, o metafisico, il male non è che
una negazione, una imperfezione, una mancanza, 1’ opposto cioò del bene che è
la perfezione, l'accordo tra il fine degli esseri e il loro sviluppo. Così per
Plotino il male non è per sò stesso qualche cosa di esistente positivamente, ma
è l'assenza del bene, il non essere; il non essere a sua volta è la materia
priva di proprietà, lo spazio vuoto e oscuro. Anche per S. Agostino solo il
bene ha una esistenza reale nel mondo, e il male nelle creature è una caduta,
una mancanza, una privazione del bene; dottrina accettata poi da S. Tommaso,
che considera il malo come la perdita di quel beno che un essere dovrebbe possedere,
remotio boni privative aocepta malum dicitur, out privatio visue cavitas
dicitur. Furono distinte due specie di mali: il male fisico, cioè il dolore,
derivante sia da una alterazione del corpo, sia dai bisogni non soddisfatti
della intelligenza e dell’affettività, ο il male moMax il 666
rale, che fa inteso in vari modi, o come trasgressione volontaria della
legge prescritta dalla coscienza, o come il demerito, cioè il diritto al
castigo come conseguenza dell’azione immorale compiuta, ο come l’ abbassamento
della dignità individuale in seguito all’azione stessa, Nelle religioni
dualistiche il male è concepito come un principio necessario, eterno ed
assoluto come il principio del bene, © gli avvenimenti del mondo attribuiti
alla lotta dei due principi contrari. La teodicea è quella parte della teologia
che cerca scagionare la divinità dell’esistenza del male. Già con Platone o con
gli stoici il problema della toodicen comincia ad essere trattato: si Deus est,
unde malum? si non est, unde bonum? La soluzione più celebre di questo problema
è dovuta al Leibnitz, che, raccogliendo ο coordinando gli argomenti svolti in
precedenza dagli altri pensatori, sostiene casere il male una conditio sine qua
non del bene: Il male, egli dice, si può intendere metafisicamente, fisicamente
ο moralmente. Il male metafisico consiste nella somplice imperfezione, il male
fisico nella sofferenza, il male morale nel peccato. Ora, quantunque il male
fisico e il male morale non siano necessari, basta che in virt delle vorità sterne
siano possibili. E poichè codesta immensa regione di verità contiene tutte le
possibilità, è nocessario ci una infinità di mondi possibili, che il male entri
in molti di ossi, ο che persino il migliore di tutti ne contenga; è ciò che ha
determinato Dio n permettere il male ». Cfr. 8. Agostino, De civit. Dei, XI,
22; 8. Tommaso, S., I, q. XLVIII, art. 3; Chr. Wolff, Verniinftige Ged. v.
Gott, 1733, I, § 1056; Leibnitz, Fesais de Théodicee, 1710, I, $ 23, 25 (v.
ottimismo, pessimismo, dolore, sentimento). Mania. Gr. Mavia; T. Manie; 1.
Mania; F. Manie. Per quanto sia vario il significato di questa parola, tuttavia
la maggior parte degli alienisti la considerano ormai come una sindrome di
malattie mentali, che può anche non aocompagnarsi a disturbi di coscienza, ed è
caratterizzata da 667 Max grande varietà di umore, agitazione
motoria, facile distraibilità, logorrea, esaltamento. Può essere oronica e
transitoria; nel primo caso può durare non ostante lievi oscillazioni qualche
anno, nel secondo caso poche settimane soltanto ο anche pochi giorni. Alcuni
psico-patologi amnfettono anche una mania idiopatica, come psicosi autonoma
caratterizzata da un accesso di stato maniaco, stabile ο “permanente, e la
distinguono in due ‘gruppi: ipomania, ο eccitazione maniaca, consistente in una
semplice esaltazione delle funzioni cerebrali e soprattutto del tono
sentimentale, senza incoerenza, senza delirio, senza allucinazioni; delirio
aouto, caratterizzato da grande agitazione, obnubilazione intellettuale,
incoerenza caotica delle parole ο degli atti. Dicesi mania ragionanta
quell’anomalia mentale, che si rivela con una sovrattività delle funzioni
in-tellettnali, bisogno imperioso di agire e di muoversi, continua concezione
di nuovi progetti in gran parte assurdi © ridicoli, prodigalità senza limiti,
mendacio; mania degenerativa una psicosi degenerativa, caratterizzata
specialmente da perdita più o meno completa del senso morale, idee ambiziose,
tendenze distruttive. Cfr. Mendel, Die Manie, 1881; Krafft-Ebing, Die Melancholie, 1874; Magnan,
Leçons oliniques sur les maladies mentales, 1899, p. 379 segg.; Campagne,
Traité de la manie raisonnante, 1869; J. Finzi, Compendio di psichiatria, 1899,
p. 149-78. Manicheismo.T.
Manichäismus; I. Manicheirm; F. Manichéieme. Dottrina filosofica e religiosa,
insegnata nel terzo secolo dell’ dra nostra da Mauicheo, sacerdote cristiano.
Il fondamento di questa dottrina è il dualismo, per cui tatti i fenomeni dell’
universo sono attribuiti alla lotta fra due principî ugnalmente primitivi, eterni
ed assoluti, il bene e il male; perciò dicesi anche manicheismo ogni dottrina
filosofica che ammette due principi cosmici eoeterni, l'uno del bene, l’altro
del male. Sembra però che nel manicheismo genuino il principio del male non
fosse altro che la Man-Mas 668 materia, considerata come eterna, ma
concepita come la negazione (privazione) opposta all’ affermazione,
conformemente ad idee filosofiche già diffuse nel mondo antico. Cfr. 8.
Agostino, Confese., VII, 3; F.C. Bauer, Manichälsches Religionssystom, 1881 (v.
catari, dualismo, maedeiemo). Mantica (Μαντεύομαι --profetizzo). L’ arte di
prevedere il futuro, arte che negli stadi inferiori della religiosità : è
tutt'uno con la magia. Nella filosofia stoica ha grande importanza e
costituisce una parte della fisica: secondo gli stoici, una causalità
ineluttabile collega nel mondo tutte Je cose e gli avvenimenti, © tutti li
conduce ad una causa prima, che è la causa delle cause, ciod Dio ο la
necessità; dato questo legame, ogni avvenimento è segno di quello cho gli
succede, lo preindica; ora l’anima umana, essendo una parte dell’ anima del
mondo, della divinità, è capace di questa preindicazione o predizione, nella
quale può essere anche affinata dallo studio ο dalla osservazione. Cicerone,
nei libri De divinatione, ci ha lasciato molte notizie intorno a codesta arte. Cfr. F. Ogereau, Le
systéme philosophique des Stoiciens, 1885, cap. IX (v. magia, profetismo). Marginale. T. Grens; I. Marginal; F. Marginale.
Ciò che trovasi ai confini d’una regione, sia essa la coscienza, lu
personalità, eco. In questo senso usansi anche in economia le espressioni
utilità marginale, margine di coltivazione, eco. Cfr. F. Myers, Human Personality, 1903, I,
Introd. $ 14; Fawcott, Manual of political theory, 1863, L II ο. IL. Massa.
T. Masse; I. Mass; F. Masse. Nol linguaggio comune designa la quantità di
materia contenute in un corpo, © questo fu anche il significato attribuitole
dalla scienza. Però, siccome gli stati della materia sono molteplici, codesta
quantità non può essero misurata dal volume dei corpi, che è mutabile, ma
soltanto dal loro peso (p). Anche il pesa varia col variare del luogo ovo è
valutato, 669 Mas-Mar mentre la quantità di materia rimane
costante; ma siccome col variare del peso varia, e nello stesso rapporto, anche
l’ accelerazione (9) dovuta alla pesantezza, e quindi il quoziente del peso d’
un corpo dovuto all’ accelerazione è una quantità costante, così nella
meccanica razionale per massa si intendo: il quoziente che si ottiene dividendo
il peso di un corpo per l'accelerazione dovuta alla pesantezza, essendo il peso
e 1’ accelerazione misurati in un medesimo luogo: + = m. Però le nuove dottrine
sulla costituzione elettronica della materia vengono modificando sempre più la
nozione classica di massa; gli elementi degli atomi che si dissociano perdono
non solo le qualità specifiche dei corpi da cui provengono, ma anche la massa,
misurata dal peso, cosicchè ogni distinzione tra ponderabile © imponderabile
viene a scomparire. Cfr. G. Le Bon, L'evolution de la matière, 1905, p. 14-15.
Massimizzazione della volontà. È la formola suprems della morale utilitaria di
Geremia Bentham. Ogni tomo è spinto ad agire dalla ricerca del massimo
interesse proprio; ma siocome l'interesse di cisseuno è legato n quello di tutti
per ls simpatia © la sanzione, così procacciando la felicità nostra noi
sumentiamo la somma totale della felicità umana; perciò si diranno morali
quegli atti che mirano a procacciare la massima felicità del massimo numero.
Cfr. J. Bentham, Deontology. Matematica. Gr. Μαθηματική; T. Mathematio; I.
Mathematics; F. Mathématique. La scienza delle relazioni astratte. I
pitagorici, che usarono primi questo nome, designavano con esso tutto il
conoscibile, tutta la scienza da loro possednta; e ciò è naturale, poichè essi
consideravano il numero come l’ essenza stessa della cosa, e tutte le cose ed i
fenomeni riducevano si numeri, alle combinazioni ο proprietà dei numeri. Mutati
poi 1 criteri scientifici, ο sérte, con Aristotele, le scienze natnrali,
l'oggetto della mateMar 670 matica fu ridotto ai numeri, alle figure,
alle grandezze in genere, © alla determinazione dei loro rapporti. Tale è
rimasto poi sempre l’oggetto della matematica, il cui o6mpito consiste, secondo
il Comte, nella misura indiretta dei valori: tutti i calcoli matematici
consistono nella risolazione di alcuni valori sconosciuti ο ricercati in altri
conosoiuti ο dati; tra questi ultimi ο i primi deve esistere un rapporto reale
o supposto ». Essa si differenzia da ogni altra scienza non tanto perchè si
occupa soltanto della quantità, come perchè è scienza non causale, essendo lo
sue verità fuori del tempo e indipendenti dalla nozione di forza. Nelle
matematiche si distinguono: la matematica propriamente detta e la
fisico-matematica, formata di elementi di matematica pura e di fisico, come la
meccanica ο l'astronomia. La matematica propriamente detta si divido a sua
volta in due gruppi, il primo dei quali comprende 1’ aritmetica, 1’ algebra
elementare, 1’ algebra superiore, e riguarda soltanto le idee di quantità, di
numero e di rapporto, senza supporle in alcun oggetto particolare © senza
riferirsi alle nozioni di forma o di grandezza concreta; il secondo è
costituito dalla geometria, che è la scienza delle proprietà dell’ estensione.
Il metodo proprio dello scienze matematiche è quello deduttivo; 1’ induzione
non ha in esse che rado applicazioni di cui 1’ esompio più importante è quello
del Bernouilli, detto della conclusione da n ad n + 1. L'importanza della
matematica tra le altro scienze va sempre più crescendo, 9 sempre più generale
si va facendo l’ applicazione dei suoi metodi agli altri campi del sapere. Ciò
massimamente perchè la quantità è una proprietà essenziale della realtà, © le
qualità doi fenomeni sono quasi sempre dipendenti dalla quantità. Ciò non
toglie che non sia arbitraria 1’ applicazione universale delle matematiche da
alcuni tentata, poichè, osserva il Masci, non esistendo la quantità a sò, ma
come quantità di qnalche cosa, la spiegazione quantitativa delle qualità deve 671
Mar arrestarsi ad un punto in eui le qualità devono essere supposte
indipendentemente da ogni ragione quantitativa. Cfr. Comte, Cours de
philosophie positive, 1830-1842; Poi caré, articoli in Revue de métaph. et de
mor. », 18981901; Masci, Logica, 1899, p. 474-484; Cohen, Logik der reinen
Erkenntnis, 1903, p. 102 segg.; A. Lalande, Letturo nella filosofia delle
scienze, 1901, p. 66 segg. (v. funzione, geometria, integrale, iperspario,
numero, problema). Mateologia (µάταιος = vano; inutile). Significa scienza vana,
che non ha fondamento nella realtà, come l’ alchimia, la magia, l'astrologia,
la mantica, eco. Dicesi anche matoosofia. Materia. Gr. fry; T. Materie, Stoff;
I. Matter; F. Mafière. Questo termine hs due significati affatto distinti, a
seconda che si contrappone a forma o a spirito. La contrapposizione di materia
a forma è propria della filosofia antica, specialmente aristotelica; in essa
per materia ϱ) intende non una sostanza in generale, ma una certa specie di
sostanza, οἱοὸ la sostanza materiale, quella che si manifesta ai nostri sensi,
in contrasto con la nostra attività cosciente: in altre parole, 1’ oggetto in
quanto lo si oppone al soggetto. La contrapposizione di materia a forma è
rimasta tuttavia anche nella filosofia moderna, ma con diverso significato :
trasportate, specie dopo Kant, dall’ essere al conoscere, per materia della
conoscenza si intende ora tutto il contenuto oggettivo di essa, vale a dire lo
sensazioni, le percezioni sensibili e intellettuali, i concetti, ece.; per
forma della conoscenza #’ intende poi, nel senso logico, il modo dell’ attività
del pensiero che si fissa come prodotto logico, e nel senso gnoseologico, la
funzione formatrice della sensibilità e del pensiero. Tornando ora alla
filosofia antica, la materia è dunque per ossa 1’ essere indeterminato in
generale, che la forma poi determina, è il fondo comune delle cose, da cui
tutte sortono e in cni tutte riposano: tale fondo comune per gli ionici
primitivi Mar 672 è l’acqua, l’aria, ο il fuoco, per
Anassimandro l’ infinito miscuglio primitivo, per Democrito un composto di
pieno © di vuoto, d’ atomi e di spazio. Platone fa della materia l'opposto
dell’ idea: questa è 1’ essere, quella il non-essere, questa à il medesimo,
quella 1’ altro. Aristotele la considera come I’ ente in potenza, mentre la
forma è l’ente in atto: l’attuale è dunque la materia determinata ο configurata
mediante la forma. Codesto dualismo posto da Aristotelo tra forma © materia non
fu mai superato dalle filosofie auccessive; ma con lo schiudersi dei tempi
moderni, il problema assume una orientazione diversa, e la materia,
contrapposta allo spirito, non designa più che 1’ insieme dei corpi, ciò di cui
i corpi sono fatti, l'essere ο la sostanza alla quale attribuiamo le qualità
sensibili. Per Cartesio materia © spirito sono realtà ugualmente sostanziali,
ma essenzialmente distinte per natura; 1’ essenza della prima à P estensione,
della seconda il pensiero. Sorse quindi il problema se noi possiamo conoscere
realmente le qualità di codesta materia. Esso fu risolto dai cartesiani con la
distinzione delle qualità della materia in primarie o assolute, e secondarie o
relative: le prime, cioè l’ estensione, la figura, la divisibilità, il
movimento, sono inerenti si corpi stessi e quindi indipendenti dai sensi; le
seconde come i colori, i sapori, gli odori, sono variabili e semplici modi
della nostra sensibilità. Questa distinzione fu accettata anche dal Locke ο
dalla scuola scozzese: il Leibnit la completò, aggiungendo all'estensione
l’antitipia come complemento necessario dell’ essenza della materia. Ad
entrambe queste soluzioni si oppone la filosofia critica: l’ estensione non è
che una forma della sensibilità; la conoscenza della materia in sò stessa è
irraggiungibile; i fenomeni materiali da noi conosciuti sono puramente
soggettivi e dipendenti dalla natura ο dalle forme della nostra sensibilità.
Kant distinse infatti la materia come fenomeno, dalla materia come nowmeno,
ossia la materia in sò: questa è nasoluta 618
Mar mente inaccessibile alla nostra conoscenza, rimane fuori dal campo
delle nostre idee; il nostro spirito non coglie che il fenomeno relativo e
variabile, e completa la conoscenza imponendogli le forme assoluto della
sensibilità. 11 neo-criticiemo ha accettato i risultati generali del
criticismo: la materia non è che una nostra supposizione necessaria per
spiegare i fenomeni cho si manifestano ai nostri sensi, ma non ci è
direttamente conosciuta nella sua realtà; noi non potremo mai concepirla quale
à in ed, ma solo in rapporto alle nostre sensazioni e alla necessità del nostro
pensiero. Ma oltre al problema gnoseologico ο metafisico, la materia involge
anche un problems fisico, riguardante la natura di codesta materia. La scienza
moderna risolve il problema in tre modi principali: con l’atomismo, ciod la
dottrina che concepisce la materia como composta di sostanze realmente
distinte, infinitamente piccole, indivisibili e tuttavia estese, separate da
intervalli vuoti, impenetrabili le une alle altre, incapaci di movimento
spontaneo e capaci soltanto di trasmetterlo, influenzandosi reciprocamente con
forze attrattive e repulsive; col mecoaniemo, che nega l’ esistenza degli stomi
materiali e riduce la materia al movimento, ad un finido cioè continuo,
omogeneo, nel quale il movimento determinerebbe delle unità apparenti, dei
vortici, degli anelli turbinanti ; col dinamiemo, la dottrina ciod che pone
come ultimg elemento della materia, non l'atomo ma il centro di forza, ossia un
punto invisibile intorno a oui irraggiano in tutte le direzioni delle linee di
forza, per mezzo delle quali ogni punto è in relazione con tutti gli altri
punti dell’ universo. Cfr. Platone, Timeo, 48 E, 49 A, 50 C, D; Aristotelo,
Metaph., VII e VIII; Cartesio, Prino. phil., II, 23; Locke, An essay conc. hum.
understanding, 1877, 1. III, c. 10, $ 10 ο 15; Leibnitz, Nouv. Essais, 1704,
IV, ο. III; Kant, ΚΙ. d. r. Vernunft, od. Reclam, p. 31 segg.; Ostwald, Ch ache
energie, 1893, p. 5 segg.; Le Bon, L’evolution de la ma43 RANZOLI, Dizion. di scienze filosofiche.
Mar 674
tière, 1905; E. Naville, La matière, 1908 ; Ardigò, Opere filosofiche,
I, Ρ. 103 segg., II, p. 49 segg. (v. energismo, materialiemo, dualismo,
monismo, spiritualismo, inerzia, energia, impenetrabilità, massa, essenza,
sostanza, ecc.). Materiale. Τ. Stoflich, körperlich; I. Material; F. Matériel.
Tutto ciò che riguarda la materia, che è della natura della materia; può essere
contrapposto tanto a formale quanto a spirituale, con signiflcasioni
naturalmente diverse. Così nei sistemi filosofici dell’antichità il principio
materiale è la materia prima e originaria delle cose; ad 98. per Anassagora il
principio materiale sono le omeomerte, il principio formale il vodg ο
l'intelligenza; per Parmenide i fenomeni fisici si spiegano con due principj
materiali, la Ίμοο e le tenebre, e un principio formale che li combina in
differenti rapporti, l’amore. Si dice poi verità materiale la conformità del
pensiero con la cosa a cui si riferisce, ϱ verità formale l'armonia del
pensiero con sò stesso ; logioa materiale quella che riguarda la materia o il
contenuto del pensiero, ο logica formale quella che ne considera esclusivamente
la forma, cioò il modo come i suoi elementi sono fra loro combinati. Nella
meccanica dicesi punto materiale il corpo di cui le dimensioni sono supposte
infinitamente piccole, restando tuttavia dotato delle proprietà generali della
materia, quali l’impenetrabilità ο il peso. Materialismo. T. Moterialienas ; I.
Materialiem; F. Matérialieme. Il termine compare per la prima volta all’epoca
di Roberto Boyle. È la dottrina che nega l’esistenza di sostanze spirituali e
non ammette altra sostanza che la materia, concepita in vari modi nei vari
sistemi materislistici, ma che ha sempre per carattere fondamentale d’essere un
insiemo di oggetti individuali, rappresentabili mobili, figurati, occupanti
ciascuno un luogo dello spazio. Matertaliste dicuntur philosophi, dico il
Wolff, qui taniummodo enti a materialia sive corpora eziatero affirmant. E
Baumgarten: Qui negat erisientiam monadum cat materialista uni 675 Ματ versalis. Qui negat eziatontiam monadum
universi, e. g. huiue partium est materialista cormologione. Questa dottrina,
como mostra il Lange, si incontra tra i più antichi tentativi d’una concezione
filosofica del mondo. Si distingnono perd nel materialismo due forme o fasi: il
primitivo, che potrebbe anche dirsi dualistico, il quale, pur distinguendo il
corpo dall'anima, considerava sì l'uno che l’altra come sostanze materiali;
esso si trova nella filosofia presocratica, nello stoicismo, nell’epicureismo e
persino nei 88. Padri anteriori a S. Agostino; il moderno o monfstico, che
sopprime codesta dualità tra materia e spirito, tra corpo ed anima, riguardando
la seconda come una funzione ο un aspetto del primo. Con estensione forse
illegittima del vocabolo, molti filosofi moderni chiamano materialismo ogni
dottrina che, pur riconoscendo l’irreducibilità del fatto psichico al fatto
fisico, considera tuttavia la nature, il mondo esteriore în genere, come
sprovvisto di coscienza ο retto da leggi puramente meccaniche. Così per lo
Schopeuhauer ogni controversis sopra l ideale si riferisco all esistenza della
materia, perchè, in fondo, è la realtà ο l’idealità di questa che è disoussa: La
materia, come tale, esisto puramente nella nostra rappresentazione, ο è
indipendente da essa? In quest’ultimo caso sarebbe la materia la cosa in sò, e
chi ammette una materia esistente in sò, deve essere, per conseguenza,
materialista, ciod deve fare della materia il principio di esplicazione di
tutte le cose ». Con l’espressione materialismo peloofisico, si intendono sia
le dottrine che, basandosi sull constatazione empirica del parallelismo
esistente tra la serio dei fatti psichici e la serie dei fatti fisiologici o
fisici, considerano però i primi come semplici epifenomeni; sia le dottrine che,
pur ammettendo la perfetta originalità delle due serie, la psichica e la
fisica, © considerando quindi la prima come irreducibile alla seconda, dà però
la preferenza dal lato teorico o scientifico alla serie fisica. Il materialismo
si Mar 676 basa, in generale, su due argomenti
fondamentali: 1° sui rapporti tra corpo ed anima, ossia tra sistema nervoso ο
coscienza; ovunque si abbia sistema nervoso αἱ ha coscienza. mancando il
sistema nervoso manca la coscienza, variando il sistema nervoso varia la coscienza;
dunque il sistema nervoso è causa della coscienza; 2° sulla dottrina della
conservaziono della materia e dell’ energia; nella natura nulla si crea e nulla
si distrugge; ogni fenomeno non è che In trasformazione di un’altra forza prima
in altro modo esistente; il fenomeno psichico non sorge quindi dal nulla, ai
riconduco esso pure ad una trasformazione di materia ο di forza. Oltre a questi
argomenti positivi, ve ne hanno due negativi: 1° l'impossibilità di una
rappresentazione spaziale in un’ anima semplice ο inestesa; 2° l’
inconcepibilità di una azione reciproca fra due sostanze oterogenee. Cfr. Chr.
Wolff, Peychol. rationalis, 1738, § 33; Baumgarten, Metaphyrica, 1739, $ 395;
Büchner, Kraft und Stoff, 1883; Schopenhauer, Die Welt ale W. und Vorst., ed.
Reclam, II, p. 30 segg.; Eucken, Geschiokte, d. philon. Terminologie, 1879, p.
132, n. 3; Höffding, Peyohologie, 1900, p. 11-15, 75 segg.; Lange, Geschichte
der Materialismue, 1896; A. Faggi, I! ma_terialiemo peicofisico, 1901; F.
Masci, Il materialismo peioofisico, Atti della R. Acc. di Napoli », 1901;
Ardigd, Opere fil., I, 209 segg., IX, 306 (v. anima, coscienza, spirito,
monismo, dualismo, parallelismo, influsso fisico, ecc.). Materialismo storico.
Espressione creata dall’ Engels per designare la dottrina di Carlo Marx. Oggi
si applica ad ogni indirizzo sociologico, che considera tutti i fenomeni
sociali come produzioni scaturenti dal sottosuolo dei rapporti economici
(rapporti di produzione, di distribuzione e di circolazione della ricchezza).
Per dimostrare la cansalità dei fenomeni sociali, esso si fonda principalmente
su queste tre condizioni: il fatto economico è di sua natura esclusivamente
umano; è il più somplice di ogni altro fatto sociale; precede cronologicamente
tutti gli altri 677 Mar fenomeni della convivenza umana.
Conseguenza immediate di tale dottrina, è che l’espandersi continuo dell’
energie produttivo determina coi rapporti sociali esistenti molteplici
contrasti, i quali, divenuti a poco a poco irreconciliabili, erompono in un
conflitto che si enuncia in un cangiamento dello forme politiche, religiose,
artistiche, scientifiche, filosofiche © si compie collo spostarsi dei rapporti
economici. In tal modo procederebbe il cammino ascendènte della storia e della
civiltà. Va notato però che, oltre coloro che sostengono rigidamente codesta
causalità diretta ο immediata del fenomeno economico (Loris, Lafargue, ecc.),
vi sono altri che la concepiscono come un rapporto di interdipendenza,
ammettendo che i fenomeni giuridici, politici, religiosi, ecc. si svolgano sì
in funzione del fenomeno economico fondamentale, ma che, una volta prodotti,
possano per reazione esercitare una efficacia determinatrice sopra il fenomeno
onde hanno tratto I’ origine (Engels, Labriola). All’ espressione impropria di materialismo
storico, dovuta al fatto che esso sorse come opposizione all’ idealismo
storico, alcuni vorrebbero che si sostituiasero lo altro: determinismo
sconomico, sconomiemo atorico, concezione materialistica della storia, ecc. Il
Croce, ad es., sconsiglia questa denominazione di materialismo, che non ba
ragione d’ essere nel caso presente, © che fa nascere tanti malintesi », mentre
potrebbe utilmente sostituirsi con quella di concezione realistica della
storia. Il Labriola trova invece ln denominazione opportuna, in quanto
compendia l’origine storico-psicologica della dottrina, nata nol pensiero di
Marx e di Engels quando trovarono che il matorialismo tradizionale sino al
Feuerbach non spiegava la storia; dal panto di vista della crisi interna, che
subirono il Marx e P’Engels, il nome dunque non è secondo il Labriola
indifferente, anzi rileva 1’ origine della dottrina e la sua posizione di
fronte # quelle contemporanee, che si sforzarono disuperare i limiti
delMat-Maz 678 V idealismo. Cfr. Engels, Horn Eugen
Dühring’s Umwalsung dor Wissenschaft, 83 ed., p. 12; Marx, Zur Kritik der
politi schen Oekonomie, 1859, pref.; P. Lafarguo, Le dsterminisme économique de
K. Marz, 1909; E. Rignano, Le matérialieme Mstorique, Riv. di scienza », 1908,
V, p. 114 segg.; A. Loria, La sociologia, 1901, p. 192; B. Croce, Materialismo
storico ed econ, marz., p. 34 seg.; Ant. Labriola, Soritt di filos. ο di
politica, ed. Croce, p. 242-6; A. Asturaro, 1 mat, storico ¢ la sociologia, 2°
ed. 1910; E. Fabietti, Il mat. storico, 1910; R. Mondolfo, Il mat. storico in
F. Engels, 1912, cap. X. Matriarcato. Dal Bachofen în poi fu chismata così dai
sociologi quella fase primitiva dell'evoluzione sociale, in cui la famiglia fa
centro non al padre ma alla madro, cho ha nell’organiszazione domestica
l'autorità suprema, governa essa sola la casa, adempie le funzioni religiose ed
impera nelle deliberazioni della comunità. Il matriaroato, che vive ancora tra
le tribù Irochesi dei Seneca, e le oui reminiscenze si trovano in tutti i miti,
le leggende e le letterature primitivo, sarebbe dovuto, secondo alcuni, alla
promiscuità primitiva, che rende impossibile la ricerca della paternità,
secondo altri alla struttura organica dell’economia primitiva, in cui la
produzione, che si riassume tutta nell’ agricoltura, rimane affidata
esclusivamente alle donne. Cfr. J. J. Bachofen, Das Mutterreoht, 1861; Starke,
La famille primitive, 1891; Westermark, Lo matriarkat, in Annales d. l’Inst.
int. de Sociologie, t. II, 1895; G. Mazzarella, La condizione giuridica del
marito nella famiglia matriaroale, 1899 (v. famiglia). Masdeismo. 0 religione
di Zorosstro ο dell’ Iran. E un politoismo mitologico, dominato dal principio
del duatismo, in cui il Dio che comanda le divinità buone è Ormurd, quello che
comanda le onttive è Arimane. L’obbligazione morale consiste nel dovero
dell’uomo di allearei alla divinità buona nella sua lotta continua contro la
divinità cattiva (v. dualismo, manicheismo).
679 Μκ-Μκο Meo v. D. Meccanica. T. Mechanik; I. Mechanics; F. Mecanique. La scienza che ba per oggetto lo studio dei
movimenti e delle forze che li producono. Si divide in meccanica rasionale ed
applicata: la prima non è che la teoria astratta delle leggi dei moti e delle
forze, la seconda è la teoria delle macchine. Lo studio del moto
indipendentemente dalle cause che lo producono (forze) costituisce la
cinematica. La meccanica razionale si divide poi in statica e dinamioa: la
prima studia la composizione delle forze considerate come grandezze riferite ad
una unità di misura della medesima specie, la seconda studia la composizione
dei movimenti cui dan luogo le forze motrici. La dinamica si divide a sua volta
in cinetica, che studia la composizione dei moti relativamente alla traiettoria
che essi determinano nello spazio, e in energetica, che studia la composizione
dei moti delle masse che nel loro cammino sono capaci di produrre lavoro. Cfr.
Hertz, Die Prinsipien der M. in neuem Zusammenhage dargestellt, 1894; Mach, Die
M. in ihrer Entwickelung, 1883; Dühring, Kritische Geschichte der allgemeinen
Prinsipion der M., 8" ed. 1887 (v. energiemo, massa, movimento).
Meccanico. T. Meohanisch; I. Mechanical; F. Mécanique. Opposto a telcologioo
indica ciò che si attua indipondentemente da ogni finalità, per virtù di leggi
necessarie. Opposto a dinamico © a energetico, cid che escludo dalle cose la
nozione di forza, considerata come un residuo di nozioni antropomorfiche. Si
dicono sensi meccanici, per distinguerli dai chimici, quei sensi sopra i quali
gli stimoli esercitano un’azione puramente meccanica: tali sono il tatto e
l'udito. Cfr.
A. Rey, L’énergetigue et lo mécaniene au point de vue de la connaissance, 1907.
. Meccanismo. T.
Mechanismus, Mechanistische Weltan‘echauung; I. Meoanism ; F. Méoanieme. In senso metaforico, ogni processo nel quale si
può determinare, con l’analisi, Mec
680 una serio di fasi subordinate
ο dipendenti l’una dall'altra; così dicesi meccanismo della coscienza,
meccanismo della memoria, meccanismo dell’ imaginazione. Dicesi anche
meccanismo o meccanioismo la dottrina fisica © filosofica, che escludendo ogni
potenza occulta, ogni finalità, ripone nel solo movimento la natura intima
della materia ο tutti i fenomeni dell’ universo riconduce al movimento: omnis
materiao variatio, sive omnium eins formarum diversitas pendet a motu
(Cartesio). Il meccanismo concepisce la materia 0 come un composto di atomi, o
come un fluido continuo e omogeneo; tutte le modificazioni che avvengono in
essa, tutti i cambiamenti, la diversità dei corpi e dei fenomeni, non sono
dovuti che a diversità di movimento. Si oppone, in questo senso, al dinamismo,
che identifica la materia con la forza, © spioga ogni fenomeno naturale con le
leggi della forza; si oppone anche all’energiemo, che tutto riconduce a
manifestazioni di un’ unica energia. Nella filosofia antica il meccanismo à
rappresentato nella sua forma più precisa dall’atomismo di Democrito © di
Epicuro; nei tempi moderni dalla fisica © fisiologia di Cartesio, che poteva
affermare: terram totumque huno mundum instar machinae descripsi. Dicesi mecoaniemo vitale ο iatromeocaniemo la
dottrina fisiologica che riconduce pure i fenomeni biologici al movimento,
considerandoli come il semplice risultato delle stesse leggi che governano il
mondo inorganico: questa dottrina, che forma la base della moderna fisiologia,
opponendosi all’ antico e al nuovo vitaliemo, fu intravvista già nel seicento
dal nostro Borelli, per il quale animalium operationes fiunt a causis et
instrumentia et rationibus mechanicis ». Quando poi anche i fenomeni psichici
sono considerati como semplici movimenti molecolari della sostanza nervosa,
come pura funzione organica, si ha il materialiemo. Cfr. Cartesio, Prinoipia
phil., parte II, art. 3; Lamettrie, L'homme machine, 1848; J. Ward, Naturalism
and agnosticism, 1903; A. Rey, La philosophie moderne, 1908, p. 173 segg.; 681
Mep J. Loeb, The mechanistic conception of life, 1912; C. Guastella,
Filosofia della metafisica, 1905, t. II, p. LXXXVI segg. Modiato. T. Mittelbar,
vermittelt; I. Mediated; ¥. Μέdiat. Ciò che si compie con qualche
intermediario. La nostra conoscenza del mondo esteriore è mediata, perchè si
compie per mezzo della sensazione; la coscienza è invece la conoscenza
immediata dello modificazioni che avvengono in noi. Il sillogismo dicesi
inferenza mediata, perchè si compie con |’ intermediario di una proposizione
che esprime la constatazione della natura di ciò cui il principio generale,
espresso nella maggiore, si applica. La rappresentazione dicesi anche
percezione mediata, perchè, a differenza della percezione sensibile, si rinnova
nell’ assenza di uno stimolo esterno che direttamente la provochi. Mediatore
plastico o natura plastica. F. Médiateur plastique. È il principio col quale il
Cudworth, opponendosi tanto alle dottrine meccaniste quanto a quelle che fanno
intervenire la divinità in ogni fenomeno naturale, spiega i movimenti dei
corpi, la forma di cui essi sono snscettibili, i fenomeni della generazione e
della vita. Codesto principio, intermedio tra Dio e il mondo, è di natura
spirituale ma privo di libertà, di sensibilità e d'intelligenza; esso penetra
in tutte le parti della materia e lavora senza posa sotto la guida della di a
realizzaro l’ordine del mondo. Il Le Clere lo definisco come un essere, il
quale ha in sò stesso un principio di attività, e che può agire per sò stesso
egualmente sull’anima che sul corpo; un essere, il quale avverte l’anima di ciò
che accade nel proprio corpo per mezzo delle sensazioni che esso vi produce, ο
che muove il corpo agli ordini dell’ anima senza nondimeno sapere il fine dello
sue azioni ». Questa dottrina, dopo aver suscitato gran numero di discussioni,
è caduta da tempo, per la sua stessa contradditorietà; come già notava il
Galluppi, codesta sostanza media, che non è nè semplice nò Mxp-Mra 683
composta, nd spirito nd corpo, si risolve in un assurdo; non vi è mezzo
tra due proposizioni contradditorie, ο perciò il mediatore plastico deve
necessariamente essere semplice o non semplice, ma in qualunque dei due casi la
difficoltà di spiegare il commercio tra l’anima e il corpo rinasce. Cfr. P.
Janet, De plastica natura vi apud Cudworthum, 1848; Id., Essai sur le médiateur
plastique de Cudwort, 1860 ; Le Clero, Bibliothèque choisie, t. II, art. 2, n.
XII; Galluppi, Lesioni di logica 6 metafisica, 1854, vol. II, p. 606-609 (v.
demiurgo, meccanismo, vita). Medio. T. Mittel (Begrif); I. Middle (term); F.
Moyen (terme). Nel sillogismo dicesi medio il termine che ha la estensione
media e serve come termine di confronto tra il termine maggiore e il minore.
Esso si trova tanto nella premessa maggiore che nella minore, ed è escluso
nella conclusione. Tutto il valore del sillogismo dipende dalla scelta del
termine medio (v. termini). Megacosmo v. macrocosmo. Mogalomania. Gr. μέγας =
grande, pavla = follia; T. Mogalomanie; I. Megalomania; F. Mégalomanie. Detta
anche delirio di grandezza, o delirio ambizioso. E costituita da una specie di
ipertrofia della personalità, per cui l’ammalato, in grazia dell’ aumentata
attività psichica, si ritiene di alta nascita, di elevata posizione sociale,
provvisto di grandi ricchezze, capace di riuscire in ogni più difficile
impresa. In molti casi si trova associato al delirio di persecuzione. Cfr.
Kraepelin, Trattato di psichiatria, trad. it., p. 182 segg.; T. Regis, Précis
de psychiatrie, 1909, p. 434. jopsichia. Vocabolo usato già da Aristotele per
designare quel giusto sentimento di sò stessi, del proprio valore e delle
proprie attitudini, che è condizione indispensabile per lo sviluppo delle
virtualità contenute nella propria natura; è vocabolo poco in uso, quantunque
serva et designare assai moglio della parola orgoglio quel retto apprezzamento
della propria capacità, il quale suppone non
688 Mel soltanto che l’individuo
si giudichi degno di grandi cose, ma che lo sia in effetto. Col vocabolo
mioropsichia lo stesso filosofo designava il sentimento opposto, ciod la
sfiducia in sò stessi, per cui l'individuo non compie tutto il bene e le belle
azioni che egli avrebbe potuto compiere, giudicandosene incapace. La
megalopsichia non è da confondere con la megalopsia, anomalia del senso della
visione, per cui gli oggetti sono peroepiti di dimensioni più grandi del reale.
Cfr. Parinaud, Ancsthéste de la rétine, 1886; G. Marchesini, Il dominio dello
epirito ο il diritto all'orgoglio. Melanconia. T. Melancholie, Ticfrinn,
Molina; I. Molanoholia; F. Mélancolie. Psicosi che si manifesta ad accessi,
talora improvvisamente in seguito ad un grave dispiacere © ad una viva
emozione, talora dopo un graduale aumento di impressionabilità © di depressione
affettiva. Essa può assumere varie forme, ma in tutte il carattere fondamentale
consiste nell’ esistenza morbosa di una emozione spiacevole, di un senso vago
più o meno cosciente di oppressione, di ansietà, di tristezza, d’impotensa; è
dunque una malattia della sensibilità morale, iniziantesi con una alterazione
dél tono sentimentale, e che non diventa se non in via secondaria ο episodica
ung malattia della intelligenza. Gli antichi 18 chiamarono così perchè
credettero che fosse determinata da un annerimento della bile (µέλας =: nero,
χολή = bile). Da Esquirol in poi è chiamata anche lipemania (λύπη =tristezza);
però molti psicopatologi distinguono le due forme, in quanto nella melanconia i
disturbi mentali sono appunto derivati, mentre nella lipemania sono primari. La
melanconia semplice è costituita dal rallentamento dei processi psicomotori, e
quindi dalla lentezza dello azioni, dalla fatica che esse importano, per cui il
soggetto è assalito da un senso generale di impotenza che lo abbatte 6 ne rende
triste l’umore. Nella melanoonia allucinatoria a questi fenomeni si aggiangono
idee deliranti ο specialmente allucinazioni cenestetiche di vaoto, Mem 684 ©
dolls mancanza di qualche organo. Nella melanconia ausiosa ο agitata lo
allucinazioni conestetiche determinano uno stato di ansia, idee ipocondriache
di negazione, di piccolezza ο d’auto-rimprovero; l’ammalato credo d’ essere
perseguitato, rovinato nei propri interessi, tradito nei propri affetti,
colpevole dei maggiori delitti e meritevole dei più grandi castighi ο della eterna
dannazione. Infine nella melanconia stupida la difficoltà delle espressioni
motorie determina gli stati stuporosi. Cfr. Krafft-Ebing, Die Molanoholie, eine
klinische Studie, 1874; Christian, Etude sur la mélancolie, 1876; Roubinowitech
et Toulouse, La mélancolic, 1897; Morselli, Manuale di somejotios, II, 210
segg. Momoria. T. Gedächtnis, Erinnerung ; I. Memory; F. Mémoire. Nel suo
significato più elevato, che è anche il più comune, designa la funzione o la
facoltà per oui si conservano, si riproducono, si riconoscono e si localiszano
gli stati psichici passati; per generalizzazione, ogni conservazione del
passato d’un essere vivente nel suo organismo. Gli psicologi distinguono però
varie forme di memoria; la memoria organioa o muscolare, la memoria affettiva ο
la memoria propriamente detta ο intellettiva. La memoria organica, che è più
semplice, consiste nella proprietà appartenente ai tessuti dell'organismo,
specialmente al muscolare © al nervoso, di conservare e riprodurre
automaticamente dei movimenti già eseguiti; questa proprietà è generalmente
spiegata con l’ammettere nell'elemento nervoso la persistenza della
modificazione avvenuta, sia dinamica, fisica ο chimica. La memoria affettiva
consiste nel riprodursi, insieme agli stati intellettuali, degli stati
affettivi (omozioni ο sentimenti) coi quali erano primitivamente associati; si
ossorva però che è più facile l’evocaziono degli stati intellettuali che non
quella dei sentimenti associätivi, ο che, in ogni caso, gli stati affettivi
ricordati hanno sempre minore intensità degli attuali; altra logge generale è
che i sentimenti associati ai sensi della vista © dell'udito, alla 685
Μαν rappresentazione libera e all’attività libera del pensiero, sono più
facili a riprodurre che quelli che οἱ vengono dai sensi inferiori ©
specialmente dall'esercizio delle nostre fanzioni vegetativo. La memoria
propriamente detta è un fatto assai complesso, quantunque presupponga la stesss
baso fisiologica della memoria organica, ο si risolve, come vedemmo, nelle
operazioni della conservazione, riproduzione, riconoscimento © localissazione;
condizioni generali delle due prime sono la durata e l'intensità degli stati
psichici, per cui questi tanto più facilmente persistono e rivivono quanto
maggiormente e più a lungo hanno agito; il riconoscimento è il confronto e il
rapporto d’identità stabilito tra lo stato psichico attuale e lo stato psichico
analogo cho fa attuale nel passato; la localizzazione è il riferimento dello
stato psichico ad un punto preciso del passato, rievocandone il luogo, I’ ora,
le circostanze. Nella memoria intellettuale si distinguono anche in vari tipi:
il tipo visivo, nel quale si fissano © si riproducono più facilmente le imagini
visive, quali il colore, l’aspetto, In forma estel tipo uditivo meno frequente,
in cni tutto ciò a cui si pensa è rappresentato nella lingua dei suoni; il tipo
motore, in oui la memoria è prevalentemente costituita da imagini di movimenti.
Per Aristotele la memoria nasce dalla sensazione al pari della fantasia, © si
spiega come questa mediante il movimento che la sensazione lascia nell’anima e
che dura un certo tempo; si distingue dalla rappresentazione sensibile, in
quanto è accompagnata dal sentimento che la rappresentazione stessa è esistita
già prima nel nostro spirito, il che spiega come la memoria non esista che
negli animali che posseggono il senso del tempo. Per S. Tommaso la memoria è
una facoltà dell’anima, e serve al giudizio come la fantasia ai sensi: la
fantasia raccoglie le sensazioni ο le raggruppa man mano che si presentano, la
memoria riunisce ο conserva gli atti stabiliti dal giudizio, per riprodurli o
spontaneamente o Mau 686 per mezzo della riflessione. Per Spinoza la
memoria non è altra cosa che una certa concatenazione delle idee, che involgono
in 68 stesse la natura delle coso esistenti fuori del corpo umano,
concatenazione che si produce nell'anima secondo l’ordine e il legame delle
modificazioni del corpo umano ». Per Locke la ‘memoria è una specie di
retentiVità (refentivenese), 9 consiste in una forza particolare posseduta
dalla coscienza, di risvegliare le rappresentazioni già possedute, ma poscia
svanite ο poste in disparte; perciò le idee che sono più spesso rinfrescate da
un frequente ritorno degli oggetti ο delle azioni che le producono, si fissano
meglio nella memoria e vi rimangono più chiaramente e più lungamente ». Per
Kant la memoria può essere meccanica, consistente nella semplice ripetizione
letterale, ingegnosa, consistente nel fissare mediante l’associazione certe
rappresentazioni con altre, che non hanno con le prime alcuna parentela
intellettiva, © giudiziosa, che non è se non la tavola d’una disposizione
sistematica nel pensiero; in generale la memoria si distingue dalla semplice
imaginazione riproduttiva, in quanto, potendo riprodurre spontaneamente le
rappresentazioni passate, l’anima non è con ciò un puro gioco di esse ». Per
James Mill la memoria è un’ ides, formata mediante l'associazione di
particolari in un certo ordine: quando penso a qualsiasi caso di memoria, trovo
sempre che l’idea o la sensazione, precedente il ricordo, era una di quelle
destinate, secondo la legge dell’associazione, a richiamare l’idea involta nel
caso di memoria; ο che appunto per l’idea ϱ sensazione precedente,
l’idea-ricordo è stata realmente portata nella coscienza >. Per l’ Hamilton
la memoria è la conoscenza immediata di un pensiero presente, conoscenza che
implica una credenza sssoluta, che questo pensiero rappresenta un altro atto di
conoscenza che è stato ». Anche per J. 8. Mill l'atto della memoria implica una
simile credenza più una speciale aspettazione: la rimembranza di una
sensazione, 687 Mem anche se non riferita a nessuna data
particolare, involge la suggestione e la credenza che una sensazione, di cui
quella è una copia o rappresentazione, esistette attualmente nel passato; ©
l’aspettasione involge la credenza, più ο meno positiva, che una sensazione o
un altro sentimento, a cui direttamente si riferisce, esisterà nel futuro ».
Per il Galluppi, il riferimento al passato, o riconoscimento, ottenuto mediante
l'associazione del ricordo con un altro stato di coscienza, è l’unico carattere
per cui la memoria si distingue dall’ imaginazione: Chiamo memoria la facoltà
di riprodurre le percezioni degli oggetti, che sono stati altra volta sentiti,
e che nel momento attuale sono assenti, © di riconoscerle. La memoria non è
dunque una facoltà diversa dall’ imaginasione, ma è la stessa imaginarione, la
quale nel suo esercizio eseguisce esattamente la legge dell’ associazione delle
idee ». Per l’Ardigd la memoria è un fatto fisico-psichico, consistente nel
ridestarai delle impressioni per il rinnovarsi in una data ares cerebrale di un
ritmo fisiologico; ogni atto memorativo è una totalità di parti concorrenti, di
eccitamenti cerebrali che confiniscono, e il ridestarei di un’ idea consiste
nel riprodursi di questi moti sinergioi ; il riconoscimento, essenziale nella
memoria, nasce dal sovrapporsi di due atti psichici, ed ha esso pure la sua
base fisiologica nella persistenza delle disposizioni cerobrali. Cfr.
Aristotele, De an., I, 4, 408 b, 17; 8. Tommaso, Summa theol., I, qu. 79, 6;
Spinoza, Ethioa, Ἱ. II, teor. 18, scol.; Locke, Eas., II, ο. 10, $ 2; Kant, Antrop., I, $
32; James Mill, The hum. mind, 1871, p. 821; J. 8. Mill, Ezam. of Hamilton,
1867, p. 241; Galluppi, Lezioni, 1854, II, p. 744 segg.; Wundt, Grundriee der
Peyohologie, 1896, p. 290 segg.; Höffding, Esquisee d’ une ‚psychologie, 1900,
p. 186 segg.; Ardigò, Opere fil., V, p. 212 segg., VI, 23 segg., VII, 252
segg.; G. Dandolo, La dottrina della momoria nella psicologia inglese, 1891; H.
Bergson, Matière οἱ mémoire, 2° od.; W. F.
Colegrave, Memory, an Men 688 induotice
study, 1899; Van Biervliet, La memoire, 1902; P. Sollier, Le problème de ta
memoire, 1900 (v. amnesia, automnesia, automatismo, punti di ritroro, riconoscimento,
riproduzione delle sensazioni, eco.). Mentale. T. Seclisoh, psychisch; I. Mental; F. Mental. Termine vago, che
si contrappone ad organico, fisico, sensibile, eco., per designare tutto ciò
che concerne lo spirito, o appartiene allo spirito, mentre alcune altre volte
si riforisce all’ intelligenza, come distinta dalla attività psichica in
generale. Mentalità. T. Mentalität, Geistesriohtung; I. Mentality; F. Méntalité.
Qualsiasi fenomeno ο atto della mente. Però si adopera quasi sempre por
indicare soltanto le produzioni della intelligenza più lontane dalla
sensibilità ο più complesse, quali la rappresentazione, l’idea, il concetto. Ha
quindi un’estensione minore del termine prichicità. Spesso si usa anche ad
indicare l’insieme delle disposizioni intellettuali, delle tendenze affettive ο
delle credenze fondamentali di un individuo o di ün popolo; ad cs. la mentalità
di Mazzini, la mentalità tedesca. Mensogna. T. Lüge; I. Lie, Falsehood; F.
Mensonge. Si definisce come un fatto psicologico, di suggestione o nou (si può
mentire con gesti, lacrime, ecc.), con cui si tende più o meno intenzionalmente
a introdurre nello spirito degli altri una credenza, positiva o negativa, che non
sia in armonia con ciò che l’autore suppone essere una verità. Vi sono due
specie di menzogne: le negative, che consistono nella dissimulazione di ciò che
può fornire un indice della realtà; lo positive, che consistono nella crearione
di finzioni intercalate dall’immaginazione della realtà. La menzogna, che è
quasi fenomeno normale nella prima infanzia, pnd assumere aspetto patologico in
alcune malattie mentali, come I isterismo e la mania ragionaute : 1) ammalato
prova una vera voluttà nel dire bugie, ο questo bisogno è in lui tanto
radicato, che spesso diventa e si
689 Mer-MRT serba bugiardo anche
contro il proprio interesse. Cfr. Heinrot, Die Lüge, 1834; Max Nordau, Die konventionellen
Lügen der Gegenwart, 1893; Delbrück, Die pathologische Lüge und die psychische
abnormen Schwindler, 1891; G. Marchesini, Le finzioni dell'anima, 1905. Merito.
T. Verdienst; I. Merit; F. Mérite. E, in senso largo, il diritto ad una
ricompensa, che compete all’ agente in seguito ad un’ azione buona compiuta. In
senso teologico è ciò che sorpassa lo stretto dovere, e costituisce una specie
di eredità morale dell’ individuo. Siccome esso implica il libero arbitrio © la
responsabilità, così le dottrine deterministiche al concetto di merito
sostituiscono quello di accrescimento nella dignità, che l’azione morale
compiuta conferisce all'agente, e che, accrescendo il suo valore sociale,
allarga la sfera de’ suoi diritti e quindi della sua libertà. Mosologia. T.
Mesologie; I. Mesology; F. Mesologie. Scienza che studia i rapporti e le
reciproche influenze che uniscono gli esseri all’ ambiente tellurico,
climatico, fisico, ecc., in cui vivono. Metafisica. T. Metaphysik; I.
Metaphysics; F. Métaphysique. Questa parola fa usata primitivamente da
Andronico di Rodi, per designare quelli dei libri di Aristotele, da lui
ordinati, che vengono dopo i libri fisici: τὰ μετὰ τὰ φυσικά. Nel medio evo l’
espressione fu adoperata per indicare la σοφία o φιλοσοφία πρώτη di Aristotele,
che ha per oggetto τὸ By 7 ὄν, ο che egli stosso definisce ἡ τῶν πρῶτων ἀρχῶν
xal αἰτιῶν θεωρητική. Perciò In parola metafisica rimase ad indicare in
generale quella parte eccelsa del sapere umano, che tratta dell’ essenza ultima
delle cose, © cerca spiegare il mondo ο l’esistenza valendosi del metodo
aprioristico, partendo cioè dall’ essere in sò, dall’ ente necessario ©
perfetto, e quindi reale. Ma il suo significato è ben lungi dall’ essere fisso
: ora indica la conoscenza degli esseri che non cadono sotto i sensi, come Dio
e l’ anima; 44 RanzoLt, Dizion. di
scienze filosofiche. Mer 690 ora lo studio delle cose in sò stesse, per
opposizione alle apparenze che esse presentano; ora la conoscenza delle verità
morali, dell’ ideale, del dover essere, considerati come costituente un ordine
di realtà superiore a quello dei fatti © contenenti la loro ragion d’ essere;
spesso per metafisica β΄ intende la conoscenza sssoluta che si ottiene con I’
intuizione diretta delle cose, per opposizione al pensiero discorsivo, oppure
la conoscenza mediante la ragione, considerata come l’ unica capace di
raggiungere il fondo stesso delle cose. Alcune volte è adoperata per designare
il complesso delle questioni filosofiche più generali e più difficili, altre
volte per indicare la tendenza a sillogizzare, sd astrarre, a cavare delle
conclusioni da premesse arbitrarie. Così per 8. Tommaso la metafisica è la
scienza di tutto ciò che manifesta il sovrannaturale, ossia le cose divine:
Aliqua scientia adquisita est circa res divinas, soilicet scientia metaphysica.
Per Bayle à la soience spéoulative de l’étre. Per Platner essa ricerca non ciò
che è reale secondo U esperienza, ma soltanto ciò che è possibile e necessario
secondo la pura ragione. Per l’ Herbart è invece la dottrina dell
intelligibilita dell’ esperienza; per Galluppi la scienza delle sotenze; per
Schopenhauer ogni conoscere che si presenta come sorpassante la possibilità
dell’ esperienza, 6 quindi la natura, o V apparenza delle cose quale οἱ è data,
per apriroi uno spiraglio su ciò da cui questa è condizionata; per il
Trendelenburg à la scienza che considera ciò che v' ha di universale negli
oggetti di ogni ceperienza; per il Mo Cosh è la scienza che investiga le
intuizioni originali ο intuitive della mente, per esprimerle, generalissarle, 6
determinaro quindi che cosa sono gli oggetti rivelati da esse; per il Ribot è
una collesione di verità poste al di fuori e al di sopra di ogni dimostrazione,
perchè sono il fondamento di ogni dimostrazione ; per il Ferrier è la
sostitusione delle idee vere cioè delle verità neosssarie di ragione agli errori dal. l'opinione popolare; per il
Liard è la determinazione dell’as- soluto che sta sotto ai fenomeni, la
scoperta della ragione del- 691 Ματ V osistenza; per W. James un ostinato
tentative di pensare ohlaramente e coerentemente; per il Bergson è la scienza
ohe non si ferma al relativo, oggetto doll'intelligenza, ma raggiunge
l'assoluto mediante l'intuizione. Nella storia della filosofia mo- derna furono
molte le obbiezioni mosse alla metafisica ο vari i modi onde fu considerata:
Bacone ne fece una parte della scienza della natura, separandola dalla
filosofia prima ο ri- ducendols alla conoscenza sperimentale delle cause
astratte ; Locke e Hume ne dimostrarono la nullità, in quanto si occupa di
problemi che trascendono l'intelletto umano ; Kant la ridusse alla cognizione
filosofica dei concetti în unità sistematica, mostrando come la cosmologia, la
psi- cologia e la teologia razionale non facessero che aggirarei in continue
contraddizioni, ο come l’ ontologia fosse di- stratta dalla relatività della conoscenza:
Tutti i nostri ragionamenti che pretendono uscire dal campo dell’ espe- rienza
sono illusor! ο senza fondamento... Non solo l’idea di un Essere supremo, ma
anche i concetti di realtà, di sostanza, di causalità, quelli di necessità
nell’ esistenza, perdono ogni significato, 6 non sono più che dei vani titoli
di concetti, senza contenuto alcuno, quando ci arriechiamo 8 uscire con essi
dal campo delle cose sensibi L'in- tendimento, quindi, non può fare de’ suoi
principt a priori, © persino di tutti i*suoi concetti, che un uso empirico, ©
mai un uso trascendentale.... L’uso empirico d’un con- cetto s’applica
semplicemente ai fenomeni, cioò a degli oggetti dell’ esperienza... Tutti i
concetti, e con essi tutti i principî, per quanto a priori, si riferiscono
dunque a delle intuizioni empiriche, vale a dire si dati d’una espe- rienza
possibile ». Più tardi la metafisica fa combattute dalle scienze naturali, dal
materialismo tedesco e dal po- sitivismo, specie da Augusto Comte, il quale la
conside- rava come un semplice stadio storico, ormai sorpassato, della
conoscenza umana. Tra i positivisti posteriori manifestò tuttavia una spiccata
tendenza a ridonare alla Mer 692 metafisica il suo valore: alcuni infatti,
specialmente i po- sitivisti italiani (Angiulli, Villari, Ardigò, ecc.),
credono possibile una nuova metafisica, la quale, abbandonato il vecchio
apriorismo, stia o come critica logios della cono- scenza, 0 come investigazione
‘degli elementi primitivi, o come coordinazione totale dello scienze; altri,
come i neo- kantiani, la considerano come un bisogno inerente alla ragione di
completare il mondo reale con un mondo ideale, © la collocano quindi tra la
religione e la poesia. Un ten- tativo di trasformare la metafisica compì il
positivista in- glese Lewes. Egli distingue nella cosidetta metafisica due
parti: la empirica, che è la sistemazione ultima dei risul- tati delle scienze,
e la metempirica, che designa ciò che sta oltre i limiti dell’ esperienza. La
prima è legittima, ed ha nn valore simile alle scienze, poichè se queste hanno
per oggetto le leggi dei fenomeni, quella ha per oggetto le leggi delle leggi;
la seconda, cioò la metempirica, è ille- gittima perchè non ha alcuna base e
dev’ essere esclusa dal dominio della filosofia, lasciandole soltanto un valore
soggettivo psioologico-estetico. Perciò non è vero che i problemi metafsici
siano insolubili : essi sono solubili, pur- chè in essi si separi la parto
metempirica dalla empirica, © s’applichi a questa il metodo scientifico o
positivo. Oggi si può dire ormai scomparso il senso dispregiativo della parola
metafisica, conferitole dalle critiche di Kant e del positivismo primitivo;
essa è infatti adoperata comune- mente per indicare la filosofia propriamente
detta, la filo- sofia în quanto non si identifica nò con la psicologia, nò con
la logica, nd con l'etica, ma è una riflessione sui problemi generali relativi
ai somni principi dell’ interpre- tazione del mondo e all’ intuizione
universale della realtà che su di essi si fonda. Cfr. Aristotelo, Metaph., III,
1, 982 b, 9-10; 8. Tommaso, Contr. gent., I, 4; Bayle, Système de philosophie,
1875, p. 149; Platner, Philosophische Aphori- amen, 1790, I, $ 817; Herbart,
Allgemeine Metaphysik, 1828, 693 Mer I, 215; Galluppi, Elementi di filosofia,
1820-27, II, 5; Scho- ponhauer, Die Welt a. W. u. Vorst; ed. Reclam, I, suppl. cap.
XVII; Liard, La soîenoo positiro et la métaphyeique, 3° p., cap. VII; W. James,
Textbook of peychology, 1906, epilogo; Bacone, Do dignilate et augmentis
soientiarum, 1829, 11, 4; Kant, Krit. d. r. Vernunft, 1% ο 2" pref. e Metodol. trascend. ; Fouilléo, L'avenir
de la métaphysique, 1889; Vol- kelt, Über die Möglichkeit der M., 1884; Ardigd,
La peico- logia come scienza positiva, 1882, p. 130; Id., Il rero, 1891, p. 10
segg.; Id., La ragione, 1894, p. 465 segg.; A. Comte, Cours de philos.
positive, 1877, I, p. 15 segg.; Angiulli, La Alosofia ο la ricerca positiva, 1869; Lowes, Problemes of life and
Mind, 1875, I, p. 5 segg.; Bergson, Introd. à la mé- taph., in Revue de métaph.
», 1903, p. 4 segg.; F. De Sarlo, I diritti della metafirica, Cultura
filosofica », lu- glio 1913 (v. assoluto, filosofia, metodologia,
ipermetafisica, poritiviemo). Metafisico.
Dicesi argomento metafisico quella prova dell’ esistenza di Dio, che consiste
nel partire dalla consta- tazione dell’esistenza di qualche cosa, del mondo ο
di noi stessi, per concludere all’ esistenza dell’ Essere necessario, cioè di
Dio. Infatti, se questo qualche cosa che esisto è contingente, dovrà la sua
esistenza ad un altro essere, ο questo ad un altro, finchè perverremo a dover
ammettere P esistenza di un Essere necessario; se questo qualche cosa è
necessario, allora è Dio stesso. Che 1’ Essere necessario, sia Dio, si prova
col fatto che essendo necessario, cioè in sd stesso e in modo assoluto, è anche
perfetto;. non pnd quindi essero il mondo, cho è imperfetto e contingente;
dunque sarà Dio. Punti metafisici chiamò il Leibnitz lo monadi, perchè, a
differenza dei punti fisici, sono inesteso. Il Comte chiama metafisico il
secondo doi tre stadi successivi attravorso i quali passa l'intelligenza umana;
in esso i fonomeni non sono attribuiti, como nel primitivo stadio teologico,
alla volontà di esseri sovrannaturali. imaginari, Mer 694
ina sono spiegati mediante entità astratte, cioò cause, forze, sostanze.
Bisogno metafisico dicesi |’ aspirazione dell’anima umana verso l'invisibile,
il sovrannaturale, il trascendente, aspirazione che, secondo alcuni pensatori,
non può essere distrutta dalla scienza o dalla ragione, perchè si muove in un’orbita
che alla ragione non è dato ponetrare: L'uomo à il solo essere, dice lo
Schopenhauer, che si meraviglia della sua propria esistenza; 1’ animale vive
nel suo riposo e non’ si meraviglia di nulla. Codesta meraviglia, che si
produce specialmente in faccia alla morte, © alla vista della distruzione e
della sparizione di tutti gli esseri, è la sorgente dei nostri bisogni
metafisici; è per essa che l’uomo è un animale metafisico ». Cfr. Leibnitz, Die philos.
Schriften, ed. Gerhardt, IV, 398; Comte, Cours de phil. positive, 1889-42, vol.
I; Schopenhauer, Die Welt, vol.
II, ο. 17 (v. gli argomenti ontologico, ideologico, morale, fisico,
cosmologico, storico). Metageometria. T. Metageometrie e Metamathematik; I.
Metageomeiry; F. Métageometrie. La geometria che, considerando falso il postulato
di Euclide delle parallele, concepisce diversi spazi possibili, che non hanno
le proprietà dello spazio euclideo. Il postulato euclideo ai enuncia così: 11
giugno 1910; Th. Flournoy, Archives de Psychologie, V, 1906, p. 298 (v.
dissociazione, incosciente). Metempirico. T. Metempirisok ; I. Metempirical; F.
Métempirique. Indica etimologicamente ciò che è al di là della natura, © quindi
tatto ciò che sorpassa i limiti d’ ogni esperienza possibile. Altro volte si
oppone a metafisica empirica, © designa quella parte della metafisica cho
tratta i ciò che sta oltre i limiti dell’ esperienza, e non ha quindi un valore
scientifico, ma soltanto estetico e psicologico. Il termine fu proposto appunto
con questo significato dal Lewes, che alla motafisica empirica ascrive lo
studio degli oggetti ο delle loro relazioni in quanto ci sono conosciuto ed
esistono nel nostro universo; alla metafisica metempirica le costruzioni ideali
dell’imaginazione. Cfr.
G. H. Lewes, Problemes of life and mind, 1875, I serio, I, p. 5, 10, 17 (v.
ipermetafisica). Motempsicosi. T.
Scelenwanderung, Metempaychose; I. Metempsyohoses; F. Métempeychose. Dottrina
secondo la quale l’anima, dopo la morte del corpo, trasmigra succossivamente a
rivestire altri corpi 6 a dar vita ad essi. Questa dottrina, che nella eua
forma rudimentaria fa propria di tutti i popoli primitivi, si trova
specialmente nelle antiche religioni filosofiche dell’ Egitto, dell’ India ©
della Grecia, in ciascuna delle quali assumo aspetti differenti. Secondo gli
Egiziani l’anima umana, dopo la morte, entra suceossivamente e per il corso di
tre millenni in tutti gli animali che vivono sia nell’ aria, sia nell’ acqua,
sia nella terra; alla fine del terzo millennio ritorna a vivificare un corpo
umano, per poi ricominciare lo suc trasmigrazioni attraverso il rogno animale,
e così via via all’ infinito. Secondo gli Indiani, inveco, l’anima umana passa
da un corpo ad un altro finchè non s'è del tutto purificata, così da poter
ritornare a componetrarsi con la divinità da cui è 697
Mer discesa; se durante queste successive esistenze essa pratica la
penitenza e segue la scienza, passa in corpi sempre più perfetti e quindi torna
più presto a Dio; se invece segue il male, al contrario. Nella Grecia la
dottrina della metempsicosi fu insegnata da Pitagora e nei misteri, od esposta
anche da Platone: l’ anima umana, dopo la morte del corpo che la racchiude, va
nei regni d’ oltretomba per ritornare poi, dopo mille anni di purgazione, a
rivestire un nuovo corpo in armonia con la vita precedentemente trascorsa;
soltanto l’anima pura del saggio non compie queste trasmigrazioni, ma vola ad
abitare con gli Dei per tutta l’ eternità. Verso la metà del secolo scorso la
dottrina della metempsicosi fu rimessa in onore da tre pensatori di idee assai
diverse: Pietro Leroux, che sostenne la rinascenza eterna delle stesse
generazioni ο quindi dellostesse anime umane in diversi individui ; Carlo
Fourier cho allargò la cerchia delle trasmigrazioni dell’ anima oltro i confini
del mondo, in una sfera sovramondana ove ogni essere avrebbe natura più sottile
e sensi più delicati; AllanKardec, il fondatore dello spiritismo metafisico,
che pone la metempsicosi a base delle sue invenzioni sul mondo degli spiriti.
Cfr. Platone, Timeo, 90 E segg.; Diogene Laerzio, VIII, 1, 31 segg.; Schlosser,
Über die Seelenwanderung, 1781; P. Leroux, De l'humanité, de son principe et de
son avenir, 1840; Fourier, Théorie de l'unité universelle, 1841; G. Athius,
Idea vera dello epiritiemo, 1895, p. 65 segg. (v. apoteosi, catarsi, nirvana,
immortalità). Metessi. Partecipazione. La usò Platone per esprimero che le cose
sono una partecipazione (µέθεξις) delle Ideo. Ai tempi nostri questa parola fu
adoperata, con lo stesso significato, dal Gioberti (v. mimesi). Metodi
induttivi. Quei metodi che conducono alla determinazione delle leggi causali
doi fatti. Allo Stuart Mill si deve la dimostrazione più precisa di codesti
metodi, che prima di lui erano gid stati intuiti da Bacone, Mer 698 ο
che altri, come ad es. l’ Herschel, avevano esposto con molto minor precisione.
Quattro sono i metodi suggeriti ed illustrati dal Mill per la ricerca della
causa dei fenomeni: metodo di concordanza, di differenza, dello variazioni
concomitanti ο dei residui, ai quali si aggiunge un quinto metodo
complementare, detto della concordanza nella difSerenza. Tutti questi metodi si
fondano sull’ eliminazione: infatti per essi è causa ciò che non può essere
eliminato senza che sia pure abolito l’effetto, non è causa ciò che può essore
eliminato senza che 1’ effetto sia abolito. Da ciò appaiono le lacune dei
metodi induttivi, poichò non sempre la causa è capace di produrre I’ effetto.
D’ altro canto ossi hanno il difetto di presupporre che ad ogni effetto
corrisponda una sola causa, © che possano essere distinti nettamente gli
effetti di ciasonna causa da quelli di tutto le altro. Perciò nella ricerca
scientifica i quattro metodi del Mill vogliono ossere integrati da norme
complementari d’indagine e dal metodo deduttivo. Cfr. J. Stuart Mill, A System
of Logio, 1865, I, o. VIII segg.; Masci, Logica, 1899, p. 410 segg. Metodo
(µετά ο 626ç in via). T. Methodo; I. Method; F. Méthode. La direzione che si
imprime ai propri pensieri per giungero ad un risultato determinato, ο
specialmente alla scoperta della verità e alla sistemazione delle conoscenzo.
Methodus nihil aliud esse videtur, dice lo Zabarella, quam habitus
intelleotualis instrumentalis nobis inserviens ad rerum cognitionem
adipiscendam. E la Logica di Porto Reale: ars bene disponendi seriem plurimarum
oogitationum. Vi è il motodo naturale, che è quello che vien suggcrito a
ciascuno nei singoli casi dalla propria intelligenza, © il motodo riflesso 0
scientifico che è una parte della logica. Questo si divide in sistematico ©
inrentivo: il primo studia le forme mediante le quali si ottiene I’ ordinamento
più utile delle conoscenze, il secondo studia i procedimenti per cui questo
conosconze si possono ostendere, passando dal noto all’ ignoto. Il primo, oltre
alla coordinazione delle conoscenze, ha anche il cémpito di determinare le
prove della dimostrazione, di analizzarne i procedimenti, studiarne il valore:
ciò costituisce il metodo dimostrativo. Il secondo può exsore analitioo 0
sintetico : quello consiste nel sopararo, in un complesso di relazioni note tra
il noto ο Y ignoto, le relazioni ignote che vi sono dissimulate ; quello nel
ricercarle al di fuori delle relazioni note © comporro con queste. Dicesi
didascalico il metodo che à volto a comunicare © insegnare altrui la verità;
deontologico quello che guida lo studioso alla ricerca del perfetto esemplare
delle cose; apologetico quello che insegna a difendere la vorità contro le
obiezioni, © elenctico quello che insegna a confutare gli errori. Dicesi metodo
maieutico quello adoperato da Socrate, consistente nel condurre gli uomini, per
mezzo di opportune interrogazioni, a scoprire i veri che tengono nascosti nelle
profondità del loro stesso spirito, a risvegliare le loro stesse idee; metodo
risolutivo © compositivo i due momenti del metodo galileano, il primo dei quali
consiste nell’investigare i processi più semplici matematicamente determinabili
e ricavarne un'ipotesi, il secondo nel mostraro deduttivamente che l’ipotesi
posta concorda con altre esperienze; metodo geometrico l'applicazione ai problemi
filosofici del processo dimostrativo euclideo procedente per definizioni,
assiomi, teoremi, corollari, applicazione fatta specialmente dallo Spinoza
nell’ Etica; metodo oritioo 0 trascendentale, per opposizione al dogmatico,
quello adoperato da Kant, consistente nell’ assumere come punto di partenza
l'indagine della forma sotto la quale i principi razionali si prosentano di
fatto, ed esaminarne il valore secondo la capacità, che essi posseggono in sè,
di essere applicati universalmente e necessariamente all’esperienza; metodo
dialettico, sin l’arte polomica che, movendo dalle opinioni comuni intorno ad
un dato oggetto, le prova al martello della oritica, ne mostra gli errori, in
modo da preparare il terreno all’ indagine soiontifica, sia il metodo usato da
Fichto e da Hegel, consistente nel procedere per tre momenti, tesi, antitesi ο
sintesi, ossia nel convertire ogni concetto nel suo opposto ο derivare dalla
loro contraddizione il concetto più elevato, il qualo poi trova un’altra
antitesi, che richiedo una sintesi ancora più alta, così di seguito. Metodo dei
rapporti chiama 1’ Herbart il proprio metodo di eliminazione delle
contraddizioni, che sono nel fondo dei nostri concetti più generali; siccome la
contraddizione deriva sempre dall’esseroi dati come unici dei concetti i cui
elementi opposti non possono realmente pensarsi come uno, così il metodo dei
rapporti consiste nel considerare il soggetto non come uno, ma come un insieme,
cioò come un sistema di rapporti; esso si compondia in questa regola: quando
una cosa deve essere pensata, © non può essere ponsata come una, si pensi come
molte. Cfr. Zabarella, Opera philosophica, 1623, De meth., I, ο. 2; Logique d.
P. Royal, IV, 2; Cartesio, Discorso sul metodo, trad. it. 1912; Fries, System
der Logik, 1837, p. 508 segg.; B. Erdmann, Logik, 1892, I, 11 segg.; Rosmini,
Logica, 1853, $ 749 segg.; Masci, Logica, 1899, p. 410 sogg. (v. agonistica,
dia lettica, eristica, maieutica). Metodologia. T. Methodenlehro; I.
Methodology ; F. Méthodologie. Quella parte della logica che studia le regole
generali per mezzo delle quali le varie discipline estendono ed ordinano le
proprio conoscenze. La metodologia si divide dunque in due parti; la parte
ordinativa ο sistematica, che fissa lo norme della definizione, della divisione,
della classificazione, della prova induttiva ο dodattiva, diretta © indiretta,
e la parte estensiva o inventiva, che fissa lo norme doi metodi di ricerca,
induttivi e deduttivi, propri @ ogni scienza, Per metodologia trascendentale
Kant intende la determinazione dello condizioni formali di un sistema perfetto
di ragion pura; © per metodologia della ragion pura pratica l’arte con cui le
leggi dolla ragion pratica pura 701 Mer-Mrz possono entrare nell’ animo umano e
influire sulle sue massime, ossia l’arte onde la ragion pratica obbiettiva può
anche diventare ragion pratica soggettiva.
Nel sistema dell’ Herbart, la metodologia è la prima delle quattro parti
in cui distinguesi la metafisica: ossa tratta del metodo dei rapporti, col
quale si possono togliere le contraddizioni che viziano i nostri concetti
fondainentali della natura. Le altre tre parti sono l’ontologia, la sinecologia
ο 1’ idolologia. Dalla metodologia
distinguesi la metodica, che è quella parte della pedagogia che tratta in
generale del metodo d’ insegnamento ; l'applicazione della metodica alle
singole materio da insegnarsi costituisce la didattioa. Cfr. Kant, Krit. d. r.
Vernunft, ed. Kehrbach, p. 544; Krit. d. prakt. Vernunft, 1878, p. 181; Herbart, Einleit. in die
Philos., 1834, $ 13; Bain, Eduo. as. a science, 1% ed., p. 230-357; E. Wagner,
Darstellung d. Lehre Herbarts, 1896, $ 30 segg.; Wundt, Logik, II, 1881;
Sigwart, Logik, 1890, IL. Metriopatia.
La misura del piacere mediante la ragione. Nella morale platonica la natura del
bene è fatta consistere nella metriopatia : la felicità non consiste infatti nè
nel solo piacere nè nella sola ragione. Porfirio contrappone la metriopatia
all’ apatia ο alla teoria: la prima è il cémpito delle virtù politiche, ed è
propria dell’ uomo giusto, la seconda è lo scopo delle virtù catartiche e
propria dell’uomo demoniaco; la terza è il mezzo per oui l’anima si rivolge al
Noo ed è propria di Dio. Cfr. Porfirio, Ieagoge, 1887 (v. catarsi, edoniemo,
eudemoniemo, morale). Mezzo. T. Mitte, Umgebung; I. Mean; F. Milieu. Cid che è
collocato tra due o più cose, e in special modo ciò che è ad ugual distanza tra
duo estremi; tale, nol senso aristotelico, è la virtù: µεσότης τις ἄρα ἐστιν ἡ
denti. Due secoli prima Confucio aveva detto: L’ uomo superiore si conforma
alle circostanze per seguire il mezzo... L'uomo volgare non teme di seguirlo
temerariamento in tutto e per tutto. » Talvolta adoperasi anche, in modo
improprio, per Merz 702 ambiente, ad indicare 1’ insieme delle
condizioni e dei fattori tra i quali un fenomeno si produce o un essere vive.
In un processo di finalità, il mezzo è il termine intermedio o la serie dei
termini intermedi, che sta fra il termine iniziale, con cui il processo stesso
comincia, ο il finale, con cui finisce. Cfr. Confucio, Tokoung-young, trad.
franc. Remusat, 1817, XI, 3, II, 2; Aristotele, Etica a Nicomaoo, II, 5, 1106
b, 27. Mezzo escluso (principio del). Lat. Prinoipium eziusi tertii; T. Satz
des ausgeschlossenen Dritten ; I. Principle of excluded middle; F. Prinoipe de
milieu ezolu. O anche principio del terzo escluso, è uno del principî logici
fondamentali © principî supremi di ragione. La sua formula è: 4 è ο non è B;
cioè tra questi due giudizi uno deve esser vero, perchè essendo essi
contradditori, non vi ha una via di mezzo, una terza possibilità, Secondo il
Fries esso si esprimo così: ad ogni oggetto appartiene un conoetto ο il suo
contradditorio. Secondo Hegel: di due prodicati contradditori uno soltanto
appartiene a un qualche cosa, 9 non si dà un terzo. Secondo B. Erdmann: quando
un giudizio affermativo è dato come vero, il suo contradditorio negativo è
falso, ο viceversa. Secondo il Rosmini: tra due note contraddittorio non c'à
alown mezzo. Contro questo principio furono mosse molte obbiezioni. Si disse,
ad esempio, che alcune volte è possibile la vis di mezzo; così se si dicesse
che un oggetto può essere © bianco ο nero, si può rispondere che può anche
esser grigio. In questo caso però le due idee sono contrarie non
contradditorie, essendo non-bianco il contradditorio di bianco, 9 non è
possibile che un oggetto colorato, se non è bianco, sia neppure non-bianco. Fu
obbiettato ancora che due giudizi contradditori possono essere entrambi falsi
quando il soggetto non esiste (es. Garibaldi passeggia Garibaldi non passeggia) ma un giudizio è
sempre formulato nell’ ipotesi che al soggetto si attribuisca una qualche forma
di realtà, anche puramente imaginativa. Cfr. Fries, 708
Mic-Mia System der Logik, 1837, p. 176; Hegel, Enoyklopädie, 1870, $
119; B. Erdmann, Logik, 1892, I, 366 ; Rosmini, Logica, 1853, § 345; Masci,
Logica, 1899, p. 56 segg.; Herbart, De principio logico exlusi medii, 1842.
Microcosmo. T. Mikrocosmos; I. Microcosm; F. Mioroccsme. Si usa generalmente in
opposizione a macrocosmo (universo) per designare l’uomo, che, considerato in
sò stesso, presenta un tutto organizzato, un piccolo universo. 1) espressione
trovasi per la prima volta in Aristotele: ἂν μικρῷ κόσμφ ylvetat, καὶ dv
neydAp. Per il Leibnitz ogni individuo è un microcosmo, in quanto ha per sò un valore
universale, contiene tutto l'universo; in ogni individuo si ha continuità di
stati, come in tutto l'universo si ha una continuità di monadi: Codesto legame
di tutte le cose create con ciascuna, e di ciascuna con tutte, fa sì che ogni
sostanza semplice ha dei rapporti che esprimono tutte le altre, © che essa è
quindi un perpetuo specchio vivente dell’ universo.... Ogni corpo risente
dunque tutto ciò che si fa nell'universo; talmente, che colui che vede tutto
potrebbe leggere in ciascnno ciò che si fa dovunque, e persino ciò che s'è
fatto ο si farà, osservando nel presente ciò che è lontano sia secondo i tempi
sia secondo i luoghi ». Cfr. Aristotele, PAys., VIII, 2, 252 b, 26; Leibnitz,
Philos. Schriften, ed. Gerhardt, III, 349; Lotze, Microcosmo, trad. it. 1911
(v. maorocosmo, monade, monadismo). Micropsia. Alterazione patologica del senso
della visione, per eni gli oggetti sono percepiti con dimensioni minori del
vero. È il contrario della megalopsia, in cui gli oggetti sono percepiti di
dimensioni maggiori del vero. Si verifica talvolta nell’ isterismo. Cfr. Pierre
Janet, Nevroses et idées fixes, 3" od. 1904, I, 277 segg. Migliorismo. T.
Meliorismus; I. Melioriom ; F. Méliorieme. O ottimismo relativo, è la dottrina
che non considera il mondo come il migliore dei mondi possibili, alla maniera
dell’ ottémismo assoluto (Leibnitz), ma sostiene che il Mir 704
mondo, pur potendo contenere un po’ meno di male, è tuttavia buono, Il
vocabolo sembra dovuto a Giorgio Eliot; fu adoperato in senso analogo dallo
Spencer (the melioriat tiew.... that life... is on the way to become such that
it will vela mor pleausure than pain) © diffuso da James Sully : con questo io
intendo la fede che afferma non solo il nostro potero di diminuire il male, ma
anche la capacità di acorescere la somma del bene positivo. Si contrappone al
pejoriemo ο pessimismo relativo del? Hartmann, il quale sostiene che il mondo
val meno che niente, l’ordine vi è continuamente turbato dalla volontà, ma vi è
un potere incosciente che tenta di ristabilirlo © vi riesce eliminandone la
coscienza; si distinguo quindi dal pessimismo assoluto (Schopenhaner) per il
quale il mondo è il peggiore dei mondi possibili e la vita non è che un pianto
continuo, essendo 1’ uno e l’altra opera di una volontà assurda. Cfr. Spencer, in Contemporary
Review, luglio 1884, p. 39; I. Sully, Pessimism, a History and Criticiem, 1877,
p. 399. Millenarismo. T.
Milleniumslehre; I. Millenarianiem, millenarian doctrine; F. Doctrine
millénariste. Dottrina cho, fondandosi sulla predizione dell'Apocalisse,
insegnava che Gesù Cristo doveva regnare temporaneamente sulla terra, insieme
ai santi, durante un periodo di mille anni, che si sarebbe chinso col giudizio
universalo. L'origine di questa credenza nel millenium, che sorse nei primi secoli
del Cristianesimo e trovò seguaci in molti Padri della Chiesa, è in parte
ebraica e in parte cristiana. Già le profezio contenute nelle sacre scritture,
promettovano agli Ebrei che Dio, dopo averlì dispersi tra le varie nazioni, li
riunirebbe un giorno di nuovo in un regno di pace e di felicità; ora,
avvicinando queste previsioni alle parole con cui Cristo annunciava il suo
ritorno e il suo regno glorioso, molti ebrei, convertiti al cristianesimo,
fondarono il millenarismo. Il quale, sebbene combattuto dai Padri che fondarono
il dogma, non scomparve mai del tutto; esso risorse verso 706
ΜΙΝ-ΜΙΟ la fine del secolo IX dell’era nostra, predicando la fine
imminente del mondo, e, più tardi, alleatosi col oomunismo, preparò, insieme
con altre sètte di esaltati, la rivoluzione inglese del 1648. In tempi ancora
più vicini a noi, il millenarismo risorge specialmente nella società inglese,
ove scrittori come Worthington, Bellamy, Towers profetizzarono per l’anno 2000
l’inizio del nuovo millennio di felicità © di giustizia, annunziato
dall’Apocalisse. Cfr.
Apooaliese, XX, 1-3; Schürer, Lehrbuch d. nontestamentlichen Zeit-Geeoh., 1881,
$ 28, 29; Towers, Illustrations of profecy, 1796, t. II, cap. I; A. Sudre, Histoire du
communisme, 1850, p. 182 segg. Mimesi. T. Nachahmung, Naohiffung ; I. Mimetiem
; F. Mimétisme. Imitazione,
Platone adopera questa parola per indicare che le cose sono un’imitazione
(µίμησις) delle idee; anche il Gioberti usò lo stesso vocabolo nello stesso
significato. Per i pitagorici invece le cose erano una imitazione dei
numeri. Per mimesi o mimetismo s'intende
nelle scienze biologiche il fenomeno per cui certi animali rivestono, sia
temporaneamente sia stabilmente, il colore dell’ ambiente nel quale vivono; o
anche la somiglianza superficiale tra animali anatomicamente diversi gli uni
dagli altri, dovuta sia alle medesime condizioni d’esistenza sia ad altre
cause. Cfr. Platone, Parmen., 132 d.; Sesto Emp., Pyrr. ip, III, 18; Gioberti,
Protol., 1858, II, p. 3 segg. (v. idea). Minore. T. Unterbegrif, Untersats, Minor; I. Minor; F.
Mineur, Mineure. Nel sillogismo
dicesi minore il termine che ha l'estensione minore, e minore la premessa che
contiene, come soggetto ο come predicato, il termine minoro. Nella conolusione
il termine minore fa sempre da soggetto © viene perciò designato con la letters
8. Nel sillogismi disgiuntivi la minore è quella delle due premesse che esclude
uno dei membri disgiunti; nei sillogismi ipotetici quella che afferma la
condizione o nega il condizionato. Miopia. T. Kurssiohtigkeit; I. Myopia; F.
Myopie. Difetto della vista, determinato da eccessiva curvatura dello 45 Ranzout, Dizion. di scienze filosofiche.
Mie-Mis 706 superfici di rifrazione, o da maggior densità
dei mersi diottriei, per oui i raggi paralleli fanno foco non sulla retina,
come nell’ occhio normale, ma al disopra della retina. Quindi il punto di
lontananza, anzichè all'infinito, si trova poco lontano dall’ occhio, cosicchè
riesce impossibile distinguere gli oggetti lontani. Cfr. I. 8. Wells, Dis. of the
Eye, 1883, p. 629 (v. accomodamento, emmetropia, punto). Miracolo. T. Wunder; I. Miracle, Wonder; F. Miracle.
Originariamente, tutto ciò di cui l’uomo si meraviglia, ogni fatto che desta
sorpresa; poscia, un fenomeno che è considerato, per il suo carattere,
superiore ai poteri della natura o dell’uomo, e perciò manifestazione di una
volontà sovrannaturale, della quale è segno ο testimonianza. Que prater ordinom
communitor statutum in rebus quandoque divinitus flunt, dico 8. Tommaso. David
Hume lo definisco: la trasgressione d' una legge di natura, eseguita per una
tolizione particolare della divinità ο per la mediazione di qualche agonte
invisibile. Secondo il Le Roy la nozione di miracolo s'appoggia su questi
quattro punti: 1° non si dà il nome di miracolo che a un fatto sensibile, e a
un fatto eccezionale, straordinario; 2° non si dà il nome di miracolo che a un
fatto significativo nell’ ordine religioso; 8° perchd un fatto sia detto
miracolo deve essere inserito nella sorio fenomenica ordinaria, pur facendo contrasto
con essa; 4° perchè un fatto sia detto miracolo, bisogna che non sia nè
prevedibile nè ripetibile a volontà. Cfr. 8. Tommaso, Contra gentiles, III,
101; Hume, Eeeaia, 1790, II, p. 234 n; Le Roy, in Annales de philosophie
chrétienne, ottobre 1906 ; Μο Cosh, The Supernatural in relation to the
Natural, 1872 ; R. Schiattarella, Miracoli e profeste, 1899. Mistero. Gr.
Μιστήριον; T. Mysterium; I. Mystery; F. Mystère. Nello religioni antiche i
misteri erano un insieme di pratiche, di riti ο di dottrine di natura segreta ο
riservate agli iniziati. Nella teologia cristiana i misteri sono 707
Mis verità indimostrabili ο incomprensibili, rivelato da Dio © come tali
imposte direttamente dalla Chiesa ai fedeli. Anche nella scienza si parla
talvolta di misteri, ma in senso relativo; nel senso cioè di un ignoto
qualsiasi, che può venir conosciuto © spiegato, e non è quindi contrario alla
ragione; 1’ introduzione del mistero assoluto ο religioso nella sclensa
costituisce il misticismo. Tuttavia i teologi sostengono che i misteri della
religione non sono contrari alla ragione, ma al disopra della ragione, ciod ad
essa trascendenti: la ragione non vede, con le sole sue forze, la verità che
essi esprimono, ma non vede per questo l’impossibilità di tale verità. Il concetto
del mistero cominciò infatti a determinarsi nella teologia, quando si rese
palese il dualismo tra la soienza ellenistica ο la tradizione religiosa, tra la
filosofia d’Aristotele e le dottrine specifiche del cristianosimo. Con piena
coscienza di questo dualismo, Alberto Magno cercò di dimostrare, che tutto ciò
che in filosofia si conosce mediante il lumen naturale è valido anche in
teologia; ma che l’anima umana non può conoscere pienamente se non ciò, i cui
principî porta in sò stessa, e che perciò in quei casi in cui la conoscenza
filosofica non è in grado d’arrivare a una decisione definitiva © deve restare
indecisa davanti a possibilità diverse, decide la rivelazione. Duns Scoto,
andando più in là, pose una separazione netta fra filosofia © teologia, allargò
la cerchia dei misteri della teologia, inchiudendovi persino il principio della
creazione © quello dell’ immortalità dell’ anima. Cfr. Maywald, Die Lehre von
der zweifachen Wahrheit, 1871; Sainte-Croix, Recherches hist. ot orit. eur les
myslöree du paganieme, 1817; Le Roy, Dogme et critique, 1907; I. A. Pioton, The
mystery of matter, 1873; A. D'Ancona, Le origini del teatro italiano, 1891;
Chiappelli, La dottrina della doppia verità ο i suoi riflessi recenti, Atti
della R. Acc. di Napoli >, 1902. Mistica. Scnola filosofica e teologica
sorta, sotto I’ influsso delle idee neo-platoniche, nel seno della Scolasticn
Mis 708
del secondo periodo, e importantissima perchd diede luogo, per puro zelo
religioso, alla separazione e al contrasto tra le verità di ragione e le verità
di fode, che prima si fondevano in un’ unica verità. Per la Scolastica la
rivelazione è fissata come autorità storica, per la Mistica è invece un
tuffarsi, libero da ogni mediazione esterna, dell’ individuo ‘umano nel
primitivo principio divino. La Mi distingue nella fede due elementi: la
cognizione, ossia il contenuto (fides quae oreditur) © l’affetto, ossia l’atto
soggettivo del credere (fides qua oreditur). Ora, nella fede è importante
soltanto questo secondo elemento, quindi si rende affatto inutile ogni ricerca
razionale sul contenuto della fede stessa. Tuttavia non è da disprezzare anche
la cognizione, che passa per tro gradi: cogitatio, meditatio, contemplatio; la
prima guarda il mondo con 1’ occhio del corpo, la secondn guarda in noi stessi,
la terza, che è la cognizione vera, lo affissa in Dio; questi tre gradi
corrispondono rispettivamente alla materia, all’ anima, a Dio. Sotto tal
rapporto può dirsi che la Mistica ο la Scolastica si integrano a vicenda: come
la contemplazione mistica può benissimo diventare un capitolo della dottrina
del sistema scolastico, così anche 1’ estasi mistica può presupporre I’
edificio dottrinale como suo sfondo teorico. Cfr. H. Router, Geschichte d.
religiosen Aufklirung im Mittelalter, 1875; Helfforich, Die christliche Mystik
in ihrer Entwickelung und ihren Denkmalen, 1842; H. Delacroix, Études
d'histoire et de psychologie du mystioieme, 1908; R. Steiner, Il oristianesimo
quale fatto mistico, trad. it. 1909 (v. conoscenza, credenza, fideiemo), Misticismo.
T. Mystik, Mysticismus; I. Mysticiem; F. Mysticisme. Nel suo significato più
generale è la credenza nella possibilità di conoscere Dio, l'infinito, la
verità assoluta immedistamente, senza il sussidio dell’ intelligenza, con un
puro impeto di sentimento o con uno sforzo di volontà. Il termino fu diffuso
nel linguaggio religioso ο filosofico dallo pseudo Dionigi l’Areopagita, cho,
nol trat 709 Mir tato eni nomi divini,
dopo aver dimostrato che per raggiungere 1’ essere in sò stesso bisogna
sorpassare le imagini sensibili, le concezioni e i ragionamenti
dell'intelletto, afferma che codesta perfetta conoscenza di Dio risulta da una
sublime ignoranza ο si compio in virtà di una incomprensibile uniono;...
codesta assoluta ο felice ignoranza non è dunque una privazione, ma una
superiorità di scienza. Tale scienza Dionigi chiama la dottrina mistica che
spinge verso Dio e unisco a lui pev una specio d’inisiazione che nessun masstro
può insegnare. Il punto culminante del misticismo è l’estasi, stato nel quale,
essendo interrotta ogni comunicazione col mondo esteriore, l’anima ha
l'impressione di comunicare con un oggetto interno, che è l’essere infinito,
Dio. Tale fenomeno, che i teologi considerano come un effetto della grazia
divina, è spiegato dalla scienza come uno stato di monoideismo, analogo al
sonno ipnotico, ottenuto mediante la concentrazione dell’ attenzione in un
unico pensiero © spiegabile mediante la leggo psicologica notissima che: uno
stato completamente uniforme e sempre uguale conduce alla soppressione della
coscienza. Per estensione dicosi
misticismo ogni dottrina, sia filosofica che scientifica, cho si ispiri più al
sentimento e all’intuizione che alla osservazione e al ragionamento; e
misticismo ancora ogni credenza a forze, influssi © azioni impercettibili ai
sensi ο tuttavia reali. Cfr. Heppe, Geschichte der quietistischon Mistik in der
katholisohen Kirche, 1875; R. A. Vaughan, Hours with the Mystics, 3° ed.; E.
Boutroux, Le mysticieme, Bulletin do PInst. psychologique, gennaio 1902; J. Pachen,
Peychologio des mystiques chrétiens, 1909; E. Troilo, Il misticiemo moderno,
1899; Ernesto Lattes, II misticismo nelle tendenze individuali ο nelle
manifestazioni sociali, 1908; R., L' agnosticiemo nella filosofia religiosa.
(v. comoscenza). Mito. Gr. Müdoc; T. Mythus; I. Myth; F. Mythe. IL Vignoli lo
definisce come la spontanea e fantastica forma Mir 710
nella quale ’ umana intelligenza e le umane emozioni raffigurano sè, ©
lo cose tutte; © l’ obbiettivazione psico-fisica dell’uomo nei fenomeni tutti,
che egli può apprendere e percepire ». Per il Simrock il mito è la forma più
antica nella quale lo spirito popolare pagano conosce il mondo © le cose
divine». In senso generale è mito ogni racconto favoloso, d’origine popolare e
non riflessa, in cui gli agenti impersonali sono rappresentati sotto forma d’
esseri personali; in senso stretto è la descrizione d’un fenomeno naturale
considerato come l’espressione di un dramma divino, ο P incorporazione d’una
idea morale in un racconto drammatico. Nei due casi, ciò che è permanente ο
frequente nella natura o nell’umanità, è ricondotto ad un avvenimento compiuto
una volta per tutte, e il dramma, sebbene inventato, è ritenuto come reale.
Questo carattere d’ingenua credulità, per oui si tengono come reali dei fatti
puramente immaginari, è essenziale nel mito, e lo distingue nettamente dalla
favola, dall’allegoria © dalla parabola. In queste si ha pure un’ idea morale
racchiusa in un racconto drammatico; ma esse sono opera di riflessione
metodica, e non pretendono di essere credute reali, Il mito si distingue anche
dalla leggenda, che non ha per carattere necessario l’interpretazione d’un
fenomeno naturale ο l’incorporazione d’un’ idea morale, Nolla scienza
contemporanea, del mito sono date tre spiegazioni diverse: sociologica,
psicologioa, psico-sociologica. La prima, sostenuta dal Durkheim ο dalla sua
scuola, si fonda sul principio metodico fondamentale che i fatti religiosi, al
pari dei fatti giuridici, morali, economici, non sono che fatti sociali,
prodotti di stati d’ anima collettiva, spiogabili quindi non in base alla
natura umana in generale, bensì in base alla natura delle società allo quali
vengono riferiti; ogni gruppo sociale pensa, sente, agisce diversamente da quel
che farebbero i suoi membri isolati ; diotro il mito si scorge sempre il gruppo
sociale che sogna, desidera e vuole; il mondo dei miti ο degli dei non è cho
l’obbiettivazione m1 Mir del pensiero collettivo, la proiezione al
di fuori che la coscienza del gruppo sociale fa delle rappresentazioni, che
essa stessa si è formata sotto lo stimolo dei suoi desideri e delle sue
esigenze. La dottrina psicologica, sostenuta dal Tarde, sostiene invece che i
miti, al pari di tutte le altre produ» zioni sociali, sono di origine
individuale e si sono diffusi per imitazione dapprima esclusiva, poi espansiva
© proselitistica; i miti e le religioni non si compongono di altri elementi che
non siano desiderii ο credenze: il bisogno di certezza, il bisogno di sicurezza
costituiscono la duplice fonte della religiosità, il cui fine è quello di
stabilire negli individui © nei popoli un’ immense convinzione », quella
dell’esistenza di Dio, e un’ immensa speranza », quella dell'immortalità dell’
anima. Tra queste due opposte dottrine sta la dottrina intermedia, o psico-sociologica,
del Wundt, per il quale mito, linguaggio e costume sono prodotti della psiche
collettiva e ripetono, in forma più ampia ed elevata, gli elementi tutti della
vita psichica individuale; il linguaggio infatti contiene la forma generale
delle rappresentazioni viventi nell’ anima sociale, © le leggi delle loro
connessioni; il mito racchiude in sò il contenuto originario di quelle
rappresentazioni, costituito dalla concezione complessiva dell’ universo, quale
la coscienza del popolo se I’ è formata sotto l’azione dei suoi sentimenti e
impulsi; il costume contiene le direzioni generali della volontà collettiva
risultanti da tali rappresentazioni ο sentimenti. Ciò che contraddistingue il
pensiero mitico è la facoltà personificatrice, che proviene, secondo il Wundt,
dalla fantasia, la quale hu due fattori essenziali : l’appercezione animatrice
», per cui si proietta nell’ oggetto la coscienza del soggetto, sì che questi
si sente uno con quello, e la forza intensificatrice del sentimento propria
dell'illusione, forza per la quale tra tutti gli elementi di cui risulta
P’intuisione di un oggetto, non quelli obbiettivi, bene) quelli subbiettivi
determinano il grado d’ intensità delle impressioni emotive che accompagnano I’
intuizione dell'oggetto. Ciò spiega quel carattere importantissimo delle
rappresentazioni mitologiche, per cui gli oggetti di essi appaiono come realtà
immediatamente date; caraitere che dimostrerebbe, secondo il Wundt,
l'infondatezza delle teorie che considerano i miti © come simboli o come tentativi
di spiegazione dei fenomeni. Un secondo carattere del pensiero mitologico è la
sconfinata facoltà associatrice, derivante dalla mancanza di impedimenti, che
la riflessione poi oppone. Cfr. Wundt, Grundriss der Psychologie, 1889, p. 356
segg.; Id., Fölkerpsyohologie, 1900-1909, t. Il; Simrock, Handbuch d. deutschen
Mythologie, 1869; Tardo, Les lois de l’imitation, 1890; Durkheim, Les règles de
la méthode sociologique, 1895; 1d., De la definition des phénomènes religieux,
in Année sociologique », anno II, p. 1 segg.; Saussure, Lehrbuch d.
Religiongesch., 1887-89; Bréal, Mélanges de mythologie et de linguistique,
1877; E. Vignoli, Mito e soiensa, 1879; Edward Clodd, Mito e sogni, trad. it.
1905; 8. Reinach, Cultes, mythes
ot religions, 1905-12; E. Lamanna, Mito e religione nelle dottrine
socio-prichiohe contemporanee, Cultura filosofica », gennaio 1912. Mixoteismo.
L’Hasckel chiama così tutte quelle formo della credenza in Dio, che contengono
mescolanze di rappresentazioni religiose di specie diversa ed in parte
direttamente contradditorie. Più che una forms di religione teorica, il
mixoteismo è una forma pratica che risulta dalle varie influenze di natura
diversa cui va soggetta la psiche religiosa dell’individuo. Cfr. Haeckel, I
problemi dell’ universo, trad. it. 1913, p. 389 segg. Mneme, T. Mneme; F.
Mnème. Termine proposto dal Semon per indicare la proprietà inerente alla
sostanza vivente di conservare, come tali ο nelle loro relazioni, I’ insieme
delle eccitazioni ricevute dal mondo esteriore. Il Loeb «9 l’Ardigò adoperano
invece il termine isteresi per indicare la traccia lasciata nel protoplasma
dalle eccitazioni anteriori. Cfr. Semon, Die Mneme, 1904; Id., Die
mnemischen 13 Mxe-Mos Empfindungen, 1909; Loeb, Fisiologia
comparata del cervello, trad. it., p. 967; Ardigò, L’inoosciente, Riv. di
filosofia », maggio 1908. Mnemonica. T. Mnemonik, Gedächtnisskunst; I.
Mnemonice; F. Mnémoteohnie. L’ arte della memoria: essa consta di un insieme di
norme pratiche e processi artificiali, diretti a rendere integra, pronta,
tenace la memoria delle cose e si fonda essenzialmente sopra le leggi
dell’associazione delle idee. Il primo dei metodi mnemonici conosciuti,
inventato da Simonide, dicesi topologico : esso consiste nell’associare le idee
astratte ad altre idee, i cui modelli sono oggetti sensibili o presenti in un
medesimo tempo. Cfr. Plebani, 1) arte della memoria, 1899. Mnemotecnia. Lo
stesso che mnemonica. Mobile. T. Bewegliohes, Boweggrund; I. Moveable body, Mover; F. Mobile. Ciò che può esser mosso. Aristotele chiama ogni
cosa mobile, xivobpevoy, in quanto cangia, e motore, κινοῦν, in quanto è causa
del cangiamento. Nella psicologia
diconai mobili tutti quei fenomeni affettivi -desideri, predisposizioni,
istinti, abitudini che entrano nella deliberazione volontaria, esercitando la
loro influenza nella determinazione all’atto; si distinguono dai motivi, che
sono i fenomeni intellettuali (rappresentazioni) i quali entrano tra loro in
conflitto al momento della deliberazione. Oltrechd nell’atto volontario, il
mobile entra anche negli atti compiuti per tendenza, ed è costituito, secondo
P’Höffding, dal sentimento provocato dall’idea del fine, non dal sentimento
provocato dall'idea che la realizzazione sarà seguita per noi da un piacere. Nell’ astronomia antica dicevasi primo mobile
la volta celeste, che credevasi solida e recante incastrate le stelle: essa si
moveva intorno alla terra, quindi nel suo giro portava seco gli astri. Cfr. Aristotele, Περὶ φυχῆς, III, 10; Höffding,
Psychologie, 1900, p. 424; P. Janet, Traité de philosophie, 4° ed.,
Psychologie, o. IV, p. 311. Mos-Mop TU
Mobilismo. F. Mobiliene. Termine proposto dal Chide e accolto dalla
Società francese di filosofia, per indicare la dottrina secondo la quale il
fondo delle cose è non soltanto individuale e multiplo (pluralismo), ma in
continuo movimento, in continua via di trasformazione e senza leggi fisse, così
da rendere inefficace ogni tentativo d’organizzazione razionale. Il Chide
considera tale dottrina come la conclusione necessaria di tutta la filosofia
moderna, tendente a esoludere dal reale ogni unità, immutabilitä e razionalità,
a fare della realtà stessa una creazione continua non diretta ad uno scopo
determinato, ma avente valore per sè, e a porre quindi la durata, il
cangiamento, come la sostanza stessa delle cose. Tre dottrine avrebbero
condotto specialmente, secondo i mobilisti, a tale posizione: la dottrina
hegeliana, che colloca il movimento nel senso stesso dell’ universo, il quale
si sviluppa perciò in sintesi sempre nuove e con leggi che forse non
raggiungeranno mai la loro formula definitiva; la dottrina darwiniana, che
toglie dal cangiamento ogni finalità e pone l’irrazionale ovo prima imperava la
ragione; la dottrina bergsoniana, che libera infine il cangiamento dalla sun
ultima crosta deterministica e meccanica, facendo della contingenza, della
durata pura, la stoffa stessa del reale. Ad ogni modo tale concetto è già
espresso nel πάντα ptt di Eraclito. Cfr. Chide, Lo mobilieme moderne, 1908; Do
Sarlo, I diritti della metafisica, Cultura filosofica », luglio 1912, p. 450
segg. (v. attiniemo, attività, asione, cangiamento, encrgismo, vitaliemo).
Modali (proposizioni). T. Modal; I. Modal; F. Modales. Quelle proposizioni che
osprimono la modalità, ossia i punti di vista più generali sotto cui possono
presentarsi alla nostra intelligenza gli oggetti del pensiero. Tali punti di
vista essendo quattro, cioè la possibilità, l'impossibilità, la contingenza ©
la necessità, le proposizioni modali fondamentali, quali Aristotele stesso le
definì, sono quattro. Siccome poi ogni modo per esser affermato o negato, ad
ogni pro 715 Mop porzione modificata può
ugualmente essere affermativa ο negativa, così vi sono sedici specie di
proposizioni modali, che gli Scolastici espressero in quattro termini mnemonici
di convenzione: purpurea, iliaco, amabimus, odentuli. Le quattro proposizioni
espresse in ciascuno di questi termini sono equivalenti ed hanno lo stesso
significato: nei termini stessi A indica l'affermazione del modo e quella del
diotum; U la negazione di entrambi; ZV’ affermazione del modo e la negazione
del dictum; I viceversa. Cfr. Aristotele, Anal. pr., I, 2, 24 b, 31; Logique de
Port-Royal, 2 p., o. VIII; Hamilton, Leotures on Logic, 1860, ο. XIV. La modalità
e una delle categorie del criticismo, sotto la quale si comprendono le tre
categorie subordinate della realtà, della necessità ο della possibilità. Questa
classificazione fu tojta da Kant dalla classificazione dei giudizi, che rispetto
alla modalità, cioò al modo onde è affermata o negata la relazione tra
predicato e soggetto, si distinguono in assertori (4 è B), apodittioi (A deve
esser B) © problematici (A può essere B). Gli assortori esprimono dunque la
realtà della relazione tra predicato © soggetto, i problematici la possibilità,
gli apodittici la necessità. Ora la realtà non è altro che il contenuto dell’
osperienza; la necessità, logicamente, è V inconcepibilità del contradditorio,
obbiettivamente 1’ unità delle condizioni non impedite; la possibilità dal
puuto di vista logico è la conoepibilità dei contradditori in quanto manca a
noi la ragione per decidere quale di esai sia vero, e dal punto di vista
obbiettivo è la presenza di parte soltanto delle condizioni necessarie perchè
una cosa sia. La classi ficazione dei giudizi secondo la modalità risale ad
Aristotele, ma egli non usò tal nome e nemmeno i suoi commentatori. Avendo poi
i grammatici detti modi del verbi le significazioni di realtà, possibilità e
necessità ottenute mediante modificazioni dei verbi stessi, i logici, da Boezio
in poi, tradussero con la stessa parola 1) espressione sopra Mop 716
riferita dei commentatori aristotelici.
Nella psicologia, per modalità della sensazione #’ intende, dall’
Helmholtz in poi, la natura irreducibile delle sensazioni date dai diversi
organi, per cui non è possibile il passaggio dall’ una all’altra, nd è possibile
col confronto di stabilire tra loro una maggiore o minore somiglianza, e anche
un semplice rapporto di intensità. La gualità è invece una differenza meno
profonda, cosicchè le differenze qualitative tra sensazioni della stessa
modalità non esoludono il passaggio dall’ una all’ sltra nè il confronto per
giudicare della loro maggiore o minore somiglianza e intensità (ad es. tra i
colori dello spettro). Cfr. Kant, Krit. d. r. Vernunft, ed. Kehrbach, p. 92,
202-3; Wundt, Logik, 1893, I, 199; Trendelenburg, Logische Untersuchungen,
1864, II, 156 segg.; Helmholtz, Physiol. Optik, 2* ed., p. 778 segg., 372
segg.; Wundt, Physiol. Poycologie, 3* ed. I, p. 491 segg. (v. intensità,
qualità). ‘Modelli (teoria dei). La dottrina, sostenuta specialmente dai fisici
inglesi (Faraday, Thomson, Lodge, Maxwell) e implicante gravi problemi
gnoseologici, secondo la quale non è possibile comprendere i fenomeni, la
natura delle cose materiali, senza formarsene una rappresentazione concreta,
senza costruire un modello meccanico che la imiti. Si oppone alla dottrina
sostenuta dal Rankine, Mach, Ostwald, Duhem, che vorrebbe invece bandire
qualsiasi imagine concreta per ridurre le teorie fisicho ad un puro sistema di
nozioni astratte ο di rapporti matematici. Il mio oggetto, dice il Thomson, è
di mostrare come si possa in ogni categoria di fenomeni fisici, che dobbiamo
considerare, ο qualunque siano questi fenomeni, costruire un modello meceanico
che soddisfi alle condizioni richieste. Quando noi consideriamo i fonomeni d’
elasticità dei solidi, sentiamo il bisogno di presentare un modello di questi
fenomeni... Io non sono mai soddisfatto finchò non ho potuto costruire un
modello meccanico dell’ oggetto che studio; se ho po 717 Mop tuto fare un modello meccanico,
comprendo; finchè non ho potuto fare un modello meccanico non comprendo; ed è
per questo che io non intendo la teoria elettromagnetica della luce». Però,
secondo altri soguaoi della stessa dottrina, il modello non consiste in un
meccanismo vero e proprio, che simula in qualche modo i fenomeni, copianfoli,
ma in una imagine simbolica del fenomeno, tale che le conseguenze logiche di
essa siano sempre le imagini delle conseguenze necessario del fenomeno nell’
ordine naturalo; cosa possibile, questa, appunto perchè esiste una certa
armonia tra la natura e il nostro spirito, come l’esperienza di tanti secoli oi
dimostra. Da noi il Pastore, applicando queste vedute alla logica, dà loro un
più largo significato filosofico: egli considera In ragione umana come un
modello tra gli altri modelli, che fanziona deducendo da certi principî tutte
le consoguenze possibili, allo stesso modo come il fisico mette in funzione il
proprio modello per scoprirne le proprietà; i modelli, una volta costruiti
ragionano, come la mente umana, sempre © solo in una maniera, dandoci quella
stessa evidenza di verità che il nostro pensiero riconosce al calcolo © alla
dimostrazione logica astratta. Cfr. Hortz, Die Princ. der Mechanik, 1899,
Einl., p. 133 segg.; Thomson, Notes of lectures on molecular dynamics, 1884, p.
131; Duhem, Les théories modernes de l'électricité, 1891, p. 16; A. Pastore,
Logica formale dedotta dalla considerazione dei modelli meccanioi, 1906 ; Id.,
Del nuovo spirito della scienza e della filosofia, 1907 (v. concetto, imagine,
empiriocritioimo). Modernismo. T. Modernismun; I. Modernism; F. Modernieme.
Quell’ insieme di tendenze ο di dottrine, filosofiche, teologiche © sociali,
che sono venute svolgendosi in questi ultimi anni dal seno del cristianesimo
cattolico ο protestante, mirando a porlo in armonia coi bisogni della vita ©
del pensiero moderno. Dal punto di vista filosofico ο teologico molte sono le
dottrine comprese sotto questa denoΜου
718 minazione (immanentismo,
fideismo, sentimentalismo, ecc.), derivate però quasi tutte dall’ idea
fondamentale del card. Enrico Newman del primato della coscienza ». L’enciclica
Pascendi dominioi grogis (8 sett. 1907) le condannò tutte in blooco,
additandole come sintesi di tutte le eresio, come prodotto di superbia e
d’ignoranza, e riassumendone gli errori in due fondamentali, I’ agnosticismo e
l’ immanenz& vitale. Per il primo la ragione umana è ristretta interamente
nel campo dei fenomeni; .... per la qual cosa non è dato a lei d’innalzarsi a
Dio, nd di conoscerne }’ esistenza, sia pure per mezzo delle cose visibili. E
da oid si deduce che Dio, riguardo alla scienza, non può affatto esserne
oggetto diretto; riguardo alla storia, non deve mai reputarsi oggetto storico
». Negata così la teologia naturale, i motivi di credibilità, la rivelazione
esterna, la religione non può trovarsi che nella vita, nel cuore dell’uomo; di
qui l’immanenza vitale: il bisogno del divino, senza verun atto previo della
mente, secondo che vuolo il fideismo, fa scattare nell’ animo già inclinato
alla religione un certo particolar sentimento ; il quale sia come oggetto sia
come causa interna, ha implicata in sò la realtà del divino e congiunge in
certa guisa l’uomo con Dio: A questo sentimento appunto si dà dai modernisti il
nome di fede, e lo ritengono quale inizio di religione ». Cfr. Ritschl,
Reokifertiguag und Versöhnung, 3° ed. 1888; C. Ranzoli, L’ agnosticismo nella
filosofia religiosa, 1912; R. Murri, La filosofia nuova e l’enciolica contro il
modernismo, 1908 ; *** Il programma dei modernisti, risposta all’ enciclica,
1908; Tyrrel, Modiosvalismo, 1909; Id., II cristianesimo al bivio, 1910;
Laberthonnière, Saggi di filosofia religions, trad. it. 1907; *"* Lettere
di un prete modernista, 1908; E. Newman, Lo sviluppo del dogma oristiano, trad.
it. 1908. Modificazione. T. Zustandsänderung, Modification; I. Modification; F.
Modification. In senso proprio, dicesi modificazione ogni modo che ha la sua
causa non nella natura 19 Mop essenziale del soggetto, ma è l’effetto
d’ uns causa esteriore o distinta dal soggetto medesimo. Perciò la
modificarione non va confusa col cambiamento, in quanto essa non cambia nd
distrugge la natura specifica della cosa, che non cos di essere quello che è.
Modo. T. Modus, Sohlusemodue; I. Mood, Modo; F. Mode. I modi ο aocidenti d’un
essere sono le qualità non essenziali ο mutabili, quelle che possono esistere,
non esistero e variare senza che per questo l'essere scompaia 0 cessi di essere
quello che è; le qualità essenziali si dicono invece attributi. L'estensione è
un attributo della materia; P aver essa una forma 0 un’altra è un modo. In
senso più generale per modo s'intende qualsiasi modificazione d’un soggetto.
Così Goclenio lo definisce come roi quadam determinatio; © Spinoza: substantia
affectiones, sive id quod in alio est, per quod etiam concipitur. Dicesi modo del'sillogismo la forma che egli
ha riguardo alla quantità ο alla qualità dolle due premesse e della conclusione.
Ora, le combinazioni della qualità e della quantità nei giudizi dànno quattro
specie di giudizi, indicati con le vocali 4, E, I, 0; queste quattro specie
dànno sedici combinazioni binarie; essendo quattro le figure del sillogismo, si
avranno sessantaquattro modi per tutte lo figure. Ma di questi, quarantuno sono
contrari alle regole del sillogismo e non dànno conclusione: quindi i modi
coneludenti ο cioè validi si riducono 8 diciannove, dei quali quattro
appartengono alla prima figara, quattro alla seconda, sei alla terza, cinque
alla quarta. Tali modi validi sono enunciati nei seguenti versi mnemonici, che,
con qualche variante, si trovano per la prima volta nelle Summulæ logicales di
Pietro Ispano: Barbara, Celarent, Darii, Ferioque, Priors Cesare, Camestres, Festino, Baroco
Seounde Tertia, Darapti, Disamis,
Datisi, Felapton Bocardo, Ferison habet.
Quarta insuper addidit Bramantip,
Camenes, Dimaris, Fesapo, Fresison, L’artifizio di questi versi sta in ciò, che
le voMor 720 cali di ciascun vocabolo denotante un modo
indicano la qualità e la quantità delle premesse © della conclusione ; le
consonanti meno nella prima indicano, se sono iniziali, a qual modo della prima
figura quel dato modo si deve ridurre per dimostrarne la validità (così
l'iniziale di Calomes indica che deve esser ridotto a Celarent), se non
iniziali (e, m, p, ο) con quale operazione logica la riduzione relativa deve
esser fatta: e cioò, 4 per conversione semplice, m per metatesi delle premesse,
p per conversione accidentale, ο per proposizione contradditoria. Cfr.
Goclenio, Lezioon philosophioum, 1613, p. 694 segg.; Spinoza, Ελίσα, def. V}
Locke, Essays, 1877, 1. II, ο. XII, $4 (v. figura, premesse, termini,
conclusione e le vocali 6 consonanti indicate). Molecola. T. Moleküle; I. Molecule;
F. Molécule. La più piccola porzione di materia costituita di atomi, alla
quale’ si concepisce poter giungere nella divisione d’un corpo omogeneo,
semplice o composto, senza alterarne In natura. Secondo 1’ Eucken, la molecola
fa distinta nettamente dall’ atomo per la prima volta dal Gassendi. Da Avogadro
in poi si sogliono distinguere le molecole éntegranti, che constano di atomi,
dalle molecole costituenti, cho sono gli atomi stessi; nei corpi composti le
molecole integranti constano di molecole costituenti eterogenee, nei corpi
semplici di molecole costituenti della stessa specie. Nella chimica dicesi
molecola la quantità più piccola di un corpo che possa esistere allo stato
libero, © che è chimicamente divisibile. Il Buffon chiamava molecole organiche
i complessi atomici possedenti la capacità della conservazione ο della
riproduzione; con questo presupposto, egli considerava tutta la vita organica
come una attività di tali molecole, sviluppata per contatto col mondo esterno.
Più tardi il Lamarck, elaborando questo principio, tentò di spiegare la
trasformazione degli organismi dalle forme inferiori alle superiori con la sola
azione meccanica del mondo esterno, mediante l’ adattamento all’ ambiente. Con
significato ana 721 MoL-Mom logo il
Verworn chiama molecole biogene le particelle dotate di attività vitali
elementari, cioè di assimilazione, dissimilazione e riproduzione ; nella
concezione monistico meocanica della vita esse rappresenterebbero un ipotetico
stadio di transizione tra il formarsi delle sostanze proteiche, la cui molecola
complessa si costituisce attorno ad un atomo di carbonio, e il formarsi dei
primissimi organismi, costituiti appunto da una aggregazione di molecole
biogene. Cfr.
Eucken, Geschichte der philos, Terminologie, 1879, p. 86; Nanmann, Über
Moleküle, 1872; Würtz, Histoire des doctrines chimiques, 1872; Th. Fechner,
Über die physikal. und philosophische Athomenlehre, 1864; Svedberg, Die
Existenz der Molekille, 1912 (v. atomica, vita, vitalismo, cellulari teorie). Molteplicità. T. Vielheit, Mannigfaltigkeit; I.
Multiplicity; F. Multiplioité. Carattere di ciò che comprende elementi diversi
e separabili. È il correlativo di unéfa, senza la quale sarebbe inconcepibile,
la molteplicità non essendo altro che il complesso di più unità, Secondo alcuni
filosofi la molteplicità è 1’ essenza della natura corporea; altri invece
distinguono la molteplicità reale dalla potenziale: la prima è accidentale,
essendo il semplice rapporto di coesistenza di più oggetti, e non è proprietà
reale della natura corporea se non quand’ è possibile imaginarla
nell’estensione continus di cui il corpo è fornito (v. pluralismo, unità,
quantità). Momento. T. Moment, Augenblick; I. Moment; F. Moment. Non è che
l'abbreviazione di movimento; e siccome la durata si misura per mezzo del
movimento, così nel linguaggio comune il momento è quella parte di durata, che
si misura per mezzo del più piccolo movimento percepibile. Però questo momento
si concepisce spesso come qualche cosa di provvisoriamente statico, che rimane
per un istante fermo: quindi l’ idea comune di momento è contradditoria. Nella
meccanica il momento di una forza rispetto ad un punto è il prodotto della
stessa forra per la 46 RANZOLI, Dizion:
di scienza Alosofichs. Mon 722 distanza da quel punto. Nella filosofia fa
nsato spesso come sinonimo di stadio, fase, periodo di una successione o
processo di fenomeni: con ciò il vocabolo fa condotto al suo significato
etimologico. Nel sistema dell’ Hegel gli elementi ο le esistenze diverso non
sono che momenti o forme transitorie del movimento universale dell’ Idea, la
quale ha tro momenti fondamentali: idea in sò, idea per sò o natura, idea che
torna in ed o spirito. Lo spirito a sua volts ha tre momenti: soggettivo ο
individuale, oggettivo o universale, assoluto ο divino. Cfr. Locke, Essay,
1877, 1. II, ο XIV, $ 10; Hegel, Enoyolopädie, 1870, $ 145 (v. dialettica,
istante, idea, pantetemo). Monade. Gr. Μονάς
unità; T. Monade; I. Monade; F. Monade. Termine antichissimo, già usato
da Pitagora, che nell’ unità fa consistere il principio e l’ essenza d'ogni
cosa: ἀρχήν μὲν ἁπάντων µονάδα. Platone lo applioò poi alle idee, Sinesio e
Sabellio a Dio, monado delle monadi ; Giordano Bruno fa della monade il minimum
indivisibile della sostanza, monas rationaliter in numoris, essentialiter in
omnibue. Ma il termine fa reso celebre dal Leibnitz. Questo filosofo,
opponendosi al dualismo di Cartesio e al monismo di Spinoza, sostenne che le
sostanze sono più d’una e tutte attive, cioò forze, che l'estensione non è
l'essenza del corpo ma un qualche cosa di derivato e suppone quindi gli
elementi dalla cui opposizione si forms. Se anche questi elementi sono estesi,
bisogna dividerli in altri, e così via via finchè si arrivi ai punti non più
fisici ma metafisici, agli elementi primi delle cose, alle monadi. La monade,
dice il Leibnitz, non è altra cosa che una sostanza semplice, che entra nei
composti; semplice, cioè senza parti. Ed è necessario esistano delle sostanze
semplici, poichè ci sono dei composti; infatti il composto non è che un ammasso
0 aggregatum di semplici. Ora, là dove non ci sono parti, non ο) è nd
estensione, nè figura, nd divisibilità possibile; © codeste monadi sono i veri
atomi della natura e 723 Mon in una parola gli olementi delle cose....
Non c'è mezzo per spiegare come una monado possa essere alterata 0 cangiata nel
suo interno da qualche altra creatura, perchè non si potrebbe trasportarvi
nulla, nd concepire in essa alcun movimento interno che possa ossoro eccitato,
diretto, aumentato ο diminuito là dentro, come può avveniro nei composti dove
c’è cangiamento tra lo parti. Le monadi non hanno finestro attraverso le quali
qualche cosa possa entrare in osse © uscire. Gli accidenti non potrebbero
staccarsi nd girare fuori delle sostanze, come facevano nel passato lo specio
sensibili degli scolastici. Così, nd sostanza nè accidento può entrare dal di
fuori in una monade. Bisogna che ciascuna monade sia differente da ogni altra;
poichd non si danno mai nella natura due essori cho siano l’uno porfettamente
como l’altro, ο dove non sia possibile trovaro una differenza interna o fondata
sopra una denominazione intrinseca ». La monade è danque una forza semplice,
originaria, differenziata in sò stessa, ο non dal di faori ; quindi noi non
possiamo sapere per esperienza quale sia questa determinazione interna di
ciascuna monade, ma soltanto indurlo per analogia, attribuendo alle monadi ciò
che troviamo nell’ anima nostra. E siccome nell’ anima noi troviamo la
percezione ο rappresentazione (vocaboli che per il Leibnitz sono sinonimi) così
ogni monade avrà una forza rappresentativa. Che cosa rappresenta? Sè, © tutte
le monadi. Sè, in quanto attiva, e tutte lo monadi in quanto limitata. Cfr.
Diogene Laer., VIII, 25; Stobeo, Kol., I, 2, 58; Goclenio, Lezicon phil., 1613,
p. 707; G. Bruno, De tripl. minimo, 1591, I, 2, 4; Leibnitz, Monadologie, 1714;
Id., Discourse de métaphysique, 1686. Monadismo. T. Monadismue; I. Monadiem; F.
Monadieme. La dottrina leibnitziana delle monadi. Essendo la monade, cioè 1’
elemento primo delle cose, un punto metafisico inesteso, una forza semplice,
originaria, differenziata in sè stessa, consogue dal monadismo il dinamismo ;
Mon 724
essendo invece I’ atomo il punto fisico, dotato di proprietà meccaniche,
la conseguenza dell’ atomismo à il meccanismo. Per monadologia «’ intende
invece qualunque trattato ο dottrina sulle monadi; tale nome fu dato dall’
Erdmann al libro del Leibnitz nel quale era esposta la dottrina delle monadi. Mondo. Gr. Késyog; Lat. Mundus,
Orbie; T. Welt; I. World; F. Monde. In
senso generalissimo V’ insieme di cid che è, la totalità delle cose e dei
fatti. Primitivamente, il sistema ordinato costituito dalle terra ο dagli
astri. Nella teologia, la vita sociale degli uomini, contrapposta alla vita
spirituale ο religiosa, considerata come il dominio degli appetiti carnali,
della dissipazione e del peccato. Mondo sensibile dicesi 1’ insieme delle cose
che sono 0 possono essore oggetto di percezione, quale 1’ individuo se le
rappresenta anteriormente ad ogni critica; mondo intelligibile è invece l
insieme delle realtà ο essenzo corrispondenti alle apparenze sonsibili, e quali
1’ esperienza scientifica ο filosofica conduce a pensarle. Anima del mondo
dicesi il principio dell’ unità e dell'ordine del mondo, concepito per analogia
con l’ anima individuale ; fu ammessa da Platone, dagli stoici, da Plotino.
Monera. Il più semplice degli organismi viventi, s00perto e descritto dall’
Haeckel. Le monere hanno forma sferica, mobile, © risultano costituite di una
piccola masss mobile di plasma senza struttura, ο protoplasma. Si distinguono
in fitomonere, vegetali, e soomonere, animali; queste, secondo 1’ Haeckel,
deriverebbero da quelle, le quali alla lor volta sarebbero nate per generazione
spontanea. Cfr. Haeckel, I problemi dell’ universo, trad. it. 1903, p. 506 (v.
generazione spontanea, cellula, cellulari teorie). Monismo (μόνος --solo). T.
Monismus, Einkeitalehre, Monistische Weltanschauung; I. Monism; F. Monieme.
Termine molto vago, col quale si sogliono designare in genere quel sistemi filosofici
che ammettono una unità o 725 Mon identità fondamentale, e spiegano quindi
tutti i fenomeni per mezzo d’un solo principio o d’ uns sola sostanza. Fu
introdotto nella terminologia filosofica da Cristiano Wolf, che con esso
designava quelle dottrine che pongono una essenza unica di tutte le cose, sia
lo spirito puro o la pura natura: moniste diountur philosophi, qui unum
tantummodo aubstantiæ genus admittunt. In generale si oppone a dualismo, e
spesso designa la dottrina panteistica, secondo la quale il tutto è uno. Si adopera anche, in special modo nella
lingua inglese, per designare quella moderna dottrina del parallelismo
psicofisico, secondo la quale l’anima e il corpo, la coscienza © il cervello,
il mondo dello spirito e quello dei corpi, si sviluppano come espressioni
differenti di un solo e med essere: dato, da un lato, il parallelismo © la
proporzionalità esistenti tra l’ attività cosciente e l’attività cerebrale, e
riconosciuta, dall’ altro, la differenza tra queste due forme di attività, si
conchiude che entrambe devono avere per base una identità fondamentale, che si
esprime sotto una duplice forma. Il
monismo psicofisico differisce dal moniemo materialistioo, secondo il quale lo
spirito non è che una forma o un prodotto del corpo, e dal moniemo
spiritualistico, secondo il quale il corpo non è che una forma o nn prodotto d’
uno ο più esseri psichioi. Monismo
concreto chiama 1’ Hartmann la propria dottrina, secondo la quale solo gli
attributi dell’ essere sono vari ο molteplici; © moniemo energetico 0 energiemo
dicesi la dottrina dell’ Ostwald, per la quale non v’ha che una sola realtà,
l'energia, di cui materia, gravitazione, calore, elettricità e pensiero non
sono che modi. Moniemo meccanico è }
espressione con cni viene indicata la dottrina di Ernesto Haeckel, secondo il
quale la forza e la materia, in virtà della loro inseparabile unione, sono i
due principi primitivi di ogni esistenza; Dio è identico al mondo; nulla è
superiore alla natura; ogni atomo, come centro di forza, è dotato di un’ anima
costante, di movimento e di sensibiMon
726 lità: dai loro incontri
fortuiti ο dallo loro combinazioni si formano le anime-molecole (inorganiche) e
le animo dei protoplasmi molecolari (organiche) o da queste risultano le
anime-cellule; l’anima umana non è che la somma delle anime elementari delle
cellule. Con l’ espressione di monismo
concettuale vien designata la dottrina del De Roberty, secondo il quale non v’
ha alcuna distinzione fra spirito © materia, tra mondo esterno © mondo interno,
uniti da un rapporto di perfetta uguaglianza; il movimento non è che uno degli
aspetti dell’osistenza successiva © discontinua, è tempo oggettivato, coscienza
proicttata nello coso che riempiono il fuori di noi; il monismo meccanico non à
che una ripercussione del monismo logico.
Il Fouillée e il Guyau chiamano il proprio monismo immanente e
naturalista, per distinguerlo da quello dello Spencer che essi designano come
trascendente © mistico: secondo il Fouillée, il pensiero e il suo oggetto non
sono che un’ unica entità; ogni cosa contiene già il germe del pensiero o delle
volontà che in noi si manifestano; la volontà dispersa in tutto l’ universo non
ha che da riflettersi progressivamente su sè stessa, ed acquistare così una
maggiore intensità di coscienza, per divenire in noi sentimento e
pensiero. hegeliana, infine, la parola
monismo è adoperata a designare quel sistema generale di filosofia, che
concilia le antitesi in una sintesi superiore. In senso analogo, per opposizione
a pluralismo, dicesi monismo I’ idealismo inglese d’origine hegeliana, specio
quello del Bradley, che afferma l’unità del mondo, l’esistenza dell’ assoluto,
1 intelligibilità essenziale dell’ essere, il carattere puramente apparente e
superficiale della molteplicità sensibile, dell’individualità e della
durato. In un senso molto più largo, in
quanto designa non una dottrina ma una tendenza generale, è inteso il monismo
dalla rivista The Monist », fondata nel 1900 da Hegeler ο da Paul Carus per
sostenere questi concetti: 1° sopra ogni oggetto non esiste che, una
verità 727 Mox sols, determinata virtualmente dal
principio, intemporale, indipendente da ogni desiderio e da ogni azione
individuale; 2° tutte le verità concordano tra di loro, qualunque sia il loro
dominio e la loro origine ; 3° la conoscenza scientifica © la fede religiosa
possono essere conciliate integralmente senza nulla perdere del loro contenuto
essenziale. Cfr. Cr. Wolff, Peychologia rat., 1732, $ 32; MASCI (vedasi), Il
materialismo psico-fisico; Haeckel, Der Monismus ale Band swischen Religion u.
Wissenschaft, 1893; Eucken, Die geistige Sirömungen dor Gegenwart, 1909, sez.
C, cap. I; Ostwald, Die ‚Energie, 1908; Id., Vorlesungen über
Naturalphilosophie, 1901; Güschel, Der Monismus des reinen Godankens, sur
Apologie der gegenwärtigen Philosophie, auf dem Grabe ihres Stifters, 1832;
Wartenberg, Die monistische Weltanschauung, 1900; A. Fouillée, La pensde et les
nouvelles écoles anti-intelleotalistes, 1911; Le volontarisme intelleotualiste
de M. Fouillée, in Rev. philosophique >, gennaio 1912; e in The Monist >,
Haeckel, Our monism, 1912; Morgan, Three aspects of monim, 1894; Woods
Hutchinson, The Holiness of instinct, 1896; R. Benzoni, Esame orit. del
concetto moniatico ο pluraliatico del mondo, 1888; G. Nicolosi, La psicologia
del monismo, 1899; Ardigd, Monismo metafisico e monismo scientifico, in Opere
fil., IX, p. 426 segg. (v. anima, assioma d’eterogenoità, ideo-forse,
materialiemo, spiritwalismo, 600.). Monofisiti. T. Monophyeiten; I.
Monophysites; F. Monophysites. Setta di eretici cristiani, che neguvano a Gesù
Cristo la duplice natura umana e divina, sostenendo aver posseduto soltanto la
seconda. Cfr. Dorner, Christliche Glaudenslehre, LI, 1880. Monogenismo. T.
Monogenismus; I. Monogenism; F. Monogénisme. Dicesi così, in opposizione a
poligenismo, la dottrina ortodossa che ammette che tutte le razze umane
derivano da un solo centro di produzione, e furono determinate dall’ influenza
dell'ambiente nel breve spazio di tempo trascorso dalla creazione del mondo,
conforme all’ attestaMox 728 zione della Bibbia (Genesi). Tutte lo razze
umane discenderebbero infatti da una sola coppia, Adamo ed Eva, e poi dalle tre
coppie salvate dal diluvio; ο tutte le specie animali discenderebbero pure da
un numero corrispondente di coppie salvate nello stesso tempo. Fra gli ultimi e
più autorevoli difensori dell’ unità della specie umana è da ricordare il De
Quatrefages, secondo il quale le specie zoologiche sono immutabili nel loro
tipo fisico © delimitate nelle loro circoscrizioni dal loro carattere
d’omogenesia nel proprio seno ο d’eterogenesia al di fuori; l’uomo sarobbe
stato creato, da principio, in condizioni sconosciute, per I’ intervento d’ una
volontà soprannaturale; le razze umane non sono che varietà dovute all’
influenza dell’ ambiente ο agli inoroci; per il loro posto elevato © la
religiosità che è soltanto loro propria, esse occupano nella serie zoologica un
posto a parte, il regno «mano. Col comparire successivo dolla dottrina del
trasformismo, il problema dell’ unità ο della molteplicità della specie ha
perduto ogni importanza, ο meglio, va posto in altri termini: dato che le
specie variano all'infinito passando dall’ una all’ altra per una infinità di
transizioni, © ammessa la derivazione dell’uomo da qualche forma animale anteriore
(scimmie), resta a vedere se i tipi umani elementari sono usciti da più
antenati pitecoidi o antropoidi, o derivano da un solo ceppo rappresentato da
un solo dei loro generi. I partigiani del moderno monogenismo sostengono questa
seconda ipotesi, che sembra però suffragata da ùn numero minore di prove
dell'ipotesi contraria. Col nome di monogenismo 0 monogonia si dosigna anche
quel modo di generazione animale, che consiste nella separazione dal corpo
dell'individuo generatore di una parte di esso, che si sviluppa poscia così da
dar luogo ad un nuovo individuo. Cfr. A. De Quatrefages, La spocie umana, trad. it. 1871;
Id., Rapport sur le progrès de Vanthropologie, 1867; Id., Leçons professées au
Muséum, Revue des cours scient. », 1864-1868 (v. poligenismo). 729 Mon Monoideismo. T. Monoideismus; I.
Monoideism; F. Momoïdeisme. Vocabolo cresto dall’ Horwiez, col quale si designa
quello stato psicologico, proprio del sogno, dell’ estasi € del sonno ipnotico,
in cui una sola idea ο rappresenta zione prevale, e quindi un solo ordine di
associazione mentale. Il Ribot lo adopera per indicare lo stato di concentra
zione e d’ organizzazione della coscienza intorno ad una idea dominante, che à
proprio dell’attensionc; ma si usa anche per indicare lo stato patologico dell’
ides fissa. Cfr. Pierre Janet, Nevroses ot idées fizes, 2° ed. 1904; Preyer,
Die Entdeckung des Hypnotismus, 1881, p. 14 segg., 81; A. Lehman, Die Hypnose,
1890, p. 44 segg. Monolatria. Secondo alcuni storici della religione, il
monoteismo sarobbe stato preceduto nell’ evoluzione del sentimento religioso
dalla monolatria, cio’ 1’ adorazione di un solo idolo. Monomania. T. Monomanie;
I. Monomania; F. Monomanie. Anomalia mentale, in cui l'intelligenza e |’
affottività sono alterate in un solo e determinato ordine di sentimenti e di
idee, rimanendo sane in tutti gli altri. La psichiatria moderna ha abbandonato
il nome e il concetto di monomania, dovuto dall’ Esquirol; essa la considera
come un semplice gruppo di sintomi della follia degenerativa, comprendendoli
tutti sotto il nome di passia impulsiva, o, come vorrebbe il Morselli, di
parabulie costitusionali coatte. Tra le forme più comuni sono da ricordarsi la
cleptomania, ο tendenza morbosa e irresistibile al furto; la dipsomania,
impulso a bere specialmente bevande forti od alcoliche; l’onomatomania, bisogno
imperioso di ripetere una parola sempre presente alla monte, o tendenza ad
attribuire a certe parole un significato funesto ο una influenza preservatrice
; la piromania, impulso ad appiccare incendi; la olastomania, impulso a
compiere atti di distrazione; la monomania suicida, quasi sempre ereditaria e
manifestantesi alla stessa età nei vari individui della stossa famiglia;
Mon 730
1a monomania omicida, che si attua con la mancanza di qualsiasi motivo
per spiegar l’atto ο alla quale l’ammalato, che ne comprende tutta l’orridezza,
non sempre è capace di resistere; costituite tutte da impulsi irresistibili a
fare qualche cosa senza averne chiaro motivo. Cfr. Esquirol, Des maladies
mentales, 1839; Prichard, Treat. on Insan., 1836, p. 26 segg.; Krafft-Ebing,
Psychiatrie, 1883; Ribot, Le maladies de la volonté, 1888; Morselli, Manwale di
som., t. II, p. 635; Tamburini, Monomania impulsiva, Riv. di freniatria >,
1877. Monoteismo. Gr. μόνος = solo, $aög--Dio; T. Monotheismus ; I. Monotheiem;
F. Monothéieme. La credenza in un Dio unico e solo; non è da confondersi con
l’enofeirmo, che è quel primissimo stadio della religione in oui si adorano
oggetti diversi presi a volta a volta isolatamente come rappresentazioni di un
Dio. Si oppone al dualismo orientale, che è la credenza în due principi
supremi, ugualmente primitivi e irreducibili, il principio del bene © quello
del male; © al politeismo, cioè la credenza in più divinità. Becondo aleuni il
monoteismo conterrebbe come sue spocie il panteismo, il teiemo.e il deismo;
però, quantunque la parola monoteismo non implichi nd escluda V idea della
personalità, contiene almeno l’idea di unità, e la forma più alta e più reale
di unità di cui noi abbiamo esperienza è la personalità; quindi, allorchè si
parla di monoteismo sì pensa sempre, e con ragione, a un solo Dio personale. L'
Haeckel distinguo un monoteismo naturalistico e un monoteismo antropistioo: il
primo consiste nell’ incarnazione di Dio in un fenomeno della natura solenne,
dominante su tutto (sole, luna); il secondo consiste nell’ umanizzazione dell’
ente supremo, al quale, sia pure in forma altissima, sono attribuiti
sentimenti, pensieri e attività come ul? uomo. Cfr. P. D’ Ercole, II toismo,
1884; Haeckel, I problemi dell’ unicerao, trad. it. 1908, p. 384 segg.;
Höffding, Filosofia della religione, trad. it. 1909, p. 148 sogg. (v.
elioteismo, monolatria, mosaiciemo). Il montanismo e una setta cristiana del
secondo secolo, fondata da Montano, che combinsva la credenza nella continuità
dei doni miracolosi degli Apostoli e nella ispirazione personale di Montano,
con l'attesa della prossima seconda venuta di Cristo e la pratica di un rigoroso
ascetismo. Cfr.
Bonwetsch, Geschichte d. Montaniemus, 1881. Morale. Gr. Ἠθικός: Lat. Moralis; T. Sittlich, ethisch, moralisch; I. Moral, ethical; F.
Moral. Può significare tanto ciò
cho è conforme alla morale, quanto ciò che riguarda sia i costumi, sia le norme
d’ azione ammesse in una data epoca in una doterminata società. Opposto a
fisico, materiale, corporale, indica ciò che è relativo allo spirito e alla
coscienza; opposto a logico o a intellettuale ciò che riguarda l’ azione e il
sentimento. Dicesi giudizio morale quello che si pronunzia sopra il valore
etico d’una azione; argomento morale quelle provo tradizionali del libero
arbitrio © dell’esistenza di Dio che si ricavano dall’ esigenza morale; senso
morale il particolare sentimento che fa distinguere il buono dal cattivo, il
giusto dall’ingiusto; statistica morale quel ramo della statistica che si
occupa delle azioni volontarie dell’uomo; pazzia morale una perversione
patologica della coscienza e del carattero morale, senza alterazione notevole
delle funzioni intellettuali ο specialmente senza illusioni o allucinazioni. Cfr. Cabanis, Rapports du
physique et du moral de l'homme, 1802 ; Kant, Krit. d. prakt. Fernunft, ed.
Reclam, p. 149 segg.; Quetelet, Physique s0ciale, 1869; Drobisch, Die moraliste
Statistik, 1867; F. Hutcheson, Inquiry into the original of our ideas of beauty
and virtue, 1725; Delbrück, Die pathologische Lüge, 1891; Bleuler, Über
moralische Idiotie, Vtljsch. fur gerichtl. Med. », 1898. Morale. T. Sittenlehre, Hthio; I. Ethice;
F. Morale. O filosofia morale o etica, è quella parte della filosofia che determina
le leggi della condotta umana; essa infatti ha per oggetto di stabilire il fine
verso il quale devono rivolgersi Mor
782 le azioni degli individui, ο
di giudicare in qual rapporto stiano le azioni stesse col conseguimento di quel
fine. Si definisce anche la teoria razionale del bene ο del male; oppure la
scienza della volontà e della condotta morale. Si sogliono distinguere: la
morale pura, o toorioa, 0 generale, che tratta dei principî generali, della
natura ed essenza del bene morale; la morale pratica, o speciale, o applicata,
che è l'applicazione dei principi generali ai casi partico lari, lo studio dei
mezzi atti a raggiungere il bone morale, a mantenerlo e a svolgerlo; la morale
eudemonologica, che tratta della folicità che consegue al bene morale; la
morale psicologica, che studia l’azione morale nel suo moccanismo interno,
nelle suo basi psichiche, e cioè la coscienza morale, il sentimento morale, la
volontà, il carattere e In personalità morale ; la morale sociale, che studia
l’ azione stessa nelle sno basi e nei suoi fattori esterni o sociologioi, il
costume, la famiglia, le classi sociali, lo stato, eoc. Si suole infine
distinguere la morale individuale, che tratta dei doveri verso sò stessi, dalla
morale sociale che tratta dei doveri verso gli altri, e dalla morale religiosa
che tratta dei doveri verso Dio; questa parte della morale che tratta dei
doveri dicesi anche morale deontologica ο deontologia. Quanto alla
classificazione dei diversi sistemi di filosofia morale, ricorderemo anzitutto quella
acutissima del nostro Rosmini, cho partendo dal principio che la moralità
risiede nel rapporto di convenienza che passa tra l'ordine razionale e l'ordine
fisico, divide tutti i sistemi in soggettivi e oggettivi; alla prima categoria
appartengono quei sistemi che traggono comunque il principio della morale dagli
elementi costitutivi della natura umana, siano questi le forzo fisiche, le
tendenze sensitivo-animali o le inclinazioni ο affezioni razionali (edonismo,
materialismo, sensismo, sentimentaliamo, associazionismo, utilitariemo,
eudemonismo, ecc.); alla seconda categoria appartengono quei sistemi che
pongono l'imperativo della moralità, la forza obbligante del prin 133 Mor cipio morale in qualche cosa di estraneo
e superiore all’ uomo (ontologismo, morale teologica, legiemo, ecc.). Una
classifica zione meno minuta, ma fatta con uno spirito sasai più eritico e
positivo, è quella del Wundt, che, ponendosi dal punto di vista del fine
imposto alla condotta umana, dietingue i sistemi morali in eferonomi ο
autoritativi, nei qnali il fine della condotta è imposto da un comando
esteriore, © in autonomi nei quali il fine stesso soaturisce dalle disposizioni
originarie e da condizioni materiali di sviluppo; gli autonomi si dividono alla
lor volta in evolusionistici ο eudemonistici, a seconda che 1’ azione morale fa
parte di una evoluzione il cui termine ultimo è lo scopo veramente supremo
dell’ attività, ο ba invece per scopo il possedimento di beni immediati che 1’
individuo stesso ο i suoi compagni devono godere; infine ambidue questi sistemi
si dividono in individualisti © universalisti, a seconda che i beni o la
perfezione da conseguire si restrihgono all’agente ο si estendono a tutti i
soci e all’ umanità. In questi ultimi tempi una geniale e comprensiva
classificazione fu proposta da Giovanni Vidari che, distinte le dottrine morali
in metafisiche © scientifiche, a seconda che poggiano la morale sopra una
concezione filosofica del mondo e della vita o sullo studio dei fatti, divide
le prime in materialistiche, pantetatiche © teistiche, le seconde in
individualietiche-psicologiche © sociologiche; la concezione materialistica dà
luogo all’edonismo individuale (Epicuro, D’Holbach), la panteistica all’
edonismo universale se il panteismo è materialistico (stoici, Spinota) all’
odonirmo universale se è idealistico (Hegel), la teistica al perfarioniemo
(Leibnitz) ο all’ edonismo individuale (Paley); le concezioni individualiste
psicologiche (Bentham, 8. Mill, Bain) hanno per carattere comune di proporsi la
ricerca non della natura del bene, ma degli impulsi e dei processi dai quali la
moralità deriva; le concezioni sociologiche, allargando I’ indagine dall’
individuo alla specto e alla società, danno Inogo al biologiemo (Spencer,
Stephen) Mor 734 al determiniemo economico (Marx, Loria) e
alle dottrine storico-psicologiche (Ardigd, Wundt, Höffding, Baldwin, Paulson,
000.) che sono oggi le prevalenti ο cercano di stabiliro le basi scientifiche
della morale dallo studio delle condizioni storiche di sviluppo della vita
associata, considerata sotto l'aspetto psicologico. Cfr. Ständlin, Gesch. 4.
Moralphilosophie; Sidgwick, Outlines of the history of Etichs, 1886; Id., The
methods of ethics, 2* od. 1877; Lecky, History of european morale, 2* ed. 1869;
Wundt, Ethic, 2° ed. 1892; Paulsen, System der Ethio, 3" ed. 1893;
Rosmini, Principî della scienza morale, 1857; Id., Storia comparativa e critica
dei sistemi intorno alla morale, 1837; Ardigd, La morale dei positivisti, 1892;
L. Friso, Filosofia morale, 1893; Vidari, Etica, 1902 ; Marchesini, La dottrina
positiva delle idealità, 1913. Moralismo. T. Moralismus ; I. Moraliem; F.
Moraliame. Opposto a immoraliemo, il riconoscimento d’ una legge morale
obbligatoria. In senso generale, ogni dottrina o tendenza etica, che considera
la perfezione morale non soltanto come l’idealo supremo, ma anche come la
suprema renltà. Questa dottrina proviene forso dalla influenza esercitata dalla
filosofia di Kant, il quale elevò per primo la perfezione morale al di sopra di
tutte lo realtà possibili e di tutte le nozioni concepibili, ponendola come
irreducibile a tutto il resto e come fondamento di tutto il resto. Fichte
chiama la propria dottrina moralismo puro, in quanto pono a fondamento supremo
della filosofia una legge dell’ azione ο non dell’ essore. In quest’ ultimo
senso il moralismo coincide, nella speculazione contemporanea, con 1’
cnergismo, l’attivismo, l’ idealismo etico; una delle sue forme più
caratteristiche è il moralismo umanistico, il quale parte dal concetto che
l’uomo, essendo un essere sociale e morale, deve subordinare al dovere sia il
conoscere che l’agiro, pur riconoscendo la distinzione tra la verità e la
virtù, tra l’ essere e il dovere. Cfr. Krug, Handbuch. d. Philos., 1832, p.
271; Fichte, Darstellung der Wissenschaftslehre, 1801, 735
Mor $ 26; A. Fouillée, Le moralismo de Kant et l'amoralieme
contemporain, 1905; Id., Nietzsche οἱ Vimmoralieme, 2° ed. 1902 (v. attivismo,
energiemo, prammatiemo). Moralità. T. Sittliohkeit; I. Morality; F. Moralité.
Si può definire come la conformità soggettiva © spontanen all’ ideale morale;
si distingue © in parte si contrappone alla legalità, che è In conformità
oggettiva alla logge giuridica. La determinazione dei caratteri della moralità,
ο In sua distinzione dal diritto, costitnisco una dello questioni più
importanti e più discusse dalla filosofia etico-ginridica. Secondo la dottrina
di Kant, che forse è ancor oggi la più aocettata, si è nel dominio della
moralità quando si ubbidisce alla legge per un sentimento interno, che ci spinge
a compiere il dovere per il dovore, si è inveco nel campo del diritto quando si
compie nn dovere non per un impellente motivo psicologico, ma per la coazione
propria delln legge ο per altre cause. Secondo il Romagnosi la moralità non
mira, come il diritto, a rafforzare la colleganza ma a santificare la umanità;
ha una maggiore estensiono del diritto, contemplando l’uomo in tutte le sue
posizioni e relazioni; considera soprattytto gli eterni motivi doi volori umani
gli effetti buoni o cattivi che ne derivano. Secondo lo Spencer, nella sfera
della moralità impera la beneficenza positiva ο negativa, mentre in quella del
diritto domina la giustizia, che impone doveri esclusivamente nogativi; la
beneficenza, che è sempre libera e spontanen, rappresenta una leggo secondaria
e deve rimanere una funzione privata, in quanto mira ad aumentare la prosperità
sociale, mentre la giustizia rappresenta la legge primaria dell’ armonica
cooperazione sociale, e viene perciò imposta coattivamente dallo Stato. Secondo
l’Ardigò, infine, tanto ‘ la moralità cho il diritto germogliano dallo idenlitä
socia] ma mentre la giustizia propriamente detta (cioò quella esercitata dallo
Stato, con sanzione punitiva e responsabilità corrispondente) importa nell’
individuo subordinato P’idenMor-Mos
736 lità corrispondente al dorere
giuridico, la giustizia impropriamente detta (cioò quella delle reazioni della
convenienza, con sanzioni indefinite e responsabilità morale) importa negli
individui coordinati lo idealità corrispondenti al dovere morale. Cfr. Kant,
Krit. d. pr. Vern., 1878, p. 37, 39 segg.; Spencer, The data of ethics, 1879;
Romagnosi, Gemosi del diritto pubblico, 1805; Ardigd, Opere fl., I, 211 segg.,
IV, 18 segg. Morfinismo. T. Morphiumsucht; I. Morphiniem ; F. Morphinisme.
Intossicazione cronica, accompagnata da disturbi psichici 6 determinata dall’
uso continuato della morfina. L'azione paralizzante di codesto veleno sull’
apparato neuromuscolare, modifica profondamente il carattere dei malati,
indebolendone la memoria e la volontà, rendendoli proclivi all’ ozio ο alla
fantasticheria, ο determinando talora il sorgere di allucinazioni tattili e
cenestetiche ; anche la sfera affettiva viene alterata, i sentimenti familiari
ο morali si ottundono, fino a condurre talvolta ad azioni delittuose. Cfr.
Levinstein, Die Morphiumeucht, 3° ed. 1883; Pichon, Le morphinieme, 1890; J.
Finzi, Compendio di peiohiatria, 1899, p. 84, 87. Morfologia. T. Morphologie;
I. Morphology; F. Morphologie. Scienza che studia le forme degli animali e dei
vegetali, la loro struttura, il loro significato e la loro origine. Tali forme,
già spiegate o mediante una forse soprannaturale creatrice, o per mezzo della
forea vitale ο della causa finale, si considerano nella moderna biologia
evoluzionistica come somplici fenomeni naturali spiegabili per mezzo di leggi
meccaniche. Cfr. Haeckel, Gen. Morphologie, 1868. Mosaicismo. Il monoteismo
giudaico, quale fu fondato da Mosd sedici secoli avanti Cristo, © il oui valore
storico consiste nell’aver dato origine alle due grandi religioni mediterranee
che dominano il mondo: il cristianesimo e il maomettismo. Gli studi di storia
comparata delle religioni hanno ormai assodato che anche il monotelrmo
giudaico 737 Mor è il prodotto d’ una lunga evoluzione, le
cui fasi pit importanti furono prima 1’ animismo poi il politeismo. Cfr. Gruenesein, Der
Ahnencultue n. die Urreligion Yeraels, 1900; Charles, 4 critical Aystory of the
doctrine of a future life in Israel, 1900; E. Ferrière, Paganisme des Hébreux
juequ'à la captivité de Babilone, 1890. Motivo. T. Motir, Beweggrund; I. Motive; F. Motif. In generale ciò che
muove; psicologicamente ogni impulso che produca ο tenda a produrre un'azione.
Negli antecedenti della volizione, si dicono motiri, per distinguerli dai
moDili, i fenomeni intellettivi (rappresentazioni) che entrano in conflitto e
determinano quindi l'atto volontario ; i moDili sono invece i fenomeni
affettivi, che s’ accompagnano sempre, secondo alcuni psicologi, agli
intellettivi. Cr. Wolf definisco i motivi come ratio suffioiene volitionis ao
nolitionis. Per Holbach sono motivi gli oggetti esteriori o le idee interiori
che fanno nascere codesta disposizione (di volere) nel nostro cervello ». Per
il Bentham sono motivi in senso largo tutte le cose che possono contribuire a
far sorgere qualsiasi specie d'azione, o anche a presentarla »; în senso
stretto qualunque cosa che, influenzando la volontà di un essere sensitivo, è
supposta servire come mezzo por determinarlo ad agire, o per trattenerlo
volontariamente dalVagire in qualsiasi ocensione ». L’ Hüffding distinguo il
motivo come forza determinante differente da noi e dalla nostra natura, dal
vero e proprio motivo volontario, che non è che noi stessi presi sotto una
forma o sotto una faccia detorminata: I nostri motivi sono delle parti di noi
stessi, che appartengono ora al nostro io reale, ora al lato del nostro essere
più vicino alla periferia ». Il Wundt distingue i motivi attuali dai
potenziali: Noi chiamiamo attuali tutti quei motivi che raggiungono
concretamente una efficacia nel volere, potenziali invece quelli che, in quanto
elementi della coscienza poveri di sentimento, rimangono inefficaci ». Il Sergi
definisce i motivi come gli stimolanti della vo47 Raxzout, Dizion. di scienze filosofiche.
Mor 738
lizione, quando sono passati nella coscienza dell’ agente sotto una
forma psichica ». Cfr.
Wolff, Psyohologia empirica, 1738, $ 887 ;eBentham, Introd. to the prino. of
moral, 1823, p. 161 segg.; Höffding, Peyohologie, trad. franc. 1900, p. 450; Wandt, Etik,
1892, p. 440; Sergi, La psyohol. physiologique, trad. frano. 1887, p. 419. Motore. T.
Beweger, Bewegend ; I. Mover, Motor; F. Moteur. In generale, ciò che muove. Come sostantivo si usa
quasi solamente per tradurre I’ espressione aristotelica: τὸ πρῶτον κινοῦν, τὸ
κινοῦν ἀκίνητον, il primo motore, il motore immobile, cioò Dio, che è causa
d’ogni mutamento ο d’ogni divenire nel mondo, senza essero egli stesso s0ggetto
ad alcun mutamento: C’ ὃ qualche cosa che muove eternamente;... è un essere che
muove sonza esser mosso, essere eterno, essenza pura, © attualità pura. Ora,
ecco come esso muove. Il desiderabile ο l’ intelligibile muovono senza esser
mossi; e il primo desiderabile è identico al primo intelligibile. Poichè
l'oggetto del desiderio è ciò che par buono, e l’oggetto primo della volontà è
ciò che è buono, Noi desideriamo nna cosa perchò ci sembra buona, piuttostochò
ci sembri tale perchè la desideriamo. II principio, qui, è dunque il pensiero;
ora, il pensiero è messo in movimento dall’ intelligibile... L'oggetto immobile
muove come oggetto dell’amore, e ciò ch’ esso muove imprime il movimento a
tutto il resto. Ora, per ogni essere che si muove ο) ὃ possibilità di cangiamento.
1 essere che imprime questo cangiamento è il motore immobile. Il motore
immobile è dunque un essere necessario; ο, in quanto necessario, è il bene
». Diconsi centri ρείσο-πιοίογέ, o
semplicemente centri motori, o sono motrici, quelle regioni della corteccia
cerebrale che presiedono ai movimenti diversi del corpo. La loro esportazione o
distruzione determina delle paralisi, la cui estensione corrisponde
all’estensione della zona corticale distrutta. Sul’ esistenza di zone motrici
distinte dalle sensorie, sembrano concordare i fisio 739 Mor-Mov logi, i quali però discordano circa
l’ ubicazione delle zone stesse. Diconsi
fibre motrici ο efferenti quelle che trasmettono l’impulsione nervosa
centrifuga ai muscoli e alle ghiandole; sensazioni motrici ο cinestetiche le
sensazioni che accompagnano i movimenti del corpo, dovuti alla contrazione dei
muscoli o alla trazione esercitata sni legamenti muscolari ; imagini motrici le
sensazioni stesse che si riproducono senza lo stimolo periferico che
direttamente le provochi; memoria motrice la memoria dei movimenti ;
imaginazione motrice, quel tipo d’imaginazione che consiste nel predominio
delle imagini di movimento ed è specialmente caratterizzata, per quanto
riguards le parole, dal fatto che l'individuo le rappresenta sotto la forma dei
movimenti d’articolazione con cui le pronuncerebbe. Cfr. Aristotele, Metaph.,
III, 8; XI, 6-7; Albertoni ο Stefani, Fisiologia umana, ed. Vallardi, p. 590
segg.; Ribot, Maladies de la colonté, 153 ed., cap. III; Haffding, Peychologio,
1900, p. 235 segg. (v. localizzazione). Motorium commune. Per analogia al
sensorium commune, alcuni psicologi designano così quell’ insieme di centri
motori cerebrali, che si troverebbero nella parte parietale © nella posteriore
della corteccia corebrale, ο la cui stimolazione per parte dei centri
percottivi ο ideativi, posti nella parte anteriore del cervello, dà luogo ad
uns corrente centrifaga, che determina i movimenti volontari. Il motorium
commune sarebbe quindi un magazzino di movimenti virtnali organizzati. Cfr. Bastian, Le cerveau
organe de la pensee, trad. franc. 1888, vol. II, p. 169-200. Movimento. T. Bewegung; I.
Morement, Motion; F. Mourement. Cambiamento
di posizione nello spazio considerato in funzione del tempo e possedente quindi
una velocità definita, Si sogliono distinguere tre specie di movimenti : quelli
dei corpi formanti una massa più o meno coerente, che è trasportata da un luogo
dello spazio ad un altro; quelli che si prodncono nell’ interno di un corpo
Mov 740
di cui l'insieme continua ad occupare relativamente lo stesso luogo di
spazio, ma di cui le molecole e gli atomi si muovono; quelli del fiuido (etere)
che si suppone riempiro gli intervalli che separano i corpi gli uni dagli
altri, e le molecole o gli atomi di ogni corpo. Il movimento è di sua natura
continuo, poichè se un punto materiale è trasportato da una posizione ad
un’altra, deve passare necessariamento per tutti i ponti della linea che unisce
le due posizioni considerate. Il movimento dicesi assoluto quando è riferito a
degli oggetti realmente fissi nello spazio; è rélatiro se è riportato ad
oggetti considerati come fissi dall'osservatore, ma trasportati con lui in un
movimento comune. Questa distinzione è però affatto teorica, non essendo il
movimento assoluto cho un’ astrazione: infatti nell’ universo quale ci è dato
dall’ esperienza non esiste un punto realmente fisso οὗ al quale si possa
riportare In posizione degli altri punti. Dicesi movimento istantaneo quello
compiuto da un corpo solido durante un tempo infinitamente piccolo; uniforme
quello in cui gli spazi percorsi sono proporzionali ai tempi impiegati a
percorrerli ; uniformemente rariato quello in cui la velocità cresce ο decresce
di quantità proporzionale ai tempi. Il
concetto del movimento comincia ad assumere importanza nell’ esplicazione della
natura già con i primi filosofi greci, con Eraclito che lo pone come essenziale
della realtà, con la scuola eleatien ο con Zenone, che lo nega mediante
argomenti ancor oggi discussi, con Democrito, che lo considera una proprietà
originaria dell’atomo, con Platone che lo distingue dal cangiamento, infine con
Aristotele, che lo introduco a spiegare il momento del passaggio dalla potenza
all’energia. Per Aristotele il movimento non è il puro cangiamento esterno di
Inogo, ma ogni processo di passaggio dalla materia alla forma, che presuppone
però sempre, nell'incontro del fattore attivo col passivo, un mutamento anche
spaziale, cosiechè in questo senso il movimento consiste alla nl Mov fine nell’attività della forma che è
nella materia; è il movimento che fa passare 1’ essenza ο il contenuto della
materia dallo stadio della pura possibilità alla realtà. Il movimento, quindi,
è già energia, essendo il processo d’ attuazione di ciò che nella materia
esisto come disposizione ; ed è anche, per lo stesso motivo, il passaggio da
uno stato al sno opposto. Aristotele distingue poi queste specie di movimento ©
cangiamento: il quantitativo, 0 d’ accrescimento e diminuzione; il qualitativo,
ο di trasformazione d’ una sostanza © d’uno stato in un altro; e lo apasiale; ο
di traslazione, che è continuo (συνεχής) © può essere rettilineo, circolare e
misto. Gli scolastici accettarono quasi tutti la concezione aristotelica del
movimento: Movers est ezistere do potentia in actum, dice Β. Tommaso; movens
dat id quod habet mobili, inquantum facit ipsum esse in actu. Cartesio non
ammetto invece altro movimento che quello di traslazione, come proprietà della
materia sia animata sia inanimata, e lo definisce : actio qua corpus aliquod ex
uno loco in alium migrat. Egli vuol costruire con figura 6 movimento tutta la
realtà fisica, considerando quest’ultimo come il fenomeno che contiene la
spiegazione di tutti gli altri; ammettere invece delle, novembre 1899. Neutri
(stati). Gli stati psichiei caratterizzati dalla indifferenza del sentimento, e
ciod privi di qualsiasi stato di piacere o di dolore. Molti psicologi negano
l’esistenza di tali stati, poichè, secondo essi, ciò condurrebbe ad ammettere
implicitamente la discontinuità della vita psichica, la quale è invece
costituita da un flusso continuo di piaceri e di dolori. Fra coloro che
ammettono l’esistenza degli stati neutri si possono distinguere due indirizzi
diversi: gli uni sostengono col Wundt che essendo il piacere e il dolore i due
poli opposti della coscienza, si dovrà andare dall’ uno all’altro passando per
uno stadio di assoluta indifferenza; gli altri, come il Bain, si appoggiano
sull’esperienza interna, che ci attesta l’ esistenza di molti stati privi
affatto di tono e colorito sentimentale. Cfr. Reid, Intellectual Powers, 1863, p. 311;
Wundt, Grundzüge der physiologischen Psychologie, 1893; Höffding, Psychologie,
trad. franc. 1900,
p. 380 segg.; Horwiez, Psychol. Analysen, 1878, II, 2, p. 26; A. Bain, The
emotions and the will, 1865, p. 13. Nevroglia
o cemento nervoso. È un tessuto di sostegno che tiene fermi gli elementi
nervosi centrali e degli organi di senso. Consta di cellule speciali molto
ramificate: codeste ramificazioni, a forma appiattita ο filiforme, entrano fra
gli elementi nervosi ed hanno varia disposizione nelle varie porzioni del
sistema nervoso centrale o degli organi di senso. Cfr. E. W. Taylor, A
contribution to the study of human nerroglia, in J. of exper. med. », 1897, II.
Nihilismo. T. Nichilismus; I.
Nihiliem; F. Nihilisme. In generale qualunque dottrina conchiuda all’
annientamento, alla negazione, al nulla. Così si dice nihiliemo moNir 760 rale
la dottrina dell’antico buddismo, che predicava la soppressione della
sensibilità, il disperdersi della persona. lità per gli infiniti abissi
dell’essere; nihilismo logico quello di Hegel, che nelle prime categorie della
Logica afferma V identità dialettica dell’ essere e del non-essere; nihilismo
gnoseologico quello che nega la possibilità della conoscenza e della verità. L’
Hamilton dico nihiliete, per opposizione a realiste, quelle dottrine che non
ammettono una realtà sostanzialo corrispondente alle percezioni esteriori ; in
questo senso equivale perciò a solipriemo ο idealiemo soggettivo. Nel
linguaggio comune per nihilismo si suol intendere il comunismo anarchico dei
rivoluzionari russi, Cfr. W. Hamilton, Leotures on metaphysics, , I, p.
293-294; Nietzsche, Wille zur Macht, 1. I, cop. I. Nirvana. Dottrina propria
della religione buddistica; secondo le parole di Buddha stesso, il nirvana à l’esistenza
spogliata di ogni attributo corporeo e considerata come la suprema ed eterna
beatitudine ». Il nirvana non à dunque l’ annientamento, ma 1’ identificazione
dell’ io individualo col principio supremo dell’ universo, lo sprofondarsi © il
confondersi della personalità nell’ esistenza universale. Questo è il fine
supremo ο la suprema felicità cui l’uomo deve aspirare: egli non la raggiunge
subito dopo la morte, ma dopo un periodo di trasmigrazioni successive dell’
anima sua in altri corpi, periodo che è tanto più breve quanto più esso si
sottopone alla penitenza, quanto più pratica la virtà, la carità, l'umiltà, la
rassegnazione. Il vocabolo nirrana fu popolarizzato nei linguaggi occidentali
dallo Schopenhaner, che lo usò per esprimere il nulla del mondo: «I buddisti
impiegano con molta ragione, egli scrive, il termine puramente negativo di
nirevîna, che è la negazione di questo mondo (sansira). Se il nirvana è
definito come niente, ciò non significa se non che questo mondo © sansira non
contiene alcun elemento proprio, che possa servire alla definizione o alla
costruzione del nirvana... 761 NoL-Nom Noi riconosciamo volentieri, che ciò
che rimane dopo l’abolizione completa della volontà non è assolutamente nulla
per quelli che sono ancora pieni di volontà di vivere. Ma per quelli nei quali
la volontà s’ è negata, il nostro mondo, questo mondo reale con i suoi soli e
con la sua via lattea, che cos'è? Nalla ». Cfr. Max Müller, Die Bedeutung von
Nirwana, in Essays >, 1869, vol. I, p. 242 segg.; Obry, De nirvana
bouddhique, 1863; R. Davids, Buddhiem (William and Norgate), p. 170 segg.; G.
Lo Forte, Budda, 1904, p. 50 segg.; Schopenhauer, Die Welt ale IV. und. Vorat.,
ed. Reclam, 1. IV, suppl. cap. XLI (v. catarsi, metempsioosi). Nolontà. Lat.
Noluntas (Ennio, 8. Agostino, 8. Tommaso); T. Noluntas, Nolentia, Nolitia ; I.
Nolition; F. lonté. Termine poco in uso, ma proposto da alcuni filosoti moderni
per indicare non la mancanza di volontà, ma la volontaria resistenza ad una
impulsione, l'arresto d’un atto in via di compiersi se la volontà non |’
ostacolasse. Chr. Wolff: nolitio et aversio sensitiva non sunt actiones
priratiræ, sed positive. Il Renouvier la contrappone alla rertigine normale,
che nel meccanismo volitivo è l’attività spontanea sorgente del movimento
muscolare, attività diretta dall’ uomo con un’ azione di arresto, analoga a
quella @ un regolatore che apra o chiuda I’ uscita ad una energia che esso non
crea. Molti però non approvano l’ uso di
questo termine, anzitutto perchò è un duplicato inutile di inibizione, poi
perchè si oppone per la sua forma a volontà, mentre impulsione © inibizione
sono i due fattori da cui la volontà risulta. Cfr. Chr. Wolff, Philos. pratica
universalis, 1738, I, $ 38; Renouvier et Prat, Nourelle monadologie, 5* parte,
art. 91. Nominalismo s’oppone a
realismo, e designa quella dottrina secondo la quale gli universali, cioò i
generi e le specie, non hanno alcuna esistenza nella realtà, © soli reali sono
gli oggetti individuali e particolari. Vi ha un nominalismo Nom 762
medievale o scolastico, e un nominalismo moderno. Il nominalismo
scolastico, che trasse origine da un passo dell’Isagogo di Porfirio, è di due
specie: P uno, che è il nominaliemo in senso stretto, considera le idee
generali come semplici flatue vocis, ciod nomi coi quali ci riferiamo ai vari
ordini di cose, sebbene in realtà noi non possiamo mai rappresentarci che degli
individui; l’altro, che prende il nome di concettualiemo, sostiene che gli
universali, pur essendo nomi tomuni designanti qualità che non esistono che
negli individui, hanno tuttavia, in quanto concetti, una realtà nello spirito
di chi li pensa. Entrambi però si oppongono al realismo, ed hanno per motto:
unitersalia post rem. Il campione più risoluto del nominalismo fa Roscelline,
del concettualismo Abelardo. Nella filosofia moderna il problema della realtà
delle idee generali si è spostato: infatti i nominalisti moderni sostengono che
il significato del nome generale non è che un sapere virtuale, essendo la
possibilità dei singoli conoreti dalla rappresentazione dei quali risulta, e
con ciò s’ oppongono ai concettualisti, pei quali il significato del termine
generale è un concetto tuale. Fra il numero indefinito dei singoli conereti di
cui il nome richisma l’imagino, esso deve essere, secondo i nominalisti,
affermato degli uni e negato degli altri; per tal modo il suo significato non
consiste che in tendenze e ripugnauze, che risultano da una moltitudine di
associazioni anteriori. Una forma
radicale di nominalismo è sostenuta oggi in Italia dal Guastella; per esso non
esistono concetti; noi non possiamo avere altro che rappresentazioni di oggetti
o fatti particolari, determinati nello spazio © nel tempo; ciò che chiamiamo
idea generale ο concetto è semplicemente un nome che può riferirsi a più
oggetti individuali simili, un nome di classe, col corteggio delle
rappresentazioni associate, pronunciato ο inteso mentalmente ». Dicesi nominalismo scientifico 1’ insieme
delle dottrine contemporanee che, nella teoria della scienza, 763
Nom sostituiscono le idee di convenzione, di comodità, di abbreviazione
del lavoro mentale, a quelle di verità e conoscenza del reale; con l'antico
nominalismo logico esso non ha in comune che di rifiutare ogni valore
obbiettivo ai nostri concetti, e quindi alle leggi scientifiche. Dicesi nominalismo sociologico non già, come
potrebbe sembrare, la teoria che definisoe la società come una somma
d'individui accidentalmente avvicinati, ma quella dottrina che riconduce
analiticamente il fatto sociale alla relazione inter“ personale, reciproca e
consolidata. Essa fa poggiare la sociologia comparata sulla psicologia
interpersonale. Cfr. Prantl, Geschichte d. Logik im Abendiando, 1855-70, II, 78
segg.; Haureu, Histoire de la phil. soolastique, 1872-80, I, 260 segg.; Exner,
Über Nominalismus und Realismus, 1841; Köhler, Realismus und Nominalismus in
ihrem Einfluss auf die dogmatischen Systeme der Mittolalters, 1858; Woodworth,
Imagelees thought, Journal of philos., psychol. and 8. meth. », 1906, n.° 26;
Hoernlé, Image, idea and meaning, « Mind », gennaio 1907; Binet, La pensée sans
images, nel vol. L'étude exp. do l'intelligence, 1903; Le Roy, Soience ot
philosophie, « Revue de métaph, », nov. 1899; Sur la valeur objeotire den lois
physiques, « Bulletin de la Soc. de philosophie », 1901; C. Guastella, Saggi
eulla teoria della conoscenza, 1907, I, p. 78; A. Levi, La resurrezione del
nominalismo, « Cultura filos. », aprile 1907 (v. concetto, imagine, universali,
terminiemo). Nomogonia. L’Ardigd chiama così quella parte della scienza
positiva delle leggi morali, che studia la formazione storica, graduale e
progressiva, delle idealità umane. La parte puramente descrittiva, o delle
forme osservate nel presente, dicesi nomografia; la parte che studia le loro
trasformazioni relative al tempo © al luogo, dicesi nomologia. La nomografia si
divide poi in geografica e etnografica, in quanto studia la distribuzione delle
diversità nomografiche per le varietà dei luoghi e delle razze umane. Cfr.
Ardigò, La morale dei positivisti, 1892, p. 162 segg. " Nox 764
Non-essere. T. Nichtseiendes, Nicht-sein ; I. Non-being ; F. Non-être. Sinonimo di nulla, non-ente, non-reale, Inteso
in senso assoluto, è impensabile e indefinibile come non è definibile 1’ Essere
assoluto. Il nostro Bertini lo comprendeva fra le sue quattordici categorie;
altri ancora lo considerano come la categoria suprema, superiore all’ Essere.
Gli eleatici, ammettendo che ogni pensare si riferisce ad un ente, che forma il
suo contenuto, consideravano il non-essere o non-ente, τὸ μὴ éév, come tale che
non può essere © non può essere pensato; siccome però per ente essi intendevano
la materialità, lo spazio pieno, così per non-ente intendevano lo spazio vuoto,
τὸ xevév, e la loro proposizione equivaleva a ciò che lo epasio vuoto non può
essere. Gli atomisti, da Democrito a Lucrezio, ammettevano inveco l’esistenza
tanto del reale, dell’essere inteso materialisticamente come il pieno, il
solido, quanto del non-essere, cioè il vuoto, che è indefinito, e nel cui seno
turbinano gli atomi; le cose risultano da una mescolanza del reale e del
non-reale. Kant analizzd il concetto del non-essere, distinguendone quattro
specie, a seconda che rappresenta la negazione di una delle sue quattro
categorie: nell’ordine della quantità, si ha il nessuno, l’ons rationis; nella
qualità la privazione, il nihil privativum; nella relazione il vuoto, ene
imaginarium; nella modalità il contradditorio, cio il nihil κοgaticum. Per
Hegel 1’ essere puro è identico al non essere, perchè di esso non si può nulla
affermare senza con ciò negarlo, « quindi I’ essere puro è 1’ essere
assolutamente indeterminato. Ma l’essere assolutamente indeterminato è l'essere
che non è nulla, è l'essere e altra cosa che l’eswere, l’essore e ciò che non è
1’ essere, è in una parola Vessere e la sua negazione, il non-essere ». Nel
divenire, Vessere come tutt’ uno col nulla, il nulla come tutt’ uno con
l'essere, sono soltanto evanescenti (rerachwindende); il divenire coincide,
mediante la sua contradizione in sò, con l’unità nella quale entrambi sono
tolti : il suo risultato à 765 quindi l'essere determinato. Cir. Hegel,
Logique, trad. franc. Vera, $ 87 sogg.; Encykl., $ 89; Ormond, Basal concepts
in philosophy, 1896 (v. dialettica, essere, divenire, inane, nulla).
Non-euclideo. La geometria euclidea è fondata sul postalato di Euclide delle
parallele, postulato che si enuncia così: se una retta ne incontra due altre,
contenute in uno stesso piano, e forma con queste angoli interni da una stessa
parte la cui somma è minore di due retti, tali due rette prolungate
indefinitamente #’ incontreranno da quella parte ove la somma dei due angoli è
inferiore a due retti La geometria detta non-enclidea presenta idee nuove sulla
teoria delle parallele, assumendo per principio fondamentale che il postulato
di Euclide non è, in quanto tale, una verità che possa dedursi logicamente
dalle altre, ma ne è indipendente; esso quindi si può supporre falso, e da tale
supposizione si può venire alla concezione di diversi spazi possiDili, che non
hanno le proprietà dello spazio euclideo. Ctr. Helmholtz, Urprung u. Bedeutung
d. geom. Ariome, 1876; Gino Fano, La geometria non euclidea, « Rivista di
scienza », vol. IV, 1908 (v. iperapazio). Non-io v. Io. Non-me v. Io. Noo ο
Nous. È I italianizzazione del greco νοῦς. che signitica intelletto, pensiero.
Fu usato da alcuni, ad es. da Platone, indifferentemente con Logo; tuttavia
quest’ ultimo designa più specialmente il pensiero in quanto è unito alla sua
espressione verbale. Per Anassagora il vodg è il principio ordinatore e
moderatore del mondo; esso è un elemento corporeo, omogeneo in sè, increato,
imperituro, jaso in una fine distribuzione in tutto il mondo, ma diverso da
tutte le altre materie non solo per grado, essendo la più fine, la più
leggiera, la più mobile, ma anche per sostanza, essendo materia pensante, che
si muove da sù e muove gli altri elementi nel modo che si dà a conoscere nell’
ordine del mondo. Per Platone il νοῦς (ο λογιστιχὀν). Noo-Nor 766 ©
è quella delle due parti dell’anima che corrisponde al mondo dell» idee, quindi
l'elemento razionale, la sede del sapere e della virtù corrispondente. Per
Aristolele il vo5ç è l’intelletto, che può essere attivo © passito ; il primo è
la pura attività intellettuale, l’unità pura, comune a tutti gli nomini ©
fondamentale, della ragione ; il secondo invece è il materiale della
percezione, che deriva dall’ esistenza corporea dei singoli uomini, varia col
variare delle loro esperienze, e fornisce alla ragione le passibilità ο le
circostanze della sua funzione, Cfr. Platone, Fed., 97 B; Aristotele, Met., I,
3, 984 b; Simplicio, Phys., D., 38 (v. emanazione, intelletto). Noologia.
Trattato intorno alla mente; per il Crusius noologia è la psicologia, per l’
Hamilton la solenza della ragion pura, per 1’ Eucken la scienza della vita
creatrice dello spirito, per il Mentré l’analisi ο la classificazione dei
differenti tipi di spirito, la ricerca dei loro legami e dello loro
interazioni. Noologico dicesi di tutto ciò che si riferisce al pensiero, alla
intelligenza, alla ragione. Ampère distingueva le scienze in due categorie
fondamentali : noologiohe, che trattano delle cose spirituali e di tutto ciò
che ha rapporto con lo spirito; cosmologiche, che trattano delle leggi della
materia. Cfr. Reid, Works edited by sir W. Hamilton, 1848, nota A, $ V; Mentré,
Lo Spectateur, giugno 1911, p. 284; Ampère, Philosophie des scionoes, 1834.
Normale. T. Normal, gewöhnlich ; I. Normal, Customary; F. Normal. In senso
rigoroso, è normale ciò che à quale dev’ essore, cid che è conforme alla
regola, In generale è normale ciò che si verifica più frequentemente, ciò che
si presenta abitualmente col presentarsi di determinate circostanze. Nella
biologia dicesi normale un organo, una funzione, una struttura, quando, pur
rappresentando una eccezione, sia tuttavia protettiva per l'individuo ο per la
specie, risultando dall’ adattamento dell’ essere vivente all’ ambiente e alle
condizioni d’esistenza (v. anomalia, toratologia). 767
Nor Normativo, Norma. T. Vormatir, normgebend ; I. Normative; F.
Normatif. Dicesi normatiro tutto ciò che concerne una norma, o che corrisponde
et una norma, Si adopera talvolta come sinonimo di imperativo e di
obbligatorio, ma erroneamente, perchè la norma non ha di necessità carattere
obbligatorio. La norma si distingue infatti dalla legge, che esprime ed
esaurisce la natura propria della cosa, e dalla regola, che è l'enunciazione
del rapporto espresso dalla legge, ma colla trasformazione della causa in mezzo
e dell'effetto in fine, quindi col riferimento ad una attività che può
intervenire rendendo attuale il rapporto espresso dalla legge; la norma
rappresenta invece la modificazione possibile di un soggetto, la quale è
avvertita come una esigenza, come un qualche cosa di desiderabile, ma la cui
assenza non implios per sè stessa la non esistenza del soggetto alla cui
attività essa si riferisce. La norma implica, secondo il Liebmann, la libertà
del volere, ossia una potenza capace di elevarsi al di sopra del meccanismo
naturale; le stesse leggi logiche ed estetiche intanto si trasformano in legge,
in quanto il pensiero e la fantasia sono considerate in dipendenza della
volontà, che si propone di raggiungere i fini propri del pensiero e delle
funzioni estetiche. Il Wundt designa con
questo nome quelle scienze le quali, come la logica, la morale e l'estetica,
stabiliscono al pensiero o all’azione una norma suprema, che è la verità per la
logica, il bene per la morale, il bello per 1’ estetica. Si distinguono dalle
altre, dette naturali ο esplicative, perchè non ricercano la causa dei fenomeni
ma indagano il fine degli avvenimenti e non hanno una applicazione che nella
sfera umana, nella quale soltanto codesti fini possono essere concepiti e
raggiunti. Si distinguono anche dalle scienze pratiche, perchò queste non si occupano
tanto di stabilire una norma suprema, quanto di dettare i mezzi per raggiungere
un determinato stato ο abilità. Cfr. W. Wundt, Ethio, 1886, $ 1 dell’ Introd.;
Id., Logik, 1893, II, 513 segg.; Nor 768 Liebinann, Gedanken und Thatsachen, 1899; De
Sarlo, Causa ο legge naturale, « Cultura filosofica », aprile 1908. Nota o
determinazione. Gr. Texuyptov; T. Merkmal ; I. Notion, Nota; F. Notion, Nota.
Dicesi di ogni elemento che serve a costituire il concetto. Questo infatti si
definisce come la sintesi ideale o tipica d’una cosa o d’un fatto, ottenuta
mediante il confronto delle rappresentazioni e l’astrazione delle note
identiche. L'insieme delle note di un concetto costituisce, secondo il Mill,
quella che noi diciamo I’ essenza della cosa; secondo altri |’ essenza à data
soltanto dalle note permanenti dell'oggetto; per altri ancora 1’ essenza è il
complesso delle qualità primarie della cosa, che indica quello che la cosa è
nell’ordine delle altre cose e in relazione nd esse. Fra le note del concetto
si dicono comuni quello che si trovano in più altri concetti, proprie quelle
che lo distinguono dagli altri con cui ha note comuni, disparate quelle che se
si riducono a concetti a sò non presentano alcun elemento comuno, disgiunte
quelle che importano reciproca negazione. Riguardo al valore dello singole note
rispetto al concetto, si dice genere quel complesso dello note di un concetto,
che sono considerate come sostanziali rispetto a tutte le altre; differensa la
nota primaria costitutiva ed esclusiva di un concetto; proprietà quella che non
è primaria ma costitutiva ed esclusiva; attributo quella che è soltanto
esclusiva; modo quella che è costitutiva soltanto di una particolare
specificazione del concetto ; accidente quella che può essere e non essere,
contenendo il concetto soltanto la possibilità indeterminata di essa. Ad es.,
nel concetto di triangolo, il genere è la nota essere una figura chiusn
rettilinea; la differenza è d'avere tre lati e tre angoli; la proprietà è che i
suoi angoli interni sommati sono uguali a due retti ; 1’ attributo che gli
angoli esterni presi insieme sono uguali a quattro retti; il modo la proprietà
pitagorica; l’ accidente l'essere grande © piccolo, disegnato ο reale. Dicesi
deferminazione 1’ ope 769 Not-Nou
razione con cui si aggiunge una nota ad un concetto, acerescendone la
comprensione e diminuendone 1’ estensione; astrazione l operazione inversa.
Cfr. Aristotele, Rethor., I, 2, 1357 b, 14; Fries, System der Logik, 1837, p.
120 segg.; Masci, Logica, 1899, p. 105 segg. Nota notae est nota rei ipsius.
Formula esposta in più luoghi da Aristotele come principio generale del
sillogismo. Alcuni filosofi, come Kant ο Hamilton, la opposero al principio
scolastico espresso nella formula: diotum de omni aut de nullo. Tuttavia la
formula kantiana si riduce facilmente a quella scolastica, che ciod: ciò che si
dice del predicato si predica pure del soggetto, pradicatum pradicati est
pradicatum subieoti. Cfr. Aristotele, Kateg., 3, 1 b, 10; Hamilton, Leotures on
Logik, 1860, app. VI, 11; Kant, Krit. d. r. Vern., ed. Kehrbach, 253. Noumeno
(τὸ νοούμανον = ciò che è concepito dall’ intelligenza). Vocabolo reso comune
dal Kant e già adoperato da Platone parlando delle idee (voobpeva). Se io
ammetto, dice Kant, delle cose che siano dei puri oggetti dell’intendimento
(Verstand) ¢ che tuttavia possono, in quanto tali, esser dati ad una
intuizione, quantunque non intuizione sensibile,... tali cose sarebbero
chiamate noumeni (Intelligibilia). Il noumeno è dunque l’intelligibile, la cosa
in sè, l'oggetto quale noi supponiamo che esista in sò stesso, senza alcuna
relazione con noi; si oppone al fenomeno, che è la parvenza, l’oggetto quale è
formato per mezzo della esperienza © quale possiamo rappresentarcelo mediante
le impressioni del senso. Però Kant distingue due specie di noumeni: nowmeni in
senso positivo, cioè gli oggetti di una possibile intuizione intellettuale, che
1’ uomo non solo non ha, ma di cui non può vedere nemmeno la possibilità;
noumeni in senso negativo, ciod tutte le cose non percepibili coi sensi, quali
sarebbero appunto gli oggetti cui noi riferiamo le nostre parvenze. Nè la prima
nd la seconda specie di noumeni sono conoscibili, poichè di essi non v’ ha
49 RaxzoLI, Dizion. di scienze
filosofiche. Noz 770 nd intuizione intellettuale nd intuizione
sensibile; chd sebbene il concetto del noumeno negativo si presenti
necessariamente al nostro pensiero (in quanto |’ apparenza della cosa
presuppone la cosa) esso tuttavia è affatto indeterminato, è un concetto che
serve a limitare le nostre cognizioni nella cerchia dei fonomeni. È da notare
però che Kant ed è questo il punto oscuro della sus dottrina concepisce la cosa in sò come tale, che si
trova in relazione necessaria col fenomeno, di cui è il sostrato intelligibile;
nella Critica della rag. pura egli afferma spesso « che le cose hanno una
duplice esistenza, fenomenica e noumenica; che esso esistono prima in sò
stesse, poi nei loro rapporti con noi; e che la loro esistenza noumenica è il
fondamento doi fenomeni che ce le rivelano ». Ora, ciò è fare più che un uso
limitativo del concetto di noumeno; infatti, fenomeno e nonmeno sono così
posti, in un certo senso, come una sola e medesima cosa còlta sotto due
aspetti, ora quale è in sò, ora quale appare alla sensibilità ο al pensiero.
Cfr. Kant, Krit, der rein. Vern., A 248, 287; B 334, 307; Krit. d. prakt.
Vern., ed. Kirchmann, « Beleucht. der Anal. », 114-115; Platone, Timeo, 51 D
(v. agnosticiemo, conoscenza, limite). ‘Nozione. Lat. Noscere conoscere; T. Gedanke, Voretellung, Begriff;
I. Notion; F. Notion. Ha un significato molto vasto 9 molto vago; forse per
questo è frequentemente usato in filosofia. Può infatti adoperarsi come
sinonimo di iden, di oggetto presente nel nostro pensiero, ma del quale nulla
affermiamo o neghiamo; e come sinonimo di principio supremo di ragione, cioò di
concetto esprimente una verità universale © necessaria. Qualche volta indica l
insieme delle conoscenze elementari che si hanno intorno à un fenomeno o
insieme di fenomeni. Nella logica si adopera per designare gli elementi che
costituiscono la materia del giudizio, e che si esprimono nel linguaggio per
mezzo dei termini, come il giudizio stesso per mezzo della ΤΠ -Ne. proposizione. L’ Helmholtz distingue
nel senso della vista la intuizione ο la nozione (Anschauung), che è la
percezione accompagnata dalle sensazioni corrispondenti, dall’ impressione
(Perception), che è una nozione che non contiene nulla di ciò che non proviene
immediatamente dalle impressioni del momento, ossia una nozione tale che
potrebbe formarsi senza alcun ricordo di ciò che prima si avrebbe veduto, e
dalla rappresentazione (Vorstellung), che è l’imagine che la memoria ci
presenta di un oggetto assente; quindi una sola e medesima nozione può essere
accompagnata da sensazioni corrispondenti a gradazioni diversisnime; 9 per
conseguenza la rappresentazione e l’impressione possono combinarsi in rapporti
molto differenti per formare una nozione, Cfr. Helmholtz, Physiolog. Optik, 1867; Wundt, Grundriss
d. Payohol., 1896, $ 17 B; Berkeley, Princ. of Human Knowledge, 1871, part. I, $ 142. Nulla. Lat. Nihil; T. Niohte,
Nicht-sein; I. Nothing, Non-being; F. Rien, Néant. O'non-essere; fu ammesso da
alcuni filosofi e negato da altri. Gli elesti, che primi formularono i
principii d’identità e di contraddizione, dettero a tali principii un valore
ontologico, obbiettivo, cercando di determinare con essi la natara del reale;
perciò sostennero che l’essere soltanto è, che il nulla non è possibile, © che
quindi è impossibile il mutamento e il diventare, i quali implicano la realtà
del nulla. Gli atomisti identificarono il nulla col vuoto, cioè il puro luogo ο
l'estensione pura; Platone, come ammette il correlativo oggettivo di idea, così
ammette anche la realtà del nulla (non = materia) come correlativo della idea
del nulla; gli eraclitei, infine, opponendosi agli eleati, considerano il nulla
come principio del diventare. L'antica disputa tra gli elenti © gli eraclitei
si rinnovò nei tempi moderni tra 1’ Herbart, che nega il divenire in quanto
implica In realtà del nulla, © 1’ Hegel che identifica l'essere affatto
indeterminato col nulla, « Il puro essere, dico 1’ Hegel, forma il NUM 772
cominciamento, perchè esso è così pensiero puro, come è, insieme,
l'elemento immediato, semplice © indeterminato; ο il primo cominciamento non
può essere niente di mediato e di più precisamente determinato. Ora, questo
puro essere è la pura astrazione, o, per conseguenza, è l’ assolutamente
negativo, il quale, preso anche immediatamente, è il nulla, Reciprocamente, il
nulla, considerato come codesto immediato eguale a sò stesso, è il medesimo che
l'essere. La verità dell’ essere come del nulla è perciò l’unità d’entrambi.
Questa unità è il divenire ». Ad ogni modo, si può osservare contro la teoria
eleatico-herbartiana, che il principio di continuità elimina dal divenire la
nozione del nulla introducendovi quella del differenziale, e cho d’altro canto
la realtà del divenire senza il nulla è provata dai princi, della persistenza
della forza, della indistruttibilita della materia, ece.; contro 1’ Hegel, che
il correlativo oggettivo del nulla è la negazione, e che l'essere affatto
indeterminato è una negazione satratta, la quale non si pensa nel divenire
reale, ove ogni negazione (della realtà preesistente) è un nuovo essere e una
nuova determinazione. Cfr. Sesto Empirico, Adv. Math., VI, 65, 77 sogg.;
Diogene Laerzio, IX, 44; C. Wolff, Vernitnftige Gedanken, 1738, I, $ 28; Hegel,
Eneyklopädie d. philos. Wissensoh., 1870, $ 86-88; Rosmini, Pricologia, 1846,
vol. I, p. 274-75; MASCI (vedasi), Logica. (v. essere, divenire, inane,
negazione, non-essere). Numero, T. Zahl; I. Number; F. Nombre. Data l'idea di
unità © la proprietà che essa possiede di poter essere aggiunta a sò stessa, da
questa successiva addiziono si ottiene una serie di quantità determinate, che è
il numero. Numerus est acervus ex unitatibus profueus, dice Boezio. La serie
dei numeri è #llimitata © discontinna o disoreta: illimitata perchè
l'operazione mediante la quale formiamo un nuovo numero, cioò l'aggiunta di una
unità, è sempre identica a sè stessa; discreta perchè si passa da una unità a
un’altra senza transizione, per quanto il passaggio possa 773
Num essere impiccolito mediante numeri frazionari; questo passaggio non
potrebbe sparire se non nel caso in cui l’unità su cui si opera fosse nulla, ma
ciò è contro l'ipotesi. Il numero è quindi una quantità discreta, ο perciò da
principio il numero è concepito come avente un carattere essenzialmente
conoreto; solo più tardi si concepirono numeri astratti, i cui elementi, se sono
semplici unità senza comprensione, mantengono però il loro carattere di unità,
cioè d’individualità distinta da tutte le altre. Soltanto nel calcolo
differenziale il numero è concepito come una quantità continua, colla
supposizione arbitraria d’una quantità infinitamente piccola, minore d’ogni
quantità data senza però essere nulla.
Nella storia della filosofis al numero fa ‘attribuita una importanza
metafisica, specie nei sistemi di Pitagora, di Platone e di Giordano Bruno.
Peri pitagorici i numeri non sono soltanto la forma secondo cui son fatte le
cose, ma costituiscono la vera essenza delle cose stesse, talchò tutto in
sostanza è numero; il numero dispari ο illimitato è l’imperfetto, cioè il male,
il numero pari ο limitato è la perfezione, cioè il bene; l’arinonia, cioè
l'unione dei contrari, forma le singole cose ο il mondo intero. In Platone la
teoria dei numeri non è che la traduzione della teoria delle idee; egli
distinguo i numeri sensibili, cioè le coso reali © contingenti, i numeri
matematici, immobili ed eterni, propri del mondo intellettuale, ο i numeri
ideali, ciascuno dei quali è essenza e corrisponde ad una determinata classe di
esseri; i numeri ideali generano quindi i sensibili ed i matematici, ed essendo
concreti non possono-dar luogo ai calcoli. Giordano Bruno, infine, considera
l’universo come un sistema di numeri; l’ ui verso è uno, sebbene sia infinito ©
consti d’infinite parti, in ciascuna delle quali abita la forza infinita, la
quale si presenta come triade: Potenza, Sapienza, Bontà. In ciò Bruno riflette
lo spirito del Rinascimento, nel quale, per P intlusso delle antiche dottrine
platoniche ο neo-platoniNum T4 che, i numeri @ il loro ordinamento si ripresentano
come elementi essenziali del mondo fisico, contro la dottrinn
aristotelico-stoica delle forze qualitativamente determinate, delle forme
interne degli oggetti, dello qualità occulte. Il libro della natura appare
scritto in cifre ο I’ armonia dello cose quella del sistema dei numeri; tutto è
ordinuto da Dio secondo la misura ο il numero, ogni vita è uno sviluppo di
rapporti matematici. Questo matematicismo rasionalistico -che diventa una
fantastica mistica dei numeri in Bouillée, in Cardano, in Pico, in Reuchlin non
mancò di continuatori nei secoli successivi; ancor oggi Ermanno Cohen proclama
che « il’detto profondo di Pitagora, fl numoro è la misura di tutte le cose,
rimane sempre V’ eterna guida del pensiero, perchè il numero è il principio
della produzione del contenuto, è la sorgente perenne onde scaturisce l'oggetto
». Ma nel pensiero moderno e contemporaneo, il problema del numero è un
problema essenzialmente gnoseologico, la cui soluzione è cercata ora nel
razionalismo leibniziano, ora nell’ intuizionismo kantiano. Per il Wundt il
vero sostegno dell’ idea di unità, da cni ha origine il concetto del numero, è
il singolo atto del pensiero, der einselne Denkact ; la funzione del numero non
è che una particolare manifestazione della funzione logica del pensiero, che
collega i singoli utti mentali, astraendo totalmente dal loro contenuto ; ogni
cifra rappresenta quindi una serio di atti mentali di qualsivoglia contenuto, o
che si sono realmente succeduti, 0 la cui successione si indica come un
problema, la cui soluziono deve avvenire nella stessa maniera onde il nostro
pensiero riunisce continuamente rappresentazioni singole in una aggregazione di
unità: « Il concetto di numero è ciò che rimane come costante dopo
l'eliminazione di tutti gli elementi variabili, il legame dei singoli atti di
pensiero in quanto tali, astrazion fatta da ogni contenuto ». Per il Jerusalem
l’origine del concetto di numero sta da un lato nelle proprietà ob 1% Num biettive delle cose, dal’ altro nella
funzione del giudizio; gruppi di oggetti somiglianti debbono prima attrarre la
nostra attenzione; l'osservazione di tali gruppi ci obbliga poi a ripetere un
identico giudizio denominativo; ma la ripetizione non è arbitraria, bensì è
determinata dal numero degli individui compresi nel grappo: « Ogni numero è una
sintesi. Esso consiste di unità, ma è un tutto che riunisce in sè i singoli
oggetti ο mediante tale riunione diventa un nuovo centro dinamico, nel quale
sono immanenti le forze create primitivamente con tale riunione. Ma tale
sintesi raggiunge sufficiente stabilità solo a condizione che il gruppo permanga
sempre riunito e con la ripetizione dei singoli atti giudicativi venga di nuovo
intuito ο concepito insieme come una totalità ». Per il Masci il numero non è
una intuizione ma una epicategoria, in quanto è una forma generale della
quantità senza individualità propria, una determinazione implicita nell’ idea
di qualsivoglia ente reale come tale: « Tutto ciò che è reale è numerabile, e
insieme il namerare è la forma pid generale e più estrinseca della funzione di
sintesi e di analisi in cui consiste il pensare. Ma come sintesi ed analisi
estrinseca è indifferente alla qualità ¢ alla natura della realtà. In questo
carattere estrinseco, aggregativo, che distingue quel pensare che è numerare,
sta la differenza tra l’idea di numero e le altre due categorie (di sostanze e
di causa), e per questo si può dire che il numero sia una categoria avventizia,
una epicategoria ». Cfr.
Aristotelo, Metaph., XIII, XIV; Alb. Magn., Summa thool., I, qu. 42, 1; Kant,
Arit. d. rei. Fern, A 143, 147, B 182, 186; Michaëlis, Über Kants Zahlbegrif,
1884; Id., Über Stuart Mille Zahlbegriff. 1888; Helmholtz, Zahlen und Messen, in Philos.
Aufaiitze, E. Zeller gewidmet, 1887; Wundt, Logik, 1898, I, 468; Jerusalem, ie
Urteilafunotion, 1895, p. 254; Couturat, Je l'infini mathématique, 1896 ; Id.,
art. in Revue de Métaphysique, 1898, 1899, 1910; Whitehead et B. Russel,
Principia Num-0BB 776 mathomatica, 1910; A. Lalande, Letture sulla
filosofia delle scienze, trad. it. 1901, p. 66 segg.; F. Masci, Sulla natura
logica dello conoscenze matematiche, 1885 (v. infinitesimale, matematica,
quantità). ο O. Nella logica formale designa le proposizioni particolari
negative (qualche 4 non è B); nella logica dell’ Hamilton designa le
proposizioni parti-totali negative (qualche 4 non è nessun B). Obbiettivare. T.
Objektiviren; I. To objective; F. Obiectiver. Considerare il soggettivo come
oggettivo, porre fuori di noi ciò che è in noi. Obbiettivare il dato della
sensazione (percezione) significa proiettare al di fuori della coscienza le
modificazioni prodotte dai sensi sulla coscienza medesima; o in altre parole,
riferire la sensazione ad una causa oggettiva. L’allucinazione consiste
nell’obbiettivare falsamente le modificazioni della propria coscienza, nel
riferire il dato soggettivo ad una causa oggettiva che non esiste. Schopenhauer
chiama il mondo un obiettivarsi del volere, e il mondo la sua obbiettità. Cfr.
Riehl, Der philosophisohe Kriticiemus, 1876, II, 2, p. 56; Ardigò, 1 fatto
psicologico della percezione, in Opere fil., IV, 1907, p. 357 segg.;
Schopenhauer, Die Welt a. W. u. Vorst, ed. Reclam, I, $ 45, 30 (v. oggetto).
Obbiettivismo v. oggettivismo. Obbiettività. T. Objektivität; I. Objectivity;
F. Objecticité. Carattere di ciò che è obbiettivo. Designa comunemente
l'attitudine a cogliere il significato reale delle cose ο dei fatti, a
giudicare gli uomini ο gli avvenimenti indipendentemente dalle proprie
attitudini mentali, dai propri sentimenti, inclinazioni e passioni. Nella
psicologia per obbiettività della percezione s'intende il suo riferimento della
modificazione organica (sensazione) alla causa che T7 Ons
VP ha prodotta, per cui si pone come esterna al soggetto senziente la realtà di
un oggetto che agisce come stimolo. Cfr. Ardigò, Il fatto psicologico della
percesione, Op. til., IV, 1907, p. 357 segg.; Laas, Idealismus und
Positiviemus, 1884, III, p. 45-68. Obbiettivo v. oggettivo. Obbietto v.
oggetto. x u Obbiezione. T. Einwurf, Einwand; I. Obieotion; F. Objection.
Argomento che si pone innanzi per abbattere una opinione, una dottrina, ο per
dimostrarne la parziale falsità. Del suo uso nelle discussioni, dice il
Rosmini: « Chi obietta deve produrre un’ obiezione alla volta, e non passare ad
una seconda fino che la prima non è chiarita efficace ο inefficace ». Cfr.
Rosmini, Logica, 1858, $ 856. Obbligasione. T. Verpflichtung ; I. Obligation;
F. Obligation. Da principio l'obbligazione è un legame di diritto, in virtù del
quale una persona è costretta verso un’altra a fare o non fare qualche cosa:
vinoulum jurie quo necessitate adstringimur alicujus rei solvende. Dal punto di
vista morale l'obbligazione è la coscienza che l’uomo, in quanto essere capsce
di scelta tra il bene e il male, ha di dover obbedire a una norma; si suol
definire come una restrizione della libertà naturale, prodotta dalla ragione, i
cui consigli sono altrettanti motivi che determinano gli uomini ad agire in un
modo piuttosto che in un altro. L’obbligazione è dunque la necessità propria
delle leggi morali, e della massima fra tutte, la giustizia. L’obbligatorietà
propria della giustizia, è la giustizia interiore, che non differisce
sostanzialmente dalla esteriore o sociale; il rispetto che si ha dentro di sò
per la giustizia, non è infatti che un’eco del rispetto che si ha per ogni
idealità sociale che la rappresenti. Ora tale rispetto s’ impone tanto, che la
giustizia è, nell’ uomo morale, obbligatoria per sè stessa, cioò acquista un’
etticacia morale direttiva nel dominio stesso dello pure intenzioni. È, dice
l’Ardigò, Occ 778 un senso di tensione, un’espansione interna,
invincibile, un bisogno di compiere le nostre ideo mediante gli atti, senza di
che il senso di obbligazione non è perfetto e non è propriamente completo il
pensiero; la sua origine sta nella ricordanza assommata e indistinta del dolore
provato eseguendo atti che riescono di danno ai consoci, cosicchè il dovefe
morale, in ultima analisi, nasce dal dovere giuridico fino a diventare una
forma costituzionale della psiche dell’individuo. Cfr. Planiol, Traité de droit
civil, 3* ed., I, p. 678; Ardigò, La morale dei positivisti, 1892, p. 122
segg.; R. Bianchi, L’obbligasione morale, ; G. Fulliquet, Essai sur Vobligation
morale, 1898; Fred Bon, Über das Sollen und das Gute, 1898. Occasionali (cause)
v. cause occasionali. Occasionalismo. T. Ocoasionaliemus ; I. Oocasionalism ;
F. Ocoasionalisme. La dottrina delle cause occasionali, secondo la quale causa
vera e prima d’ogni accadere è Dio, mentre i singoli eventi sono soltanto
occasioni per altri eventi, ma non li producono; con essa specialmente si ceroò
di risolvere il dualismo posto da Cartesio tra l’anima e il corpo. Questa
dottrina, sostenuta dal Clanberg, Geuliner e Malebranche, si oppone a quella
cartesiana delVinflusso fisico, fondandosi specialmente sopra la ragione che,
non essendo possibile che operi chi non ha la coscienza di operare, un influsso
reciproco tra anima e corpo è impossibile, perchè I’ uomo non può averne
coscienza. D'altro canto, nessun corpo ha la forza di muovere sè stesso, e uno
spirito finito non può col mezzo della propria volontà muovere nessun corpo.
Tra spirito e corpo non c'è dunque alcun rapporto. Essi soffrono ed operano
quei cangiamenti, che in loro avvengono, ognuno da sè, nell’ambito proprio e
secondo leggi proprie. Eum, qui corpus et mentem unire roluit, simul debuisse
statuere et menti dare cogitationes, quas obsercamus in ipsa ex oocasione
motuum sui corporis esse, el determinare corporis eius ad eum 779
Occ modum, qui requiritur ad eos mentis voluntati subiciendos. Davanti
al mondo lo spirito è un inerme spettatore ; ma Dio fa sì che quando succede un
cambiamento nello spirito, cioè nel pensiero, ne succeda uno di corrispondente
nel corpo, cioè nell’estensione, e viceversa; i due orologi costruiti allo
stesso modo dallo stesso artefite ~ secondo l’imagine del Geulinox, che più
tardi Leibnitz volle rivendicare a sò 8’ accordano perfettamente ma non per
virtù loro, absque nulla oawsalitate, qua alterum hoo in altero causat, sed
propter meram depentiam, qua utrumque ab cadem arte et simili industria
constitutum est. Cfr. Clauberg, Opera philosophioa, 1691, p. 219, 221;
Pfleiderer, Leibnitz und Geulinez, 1884; La Forge, Traité de Vesprit de
l'homme, , Pp. 129; Geulinox, Opera philosopkioa, 1891, I, sez. Il, § 2;
Malebranche, De la recherche de la verità, 1712, II, 6, 7, III; L. Stein,
Antike und mittelalterliche Vorläufer des Ocoasionaliemus, (v. occasione, cause occasionali). Occasione.
T. Gelegenheit, Veranlassung; I. Oocasion: F. Oocarion. Nel linguaggio comune è
il concorso fortuito di circostanze favorevoli alla produzione di un
avvenimento. Si distingue dalla condisione, che è una circostanza senza la
quale l’effetto non si sarebbe prodotto, e dalla causa, considerata come la
produttrice diretta e necessaria dell'effetto. Il Malebranche per occasione
intendeva semplicemente l’antecedente costante di un fatto, non la causu
efficiente del fatto. L'unica causa efficiente è Dio; nel mondo sensibile o
materialo non vi sono nè forze, nè forme, nd capacità, nd vere qualità da cui
possa risultare l’effetto; vi sono soltanto occasioni che Dio fa succedere
affine di operare in questa o quella materia. Cfr. Malebranche, Entretione
métaphysiques, 1871, VII, 159 segg. Occulto. T. (ieheim, Occult; I. Ucoult; F.
Ocenlte. Si dicono occulte le
scienze, o pretese scienze, che hanno per oggetto la conoscenza del futuro, la
sua predizione, e il compimento di azioni che escono dalle leggi ordinarie
della Occ 780 natura. Si distinguono in dirinatorie, che
cercano scoprire l'avvenire mediante }’ interpretazione di certi segni ο
avvenimenti, e tali sono la mantica, la chiromanzia, l’astromanzia, ecc.; e in
taumaturgiche, quali la cabbala, la magia, l’ermetica, la demonologia, che
hanno lo scopo di allontanare il male e procurare il bene, mediante regole e
pratiche speciali. Diconsi potense ocoulte gli esseri imaginari e nascosti con
cui si spiegarono i fenomeni naturali, qualità ooculte quelle che si presentano
allo spirito come una proprietà data, irreducibile © inesplicabile, cause
occulte quelle forze inosservabili, sia sovrannaturali che naturali, con cui,
nella filosofia medievale, si credeva spiegare la natura delle cose. Ls
dottrina delle qualità occulte, delle forze qualitativamente determinate, è
caduta nel Rinasci mento, il quale, sotto l'influsso della letteratura antico,
specialmente delle opere neo-pitagoriche, sostituisce ad essa il concetto
quantitativo ο numerico : il libro della natura è seritto con cifre, l'armonia
delle cose d'quella del sistema numerico, tutto è ordinato da Dio secondo la
misura e il numero, ogni vita è uno sviluppo di rapporti matematici. Questo
principio, liberato dallo strano simbolismo che raggiunge il vertice in
Bouillé, Cardano, Pico, ece., costituirà poi la base metodica della scienza
moderna. Tuttavia, V espressione qualità ooculte è sopravvissuta per molto tempo,
e fu adoperata anche dal desismo agnostico per indicare le forze prime e
sconosciute dei fenomeni: On dest moqué fort longtemps, dice il Voltaire, des
qualités oooultes ; on doit se moquer de ceux qui n'y croient pas. Répetons cent fois que
tout principe, tont premier resnort de quelque autre que ce puisse être du
grand Demiourgor, est occulte et caché pour jamais au mortels. Ce plomb ne
deviendra jamais argent; cet argent ne sera jamais or ; cet or ne sera jamais
diamant Quelle physique corpusoulaire, quels atomer déterminent ainsi leur
nature? Voun n’en sarez rien; la cause sera éternellement occulte. Tout ce qui
vous entoure, tout ce qui est dana vous,
781 Ori-OG& est un énigme
dont il went pas donné à l’homme de deriner le mot ». Cfr. Voltaire, Œurres
complètes, 1817, t. II, par. II, p. 1471; Schopenhauer, Satz rom Grunde, 1878,
$ 20; Nettesheim, Philosophia occulta, 1510. Ofiti. Uno dei nomi col quale fu indicata la Gnosi nel
primo nascimento, e col quale si alludeva al culto del serpente, la cui
dialettica aveva talmente intrecciato il bene col male, che l'uno non poteva
distinguersi dall’altro. Dicesi
offolatria una specie della zoolatria, ο adorazione degli animali, propria di
alcune religioni dei popoli primitivi e selvaggi; essa consiste nel culto dei
serpenti, e si riscontra nell'antica religione egiziana e nelle religioni di
alcuni popoli selvaggi dell’Africa. Cfr. Honig, Die Ophiten, 1889. Oggetti
(teoria degli). 'T. Gegenstandtheorie. Espressione usata primitivamente dal
Meinong, e adottata poi dalla sua scuola, per indicare quella forma
contemporanea di razionalismo, che sostiene la necessità dello stadio dei puri
oggetti del pensiero, come le somiglianze, le uguaglianze, le diversità, i
complessi, le relazioni matematiche; ossia di quelle essenze razionali, che si
possono elaborare a priori, indipendentemente da ogni considerazione
d’esistenza obbiettiva, e che non possono quindi essere oggetto delle scienze
empiriche, le quali trattano invece della realtà esistente obbiettivamente. La
teoria degli oggetti non esistenti (tra i quali il Meinong include persino gli
oggetti impossibili, come il quadrato rotondo, la materia inestesa, ece.) ha
una sfera propria, che, tende ad allargarsi sempre più, fino a raccogliere
tutte le conoscenze a priori; queste non stanno in antagonismo con le
conoscenze empiriche, ma le integrano, come mostra la matematica applicata; ma
per quanto le due forme di conoscenza in pratica possano compenetrarsi, si
devono tener distinte teoricamente le due afere, per poter meglio elaborare e
raffinare i mezzi di ricerca, tenendo presenti i loro caratteri Oa 782
distintivi. Cfr. Meinong, Ameseder, Mally, ecc., Untersuchungen sur
Gegonstandtheorie und Psychologie, 1904; 8. Tedeschi, Un’ equivalente
aprioristica della metafisica, « Riv. filosofica », 1908, vol. XI, p. 289
segg.; Losacco, La teoria degli obietti ο il rasionalismo, « Cultura filosofica
», 1910, fasc. IV, p. 184 segg.; Aliotta, La reazione idealistica contro la
soienza, 1912, p. 372-385. Oggettivismo. T. Objektiviemus; I. Objoctiviem ; F.
Obiecticieme. Dati i vari © spesso opposti significati della parola oggetto,
anche il termine oggettirismo può essere variamente applicato. In generale
designa quei sistemi filosofici che identificano la cognizione con l’Essere, e
pongono quindi come unica la verità e la scienza nell’oggetto ο nel soggetto; e
quelle dottrine morali che ammettono che la moralità ha una esistenza propria,
al di fuori e al di sopra delle opinioni, della condotta e della coscienza degi
individui. Nel linguaggio comune, l’oggettivismo è l’attitudine a vedere le
cose come sono, a giudicarle serennmente, a non deformarle per partito preso o
per ristrettezza di spirito. Oggettivo s’oppone a soggettiro © designa tutto
ciò che riguarda I’ oggetto ο che esiste come oggetto. Avendo il termine
oggetto mutato radicalmente di signifiesto, anche il termine oggettivo assunse
significazioni diverse. Nella lingua della scolastica, da Duns Scoto in poi,
per oggettivo #’ intende non una realtà sussistente in sò stessa, bensì ciò che
costituisco una rappresentazione della coscienza; questo significato rimane
fino al Baumgarten, ma alcuni, come il Renouvier, vorrebbero continuar a
chiamare oggettivo « ciò che si offre come oggetto, ciod viene
rappresentativamente nella coscienza, e soggettivo ciò che è della natura del
soggetto, sia d’un rappresentato qualunque in quanto la conoscenza vi scorge
qualche cosa di distinto dal suo atto proprio, e d’un supposto dato în qualche 783
Oca modo fuori di essa, senza di essa ». In generale però oggi dicesi
oggettivo ciò che è esteriore alla coscienza, che è al di fuori del pensiero,
che esiste indipendentemente dal pensiero. Il metodo oggettiro nella
psicologia, si contrappone al soggettivo ο introspettico, e consiste nello
studio dei fatti psichici quali si manifestano negli altri uomini, negli
animali, nell’individuo normale e nell’anormale, nel fanciullo ο nell'adulto. Cfr. Eucken, Geschichte d.
phil. Terminologie, 1879, p. 68, 203, 134; Renouvier, Essais de Critique gen.,
Logique, cap. I; Bechterew, Les problèmes et les méthodes de la peychologie
objective, « Journal de Peychologie », nov. 1909; Kostyleff, Les travaux de
l’école peychologique russe, « Revue philosophique », nov. 1910; Liard, La
science positive οἱ la métaphysique, 1879, 1.
II, cap. I, II.
Oggetto. T. Gegenstand, Objekt; I. Objeot ; F. Objet. Si oppone a soggetto, ed è la traduzione latina del
greco ävzıxelpevoy, usato dla Aristotele. Però lo Stagirita usava questo
termine in un senso affatto opposto al nostro e ciod per designare ciò che è
pensato, ciò che è rappresentato © nella coscienza; usava invece il termine
5xoxelpevoy (che i latini tradussero subiectum) per indicare ciò che è reale,
la sostanza che è il sostrato dell’azione, l'essere unico © identico che si
manifesta nei fenomeni multipli ο mutabili. Tale siguificato si mantenne
durante tutto il medicevo ο si trova ancora in Cartesio e Spinoza. Così per
Cartesio la realtà oggettiva è quella dell’iden sola, ο della cosa in quanto
non è considerata che nel pensiero; egli chiama poi realtà formale ο attuale
quella dell'oggetto stesso delle nostre idee © realtà eminente quella che è
superiore sia all'idea che all'oggetto, e contiene in potenza ciò che in essi è
di fatto. Spinoza l’ usa nello stesso significato: « Un'idea vera deve
corrispondero esattamente all'oggetto che essa esprime, ossin (e ciò facilmento
si comprende da sè) che ciò che è contenuto oggettivamente nell’ intelligenza
deve necessariamente esistero nella naOcc *
784 tara ». E anche il Berkeley:
« I fenomeni naturali non sono che apparenze naturali, ο son dunque quali li
vediamo e li percepiamo. La loro natura reale e la loro natura oggettiva sono
dunque identiche ». Ma nel sec. XVIII ο al principio del XIX, il significato
dei due termini mutò radicalmente, ο d’allora in poi per oggetto si intese ciò
che è reale, che esist in sè, indipendentemente dal pensiero, © per soggetto
l'io che pensa, che rimane uno © identico attraverso i suoi fenomeni mutevoli e
multipli. Questo cambiamento nel significato assunto dai due termini, è dovuto
principalmente a Kant e a Fichte, col primo dei quali assunse tanta importanza
il problema della conoscenza, ossin dei rapporti tra il pensiero e la realtä. «
Spatium non est aliquid obiectivi, seu realise, dice ad es. Kant, sed eubjectioum et
ideale, et natura mentis stabili lege proficiscens ». Però la distinzione tra soggetto © oggetto deve essere
intesa come una distinzione di diritto; ossia l'oggetto non può essere, in
senso assoluto, cid che è in sò stesso, fuori del nostro spirito e d’ogni
spirito, perchè un'esistenza che non è affermata da una coscienza ο spirito è
inconcepibile; © nemmeno ciò che è rappresentato in comune da tutti gli
spiriti, perchè tale accordo può anche verificarsi per ciò che è falso; bensì,
ciò che è il fondamento stesso dell’accordo degli spiriti, ciò che è in «2
nella nostra coscienza © in tutte le coscienze, per opposizione non a ciò che è
fuori d’ogni coscienza, ma a ciò che, in una coscienza qualunque, è pura
rappresentazione contingente e passeggera. Cfr. Aristotele, De an., III, 2, 426 b, 8; Id.,
Metaph., IV. 5, 1010 b, 33 segg.; Encken, Gesch. d. phil. Terminologie, 1879, p. 134, 204; Cartesio, Medit.,
1685, III, 11; Spinoza, Ethica, 1677, 1. I, teor. xxx, dimostrazione; Berkeley,
Siri, $ 292; Kant, De mundi sensibili atque intelligibilio forma et principiie,
$ 15: Id.. Krit.
d. rein. Vern., A 780, B 808; Fichte, Grundlage d. ger. Wissenschaftelehre, 1802, p. 20-40, 131 segg.; Bulletin
de la 1785 ους soc. française de phil., giugno 1912 (ν.
conoscenza, coscienza, criticiemo, io). Olfattive (sensazioni). T. Geruchsempfindungen; I.
Sensations of emell; F. Sensations olfaotives. Hanno per organo la regione superiore delle cavità
nasali, per stimolo le particelle delle sostanze odorose trasportate dalla
corrente aerea a contatto con le superfici olfattive, per contenuto l’odore. Le
qualità degli odori sono, a differenza dei sapori, in numero straordinariamente
grande, tantochè non solo manca una vera classificazione scientifica e una
scala degli odori (la classificazione più accettata è ancora quella di Linneo)
ms non siamo neanche capaci di segnalare con appellat diversi le qualità
differenti degli odori, e per esprimerci dobbiamo servirei dei nomi delle sostanze
vegetali ο animali che li emanano. Si suol distinguere la finezza dell'olfatto,
ossia la cnpacità di distinguere le piccole differenze d’intensità degli odori,
dall’acuità olfattiva, ossia la capacità di percepire minime quantità di
sostanze odorose; quest’ultima si misura per mezzo dell’olfattometro,
determinando i valori liminali dell’eccitamento olfattivo rispetto ai singoli
odori. Dicesi ogfresologia (ὄσφρεσηις = odorato) quella parte della psicologia
che ha per oggetto lo studio delle sensazioni olfattive; anosmia (ὀσμή =.
odore) l’incapacith, congenita o aequisita, di percepire gli odori; paraosmia
le sensazioni olfattive allucinatorie; iperosmia l'abbassamento abnorme della
soglia della sensibilità dell'olfatto, per cui possono essere avvertiti odori
che normalmente non si avvertono. Una caratteristica delle sensazioni
olfattive, sta nel loro legame con la sfera dei sentimenti; tutti gli odori che
funzionano come stimoli determinanti riflessi nella sfera della vita vegetativa
e riproduttiva determinano costantemente un sentimento di piacere. Un’altra
caratteristica sta nella loro capacità di rievocare per associazione l’imagine
visiva di Inoghi e di avvenimenti. Cfr. Cloquet, Osfresologie, 2° ediz. 1821;
Zwardemaker, 50 RanzotI, Dizion. di
scienze filosofiche. OLI-OnE 786 Physiologie des Geruches, 1895; Nagel, Revue
scientifique, 8 « 15 maggio 1897. Oligarchia (ὀλίγος = pooo). Forma
di governo, in cui il potere supremo risiede nelle mani di pochi individui
appartenenti all’aristocrazia. Platone la distingueva però dall’aristoorasia,
perchè mentre in questa una classe governa nell’ interesse comune,
nell’oligarchia governa invece nell'interesse proprio. Cfr. Platone,
Repubblica, V ο VI (v. aristocrazia, demoorasia). Omeomeria (ὁμοιομέρεια).
Elementi primitivi non percettibili, divisibili all’ infinito e
qualitativamente differenziati, con la cui aggregazione Anassagora spiegava la
formazione dei vari esseri. Le omeomerie sono dunque verse dagli atomi di
Democrito, indivisibili e privi di ogni differenza qualitativa, e diverse pure
dagli elementi di Empedocle, differenziati in quattro sole qualità primitive.
Per Anassagors ogni qualità è originariamente sostantiva: il ferro, il legno,
le ossa, il sangue, ecc., sono composti di particelle similari ed originariamente
costituite così. Da principio queste particelle erano mescolate tutte insieme,
in una specie di caos universale; perchè le diverse cose potessero formarsi,
era necessario che il movimento si introducesse nella massa infinita e
indifferenziata, distinguendo ciò che era confuso e producendo le forme
diverse; ora, la causa di questo movimento è, per Anassagora, un’altra materia
speciale e singola, più leggera e più fina degli elementi, capace di muoversi
da sè e quindi di natura peichica, autrice della bellezza e dell’ordine del
cosmo e quindi intelligente: tale materia pensante Anassagora chiama ragiona ο
intelligenza, vodg. Dal momento in cui essa penetrò nel caos, il turbine della
vita si estese in successive spirali in tutte le regioni del mondo, continua
ancora, come indica la rotazione del cielo, ο continuerà senza interruzione. Il
nome di omeomerie fu dato alle qualità primitive da Aristotele; Anassagora le
chiamava invece semi (σπέρ 787 OMN
para). Cfr. Aristotele, De gen. et corr., I, 1; Simplicio, In Phys. Arist., {.
38; Lucrezio, De rer. nat., I, 890. Omniscienza. T. Allwissenheit ; I.
Omniscience ; F. Omniscience. Uno degli attributi della natura divina. Si deve
intendere nel senso che Dio conosce non solo ciò che è accaduto nel passato e
che socade nel presente, mn anche ciò che accadrà nell’avvenire; e che codesta
conoscenza è diretta, immediata, perchò Dio non vede gli avvenimenti del mondo
fuori di lui, come uno spettatore, ma li conosce in sò stesso, perchè egli n'è
l’autore. L’omniscienze si basa sal principio della perfezione divina.
Aristotele, infatti, aveva già detto: « Dio non è altro che l’attualità dell’i
telligenza; tale attualità presa in sò stessa ne costituisce la vita perfetta
ed eterna ». E 8. Tommaso: « Intendero e conoscere è la essenza medesima di
Dio, éntelligere Dei est sua essentia ». E da notare però, che la concezione
aristotelica di Dio come pensiero che pensa sò stesso, come pensiero del
pensiero, era stata sviluppata da alcuni suoi discepoli nel senso, che Dio non
conosce nessun altro oggetto che non sia il suo stesso pensiero, e quindi non
conosce il mondo. Contro questa illazione insorsero prima i Padri, poi S.
Tommaso, per il quale Dio, che ha distinta coscienza di sè medesimo e delle sue
perfezioni, conosce anche le cose create e periture, vedendole però nella sua
infinita essenza. L’uomo non può conoscere i corpi se non fanno impressione
sopra i suoi sensi; ma a Dio basta contemplare ln propria illimitata potenza,
perchò in lui, fonte prima ed sesoluta della vita, tutti gli esseri si
concentrano come offetti nella loro causa, unde cum virtus divina ne estendat
ad alio, eo quod ipse est prima oausa effectiva omnium entium, necense est quod
Deus alia a #2 cognoncat. Analogamente dice il Bossuet: « Dio non intende che
sò stesso, e tutto intende in sè stesso, perchè tutto quello che egli è, ο da
lui si distingue, si ritrova in lui come nella propria causa ». Cfr.
Aristotele, Metaph., XII, 9; Gerson, De consol. theologie, in Omo 188
Opera omnia, 1706, t.1; 8. Tommaso, 8. Yheol., I, q. 22, a. 2; Leibnitz,
Essais de Théodioée, 1710, © la Corrispondance aveo Clarke, 1715-16; Bossnet,
De la connaissance de Dieu, ο. IV, art. 8 (v. prescienza). Omogeneo. T.
Gleichartig ; I. Homogeneous; F. Homogène. Cid che è composto di parti ο
elementi qualitativa mente identici ; si oppone ad eterogeneo, che è ciò le cui
parti sono di natura differente. Lo spazio ed il tempo sono, secondo alcuni
filosofi, essenzialmente omogenei, perchè la differenza delle loro parti può
essere nella grandezza non nella qualità. Secondo lo Spencer il processo
evolutivo, sia 00smologico che biologico e sociologico, consiste in un
passaggio dall’omogeneo all’eterogeneo, mediante un processo continuo di
differenziazione e quindi di specificazione. Cfr. Spencer, First principles,
1884, cap. XIV-XVIII (v. eroluzioniemo). Omogenesia. F. Homogenesie. Il Broca
chiamò così, in opposizione a eterogenesia, quella proprietà organica in virtù
della quale due germi di sesso opposto tendono a fecondarsi reciprocamente, dato
che tra di loro non intercorra una distanza zoologica troppo pronunciata. L’
omogenesia è abortira quando la fecondazione avviene, senza però che il feto
giunga a maturità; agenesica quando dà luogo a prodotti, i quali però sono
sterili tra di loro o con gli individui dell'una ο dell’altra razza madre;
disgenerica quando i prodotti sono infecondi tra di loro, ma fecondi con
individui del’ una o dell’altra razza madre, dando luogo a prodotti pure
sterili; paragenesica quando i prodotti sono sterili tra di loro, ma fecondi
con individui dell’ una o dell’ altra razza madre, dando luogo a nuovi prodotti
indefinitamente fecondi, così da originare una nuova razza; eugenssioa quando i
prodotti sono indefinitivamente fertili, cosicchè la nuova razza si produce direttamente.
Cfr. Topinard, L’anthropologie, 1884, pag. 382 segg. (v. ibridiemo, dimorfismo
sessuale, razza, pecie, varietà).
789 Omo-Ont Omonimia. Uno dei
sofismi verbali, che si fonda sopra l'ambiguità dei termini. Consiste infatti
nell’ adoperare una parola in più significati senza distinguerli. Tale sarebbe
il ragionamento per cui il Berkeley, basandosi sulla constatazione che una
medesima idea può sparire dalla mente ο poi tornarvi, concludeva alla esistenza
di uno spirito universale in oui tutte le idee avessero la loro sede
permanente; qui è confuso evidentemente il medesimo in quanto numero, col
medesimo in quanto specie. Cfr. Aristotele, Metaph., IV, 4; Id., Categ., 1 (v.
incosciente). Onirologia. T. Onirologie; I. Onirologg; F. Onirologie. Può designare
tanto quella parte della psicologia che si oocupa dei sogni, quanto il
discorrere che si fa sognando. Viene usata comunemente nel primo significato,
nel quale non vuol essere confusa colla omérocrisia o oniroorifica, che è la
pretesa arte di interpretare i sogni. L’onirologia, come stadio psicologico dei
sogni, si basa essenzialmente sull’osservazione introspettiva; il suo metodo
classico, divenuto tale dal Maury in poi, è quello della notazione immediata,
che consiste nel trascrivere immediatamente, essendosi risvegliati
all'improvviso, le imagini del sogno che sono ancora fresche nello spirito.
Altro metodo è quello della notasione ripetuta, che consiste nel constatare
l'evoluzione subita dal sogno nella memoria, traserivendo il medesimo sogno a
diversi intervalli di tempo. Si sono infine proposti dei metodi che sembrano
scostarsi dai precedenti, in prima linea Vexperimento: il soggetto che si
addormenta in condizioni speciali (sottoposto alla pressione di guanti ο di
nastri, ο dopo una viva impressione ottica, οσο.) deve riempire, al
risvegliarsi, un apposito questionario. Altri ha raccomandato le inchieste; ma
i risultati sono sempre scarsi, perchè i questionari comportano solo un numero
limitato di domande assai semplici, Cfr. Tissié, Les révee, 1890; 5. Freund, Die Traumdentung, 1900;
J. Bigelow, The mystery of sleep, 1897; Jastrow, Le subcoscient, trad. franc. 1908; Vascide, ONT 790 Le
sommeil οἱ les réres, 1911; M. Foucault, Le
rêve, études et observations, 1906; De Sanctie, I sogni, studi prie. e clinici,
1899. Ontogenesi. T. Ontogenesis;
I. Ontogenesis, Untogeny : F. Ontogénèse, Ontogénie. Si adopera per opposizione
a filogenesi, ο indica lo sviluppo dell’ individuo vivente dalla sun primitiva
forma embrionaria allo stato adulto. Tale sviluppo non sarebbe altro, secondo
l’ Haeckel, che una ricapitolazione, una ripetizione abbreviata dello sviluppo
della specie, ciod della filogenesi. Cfr. Haeckel, I'problemi delV universo,
trad. it. 1904, p. 81 segg.; Vialleton, Un problème de l'évolution, 1908 (v.
embriologia). Ontologia (tv, ἔντος + ciò che è, ente). T. Ontologie: I.
Ontology; F. Ontologie. La scienza che studia 1’ essere come tale, P essere
considerato in sè stesso, indipenden-temente dai suoi modi di manifestarsi. Fu
detta anche ontosofia ο filosofia prima. Il Clauberg la definisce quale
soientia que contemplatur ens quatenus ens est, hoo est, in quantum communem
quamdam intelligitur habere naturam.... (qua) omnibua οἱ singulis entibus suo
modo inest. Cristiano Wolff, più brevemente, scientia entis in genere, seu
quatenus ens est ; suo cômpito è di dimostrare que entibus omnibus sive
absolute, sito eub data quadam conatitutione oonveniunt. Spesso ontologia è
sinonimo di metafisica, quando si considera 1’ essere in sè come principio di
tutte le cose; ma per 1’ Herbart, ad es., essa non costituisce che una delle
parti della metafisica, la quale ha il cömpito generale di liberare i concetti
dalle contraddizioni. Al nome ontologia il Galluppi vuol sostituito quello di
ideologia, perchè la stessa nozione di essere, nonchè quella di esistenza, di
possibilità, di sostanza, di attributo, ecc., sono idee essenziali dello
spirito umano, delle quali si deve esaminare l’origine e il valore, per vedere
con qual diritto noi affermiamo la loro oggettivit «L'ideologia dunque non è
che l’ontologia ragionata e filosofica. È un'ontologia foggiata sopra una base
solida ». Al 791 ONT tri filosofi
soppressero l’ontologia, incorporandola nella teologia, altri ancora ridussero
la prima alla seconda. Il Rosmini, opponendosi ad entrambi, ne distingue i
domini, definendo l’ontologia la teoria dell’ essere comune, oppure la teoria
dell’ essere in tutta l'ampiezza della sua possibilità, e la teologia la teoria
dell’ essere proprio, cioè Dio stesso. Egli formula il problema ontologico in
questi cinque modi: trovare la conciliazione delle manifestazioni dell’ ente
col concetto dell’ ente ; trovare una ragione sufficiente delle diverse
manifestazioni dell’ente; trovare la equazione tra la cognizione intuitiva e
quella di predicazione; conciliare le antinomie che appariscono nel pensiero
umano: che cosa sia ente e che cosa sia non ente. L’ontologis, secondo lo
stesso filosofo, precede la cosmologia, che è la scienza dell’ ente finito, il
quale è possibile soltanto dopo la conoscenza dell’ essere in universale,
oggetto della ontologia, e si distingue dall’ ideologia, che si riferisce pure
all’ essere, ma lo considera come pura ed assoluta idea, nella quale tutte le
altre si contengono. Cfr. Clauberg, Motaphysica, 1646, cap. I, 1-2; Cr. Wolff,
Philosophia prima sive ontologia, 1736, $ 1, 8; Baumgarten, Metaphysica, 1739;
$ 41; Galluppi, Lesioni di logica e metafisica, 1854, vol. III, p. 982 segg.;
Rosmini, Nuovo saggio aull’origino delle idee, 1830, vol. II, p. 1 segg.; Id.,
Logica, 1853, $ 847 (v. essere, ente, assoluto, anoetico, possibile, filosofia,
metafisica, metodologia, eco.). Ontologico (argomento). Una delle prove a
priori dell'esistenza di Dio. Essa fu enuncista la prima volta da 8. Anselmo
d’Aosta in questo modo: quando lo stesso ateo pronuncia la parola Dio, se sa
quello che dice deve avere il concetto di nn essere del quale îl maggiore non
si può pensare (quo nihil maius cogitari potest); ma questo essere non sarebbe
tale, non sarebbe il massimo degli esseri, se fosse solamente pensato, se
mancasse di esistenza, poichè in tal caso noi potremmo pensarne un altro
esistente, ed ONT 792 esso sarebbe certo maggiore; dunque non si
può supporre che Dio non esista: « Se dunque codesto oggetto al disopra del
quale non ο) ὃ nulla, fosse solamente nell’ intelligenza, sarebbe tuttavia
tale, che avrebbe qualche cosa al di sopra di lui; conclusione che non potrebbe
essore legittima. Esiste dunque certamente un essere al di sopra del quale non
si può nulla imaginare, πὸ nel pensiero, nd nella realtà ». Descartes diede più
tardi un’evidenza matematica a questo argomento, partendo dalla nozione che
abbiamo di un Essere perfetto: come nell’ idea di triangolo è conte nuta l’idea
che la somma dei suoi angoli valga due retti, così nell’ idea d’un essere
perfetto è contenuta l’idea di esistenza, essendo l’esistenza una perfezione.
Spinoza prende l'argomento ontologico come base e proposizione iniziale del suo
sistema: Per oausam sui intelligo id, ouiue cssentia involvit existentiam, sive
id, ouius natura non potest concipi nisi eziatone. Deus sive substantia neosssario existit,
perchè posso existere potentia est; quindi de nullius rei exiatentia entis
absolute infiniti seu perfeoti, hoo est Dei. Infine il Leibnitz formulò
l'argomento così: Dio è per definizione Vessere necessario; ora l'essere
necessario esiste perchè il suo concetto racchiude necessariamente 1’ esistenza
; dunque Dio esiste. Infine l’ argomento ontologico fu criticato da Kant, il
quale, pur riconoscendolo il migliore di tutti, negò ad esso qualsiasi valore
oggettivo. L'esistenza, dice Kant, non fa parte del contenuto del pensiero, ma
bens? lo controlla © lo necessita; il possibile non contiene nulla più del
reale, e cento talleri reali nulla più di cento talleri possibili, hundert
wirkliche Thaler enthalten nicht das Mindesto mehr als hundert mögliche; se jo
penso un essere come la massima realtà, rimane pur sempre da chiedere se esso
esista 0 no: « Il concetto di un essere supremo, conchiude Kant, è un’ ides
utilissima per molti riguardi; ma appunto perchò non è che un'idea, è del tutto
incapace di estendere da sola la nostra conoscenza per rapporto a ciò che
esiste.... Codesta prova ontologica tanto vantats, che pretende dimostrare per
via di concetti l’esistenza di un essere supremo, perde dunque tutta la sua
fatica, e non si diventerà più ricchi in conoscenze con delle semplici idee, di
quello che diventerebbe ricco in denaro un mercante se, nel pensiero
d’aumentare la sua fortuna, aggiungesse alcuni zero al suo libro di cassa ».
Cfr. 8. Anselmo, Proslog., 2, 3; Cartesio, Medit., V; Spinoza, Ethica, 1. 1
def. I, teor. XI, scol. ; Leibnitz, Mém. de Trévour, 1701; Kant, Krit. d. rei. Vern., ed. Kehrbach, p. 468-475; C. Guastella,
Filosofia della metafisica, 1905, vol. I, app. al cap. VI, $ 6 (v. gli
argomenti cosmologico, fisico, ideologico, morale, storico). Ontologismo. T.
Ontologismus ; I. Ontologiem; F. Ontologisme. Non deve confondersi con
ontologia, che ha un significato più generale. Designa talvolta quella scuola
filosotica, che vuol far precedere l'ordine reale all’ ordine psicologico delle
conoscenze, ossia che i metodi e i principt della filosofia vuole siano cercati
nell’ oggetto ο non nel soggetto. Ma più comunemente il vocabolo è adoperato a
denominare la filosofia del Gioberti, che, opponendosi allo psioologismo
iniziato da Cartesio e continuato dalla filosofia moderna, sostiene che noi
dobbiamo cominciare con la suprema ed obbiettiva intuizione della mente: Ens
oreat existentias ; il prendere come punto di partenza |’ esame della coscienza
ο dei processi del conoscere, trasporta la filosofia al di là della sua sfera e
conduce logicamente al sensismo, al protestantismo, all’ ateismo, Cfr.
UeberwegHeinze, Grund. d. Gesch. d. Phil., 83 ed., II, p. 328; Cournot, Essai
sur les fond. de nos conn., 1851, t. I, p. 307; Gioberti, Introduzione allo
studio della filosofia, 1850, t. I, p. 272 segg. (v. ente, psicologismo).
Ontosofia. Sinonimo poco usato di ontologia. Opinare. T. Meinen, Vermuthen; I.
To opine; F. Opiner. Consiste nel ritenere per vero ciò che si presume soltanto
Orr 794
probabile, cid di cui non si possiedono le ragioni per essere
perfettamente certi. È quindi un atto soggettivo, che si distingue dal sapere,
che consiste nella certezza di una verità o di un ordine di verità, basste
sulla ragione o sulla esperienza; © dal credere, che consiste nell'accettare
come vero ciò che è indimostrato ο ciò che l’ autorità altrui ci impone di
considerare come vero. Quindi si hanno due forme del credere: quella
scientifica, in cui l’indimostrabilità di un dato proviene dall’ essere esso
fondamento di ogni dimostrazione (assiomi, postulati), e quella religiosa, in
cui il dato manos di ogni prova e non si accetta che per l'autorità altrni. E
falso dunque voler porre questa seconda come base della prima (v. critica,
dubbio, fede). Opinione. Gr. Δόξα; Lat. Opinio; T. Meinung; I. Opimion; F.
Opinion. Non bisogna confonderla con la conoscenza, con la oredenza, con la
conrinsione. La conoscenza è determinata da motivi sufficienti; la credenza da
motivi insufficienti, che però non tolgono la persuasione di possedere la
verità; la convinzione è una credenza spiccatamente tenace e sicura; l'opinione
infine non è che una credenza incompleta, in quanto si fonda su motivi che sono
insufficienti e si riconoscono come tali. « L’ opinione, dice Kant, è il fatto
di ritenere qualche cosa come vero, con la coscienza d’ una insufficienza
soggettiva e obbiettiva di tale giudizio ». Già prima Cicerone l’ aveva
definita imbecillam assensionem, 8. Bonaventura assenzio anime generata ex
rationibus probabilibue, ο Cristiano Wolff propositio inaufficienter probata.
L'antica sofistica aveva ridotto ogni pensiero ad opinione; se la verità è
l'opinione individuale, ogni cosa prende norma e valore dal soggetto; da ciò il
detto di Protagora: « l’uomo è la misura di tutte le cose ». A codesto
scetticismo 6’ oppose da prima Socrate, che foce consistere il vero sapere non
nell’ opinione, ma nel conoscere i concetti delle cose; poscia Platone, che,
mantenendo il divario tra l'opinione (δόξα) che deriva dai sensi 1795
OPP-ORD € la cognizione (ἐπιστήμη) che è data dai concetti, feco
corrispondere all’ opinione i fenomeni mutevoli, ai concetti ciò che v' ha di
costante nell’ avvicendarsi dei fenomeni, cioè la realtà, 1’ essenza, l’ Idea.
Cfr. Platone, Zepubl., V, 477 B, 478 B, Meno 97 E; Aristotele, Met., VII, 15,
1039 b, 33; Cicerone, Tusc. disp., IV, 7; 8. Bonaventura, In lib. sontent., 3,
d. 24, art. 2, 2; Cr. Wolff, Philosophia rationalis, 1732, $ 602; Kant, Krit.
d. r. Vern., A 822, B 850 (v. antropometrismo, concetto). Opposizione. T.
Gegensatz, Gegensetzung, Opposition; I. Opposition; F. Opposition. Una delle
tre specie principali di relazioni immediate tra le proposizioni ; essa ha
luogo tra le proposizioni identiche di contenuto, ma diverse di qualità, o
diverse di qualità e modalità insieme, potendo essere identica ο diversa la
quantità. L'opposizione può essere contraria, contradditoria ο suboontraria.
Sono opposte contrarie le proposizioni universali d’identico contenuto ma di
qualità opposta, e le proposizioni apodittica negativa e apodittica
affermativa. Sono opposte subcontrarie le proposizioni particolari d’identico
contenuto e di qualità opposta, e ngualmente le problematiche affermative e le
problematiche negative. Sono opposte contradditorie quelle d’identico contenuto
ma diverse di qualità e quantità, e ugualmente l’apodittica negativa e la
problematica negativa, Si dicono infine opposte subalterne le proposizioni d’
identico contenuto e qualità ma di diversa quantità, e ugualmente le
apodittiche e le problematiche della stessa qualità e contenuto. Cfr. Ueberweg,
System d. Logik, 1874, $ 97; Masci, Logica, 1899, p. 201 segg. (v.
contrappoxizione, conversione). Ordine, T. Oränung; I. Order ; F. Ordre. Una delle
idee fondamentali della intelligenza. Si pnd definire come la nozione o la
comprensione d'una coerenza qualsiasi, fondata sopra un rapporto quantitativo,
qualitativo, meccanico o teleologico. Il
Cournot ha distinto I’ ordine logico dall'ordine razionale: il primo consiste
nell’ incatenare i ORG 796 fatti secondo I’ ordine lineare, che è quello
del discorso; il secondo nel mettere in luce la relazione secondo la quale i
fatti, le leggi e i rapporti, oggetto della nostra conoscenza, si concatenano e
procedono gli uni dagli altri. Nella
logica matematica l’ ordine seriale è l’ esistenza tra più termini d’ una
relazione transitiva asimmetrica.
L’ordine della natura è l’ insieme delle ripetizioni manifestate sotto
forma di tipi o di leggi dagli oggetti percepiti. 1) ordine sociale è l'insieme delle regole
alle quali i cittadini debbono conformarsi, e la sottomissione dei citta dini a
codeste regole. I giuristi distinguono l’ordine giuridico dall’ ordine
pubblico, considerando questo come un fine rispetto al quale il primo è un
mezzo; mentre, infatti, l'ordine giuridico è un sistema di condizioni che non
possono non esistere in ogni società, l'ordine pubblico è un bene, che si
ottiene © si mantiene solo a patto di osservare certe determinate condizioni, è
quello stato di cose che rappresenta la normalità della vita collettiva di una
determinata società. Cfr. Cournot, Essai sur le fond. de n. connais., 1851, $ 17, 24, 247; L.
Couturat, Les principes des mathématiques, cap. II; Bergson, L’évolution
oréatrice, 1912, cap. III, Le désordre et les deux ordres; A. Levi, La société
et l'ordre juridique, 1911; Ardigd, Opere fil., I, 88-91; II, 263-265, 269-277.
.L’organicismo è il sistema o
dottrina che spiega i fatti della vita, della sensibilità ο del pensiero come pure
funzioni organiche, senza ammettere l'intervento nd del principio spirituale,
nè del principio vitale. Gli organicisti non riconoscono che l’esistenza della
materia organizzata, provvista però di forze e proprietà che non esistono negli
esseri inorganici; ogni organo è animato da una forza particolare che,
componendosi con tutte le forze simili, mantiene la vita totale: la vita è U’
insieme delle forze che resistono alla morte, dice il Bichat. Questa dottrina
ebbe ed ha illustri 1797 ORG sostenitori, fra oni it Bichat, Robin,
Broussais © Claudio Bernard. Nella
sociologia dicesi organicismo la dottrina secondo la quale le società sono
organismi analoghi agli esseri viventi, e la sociologia un ramo della biologia.
Platone ο Aristotele tra gli antichi, Spinoza, Herder, Schelling ed altri
filosofi della storia, raffigurarono la società come « an corpo vivente »
sottoposto alle leggi indeclinabili della nascita, della crescita e della
morte; il Comte e lo Spencer cercarono di dare una consistenza scientifica a
codesto concetto, determinando le analogie e le somiglianze tra l’organismo
individuale e quello sociale; lo Schüfie spinse l’analisi ancora più in là, e
trattò addirittura della anatomia, fisiologia, psicologia, patologia e terapia
del corpo sociale. Cfr. Snisset, Recherches nouvelles sur l’dme, « Rev. d.
denx-mondes », 15 agosto 1862; Espinas, Les sooistés animales, 1878, Introd. ;
Comte, Cours de phil. pos., 1877, t. IV, p. 172 segg.; Schüfle, ita ο struttura
del corpo sociale, « Biblioteca degli economisti », serie IIT, vol. VII; A.
Rey, La philosophie moderne, 1908, p. 177-78; Novicow, Les castes et la
sociologie biologique, « Rev. philos. », 1900, II, 373 segg.; Bouglé, Le proods
de la sociologia biologique, Ibid., 1901, Il (v. anima, materialismo, moniemo,
paralloliamo, ritalirmo, meccanismo, organico). Organico. T. Organisch,
Organisirt; I. Organio; F. Organique. Tutto ciò che appartiene all’ organismo;
si oppone 3 inorganico, psichico, intellettuale, eco. Ad es., una malattia
mentale presenta delle alterazioni organiche, come l’atrofia d’un organo o la
distribuzione d’un tessuto, e dei fenomeni psichici corrispondenti, come le
idee deliranti, le alIneinazioni, 900, Il concetto di organico si contrappone a
quello di inorganico: infatti, sebbene i corpi inorganici e gli organici siano
soggetti alle stesse leggi generali della materia, tuttavia gli elementi
costitutivi dei primi o sono mescolati meceanicamente 0 entrano in combinazioni
chimiche binarie, i secondi contengono principalmente comORG 798 binazioni ternarie e quaternarie con carbonio;
le particelle ultime dei primi si attengono reciprocamente sia per forza di
attrazione che per affinità chimica, quelle dei secondi sembrano invece
combinate, sostenute, elaborate, consumate, trasformate da un agente di natura
diversa di quelle inorganiche, agenti che alcuni chiamano forza organica o
vitale, pure considerandola come un semplice concetto astratto, ipotetico e
provvisorio. Organico si distingue infine da organizzato 9 da aggregato: sono
organiche tutte le sostanze prodotte dalla vita di qualche organismo e che non
esistono nel mondo inorganico (linfa, albumins, proteina, siero del sangue,
ecc.); tuttavia possono essere omogenee, indivisibili, giacenti 1’ una accanto
all’ altra, cioò non organizzate ο amorfe. I muscoli, i nervi, le glandole sono
invece sostanze organiche e organizzate insieme, perchè in essi si ha la
riunione di sostanze eterogenee in un tutto, la cui ragione sta in un tipo
razionale. Infine, le particelle aggregate di un corpo inorganico esistono
semplicemente le une accanto alle altre, senza cercare di riunirsi a vicenda, ©
senza cessare d’ essere quello che sono se separate. Cfr. Cournot, Essai sur le
fond. de nos connaissances, 1851, t. I, p. 269 segg.; Eucken, Geistige Strömungen
der Gegenwart, 1909, sez. B, $ 2 (v. fisiologia, generazione, cellulari teorie,
duodinamismo, meccanismo, organioismo, vita, vitaliemo). Organo. T. Organ,
Werkzeug ; I. Organ; F. Organe. Una doterminata unione di tessuti per una
determinata funzione, della quale sono strumento; la riunione di tessuti uguali
per una funzione più elevata costituisce il sistema: così si ha il teseuto
nervoso, degli organi nervosi (es. il cervello) e il sistema nervoso. Quando un
organo è formato di un solo tessuto dicesi semplice (es. alcune glandole)
quando di più tessuti composto (es. il fegato). La riunione di tutti gli organi
in un tutto, capace di vita, dicesi organismo; ora, nessun organo ha in sò la
ragione della propria esistenza, ma la trae dal tutto al quale appartiene, 799
ORI perciò il fine ultimo dell’ organo non è la sussistenza propria, ma
quella di concorrere al mantenimento dell’ intero organismo. Nella logica il termine organo o organum
significa trattato di logica. Gli antichi commentatori diedero questo nome ai
libri logici d’Aristotele, intendendo con ciò di significare che la logica è lo
strumento (ὄργανον = stromento) per la ricerca della verità. Bacone intitolò la
propris opera principale Novum Organon appunto per signiticare che egli vuol
contrapporre una nuova logica a quella aristotelica; oggetto di questa nuova
logica è, come dice il sottotitolo, I’ interpretazione della natura ossia del
regno dell’uomo (de interpretations naturae, sive de regno hominis). Kant
distinse l'organo, ossia il metodo di ogni disciplina in particolare, dai
canoni del pensiero in generale. Cfr. Kant, Krit. d. rei. Vern., ed. Kehrbach, p. 43;
Fries, System der Logik, 1837, p. 13. Orientazione. T. Urientirung ; I. Orientation; F. Orientation. In
generale, la coscienza delle relazioni spaziali del nostro corpo con gli
oggetti che lo circondano, coscienza dovuta sia alle sensazioni visive, sia
alle tattili, muscolari, uditive, eco.
Dicesi senso della orientasione la coscienza che hanno molti animali e
alcune razze umane inferiori, della direzione da seguire per recarsi attraverso
luoghi sconosciuti ad un punto noto. Questo senso avrebbe sede nei canali
semicircolari dell’ orecchio, e funzionerebbe mediante avvertimenti dati dalla
differenza di pressione dell’ endolinfa contenuta nei canali stessi. Dicesi ilusione della orientasione quell’
anomalia della coscienza normale della direzione, che consiste nel mutarsi dei
punti dello spazio circondante il soggetto, in modo da esser cambiato tutto il
suo ambiente fisico, ma senza che sia alterata la nozione dei rapporti spaziali
degli oggetti gli uni rispetto agli altri. Cfr. Cyon, Recherches sur len
fonct. des oanaux »emioiroulaires, 1878; Peychol. Rer., 1897, IV, 341, 463;
Hüfiding, Esquisse d’une paychologie, 1900, p. 256 ORI-ORO 800
segg.; Grasset, Les maladies do l'orientation et de Vequilibre, 1902. Origine. T. Ursprung; 1. Origin; F. Origine. In
generale cominciamento, prima manifestazione d’ un fatto, qualche cosa che 6’
inizia nel tempo; talvolta però significa la ragion d’ essere di un
avvenimento, il fatto elementare che ne spiega un altro. Tra i problemi
tradizionali riguardanti l'origine sono da ricordarsi i seguenti: Problema
dell’ ori gine delle idee: sono esse un prodotto di esperienza sensibile ο, le
fondamentali almeno, fanno parte della costituzione stessa del nostro spirito
e, in quanto tali, esistono a priori? Problema dell'origine della oosoiensa: è
essa un attributo dello spirito, o una proprietà dell’ organizzazione evolntiva
della materia organizzata, o la concentrazione d'una coscienza diffusa in tutto
l’ universo? Problema del. l'origine del male: se Dio esiste, donde ha origine
il male? Problema dell'origine della vita: è la vita il prodotto del semplice
gioco di reazioni fisico-chimiche, o di un principio che ha natura e leggi
proprie, diverse da quelle meocaniche? Problema dell'origine della specie: le
specie viventi, animali ο vegetali, furono prodotte tali e quali da una
creazione, e restano immutabili, ο ei trasformano in modo che rin’ unica specie
sia passata storicamente dalle une alle altre? (v. idea, oosoiensa, male, vita,
specie, innatismo, empiriemo, 600.). Orismologia (ὡρισμός definizione). Trattato intorno ai vocaboli
tecnici e alle espressioni proprie d’una data scienza ο arte. È sinonimo di
terminologia. Orottero. La linea o il punto che congiunge i punti dello spazio
che fanno imagine su punti identici delle due retine, in una data posizione
dell’ occhio. L’ esistenza dei punti identici si ammette per spiegare la
visione semplice degli oggetti, benchè le loro immagini si formino su ambedue
le retine, ed è provata dal fatto che, se si sposta l'occhio con un dito mentre
si guarda un oggetto, l’og 801 Osc-0ss
getto è visto doppio. L’ orottero varia perciò a seconda della posizione degli
occhi: così quando gli assi visuali si trovano sul piano orizzontale e sono
convergenti, 1’ orottero è rappresentato da un circolo che passa per il punto
fissato e i due centri ottici; quando invece gli assi visuali si trovano nel
piano orizzontale e sono fra di loro paralleli (come allorchè si guarda il
lontano orizzonte) l’orottero è rappresentato dal piano che passa per i
medesimi. Cfr. Tschering, Optique physiologique, 1898 (v. binoowlare, campo,
emianopsia, diplopia). Oscuro. T. Dunkel; I. Obscure; F. Obsour. Nel linguaggio
cartesiano oscuro si oppone a chiaro e si distingue da confuso: un’ idea è
oscura quando per essa non riusciamo a differenziare un oggetto dagli altri, è
confusa quando per ossa differenziamo un oggetto dagli altri, ma non abbiamo la
conoscenza degli elementi di ouf è composto. « Dico che una idea è chiara,
scrive il Leibnitz, quando è sufficiente a distinguere la cosa e riconoscerla;
così, se avrò un’ idea ben chiara di un colore, non mi avverrà di prendere un
altro colore per quello che cerco, e, se avrò l’idea chiara di una pianta, la
discernerò dalle piante consimili; e, se ciò non è, l’idea è oscura ». Gli scolastici designavano con l’espressione
obscurum per obscurius quella forma di petizione di principio, che consiste nel
dimostrare ciò che è oscuro per sè con ciò che è ancora più oscuro. Cfr. Leibnitz, Nouveaux
essais, 1704, 1. II, cap. 29, $ 2; Peirce, Comment rendre nos idées olaires, «
Rev. philosoph. », genn. 1879.
Osservazione. T. Beobachtung; I. Observation ; F. Observation. È l'atto
mediante il quale lo spirito si applica a un fatto o a un insieme di fatti,
allo scopo di conoscerli e di spiegarli. Si distingue dallo sperimento in
quanto questo è attivo, perchè sperimentando si interviene nei fatti
producendoli o modificandoli, mentre |’ osservazione è passiva, in quanto
consiste nella semplice constatazione dei fatti; la distinzione però non è
assoluta. Si diversifica anche dal51
Raxzorı, Dizion. di acienze filosofiche. Oss 802
l’attensione, perchè mentre in questa può mancare in quella è essenziale
il desiderio di una esplicazione ulteriore del fatto osservato. Si distinguono due forme d’osservazione: la
comune, abbandonata all'esercizio degli organi di senso individuali, © la
metodica, assistita da speciali mozzi che ne accrescono la portata, integrata
da ragionamenti che ne svolgono il valore, conformata a regole costanti per la
scelta degli oggetti e delle condizioni opportune d’ esame, controllata dai
risultati ottenuti da diversi osservatori.
L'osservazione può anche essere esterna e interiore © psicologica.
L'osservazione esterna è la base delle scienze fisiche ο naturali, ed è
essenziale in alcune di esse, come ad es., nell’ astronomia. L'osservazione
esterna deve essere metodica, cioè procedere regolarmente da nA oggetto
all’altro, precisa ciod fare un giusto calcolo della quantità dei fatti, esatta
ciod nulla trascurare. L'osservazione interiore © introspezione fu adoperata
nello studio dei fenomeni psichiei, primamente dalla sonola scozzese, indi
dagli eclettici francesi ο dagli associazionisti inglesi, ma fa combattuta da
A. Comte, il quale sostenne essere assurdo che si possa nello stesso tempo
essere il soggetto osservante e l'oggetto osservato. Con ciò il Comte veniva a
negare la possibilità di ogni conoscenza dello spirito per mezzo della
coscienza. Tuttavia codesta conoscenza à un fatto d’esperienza comune, ed oggi
il metodo introspettivo, aiutato fin dove è possibile dall’ esterno, è ancora
il metodo proprio della psicologia. Cfr. Senebier, L'art d'observer, 1802; Ribot,
Contemporary english psychology, 1873, p. 84, 323; Sully, Outlines of
peyohology, 2° ed. 1885, p. 6, 7; C. Bernard, Introd. à V étude de la med.
ezpor., 1865, 1. I, cap. 1; Masci, Logica, 1899, p. 402 segg.; A. Padon,
Legittimità € importanza del metodo introspettivo, « Riv. di filosofia »,
aprile 1913 (v. introspezione, riflessione, psicologia). Ossessione. T.
Besessenheit; I. Obsession; F. Obsession. La presenza nello spirito di una
rappresentazione, o d’una 803 Orr associazione d'idee, che la volontà non
riesce ad allontanare se non momentaneamente, che impedisce agli stati
antagonistici di presentarsi e intorno alla quale vengono a raccogliersi tutte
le associazioni. Si verifica spesso nella malinconia religiosa, caratterizzata
da un delirio di onsessione o di possessione, in cui l'individuo si sente
circondato da demoni o tutt’ nno con essi. Secondo il Régis e il Tamburini
tutte le varietà di ossessione si riferiscono ad un disturbo della volontà e si
possono raccogliere in due gruppi: 1° ossessioni impuleive, in cui la volontà è
lesa nella sua forza di arresto; 2° ossessioni abuliche, in oui la volontà è
less nella sua energia generale di attività. Cfr. Pitres et Régis, Les
obsessions οἱ les impulsions, 1902; Raymond et
Janet, Les obsessions αἱ la peychasthénio, 1903;
Régis, Manuel de méd. ment., 3" ed., p. 257-296; Tamburini, Riv. aper. di
Fren., IX, 1883, p. 74 ο 297; Pierre Janet,
Névroses οἱ idées fixes, 2* ed. 1904, cap. I. ο Ottimismo. T. Optimismus; I. Optimiem ; F.
Optimieme. Vocabolo usato per la prima volta dai padri gesuiti di Trevoux nel
render conto della teodicea del Leibnitz, e reso più tardi popolare dal
Voltaire col suo Candide ou Poptimismo (1758). Vi ha un ottimismo naturale © un
ottimismo filosofico. Il primo si può definire come là disposizione, quasi
sempre innata, dovuta allo stesso temperamento, a cogliere il lato buono delle
cose, a giudicare benevolmente degli uomini e degli avvenimenti. Il secondo,
che ha forse le sue intime radici nel primo, è la dottrina secondo la quale sull'universo
tutto va per il meglio e noi viviamo nel migliore dei mondi possibili. Esso ha
una data relativamente recente nella storia del pensiero, ed è più che altro
una dottrina teologica e metafisica; esso infatti consiste nello scagionare la
divinità, creatrico del mondo, dell’esistenza del male nel mondo e nel
dimostrare Ja necessità del male medesimo. Noi troviamo accennato, è vero, il
problema dell’ottimismo in alcuni filosofi antichi e Orr 804
dell’ eta di mezzo. Così, già Platone insegnava che il Demiurgo non ha
potuto creare che ciò che è più bello e più buono; Plotino che il male e il
dolore non sono che specie negativo e conducono ancor meglio al bene; 8.
Clemente che il male è solo azione, non sostanza (οὐσία), e che il mondo quale
Dio l’ha creato è perciò originariamente buono; 8. Agostino che in quantum est,
quidquid est, bonum est. Ma una trattazione compiuta del problema sotto tutti i
suoi aspetti, nelle sue relazioni con l’idea di Dio, di Grazia e di Provvidenza
divina ο di libertà umana non si ha che col Leibnitz. Secondo il filosofo
tedesco, la continuità e l'armonia che si osservano nel mondo sono prestabilite
da Dio, il quale, nell’ opera sua creativa, non ha agito a caso, ma ha scelto
tra le creature possibili quelle che corrispondevano meglio al suo fine: «
Dalla perfezione suprema di Dio consegue che, producendo l'universo, egli ha
scelto il miglior piano possibile, nel quale esista la più grande varietà col
più grande ordine; il terreno, il luogo e il tempo meglio governati; il maggior
effetto prodotto coi mezzi più semplici; la maggior potenza, la maggior
conoscenza, la maggior felicità e bontà nelle creatare che l'universo potesse
comportare. Poichè tatti i possibili pretendendo all'esistenza nell’ intelletto
divino, in proporzione delle loro perfezioni, il risultato di queste pretese
deve essere il mondo attuale il più perfetto che sia possibile. E senza di ciò
non sarebbe possibile spiegare perchè le cose siano avvenute così piuttostochè
altrimenti ». Ma se Dio ha scelto il miglior mondo possibile, perchè esiste il
male? Il male, risponde il Leibnitz, può essere metafisico, fisico o morale. Il
male metafisico è la limitazione, che non può non esistere perchè ogni monade
creata deve averla. Il male fisico è il dolore, che è pure necessario perchè
senza di esso non csisterebbe il piacere; infatti il dolore nasce dallo sforzo
per passare da uno stato all’altro, e senza questo sforzo non ci sarebbe azione
© quindi nemmeno piacere, 805 Orr-P che consiste appunto nella coscienza
dell’ azione. Infine il male morale è il peccato, ed è esso pure una condizione
indispensabile: il peccato nasco da una rappresentazione oscura; dalla
rappresentazione oscura si sviluppa la conoscenza chiara, la quale è la
condizione prima della morslità; dunque, senza il peccato non esisterebbe la
moralità, e quindi neanche il bene. Così Dio è pienamente giustificato. Oggi il
problema dell’ottimismo ο del pessimismo ha perduto il suo primitivo
significato: si è infatti riconosciuto che il bene e il male, il piacere e il
dolore sono condizioni necessarie l'uno dell’ altro; che il dolore ha un
officio biologico, in quanto ci avverte dell’alterazione degli organi, e ci è
di stimolo al perfezionamento fisico e morale. Ad ogni modo si pud dire che la
scienza moderna, essendo a base evoluzionistica, ammettendo οἱοὸ un
perfezionamento indefinito della specie e della società, è essenzialmente
ottimistica. Cfr. Platone, Zimeo, 30 A; Plotino, Enn., III, 2, 5; 8. Clemente,
Strom., IV, 13, 605; 8. Agostino, De vera relig., 21; Id., Confess., VI, 12;
Leibnitz, Prinoipes de la nat. et de la grâce, 1879; Id., Theodioea, 1710, $
416; I. Duboc, Der Uptimiemus ala Weltanschauung, 1881;Sully, Pessimism, 1877,
p. 399 segg. (v. dolore, piacere, migliorismo, pereimiemo, bene, male, armonia,
teodicea). P. Nei versi mnemonici delle tre ultime figure del sillogismo
categorico, questa lettera indica che la riduzione al modo della prima figura
deve essere fatta mediante conversione per accidente di una delle due premesse
o della conolusione ; ad es.: Darapti della terza figura si converte nel Darii
della prima mediante la conversione per accidente della minore. La stessa
lettera si usa nello espressioni simboliche delle proposizioni per indicare il
predicato, e nelle espressioni simboliche del sillogismo per PAG-PAL 806
indicare il termine maggiore, che nella conclusione fa appunto da
predicato (v. figura, modo, termini, sillogismo). Paganesimo. T. Paganismus; I.
Paganism; F. Paganisme. Termine generico per indicare tutte le religi teriori al
cristianesimo, o diverse dal cristianesimo, fatta eocezione però del giudaismo
e dell’ islamismo. Esso ebbe origine nei primi secoli del cristianesimo, per il
fatto che il politeismo romano conservava i suoi più tenaci difensori tra gli
abitanti delle campagne. Ancor oggi il termine è usato spesso in senso
dispregiativo, applicandosi a tutte le forme più basse della religiosità,
Paleontologia. T. Palsontologie; I. Paleontology; F. Paléontologie. La scienza
dei fossili. Essa ha origini recenti, da quando cioè col Convier e col Lamarck,
si cominciò a riconoscere che le impronte e le reliquie di animali © vegetali
estinti conservateci in stato pietrificato sono veri e propri documenti per la
storia degli organismi: essi infatti ci dànno notizia della forma ο della
struttura di piante e di animali, che sono gli antenati o i precursori degli
organismi ora viventi, oppure linee laterali estinte. Prima invece s'era
creduto che le pietrificazioni di piante ο di animali non fossero che scherzi
di natura (ludus naturae) o prodotto di uno sforzo creativo (vis plastica), «ο
modelli inorganici di cui si servì il Creatore prima di creare gli esseri
organici. Cfr. K. A. Zittel, Geschichte d. Paläontologie, 1899 (v. cosmogonia,
geologia). Palingenesi. Gr. πάλιν = di nuovo, γένεσις = generazione; T.
Palingenese; I. Palingenesis; F. Palingenèse. E vocabolo proprio della
filosofia religiosa e vale rinascimento, rigenerazione. Si applica tanto
all'individuo, come all’umanità e all'universo. L'idea della palingenesi si
trova nel fondo di quasi tutte le religioni filosofiche. Così nel bramanismo il
mondo passa attraverso continue alternative di creazione e di distruzione,
corrispondenti alla veglia ¢ al sonno di Brahma; in esso Vichnou rappresenta il
prin 807 Par cipio della palingenesi
universale, in quanto interviene in certe epoche per salvare il mondo da Civa,
principio della distruzione: « Mentre Brahma veglia il mondo vive e si muove;
ma quando il Dio dorme, quando il suo spirito è in riposo, l’ universo
svanisce; tutti gli esseri cadono nell’inersia; essi sono dissolti nell’ anima
suprema, perchè colui che è la vita di tutto l'essere sonnecchia dolcemente,
privato della sua energia. Così, passando a volta a volta dal sonno alla veglia
e dalla veglia sl sonno, esso fa nascere costantemente alla vita tutto ciò che
ha il movimento ο tutto ciò che non l’ha; poi esso lo annienta e rimane
immobile ». Nel cristianesimo l’ umanità risorge dalla sua caduta per opera di
Gesù Cristo, © risorgerà tutta intera alla fine dei tempi, sotto nuovi cieli e
in una nuova terra; nelle antiche religioni orientali, il male fa discendere
l’nomo, dopo morto, nel corpo di nn animale irragionevole, mentre il bene può
farlo in seguito salire nelle sfere luminose della felicità. L’ idea della
palingenesi si trova anche nel sistema di Pitagora e più in quello degli
Stoici: « L'anima razionale, dice Marco Aurelio, vaga sull’ali della
speonlazione per l’ universo intero, comprende e vede che nulla di nuovo
vedranno quelli che verranno dopo di noi e che nulla di nuovo videro mai i
nostri maggiori, ma bensì che in un certo qual modo chi è giunto alla età di
cinquant’anni, per poco ingegno che abbia, può dire di avere già visto tutte le
cose passate e future, poichè esse saranno della medesima sorte ». Nei tempi moderni,
Scho. penhauer ha sostenuto la rinascita degli stessi individui nell’ umanità.
In Federico Nietzsche la palingenesi eterna costituisce ad un tempo la base e
il coronamento della filosofia del superuomo, la grande idea che Zarathoustra
annuncia da prima ai discepoli raccolti intorno a lui davanti alla caverna
della montagna, e che poi rivela alle masse convocate in festa: « Tutti gli
stati che questo mondo può raggiungere, esso li ha già raggiunti, e. non
Par-Pa 808 solamente una volta, ma un numero infinito di
volte ». Alcuni scienziati moderni, ispirandosi al principio fonda mentale
della termodinamica, concepiscono la storia dell'universo come un processo
ciclico di degradazioni ο di rigenerazioni della materia e dell’ energia,
processo nel quale le identiche fasi si ripeterebbero eternamente a distanze
immense di tempo: «Se i mondi muoiono, dice il Becquerel, è sempre per far
posto a dei nuovi mondi. Diventa così possibile all'evoluzione dell’ energia,
della materia, e dei mondi, di percorrere un ciclo perpetuo, un ciclo nel quale
noi non vediamo nè cominciamento nd fine ». Cfr. M. Aurelio, I ricordi, 1. XI, 1; Schopenhauer,
Die Welt als W. und Vorst., Reclam, suppl. VI, cap. LXI; Nietzsche, Werke, 1895-97,
VII, p. 80, XII, p.122; G. Beoquerel, L’évoIution de la matière et des mondes,
« Rev. scientifique», 25 nov. 1911; 8. Arrhönius, L'évolution des mondes, 1910,
p. 218, 223; G. Le Bon, L'évolution des forces, 1907, p. 99 segg.: ©. Ranzoli, Il caso nel pensiero e nella vita,
1913, p. 169-1 (v. anamnesi, metempsicosi, nirvana, palingenetici).
Palingenetici (caratteri). Fra i caratteri ereditari, alcuni sono dovuti alle
condizioni di sviluppo o all’adattamento all'ambiente esterno, che si
manifestano negli individui di una data specie; altri invece sono dovuti ad una
trasmissione abbreviata o semplificata, e partecipano delV intima
organizzazione dell'individuo e della specie: i primi si dicono cenogenetici, i
secondi palingenetici. La denominazione è stata proposta dall’ Haeckel. Cfr.
Haeckel, I problemi dell'universo, trad. it. 1902, p. 107, 193 (v. filogenesi,
variabilità). Pampsichismo. T. Panpeychismus; I. Panpsyohiem; F. Panpsychisme.
Ha due significati fondamentali. In senso stretto, è la dottrina filosofica
secondo la quale la coscienza o psiche non è proprietà dei soli organismi
superiori, ma è comune a tutta la materia. Fra i moderni, il principale
sostenitore di codesta dottrina è Ernesto Hae 809 Pam ckel, il quale considera ogni atomo
materiale come provvisto di un’anima costante: dalle combinazioni multiple di
questi atomi si formano le anime-molecole, e le anime dei protoplasma
molecolari, organiche, da cui risultano le anime-cellule ; per tal modo tutta
la natura è cosciente, sia l’organica che l’inorganica. Questa forma di
pampsichismo si riconnette all’ iloroismo dell’antica scuola ionica. In senso
largo, ma con significato polemico, si adopra come sinonimo di monismo
epiritualistion ο idealiemo realistico, 9 indica perciò tutti quei sistemi
filosofici che considerano la materia come un complesso di fenomeni psichici,
sppoggiandosi sia sopra il concetto della subbiettività delle qualità della
materia, sia sopra 1’ impossibilità di concepire il mondo se non per analogia
con noi stessi, cioè col nostro spirito. Così il Guastella definisce come
pampsichismo ogni sistema « che afferma che la materia non esiste, ma che tutto
è spirito; che ciò che ci apparisco come mondo materiale non è in sò stesso che
un mondo di esseri psichici; che non vi hanno in realtà particole di materia e
movimenti, ma in luogo di essi spiriti e fenomeni psichici ». Inteso in questo
senso, il pampsichismo ha lo stesso punto di partenza dell’ilozcismo, in quanto
entrambi identificano la forza fisica con la psichica; ma mentre questo fa
dello spirito una proprietà costante della materia, il pampsichismo aggiunge
che la materia è una apparenza, e il realo non è che lo spirito. Si distingue
anche dall’ idealismo soggettiro © dal fenomenismo, sppunto perchè, lasciando
agli oggetti materiali un’ esistenza indipendente, afferma che non sono
materiali che in apparenza, mentre in realtà non sono che spirito. Quests forma
di pampsichismo ha, a differenza della prima, un posto assai largo nella
metafisica moderna, sopra tutto nel periodo più recente, per la cresciuta
coscienza delle difficoltà del realiamo comune ; esso è ammesso da Leibnitz,
Schopenhauer, Maine de Biran, Rosmini, Gioberti (nella seconda forma della sua
filoPan 810 sofia), Lotze, Want, Clifford, Wallace,
Taine, eco. Cfr.
Haeckel, Naturliche Sohopfungageschiohte, 1889, p. 20 segg.; in C. r. del
Congrès de Phil. de Genève, 1904, C. A. Strong, Quelques considérations sur le
panpeychieme, Th. Flournoy, Le
panpsychisme ; Guastella, Filosofia della metafisica, 1905, t. I, p. 144 segg.
(v. coscienza, anima, monismo, peicologia cellulare). Panenteismo. Gr. x2v=
tutto, iv = in, θεός = Dio; T. Panentheismus; I. Panentheiem ; F. Panenthéieme.
Vocabolo creato dal Krause per denominare la propria dottrina, che cercava di
conciliare il teismo col panteismo. Per il Krause il mondo non è che lo
svolgimento dell’ ossenza divina impressa nelle ideo; ma queste idee sono
l’autointuizione dalla più alta personalità, in quanto l’essere di Dio non è
ragione indifferente, ma il principio personale del mondo. Al pari dello
Schelling, egli considera tali anche le forme del complesso sociale ο il
cammino della storia. Oggi il termine panentoiemo si adopera per indicare in
genere quelle forme di panteismo, in cui la sostanza divina è concepita come
avvolgente il mondo, che ne è contenuto. Cfr. Krause, System der Philosophie,
1828. Pangenosi. T. Pangenesis ; I. Pangeneris; F. Pangenèse. L'ipotesi con cui
il Darwin spiega la trasmissione ereditaria ο eredità dei caratteri. Da tutte
le cellule dell’ organismo vivente, che sono unità biologiche, si staccano dei
granuli minutissimi, detti gemule, le quali, per la loro affinità reciproca, si
riuniscono e si accumulano negli elementi sessuali. Codeste gemule, trasmesse
alle generazioni immediate, si sviluppano e si evolvono così da costituire le
cellule, i tessuti, gli organi, o, in una parola, i nuovi individui; in tal
caso si ha l’eredità immediata. Se invece le gemule rimangono latenti per un
corso più o meno lungo di generazioni, nascoste, a così dire, nelle profondità
degli organismi, sviluppandosi poi nelle generazioni venture, si ha l’eredità
atavica o atavismo. Cfr.
Darwin, 811 Pax Animals and Plants under Domestication,
1. II, cap. XXVII; W. K. Brooks, The law of heredity, 1883 (v. eredità,
endogenesi, porigenesi, panmizia, germiplasma). Panlogismo. T. Panlogismus ; I.
Panlogiem; F. Panlogisme. Appellativo
dato a quei sistemi filosofici, che identificano, come lo stoico e l’hegeliano,
il pensiero con l’essere, la ragione (λόγος) col tutto (πᾶν). Il vocabolo fu
creato da J. E. Erdmann per denominare appunto In dottrina di Hegel « che non
pone nulla di reale se non la ragione; all’ irrazionale non accords che una
esistenza transitoria, che si sopprime da sò stessa ». Cfr. Erdmann, Geschichte
d. nou. Philos., 1853, t. III, parte 2°, p. 858 (v. logos, noo, io, panteirmo).
Panteismo. T. Pantheismus; I. Pantheiem; F. Panthéime. Il termine panteisti fa
usato la prima volta da Toland nel 1705; il termine panteismo non si trova che
nel 1709, nel suo avversario Fay. Il panteismo è la dottrina filosofica che identifica
la divinità col mondo, e concepisce l'uno e il molteplice, il finito ο
l'infinito, la natura natarata ο la natura naturante come due aspetti
differenti ma inseparabili di un essere unico, dell’ essere divino. Però questa
identificazione di Dio col mondo sostenuta dal pantelsmo, non va intesa in
senso assoluto, come accade volgarmente. Il panteismo filosofico distingue Dio
dal mondo, in quanto il primo è uno, è il principio dell’ unità delV universo,
mentre il secondo è molteplice, è una totalità di elementi diversi; in altre
parole, quello è l'essenza, questo il fenomeno, quello l’ universale, questo la
collezione dei particolari. Della nozione volgare del panteismo scrisse Hegel:
« Comunemente si ha del panteismo questo concetto: che Dio sia tutte le cose,
il tutto, 1’ universo, codesta somma di tutte lo esistenze, codesta infinita
molteplicità delle cose finite, e si fa alla filosofia il: rimprovero di
affermare che ogni cosa è Dio, cioè 1’ infinita varietà delle cose singole, non
I’ universo in sò e per sè, ma le Pan
812 cose individuali nella loro
esistenza empirica, come esse sono immediatamente.... Ma questo fatto (ossia)
che una qualche religione abbia insegnato tale panteismo, è completamente
falso; non è mai capitato a nessun uomo di dire: tutto è Dio, cioè (Dio è) le
cose nella loro individualità e contingenza; tanto meno ciò è stato affermato
in qualche filosofia... Lo spinozismo stesso, come tale, © anche il panteismo
orientale, insegnano che in tutte lo cose il divino non è che I’ universale del
loro contenuto, l'essenza delle cose, ma in modo che questa essenza à
rappresentata come essenza determinata delle cose stesse >. Il panteismo si
distingue quindi tanto da quei sistemi che considerano la sostanza divina come
distinta dalla sostanza del mondo (ereasionismo, dualismo), quanto da quelli
che pongono una o più divinità personali (teismo, monoteismo, politeismo),
quanto infine da quelli che negano |’ esistenza della divinità (ateismo). Va
notato però che, storicamente, il panteismo si allea talvolta con qualcuna
delle dottrine ora nominate; così lo stoicismo, nella sua fase eclettica,
accoglie il politeismo della credenza popolare, ammettendo una schiera di
divinità inferiori, emananti dall’ unica forza divina universale, considerate
como organi intermedi e che, ciascuna nel proprio campo, rappresentavano la
forza vitale ο la provvidenza della ragione universale; e nel panteismo logico
di Scoto Eriugena, il mondo è Dio svoltosi nel particolare, con un processo
degradante di universalità logica, per cui da Dio procede anzitutto il mondo
intelligibile come Natura, che è creata © che crea, © il regno degli
universali, delle idee, che formano le forze attive nel mondo sensibile dei
fenomeni. Il panteismo assume due aspetti diversi: l’orientale, che immerge Dio
nel mondo e lo concepisce come riposo, come essere; l’occidentale, che im-
merge il mondo in Dio e lo concepisce come movimento, come processo. Si
distinguono ancora: il panteismo matertalistico, per il quale è la semplice
materia dell'universo, con 813 Pax le sue forze, la sua vita, il suo
pensiero come prodotto dell'organismo, che costituisce l’ Uno-Tutto, Dio; il
panteismo idealistico, che risolve ogni cosa, tempo, spazio, materia, forza,
divinità, in oreazioni dello spirito; il panteismo sostanzialistico, che
afferma l’esistenza di un potere spirituale operante nella forma materiale,
potere infinito ed eterno che è la ragione di tutto. Fra i più importanti sistemi
panteistici, sono da annoverarsi: 1° lo stoico, che considera 1’ universo come
un vasto organismo penetrato în tutti i sensi da una sostanza eterea finissima,
che è ad un tempo la ragione seminale da cui tutti gli esseri sono usciti, 1’
anima del mondo, la divinità; 2° l’alessandrino, secondo il quale Dio, che è
P’Ente primo e |’ Uno, genera la mente, da cui emana l’Anima universale, che a
sus volta produce le anime individue in lei contenute, e tutte le parvenze del
mondo materiale; 3° lo spinosiano, in cui il pensiero e l'estensione non sono
che due attributi di una sola sostanza infinita, Dio, cosicchè le anime e i
corpi, e ciascun fenomeno di quelle e di questi, non sono che modi di codesti
due infiniti attributi di Dio e ne esprimono in diversi aspetti l'essenza; 4°
l’Aegeliano, in cui l'assoluto, il tutto, la divinità, è l’Idea, che per un
processo di eterno divenire si sviluppa prima come potenza o germe, poi come
natura, infine come spirito cosciente. Cfr. Eucken, Geschichte d. philos.
Terminologie, 1879, p. 94; Hegel, Vorlesungen über die Philos. d. Religion,
1840, p. 94; C. E. Luthardt, The fundamental truths of Christianity, , p. 65;
R. I. Wilbeforce, The doctrine of the Holg Eucharist, 1853, p. 423; J. M. Cosh,
The intuitions of the mind, 1882, p. 449452; Jaesche, Der Pantheismus nach s.
Hauptformen, 1826; "Schuler, Der Pantheismus, 1884; F. Hoffmann, Theismus
und Pantheismus, 1861; C. Ranzoli, Il linguaggio dei filosofi, 1911, Ῥ. 155-174
(v. assoluto. panenteismo, emanazione, panlogiemo). Pantelismo s’adopera
talvolta per designare la dottrina di Schopenhauer, la quale considera la forza
come l’essenza dell’essere e identifica la forza stessa con la volontà; questa
volontà cosmica è da principio incosciente e cieca, ma obbiettivandosi via via
nelle gerarchie degli esseri sempre più perfetti, giunge infine alla piena coscienza
di ad, cioè all’uomo. Si può adunque dire che l’essere è un voler essere. « La
finalità, dice lo Schopenhauer, deriva essenzialmente dalla volontà, © poichè
la volontà è il fondo d’ogni essere vivente, poichè ogni corpo organizzato non
è che la volontà divenuta visibile, ne viene che codesta volontà è coestensiva
all’ essere stesso, gli è interiore, immanente. La nostra meraviglia alla vista
della perfezione infinita e alla finalità delle opere della natura, deriva da
ciò, che noi le consideriamo come consideriumo le nostre proprie opere.... Ma
le opere della natura sono invece una manifestazione immediata, e non mediata
della volontà. Qui la volontà agisce nella sua natura primitiva, senza
conoscenza; la volontà e l’opera non sono separate da alcuna rappresentazione
intermedia; esse sono una cosa sola ». Il Guyau propone di sostituire la parola
panteliemo a quella di feticiemo per designare quella fase psicologica della
evoluzione del sentimento religioso, in cui 1’ uomo concepisce il mondo come
una società simile alla sua, proiettando in esso la propria volontà ed
intenzioni. Cfr.
Schopenhauer, La rolonté dans la nature, trad. franc. 1836, p. 59; A. Guyau,
Z’irreligion de l'avenir, 1887; F. De Sarlo, Metafisica, scienza 6 moralità,
1898. Parabulia. Stato anormale
della volontà, che si verifica in alcune malattie mentali. Si distingue
dall’abulia perchè il volere non è totalmente abolito, ma incerto, vacillante,
imperfetto. Però alcuni psicopatologi preferiscono riunire sotto l’espressione
di parabulie ooatte tutte le anomalie del volere, distinguendole poi in due
gruppi: 1° parabulie coatte impulsive, costituite da impulsi irresistibili
contro i quali l’individuo sente la propria volontà impotente, e ai quali cede
spesso a malincuore (dipsomania, clep 815
Par tomanis, onomatomania, ecc.); 2° perabulia coatta inibitoria,
costituita dall’impossibilità di decidersi ad una azione volontaria ο ad
eseguirla, pur volendola interiormente ο mentalmente. Cfr. Kraft-Ebing, Lehrbuch d.
gerichtlichen ‚Psychologie, 83 ed., 1892; Ribot, Maladie de la personnalité, 2°
ed., cap. II Paradigma
(δείκνυµι mostrare). Si adopera talvolta
come sinonimo di arohetipo per designare le idee platoniche, esemplari o
modelli immutabili e perfetti di oui le cose singole non sono che imitazioni
imperfette e transitorie. Dicesi paradigma logico quella figura di cui si serve
la didattica per rappresentare in modo concreto e preciso un lavoro mentale,
così da averne una intuizione diretta altrimenti impossibile. Paradosso. Gr.
παρά contrario a; δόξα opinione; T. Paradoze, Paradozon ; I.
Paradox; Y. Paradoze. Un’ affermazione 0 una negazione recisa e di solito
indimostrata, che contrasta colla verosimiglianza, colle credenze del maggior
numero e col così detto senso comune. Il paradosso può quindi racchiudere una
verità; esso si distingue dal sofiema, che è un ragionamento falso rivestito
dei lenocini dell’arte col fine di farlo accettare come vero; e dal
paralogisma, che è un ragionamento involontariamente scorretto e che può anche
condurre ad una conclusione vera. Dicesi
paradosso del Cournot la dottrina del caso del Cournot, in quanto essa,
riducendo il caso ad un incontro ο coincidenza di serie causali non solidali
tra loro concilia la necessità © la libertà, il determinismo e la contingenza. Nella psicologia dicesi eccifamento paradosso
il fenomeno consistente in ciò che, in alcune zone della pelle, il contatto dei
punti pel freddo coll’ estremità di un cono metallico riscaldato, produce
sempre non dubbie sensazioni di freddo, che aumentano con l’elevarsi della
temperatura del cono al di sopra della temperatura media del corpo; paradosso
ottico di estensione il fatto che, se le due metà perPar 816
fettamente uguali d’una linea retta orizzontale sono divise da linee
angolari rivolte all’esterno nella prima metà della retta e all’interno nella
seconda metà della stessa, la prima metà sembra più lunga e la seconda più
breve. Cfr. Kiesow, Archiv fur ges. Payohol., 1906; Botti, R. Acc. delle
scienze di Torino, 1908-909; A. Pegrassi, Illusioni ottiche, 1904; P. Bellezza,
Dell’uso della voce « paradosso » specialmente nol linguaggio scientifico, «
Riv. rosminiana », V, 1912; Max Nordau, Paradossi, trad. it. 1913, Prefazione.
Parafasia o paralalia. Si distingue dall’ afasia in quanto la memoria motrice
della parola non è perduta completamente ma soltanto turbata, cosicchè
l'individuo, pur potendo parlare, adopera i vocaboli impropriamente,
pronunziando a stento e interrompendosi frequentemente. Cfr. Ch. Bastian, Le cerveau
organo de la pensée, 1888, vol. II, p. 245 segg.; G. Saint-Paul, Le langage
intérieur et les paraphasies, 1904 (v. amnesia). Parallelismo psico-fisico. T. Peyohophysicher
Paraltelismue ; I. Psychophysioal Paralleliem ; F. Parallélieme
peycho-phytique. Dottrina psicologica per cui si pongono in relazione puntuale
le due serie dei fatti psichici e fisici (fisiologici), cosicchè ad ogni
elemento della serie psichica corrisponde una particolaremodalità di movimento.
L'espressione sembra sia stata usata la prima volta dal Fechner: der
Paralleliemue des Geistigen und Körperlichen der in unteres Ansicht begründet
liegt (il parallelismo dello spirituale e del corporale che trova il suo
fondamento nella nostra visione delle cose). Del resto, il concetto d’ una
corrispondenza delle due funzioni c'è giù nell’occasionalismo, quantunque fatto
psichico © fatto psichico non siano causa Puno dell'altro, ma pura occasione:
Toute l'alliance de Vesprit οἱ du corps, dice Malebranche, qui nous est connue,
consiste dans une correspondance naturelle et mutuelle des pentes de Véme aveo
les traces du cerveau, οἱ des émotions de T'âme ateo les mouremente des esprito
animaux. Anche nella 811 Par dottrina leibnitziana dell’armonia
prestabilita è contenuto il concetto di un parallelismo tra spirito e corpo: omne
corpus est mons momentanea, seu carena recordatione. Più osplicitamente tale
concetto esisteva già nella filosofia di Spinoza, che pensiero ed estensione,
spirito e materia considera come due attributi paralleli di una sola e medesima
sostanza: sive naturam sub attributo extensionis, sive sub alio quocumque
concipiamus, unum oumdemque ordinem, sive unam eandemque causarum connezionem,
hoc est casdem res invicem sequi reporiens. Questa relazione tra le due serio
di fatti ο di realtà è un dato dell'esperienza, la quale ci mostra che ovunque
si abbia sistema nervoso si ha coscienza, mancando il sistema nervoso manca la
coscienza, sviluppandosi il sistema nervoso si sviluppa la coscienza, variando
o alterandosi il sistema nervoso varia ο si altera la coscienza. Per questo suo
carattere empirico, la dottrina contemporanea del parallelismo psico-fisico si
distingue dal parallelismo metafisico, spinoziano, che importa non solo la
concomitanza costante tra i fenomeni psichici e certi fenomeni fisici, ma ancora:
1° che ogni fatto fisico ha un concomitante psichico e viceversa; quindi non vi
ha corpo senza spirito nè spirito senza corpo, ma tutto è animato, ogni cosa
vive, sente e pensa; 2° che il fisico e il psichico sono, come dice Spinoza,
due espressioni differenti di una sola e stessa cosa, cosicchè la serie fisica
e la serie psichica non si corrispondono soltanto pei loro rapporti di
concomitanza costante, ma fra i termini delle due serie vi ha, insieme alla
loro differenza, una identità parziale, come se fossero modellati sovra un tipo
comune, che entrambi rappresentano, quantunque ciascuno in modo diverso. Invece
l’attuale parallelismo psico-fisico importa: 1° 1 wmilateralità del rapporto,
per cui, se al fatto psichico è concomitante sempre ¢ necessariamente il fatto
fisico, al fatto fisico non è sempre nè necessariamente concomitante il fatto
psichico; 2° il principio o assioma d’eterogeneitä, che si può 52 Ranzott, Dizion. di scienze filosofiche. Par 818
enunciare così: i corpi e lo spirito, la coscienza e il movimento
molecolare del cervello, il fatto psichico e il fatto fisico, pure essendo
simultanei, sono eterogenei, disparati, irreducibili, invincibilmente due.
Altre dottrine si hanno se invece si considera l’una o l’altra delle due serie
como funzione variabile indipendente o dipendente dell’ altra. Se la funzione
indipendente è la fisica, la dottrina dicesi materialismo psico-fisico, di cui
i principali rappresentanti sono lo Ziehen e il Mach, © cui fanno anche
adesione molti psico-fisiologi francesi e italiani. Si distingue dal vecchio
materialismo in quanto, a differenza di esso, ammette la irreducibilità del
fenomeno psichico al fenomeno fisico, nonostante la dipendenza. In questi
ultimi tempi molte e gravi critiche furono rivolte contro il parallelismo,
specie " da parto delle nuove scuole idealistiche. Uno dei più importanti
argomenti portati contro di esso è la discontinuità della vita psichica e
l'impossibilità di abbracciare causalmente il passaggio da percezione a
percezione, anche con la più larga applicazione delle rappresentazioni
inconsoie. Cfr.
Fechner, Über die Seelenfrage, 1861, pag. 210; Id., ZendAvesta, 1. II, cap.
XIX; Malebranche, De la rech. de la vérité, 1712, 4. II, 5; Leibnitz, Theoria
motus abetracti, 1671, IV, 230; Spinoza, Ethica, 1. II, teor. VI, VII; Wundt,
Grundries der Psychologie, 1896, p. 373 segg.; F. Jodl, Lehrbuch d. Paychol.,
1896, p. 57 segg.; Höffding, Psychologie, trad. franc. 1900, p. 63-90; Bergson, Le parallélisme prychophysique
et la métaphysique positive, « Bulletin de In Soc. frangaise de philos. »,
giugno 1911; Villa, La psicologia contemporanea, 1899; C. Guastella, Filosofia
della metafisica, 1905, t. II, p. 360 segg.; L. Chiesa, Il parallelismo
prico-fisico 9 de sue interpretazioni nelle diverse scuole filosofiche, « Riv.
stor. crit. scienze teolog. », 1908, p. 25-56; Eisler, Der prycho-physioche
Paralleliemus, 1894 (v. anima, dualismo, materialismo, moniemo, spiritualiemo,
psicologia, funzione, infuso fisico, ecc.).
819 Par Paralogismo. T.
Paralogismus; I. Paralogiem; F. Paralogisme. Ragionamento scorretto, cho si usa
talvolta como sinonimo di sofiema, ma che in realtà se ne distingue perchè,
mentre il sofisma consiste in un ragionamento falso a cui si cerca dare l’
apparenza del vero, e di far accettare come tale, il paralogismo è invece un
errore involontario, che deriva da ignoranza, da difetto di riflessione o di
raziocinio, o semplicemente da distrazione. Questa distinzione non esisteva in
greco, dove παραλογισμός e παραλσγίζεσθαι sono usati spesso in senso cattivo.
Il Masci ritiene invece che la distinzione poteva avere importanza pei Greci,
presso i quali fiorì I’ arte del falso ragionamento (Sofistica), ma non ne ha
alcnna dal punto di vista logico; perciò egli adopera la parola sofisma per
indicare il genere, la parola paralogismo per indicare quella specie di sofismi
che dipendono non dalla falsità materiale dello premesse, ma dal cangiamento
del significato ο del valore dei termini nel procedere da essi all’illazione.
Kant, in quella parte della Critica della ragion pura che tratta della
Dialettica trascendentale, chiamò paralogismo trascendentale quello per cui la
psicologia razionale, dall'unità dell’io-soggetto considerato come uno rispetto
alla molteplicità dei propri oggetti, conclude alla unità, considerata come
reale ed assoluta, del1’ io-sostanza. Cfr. Masci, Logica, 1899, p. 365 n; Kant,
Κι. d. reinen Vern., A 341-405, B 399-427 (v. dottrina). Paramnesia.
T..Paramnesia; I. Paramnesia ; F. Paramnesie. Anomalia della memoria, in cui 1’
ignoto appare noto e si riconosce come già veduto ο sentito ciò che in realtà
si vede e si sperimenta per la prima volta. Consiste dunque in un falso
riconoscimento ed è l'opposto dell’ oblio, in cui il noto appare ignoto. Essa
può verificarsi tanto nello stato anormale che nel normale: negli alienati,
infatti, accade spesso che per settimano, per mesi ed anche per anni persistono
sempre nell’ idea di trovarsi in circostanze nelle quali per l’addietro s'erano
già trovati, e di Par 820 essere anzi in istato di poter predire ciò
che dovrà accadere. Ma anche nella vita normale, specie nella gioventù, avviene
spesso che in qualche congiuntura ci si imponga improvvisamente l’idea di
esserci già trovati nelle identiche circostanze, e a questa idea e’accompagni
il presentimento oscuro di ciò che forse accadrà. Codesti fenomeni furono
spiegati in vari modi: o che si confonda il simile con l’identico; o che si
ridesti una imagine da noi ricevuta durante uno stato di subcoscienza o di
incoscienza, la quale quindi non produsse in quel momento che una modificazione
fisiologica, o che l’imagine stessa si sia avuta nel sogno. Cfr. Ribot,
Maladies de la mémoire, 1885, p. 149153; Revue philosophique, serie di articoli
nel 1898, 1894 ; E. Bernard-Leroy, L’illusion de fausse reconnaissance, 1898;
G. Pontiggia, Ricerche intorno al fenomeno della paramnesia, 1899; G.
Fanciulli, Intorno al falso riconoscimento, in « Cultura filosofica », 1907 (v.
amnesia, incosciente, memoria, riconoscimento). Paranoia. T. Paranoia; I.
Paranoia; F. Paranoia. Termine creato dal Vogel (1772) e ripreso dal Kahlbaum
(1863), per denominare una forma di monomania affettante specialmente
l'intelligenza. Oggi, in grazia specialmente del Kraepelin, per paranoia
s'intende una psicosi costituzionale degenerativa, caratterizzata dal sorgere
lento e graduale di un sistema di idee deliranti e durature, senza passaggio a
demenza. Da essa si distinguono gli stati paranoidi, costituiti da deliri
simili ai precedenti ma accompagnati da allucinazioni e terminanti in demenza.
Sotto il nome generico di paranoia si comprendono dagli psichiatri numerose
forme di alienazione mentale, come la paranoia originaria, rudimentaria,
primaria e secondaria, cronica, erotica, religiosa, alcoolica, semplice,
allucinatoria, persecutoria, senile, ecc. Le idee deliranti del paranoico hanno
generalmente origine da fatti veri, da osservazioni reali, falsamente
interpretate e combinate dall’ ammalato. Cfr. Wer 821 Par ner, Die Paranoia, 1891; Kraft-Ebbing,
Lehrbuoh der Paychiatrie, 1879; Ziehen, Peyohiatrie, 1894, p. 341 segg.;
Morselli e Buocola, Paszia sistematiszata, 1883; Tanzi e Riva, Paranoia, 1884;
Amadei e Tonnini, La paranoia e le sue forme, « Archivio it. per le malattie
nervose », 1884. Parassitismo. Il significato di questa parola, alla quale
alcuni preferiscono l’espressione di simbiosi antagonistica, non è ancora ben
precisato nelle scienze biologiche. In generale, il fenomeno del parassitismo
può considerarsi come una specie di associazione forzata, vantaggiosa per uno
solo dei componenti, il paraesita, dannosa per l’altro, cioò l'ospite, alle
spese del quale il parassita vive, senza però determinarne la morte immediata.
Alcuni animali sono parassiti soltanto in qualche stadio della loro vita, altri
invece per tutta la vita; in questi ultimi si osserva sempre un degradamento
dell’ organismo in confronto degli animali liberi, appartenenti ai medesimi
gruppi. I parassiti che vono sulla superficie dell’ ospite diconsi
ectoparassiti, quelli che vivono nel sup interno endoparassiti. Cfr. Espinas,
Les societés animales, 1878 (v. mutualiemo). Parestesia. Stato anormale della
sensibilità (rapà = anormalmente), da non confondersi colla paresia (paralisi
parziale). Quando la parestesia riguarda i sensi specifici, prende nomi
diversi: se riguarda l’odorato dicesi parosmia, se il tatto parafia, se l’udito
paracusia, se il gusto parageusia. Parlamentari (sofismi). Nome dato dal
Bentham ad una specie di sofismi, che sono usati spesso nelle discussioni
parlamentari, per far trionfare interessi di partito. Tali sono i soflemi d’
autorità, di confusione, di pericolo e di dilazione. Cfr. Bentham, Essai sur la
taotique des assomblées legislatives, 1815. Parola interiore. T. Innere Rede; I. Inner Speech; F. Parole
intérieure. Espressione divenuta comune dopo il libro di Vittorio Egger, che
reca appunto questo titolo. Essa indica il fatto generale del pensiero che si
presenta alla coPar 822 scienza sotto forma d’imagini uditive, o
uditivo-motorie, formante parole o frasi che la parola esteriore ripete con più
o meno fedeltà. La parola interiore è in tal modo una fase intermedia tra la
parola sonora e il pensiero mnto, e scorre ora più ora meno veloce. Secondo
l'Egger essa è propria di tutti gli uomini normali, ed è continuativa in
ciascuno d’essi; ma molti psicologi contemporanei sono d’opposto avviso. Cfr. V. Egger, La parole
intérieure, 1881: Ballet, Le langage intérieur, cap. V, 1886; Baldwin, Internal
speech and song, « Philos. Review », luglio 1893; G. SaintPaul, Le langage
intérieur et les paraphasies, 1904; Morselli, Manuale di semejotica, II, p. 438
segg. (v. endofasia). Parsimonia
(legge di). T. Prinzip der Sparsamkeit; I. Law of parsimony; F. Loi de
paroimonie. Detta anche legge @economia, ο del minimo sforzo, o dell'azione
minore. Essa si verifica tanto nel mondo inorganico, come nell’ organico ο nel
superorganico. Tutti i fini della natura si attuano infatti coi mezzi più
semplici, con quelli che esigono cioè la minore quantità sia di materia che d’
energia, e quindi di tempo. La sua prima formulazione, con valore
epistemologico, si fa risalire a questa formula di Occam: entia non sunt
multiplicanda praeter necessitatem. Galileo ne fece largo uso e l’espresse con
queste parole: « La natura non opera con molte cose quello che può operare con
poche ». Tra gli scienziati contemporanei, il Mach le dà un valore
fondamentale: « La scienza può essere considerata come un problema del minimum,
che consiste nell’ esprimere i fatti nel modo più perfetto possibile col più
piccolo dispendio di pensiero ». Ugual valore le attribuisce anche l’Avenarius,
che riduce tutto lo sviluppo della conoscenza al principio della parsimonia o
del minimo consumo d’energia, così formuluto: l’anima non impiega in una
percezione più forza di quella che kia necessaria, e, quando si trova innanzi a
una pluralità di percezioni, dà la preferenza a quella che con uno sforzo
minore produce lo stesso effetto,
823 Par © con uno sforzo uguale
produce un effetto maggiore. Nella psicologia comparata la legge di parsimonia
dicesi anche principio del Morgan: secondo esso non si devono spiegare le
reazioni di un animale con una facoltà psichica superiore (ad es. intelligenza,
ragione), quando per giustificarle basta riferirle ad una capacita psichica
meno elevata nella gerarchia delle funzioni mentali. Cfr. Galileo, Opere, VII,
143; Leibnitz, Discours de métaphysique, 1686, $ VI; Avenarius, Philosophie als
Denken der Welt gemäss dem Princip des kleinsten Kraftmaasses, 1903, p. 3
segg.; E. Mach, Die Mechanich, 3% ed., p. 480; L. Morgan, dn introduction to
comparatire psychology, 1884, p. 53; E. Claparède, Arch. de psychologie,
giugno, 1905 (v. empiriocritioismo, tpotesi, leggo). Partenogenesi (παρθένος =
vergine, γένερις = generazione), Fenomeno assai raro, che consiste nel
riprodursi di certi animali per uova non fecondate, sia per accidente sia con
regolare periodicità. Certi artropodi, ad es., sono partenogenetici durante I’
estate, mentre nell’ autunno depongono uova fecondate. Cfr. Y. Delage,
Structure du protoplasme, Biol. gen.. 1895. PARTICOLARE è ciò che conviene ad
alcuni individui o ad alcune cose. Si oppone a universale, che è ciò che
conviene senza eccezione a tutti gli individui o a tutte le persone. Si
distingue da individuale, che è ciò che appartiene ad un solo individuo, e da
speciale, che è ciò che appartiene ad una specie. Il giudizio particolare è
quello il cui soggetto è preso solo con una parte della sua estensione. Insieme
con I’ universale e con I’ individuale è contenuto sotto il rispetto della
quantità. Il suo valore muta a seconda che la parte di estensione in cui à
preso il soggetto è deterja (molti A sono B
pochi À sono B) o indeterminata (alcuni 4 sono B). Nel primo caso può
essere un giudizio di limitazione, o di eccezione di un giudizio universale
(soltanto alcuni 4 sono B), oppure un giudizio induttivo che prepara
Par-Pas 824 un giudizio universale (almeno alouni 4 sono
B). Cfr. Eucken, Geschichte d. phil. Terminologie, 1879, p. 54; Masci, Logica,
1899, p. 175 segg. Parti-parziale. Nella dottrina di Hamilton sulla quantifleazione
del predicato, si dicono così quelle proposizioni in cui tento il soggetto come
il predicato sono presi in parte della loro estensione. Possono essere tanto
affermative es.: alcune figure equilatere sono (sleuni) triangoli -quanto
negative, ad es.: qualche triangolo non è (qualche) figura equilatera, Cfr.
Hamilton, Leotures on logio, 1860, Append. II, 283. Parti-totale. Nella
dottrina dell’ Hamilton sulla quantificazione del predicato, si dicono così
quelle proposizioni in cui il soggetto è preso in parte della sua estensione,
il predicato in tutta l'estensione. Possono essere tanto affermative es.:
alcune figure sono (tutti i) triangoli quanto negative, ad es.: qualche figura
equilatera non è (nessun) triangolo. Cfr. Hamilton, Lectures on logio, 1860, II, 283.
Parusia. Gr. παρεῖναί = essere presente; T.
Parusie ; I. Parousia; F. Parousie. Termine
usato da Platone per esprimere i rapporti tra I’ essere assoluto 0 essenza e il
mondo sensibile; esso sta in stretta relazione con la partecipazione ο metessi
(µάθεξις) © la coinonia (κοινωνία). Fu adoperato anche da Plotino per esprimere
le relazioni del‘Vanima col corpo: mediante la parusia l’ anima anima e pervade
il corpo senza confondersi con esso. Cfr. Platone, Polit., 509; Plotino,
Enneadi, VI, 4, 12. Pasigrafia. Lingua universale ed uniforme per tutte le
scienze, vagheggiata dal Leibnitz, che usava anche a tale riguardo l’
espressione di caratteristica unirersale © are combinatoria. In codesta lingua
scientifica ogni concetto doveva essere rappresentato da un simbolo grafico, ed
ogni flessione, relazione, particella da un segno. Cfr. Leibnitz, De arto
combinatoria, , Nouveaux Essais, IV, cap. VI, $ 2. 825 Pas io al limite, È un'applicazione
particolare del metodo induttivo delle rariazioni concominanti. Quando una
lunga serie di esperienze intorno a determinati fenomeni, che variano
correlativamente in modo parallelo, ha autorizzato a credere che tali
variazioni non hanno limite, si può conchiudere anche al di là dei limiti
segnati dall esperienza. Così la legge d'inerzia si considera come vera,
quantunque I esperienza non ci dia esempio di nessun movimento il quale, non
incontrando alcun ostacolo, continui indefinitamente nella stessa direzione e
colla stessa velocità. Secondo il Mill si può conchiudere col metodo del
passaggio al limite solo quando si conoscono le qualità assolute dei fenomeni
che variano correlativamente, © si sappia che il variare dell’ effetto dipende
soltanto dal variare della causa. Cfr. J. Stuart Mill, À system of logio, 1865, 1, ο. 8 segg. Passione.
T. Leidenschaft, Affekt; 1. Passion; F. Passion. Non è che una emozione
divenuta irresistibile e persistente: ad es. la panra non è che una emozione,
l’ avarizia è una passione. Essa è costituita da un’ idea predominante e da
speciali movimenti organici. Così per Cartesio le passioni si possono definire
come « percezioni ο sentimenti o emozioni dell’anima che si riferiscono
particolarmente ad essa © che sono prodotte e conservate e rafforzate da
qualche movimento degli spiriti animali ». « L'impressione che viene chiamata
stato passivo dell’anima, dico Spinoza, è un’ idea confusa per la quale l’anima
afferma la forza di esistere, vale a dire la potenza di agire, maggiore o
mirlore di prima, del proprio corpo o di una delle sue parti, e che essendo
data, determina l'anima a pensare una speciale cosa piuttosto che un’altra ». Condillac la definisco un
desir qui no permet pas d'en avoir d'autres, ou qui du moine est le plus
dominant. Helvetius: les passions
sont dane la moral ce qui dans lo physique est lo mouvement, Kant: « le
passioni appartengonoalla facoltà del desiderare (Begehrungerermigen) Pas 826 e
sono delle tendenze che rendono difficile ο impossibile ogni determinazione
della volontà modiante principi ». Höffding: «la passione, al contrario dell’
emozione, è il movimento affettivo radicatosi mediante I’ abitudino e divenuto
una seconda natura ». Malapert e Ribot: « la passion est une inolination qui e'ezagère, surtout
qui s'installe à demeure. se fait centre de tout, se subordonne lee autres
inclinations et les entraine à sa suite». Il sorgere della passione può essere determinato sis da
cause esterne, come l’ ambiente, limitazione, la suggestione, sia da cause
interne, che si riducono a una sola: il temperamento e il carattere degli
individui (passionali). Essendo esagerazioni di tendenze elementari, tutte le
pnssioni si possono teoricamente ricondurre, secondo il Ribot, a queste tre
tendenze: 1° tendenze che hanno per fine la conservazione dell’ individuo, ad
es. la gola, l’alcoolismo; 2° tendenze che si riferiscono alla conservazione
della specie, ad es. l’amore, la gelosia; 3° tendenze che contribuiscono all’
espandersi dell’ individuo, alla affermazione della sus volontà di potenza, ad
es. l'ambizione, l’avarizia, la vendetta, la passione per le avventure. Le
passioni possono estinguersi per esaurimento, sia lento sia improvviso, per
trasformazione, per sostituzione, per follia, per morte. Nella storia della
filosofia molte sono le dottrine metafisiche sulla passione: ma lo studio veramente
scientifico non è stato fatto che dai psicologi moderni. Per Platone, le
passioni sono la forza che solleva il sensibile e lo conforma all’
intelligibile : vi sono le passioni inferiofi, dovute alla parte più bassa
dell’ anima, l'inidopla, collocata nel ventre; le passioni nobili ο caste,
costituenti la seconda parte dell’ anima, il θυμός, che occupa il cuore; infine
il νοῦς, impassibile, che occupa il capo; la virtù consiste non nel distraggere
le passioni, che sono indistruttibili, ma nel rispettare l'armonia essenziale
delPanima, nel mantenere l'autorità del voie sul θυμός ο sulla ἐπιθυμία. Nella
sua parte essenziale la dottrina pla 827
Pas tonica è condivisa da Aristotele, mentre invece sia gli stoici che
gli epicurei negano, per vie diverse, che lo passioni partecipino della essenza
dell’ anima, considerandole come semplici turbamenti accidentali: divengono
quindi possibili nella pratica la felicità e l’atarassia, ciod l’assenza d’
ogni turbamento, che soltanto 1’ esercizio dell’ intelligenza può procurare, 8.
Tommaso, attenendosi alla dottrina aristotelica, fa sorgere le passioni dall’
appetito, che è la facoltà dell’ anima per la quale essa è portata verso gli
oggetti esteriori come suoi propri fini; perciò tutte le passioni si
riconducono infine ad una sola, l’amore: « L'amore è naturalmente il primo
passo della volontà e dell’ appetito, conicchè da esso hanno origine tutti gli
altri atti della passione. Ognuno desidera il bene che ama, gode di esso € si
rallegra; il contrario della cosa amata produce I’ odio. Lo stesso può dirsi
della malinconia e delle altre pa tutto partono dall’amore « possono in esso
confondersi e riunirsi ». Bossuet, riepilogando più tardi la dottrina di 8.
Tommaso, dirà: « Sopprimete l’amore e tutte lo passioni spariranno, rimettetelo
al suo posto ed eccole apparire tutte di nuovo ». Nella filosofia di Cartesio
la passione ha un significato peculiare; essa è una emozione dell’ anima
originata dagli spiriti animali, © non nasce dagli oggetti esterni ma dalla
loro valutazione: « noi riferiamo all’ anima i movimenti del nostro corpo, ma a
codesto riferimento va unito il sentimento che questi moti dell’ anima non sono
voluti, ma subìti, ed è così che si forma l'idea della passione. » Cartesio
pone come c6mpito dell’ Etica il liberarsi delle passioni, che contraddicono
alle esigenze dello spirito. Tuttavia egli considera tutte le passioni come
date da natura, e tutte buone; per tal modo si contrappone per primo al
concetto ascetico e teologico, che tutte le passioni condannava come nocive, e
prepara la dottrina spinoziana e moderna sulla utilità delle passioni. Ogni
essere, secondo Spinoza, ha una tendenza n Pas
828 perseverare nel proprio
stato; questa tendenza, divenuta cosciente, dicesi oupidità, alla quale si
associano due passioni, © ciod la letizia per tutto ciò che è favorevole alla
nostra esistenza, la tristezza per tutto ciò che tendo a diminuirla. Non
diversamente nella scienza moderna è inteso l'ufficio biologico dell’
affettività in generale, ο quindi anche della passione. La quale per di più ha
il cémpito di fornire l’ eccitazione per il funzionamento delle varie serie
psichiche, così negli uomini come negli animali ; e, quando non sia smoderata ©
patologica, di conferire energia © costanza alla volontà, acutezza alla intelligenza,
forza al compimento degli ideali generosi. « Nulla di grande è mai stato
compiuto nò potrà mai compiersi, dice Hegel, senza la passione. È una moralità
morta e persino troppo spesso una moralità ipocrita quella che « eleva contro
la passione per il solo fatto che è passione ». Uguale valore attribuisce alle
passioni il Galluppi, che le considera come desideri violenti, riconducendole
tutte a due fondamentali : |’ amore e V odio, di cui le varie passioni non sono
che modifica zioni, determinate da giudizi diversi sull’ esistenza dell’oggetto
amato ο dell’ oggetto odiato; quando l’amore per l'oggetto della propria
passione è maggiore dell’ amor natarale della propria personalità, si hanno le
passioni forti, senza le quali nulla vi sarebbe di grande e di sublime nelle
imprese degli uomini. Per il Rosmini le passioni sono afSezioni che lasciano
nell’ anima un’ abituale inclinazione a riprodursi ; a lor volta le affezioni
sono modificazioni generali dell’ anima, prodotte in questa dall’ associazione
di più sentimenti; nel? uomo si dànno passioni razionali e passioni animali: le
prime l’uomo ha in comune coi bruti, quantunque ne differisoano sia perchè si
associa }’ intelligenza a modificarle, sia perchè possono esser mosse da una _
causa razionale; le seconde sono proprie esclusivamente dell’uomo ed hanno per
unica causa l'intelligenza, quali la meraviglia, lo stupore, l'estasi, eco. Cfr. Platone, Polit., 829
IX; Aristotele, Do An., I, 3, 407 b, II, 5, 417 segg.; 8. Tommaso, Summa
theol., I, qu. XX, art. 1; Cartesio, Des passions, 1649; Spinoza, Ethica, 1. IV, teor. II, 1. V, teor.
III, VI, XVII, XX; Condillac, Traité des sensations, 1886, I, cap. III, $ 3;
Helvetius, 1758, III, 4; L. Limentani, Le teorie psicologiohe di Helvetius,
1904, p. 33 segg.; Kant, Ærit. der Urteilskraft, 1878, p. 121 n; Héftding,
Psychologie, trad. franc. 1900, p. 376 segg.; P. Malapert, Les éléments du
caractére, 1898, p. 229; Hegel, Phänomen. des Geistes, 1832, consid. sul $ 474;
Ribot, Essai sur les passions, 1907 ; Boigey, Introd. à la medicine des
passions, 1914; W. James, Principi di psicologia, trad. it. 1909, ο. xxv; Galluppi, Lesioni di logica e metafisica, 1854,
vol. II; Rosmini, Psioologia,
1848, vol. IT, p. 165 segg.; Ardigò, Opere fil., III, 84 segg., VI, 364 segg.;
A. Renda, Le passioni, 1905 (v. affettivi, emozione, sentimento,
sentimentalismo, intellettualiemo). Passività. T. Passivität; I. Passiveness;
F. Passivite. Opposto ad attività, designa lo stato dell’ essere che ricove V
azione, ossia le modificazioni prodotte in un essere da un altro essere che
agisce su lui. Il concetto di attività © passività sarebbe, secondo alcuni,
puramente psicologico, e quindi non applicabile alla realtà naturale. « Tra il
dare e il ricevere, tra l’attività ο la passività, dice il Jodl, non esiste
nella coscienza alcuna separazione (Trennung), ma soltanto una opposizione
(Gegensatz) logica e concettuale ». L'uomo avverte in sò stesso delle
sensazioni, che egli'riceve dalle cose, ο perciò sotto tal riguardo considera
sè come passivo e le cose come attive; nello stesso tempo avverte la propria
azione sulle cose, che rimangono da lui modificate, e sotto questo riguardo
considera sò come attivo e le cose come passive. Proiettando al di fuori questi
due concetti, l’uomo attribuisce alle relazioni delle cose tra loro le forme di
attività e passività che ritrova in sè stesso. Ciò è, secondo alcuni filosofi,
illegittimo, anzitutto perchè la sensibilità non è recettira ma attiva, in
quanto PAT 830 il fatto esterno rimane esterno, e quindi il
soggetto ha soltanto stati propri; in secondo luogo perchè la concezione della
realtà non può modellarsi sopra un fatto assolutamente psicologico. La realtà
naturale in quanto è divenire, în quanto è unità © continuità, esclude in sd
ogni sostanziale contrapposizione. Nella
teologia la passività designa non già uno stato di dolore opposto al piacere,
nè uno stato di inerzia o indolenza, ma bensì lo stato contemplativo dell’anima
sottomessa all’azione di Dio. L'anima si trova allo stato passivo quando Dio
agisce sopra le sue potenze -pensiero, sentimento, volontà le quali non fanno
che patire, ricevere V opera divina. Cfr. F. Jodl, Lehrbuch der Psychologie,
1896, p. 105; Marchesini, Il simbolismo nella conoscenza e nella morale, 1901,
p. 295 segg. (v. attività, azione, patire). Patarini Setta di novatori
cristiani, fiorita in Lombardia © così denominata dal luogo ove si radunavano
in Milano. Essi combattevano il matrimonio del clero, il lusso degli alti gradi
ecclesiastici, e predicavano il disprezzo delle ricchezze e della gloria
mondana. Non è improbabile, a giudizio del Tocco, che ad essi si sia moscolata
la setta eretica dei Catari, allofa molto diffusa in Lombardia. Cfr. F. Tocco,
Le eresie nel medioero, 1884. Patire. T. Leiden; 1. To be passive; F. Patir. Ricevere
un'azione. In Aristotele è una categoria (πάσχειν), che si assimila a quella
dell’ agiré (roteiv), in quanto sono fra loro nello stesso rapporto del movente
ο del mosso: il mosso è anche il movente, il secante è il secato. Come termine
d'una relazione sono distinti; ma la relasione è un’ unica categoria. Cfr. Aristotele, Top., I, 9;
Id., Metaph., IV, 28, 1024 b, 9, VIII, 1, 1045, ecc. (v. passione, azione). Patologia. T. Pathologie; I.
Pathology; F. Pathologie. La scienza che ha per oggetto la conoscenza delle
malattie. Si divide în generale e speciale; quest’ultima in interna 831
Par ed esterna. Nella patologia speciale, Specht o Münsterberg hanno
distinto la patopsicologia, che studia i fatti psichici presentanti un
carattere morboso, e la psicopatologia che è propriamente quel ramo della
patologia che studia le malattie dello spirito. La patologia non divenne vera
scienza che nel secolo scorso, quanto cioè la malattia non venne più
considerata come un ente speciale, ma come un fenomeno naturale, sottomesso
alle leggi di natura. A tale risultato contribuirono specialmente gli studi
sulla patologia cellulare del Virchow, che trasportò per primo la teoria
cellulare dall’organismo sano a quello malato, dimostrando come la cansa delle
malattie risiede nell’ alterazione, più ο meno vasta, dei varii territori
cellulari. Cfr.
Münsterberg, Zeitschrift für Pathopayohologie, 1° vol., 1911; G. Storring,
Mental pathology, 1907; Lustig, Patologia generale, 1901, vol. I, p. 9 segg. Patristica. T. Patristik; I. Patristic;
F. Philosophie patristique. E il primo dei due grandi periodi in cui dividesi
la filosofia del medio evo, e comprende i primi otto secoli dell'era volgare;
il secondo è rappresentato dalla scolastica. La patristica si distacca
profondamente dalla filosofia precedente, e, in generale, da tutta la filosofia
antica, in quanto vi prevale la fede sulla ragione, ogni sforzo è ridotto alla
elaborazione del dogma, e la filosofia ha perduto il suo potere sovrano, non vi
è più considerata che un’umile ancella della religione. Si divide in tre
periodi: al primo, detto degli apologeti, appartengono principalmente 8.
Giustino, Atenagora ο ‘Teofilo, che dirigono ogni loro sforzo a difendere la
dottrina cristiana contro la filosofia e la religione pagana; il secondo, detto
dei oontroversisti, è principalmente occupato a difendere la religione
cristiana contro gli assalti della gnosi e delle ultre eresio; nel terzo
periodo, detto dei sistematici, la dottrina cristiana, che aveva
vittoriosamente combattuto lo dottrine avverse, è ridotta a sistema filosofico.
QuePau 832 st’ ultimo periodo, che è il più importante,
si svolge da prima in Alessandria con Panteno e Clemente Alessandrino, ed ha per
cémpito principale di definire il dogma della Trinità; passa di poi in
Occidente, ove 8. Agostino, l’intelletto più robusto della Chiesa occidentale,
costituisce il sistema completo e definitivo della filosofia cristiana. La patristica non deve confondersi con la
patrologis. La parola patrologia cominciò ad usarsi nel secolo XVII, ο servì
allora a designare la scienza della vita © degli scritti dei Padri della
Chiesa; poi il suo significato andò sempre più allargandosi, ed oggi essa si
occupa di tutti gli scrittori ecclesiastici, ne analizza gli scritti con
particolare riguardo alle loro opinioni dogmatiche, cosicchè può dirai non
esser altro che la storia dell’ antica letteratura oristiana. Nella patrologia
i protestanti comprendono anche i libri del Nuovo Testamento e l'antica
letteratura eretica; i cattolici invece lasciano i primi alla scienza
dell’introduzione biblica e non inoludono nella patrologia gli scritti eretici
se non in quanto è necessario alla intelligenza delle opere ecclesiastiche,
Cfr. Harnack, Lehrbuch d. Dogmengeschichte, 1890; Möhler, Patrologie, 1840;
Stökl, Geschichte d. Philos. d. patristischen Zeit, 1859; F. Chr. Baur,
Vorlesungen über die ohrist. Dogmengeschiohte, 1865; Ritter, Histoire de la
phil, chrétionne, 1843; Bardenhewer, Patrologia, trad. it. Mercati, 1903;
Rauschen, Manuale di patrologia, 1905; R., L’ agnosticiemo nella filosofia
religiosa, 1912, p. 125-192 (v. dommatica, domma, neotomismo, scolastica).
Paura. T. Furcht; I. Fear; F. Peur. Fu definita come la reazione organica che
succede alla rappresentazione viva di un pericolo reale o possibile. Cicerone
la definisce: reocssus ot fuga animi. S. Agostino: perturbatio animi in
exapeotatione mali. Hobbes: aversio cum opinione dammi soouturi. Spinoza
l’accosta alla speranza, che definisco una gioia instabile, nata dall’ imagine
d'una cosa futura ο passata, del cui realizzarsi noi dubitiamo, mentre la paura
è una fri 833 Pec atesza instabile,
nata, del pari, dall'imagine d'una cosa dubbia. Essa rappresenta la prima
reazione emotiva della vita, comparendo, secondo il Perez, al secondo mese di
esistenza. Vi sono due spocie fondamentali di paura: quella istintiva, che
compare più spesso nei bambini ο negli animali, e quella cosciente o riflessa,
che è sempre posteriore all’esperienza ο si fonds sopra il ricordo d’un
pericolo ο d’un dolore provati o evitati. Quando la paura è sproporzionata alla
causa efficiente, cronica, 9 accompagnata da movimenti troppo intensi, diventa
un fenomeno patologico e dicesi fobia. Cfr. S. Agostino, De cir. Dei, Il;
Spinoza, Ethica, 1. III, teor. XVI, scol. 2; Th. Ribot, Essai sur les
passions, 1907; A. Mosso, La peur, trad. franc. 1888. Peccato. T. Sünde; I. Sin; F. Péché. Nel suo
senso generale ο primitivo, il peccato è il male morale; in senso religioso, è
la trasgressione volontaria della legge divina, © quindi l'offesa alla divinità.
Il dogma del peccato originale afferma che Dio creò l’uomo morale, libero ϱ
fallibile; che per un atto della sua libera volontà 1’ uomo disobbedì al volere
divino; che l’uomo, essendo libero, è responsabile delle sue azioni, © che
quindi la sua disobbedionza ha determinato il giusto castigo di Dio; che,
infine, 1a pena del fallo è ereditaria. Secondo l’Ardigò, il concetto del
peccato originale sorse come interpretazione dell’ esistenza del dolore,
considerato da principio quale vendetta d'una potenza superiore inclemente e
capricciosa, poi quale castigo inflitto da una divinità giusta: « In pari
tempo, per la osservazione che il dolore, ossia la punizione, si verificava
anche nei non colpevoli, si dovette, affine di liberare in qualche modo il concetto
religioso fondamentale dalla contraddizione, ricorrere allo spediente,
suggerito anch’ esso da una osservazione di fatto, del peccato originale». Cfr.
I. Müller, Christl. Lehre r. d. Sünde, δ3 ed. 1887; Ardigò, La morale doi
positieisti, 1892, p. 73-74 (v. male, ottimiemo, religione, teodicea). 58 RaNzoLI, Dirion. di scienze filosofiche.
PED 834
Pedagogia. T. Pädagogik; I. Podagogios; F. Pédagogie. La scienza del
fatto della educazione; vale a dire quel sistema di cognizioni teoriche fra
loro coordinate, da cui derivano le regole pratiche che guidano 1’ educazione.
Si deve dunque distinguere la scienza pedagogica, che è un complesso di regole
derivanti da principi, dall’arte pedugogica, che è la semplice applicazione di
norme suggerite dalla pratica ο tramandate per tradizione, ο dalla dottrina
pedagogica, che è un insieme di regole delle quali non si spiegano le ragioni.
La pedagogia nel sno primo significato è ad un tempo scienza ed arte. Al pari
di ogni altra scienza, essa è passata nella sua evoluzione storica attraverso
tre grandi periodi, empirico, precsttivo 9 organico ο ideale; nel primo periodo
non è che una serie di tentativi, governati dal bisogno; nel secondo un insieme
di precetti, di aforiemi ο di leggi parziali, dettate più che altro daluito
pedagogico ; nel terzo, che è il più perfetto, le cognizioni vengono
logicamente organizzate in un tutto ideale. La pedagogia è puro © grossolano
empirismo nei popoli selvaggi © primitivi; diventa precettiva nei popoli delY
Oriente, della Grecia © di Roma, come attestano le loro leggi, le loro
letterature, i loro libri religiosi; si eleva infine a vera organizzazione
ideale coi grandi filosofi greci. Cfr. Herbart, Pädagog. Schriften, her. O.
Willman, 1880; Credaro, La pedagogia di F. Herbart, 1900; A. Angiulli, La
pedagogia, 1882; A. Gabelli, La pedagogia, lo stato e la famiglia, 1876;
Ardigd, La scienza dell’ eduoasione, 1893; E. Celesia, Storia della pedagogia
italiana, 1893 (v. educazione, didattica, metodica, pedologia, ccc.).
Pedologia. T. Paidologio; I. Paidology; F. Pédologia. Vocabolo creato dal
Chrisman per designare In scienza completa del fanciullo, studiato così sotto 1
aspetto fisiologico ed antropologico, come sotto quello psicologico e
psichiatrico. Essa quindi non sarebbe che una parte, per quanto fondamentale,
della Pedagogia. Per altri la Pedo 835
PEN logia designa invece la vera scienza sperimentale della educazione,
distinta nettamente dalla Pedagogia, che è considerata come una speculazione
puramente astratta e filosofica. Per altri ancora la Pedologia non è che una
parte della psicologia individuale: come questa ricerca ed esamins le
differenze che mostrano i singoli individui nelle diverse funzioni psichiche,
così In Pedologia non studia la vita psichica generale dell’ infanzia, ma le
differenze per mezzo delle quali un fanciullo si distingue dagli altri, sia
nelle funzioni inferiori psicofisiologiche e sensoriali, sia nei processi
superiori della memoria, del ragionamento, delV emotività, eco. Cfr. O. Chrisman,
Paidologio, Entwurf zu einer Wissenschaft des Kindes, 1894; E. Blum, La
pédologie, Pidee, le mot, la chose, in « Année Paychologique », 1899; Sur les
divisione et la méthode de la pédologie, C. r. del Congrès de phil. de Genève,
1904; G. Cesca, Pedagogia ο pedologia, « Riv. di fil.
ο scienze aff. », sett. 1902. Pena. T. Strafe, Bestrafung; I.
Punishment; F. Peine, Punition. Ha tre significati distinti: in senso generale
esprime qualunque dolore, o qualunque male che cagiona dolore; in senso
speciale indica un mule che si soffre per causa propria, e comprende quindi
tutte le pene dette natwrali; in un senso ancora più speciale, indica la
sanzione della legge, ossia quel male che l’ autorità civile infligge ad un
colpevole per causa del suo delitto. Secondo la maggior parte dei criminalisti,
la pena, intesa in quest’ ultimo significato, ha origine dal sentimento della
vendetta, che spinse gli uomini primitivi a infliggere un male s chi aveva ad
altri recato male, © che fu elevato all’ altezza di un diritto, ereditario,
redimibile a piacere dell’offeso ed esclusivo dell’ offeso stesso e dei suoi
familiari. In seguito, penetrata l’idea religiosa nella penalità, al concetto
della vendetta privata venne sostituendosi quello della vendetta divina, e il
diritto di infliggere © misurare la pena affidato al sacerdozio. Sorta infine
l’idea dello Stato, a questo fu PEN
836 affidato l’ufficio di punire,
riguardandosi il delitto non più come offesa al privato o alla divinità, ma
come offesa alla società intera, e quindi la pena come vendetta della società
offesa. Quanto al fondamento e allo scopo della pena, molto diverse sono le
dottrine dei filosofi ; però, secondo una classificazione generalmente
accettata, tutte codeste dottrine si possono distribuire in tre gruppi. Al
primo appartengono le dottrine assolute, che pongono lo scopo della pena
unicamente nel principio morale e quindi non al di là della pena stessa; si
punisce quia peoatum est, perchè la pena è giusta in sd; un simile concetto fu
sostenuto in Italia dal Mamiani, ed elaborato ulteriormente nell’ idea della
retribuzione giuridica dal Pessina. Al secondo appartengono le dottrine
relative, che dànno tutte alla pena uno scopo fuori della pena stessa, ma
differiscono grandemente tra di loro nella determinazione dello scopo stesso. Così,
secondo la teoria del contratto sociale (Hobbes, Rousseau, Beccaria, Fichte),
scopo della pena è l'utilità: « La sola necessità, dice il Beccaria, ha fatto
nascere dall’ urto delle passioni ο dalle opposizioni degli interessi l’ idea
della utiUtd comune, che è la base della giustizia umana... Il fine delle pene
non è di tormentare ed affliggere un essere sensibile nd di disfare un delitto
già commesso... ma d’ impedire il reo dal far nuovi danni ai suoi concittadini
e di rimuovere gli altri dal farne uguali ». Secondo un’altra dottrina
relativa, la pena ha per scopo tenere i proclivi al reato; essa esercita, dice
il Fenerbach, una cazione pricologioa, ed è perciò necessario che il male della
pena superi il vantaggio o il piacere proveniente dal delitto. Analoghe alla
precedente sono le teorie dette della premonisione (la legge deve ammonire a
non delinquere), della prevensione (la legge deve distruggere la volontà
inclinata al delitto), del risarcimento (il colpevole deve risarcire, con 1’
espiazione della pena, i danni morali o ideali prodotti col reato), del
ravvedimento ο miglioramento (scopo
837 PEN della pena è specialmente
di far ravvedere il colpevole ο @ impedire quindi la ricaduta nel delitto), e
della difesa. Quest’ ultima dottrina ebbe un valido sostenitore nel Romagnosi,
per il quale il diritto penale non è che diritto di difesa, ed ha il fondamento
nel diritto che hanno tatti gli uomini di conservare la loro felicità e nell’
uguaglianza legale naturale, che passa fra uomo'e uomo; I’ uno e Paltro diritto
sono posti in moto dalla considerazione di un male derivante dsl facinoroso;
fine immediato e proprio d’ogni pena, tanto minacciata quanto eseguita, è
d’incutere timore affinchè non si commettano delitti. Al terzo ed ultimo gruppo
appartengono le dottrine miste, che cercano di conciliare le assolute e le
relative, dando alla pena un fondamento nel principio morale e uno nella
dottrina sociale. Così secondo il Carrara, il diritto di punire riposa su tre
principi, dell’ utilità, della giustizia, della simpatia, compresi tutti nella
legge dell’ ordine prestabilita da Dio all'umanità; il fondamento è nella
necessità di difendere i diritti dell’uomo, la giustizia è il limite, la
simpatia il moderatore della sua forma; la forza tutelatrice del diritto deve
esercitarsi mediante la coazione morale, che legittima la minaccia della pena;
© poichè tale minaccia non raggiungerebbe il suo scopo se non ne seguisse
Vapplicuzione, così la necessità e la legittimità della minaccia portano seco
la necessità ¢ la legittimità dell’ applicazione effettiva del castigo; non
sono perciò punibili se non quei fatti, che abbiano il doppio carattere di
essere lesivi del diritto e siano riparabili mediante la repressione. Secondo
la nuova souola criminale positiva (Lombroso, Ferri, Garofalo), essendo il
delitto un prodotto di fattori antropologici, fisici e sociali, la pena non ha
carattere di colpa morale, di retribuzione morale, di castigo; la scelta ο la
misura della pena devono esser fatte in rapporto allo speciale carattere del
delinquente e alle peculiari condizioni dell’ ambiente; lo Stato, adottato il
magistero repressivo, deve agire in PEN
838 via preventiva per eliminare
o modificare e diminnire i fattori della delinquenza (igiene sociale). Quanto
allo scopo della pens, la scuola positiva accoglie il concetto, proprio di
altre scuole, della difesa sociale: la società è un organismo che, come tale,
deve vivere e conservarsi, respingendo e, ove è possibile, prevenendo ogni
lesione; si applicano le pene perchè i delinquenti siano posti, temporaneamente
ο perpetuamente, nell’ impossibilità di nuocere, per ottenerne l’ ammenda, per
trattenere altri dal delitto. Cfr. Beccaria, Dei delitti ο delle pone, 1764;
Romagnosi, Genesi del diritto penale, 1837; Carrara, Programma di dir.
oriminale, Parte generale, 1871; Feuerbach, Lehrbuch d. gem. in Deutschland
gült. peinlichen Rechte, 1874; H. Sidgwick, The elemente of politics, 1897;
Jhering, Der Zweok im Recht, 1899; Letournean, L'érolution juridique, 1891; R.
Saleilles, L'individuation de la peine, 1898; G. Tarde, La philosophie pénale,
1890; Lombroso, L’ womo delinquente, 1896; Garofalo, Criminologia, 1905; Ferri,
La sootol. criminale, 1892: Antonini, Antropologia criminale, 1906; Frassati,
La nuora souola del diritto penale in Italia ο all'estero, 1891; Aless. Levi,
Delitto ¢ pena nel pensiero dei greci, 1903; C. Picone Chiodo, I nuori
orizzonti della soc. criminale, 1914 (v. delitto, libero arbitrio,
responsabilità). Pensiero. T. Gedanke, Denken ; I. Thought; F. Pensée. In senso
largo comprende tutti i fenomeni conoscitivi © intellettivi, per opposizione a
quelli affettivi ο volitivi. Nel suo significato proprio è l’attività dello
spirito che analizza e pono tra loro in relazione i dati complessi della
esperienza sia reale che possibile. AI pensiero è dunque da riferire ogni
maniera di conoscenza mediata, che si ottiene cioè mediante il paragone e il
riferimento cosciente de’ suoi termini; si oppone quindi alla sensazione, alla
quale si riferisce ogni maniera di conoscenza immediata. I dati della
esperienza sensibile costituiscono ciò che si dice In materia del pensiero,
mentre il modo della comprensione dei dati
839 PEN stessi ne costituiscono
la forma. Quando il pensiero è opposto all’ asione, designa in genere
l’attività ideale o psichica per opposizione alla volontaria; quando è opposto
alla realtà, alla cosa, designa il soggetto conoscente come contrapposto
all’oggetto conosciuto. Nel linguaggio di Cartesio © de’ suoi seguaci, nel
termine pensiero sono compresi tutti i fatti psichici; come l'attributo o
proprietà fondamentale dei corpi è l'estensione, cos) l’attributo dello spirito
è il pensiero, ο quindi tutti gli atti interni non sono che modi del pensiero.
« Tutti i modi di pensare che osserviamo in noi stessi, dice Cartesio, possono
essere riportati a due generali, l'uno dei quali consiste nel percepire con
l'intelletto, l’altro nel determinarsi con la volontà ». Così sentire,
imaginare e persino concepire delle cose puramente intelligibili, non sono che
modi differenti di percepire; ma desiderare, sentire avversione, aaserire,
negare, dubitare, sono modi differenti di volere. In seguito il significato del
vocabolo andò sempre più restringendosi e determinandosi. Secondo Hobbes « ogni
pensiero consiste in un combinare e separare, aggiungere © togliere di
rappresentazioni mentali; pensare è calcolare (to reokon) ». Per Hume è « la
facoltà di combinare, trasporre, aumentare o diminuire il materiale fornito dai
sensi ο dalla esperienza; tutti i materiali del pensiero ci sono dati dall’
esperienza interna ο esterna, solo la loro combinazione è opera
dell’intelligensa ο del volere ». Per l’Holbach è la facoltà che ha l’uomo @appercevoir en
lui-même ou de sentir les difforentes modifications ον idées qu'il a rogues, do les combiner et de les δέparer, de les éteindre et de les restreindre, de les
comparer, de les renouveler. Kant
considera il pensiero come giudizio, come conoscenza mediante concetti, come
l’azione di riferire una data intuizione ad un oggetto (die Handlung, gegebene
Anschauung auf einem Gegenstand zu beziehen). Lotze considera il pensiero come
« una continua critica che lo spirito esercita sul materiale delle
rappresentazioni succedentisi PEN
840 (Vorstellungeverlauf), in
quanto esso separa le rappresentazioni, e le collega secondo un rapporto non
collocato nella natura del loro contenuto ». L’ Hamilton crede che Js
peculiarità distintiva del pensiero in generale sia che esso involge la cognizione
d’ uns cosa mediante la cognizione di un’altra; ogni pensiero è quindi una
cognizione mediata ». Per il Galluppi, come per Cartesio, col termine pensiero
si indica qualunque atto © qualunque modificazione dell’ anima umana,
modificazione che consiste nel sentire, nel conoscere, nel desiderare © nel
volere; l’ attenzione sul proprio pensiero costituisce la riflessione. Secondo
il Rosmini il pensiero è l'insieme degli atti delle facoltà intellettive, vale
a dire dell'intelletto, costituito dall’intuizione dell’ essere, ο della
ragione, che è la potenza generale d’ applicare l’essere; In legge suprema del
pensiero è quindi: il termine del pensiero à l'ente; il che equivale a dire «
il pensiero è così fatto che ha per leggo primitiva di sua natura di avere a
termine l’ente, di modo che o ha Vente a suo termine ovvero non è; l’ente considerato
sotto questo aspetto è dunque la condizione a cui è legata l’esistenza del
pensiero ». Secondo 1’ Ebbinghaus il pensiero si può considerare come un
termine di mezzo tra la fuga delle idee ϱ le idee fisse, © consiste « in una
successione di rappresentazioni, che non sono soltanto riunite per associazione
le une alle altre in elementi di una serie, ma che nel tempo stesso sono auche
coordinate ο subordinate ad un’altra rappresentazione direttrice; quindi esse
hanno tutte dei rapporti con una rappresentazione superiore, per il fatto
stesso che vi figurano come parti di un tutto ». Drobisch lo definisce
brevemente come « il compondio d’una pluralità e molteplicità in una unità
>; il Wundt come un appercepire attivo, come-« ogni rappresentare possedente
un valore logico »; l'Hüffding: « se noi cerchiamo una definizione generale del
pensiero possiamo dire: pensare è comparare, è trovaro della diversità o
della 841 PER somiglianza ». Cfr. Cartesio, Princ.
phil., I, 9; Spinoza, Ethica, 1. II, teor. I; Hume, Essais, II, 27'segg.;
Holbach, Syst. de la Nature, 1770, I, cap. VIII, p. 112; Kant, Krit. d. r.
Vern., ed. Kehrbach, p. 88, 89, 229; Lotze, Grundzüge d. Logik, 1891, p. 6, 552;
Hamilton, Lectures on Logis, , t. II, p. 75; Drobisch, Neue Darstellung d. Logik,
1887, $ 4; Galluppi, Lesioni di logica 6 metafisica, 1854, vol. I, p. 18;
Rosmini, Logica, 1853, $ 36 segg., 64 segg.; Id., Peiovlogia, 1848, II, p. 272
segg.; Ebbinghaus, Paychologie, trad. franc. 1912, p. 199 segg.; Liepmann, Sur
la fuite d’idées, 1904; J. Dewoy, How we think, 1912; M. Stern, Das Denken w.
sein Gegenstand, 1909; Wnndt, Logik, , I, 71; Hôffding, Peyokologie, trad.
franc. 1900,
p. 232; Id., La pensée humaine, ses formes et sea problèmes, trad. franc. 1911; A. Fouillée, La pensée et les nouvelles
éooles anti-intelleotwalistes, 1911; A. Faggi, Il pensiero, « Riv. di filosofia
», maggio 1912 (v. essenza, intelletto, intelligenza, noo, logos, ragione).
Percetto. T. Empirische Anschauung; I. Percept; F. Percept. Neologismo usato
talvolta, per analogia con concetto, per designare il contenuto della
percezione. Si stingue dalla percezione, in quanto questa designa 1’ atto © il
processo del percepire, mentre quello è il risultato del processo medesimo. Il
Romanes chiama percetto l’idea semplice, recetto l’idea composta o combinazione
di rappresentazioni, concetto l’idea generale ο astratta; i recetti derivano
dai percetti più o meno simili, e la loro associazione ha carattere passivo; le
somiglianze tra i percetti sono così distinte, così cospicue © così
frequentenente ripetute che, nel momento stesso della percezione, si
classificano tra di loro e, per così dire, cadono spontaneamente nelle loro
appropriate classi, senza uno sforzo cosciente da parte del soggetto che
percepisce. Cfr. Romanes, L'eroluzione mentale dell’ uomo, trad. italiana 1907,
Ρ. 33 segg. PER Percezione. T. Warknemung, Perception ; I. Peroeption ; F.
Peroeption: Uno dei vocaboli filosofici dal significato più vario ed
oscillante. Spesso è usata come sinonimo di sensazione, per designare il
fenomeno psicologico provocato dalla eccitazione d’un organo di senso; altre
volte è distinta dalla sensazione per il giudizio d’obbiettività che essa
implica, in quanto cio’, mentre la sensazione non è riferita ad un oggetto
determinante, la percezione invece è una sensazione integrata dall’ esplicito
riferimento del soggetto all’ oggetto; e vien distinta ancora dalla sensazione
perchè, mentre in questa il fatto psichico provocato dalla eccitazione di un
organo di senso ha carattere puramente afettivo, nella percezione ha carattere
intellettuale. E usata ancora come sinonimo di rappresentazione; ma da altri ne
è distinta perch’, mentre la rappresentazione è un fatto mentale, che si
rinnova nell’ assenza d’ uno stimolo esteriore che direttamente lo provochi, la
percezione non si ha che mediante l’azione su noi dell’ oggetto sensibile.
Perciò alcuni chiamano la rappresentazione percezione mediata. Alcuni
distinguono la percezione semplice dalla percezione esteriore: quella non è che
la pura coscienza delle nostre sensazioni, questa è la coscienza dell'oggetto,
cioò la nostra sensazione divenuta una qualità dell’ oggetto esteriore, Si
soglion chiamare peroesioni acquisite quelle percezioni di un senso, che
risultano non dalla eccitazione immediata che quel dato organo di senso ha
dall’ oggetto (percezioni naturali), ma dalla eccitazione di quell’organo
avvenuta mediante un altro organo di senso. Nella terminologia cartesiana per
percezione #’ intende qualunque fatto intellettuale ; essa è opposta alla
rolisione, che designa ogni atto di volontà ο di desiderio; percezioni e
volizioni costituiscono l’intero ambito dei fatti di coscienza. Ommes modi
cogitandi, quo in nobis experimur, dice Cartesio, ad duos generales veferri
possunt, quorum unus est poroeptio, sive operatio intelleotua.... Nam sentire,
imaginare ot pure intel 843 PER Ἱέροτο
sunt tantum diversi modi peroipiendi, Nella filosofia del Leibnitz la parola
percezione ha un significato pure anıplissimo, abbracciando ogni specie di
pensieri: egli chiama percezioni insensibili, o piocole percezioni, gli stati
di coscienza esistenti nel nostro spirito ma non attualmente pensati, ο in
questo stato incosciente suppone esistano tutte le idee delle cose, cosicchè lo
sviluppo delle facoltà intellettuali non consisterebbe che nel lavorio dell’
anima di rendere chiare © coscienti le idee che sono in essa quasi abbozzate.
«In ogni momento, dice il Leibnitz, esiste in noi una infinità di percezioni,
ma senza appercesione © senza rifleesione, cioè dei cangiamenti dell’ anima
stessa, dei quali non οἱ accorgiamo; perchè queste impressioni sono ο troppo
piccole e numerose, o troppo unite; per modo che esse non hanno nulla di
sufficientemente distintivo separate, ma, unite ad altre, non mancano di fare
il loro effetto, e di farsi sentire nella riunione, almeno confusamente....
Queste piccole percezioni sono assai più importanti che non si creda. Sono esse
che formano quel non s0 che, quei gusti, quelle imagini delle qualità dei
sensi, chiare nell’insieme ma confuse nelle parti; quelle impressioni, che i
corpi che ci circondano fanno su noi © che racchiudono l’infinito; quel legame
che ogni essere ha con tutto il resto dell'universo. Si può dire persino che,
dunque, il presente di codeste piccole percezioni è gravido dell’ avvenire
carico del passato, che tutto cospira © che degli occhi penetranti come quelli
di Dio potrebbero leggere nella più piccola delle sostanze tutta la serie delle
cose dell'universo ». Anche per Locke la percezione ha significato molto ampio,
essendo « la prima operazione di tutte le nostre facoltà intellettuali e Padito
(the inlet) di ogni conoscenza dentro la nostra mente ». Per Berkeley « avere
un’ idea è la stessa cosa che percepire ». Condillac: La peroeption et la
conscience ne sont qu'une même opération sous deux nome. En tant qu'on ne la
considère que comme une impresrion de l'âme, on PER 844
peut lui conserver celui de perception; en tant qu'elle avertit Vame de
sa présence, on peut lui donner celui de conscience. Il Reid distingue la percesione, che ci dà l’esistenza
e la qualità dei corpi, dalla sensazione, che sorge nel nostro spirito in
seguito alla impressione fatta sugli organi di senso dai reali esteriori; la
percezione dell’esistenza dei corpi, quantunque sorga in noi contemporaneamente
alla sonsazione, pure non ne è l’effetto, ma è bensì un giudizio istintivo
della realtà dei corpi esteriori ο delle qualità di eni ci si presentano
forniti. Per Kant la prima cosa che ci è data è il fenomeno © sensazione, che,
quando è legato alla coscienza, si chiama percezione ; quindi « In percezione à
la coscienza empirica, cioò la coscienza nella quale c’è nello stesso tempo
sensazione ». Per |’ Hamilton la percezione è soltanto una specie di
conoscenza, la sensazione una specie di sentimento: « la percezione è
propriamente la coscienza, attraverso il senso, delle qualità d’un oggetto
conosciuto come differente dall’ io; la sensazione è propriamente la coscienza
dell’ affezione subbiettiva del piacere o del dolore, che accompagna questo
atto di conoscenza ». La distinzione tra sensazione e percezione è ammessa, per
quanto in modi diversi, da quasi tutti i filosofi contemporanei. Cosi lo Ziehen
considera la sensazione come il materiale greggio, la percezione come lo stesso
materiale rielaborato : « noi indichiamo come percezioni quelle. sensazioni
sulle quali s'è esercitata la nostra attenzione ». Per questa rielaborazione le
percezioni si accostano al pensiero: « Poichè la percezione, dice 1’ Höffding,
riposa su un processo che si può chiamare un confronto involontario, si
presenta a noi come una funzione del pensiero, mediante la quale ci appropriamo
ciò che è dato nella sensazione, © incorporiamo la sensazione nel contenuto
della nostra coscienza. Se dunque una funzione del pensiero si manifesta nella
percezione sensibile, è chiaro che la percezione e il pensiero non possono
essere due funzioni affatto differenti della coscienza. Non 845
PER c’è alcuna percezione sensibile che sia assolutamente passiva». Una
distinzione analoga fa il Sally: « nella sensazione la mente è, relativamente,
passiva e recipiente; nella percezione è non solo attenta alle sensazioni,
discriminandole ο identificandole, ma passa dalla impressione all’oggetto che
esse indicano o fanno conoscere ». Il Galluppi riteneva invece la distinzione
tra percezione e sensazione affatto arbitraria, una semplice astrazione che, se
fosse reale, οἱ trarrebbe allo scetticismo, in quanto condurrebbe seco la
necessità di credere ciecamente a tutto ciò che la percezione ci presenta. Egli
quindi identificava la percezione colla sensazione: ogni sensazione è di sua
natura la percezione di un oggetto esterno, © quindi la percezione dei corpi,
anzichè distinta, è inchiusa nella sensazione. Il Rosmini distingue la
percezione in sensitiva © intellettiva: quella è la sensazione stessa ο un
sentimento qualunque, in quanto si considera unito a un termine reale, questa è
un giudizio col quale lo spirito afferına sussistente qualche oggetto percepito
dai sensi, ὁ, in altre parole, è la visione del rapporto che passa tra un
sentito e l’idea di esistenza. Egli distingue ancora nella percezione dei corpi
la percezione soggettiva, che si ha sia col sentimento corporeo, per sò stesso,
sia collo sue modificazioni, e la percezione estrasoggettiva, che è fondata sulla
prima, è fornita dai sensi e ci da il sentimento dell’azione ο l'estensione di
un corpo fuori di noi. L'Ardigò distingue la sensazione pura dalla percezione :
quella è la semplice osservasione, vale a dire l’atto psichico avvertito come
proprio della coscienza individuale nel presente della successione dei suoi
atti, questa invece è l'esperimento, cioè la sensazione stessa accompagnata da
altre sensazioni e verificata per mezzo di un altro senso: queste sono appunto
le circostanze oggettivanti, per cui il dato sensitivo è proiettato
all’esterno, ossia per cui l'oggetto ci è dato come esistente realmente fuori
di noi. Il Sergi ha cercato di spiegare fisiologicamente l’oggettività della
PER 846
percezione, riconducendola ad un’onda nervea di ritorno, cio’ alla
riflessione dell’ onda centripeta che ha dato luogo alla sensazione; mentre
nella sensazione l’ onda nervosa, prodotta dallo stimolo, va dall’organo
periferico al cervello, nella percezione l’onda stessa è riflessa dal cervello
lungo la medesima fibra allo stesso organo; ciò darebbe ragione, secondo il
Sergi, della proiezione del dato sensibile e della sua localizzazione
nell'oggetto esteriore: come l’eccitaziono centripeta tende a dare ad ogni
mutazione che ne segue un carattere soggettivo, così l'eccitazione centrifuga
tende a far uscire dal soggetto la modificazione prodotta. Il Jerusalem
considera la percezione come la forma più semplice © primitiva del giudizio, in
quanto consiste nel dar forma e obbiettività al contenuto disordinato dejle sensazioni.
Il Wundt, infine, contrappone la percezione alla apperoesione : questa è quel
fatto psichico che è da noi percepito con uno sforzo particolare di volontà,
detto attenzione, quella è ogni fatto psichico che si trova, a così dire,
situato nello sfondo della nostra coscienza. Cfr. Cartesio, Principia, I, 32;
Leibnitz, Monadologia, $ 14, 21; Id., Nouv. essais, I, passim ; Locke, An.
essay cono. hum. understanding, 1705, 11, cap. 15; Berkeley, Treatise on the
princ. of human knowledge, 1871, VIL; Condillao, Essai sur l’origine des
connaissances, 1746, I, sez. II, $4; Reid, Works, ed. by Hamilton, 1863, p. 876
segg.; Kant, Krit. d. rei. Vern., B 207; Hamilton, Leotures on Metaphysics, 1859, vol. II, p. 98
segg.; Th. Ziehen,
LeitSaden dor physiol. Peyohologie, 1893, p. 17, 170; Höffding, Peychologie,
trad. franc. 1900, p. 167; Sully,
Outlines of Psychology, 1892, p. 148; Galluppi, Elementi di filosofia, 1820;
Id., Lezioni di logioa 6 metafisica, 1854, vol. I, p. 166 segg.; Rosmini, Nuoro
saggio sull’ origine delle idee, 1830, $ 481 segg.; Id., Logica, 1853, $ 307
segg., 701 segg.; P. Carabellese, La teoria della percezione intellettiva di 4.
Rosmini, 1907; Ardigò, Il fatto psicologico della peroezione, Op. fil. IV,
1897, p. 347 segg.; G. Sergi, Teoria fisiologica della 847
PER percezione, Milano, 1884; Jerusalem, Die Urtheilefunotion, 1895, p.
219 segg.; Wundt, Grundriss d. Peychol., 1896, Ρ. 245 sogg. (v. distanza,
integrazione, rappresentazione, cateriorità, volontà, ecc.). Percezionismo. T.
Perceptionnismus ; I. Perceptionism; F. Perceptionnisme. La dottrina della
percezione immediata, che ebbe per principali sostenitori i filosofi della
scuola scozzese e dell’ eclettismo francese. Il percezionismo è una forma di
realismo. Esso consiste nell’ammettere come un fatto irreducibile il sentimento
d’ obbiettività contenuto nella sensazione e nell’ accordare a codesta credenza
un valore rappresentativo: la prova che esistono delle cose fuori di noi è data
dal fatto che la percezione ci mostra delle cose esistenti fuori di noi. Cfr.
Cousin, Fragments philosophiques, 1840, t. II, p. 30 segg.; Paul Janet, Victor
Cousin et son oeuvre, 1885, p. 73-81; Mao Cosh, The intuitions of the mind,
1882, p. 108 (v. intermediariste, concezioniemo, conoscenza, senso comune).
Perfezione. T. Volkommeheit; I. Perfection; F. Perfeotion. Il concetto di
perfezione ha subìto non pochi mutamenti nella storia del pensiero filosofico.
Per Platone è perfetto soltanto ciò che non contiene alcuna contraddizione,
alcuns mescolanza, ciò che è assolutamente uno pur comprendendo in sè gran
numero di attributi. Per Aristotele la perfezione consiste nel corrispondere
esattamente a un concetto, a un tipo, a una norma, nell’ esser tale che non si
potrebbe concepire nulla di migliore. S. Tommaso distingne due specie di
perfezione: prima, quae est ipsum esse rei, secunda vero est eius operatio et
haso est maior quam prima; illud igitur dieitur simplieiter pefectum, quod
pertingit ad perfeotam sus operationem. Per Cartesio invece la perfezione è
l'essenza stessa della divinità; Dio è, per definizione, |’ essere
assolutamente perfetto: La substance que nous entendons être souverainement
parfaite et dans laquelle nous ne conoevons rien qui enferme quelque defaut ou
PER 848
limitation de perfection, s'appelle Dieu. Spinoza considera la
perfezione © l’imperfezione come due semplici modi di pensare « ciod delle
nozioni che abbiamo l'abitudine di formulare perchè confrontiamo, gli uni con
gli altri, gli individui d’una stessa specie e d’uno stesso genere >;
perciò, egli aggiunge, io comprendo « per realtà e perfezione la stessa cosa;
noi abbiamo infatti 1 abitudine di ricondurre tutti gli individui della natura
sd un sol genere, che si chiama generalissimo; ciod alla nozione delP Essere,
che appartiene a tutti gli individui della natura senza eccezione. Così, in
quanto noi riconduciamo gli individui della natura a questo genere e li
confrontiamo tra loro e troviamo che gli uni hanno più di Essere e di Realtà
degli altri, diciamo che gli uni sono più perfetti degli altri.... Infine, per
perfezione in un genere io comprenderò la realtà, ossia l'essenza d’una cosa
qualunque, in quanto questa cosa esiste ed agisce in un modo dato ο determinato
». Il Leibnitz la concepisce quasi matematicamente come «la grandezza della realtà
positiva presa precisamente, mettendo da parte i limiti nelle cose che ne
hanno». Ad ogni modo, il concetto di perfezione è puramente astratto ο
relativo. Quando noi giudichiamo perfetto un oggetto qualsiasi, lo facciamo
riconoscendo che esso oorrisponde al fine per il quale esiste, o realizza il
tipo della specie cui appartiene; in altre parole, non facciamo che istituire
un rapporto fra due termini. Le
perfezione non va confusa con la perfettibilità: quella è statica, questa è
dinamica, quella è una realtà, o è assunta como tale, questa è una idenlitä.
L'idea della perfettibilità, è, come quella di evoluzione e di progresso,
essenzialmente moderna; nell’antichità e nell’evo medio era concetto comune che
la natura delle cose è immutabile, © che, se in qualche coss muta, codesto
mutamento è sempre peggioramento. Nè meno estranea è l’idea di perfettibilità
all’ ottimismo filosofico : se il nostro mondo è il migliore dei possibili,
cio’ 849
Per il più perfetto, non vi ha possibilità di un miglioramento
ulteriore, la perfezione escludendo la perfettibilità. Il merito di aver
introdotto il concetto e la parola di perfettibilità spetta specialmente al Condorcet,
che ne fece 1’ essenza stessa dell’uomo. Secondo alcuni la perfettibilità è
contenuta anche nella dottrina della evoluzione; ma ciò può sembrare, secondo
altri, inesatto, inquantoch® la perfettibilità dell'essere non è illimitata,
all’ evoluzione corrispondendo inevitabilmente la dissoluzione. Cfr. Aristotele, Met., V,
16, 1021 b, 12 segg.; S. Tommaso, Contra gent., II, 46, 2; Cartesio, Réponses
aux secondes objections, def. VIII; Spinoza, Ethica, Prefazione al 1. IV;
Leibnitz, Monadologie, $ 41, De rerum originatione radicali, $ 3; Condorcet,
Esquisse des progrès de l'esprit humain, 1794 (v. idea, progresso). Periferia, T. Peripherie; I. Periphery; F.
Peripherie. La superficie esteriore di un corpo solido. Sistema nervoso
periferico, dicesi quello costituito dai gangli e dalle fibre nervose, per
opposizione al centrale, costituito dall’ encefalo ο dal midollo spinale;
perciò dicesi periferico qualunque fenomeno nervoso, normale o patologico, che
avvenga in un punto qualunque della fibra che unisce l'organo esterno al suo
centro cerebrale. Sensazioni periferiche, per opposizione ad interne, diconsi
quelle determinate dagli stimoli esteriori. Perigenesi. T. Perigenese. L’
ipotesi con cui 1’ Haeckel spiega la trasmissione ereditaria o eredità dei
caratteri. Secondo questa dottrina, in ogni atto riproduttivo una data quantità
di protoplasma o sostanza albuminoide viene trastuessa dal genitore al figlio,
9 nello stesso tempo viene trasmesso al protoplasma il movimento molecolare
individuale, che gli era proprio. In altre parole, 1’ eredità consisterebbe
nella trasmissione del movimento dei plastiduli, che costi tuiscono il plasma. Cfr. Y. Delage, La
structure du protoplaame et les théories de l'érédité, 1895 (v. eredità,
endogenesi, germiplasma, pangenesi). 54 RanzoLi, Dizion. di acienze
filosofiche. PER 850 Poripatetici. T. Peripatetiker; I.
Peripatetica; F. Péripatéticiens. I seguaci di Aristotele, così detti perchè
studiavano e insegnavano passeggiando al Liceo. Fondatore della scuola
peripatetica fu Teofrasto di Lesbo, che con l'insegnamento e con gli scritti
diffuse la dottrina aristotelica, non senza allargarla, specialmente nella
scienza della natura; mantenne la separazione dell’ intelletto fatta dal
maestro, ma lo vollo congenito all’ nomo (σύμφυτος), ed in generale piegò più
per la immanenza che per la trascendenza. Gli successe Stratone di Lampsaco,
che, più risoluto del predecessore, tolse di mezzo le antinomie aristoteliche,
negando l'intelletto separato ed il concorso di Dio nella produzione del mondo;
egli concepì il pensiero dell’ intelletto come un movimento, e fa quindi
condotto a negare l’esistenza d’un essere immobile, collocato al di fuori della
natura e origine d’ogni movimento. Meno importanti furono i successori di
Stratone, che seguirono a preferenza o le ricerche fisiche, o le trattazioni
morali in forma popolare (v. aristotelismo). Nella filosofia scolastica
dicevasi quantità PERMANENTE lo spazio, per opposizione alla quantità
successiva, cio il tempo. Perseità. Lat. Perseitas; T. Perseität; I. Perseity;
F. Perséité. Cid che sussiste per se, καθ᾽ αὑτό. È quindi l’attributo della
sostanza: aubstantia est per ae, dice Goclenio, accidens per aliud. La parola
perseità si adopera però quasi esclusivamente ad indicaro la dottrina tomistica
delle relazioni tra il bene e il volere divino. Secondo S. Tommaso il volere,
nella sua espressione adeguata, è mosso essenzialmente dal concetto del bene
come presente alla ragione, © ciò sia nella natura umana che nella divina: la
perseitas boni è dunque la razionalità essenziale del bene. Per Duns Scoto
invece il bene è creazione arbitraria del volere divino, che al bene è
superiore, Egli distingue due 851 PER specie di perseità: uno modo pro esse
incommunicabili, et sic per se esse cat incommunicabiliter esse; alio modo...
pro esse subristontiae, et sic per sè esse est per sè subeistere. Cfr. S. Tommaso, 8. theol., I,
2, q. XVIII segg.; Goolenio, Lez. philosophicum, 1613, p. 809. Persona. T. Person; I. Person; F. Personne.
Questo termine originariamente designava la maschera (πρόσωπον = viso, aspetto)
con eni nell’ antico teatro greco si rappresentava un dato personaggio. Quando
cadde l’uso della maschera, indicò il personaggio stesso, e così passò nell’uso
per indicare l’uomo, in quanto non è soltanto individuo, cioò unità organica di
parti solidali, ma è un essere cosciente ed intelligente, un’ unità fondamentale
di pensiero, di sentimento e d’azione. Perciò persona si oppone a cosa; il
vegetale, il minerale, l’animale, e, si può aggiungere, il demente e l’idiota,
sono cose, mentre l’nomo cosciente soltanto è persona. Dicesi persona morale
l’uomo in quanto, per le capacità del suo spirito, può partecipare della
80cietà morale e intellettuale degli spiriti; persona fisica 1’ organismo dell’
uomo, considerato come manifestazione della sua persona morale; persona
giuridica l’ uomo che possiede doveri ο diritti fissati dalla leggo. Cfr.
Trendelenburg, Zur Geschichte des Vorter Person, « Kant Studien », 1908;
Eucken, Geistige Strömungen der (Gegenwart, 1909, sez. D, § 5; C. Piat, La
personne humaine, 2* ed. 1912 (v. io, personalità). Personalismo. T. Personaliemus;
I. Personaliem; F. Personnalisme. Il Renouvier designa col nome di personalismo
relatiristico la propria dottrina della personalità, che si contrappone all’
impersonalismo della filosofia evoluzionistica. Origine della personalità umana
sarebbe, secondo il Renouvier, lo spirito personale di Dio, che è congiunto in
un sistema fisso di relazione universale con lo personalità umane. In un senso più generale dicesi personaliemo
ogni forma d’idealisnio metafisico, che pone la realtà ultima in una coscienza
unica, universale, eterna, fondandosi spePER
852 cialmente su queste due
argomentazioni: 1° esiste una stretta analogia tra il modo di comportarsi delle
idee nella mente individuale, ο la maniera onde ciascuna mente si connette con
le altre menti; 2* il rapporto conoscitivo © pensativo por eni la mente è volta
a questo o a quell'oggetto, è un rapporto del tutto peculiare, che non si può
identificare nd col rapporto causale nd con quello di somiglianza, © che
implica la presenza, sia pure latente, dell'oggetto stesso nella
coscienza. In un senso più generale
ancora dicesi personalismo, per opposizione a panteismo, ogni dottrina che
ammette Dio come persona. Cfr. Renouvier, Le personnalieme, 1903; Feuerbach,
Das Wesen des Christenthume, 1841, p. 185; De Sarlo, I diritti della
metafisica, « Cult. filosofica », luglio 1912 (v. fenomenismo, idealiemo).
Personalità. T. Persönlichkeit; I. Personality; F. Personnalité. È la coscienza
della propria individualità distinta da qualunque altra, « La personalità è V
sutocoscienza, dice l’Herbart, nella quale l’io considera sè stesso come uno ©
medesimo in tutti i suoi molteplici stati ». E il Wundt: «Come I’ io è il
volere interiore nella sua separazione da tutti gli altri contenuti della
coscienza, così la personalità è Vio che si risente con la molteplicità di quei
contenuti ο in tal modo si eleva al grado dell’autocoscienza ». La personalità
presuppone dunque la individualità, ed il principio d’ individuazione è
l'organismo. Infatti il senso organico è V elomento fondamentale della
personalità, la quale muta col mutare di quello: così si spiegano i fenomeni
patologici di sdoppiamento della personalità fisica, in oui l’individuo crode
d’avere due corpi, di cui uno cammina © l’altro sta fermo, uno è sano e l’altro
è malato. A costituire la personalità entrano anche i sentimenti e lo tendenze,
cho hanno pure sede nell’ organismo ; col mutarsi e V alterarsi di quelle si
muta quindi e si altera anche la personalità. L'identità della propria persona
è data dalla 853 Per continuità delle coscienze successive,
dall’unificarsi dei ricordi in un’ unica serie: Persona dicitur ens, quod
memoriam sui conservat, hoc est, so esse idem illud, quod ante in hoo vel isto
fuit statu (Chr. Wolff). Se quindi le basi organiche della memoria si alterano,
può darsi che 1’ io passato scompaia dalla memoria, e allora si hanno gli
sdoppiamenti della coscienza, costituiti da due io, da due persone distinte che
s’alternano nello stesso organismo. Dicesi appunto fenomeno delle personalità
alternanti quello sdoppiamento della personalità, nel quale all’ io primario si
sostituisce un io secondario e viceversa, in periodi successivi più ο meno
durevoli; le due personalità che si alternano sono del tntto separate rispetto
alla memoria; la personalità 4 è incapace di rievocare tutto ciò che è avvenuto
durante il periodo in cui era attiva la personalità B, ο viceversa; sono due
personalità che s’ignorano reciprocamente come se fossero separate da un
diaframma impermeabile. Per personalità
morale non s'intende soltanto quella coscienza della propria individualità che
ha per base 1’ organismo, ma quella specialmente che deriva dalla propria
capseità razionale, dalle qualità che si sono acquistate con la forza del
volere, che ci dànno il sentimento della dignità nostra e ci fanno degli esseri
superiori, autonomi, liberi. Il problema
della personalità dirina è la forma assunta nel pensiero contemporaneo dalla
controversia tra teismo e panteismo, Il teismo cristiano si regge
essenzialmente sopra la credenza in un Dio personale, © codesta personalità
compete all’essere perfettissimo in quanto essa rappresenta appunto la suprema
perfezione; ma, d'altro canto, la personalità è individuazione, e
l'individuazione è limitazione nel tempo e nello spazio; di più la persona è
opposizione e relazione, in quanto è coscienza del proprio io distinto da tutto
ciò che è altro da lui e sussiste come rapporto di vari stati ad un soggetto
identico: come può dunque Dio essere persona, se è eterno, infinito, atto puro
PeR-PES 854 escludente ogni opposizione e relazione? Le
soluzioni proposte dai filosofi contemporanei sono varie, ma tutte oscillano
tra il panteismo, il teismo e l’agnosticismo. Cfr. Wundt, Ethic, 1892, p. 448;
Hamilton, Lectures on metaphysics, 1859, t. I, p. 166; Ribot, Les maladies de
la personnalité, 1885; P. Janet, Automatisme peyohologique, 1888 ; A. Binet,
Les altérations de la personnalité, 1892; Myers, The human personality, ;
Morton Prince, The dissociation of a personality, 1906; Dugas et Montier, La
dépersonalisation, 1911; Hébert, Études sur la personnalité divine, « Rov. de
métaphysique », giugno 1902 e marzo 1903; H. L. Mansel, The limits of religious
thought, 1858, p. 59 segg.; Mac Taggart, Studies in hegelian cosmology, 1901,
p. 76 segg.; Royce, Lo spirito della filosofia moderna, trad. it. , e The world
and the individual, 1904, t. I, p. 425 segg., II, p. 419 seggi; Bradley,
Appearance and reality, 1902, p. 135, 531 segg.; A. Chiappelli, La critica
filosofica e il concetto del Dio virente, « Riv. di filosofia », anno I, n. 4;
C. Ranzoli, L’agnostioiemo nella filosofia religiosa, 1912, cap. IV (v.
dissooiazione, temperamento). Persuasione, T. Ueberzeugung; I. Persuasion; F.
Persuasion. Si suole da alcuni distinguerla dalla certezza, perchè mentre
questa è fondata su motivi adeguati e conformi al vero, la persuasione può
essere anche di cosa falsa, oppure di cosa vera ma fondata su ragioni false.
Dicesi naturale la persuasione spontanea che ogni uomo ha dei principi supremi
di ragione, e riflessa quella che consiste nel riposo della intelligenza in un
assenso dato volontariamente ad uns proposizionPessimismo. T. Pessimismus ; I.
Pessimism; F. Pessimieme. Vocabolo usato la prima volta dal Coleridge per
indicare « lo stato peggiore », adottato poi nel 1819 e reso comune dallo
Schopenhauer. Può essere, come l'ottimismo a cui s'oppone, tanto naturale o
intuitivo, quanto sistematico o filosofico. Il primo è una semplice
disposizione 855 Prs dovuta sia a cause organiche ed
ereditarie sia ad una dolorosa esperienza della vita a veder tutto nero nel
mondo e nell'esistenza, a giudicare ogni cosa per il suo lato triste. Il
secondo è invece una dottrina la quale sostiene © dimostra che tutto è male
nell’universo, e che noi viviamo nel peggiore dei mondi possibili. Sebbene
questa seconda forma di pessimismo tragga spesso origine dalla prima, che è
antica quanto l'umanità, e sebbene essa esista più o meno latente nel fondo di
ogni religione in quanto l'aspirazione verso un'esistenza oltremondana è sempre
accompagnata dal malcontento dell’esistenza terrena tuttavia il pessimismo
filosofico non data che dal secolo appena scorso. Schopenhauer ne è il più
grande maestro, come Leibnitz può dirai il maestro dell’ottimiamo. Secondo
Schopenhauer, l'essenza del mondo è la volontà, la quale è stimolo di
oggettivarsi, forza cieca ed incosciente; perciò il mondo è pieno di mali; è il
peggiore dei mondi possibili. L'uomo è in sus balla, ed è, per conseguenza,
infelice: la sua vita oscilla come un pendolo tra il dolore e la noia. Nè egli
può liberarsi dalla vita, perchè la vita è volontà essa pure, cioè volontà di
vivere: « Volere è essenzialmente soffrire, e poichè vivere è volere, ogni vita
è nella sua essenza dolore. Più l’essere è elevato, più esso soffre... La vita
dell’uomo non à che una lotta per I’ esistenza, con la certezza d'esser
vinto.... La vita è una caccia incessante nella quale, ora cacciatori ora
cacciati, gli esseri si disputano i brandelli d’un orribile pasto; una specie
di storia naturale del dolore che si riassume così: volere senza motivo,
soffrire sempre, sempre lottare, poi morire, e così di seguito per i secoli dei
secoli, tinchè questo nostro pianeta si frantumi in piccoli frammenti ». Unico
rimedio è che l’ uomo cerchi di negare questa volontà, rintuzzando l'egoismo
sul quale si fonda lo stimolo di continuare a vivere, © ciò potrà ottenere non
già col suicidio, ma colla vita rigorosamente ascetica e contemplativa, che
conPer 856 durrà al lento suicidio della specie umana. I
discepoli di Schopenhauer trasformarono ο alterarono il suo sistema. Il
Banhsen, più esagerato del maestro, esclude che la volontà di vivere possa in
alenn modo negare sò stessa; la volontà, essendo essenzialmente cieca, non pud
sottomettersi all’idea, e all’nomo non rimane quindi alcuna possibilità di
liberazione. Invece per l’Hartmann l’ incosciente è nello stesso tempo volontà
e idea, cosicchè, quando col tempo dominerà l’idea, quando la volontà di vivere
si sottometterà alla logica, essa rinuncerà volontariamente a sò stessa, Si
avrà allora il suicidio cosmico, dopo il quale regnerà la pace del nulla. Ai
nostri giorni il problema del pessimismo e dell’ottimismo, che è essenzialmente
metafisico, non ha più ragione di esistere: il dolore e il piacere sono la
condizione stessa della vita, la quale non è nd tutto dolore nè tutto piacere.
D’ altro canto, se questo mondo fosse davvero il peggiore dei mondi possibili,
esso non potrebbe continuare ad esistere; ma esso continua ad esistere, e la
ragione che rende la vita possibile è, dice il Gnyau, la medesima che la rende
desiderabile. Cfr. Schopenhauer, Die Welt als Wille und Forstellung, ed.
Reclam, t. II, $ 162; E. Hartmann, Philosophie des Unbewussten, 1890; I.
Bahnsen, Der Widerspruch im Wissen und Wesen der Welt, 1880; Sully, Pessimiem,
1877; W. Thomson, Modern pessimism, 1878; G. Palante, Pessimieme et
individualieme, 1913 (v. dolore, piacere, ottimismo, migliorismo, incosciente,
sentimento). Petizione di principio. Lat. Petitio prinoipii; T. I Ia.; F.
Pétition de principe. E il sofisma che Aristotelo designava con le frasi τὸ ἐξ
ἀρχῆς, ovvero τὸ ἐν ἀρχῇ altetoda:. Esso consiste nel prendere come principio
di prova la tesi stessa da provare. Aristotele ne distingue cinque specie: la
prima, che si nasconde sotto le sinonimie, si ha quando si assume come
principio di prova la tesi stessa da provare, sotto altra forma; la seconda si
ha quando, dovendosi dimostrare una tesi particolare, si ritiene dimostrata la
tesi generale che la comprende; la terza è l’inversa della pre cedente; la
quarta non è che la terza estesa a tutti i casi possibili; la quinta, che è la
tipica, consiste nel provare una proposizione mediante un’altra, la quale non
può essere a sua volta provata che mediante la prima. Aristotele stesso cadde
in quest’ultima forma di petizione di principio, quando volle provare che la
terra è il centro del mondo, partendo dalla premessa che la natura delle cose
pesanti è di cadere al centro del mondo. Cfr. Aristotele, Anal. pr., I, 24, 41
b, 8; Id., Τορ., VII, 19. Piacere. T. Vergnügen, Lust; I. Pleasure; F. Plaisir.
Essondo un dato immediato della coscienza, è in sò stesso indefinibile. Esso
rappresenta uno dei due poli del sentimento, il quale si manifesta sempre sotto
le due forme opposte del piacere e del dolore, collegate fra loro da un numero
indefinito di stati intermedi. A malgrado però di questa opposizione, alcune
volte i dolori intensi sono a0compagnati da un senso di piacere, dovnto alla
vivacità dello stato affettivo. In generale, il piacere è determinato dal
funzionamento normale dei differenti organi del nostro corpo, sia che
appartengano alla vita psichica che a quella vegetativa. La stessa eccitazione
che produce dolore se eccessiva, può produrre piacere se d’intensità moderata:
questo fu detto piacero positivo, 9 piacere negatiro quello che deriva dalla
cessazione del dolore. Il piacere è sempre accompagnato da aumento delle
funzioni vitali: celerità nella circolazione del sangue e nella respirazione,
abbondanza nella assimilazione delle sostanze nutritive, maggiore secrezione
delle glandole, vivacità di movimenti, ecc.; a ciò devesi forse il fatto,
constatato dalla psicometria, che il tempo di reazione delle sensazioni di
piacere è minore di quello delle sensazioni di dolore. Si distingne comunemente
il piacere fisico (ad es, quello che si prova gustando un cibo) dal morale (ad
es. quello che si prova ammirando Pia
858 un’opera d’arte). Però la
differonza tra I’ uno e l’altro non è di natura, in quanto entrambi implicano
un fatto fisico ο organico e un corrispondente fatto psichico, ma soltanto di
complessità, essendo il secondo associato ad un maggior numero di dati
rappresentativi o intellettuali. Per Aristippo il piacere, ἡδονή, #’accompagna
al movimento calmo dell'organismo, il dolore al movimento violento, l’
indifferenza al riposo; esso importa il sentimento della soddisfazione, che
deriva dall’appagamento del desiderio; la difforenza tra i piaceri non sta nel
loro oggetto, ma nella forza del sentimento di soddisfazione, forza che si
trova per lo più nel piacere sensuale, corporco, che si riferisce all’
immediato presente. Per Aristotelo il piacere è la conseguenza e il
completamento dell’ atto, il che spiega come esso sia fugace e cerchi la
novità; esso completa anche la vita degli uomini « i quali hanno dunque ragione
di amare il piacere, poichè per ciascuno d’ essi è il completamento di quella
vita alla quale sono sì fortemente attaccati ». Per Epicuro il vero piacere non
si trova « nelle gioie dell’amore o nel lusso e negli eccessi della buona
tavola, como hanno voluto insinuare alcuni ignoranti e i nemici della nostra
scuola », ma nella tranquillità dello spirito libero da agitazioni, e nella
quiete del corpo esente dal dolore:, aprile 1905; A. Lalande, Pragmatismo et
pragmatioisme, « Revue philosophique », febbr. 1906; L. Laberthonnière, Saggi
di filosofia religiosa, trad. it. 1907; A. Schinz, Anti-pragmatisme, 1909; R.
Berthelot, Le romantieme utilitaire, 1911; W. James, Lo pragmatismo, trad.
frane. 1911; E. Boutroux, William James, 1911; F. Masci, Intellettualiomo e
pragmatismo, in « Atti della R. Accademia di Scienze m. e pol. », Napoli. (v.
azione, attivismo, attualismo, antropocentrico, moralismo, umanismo).
Prammatico (πραγματικός = che si riferisco ad una azione). Ciò che si pratica
per lunga consuetudine; oppure che concerne l’azione, il successo, la vita, in
opposizione sia alla conoscenza astratta © speculativa, sia alla obbligazione
morale. Dicesi anche di una credenza che si accetta non perchè riconosciuta
vera, ma perchè ritenuta utile. In questo senso Kant chiama prammatioa una
storia « quando rende pradenti, ciod quando insegna al mondo d’ oggi come possa
aver cura dei propri interessi meglio o almeno tanto bene quanto il mondo
passato »; prammatici gli imperativi che consistono in consigli di prudenza
riferentisi al benessere, distinti dai tecnici ο regole d’abilità, e dai
pratici o comandi morali. Kant chiama ancora fede prammatica una credenza che
si aunmette accidentalmente come
883 Pra fondamento ai mezzi d’un
fine determinato, e fede pratica una credenza che si ammette perchè è postulata
dalla legge morale: il precetto d’aspirare al sommo bene è obbiettivo e la sua
possibilità obiettivamente fondata, ma la credenza nei postulati che ne
derivano (divinità, libertà, immortalità) è soggettiva, quindi una fede puramente
pratica della ragione che in sò non è il dovere, ma sorge prima del sentimento
morale e può quindi diventare incertezza, ma non mai degenerare in inoredulità.
Il Blondel chiama prammatica la scienza dell’azione, in quanto questa
costituisco un ordine di realtà sui generis, l’atto, il xp&ypa, nel quale
s’ uniscono l'iniziativa dell’ agente, il concorso che esso riceve, le reazioni
che subisce. Il Windelband chiama fattore prammatico della storia della
filosofia quello pro- dotto dalla necessità interiore dei pensieri ο dalla
logica delle cose, per cui nella storia stessa si ripetono non solo i problemi
capitali ma anche le principali correnti della loro soluzione e le dottrino
germogliano incessantemente luna dall'altra. Cfr. Kant, Grundlegung sur Met.
der Sitten, 2 Absoh.; Krit. d. reinen Fernunft, Transc. Met., sez. III;
Blondel, L’Action, 1893, p. 206; Hermann, Der pragmatische Zusammenhang in der
Geschichte der Philosophie, 1836; Windelband, Storia della filosofia, trad. it.
Zaniboni, vol. I, D. 14 segg. (v. azione, attiviemo, pragmatismo). Pratica
(πρᾶξις azione). T. Praktisch, Ausübung;
I. Practical, Praotice; F. Pratique. Come dice I’ etimologia, pratico non
significa altro che attivo; si oppone perciò tanto a teorico, che a
speculativo, i quali derivano entrambi da radici che significano mirare,
guardare, e indicano quel lavoro indagativo e osservativo della intelligenza,
che sono l'operazione propria della scienza e della filosofia. La pratica ha
per fine l’azione, quindi il bene; essa è prodotta dalla volontà ο costituisce
la materia dell’ etica. Già in Aristotele troviamo la distinzione della
filosofia in teoretica, pratica e poetica; il Wolff la distinse pure in
teoPra 884 retica e pratica, comprendendo sotto questa
la filosofia pratica generale, il diritto naturale, l'etica, la politica e
l'economia, e dandole per fine supremo il perfezionamento di sò stesso e degli
altri. In Kant la critica della ragion pratica ha per c6mpito di rispondere ai
due quesiti: che cosa io debbo fare? che cosa io posso sperare? Il primo
quesito è oggetto della analitica, il secondo della dialettica della ragion
pratica, Nell’analitica sono principî pratioi quei postulati, che contengono
una determinazione universale della volontà a cui sono subordinate regole pratiche;
essi sono soggettivi o massime, se la determinazione è riguardata dal soggetto
come obbligatoria per la volontà propria, oggettivi ο leggi pratiche se è
riconosciuta come obbligatoria per la volontà d’ogni essere ragionevole.
L’Hartmann pone come cémpito della filosofia pratica di portare a fini della
coscienza i fini dell'inconscio ; tali fini si riassumono tutti nella rinuncis
al volere, che porterà all’ annientamento dell’ universo. 11 Windelband chiama
problemi filosofici pratici quelli che hanno origine dall’ esame dell’ attività
umana rivolta ad uno scopo, problemi teorici tutti quelli che si riferiscono in
parte alla conoscenza della realtà, in parte allo studio della conoscenza; dei
pratici si ocoupano l’etica, la sociologia, l'estetica, la filosofig del
diritto, della storia e della religione. Comunemente, per sapienza pratica, o
filosofia pratica, o senso pratico della vita, 8” intende quella saggezza tutta
particolare che non si apprende studiando ma operando e riflettendo, che non
attinge alla sola ragione, ma al sentimento, alla fantasia e al raziocinio
insieme, che non è soltanto prudenza, ma, a volta a volta, prudenza ο coraggio,
ardire © cautela, temporeggiamento © decisione. In altre parole, savierza
pratica significa equilibrio, misura; essa dà quindi all’ imprevisto il posto
che gli compete nella preparazione del futuro, ma si comporta al tempo stesso
come se ogni cosa fosse esattamente prevedibile; sa quanto d’ inevitabile prema
sui destini umani, 885 PRE ma procede come se tutto dipendesse dai
decreti del nostro volere; riconosce tutta l’importanza che gli accidenti
esteriori hanno sulla nostra felicità, ma è ancora più convinte che ogni
avventura esterna si veste dei colori della nostra anima e che la pace
interiore, bene supremo, non dipende alla fin fine che da noi, Cfr. Aristotele,
Met., II, 1, 998 b, 98, VI, 1, 1025 b, 18; Chr. Wolff, Philosophia praotica
univerealie, 1738, $ 2; Kant, Krit. d. prakt. Vernunft, ed. Reclam, p. 15
segg.; Hartmann, Phil, dee Unbewussten, 1890, III, 748; Windelband, Storia
della filosofia, trad. it. Zaniboni, I, p. 25 segg.; C. Ranzoli, It caso nel
pensiero ο nella vita, 1913, p. 218 segg. (v. dottrina, dotore, imperativo,
prammatico). Precisione. T. Präcision, Bestimmthoit; I. Precision; F.
Précision. Iu senso generale, ciò che non lascia adito ad alcuna indecisione
del pensiero; si oppone a vago e si distingue da esatto, che equivale a vero
sia nell’ ordine logico che in quello obbiettivo. Con questo termine gli
scolastici designavano l'operazione logica della astrazione orizsontale ©
verticale, che consiste nel diminuire la comprensione di un concetto, di una
nozione, togliendo alcune note per ritenere soltento quella o quelle che si
vogliono cont derare. Precoce. T. Frühzeitig, Voreilig; I. Precocious; F.
Precoce. Dicesi tale un fenomeno, fisico, fisiologico, psichico o sociale, che
si manifesta prima del momento comune e normale, o anteriormente alla
previsione basata sul tempo d'azione delle cause. Gli zoologi chiamano la prole
degli uecelli precoce 0 inetta secondochè può o non può provvedere subito da sò
al proprio sostentamento, Gli psichiatri, col nome di demenza precoce designano
quelle forme, sia catatoniche, che ebefreniche e paranoidi di debolezza
mentale, che derivano da arresto di aviluppo psichico. Predestinazione. Lat.
Praedestinatio ; T. Pridestination; I. Predestination; F. Prédestination.
Dottrina teoloPRE 886 gica, secondo la quale ogni individuo è
destinato, in modo infallibile ed eternamente vero, ad essere salvato o
dannato. Si collega alla dottrina della prescienza divina. Come riferisce S.
Agostino, secondo i Pelagiani presoiebat Deus. qui futuri cosent sanoti et
immaculati per libera roluntatis arbitrium et ideo eos ante mundi
constitutionem in ipsa sua prascientia, qua tale futuros esse prascivit,
elegit. Leibnitz distingue la predestinazione dalla destinazione, in quanto .
Cfr. S. Tommaso, 8. theol., I, 2, qu. X, a. 3, e q. XIII, 6, ecc.; Boursier, De l’action
de Dieu aur les creatures, Dise. prélim., I, 8; Malebranche, Réflerions sur la
prémotion physique, 1715 (v. libero arbitrio). Predeterminismo. T. Prädeterminismus; I.
Predeterminism; F. Prédéterminisme. Dottrina teologica, secondo la quale gli
eventi sono considerati come risultanti dalla prescienza e dalla onnipotenza
divina. Si distingue dal determinismo perchd in questo, a differenza di quello,
la necessità è immanente agli stessi fenomeni. Però secondo alcuni, ad es. il
Renouvier, il determinismo ben compreso si identifica col predeterminismo ed ha
la sua vera espressione nell'equazione del mondo del Léplace; data la ferrea
necessità causale che lega i fenomeni del mondo, in ogni momento della sua
esistenza sono potenzialmente contenute tutte le sue fasi successive, cosicchò
una intelligenza infinita potrebbe agevolmente calcolarle. Kant oppone il problema del determinismo a
quello del predeterminismo : il primo consiste nel domandare come la volontà
può essere libera, pur essendo determinata da una ragione sufticiente interiore
all'agente, il secondo nel ricercare in qual modo la determinazione di ogni
atto mediante ragioni anteriori e fatti che non sono più in nostro potere,
possa conciliarsi con la libertà, la quale esige che l’atto, nel momento
dell’azione, sia in potere del soggetto. Cfr. Ch. Renouvier, Histoire et sol. des probl.
métaph., 1*ed., p. 168-9; Kant, Religion inneralb der Grenzen des blossen
Vernunft, ed. Rosenkranz, parte I,
p. 57 (v. equazione del mondo, fataliamo, determinismo). Predicabile. Gr.
Kazyyopospevov; T. Praedicabile; I. Predicable; F. Prédicable. Tutto cid che ad
un dato soggetta può essere attribuito. Aristotele, oltre alle dieci categorie
(praedicamenta), diede anche una classificazione di cinque categorumeni
(praedicabilia), che sono i cinque PRE
888 universali, di cui i due
primi, cioò il genere e la specie Crévog e εἶδος) riguardano la estensione
delle idee, gli altri, cioè la differenza, il proprio e I’ accidente (διαφορά,
Toy, συμβεβηκός) riguardano la comprensione.
Kant chiama predioabili della ragion pura tutti i concetti a priori, ma
derivati, che possono essere ricavati dai predicamenti © categorie, come la
forza, l’azione, la passione, la presenza, la resistenza, l’origine, la
distruzione, il cangiamento. In un senso
ancora più lontano dal primitivo, Schopenhauer chiama praodioabilia a priori le
proposizioni generali che possono essere affermate 4 priori relativamente al
tempo, allo spazio, alla materia; esse sono diciassette per ciascuna di queste
tre categorie. La prima relativa al tempo è la seguente: non v’ha che un tempo
solo, e tutti i tempi diversi sono parti dello stesso; la seconda: tempi
diversi non sono contemporanei, ma successivi. Cfr. Aristotele, Top., I, cap. 4, 101 b, 17-25;
Porfirio, Isagoge, 1; Kant, Krit, d. reinen Vern,, A 82, B 108; Schopenhauer,
Die Welt als W. u. Vorst., ed. Reclam,
Ergänzungen z. ersten Buch, cap. IV; Rosmini, Logica, 1853, § 413-418 (v.
oatogorie, oategorumeni). Predicato. T. Prädioat ; I. Predicate; F. Prédioat.
Ogni ides che può essere predicata, negata o affermata di un’altra. Logicamente
ha lo stesso valore di attributo, giacchè i latini tradussero il greco
κατηγόρηµα ο κατηγοροὺµενον tanto con praedicatum quanto con attributum ; ma
mentre il predicato non ha che un valore logico, determinato dal posto che esso
occupa nella proposizione, l’attributo è adoperato anche in un senso
metafisico, per designare quelle qualità d’una sostanza, senza le quali essa
non potrebbe essere, mentre le qualità accidentali diconsi modi. Preesistente.
T. Prüeristent ; I. Preeristent; F. Preszistent. Ciò che esisto anteriormente
ad altra cosa. Platone, ispirandosi allo dottrine teologiche dei misteri
dionisiaci, estende l’esistenza immortale dell’ anima oltre i due limiti 889 ©
Pre della vita terrena, nella preesistenza e nella postesistenza; nella prima è
da cercare la colpa per cui l’anima è ricacciata nel mondo sensibile, nella
seconda la sua sorte dipende dal grado con cui, nella vita terrena, si è resa
libera dalla cupidigia del senso e si è rivolta alla sua missione più elevata,
alla conoscenza delle idee. Anche secondo alcuni dei primi Padri della Chiesa,
come Tertulliano, Ireneo e Gregorio di Nissa, l’anima è preesistente al corpo;
la materia è pure preesistente alla divinità cosicchd queste non la crea ma la
organizza. Nella tilosofin gmostica gli coni non sono altro che spiriti
preesistenti, che giungono alla vita terrena dopo una serie di crescenti
degenerazioni. Cfr.
Platone, Fedr., 246 vegg.; Id., Gorgia, 523 segg.; Id., Rep., 614 segg.; Id.,
Fedone, 107 segg.; 8. Ireneo, Adv.
haer., V, 12, 2. Preformasione dei germi. Dottrina ora abbandonata, secondo la
quale ogni individuo vivente conterrebbe attualmente preformati i germi di
tutti i nuovi individui che potranno sortire da lui. Codesti germi non
sarebbero che individui estremamente piccoli, ma già formati, cosicchè il loro
svilupparsi non sarebbe che un ingrandire. Ogni germe, per quanto piccolo,
contiene avviluppati in sò stesso altri germi ancor più piccoli, e questi altri
più piccoli ancora e così via via indefinitamente. Questa dottrina fu già
sostenuta da Malpighi, Haller, Bonnet. Nella sua Monadologia Leibnitz dice: « I
corpi organici della natura non sono mai prodotti de un caos o da una
putrefazione, ma sempre da sementi, in cui o'era senza dubbio qualche preformazione
». Oggi il preformismo è sostenuto dal Weismann, nel senso però che gli organi
e i caratteri ereditari degli esseri viventi esistono nel germe allo stato di
parti differenziate, quantunque non simili agli organi e ai caratteri che
produrranno. La dottrina più accettata attualmente è quella dell’epigenesi, per
cui si ammette che lo sviluppo embrionale dell’ individuo consiste PRE © 890 in
una oatena di neoformazioni, che si presentano per gradi ο non preesistono già
formate nel germe. Cfr. C. Bonnet, Consideratione sur les corps organisés, 1776; Leibnitz,
Monadologia, $ 74; C. S. Wolff, Theoria generationis. 1774; A. Weismann, Das Keimplasma, eine neue Theorie d.
Vererbung, 1894; Haeckel, I problemi dell’ universo, trad. it. 1902, p. 81 (v.
eredità, endogenesi, germiplasma, pangenesi, perigonesi). Premessa. Gr.
Πρότασις; Lat. Praemissa; T. Prämisse, Vordersatz; I. Premise; F. Prémisse. Le
due proposizioni del sillogismo, che contengono il medio e da cui risulta la
conclusione. Quella che contiene il termine maggiore dicesi premessa maggiore,
quella che contiene il minore premessa minore. Circa il modo di cavare dalle
premesse la conclusione si hanno cinque regole: 13 non si conchiude da premesse
negative, perchè posto che nd il termine maggiore nè il minore convengono col
medio, non si può conchiudere nd che convengano tra loro nd che disconvengano;
2* non si conchiude negativamente da premesse affermative, perchè in tal caso
la conclusione non deriverebbe, evidentemente, dalle premesse; 3° non si
conchiude da premesse particolari, perchè il sillogismo consiste invece nel
procedere dall’ universale ; 4* la conclusione segue sempre In parte più debole
delle premesse, intendendosi per debole la proposizione negativa rispetto all’
affermativa, ο la particolare rispetto all’ universale; 5* non si conchinde da
premesse delle queli la maggiore sia particolare e la minore negativa; tale
regola si basa essenzialmente sulle precedenti. Cfr. Rosmini, Logica, 1853, $
545 segg.; Masci, Logica, 1899, p. 241 segg. (v. figura, modo, sillogiemo,
termini). Presciensa. T. Vorherwissen; I. Foreknowledge; F. Prescience. Uno
degli attributi della natura divina. Esso si basa sul principio dell’ assoluta
perfezione di Dio. Se Dio è perfetto, deve essere intelligente; alla sua
intelligenza nulla deve essere nascosto, nè il prosente, nd il passato, 891
Pre nd l'avvenire. La prescienza di Dio deve essere sicura, perchè se
fosse incerta potrebbe farlo cadere nell'errore, e ciò è incompatibile colla
sua perfezione; e deve essere immediata, perchè se fosse ottenuta per mezzo di
ragionamenti o di intermediari, bisognerebbo supporre che egli, almeno per un
istante, ignorasse l'avvenire, non fosse presciente, cioè fosse imperfetto. La
prescienza divina non è infatti una previsione ma una visione : da tutta
l'eternità Dio contempla tutto ciò che dovrà accadere in tutto il tempo
avvenire. La sua prescieuza è dunque una omniscienza, che abbraccia tutte le
verità simultaneamente, e, insieme al presente, al passato, all’ avvenire,
anche ciò che non fu e non sarà mai; donde la distinzione, ammessa da tutti i
teologi, tra la scienza della visione, nella quale si comprendono i futuri
contingenti, e la scienza di pura intelligenza, che si riferisce agli esseri
che non verranno mai all'esistenza. Cfr. S. Agostino, Ootoginta trium quest.,
q. 24; S. Bonaventura, Opera omnia, t. I, p. 800 segi Tommaso, Summa theol., I,
qu. XIV, art. 5,
6; Id., C. Gentes, I, dist. 38, qu. I, art. 5, e spec. Quaest. de acientia Dei, art. 12. Presentazione. T.
Präsentation, Forstellung ; I. Presentation; F. Présentation. Per opposizione a
rappresentazione alcuni psicologi adoperano questo termine a designare tutti
quegli stati di coscienza in cui un dato oggetto è presentato allo spirito;
quando lo stesso oggetto si presenta di nuovo, si ha una ripresentasione o
rappresentazione. In tal senso V Hamilton denominava presentazionismo reale la
dottrina, propria del Locke e della scuola scozzese, secondo la quale le
qualità primarie delle cose, ad es. la resistenza e la forma, sono
immediatamente da noi percepite, quindi sono realmente nei corpi quali noi le
percepiamo. Sull’utilità del vocabolo presentazione, come opposto di
rappresentazione, si è molto discusso; secondo il Bergson la parola
rappresentazione è equivoca e, in base alla sua etimologia, non dovrebbe mai
designare un oggetto intellettuale presentato PRE-PRI 892
allo spirito per la prima volta: « Bisognerebbe riserbarla alle idee o
alle imagini che recano |’ impronta di un lavoro anteriore effettuato dallo
spirito. In tal caso si potrebbe introdurre il vocabolo presentazione
(ugualmente impiegato dalla psicologia inglese) per designare in generale
tuttociò che è puramente e semplicemente presentato all’ intelligenza ». Anche
il Claparède crede all’ opportunità ‘di distinguere in tal modo gli stati
psichici a seconda che il loro contenuto è attuale ο imaginatico. Si può
osservare però che coi vocaboli sensazione 0 percezione si indica abbastanza
chiaramente l’attualità dei fatti psichici. Cfr. W. Hamilton, Dissertations on Reid, 1860, p. 825;
J. 8. Mill, An exam. of sir Hamilton'e philosophy, 3° ed. 1867, cap. LIL; J. Ward, Psychology,
Eneycl. Britannica, 1° sez.; Bergson, Bulletin de la soc. frang. de phil.,
giugno 1901, p. 102; Ed. Claparède,
Ibid., giugno 1913, p. 213; Lachelier, Ibid., p. 214. Presentimento. T. {knung,
Vorempfindung; I. Presentiment; F. Pressontiment. La previsione oscura di un
avvenimento che può accadere; non è quindi da confondersi con la previsione
scientifica, che è sicura in quanto è fondata sulla costanza ο l'uniformità
delle leggi naturali. Il Leibnits intendeva per presentimento la facoltà di
prevedere ragionando degli avvenimenti; tale facoltà proveniva, secondo lui,
dal possedere lo spirito umano la rappresentazione di tutte le cose dell’universo,
e quindi la possibilità di trarre dal proprio fondo delle verità sia astratte
che concrete. Secondo Fries ο Jacobi il presentimento (Ahnung) è «la
convinzione fondata sul solo sentimento, senza concetti determinati » a cui
corrisponde la credenza nel divino. Cfr. Fries, System der Logik, 1837, p. 423
segg. (v. percezione). Presenza v. Tarole di Bacone. Prestabilita (armonia) v.
Armonia. Primario. T. Erst, Elementar ; I. Primary; F. Primaire. In un sistema
di classificazione per ordine di generalità
893 Pri diconsi divisioni
primarie sia le divisioni che hanno l’estensione maggiore, sia le divisioni che
hanno l'estensione minore. Dicesi
formazione primaria, sia nell’ordine psicologico che in quello fisico, ciò che
è più antico, ο ciò che è composto del minor numero di elementi. Si dicono
primarie o originali quelle qualità dei corpi senza di cui i corpi stessi non
possono essere concepiti: tali |’ estensione, la figura, la resistenza.
Secondarie invece quelle che si possono sopprimere senza sopprimere al tempo
stesso la nozione della cosa: il colore, il sapore, l’odore, il suono, ecc.
Delle qualità primarie le nostre sensazioni sono, secondo il Locke, copie
fedeli di cui le cose sono gli originali: le qualità secondarie sono invece
affatto relative. Il Berkeley invece ridnce le qualità primarie alle
secondarie, dimostrando che quelle non sono meno relative di queste, entrambe
derivando dai sensi ¢ risolvendosi tutto in stati del nostro spirito: « La
volta rilucente del cielo, 1’ ornamento della terra, in una parola tutti i
corpi che compongono questo mondo, non esistono che in uno spirito che li
percepisce; essi non hanno altra esistenza che la possibilità d'essere
percepiti; quindi tutte le idee esistono attualmente in me o in qualche altro
rpirito creato, 0, se non vi esistono, non esistono affatto o esistono nello
spirito divino ». Cfr. Locke, Ess., II, cap. 8, $ 8-15; Berkeley, Principl., I,
VIII, XI (v. attributo, essenza). Primitivo. T. Ur... Grund...; I. Primitive;
F. Primitif. Si oppone tanto a secondario che a derirato, e dicesi di ciò che
sta all’origine di una serie di fatti, o che in ana cosa ha il primo luogo, ο
che si ottiene per primo. Dicesi senso primitivo quello del tatto, perchè esso
precede nella specie tutti gli altri sensi, i quali si considerano come
semplici differonziamenti subiti nel corso della evoluzione biologica dalla
sensibilità tattile, per effetto della varia natura ο del vario modo di agire
degli stimoli esterni. Il Rosmini chiama giudizi primitiri quelli dati solamente
dal senso e PRI 894 anteriori alla formazione del concetto; si
dicono primitivi appunto perchè sono i primi che noi facciamo sulle cose, e
mediante i quali delle cose stesse formiamo i concetti. Egli chiama poi sintesi
primitiva l’attività spiritnalo onde il senso fondamentale unisce la
sensibilità ο l’ intelletto e ne vede il rapporto; questa attività non è altro
che la ragione, sesi considera più generalmente l’attività nascente dall’unità
intima del sentimento fondamentale, in quanto cioò l'Io è atto a vedere i
rapporti in generale: quindi la sintesi primitiva è la prima funzione della
ragione. Cfr. Rosmini, Logioa, , $ 212 segg.; Id., Psicologia, 1848, t. II, §
452 segg. Primo o primum. T. Eret; I. First, Early; F. Premier. È tutto ciò che
non ammette alcun antecedente. Però il primo può essere anche relativo, cioè un
primo eupposto : ad es. il primo costitativo nella biologia è la molecola
οοstituente le cellule; nella fisica è I’ atomo, costituente le molecole; nella
chimica la monade eterea, componente dell’atomo stesso; e questo primo della
chimica è tale soltanto perchè esso è l’ultimo indistinto del quale non occorre
sapere in qual modo sussista, come il biologo si arresta alla molecola
organica, non occorrendogli indagarne la costituzione. Si distingue poi il
primo logico dal primo eronologioo : quello riguarda 1’ ordine del tempo,
questo l’ordine della relazione di principio a conseguenza; ad es. nel penso
dunque esisto di Cartesio, il penso è il primo logico Pesisto il primo
cronologico. Dicesi primo noto quella
nozione prima, dalla quale si deducono tutte le altre idee ο principi. Nel linguaggio aristotelico-tomistico primum
e pris differiscono, in quanto quello si dice per privazione di antecedente, questo
per confronto a posterius; dicesi poi primum alterans il primo cielo, il cui
moto era ritenuto come principio di alterazione © di corruzione degli enti
terrestri, e primum mobile il primo cielo in quanto per mezzo degli altri cieli
dava moto ai corpi celesti. Primo motore (πρῶτον κινοῦν) chiama Aristotele la
divinità, causa 895 Pri iniziale immobile del movimento; la
materia, il puro possibile, è ciò che è mosso senza muovere, mentre Dio, il
puro reale, è ciò che soltanto muove senza esser mosso e senza divenire: tra i
due termini v'è tutta la serie delle cose, che subiscono o suscitano il
movimento, e il oui insieme Aristotele chiama natura. Nell’ ontologismo ai distingue il primo
psicologico che è quella qualsiasi nozione, prodotto della intelligenza, dalla
quale ogni altra deriva, dal primo ontologico, che è l’essere in sò stesso come
distinto ed opposto alle intelligenze, e il primo ideologico che è il medesimo
essere assoluto in quanto è oggetto della intelligenza umana. Nell’ innatismo o razionalismo si distinguono
i primi universali, che il nostro spirito porta con sè stesso, © che sono
quindi anteriori ad ogni esperienza, dagli ultimi universali, o principi
scientifici, i quali risultano dall’esperienza sensibile ο si formano appunto
da ciò che nell’ esperienza vi è di costante e di comune. Filosofia prima (φιλοσοφία πρώτη) chiama
Aristotele la ricerca della realtà prima e dell’ essenza immutabile delle cose;
essa poi fu detta metafisica. Causa
prima (causa sui, causa causarum, 900.) dicesi quella che non è l’effetto d'una
causa antecedente e dalla quale procedono le altre cause, dette perciò
seconde. Verità prime, primi prinoipî,
nozioni prime, ecc., sono quelle che non sono ricavate deduttivamente da
altre. Diconsi qualità prime della cosa
quelle senza di cui la cosa non potrebbe concepirei. Principio. Gr.'Apx#; Lat.
Principium ; T. Grund, Grundsatz; I. Principle; F. Principe. Ha tre significati
fondamentali, uno logico, uno normativo, l’altro metafisico ο obbiettivo. Nel
primo indica una proposizione generale dalla quale derivano e alla quale si
subordinano altre proposi zioni secondarie. Nel secondo designa una massima o
regola d’azione, chiaramente presentata allo spirito ed enunciata mediante una
formala; a seconda del loro contenuto, si hanno principi morali, religiosi, artistici,
politici, ecc. Nel terzo indica una realtà dalla quale dipendono ο derivano
altre realtà: in questo senso gli atomisti chismavano principia gli atomi, i
teologi chiamano Dio principio del mondo, e gli psicologi l’anima principio dei
fatti psichici. Una dottrina scientifica può essere allo stesso tempo un
principio logico, un'ipotesi e una legge. Così la conservazione della materia e
dell'energia è un principio, perchè in base ad esso noi cerchiamo degli
equivalenti ad ogni quanti di materia e d'energia che sembra nascere o sparire;
una ipotesi, perchè non è stato sperimentato e non potrà mai esser sperimentato
su tutti i corpi e su tutte le energie della natura; una legge, per il gran
numero di corpi e di energie riguardo a cui fu sperimentalmente constatato. Diconsi principt logici ο principî supremi di
ragione, il principio d'identità, À è 4; il principio di contradizione, 4 non è
non-4; il principio del mezzo o terzo escluso, 4 è ο non è B; il principio di ragion
sufficiente, per cui nessuna verità esiste che non sia giustificabile. Il principio di individuazione è il
fondamento della individualità, per cui essa è quello che è; il principio degli
indiscernibili è quello per cui due cose, per esser due, debbono avere qualche
differenza di qualità; il principio di causalità, per cui nulla vi ha senza
causa; il principio di finalità, per cui ogni essere ha un fine. Il principio della minima azione, o del
minimo mezzo, 0 di economia, o principio di semplicità, fa formulato in modi
diversi; così per Galileo « la natura non opera con molte cose quello che può
operar con poche »; per Voltaire «la natura agisce sempre per le vie più corte
»; per Maupertuis « quando nella natura avviene un mutamento, la quantità di
azione necessaria a produrlo è la più piccola possibile ». Nel linguaggio aristotelico-tomistico diconsi
prinoipia generationis quelli di cui tutte le cose sono fatte, mentre essi
stessi non sono fatti da altri, e sono la materia, la forma, la privazione; principia
compositionis ο della cosa generata, quelli dalla cui permanenza vien generato
il corpo naturale; principia metaphysica quelli da cui si intende composta
metafisicamente ed intellettualmente la cosa; prinoipia in habitu quelli che
regolano i sillogismi senza che ne faccian parte, ad es. le coke che convengono
ad una terza convengono tra di loro. Dicesi ancora principium quod la persona ο
il supposito oui si attribuisce V operazione, o la denominazione dell’ operante
(ls persona di Tizio è il prinsipium quod delle sue volizioni); princi pium quo
ciò onde viene elicita immediatamente l’azione (la volontà di Tizio è il
principium quo delle sue volizioni). Cfr. Goclenio, Lerioon phil., 1613, p.
870; Chr. Wolf, Philos. prima sive ontologia, , $ 866-876; Kant, Krit, 4.
reinen Vern., ed. Reclam, p. 265 segg. Privativo (termine). T. Privato; I.
Privative; F. Privatif. La privazione è, secondo Aristotele, una causa negativa
che agisce per la sna stessa assenza, Quindi il termine privativo si distingue
dal positivo e dal negativo, in quanto è l’una e l’altra cosa nello stesso
tempo; è detto privativo perchè limito, nega una qualità ο un attributo di cui
il soggetto fu possessore, ο di cui è naturalmente capace; ad es. analfabeta,
cieco, anormale, ecc. Cfr. Mill, Syetom of logio, 1865, 1. I, cap. II, $ 6 (v.
negativo, negazione). Privazione. T. Mangel; I. Privation, Want; F. Privation.
E una qualità che consiste nella’ mancanza di una qualità positiva, ed agisce
come una causa negativa per la sua stessa mancanza : cieco, mortale, povero,
ecc. Così il Wolff la definisce: defeotus aliouiue realitatie, quae esse
poterat. Secondo Aristotele la materia è, sotto un certo rapporto, la
privazione; ad es. l’uomo sarà musicista, ma non è autor tale; in questo
momento è il non musicista; il non-musicista non è una materia senza forma,
poichò è già un uomo, ma è una materia ancora privata della sua qualità;
codesta materia è dunque la privazione della qualità di musicista. Anche il
Leibnitz usò questo vocabolo 57 RaszoLI,
Dizion, di acienze filosofiche. Pro
898 ma nel senso di limitazione,
imperfesione. Cfr. Aristotele, Metaph., X, 4, 1055 b; Chr. Wolff, Ontologia,
1736, $ 273. Nella morale il PROBABILISMO – H. P. GRICE, PROBABILITY,
CREDIBILITY, DESIRABILITY -- à quella dottrina casuistica, secondo la quale per
non cadere in colpa basta agire conformemente ad una opinione approtata, ossia
che ha dei partigiani rispettabili e non è contraria all’autorita. Nella gnoseologia il probabilismo è una
dottrina che sta di mezzo tra il dogmatismo e lo scetticismo. Questo nega la
possibilità di ogni conoscenza, quello invece unifica verità e certezza,
considerando la prima come una proprietà intrin* seca delle cose e la seconda
come un prodotto della verità sullo spirito. Il probabilismo, sia antico che
moderno, crede possibile il possesso della verità, ma non di quella assoluta
bensì della verità probabile, che è in noi e per noi, della verità che nasce
dell’ accordo durevole delle nostre rappresentazioni tra di loro e con quelle
degli altri. I probabilisti sostengono che il valore di questa verità
dipendente da noi è superiore a quello della verità in 88 © per sè, poichè le
cose che da noi dipendono valgono più di quelle che non dipendono, Nella
filosofia antica la teoria del probabilismo fu sviluppata specialmente da Carneade,
che distinse tre gradi della probabiltà: il grado più basso è quello che
conviene all’ idea singola, che non si trova in nessi più larghi; un grado più
alto sppartiene all’ idea che si può unire con altre, con cui si trova in
connessione; il terzo grado è raggiunto dove un intero sistema di idee in tal
modo connesse è riscontrato nella sua perfetta armonia e nella sua conferma
sperimentale. Nella filosofia moderna il probabilismo ricompare, con tinte più
o meno scettiche, prima nel Montaigne, poi in Hume, infine nel Cournot. Cfr. Mentré, Cournot et la
renaissance du probabilieme au XXe sidole, 1908 (π. oritioiemo, prammatismo, nominaliemo). Probabilità. T. Wahrsoheinlichkeit,
Probabilità; I. Probability; F. Probabilité. La certezza che una cosa si avveri
899
Pro è data dal suo avverarsi sempre, quando si avverino determinate
circostanze; la probabilità invece è data dal suo avverarsi non sempre ma
qualche volta. Questa dicesi probabilità qualitativa ο filosofica, per
distinguerla dalla quantitativa ο matematica, che si fonda sul numero dei casi;
si chiama anche soggettiva ο psicologica, in quanto è l’espressione di un
atteggiamento del pensiero e dell’azione, che appartiene allo stesso dominio
del dubbio, dell’ esitazione, dell'incertezza, In essa si possono distinguere
due gradi: il primo, che chiameremo probabilità volgare, è la semplice fiducia
nel verificarsi di un avvenimento, fiducia basata sa pure impressioni e perciò
indimostrabile; la seconda, che chiameremo probabilità scientifica, è
ugualmente soggettiva ma possiede un maggior fondamento razionale. Esempio dei
due gradi, il giudizio che un profano e nn medico possono esprimere sulla
probabilità che un ammalato guarisca. Matematicamente la probabilità è espressa
da una frazione, che ha per numeratore il numero dei casi favorevoli, per
denominatore il numero dei casi possibili; ciò costituisce il calcolo delle
probabilità ο teoria dei rischi Ware conieotandi degli antichi) che si applica
tanto alle questioni di pura possibilità, che sono di natura oggettiva, quanto
a quelle di probabilità, che dipendono dal non conoscere tutte le circostanze
del fatto supposto. Nella frazione che esprime la probabilità, quanto maggiore
è il denominatore rispetto al numeratore, tanto maggiore è la probabilità ; se
il denominatore è zero si ha la certezza; so è zero il numeratore si ha
l'impossibilità. Il calcolo delle probabilità non pnò essere applicato alla
probabilità filosofica, poichè essa non riguarda la quantità ma la qualità, non
il numero ma il valore dei casi. Si distingue infine la probabilità atatietica,
che sta di mezzo tra la probabilità filosofica © la probabilità matematico ;
essa è il rapporto del numero dei casi avvenuti in passato con quelli che per
estrema ipotesi avrebbero potuto verificarsi, rapporto supPro 900
posto costante e applicabile ai casi futuri; è quindi probabilità
matematica, in quanto fondata sul rapporto dei casi reali © possibili;
probabilità filosofica perchè implica la supposizione (soggettiva) che detto
rapporto si conservera invariato nel futuro, © che i singoli casi siano
possibili in ugual grado mentre in realtà non lo sono. Cfr. Moivre, Doctrine of chances,
1718; Cournot, Essai sur les fondements de nos connaissances, 1851, $ 31; Id.,
Exposition de la théorie dee chances et des probabilités, 1843; Bertrand,
Caloul des probabilités, 1907; Borel, Élémonts de la thdorie des probabilités,
1909; H. Poincaré, Calcul des probabilités, 1912. Problema (xp6 avanti; βάλλω =lanoio). T. Problem ; 1.
Problem; F. Problème. Significa originariamente una incognita da determinare,
la quale, benchè si trovi connessa dal rapporto di principio e di conseguenza
con uns conoscenza posseduta, difficilmente si può decifrare; si contrappone
quindi a teorema, che è il risultato chiaro e provato di una dimostrazione. In
senso largo, il problema è la necessità nella quale trovasi il nostro pensiero
di spiegare un fatto qualsiasi, realo o supposto. Se il fatto che si deve
spiegare è reale, il problema dicesi assoluto, in quanto esiste
indipendentemento dall’ analisi, che può risolverlo o non. Se il fatto è
supposto, il problema dicesi ipotetico, in quanto la sua validità dipende
dall’analisi che è necessaria per risolverlo. Alcuni dei problemi assoluti
possono essere anche antitetioi, quando cioè esiste opposizione tra
ragionamento e ragionamento, o tra effetto e causa. L’Avenarius considera il problema come il
segno d’un rapporto di tensione, d’una « differenza vitale » tra V individuo e
l’ambiente, determinate dalla sproporzione che esiste tra l’ energia
dell'individuo ο quella richiesta dalle eccitazioni dell’ ambiente. Se 1’
eccitazione (R) ο la energia (E) sono assolutamente corrispondenti (R = E) si
ha il massimo vitale di conservazione, l'individuo si sente a proprio agio e
pieno di fiducia nelle proprie percezioni
901 Pro © rappresentazioni. Se
invece, per variazioni dell'ambiente, si produce la situazione R> E, allora
appare un problema e l’individno trova delle divergenze, delle eccezioni e
delle contraddizioni nel dato, che gli danno I’ impressione d’essere straniero
nel mondo; ogni vero problema è una nostalgia, che fa tendere tutti i nostri
sforzi a togliere codesta impressione. Inversamente, se si produce la situazione
E> R, un problema appare per là ragione contraria: in questo caso esiste
dell’energia che non è impiegata e che, divenuta libera, esplode in direzioni
insolite, non determinate dal dato; si hanno allora le epoche d’emancipasione,
d’effervescenza, d’idealinmo pratico.
Dicesi problema di Molyneux quello esposto dal Leibnits nei Nouv. Essais
(1. II, cup. IX, $ 8): « Supponete un cieco dalla nascita, che sia ora uomo
maturo, al quale siasi insegnato a distinguere col tatto un tubo da una sfera
dello stesso metallo e circa delle stesse dimensioni... Supponete che codesto
cieco venga a godere della vista. Si domanda se, vedendoli senza toccarli,
potrebbe distinguerli ο dire qual sia il cubo e quale la sfera ». Cfr. R.
Avenarius, Kritik der reinen Erfahrung, 1888-90; Id., Die menschliche
Weltbegriff, 1891; B. Varisco, I massimi problomi, 1909; Masci, Logioa, 1899,
p. 451 segg. (v. economica teoria, empiriocriticismo). Problematico (giudisio).
T. Problematisch; I. Problematic; F. Problématique. Nel linguaggio comune
problematico equivale a incerto, dubbio, affermato senza prove sufficienti e tale
quindi che deve considerarsi come rimanente in questione. Nella logica dicesi problematico il giudizio
che esprime la possibilità, cioè la concepibilità dei contradditori per la
mancanza di ragione di decidere quale sia vero. Può essere affermativo e
negativo; nel primo enso la sua formula è: 4 può esser B; nel secondo: A può
non esser B. Il giudizio problematico negativo nega infatti la necessità; la
possibilità della affermazione è invece negata Pro 902
dal giudizio apodittico negativo, la cui formala è: 4 non può esser B.
Nella classificazione kantiana i giudizi problematici appartengono, insieme
cogli assertori, 0 della realtà, © gli apodittici, o della necessità, alla
categoria della modalità. Nella metafisica
dicesi problematica quella forma di realismo, che partendo da un dualismo
realistico di soggetto e oggetto, pone tuttavia quest’ ultimo come incerto:
«noi siamo uniformemente certi, dice ad es. il Wenn, dell'esistenza dell'idea ο
del concetto nei nostri spiriti, e uniformemente incerti (da un punto di vista
logico) che un fenomeno vi corrisponda ». Alcune volte dicesi problematico
anche il realismo che meglio si direbbe ipotetico, e che lo Spencer definisce
«come la dottrina secondo la quale la realtà dell’oggetto non può essere
affermata come un fatto, ma deve essere accettata come un'ipotesi necessaria ».
A questo tipo appartiene ad es, la dottrina delV Hodgson, per il quale la
materia, pur non essendo per noi che un complesso di percezioni obbiettivate,
presuppone tuttavia una condizione reale, senza di cui le sensazioni non
esisterebbero, e una condizione dell’ esistenza della materia, cioè Dio, la cui
natura può essere inforita mediante la ragion pratica dalla coscienza. Cfr.
Kant, Krit. der reinen Vernunft, A 75-76; B 100-101; Wenn, Symbolic logic, 2*
ed. 1894, p. 150; Spencer, Principles of prychology, 3* ed. 1881, t. II, § 473;
Hodgson, The metaphysio of experience, 1898, t. I, p. 296; F. De Sarlo, La
metafisica dell esperienza dell’ Hodgson, 1900. Processo. T. Prozess; I.
Process; F. Processus. Una conentenazione o serie di fenomeni successivi, che
presenta caratteristiche particolari e determinate. Dicesi anche processo la
serie dei mezzi che si mettono in opera per arrivare al conseguimento di un
fino; quando il fine è la scoperta del vero scientifico, il processo è quasi la
stessa cosa del metodo; no differisce solo in quanto le specie del processo si
desumono dalla diversità del mezzo, quelle de
908 Pro metodo dalla diversità
del fine. Perciò il processo è subordinato e relativo al metodo. Nella metatisica alessandrina il processo o
processione è 1’ atto eterno con cui Dio produce il mondo, e l’atto pure eterno
con oui l’Uno produce il Noo e questo } anima,
Nel linguaggio scolastico dicesi processus resolutions quello per cui si
dimostra la causa dall'effetto, processus oompositivus l'inverso; l’espressione
esprime la natura dell’ operazione mentale, che nel primo caso consiste nel
risolvere la causa nell’effetto, nel secondo nel comporre l’effetto con la
causa, Progresso. T. Fortschritt; I. Progress; F. Progrès. Si usa generalmente
come sinonimo di evoluzione, e designa quindi un processo di differenziazione e
specificazione. Alcuni però lo adoperano soltanto per opporlo 8 regresso ο
regressione, che è il processo inverso, ossia il ritorno di un organo, di un
individuo, di una specie, di una società ad uno stato anteriore, meno
differenziato © meno specificato. Peroiò la regressione in un organo o in un
individuo è un fenomeno degenerativo d’atavismo. Il progresso, inteso come lo
svolgersi di un processo di perfezionamento, può essere sia meccanico, sia
intellettuale, sia sociale o civile; e, in ciascuna di queste forme, può esser
concepito come possibile ο impossibile, reale o spparente, continuo o per fasi,
limitato o illimitato. Per Ruggero Bacone, ed es., il progresso del sapere
umano è non solo innegabile, ma indefinito: « L’ avvenire saprà ciò che noi
ignoriamo, e si meraviglierà che noi abbiamo ignorato ciò che esso sa. Nulla è
finito nelle invenzioni umane, e nessuno ha l’ultima parola. Più gli uomini
sono di recente venuti nel mondo, più estese sono le loro cognizioni, perchè,
ultimi eredi delle età passate, entrano in possesso di tutti i beni che il
lavoro dei secoli aveva per essi accumulato ». Anche secondo il Leibnitz non
esistono limiti nel miglioramento progressivo dell’universo spirituale, perohè,
sebbene la perfezione sia stata raggiunta in alcuni suoi elementi, nelPro 904
l'abisso delle cose restano sempre delle parti addormentate che devono
risvegliarsi e svilupparsi: « È così che una parte del nostro globo riceve oggi
una cultura che sumenterà di giorno in giorno. E per quanto sia vero, che
talvolta certe parti ritornano selvagge ο si rovesciano e si deprimono, tale
rovesciamento e depressione concorrono a qualche fine più grande, cosicchè noi
profittiamo in certa guisa del danno medesimo ». Il Turgot contrappone la
stabilità della natura al progresso incessante dell’ umanità : «1 fenomeni
della natura, soggetti a leggi costanti, sono chiusi in un ciroolo di rivoluzioni
sempre uguali. Tutto rinasce, tutto perisce, e in queste generazioni
successive, onde i vegetali e gli animali si riproducono, il tempo non fa che
ricondurre ad ogni istante 1’ imagine di ciò che ha fatto sparire. La
successione degli nomini, al contrario, offre di secolo in secolo uno
spettacolo sempre diverso. La ragione, le passioni, la libertà producono senza
posa nuovi eventi. Tutte le età sono incatenate da una suocessione di cause e
d’ effetti che legano lo stato del mondo a tutti quelli che ’hanno preceduto. I
segni moltiplioati del linguaggio o della scrittura, dando agli uomini i mezzi
d’assicurarai il possesso delle loro idee e di comunicarle agli altri, hanno
formato di tutte le conoscenze particolari un tesoro comune, che una
generazione trasmette all'altra, come un’ eredità sempre accresciuta delle
scoperte di ogni secolo; © il genere umano, considerato dalla sua origine,
appare agli occhi del filosofo un tutto immenso, che ha, al pari d’ ogni
individuo, la sua infanzia ο il suo progresso >. 11 Condorcet considera il
progresso sociale e morale delV umanità come svolgentesi specialmente intorno a
questi tre punti : Ja distruzione dell’ ineguaglianza tra le nazioni, il
progresso dell’eguaglianza in un medesimo popolo, infine il perfezionamento
reale dell’uomo; quest’ ultimo sarà determinato « sia dalle nuove scoperte
nelle scienze © nelle arti, e, per necessaria conseguenza, nei mezzi di
benessore 905 Pro particolare e di prosperità comune, sia
dal progresso nei principî di condotta ο di morale pratica, sia infine dal
reale perfezionarsi delle facoltà intellettuali, morali ο fisiche, che pnd
essere ugualmente la conseguenza del perfe zionarsi degli stromenti che
aumentano l'intensità di codeste facoltà o ne dirigono l’impiego, ο del
perfezionarsi dell’ organizzazione naturale dell’ uomo ». Kant deduce la legge
storica del progresso nmano dall’ ipotesi del determinismo; in qualunque modo
si concepisca il libero arbitrio, è innegabile che le azioni umane sono
determinate dalle leggi universali della natura, al pari d’ogni altro fenomeno
naturale, 9 che si può, in certo modo, considerare la storia della razza umana
come il compimento d’un piano nascosto della natura, tendente a produrre uno
stato umano perfetto, così interiormente come esteriormente: « Come la specie
umana è in continuo progresso quanto alla cultura,. che è il fine naturale
dell’ umanità, ‘così deve essere in progresso verso il bene quanto al fine
morale della sua esistenza, © se questo progresso talvolta può subire
interruzioni, non può esser mai interamente arrestato ». Fichte ha tanta
fiducia nel progresso civile ο morale dell’ umanità, da profetare un giorno in
cui persino il pensiero del male si cancellerà dalla mente degli uomini, ©
tutte le potenze della loro anima graviteranno verso il bene: « Il momento
giungerà in cui il malvagio, nella sua patria, in paese straniero, sn tutta la
superficie della terra, non troverà a chi nuocere impunemente, e si troverà
quindi spogliato della libertà e della stessa volontà di fare il male; poichè
non possiamo supporre che continuerà a amare il male, se il male dovesse aver
sempre per lui delle conseguenze faneste ». Schelling invece, pur riconoscendo
che la nozione di storia implica quella d’ una progressività infinità, sostiene
che il progresso morale dell’ umanità non può essere per noi una certezza, non
potendo essere provato nd teoricamente nd con l’esperienza, ma Pro 906
soltanto una credenza «un eterno articolo di fede dell'uomo, nel mondo
dell’azione ». Per Hegel 1’ evoluzione universale si compie col ritmo della
dialettica speculativa, «ο questo ritmo si riproduoo in tutti i dettagli, in
tutte le sfere: tutto si riproduce, si determina, si differenzia, e tutto
ritorna alla identità primitiva. E uno sviluppo continuo, che ritorna senza
posa su sò stesso, con un più alto grado di realtà determinata e di conoscenza,
una esplicazione eterna, infinita, il oui fine, per lo spirito che presiede
senza coscienza a questo movimento, è la coscienza esplicita della sua assoluta
sovranità ». Per Comte il progresso sociale dell’ umanità si compie attraverso
tre fasi : militare, giuridica e industriale, corrispondenti ciascuna alle tre
fasi intellettuali: teologica, metafisica ο soientifica e positiva; è infatti
il modo di pensare degli uomini che determina il loro modo di essere sociale, «
è per l’influenza sempre più forte dell’intelligenza sopra la condotta generale
dell’uomo e della società, che il cammino graduale della nostra spocie ha
potuto realmente acquistare quei caratteri di costante regolarità e di
continuità perseverante, che la distinguono profondamente dal movimento vago,
incoerente e sterile delle specie animali più elevate». Anche per J. 8. Mill,
la testimonianza della storia e quella della natura umana concordano nel
mostrare che, tra i fattori del progresso sociale, quello che possiede 1’
efficacia preponderante è l’intellettuale, ossia « lo stato delle facoltà
speculative della razza umana, stato manifestato nella natura delle credenze a
oui essa è arrivata per qualsiasi via riguardo sò stessa ο il mondo che la
circonda »; perciò il progresso sociale, per quanto lento, è illimitato, ο « di
fronte alle cure ο agli sforzi degli uomini tutte le principali cagioni della
sofforenza umana possono cedere in gran parte, molte possono cedere quasi
completamente ». Dicesi progresso all’
infinito (progressus in infinitum) il movimento dello spirito che, poste certe
condizioni, passa necessaria 901 Pro
mente da ciascun termine ad un termine nuovo; ad es. nella serie dei numeri o
nella ricerca delle cause efficienti. Gli scettici antichi, specialmente
Carneade e Agrippa, lo usarono come uno dei tropi o motivi di dubbio: ogni
prova presuppone, per il valore delle sue premesse, altre prove, ogni principio
altri principi più generali e così via senza poter mai raggiungere la certezza.
Cfr. R. Bacone, Opus majus, cap. VI; Turgot, Diso. sur les progrès du genre
humain, 1750; Condorcet, Esquisse des progrès de V esprit humain, 1804; H.
Spencer, I! progresso umano, trad. it. 1907; G. Sorel, Le illusioni del
progresso, trad. it. 1910; A. Matteucci, Il progresso umano nella sua più
intima economia, 1910; A. Loria, Che è il progresso? « Riv. it. di sociologia»,
1911 (v. eredita, teratologia). Proiezione. T. Projektion: I. Projection; F.
Projection. L’atto mentale con cui si riferisce il contenuto della sensazione
ad una causa oggettiva, localizzandolo in punti dello spazio diversi da quelli
nei quali si colloca in imaginazione lo spirito pensante. Spinoza lo esprime
nel seguente teorema: « Se il corpo umano è affettato da una modificazione che
involge la natura di un corpo esteriore, qualunque esso sia, l’anima umana si
rappresenterà codesto corpo come esistente in fatto o come presente per essa
-finchè il corpo umano sia affettato da un’altra modificazione che escluda
l’esistenza o la presenza del corpo in questione ». Condillac riferisce
l’origine della proiezione alle impressioni tattili: « Come il sentimento può
estendersi al di là dell’ organo che lo prova e che lo limita? Considerando le
proprietà del tatto, si riconobbe che esso è capace di scoprire codesto spazio
e di insegnare agli altri sensi a riferire le loro sensazioni a corpi che in
codesto spazio sono distribuiti ». Ugualmente il Riehl: « La proiezione dell’
imagine non è altro che l’associazione della stessa con sensazioni
contemporanee del senso tattile ». Per l’Ardigò invece la proiezione è una
forma d’ integraPro 908 zione d’inquadramento nello schema dell’
eterosintesi o non-Io; integrazione che si compie mediante un esperimento, il
quale a sua volta consiste sia nell’ accompagnamento di altre sensazioni, sia
nella verifica per mezzo di un secondo senso. Per il Sergi la proiezione è il
ripereuotersi psicologico di un fatto fisiologico, costituito dal fatto che
l'onda nervosa centripeta, che aveva prodotto la sensazione, torna indietro per
la medesima via percorsa prima; quindi, come l'eccitazione centripeta tende a
dare carattere soggettivo ad ogni mutazione psichica che ne segue, così }
eccitamento riflesso centrifugo tende a far uscire dal soggetto la mutazione
prodotta, perchè si spinge per le vie esterne. Cfr. Spinoza, Ethica, 1. II, teor.
XVII; Condillae, Traité des sensationis, 1886, IV, cap. 8, $ 2; A. Riehl, Der
philosoph. Kriticismus, 1879, II,
2, p. 58; Ardigò, Op. fll., IV, p. 343 segg.; G. Sergi, Teoria fisiologica
della percesione, 1884. Prolepsi v. anticipazione. Propedentica. T.
Propädeutik; I. Propaedeutica; F. Propédeutique. Quell’ insieme di nozioni che
sono necessarie per prepararsi allo studio di una scienza; così l’anstomia e la
fisiologia del sistema nervoso sono la propedeutica alla psicologia; la logica
generale e speciale è, ο dovrebbe essere, la propedentica di tutte le scienze.
Cfr. Kant, Krit. der reinen Vernunft, pref. della 2° ed., $ 3. Proporsione. T.
Proportion; I. Proportion: F. Proportion. Nella logica è quel modo d’
argomentazione per cui, date tre quantità, conoscendosi il rapporto che passa
tra due, si trova il rapporto che passa tra la terza ed una quarta incognita in
correlazione con esse. Il rapporto fra dette quantità è diretto, quando col
crescere di nna cresce proporzionatamente anche l’altra; ad es. il giovane deve
saper padroneggiare sò stesso, dunque tanto più l’ adulto (col crescere dell’
età cresce il dovere di padroneggiare sò stessi). Il rapporto è inrerso quando
col crescere d’ una 909 Pro delle due quantità l’altra decresce
proporzionalmente: ad es. il ricco non deve essere imprevidente, dungue tauto
meno deve esserlo il povero (il dovere di essere previdenti cresce col
diminuire della ricchezza). Gli scolastici chiamavano la prima argomentazione a
minori ad maius, la seconda @ maiori ad minus. Nel linguaggio scolastico dicesi
ancora proportio entitatis ο commensurationie 1’ ordino d’una cosa ad un’altra
per ragione del suo essere (ad es. la proporzione tra due uomini per ragione
dell'umanità); © proportio habitudinis l'ordine di una cosa all’ altra per
ragione della loro mutua convenienza (p. es. I’ intelletto all’ intelligibile).
Cfr. Rosmini, Logioa, 1853, $ 678-679 (v. analogia). Proposizione. Gr. ᾽Απόφανσις, πρότασις; Lat. Propositio; T.
Sate, Proposition; I. Proposition; F. Proposition. Non è altro che il giudizio espresso con parole; il
giudizio è un processo mentale, la proposizione un processo linguistico che
l’esprime. Ora, 1’ espressione formale perfetta del giudizio consta di due
termini, soggetto e predicato, e del verbo o copula che esprime la loro
relazione; quando è cost costituita si ha la proposizione binaria. La quale
però non è l'unica espressione possibile di un giudizio, in quanto anche le
parole si, no, gui, rado, ecc. esprimono pure dei giudizi. Secondo alcuni
logici qualsiasi parola esprimento un concetto è, per sè stessa, un giudizio, e
ciò sia perchò il concetto è sempre il riferimento reciproco di due termini,
sia perchè quando si pensa si ha la coscienza di averlo, e quindi è
implicitamente e necessariamente l’affermazione di sò stesso. Del resto la
proposizione binaria è propria specialmente delle lingue a flessione; nelle
lingue agglutinanti basta un termine solo, e nelle monosillabiche ne sono
necessari ben più di due. Cfr. Aristotele, Περὶ éppyy., 4 ο 5, 17 a 1 segg.;
Masci, Logica, 1899, P. 149 segg. (v. concetto, giudizio, grammatica,
linguaggio). La PROPRIETÀ non va confusa colla qualità. Vi sono due specie di
qualità: quelle che costituiscono l'essenza stessg della cosa, come
l’estensione nei corpi, cosicchè non è possibile pensare quella cosa astraendo
da tali qualità; e quelle che derivano da queste, o che almeno le suppongono,
come la porosità dei corpi. Ora le prime diconsi più propriamente attributi, le
seconde proprietà. Così infatti Wolff definisce le proprietà: attributa, quae
per omnia essentialia simul determinantur, diountur propristates. E Wundt: in
senso esatto devono valere come proprietà d’un corpo solo quei predicati, che
gli appartengono stabilmente come caratteri suoi propri, non come effetti che
il corpo produce ο riceve quando sia posto in determinate condizioni. La
distinzione però non è osservata nella lingua comune, e talvolta neanche in
quella filosofica. Wolff, Philosophia rationalie; Wundt, Phil. Stud. (v.
qualità, attributo, essenza, modo). Proprio. Gr. Ἴδιον; Lat. Proprium; T.
Eigene; I. Proper; F. Prope. Il carattere ο l'insieme dei caratteri
appartenenti a tutti gli esseri d’una classe, e ad essi solo; tali caratteri
possono essere tanto essenziali quanto accidentali. Il proprio è uno dei cinque
categorumeni o predicabili, enumerati da Aristotele. Esso designa il carattere
accidentale ο essenziale, fondamentale o derivato, che appartiene ad una specie
o ad un individuo. Gli altri predicabili sono il genere, la specie, la
differenza ο l’accidente; il proprio si distingue dalla differenza, perchè
questa, oltrechè un carattere proprio, è anche sempre essenzialo e
fondamentale, e si distingue dall’ accidente, che è sempre passeggero mentre il
proprio può essere anche permanente. Aristotele distingue cinque sensi del
proprio: 1° ciò che, senza esprimere l’essenza della cosa, le appartione
tuttavia ο οἱ reciproca con essa; ad es. l'essere medico è proprio solo
dell’uomo, ο reciprocamente, solo un uomo pud essere medico; 2° ciò che
appartiene alla cosa sempre © per sò
911 Pro stessa, ma non ad essa
soltanto; ad es. I’ esser bipede all'uomo; 3° ciò che appartiene alla cosa non
per sò stessa, ma per il suo rapporto con un’altra; sd es. per l’anima di
comandare e per il corpo di servire; 4° ciò che appartiene sempre alla cosa ma
per rapporto ad altre cose dove si trova una parte del suo stesso proprio; ad
es. il proprio dell’uomo rispetto agli animali è d’essere bipedo; 5° ciò che
appartiene alla cosa, ma solo a un certo momento, e quindi in relazione ad
altri momenti 6 ad altri individui; ad es. per un uomo il passeggiare nel
ginnasio © nell’ agora. Porfirio le riassunse poi con qualche differenza. Cfr.
Aristotele, Topiei, 1. I e V; Porfirio, Isagoge, IV, 4 a 14 seg.; Logique de
Port-Royal, parte I, cap. VII; Rosmini, Logica, 1853, $ 408-416. Prosillogismo
v. polisillogiemo. Prossimo. T. Nächst, Nächste; I. Next, Neighbour ; F.
Prochain. Il più vicino. Usato come sostantivo ha significato morale, indicando
l'insieme dei nostri simili considerati come fratelli; infatti la parola
prossimo (meus prozimus) è la traduzione della parola biblica, che designa
l’uomo della stessa famiglia o della stessa tribù: « Tu non userai vendetta
contro i figli del tuo popolo, ma amerui il tuo prossimo come te stesso »
(Levit., XIX, 18). Nella logica dicesi
genero prossimo l’idea che, in duo idee o in una serie di idee disposte in
ordine discendente di estensione e ascendente di comprensione, contiene
un’altra idea (specie) che la segue immediatamente in quanto meno estesa; causa
prossima quella che precede immediatamente l'effetto; effetto prossimo quello
che segue immediatamente la causa. Es.: 1° dovendosi definire la giustizia, il
suo genere prossimo è virtù non qualità morale, perchè virtà è immediatamente
superiore a giustizia, mentre qualità morale, essendo più estesa di virtù, le è
superiore; 2° la causa immediata del dolore prodotto dalla scottatura non è il
calore del corpo che ha scottato, ma la conseguonte Pro 912
irritazione delle terminazioni nervose e la sus trasmissione ai centri
spinali; 3° l’ effetto immediato dell’ azione della luce sull’ occhio non è la
visione, ma il processo fotochimico determinato nella sostanza purpurea della
retina, al quale segue poi la sensazione visiva. Protasi. T. Fordersate ; I.
Protasis; F. Protase. Aristotele chiamava così il giudizio che serve nel sillogismo
di fondamento alla dimostrazione. Tale giudizio fu detto poi premessa. I grammatici,
per analogia, dicono protasi la prima proposizione di un periodo. Protensivo.
Si adopera talvolta in opposizione a estensiro ciò che ha una grandezza nello
spazio per designare ciò che ha una
grandezza (durata) nel tempo. L’ uso filosofico di questo vocabolo risale a
Kant: « La felicità è la soddisfazione di tutte le nostre tendenze, sia
estensive, quanto alla loro molteplicità, che intensive, quanto al loro grado,
che protensive, quanto alla loro durata ». Cfr. Kant, Krit. der reinen
Vernunft, Methodenlehre, vom Ideal des hchsten Gute, A 805, B 833. Protoestemi
(xpHto¢ =primo, αἴσθσις = sensazione). Con questo nome l’Ardigò designa le
sensazioni minime o elementari, dalla cui somma ogni sensazione, che non è un
fatto semplice ma complesso, risulta. I protoestemi sono analoghi ai singoli
minimi da cui risultano per reduplicazione gli elementi delle altre formazioni
naturali: le molecole della biologia, gli atomi della fisica, le monadi eteree
della chimica. Come questi, i minimi protoestematici sono dati ipotetici,
perchè non sperimentabili direttamente; e come questi, sono unità relative,
perchè lo psicologo si ferma ad essi quale ultimo unico, non occorrendogli di
ricercare come sussistano e quale sia la loro costituzione. Così si avvera per
il pensiero ciò che avviene nella natura ‘universale, in cui nulla si trova
essere solamente un tutto, e nulla solamente una parte, ma ogni tutto per
quanto grande è sempre parte di un tutto maggiore, e ogni parte 913
Pro Per quanto piccola è sempre un tutto di parti minori; in modo che,
preso dovunque un tutto, oltre di esso se ne trova un altro più grande, e poi
un altro più grande ancora, e così via all'infinito; e dentro di esso si
trovano delle parti componenti, poi delle parti di queste parti, ο così via
all'infinito. Cfr. Ardigd, Op. fil., VII, 34 segg., 62 segg., 80 segg. (v.
elementi psichici). Protologia. T. Protologie; I. Protology; F. Protologie.
Vocabolo ormai in disuso, che può designare tanto la scienza Prima o dei primi
principi, quanto il diritto di priorità a discorrere in una adunanza, quanto un
trattato intorno ai pit semplici organismi viventi. Nell’ ontologismo del
Gioberti la protologia è la scienza ο filosofia della prima attività del
pensiero, vale a dire dell'ente intelligibile intuito Per via del pensiero
immanente; peroid la protologia è scienza Pura, esclude ogni mescolanza di
soggettivo e serve anzi di regola per sceveraro nelle altre conoscenze gli
elementi soggettivi dagli oggettivi. Si differenzia dalla ontologia, che
contempla I’ ente nell’ atto secondo, cioè come oggetto della riflessione e del
pensiero successivo ; e dalla pricologia, che analizza il pensiero successivo
considerato soggettiva mente, mentre la protologia contempla il pensiero
nell’atto primo e come principio creativo e costitutivo dello spirito, quindi
nell’ intuito puro dell’ intelligibile. Cfr. V. Gioberti, Della protologia, ,
t. I, p. 154 segg.; E. Pini, Saggio sulla protologia, 1870. Protoplasma (πρῶτος
= primo, πλάσσω formo). T. Protoplasma;
1. Protoplasm; F. Protoplasme. Termine creato dal Mohl, e tosto largamente
diffuso, per indicare la materia viva fondamentale, che ha la proprietà di
contrarsi. È costituito da un insieme di sostanze organiche, chimicamente
indefinibili perchà di costituzione assai variabile. Quanto alla sua
morfologia, queste sono le prin.cipali teorie avanzate in proposito fino ad
ora: che sia formato da un reticolato di sostanza omogenea, che eser58 Raxzou, Dizion, di scienze filosofiche. Pro 914
cita la fanzione fondamentale e contiene grannlazioni non viventi; che
tali granulazioni o microsomi siuno invece gli organi elementari viventi
costitutivi d’ogni protoplasma; che sia costituito da un reticolato di sostanza
ferma, ο da una sostanza amorfa e viscosa (sostanza vitale) contenuta nelle
maglie; che detto reticolato sia formato di fibrille intrecciantisi; che il
citoplasma sia composto di piccoli alveoli le cui pareti, prementisi tra loro,
formano il protoplasma. Cfr. Schwarz, Die morphologische und chemische
Zusammensetzung des Protoplasmas, 1887; E. B. Wilson, The structure of
protoplasm, 1899; Y. Delage, La structure du protoplasma et les théories sur
U’herddite, 1895 ; Luciani, Fisiol. dell’ uomo, 8" ed. 1908, vol. I, p. 16
segg. (v. generazione, cellula, vita, organismo, pionosi). Protozoi. T.
Protosoon, einzelliges Tier; I. Protosoon ; F. Protozoaire. Gli animali dalla
struttura più semplice, simili per la loro forma e per il loro modo di vivere
agli elementi costitutivi degli animali superiori. Essi sono costituiti da una
singola cellula o da un gruppo di cellule similari. Non dovrebbero confondersi
coi protisti, nome proposto dall’ Haeckel per designare gli organismi
costitaiti da protoplasma senza nucleo. Cfr. Haeckel, General. Morphol., 1866; Calkins, The
protozoa, 1901. Provvidenza. T. Vorsehung ; I. Providence; F. Providence. La suprema saggezza e bontà di Dio, che si
esercita nella natura e nella storia; la sua azione permanente che governa il
mondo e l'umanità. Providentia totue mundus administratur, et ita nihil fit,
quod non pertineat ad opus providentiae. La Provvidenza però non esclude,
secondo la teologia cattolica, l’attività delle cose e la libertà del volere: «
Secondo certi filosofi, dice S. Tommaso, l’azione divina in ciascun essere si
deve intendere in questo senso, che cioò nessuna forza creata realmente agisca,
ma che ogni azione proceda immediatamente da Dio. E questa una teoria assurda;
prima perchè in tal caso la causalità delle
915 Pro creature verrebbe ad
essere distrutta, il che imprimerebbe alla potenza divina il carattere di
debolezza, giacchè è proprio di Dio produrre tali effetti, che siano capaci di
dare origine a degli altri; in secondo luogo perchè le facoltà attive, di cui
vediamo esser fornite le creature, invano sarebbero state a loro concesse, se
dovessero rimaner prive di ogni effetto vero e reale. Chè anzi le creature
stesse, prive di ogni operazione propria, diventerebbero inutili, poichè il
fine dell'esistenza di ogni essere è l’azione ». La Provvidenza si collega
strettamente agli altri attributi divini; infatti non è possibile concepire in
Dio una Provvidenza, se non si suppone in lui una conoscenza originaria
perfetta dell'avvenire © delle azioni libere degli uomini (prescienza); e Dio,
essendo per definizione l’essere assolutamente necessario ed esistente per ad,
non deve aver limiti nella sua potenza (onnipotenza) e tutti gli attributi
della sus essenza debbono essere assoluti o infiniti. In due modi si esercita
la Provvidenza divina: se non si considera che l’organizzazione permanente delle
cose, la costituzione di leggi fisse i cui benefici effetti sono stati previsti
ο in. ragione dei quali codeste leggi farono scelte, si ha la provvidenza
generale; l’ intervento personale nel corso degli avvenimenti suocessivi,
dicesi provvidenza particolare. Nel concetto cristiano i disegni © gli soopi
della Provvidenza sono ignoti all’ uomo: « Dio, dice 8. Agostino, distribuisce
i beni della terra ai buoni e ai malvagi secondo l'ordine dei tempi ο delle
cose, ch’ egli solo conosce >. Tale concetto fu essgerato dal Malebranche, ©
più ancora dal Bossuet, nel cui fataliamo mistico ogni avvenimento è dovato ad
un piano predeterminato da Dio, ad un ordine segreto della Provvidenza; 1’
umanità, perfettamente cieca, cammina verso una meta che non conosce, condotta
da Dio che solo vede e solo sa. Asssi diversa ο più geniale è, a tal proposito,
la dottrina del nostro Vico, il quale, pur facendo operare la Provvidenza sulla
storia dell’umanità, ne esclude PRU 916 l’azione cieca ed arbitraria nei fatti
particolari degli uomini. Secondo il Vico, la Provvidenza opera sulla natura e
sulla storia per mezzo delle cause seconde (rebus ipsis dictantibus), create da
Dio stesso colla natura loro propria e colle proprie leggi, ch'egli lascia
svolgere liberamente; la sua Provvidenza consiste quindi nel mantenerle sempre
in questa loro natura. Cfr. Gerson, De consol: theologiae, 1706; 8. Tommaso, S.
theol., I, q. XVIII, art. 4, q. CII, art. 1; Malebranche, Méditations
chrétiennes, med. VII, $ 17; Vico, Principi di una scienza nuova, ed. P.
Viazzi, 1910, p. 59 segg. (v. omniscienza, prescienza, corsi ο ricorsi,
fatalismo). Prudensa. T. Klugheit; I. Prudence; F. Prudenoe. Nel suo
significato più comune indica quella capacità di riflettere e di prevedere, per
cui si ovitano i periooli della vita © si adoperano i mezzi più acconci per il
conseguimento dei propri fini: « La prudenza, dice il Martineau, è un affare di
previdenza (foresight): il giudizio morale à inveco una questione di conoscenza
intima (insight). L'una valuta ciò che sarà, l’altra ciò che immediatamente è;
l'una decide tra condizioni future desiderabili, l’altra fra intime e presenti
sollecitazioni ». Intesa invece come una delle quattro virtù cardinali, la
prudenza (φρένησις) consiste nella forza dello spirito © nella conoscenza della
verità; da essa derivano, secondo Β. Tommaso, i precetti morali. Per Kant
invece la prudenza è « l'abilità nella scelta dei mezzi d’ ottenere per sè
stessi il maggiore benessere »; © poichè la tendenza al proprio benessere non è
un bisogno della ragione, ma esiste solo empiricamente, una morale fondata su
ossa risolve le leggi morali in tanti precetti della prudenza. Por il Rosmini
la prudenza può essere tanto una virtù, quanto una semplice « abilità di
arrivare alla conoscenza di un fine qualsiasi >; ma al all’una come
all'altra 8’ applica la suprema regola della prudenza, che si può formulare
così: opera a tenore del pensare intero e complessivo, non a tenore del pensare
astratto e parziale. Cfr. 917 Psr-Psı 8. Tommaso, S. theol., I, 33, q. LX,
art. 1 segg.; Martineau, Types of ethioal theory, 1866, vol. I, p. 65; Kant, Grundlegung sur Metaph. d.
Sitten, 1882, IV; Rosmini, Pricologia, 1848, t. II, p. 342 segg.; Id.,
Filosofia della politica, 1837, t. I (v. pratica, virtà). Psendoestesia. Falsa
sensazione, che può essere generale oppure specifica. In questo secondo caso
assume nomi diversi: quando avviene nella vista dicesi pseudoblepsia ο
pseudopia, nell’ udito pseudaooe, nel gusto pseudogeusia, nell’ olfatto
peoudoemia, nel tatto peeudafia. In generale si preferiscono lo espressioni di
allucinazione o illusione tattile, uditiva, cenestetica, gustativa, ecc.
Psiche. Gr. Ψυχή; T. Peyohe; I. Psyche; F. Payohé. Attualmente è usato come
sinonimo di anima, spirito, ο talvolta anche di coscienza, io, personalità.
Presso i greci dei tempi omerici la psiche era invece concepita come un’ ombra
simile al corpo, un soffo di natura corporea ma più tenue, più sottile, che
funzionava come principio animatore della vita e abbandonava quindi il corpo all’
istante della morte, uscendo dalla bocca o dalla ferita, per vivere poi una
vita indipendente e libera. In seguito, codesta indipendenza della psiche dal
corpo si afferma sempre più, fino ad essere considerata come permanente nel
corpo solo per un tempo determinato, ma avente la sua vera patria oltre le
stelle e capace di lasciare il corpo anche per breve tempo, come nell’ estasi ο
nel sogno. I filosofi cosmologi primitivi 1’ identificarono col principio
animatore ο con I’ elemento originario dell’ universo : così per Anassimandro ὃ
aria, per Eraclito e Parmenide fuoco, per Diogene aria calda esalata dal
sangue, per Anassagora una parte del nous cosmico, per i pitagorici un numero,
l’ armonia del corpo, da cui però è separata, tantochd sopravvive alla sua
morte © passa da corpo a corpo (metempsicosi). Con Platone il concetto dell
indipendenza della psiche, © del suo valore etico-religioso, raggiunge la piena
espressione: come principio del penPst
918 siero la paiche è immortale
nella sua ragione, come principio del movimento è immortale nella sua attività,
come principio della virtù è immortale nella sus sensibilità. La pura essenza
della psiche è, per Platone, la ragione; la pura essenza degli oggetti le Idee;
ragione e Idee sono semplici, indissolubili, quindi immortali : noi siamo
dunque immortali nella nostra Idea e nella nostra ragione. Ma, osserva Simmia a
Socrate, la psiche non è simile all’armonia della lira, che svanisce quando la
lira è rotta? No, risponde Socrate; la psiche è piuttosto il musico invisibile
che fa vibrare la lira, alla quale preesiste, dalla quale è distinto, alla
quale sopravvive; è la sorgente e il principio del movimento; il movimento
eterno suppone quindi una psiche eterna, nella quale le nostre erano già
contenute e da cui non si sono staccate che per entrare nei corpi : la nostra
psiche partecipa dell’ eternità dell’ anima universale. Ma l’anima nostra deve
anche essere ricompensata © punita secondo il suo valore, che la giustizia
umana è incapace di giudicare; occorre dunque un’altra giustizia, occorre un’
anima che si rivolga alla nostra faccia a faccia, e pronunci la saa sentenza
con un decreto infallibile: è l’anima divina, In qual modo si compirà
l’espiazione ο la ricompensa nell’ altra vita, Platone non determina in modo
uniforme, abbandonandosi alle ipotesi ο ai miti poetici; dai quali traspare
però un’ idea dominante, V idea della Provvidenza vigile, cho dà a ciascuno
secondo le opere e dispone tutte le parti dell’ universo nell’ ordine più
proprio alla perfezione dell’ insieme. Per Aristotele la psiche è la forma, che
fa del corpo ciò che esso è; la psiche è dunque la piena realtà del corpo, la
sua enteleohia, e, como tale, ciò che ne fa un corpo vivente, la possibilità
permanente dello funzioni vitali. Questo concetto aristotelico di psiche può
anche tradursi, secondo il Siebeck, in quello di forza vitale, se si considera
quest’ ultima non come risultato della funzione organica nelle sue singole
produzioni, 919 Pat ma come causa di essa, anzi causa nel
senso che non solo da ess dipendono gli effetti organico-corporali, ma anche
gli psichici © spirituali. Quindi per Aristotele le diverse specie di funzioni
vitali sono come diversi gradi della vita psichica, che, non ostante la loro
diversità, formano nell'organismo nn tutto unico: l’anima opera sempre nell’
organismo come una determinata specie di funzione, come anima nutritiva,
sensibile, motrice, intellettiva, o come parecchie di esse insieme. Nel medio
evo la rappresentazione della psiche torna ad oscurarsi di nuovo, tantochè si
ritrovano tracce di rappresentazioni materialistiche anche nei Padri della
Chiesa. Solo con Cartesio 1’ ides della peiche come essenza puramente
spirituale torna ad acquistare la sua chiarezza: « Lo stesso rapporto che
esisteva nell’antichità tra Platone e Omero, dice 1’ Héffding, esiste nei tempi
moderni tra Descartes, che fa consistere l’ essenza dell’ anima nella
coscienza, 9 la concezione dell’ età di mezzo ». E da questognomento cominciano
a delinearsi © precisarsi lo dottrine fondamentali intorno alla natura dell’
anima: materialismo, spiritualismo monistico e dualistico, fenomenismo e
attualismo. Cfr. Platone, Fedone, 245; Id., Gorgia, 493; Id., Timeo, 41 E;
Aristotele, De An., 1, 421 a, 27 segg.; Siebeck, Aristotele, trad. it., p. 84
segg.; Id., Geschichte d. Peychol., 1880-84; Volkmann, Lehrbuch d. Pryohol., 43
ed. 1894, vol. I, p. 66 segg.; Chaignet, Histoire de la paychol. ohes les
Grecs, 1887; Cravely, The idea of tho soul, 1909; J. G. Frazer, Peyche’s task,
1909; Héffding, Psychologie, trad. franc. 1910, p. 11; G. Sergi, La peiche nei
fenomeni della vita, 1901; Ardigd, Opere fi, III, 76 segg. (v. anima, animiemo,
coscienza, io, noo, ecc.). La psichiatria è la scienza che ha per oggetto le
malattie mentali, di cui ricerca le cause ο stabilisco i rimedi. Il Morselli la
definisce ampliamente : quella parte della medicina che studia le deviazioni
della mente umana, prodotte dalle anomalie Psr
920 ο malattie primitive e
secondarie del suo fondamento (cervello), © che indica i mezzi per prevenirle e
curarle. Una definizione strettamente scientifica e materialistica è quella del
Meynert: clinica delle malattie del cervello anteriore (in quanto sembra ormai
accertato che le parti anteriori delPencefalo, e soprattutto il mantello degli
emisferi, siano la sede delle funzioni psichiche più elevate). Per lungo tempo
essa si abbandonò alle speculazioni filosofiche per cercare la natura dell’
anima umana; oggi ha abbandonata tale ricerca alla metafisica, e, constatato il
rapporto e la proporzionalità esistente tra i fatti fisici (fisiologici) e i
fatti psichici, cerca invece di stabilire la sede dei fatti psichici stessi.
Essa quindi si ricongiunge da una parte alla fisiologia, dall’ altra alla
psicologia. Si distingue dalla psicologia patologica propriamente detta, in
quanto questa non si propone lo studio della prevenzione delle malattie mentali
e dei loro rimedi. Cfr. E. Morselli, Introdusione allo studio della peiool.
patologies, 1881; Id., Manuale di somejotica delle malattie mentali, 1885-94;
Meynert, Peychiatrie, 1884; Kraepelin, Psychiatrie, 5° ed. 1896; Krafft-Ebing,
Lehrbuch der Psychiatrie, 5* ed. 1898: 8. Lugaro, I problemi della psichiatria,
1907. Psichici (fatti). T. Psychische Erscheinungen ; I. Paydhical processes;
F. Phénomènes peyohiques. Essendo semplici © primitivi sono in sò stessi
indefinibili. Solo αἱ può dire che i fatti psichici sono i fatti di coscienza,
poichè ogni fatto psichico è necessariamente avvertito dal soggetto: come le
espressioni fatto fisico e fatto meccanico si equivalgono, così pure si
equivalgono le espressioni fatto paichico e fatto cosciente, Il loro primo
carattere è dunque di casero interni ο d’ essere conosciuti immediatamente ο
direttamente; con ciò si oppongono a tutti gli altri fatti, i quali, avvenendo fuori
di noi, sono esterni e non sono conosciuti che mediatamente, ciod per mezzo di
un fatto psichico, Il secondo carattere, che si ricollega al precedente, 921
Psi è d’ essere conosciuti direttamente solo da colui in oui avtengono ;
i fatti psichici che si svolgono in altri non sono da noi conosciuti che
mediante un ragionamento d’analogia. Terzo carattere è di essere situati solo
nel tempo e non avere dimensioni spaziali; si possono quindi misurare nella
loro durata e intensità, non nella loro estensione. Altri caratteri secondari e
derivati sono i seguenti: non Possono ridursi a movimento, per quanto siano
sempre accompagnati da un movimento; sono reali solo quando sono attuali,
presenti, giacchè anche il ricordo del passato © il pensiero del futuro sono
stati presenti della coscienza ; valgono per sò stessi, laddove ogni fatto
materiale deve essere spiegato con un altro fatto materiale; costituiscono
sempre un’ unità che non esclude la molteplicità, il cangiamento ο la
diversità, ο, inversamente, una molteplicità che non esclude l’unità;
presentano un continuo sumento qualitativo e una continua novità, mentre i
fenomeni materiali sono uniformi e regolati dal principio della conservazione
della materia e della forza; modificano il soggetto in cui si compiono, mentre
i fatti esterni, in quanto avvengono nella materia, modificano soltano le
relazioni esterne degli atomi componenti, non l’atomo in sò stesso; essendo
inestesi non possono localizzarsi, sebbene se ne possano localizzare le
condizioni fisiologiche. Del resto, il numero e la natura dei caratteri
differenziali del fatto psichico, nonchè la loro maggiore o minore importanza
sono concepite diversamente nei vari sistemi: materialismo, spiritualismo,
dualismo, parallelismo, attualismo, volontariemo, intellettualiemo,
sensazionismo, monismo, incosciente, 900. Quanto alla loro classificazione, la
più comune è quella che li distribuisce nelle categorie del sentimento, del
pensiero ὁ della volontà; gli psicologi antichi fecero di queste categorie
delle potenze spirituali (facoltà) con le quali vollero spiegare i fatti
stessi; i moderni le considerano invece come pure astrazioni. Cfr. Münsterberg,
Grundzüge der PsyohoPsi 922 logie, 1900, cap. VII; Id., Psychology and
Life, 1899, cap. X; Spencer, Prinoiples of peychol., 1881, P. VIII, ο. 2;
Baldwin, The story of the mind, 1896, p. 6 segg.; Wundt, System der
Philosophie, 2° ed. 1897, p. 305 segg.; G. Villa, La psicologia contemporanea,
1899; Id., 1) idealismo moderno, 1905, p. 29 segg.; Höffding, Peyohologie, trad.
franc. 1900, p. 37 segg.; Ardigd, L'unità della cosoienea, in Opere fll., vol.
VII, 1898, p. 39 n; M. Pilo, La olassificasione naturale dei fenomeni psichici,
1892; A. Baratono, Sulla olassif. dei Jatti priohici, « Riv. di fil. », febbr.
1900 (v. anima, coscienza, elemento, facoltà, sensazione, volontà, percezione,
sostansialiemo, 600.). Psichicità. Termine generale con cui si sogliono
designare tutti i prodotti dell’ attività psichica dell’animale, dai più
semplici ai più complessi, sia dell’ ordine puramente intellettivo come di
quello affettivo. Esso ha quindi un'estensione maggiore dei termini mentalità,
sensibilità, affettività, eco. Psichico. T. Peyohiech ; I. Psyohical; F.
Payohique. Che concerne la psiche, lo spirito, inteso questo in senso empirico
come sintesi dei fenomeni mentali. Non dovrebbe mai confondersi con
peicologico, che è ciò che riguarda la psicologia, mentre psichico è ciò che
riguarda la coscienza. Si adopera anche, specialmente nel linguaggio
anglo-americano, per indicare quell’ insiome di fenomeni spirituali ancora
molto oscuri e che si presentano come una manifestazione di facoltà nuove della
coscienza (telepatia, medianiemo, divinazione, eco.); tale è il senso del
vocabolo nel nome della Society for peychioal research di Londra, ο nel titolo
dell’ opera di I. Maxwell, Les phénomènes peyohiques, 1903. Psichismo. T.
Psyohismus; I. Peyohiem; F. Payohieme. Termine molto vago, che a’ adopera
talvolta per indicare la vita psichica totale, sia nelle sue forme più alte che
nelle più basse, specialmente però in queste ultime. Altre volte il termine
psichismo è adoperato per denominare le dottrine filosofiche, le quali
trascrivono il mondo coi ca 923 Pst
ratteri dell’ esperienza psichica, ossia interpretano la realtà esterna
mediante l’analogia con la realtà interna, psicologica ed umana; in tal caso
psichismo è quindi sinonimo di idealismo realistico : « Per idealismo noi non
designamo, dice il Fouillée, nd la negazione degli oggetti esteriori, nd la
rappresentazione puramente intellettualistica del mondo; intendiamo la nozione
di tutte le cose sul tipo psichico, sul modello dei fatti di coscienza,
concepiti come sola rivelazione diretta della realtà. Da ciò, presso i filosofi
contemporanei, codesto idealismo, il cui nome sarebbe piuttosto psichismo ». È
evidente però che, in questo caso, il termine racchiude un apprezzamento
critico e un’ intenzione polemica. Cfr. Grasset, Le peychieme inférieur, 1906; G. Bohn, Le
payohismo ches les animauz inférieurs, « Riv. di scienza », 1909, vol. V, pp. 86-101; Fouillée, Le mouvement
idéaliete, 1896, p. vi; C. Ranzoli, Il linguaggio dei filosofi, 1913, p. 66-69.
Psico-dinamica. T. Peychodynamisoh; F. Peycho-dynamique. Quella parte della
psicologia che studia gli effetti dinamici dei fenomeni psichici. Già il Wundt
aveva accennato alla possibilità di misurare i fenomeni psichici per mezzo dei
movimenti che eseguiamo; il Loeb per primo ha tentato di farlo, cercando nella
forza muscolare, determinata col dinamometro, una misura dell’attività
psichica; su questa via proseguirono poi il Feré, il Lehmann, il Wolff, ece.,
estendendo le ricerche nel campo della memoria, dell’ associazione,
dell'attenzione, della stanchezza mentale, Cfr. Wundt, Phys. Payo., I, p. 6; Loeb,
Pflüger’s Archiv, XXXIX, 592; Feré, Sensation et mouvement, 1887, p. 33;
Lehmann, Die Phys. Aequiv. d.
Bewusstseinserscheinungen, 1901; Aliotta, La misura in pic. sperimentale, 1905,
p. 167-228, Psico-fisica. T. Peychophysik; I. Peychophysics; F. Paychophysigue.
Fechner designò in questo modo quel ramo della psicologia che studia
sperimentalmente i rapporti tra i fenomeni psichici e i fenomeni fisiologici.
Oggi si dice Ps 924 più comunemente peicologia sperimentale,
usando il termine psico-fisica soltanto per indicare i lavori del Fechner.
Alcuni però vorrebbero conservata la distinzione tra psicofisica ©
psico-fisiologica, la prima delle quali studierebbe precisamente i rapporti che
corrono tra i fatti psichici © i fatti fisici nel senso stretto della parola,
ad es. il grado di eccitazione neoessario per avere una data sensazione, mentre
la seconda avrebbe per oggetto i rapporti dei fatti psichici con le
modificazioni fisiologiche dell’ organismo. Cfr. Fechner, Elemente der
Peychopysik, 23 ed., 1889; Id., Revision der Hauptpunkto der Peychophysik, 1882;
Foucault, La psychophysique, 1901; Tolouse, Technique de peyoh. experimentale,
1904; A. Baratono, Elementi di peic. sperimentale, 1901; A. Aliotta, La misura
in psicologia sperimentale, 1905, p. 15-110. Psicofisiologia o psicologia
fisiologica v. peicofisica. Psicogenesi. T. Peychogencse, Seolenentwicklung ;
I. Peychogenesis; F. Peychogénèse. Origine e sviluppo della psiche, sia nell’
individuo che nella specie; questa dicesi psicogenesi filetica, quella
psicogenesi individuale ο diontioa. Secondo la legge biogenetica, stabilita
dall’ Haeckel, i due processi psicogenetici, individuale e specifico, si
oorrispondono, in quanto lo sviluppo della psiche individuale non à che una
ricapitolazione abbreviata di quello della specie. La psicogenesi filetica sarebbe
passata attraverso quattro gradi principali: 1° citopeioke ο anima cellulare;
2° oenopsiche, o anima delle associazioni cellulari; 8° istopsiohe, o anima dei
tessuti così vegetali come animali; 4° neuropeiche, ο anima nervea, che appare
negli animali superiori e nell’uomo. Con
l’espressione psioogonesi dell’ a priori si suol indicare la dottrina dello
Spencer e del Lewes, secondo la quale le forme del pensiero sarebbero innate
nell'individuo, acquisite nella specie: tale dottrina presuppone 1) la legge
generale dell’ intelligenza, la quale implica l’ac 925 Pst cumulazione e l’organizzazione dell’
esperienza; 2) l’eredità Psichica, la quale implica l’ esistenza di fenomeni psichici
inconsci e la correlazione tra i fatti fisici ο i psichici, Cfr. Haeckel, I
problemi dell'universo, trad. it. 1902, p. 207 segg.; Spencer, Principles of
peyohol., 1881, vol. I, p. 467 segg.; Lewes, Probl. of life and mind, 1879, III serie, vol. II, cap. X; Ribot, L’Aérédité, 1873, p. 72
segg., 122 segg.; F. Masci, Le forme dell intuizione, 1881, p. 121-24 (v.
biogenta). Psicografia. T. Psychographie; I. Payohography; F. Psychographie.
Termine introdotto dall'Ampère per indicare quella parte della psicologia che
descrive i fenomeni della coscienza senza spiegarli. Oggi si adopera anche per
indicare l’arte di procedere alla descrizione psicologica di un individuo;
pricogramma dicesi il risultato della descrizione stessa. Dicesi pricografo uno stromento adoperato
nelle ricerche psico-fisiologiche. Ogni idea implica un movimento © tende a
continuarsi in un movimento, che si manifesta Spesso con una contrazione
debolissima dei muscoli periferici; lo psicografo è lo strumento che raccoglie
codesti movimenti esterni (delle mani, dei muscoli facciali, eco.)
corrispondenti al lavoro cogitativo interno, e li fissa con tracciati sopra la
carta affumicata distesa sopra un cilindro in movimento. Cfr. Ampère, Essai sur la
philosophie des sciences, P. LvI; Ostwald, Peychographische Studien, « Ann. der
Naturphilosophie», 1907; Baade e Stern, Uber Aufgale d. Payohographie, « Z. far
Angew. Paych. », III, 1909 (v. grafografo). Psicologia. T. Peychologie; I.
Psychology; F. Psychologie. Si
definisce comunemente come la scienza dell’ anima. Questa definizione è però
affatto provvisoria e vale solo in quanto designa la scienza di ciò che sente,
pensa e vuole, in opposizione alla fisica, che è la scienza di tutto ciò che si
muove nello spazio e lo riempie. E come la fisics non è obbligata a comineiare
collo spiegare che cosa è la materia, così la psicologia, osserva 1’ Höffding,
non è obbligata a spiegare che cosa è l’anima. Ma oltre Pst 926 la
definizione comune, accettata del resto anche da psicologi contemporanei di
grande valore, altre ve ne sono che ne differiscono sensibilmente. Così nei
trattati vecchi, e in quelli che seguono l'indirizzo del « senso interno », la
psicologia è definita come la dottrina dei fatti interni dell’uomo; per
Baumgarten è la scienza dei predicati generali dell’ anima; per Kant è la
metafisica della natura pensante; per Galluppi la scienza dello facoltà dello
spirito ; per Beneke lo studio di tutto ciò che conosciamo mediante V interna
percezione e sensazione; per Lotze 1’ oggetto della psicologia è l'insieme
delle condizioni e delle forze per le quali sorgono i singoli processi della
vita spirituale, il loro reciproco collegarsi e modificarsi così da costituire
la totalità dell’esistenza psichica; per Haeckel la psicologia non è che una
parte della fisiologia, ossia la dottrina delle funzioni e delle attività
vitali degli organismi; per Lewes è l’analisi © la classificazione delle
fanzioni e delle facoltà senzienti, rivelate dall’ osservazione e
dall’induzione, completata dalla loro riduzione alle loro condizioni d’
esistenza, biologica o sociologica; per William James la psicologia è la
scienza della vita mentale tanto nei suoi fenomeni quanto nelle sue condizioni;
per il Jodl è la scienza delle leggi e delle forme naturali del corso normale
dei fenomeni della coscienza; per il Sully è la scienza che mira a darci la
descrizione dei fenomeni mentali nelle loro molteplici varietà, e l'esposizione
delle leggi per cui possiamo spiegare tali fenomeni; per il Wundt è la scienza
della esperienza diretta, mentre le scienze naturali riguardano 1’ esperienza
indiretta; per Külpe è la scienza dell'esperienza soggettiva, ossia
dell'esperienza in quanto dipende dagli individui che sperimentano; per Schuppe
è la scienza di quei contenuti della coscienza che appartengono alla
individualità; per il Meunier la psicologia ha per oggetto lo studio di tutta
la mentalità, sia dinamica sia statica, valo a dire tanto degli stati di
coscienza instabili con cui l'organismo rea 927
Psr gisce all’ ambiente che lo circonda, quanto degli stati mentali
estra-coscienti e più stabili, che stanno in rapporto coi Primi; per Sergi 1’
oggetto della psicologia è 1’ insieme dei fenomeni organici, che hanno per
carattere predominante la coscienza della funzione, i quali fenomeni si
producono nei centri di relazione, e nello stesso tempo degli antecedenti
immediati dei medesimi fenomeni coscienti. Il nome di psicologia sembra essere
stato usato per la prima volta dal Guelenius (1594) come titolo di un libro
sulla perfezione; ma soltanto con la scuola del Leibnitz il quale usava anche
il termine pneumatologia -esso comincia ad essere adoperato per desiguare la
parte della filosofia che riguarda |’ anima, Tuttavia, se la parola è
relativamente recente, la cosa ch’esaa designa, cioè lo studio dei fatti
psichici, risale molto addietro nella storia del pensiero filosofico,
Cominciata con Socrate la distizione tra il mondo interno e l'esterno, con
Aristotele la filosofia è già distinta in quattro grandi parti: logica, etica,
fisica ο metafisica; la psicologia non è nessuna di esse, ma fa parte di tutte,
in quanto è lo studio sia delle operazioni del pensiero, sia delle attività
spirituali pratiche che si estrinsecano nella condotta morale, sia dei rapporti
che corrono tra anima e corpo, sia infine dell’ essenza, dell’ origine e del
destino dell’ anima umana. Tale fu il posto e l’ufficio della psicologia fino a
che durò l'impero della filosofia aristotelica, vale a dire fino al
Rinascimento. Con Cartesio e la sua scuola essa si costituisce come una parte
distinta della filosofia; con Hobbes e Spinoza si afferma il principio della
concomitanza dei processi organioi e psichici, e la legge d’associazione è
chiamata a ridurre la complessità della vita spirituale ai suoi elementi
componenti; con Hartley, James Mill, Condillac, Herbart ο Beneke i problemi
psicologici assumono gradualmente una forma più definita e specifica, © si
viene accumulando il materiale sperimentale per la loro soluzione; infine coi
positivieti dell’ultima metà del secolo XIX diviene una scienza Pst 928
sperimentale a sò, come la filologia e la fisica, senza alcuna
dipendenza dalla filosofia, e senza speciali rapporti con Ia metafisica, la
logica e la morale. Questa dottrina però non è oggi condivisa da tutti: molti
considerano ancora la psicologis come una parte della filosofia e le chiedono i
dati necessari alla soluzione dei problemi logici, ontologici ο morali; altri,
pure negandole la dignità di scienza pura e riconoscendola come parte della
filosofia, credono tuttavia che essa sola possa risolvere quei problemi che
stanno alla base di tutte le scienze. Cristiano Wolff divise per primo la
psicologia in empirica e razionale, © questa rimase la divisione classica della
psicologia: l’empirica è quella che si limita a studiare i fenomeni psichici e
le loro leggi, la razionale quella che si occupa della essenza stessa delP
anima e attinge i suoi principi dall’ ontologia e dalla cosmologia. Ma codesta
partizione è combattuta oggi tanto dai positivisti, per i quali non esiste che
la prinia, quanto dai metafisici, i quali sostengono che nello spirito fenomeni
© sostanze sono indissolubilmente uniti. Gli psicologi moderni s’accordeno nel
distinguere una psicologia generale, che tratta dei fatti della coscienza nelle
loro forme più generali ed astratte, 9 una speciale, che si applica a
determinare le forme ο le leggi delle differenti combinazioni dei fatti
psichici. Questa psicologia speciale si distingue a sua volta in psico-fisica ©
psicologia-fisiologica ; pricologia sociale ο collettiva; psicologia patologioa
ο oriminale; psicologia pedagogica ; psicologia storica ed etnografica ;
peicologia ontogenetica © filogenetica ; peicologia soologica o comparata;
psicologia segmentale; psicodinamica; psicometria ; psicostatistioa;
onirologia; ipnologia ; psicologia dei sensi. Da alcuni si suole distinguere
una psicologia descrittiva; che dei fatti psichici si limita a descrivere la
natura e il processo, © una psicologia esplicativa, che dei fatti stessi
rintraccia le leggi di produzione e di sviluppo. Altri distinguono invece la
psicologia soggettiva ο introspettica, che
929 Pst studia i fatti psichici
direttamente in sò stessi, dalla oggettiva (che comprende la fisiologica,
zoologica, sociale, ecc.) che si basa essenzialmente sopra un ragionamento
analogico. Cfr. Höffding, Psychologie, trad. franc. 1900, p. 1 segg.; Baumgarten,
Metaphysica, 1739, $ 501; Kant, Krit. d. r. Vernunft, ed. Kehrbach, p. 638
segg.; Galluppi, Elementi di fil, , vol. I, p. 141; Beneke, Lehrbuch d.
Peyohol., 1861, $ 1, 12; Lotze, Grundeiige d. Peychol., 1894, p. 5 segg.;
Haeckel, Der Monismus, 1893, p. 22; Lewes, Problemes of life and mind,
1874-1879, serie III, vol. I, p. 6; W. James, Principles of peyoh., 1890; Sully, Outlines of
peychol., 1885 ; Jodl, Lehrbuch d. Peychol., 1896, P. 5; Wundt, Grandsüge d.
physiol. Peychol.,
1893, p. 1 segg.; Külpe, Grundriss d. Paychol., 1893, p. 3-4; Sergi, La
peychol. physiologique, trad. franc. 1888, p. 12; Cr. Wolf, Psychologia
empirica, 1738, § 1; Siebeck, Geschichte 4. Peyohol., 1880-84; Windelband,
Ueber den gegenwärtigen Stand der psychologischen Forschung, 1876 ; H.
Mtinsterberg, Ueber Aufgabe und Methoden der Peychol., 1891; Id., Grundsiige
der Peychol., vol. I, Die Prinzipien, 1900; Hartmann, Die moderne Pryohologie,
1901; Chaignet, Hist. de la peychol= chez les Grecs, 1887; R. Meunier, Les
soiences peychologiques, leurs méthodes et leurs applications, 1912; Ardigd, La
paicologia come scienza positiva, 1870; Id., L' unità della coscienza, 1898; G.
Villa, La psicologia contemporanea, 1911. Psicologia collettiva o sociale. T. Socialpsychologio,
Vilkerpsychologie; 1. Social peicology; F. Psychologie sociale, colleotire.
Quella parte della psicologia che ha per oggetto lo studio dei fenomeni
psichici collettivi, Il fatto psichico è essenzialmente individuale, quindi per
fatti psichici collettivi devono intendersi quelli che, pur avendo per tentro
la coscienza dell’ individuo, si collegano direttamente, in sò e nel loro
processo, con P’ ambiente sociale, fuori del quale riescono inconcepibili. Tali
fatti psichici possono essere sia normali che patologici; quindi la psi59 Rawzout, Dizion. di scienze filosofiche.
Psr 930
cologia collettiva αἱ divide in normale ο patologica. Per molti autori le due espressioni psic.
sociale © psie. collettiva si equivalgono, designando entrambe lo studio delle
manifestazioni peichiche di un gruppo, di una pluralità di individui viventi
insieme. Altri invece le considerano come duo scienze distinte. La psicologia
sociale o demopsicologia ο psicologia dei popoli ha per proprio oggetto lo
studio del meccanismo o della tecnica interiore dei processi 80ciopsichici;
sorse in Germania intorno al 1860 col Lazarus e lo Steinthal, che la
concepirono come disciplina intermedia tra la psicologia e la scienza morale,
avente per scopo di spiegare i fenomeni complessi che si producono nella
società, mediante le leggi semplici della psicologia individuale; dal Wundt è
intesa invece come uno dei metodi di cui la psicologia si vale per studiare nei
suoi vari aspetti i prodotti dello spirito, ο deve occuparsi esclusivamente dei
prodotti primordiali che αἱ sviluppano nelle condizioni più semplici della
convivenza sociale (mito, linguaggio, costume); per altri invece, come
l’Ellwood, essa deve esaminare e spiegare tutti i processi psichici di gruppo,
dai più semplici ai più elevati, come le istituzioni social le tradizioni,
l’opinione pubblica, ecc. La psicologia collottiva ο psicologia delle folle ha
invece per oggetto lo studio delle riunioni di individui avventizie,
accidentali ο inorganiche; ne trattò per primo Enrico Ferri, che la concepì
come scienza intermedia tra la psicologia individualo © la sociale; fu poi
sviluppata da Scipio Sighele, specie sotto l’aspetto criminale, dal Tarde, dal
Lo Bon, «co. Cfr. Lazarus-Steinthal, Einleitende (edanken ii. Völkorpsych., «
Zeitschrift f. Wölkerpsych. und. Sprachwissenschaft », vol. I; Wundt,
Pôlkerpeychologie, 1900, parte I, p. 1-31 dell’ Introd. ; Ellwood, Prolegomena
to social Psychology, « Tho american journal of sociology », marzo-rettembre
1899; Ferri, Soc. criminale, 1900, p. 374 segg.; Sighele, La folla delinquente,
1895; Id., La delinquenza settaria, 1897;
931 Psr Tarde, Études des
peychol. sociale, 1898; Le Bon, Peych. den Soules, 1896. Psicologia comparata. T.
Ferglcichende, Psychologie ; I. Comparative paychology ; F. Psychologie
comparée. Si comprendono sotto
questo nome la psicologia zoologica, putologica, pedagogica, ccc., perchè ogni
conoscenza sulla natura psicologica dell'animale, dell’ammalato, del bambino,
oce., è possibile soltanto per mezzo della comparazione, del ragionamento analogico,
I fenomeni psichici non possono essere constatati direttamente, per mezzo
dell’osservazione intoriore, che dal? nomo adulto e civilizzato, dal psicologo
; ma stabilito il rapporto che corro tra codesti fenomeni con le struttnre
organiche cui corrispondono e con gli atti esteriori ondo si manifestano, si
può, dallo differenzo ox servate tra le strutture o gli atti negli altri esseri
(selvaggio, bambino, animale, ecc.) indurne ragionevolmente le differenze
psicologiche, Va notato però cho molti intendono por psicologia comparata
soltanto In psicologia z0ologica, altri soltanto la otnografica. Cfr, E. Claparède, La
prych. comparée est-elle légitime, « Arch. de paychol. >, giugno 1905; I. Locb,
Comparatire physiol. of brain and comparative prychology, 1902. Psicologia etnografica. Ί. Raseenprychologie; I. Race paychology: F. Psychologie
éthnographique, Paychologie des races. Per alcuni 9’ identifica con la demopsicologia ο con la psicologia
collettiva; per altri se no distingne, in quanto indien quella parte della
psicologia che ha per oggetto lo studio dei caratteri psichici dei diversi
popoli ¢ che, in quanto tale, sorve da fondamento della psicologia collettiva ο
della sociologia, 11 fatto paichico, per sè stesso, è eguale in tutti gli
uomini, in quanto tali: sensazioni, rappresentazioni, vol zioni, associazioni,
senti ece., si prodncono ο si avolgono con leggi generali identiche. Tuttavia
In vita paichic nella sua complessità ¢ nel ano dinamismo, #' intona vari Itre
parole, ogni popolo, ogni Psr 932 razza, ogni nazione, per la diversità delle
origini sue, della sua costituzione fisica, dell'ambiente geografico in cui
vive, delle vicende attraverso le quali è passato, ha un carattere © una
personalità propria, fissate nella psiche d’ogni individuo, che distinguono tale
popolo, meglio dei caratteri fisici, da tutti gli altri popoli, e che si
rivelano in ogni esplicazione della sua attività. Lo studio di tali caratteri è
l'oggetto della psicologia etnografica. Cfr. Worms, Paychol. collective et individuelle, «
Revue int. de sociol. », aprile 1899; Ch. Letourneau, La psychologie éthnique, 1901 (v.
antroposociologia). La psicologia patologica o psicopatologia è quel ramo della
paicologia che studia le affezioni morbose e le malattie mentali. Si distingue
in individuale e sociale, perchd le anomalie psichiche possono verificarsi così
nell'organismo individuale, come nell'organismo sociale (psicosi epidemiche,
folle delinquenti, ecc.). Una parte importante della psicopatologia è la
peicologia criminale. La psicopatologia non si confonde con la psichiatria, la
quale comprende, oltre lo studio delle malattie mentali, anche le norme per la
loro prevenzione, cura e guarigione. Si distingue anche dalla patologia mentale
in quanto questa ha per oggetto di costruire dei tipi clinici, di seguire
l’eziologia e il decorso, di prepararne la terapoutica, mentre lo scopo
essenzialo dolla psicologia patologica è di determinare tra i fenomeni delle
leggi elementari, che valgano così per gli stati normali come per quelli
morbosi. Lo Specht e il Miinsterberg distinguono anche la psicopatologia dalla
patopri cologia: questa ha per oggetto lo studio dei fatti psichici presentanti
un carattere morboso, quella è propriamente un ramo della patologia speciale,
ed ha per soggetto lo studio delle malattio dello apirito. Cfr. Miinsterborg,
Zeitschrift fur Pathopaychologie, 1° vol. 1911; A. Marie, Traité 933
Pst international de paychologie pathologique, 1912; G. Storring, Mental
pathology in ite relation to normal peyohology, 1907. Psicologia pedagogica. T.
Pädagogische Peyohologie ; I. Pedagogical peychology; F. Peyohologie
pedagogique. Quel ramo della
psicologia che studia il modo come si vengono formando e svolgendo le diverse
attività psichiche nel bambino, allo scopo sia di conoscere la natura primitiva
della psiche umana e rieostruirne la lenta evoluzione, sia di trarre da tali
conoscenze le norme per contribuire più efficacemente allo sviluppo psichico,
intellettuale e morale del bambino. Cfr. Perez, Les trois premières années de L’enSant, 1878;
Baldwin, Le développement mental chez Ponfant et dans la race, trad. franc. 1897; Preyer, Die Seele des Kindes, 3° ed. (v.
pedagogia, pedologia). Psicologia segmentale. Quella nuovissima parte della
Psicologia, che fondandosi sopra l'anatomia e la fisiologia segmentalo, studia
i fenomeni abnormi, subnormali ο supernormali, della coscienza umana, L'uomo,
che à al vertice della scala animale, presenta la costituzione più
profondamento unitaria di tutti i viventi, rivelata dai fonomeni del suo io e
basata specialmente sulla centralizzazione dol sistema nervoso; tuttavia anche
nell’uomo la fusione dei sogmenti (metameri), da cui originariamente deriva
l’encefalo, è lungi dall’essero porfetta dal punto di vista fisiologico, como è
dimostrato dalla moderna dottrina dello localizzazioni corebrali, mentre,
d’altro canto, i fenomeni osservabili in soggetti isterici di disgregazione o
frazionamento della personalità, lo sdoppiamento della coscienza, la scrittura
automatica, l'ipnosi sperimentale, le pratiche dell’ occultismo, la
collaborazione continua che, nell’ tome normale, esiste tra cosciente ©
subcosciento, tra io sopraliminale © io subliminale, rivelerebbero l’
incompleta fusione © coordinazione dei presunti segmenti, che concorrono a
formare la personalità unitaria. Cfr. Max Dessoir, Das Doppelt-Ich, 1896;
Myers, The human personality, 1902; BoPst
984 ris Sidis, Studies in mental
dissociation, 1902; Morton Prince, The dissociation of a personality, 1906; A.
Binet, Les altérations de la personnalité, 1892. Psicologia sociologica. Alcuni
designano in questo modo, per opposizione a fisiologica, quella parto della
psicologia obiettiva che considera In vita psichica in quanto si rivela col
movimento ϱ con l’azione, colla parola e con l’imagine. Essa ha per materia la vita
degli animali, dei fanciulli, dei solvaggi, la storia generale dell’ umanità, i
poemi, le biografie. È quindi affine a quella che altri chiamano pricologia
comparata. Psicologia
zoologica. T. Tierpsychologie; I. Animal prychology; F. Paychologie zoologique.
Quella parte della psicologia cho
studia i fenomeni psichici come si vengono manifestando negli animali bruti.
Essa si fonda sopra il concetto che la coscienza non è un privilegio
escInsivamento umano, ma esisto anche negli animali, sia superiori che inferiori,
nei quali si vorifica lo stesso fatto clementare che, negli esseri superiori,
si complica per nuovi processi. Essa presuppone anche che il modo di
manifestazione esteriore del fenomeno psichico sin analogo nell’animale ο
nell’nomo. Cfr. Wundt, Porlerungen über die Monschen-und Tiersecle, 2% ed.;
Lloyd Morgan, Animal life and intelligence, 1890-91; Romanes, Mental erolution
in animale, 1883; F. Franzolini, I’ intelligenza delle bestie, 1899 (v.
coscienza, automatismo). Psicologismo. T. Paychologiemus; I. Paychologiem; F.
Peychologisme. Vocabolo non privo di senso dispregiativo, col qualo*sì snol
designare non tanto una dottrina determi nata, quanto il metodo o la tendenza
generale cho consiste nell’ assumere il punto di vista psicologico come unico o
fondamentale, nel ridurre tutti i problemi filosofici a problemi psicologici e
quindi nell’ assorbire la filosofia nella psicologia. Così il Gioberti
denominava psicologismo la filosofia del Rosmini, in quanto ammetteva nella psi
935 Pst che umans la facoltà di produrre
I’ ente indeterminato presente allo spirito. Il De Sarlo lo definisce: « un
orientamento o atteggiamento dello spirito, per cui questo, rivolto su sò
stesso, crede di trovare nell'esperienza interna non soltanto le indicazioni
per pronunziarei su ciò che è reale, su ciò che è obbiettivo e su ciò che ha
valore, ma unche il fondamento, la giustificazione, la garanzia di qualsiasi
affermazione e credenza. Lo peicologinmo esprime la tendenza a cercare nella
coscienza e nei suoi fenomeni i princip! esplicativi e le norme direttive per
una comprensione piena, perfetta della realtà ». Così inteso, lo paicologismo
ha le sue origini prime da Socrate, che richiamò la mente umana a volgere lo
sguardo en sò stessa; ma non diventa un metodo che con la Rinascenza, nella
quale, per il rinnovarsi della cultura ο per il richiamo all'autorità della
coscienza individuale contenuto nella protesta di Lutero, si afferma saldamente
la tendenza a porre nell’ individuo la misura dei valori © nella coscienza
umana 1’ espressione più completa ο genuina della realtà, Nel oogito ergo sum
di Cartesio lo pricologismo ha gettato lo sue salde basi; con Locke ο Berkeley
tende a ridurre le forme più elevato dell'attività dello spirito a quelle più
semplici ο ai dati sensoriali i prodotti più complessi, mirando a dimostrare
l’unità di composizione dei fatti psichici © la perfetta identità tra fl fatto
psichico ο il suo oggetto (esse --percipi); con Hume diventa scettico, negando
tutto ciò che non sia contenuto puntuale della cosoienza in un dato istante;
con la scuola scorzese cessa di essere fenomenistico e diventa intuizionistico
; con Kant, di fronte al sogKotto è aimmessa una cosa in sò, di fronto alla
forma si trova la materia, ma da un canto la cosa in sò è dichiarata impenetrabile
© dall’ altro la materia, riducendori a sensazioni, è pur sempre qualche cosa
di soggettivo, cosicchè anche per Kant la realtà e l’esperienza si risolvono in
fatti di coscienza. Si possono
distinguere due forme Psr 936 di psicologismo : uno, che possiam dire
relativo 0 temperato, si appoggia sulla constatazione innegabile della
posizione centrale che la coscienza umana occupa nel mondo, per affermare
l’importanza della psicologia nella soluzione dei problemi riflettenti lo
spirito e dei suoi principali prodotti; questa forma di psicologismo è parte
integrante di tutta la cultura del nostro tempo © figura come la premessa
necessaria di qualsiasi indagine sull'attività umana e gli oggetti a oni può
esser rivolta. L’ altro, che possiam dire assoluto o metafisico, 6 che si suol
anche denominare peichiemo, 0 pampsiohismo, o idealismo realistico, ecc.,
considera la psiche come la stessa realtà, come l’ unica realtà; l’universo si
risolve per esso in contenuti delle coscienze indivi-. duali els metafisica
nella psicologia del pensiero. Lo psicologismo assoluto ha poi aspetti diversi
a seconda del campo a cui s’ applica: psicologismo gnoseologico e logico, che
riduce tutta la conoscenza alle forme date dall’ esperienza paicologica, ogni
attività del pensiero alle leggi della vita psichica; morale, che fa oggetto
della sua ricerca il dato psicologico della coscienza morale, studiandolo come
un fatto tra gli altri fatti della natura, di oui si debbano studiare le cause
e lo leggi di sviluppo con gli stessi procedimenti delle scienze ompiriche;
religioso, che spiega la religiosità come un derivato di condizioni
psicologiche particolari (senso di debolezza, bisogno di protezione) o come un’
applicazione di leggi psicologiche generali (rapporto tra desiderio, speranza,
0 aspettazione © credenza nell’ oggetto corrispondente); estetico, che spiega
la natura propria della coscienza estetica con cause psicologiche come I’
abitudine, l’ associazione, lo influenze ataviche, ece., ο fonda il valore
estotico su necessità d'ordine biologico, ο riduco l’arte al bisogno di
esplicare 1’ eccesso di energia, Cfr. Mikaltechow, Beitr. sur Kritik des
modernen Pychologiemus, 1908; Gioberti, Protologia, 1857, vol. I, p. 91 segg.;
F. De Sarlo, To psicologismo nelle sue principali forme, « Cult. filosofica
», 937
Pst marzo 1911; A. Levi, Lo paicologismo logico, « Ibi gennaio 1909.
Psicometria. T. Peychometrie; I. Peychometry; F. Peyohométrie. Nome dato dal
Wolff alla misurazione matemstica dei processi psichici, Oggi è usato per indicare
sia la psicologia sperimentale, sia i fenomeni detti parapsichici (previsione,
telepatia, eco.) sia quella parte o metodo della psicologia che misura i
fenomeni psichici nella loro intensità, frequenza, durata, eco. Quest’ ultimo
significato è il solo veramente legittimo. Secondo una classificazione
dell’Aliotta la psicometria si divide in: psicofisica, peicocronometria,
psicodinamica © psicostatistica. La psicofisica ha per oggetto la misura delle
sensazioni, dell’esattezza dei giudizi sensoriali e della chiarezza delle
sensazioni ; la seconda la misura del tempo di reazione semplice e delle
reazioni complesse (tempo di ricognizione, di distinzione, di scelta, di
associazione, di giudizio); la terza la misura dinamogenica della memoria e
della forza di associazione, dell’attenzione, dell’arresto psichico, del lavoro
e della stanchezza mentale; la quarta le leggi di frequenza dei fenomeni della
vita psichica, sia normali che patologici, sia indivi duali che sociali. Cfr.
A. Aliotta, La misura in psicolo, sperimentale, 1905; Bucoola, La legge del
tempo nei fenomeni del pensiero, 1883; Münsterberg, οὐ. Aufgabe und Methoden à.
Psychologie, 1891; Binet, Introduction à la peychol. expérimentale, 1894;
Duchatel, Enquéte sur des cas de peychométrie, 1910; Clapardde, Classification
et plan des méthodes psychologiques, « Arch. de psych. », giugno 1908. Psicomonismo. Nome dato dall’ Hucckel a quella
forma estrema di idealiamo che si suol chiamare solipsismo ο semelipsismo. Cfr.
Haeckel, I problemi dell'universo, trad. it. 1902, p. 315 segg.; B. Rutkiewiks,
Il psicomoniemo, trad. it. 1912. Paiconomia. T. Psyohonomik; I. Psychonomics ;
F. Paychonomique. Vocabolo poco usato; indica la dottrina delle Psi 938
leggi che governano l’anima, o anche quella parto della scienza, che
studia le relasioni della psiche individuale col suo ambiente specialmente
sociale. Talvolta infine è adoperata per denominare quel ramo della sociologia
che tratta dei fattori © delle leggi psicologiche contenute nell’organizzazione
e nell'evoluzione sociale (v. antroposcoiologia, peicologia collettira).
Psicosi. T. Peyohose; I. Peyohosia; F. Peychose. Si nea, in senso generale, per
designare qualsiasi malattia mentale, oppure in senso ristretto per opposizione
a nevrosi, per indicare quelle anomalie della psiche di cui si ignorano le
corrispondenti lesioni organiche. Alcuni però riservano il nome di psicosi alle
così dette forme degenerative, che sarobbero specialmente le ereditarie e le
costituzionali, comprese quelle create dalle neurosi gravi; e chiamano perciò
peicopatic tutte le malattie e anomalie mentali in genere. Ad ogni modo l’uso
di questo vocabolo è assai largo nella psicopatologia, ο si trova quasi sempre
unito ad altri che lo determinano : così dicesi psicosi affottiva la
malinconia; psicosi morale i pervortimenti del senso morale; psicosi tossiche
tutte le alienazioni mentali prodotte da intossicazione; psicosi epidemiche i
disturbi mentali collettivi. Cfr. G. Ballet, Le psicosi, trad. it. 1897; G.
Sergi, Psicosi epidemica, « Riv. di fil. sciontifica », marzo 1889.
Psicostatistica. T. Peyohostatietik; I. Peyohontatistics ; F.
Payoo-statistique. Quella parte della psicologia sperimentale, 0, come vuole
l’Aliotta, della psioometria, che misura le proporzioni degli individui che
presentano nn fenomeno psicologico dato. Molti metodi della psicofisica e della
paicodinamica si fondano indirettamonte sulle determinazioni statisticho dei
casi veri ο falsi, dello sillabe appreso, degli errori commessi, delle cifre
calcolate, ecc. Un’ altra applicazione indiretta della statistica alla
psicologia, ha luogo quando dalle leggi di froquenza di alcuni fenomeni ctici ο
sociali (suicidi, omicidi, ecc.) si cerca di risalire alle interne 939
Psr cause psicologiche. Applicazioni più dirette dello stesso metodo
fece il Fechner, studiando la frequenza della udizione colorata, il Kriipelin
sul sonno ο sui sogni, il Galton sulle associazioni e sull’eredità psicologica
del genio. Cfr. Galton, Brain, luglio 1879, p. 149; Ribot, Z’heredite, 1873, p.
268; Aliotta, La misura in psicologia sperimentale, 1905, p. 233-237.
Psicoterapia. T. Psychotherapie; I. Psychotherapeutics; F. Psychothérapie. La
cura nelle malattie mentali fatta agendo direttamente sulla psiche dell’
individuo per mezzo della suggestione ipnotica o allo stato di veglia. Essa è
stata praticata presso i diversi popoli fino dalle epoche più remote; secondo
il Löwenfeld essa è anzi « la forma prima © più originaria in cui fa praticata
l’arte medica ». Ma la psicoterapia scientifica non comincia propriamente che
verso il 1884 con la « seuola di Nanoy » per opera del Liégeois e del Bernheim;
da allora ha avuto uno sviluppo sempro più rigoglioso, e all’unico metodo
originario, I’ ipnosi, si aggiunsero la suggestione allo stato di veglia, la
ginnastica della volontà, la psicoanalisi del Freud, la psicosintesi del
Bezzola, la psicocatarsi del Frank, la persuasione del Dubois, la terapia
associativa del Moll, ecc.; ο infine una curiosa riapparizione in veste
scientifica della psicoterapia religiosa per opera dell’ Emmanuel movement, per
non parlaro della mind-cure ο di altri motodi estrascientifici in gran voga in
questi ultimi anni in America. Cfr. Bornheim, De la sugyestion, 1891;
Liwenteld, Lehrbuch der gesammten Psychotherapie, 1897; P. Dubois, Les psychonéeroses
et leur traitement moral, 1909; A. Thomas, l’eyohothérapie, 1912; Portigliotti,
Psicoterapia, 1903; Assagioli, Paicologia ο psicoterapia, « Psiche », maggio
1913. Psittacismo. T. Prittaciemus; 1. Psittaciam; F. Peitta«πο, Dal greco
4irtaxi; = pappagallo. Nel linguaggio comune designa semplicemente l’abitudino
di ciarlare a sproposito ο ripetere le stesse parole dotte da altri. Nella
Pux 940
filosofia questo vocabolo fa usato la prima volta dal Leibnitz per
designare quella forma esagerata di nominalismo, che considera ogni idea
generale ed astratta come una semplice parola, come un puro flatus voois. Se
così fosse in realtà, il linguaggio dell’uomo non differirebbe da quello del
pappagallo, il quale ripete meccanicamente una serie di suoni insegnatigli, cho
per Ini sono privi di ogni significato. Ora, se è vero che il rapporto tra la
parola e l’idea è puramente convenzionale, è anche vero che tra una ο l’altra
esiste una certa proporzionalità; la parola è infatti la virtualità dell’ idea,
ed è per meszo della parola che le idee complesse sono fissate, illuminate ο
richiamate. Ofr. Leibnitz, Nour. Essais, II, xxı, 31; M. Dugas, Le peittaoieme
et la pensée simbolique, 1896, Pref.; G. Marchesini, Il simboliemo nella
conoscenza 6 nella morale, , p. 71 segg. (v. Unguaggio, realiemo, universali).
Panto. T. Punotum, Punkt; I. Point; F. Point. Dicesi punto fisico il minimo di
spazio percepibile; punto materiale il corpo le cui dimensioni sono supposte
infinitamente piccole, restando tuttavia dotato delle proprietà generali della
materia, quali il peso e l’impenctrabilità ; punto matematico l’indivisibile
avente una posizione nello spazio, oppuro P intersezione di due linee. Punti metafisici chiamò Leibnitz le monadi: «
Essi hanno qualche cosa di vitale 6 una specie di percezione, e i punti
matematici sono i loro punti di vista per esprimere l'universo; ma quando lo
sostanze materiali sono rinserrate, tutti i loro organi insiome non formano che
un punto fisico a nostro riguardo ».
Diconsi punti di ritrovo quei ricordi che, essendo per la loro natura
automaticamente localizzati nel tempo, servono poi à localizzaro gli altri
ricordi. Essi non sono scelti arbitra riamente ma s’impongono a noi, in quanto
per la loro intensità lottano meglio contro l'oblio, ο per la loro complessità
possono suscitare un maggior numero di rapporti entare quindi la propria
capacità di riviviscenza. 941 Pur Dicesi punto di vicinanza 0 punctum
prozimum il punto che segna il limite di accomodamento dell'occhio per la
vicinanza; negli occhi normali esso trovasi alla distanza di 100 a 120 mm.
dall’ occhio. Dicesi punto di lontananza ο punctum remotum la distanza da cui
debbono venire i raggi luminosi per far foco sulla retina senza nessun sforzo
d’accomodazione; negli occhi normali questo punto trovasi al infinito, nei
miopi invece a pochi metri dall’ occhio, negli ipermetropici al di là dell’
infinito e ciod non osiste perchè soltanto i raggi convergenti possono far foco
sulla retina senza sforzo d’accomodazione.
Punto cieco dicesi Pareola circolare della retina, priva dello strato
dei coni © dei bastoncini, © affatto insensibile, formata dal nervo ottico dove
esso sbocca nell’ occhio. Diconsi punti
di pressione quelle piccole aree della cute, che sono la sede Periferica della
sensibilità tattile ; punti termici quelli della sensibilità pel caldo e pel
freddo; punti dolorifici quelli della sensibilità periferica dolorifica. Puro.
T. Rein, bloss; I. Pure; F. Pur. Nella filosofin con questo termine, da Kant în
poi, s'intende ciò cho è a priori, indipendente dall'esperienza, spoglio d’ogni
elemento dovuto alla esperienza. « Si chiama pura ogni nosconza cho non è
mescolata con nulla di eterogeneo. Ma si dice specialmente d’una conoscenza che
è assolutamente pura, quando, in modo generale, non vi si moscola alouna
esperienza o sensazione e che, per conseguenza, è possibile interamente a
priori ». Perciò per Kant l'intelletto puro è . Cfr. Leibnitz, Monadologia, $
60, 62; Cr. Wolff, Vernunftige Gedanken ron Gott, 1733, I, $ 774; Mendelssohn,
Morgenstunden, 1786, vol. I, 6; K. Ο, E. Schmid, Empirische Peychologie, 1791,
p. 172-179; Wundt, Grundsüge d. physiol. Psych., 3% ed., II, p. 1, 100, ecc.;
Sully, Outlines of peycho 968 Raz logy,
1885, p. 224, e 219 nota 2; Höffding, Psychologie, trad. franc. , pp. 156-242;
O. Hamelin, Essai sur les élémente Princ. de la représentation, 1907; P.
Köhler, Der Begriff der Repr. bei Leibnitz, 1913 (v. percezione, presentazione,
riproduzione delle sensazioni). Razionale. T. Fernünftig, Rational ; I.
Rational; F. Rationnel. Ciò che fa parte della ragione. Si oppone ad
irrazionale, © talvolta anche ad affettivo, volontario, sensibile,
sperimentale, eco. Razionale si dice anche di ciò che è conforme alla ragione,
intesa come facoltà di ben gindicare, © di conoscere in modo diretto il reale e
l'assoluto, o anche come sistema di principi a priori la cui verità non dipende
dall’ esperienza. Numero razionale è quello che può esser messo sotto la forma
di un rapporto tra due numeri interi. Mecoanica rasionale è l'insieme di tutte
le questioni della meccanica, che sono trattate con metodo puramente deduttivo
partendo dalle nozioni di massa, forza, relazione, inerzia. Nel linguaggio scolastico dicesi rationale
materialiter ciò che ha in sè il principio di raziocinare, come luomo;
rationale formaliter il principio del raziocinare e la differenza costitutiva
dell’uomo, come la razionalità. Razionalismo. T. Rationalismus; I. Rationaliem;
F. Rationalisme. Ha significati molto vari. Alcune volte è usato in senso
dispregiativo, per designare V abuso che in certi sistemi filosofici si fa del
ragionamento puro, 1’ eccessiva fiducia concessa alla ragione, a scapito sia
dell'esperienza sia del sentimento e dell’ intuizione. I teologi applicano
questo nome a tutti quei sistemi nei quali è esoluso l’intervento della
rivelazione e della tradizione, e viene assunta la ragione come unico principio
di conoscenza. Nel suo significato più generale designa l’ impiego della
ragione nello studio dei problemi filosofici o religiosi; in questo senso non
si può dire che il razionalismo sia una dottrina ο un sistema, ma soltanto un
metodo, o meglio ancora, una tendenza, un indirizzo gonerale. Il razionalismo
religioso si Raz 964 contrappone al eupernaturaliemo 0
irrasionalismo, che ritiene la ragione incapace di penetrare nelle cose divine,
che po; giano essenzialmente sulla fede, unico fondamento di ogni religione:
tra lano e l’altro sta il semirasionalismo, per il quale le fonti della verità
sono due, la ragione e la fede, ma le verità di fede non sono contrarie alle
verità di ragione, bensì al di sopra di esse. L’ idealismo greco ο l’idealismo
assoluto della filosofia moderna sono razionalistiei; il cattolicismo, dopo la
sistemazione scolastico-aristotelica di S. Tommaso, è semirazionalistico; sono
irrazionalistioi tutti quei sistemi che, dentro e fuori dol cristianesimo,
credono di poter giungere alla possessione immediata del divino con altri mezzi
che non sieno la ragione, il pensiero, Y intelligenza (tradizionalismo,
autoritarismo, fideismo, ontologismo, immanentismo, sentimentalismo, ecc.). In
senso metafisico 0 ontologico, per razionalismo, ο idealismo rasionalistico, o
razionalismo panlogistico 8’ intende quella forma di spiritualismo assoluto,
che fa risultare il mondo esteriore dallo sviluppo sia di esseri pensanti, di
ragioni individuali, sia di una ragione cosciente universale, sia infine d’un
sistema di idee indipendenti dalle coscienze, incosciente almeno per le
coscienze umane, 9 che si pone come un oggetto per rapporto ad esse (Fichte,
Schelling, Hegel). Infine razionalismo si adopera per opposizione a sensiemo:
questo sostiene che le nostre percezioni, e persino le nostre idee universali ο
necessario e i principi costitutivi di ogni scienza non sono che lo sviluppo
dello nostre sensazioni ; il razionalismo invece considera i principî
fondamentali della ragione come innati e crede quindi la ragione irreducibilo
all'esperienza. Perciò opposti sono i metodi del razionalismo e del sensismo;
quello aprioristico, in quanto fa derivare da idee a priori le leggi supreme
dell’ essere e le spiegazioni ultime d’ogni scienza, questo sperimentale o
empirico in quanto si fonda sopra l'osservazione e l’esperienza, organizzandone
i materiali mediante l’induzione e la goncra 965 Raz lizzazione. Il razionalismo, come metodo
filosofico, assume nomi differenti a seconda del suo contenuto e della sua
Posizione di fronte agli altri indirizzi : così dicesi razionalismo matematico
quello dei pitagorici, per i quali le cose sono comprese solo quando è
conosciuta la determinaziono matematica che ne è il fondamento; razionalismo
teorico quello di Democrito, per il quale la conoscenza della vera realtà è
essenzialmente una rappresentazione dell’ essere costante, ma tale per cui la
realtà dedotta, conosciuta nella percezione, deve essere resa comprensibile;
razionalismo etico invece quello di Platone, per il quale la conoscenza della
vera realtà ha il suo scopo morale in sò stessa, e tale conoscenza deve essere
la virtù, che non ha col mondo dato dalla percezione se non un rapporto di
recisa limitazione; razionalismo pratico quello del Bayle, per il quale la
ragione umana, incapace di conoscere l'essenza delle cose, è provvista però
della coscienza del proprio dovere, ossia della conoscenza dei principi morali,
che sono verità eterne e immutabili. Cfr. Stäudlin, Geschiohte d. Ration. u.
Supranatur., 1816; Wundt, Einleitung in die Philosophie, 1901, Pp. 323 segg.;
F. Maugé, Le ration. comme hypothèse méthodo. logique, 1909; F. Enriques,
Scienza e razionalismo, 1912. ‘Razza. T. Rasse; I. Race; F. Race. Questo
vocabolo ha accezioni diverse, implicando la risoluzione che può farsi in modi
diversi -di altre complesse questioni della filosofia zoologica. Secondo alcuni
per razza deve intendersi un gruppo di individui nei quali si perpetua, per
eredità e indipendentemente dall’ azione attuale dell’ ambiente, un insieme di
caratteri biologici, psicologici e sociali che li distingue dagli individui
appartenenti ad altri gruppi ai loghi. « La razza, dice il Quatrefages, è l’
insieme degli individui somiglianti che appartengono ad una medesima specie ed
hanno ricevuto e trasmesso per via di generazione i caratteri d’una varietà
primitiva ». Ma la permanenza dei caratteri attribuiti all’eredità biologica, è
invece REA 966 riferita da altri alla educazione, alla
imitazione, all’ ambiente, ecc.; mentre altri ancora considerano lo varietà
come combinazioni di razze più elementari, caratterizzato da una eredità
semplice ο invariabile. La definizione più larga e nella quale tutte le scuole
possono accordarsi, è forse quella del Prichard: « sotto il nome di razza si
comprendono tutte le collezioni di individui presentanti un numero maggiore o
minore di caratteri comuni, trasmissibili per eredità, prescindendo affatto
dall’origine dei caratteri medesimi ». Cfr. Agassiz, De l'espèoe et de la classification
en zoologie, 1862; G. Pouchet, De la pluralité des races humaines, 1864; A. De
Quatrefages, La epecie umana, trad. it. 1871; P. Topinard, Anthropologie, 1884,
p. 199 segg. (v. monogenismo,
poligeninno, trasformismo, specie, varietà). Beale (rea = cosa). T. Wirklich,
real; I. Real; F. Reel. Si oppone a ideale © designa tutto ciò che è, e che per
sussistere non ha bisogno di essere pensato. Questo per ciò che riguarda il reale
oggettiro ; dal punto di vista logico e soggettivo, il reale si può definire
come il contenuto dell’esperienza. Reale si oppone anche a illusorio,
apparente, fenomenioo, e indica cid che concretamente è, ciò che agisce
effettivamente, Si opppone infine, nella conoscenza, et formale, e indien ciò
che della conoscenza stessa costituisce la materia, il contenuto. Diconsi definizioni reali, per opposizione
alle nominali ο terbali, quelle che si fanno per il genere prossimo e la
differenza specifica, ο si propongono per fine di individuare completamente il
concetto della cosa definita mediante l'indicazione del comune sostrato, che lo
collega con gli oggetti simili, e della differenza che da essi lo sopara (v.
idea, ideale, realismo, realtà). Realismo. T. Realismus; I. Realiem; F.
Realieme. Ha due diversi significati, socondochè si oppone a nominalismo 0 n
idealismo. Se si oppone a nominalismo designa quella dottrina scolastica
secondo la quale gli univereali ο ideo generali esistono realmente. Il realismo
è la prima soluzione 967 Rea data dalla scolastica al problema degli
universali, nato da un luogo dell’ Isagoge di Porfirio, nel quale erano
proposte ο non risolute queste tre questioni: gli universali hanno un’
esistenza propria o esistono soltanto nel pensiero? se hanno esistenza propria
sono corporali ο incorporali ? 66 sono incorporali sono accompagnati o
scompagnati da circostanze sensibili? Il realismo risponde che gli universali
hanno una esistenza propria; ma fra i realisti alcuni dicono, conforme alla
dottrina platonica, che gli universali preesistono alle cose individuali (ante
rem) come prototipi eterni di cui tali cose non sono che-imitazioni temporanee,
altri invece sostengono, conforme alla dottrina aristotelica, che esistono
nelle cose individuali (in re) come loro attività medesima. Quando il realismo si oppone all’ idealismo
designa tutte quelle dottrine, che ammettono la realtà obbiettiva del mondo
esteriore. Si possono distinguere in esso tre periodi ο fasi: 1° il realismo
primitico, proprio della filosofia antica, che considera lo spirito come uno
specchio sul quale si rifletta fedelmente l’imagine degli oggetti esteriori;
secondo esso vi è adunque lo spirito da una parte e la natura, il mondo esterno
dall’ altra; il problema da risolvere è quindi se entrambi siano costituiti in
tal modo, che il secondo possa essere oggetto di conoscenza per il primo; 2° il
realismo peroerionistico o naturale, proprio della scuola soozzese e
dell’eclettismo francese, secondo il quale noi abbiamo la percezione immediata
del mondo esteriore come tale; le cose esistono fuori di noi perch’ la
percezione ci mostra delle cose che esistono fuori di noi; in altre parole, il
realismo naturale pone il sentimento di obbiettività implicito nella percezione
come un fatto irreducibile, ο a tale credenza attribuisce un valore
rappresentativo; 3° il realismo moderno, nel quale il problema è posto
diversamente, în seguito sovra tutto alla critica dello Stuart Mill sulla
nozione di obbiettivita fornitaci dalla coscienza. Codesta nozione si riduce alla
obbiettivazione Rea 968 dell’ idea d’ una possibilità permanente di
sensazioni, obbiettivazione determinata anzitutto dal presentarcisi di codesti
gruppi di sensazioni possibili come permanenti, al contrario delle sensazioni
isolate che hanno un carattere fagace; secondarismente dall'azione che codesti
gruppi sembrano esercitare gli uni sugli altri secondo leggi costanti, che
appaiono indipendenti dalla nostra volontà. Sostituita così all’ idea di
sostanza quella di legge, il problema di cui il realismo ο l’idealismo
propongono due soluzioni opposte è il seguente: come spiegare la costanza 9 la
realtà di certi gruppi di sensazioni da una parte, e delle relazioni tra questi
gruppi dall'altra. ‘Tra le forme principali del realismo ricorderemo: il realismo
idealistico, che riconosce una realtà indipendente dalla conoscenza che ne
abbiamo, ma considera tale realtà di natura ideale, spiritnale; esso è dunque
una forma di moniemo epiritualistioo, ed ha il suo primo rappresentante in
Platone, che consi. dera le Idee come realtà eterne, universali, immutabili, di
cui le cose individuali non sono che il riflesso ο l’imagine. Il realismo
trascendentale, detto così perchè in esso la causalità, che ricollega la
rappresentazione alla cosa in sè, diviene una causalità trascendentale in
quanto permette appunto d’ inferire dalle rappresentazioni un oggetto che non è
oggetto di rappresentazione, l’ inconscio (Hartmann). 1 realismo
individualistico ο pluralistico, che afferma che l'essere è costituito da una
molteplicità di enti semplici ο primitivi, il cui numero è proporzionale al
numero delle nostre sensazioni, poichè ogni sensazione indica un essere
particolare (Herbart). Il realismo empirico, che pone la sostanza come distinta
dai fenomeni e da noi immediatamente conosciuta per uns intuizione positiva
(Ravaisson). Il realismo dialettico, che consiste nel realizzare le idee
generali e dedurre le une dalle altre, in modo che la catena logica continua
delle idee è anche una catena ontologica continua della realtà, 11 realismo
ontologico ο metafisico, che 969 Rra s’oppone al realismo gnoseologico, in
quanto questo afferma semplicemente l’esistenza d’una realtà esterna,
sussistente come oggetto del nostro pensiero, quello spiega la natura di
codesta realtà affermata come sussistente, e può essere tanto spirifualistico
quanto materialiatico e naturalistico. 11 realismo razionale, che ammette una
ragione assoluta la quale si manifesta così nell'esistenza delle cose come
nella coscienza dell’uomo, e per la quale all’ assoluto, che si manifesta nel
nostro pensiero, corrisponde perfettamente l'ordine esterno del vero essere
(Bardili). Il realismo ragionato (reasoned realism), che afferma la realtà di
ciò che è dato dal senso, e giustifica questa affermazione con l’indagine filosofica
o razionale dei fondamenti della conoscenza (Lewes). Il realismo trasfigurato,
che afferma |’ stenza dell’ oggetto separata e indipendente da quella del
soggetto, nonchè la corrispondenza tra i mutamenti del primo e quelli del
secondo, senza però affermare che alcun modo d’ esistenza oggettiva «in in
realtà quale a noi appare (Spencer). Il realismo problematico 0 ipotetico, che
parte dall’ ipotesi che, se noi non conosciamo se non stati mentali ©
soggettivi, ne inferiamo però qualche cosa di corporeo e di oggettivo. Fuori della sfera della filosofia, il
realismo significa: nella matematica l’ opinione secondo la quale le forme e le
verità matematiche non sono create dallo scienziato, ma da lui scoperte;
nell’estetioa la dottrina che all’arte impone di non idealizzare il reale, ma
di esprimerne soltanto i caratteri effettivi, oppure la tendenza artistica a
rappresentare nell’uomo specialmente i caratteri naturalistici, ancora se
bratti o degradanti ; nel linguaggio comune il senso della realtà delle cose, la
capacità di agire conforme ai dettami dell’esperienza concreta e
indipendentemente da ogni vincolo del sentimento, della tradizione, dell’
imaginazione, dei principi astratti. Cfr. E. von Hartmann, Kritische
Grundlegung des transoendentalen Realismus, 1875; J. H. Löwe, Der Kampf
zwischen Nominalismus und Rea 970 Realismus, 1876; Holt, The new realiem, 1912;
C. Ranzoli, Le forme storiche del idealismo ο del realismo, in Linguaggio dei
filosofi, 1911, pp. 59-104 (v. arte, conoscenza, intermediariste, realtà,
materia, nominalismo, pluralismo, sostanza, essenza). Realtà. T. Realität,
Wirklichkeit; I. Reality; F. Réalité. Si oppone tanto a possibilità, quanto a
idealità e ad apparensa; designa tutto ciò che esiste, che permane fuori di noi
e indipendentemente dalla conoscenza che ne abbiamo, La concezione della realtà
è passata per tre stadi principali. Da principio è identificata colla
sensibilità, ο non si concepiscono come reali che gli oggetti percepibili ed
estesi nello spazio, considerando pure come tali, ma più tenui e sottili, gli
oggetti © le cose che non cadono sotto i nostri sensi. In seguito, per
l'osservazione che i sensi ci ingannano spesso e che fra le qualità sensibili
degli oggetti alcune sono essenziali altre mutabili e faggitive, il reale si
concepisce come qualche cosa di diverso dal sensibile, e cioè come un quid
assolutamente identico a sò stesso e immutabile, che serve come di sostegno
ultimo alle qualità © che non può sparire senza che anche la cosa sparisca.
Questo quid è la sostanza, che per tal modo è considerata come la sola realtà.
Per alcuni codesta sostanza è ancora qualche cosa di conoscibile per mezzo dei
sensi (elementi, atomi, ecc.), dato che essi possano attraversare lo mutevoli
apparenze che la nascondono; per altri invece non può essere che l'oggetto di
un intuito razionale, in quanto, consistendo essa nell’ identità e nella
permanenza, tali caratteri non possono riscontrarsi nei rapporti. Si ha così,
accanto alla spaziale, un'esistenza intelligibile, che, obbiettivata, costituisce
la vera realtà (il Numero, le Idee, ecc.). Infine, col progredire della
rifiessione e col delinearsi del problema gnoseologico, le basi della questione
si spostano: si comprese che non era possibile parlare di una realtà in sè,
assolutamente fuori dello Rspirito, perchè tutto ciò che conosciamo è interiore
e non reale che in noi, e che quindi si trattava di risolvere non più come si
potesse passare dall’ apparente al reale, ma dal conosciuto al reale. Le
soluzioni date al problema sono molte e diverse: riducendosi tutto alle
sensazioni e alle loro leggi, per alcuni (Kant) queste leggi, superiori alle
nostre esperienze ed immanenti ad esse, si impongono alla materia sensibile e
multipla delle nostre impressioni come tante forme unificatrici, universali e
necessarie; per altri le leggi dei fenomeni sono esse stesse fenomeni. Per il
positiviemo non vi è altra realtà oltre quella determinata dalle scienze, e non
v'è realtà per le scienze oltre quella attinta all’esperienza diretta e
genuina, ossia all'esperienza sensoriale; sostanza, causa, efficienza,
soggetto, oggetto, essere, ecc., sono tutte aggiunte fatte dal pensiero n cui
nessuna realtà corrisponde. Due sono le forme principali assunte dalla conla
monistico-meccanica, cho risolve tutta la realtà in movimento e modalità di
movimento; la empirico-sensazionistica, che identifica la realtà ultima con la
così detta esperienza pura o radicale (sensazione), alla quale si arriva
mediante l'eliminazione di tutte le aggiunte del pensiero. Affine a quest’ ultima,
anche la filosofia dell’immanenza riduce tutta la realtà all'esperienza,
identifica l’esperienza stessa col complesso degli stati di coscienza, esclude
ogni trascendenza, sia quella dell’oggetto rispetto alla coscienza individunle,
sia quella di esseri ο di cause sottostanti all’ insieme dei fenomeni che
costituiscono l’universo: essa non diversifica dall’empirismo puro se non in
quanto rileva ed accentua la cooperazione della coscienza nella costituzione
della realtà. 1 idealismo critico, che si ricollega a Kant, nega pure ogni
valore al concetto di realtà quale è posseduto dalla comune degli uomini; le
idee di essere, di sostanza, di ente sono pure escogitazioni mentali; vi è il
fare, il produrre, ma non vi è nè l'agente ο il producente e nemmeno il prodotto
come qualcosa di fisso Rea 972 e di solido. L’idealismo etico muove esso
pure dal concetto che non la realtà determina l’atto conoscitivo, ma questo
mira a costruir quella; di più spiega codesto atto costruttivo come un'esigenza
morale, affermando che non l'essere, ma il dover essere costituisce la
categoria fondamentale atta a serviroi di guida nella costruzione del mondo;
nulla esiste per sò, ma solo in quanto mezzo per l'attuazione del dovere.
Spingendosi ancora più innanzi su questa via, il prammatismo, eliminato il
correlato del dover essere, fa della realtà una costruzione pura della volontà,
un mezzo oreato per il raggiungimento di scopi pratici, i quali poi si
riassumono nella conservazione e nell’accrescimento dell’esistenza ; non è a
parlare di ‘una realtà per sè stante nd di una verità valida, ma solo di azioni
e dei loro effetti. Di fronte a questi indirizzi sta P idealismo metafisico,
che muove dal presupposto che ogni forma di realtà si risolve in fatti mentali,
appunto perchè per definirla © parlarne non si può fare a meno di ricorrere ad
elementi ideali: tali fatti mentali, che costituiscono l'essenza della realtà,
sono per alcuni la volontà, per altri il pensiero, per altri imaginazione, per altri ancora la
rappresentazione, Le ultime forme assunte dall’idealismo volontaristico sono:
l’attualismo o mobilismo, che risolve la realtà nell’agire, nell’energia, nel
movimento, nell'evoluzione, in un processo insomma che è libero e
imprevedibile, ma che attinge valore dall’ideale che è destinato ad attuare; il
vitalismo metafisico, che concepisce la realtà come vita, coscienza,
cangiamento, durata e quindi come uns creazione continua non diretta ad uno
scopo determinato, ma avente valore per sè, rispondente solo ad un impulso
originario infinito. Cfr. Killpe, Die Philos. d. Gegenwart in Deutschland, 3*
ed. 1905; Eucken, Geistige Strömungen der Gegenwart, 1909; G. Villa,
L'idealiemo moderno, 1905; C. Ranzoli, Sullo origini del moderno idealismo, «
Riv. di fil. e scienze aff. », maggio 1906; F. De Sarlo, I diritti della
metafisica, « La cultura 973 Rka-REc filosofica », luglio 1912; 8.
Mackenzie, The meaning of reality, «Mind », genn. 1914 (v. conoscenza, rerità,
dogmatismo. scetticismo, criticiemo, empiriooriticismo, fenomenismo, realiamo,
idealiomo, peroczioniemo, semetipsismo, soggetto, oggetto. valore, vita,
vitaliemo, eco.). Reazione. T. Reaktion, Gegenwirkung; I. Reaction; F.
Réaction. Forza uguale ο contraria all’azione, che un punto materiale dato
riceve da un altro punto materiale. Il principio d’eguaglianza tra azione e
reazione, divenuto un assioma di meccanica, fu esposto e dimostrato la prima
volta da Leibnitz nei suoi Prineipf matematici della filosofia naturale. Nella
biologia la proprietà fondamentale d’ogni cellula vivente di rispondere con una
reasione propria ad una eccitazione, costituisce l’irritabilità. Nella
psicologia è roazione ogni stato di coscienza determinato da uno stimolo sia
esterno sia interno. Recettività. T. Reoeptirität, Empfanglicket ; I.
Receptirity; F. Réceptivité. L’attitudine a ricevere delle impressioni, a
provare delle modificazioni per l’azione di uno stimolo esteriore. Questo
vocabolo fu usato specialmente da Kant: «La facoltà di ricevere delle
rappresentazioni (recettività delle impressioni); la facoltà di conoscere nn
oggetto per mezzo di queste rappresentazioni (spontaneità dei concetti) ».
Reoettività è dunque sinonimo di passiritd. Secondo alcuni filosofi la
sensibilità è una recettività, perchd consiste appunto nella facoltà del
soggetto di ricevere delle impressioni. Tale dottrina ha origine dall'antica
teoria, che spiegava la sensazione col mezzo degli idoli ο delle idee, che si
portano o al cervello o all’ anima; teoria che si fondava eu semplici analogie
lontane, le quali, come mostrò il Reid, non sono neppure di alcuna utilità
nello spiegare il processo della sensazione. In realtà, se gli stati della
sensibilità si dicono passivi è perchò sono effetto di una fazione causativa;
ma non è escluso con questo che siano essi attività, poichè ogni effetto è pure
un fatto e ogni Rec 974 fatto è attivo. Cfr. Reid, Œuvres complètes, trad.
Jouffroy, 1829, t. III, cap. XIV; Kant, Krit. d. reinen Vernunft, A 50, B 74
(v. capacità). Becetto. Vocabolo
creato per analogia con concetto e percetto; designa ciò che il soggetto riceve
dall'esterno, ο, in altre parole, le modificazioni della coscienza in seguito
all’azione dello stimolo esteriore. Il Romanes dà questo nome all’ idea
composta, o combinazione di rappresenta zioni non ancora denominata ; essa
deriverebbe dalla ripetizione di percetti più o meno simili, che si associano
insieme spontaneamente, senza intenzione, tantochè si può considerare un’
astrazione non peroepita ; il suo nome di recetto significa appunto che nel
riceverlo la mente è passiva, mentre nel concepire idee astratte ο concetti è
attiva. Cfr. Romanes, L'evoluzione mentale dell’uomo, trad. it. 1907, p. 33
segg., 376 segg. Reciproche (teoria delle). T. Reciprok; I. Reciprocal,
Converse; F. Reciprogue. Nella logica si designa con questa espressione la
teoria dei raziocinii immediati per mutata posizione dei termini del giudizio.
Il problema che tale teoria si propone di risolvere è il seguente: dato che un
soggetto abbia o non abbia un predicato, trovare, senza bisogno di una
dimostrazione speciale, entro quali limiti si può ritenere che il predicato
possa esser soggetto del suo soggetto. Se il giudizio reciproco ha la stessa
quantità del giudizio diretto, la conversione si dico semplice: 98. tutti gli 4
sono B tutti i B sono 4; se ha quantità
diversa la conversione è accidentale: es. 4 è B
qualche B è A. Cfr. Masci, Logica, 1899, p. 216 segg. + Reciprocità. T.
Wechselseitgkeit, Wechselwirkung; I. Reciprocity ; F. Réciprocité. O comunità,
è uno dei termini della categoria della relazione, secondo la classificazione
kantiana. La reciprocità non è altro che l’azione di due sostanze l’una
sull’altra. Da essa il Kant fa derivare la terza delle analogie
dell'esperienza: tutte le sostanze, in quanto
975 Ren-Rec si possono percepire
come simultanee nello spazio, sono in una azione reciproca generale. Cfr. Kant,
Ærit. d. reinen Vern., ed. Kehrbach, p. 170-196 (v. analogia, relazione).
Beduplicative (proposizioni). Quelle proposizioni composte e implicite, in cui
un termine, solitamente il soggetto, è ripetuto con l’espressione in guanto: ad
es. il veleno, in quanto veleno, non produce necessariamente la morte. Si può
rendere esplicita; il veleno, in quanto è soltanto veJeno, non produce
necessariamente la morte. Registro fisiologico. Sull’orientazione del pensiero,
del sentimento e del volere di ogni individuo, intluiscono in vario modo anche
le eccitazioni che provengono dall’organismo, sia centrali che periferiche.
L’insieme di queste eccitazioni, dipendente dallo stato degli organi, fu detto
dall’ Ardigò registro fisiologico, per analogia del registro (pedali) che si
trova in quel grande stromento che è Porgano di una chiesa: in questo il
suonatore, col fare agire i pedali, può far suonare a piacere l’una o l’altra
serie di canne, e ottenere suoni diversissimi sempre adoperando gli stessi
tasti. Nel registro fisiologico le canne che suonano sono i centri cerebrali, i
registri sono i visceri, e a seconda che trovansi in attività piuttosto quelli
che questi, a seconda che agiscono in un modo piuttosto che in un altro, il
concerto mentale riesce diverso. Cfr. Ardigd, Op. filosofiche, V, 93-96, VII,
276-302 (v. conestesi). Regola. T. Regel; I. Rule; F. Règle. Precetto pratico ©
specifico di condotta, formula indicante o prescrivente ciò che si deve fare in
un caso determinato. Cr. Wolff la definisce come propositio enunoians
determinationem rationi conformem. Differisce dalla norma in quanto questa ha
maggiore estensione; infatti la norma, se vien riferita al giudizio
dell'intelletto, è il criterio secondo cui questo distingue e attribuisce agli
oggetti suoi l’uno o l’altro predicato, se viene invece riferita all’opera
della volontà è la regola secondo cui questa sceglie i snoi fini, o i meszi per
Ree 976
il conseguimento dei snoi fini. Nel linguaggio teologico dicesi regola
di fede (regula fidei) la norma finale e sufficiente per la determinazione
della verità in materia di dottrina e di fede religiosa. Con 1’ espressione regulas philosophandi,
rimasta famosa, il Newton designa, nella terza parte del suo trattato sui
Prinoipf matematici di filo sofia naturale, le quattro regole nelle quali
riassume tutto il metodo della filosofa naturale. Sono: 1° non bisogna
ammettere altre cause naturali che quelle che sono vere © sufficienti a
spiegare i fenomeni; 2° bisogna assegnare, per quanto è possibile, le stesse
canse agli effetti naturali dello stesso genere; 8° le proprietà che convengono
a tutti i corpi sui quali è possibile l'esperimento, devono essere riguardate
come proprietà generali dei corpi; 4° le proposizioni ricavate dalla
osservazione dei fatti devono, non ostante le ipotesi contrarie, esser ritenute
come vere o verosimili finchè non giungono altri fatti mediante i quali
divengono ο più esatte o soggette a eccezioni (v. legge, norma, principio).
Regressione. T. Regression, Rückgang, Zurüokgehen ; I. Regression; F.
Regression. Bi oppone a progresso ed equivale a ritorno all’indietro,
trasformazione in senso inverso al progresso. Nella logica indica il processo
dello spirito, © il metodo, che consiste nel risalire dalle conseguenze ai
principi, dagli effetti alle cause, dal composto sl semplice. Nella psicologia
dicesi legge di regressione il fatto che i ricordi, quando scompaiono in
seguito a un indebolirsi progressivo della memoria, si perdono nell’ordine inverso
della loro acquisizione, e cioè dal semplice al complesso, dal presente al
passato, dal vicino al lontano. Nella biologia diconsi regressioni ataviche il
ritorno di organi o di funzioni ad uno stato più rudimentario, corrispondente
cioè à fasi evolutive già trascorse; peroid la reversione è sempre un fatto di
atavismo e di degenerazione. Regresso v. circolo solido. 977
Rrei-ReL Beintegrazione, 1 T. Wiederherstellung; I. Redintegration; F.
Rédiniégration. Termine creato dall’Hamilton per indicare quells legge della
riproduzione mentale, che conSiste in ciò, che intorno ad un elemento della
nostra vita Psicologica anteriore, quando sta per riprodursi, tutto l’insieme
dello stato di coscienza di cui esso faceva parte tende a riprodursi
integralmente. Insieme allo leggi di associazione, di ripetizione e di
preferenza, essa costituisce Per l’Hamilton una delle quattro leggi generali
della successione mentale riproduttiva. La legge di reintegrazione è detta
anche legge di totalizzazione; secondo l'Hôffäing essa è la legge fondamentale
dell’associazione, dalla quale tutte le altre derivano. Cfr. Hamilton, Ed. of. Reid, ,
II, nota D“; Höffding, Psychologie, trad. franc. 1900, p. 210 Segg. (v. associazione, associazionismo). Relative
(proposizioni). Specie di proposizioni composte, che esprimono una proporzione
o una comparazione ; ad es.: i caratteri ereditari si trasmettono tanto più
fedelmente quanto più sono antichi ; dove è virtà, ivi è felicità. La verità di
queste proposizioni dipende dalla esattezza della relazione da esse affermata. Cfr. Logique de
Port-Royal, ed. Aulard, p. 132. Belativismo. T. Relativismua; I. Relativiem; F.
Relatitisme. Ogni dottrina che
considera la nostra conoscenza di sua natura relativa, in quanto è la
conoscenza di un rapporto, e nega quindi la possibilità della conoscenza della
cosa in sò, ciod indipendentemente da ogni relazione con un’altra cosa. Il
relativismo ha la sua prima formula nella celebre frase di Protagora: l’uomo è
la misura di tutte le cose. Per il sofista greco tutta la vita psichica non
consta che di sensazioni; ogni sensazione è determinata da un movimento della
cosa percepita e da un altro movimento dell’organo di senso; quindi la
sensazione, prodotto dell’incontro di due moti, non solo è diversa dall’
Sggetto sentito © dal soggetto senziente, ma è vera solo in quel 62 Ranzout, Dizion. di scienze filosofiche.
momento, cosicchè l’uomo non conosce le cose come sono, ma come sono per lui
nel momento della sensazione, ed anche solo per lui. Il positivismo è pure
relativistico; per il sno fondatore, A. Comte, non soltanto la conoscenza umana
è indirizzata ai rapporti dei fenomeni tra loro, ma non v’ha nulla di assoluto
che ne formi la base ignota ; l’unico principio assoluto è che tutto è
relatiro; soltanto, questo relativismo (ο, come fu detto poi, correlativismo)
cede alla pretensione universalistica del pensiero naturalistico-matematico,
con l’assegnare alla scienza il cémpito di ridurre tutte le relazioni alla loro
uniformità spaziale e temporale. In un significato ancora più generale, o
metafisico, per relativismo s’ intende ogni dottrina che, negando un qualunque
sostrato permanente all’ accadere del mondo sia fisico, sia psichico, risolve
la realtà in relazioni più ο meno costanti tra i fenomeni, concependo tali relazioni
come realtà in sò stesse, distinte e indipendenti dalla conoscenza che ne
abbiamo. Cfr. Diogene Laerrio, IX, 51; A. Comte, Cours de phil. positine, 1839;
C. Ranzoli, Sul preteso agnosticismo dei presooratici, « Rend. del R. Ist.
lombardo di s. e lett. », vol. XLVII, faso. 19; A. Levi, Contributo ad una
interpretazione del pensiero di Protagora (v. attualismo, fenomeniemo,
relazione, relatività della conoscenza). Sebbene l’espressione sembri
abbastanza chiara, la RELATIVITÀ DELLA CONOSCENZA designa tuttavia dottrine
diverse, che debbono essere distinte per evitare equivoci dannosi. Nella sua
portata generale, la dottrina della relatività della conoscenza implica che
tutti gli elementi della conoscenza estesa hanno un valore soggettivo, non
oggettivo, in quanto la sensazione non è considerata che come un semplice segno
della cosa esterna, la percezione come la posizione di un rapporto tra questi
segni, l’ides come un simbolo della sensazione, cioò 979
Rel un simbolo convenzionale d’un segno. La relatività della conoscenza
è intesa in quattro modi principali: 1° ogni conoscenza è relativa al soggetto
che conosce, ne è possibile la conoscenza di alcuns cosa in sò, cioò
indipendentemente dalle nostre facoltà conoscitive; 2° ogni conoscenza consiste
nello stabilire una relazione fra due elementi © nell’appercezione della loro
differenza; è dunquo impossibile conoscere alcuna cosa in «è, cioò
indipendentemente da ogni relazione con un’altra cosa; 3° la conoscenza è
relativa perchò ci dà solo il finito, il limitato, non l’infnito, l'assoluto;
4° la conoscenza è relativa perchè non adegua mai perfettamente la cosa, ma ne
è un puro simbolo. Si può dire che ciascuno di questi quattro modi di intendere
la relatività della conoscenza rispecchi, tolto forse Pultimo, un lato reale
del processo conoscitivo. Secondo l’Hamilton la conoscenza è relativa: 1°
perchè l’esistenza non è conoscibile assolutamente e in sò stessa, ma soltanto
nei suoi modi ο fenomeni; 2° perchè codesti modi possono essere conosciuti
soltanto se stanno in una particolare relazione con lo nostre facoltà; 3°
perchè i modi, così relativi alle nostre facoltà, sono presentati e conosciuti
dalla mente solo con modificazioni determinate dalle facoltà stesse. Lo Stuart
Mill classifica in modo an poco differente i motivi della relatività della
conoscenza: 1° noi non conosciamo una cosa se non in quanto distinta da
un’altra cosa; 2° noi non conosciamo In natura che per mezzo dei nostri stati
di coscienza, il che conduce a queste due tesi subordinate: a) non ci sono che
stati di coscienza; b) vi sono delle cose in sè, ma inconoscibili, sia nel
senso di Kant e dei razionalisti, sin nel senso degli empiristi. L’Ardigd
enumera sei ragioni della relatività della sensazione, e quindi dolla
conoscenza, che è intessuta esclusivamente di sensazioni : 13 l’oggetto
stimolante è un esteso vibrante con una certa ampiezza ο rapidità di
oscillazioni delle parti componenti, mentre la sensazione RRL 980
corrispondente è un quale assolutamente diverso; 33 l'oggetto medesimo
corrispondono forme di coscienza verse secondo che esso stimola apparati
sensitivi diversi; 83 la stessa forma specifica propria di un dato senso si
modifica, pure rimanendo identica la stimolazione, per una alterazione che esso
subisca; 4° codesta forma spocifica si può produrre nel senso stesso anche
senza la stimolazione operata da un oggetto, e solo per irritazione endogena,
il che prova che la forma stessa non proviene dall'oggetto ma è solo il modo di
funzionare dell’apparato sensibile, qualunque sia la causa da cui dipenda; 5*
le sensazioni prodotte per la stimolazione dall’interno dell'animale sono fatti
analoghi a quelle prodotte per la stimolazione dall'esterno, cosicchè se è
assurdo considerare una cosa in sè ad es. la fame, lo è pure considerar tale ad
es. il snono, © il caldo; 6° il sensibile non è una forma apatica 6 statica,
come dovrebbe essere il puro ritratto dell’oggetto, ma è essenzialmente un
certo sentimento, un certo agire, © quindi essenzialmente una soggettività. Cfr. Hamilton, Lootures on
Metaphysics, 1859, vol. I, p. 148; Stuart Mill, Ezamination of Hamilton, 33 ed.
1867, p. 30-31; Ardigò, Opere filosofiche, I, 160-162, II, 352-355, V, 546
segg., IX, 89 segg., 426 segg. (v.
assoluto, agnosticismo, antropometriamo, relativismo, inconoscibile,
conoscenza, cosa, noumeno). Relativo, T. Relatir, Verhältnissmässig ; I.
Relative; F. Relatif. Ciò che non sta per sè, ma dipendo da altro, esiste
soltanto come relazione o in virtù d’una relazione: si oppone ad assoluto, che
è ciò che esiste per sè, che non ha nd relazione, nd limitazione, nd
dipendenza. ‘Relazione. T. Beziehung, Relation; I. Relation; F. Relation.
Essendo un’idea semplice, non è propriamente definibile; si può dire soltanto
che è quell'idea che nnisce © distinguo due altre idee, presentatosi
simultaneamente al nostro pensiero. 11 Destutt de Tracy la definisce cette vue de notre
esprit, cet aote de notre faculté de penser par
981 Rei lequel nous rapprochons
wne idée d’une autre, par lequel nous les lions, les comparons ensemble d'une
manière quelconque. Nè sembri
assurda la menzione di un rapporto che disgiunge Poichè si tratta d’un rapporto
pensativo, di natura affatto diversa da ogni rapporto materiale. Si distinguono
però delle relazioni essenziali ο delle relazioni non essenziali ο accidentali.
Le relazioni essenziali sono costituite da elementi correlativi, tali, cioè,
che a ciascuno è essenziale la sua relazione con l’altro; ad es. bello e
brutto, sopra © sotto, alto e basso, maggiore e minore, ecc. Ora tali elementi
non sono oggetti di cognizione ma fatti di conoscenza, vale a dire concetti
nostri, Invece le relazioni accidentali sono condizionate agli elementi; ad es.
questo libro è sopra il tavolo, ma il tavolo può stare senza il libro, e il
libro senza il tavolo, mentre il sopra non può stare senza il sotto. Per
Aristotele il rapporto o relazione (πρός τι) è una categoria; tuttavia egli
considera soltanto i rapporti fondati sulla reciprocanza, e non il rapporto in
sò stesso ma le cose tra le quali il rapporto esiste. Hume distingue invece due
significati diversi nella parola relazione: l’uno designa il fattore per cui le
rappresentazioni appsiono collegate nell’imaginazione, cosicchd l’una trae seco
l’altra; il secondo indies i momenti riguardo ai quali, anche con arbitraria
unificazione di due rappresentazioni nella imaginazione, si confrontano
casualmente l’una con l’altra: il primo significato prevale nell’uso volgare,
il secondo nel filosofico; le fonti di ogni relazione filosofica sono la
somigli4nza, l'identità, lo spazio, il tempo, la quantità, la qualità, la
contrarietà, la causa, l’effetto. Per Kant l’idea di relazione è una delle
categorie, ma egli non considera che tre specie di relazione: quella della
causa all’effetto, quella della sostanza al fenomeno, quella di due cose agenti
reciprocamente l’uns sull’altra. Il Locke è forse il filosofo che ha dato la
classificazione più completa delle relazioni, ch’ egli distingue in: relazioni
temporali, ReL 982 spaziali, causali, proporzionali, che
dipendono cioè dall’uguaglianza o dal più e dal meno, naturali, fondate cioè
sui leganıi stabiliti dalla natura stessa tra le cose, d’istituzione, stabilito
dall'accordo degli uomini tra di loro, e morali, fondate sulla conformità o non
delle azioni volontarie con la regola onde le stesse αἱ giudicano. Nella
filosofia moderna e contemporanea il problema delle relazioni è un problema
insieme gnoseologico e metafisico, la cui importanza appare da ciò, che le
leggi naturali sono generalmente concepito come semplici uniformità di relazioni,
e la realtà sia fisica, sia psichica è concepita da molti come un puro tesunto
di relazioni tra fenomeni, senza alcun sostrato permanente. Si presenta quindi
la domanda: le relazioni esistono come realtà in sò stesse, indipendentemente
dalla conoscenza che possiamo averne, o non sono che una forma di conoscenza,
una categoria che lo spirito, in virtà della sua struttura, applica
spontaneamente ni fenomeni? La soluzione realistica urta contro gravi
difficoltà : se si ammette che le relazioni sono in sd quali le conosciamo, si
cade nella contraddizione, in quanto le relazioni non sono tali nel nostro
pensiero che perchè noi le pensiamo ; se si ammotte che sono in sò stesso
divorse, si cade nell’ agnosticismo. La soluzione idealistica, a sua volta, non
riesco a spiegare come le relazioni, pure categorie del pensiero, s’impongano a
noi con la stessa forza © la stessa fissità dei fenomeni: se la facoltà di
giudicare del simile © del differente, del simultaneo ο del successivo, è una
legge costitutiva del nostro spirito, lo applicazioni particolari di tale
facoltà non sono regolate dagli oggetti stessif Una, terza soluzione sembra
evitare queste difficoltà, collocando le relazioni in Dio: « Le relazioni hanno
una realtà dipendente dallo spirito come la verità, dice il Leibnitz, ma non
dallo spirito degli uomini, poichè v’ ha una intelligenza suprema che le
determina tutte in ogni tempo ». Perd, anche a questa dottrina fu obbiettato
cho essa conduce al pan 983 Rew teismo e
che, d'altro canto, colloca in Dio la successione, il cangiamento e quindi 1’
imperfezione. Nel linguaggio scolastico
dicesi relatio in, ο relatio fundamentalis, quello su cui la relazione si
fonda, in quanto è inerente a quello solo, ad es. il verde d'una foglia in
quanto è in quella foglia; relatio formalis, quello stesso su cui si fonda la
relazione riguardata in quanto si riferisco ad altro, ad es, il verde d’una
foglia riguardata in confronto a quello di un’altra; relatio aoquiparantiae
quella di somiglianza ο di uguaglianza, relatio disquiparantiae quella che
domina gli estremi in modi diversi, ad es. maestro © scolaro; relatio proprie
realis quella i oui termini sono entrambi non solo realmente esistenti, ma
hanno anche in sò qualche cosa per cui si riferiscono a vicenda, ad es. la
relazione tra causa ed effetto; relatio rationis o logioa quella per cni un
cosa si riferisce ad un’altra non secondo la ragione di esistere, ma unicamente
nell’ordine che |’ intelletto pono tra i concetti delle cose. Cfr. Destutt de Tracy,
Eléments d’ideologie, , I, 4, p. 51; Leibnitz, Nouveaux essays, 1. II, cup. XII, $ 3, e cap. XXX,
$ 1; Locke, An essay cono. hum. understanding, 1877, IL, cap. 12, 28, 30; Hume,
Treatise on hum, nature, 1874, I, sez. 5; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Reclam, p. 96 segg.;
Stuart Mill, Syst. de logique, trad. franc. Peisse, 1. I, cap. III, $ 10;
Boirac, L'idée du phénomène, 1894, p. 166 segg. (v. attualiemo, fenomenismo, sostanzialirmo).
‘Relazione (concetti, sentimenti di), Il Drobisch chiama concetti di relazione
quelli che si formano mediante una sintesi dei singoli membri, che costruiseono
un concetto. Con la stessa espressione il Wundt designa quei concetti che hanno
per contenuto lo relazioni del pensiero logico, per essere poi trasferiti da
esso all'oggetto del pensiero ; essi costituiscono gli ultimi gradi della
trasformazione logica del contenuto delle rappresentazioni, che comincia con la
costruzione dei concotti empirici individnali. Diconsi sentimenti di relazione
la paura (sent. difensivo), la collera (sent. offensivo), la solidarietà
(simpatia). Il Bain e l'Hôftding chiamano emozioni di relazione ο di relatività
lo stupore e la sorpresa, il cui carattere essenziale è d’ essere determinate
dall’opposizione del nuovo all’abituale ο, se intervengono delle rappresentazioni,
dall’opposizione di ciò che accade a ciò che si attendeva. Cfr. Drobisch, Noue
Darstellung der Logik, 5° ed. 1887; Wundt, System d. Phil., 1897, p. 289;
Hôfding, Peyohologie, trad. franc. 1900, p. 731 segg. ‘Relazione (legge di). La
legge psichica fondamentale, secondo molti psicologi contemporanei. Sostituito
al vecchio concetto della sostansialità quello dell’ attualità psichica, per
cui i fatti della coscienza valgono solo in quanto esistono in un dato momento
9 non si possono riferire ad alcun sostrato fisso di cui siano le
manifestazioni ο le modalità, la loro unità è spiegata mediante il rapporto che
li unisce: tutti i fatti psichici che formano la trama della coscienza sono in
relazione tra loro, relazione che lega i processi psichici in una connessione
ininterrotta nella coscienza individuale e conferisce loro un significato
particolare a secondadel posto che occupano e della relazione in cui stanno con
gli altri. Questa leggo di relazione, fissata già dal Leibnitz col suo
principio di continuità, è però variamente intesa dai moderni psicologi : così
per il Bain essa riguarda propriamente la parte soggettiva della coscienza,
ciod i sentimenti, ο si riconduce al carattere originario dello spirito, che è
quello di cogliere una differenza, di percepire un cambiamento ; l’Hôffding la
estende tanto alla sfera delle sensazioni come a quella del sentimento, ο
distingue una relazione simultanea, ciod fra le parti di uno stesso stato, e
una relazione suocessiva, cioè tra due stati che si determinano reciprocamente
; per lo Spencer anche la vita psichica, come la vita in genere, consiste in un
progressivo adattamento dello relazioni interne alle esterne; per il Wund la
relazione che intercede fra i processi psichici è di causa ed effetto
(osusalità peichica), © insieme alle leggi delle risultanti e dei contrasti
costituisce il gruppo delle leggi dei rapporti psichici. Cfr. Bain, The senses and the
intelloot, 3* ed. p. 8 segg.; Id., Les émotions et la volonté, trad. franc.
1885, P. II, ο. 13; Hòftding,
Peyohologie, trad. franc. 1900, p. 145 segg., 367-393, 412; Wundt, Grundrisa d.
Psychologie, 1896, p. 294 segg.; Spencer, Prino. of Peyoology, 33 ed., $ 65 (v.
risultante, sintoi peichioa, attualiemo, sostanzialimo). Relazioni (problema delle). Uno dei problemi fondamentali
della gnoseologia ο della metafisica, che ha la aus origine dalla
constatazione: che funzione fondamentale del pensiero è quella di porre delle
relazioni, di riferire I’ uno all’altro gli elementi della realtà ο di
considerare in sò codeste relazioni. Ora, porre una relazione significa
definire un elemento o un aspetto della realtà per mezzo di un altro: in tal
caso la relazione trascende o non trascende la realtà delle cose tra le quali è
stabilita? La relazione sembra non abbia senso se non presupponendo la realtà
delle cose; ma a lor volta le cose sembrano non poter essere mai colte all’
infuori di una relazione, cosicchè la loro realtà si esaurisce nol complesso
delle relazioni di cui possono essere termini e con cui possiamo definirlo. Tre
sono le principali soluzioni del problems: 1° le qualità delle cose si
risolvono in relazioni, perchè se le qualità 4 ο B sono quello che sono anche
indipendentemente dalla relazione che passa tra esse, la relazione medesima è
arbitraria ο senza significato per la realtà; 2* le cose si risolvono in
complessi di relazioni, cosicchè essere reale non significa altro che essere
riferito; 3° la relazionalità è il carattere della realtà fenomenics, ma al di
sopra del pensiero comune esiste una forma diversa di conoscenza, nella quale
le relazioni non hanno più senso, © che è la rivelazione della realtà
metafisica. A queste si può aggiungere una quarta soluzione, che consiste nel
consiReL 986 derare la realtà come costituita di termini
in 0 con relazioni, gli uni © le altre ugualmonte reali, sebbene in diverso
senso. Però anche quest’ ultima veduta ha suscitato, come le precedenti, gravi
obbiezioni. Il Bradley, ad es., dice che i concetti di materia, tempo, spazio,
energia, essendo concetti relativi, che caratterizzano le cose per rapporto le
une alle altre, non ci dicono nulla delle cose stesse, © conducono a delle
serie infinite; infatti si può sempre chiedere qual’ è la relazione dei membri
in rapporto alle relazioni nelle quali si trovano, e studiando i membri si vede
che essi possono collocarsi in ciascuna di codeste relazioni. Cfr. B. Russel, The principles
of mathematics, 1903, p. 218 segg.; Id., À oritioal exposition of the
philosophy of Leibnite, 1900, p. 12 segg.; Bradley, Appearance and reality,
1893, p. 25 segg.; Tailor, Elemente of metaphysio, 1903, 1. II, p. 120 segg.; G. Calò, L'intelligibilità
delle relazioni, « Riv. di fil. », aprile 1910; R. Heller, La dottrina delle
rel. nella critica della scienza contemp., « Cultura filosofica», marzo 1911;
Ladeväze, La loi d'universello relation, 1913. Religione (dal latino religio
che, secondo alcuni, ei riconduce al termine relegore = raccogliere di nuovo, e
se condo altri a religare rilegare,
secondo altri ancora ad un verbo scomparso religere, opposto a negligere. La
prima etimologia è sostenuta da Cicerone e dai moderni filologi, la seconda da
Servio, Lattanzio, Agostino, Max Müller). T. Religion; I. Religion; F.
Religion. Il merito di aver compreso che cosa sia in sò stessa la religione,
indipondentemento dalle suo forme storiche, spetta esclusivamente al pensiero
moderno. Soltanto nella suola platonica troviamo una nozione filosofica della
religione. Per Platone, infatti, l’essenza e il fino della religione à 1’
assimilazione a Dio, fondata sopra l’unità di essenza dell’ anima umana e della
divinità. Codesto concetto, intravisto già dai pitagorici e da Socrate, domina
in quasi tutta la filosofia antica si ritrova nello stoicismo, nel giudaiamo ©
nel oristianesimo 987 ReL alessandrino, e nel neo-platonismo. Ma,
in generale, il mondo antico non ebbe nè poteva avere una nozione sperimentale,
storica della religione in sè, poichè per esso la religione non aveva storia.
La vittoria del cristianesimo doveva perpetuare, per ben altri motivi, codesta
condizione di cose; © infatti, data la rigorosa ortodossia della Chiesa, non
era possibile alcuna distinzione tra religione in sò © cristianesimo cattolico.
Con l’aprirsi della età moderna ο collo svincolarsi del pensiero dalle catene
del dogina, cominciano infine ad accumularsi gli elementi che dovranno più
tardi servire alla storia delle religioni; ma è soltanto col Lessing, in
Germania, che #’inizia uno studio veramento soientifico del fenomeno religioso,
perchè il lavoro compiuto s tal riguardo dai filosofi francesi del diciottesimo
secolo, non esclusi il Voltaire © il Rousseau, è più che altro negativo. Per il
Lessing la storis religiosa non è che l'educazione dol genere umano, che si
eleva a nozioni sempre più puro della divinità © del dovere; tutte le religioni
hanno quindi una relativa legittimità. Dal Lessing in poi è continuo lo sforzo
dei pensatori per rendersi un concetto adeguato del complesso fenomeno
religioso ; noi non ricorderemo qui che alcuni dei tentativi più importanti.
Per Kant la religione è il riconoscimento dei nostri doveri come ordini divini
; soltanto la coscienza morale attesta l’universalità © la necessità nel
rapporto col sovrasensibile. Per 1’ Herbart è la credenza, teoreticamente
incontestabile, in una intelligenza suprema come fondamento dei rapporti fra
gli elementi reali da cui deriva il mondo fenomenico, la cui finalità non
sapremmo altrimenti spiegare. Per I’ Herder è 1’ appropriazione intorioro dell’
sttività divina ordinatrice delle cose, di modo che noi οἱ suVordiniamo
scientemente a codesto ordine divino. Per Schelling non è altra cosa che la
divinità che cerca sè stessa attraverso tutta la sorie degli intermedi, che
vanno dalla materia brata allo spirito. Per Schleiermadher si riconduce
Ret. 988
al sentimento, che tutti abbiamo, della nostra dipendenza assoluta da
una potenza, che ci determina ma che non possiamo determinare. Comte e
Feuerbach riducono I’ essenza di ogni religione all'adorazione dell’uomo fatta
dall’uomo: dell’uomo come specie il primo, dell’uomo come individuo il secondo.
Per l’ Hegel la religione è il sapere che lo spirito finito ha della sua
essenza come spirito assoluto. Per il Miiller è una facoltà mentale che,
indipendentemente e spesso auche a dispetto del buon senso e della ragione,
rende l’uomo capace di cogliere l’infinito sotto differenti nomi e diverse
forme. Per il Guyau è una manifestazione sociologica universale a forma mitica;
per l’Hòffding è il sentimento della conservazione dei valori dello spirito
nella realtà; per il Bontroux è la rivendicazione, allato al punto di vista
della scienza, del punto di vista del sentimento e della fede: per il Durkheim
è un sistema solidale di credenze e di pratiche relative a cose sacre, credenze
e pratiche che uniscono in una medesima comunità morale tutti quelli che vi aderiscono.
Ora, nessuna di codeste definizioni pare veramente comprensiva del fenomeno da
definire. Ciascuna di esse contiene piuttosto una parte di verità, in quanto fa
risaltare uno degli elementi costitutivi della religione. Raccogliendo ciò che
esse hanno di essenziale, si potrebbe definire la religione come la
determinazione della vita umana per mezzo della coscienza di un legame che
unisce lo spirito umano allo spirito misterioso, di cui egli riconosce la
dominazione sul mondo sopra lui stesso, ο al quale egli ama sentirsi
unito. L’antichissimo e dibattuto
problema del valore conoscitivo della religione, ossia dei rapporti tra
religione e scienza, tra ragione e fode, è risolto nella moderna filosofia
della religione in sei modi principali: 1° La religione ha un dominio a sè,
fuori del controllo della scienza e della filosofia; quella è affare di fede,
queste di conoscenza. La filosofia è una conoscenza astratta, mentre la
religione è una realtà essa stessa, è una forma di vita spi 989 Rew rituale. La scienza osserva e collega tra
loro le apparenze esterno dei fenomeni, l’uomo pio vive in Dio e nelle anime
dei suoi fratelli, prega, ama, spera. 2° Religione, filosofia ο scienza sono
tronchi germogliati da una radice comune: la fede, la credenza non dimostrabile.
La scienza è una fede perchè le sue definizioni sono pure forme dell’
intelligenza, non abbracciano che una parte impercettibile della realtà
infinita e quindi non sono dimostrabili, non hanno che un valore ipotetico,
provvisorio. La filosofia ha bisogno non di un atto di fede, come la scienza,
ma di più: fede nell’oggettività dei simboli mentali rispetto ai fenomeni, fede
nell’ oggettività dei medesimi rispetto all'essenza, fede nell’oggettività del
sistema dei simboli mentali rispetto alla totalità sistematica e all’unità
della realtà. Dunque, nd la scienza nd la filosofia possono negare la validità
di quelV unico atto di fede, la fede in Dio, su cui la religione si fonda. 3°
Le verità religiose sono di ordine diverso dalle verità scientifiche, ο nel
loro proprio dominio non possono essere contraddette dalle verità della
scienza. La scienza, infatti, studia i fenomeni nei limiti della conoscenza
finita, la religione penetra intuitivamente nell’ essenza ultima del reale. La
scienza usa necessariamente di ideo che sono simboli di una realtà che le
sfugge; questa realtà è l'oggetto proprio della religione. 4° Ogni sapere
essendo indirizzato all’azione, la differenza tra il pensiero scientifico e il
religioso deriva dalla differenza di funzione e di finalità che essi
rappresentano. La scienza è una manifestazione della ragione umana; la
religione è specialmente una manifestazione della volontà. Ora la volontà umana
tende al di là dell’ esperienza finita, che non la appaga; quindi si dirige
verso un essere, verso una realtà, che se è adeguata alla potenza della
volontà, è inadeguata e trascendente rispetto all'intelligenza. 5° La verità
religiosa è certa per sd stessa, come verità che è una realtà vissuta, intorno
alla quale la ragione si può esercitare ma unicamente per riconoscerla
Reı. 990
non per dimostrarla. La religione si appunta necessaria mente nel
sovrannaturale, ms la necessità del sovrannaturale non è logica o causale ma
vissuta; credere significa possedere la verità sovrannaturale in modo da
introdaris nella propria vita per vivere sovrannataralmente. Il metodo della
scienza non può quindi valere nella religione: in questa vale un altro metodo,
il metodo immanente, che fa quello già adoperato da Pascal. 6° La religione in
quanto conoscenza, e per quella parte di conoscenza che solo la interessa, ciod
la concezione spiritualistica del mondo, non soggiace necessarismente alla
critica scientifica © filosofica, perchè è una specie di filosofis; e
propriamente quella che meglio corrisponde alle esigenze ideali ο morali dello
spirito umano, Fra i molti tentativi di
classificazione delle religioni, la più scientifica ci sembra quella del
Reville, il quale le divide anzitutto sotto due grandi categorie: politoiate e
monoteiste. Alla categoria delle religioni politeistiche appartengono cinque
gruppi: 1° religione primitiva della natura, cioè il culto semplice degli
oggetti naturali rappresentati come animati e infinenti sul destino umano; 2°
religioni animistee Jeticiate, che si sviluppano sulla base precedente, proprio
dei popoli rimasti allo stato selvaggio; 3° mitologie nazionali. fondate sulla
drammatizzazione della natura © supponenti tra gli esseri divini delle
relazioni uguali a quelle della vits umana; di questo grappo la mitologia
vedios rappresenta la forma più ingenua, la mitologia greca la forma più
raffinata; 4° religioni politetste-legaliate (che impongono cioè 1) osservanza
di una legge così morale come religiosa), il mardeismo, il bramanismo e le due
religioni filosofiche cinesi di Kong-fou-tzeu e di Lao-treu ; 5° il Buddismo,
religione di redenzione e, teoricamente, monoteistica, ma fondantesi nells
pratica sui politeismi locali. Alla seconds categoria appartengono tre
religioni : 1° il giudaismo, uscito dal mosaismo, legalista © nazionale; 2° }
islamiemo, legalista e interna zionale; 3° il oristianorimo, religione di
redenzione, inter 991 Rer.
nazionale. Si sogliono spesso
distinguere le religioni in due grandi gruppi, naturalistiche ο
spiritualistiche : a queste ultime appartengono le quattro grandi religioni,
giudaismo, buddismo, cristianesimo, islamismo, nelle quali il problema della
vita dello spirito, e del suo destino nel mondo, soverchia il problema della
natura ed è la sostanza della religiosità. Teoricamente si distinguono ancho in:
religioni della logge, nelle quali è recisamente affermata la trascendenza
della divinità e insieme il governo diretto del mondo dalla volontà divina
onnipotente; © religioni della redensione, nelle quali la divinità, pur
conservando la sua distinta essenza, è accostata all’uomo, e l’uomo alla
divinità, sia per natura sia per l’opera della redenzione. Nella lingua comune dicesi religione positiva
quella che consiste più particolarmente in un insieme di insegnamenti dogmatici
© nelle pratiche del culto; religione razionale quella che risulta dall'esame
razionale delle oredenze; religione flosofica quella che si fonda sopra una
interpretazione generale © metafisica del mondo e dell’ esistenza; religione
naturale l'insieme delle credenze nell’ esistenza di Dio, nella spiritualità e
immortalità dell'anima, considerate come una rivelazione della coscienza e
della luce interiore che rischiara l’uomo. Cfr. Diogene L., VII, 138, X, 123
segg.; Lnerezio, De rer. nat., IV, 38 segg., V, 1159-1238; Leibnitz, Theodicea,
pref. I, $6; Lessing, Duplik, 1778; Kant, W. W. ‚Rosenkranz, VII, 336, VIII,
508, VI, 201; Schleiermacher, Dialektik, 1903, p. 111, 157, 186-193; Id.,
Reden, 1859, p. 104 segg.; Hegel, Vorlesungen über die Philos. d. Religion,
1901; Feuerbach, Das Wesen des Christentum, 1841; Guyau, L’irreligion do
l'avenir, 1887 ; Höffding, Filosofia della religione, trad. it. 1909; Bontroux,
Science et religion, 1909; Durkheim, Les formes elementaires de la vie
religieuse, cap. I, p. 65; W. James, The varieties of religious experience,
1902; L. R. Farnell, The evolution of religion, 1905; F. B. Jevons,
Introduction to the history of religion, 1906; J. Baisssc, Les Rem 992
origines de la religion, 1899; John Caird, Introd. alla flowfa della
religione, trad. it. 1909; O. Pfleiderer, Religione e re ligioni, trad. it.
1910; S. Reinach, Orpheus, storia nat. delle religioni, 1912; C. Puini, Saggi
di storia della religione, 1882: C. Ranzoli, L'agnostiotemo nella filosofia
religiosa, 1912; F. Masci, La filosofia della religione e le sue forme più
recen 1910 (v. Dio, mito, delemo, teiemo, fideismo, panteismo, ritualiemo,
ecc.). Beminiscenza (rursus © mominissee
ricordarsi una seconda volta). T. Anamnese, Reminisoens, Naokklang ; I.
Reminisoenoe; F. Réminiscence. Non ha significato preciso. Pet alcuni designa
un ricordo confuso, che manca di ricono scimento ο di localizzazione nel
passato; in tal caso però è più esatto dire oblio. Secondo altri invece è 1’
atto con cui il nostro spirito, risalendo da una idea attuale e giovandosi di
dati frammentari, completa e ricostruisce un ricordo o una serie di ricordi. In
questo senso fa sdoperata da Aristotele, il quale la spiega mediante 1’
abitudine che riunisce nella nostra anima lo nostre idee ed impre» sioni, nello
stesso ordine con oui si sono presentate, quando esse non sian già collegate
secondo le leggi necessarie dells logica. In Platone ha un significato tutto
speciale: è una forma mitica di razionalismo, secondo oui ogni nostro potere di
conoscere la verità è il ricordo di uno stato antico nel quale, vivendo con gli
dei, noi possedevamo una visione diretta ο immediata delle idee: « L’anima
essendo immortale, ed essendo nata molte volte, ed avendo veduto ciò che accade
qui, tanto in questo mondo che nell’ altro. ο tutte le cose, non v'ha nulla che
non abbia apprese. Perciò non è da meravigliare se, riguardo alla virtà e 4
tutto il resto, essa possa ricordarsi di ciò che ha saputo: poichè, tutto
essendo legato nella natura e tutto avende l’anima imparato, nulla vieta che
ricordandoci una sola cosa, il che gli uomini chiamano imparare, possiamo tro
vare da soli tutto il resto ». Egli lo prova specialmente con 993
Rem-Res l'esempio del teorema di Pitagora, il quale mostra che la
conoscenza matematica non proviene dalla percesione sensibile, ma questa
fornisce soltanto l'occasione per cui V anima richiama alla memoria la
conoscenza proesistente in essa, cioè avente un valore puramente razionale. Per
Condillac la reminiscenza è l’atto stesso per cui si riconosce un ricordo. Il
Rosmini considera la reminiscenza e la memoria come due facoltà distinte:
questa conserva le cognizioni formate, quella le richiama in atto, rieccitando
le imagini e rinforzandone la vivezza. Invece al Galluppi « non sembra
necessario riporre la reminiscenza tra le facoltà elementari dello spirito:
essa è una imaginazione in oui si eseguisce in un certo modo la legge dell’
associazione delle idee »; per remin iscenza egli intende non la semplice
riproduzione di uno statto passato A, ma la riproduzione di A riconosciuto
mediante la riproduzione degli stati Be C, che con 4 erano associati; quindi ls
reminiscenza non è che il riconoscimento mediato. Cfr. Platone, Fedro, XXIX,
249 ο) Id., Menone, XV-XXI, 81 c segg.; Rosmini, Psicologia, 1846, p. 164
segg.; Galluppi, Lesioni di logica ο metafisica, 1854, II, p. 744 segg. (v.
anamnesi). Bemotivi (giudizi). Diconsi tali i giudizi copulativi negativi, la
oni formula può esser tanto: nè 4, nà B, nè C sono D, quanto: A non è nè B, nè
C, nè D. Nel primo caso il giudisio è remotivo nel soggetto, nel secondo nel
predicato. Essi compiono la fanzione logica di escludere alcuni gruppi di
oggetti da uns classe, mostrando che ad essi manca la proprietà essenziale a
tutti gli oggetti in quella compresi. Cfr. Masci, Logica, 1899, p. 182 segg.
(v. congiuntivî). Residui (metodo dei). T. Rückstandsmethode; I. Method of
residues; F. Métode des résidues. Uno dei quattro metodi di ricerca induttiva
indicati da I. F. W. Herschell, Whewell 9 Stuart Mill. Secondo i due primi,
codesto metodo consiste nel levare da un effetto, e specialmente da un effetto
numerico, la quantità che risulta da leggi già note, 68 Ramzoti, Dirion. di scienze filosofiche.
Res 994
ridurre il fenomeno ad una specie di residuo, che si es minerà per
scoprirne la spiegazione ο la legge. Per le Stuart Mill, invece, esso si fonda
su questo canone logico: se da un fenomeno si sottrae quella parte che, per
indu zioni anteriori, si sa essere effetto di certi anteoedenti, cid che resta
dei conseguenti sarà l’effetto di quello ο quell degli antecedenti che
sopravanzano. Tale metodo consiste dunque nell’ eliminazione degli antecedenti
ο dei conse guenti il cui rapporto causale è conosciuto; i conseguenti residui
saranno, in generale, effetto degli antecedenti re sidui. Molte sooperte
scientifiche sono dovute a questo metodo, il quale fu adoperato anche, ed
utilmente, a onoscere la causa ignota di un effetto residuo noto: co dalle
anomalie inesplicabili nei movimenti di Urano si arguì l’esistenza di Nettuno,
che fu poi scoperto dal telescopio. Cfr. Herschel, 4 prelim. discourse on the study of
natural philos., 1831, cap. VI, $ 158-161; Whewell, Philos. of the induotive
science, 1840, af. XLVII; 8. Mill, System af logic. 6* ed. , III, cap. VIII, $
5. Resistenza. T. Widerstand, Widerstandfähigkeit; I. Reristance; F.
Résistance. Una delle qualità
della materia, dataci dallo sensazioni cinestetiche o di movimento, e
specialmente dal senso dell’innervazione. Noi infatti comunichiamo si muscoli
l’ innervazione necessaria per produrre lo sforzo muscolare, che corrisponde
alla resistenza che deve essere superata; se il grado di innervazione non
corrisponde alls resistenza, l’azione muscolare riesce inadeguata ο eccessiva.
Nella meccanica la resistenza è uns forza misurabile, designando tutto ciò che
si oppone al movimento; essa varis col variare della velocità dei corpi, dell’
ampiezza della loro superficie e della loro forma; nei fiuidi la resistenza è
pro porzionale al quadrato della velocità del corpo in moto (v. articolare,
impenetrabilitä). Responsabilità. T. Verantwortiohkeit; I. Responsability; F.
Responsabilité. Situazione di un agente cosciente s 995
Rus riguardo degli atti che esso ha compiuti, dei quali deve dare i
motivi e attendere biasimo o lode, pena o premio, a seconda della loro natura e
del loro valore. Non va confusa con l’imputabilità: la responsabilità è infatti
la qualità dell’agente di essere capace delle conseguenze, che la legge morale
ο giuridica fa derivare dall’ atto, che gli viene imputato; l’imputasione è il
giudizio che nn determinato atto è attribuibile a quell’ uomo. Un essere è
responsabilo quando deve rispondere della propria condotta; quindi la
responsabilità implica indipendenza assoluta del volere, suppone che la volontà
si determini da sò stessa all’azione, indipendentemente da una forza che la
costringe. Ed infatti il concetto della responsabilità sorse. accanto a quello
del libero arbitrio; se da principio, nell'infanzia della umanità, essa era
estesa alle cose inanimate, agli animali, persino ai cadaveri, in seguito fu
ristretta agli esseri in cui αἱ riconosceva la facoltà di conoscere il bene ο
il male e la possibilità di scegliere tra I’ uno e l’altro. Ma anche V idea
dell’assoluta indipendenza del volere si dimostrò errones ο fu abbandonata;
caddo perciò anche il concetto di responsabilità, e se oggi il vocabolo è
rimasto ha però un significato diverso del primitivo, tanto che, forse non a
torto ei proclama da alouni la necessità di abolire una parola che non adegua
l’idea ed è cagione di equivoci. Alla responsabilità assoluta, che
corrispondeva alla libertà assoluta del volere, alonni vogliono sostituire una
responsabilità limitata corrispondente alla limitazione della libertà e
distinguono una responsabilità parziale ed una responsabilità attenuata ; per la
prima un individuo è responsabile soltanto degli atti emananti dalle sue
facoltà mentali normali, irresponsabile per quelli emananti dalle anormali ;
per la seconda la responsabilità d’un individuo debole intellettualmente e
moralmente è diminuita in ragione di tale sua debolezza. Altri tentativi furono
fatti per mantenere l’ idea di responsabilità, dandole una base che potesse
sostituire quella caduta del libero arbitrio. Fra le dottrine a tal rignardo
più importanti ricorderemo: 1° quella, oul #’iepira anche il codice penale
zanardelliano, che pone per base della responsabilità la volontarietà; perchè
vi sia responsabilità l’atto deve essere stato commesso volontariamente;
l’azione à repntata volontaria, se agente, compiendola, voleva realmente
compierla; 2° quella che le pone per base l'intelligenza, considerata come
direttrice della volontà: è responsabile soltanto 1) individno la cui volontà è
determinate, in generale. dalle idee, e, in particolare, dalle nozioni della
religione, 8 della morale, del diritto, della prudenza; 3° quella che le pone
per base l’intimidabilità per mezzo della pena; essendo tutti gli uomini, tolti
gli ‘alienati, intimidabili, tatti debbono essere considerati responsabili dei
loro atti; 4° quella che lo dà per base In personalità ; ogni nomo, agendo
sulle circostanze, che a lor volta agiranno su lui, può modificare la propria
personalità e quindi dirigere il sno spirito verso un dato ordine di idee e di
sentimenti, distogliendolo da altre idee e da altri sentimenti, contraendo insensibilmente
l'abitudine delle azioni e dei pensieri ai quali desidera sollevarsi; in questo
potere di modificarsi ha la sua radice la responsabilità. Ricordiamo infine la
soluzione data al problema dalla scuola criminale italiana; l’uomo, essendo la
risultante fatale di determinati fattori antropologici, sociologici, economici,
tellurici, ecc., non è moralmente responsabile delle proprie azioni, poichè non
poteva non volerle. tutte le condizioni essendo date; ma siccome I’ uomo vive
in società, la quale ha il diritto di difendersi ο conservarsi. e siccome ogni
azione umana produce nella vita della società degli effetti e delle reazioni
sia individuali, aie sociali, che ricadono sull’antore dell’azione ο gli
saranno utili ο nocive secondo che l’azione stessa sarà stata utile o dannosa
alla società, per questi motivi l’uomo è socialmente responsabile delle proprie
azioni. Come si vede, il termine responsabilità assume qui un significato
affatto diverso dal 997 Res primitivo, e ad esso si può utilmente
sostituire quello di difesa 0 reazione sociale. Comunemente si distingue la
responsabilità morale, la r. civile e la r. penale. La r. civile consiste nell’
obbligo di riparare, in una misura e sotto una forma determinata dalla legge,
il danno causato ad altri; la r. penale è la situazione di chi può essere
giustamente colpito, a titolo penale, per un crimine o per un «delitto. Nella
stessa responsabilità morale si distinguono due forme: quella da noi definita
sopra, e l’ obbligazione morale, sanzionata o non dalla legge, di riparare al
torto causato ad altri. Ad ogni modo, il fatto fondamentale è sempre il
medesimo; riunendo ciò che ν΄ ha di comune nei diversi significati, il
Calderoni definisce la responsabilità col fatto che certi atti ; essa si attua
in due processi : 1’ uno, che diocesi riflessione astraonte, consiste nel
confrontare le idee degli enti tra di loro per fissare il più comune, che viene
poi applicato agli enti stessi : l’altro, che dicesi riflessione integrante,
consiste nel confrontare le idee degli enti con 1’ idea dell’ essere in
universale. Per il Cousin la riflessione è un ritorno sopra uno stato
precedente : « se non avesse avuto Inogo alcuna operazione anteriore, non ci
sarebbe posto per codesta operazione, cio’ per la riflessione: la riflessione
non crea, ma constata e sviluppa ». Per il Galluppi è l’attenzione sul proprio
pensiero, ossia la percezione interiore volontaria; essa ci dà la verità
particolare, primitiva, indimostrabile, io penso, ciod Ru 1004
io sono esistente nello stato di pensiero; non dove confondersi con la
coscienza, che è la percezione interiore involontaria. Dalla riflessione il
Locke fa derivare tutte le idee del nostro mondo interno, di ciò che si dice
percepire, pensare, dubitare, credere, ragionare, conoscere, volere, e di tutte
le differenti azioni del nostro spirito; dalla sensazione fa provenire le idee
concernenti il mondo esterno, tutto ciò che noi chiamiamo le qualità sensibili.
Per il Locke la rifleesione equivale all’ attenzione interna: « per riflessione
io intendo la conoscenza che lo spirito prende delle sue’ proprie operazioni, e
del modo di esse; in tal modo le idee di queste operazioni vengono a formarsi
nell’intelletto >. Per Condillac invece anche la riflessione non consiste
che in nna sensazione trasformata, e tutte le nostre ideo non hanno che un’
unica fonte: il senso. Perciò il sistema del Condillac dicesi sensiemo, quello
del Locke empiriemo. Cfr. Leibnitz, Nouveaux essais, Pref. $ 4; Cr. Wolff,
Peyoh. empirica. 1738, $ 257; Baumgarten, Metaphysioa, 1739, § 626; Kant, Kit,
d. reinen Vern., A 261, B 316; Maine de Biran, Fond. de la peych., ed. Naville, II, 225; Cousin,
Fragments de ‚Philos. contemporaine, 1846, p. 34; Hamilton, Leot. on
metaphysios, 1859, vol. I, p. 326;
Rosmini, Nuovo saggio sull'origine delle idee, 1830, II, p. 77 segg.; Galluppi,
Lezioni di logioa ο metaf., 1854, I, p. 27-83; Locke, Human understanding,
1877, II, 1, p. 4. Riflesso. T. Reflex, Reflerbewegung; I. Reflex; F. Riflere.
Detto anche atto 0 movimento riflesso. Nella sua forma più semplice e tipica, è
il seguire immediato di una sola eccitazione ad una sola contrazione. Essa
implica un organo ecoitabile per una stimolazione sia interna che esterna, un
nervo centripeto ο afferente che trasmetta l'eccitazione al centro nervoso
(ganglio spinale), un centro nervoso che trasmetta 1’ eccitazione al nervo
centrifugo ο motore, e infine an muscolo che si contragga o una glandola che
secerna. La sede centrale dei riflessi è il midollo spinale, 1005
Rie tuttavia pud intervenire nella produzione loro anche il cervello; in
questo caso si hauno i riflessi psichici ο coscienti (ad es. il soldato che in
battaglia abbassa la testa al fischiare delle palle) nel primo caso si hanno
invece i riflessi spinali ο incoscienti (ad es. il restringersi o il dilatarsi
della pupilla in seguito al crescere ο al diminnire della luce). Si dicono poi
riflessi primari quelli che nella serie filogenetica non sono mai stati
coscienti, e riflessi sscondari quelli che negli Antenati erano azioni
volontarie coscienti, ma che sono divenuti più tardi incoscienti per abitudine
o per scomparsa della coscienza. Rispetto alla complessità loro i riflessi
furono distinti in: 1° semplici, che definimmo sopra; 2° difSusi incoordinati,
che si manifestano in forma di contrazione di tutti i muscoli ed hanno per
csuss l’ aumento della eccitabilità spinale; 3° diffusi coordinati, che
manifestano un fine (ad es. i movimenti che si fanno dormendo per prendere una
posizione più comoda). Il cervello esercita una asione inibitoria sui riflessi,
come mostra il fatto che si possono talora abolire mediante la volontà, e che
l'asportazione sperimentale del cervello è seguita da esagerazione di riflessi.
Cfr. Höffding,
Psychologie, trad. frano. 1900, p. 49 segg.; Wundt, Grund. d. Psychologie,
1896, p. 227 segg.; Sully, Outlines of peych., 1885, p. 593 segg.; D. Ferrier,
The funotions of the brain, 1876, p. 16 segg. Rigorismo. T. Rigorismus; I. Rigoriem ; F. Rigorieme.
Severità eccessiva nell’ apprezzamento delle azioni umane; affettazione di
abbracciare, in fatto di morale o di fede, le opinioni più rigorose. Il termine
fu usato da Kant per designare l'indirizzo antiedonistico ο ascetico della
morale: « È in generale importante per l’ etica di non ammettere via di mezzo
per quanto è possibile, nd nelle azioni (adiafora) nd nei caratteri umani....
Quelli che s’ attengono a questa stretta veduta sono comunemente chiamati
rigoristi (nome che sembra racchiudere un rimprovero, ma che in realtà è una
lode); ο i loro opposti possono esser chiamati Rısı-Rur 1006
indifferentisti, o latitudinarii del compromesso, e possono esser
chiamati sinoretisti ». Cfr. Kant, Krit. d. prakt. Ver nunft, od. Reclam, p.
88; Id., Religion innerhalb d. Grenzen d. blossen Vernunft, 1879, p. 21 segg.
Rimorso. T. Gewissensbise; I. Remorse; F. Remords. Sentimento complesso di
dolore, che deriva dal riconoscimento d’aver violato le leggi della morale e
dal conseguente disprezzo di sò a sò stesso, da un mal dissimulato interiore
disprezzo. Per Spinoza conscientiae morsus est tristitia concomitante idea rei
prastoritae, quae practer spem evenit. Esso è la proiezione nel campo della
coscienza del fatto esteriore della punizione inflitta dalla società per la
violazione della legge positiva: osservato costantemente che nella società nn
genere di atti è seguito da una punizione, si forma nella mente una
associazione inevitabile per oui quell’ atto si pensa necessariamente come
punibile, e quindi come tale da evitarsi, cosicchè compiendolo si ha quel
sentimento che dicesi rimorso. Esso è relativo quindi al grado di moralità ο
alle abitudini mentali ο pratiche dell’ individuo ; quanto più un’azione
immorale è ripetuta, tanto minore è il rimorso che l’accompagna. Cfr. Spinoza,
Ethioa, 1. III, teor. LIX, def. 17; Ardigò, Op. filosofiche, IV, p. 120 segg.
Riposo. T. Ruhe; I. Repose, Rest; F. Repos. In senso psicologico e morale è lo
stato di calma in cui trovasi lo spirito, quando è libero dalle agitazioni che
derivano specialmente dalle passioni e dai desideri. Per Spinoza il riposo intimo,
o soddisfazione di sè stesso, è « la gioia nata dal fatto che 1’ uomo contempla
sò stesso e la propria potenza d’agire »; e poichè la vera potenza d’agire
dell’uomo, ossis la sua virtù, è la ragione stessa che l’uomo contempla
chiaramente, così « il riposo intimo può nascere dalla ragione, e solo il
riposo che nasoe dalla ragione à il massimo che possa esistere >; esso è il
supremo bene che noi possiamo sperare, è la beatitudine stessa. In senso fisico il riposo è lo stato di un
corpo che conserva la sua po= 1007 Rip-Ris sizione nello spazio. Il riporo
dicesi assoluto se il corpo è riportato a degli oggetti realmente fissi; è
relativo se i punti ai quali è riferito sono animati da un movimento al quale
questo corpo partecipa. Cfr. Spinoza, Ethica, 1. IV, teor. LIT; Appendice, cap.
IV (v. atarassia, equilibrio). Riproduzione. T. Reproduction; I. Reproduction;
F. Reproduotion. Il ripresentarsi alla coscienza degli stati ο dei processi
passati. Kant chiama legge della riprodusione quella secondo la quale le idee
che si sono presentate insieme nello spirito si richiamano V una l’altra alla
coscienza. Secondo Th. Ziegler, si riproducono soltanto quegli stati « che
armonizzano coi nostri attuali sentimenti ο stati d’ animo, mediante oni
conservano il loro stesso valore affettivo ». Il Jodi descrive la riproduzione
come quel processo paicologico mediante il quale « una primitiva eccitazione
della coscienza (sensazione, sentimento, volizione) dopo essere stata
soppiantata ο resa incosciente da un’altra eccita zione, rientra di nuovo nella
coscienza come copia o imitazione della eccitazione primitiva, per virtù della
sola energia psico-centrale, vale a dire senza causazione immediata dello
stimolo corrispondente alla eccitazione primitiva ». La riproduzione di uno stato di coscienza
passato può essere volontaria e automatics ο spontanea ; nel primo caso è
l’effetto di uno sforzo mentale, nel secondo l’effetto immediato di una
eccitazione periferica o centrale. L’ esercizio può rendere la riproduzione
volontaria sempre, più facile, fino a farla diventare automatica. Cfr. Kant,
rit. d. reinen Vern., 13 ed. p. 101; Th. Ziegler, Das Gefühl, 1893; Jodl,
Lehrbuch d. Payohologie, 1896 (v. revivisoenza). Risoluzione. T. Resolution,
Entechluse; I. Resolution; F. Résolution. Nel processo volitivo dicesi così il
momento che segue alla deliberazione © precede l’eseourione. Esso dicesi anche
scelta ο determinazione ο decisione. Tuttavia questi vocaboli designano tanti
aspetti del momento medesimo, il quale è risoluzione perchè è la forma attiva
con cui si riRis-Rir 1008 solve il conflitto dei motivi; è scelta in
quanto fra tutte le diverse possibilità una soltanto è ritenuta, mentre le
altre sono scartate dopo uns resistenza maggiore o minore; è determinazione
perchè si designa netta I’ idea fine, emergente vittoriosa dal conflitto dei
motivi. Nella logica dicesi risoluzione il processo con cui si scompone un
tutto nelle sue parti, o un giudizio in giudizi più semplici di cui è la
conseguenza; esso è l'inverso del processo di composizione ο deduzione
sintetica, e fu chiamato analisi (ἀνάλυσις
scomposizione) dagli antichi geometri greci, che lo ritenevano inventato
da Platone. Cfr.
Wundt, Grund. d. Payohol., 1896, p. 221; Höffding, Psychologie, trad. franc. 1900, p. 430 segg.; Conrnot, Essai, 1851, cap.
XVII, $ 259. Risultante. T. Resultanten; I. Resultani; F. Réeultant. Si dice di
una forza, di una velocità, d’una accelerazione, che può da sola sostituire più
forze, velocità, e accelerazioni simultanee. Risultante di traslasione è la
risultante delle forze applicate a un sistema materiale, supposte come
trasportate in uno stesso punto dello spazio.
Nella psicologia dicesi legge delle risultanti psichiche (Wundt) la
legge per cui ogni fatto psicologico un po’ complicato è un prodotto della
congiunzione di più elementi psichici ο quindi una sintesi psichica,
analogamente a ciò che avviene nei fenomeni chimici, in cui due sostanze
congiungendosi insieme danno luogo a una nuova sostanza avente proprietà
diverse da quelle degli elementi componenti. Ad es. la rappresentazione di
spazio risulta da sensazioni muscolari, tattili ο visive, le quali non hanno
quella proprietà spaziale che è posseduta dalla rappresentazione complessiva.
Le risultanti psichiche variano naturalmente col variare dei relativi processi
e sono diverse nei diversi individui. Cfr. Wundt, Grundriss d. Payohol., 1896,
p. 375 (v. relazione, legge, ninteri psichica). Ritmo. T. Rhytmus; I. Rhythm;
F. Rythme, Nel suo significato più stretto, è una successione di impressioni udi
1009 Rir tive che variano regolarmente
nella loro intensità obbicttiva. Wundt: « Un solo e medesimo suono può esser
reso più forte ο più debole. Quando tali aumenti e diminuzioni seguono con una
certa regolarità P’ uno all’ altro, il suono diventa articolato ritmicamente ».
In un senso più largo, il ritmo è il carattere d’ un movimento periodico, in
quanto produce un effetto di bellezza o almeno di espressione. Séailles : «
L'armonia dei colori è il ritmo d’ una azione, che mette in gioco le fibre ottiche
senza affaticarle, per uns sapiento disposizione di intervalli di sforzo e di
riparazione ». Nel suo significato
scientifico e filosofico il ritmo è il carattere periodico d’un processo, il
modo caratteristico di svolgersi d’ una funzione. Per ’Ardigd la legge del
ritmo è la legge universale, che domina nella natura e nel pensiero, e per la
quale così in quella come in questo si verifica la varietà nell’ ordine;
pensiero ed organismo costituiscono un unico ritmo, il ritmo pricofisico, che
nella età del suo svolgersi riflette l’azione ritmica della natura, da cui in
ultimo risulta. Cfr. Wundt, Grundzüge d. physiol. Peych., 1893, II, 72 segg.;
Séailles, Le génie dans l'art, Paris, Alean, p. 236; Ardigò, Op. fl, II, 227
segg., V, 232 segg., VI, 226 sogg. Rito. T. Ritual; I. Rite; F. Rite. Un
insiemo di simboli raggruppati intorno ad una idea o ad un atto religioso, allo
scopo di renderne paleso il senso ο ingrandirne il carattere solenne. Si ha
così il rito del battesimo, il rito dei funerali, ecc. Anche il rito si
ricongiunge quindi al bisogno che l’uomo prova di obbiettivare i propri
sentimenti ο lo proprie impressioni. Per ciò il rito, rispetto alla religione,
è stato paragonato alla lingua nel suo rapporto col pensiero. Fin dal
principio, dice Jevons, il bisogno e il desiderio di avvicinarsi a Dio si sono
manifestati o han trovato il loro simbolo in atti ο in riti esterni. L’
esperienza del genere umano è la prova che i riti sono indispensabili, nello
stesso modo e per la stesso ragione, che la lingua è indispensabile al
pensiero. Questo non si svilupperebbe se non vi fosse la lingua, mediante il
quale il pensiero si affina al contatto col pensiero. E la religione non si è
mai sviluppata, in nessun luogo, senza i riti ». I riti di tutte le religioni
possono dividersi in due grandi categorie: quelli-di carattere collettivo,
compiuti da un insieme di individui raccolti in assemblea (sacrifiri, danze
sacre, processioni, ecc.); quelli di carattere indiriduale, che mirano ο a
propiziare la divinità ο a conse crare la fede religiosa personale (la
preghiera individuale, il battesimo, la cresima, ecc.). Cfr. 8. Reinach, Culte,
mythes et religione, 1905-12; Jevons, L'idea di Dio nelle religioni primitive,
trad. it. 1914, p. 104 sogg. (v. ri tualismo). Ritualismo. T. Ritualismue; I.
Ritualiem; F. Ritualiame. Nella storia religiosa si rivelano due tendenzo
affatto opposte rispetto alla adorazione da rendere alla divinità. L’ una
consiste nell'attribuire una grande importanza al compimento delle cerimonie
simboliche, che costituiscono il rito; l’altra nell’ abolire tutte le
manifestazioni esterne del culto, che sono considerate come profanazioni. La
prima tendenza costituisce il ritualismo ed è spiccatissima, ad es. nel? antica
religio romana © nel cattolicismo, la seconda costituisce il puritanismo ο
spiritualismo religioso. Quanto all'origine del ritualismo, secondo alcuni
(Brinton) è da ricercarsi nel mito, secondo altri (Max Mtiller e gli
indianisti) sarebbo dovuta a una trasformazione di antiche usanze e di pratiche
magiche ; secondo altri ancora (F. B. Jevons) ogni forma di rituale, sorgendo
dal desiderio dell’ adoratore di rendersi accetto al suo Dio, ha le sue origini
dal sacrificio, che è appunto l’atto mediante il quale tutti gli uomini si
pongono in più stretta relazione coi loro Dei. Cfr. Mettgenberg, Ritualiemus und
Romanismus, 1877; J. Marquardt, Le culte chez les Romaine, 1889; G. d’Alviella,
Croyances, rites,inatitutiona, 1911 (v. mito, religione, rito). . 1011 Riv Rivelazione. Lat. Revelatio ; T.
Offenbarung; I. Revelation; Y. Révélation. In generale, ogni manifestazione o
comunicazione del pensiero ο della volontà divina, operata per mezzo di agenti
naturali o sovrannaturali. Dicesi rivelazione esterna il manifestarsi della
divinità sia nelle leggi ο nei processi della natara, sia nella vita dell’
individuo ο dei popoli; rivelazione interna il suo manifestarsi nella ragione ο
nel sentimento morale degli uomini.
Secondo la dottrina cattolica, ufficio della rivelazione è di far
conoscere agli uomini i principali elementi dell’ ordine sovrannaturale che,
nel piano provvidenziale, è il fine che oceupa il primo posto perchè tutto
converge verso di esso © da esso riceve la luce. La rivelazione coincide con
l’origine del mondo ed è data e continuata parte con parole parte con fatti,
per via mediata ο per via immediata; le sue fasi sono quattro (originaria,
patriarcale, mosaica e cristiana) © quantunque si debbano guardare come un solo
tutto strettamente connesso, le tre prime non si considerano che come fasi
preparatorio dell’ ultima, la più perfetta di tutte perchd manifestazione
diretta di Dio. Così, a differenza delle rivelazioni fatte da Dio sotto
l'Antico Testamonto, la rivelazione cristiana ha por proprio carattere
l’immutabilità; essa deve rimaner tale sino alla fine dei tempi, senza essere
modificata da alcuna rivelazione pubblica ο senza subire nel sno contenuto
integrale alcuna alterazione sostanziale. Secondo Giustino, Dio si è servito
fin dall'origine di una rivelazione generale, sia esterna sin interna; di una
rivelazione speciale appare» in Mosè, noi profeti e negli uomini della scionza
greca; di una rivelazione piena ο completa mediante il Figlio suo, Con ciò In
rivelazione valo come il vero elemento razionale, che però non deve esser
dimostrato ma soltanto creduto; si cren così un’ antitesi tra rivelazione e
conoscenza razionale, che si acnisco sompre più nei Pndri successivi, i quali
insistono nel porro in Inco In necessità della rivelazione per 1’ inenRiv 1012
pacità dell'anima umana, limitata all’ impressione dei sensi. a
raggiungere da sola la conoscenza della divinità e della sua propria
destinazione. Per Tertulliano, ad es., il contenuto della rivelazione non solo
è soprarazionale, ma in certo senso anche antirazionale, in quanto per ragione
bisogna intendere l’attività conoscitiva naturale dell’uomo; l'evangelo non
solo è incomprensibile, ma è anche in necessaria contraddizione col sapere
naturale : credibile est quia ineptum est; cortum eat quia impossibile est;
oredo quia abaurdum. In seguito, con Β. ‘Tommaso, la rivelazione è ancora
affermata come superrazionale, ma però in accordo con la ragione, della quale è
l’ integrazione necessaria ; vien rive lato ciò che In ragione non può trovare
da sè, perchè di gran lunga superiore alle sue forze. Questo concetto si regge
sopra l’unità della ragione divina: in Dio non οἡstono due ordini di verità ma
una sola, che all’ uomo è partecipata parte per mezzo della ragione, parte per
mezzi della rivelazione; quindi, se le verità rivelato sono sujxriori a quelle
di ragione, in quanto emanano direttamente dalla divinità, tra le une e le
altre non può esistere contra ato, perchè appoggiate entrambe sopra una ragione
eterna, che è Dio; e pur essendo la rivelazione l’ultima pietra di paragone
della verità, la ragione può du sò stessa preparare il cammino alla
rivelazione; cos la ragione sostiene la fede, che a sua volta conferma la
scienza: Minus lumen non ofascatur per majus, dice Β. Tommaso, sed magis
augetur, ricut lumen auris per lumen solie ; et hoc modo lumen soientiae nor
offusoatur, sed magie clarescit in anima Christi per lumen scientiae divinae. 1
Sociniani andarono ancora più in là; per essi nulla può essere rivelato che non
sia accessibile alla | conoscenza razionale, e perciò nei documenti religiosi non
si deve considerare come naturale se non oid che è razicnalo. Con ciò la
rivelazione diveniva in fondo superfina © non restava legittima che la
religione naturale: © queste infatti fu il punto di partenza del deismo
inglese, che spo 1013 Rom gliò il
Cristianesimo dei suoi misteri per ridurlo alla verità del « lume naturale
>, ossia ad una intuizione filosofica del mondo. Cfr. Liicke, Versuch einer
vollständingen Einleitung in dio Offenbarung, 1852; S. Ginstino, Apol., II, 8;
Tertulliano, De carne Chr., 5; Id., De pracsor., 7; 8. Tommaso, C. Gentiles, I,
ο. 1, 11, 111, 1V, 1X; Id., Summa theol., III, qu. IX, a. 1; Laberthonnière,
Saggi di filosofia religiosa, trad. it. , p. 264 segg:, 295 segg.; C. Ranzoli,
L'agnosticiemo nella fil. religiosa, 1912, p. 30 segg. (v. oredenza, fede,
ragione, religione, fideismo, modernismo, razionalismo, tradizionaliemo).
Romanticismo. T. Romantizismus; I. Romantioiem ; F. Romantieme. Nella filosofia
si denomina così tutto il periodo della speculazione, specialmente tedesca, che
comincia col Fichte © termina con Schopenhauer. Esso trae il suo impulso dalla
convinzione, suscitata da Kant, dell’originalità ο dell’ attivita della natura
spirituale, per cui αἱ credetto possibile di cogliere il principio unitario
della realtà universale e di abbracciare in un sistema solo la scienza, l’arte
o la religione: « Simile ideale della conoscenza, scrive 1’ Hiftding, può a
buon diritto esser chiamato romantico. Esso rimane nelle nubi e nella
lontananza, risvegliando il dosiderio e l'entusiasmo, © agisoe più con codesta
sublimità che non con la prospettiva di trovarne uns realizzaziono ra ο
positiva ». Oltre all’ influsso kantiano, contribuirono ul sorgere del
romanticismo filosofico la religione, In ieuza, gli avvenimenti politici ο
specialmente la letteratura: Novalis, il rappresentante più caratteristico
della poesia romantica, considorava la poesia come l’ essenza più intima di
tutte le cose e faceva della filosofia una semplice tcori della poesia. Il
metodo del romanticismo filosofico fu principalmente deduttivo ο costruttivo;
esso mise in evidenza molti problemi nuovi, ma fu inferiore per originalità ο
vigore di metodo al periodo dei grandi sistemi del secolo XVII; inoltre la sua
influenza venne diminuita dalla terminologia adoperata dalla maggior parte dei
filosofi Rom-Sac 1014 romantici, terminologia capricciosa, oscura,
che rende le loro opere difficili a chi non abbia appreso a pensare in codesto
linguaggio. Cfr.
Höffding, Histoire de la phil. moderno, trad. franc. 1900, vol. II, p. 139 segg.; R. Berthelot, Le romantisme
utilitaire, 1911; Windelband, Storia della filosofia, trad. it. , vol. II, p. 233, 327, 338; F.
Loliée, Hist. des littératures comparées, 2° ed., p. 295 segg. 8. Nelle espressioni simboliche delle
proposizioni si usa per designare il soggetto. Nol sillogismo designa il
tormine minore, che nella conclusiono fa sempre da soggetto. Nei versi
mnemonici delle tre ultime figure del sillogismo categorico, indica che la
conversione di quel modo a un modo della prima figura, si deve fare per
conversione semplice (v. figura, disamis, datisi, eco.). Sabeismo (dal siriaco
tsaba = adorare). T. Sabäismur: I. Sabeism; F. Sabeieme. Antica setta
filosofica e religiosa, sparsa nei paesi dell’ Oriente, la quale considerava
gli astri come tante divinità, governate dal sole che è la divinità suprema.
Ogni astro è costituito dall’ anima e dal corpo sì Puna che l’altro hanno
sempre csistito e sempre steranno; ma soltanto la prima è di natura divina, e
costituisce l’anima del mondo. Cfr. Ehwolsohn, Die Ssabier und der Ssabismua,
1856 (v. elioteiemo, panteismo). Saggezza. T. Weisheit; I. Wisdom; F. Sagesse.
Se non è ancora la virtù, dice il Rousseau, è almeno la via per raggiungerla.
Essa è ciò cho gli antichi chiamavano pradenza o sapienza. Per Pintone essa è
una delle virtù cardinali, sia dell'individuo sia dello Stato. Per Aristotele
esistono due specie di saggezza: la speculativa (σοφία), che è sinonimo di
scienza, così intuitiva come dimostrativa, e si rivolge alla natura assoluta
delle cose; e la pratica (¢pévyate), che ha per oggetto i dettagli della vita e
della 1015 Ban condotta, le relazioni contingenti e
particolari dell’ esperienza umana. Dopo Aristotele, uno degli argomenti più
discussi nelle scuole filosofiche fu di determinare il criterio della saggezza,
V’ ideale del saggio, ciod dell’ uomo che deve la sua virtù, e quindi la sna
felicità, soltanto al sapere; stoici, epicurei e scettici s’ aocordano nel fissare
come tratto caratteristico del saggio 1’ imperturbabilità (ἀταραξία), vale a
dire l'assenza dai perturbamenti prodotti dalle passioni. Ma per gli epicurei
l’ imperturbabilità, e quindi la saggezza, consiste in un godimento raffinato;
per gli scettici nell’astenersi per quanto è possibile dal giudicare e quindi
anche dall’operare; per gli stoici nel vivere secondo natura, ossia conforme
alla ragione, Nel suo significato
comune, non filosofico, la saggezza è equilibrio, misura, contemperastone di
prudenza e di coraggio, di ardire ο di cautela, di temporeggiamento e di
decisione ; riguarda dunque piuttosto la ragion pratica che la ragion teorica,
si basa sopra 1” esperienza del passato e la riflessione sul presente per
provvedere all’ avvenire, e consiste nel cercare, trovare © porre in opera i
mezzi necessari e più convenienti all'adempimento della virtà. Cfr. Sidgwick, The methode of
ethics, 2* ed. 1877, p. 229; Wiudelband, Storia della filosofia, trad. it.
1913, vol. I, p. 208 segg.; C.
Ranzoli, J2 caso nel‘ pensiero ¢ nella vita, 1913, p. 218 segg. (v. cardinali,
pratica, prudenza, virtù). Sansimonismo. T. Saint-Simonismus ; I.
Saint-Simonism ; F. Saint-Simonisme. La dottrina religiosa ο sociale di Enrico
di Saint-Simon, che ebbe molti e fervidi adepti in Francia, Il sunsimonismo
vagheggiava I’ istituzione di un ordino sociale, nel quale I’ individuo non ha
altro valore che per la fanzione che compie nello Stato, vale a dire il
sacerdozio, la scienza ο 1’ industria, e in cui il supremo potere è esercitato
dispoticamente dal padre, che è allo stesso tempo ro e sommo sacerdote, ed assegna
a ciascuno tanto la funzione che deve esercitare nello Stato, quanto la
retribuzione che San-SAT 1016 gli compete per la funzione esercitata. Cfr. Janet, Saints Simon
et le Saint-Simonisme, 1878; Charléty, Hist. du SaintSimonisme, 1896 (v.
collettiviemo, falanstero). Sanzione,
T. Sunktion ; I. Sanotion; F. Sanction. Nel suo signiticato più comune, morale
e giuridico, è la reazione con la quale la società provvede alla propria
conservazione e ai propri fini, contro quella violazione delle sue leggi di cui
gli individui si rendessero colpevoli. In questo senso la sanzione ha un valore
negativo, essendo essenzialmente una repressione. Se ne sogliono enumerare
varie forme: la sanzione naturale 0 fisica, che è l'insieme delle conseguenze
buone ο cattive, che risultano dalle azioni virtuose © viziose; ha la sua
origine nella naturale tendenza delV organismo alla propria conservazione, per
la quale reagisce col dolore a ciò che tende ad alterarlo o distruggerlo, © col
piacere a ciò che può conservarlo ; la sanzione interna © della coscienza, che
è costituita dal compiacimento pel bene praticato, © dal rimorso per la legge
morale violata; la sanzione della pubblica opinigne, che è la stima o il
disprezzo, la lode ο il biasimo che le azioni dell’ individuo gli meritano per
parte degli altri individni; la sanzione politica, 0 penale, o delle leggi, che
è preceduta dalla sanzione dell’ opinione pubblica, ed à costituita tanto
dall’insieme delle pene per chi infrange in qualche modo (prestabilito)
l'ordine morale e sociale, quanto dalle ricompense morali o materiali con cui è
premiato chi allo stesso ordine presta utile concorso; la sanzione religiosa o
superumana, derivante dai premi ο dai castighi promessi ο minaceiati dalla
roligiono nel mondo ultraterreno. Cfr. Sidgwick, Methodèn of ethics, 2* ed. 1877, p.
229; Pope, Christian theology, 1877, vol. III, p. 159; J. S. Mill, Utilitarianiem, 1879, cap. III
(v. delitto, pena, responsabilità). Sapere v. opinare. ‚turazione. T.
Sättigung; I. Saturation ; F. Saturation. Dicesi saturasione del colore il
grado secondo il quale la sen 1017 Sck
sazione scromatica, o incolora, si unisce ad una sensazione cromatica. Il grado
di saturazione è tanto maggiore quanto minore è la quantità della luce
incolore, che entra nella combinazione.
Nella scuola criminale positiva (Ferri) dicesi saturazione oriminosa la
legge per la quale in un dato ambiente sociale, con date condizioni individuali
e fisiche, si deve commettere un dato numero di renti, non uno di più, non uno
di meno, allo stesso modo con cui in un dato volume di acqua, ad una data
temperatura, si deve sciogliere una determinata quantità di sostanza chimica,
non una molecola di più, non una di meno; ciò perchè anche il delitto è un
fenomeno collegato al determinismo universale, ed ha i suoi fattori necessari
nelle varie condizioni dell’ ambiente fisico © sociale, combinate con gli
impulsi occasionali degli individui e colle loro tendenze congenite. Cfr.
Wundt, Grundriss d. Psychol., 1896, p. 68; E. Ferri, Sociologia oriminale, 43
ed. 1900 (v. delitto, pena, responsabilità). Scetticismo (σκέπτομαι esamino). T. Skepticiemus ; I. Soepticiem; F.
Soepticieme. Si adopera nel linguaggio comune per indicare la tendenza a
dubitare, o la mancanza di fiducia nella verità di una data affermazione,
dottrino, previsione, o la negazione dei principi ammessi dal maggior numero.
Ma nel suo significato preciso, esso designa il dubbioesteso deliberatamente,
sistematicamente, a tutti quanti gli oggotti della conoscenza umana, © quindi
la sospensione di ogni nostro giudizio intorno ad essi, Nella storia del
pensiero filosofico si contano varie forme di scetticismo, cominciando da
Pirrone, Protagora e Sesto Empirico, venendo fino al Montaigne; ina tutte si
fondano ugualmente sopra la tosi fondamentale della impossibilità di un
criterio assoluto della verità, essendo la ragione condannata per sun natura
alla contraddizione, e mancando ad ogni modo un qualsiasi testimonio che provi
la legittimità della ragione stessa. La conclusione di tutto lo scetticismo
antico i riassunta in quella che si disse l’ isostenia delle ragioni, ο cioò
Scu 1018
l'equilibrio e la forza uguale delle ragioni pro e contro, intorno a
qualsiasi oggetto. E il Montaigne dimostrava così l'inesistenza di un criterio
assoluto per lo conoscenze sensibili © razionali: « per giudicare delle
apparenze cho noi riceviamo dagli oggetti, ci sarebbe necessario nno strumento
giudicatorio; per verificare questo stromento ci è necessaria una
dimostrazione; per verificare la dimostrazione uno stromento.... Poichè i sensi
non possono arrestare la nostra disputa, essendo pieni essi medesimi di
incertezza, occorre che ciò faccia la ragione; ma nessuna ragiono si stabilirà
senza ragione, ο così via via all’ infinito ». Ai nostri giorni, se è possibile
lo scetticismo come tendenza dello spirito, non è più possibile come dottrina,
essendo dimostrata In possibilità della scienza a malgrado della relatività
della conoscenza, anzi in grazia di questa relatività stessa, poichò la scienza
è del relativo non delP assoluto.
Soetticiemo oritico fu detto quello contenuto nella critica della ragion
pura, o anche sostticiemo trasoendontale perchè trnpassava i limiti della pura
esperienza esterna; e scetticismo mistico quello di chi nega alla ragione ogni
possibilità di conoscere il vero, riponendola invece nella fede, nella
rivelazione sovrannaturale. Occorre però distinguere lo scetticismo dal
misticismo © dalla sofistica : tutti tre sono sistemi negativi rispetto alla
conosconza, ma mentro il primo tiene la ragione incapace della verità, il terzo
afferma la ragione indifferente alla verità, ο il socondo nega alla ragiono il
potere di raggiungere la verità suprema, trasferendo tale potere nel sentimento
ο nella fede. Cfr. R. Richter, Der Skeptiziemus in d. Phil., 1904; C. Stumpf,
Vom eblischen Skept., 1909; Credaro, Lo scetticismo degli accademici, 1889 (v.
dommatismo, dubbio, pirronismo, tropi, relatività, sokepsi, scienza, setetica).
Schema, Schematico (σχῆμα figura). T. Schema; I. Schema; F. Schöme. Per Kant
gli schemi sono quelle rappresentazioni o concetti che servono da intermedi fra
le 1019
Scu dodici categorie che non possono applicarsi direttamente ai
sensibili e i sensibili stessi. Gli schemi, forme pure del tempo e perciò di
natura sensibile, sono tuttavia omogenei alle categorio. Ed è appunto dalle
categorie e dagli schemi corrispondenti che derivano quei principî dell’
intelletto puro, coi quali noi intellettualizziamo le intuizioni empiriche,
traendone le cognizioni. Alcuni
psicologi chiamano schemi fantastici, distinguendoli dai concetti, quelle
imagini, assai povere di contenuto, le quali contengono solamente le parti
identiche di moltissime altre (ad es. l’imagine di casa, di albero, ecc.). La
loro formazione è spiegata comunemente col fatto che gli elementi comuni,
fissati dalla ripetizione e fusi in uno, si mantengono intensi e vivi, mentre
gli elementi diversi a poco a poco se ne staccano ο scompaiono. Si dicono schematiche quelle rappresentazioni
non identiche alle effettive, ma che hanno soltanto con esse maggiore o minore
somiglianza, in quanto ne raccolgono i tratti caratteristici. Servono a scopo
diduttico, poichò giovano a mettere sott’ occhio l'essenziale di una cosa,
lasciando da parte l'accessorio, che può nuocere alla chiarezza di quello che
si deve specialmente considerare e ritenere. Oltre la figura schematica
propriamente detta, si ha la figura simbolica, che ne differisce in quanto casa
rappresenta l’oggetto con un segno che può differire anche totalmente, e che ha
solo un valore convenzionale (ad es. la bandiera con oui si rappresenta la
patria). Una terza specie di rappresentazione schematica è In
simbolico-ipotetica, nella quale il simbolo rappresenta una cosa che non si è
certi che sia in realtà, ma solo si suppone. Così, ad es. il chimico
rappresenta gli atomi, che non ha mai veduto, mediante un piccolo cubo, e,
disegnandoli variamente disposti, rappresenta la molecola secondo la specio
degli atomi componenti e secondo il numero loro per ogni specie. Cfr. Kant, Krit. d. reinen
Fern., od. Kehrbach, p. 142-149; A. Riehl, Die philos. Kriticiemus, 1887, II, 11, p. 61; Ardigò, Scr 1020
La wiensa dell’ educazione, 1893, p. 151 segg. (v. simbolo,
categorumeni, conoetto, dissociazione). Lo SCHEMATISMO è la dottrina del
criticismo dell’uso dell’imaginazione truscendentale como intermedia tra la
sensibilità e l’intendimento. Il critiismo distingue i giudizi della percezione,
Wahrnemungeurteile, in cui non viene espresso che il rapporto spaziale o
temporale delle sensazioni per la coscienza individuale, ο i giudizi dell
esperienza, erfahrungeurteile, in cui un simile rapporto viene affermato come
obbiettivamento valido, come dato nell'oggetto stesso. La differenza tra lo due
specie di giudizio è provata dal fatto, che nei secondi il rapporto spaziale o
temporale è regolato per mezzo d’una categoria, ciod d’un nesso concettuale,
mentre nei primi manca. Ed è così che, di fronte al meccanismo della rappresentazione,
in cui le singole sensazioni si riuniscono o si separano a piacero, il pensiero
oggettivo, valido ugualmente per tutti, è legato con nessi doterminati e
concettualmente regolati. Questo vale specialmente per i rapporti temporali.
Tutti i fenomeni si trovano infatti sotto la forma del senso interno, del
tempo, in quanto anche i fenomeni del senso esterno appartengono all’interno
come determinazioni dell'animo nostro (Bestimmungen unsere Gemüle). Perciò Kant
dimostra che tra le forme dell’ intuizione del tempo e le categorie c’ à uno
schematismo, che solo rendo possibile di applicare le forme dell’intelletto ni
prodotti dell’intuizione, © che consiste nel fatto che ogni categoria ha una
somiglianza schematica con ogni forma particolare del rapporto temporale. Nella
conoscenza empirica noi ci serviamo di questo schematismo per significare il
rapporto temporale percepito medianto la corrispondente categoria. Invece la
filosofia trascendentale deve cercare la giustificazione di questo procedimento
nel fatto, che la categoria come regola dell'intelletto fonda obbiettivamente
il corrispondente rapvorto temporale come oggetto dell’ esperienza. Cfr. Kant, 1021 Scr-Ser Krit. d. reinen Vern., ed. Kehrbach,
p. 142 segg.; W. Jerusalem, Die Urteilsfunction, 1895, p. 170 (v. eriticiemo,
intuizione). Schepsi (σχέφις = dubbio, indagine). O anche scepsi. Designa in
generale il dubbio degli scettici. Più propriamente, secondo lo Zeller, è la
neutralità fra le opposte dottrine, ritenendo di entrambe quello che hanno di
comune tanto nel principio quanto nel termine, cioè l’ astratta individualità
che vuol riposare in sò stessa. L’ Herbart chiama schepsi la riflessione dubitativa
che deve servire di preparazione alla filosofia, e la distingue in sohepsi
inferiore, che pone in dubbio la natura delle cose, e schepsi superiore, che ne
pone in dubbio anche il dato; colla prima ci persuadiamo che difficilmente
possiamo riuscire coi nostri sensi et formarei una esatta nozione di ciò che
sono le cose, colla seconda ci persuadiamo che le forme dell’ esperienza sono
date realmente, ma ci somministrano delle idee contradditorie. Cfr. Herbart,
Einleitung in die Philorophie, 1813; Schwegler, Geschichte d. Phil., ed.
Reclam, p. 386-7 (v. dommatismo, dubbio, tropi, scetticismo). Sciamanismo, T.
Schamanismus; I. Shamaniem ; F. Chamanisme, Setta religiosa © sacerdotalo della
Siberia, ai cui misteri religiosi non si è iniziati che dopo un lungo e strano
noviziato, sotto la direzione di speciali ancerdoti (shamans). Siccome codesta
religione consiste ersenzialmente nel culto degli spiriti, così tutte le
religioni animistiche furono classificato sotto la categoria dello sciamanismo.
Cfr. Tylor, Primitive culture, 1877 (v. animismo). Scienza. T. Wissenschaft; I.
Science; F. Science. Nel suo senso generale equivale a conoscenza; in un senso
più riStretto è un insieme o l’insieme delle conoscenze logicamento coordinate.
Cr. Wolff lo definisco habitum anserta demostrandi, hoo est, ex principiis
certis et immotis per legitimam conaequentiam inferendi. Per Kant « dicesi
scienza ogni dottriua che costituison un sistema, cioò una totalità di
coScr 1022 noscenzo ordinate in base a principi ». Per
lo Spencer è «la conoscenza parzialmente unificata >. Fu definita dal
Naville come lo stato del pensiero che possiede la verità; ha per condizione il
dubbio filosofico, ossia lo spirito di esame. La scienza infatti non può essere
nò uno stato del sentimento nè uno stato della volontà; e perchè il pensiero
progredisca nel possesso della verità, è necessario che non s' accontenti delle
apparenze ma le sottometta ad essine, cioè le interpreti con la ragione; che
ogni affermazione di fatti sin sottomessa alla critica, 6 che lo dottrine
ammesso siano abbandonate quando non forniscono più una esplicazione dei dati
dell’ esperienza. Essa ha due scopi: uno teorico e speculativo, cio la
conquista e il possesso della verità, uno pratico e utilitario, ossia le
infinite sue appli-cazioni alla industria. Aristotelo fu il primo ad occuparsi
della natura della scienza, determinandone con grande chiarezza il metodo,
l'essenza e 1’ oggetto. Secondo il filosofo greco, il primo carattere della
scienza è il suo differire dalla semplico esperienza: questa è fondata sulla
sensazione, l’imaginazione © In memoria, non conosce che il particolare, non
coglie la causa e In prova dei fatti; quella ha un carattere generale, impresso
dall’ intelletto attivo agli elomenti forniti dalla sensazione all’ intelletto
passivo, per cui la scienza fornisce la prova di ciò che avanza. La prova si fa
per merzo della dimostrazione, cioè modiante il ragionamento di cui la forma è
il sillogismo. Oltre i principi generali, forniti dall’ intelletto attivo, e dai
quali ogni scienza particolare deduce le conreguenze, vi sono dei principî che
dominano tutte le scienze ο i principi di tutto le scienze: sono gli assiomi, o
verità evidenti, il più importante dei quali è il principio di contraddizione.
Oltro ad aver determinato la natura della scienza, Aristotele fu pure
ricercatore ed osservatore meraviglioso: ma sia per il fondamento puramente
deduttivo dato alla riceren wrientifien, sin por altre cause di varia 1023
Set natura, nd l’antichità greca e latina, nd l'età di mezzo ebbero vera
e propria scienza. Soltanto nel rinascimento, caduto il principio di autorità,
sostituiti, nello studio della natura, l'osservazione, 1’ esperimento ο l’
induzione ai metodi deduttivi ο aprioristici, il sapere scientifico potd costituirsi
e progredire. Nello sviluppo del metodo delle scienze naturali conversero
allora le due direzioni dell’ ompirismo e della teoria matematica; Bacone pose
il programma della filosofia dell'esperienza, Descartes abbracciò il movimento
scientifico del sto tempo in una nuova fondazione del razionaliemo, riempiendo
il sistema concettuale scolastico col ricco contenuto delle scoperte di
Galileo. Bacone insegna come la mera experientia, la sola scientificamente
utile, debba essere depurata dalle aggiunte erronee ond’è inquinata, come
l’induzione sia il solo modo esatto dell’ elaborazione dei fatti e col suo
aiuto si debba procedere agli assiomi generali, per potere con questi spiegare
deduttivamente altri fenomeni. Leonardo intravede che il vero ufficio delP
induzione naturalistica consiste nel trovare quel rapporto matematico, che è
costante in tutta la serie dei fenomeni di determinata misura; Keplero scopre,
mediante una grandiorn intuizione, le leggi del movimento dei pianeti, cho
confermano nella convinzione dell’ ordine matematico delVP universo; Galileo,
con intuito metodico assai più profondo di Bacone, crea la meccanica, quale
teoria matematica del movimento, investigando col metodo rieolutiro i processi
più semplici matematicamente determinabili, ο dimostrando nel metodo
compositivo che la teoria matomatica, col presupposto degli elementi semplici
del movimento, porta agli stessi risultati che presenta l’esperienza. Cartesio,
partendo dalla convinzione che Ja coscienza razionalo è la matematica, aggiunge
ai pensieri metodici di Bacone ο di Galileo questo postulato: cho il metodo
indnttivo © risolutivo debba condurre ad un unico principio di anproma ed
assolnta certezza, partendo dal quale tutta PexpeScr 1024
rienza trovi, grazie al metodo compositivo, la sua perfetta spiegazione.
Il cogito ergo sum di Cartesio ha infatti non tanto il significato di
esperienza, quanto quello di prima fondamentale verità di ragiono, la cni
evidenza è quella di una immediata certezza intuitiva; il metodo analitico cerca
qui, come in Galileo, gli elementi semplici, intelligibili per sò stessi, coi
quali tutto il resto deve esser spiegato, ma invece di trovarli nelle forme
semplici del movimento, li scopre nelle verità elementari della coscienza. Per
Kant la scienza della natura ha bisogno, oltre alla sua base matematica, d’ un
certo numero di principi universali intorno al nesso dello cose, i quali sono
di natura sintetica ο perciò non possono fondarsi sull’ esperienze, anche so
per via di questa arrivano alla coscienza; in altre parole, anche per Kant il
cémpito della scienza natarale è la riduzione galileiana dell’ elemento
qualitativo al quantitativo, in cui solo può trovarsi necessità ο validità
universale su base matematica, ma questa rappresentazione matematica della natura
è per Kant fenomeno essa pure. perchè spazio © tempo, se hanno realtà empirica,
hauno idealità trascendentale. La natura, infatti, non è un puro aggregato di
forme spaziali e temporali, ma un nesso che noi intuiamo sensibilmente, è vero,
ma che nello stesso tempo pensiamo mediante concetti; se la natura, come
oggetto della nostra conoscenza, fosso un nesso reale delle cose indipendente
dalle nostre funzioni razionali, se essa stessa prescrivesse le eue leggi al
nostro intelletto, noi non ne avremmo che una conoscenza empirica,
insufficiente ; possiamo avero invece una conoscenza universale © necessaria,
in quanto le nostre forme concettuali della sintesi doterminano la natura
stessa, in quanto cioè è il nostro intelletto che prescrive ad ossa lo suo leggi.
Ma questa è la natura solo in quanto essa appare al nostro pensiero. quindi una
conoscenza a priori della natura è possibile solo so anche il nesso, che noi
pensiamo fra le intuizioni, 1025 Sor sia nd più nd meno che il nostro modo di
pensare la natara: anche i rapporti concettuali, in cui la natura è oggetto
della nostra conoscenza, nom possono essere che fenomeni. I concetti
riassuntivi del pensiero contemporaneo, risultato della critica kantiana,
intorno alla natura, ai limiti, all'oggetto ο al valore della scienza, possono
ridursi a tre: 1° la scienza umana riguarda soltanto i fenomeni, vale a dire il
campo del sensibile; ciò è la conseguenza della negazione della possibilità di
una conoscenza a priori trascendente l’esperienza; 2° la scienza non è una
trascrizione della realtà ma una costruzione ideale, astratta, e il suo valore
consisto nell’ essere i suoi astratti generali una trasformazione dei concreti
sensibili, dei fatti reali, per cui il mondo del senso si trasforma nel mondo
del pensiero, il particolare nell’ univorsalo; 3° il valore della scienza, © la
sua certezza, consistono appunto nell’ essere lo sue astrazioni costituite
dagli elementi dell’ esperienza sensibile, nei quali possono essere risolti e
dai quali traggono la loro verità, Dicesi
dottrina della scienza media, la dottrina con la quale il Molinos, e i Gesuiti
in generale, tentano conciliare la libertà del volere umano con la provvidenza
e la prescienza divina. Dio non conosce soltanto ciò che è semplicemente
possibile e ciò che avviene attualmente, ma conosce anche ciò che è
condizionatamente possibile, vale a dire ciò che sta fra la pura possibilità e
l'attualità: la prima è in Dio semplice intelligenza, la seconda è visione, la
terza è scienza media o condizionata. Le azioni umane sono di questa terza
specie, cioè condizionatamente possibili: tuttavia sono libere, ο Dio, che le
ha prevedute, predispone anche la grazia che spetta a ciascuna di ease. Con l’espressione Wissenschaftslehre, dottrina
della scienza, il Fichte indicò il proprio sistema, in quanto esso è costruito
sopra una riflessione avente per oggetto le fasi immanenti di sviluppo del
sapere: « La dottrina della scienza dev’ essere una storia pragmatica dello
spirito umano ». 65 RanzoLI, Dirion. di
scienze Alosoficha. Sco 1026 L’ espressione è poi rimasta nel linguaggio
filosofico, ma con diverso significato : con essa infatti si designa oggi ciò
che dicesi anche episfemologia, ossia lo studio dei principi comuni delle
scienze, dei loro oggetti e dei loro metodi. Cfr. Aristotele, Anal. post., I, 3, Τ1 a, 21; Id., Met., I, 9812, 5; Cr. Wolff, Logica,
1732, Disc. prael. $ 30; Kant, Me taph. Anfangegrinde d. Naturwissensohaft, 1786; H. Cohen, Kante Theorie à.
Erfahrung, 1871; E. Naville, Nouvelle class. des soienoes, 33 ed. 1901 ;
Pearson, Grammar of science, 33 ed. 1899; L. Favre, L'organisation de la
science, 1900 ; Poincaré, La valeur de la science, 1908; C. Frenzel, Ueber die
Grudlagon d. exaoten Naturwissenschaften, ; F. De Sarlo, Le modificazioni nella
conossione della scienza, « Cultura filosofica », maggio 1907 (v. dommatiemo,
economica teoria, empiriocriticismo, ipotesi, legge, filosofia, metafisica,
classificazione dello scienze). Boolastion. T. Scholastik; I. Soholastio; F.
Soolastique. Il secondo dei due grandi periodi in cui dividesi la filosofia
medievale, e va dall’ 800 al 1400; il primo è rappresentato dalla Patristica,
Questo secondo periodo, che #’ inizia con Scoto Erigena, distinguesi nettamente
dal primo, poichè mentre i Patres eoolesiae movevano direttamente dalla
rivelazione, i dootores della Scuola prendon le mosse dal domms, vale a dire
dalla rivelazione già elaborata; mentre i primi avevano rivolto ogni loro
studio nel formulare un domma solo, i secondi mirano a organizzare l’insieme
dei dommi; mentre la Patristica si svolse massimamente tra i popoli dell’
Oriente, la Scolastica si svolse tra i popoli dell’ Oceidente, ed ebbe per
centro Parigi. Però così l'una come l’ altra dottrina s'accordano in un punto:
nel prendere cioè le mosse da una proposizione imposta e accettata como verità
assoluta, Rispetto alla filosofia dei Santi Padri quella della Scuola
rappresenta, secondo alcuni, un regresso. in quanto è ancora più schiava della
religione, e fa nm parte ancora minore alla ragione e alla scienza. Secondo 1027
Sco altri rappresenta invece un progresso, in quanto comincia col porre
una distinzione tra il domma, o l'oggetto, e il sapere soggettivo ο il
ragionamento, ο quindi tra il credere e l’intendere: da ciò lo sdoppiamento
dell’ unica verità in verità di fede e verità di ragione, le quali, dopo essere
procedute d’accordo per un certo tempo, daranno poi luogo alla lotta che finirà
con la vittoria definitiva della ragione. La Scolastica si divide in tre
periodi: il _ primo va da Scoto Erigena a S. Anselmo di Aosta, od è
caratterizzato dalla prevalenza data alla ragione sulla fede; nel secondo, che
va da S. Anselmo a Duns Scoto, è dato invece il primato alla fede sulla
ragione; il terzo va da Duns Scoto a Occam, e rappresenta la dissoluzione della
Scolastica, Più fiorente di tutti è il secondo periodo, in cui endono le
controversie tra realisti e nominalisti ed ha per massimo rappresentante S.
Tommaso d’Aquino. Cfr. Karl Werner, Die Scholastik d. apat. Mittelalters, 1881; A. Stökl,
Geschichte d. Phil. d. Mittelalters, 1864-66; B. Hauréan, Histoire de la phil,
scolastique, 1872; De Wulf, Histoire de la phil. médiévale, 4* ed. 1912. Bootismo. T. Scotiemue; I. Scotism; F.
Scotieme. Il sistema e la scuola filosofica di Giovanni Duns Scoto; si oppone
al tomismo, sistema 9 scuola di Β. Tommaso. Lo scotismo è caratterizzato dalla
tendenza a separare profondamente la teologia, disciplina pratica, dalla
filosofia, pura teoria; a porre il principio d’ individuazione non già nella
materia, come Β. Tommaso e Aristotele, ma nella forma, in quanto afferma
esistere in ogni essere, distinti I’ uno dall’altro non solo virtualmente ma
formalmente, il carattero generale, lo specifico e l’individuale, ossia ciò che
lo Scoto chiama haeoceitas © che fa essere un individuo quel tale e determinato
essere. Ma ciò che distingue ancora più profondamente lo scotismo dal tomismo è
il suo indeterminismo volontaristico, che 8’ oppone al determismo
intellettualistico di 8. Tommaso, Secondo quest’ ultimo l’intelletto Sco 1028 è
quello che comprende ciò che è bene, e siccome la volontà ‘ tende
necessariamente al bene, così la volontà dipende dal1 intelletto ; invece per
lo Scoto la volontà, essendo la forza fondamentale dell'anima, non subisce la
costrizione dell’intelletto, bensì determina essa lo sviluppo delle attività
intellettive, intervenendo a rendere chiare ed intense quelle tra le
rappresentazioni alle quali essa rivolge la sua attenzione: la volontà, non
l'intelletto, è sempre rivolta al bene come tale, e solo cémpito dell’ intelletto
è dimostrare dove il bene sin nel caso singolo. Cfr. W. Kahl, Die Lekre rom
Primat des Willene bei Augustinus, Dune Sootus und Descartes, 1886; H. Siebeck,
Die Willenslehre bei Dune Scotus und seinen Nachfolgern, in « Zeitschr. £.
Philos. u. philos. Krit. », volume 112, p. 179 segg. (v. indiriduazione,
intollettualiemo, rolontariemo). Scotomi. Specie di allucinazione delle vista,
per cui gli oggetti appsiono di color nero ο si vedono macchie nerastro
immobili; è dovute all’alterasione di una parte più o meno estesa della retina,
In altri casi, per alterazioni centrali, si ha il cosidetto scotoma
scintillante (blindheadache degli inglesi); l’individno crede di vedere una
specie di atmosfera in movimento circoscritta da lineo speszate © colorate,
oppure una pioggia di scintille o figure simili a ruote infuocate, ο più spesso
linee luminose a zig-zag, come oro splendonte e stendentesi a poco a poco alla
linea mediana, che di rado oltrepassano. Cfr. Wundt, Grundsüge d. physiol, Peyohol., 1902, vol.
II (v. illusione). Scozsismo. T. Soottischo Philosophie; I. Scottish
Philoaophy; F. Philosophie écossaise. O filosofia scossese, 0 ancora filosofia
del senso comune; scuola fondata nel settecento da Tommaso Reid, e continuata
dal Ferguson, Dugal Steward, Tommaso Browe e William Hamilton (1788-1856). I concetti fondamentali di questa scuola si
possono riassumere così: gli oggetti esterni ci sono dati da un suggerimento
immediato sn cui si fonda la nostra certessa; codesto suggeri 1029 Scu-Sec mento è il senso comune, i cui
principi sono accettati naturalmente e spontaneamente da tutti gli uomini; la
filosofia e la scienza debbono procedere con metodo sperimentale, ο la prima si
costituisce stadiando con l’introspezione le cause e le leggi dei fatti
interni. Cfr. Mac Cosh, The soottish philosophy, 1875; E. Grimm, Zur Gesch. des
Erkenntnisproblem von Bacon su Hume, 1890; G. L. Arrighi, L'equiroco
fondamentale della filosofia scozsese, « Cultura filosofica », maggio 1913 (v.
peroasionismo, concezioniemo). Scuola (la). Talora si designa con questo nome
la filosofica scolastica, che viene anche indicata con l’ espressione filosofia
della souola. Secondarie (qualità). T. Secunddren Qualitäten; I. Secundary qualities ; F.
Qualités seoundaires. Le qualità
primarie dei corpi sono quelle senza le quali i corpi non possono concepirsi,
come la figura, la estensione, la resistenza. Le secondarie sono quelle che si
possono sopprimere, senza sopprimere nello stesso tempo la nozione dei corpi,
come il sapore, 1’ odore, il colore. Secondo il Locke, le qualità primarie
appartengono ai corpi in sò, © di esse le nostre sensazioni costituiscono le
copie fedeli; le secondarie sono invece relative, sono copie senza originali,
poichè nei corpi nulla v'è di simile. Si dicono secondarie immediate se si
riferiscono a noi, e tali sono tutte le qualità senbibili; secondarie mediate
se si riferiscono tra loro, e tali sono le forze, ciod le relazioni che
intercedono tra le qualità di un corpo e quelle di un altro. La distinzione fra
le qualità primarie ο realmente esistenti e le secondarie o relative risale
agli atomisti greci. Hamilton pose come intermediarie fra le qualità primarie e
le secondarie un nuovo gruppo di qualità, ch’ egli denominò secondo-primarie;
esse sono costituite dalle proprietà meccaniche delle cose, come la massa © la
resistenza, e vengono conosciute sia immediatamente, come oggetti di
percezione, sin mediatamente come cause di sensazioni. Cfr. Locke, Essay, 1879, IT,
cap. 8, 48, 9, 10; Βκο-θκα 1030 Hamilton, Dissertations on Reid, 1863, vol. II, p. 845 seg. (v. qualità). Secundum quid.
Termine degli scolastici, con cui designavano il senso particolare o il
particolare rispetto secondo il quale un vocabolo è preso. La cosa considerata
sotto un rispetto particolare rimane limitata e ristretta, quindi ciò che
convieno a questa in quanto è così ristretta non conviene sempre alla cosa
presa semplicemento ; molti sofiemi si fondano infatti su questo cangiamento di
senso. Cfr. Rosmini, Logica, 1853, $ 1740. Segmentale (ieoria). La dottrina
fondata nel 1827 da Moquin Tandon e Dugèt, secondo la quale gli animali
risultano da una serie di aggregati morfologici complessi. zoomiti 0 metameri,
ciascuno dei quali rappresenta e ripete in compendio l’organizzazione dell’
animale a cui appartiene. Essa ha assunto oggi importanza anche psicologica.
per il fatto che si cerca di spiegare con essa i fenomeni di disgregazione
della personalità, di sdoppiamento della coscienza, d’ipnosi sperimentale,
nonchè i rapporti che normalmente interoedono in ogni individuo tra io
sabeosciente ο subliminale © io cosciente o supraliminale. La dottrina
segmontalo ha le sue basi nell’ anatomia ο nell’ombriologia: il sistema osseo ©
muscolare, il sistema nerveo © la cute dei vertebrati, presentano nei primi
stadi di sviluppo ο in tutta la vita, in alcune parti o in tutto l'organismo,
una divisione più o meno manifesta in segmenté simili disposti in serio
lineare, Salendo In scala animale I’ unificazione dei vari segmenti, operata
specialmente dal sistema nervoso, si va facondo sempre maggiore fino a
raggiungere il suo massimo nell’uomo; ma anche in esso la centralizzazione dei
segmenti da cni originariamente deriva l’encefalo, se quasi completa dal punto
di vista anatomico, è imperfettissima dal punto di vista fisiologico, come è
mostrato dalla moderna dottrina delle localizzazioni cerebrali. Questa
incompleta coordinazione funzionale dei
1031 Ska segmenti che concorrono
a formare la personalità unitaria, si rivela psicologicamente nei fenomeni
sopra ricordati, e nelle incoerenze e irregolarità di condotta e di carattere
proprie specialmente della prima gioventù, quando l’attività funzionale dell’
encefalo è ancora incompleta. Cfr. Max Dessoir, Das doppelt-Ich, 1896; Boris
Sidis, Studios in montal dissociation, 1902; Luciani, Fisiologia dell’uomo,
1913, vol. IV. Segni locali. T. Lokalzeichen ; I. Local sign; F. Signes locaux.
Lu dottrina con cui prima il Lotze, poi il Wundt cercarono di spiegare la
localizzazione della sensazione v della percezione. Ogni percezione 0 sensazione
è riferita a una certa parto del corpo, se tattile o interna, e a una certa
parte del campo visuale se visiva. Perchè ciò avvenga, bisogna che ogni punto
della pelle ο della retina abbia un carattere proprio, e si distingua
qualitativamente da ogni altro punto. Ora, codesto carattere speciale, che dà
alla sensazione il posto particolare e determinato che l’eccitazione viene a
colpire, è quello che il Lotze chiama segno locale della sensazione. Esso non è
altro che una sensazione secondaria, che accompagna la sensazione principale, e
che varia col variare del punto toccato dalla eccitazione. In quanto al tatto,
i segni locali sarebbero determinati, secondo il Lotze, dalla differenza di
spessore © di tensione della pelle; per la vista consisterebbero nelle
impulsioni motrici che variano secondo ogni punto, e che tendono a volgere
l’occhio in modo che la eccitazione luminosa cada sulla fossa centrale. Cfr.
Lotze, Mikrokormus, 1884, I, 332segg.; Id., Medicinische Psychologie, 1852, p.
296 segg.; Helmholtz, Physiol. Optik, 1886, p. 539 segg.; Wundt, Grundriss &. Peyoh., 1896, p. 129
segg. (v. atlante). Segregazione
(teoria della). La teoria che Maurizio Wagner voleva sostituire a quella della
selezione naturale, da lui ritenuta insufficiente a spiegare I’ origine delle
forme organiche. Quando un gruppo di individui, che offrono fra loro certe
particolari analogie fisiologiche ο morfologiche, SEL 1032
emigra dalla madre patria in altri pnesi, si forma da ουdesto gruppo una
nuova specie con un processo di segregazione ο di isolamento naturale; ciò per
le diverse coudizioni di vita ο per la necessità di riprodursi mediante unioni
che sccentuano sempre più quelle date particolarità. Più che una teoria a sè, i
biologi considerano questa del Wagnor come una integrazione della teoria
darwiniana della selezione naturale. Cfr. M. Wagner, Die Entstehung d. Arlen durch
räumlichen Sonderung, 1889 (v. atlante). Selezione. T. Auswahl, Selektion ; I. Seleotion; F. Sélection. Significa
in generale scelta, in particolare il processo onde, nella lotta per 1)
esistenza che gli organismi devono sostenere per la sproporzione completa fra
il loro acerescimento e la misura del mezzo di nutrizione disponibile,
sopravvivono quelli la cui variazione è rispetto ad essi favorevole, cioè conforme
allo scopo. La selesione artificiale è la scelta con la quale gli agricoltori e
gli allevatori perfezionano le razze vegetali e animali. Essa si fonda su due
proprietà fondamentali degli organismi, la variabilità ο l'ereditarietà : fra
gli individui di una specie alcuni presentano più degli altri la prevalenza di
dati caratteri ; sciogliendo per la riproduzione soltanto questi individui,
dopo un certo numero di generazioni, in base alla eredità che accumula €
trasmette, si avranno prodotti in oni tali caratteri sono al massimo grado
spiccati. Accanto alla artificiale, Darwin ha mostrato esistere anche una
selezione naturale, determinata dalla « lotta per lu vita » che rappresenta
nella natura cid che nella selezione artificiale è rappresentato dalla volontà
deliberata dell’uomo: ogni organismo, sia animale cho, vegetale, deve lottare
per raggiungere le necessarie condizioni di esistenza; in tale lotta
sopravvivono e si riproducono soltanto gli individui più adatti, cosicchè nella
serie delle generazioni si hanno individui che presentano progressivamente
caratteri sempre più perfetti. Casi particolari della solezione naturale sono:
In selezione aresale. 1033 SEM determinata dalla lotta fra i concorrenti
per ottenere gli animali dell’ altro sesso; la selezione omooroma, che
determina in molti animali la stessa colorazione dell’ ambiente in cui vivono;
la selezione cellulare, data dalla lotta fra le cellule d’uno stesso individuo,
per cui sopravvivono i tessuti ο gli organi più adatti. Il Weismann distingue
la eelesione personale © la selezione di gruppo: la prima è il sopravvivere di
individui forniti di caratteri d’ adattamento sufficienti a renderli capaci di
sfaggire all’ eliminazione, la seconda il sopravvivere di gruppi animali in
virtù di adattamenti risultanti da relazioni coordinate nel gruppo stesso. Il
Weismann chiama selezione germinale il fatto che nella sostanza germinale i «
determinanti » di certi caratteri assorbono nutrimento più rapidamente di
quelli di altri caratteri e producono in tal modo discendenti più forti. Il
Baldwin chiama selezione funzionale il processo con cui gli individui, mediante
prove ripetute ed errori, giungono a compiere quei movimenti con eni possono
ottenere utili risultati. Cfr. Darwin, Origin of species, 1859; Weismann, Das
Keimplasma, eine newe Theorie der Vererbung, 1894 ; Baldwin, Developement and
evolution, 1902; Plate Ludwig, Ueber die Bedeutung des darwinischen
Belektionsprinzip, 1903; P. Jacoby, Études sur la selection, 2* ed. 1905.
Semantica o Semasiologia. T. Semantik; I. Semantice ; F. Sémantique. Detta
anche semiotica dal greco σῆμα = segno. È la dottrina del significato storico
delle parole, la ricerca sistematica delle variazioni e dello sviluppo del
senso dei vocaboli. Nella medicina semiotica ο semiologia è la scienza dei
segni ο sintomi delle malattie. Locke usò la parola semiotica in un senso più
largo, ciod quale scienza dell’uso © del significato delle parole © dei segni
in generale. Con l’espressione concezione semiotica della conoscenza si indicano
tutte le dottrine gnoseologiche, le quali non identificano la conoscenza con la
realtà, nè la considerano come un’ arbitraria costruzione della mente, ma la
rignardano come SEM 1034 un segno mentale rispetto a ciò che è posto
como indipeudente dal soggetto conoscente, segno costituito di processi e forme
logiche (concetti, giudizi) che si formano naturalmente ο in virtà dei quali la
realtà diventa intelligibile; ver tale dottrina la conoscenza è dunque diversa
da ciò cho semplicemente è, ma è connessa organicamente con la realtà, in
quanto per opera sua la realtà stessa (che è conoscenza solo potenzialmente,
civd attitudino ad essere cunosciuta) diventa di fatto conoscenza: in altre
parole la realtà, pure non assorbendosi nella nostra rappresentazione mentale,
pnd essere raggiunta solo attraverso tale rappresentazione e deve quindi
possedere certe condizioni, lo quali, trovandosi in rapporto con la mente,
dànno la conoscenza: «Il progressivo sviluppo della conoscenza, dice il De
Sarlo, è determinato dal bisogno di fissare tutto ciò che vi ha di conforme
alla ragione, o quindi di assimilabile da essa, mediante la traduzione in
rapporti razionali della realtà, presa questa nel più largo senso... Trovare
nella realtà ciò che la monte s'aspetta ed esige da essa, eoco il eémpito della
scienza nel suo divenire. Il che però non vuol dire che lu scienza 8 misura che
diviene più profonda e completa, non riconosca l’ impossibilità di risolvere la
realtà nell’ intelligenza ο di cancellare ogni differenza tra conoscenza od
obbietto, tra pensiero ed essere ». Cfr. Locke, Eway, 1877, 1. IV, cap. 21, $4;
Trench, Study of words, 1888; Bréal, Essai de sémantique, 1901; Fries, System
der Logik, 1837, p. 370; Do Sarlo, 1 problemi gnoseologioi nella filosofia
contemporanea, « Cult. filosofica », novembre 1910. Semetipsismo. T.
Solipsismus; F. Soliprism; F. Solipsieme. O psicomonismo, o anche solipsismo. E
1’ esageraziono dell’ idealismo: posto che il mondo esteriore non è altro che
la rappresentazione stessa che è in noi, posto che l’esistenza dei corpi si
riduce al loro essere perecpiti, se ne ricava la conseguenza che il soggetto
pensanto non può affermare alcuna esistenza fuori della sua 1035
SEM osistenza personale, e che anche gli altri soggetti pensanti non
esistono se non in quanto sono in lui rappresentati ο rappresentabili. II
solipsista nega quindi non la sola materialità, me anche ogni personalità
distinta dalla sua, ogni psichicità che non sia un fatto della sua coscienza.
Lo Schopenhauer cita questa formula del solipsista: Hae omnes creaturae in
totum ego sum, et praeter me one aliud non est, οἱ omnia ego creata foci. Il
Bradley espone così la posizione del solipsismo : « Io non posso trascendero 1’
esperienza, 0 l’esperienza non può essero che la mia esperienza. Da ciò
consegue che nulla esiste al di fuori del mio io, perchè ciò che è ospàrienza è
stato del mio io >. Questa posizione è sostenuta oggi da alcuni seguaci
della filosofia dell’ immanenza, od es. dallo Schubert-Soldern, il quale dico
che guoseologicamente, non praticamente, il solipsiamo è inconfutabile: « Per
la teoria della conoscenza il mondo non è altro che ciò cho è dato
immediatamente nel complesso della coscienza (Berusstscinezusammenkang).... È
vuota pretesa quella di andar oltro.... La coscienza è rilevabile soltanto per
il contenuto; nulla è per sì, nè come cosa nè come proprieta,... cioè come la
cosa atta ad avere coscienza di altre cose ». Kant adopera il vocabolo
solipsismo in senso morale, per indicare l’egoismo pratico, 1’ amore esclusivo
di sè stessi. Cfr. Schopenhauer, Parerg., 11,1,$13; Bradley, 4ppearance and
reality, 1902, p. 248 ; Schubert-Soldern, Grundlagen d. Erkenntnistheorie,
1884, p. 64-67; Schuppe, £rkenntnistheoretische Logik, 1878, p. 63, 69; J.
Potzoldt, Dax Weltproblem vom positivistischem Standpunkt aus, 1908, p. 98;
Renouvier, Les dilemmer de la métaph., 1901, p. 210; VILLA (vedasi),
L'idealiemo moderno; F. . δ. Schiller, Solipsism, « Mind », aprile 1909 (v.
fenomenismo, idealismo). Semplice. Quosto vocabolo pud-csser preso in vari siIn
primo luogo è adoperato por escludere In mol-, © in questo senso equivale ad
unico; in serondo Ben 1036 luogo è preso per escludere 1’ estensione, ο
in quosto senso equivale à inesteso; infine è adoprato per escludere la materialità,
ο allora equivale a incorporeo ο spirituale. Quando si dice che l’anima è
semplice, la parola è presa in tutti 9 tre questi significati. Nella logioa
diconsi tali, per opposizione ai composti, quei giudizi i cui termini sono
concetti, © che non possono quindi risolversi in altri giudizi. Cfr. Rosmini,
Psicologia, 1846, vol. I, p. 212 sogg. Sensazione. T. Empfindung; I. Sensation;
1. Sensation. Nel suo significato preciso è il fatto psichico elementare. ©
consiste nella coscienza d’ una modificazione avvenuta nel proprio organismo in
seguito ad una stimolazione interna o esterna, Perciò è stata generalmento
concepita ¢ definita come passività; così per 8. Agostino è pasrio corporis por
se ipsam non latens animam ; per Campanella passio per quam soimus quod est,
quod agit in nos, quoniam similem sibi entitatem in nobis faoit; per Condillac
l’anima « è passiva nel momento nel quale prova una sensazione, perchè la causa
che Is produce è fuori di lei». Per Hobbes invece la sensazione è un’ imagine
prodotta dalla reazione degli organi di senso contro una impressione dall’
esterno : Sensio est ab organi sensorti conatu ad extra qui generatur a conatu
ab obiecto versus interna, eoque aliquandiu manente per reactionem factum
phantasma. Per Kant è « una percezione che si riferisce solamente al soggetto
come modificazione del suo stato ». Per il Bain è « una impressione mentale, un
sentimento ο stato cosciente, risultente dall'azione di cose esterne su qualche
parte del corpo, detta per tal ragione sensitiva ». Per il Sergi è « un fonomeno
che si produce quando la forza psichica è provocata ad agire dalla forza
esteriore della natura, in un modo che le è proprio, con una manifestazione
comune e costante ». Per il Masci « uno stato di coscienza correlativo alla
eccitazione di una fibra norvosa afferente prodotta da uno stimolo, ad esa
esterno, anlla ana torminaziono, la quale eccitazione ai pro 1037 Sen paghi fino ai centri sensitivi della
corteccia cerebrale ». Per il Wundt è « quello stato della nostra coscienza,
che non può essere scomposto in parti più semplici »; perciò la sensazione purs
è un’astrazione, ed è indefinibile come dice anche Mae Cosh: « la sensazione
non è positivamente definibile; ciò dipende dal suo essere una semplice
qualità, © dal non esservi nulla di più semplice in cui possa essere scomposta
». Di essa si può dire soltanto che è il primo fatto interno, conosciuto senza
intermediari, accompagnato da imagini associate che lo localizzano, eccitato da
un certo stato dei nervi ο dei centri nervosi, stato sconosciuto e che è
ordinariamente provocato in noi dall’ urto degli oggetti esteriori. Alcune
volte il vocabolo sensazione è usato per designare il fatto psichico in
generale, ο quella qualsiasi modificazione dell’ io determinata da uno stimolo
sia interno ed esterno che intercerebrale: in quest’ ultimo caso si usa anche
I’ espressione di sensazione riprodotta ο imagine. Altre volte è preso in
significato ristretto opponendolo @ percezione: in tal caso per sensazione si
designa sia il fenomeno affettivo distinto dal fenomeno intellettuale, sia lo
stato puramente soggettivo distinto dallo stato conoscitivo, in cui ciod si ha
I’ esplicito riferimento del soggetto all'oggetto. Spesso si confondono le
proprietà dell'oggetto (qualità sensibili) con le sensazioni che appartengono
al soggetto: così coi vocaboli sapore, odore, suono si designa tanto una
proprietà, più o meno conosciuta, dei corpi, delle particelle liquide ο
volatili, delle vibrazioni aeree o luminose, quanto le specie ben note delle
sensazioni che tali corpi, particelle e vibrazioni eccitano in noi. Non bisogna
confondere, se non si vnol cadere in un grossolano materialismo, la sensazione
col funzionamento dei nervi e dei centri nervosi che ne sono la condizione: il
primo è un fatto psicologico, il secondo un fatto fisiologico, quello ci è noto
immedistamente e completamente, questo è constatato indirettamente,
incompletamente, e ancor oggi assai SEN
1038 pooo conosciuto. Diconsi sensazioni
interne 0 della cita organioa quelle che ci avvertono di uno speciale mutamento
dovuto alle condizioni interne dei nostri organi, indipendentemente da stimoli
esteriori (fame, sete, fatica, nevralgia, eco.); sensazioni esterno ο
periferiche ο obbiettire quelle che provengono da un organo situato alla
periferia del corpo ο riflottono un cangiamento del mondo esteriore: sensazioni
soggettice, quelle che provengono da un organe esterno di senso ma riflettono
un mutamento avvenuto nelP organo stesso (scotomi, fosfeno, ecc.). Le
sensazioni si distinguono anche in sensoriali © sensitive: le prime sono quelle
che hanno sede nel capo, in organi speciali, connessi direttamente col cervello
per mezzo di nervi afferenti di breve decorso; le seconde quelle che mancano di
apparati terminali delimitati, ο i cui nervi conduttori si diffondono per il
corpo, agli organi interni e alla superficie esterna. Dicosi sero della
sensazione il minimo di eccitazione necessario a produrla; qualità della
sensazione il contenuto della sensazione stessa, suono, sapore, eco., deter.
minato dalla struttura dei diversi organi, e dalla qualità e intensità degli
stimoli; quantità della sensazione l’intensità della sensazione stessa,
dipendente dall’ intensità degli stimoli; tono o colorito della sensazione il
grado di piacere ο di dolore che ncoompagna la sensazione. Cfr. 8. Agostino, De
quant. animo, 25; Campanella, Universalis philos., 1638. 1, 1v, 1, 2;
Condillac, Traité des sensations, 1886, I, cap. 11, $ 11; Hobbes, Lev., I, 1;
Kant, Krit. d. r. Ῥ., ed. Kebrbach. 278;
Bain, Mental science, 1884, p. 27; Sergi, La Ροψολοῖ. phyeiol., trad, franc. 1888, p. 17; Wandt, Grundries d.
Payc.. 1896, p. 45; Μο Cosh, Exam. of S. Milde
philosophy, 1866, p. 71; Mach, Analisi delle eensazioni, trad. it. 1903, cap. I: Höflding, Psychologie, trad. franc. 1900, p.
129 segg.; Ma. sci, Psicologia; Ardigò, Opere fil., I, 200 segg. III, 76 segg.,
V, 50 segg. (v. eooitasione, elementi prichici, Sacoltà, stimolo, peichioi
fatti, ecc.). 1039 SEN Sensibile. T. Sensibel, Empfndlich; I.
Sensible; F. Sensible, Quando è opposto a intelligibile designa tutto ciò che
può divenire oggetto di percezione, vale a dire il mondo dei fenomeni; per
opposizione a ciò che è oggetto dell’ intendimento puro, ossia il mondo delle
idee e delle relazioni astratte. Gli scolastici distinguevano le speci sensibili
e le speci intelligibili; la specie sensibile era distinta a sua volta in
impressa ed espressa. Por specie impressa s’ intendeva Vimagind degli oggetti,
che si forma per l’azione da essi esercitata sui sensi © per l’attività dei
sensi stessi, cho aspirano al loro completo sviluppo; questa prima imagine,
agendo sul senso interno, dà luogo a sna volta ad una 80conda imagine, espressa
in qualche modo dalla prima e detta perciò espressa, ossia la sensaziono. A
questo punto termina 1’ officio della sensibilità ο comincia quello dell’
intelletto : 1’ imagine sensibile è accolta infatti dall’ intelletto attivo,
che la spoglia dalle sue condizioni materi ibuti fisici, e la trasmette quindi,
divenuta ormai specio intelligibile, all’ intelletto passivo. Gli scolastici distinguevano poi tre sorta di
sensibili: i sensibili comuni, fonomeni che possono essere percepiti con
diversi sensi, come il movimento e la figura; i sensibili propri, che non
possono essere percepiti che da un solo senso, come il suono, il sapore, il
colore; i sensibili per accidente, che sono sensazioni risvegliate per mezzo di
altre sensazioni. Cfr. A. Stöckl, Geschichte der Phil. des Mittelalters,
1864-66; S. Tommaso, Sum. phil., I, qu. 46, 85, 2; Id., Contra gent., I, 46;
Duns Scoto, Quaent. de rer. prine., 14, 3; Goclenio, Lex. phil., 1613, p. 1068
segg. Sensibilità. T. Empfindlichkeit, Sensibilität; I. Sensibility; F.
Sensibilité, Nel suo significato più generale designa In facoltà di sentire,
ciod di avvertire le modificazioni che avvengono nel proprio organismo. Sotto
questo rispetto è dunque sinonimo di coscienza (nel suo significato più largo)
ο ad essa pure si connettono le questioni che ne riguardano l’origine, lo
sviluppo ο l'estensione: secondo alcuni à In Sen 1040
proprietà essenziale di ogni organismo, riconducendosi alla irritabilità
per cui la materia organica è capace di ricevere le eccitazioni e di
rispondervi con una reazione; secondo altri è una manifestazione dell’ anima o
spirito; per altri ancora è una proprietà generale dell’ essere o della
materia. Altre volte per sensibilità si intende: 1° la facoltà di provare
piacere o dolore, e in questo senso equivale ad afJettività, si oppone a
intelligenza © a volontà; 2° la facoltà non solo di sentire, ma anche di
percepire, di discriminare, di distinguere; 3° l'insieme di fenomeni complessi,
che contengono elementi intellettuali, come lo tendenze, le passioni, gli
appetiti. Dicesi sensibilità generale 1’ insieme delle sensazioni interne ο
della vita organica, © sensibilità ape ciale le sensazioni periferiche;
tuttavia molte volte per sensibilità generale o cenestesi si intende l'insieme
delle sensazioni così interne come esterne. Si suol anche distinguere la
sensibilità superficiale ο cutanea dalla sensibilità profonda o dei muscoli ©
tessuti interni; che queste due forme di sensibilità siano tra loro distinte,
e, in un certo grado, indipendenti, sarebbe dimostrato dal fatto che in alcuni
casi patologici la prina è completamente abolita mentre la seconda è
conservata, e da altri casi nei quali la sensibilità tattile e dolorifica della
cute permane mentre scompare quella dei tessuti profondi. Cfr. Wundt,
Grundstigo d,' physiol. Paychol., 8" ed., vol. I, p. 341; Beaunis, Les
sensations internes, 1889 (v. coscienza, senso, volontà, meccanismo, ilosoismo,
ecc.). Sensilli. Con questo nome vengono designati da alcuni fisiologi gli
organi specifici di senso, detti da altri esteti ο esteteri, Sensismo. T.
Sensualismus ; I. Sensationalism, Sonsualiem: F. Sensualieme. Non dovrebbe mai
confondersi nd col semsazionismo 0 sensazionalismo, nd col sensualismo. È
sensismo ogni indirizzo gnosoologico e filosofico che spiega colla sola
vansazione i fenomeni della intelligenza umana, ο fuori 1041
SEN della sensazione non riconosce altra fonte delle nostre conoscenze.
Il sensazionismo è una dottrina metafisica, che fa della sensazione 1’ elemento
costitutivo non solo della realtà psichica ma anche della realtà fisica; il
mondo è per esso un insieme di sensazioni, che stanno fra loro in determinati
rapporti, cosicchè non le sensazioni sono simVoli delle cose, ma al contrario
le cose sono un simbolo mentale per un complesso di sensazioni, le quali hanno
solo una stabilità relativa: i vari elementi di cui la realtà è costituita non
sono dunque gli oggetti, i corpi, le s0stanze, bensì i colori, i suoni, le
pressioni, gli spazi, le durate (Mach, Petzoldt, Avenarius). Per sensualismo 8’
intende invece, nella lingua italiana sia comune sia filosofica, ogni indirizzo
edonistico della morale, ogni dottrina che identifica il bene col piacere
sensibile. Il sensismo si oppone al nativiemo ο innatiemo, che considera alcune
idee fondamentali (ad es. di spazio, di tempo, di infinito, eco.) come
anteriori ad ogni esperienza sensibile, e al razionalismo, che considera i principî
supremi di ragione (ad es. quelli di causa, di sostanza, di identità, di
ragione sufficiente, eco.) come irreducibili all'esperienza. Il sensismo si
distingue dall’ empirismo, col quale è spesso confuso, in quanto questo fa
derivare tutte le nostre cognizioni da due sorgenti, e cioò dall’esperienza
esterna, ossia dalla sensazione, e dall’esperienza interna, ossia dalla
riflessione; e dal materialismo, che consiste nel negare l’esistenza dell’
anima come sostanza spirituale, mentre nel sensismo questa negazione non è
necessaria, Uno dei massimi rappresentanti del sensismo puro fu il Condillao,
il quale pure ammettendo l'esistenza di Dio e Vimmortalita dell’anims, fa
derivare dalla elaborazione meccanica delle sensazioni tutte le attività dello
spirito, che egli riduco a due ordini: intellettive, cioè attenzione, memoria,
giudizio, raziocinio, e affettite, cioè il desiderio, le passioni e la volontà.
Ma il sensismo è dottrina molto antica ο risale alla stessa origine della
filosofia. Tutti i filosofi greci del pe66
RanzoLI, Dizion. di sotenze filosofiche, SEN 1042
riodo cosmologico sono sensisti. Malgrado la differenza da essi posta
tra l’esperienza sensibile e la riflessione, tra la verità © l’opinione (δόξα),
non ammettono che una sola porta dalla quale il sapere penetra nell’ uomo: la
porta dei sensi: « Eraclito non sa indicaroi, dice Windelband, una differenza
psicologica tra percepire e pensare, così recisamente in antitesi nei loro
valori gnoseologici ; e tanto meno Parmenide... Ancor più esplicitamente,
Empedocle dichiara che pensare 9 percepire sono la stessa cosa; che il
cambiamento del pensiero è dipendente da quello del corpo; e considera la
miscela del sangue come quella, che determina la capacità intellettuale
dell’uomo. Entrambi non esitarono a render più evidente questa concezione
mediante ipotesi fisiologiche. Parmenide, nella sua tisica ipotetica, insegnò
che l’uguale vien percepito da per tutto mediante l’uguale, ed Empedocle
sviluppò il pensiero che ogni elemento nel nostro corpo percepisce 1’ elemento
uguale nel mondo esteriore... Questi razionalisti metafisici rappresentano
tutti, nella loro psicologia, un grossolano senewaliemo ». In seguito il
sensismo ricompare con Protagora, per il quale l’anima non è nalla fuorchè
sensazione; con gli Stoici, che considerano la coscienza come una tabula rasa
che il senso riempie dei suoi caratteri; con gli Epicurei, che fanno originare
la conoscenza unicamente dalle sensazioni; con Campanella, per il quale omnes
seneus simul causant totius rei cognitionem ; con Bacone, Hobbes, Montaigne,
che sostengono pure l’origine sensibile d’ ogni stato ο fatto della 00scienza.
« La sensazione è il principio della conoscenza, dice Hobbes, e ogni specie di
sapere ne deriva. La sensane stessa non è altra cosa che un movimento ‘di certe
parti che esistono all’interno dell’ essere senziente, © queste parti sono
quelle degli organi col cui aiuto noi sentiamo. La memoria consiste nel sentire
ciò che si è sentito. Quanto alla imaginasione, essa è la sensazione continuata,
Sevolita ». Nel pensiero contemporaneo il sensismo 1043
SEN ha un geniale rappresentante in Roberto Ardigò, che alla sensazione
riconduce così le formazioni psicologiche come i ritmi logici © le idealità
morali. Cfr. Windelband, Storia della filosofia, trad. it. 1913, I, p. 79-81,
112, 257 sogg.; Campanella, Univ. phil., 1638, I, 194; Bacone, Nov. Org., 1,
41; Hobbes, Human καὶ., cap. X, $ 3; Locke, Essay, 1858, II, osp. I, $ 2 segg.;
Condillac, Extrait raie. ed. par Lyon, 1886, p. 35-10 (v. idea, empiriooritiolemo,
esperienza, nativiemo, ragione). Sensitivo. T. Empfindlich ; I. Sensitive; F.
Soneitif. Cid che appartiene alla sensibilità generale; non va confuso con
sensoriale, che designa tutto ciò che appartiene alla sensibilità speciale; si
oppone spesso a motore, che è tutto ciò che riguardala fanzione centrifuga o
efferente dei nervi. Nella classificazione dei caratteri, diconsi sensitivi ο
emotivi quelli nei quali predomina la sensibilità, 1’ impressionabilità, simili
a stromenti in perpetua vibrazione; gli individui sensitivi vivono sempre
interiormente, sono portati a provare maggior dolore per una lieve contrarietà
che piacere per una gran fortuna, e sono quindi nativamente in 1 pessim sino.
Diconsi fibre sensitive, quelle fibre nervose che conducono le impressioni
dalla periferia al centro; radioi sensitive, le radici posteriori dei nervi
rachidei ; fasoio sensitiro, quel cordone hianco del midollo spinale che #’
interna nell’ encefalo superiore, e stendendosi nella corona raggiante giunge
fino alla sostanza grigia degli emisferi cerebrali. Cfr. N. R. D’Alfonso, La
dottrina dei temperamenti nell'antichità ο ci mostri giorni, 1904 (v.
cenestesi). Il SENSO è la facoltà di provare uno certa classe di sensazioni. Si
distinguò perciò dalla sensibilità, che è, in generale, la facoltà di sentire;
alcune volte però è usato in luogo di sensibilità ed opposto ad intelligenza, E
si distingue anche dalla sensazione che è il fatto particolare di cui il senso
è la facoltà. Faoultas sentiendi sive sensus, dice Wolff, est facultas
percipiendi obieota externa mutationem organis sensoriis qua talibus
induoentia, convenienter mutations in organo faotac. Più brevemente Krug lo
definisce la facoltà della rappresentazione immediata; Hegel « il più semplice
sistema della corporeità specificata »; H. Ritter « la facoltà di accogliere
degli stimoli ». Si soglion chiamare specifici i cinque sensi esterni della
vista, dell’ udito, del gusto, dell’ odorato, e del tatto. Quest’ ultimo vien
anche designato con 1’ espressione di senso generale, perchè è il più esteso
sia nell’individuo, di cui occupa tutta la superficie del corpo, sia nella
specie, nella quale appare anche nei più infimi gradini; ο con l'espressione di
senso intellettuale, perchè esso ci fornisce, associandosi al senso muscolare e
visivo, le nozioni intellettuali di figura, volume, estensione, distanza, 900.
Il senso visivo ed auditivo vengono anche detti sensi estetici, perchè le
armonie dei colori e dei suoni ci procurano i godimenti estetici più intensi 6
completi. I sensi specifici furono anche distinti in mecognici e chimici, a
seconda che lo stimolo agisce come semplice movimento, oppure si trasforma
mediante un'azione chimica; sono meccanici l’udito e il tatto, chimici la
vista, l'olfatto ο il gusto. Con l’ espressione sesto senso, alcuni psicologi
designano talvolta il senso della direzione, ο il senso vitale, o quello
muscolare, essendo ciascuno considerato come aggiunto alla classificazione
tradizionale dei cinque sensi specifici.
La parola senso si usa anche in luogo di significato, di accezione d’ un
vocabolo ο d’una proposizione, © si suol distinguere in senso assoInto, quando
è preso semplicemente, relatito quando la cosa significata si considera sotto
un rispetto particolare, collettivo quando si riferisce ad un insieme di cose o
di individui, distributivo quando si riferisce a ciascuna delle parti d’un
tutto, diviso quando si riferisce ad un dato soggetto mediante qualche sua
qualità o relazione, composto quando la qualità o relazione con cui si denomina
la cosa entra essa stessa a formare il soggetto della proposizione. Perciò 1045
SEN i logici dicono sofismi del senso diviso quelle fallacie di
ragionamento, che si fondano sopra una proposizione la quale, presa in quel
senso, è falsa, e soflsmi del senso composto quelli che si fondano sopra una
proposizione che è falsa presa in quel senso, Nel linguaggio scolastico si
distinguono tre significati dell’ affermazione: in sensu formali, quando si
assevera ciò che entra nel concetto e nella definizione del soggetto, di cui si
assevera, ad es.: la giustizia è virtà in Dio con cui punisce la colpa e premia
il merito; in sensu pure reali 0 in sensu identico οἱ materiali, se si afferma
quel predicato che è identico col soggetto, ma non è del concetto detinitivo di
esso, e non è predicato quale aggettivo di quel concetto, ad es.: la giustizia
di Dio è misericordia; in sonen denominativo, quando si affermano quelle cose
che non appartengono al concetto definitivo dell’ essenza metafisica del
soggetto, ma ne sono proprietà accidentali ο secondarie. Cfr. Cr. Wolff, Peychologia
empirica, 1738, $ 67; Krug, Fundamentalphilosophie, 1818, p. 166; H. Ritter,
System d. Logik, 1856, vol. I, p.
181; Hegel, Encykl. im Grundrisse, 1870, $ 401 (v. atercognoatico,
cinestesiche). Senso comune. Gr. Κοινὴ αἴσθησις; Lat. Sensus communis; T.
Gemeineinn : I. Common sense; F. Sono commun. Si può definire come il consenso
di quasi tutti gli uomini in un insieme di credenze praticamento invincibili.
Tuttavia il valore di questa espressione varid assai nella storia della
filosofia. Secondo la dottrina aristotelica, nell’ interno dell’uomo v’ha
qualche cosa che giudica delle sensazioni, ο questo si chiama senso comune,
perchò non può giudicarne se egli da solo non sente ciò che sentono tutti gli
altri sensi; anche il senso particolare sente e giudica, ma soltanto nella
sfera delle cose sensibili che da Ini possono essere percepite, ο perciò seneus
proprius participat aliquid de virtute sensus communis. Per Cicerone il
consenso comune à il criterio della verità, in omni re consensus generis humani
pro ceritate habenda est. Avicenna definisce il senso comune come Sen 1046
quella capacità quae omnia sensu porcepta rocipit et (prope corum
formas) patitur, qua in ipea copulantur. Per il Descartes è sinonimo di buon
senso e di ragione, vale a dire di quella facoltà di ben ragionare che tutti
gli uomini posseggono, almeno virtualmente; egli lo definisce anche come
potentia ® imaginatrice cognoscere. Per il Vico invece è la stessa cosa di
Provvidenza, la cui azione, che egli fa intervenire tanto spesso nella sua
Scienza nuova, consiste « nel fare delle passioni degli uomini, tutti attenti
alle loro private utilità, per le quali viverebbero da fiere bestie dentro le
solitudini, gli ordini civili per li quali vivono in umane società». Anoor più
grande è il valore dato al senso comune da Tommaso Reid e dalla scuola
scozzese. Infatti, secondo il Reid, la nostra certezza nella realtà del mondo
esteriore non ci è data nd da un ragionamento, nd da una inferenza, nd da una
abitudine, ma da un suggerimento interno, immediato, elargito a tutti gli
uomini da Dio, suggerimento che costituisce il senso comune (common sense),
innanzi alla cui autorità debbono inchinarsi tanto il filosofo che lo
soienziato. I principi suggeriti dal senso comune, secondo gli scozzesi, sono
molti, sia grammaticali che logici, matematici, morali, metafisici; di essi non
è possibile’ cercare il fondamento logico, ma si debbono accettare tal quali;
la stessa filosofia non consiste che nello scoprirli e porli a fondamento delle
nostre conoscenze. I principi metafisici, più importanti di tutti, sono tre: 1°
ogni qualità corporea ha per sostanza un corpo, ogni penaiero uno spirito; 2°
ciò che comincia ad esistere deve avere una causa; 3° dove si mostrano segni
d'intelligenza nelle operazioni, la causa deve essere non meccanica ma
intelligente. Si comprende da ciò come per il Reid « la filosofia non ha altre
radici che i principi del senso comune; da essi germoglia, da essi trae il suo
nutrimento. Staccata da queste radici, i suoi pregi avvizziscono, i suoi succhi
si asciugano, essa muore e marcisce ». Molti altri filosofi, fra cui il
Cousin, 1047 SEN il Collard, ece., cercarono poi di far
rivivere la filosofia del senso comane. Secondo il Galluppi, l’esistenza del
senso comune è incontrastabile, ma esso non è altro che la logioa naturale,
ossia la disposizione naturale dello 8 umano a dirigere le operazioni delle
facoltà di conoscere conformemente a certe leggi costanti; ma non bisogna
perciò confondere il fatto che tntti gli uomini convengano su alcune verità,
con l’altro, che l'ammissione di tali verità non abbia altro motivo legittimo
che il consenso comune, laddove, in realtà, tale ammissione avviene per motivi
personali, perchè tutti i mezzi di conoscere ci sono personali : così ogni uomo
crede nell’ esistenza dei corpi perchè i suoi sensi particolari gliela
attestano, e crede alla propria identità personale perchè ha fidncia nella
veracità della propria memoria; di più, se vi sono delle verità generalmente
ammexse, non si può dire che tutte le proposizioni generalmente ammesse siano
verità, e tutta la storia del pensiero umano dimostra anzi che vi sono dei
giudizi falsi universalmente ricevuti. L’Ardigd nega ogni valore al senso
comune, dimostrando come esso sia un fatto di mera suggestione la quale può
anche avere a fondamento il falso -che ciascuno subisce fino dall’ infanzia
dall'ambiente ove nasce, e alla quale difticilmente uno può sottrarsi; trovando
tali idee e credenze già fatte all’età della riflessione, familiari, spontanee,
consentanee fra loro e nelle applicazioni loro ai casi particolari di ogni
momento, ciascuno le crede il naturale portato del senso comune, errando in tal
modo come chi credesse che una montagna sia stata fatta addirittura come si
vede. La storia del pensiero umano mostra infatti come le credenze tradizionali
si siano venute successivamente formando ed accumulando, e di quali errori esse
siano imbevute. Cfr. Aristotele, De an., III, 1,4258, 15; Cartesio, Mod., II; Reid,
Words ed. by Hamilton, 1863, p. 101 segg.; Galluppi, Lezioni di logica e
metafisica, 1854, I, p. 222 segg.; Ardigò, Op. fil., IV, 375 segg.; F.
Harrison, The philosophy of common renne, 1907. SEN 1048
Senso fondamentale. O sentimento fondamentale, è chiamata dal Rosmini la
coscienza primitiva © perenne che l’anima ha del corpo e dei suoi organi, nello
stato in cui essi si trovano, Codesto sentimento fondamentale corporeo è
essenzialmente «no per ciascun uomo, essendo uno il principio senziente, che
con un solo atto sente contemporaneamente tutto il termine corporeo 8 sò unito;
universale, in quanto comprende tutte le parti del corpo; piacevole, come
quello che è conforme alla natura umana; immoto © infigurato, in quanto così il
moto come la figura sono relazioni esistenti solo tra le parti esterne del
corpo; uniforme, in quanto è il fondo omogeneo e indistinto sul quale spiccano
i sentimenti particolari, che seguono all’ azione degli stimoli. La vita
corporea à per I’ uomo non altro che l’incessante produzione del sentimento
fondamentale corporeo. Cfr. Rosmini, Psicologia, 1846, vol. I, p. 136 segg.,
vol. II, p. 69 segg.; Id., Nuovo saggio, 1880, sez. V, par. V, ο, III segg.
Senso intimo. Lat. Sensus intimus, interior; T. Innerer Sinn; I. Internal
senso; F. Sons intime. O sentimento intimo, in opposizione a senso esterno, è
chiamata da alcuni paicologi la coscienza, che ci dà la conoscenza immediata di
noi stessi, © di ciò che in noi stessi avviene: « Sensus intimns est perceptio
qua mens de praesenti suo stato admonetur. Dicitur etiam conscientia, quia per
sensum intimum anima praceentis affootionis, verbi gratia, doloris, sibi
consoia est ». Perd il valore di questa espressione ha variato nel linguaggio
filosofico. Così per Cartesio non v’ha un solo senso interno, ma molti: Nempe
nervi, qui ad ventrioulum, assophagum, faucee, aliasque interiores partes,
explendis naturalibus desidertis destinatus, protenduntur, faciunt unum ex
sonsibus internis, qui appelitus naturalis vocatur; nervuli vero, qui ad cor οἱ
prascordia, quamcis perezigui sint, faciunt alium sonsum internum, in quo
consistunt omnes animi commotiones. Il Locke, con la sua distinzione tra
sensazione e riflessione, dà un nuovo aspetto
1049 SEN alla teoria del senso
interno, il quale è per Ini « la conoscenza che la mente soquists delle sue
proprie operazioni », e, in quanto tale, dà origine in noi a delle
rappresentazioni determinate, cosicchè a ragione può essere chiamato senso per
analogia con quello esterno. Analogo valore dà all’ espressione G. E. Schulze,
il quale osserva che « alla coscienza degli stati interni si dà il nome di
senso, perchè noi ci sentiamo obbligati a conoscere gli oggetti di esso, cos
come a sentire gli oggetti del senso esterno ». Per il Galluppi esso consiste
tanto nel sentimento involontario dell’ io, quanto nella riflessione volontaria
sull’io: esso ci dà la verità primitiva indimostrabile io penso, ciod io sono
esistente allo stato di pensiero, principio d’ evidenza immediata e perciò
mdimostrabile: « L’ evidenza immediata consiste nella percezione chiara della
convenienza o ripugnanza delle nostre idee fra di esse. Ora, il solo senso
intimo può assicurarci di questa percezione immediata, perciò tutti gli
assiomi, i quali non sono che proposizioni necessarie evidenti per sò stesse,
hanno per motivo immediato 1’ evidenza immediata, per motivo mediato ed ultimo
il senso intimo ». Cfr. Cartesio, Prino. phil., IV, 190; Locke, Ees., II, cap.
1, $ 4; G. E. Schulze, Psychische Anthropologie, 1819, p. 114 segg.; Galluppi,
Lezioni di logioa ο metafisica, 1854, vol. I, P. 84 segg. (v. autocoscienza,
cenestesi). Senso logico. Il Romagnosi, modificando il sensismo condillachiano,
denomina così quella funzione subbiettiva per cui siamo operatori del fenomeno;
esso è distinto dall’attenzione e dal giudizio, e anteriore alla coscienza
stessa, nella quale noi siamo soltanto contemplatori del fenomeno. Al senso
logico il Romagnosi attribuisce quella doppia fanzione differenziale e
integrale, in cui lo Spencer, venuto poi, ripone il processo dell’intelligenza.
Cfr. Romagnosi, Pedute fond. sull’arto logica, § 600 segg. Senso morale. T.
Sittliches Gefühl; I. Moral sens; F. Sens moral. Questa espressione non ebbe
mai un significato BEN 1050 preciso, se non nella scuola dei moralisti
inglesi, capitanata dal terzo conte di Shaftesbury. Secondo questo filosofo il
senso morale è V insieme di quegli affetti riflessi, per mezzo di cui si
apprende il giusto e l’onesto ; esso è nativo nell’individuo, è di natura
principalmente émozionale nella sua forma spontanes, ma, poichè esso ammette
una costante educazione e uno sviluppo, l’elemento razionale ο riflessivo
diviene in esso gradualmente prominente. « Così, per mezzo di questo senso
riflesso, sorge un’ altra specie di affesioni rispetto alle vere affezioni, che
sono già state sentite, e sono ora divenute il soggetto di un nuovo
aggradimento o avversione ». L’ Hutcheson, che appartenne pure a questa scuola,
esagerò la dottrina del maestro attribuendo al senso morale non più un’ energia
riflessa, ma specifica, e togliendogli quell’ elemento attivo, il risentimento,
per cui si distingueva dal senso estetico: « Mediante un senso superiore, che
io chiamo morale, noi proviamo piacere nella contemplazione di tali azioni
negli altri (azioni buone), e siamo determinati ad amare chi le ha cumpiute (e
molto più proviamo piacere nell’ esser consapevoli d’aver compiuto noi quelle
azioni) senza alcuna mira di ulteriore naturale vantaggio da esso ». Cfr. Shaftesbury, Inguiry conc.
virtue, 1. I, parte I, $ 9; Hutcheson, Inquiry into the orig. of our ideas of
beauty and virtue, , p. 106, 124; T. Fowler, Shaftesbury and Hutcheson, 1882
(v. sentimentalismo, intellettualismo, volontarismo). Bensoriale.T. Sensorisch; I. Sensory; F. Sensoriel,
Soneitif. Tutto ciò che appartiene alla sensibilità speciale, ciod visiva,
tattile, olfattiva, ecc. ; si distingue da sensibile, che è ciò che appartiene
alla sensibilità generale. Il vocabolo sensorio è usato alcune volte per
designare un organo specifico di senso. Sensorium commune. O semplicemente
sensorium. Tale espressione fu già usata da Aristotele per l’organo nel quale
si riuniscono i dati di tutti gli altri sensi specifici. Più tardi fu estesa a
designare la sede non solo del 1051 SEN senso comune, ma dell'anima intera. Tale
sede, che per gli antichi era il cuore, per i moderni è il cervello, e più
precisamente la corteccia grigia del cervello. Però fra gli psicologi e
fisiologi contemporanei, alcuni, col Vulpiav, intendono per sensorium commune i
centri cerebrali della sensibilità comune, altri invece, col Mandsley, i centri
comuni della sensibilità, quali i talami ottici, i tubercoli quadrigemini, i
bulbi olfattivi, ecc. Cfr. Darwin, Expression of emotions, 1890, p. 69;
Bastian, Le cerveau drgane de la pensée; Wundt, Physiol. Psyohol., 4° ed., I,
p. 213 segg. (v. senso comune). Senso spirituale. T. Geistiger Sinn; I.
Spiritual sense: F. Sens spirituel. In generale, l’operazione con cui l’anima,
secondo alcuni filosofi, percepisce immediatamente la verità spirituale. Anche
il Rosmini usa questa espressione per indicare |’ immediata intuizione che fa
|’ intelletto della verità. Esso differisce dal senso corporeo perchè non ha,
come questo, dei termini somatici determinati e reali; ma ha un termine
spirituale e perfettamente indeterminato ; e si dice tuttavia senso, in quanto
lo spirito intuisce con esso immediatamente l’essere, allo stesso modo come
ogni altro senso riceve l'impressione del sensibile. Cfr. Rosmini, Nuovo
saggio, sez. V, p. V, ο, 111 segg.; Psicologia, 1846-48, I, p. 136 sogg., II,
p. 69 segg. (v. senso intimo, autocoscienza). Sensualismo. Τ. Sensualismus; I.
Sensualiem; F. Sensualisme. Non si dovrebbe mai, imitando i francesi, usarlo in
luogo di sensismo, che è la dottrina gnoseologica che pone la sensazione come
unica fonte delle nostre conoscenze, mentre nella lingua nostra il sensualismo
designa piuttosto una tendenza pratica o una dottrina morale, che consiste nel
considerare il piacere fisico come l’unico scopo della vita, come il solo
criterio del bene e del male. Sentimentalismo. Nella filosofia morale designa
quella dottrina che attribuisce al sentimento morale la suprema efficacia
nell'attività etica dell'uomo; si oppone all’intelSEN 1052
lettualismo, che tale officio riconosce invece alla intelligenza. L’uno
e l’altro indirizzo si svolsero specialmente in Inghilterra, dalla seconda metà
del secolo diciottesimo fino alla prima del diciannovesimo, I prineipali
rappresentanti del sentimentalismo furono David Hume, Adamo Smith e David
Hartley. Nella psicologia per sontimontalismo, in opposizione a
intellettualismo e volontarismo, si intende la dottrina che considera il
sentimento come l’attività più primifiva della coscienza, dalla quale si
svolgono tutte le altre. Tale dottrina, sostenuta dal Barrat e dal} Horwiez,
sembra essere confermata dal fatto che, fino ad un periodo avanzato
dell'infanzia, l’uomo è interamente dominato dai sentimenti di piacere e di
dolore, determinati specialmente dalle sensazioni organiche. Nella filosofia
della religione il sentimentalismo è l’ indirizzo che, opponendosi al
razionalismo, fa originare la religione da una facoltà distinta, il sentimento,
collocandola così in una sfera dello spirito diversa dalla intellettuale,
autonoma, irraggiungibile ai metodi ο ai processi del pensiero rasiocinativö.
Questo indirizzo, che riappare oggi nel modernismo cattolico e nella psicologia
prammatista, ebbe già per rappresentanti il Pascal © il Rousseau, che, sia pure
con metodi e intenti diversi, sostennero la sovranità delle ragioni del cuore, l'autonomia
della fede, l’originsrietà del sentimento ο la sua indipendenza dalla ragione;
ma il vero dialettico © teologo del sentimentalismo religioso fa lo
Schleiermacher. Egli sostenne che l’idea di Dio è fuori d'ogni possibile
conoscenza, perchd efagge così alla forma del concetto come a quella del
giudizio; Dio non è dato a noi che nel sentimento, ossia nell’ immediate
autocoscienza; il sentimento è infatti una modificazione dell’ io, dovuta
all’azione di un oggetto esterno sulla nostra coscienza, ed esprime perciò una
dipendenza; la religione è appunto il sentimento della nostra assoluta
dipendenza da Dio, 0, che è lo stesso, la coscienza di noi stessi come 1053
Sex essenti in rapporto con Dio. Cfr. Schleiermacher, Dialektik, 1903,
p216 segg.; C. Ranzoli, L’ agnosticiemo nella fil. religiosa, 1912, p. 228
segg.; Windelband, Storia della filosofia, trad. it. 1913, II, p. 203 segg. (v.
fidoismo, religione, sentimento). Sentimento. T.Gefükl; I. Sentiment, Feeling;
F. Sentiment. Uno dei termini filosofici di significato più vasto e più vario.
Per lungo tempo fu sinonimo di sensazione, cosicchè il Descartes classificava
fra i sentimenti la luce, il calore, il suono, l'odore, 909. Oggi si adopera
per designare sia una tendenza, accostandolo per tal modo all’appetito e al
desiderio; sia un qualanque stato affettivo, comprendendo in esso tanto i
diversi stati semplici di piacere e di dolore, quanto le emozioni e le
passioni: sia infine una conoscenza oscura la quale tuttavia ci dà la credenza
e la certezza, In quest’ ultimo significato il dominio del sentimento viene non
solo distinto, ma anche opposto a quello dell’ intelligenza © della ragione;
ciò che questa distrugge (credenze morali e religiose) quello può ricostruire
su basi incrollabili. Ma il significato più diffuso della parola sentimento, e
il più usato nella psicologia, è quello che si riferisce si diversi stati di
piacere ο di dolore, ο agli stati misti di piacere ο di dolore, che
#’acoompagnano alle operazioni così semplici come complesse della nostra coscienza.
Così il Jodl lo definisce come « un eccitamento psichico, nel quale il valore
di una mutazione nelle condizioni dell’ organismo vivente o nello stato della
coscienza, per il vantaggio ο il danno del soggetto viene immediatamente
percepito come piacere o come dolore ». Per I’ Ebbinghaus la caratteristica dei
sentimenti sta « nel rapporto delle loro cause obbiettive col bene e col male
dell’ organigmo e della vita psichica che l’anima ; mediante i sentimenti, le
impressioni che ci orientano nel mondo esteriore ricevono una estimazione, che
è necessaria affinchè la coscienza possa impiegare convenientemente le cose
obBEN 1054 biettive nella lotta per la sua propria
conservazione ». Per il Masci « il sentimento è una eccitazione psichica, nella
quale il valore di un mutamento dello stato dell'organismo © della coscienza in
rapporto al soggetto è avvertito immediatamente come piacere o come dolore ».
Secondo tale accezione, il sentimento è un fatto che pare abbia le sue radioi
nelle stesse proprietà elementari dell'organismo, rappresentando la
specificazione ulteriore della proprietà fondamentale della sostanza vivente,
detta irritabilità o anche sensibilità protoplasmatica 0 precosciente, la quale
consiste nella reazione particolare dell’ organismo ad una eccitazione
ricevuta. Appartiene dunque alla sensibilità, ma si distingue dalla sensazione
in quanto questa viene riferita al non-io, quello invece all’io, apparendo come
uno stato assolutamente soggettivo ; fra l'uno e l’altra esiste tuttavia una certa
proporzionalità, poichè 00] crescere e diminuire delV intensità della
sensazione, cresce e diminuisce anche I’ intensità del sentimento. Questo
rapporto non è però costante, potendosi persino mutare ad un certo punto la
qualità det sentimento stesso, © cio di piacere passare in dolore: in generale,
infatti, le eccitazioni moderate determinano uno stato di piacere, mentre le
eocitazioni che sorpassano il limite di adattamento dell’ individuo sono
seguite dal dolore. Ciò rivela l’officio biologico ο protettivo del sentimento,
il quale serve all’animale come guida della sua vita, come stimolo necessario a
soddisfare adeguatamente i suoi bisogni, come indice dello stato normale o
patologico dei suoi organi. Quindi, quantunque il sentimento sia relativo allo stimolo,
alla sua durata © intensità, all'individuo ed al suo stato attuale ο
precedente, segue tuttavia attraverso la specie una costante © regolare
evoluzione, affinandosi e complicandosi col perfezionarsi ο complicarei degli
organiami. Si sogliono distinguere, sebbene non da tutti i psicologi, i
sentimenti fisici ο sensitivi dai morali ο ideali, e, tra questi ultimi, i
sentimenti superiori : i ο. sociali, che variano col 1055 SEN
variare delle forme di convivenza sociale, e che si esplicano nella società
evoluta col sentimento morale, e quelli della simpatia, della solidarietà,
della beneficienza; ο. intellettuali © logici, che variano, secondo il Wundt, a
seconda che accompagnano gli atti semplici del pensiero, le concordanze o le
contraddizioni, oppure gli atti complessi, la verità, l'errore, il dubbio, e si
manifestano nel piacere della ricerca del vero, nella gioia della verità
conquistata, nelle pene angosciose del dubbio, nella avversione all'errore: s.
estetici, che sono costituiti dal piacere che desta il bello nelle sue
molteplici forme, e, secondo alcuni, precedono il giudizio estetico, secondo
altri lo seguono, secondo altri ancora αἱ presentano contemporaneamente ad
esso; il e. della natura, che sorge dalla contemplazione del bello naturale, in
quanto la natura esprime nel modo più grandioso le armonie della vita, del
movimento e della materia, e i bisogni del cuore; #. religiosi, che variano col
variare delle credenze religiose, ὁ sono esaltativi nell’individuo compreso ed
ammirato dall’onnipotense e dalla grazia divina, depressivi quando la coscienza
dell'individuo è colpita dalla paura della collera e della vendetta divina.
Quanto all'origine e alla natura del sentimento, cui sopra accennammo, si può
dire che soltanto la psicologia contemporanea se ne sia occupata : fino a quasi
tutto il secolo diciottesimo, la psicologia fu dominata dal concetto che
l'intelletto, la conoscenza, fosse la facoltà dominante dell’uomo, e sotto di
essa erano collocate le altre facoltà considerate come inferiori © comprese
sotto il nome di appetiti o facoltà desiderative, Le dottrine della psicologia
contemporanea sulla natura del sentimento si possono ridurre a cinque: la più
diffusa è quella che considera il sentimento come una funzione psichica avente
origine autonoma, al pari della intelligenza ο del volere, dai quali è
indipendente, pure avendo con essi strettissima relazione (Hòffding, Wundt,
Sully, Baldwin, Külpe); secondo gli herbartiani il sentiSER 1056
mento à invece non una attività originaria della coscienza, me il
risultato di un’azione scambievole delle rappresentazioni (Nablowsky, Volkmann,
Drobisch); per i seguaci del materialismo psico-fisico il sentimento semplice è
una qualità inerente alla sensazione (tono sentimentale) mentre i sentimenti
complessi non sono che il risultato del combinarsi di sentimenti elementari,
che accompagnano quelle sensazioni che contraddistinguono le emozioni
(Münsterberg); secondo i sentimentalisti puri il sentimento è l’attività più
primitiva della coscienza, dalla quale si svolgono poi tutte le altre (Barrat,
Horwicr); infine, secondo la scuola detta somatica o fisiologica, il sentimento
non sarebbe che la pura espressione delle funzioni organiche, scaturente dai
processi fisiologici (Ribot, James, Lange). Cfr. Höffding, Peyohologie, trad.
franc. 1900, p. 293 segg.; Sully, Psychology, 2° ed. 1885, p. 687; Bain, Mental
science, 1884, Ρ. 215-17; Külpe, Grund. d. Peychol., 1893, p. 236; Wundt,
Grund. d. Paych., 1896, p. 34-43; Volkmann, Lehrbuch d. Peychol., 43 ed. 1894,
vol. II, p. 302;
Münsterberg, Aufgabe u. Meth. d. Peyohol., 1888; Horwicz, Peychol. Anal., 1872, II, 2, p. 1; Ardigò, Op. fil., V,
151 segg.; Masci, Peicologia, 1904, p. 114 segg.; Ebbinghaus, Peychologie,
trad. frano. 1912, p. 114 segg.; W. James, Principles of payohol., 1890, cap. XXIV; Id.,
La théorie de l'émotion, trad. franc.; Lange, Les emotions, trad. franc. 1902;
Ribot, La psychol. des sentiments, 1896; Id., La logique d. sent. 1904; Th.
Lipps, Vom Fühlen, Wollen und Denken, 190: F. Rauh, De la méth. dans la
payohol. d. sent., 1899; F. Paulhan, Les phenomends affootifs et les lois de
leur apparition, 1887; L. Dumont, Il piacere e il dolore, trad. it. 1878 (v.
piacere, dolore, neutri, sentimentalismo, senso fondamentale, senso
spirituale). Sermonismo. T. Sermoniemus
; I. Sermoniem; F. Sermonisme. La dottrina di Abelardo, secondo la quale gli
universalì non esistono che nel discorso (sermo). Mentre il 1057
Srr-Sro realismo affermava l’esistenza indipendente degli universali, ed
il nominalismo non vedeva in essi se non denominazioni collettive, Abelardo
sosteneva che, se non possono essere cose, non possono nemmeno essere semplici
vocaboli; la parola (rox) come complesso fonico è già per sè qualche cosa di
singolare, può avere significato generale solo essendo pronunciata, diventando
ciod sermo. Una tale applicazione della parola non è però possibile se non
mediante il pensiero concettuale (conceptus) che, dal confronto dei contenuti
percettivi, prende ciò che per la sua natnra si adatta ad essere espresso (quod
de pluribus natum eat praedicari). L’universale è dunque l’enunciazione
concettuale (sermonismo) o il concetto stesso (conoettualismo). Cfr.
Windelband, Storta della filosofia, trad. it. 1913, vol. I, p. 382 segg.
Sfenoidale (angolo). È determinato da tre punti: il punto basilare, il punto
nasale, corrispondente al centro della sutura fronto-nasale, il punto
sfenoidale corrispondente al chiasma doi nervi ottici. Un tempo si credeva da
molti scienziati, fra cui il Welckere ο il Vogt, che esso fosse molto
importante per stabilire la misura della intelligenza, così da servir di base
alla classifienziono della specie umana; oggi invece, pure non trascurandolo,
gli si attribuisce dagli antropologi scarso valore. Cfr. C. Vogt, Mémoire sur les
microcéphales, 1867; P. Topinard, Anthropologie, 1884, p. 300 segg. Sforso. T. Anstrengung; I. Effort; F. Effort.
Sentimento intraducibile di tensione, che s’accompagna ad ogni forma di
attività volontaria. Fra le sensazioni di movimento si sogliono distinguere
quello puramente passive, d’origine periferica, derivanti dalla contrazione dei
muscoli, ο quelle attive, detto di aforzo ο d’innerrazione, di origine
centrale, derivanti dal grado di innervazione che comunichiamo ai muscoli per
produrre una data contrazione. Occorre tuttavia distinguere lo sforzo positito,
col quale si tende ad accrescere l'eccitazione o si dirigo l’attività nd un
fine, 67 Ranzota, Dizion. di acienze
filosofiche. Sro 1058 dallo sforzo negativo, che tende a diminuire
1’ eccitazione ed inibire un movimento o una tendenza. Si distingue ancora lo
aforzo muscolare, di cui parlammo, dallo sforzo mentale, diretto a promuovere
od inibire un’idea o una serie di idee, e dallo sforzo morale onde si attua I’
ideale etico contro la resistenza proveniente dal fondo del nostro io ο
dall'esterno. Ad ogni modo lo sforzo, per il dispendio di energia che richiede,
dà sempre un criterio di conoscenza del proprio valore, rivela il dinamismo
dell’essere proprio. E se, per la legge della minor resistenza, lo sforzo che accompagna
gli atti va diminuendo quanto più si ripetono, rimane pur sempre che, qualora
essi debbano assumere una direzione nuova, lo sforzo è pur sempre necessario;
00sicchè esso è una condizione indispensabile di progresso. Secondo il Maine de
Biran, il sentimento dello sforzo è il fatto primitivo della coscienza e da
esso hanno origine le idee di causa ο di forza: « Noi troviamo impressa
profondamente in noi la nozione di causa o di forza; ma il sentimento immediato
della forza procede la nozione ed è lo stesso sentimento della nostra
esistenza, da cui quello di attività è inseparabile. Poichè noi non ci possiamo
conoscere come persone individuali, senza sentirei cause relative a certi
effetti o movimenti prodotti nel corpo organico. La causa, o forza attualmente
applicata a muovere il corpo, è una forza agente che noi chininiamo volontà. Ἡ
me #'idontifica completamente con codesta forza agente. Ma l’esistenza della
forza non è un fatto per il me che in quanto si esercita, ed essa non #’
esereita che in quanto si può applicare ad un termine resistente o inerte. La
forza non è dunque determinata o attuata che nel rapporto col suo termine
d’applicazione, come pure questo non è determinato come resistente ο inerte se
non nel rapporto con la forza attuale che le muove ο tendo a imprimergli il
movimento. 11 fatto di codesta tendenza è ciò che noi chiaminmo aforzo, 0
azione roluta, ο rolizione, e io dico che codesto sforzo è il vero fatto
primitivo del senso intimo ». Il sentimento dello sforzo appartiene, secondo il
Maine de Biran, al senso intimo, perchè si constata da sè stesso interiormente,
senza uscire dal termine della sua applica zione immediata © senza ammettere
alcun elemento estraneo all’inerzia stessa dei nostri organi; ed è anche il più
semplice di tutti i rapporti, il solo veramente fisso, invariabile, sempre
uguale a sò stesso, in quanto non ammette alcun elemento variabile straniero, è
il risultato costante dell’azione d’una sola ο medesima forza spiegata da un
solo e medesimo termine. Cfr. Sully, Outlines of peych., 2° ed. 1885, p. 109 segg.; Hòffding,
Peyokologie, trad. franc. 1900, p. 150; Bastian, The brain as an organ of mind,
1884, Appendice p. 691; Delboef, Revue philos., t. XII, 1881; Maine de Biran,
Ocurres indites, ed. Naville. (v. cinestesiche). Billogismo (συλλογισμός da συλλέγω--metto insieme). T.
Syllogiomus ; I. Syllogiom ; F. Syllogieme. Consiste in un complesso di tre proposizioni, collegate
tra loro in modo che dalle due prime, dette premesse, se ne ricava una terza,
detta conseguenza o illazione. La parola sillogiemo trovasi già in Platone, ma
nel semplice significato di ragionamento ; con Aristotele assunso il
significato speciale che ha poi sempre conservato. Egli lo defini « un
ragionamento nel quale, poste alcune cose, si conclude necessariamente qualche
cosa di diverss, por ciò solo che quelle sono state poste ». Sembra tuttavia
che la scuola Nyaya dell’ India, fondata da Gotama sei o setto secoli a, C.,
conoscesse già il ragionamento sillogistico. Le definizioni del sillogismo date
dopo Aristotele concordano più o meno con la sua. Per Hobbes il sillogismo è
oratio, quae oonatat tribus propositionibus, er quarum duabus sequitur tertia,
como additio trium nominum ; per Cr. Wolff è una operatio mentin, qua ex duabus
propositionibus terminem communem habentibus formatur tertia, combinando
terminos in utraque diverSit soe; per
il Dühring « un rapporto di due concetti ad un terzo concetto »; per il Wundt «
una relazione mentale mediante la quale da giudizi dati proviene un nuovo
giudizio ». Il principio fondamentale su cui si basa il sillogismo fn
determinato già da Aristotele, sia sotto il rapporto dell’estensione che della
comprensione dei concetti. Sotto il primo ha avuto poi nella logica tradizionale
la formula: quidquid de homnibus valet, valet etiam de quibuadam οἱ singulis ;
quidquid de nullo valet, neo de quibusdam nec de singulis valet. Sotto il
secondo fu poi formulato da Kant così: nota notae est nota rei, repugnans notae
repugnat rei ipei. La prima formula è quantitativa, la seconda qualitativa;
contro la prima il Bain obbiettd che essa, anzichè del sillogismo, è piuttosto
la formula dell’ inferenza immediata per subalternazione; contro la seconda,
che non determina l'estensione dell'identità che afferma. Il Bain propose questa
nuova formula, che concilierebbe le due precedenti: « ciò che è detto della
classe indefinita così com’ denotata per la sun connotazione, è vero di tutte
le cose la cui connotazione speciale le rende riferibili alla classe ». Il
Lambert ammise come vera la formula quantitativa, specificandola però
variamente per ogni figura; altri fondandosi sul fatto che ogni sillogismo
esprime una identità, hanno creduto che il principio generale del sillogismo
sia quello d’ identità, ’Hamilton quello dell’egua: glianza delle parti col
tutto, lo Spencer quello della sostituzione dell’ identico. Nel sillogismo si
distingue la materia, che è o prossima, cioè le tre proposizioni, o remota,
cioè i tro termini; e la forma, cioè il nesso reciproco che hanno lo
proposizioni. I sillogismi si ripartiscono in cinque classi principali:
cafegorioi puri in cui tutte tre le proposizioni sono categoriche ;
oategorico-ipotetici in cui tutte tre le proposizioni sono ipotetiche;
épotetico-categorioi in eni la premessa maggiore è ipotetica, la minore e In
conelnsione categoriche ; categorioi disgiuntiri in cni la maggiore è di
1061 Sim sgiuntiva, la minore e la
conclusione categoriche ο catetegoriche-disgiuntive; ipotetici disgiuntiri in
cui la maggiore è ipotetico-disgiuntiva, la minore e la conclusione categoriche
o categoriche disgiuntive. Il sillogismo può avere quattro figure e
sessantaquattro modi, di cui diciannove soltanto sono validi. Oltre al
sillogismo deduttivo, del quale fin qui si è discorso, si ha il sillogismo
impropriamente detto induttivo, nel quale, in luogo del termino medio, è data
la serie completa o incompleta delle sue specie. Per lungo tempo il sillogismo
fu tenuto in grande onore; sul finire della scolastica esso era considerato
l’unica forma di ragionamento ed applicato all'espressione di ogni produzione
del pensiero. Ma coll’età moderna si ripresero le critiche contro il
sillogismo, già cominciate con gli scettici antichi: e da Lorenzo Valla,
Rodolfo Agricola, Frun«esco Bacone fino allo Stuart Mill e allo Spencer è tutta
una schiera di pensatori che, con argomenti di varin natura, cercarono negargli
ogni valore, o di ridurlo ad un semplice mezzo di controllo per chiarire i
ragionamenti oseuri o svelare i difetti d’ una argomentazione capziosa. Nè
ancora si può dire che la discussione sia chiusa. Cfr. Aristotele, Anal. pr., I,
1, 24 b, 18; Id., Anal. post., I, 2,72 a, 5; Platone, Filebo, 41 C; Id., Teet.,
186 D; Id., De corp., 4 C, 1; Cr. Wolff, Logica, 1732, $ 50, § 332; Kant, Lo,
1800, $41-43; Dühring, Logik, 1878, p. 54; Wundt, Logik, 1893, I, p. 270 segg.;
Sesto Empirico, Pyrrh. Hyp., II, 194 segg.; Mar. Nizolius, De rer. prino., I,
4-7; Bacone, Nor. org., I, 13-14; Stuart Mill, Logic, 6° od. 1865, II, 3, 2;
Bain, Logic, 1870; Spencer, Prine. of. Peychol., 3% ed. 1881, II, Pp. 99; Rosmini, Logica, 1853, $ 545 segg.;
Masci, Logica, 1899, p. 278 segg.; A. Pustore, Sillogiemo e proporzione, 1910;
U. Della Seta, La dottrina del sillogismo in Aristotele, 1911 (v. conclusione,
figura, termine, modo, nota notae). Simbolismo, Simbolo. T. Symbolismus; I.
Symbolism ; F, Simbolieme. Nella gnoseologia dicesi simbolismo ogni dotSm 1062
trina che fa dell’ idea un semplice simbolo della cosa, negando quindi
che la conoscenza adegui la realtà e che il pensiero possa cogliere |’ essere
quale è in sò stesso. Nella psicologia dicesi simbolismo sensoriale il fenomeno
della trasformazione automatica in imagini uditive ο visive delle impressioni
sensoriali di modalità differente, tattili, olfattive, gustative, ecc.: in tali
casi l’imagine visiva © uditiva diviene simbolo di sensazioni di ordine
diverso. Il simbolismo sensorialo si verifica costantemente durante la voglia,
ma diviene prevalente nel sogno, perchd nel sonno le vie sensoriali ordinarie
sono chiuse, l’attenzione © Pinibizione volontaria sono torpide, cosicchè si
ve: cano in esso le condizioni proprie alla formasione di imagini simboliche,
cioò d’imagini sostanzialmente diverse du quelle che dovrebbe evocare lo
stimolo che le produce. Nella religione dicesi simbolismo la tendenza a
rappresentare per analogia con un atto o un oggetto materiale sia le forme
diverse del sentimento religioso, sia l'oggetto della credenza. Esso ha origine
dal bisogno che l’uomo prova di obbiettivare i propri sentimenti e le proprie
emozioni, specie quando esse raggiungano un alto grado di intensità. Vi sono
molte specie di simboli religiosi: e. di purificazione come l’acqua del
battesimo, la luce delle torce, le vesti bianche, ece.; a. di sottomissione,
come l’inginocchiarsi, il prosternarsi, lo scoprirsi il capo, ece.; a. di gioia
religiosa, come le danzo, i baccanali, 1’ inghirlandarsi, ecc.; a. di tristezza
religiosa, come il vestirsi di nero, il gettarsi la cenere sul capo, il
digiunaro, ecc.; mistero, como il bendarsi gli occhi, fare la penombra, ece.;
a. di imilazione, come le stimmate di Β. Francesco d'Assisi e i diversi
riti. In generale, per simbolo »’
intende un sogno il quale fissa l’idea o la rappresentazione d'una cosa ο d’un
fatto, che, convenzionalmente, a quel segno si associa. Per dirla in altre
parole, e ricorrendo alla sua otimologia, la parola simbolo designa la
connessione logica di due termini o dati, cia 1063 Sim scuno dei quali partecipa con l’altro di
un particolare rapporto. Vi sono infinite specie di simboli; tuttavia,
considerandone la finalità psicologica ο logics, possiamo col Marchesini
distinguere quattro classi: rapprosentativi, che hanno affinità ο perfetta
somiglianza con la cosa, ad es, il ritratto d’una persona: significativi che,
pur valendo a richiamare un ordine di idee, sono sostituiti da altri dati, ad
es. la parola, i numeri, gli algoritmi ; ricostruttivi che, come parte di una
cosa. o momento di un fatto, richiamano alla mente il tutto della cosa ο del
fatto, ad es. la penna in quanto richiama l’idea dell'atto di scrivere;
esplicativi, che ci danno la conclusione di una serie di operazioni, ο, nello
stesso tempo, la ragione di conclusioni nuove, ad es. una formula matematica.
Inspirandosi invece ad un criterio storico, Guglielmo Ferrero ne fece la
seguente classificazione: #. di prora, come i nostri documenti o le citazioni :
3. descrittivi, cho significano la cosa mediante la sua figara o quella d’un
oggetto affine, ad es. la leonessa di bronzo eretta dagli Ateniesi in ricordo
di Leona; 4. di sopraveitenza, al. es. l'uniforme militare di certe autorità
civili, che è il ricordo del predominio del potere militare; s. di riduzione,
ad. es. l'investitura di una proprietà per il simbolo d'una foglia di quercia;
s. emotivi, i distintivi del. l’untorità, come la corona e lo scettro; 4.
mistici, come l’incanto, che un tempo era una formula à cui si attribuiva ana
potenza superiore. Cfr. Ochler, Lehrb. d. Symbolik, 1876; G. Ferrero, I
simboli, 1892; G. Marchesini, 17 simbolismo nella conoscenza ο nella morale,
1901 (v. ritualigmo). Simile. T. .ihnlich, gleicharting ; 1. Similar; F.
Semblable. In generale due cose si dicono simili, quando presentano un corto
numero di caratteri identici e un certo numero di caratteri differenti. Nella
geometria due o più figure sono simili quando sono costituite dallo stesso
numero di parti, della stossa forma e nel medesimo rapporte; Sim 1064
le due figure sono sempre simili qualunque sia la distribuzione, diretta
o inversa, delle parti che le costituiscono, purchè il rapporto sia costante
secondo la propria forma delle analoghe parti. I filosofi greci credevano che
il similo possa essere prodotto soltanto dal simile (talis effeatus qualis
causa): da ciò derivarono molti pregiudizi popolari, ad es. che Vortica faccia
guarire l’orticaria, che il zafterano, per il suo colore, sia il rimedio contro
le itterizie, ecc. (v. somiglianza). Simmetria. T. Symmetrie; I. Symmetry; F.
Symétrie. Nel suo senso più generale è la giusta distribuzione delle parti
nella formazione di un tutto armonico. Dicesi leggo di simmetria la legge
formulate dal Bichat, secondo cui nel nostro corpo sono simmetrici gli apparati
della vita animale della riproduzione, sono invece asimmetrici quelli della
vita organica. Il piano mediano taglia il nostro corpo in duo metà simmetriche,
considerandole esteriormente ; però codesta simmetria non è perfetta, perchd lo
due motà non sono geometricamente uguali, cio se sovrapposte non si
corrisponderebbero. La causa della asimmetria mediale deve attribuirsi alla
curvatura laterale della colonna vertebrale (v. degenerazione). Simpatia.
T.Sympathie; I. Sympaty; F. Sympathie. Etimologicamente designa lu tendenza
fondamentale a dividere lo emozioni e i sentimenti altrui, interpretandoli dal
loro linguaggio esteriore. Nel suo significato più comuno è la tendenza, i cui
fattori sono spesso oscuri, ad amare una determinata persona o cosa. Nel primo
caso è un fenomeno assai complesso, mediante il quale ciascuno è solidalo delle
gioie e dei dolori de’ suoi simili; molti elementi entrano a costituirlo, fra
oni l'egoismo ὃ prevalente, anzi unico secondo degli utilitaristi. Nel secondo,
che al primo si ricollega, il fondamento è dato dal sentimento d’un certo
insieme di contrasti ο di somiglianze tra due persone, e può evolversi
nell'amore e nell’amicizia. Il Plat 1065
Sim ner definisce la simpatia « la proprietà dell’umana natura nd
accordare le proprie sensazioni con le sensazioni di altri individui, il cui
stato noi percepiamo o pensiamo ». IBain ugualmente: « La simpatia è l’entrare
nei sentimenti di un altro © trattarli completamente come se fossero nostri. È
una specie di imitazione involontaria, o di assunzione dei sentimenti espressi
in nostra presenza, che è seguita dal sorgere dei sentimenti stessi in noi ».
Secondo l’Hôffding la simpatia suppone che « gli interessi comuni prevalgano
sugli interessi divergenti; poscia suppone che tali interessi comuni possano
giungere a manifestarsi con maggiore o minore coscienza nel campo delle
rappresentazioni dell'individuo. Se l’esperienza, l’intelligenza ο
l’imaginasione sono limitate, la simpatia sarà pure limitata. La storia ci
mostra che la simpatia si sviluppa da principio in sfere ristrette © irraggia
poscia in più vaste.... Da ultimo la simpatia deve poter estendersi a tutti gli
esseri viventi, alla natura intera; ensa finisce col prendere allora un
carattere religioso e diventa ciò che Spinoza ha chiamato l’amore intellettuale
di Dio ». Anche secondo il Bastian la simpatia ha carattere evolutivo, ο . 8.
Freund, Die Traumdeutung, 1900; Id., Ueber d. Traum, 1091
SoL 1901; I. Bigelow, The mistery of sleep, 1897; Myers, The human
personality, 1902; A. Maury, Le sommeil et les rêves, 1878; Max Simon, Le mondo
des réves, 1888; M. Foucault, Le réce, ; I. Tobolowska, Etude sur les illusions
du temps dans les rêves, 1900; Vaschide, Le sommoil et les réves, 1911; De
Sanctis, I sogni, studi peio. e olin., 1899; Ardigò, Op. fil., vol. IV, p. 388
segg., vol. IX, pag. 283 segg. (v. alluoinazione, illusione, onirologia,
telepatia). Solidarietà, T. Solidaritàt; I. Solidarity; F. Solidarité. Nel
senso più generale è la dipendenza reciproca che esiste sia tra gli esseri che
costituiscono l’ universo, sis fra le varie parti di un medesimo essere, e
costituisce una delle condizioni tanto della vita cosmica come della vita
individuale. In un senso più particolare è la dipendenza reciproca tra
l'individuo ο la società, tra ogni uomo e tutti gli uomini. Il solidarismo, che
forma la base dei moderni sistemi sociali e politici, è molto antico nella
filosofia ed implicito specialmente nei sistemi panteistici, che scorgono una
funzione dell’ essere assoluto nella coesistenza degli esseri particolari,
nella successione dei loro movimenti ο dei loro pensieri: da ciò una
interdipendenza completa di tutte le esistenze solidarizzate nell’ unità
cosmica. Perd sul concetto di solidarietà non tutti i pensatori sono concordi:
per il Fichte è un’ esigenza della ragione, il principio d’ intelligibilità
della nostra condotta e la condizione onde ai realizza l’ unità della ragione
nello sviluppo dell’ umanità; per Augusto Comte la solidarietà è In grande
legge naturale, che governa la generalità dei fatti sociali nella loro
simultaneità e nella loro successione, cosicchè l'individuo, il quale per sè
stesso non è che un essere biologico, diviene uomo solo in quanto partecipa
dell’ umanitd ed ha il sentimento del legame che lo unisce « ad una immensa ©
oterna unità sociale »; per Pierre Leroux, che si vanta d’avere per primo
pronunciata la parola solidarietà, traSportandola dal linguaggio ginridico in
quello filosofico, BoL 1092 la solidarietà è non solo un sentimento ma un
dovere e su essa si fonda il diritto, in quanto « l’uomo, sentendosi parte di
un gran tutto, si mette in rapporto con tutto, e arriva finalmente a
comprendere che ha diritto a tutto »; per il Bourgeois la solidarietà è un
fatto di carattere universale non solo per riguardo agli esseri inferiori ma
anche per rispetto alla società umana, cosicchè non si può prescindere da essa
nel determinare il contenuto dol concetto di giustizia, consistendo il dovore
sociale nel debito che ciascuno ha verso gli avi e verso i posteri, il diritto
nell'esigenza di ciascuno d’avere parte proporzionata nella somma degli averi e
dei benefici sociali; per il Gide non ha valore etico nd la solidarietà che
deriva dalla divisione del lavoro, nò quella che deriva dallo scambio dei
servizi e dalla concorrenza, ma quella che si compie per mezzo della
associazione cooperativa di consumo, nella quale si ha l’attuazione non tanto
della giustizia quanto della fratellonza © dell'amore. Cfr. A. Comte, Cours de phil.
positire. t. IV, lez. 48; L. Bourgeois, Keeai d’une phil. de la solid. 1902; L. Fleurant, Sur la solidarité, 1908.
Solido. Lo spazio fornito di tre dimensioni, lunghezza, larghezza e profondità.
L'idea del solido risulta psicologicamente dalle sensazioni muscolari,
associate a quelle della vista e del tatto. Infatti le tre dimensioni
corrispondono a tre specie di movimento, che sono poi relative alle
disposizioni stesse dei nostri organi, onde il concetto di spazio implica un
sopra e un sotto, una destra e una sinistra, un avanti e un indietro. Nell'uso
comune, per sotà s'intende invece la resistenza offorta dai corpi, resistenza
la quale impedisce che altri corpi occupino lu spazio di cui un corpo è attualmente
în possesso; in questo senso fu usata anche dal Locke: «.... ho creduto che il
termine solidità sia assai più adeguato ad esprimere tale iden, non solo perchè
è comunemente neato in ta! senso, ma anche perchè importa qualche cosa di più
pe 1093
SoL-Som sitivo del termine impenetrabilitd, che è puramente negativo, ©
che, forse, è più nn effetto della solidità che non la solidità atessa ». Cfr.
Locke, Essay, 1877, 1. II, cap. IV, $ 1-6 (v. spazio, iperspazio, estensione,
superficie, stereognostico, distanza). Solipsismo v. semetipsismo. Somatico
(σῶμα corpo). Tutto ciò che si riferisce al corpo; si contrappone perciò a
peichico, spirituale, morale, intellettuale, ecc. Così dicesi somatica, per
opposizione a intellettualistica, quella teoria dell’emozione che spiega
l’emozione stessa come il ripercuotersi nella coscienza di alterazioni
organiche più o meno profonde; somatologia quella parte dell’antropologia che
ha per oggetto lo studio della struttura del corpo umano, dello scheletro ©
degli organi interni, la proporzione delle sue parti, il suo sviluppo, ο V
applicazione dei dati così ottenuti alla differenziazione sia dell’uomo dagli
animali a lui più prossimi, sia delle differenti razze nmane, popoli, nazioni e
classi. Somiglianza, T. Aehnlickeit ; I. Likeness, Resemblanoe; F.
Ressemblance. Tu generale dicousi somiglianti due oggetti che presentano un
certo numero di caratteri identici e un certo numero di caratteri diversi; Ja
proporzione maggiore © minore dei primi rispetto ai secondi dà il grado maggiore
o minore di somiglianza. Nella psicologia dicesi legge di somiglianza, quella
per cui, quando due stati di coscienza xi rassomigliano, l uno dei due può
richiamare l’altro, È un caso della legge generale dell’associazione, e da
alcuni psicologi è ricondotta alle leggi dell’ associazione por simultaneita ©
per successione continua. Si distinguono varie specie di associazione per
somiglianza : la somiglianza qualitativa, che ha luogo fra proprietà che non
possono identi carsi, ma appartengono alla stessa famiglia; lu somiglianza dei
rapporti, o analogia, per la quale lu rappresentazione d'un rapporto tra le
parti o le proprietà d’un oggett« suscita la rappresentazione d’ un altro
oggetto, tra le parti Som-Son 1094 © proprietà del quale esiste un identico
rapporto; la mmiglianza di sovrapposizione, che è il più alto grado di
~miglianza associativa, e per la quale una rappresentazione ne evoca un'altra
che, per la coscienza, è identica alla prima. Cfr. Bain, The senses and the intellecte, 3*
od., p. 327; Hüfding, Psychologie, trad. franc. 1900, p. 202 segg. (v. simile . Sommo bene v. bene.
Sommolisti v. vittorini. Sonnambulismo. T. Somnambulismus, Schlafwandeln: I. Somnambulism,
Sleep-walking; F. Somnambulisme. Stato
patologico, proprio specialmente degli isterici, e che si pe trebbe definire un
sonno parziale. Nel sonnambulismo funzionano soltanto alcuni sensi, cosicchè il
soggetto, senra svegliarsi dal suo sonno naturale, può alzarsi, lavorare.
compiere ogni sorta di atti come se fosse desto. Tali azioni non sono un
prodotto della volontà, bensì dell’ impulsività delle rappresentazioni e dell
abitudine; l’amnesia completa che si verifica al momento del risveglio, la
sorpresa ο lo spavento che coglie i sonnambuli interrotti nel corso delle loro
azioni, provano che la volontà non ha parte nello stato psichico nel quale si
trovano. Il fatto della aicurezza con cui il sonnambulo supera i pericoli, è
spiegato dal Maudsley con l’iperestesia in cui trovansi i sensi rimasti desti.
Il sonnambulismo può essere naturale e prorocato: in questo secondo caso
costituisce una delle fasi del grande ipnotismo. Cfr. Wundt, Grundriss d. Peyool., 1896, p. 321
segg.; Tuke, Sleep-walking and hypnot., 1884 (v. ipnotismoi. Sonno. T. Schlaf; I. Sleep; F. Sommeil. Stato
di incoscienza assoluta ο di subcoscienza, durante il quale l'organismo
ricostitnisco le forze esausto nelle sne relazioni col mondo esteriore. Se le
perdite e le riparazioni dell’ attività nervosa si facessero di istante in
istante, dice lo Spencer, non ci sarebbe l'alternativa tra la veglia e il
sbnno; ma siccomo ciò non avviene, e durante il giorno si ha un consumo
superiore all’approvvigionamento, così
1095 "gon si rende
necessario un periodo alterno, determinato dall'esaurimento, in cui la
provvista sia superiore al consumo. Le principali teorie sulle cause normali ed
immediate del sonno sono: quella che lo attribuisce ad uns specie di
intossioazione dell’ encefalo, dovuta ad alcuni prodotti del lavoro organico,
agenti in modo analogo agli anestetici (etere, cloroformio, ecc.); quella che
lo fa derivare da uno stato passeggero di snemia cerebrale, e quella che, all’
opposto, lo attribuisce ad uno stato di iperemia degli emisferi. Secondo il
Verworn, siccome la coscienza accompagna i processi di disintegrazione delle
cellule corticali, il sonno, che è un processo più intenso di assimilazione,
sarebbe scoompagnato dall’ inibizione dei processi dissimilativi. Secondo il De
Sanctis, la causa del sonno sarebbe non l’ esaurimento cerebrale ma il
muscolare, © la riparazione dei muscoli verrebbe favorita dal sonno perchè la
soppressione della conduzione degli stimoli esterni sopprimerebbe il cosidetto
fono chimico dei muscoli. Ultimamente duo nuove dottrine sul sonno sono state
proposte, raccogliendo molti consensi tra psicologi e fisiologi: la dottrina
istologica, sostenuta tra noi dsl Lugaro, secondo la qualo il sonno sarebbe
determinato da una retrazione dei prolungamenti centrali dei neuroni sensoriali
ο quindi dal loro isolamento dai neuroni contigui; e la dottrina biologica,
sostenuta specialmente dal Claparedo, secondo la quale il sonno è una funzione
di difesa, imposta dal principio come fenomeno di adattamento, sviluppata nella
lotta per 1) esistenza ο divenuta poi un istinto per la trasmissione
ereditaria, Le cause anormali si distinguono în organiche, come i narcotici, le
grandi altezze delle vette alpine, lo compressioni sul cervello, ecc., © in
peichiche, come la noia, l'allontanamento delle eccitazioni © la suggestione
propria © altrui, come l’ipnotismo, detto anche sonno provocato. Cfr. Preyer, Uerber die
Ursache des Soklafes, 1877; A. Marvand, Le sommeil et Pinsonnie, 1881; H.
Pléron, Le probl. Sop physiol. du sommeil, 1913; A. Mosso, Sulla
ciro. del sanguc nel cervello, 1880; De Sanctis, I sogni, studi psichioî ο
olimici, 1899 (v. incosciente, neurone, sogno). Soprannaturale. Τ.
Übernatürlioh; I. Supernatural ; F. Surnaturel. Ciò che sorpassa In natura,
ossia ciò che nel suo essere o nel suo agire trascende i poteri di quelle forze
materiali che costituiscono la natura. Il soprannaturale è quindi
essenzialmente spirituale, il regno dello spirito; la natura è materiale, ma
include lo spirito (anima umana) © può esser oggetto d’azione dello stesso
spirito infinito (miracolo). Cfr. Chr. Wolff, Vernünftige Gedanken. Il
SOPRANNATURALISMO è la dottrina che fa dipendere il mondo da un essere che
trascende, per la sua essenza e per il suo potere, la natura e che non può
essere identificato con le sue forze e le sne leggi. La dottrina che sostiene essere il cristianesimo
di origine soprannaturale, cosicchè non può essere spiegato coi soli fattori
naturali, ma riferito a Dio come suo autore.
La tendenza a sorpassare i limiti della natura, a cercare la spiegazione
del mondo oltre il mondo, a porre il fine dell’esistenza oltre l’esistenza. SERBATI
(vedasi) divide tutti i sistemi filosofici in rasionalisti e soprannaturalisti,
determinati da due opposte maniero di pensare ο di sentire: entrambe queste
tendenze sono naturali nell’uomo per quello che c'è nella sua natura, il
soprannaturalismo è naturale per quello che manca. Cfr. Stäudlin, Geschichte d.
Rationaliemus u. Supornaturalismus, 1826; Rosmini, Storia comparativa e oritioa
dei sistemi intorno alla morale, 1837 (v. natura, naturaliemo).
Sopraordinazione v. subordinazione. Soprasensibile. T. Ubersinnlich; I.
Supersensible. Può designaro tanto ciò che non può esser còlto ο conosciuto
mediante i sensi, quanto ciò che trascende per sua natura il mondo dei sensi;
nel primo caso equivale spesso a rasio 1097
Sor nale, mentale, nel secondo a intelligibile, spirituale. 11
soprasensibile non va confuso con l'ezirasensibile, che è quella parte del
mondo esterno che non ci è data direttamente dalle impressioni sensibili, bensì
da inferenze risultanti da rivombinszioni e riproduzioni delle impressioni
stesse. Cfr. H. Ritter, System d. Logik, 1856, I, p. 229 (v. extraseneibile).
Sordità. T. Taubheit; I. Deafness; F. Sourdité. Assonza del senso dell’udito,
che può dipendere da lesione o imperfezione dell’ apparecchio uditivo o del
nervo acustico, oppure da una lesione della zona di corteccia cerebrale ove
sono localizzate le sensazioni uditive; in questo secondo caso si ha la sordità
centrale ο psichica, nel primo la sordità periferica. Dicesi sordità verbale
una delle forme di amnesis parziale, che consiste nella perdita della memoria
della parola in quanto è pronunziata; quindi l’ ammalato, pur udendo le parole,
non ne comprende più il significato. Si manifesta specialmente nella demenza
paralitica, è dovuta a lesione della parte mediana della prima circonvoluzione
temporale sinistra, e va unita sempre ad altri disturbi della lettura e della
scrittura. Cfr. Bastian, Le cerveau organe de la pensée, 1888, vol. II, p. 220
segg.; Brissaud, Malattie dell’ encefalo, trad. it. 1906, pag. 100 segg. Sorite
(σῶρος acervus = muechio). T.
Kettenachluss, Sorites ; I. Sorites; F. Sorite. Una forma di ragionamento,
costituito da una catena di proposizioni collegate tra loro in modo, che il
predicato della prima fa da soggetto della seconda, il predicato della seconda
da soggetto della terza, © così via via fino a che nolla conclusione si unisce
il soggetto della prima col predicato dell’ ultima, Il sorite si può adunque
considerare come una catena o un muoohio di sillogismi, in cui sono soppresse
tutte le conclusioni e lu premesse minori intermedie; si può anche considerare
come un sillogismo solo, avente come premessa maggiore l’ultima proposizione,
come minore la prima, e come termino medio tutta la catena delle proposizioni
intermedie. Esso Sos 1098 si adopera quando non si può dimostrare,
adoperando un solo termine medio, il nesso immediato tra il soggetto e il
predicato di una tesi che ei vuol dimostrare e quindi ai devono assumere più
termini medi, procedendo per via di successive identificazioni. Es.: essere è
agire; agire è fare sforzo; fare sforzo è tendere verso un bene di cui si è
privi: tendere verso un bene di cui si è privi è soffrire; dunque essere è
soffrire. Il sorite può avere due forme: la forma regressiva o aristotelica,
quale fu definita più sopra e che è la più comune, e la forma progressiva o
goclenioa, che comincia con la premessa che contiene il predicato della conclusione
ed ha come ultima premessa quella che contiene il soggetto. Si distinguono
ancora il sorite deduttivo, a cui appartengono tunto 1) aristotelico che il
goclenico, e il sorite induttiro, costituito da una catena di sillogismi
abbreviati della terza figura. Primitivamente il sorite aveva valore non di
ragionamento logico, ma di sotisma, e si applicava a tutto ciò che presentasse
una transizione uguale e continua: così Zenone di Elea diceva che se si toglie
un grano da un mucchio di frumento, esso resta ancora un mucchio di frumento;
se se ne toglie un altro, lo stesso; e così via via finchè si conclude che
basta un solo grano di frumento per formare un mucchio; facendo lo stesso
ragionamento con l’aggiungere, diceva che un grano uon forma un mucchio, due
grani neppure, 9 così via via fino a coneludere che mille o più grani non
formano un mucchio. Gli secttici greci si valsero molto di tale forma di
sofisma, per dimostrare l'impossibilità di distinguere il vero dal falso. Cfr.
Aristotelo, De soph. elenok., 24, 179 a, 35; Cicerone, 4oad., II, 49; Lotze,
Grundzüge d. Logik, , p. 46 (v. tropi). SOSTANZA (sub = sutto, © stare = stare:
ciò che sta sotto; substantia è la traduzione esatta della parola Sroxelpsvoy
usata da Aristotele, © composta di ὑπό -= sotto, ο xetpat = stare, giacere). E
il sostrato permanente e irreducibile delle varie 1099
Bos qualità, il soggetto che persiste idontico sotto il mutare delle
qualità, come il colore, la forma, il peso, eco., ed è uno mentre i fenomeni e
le qualità sono multiple. Il pensiero filosofico si è sempre affaticato intorno
al problema della sostanza ο della sua conoscibilità. Aristotele fu il primo a
definire il concetto di sostanza, determinandola come qualche cosa che sussiste
per sè stesso ο si realizza nelle determinazioni particolari, che in parte sono
i suoi stati (πάθη), in parte i suoi rapporti con le altre cose (τὰ, πρὸς tt);
ma già in Talete ο nei presocratici si ha I’ iden di una realtà prima, ἀρχή, da
cui tutto deriva e che pure nel suo fondo rimane identica. Per Platone, le
essenze intelligibili sono le realtà sostanziali (οὐσίαι), e cioè l’unità sotto
cui si raccoglie ln moltiplicità delle cose sensibili, gli archetipi di esse.
Per gli stoici ln sostanza è l'essere, come sostrato permanente di tutti i
possibili rapporti; essa è il sostegno di proprietà stabili (ποιόν), e solo per
questo riguardo si trova sotto condizioni mutevoli ο quindi anche in rapporti
con altre sostanze. Gli scolastici la definirono ciò che per sò sussiste (ena
quod per se subsistit), ciod non per qualche altra cosa, come gli accidenti,
che sussistono nella sostanza, e quindi per la sostanza. Per Cartesio è reale
ciò che è di essenza semplice e indecomponibile, cioè il pensiero nella
coscienza, l'estensione nei corpi: Per substantiam nihil aliud intelligere
possumus, quam rem quae ita existit, ut nulla alia re indigeat ad existendum
;... Possunt autem substantia corporea, et mena, sive substantia cogitans,
creata, sub hoc communi concepta intelligi; quod aint res, quae solo Dei concursu
egent ad ezistendum. Per Spinoza non v’ha se non un’ unica sostanza, Dio, che
si mostra in due attributi, l'estensione ο il pensiero, i quali, essendo
ciascuno uel suo genere infiniti, cioò Innumercvoli, contengono a titolo di
modi (cioè come natura naturata, mentre sostanza ed attributi sono natura
naturante), tutti gli spiriti e tutti i corpi. Per Malebranche non esiSos stono sostanze sensibili, e il mondo
esterno è percepito in Dio, nel quale è riposta l’idea di estensione; anche |
per Berkeley non esistono sostanze sensibili, ma il mond esteriore è prodotto
dall’asione di Dio sul nostro spirito. Invece la scuola scozzese, seguendo il
realismo volgare. considera la sensazione come un segno naturale della so
stanza, Noll’empirismo di Locke e nel fenomenismo di Hume. Stuart Mill, eco.,
l’esistenza della sostanza è negata: ciò che noi diciamo sostanza non è che il
eubstratem, da cui supponiamo che sortano, per poi ritornarvi, quelle
sensazioni semplici che sono raggruppate insieme, cosicchè la consideriamo come
un'idea; questa però non è altro che l’unione di un numero di idee semplici che
αἱ prendono unite come in una cosa, mediante P unione di un me in cui
coesistono e di cui non si ha una ides chiara. « La nostra mente; dice il
Locke, è fornita d’un gran numero di idee semplici, recate ad ssa dal senso
;... essa osserva che un certo numero di tali idee stanno sempre insieme: crede
perciò che appartengano ad una sola cosa, ed essendo le parole adattate alla
comprensione comune e usate per un rapido disbrigo, le chiama, così unite in un
solo soggetto, con un solo nome; per disattenzione noi siamo inclini poi a
usarla 6 considerarla come una semplice idea, mentre in realtà è un complesso
di molte; e poichè, come dissi, non imaginiamo come tali idee semplici possano
sussistere per sò stesse, ci abituiamo a supporre un qualche sostrato sul quale
sussistono e da cui risultano; tale svstrato noi chiamiamo perciò sostanza ».
Questa critica fu accettata in parte dal Kant, il quale della sostanza fa una
cutegoria © pone come prima analogia dell’ esperienza che sotto ogni mutamento
dei fenomeni permane la sostanza: in tal modo essa è come un principio a
priori, cho costituisce la base della nostra esperienza ma non ha alcun valore
fuori di essa, essendo un prodotto della nostra mente, Il problema
dell’esistenza della sostanza si subor.
1101 Sos dina donque, in tutta la
storia della filosofia, a quello della sua conoscibilità: così per Platone noi
conosciamo la sostanza mediante un intuito razionale; per Aristotele la
sostanza è la prima delle categorie, l’atto logico onde il pensiero riporta
ogni attributo ad un oggetto ; per Cartesio la sostanza è il semplice che si
soopre con l’analisi al di sotto delle qualità seconde o sensibili, colori,
odori, sapori e suoni; per Spinoza ciò che è in sò ed. è percepito per sè; per
il Leibnitz le sostanze sono molte, e tutte quante attive e rappresentative,
perchè ogni monade rappresenta con maggiore o minor chiarezza, sò © tutte le
altre monadi; per il Galluppi la nostra idea di sostanza risulta ds una analisi
riflessiva, per cui anzitutto distingniamo il nostro soggetto dalle
modificazioni di cui è fotto ο il soggetto esteriore dalle qualità particelari
di oui lo rivestiamo, poscia « paragonando queste dne nozioni di soggetto-io e
di soggetto esterno, noi scopriamo con un nuovo atto di analisi in ambedue una
nozione identica, cioù quella del soggetto, ο quest’ ultima risultato
dall’analisi è In nozione di sostanza »; per gli empiristi non è che una idea
astratta dell’impressione di resistenza, e per i fenomenisti un’abitudine
mentale determinata dall’esperienza di una costante coesione di un certo peso,
un certo colore, un certo sapore, ecc., ciascuna delle quali sensazioni evoca,
in base alla legge d’associazione, tutte le altre. Nella filosofia
contomporanea il concetto di sostanza è ancora largamonte disensso, ο si può
dire che dal vario atteggiamento di fronte a tale problema derivino le più
profonde differenze tra i vari indirizzi speculativi, per quanto nessuno, o
assai pochi tra essi, accetti l’idea tradizionale di un sostrato irreducibile e
immutabile. Il progredire delle conosconze he e chimiche ha anzi diffuso la
convinzione che, in ordine alla realtà vera ο profonda, non sia lecito parlare
di sostanza, ma solo di attività, di energia, e che il concotto di sostanza, o
esprima niente altro cho nna legge Sos
1102a all’ equivalenza dei cangiamenti, ο sia una struzione fatta dalla
mente per comodità ο per un q siasi motivo soggettivo. Alcuni logici chiamano sestezz: logica il
sostrato al quale aderiscono le note di un concetto, sostrato costituito dalla
categoria alla quale il concetto stesso appartiene; per tal modo, se con
l’astrazione ascendente si tolgono tutte le note di un concetto, resterà sempre
in ultimo una delle categorie. L’Ardigò
chiama sostanza psico-fisica l’iudistinto dal quale emergono, spec:ficandosi, i
fatti molteplici, materiali ο spirituali, fisici e psichici; tale indistinto è
poi null’altro che l’unità reale cosmica, intrinsecamente e infinitamente complessa,
comprendente in sò stessa quei due ordini di fatti che costituiscono l’uno il
mondo esterno, l’altro l’ interno, e che in quanto tale, può essere pensata
come sottostante ad entrambi e colla virtualità di presentarsi tanto nell’ uno
quanto nell’ altro. Con l’espressione
sostanza del sense della vista Y. Müller e H. Helmholtz designano quelia parte
della sostanza nervosa dell’ apparecchio visivo interno, la cui eccitazione può
produrre sensazioni luminose 6 di colore: essa comprende la retina, il nervo
ottico e la parte del cervello nella quale penetrano le radici del nervo
ottico. Cfr.
Aristotele, Met., VII, 2, 1023 b, 8 segg., 3. 1029 a, 1; B. Bauch, Der
Substanzproblem in der griech. Philos.
bis zu Blützeit, 1910; Cartesio, Prino. phil., I, 51-53: Spinoza, Eth., 1. I, teor. II-XIV; Leibnitz,
Phil. Seriften, ed. Gerhardt, II, 57, VI, 488; Locke, Essay, 1877, 1. II. cap.
XXIII, $ 1; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Kehrbach, p. 174-192; Wundt, Logik, 1893, I, p. 483
segg.; Gallappi. Lesioni di logioa e metafisica, 1854, III, p. 1007 segg.;
Ardigò, Op. fil., VI, 153-165, VII, 446 segg., I, 184 segg. (v. essenza,
energismo, attualismo, mobiliemo, dualismo, fenomenismo, sostanzialiemo,
idealiemo, materialismo, spiritualiemo. Sostanza (principio di). Come principio
supremo di ragione si onnnein così: ogni qualità ο accidente dere arere 1108
Sos una sostanza, A questo principio alcuni riconducono quello della
conservazione della massa. La massa è il quoziente di ogni forza che si applica
al corpo diviso per l’accelerazione che esso gli imprime; questa quantità
m f/g è costante. Senza questo sostrato
solido, che rimane invariabile e serve da termine di confronto, ogni
trasformazione sarebbe inintelligibile. Allo stesso principio si riconduoe la
teoria del Lavoisier: in ogni reazione chimica la massa dei composti è uguale
alla somma della massa dei componenti. Il Rosmini riconduce il principio di
sostanza a quello di contraddizione: se l’accidente esistesse senza la sostanza,
sarebbe sostanza esso medesimo, vale a dire sarebbe accidente e sostanza nello
stesso tempo, il che è contradditorio. Cfr. Rosmini, Logica, 1853, $ 413.
Sostanzialismo. T. Substantialitàtstheorie, Substantialismus ; I.
Substantialiem ; F. Substantialisme. Ogni dottrina che ammette l’esistenza di
un reale assoluto, di una sostanza, di un soggetto che persiste identico ed uno
sotto la mutabilità e molteplicità dei fenomeni. È quindi sinonimo di realismo,
e si oppone ad empirismo, energismo, mobilinmo © fenomenismo. Nella psicologia
il soslanzialismo, ο dottrina della sostanzialità dell'anima, si oppone
all’attualismo, © dottrina dell’attualità dei fatti psichici: secondo la prima
dottrina, concepita già da Platone ma posta su basi precise solo da Descartes,
l’anima è una sostanza spirituale, immutabile, di cui tutti i fatti psichici
(pensieri, sentimenti e voleri) non sono che manifestazioni ; secondo
l’attualismo, prevalente nella psicologia contemporanea, i fatti psichici
valgono per sò soli, in quanto hanno un valore attuale e non in quanto si
riferiscono ad un ipotetico substrato, che, se è ammissibile nei fenomeni
fisici i quali rimangono immutabili nella quantità, essendo sottoposti alla
legge della conservazione dell’ energin non è invece riferibile ai processi
spsichici, cho valgono Per sè soli e sono in continuo aumento. Cfr. Hòfding,
Sos-Spa 1104 Psychologie, trad. franc. 1900, p. 79, 87; De
Sarlo, Cul. filosofica, luglio 1912, p. 438 segg. (ν. anima, sostanza.
risultanti poiohiche, vintosi). Sostrato. O substratum, si adopera talvolta per
designare la sostanza, vale a dire ciò che sta sotto agli ac cidenti, che serve
di fondamento alle qualità, ai fenomeni. Sottrasione. T. Subtraction; I.
Subtraction ; F. Soustraction. Nella logica designa quella forma di
argomentazione per cui, enumerati i caratteri di un determinato tutto. «
dimostrato che un singolo è di essi totalmente o in parte sprovvisto, si
conchiude che esso o non appartiene a quel tutto, o gli appartiene soltanto in
parte. Questa argomentazione si fonda sopra il principio dialettico che « il
residuo è uguale al tutto meno la parte ad esso tolta ». Ad es.: perchè un uomo
sia virtuoso deve amare il prossimo, praticare la giustizia, astenersi dai
piaceri dannosi, ecc.; ma Tizio nd ama il prossimo, nd pratica la giustizia,
ecc.: dunque Tizio non è virtuoso. Cfr. Rosmini, Logica, 1853. ». 225 segg. (v.
addizione, divisione). Sovrintelligenza. Nei sistemi teologici e mistici si
designa così quella funzione della ragione per cui questa, paragonando il campo
del possibile che le è dato nell’ idea al campo del reale datole dal
sentimento, vede che quello eccede infinitamente questo, e che in quella parte
di realtà non c'è la ragione suprema, che solo può esser tipo e ragione di
tnite le realtà finite. La sovraintelligenza umana è dunque l’atto per cui la
mente s’accorge che vi è qualche cosa oltre a tutto quello che essa conosce, un
al di là sconosciuto e inoonoseibile. Cfr. Rosmini, Logis, 1853. Ρ. 493 segg.
(v. agnosticiemo, misticisino). Spazio. T. Raum; I. Space; F. Espace. Secondo il
realismo lo spazio è un continuo a tre dimensioni illimitate, tutte le parti
del quale coesistono nello stesso momento; esso si ricollega strettamente col
tempo, che è un continuo illimitato avente una sola dimensione, di 1105
Bra cui noi occupiamo un punto determinato, che si sposta continuamente
nella stessa direzione. Secondo l’empirismo l’idea di spazio non è che il
rapporto dei coesistenti, in quanto implicano la distanza ο l’ estensione, e
l’idea di tempo il rapporto della suocessione dei fatti. Tanto lo spazio che il
tempo implicano molte questioni metafisiche © psicologiche, variamente risolte
nella storia della filosofia. La prima e la più importante di tali questioni è
la seguente: lo spazio esiste in sò, come luogo ove sono collocati corpi, è una
proprietà delle cose stesse, 0 è semplicemente un modo subbiettivo sotto il
quale percepiamo certe proprietà e certe relazioni dell’ essere? La filosofia.
antica, in generale, risolve la questione nel primo modo, la filosofia critica
moderna nel secondo. Così per Leucippo e per i suoi seguaci della scuola
atomistica, esiste nno spazio infinito, parte vuoto e parte ripieno di atomi;
il vuoto è lo spazio puro, che ha per proprietà essenziale l'estensione, e la
cui esistenza è provata dalla possibilità del movimento. Parmenide e gli eleati
negano l’esistenza del vuoto; l'essere occupa lo spazio in tutto e per tutto,
perchè non può venir limitato dal non-essere. Platone considera lo spazio vuoto
come la concansa (ξυναίτιον) nel non essere, che sta accanto al mondo dell’
essero ο della causa, al mondo delle idee e dell’idea del bene; per lui lo
spazio è quindi il « niente » di cui per l’iden del bene e della divinità è
formato il mondo fenomenico, Questa formazione consiste nella formazione
matematica ; egli insegna nel Filebo che il mondo della percezione à una
miscela dell'infinito dello spazio e del limite (πέρας) delle forme
matematiche, e che la cansa di questa mescolanza è l’idea del bene: per
diventar simile al mondo delle idee lo spazio assume la forma matematica. Anche
per Plotino lo spazio vdoto è il non essere, la materia, che forma la
possibilità per l’esistenza dei corpi, pur non essendo esso stesso corpo e non
essendo determinato dn 70 RanzoLI,
Dizion. di scienze filosofiche. SPA
1106 alcuna proprietà; anche per
Plotino lo spazio vale dunque come il presnpposto per la riproduzione, che le
idee trovano nel mondo fenomenico sensibile. Aristotele si oppone alla
identificasione platonica dello spasio con la msteria, osservando che la
materia e la forma sono inseparabili dalle cose, mentre lo spazio è separabile
e contiene le 0086; egli lo definisce invece come il primo limite del corpo
contenente, in quanto il corpo che vi è contenuto è sascettibile di movimento
locale; lo spazio è un vaso immobile, ma ciò che esso contiene può esser mosso,
da eni segue che non può esservi che un corpo contenuto in ur altro nello
spazio e che un corpo che non è contennto in un altro non è nello spazio; la
terra è nell'acqua come in suo Inogo naturale, l’acqua nell’ aria, l’aria
nell’etere, Vetere nel cielo, il cielo in nessun'altra cosa; per Aristotele lo
spazio è dunque qualche cosa di obbiettivo, di fisico, qualche cosa che indica
un ordino determinato nei mondo. La dottrina della realtà obbiettiva dello
spazio persiste ancora in Cartesio, Spinoza, Locke, Newton. Per Cartesio
l'estensione dei corpi, ossia lo spazio, costituisce non solo l'essenza dei
corpi, ma è infinitamente divisibik nelle sue parti; per Spinoza } estensione è
un attributo ino; per Newton lo spazio assoluto è reale, e deve considerarsi
come il sensorium, in oui Dio ha la percezione immediata dell’ universo
materiale; per il suo seguace Samuele Clarke lo spazio è una conseguenza
immediata e necessaris dell’esistenza di Dio, la proprietà d’una sostanza
incorporea, il posto non solo dei corpi ma anche delle idee. « Noi abbiamo
delle idee, come quella di eternità e di immensità, dice il Clarke, idee che ci
è assolutamente impossibile di distruggere o di bandire dal nostro spirito, e
che devono perciò essere gli attributi d’un essere necessari» attualmente
esistente.... Lo spazio è una proprietà della sostanza che esiste per sò
stessa, e non una proprietà di qualsiasi altra sostanza. Tutte le altre
sostanze sono nello Bra spazio, © lo
spazio le penetra, ma la sostanza che esiste per sò stessa non è nello spasio e
non è da esso pene trata. Essa è, per così espremirmi, il substratum dello
spazio, il fondamento dell’esistenza dello spazio ο della durata stessa ». Per
il Leibnitz lo spazio è invece null’altro che 1’ ordine delle coesistenze e
quindi non esiste indipendentemente dalle cose; è un fenomeno soggettivo, in
quanto l'estensione corporea si risolve nella rappresentazione che le monadi
inestese hanno della loro forza passiva. Per il Berkeley lo spazio assoluto è
un mero fantasma, lo spasio puro è la semplice possibilità del movimento dei
corpi, ο l'estensione, insieme con gli altri attributi sensibili della materia,
una nostra idea. Per Hume 1’ idea di spazio o di esteso non è se non l’idea di
panti visibili o tangibili distribuiti in un certo ordine, idea ottenuta
mediante sensazioni tattili ο visive e che esclude, in quanto tale, la
concepibilità di uno spazio vuoto. La dottrina della soggettività dello spazio,
riconfermata poi dal Condillac, Cr. Wolf, Baumgarten, James Mill e, infine, da
Emanuele Kant, dà origine ad un secondo problema: la nozione di spazio sorge
come prodotto della nostra esperienza sensibile, ο la troviamo insita a priori
nel nostro spirito? Secondo la dottrina empirica o genetica l'idea di spazio è
un astratto, che risulta dalla percezione di distanza (lunghezza) © di
estensione superficiale (larghesza © profondità): la prima è data specialmente
da una associazione tra le sensazioni della vista, del tatto ο del senso
muscolare, la seconda dalle sensazioni tattili cni si dssocia la
rappresentazione visiva della parte toocata; I’ idea di spazio, così ottenuta,
costituisce lo spasio prioologioo o Ottico, che è affatto relativo, e le cui
parti non appaiono mai perfettamente continue e omogenee; lo spazio assoluto, 0
spasio puro, di cui tutte le parti sono omogenee © continue, e che non lascis
alcuno spazio fuori di lui, è una pura astrazione matematica, non una vera e
propria realtà concettuale; la pretesa infinità dello spazio non significa
altro che ogni limite dello spazio è aceidertalo e può essere superato
dall’immaginazione. Second: la dottrina nativista lo spazio è invece un dato
assolutsmente a priori, che noi troviamo nel nostro spirito e ehr applichiamo
alle cose; le sue proprietà essenziali, che sono l'omogeneità o identità
perfetta delle sue parti, ll grandezza e la divisibilità illimitata proprietà di low natura inafferrabili alla
esperienza -provano che esso è un dato naturale ο a priori del pensiero. Così
per Kant lo spazio è il molteplice @ priori come forma del sens esterno; ogni
rappresentazione di un di fuori suppone infatti per base la nozione di spazio;
l'originaria rapprsentazione dello spazio è necessaria, perchè quantunque si possano
astrarre gli oggetti dallo spazio, non si pu però mai fare astrazione dallo
spazio stesso, ed è la rap presentazione di una quantità infinita, la quale
come concetto comprende infinite altre rappresentazioni : è dunque una visione
sintetica a priori, che in sò congiunge la realtà empirica e la idealità
trascendentale. Per Hegel Ίο spazio è mera forma, l’astrazione della
esteriorità immediata; 1’ Idea come natura comincia appunto a porsi come l’
essere che è esteriormente ed è altro: « La prima o immediata determinazione
della natura è l'universalità astratta della sus eseriorità; la cui
indifferenza priva di mediazione è lo epazio. Lo spazio è la giustaposisione
del tutto ideale, perohd è l’esser fuori di sd stesso, e semplicemente
continue. perchè questa esteriorità è ancora del tutto astratta, e non ha in sd
alcuna differenza determinata >. Per P Herbart lo spazio è l'apparenza
obiettiva prodotta dal meccaniamo della rappresentazione e precisamente da un
rapido sucoedersi di qualità, prive per sò stesse di ogni estensione; allo
spazio empirico corrisponde uno spazio intelligibile « che noi aggiungiamo
inevitabilmente col pensiero all’ andare ο al vedelle sostanzo,... e che la
metafision costruisce per le 1109 Spa mutazioni di situazione della realtà
intelligibile ». L’ Helmholtz riconduce la rappresentazione dello spazio alla
organizzazione psicofisiologica; ma oltre allo spazio apparente © soggettivo
dobbiamo ammettero una spazio reale « perchè nella realtà devono esistere dei
rapporti di qualche genere ο dei complessi di essi, tali da determinare il
luogo dello spazio nel quale un oggetto appare »; questi rapporti sono i
momenti topogeni; i momenti ilogeni fanno sì) « che noi crediamo di percepire
in tempi differenti cose materiali diverse nei medesimi Inoghi ». Per il
Diibring lo spazio reale è « quello per il quale le cose hanno una distanza lo
une rispetto alle altre »; ora, è per virtù delle stesse forze naturali che le
distanze reciproche dei corpi e delle particelle materiali sono come sono e non
altrimenti, ο si mautanò; la posizione spazialo ο la distanza spaziale espri
mono dunque un rapporto dinamico, e le forme spaziali non possono mai per tal
guisa realizzarsi senza una grandezza determinata; l’ordine spaziale delle
parti si distingue pereid come un ordine di parti in cui gli clementi sono gli
autori di un aggruppamento schematico: « ora, lo schema, che per tal guisa
diventa percepibile, è appunto lo spazio ». Il Wundt definisce lo spazio « una
grandezza permanente, infinita, congruente in sè stessa, nella quale il singolo
indecomponibile è determinato mediante tre direzioni ». Contro Kant egli nega
la rappresentabilità di uno spazio vnoto, pure riconoscendo che lo spazio nella
forma in cui lo intuiamo non può avere realtà obiettiva; contro le dottrine
nativistiche ed empiriche dello spazio egli pone la propria dottrina dei segni
locali, in virtù della quale V intaizione spaziale apparo come una sintesi
associativa © fusione di un sistema di segni locali fissi della retina, con un
sistema di segni locali uniformi di movimento, e quindi come un prodotto delle
nostre condizioni psichiche ο dolla nostra organizzazione fisica; ciò porta ad
escludero tanto una corrispondenza fra la nostra intuizione spazialeSpa 1110 ©
l’ordine esterno delle cose, quanto l’arbitrarietà dell’intuizione stessa: « La
necessità, proveniente dall’ esterno, ondo la nostra coscienza è obbligata a
collocare gli oggetti in ordine spaziale, dimostra ansi l’esistenza di
fondamentali determinazioni obbiettive sotto il cui influsso l’ intuizione
spaziale è formata. Se noi designano tali de terminazioni come spazio
obbiettivo, dobbiamo considerarlo come qualche cora di sconosciuto, che non ci
è dato immedistamente, ma al quale potremmo giungere, se riusci» simo ad
eliminare i processi soggettivi, che ci hanno condotto alla intuizione spaziale
». Il Masci ammette invece con Kant che.lo spazio non è un concetto discorsivo
ο ge nerale di rapporti delle cose, ma una pura intuizione, anzitutto perchè il
concetto è universale mentre l’intuizione ha per suo termine l’individuale, ©
gli spazi singoli sono appunto intuiti come parti non costitutive ma
distributive © limitative; poscia perchè, mentre gli elementi dello spazio
(punti) non hanno ordine logico e non si esigono ma si escludono, carattere dei
concetti è di avere organisme e misura; infine perchè i concetti sono prodotto
di comparazione e astrazione, mentre gli spazi non hanno nulla di diverso tra
loro e si distinguono soltanto nello spazio: egli aggiunge ancora che lo spazio
rende conce] il principio di causalità, © non può quindi essere, al pari di
questo, un concetto, formando lo schema per cui il concetto stesso diventa
rappresentabile. Il Varisco ammette uno spazio reule, a tre dimensioni,
omogeneo, euolidev; # uno spazio puro o astratto, formatosi nella nostra mente
allo stesso modo di tutte le altre nozioni astratte, cioè per V aggruppamento
spontaneo dei dati sperimentali, con la conseguente eliminazione degli elementi
che non siano compatibili; l’esistenza dello spazio reale è provata dal fatto
stesso della ‘rappresentazione determinata, che gli uomini ne hauno, nonchd
dalla impossibilità di sostituire i simboli spaziali con altri: «
Oggettivamente, quello che ll Bra si
chiama lo spazio si risolve: primo, nell’ avere cisscun elemento materiale un’
estensione. L’ elemento non essendo composto di parti distinte, nd scomponibile
in modo alcuno, la sua estensione è assolutamente inseparabile; è uno dei
caratteri essenziali, dal cui complesso inseindibile risulta V elemento, appunto
come la sua massa, 9 la sua attitudine a essere determinato psichicamente.
Secondo, nell’ ensere gli elementi a distanza tra loro, il che significa
soltanto che le loro estensioni non si continuano ». Per l’Ardigò lo spazio non
è che l’astratto del rapporto di coesistenza, ossia dell’ ordine col quale si
presentano associati insieme i sensibili nella percezione dei corpi: « I corpi
ο le sostanze del mondo esterno, distribuiti in questo nello stesso ordine
secondo il quale sono sentiti gli organi onde li percepiamo; ossia la
proiezione, nello stesso mondo esterno, non solo dei sensibili relativi, ma
anche dell’ ordine secondo il quale li sentiamo; e la stessa proiezione di
questo ordine per la medesima legge di oggettivazione della sensazione esterna:
ecco il fondamento della idea dello spa zio ». Si tratta dunque d’un concetto
empirico, alla cui formazione concorrono insieme sensazioni visive, tattili,
muscolari, e che non richiede quindi per essere spiegato il concorso della
facoltà dell’ intelletto o del soprasensibile ; l'argomento della infinità
dello spazio, e quello soeraticoplatonico della presenza intera dell'idea dello
spazio già al principio della vita cogitativa, non valgono contro la concezione
empirica, sia perchè I’ infinità spaziale non si intuisce veramente, sis perchè
l’idea di spazio, al pari d’ogni altra ides, si va formando a poco a poco nella
nostra nente col progresso dell’ esperienza e del lavoro di associazione, di
distinzione, di costruzione logica. Cfr. Platone, Timeo, 49; Aristotele, Phys.,
IV, 5, 212 b, 27 seggi; Plotino, Enx., III, 6, 7 © 18; Cartesio, Medit., IV;
Id., Prine. ΡΜ. II, 10 segg.; Spinoza, Ethéoa, II, teor. II; Locke, Éssay, II,
cap. XIII, $ 2, 11, 21 segg.; Newton, Naturalia SPE phil. prino. math., 1687,
p. 6. II, III; Leibnitz, Op. fi. 1840, p. 602, 241; Berkeley, Dial. b. Hylas a.
Philonows, I: Hume, Treatise, 1874, II, sez. 3; Kant, De mund sesis., 1882,
sez. III, $ 15; Id., Krit. d. reinen Fern., ed. Kehrbach, p. 50e segg.; Hegel,
Enoiclopedia, trad. it. , p. 205 segg.: Herbart, Peyohol. als Wissenschaft, 33
ed., I, p. 488 segg.: Id., Allgemeine Metaphysik, 1828, II, p. 199; Helmholts,
Pàiayol. Optik, 1867, p. 442 segg.; Dühring, Logik, 1878, p. 199-201; Wundt,
Logik, 2° ed., I, p. 442-461; Id., Grundsiigo, d. physiol. Peychol., 2° ed., t.
II, p. 28 segg.: Baumann, Die Lehren von Raum, Zeit und Mathematik, 1869; B.
Erdmann, Die Aziome d. Geometrie, ; Schlesinger, Substantielle Wesenheit des
Raumes und der Kraft, 1885; 8. H. Hodgson, Time and space, 1865; G. Lachalas,
Etude aur l'évpace ot le temps, 33 ed., 1910; B. Bourdon, La perception
visuelle de Véapace, 1902; A. Covotti, Le teorie dello spario e del tempo nella
fl. greca, « Annali della R. Scuola Nor. di Pisa », vol. VII, 1899; Tocco,
Della materia in Platone, « Stud. it. filol. class. », IV, 1895; Varisco,
Soiemsa e opinioni, 1901, p. 60 segg; Masci, Le forme dell? intuizione. 1881;
Ardigd, Op. fil., II, p. 110 segg., V, 259 segg., VII, 88 segg. (v. intuizione,
iperspacio, estensione, superficie. distanea, stereognostico). Specie. T. Art;
I. Species; F. Espèce. In una serie di due o più idee subordinate le une alle
altre, le meno estese si dicono specie rispetto alle più estese, che diconsi ge
nere; © siccome l’estensione e la comprensione stanno fra loro in rapporto
inverso, così sotto il rispetto della comprensione la specie è invece maggiore
del genere, cosicchè essa comprende gli attributi del genere. E facile
comprendere che una idea può essere generica sotto un rispetto, specifica sotto
un altro: così nella serie di ossere, materia, organismo, animale, vertebrato,
uomo, l’iden animale è specifica rispetto a quelle più estose 9 meno
comprensive di organismo, materia, cescre, è gonorioa rispotto alle idee meno
cstese © più comprensive di vertebrato © uomo, Diminuendo sempre più
l'estensione, si arriva all’ idea assolutamente specifica ultima species -; compiendo l'operazione
inversa si giunge all’ idea assolutamente generica summum genus ossia all’ idea di essere, di sostanza, di
qualche cosa, ecc. Nello scienze fisicho
per specie κ’ intendono gli stati o fatti primitivi, fondamentali,
irreducibili; lo sforzo del pensiero scientifico è, a tal riguardo, di ridurre
le specie al minor numero possibile ο di eliminarle. Nella concezione meccanica
dell’ universo, le varie specie di fenomeni si fanno derivare da combinazioni e
complicazioni di movimenti, eseguiti da moviili ο regolati da un numero
limitatissimo di principi; in tal modo però l’unità e l'identità reale dei
fenomeni è raggiunta solo apparentemente, giacchè per dar ragione della
diversità occorre ammettere dello profonde differenze tra le proprietà dei
movimenti, le quali, dovendo avere anch’ esse una causa, implicano
necessariamente l’esistenza di specie diverse di condizioni. Una più profonda
unificazione raggiunge la dottrina elettromagnetica, la quale, eliminato ogni
dualismo tra materia ed etere, ponderabile © imponderabile, risolve le varie
specie di sostanze materiali che noi percepiamo in forme diverse di
aggregamento di elementi omogenei; in tal modo il fondamento delle distinzioni
in specie o in aggruppamenti di vario ordine (si tratti di sostanze semplici o
composte) non può esser posto in qualità esolurive degli elementi singoli, ma
nelle maniere di aggrupparsi © di ordinarsi di elementi identici, e quindi
nelle leggi che intervengono e spiegano la loro efficacia nei vari casi. Nello scienze biologiche la definizione dalla
specie, collegandosi alle questioni fondamentali della filosofia zoologica,
varia a seconda dei diversi autori: per il Prichard essa è una collezione di
individui somigliantisi tra di loro, discesi da una coppia primitiva, e le cui
lievi difSPE 1114 ferenze si spiegano con l'influenza degli
agenti fisici. Per il Cuvier è la collezione di tutti gli esseri organirsati,
nati gli uni dagli altri e da parenti comuni, ο da quelli che loro somigliano
tanto quanto essi si somigliano tra di loro. Per il Lamarck è la collezione
degli individui somiglianti che la generazione perpetua nello stesso stato,
finchè le circostanze della situazione non cambino sufficientemento per cambiare
le loro abitndini, i loro caratteri, le loro forme. Ad ogni modo, il criterio
prevalente è che si dicono della stessa specie gli individui che possono
inorociarsi meglio tra di loro e dar Inogo a prodotti che si perpetuano
all'infinito; invece V inerociamento fuori della specie, nel genere, o è
sterile 0, so dà luogo a riproduzione (come tra la lepre ο il eoniglio) essa
non si perpetua all'infinito. In questi ultimi tempi il concetto di specie ha
subìto però nuove modificazioni, in seguito agli studi del Heincke sullo
deviazioni dei caratteri dalla media, e più ancora del De Vries sulla
variabilità nel mondo vegetale e sull’ ibridismo. Secondo il De Vries, i
caratteri della specie presentano nell’ individno una certa indipendenza l’uno
dall’altro ed una varinbilità fluttuante ο statistica, cioò una oscillazione in
più o in meno, intorno ad un valore medio (ideale) del carattere, entro limiti
che non sono mai oltrepassati : assolutamente infondata, egli dice, l’ opinione
che la variazione lineare (in un senso ο nell’altro) di un dato carattere sia
illimitata, in modo che si possano produrre nel corso di secoli ο di millenni
trasformazioni, più importanti che non nel corso di pochi anni. Per il
miglioramento di ciascun carattere preso per sò, bastano in condizioni
favorevoM 2-3 ο per solito non più di 3-5 generazioni ». Mentre lo speoie
elementari, anche quelle più affini tra loro, non differiscono per un solo
carattere, ma in quasi tutti i loro organi e in tutte le loro qualità, nessun
essora dà in eredità ai suoi discondenti i snoi caratteri come 1115
SPE un tutto unico. Mediante procedimenti sperimentali fu possibile
separare uno o più caratteri, seguendone poi lu sorte attraverso una
generazione di ibridi. Il Rosmini chiama
specie piena, o anche esemplare dell’ oggetto, il concetto pienamente
determinato, che ha cioè la massima comprensione e la minima estensione; quando
con l’astrazione si tolgono da questa specie piena gli accidenti, lasciando la
sostanza, si ha la specie astratta sostanziale; quando si fa 1’ operazione
inversa si hanno lo specie astratte accidentali. Nel linguaggio della filosofia scolastica per
species a’ intende I’ imagine rappresentante l'oggetto. Species sensibilis è
quella della percezione, species intelligibilis quella del pensiero: « Species
sensibilie non est illud quod sentit, sed magis id quo sensus sentit. Ergo species
intelligibilie non est id quo intelligitur, sed id quo intelligit intellectus.
Per apeoiem intelligibilem fit intellectus intellegens actu, siout per apociom sensibilem
sonsus est aotu sentiene » (8. Tommaso).
Species praedivabilis è la cosa atta ad esser predicato di molte, differenti di
solo numero, nella domanda quid est; ad es. animale predicato di cavallo,
pecora, eco. Species subiicibilia è il particolare che si colloca propriamente
sotto il genere e di cui si predica immediatamente il genere in quid; ad es.
animale rispetto ad un vivente. Speoies ezpressa è la percezione ©
rappresentazione dell’ oggetto, detta così perchd è espressa ο tratta fuori e
dalla potenza; species impressa è la qualità prodotta dall’ oggetto quale
vicaria rirtus obiecti che si imprime nella potenza e la completa ο l’aiuta a
trar fuori la percezione dell’ oggetto, cioè In specie espressa; entrambe le
specie vengon dette talora anche speoies intentionalis, perchè per essa la
potenza tendo all'oggetto. Cfr. A. Righi; La moderna teoria dei fonomeni
fisici, 1904; Hugo De-Vries, Specie ο varietà, trad. it., Palermo, Sandron ;
Raffaele, Riv. di Sciensa, anno I, n. 102; De Sarlo, La nozione di specie, «
Cult. filosofica », giugno 1908; S. Tommaso, Sum. phil., I, qu. 46;
GocleSPE 1116 nius, Lexicon philosophicum, 1613, p. 1068
segg.; Malebranche, De la rech. de la verité, 1712, III, 2, 2 (v. darwinismo,
razza, trasformismo, ibridismo, sensibile). Specifico. T. Speoifisch; I.
Specific; F. Spéoifique. oppone tanto a generico quanto a individuale; così
dicesi differenza specifica tutto ciò che serve a distinguere uns specie da
un’altra; esperienza specifica quella fatta da tutta la specie attraverso il
succedersi delle generazioni, e fissata per l'eredità nell’individuo ; memoria
specifica |’ istinto che è un insieme di atti protettivi accumulati e trasmessi
dalla eredità; legge delle energio specifiche, la dottrina, secondo la quale le
diverse modalità delle sensazioni dipendono dalla natura specifica dei diversi
organi di senso, non dalla differenza degli stimoli esterni che le eccitano (v.
energie specifiche). Specioso. Un argomento specioso non è che un ragionamento
sofistico, con cui si tende a persuadere altrui della verità d’una conclusione
falsa. Speculare. Dicesi allucinazione speculare quel fenomeno psicologico che
si verifica durante gli stati profondi del sonno ipnotico, e che consiste nella
visione interiore del proprio organismo acquistata dal soggetto e proiettata al
di fuori. Dicesi scrittura speculare o a specchio, quella che va da destra a
sinistra, come la scrittura che si legge per riflessione in uno specchio. Può
essere così istintiva come naturale (Leonardo da Vinci); nel primo osso dipende
da una anomalia, non ancora bene conosciuta, dei centri motori encefalici (v.
autosoopia). Speculativo. T. Speculativ ; I. Speoulative; F. Speoulatif. Si
oppone tanto a sperimentale, empirico, positivo, quanto a pratico © designa il
sapere astratto ο che è fine a sè stesso, e non serve quindi di mezzo a fini
utilitari o pratici. Diconsi speculative le scienze filosofiche, ο quelle, in
genere, nelle quali più che l’esperienza hanno parte la forza indagatrico della
ragione e la sua potenza dimostrativa. Dicesi ragione speculativa la ragione in
quanto ha per fine la ricerca del vero, e ragion pratica la ragione in quanto
ha per fine il bene e fornisce i principi dell’azione. Speculasione (speculari
= guardare attentamente). T. Speculation ; I. Speoulation ; F. Spéculation. E
la traduzione latina del greco θεωρία da Sewpsty, che significa osservare,
indagare. Quindi speculazione vale indagino, ricerca, ma spesse volte si
adopera per indicare il sapere puro, l’indagine razionale, per opposizione alla
ricerca sperimentale e positiva. Così per Aristotele la speculazione è la forma
più alta e intuitiva del concepire, ed appartiene anche alla divinità. Per Kant
una conoscenza teoretica è speculativa quando ha per oggetto cid che non si pud
cogliere in alcuna esperienza; la conoscenza dell’universale in astratto è
conoscenza speculativa; la conoscenza filosofica è la conoscenza speculativa
della ragione. Cfr. Aristotele, Met., VI, 1, 1025 b, 18; Kant, Krit. d. reinen
Vern., ed. Kehrbach, p. 497. Spirito. Lat. Spiritus, Mens; Τ. Goist; I. Spirit;
Ἑ. Esprit. Pnò avere vari significati. Nel senso metafisico, lo spirito è la
sostanza immateriale, distinta dal corpo ο ad enso opposta, semplice,
indivisibile, imponderabile, incorruttibile, immortale; essa non ha alcuna
forma sensibile, nessuna proprietà della materia, 9 si rivela come pensiero,
sentimento e volontà. La nozione di sostanza spirituale, intravveduta
nell'antichità soltanto da Platone, è relativamonte recente nella storia del
pensiero. Da principio per spirito si intendeva il soffio della vita, ciò che
l'essere animato sembra esalare col suo ultimo respiro, e per lungo tempo
rimase a designare non ciò che è assolutamente incorpoTeo e immateriale, ma
bensì una materia estremamente sottile, attenuata, penetrante e impalpabile
come il soffio; tale concezione materialistica si mantenne anche nella
filosofia greca, cosicchè per Anassimandro 1’ anima è gassosa, Ser 1118
per Ippone è un’ umidità, per Senofane è aria, per Eraclito, per
Democrito e per gli stoici è fuoco, per Epicuro à un corpo consistente di
materia serea ο di fuoco. Anche per Anassagora lo spirito (νοῦς) ordinatore
dell’ univers secondo un fine e moderatore del movimento, è una materia, un
elemento corporeo, omogeneo in sè, inoreato ο imperi turo, diverso da tutte le
altre materie solo per grado, in quanto è la più fine, la più leggera, la più
mobile, e per la sostanza, in quanto si muove da sò e muove gli altri elementi.
Per Tertulliano lo spirito è una particolare svstanza: epiritus enim corpus sui
generis in sua effige. Per Alberto Magno apiritus potest dici is qui active
apirat. Per Melantone vapor ex sanguine expreseus. Questo concetto durò fino a
tutto il medio evo, e la stessa religione cristiana non seppe spogliarsene,
come è dimostrato dalle pane materiali che essa infligge alle anime condannate
al fuoco eterno. Soltanto col dualismo cartesiano si distinsero nettamente le
due sostanze, che esistono entrambe per sò stesse, ma di cui una, lo spirito, è
pensiero ο attività, l’altra, la materia, è estensione e inerzia: questi due
opposti si uniscono solo in Dio, fondamento reale della conoscenza e del moto,
e nell’uomo, che è spirito e corpo, pensiero ed azione: Non autem plura quam
duo genera rerum agnosco: unum est rerum intellectualium, sive cogitativarum,
hoc est. ad mentem sive ad substantiam cogitantem pertinontins : aliud rerum
materialium, sive quas pertinent ad substantiam, hoc est, ad corpus.
(Cartesio). Una nozione ugualmente esatta dello spirito si ha nel Berkeley: «
Uno spirito è nn ee sere semplice, individuale, attivo, che si chiama
intelligenza in quanto percepisce le idee, volontà in quanto le produce o è
attivo in rapporto ad esse ». Naturalmente, il materialismo ha sempre
combattuto il concetto della sostanza incorporea, dello spirito, che per
l'Hobbes è una vor insignificans, © per i materialisti del secolo soorso uns
semplice fanzione della sostanza cerebrale; ma la critica 1119
fer più acuta fu fatta da Locke ο da Hume, il primo dei quali dimostrò
l’inconcepibilità di una sostanza in sè stessa, il secondo sostenne che,
essendo ogni idea derivata da una impressione precedente, se abbiamo un’ idea
della sostanza del nostro spirito dovremmo aver pure un’ impressione di questa
sostanza, il che è inconcepibile perchè V impressione dovrebbe esser simile
alla sostanza; perciò egli risolve lo spirito in « un sistema di percezioni
diffe- renti, che sono collegate le une alle altre da un rapporto causale e
reciprocamente si producono, si distraggono, si influenzano © si alterano ». Tale
critica fa accettata da Kant, che additò i paralogiemi nei quali onde la
peicologia razionale quando vuol provare la spiritualità dell’anima; da J. 8.
Mill, che risolve lo spirito in una possibilità permanente di sentimenti; dal
Bain, che lo considera come « un residuo, che si trova dopochè si è separato il
mondo obbiettivo dalla totalità della nostra esperienza »; dal Wundt, che ne fa
un semplice soggetto logico dell’esperienza interna; dallo Spencer, che lo pone
come inconoscibile, come un simbolo di ciò che non pnd mai cadere sotto il
pensiero; dall’Ardigò, che lo considera come il ritmo comune o generico
mentale, costituito dallo reminiscenze e dalle sensazioni interne, ritmo che ci
si presenta come inesteso e immateriale, perchè nei suoi ele«menti non
apparisce il riferimento con la meccanicità del fatto fisiologico, della quale
gli elementi stessi sono la manifestazione cosciente. Nel senso puramente psicologioo lo spirito
può designare sia 1’ insieme delle attività psichiche dell’uomo, senza riferimento
ad una sostanza permanente, © in tal caso ha il significato generico che si
attribuisce alla parola coscienza, psiche, anima, io, eco.; ein l'insieme delle
sue facoltà intellettuali, e in tal caso ha significato più ristretto, ο si
oppone alle facoltà affettive ο Volitive. Cfr. Aristotele, Phys., VIII, 1, 250
b, 24; Diogene Laerzio, II, 3, 6; Platone, Rep., IV, 435; Tertulliano, Spr 1190
Adv. Praz., C 7; Cartesio, Prino. phil., I, 11, 48; Berkeley, Prino. of
hum. know., 1710, XXVII; Locke, Enquiry, 1. II, cap. 23, $ 18 segg.; Hume,
Treatise, P. IV, ses. v; J. è. Mill, La phil. de Hamilton, trad. franc., cap. XII, pag. 228 segg.; Bain, The
sonsca and the intellect, 3* od., cap. I; Spencer, Prino. of Peychol., 1881, P.
II, cap. 1, § 58; Wandt. Handbuch d. physiol. Peyohol., , vol. I, p. 8;
Höffding, Peychologie, trad. franc. 1900, p. 10 segg.; Tylor, La cirilisation
primitive, trad. franc, 1876, vol. I,
p. 497 seggi, Lubbock, I tempi prolstorioi ο l’origine dell’ incivilimento,
trad. it. 1875, p. 557 segg.; Ardigò, Opere fil., I, 209 segg. IX, 306 segg.
(v. anima, psiche, attualiemo, sostanzialismo). Nel suo significato più largo,
lo SPIRITUALISMO è la dottrina che ammette l’esistenza di Dio e dell'anima come
sostanze immateriali, © cioè semplici, inestese, attive, identiche a sè stesse,
© che non cadono sotto i sensi; si oppone perciò al materialismo, il quale non
ammette altre sostanze che le materiali, e nega l’esistenza di sostanze
spirituali distinte dalle sostanze materiali. Si distingue dall’idealiemo, in
quanto mentre questo fa dello spirito, come del corpo, un semplice modo del
pensiero, un’ idea pura, quello considera invece l’idea come un modo o una
forma dello spirito. La distinzione però non è sempre osservata, usandosi
spesso le espressioni idealismo realistico, o metafisico, © cosmologico, ο
assoluto, per indicare il monismo spiritualistico. Tre sono i principali
argomenti dello spiritualismo per dimostrare la necessità di un principio
immateriale che produca i fatti di coscienza: 1° la coscienza non pnd nascore
dalla materia corporea, perchè mentre questa è per sua nature molteplice e
composta, quella è per sua natura semplice ed una; 2° la coscienza, essendo
dotata di ai vità spontanea e libera, non può derivare dalla materia. cho à
inerte © incapace di modificare sò stessa; 3° la coscienza non pad derivare
dall'organismo, perchd mentre essa sente di rimanere sempre identica a sè,
l’organismo si rinnova © varia continuamente. Quest’ ultimo è l’argomento sul
quale si appoggiano, specialmente dal Lotze in poi, gli spiritualisti moderni:
se nel corso della vita psichica, nel succedersi continuo di sensazioni,
rappresentazioni, emozioni ο voleri, l'individuo si sente sempre identico a sò,
sempre il medesimo, vi deve essere nn sostrato permanente sotto la vicenda dei
fatti psichici, i quali per ciò non sono che fenomeni molteplici e variabili
d’una sostanza unica © immutabile. Ammessa l’esistenza della sostanza
spirituale, due soluzioni fondamentali αἱ rendono possibili. Si può considerare
lo spirito come unica realtà, di cui la materia non è che un semplico fenomeno,
e in tal caso si ha lo epiritualiemo puro o monistico. Si può consideraro
invece lo spirito e la materia come due principi ο sostanze opposte e
irreducibili, esistenti ab aeterno I’ una accanto all'altra, e agenti
reciprocamente l’ans sull'altra, 6 in tal caso si ha lo apiritualiemo
dualistico. Le principali ragioni su cui lo spiritnalismo monistico si fonda,
sono: 1° poichè l'universo non si rivela a noi che sotto forma spirituale, devo
essere di essenza spirituale; 2° poichè l'universo è conoscibile, deve eniatere
tra esso © il nostro spirito un legame essenziale, giacchè sarebbe
inesplicabile una corrispondenza tra il pensiero ο ciò che gli è del tutto
estraneo; 3° poichè nella coscienza non c'è che coscienza, se non si vuol
rinunsiare a conoscere si deve concepire l’universo in termini di coscienza,
ossia per analogia con la nostra esperienza interna. Le varie forme del monismo
spiritualistico germogliano infatti da una particolare traserizione del mondo
in termini di esperienza psicologica, sia che faccia dell'universo un processo
organico e consideri 1’ ovoluzione cosmica come In necessaria attuazione d’unn
idea immanento nella natura, sia che riduca il divenire della realtà all'esplicarsi
d’ un: tendenza impulsiva, sin che la faccia rampollaro da un ferace istinto di
reazione. Platone cho eleva ad immutabili #1
Ranzout, Dizion. di scienze filosofiche. Spo 1122
essenze i concetti dello spirito umano; Fichte che vede nel processo cosmico
lo sforzo perenne dell’ Io morale per rendere efficace la sua libertà; Hegel
che dà valore di realtà assoluta al movimento dialettico del pensiero;
Schopenhauer che pone al fondo delle cose la volontà; Schelling. Froschammer,
Bergson che contemplano nell’eterno dive nire del mondo l’opera d’una fantasia
inesauribile, traggono tutti dalla esperienza interna il principio del low
spiritualismo. Cfr. F. Kirchner, Grundprinzip des Weltprezesees, 1882; Wachrot,
Le nouveau spiritualieme, 1882; A. Aliotts, Linee d’una concesione
spiritualistica del mondo, « Cultura filosofica >, Anno VII, n. 3, 8, 4-5
(v. anime, monismo, influsso fisico, neo-spiritualismo, parallelismo, #stanza,
sostanzialismo, spirito). Spontaneita. T. Spontaneitàt; I. Spontaneity; F. Spor
tandité. Leibnitz la definì brevemente contingentia sine cos tione; Cristiano
Wolff principium asse ad agendum deterninandi intrinseoum. Nel suo senso
proprio, è il potere che ha un essere di modificare da sè stesso lo stato
proprio. indipendentemente da ogni causa esterioro. Si oppone quindi alla
inersia, che è invece la tendenza di un essere a perseverare indefinitamente
nel suo stato di riposo o di movimento, finchd non sia modificato da una causa
este riore. Per Aristotele gli oggetti che costituiscono la na tura hanno în sò
stessi il principio del proprio moto, © tali oggetti sono non solo i corpi, ma
anche quelli che sono legati con corpi, come l’uomo, © quelli che al corp? sono
principio di movimento, come l’anima. Epicuro pe neva nell’atomo una spontaneità,
una determinazione individuale, per oui esso può deviare nella sua caduta
rettilines (clinamen) e produrre quegli urti con gli altri atom. che danno
origine alle cose. Anche il Leibnitz pone ln spontaneità nella monade, che è
una forza semplice, originaria, determinata in sò stessa e non dal di fuori,
Nella filosofia moderna la spontaneità è da molti considerats essa è sostituito
il determinismo cosmico, 1’ universale ο necessaria continuità del movimento,
che si trasforma in modi infiniti. Quando la spontaneità è apposta alla
recettirità, non significa più libertà: si dice infatti che la sensibilità è
una recettività, l'intelletto invece una spontaneità, in quanto è la facoltà,
dice Kant, di produrre in noi stessi delle rappresentazioni. Cfr. Leibnitz, Philos.
Scriften, ed. Gerhardt, IV, 483, VII, 108; Kant, Krit. d. reinen Vern. (v. caso, contingenze, necessità). La STATICA è
quella parte della meccanica razionale che studia la composizione delle forze
(indipendentemente dai movimenti che sono capaci di produrre) considerate come
grandezze riferite ad una unità di misura della stessa specie. Statistion. T.
Statistik; I. Statistica; F. Statistique. Può designare tanto la scienza dei
fatti sociali espressi con termini numerici, quanto i termini stessi. La
statistica come scienza ha per oggetto la conoscenza della società considerata
nei suoi elementi, nella sua economia, nella sua tuazione; essa si può definire
come l'osservazione e l’induzione appropriate allo studio quantitativo dei
fenomeni collettivi, suscettibili di variare senza regola assegnabile a tutto
rigore. Nei fenomeni collettivi essa deve sceverare ciò cho v’ha di tipico
nella varietà dei casi, di costante nella variabilità, di più probabile
nell’apparente accidentalità, e decomporre, fino al limite che la natura del
metodo consente, il sistema di cause ο di forze di cni essi fenomeni sono la
risultante. La statistica è deserittica, quando si limita a raccogliere i
fatti, matematica quando li rappresenta e confronta per dedurne lo leggi. Cfr.
Morpurgo, La statistica e le scienze sociali, 1872; Gabaglio, Teoria generale
della statistica, 33 ed. ; N. Colaianni, Manuale di mtatistioa teor., 2* ed.
1907 (v. sociologia). Stato. T. Staat: I. State; F. État. Ogni società
organizzata snlle basi della giustizia; ogni società i cui membri STA 1124
prestano abituale obbedienza ad una autorità posta nel. società stessa e
che non presta obbedienza abituale ad un autorità esterna. Il Brugi lo
definisce « un istituto che tr tela il diritto nella società civile, induce a
unità le classi > ciali, ed à il mezzo con cni si manifesta l’azione
colletti»: del popolo »; così inteso, lo Stato è distinto dalla società ti
vile, che è l’ ordinamento degli individui appartenenti a vi dato popolo in
classi fondate sugli interessi economici, tisi © intellettuali. L'origine, la
natura e le funzioni deliv Stato furono © sono spiegate in modi diversi. Per
Prots gora gli dèi hanno elargito a tutti gli nomini in misun nguale il senso
della giustizia e il timore morale (2ixr © αἴδώς) affinchd possano conchiudere
patti durevoli per i conservazione reciproca nella lotta per la vita. Per Pis
tone lo Stato ideale deve rappresentare in grande l’uomo. ο deve perciò
constare di tre parti, che corrispondono alle tre parti dell'anima: la classe
insegnante, la classe mil: tare e la classe guerriera; solo alla prima spetta
di gu: dare lo Stato, di fare le leggi e di vegliarne l’eseenzior mentre
cömpito della seconda à la conservazione dell dinamento dello Stato, interno ed
esterno; alla gran mass del popolo, operai e contadini, che col lavoro
provvedono alla creazione dei mezzi esteriori dello Stato, s’addicono solo
l'obbedienza e la moderazione. Per Aristotele l’attività morale dell’ uomo,
ζῶον zoAtttxév, non può trovare la sus perfezione se non nella vita in comune,
quindi anche per lui non e’ è nessuna moralità concreta fuori dello Stato, come
scopo essenziale del quale anche Aristotele considerava l’educazione morale dei
cittadini; ogni costituzione politica è giusta, quando il governo ha presente,
come scopo più elevato, il benessere della umanità. Cfr. Combotheern, La conospt.
jurid, de Etat, 1899; Spencer, L’individu contre?" État. trad. frane. 1885; Cavagnari, Psicologia dello
Stato, 1901:Brugi, Introd. alle acience giuridiche e sociali, 1907, p. 1 sogg.
(v. contrattualismo, diritto, pena, società).
sre Stereognostico (senso). Espressione introdotta nel linguaggio
filosofico dall’ Hoffmann, con la quale si designa il senso che ci dà la
nozione della forma degli oggetti e delle loro proprietà fisiche, quali la
temperatura, l’estensione, la consistenza. Più che una forma di sensibilità
semplice esso è costituito dall’associazione di nozioni fornite specialmente
dal tatto attivo ο dal senso muscolare. In generale si ammette che la nozione
della solidità e della forma degli oggetti a distanza ci è data dalla visione
bioculare, per la differenza delle due imagini retiniche prodotte dall’oggetto
solido. Perciò alcuni psicologi ritengono sia più proprio parlare d’una
percezione atereognostica piuttosto che di un senso stereognostico ; altri lo
chiamano invoce fatto attivo, 0 percezione tattile dello spazio. Dicesi
storeoagnosia il fenomeno psichico, che consiste nella perdita del
riconoseimento della forma degli oggetti: sembra dovuta ad una rottura delle
fibre d’ associazione leganti il contro sensoriale muscolo-tattile col centro
dello imagini visive delle forme. Cfr. Helmholtz, Physiol. Optik, 2° ed. p. 782
segg.; Wundt, Physiol. Paychol., 4° ed., vol. II, p. 227; E. B. Titchener,
Exper. psychol., 1901, I, p. 257 segg.; Bourdon, La perception visuelle de
l'espace, 1902; Id., «Inndo peyohologique, , p. 65 segg. Stereoscopic. T. Sterooskop; I. Stereoscope; F.
Stéréoscope. Stromento col quale le figure piane sembrano solido, valo a dire a
tre dimensioni. Esso si fonda sulla constatazione che l'apprezzamento della
solidità dei corpi è dato dalla visione bioculare, per il fatto che l’imagine
di un dato corpo solido, proiettata su una retina, non può essere ngnale
all’imagine che lo stesso corpo proietta nel medesimo tempo sull’altra retina.
Esistono vario forme di stereoscopi, di cui il primo è dovuto al Weastone.
Mediante questo stromento si fw cadere sopra una retina il disegno dell’imagine
che un dato corpo solido proietterebbe su essa, e sui punti identici dell’altra
retina il disegno delSTE-STO 1126 l’imagine che il medesimo corpo proietterebbe
contempo raneamente su di essi; quindi, benchd ciascun disegno sia rappresentato
da una superficie a due sole dimensioni, si ba la stessa sensazione che si
avrebbe guardando il corpo solido, che tali disegni rappresentano, con le sue
tre dimensioni (lunghezza, larghezza, profondità). Se i due disegni sono uno
nero © l’altro bianco si ha la sensazione dello splendore. Cfr. Weastone, Philos.
Transact., 18%: Stolze, Die Stereoscopie und das Storeorscop., 1894 ; Breuster.
The stereosoope, 1857 (v. retina,
peeudoscopio, spazio, risire. solido, stereognostico). Stereotipia. Sintomo di
alcune malattie mentali, com la forma catatonica della demenza precoce, 1’ imbecillità.
l’idiotismo. Consiste nella ripetizione continua degli stesi movimenti e delle
stesse frasi, nella monotonia del tono di voce, nel ritorno incessante dei
medesimi periodi ο delle medesime parole quando l’ammalato scrive. Cfr. J.
Finzi. Compendio di psichiatria, 1899, p. 101,123 (v. ecolalia, stupore).
Stimolo. T. Keiz; I. Stimulus; F. Stimulus, excitant. Tutto ciò che produce lo
stato di eccitazione d’una cellula, d'un tessuto o d’un organo. Senza l’azione
dello stimolo l'attività funzionale della cellula, e quindi del tessuto o
dell'organo, non si produce. L'intensità della eccitazione prodotta è,
generalmente, proporzionale all’intensità dello stimolo. Ogni organo reagisce
allo stimolo in quel modo che è conforme alla sua struttura. Gli stimoli della
cscienza si distinguono in esterni, che agiscono sugli organi situati alla
periferia del corpo, interni, che provengono da una modificazione inerente agli
organi, ο inferoerebrali, che consistono nell’ irradiarsi della eccitazione
nervosa da vu centro superiore ad un altro (v. eccitazione, aubminimali). Ston
(στοά = portico). Grecismo usato talvolta per designare lo stoicismo, dicendosi
la filosofia dello Stoa, o seuplicemente lo Stoa. La filosofia stoica ebbe
infatti la sus prima sedo nel Portico pecile.
1127 STO Stoicismo (στοά -=
portico). T. Stoiciemus; I. Stoiolem; F. Stoicieme. Sonola filosofica fondata
da Zenone di Cizzio, in Cipro. Il suo nome le venne dall’essere stata aperta,
tre secoli a. C., nello Stoa pecile, un portico ornato di pitture del celebre
Polignoto. Essa ebbe più di cinque secoli di vita rigogliosa, durante i quali
attraversò due periodi nettamente distinti l’uno dall’altro: il primo ha per
centro esclusivo Atene, il secondo si svolge specialmente a Roma, ove conta fra
i suoi seguaci i cittadini più illustri. Mentre nella prima fase l'insegnamento
originario di Zenone è conservato intatto, nella seconda esso tende
all’eclettismo, specie con Cicerone, Seneca, Marco Aurelio, che attinsero
largamente alla filosofia platonica. I caratteri fondamentali della filosofia
stoica sono, a giudisio dello Zeller, il materialismo in quanto essa pone Dio e
l’anima come sostanze corporee; il dinamismo perchè considera come inseparabili
la materia ο la causa, cioò il principio passivo e l’attivo; il pantelsmo
perchè il principio attivo è uno solo, ed è Dio. Secondo gli stoici la
filosofia non è che lo studio della virtà, ed ha per centro la vita morale
dello spirito; tuttavia essa si distingue in tre parti: logica, fisica, ed
etica. Di ciascuna di queste parti sono date sufficienti notizie in questo
vocabolario alle parole anticipazioni, anima nel mondo, anapodittioi, ecpirosi,
mantica, adiafora, tabula rasa, noo, logos, catalettico, visa, eco. La parola
stoicismo si adopera anche in opposizione ad epicureisino, per designare tutti
quei sistemi di morale che pongono come norma suprema della condotta il dovere.
Cfr. H.
Arnim, Sloicorum voterum fragmenta, 1903-1905; L. Stein, Die Psychologie der
Stoa, 1886-88; A. Dyrof, Die Hthik der alten Stoa, 1897; P. Ogereau, Le syatime
philos. des Stoiciens, 1885; 8. Talamo,
Le origini del cristianesimo e il pensiero aloico, 1892. Storia. T. Geschiohie;
I. History; F. Histoire. Può ossere intesa come fatto, 0 come dottrina o
disciplina. La Sto 1128 storia come fatto può a sua volta esser
intesa in tre sensi: generalissimo, generale 6 particolare. Nel primo per
storia s'intende l'evoluzione di tutto l’universo fisico ο morale, in quanto
tntto ciò che esiste, essendo soggetto a cangiamento, esiste nel tempo ed ha
quindi una storia; in questo sonso si usano le espressioni storia della terra,
storia della specie, storia dei mondi, ecc. In un senso meno generale per
storia s'intende lo spirito umano nel suo movimento, ossia 1’ evoluzione
complessiva dell’ umanità, nelle suo istituzioni politiche ed economiche, nelle
ane forme giuridiche, religiose, morali, eco. In senso partioolare, e più
comune, per storia s'intende lo svolgimento di quegli avvenimenti umani, che
hanno esercitato una azione visibile sul corso generale della società. La
storia come dottrina ο storiografia, è la ricostruzione, la narrazione e
l’interpretazione di tali avvenimenti; in’ modo più rigoroso è, come la
definisce il Bernheim, « la scienza degli sviluppi degli uomini nella loro
attività come esseri sociali », sebbene questa definizione inchinda nella
storia anche la sociologia. La storiografia è passata attraverso quattro fasi:
13 primitiva o mitioa, in cui mancano i mezzi di fissazione degli eventi
sociali, che sono raccolti dall’imaginazione fervida del popolo ο trasformati
in miti e leggendo; 2° istruttica o prammatica, che ba per mira non tanto la
ricostruzione fedele del passato, quanto la determinazione delle regole e degli
insegnamenti morali, politici o religiosi, che dal passato si possono ricavare,
per guidaro i contemporanei e illuminare il futuro: la storia è dunque la
maestra della vita; 3% medievale ο religiosa, in cui, per il prevalere del
pensiero cristiano, la suocessione dei fatti storici è considerata come lo
svolgersi d’un piano provvidenziale rivolto a fini lontani 6 imperserutaDili;
4* moderna ο naturalistica, in cui la storia è considerata come sapere naturale
di puri fatti umani, nei loro rap porti di causalità reale, indipendentemente
da qualanqne 1129 Sto preoccupazione morale, politica o
religiosa. Ma intorno alla vera natura della storia regnano profonde divergenze
tra i pensatori moderni, alcuni dei quali la considerano scienza vera ο
propria, «altri arte, altri disciplina a sè, distinta così dalla scienza come
dall’arte. Per i primi i fatti storici sono causali, ed è quindi possibile
ricavarne delle leggi che, al pari di quelle scientifiche, non varranno
soltanto a interpretare il passato, ma anche a prevedere il faturo storico e
sociologico; la storia adotta lo stesso metodo positivo delle altre scienze, e
le sue spiegazioni si ottengono per via deduttiva; alcuni credono anzi
possibile dedurre tutte le leggi storiche da uno o de pochi principi generali,
come il fattore economico, l'analogia biologica, l'interesse, la simpatia,
l'influsso dell’ ambiente, dell'eredità, della lotta per la vita. Per i secondi
i fatti storici non sono causali, cosicchè la costruzione di leggi storiche è
impossibile, e il passato, anzichè interpretato scientificamente, può essere
soltanto artisticamente ricreato o rifatto; però a tale conclusione gli uni
arrivano collocando l’accidentalità nella storia, perchè in essa molto può il
fattore individuale, e da cause lievi possono derivare grandi effetti, e
effetti molto diversi derivare da cause simili, gli altri collocandovi invece
la libertà, in quanto nel divenire peichico, di cui il divenire storico è un
riflesso, si ha una vera © propria creaziono continua di valori, una varietà
incessante dovuta all’eterogenesi dei fini, ai contrasti e alle sintesi
psichicho. L'indirizzo intermedio nega che la storia sia arte, al pari della
musica o della poesia, perchè mentre l’arte ha per fine il bello ο crea essa
stessa la propria realtà, sin puro imitandola dalla natura, la storia invece ha
per fine il vero, per quanto brutto possa essere, © ricerca ln propria realtà
servendosi di processi che le arti ignorano totalmente; e nega che la storia
possa essere scienza, ciod un sistema di leggi, perchè mentre legge significa
univerSTO 1130 salità © ripetizione, storia significa
individualità e muiazione, mentre la legge è lo stesso fatto esteso oltre i
limiti dello spazio e del tempo, la storia è I’ individua zione dei fatti nello
spazio e nel tempo, e mentre infine le soienze della natura sorgono ο si
sviluppano solo in quanto ciascuna può prescindere dal rapporto di solidarietà
che unisco il proprio oggetto con quello di tutte le altre, la storia umana è
un frammento della storia cosmica e il suo procedere è interrotto ed
accresciuto ad ogni istante dal confluire di innumerevoli fattori esterni, che
non si possono, in quanto tali, calcolare in base alla pura conoscenza dei
momenti precedenti. La storia è dunque una particolare disciplina, la quale,
per l’irreducibile singolarità dei fatti che formano il suo oggetto,
singolarità dovuta all’ infinita complessità del loro determinismo. devo
procedere da caso a caso, rinunziando ad ogni generalizzazione mediante le
leggi; nell’aocertamento critico doi fatti essa segue il metodo positivo di
tutte le scienze ο doi sussidi che la glottologia, l'archeologia, la
paleografia, l'antropologia, ecc. possono offrirle; ma poichè l'oggetto della
storia non à la realtà inconscia, bensi la stessa coscienza umana nel suo
movimento, essa richiede in chi la coltiva quell’ intuito psicologico e quelle
virtù di prosatore, che sono indispensabili per indagare lo spirito del passato
ο per farlo rivivere. Cfr. Bernheim, Lehrbuch d. historischen Methode, 1903;
Simmel, Problem der Geschiohtsphilosophie, 1907; Flint, History of the
philosophy of history, 1893; Bourdeau, Z’histoire et les historiens, 1888;
Lavolléo, La morale dans Vhistoire, 1892; Langlois et Seignobos, Introd. aux
éludes historiques, 1898; Altsmira, La inseianza de la historia, 1891; Croce,
It concetto della storia, 33 ed. 1896; Crivellucci, Il concetto della storia,
in «Studi storici », fasc. I ο II, 1899; Ant. Labriola. 11 problema della
filosofia della storia, in Scritti varî, 1906: A. Rava, It valore della storia
di fronte alle scienze nat.. 1131 Sro-STR 1910; C. Ranzoli, Il caso nel
pensiero ο nella vita, 1913, Ρ. 199 segg. : Storicità. La caratteristica del
fenomeno sociale secondo alcuni filosofi. 11 Comte la designa come « una
successione © filiazione di stati e momenti storici, come intluenza graduale ©
continua delle generazioni le une sulle altre ». Il Littré, precisando il
pensiero del Comte, fa consistere la storicità
per la quale il passato determina il prosente, © il presente l'avvenire
nella accumulazione, nella preservazione © trasmissione dei prodotti, sia
matoriali sia immateriali, dell'attività sociale, nella creaziono di un fondo
comune di cose da apprendere, fatto questo esolusivamente sociologico, che non
trova riscontro di sorta in biologia (v. estetismo, istoriemo). Storico
(argomento). Alcuni teologi chiamano così quella fra lo prove a posteriori
dell’esistenza di Dio, la quale, dalla constatazione che la religiosità è
propria di tutti i popoli in tutti i tempi e in tutti i gradi di civiltà,
conchiude all’osistenza di un Ente supremo che risplende nella intelligenza
umana. Questo argomento perderebbe ogni valore qualora fosse mostrato che vi
sono o vi furono popolazioni prive affatto di religiosità; alcuni antropologi
infatti lo sostennero, altri lo negarono, nd può dirsi che la questione sia
definitivamente risolta in un senso o nell’ altro (v. gli argomenti ontologico,
ideologioo, morale, fisico, metafisico). Stratonismo. T. Stratonismus; I.
Stratonism ; F. Stratonisme. L’indirizzo naturalistico © panteistico della
filosofia aristotelica, iniziatosi prima con Teofrasto e poscia più
energicamente con Stratone. Secondo quest’ultimo, l'intelletto ο l’attività
rappresentativa costituiscono un tutto unico: come non v'è pensiero senza
intuizione, così non v'è percezione senza la cooperazione del pensiero; tutt'e
due uppartengono all’unica coscienza. Applicando lo stesso concetto all’analogo
rapporto metafisico, Stratone insegna che STR-SUB 1132
la coscienza o ragione della natura non può esser considorata come
qualche cosa di separato da essa: Dio non può essere pensato trascendente, come
non può essere pensato il voîg. Così esso nega il monoteismo dello spirito, ed
insegnando che non si può pensare la semplice materia © nemmeno una forma pura,
respinge l’elemento platonico della metafisica aristotelica, che era rimasto
nella separszione della ragione dalla materia, e lo respinge tanto lungi, che
ridiventa ‘libero l’ elemento democriteo: nel divenire universale lo
stratonismo vede soltanto la necessità immanente della natura e non più
l’effetto di una causa spirituale, fuori del mondo. Cfr. Cicerone, De nat.
deorum., I, 13, 35; H. Diels, Beriohte der Berliner Akad., 1893, p. 101 segg.
Stroboscopio v. cinetoscopio. Stupore. T. Stupor; I. Stupor ; F. Stupeur. Nel
suo significato comune designa lo stato di immobilità peichica, a così dire, in
cui trovasi chi è colpito da qualche cosa di meraviglioso © d’inaspettato.
Nella psicologia patologica designa un rallentamento delle espressioni motorie
portato al massimo grado. Esso non è per sò una malattia, ma una sindrome che
comparisce frequentemente nello malattie mentali: se è accompagnato da paralisi
psichica si ha lo stupore epilettico, se da intima serenità lo stupore maniaco.
se da tensione interna © da stato di ansin lo stupore melanconico, se da
negativismo o da intoppo psichico lo stapore catatonico. Cfr. Whitwell, 4 study of
stupor, « Journal of ment. scie. », 1889, XXXV, p. 360 segg. (v. atereotipia, confusione). Subalterne
(ὑπάλληλαι). Due proposizioni che hanno lo stesso soggetto e predicato sono
subalterne quando hanno la stessa qualità ma differiscono nella quantità del
soggetto, di cui l’uno è universale l’altro è particolare : ossia 4 ed I, E ed
O. La proposizione particolare dicesi subalternata, Vuniversale subalternante.
Dalla verità della universale si inferisce la verità dolla particolare, ma
dalla 1133 Sup falsità della universale non #’ inferisce
la falsità della particolare. Inversamente, dalla verità della particolare non
8’ inferisce la verità dell’universale, ma dalla falsità della particolare si
inferisce la falsità dell’universale. Tutti i ragionamenti a fortiori, sia di
prova che di refutazione, hanno il loro principio fondamentale in questi due
ragionamenti, che ne costituiscono il tipo più semplice. Cfr. F. Ueberweg,
Syst. der Logik, 1874, § 95 (v. conversione, inferenza). Subcontrarie
(ύπεναντίαι). Due proposizioni che hanno lo stesso predicato sono subeontrarie
quando sono particolari ed apposte nella qualità: ossia I ed O. Possono essere
entrambe vore ma non entrambe false. Cfr. Masci, Logica, 1899, p. 225 segg.
Subcosciente. Τ. Halbbewusst, unterbewusst; I. Subconscious; F.Subconeoient.
Parola d’uso recente nella psicologia, ma di valore molto incerto, tantochè
Morton Prince ne espone sei significati differenti. Alcuni psicologi moderni
chiamano così quegli stati particolari di oscuramento psichico o di semisogno
determinati da una diminuita fanzionalità dei processi corticali ο
manifestantisi frequentemente nella pazzia nei quali le impressioni del mondo
esterno sono raccolte con difficoltà ο imperfettamente obbiettivate. Si dicono
anche stati orepuscolari, e possono estendersi a tutta la vita sensitiva, o ad
alcune parti di essa soltanto. Vi sono però molti psicologi che non ammettono
tali stati di subcoscienza, e li considerano o come stati di osonramento
psichico o come semplici processi fisiologici senza il loro correlativo
psicologico. Por subcosciente 0
conoosoiente e intende anche l’attività psichica dissociata dalla personalità
ma provvista di coscienza, ossia l'insieme dei fenomeni psichici rappresentanti
la manifestaziono di coscionzo secondarie che coesistono accanto alla
principale. Secondo alcuni psicologi contemporanei, il subcosciente, così
inteso, avrebbe larga parte nella vita psichica norSus 1134
male e anormale: la nostra condotta, le nostre opinioni. il nostro
umore, i nostri sentimenti sarebbéro grandemente influenzati da una quantità di
fattori psichici di cui moi non siamo coscienti, ma si quali non si può negare
una coscienza, come provano ad es. i fenomeni della scrittura automatica e come
è rivelato dalla stessa introspezione, che ci testimonia il persistero di una
attività coordinata ο intelligente, dalla quale abbiamo distolto I’ attenzione.
Maggiore efficacia ancora avrebbe il subcosciente nella produzione degli stati psichici
anormali 6 supernormali, come gli sdoppiamenti della personalità, l’ipnotismo,
la telepatia, il medianismo. R.
Assagioli propone di adoperare le espressioni : subcosciente, por designare in
generale ed in blocco tutto ciò che esiste e si svolge nella nostra psiche
senza che noi no siamo coscienti ; attività psichica concoacionte ο dissociata
per indicare l’attività psichica dei centri secondari di coscienza; coscienza
latente (6, secondo i casi residui psichici latenti, patrimonio psichico
latente, ecc.) per designare tutti i nostri ricordi, idee, ece., accumulati ed
a nostra disposizione, ma fuori del campo della nostra coscienza attuale. Cfr.
Gross, Die cerebrale Sekundärfunction; W. Hellpach, Unbewusstes oder
Wechseheirkung, « Zeitschrift für Psych. », XLVIII, p. 238; Morton Prince, The
aubconscious, VI* Congr. int. de psych, Geneve, 1910, p. 71 sogg.; Id., The
dissociation of a personality, 1906; Myers, The human personality, 1902; Janet,
L’automatieme payohoique, 1889, p. 84 segg., 223 segg., 316 segg.; Patini
Concienza, aubooscienza, incoscienza ο apeichla, « Riv. di psicologia applicata
», , VI, p. 24; R. Assagioli, It eubcosciente, « Rivista di filosofia », aprile
1911, p. 197-206: C. Ferrari, Le emozioni e la vita del eubcosciente, 1911: J.
Jastrow, La suboonscience, trad. franc. 1908 (+. confusione, incosciente).
Sublime, T. Erhaben ; I. Sublime; Ε. Sublime. Un valore ‘tico che, in tutte lo
ste sottospecie (terribile, tragico, SUB orrido, solenne, grandioso), è
prodotto dalla percezione o rappresentazione dell’immensità nel tempo ο nello
spazio, © della potenza fisica o morale. Già Enrico Home determinò il sublime
come il bello quando è grande, e Edmondo Burke lo intese come ciò che con un
brivido di benessere οἱ ‘incute terrore, mentre noi stessi ci sentiamo lontani
dal pericolo d’un dolore immediato, distinguendolo dal bello, che è ogni cosa
atta a suscitare piacevolmente i sentimenti dell’amore umano in generale; ma il
merito di aver fatto l’analisi di questo sentimento spetta a Emanuele Kant, che
pose l’essenza del sublime in una convenienza dell’azione degli oggetti col
rapporto tra la parte sensibile e la soprasensibile della natura umana. Il
sublime, come il bello, si rivolge alle due principali facoltà dello spirito,
l’imaginazione e l'intelletto; ma mentre nel bello queste facoltà agiscono
d’accordo, nel sublimo si trovano in contrasto |’ una coll’ altra. Infatti
l'oggetto non è sublime che perchd colpisce i sensi, ma i sensi o
l’imaginazione si sentono impotenti a raggiungerlo, como di qualche cosa che
sorpassi infinitamente la sfera sensibile e che soltanto l’intelletto può
comprendere. Dinanzi al sublime il selvaggio fugge perchè in esso teme la
divinità. L’ uomo civile non fugge, perchè nulla ha a temere; tuttavia egli non
può sottrarsi ad un senso d’ angoscia, perchè il sublime gli fa sentire tutta
la sua pochezzu materiale; l'emozione del sublime è quindi, nel suo ini
depressiva. Ma al senso primitivo di terrore segue poi un senso di intima
soddisfazione, perchè il sublime desta in noi il senso della nostra morale
grandezza; è così che da depressiva l’emozione diviene esaltativa, e
dall’angoscia passiamo all’ entusiasmo. « Delle roccie sospese audacemente
nell’ aria e quasi minaccianti, dice Kant, delle nubi procellose che si ammassano
nel cielo tra lampi ο tuoni, dei vuleani che scatenano tutta la loro potenza di
distruziono, degli urngani che seminano la distruzione, l’ oceano immenso
solSUB 1186 levato dalla tempesta, la ostoratta d’un gran
fume, sono cose che riducono ad una insignificante piccolezza il nostro potere
di resistenza, confrontato con tali potenze. Ma l’aspetto ne è tanto più
attraente quanto più è terribile, purchè noi siamo al sicuro; e noi chiamiamo
volentieri queste cose sublimi, perchè elevano le forze dell’ anima sopra la
loro mediocrità ordinaria, e ci fanno scoprire in noi stessi un potere di
resistenza di specie al tutto diversa, che ci dà il coraggio di misurarei con
l'apparente onnipotenza della natura.... Il sublime non risiede dunque in alcun
oggetto della natura, ma solo nel nostro spirito, in quanto possiamo avere la
coscienza d’ essere ‘superiori alla natura che è in noi, ο per tal via anche
alla natura che è fuori di noi (in quanto essa ha influenza su noi). Tutte le
cose che eccitano questo sentimento, e ad esse appartiene la potenza della
natura che provoca le nostre forze, si chiamano allora sublimi ». Vi hanno due
forme di sublime: il matematico, dato dallo spettacolo della grandezza sotto la
forma della estensione, ed il dinamico datooi dallo spettacolo della potenza.
Questa distinzione, già fatta da Kant, è accolta dalla grande maggioranza degli
estetici; alcuni però ammettono invece tre forme di sublime: il naturale, a cui
assegnano le tre forme subordi nate dell'estensione, della successione, della
forsa; il sublime intellettuale, che e’ inizia col sentimento di una sorta di
annientamento intellettuale davanti ad un oggetto del pensiero, che non
riusciamo ad abbracciare nella sua complessità, ο si completa col sentimento
della riscossa, della reazione incalzante doll’ intelligenza ο della fantasia
che la sostiene; il sublime morale, che ha origine dall'idea della libertà
consapevole che s’inchina al dovere, ο se ne fa l'organo nella vita © nella
storia. Cfr. Home,
Elements of criticism, 1761; Burke, Esgay on the sublime and beautiful, 1756;
Kant, Krit. d. Urteilekraft, 1878, $ 23 seggi; Herart, Lehrbuch ©. Payoh.,
1850, p. 99; Ribot, Peychol. den 1137 Sur sentiments, 1896, p. 339 segg.; Hüffding,
Paycologie, trad. franc., p. 282 segg., 393 segg.; Masci, Pricologia, 1904, Pp.
396 segg. Subliminale e
supraliminale. I. Subliminal, supraliminal. Con l’espressiono io subliminale,
diffusa nella terminologia filosofica e religiosa dal Myers, #' intende un io
suboosciente, dotato di meravigliose proprietà fra cui quella di essere
indipendente dal corpo e di sopravvivere ad eso; con esso si spiegherebbero i
fenomeni estranorınali della telepatia, dell'ipnotismo, del medianismo, della
ispirazione geniale. Senza accettare le vedute mistiche del Myers, molti psicologi
ammettono l’esistonza di stati subliminali, o subeoscienti, 0 concoscienti, che
sarebbero provati sia dai fenomeni normali del sogno, delle disposizioni
innate, ece., come da quelli anormali della dissociazione della personalità,
dell’ automatiamo psicologico, della pazzia, ecc. Io mpraliminale o stati
supraliminali sarebbero quelli della coscienza principale, dell’io empirico.
Cfr. Myers, The human personality and its survival to bodily death, 1902;
Janet, L’automatisme peichologique, 1889; R. Assagioli, 11 subcosciente, un’arena spianata: abrasa, aequalio mentis
arena. Per il Rosmini la tavola rasa è l’idoa indeterminata dell'ente, che è +
in noi dalla nascita. Cfr. Plutarco, Plac., IV, 11; Locke, Essay, 1. 1, cap. 1,
$2; Rosmini, Nuoro saggio sull'origine delle idee, 1830, II, p. 118 (v. a
priori, empirismo, natirismo, sensismo). Talento v. ingegno. Tattile
(sensazione). T. Tastempfindung; 1. Touch senvation; F. Sensation tactile. Le
sensazioni tattili si distinguono in sensazioni di pressione, per cui si
avverte la pressione e il contatto degli oggetti sugli organi tattili; ο
sensazioni di luogo 0 di spazio, per cui si avverte la località del corpo che
viene compressa; dalla associazione di queste due specie di sensazioni
risultano le nozioni della forma e della consistenza dei corpi. Perchè sia
possibile una sensazione di pressione, è necessario che il peso del corpo sia
almeno da 2 milligrammi a 5 centigrammi; perchè si possa avvertire il crescere
della intensità della sensazione stessa è necessario che gli stimoli successivi
stiano fra loro in rapporto come di 1 ad 1 +1}; ciò costituisce la legge di
Weber, che fu poi estesa a tutte lo altro spocio di sonsazioni © suona nel modo
seguente: la sensazione cresce più lentamente dello stimolo, crescendo di
minima differenza quando gli eccitamenti crescono di quantità proporzionali; ο,
in modo più preciso: In sensazione sta allo stimolo che la determina come il
logaritmo sta al suo numero. Quanto alla localizzazione delle sensazioni
stesse, essa è tanto più perfetta quanto minore è la distanza in cui devono
trovarsi le dne punte di ‘an compasso (compasso di Weber) per produrre duo
sensazioni distinte; la Tas-Tau
1146 massima sensibilità si trova
sulla punte della lingua, la minima sul dorso, le braccia e le coscie: in
quella, per ottenere due sensazioni distinte, le due punte del compasso devono
distare di 0,5 linee di Parigi, in queste di 30 linee. Gli organi del tatto
sono le terminazioni nervose contenute nel derma ; nel capo il senso tattilo è
esercitato dal 5° paio dei nervi cerebrali, nel resto del corpo dalle fibre
sensibili dei nervi spinali. Nel
linguaggio aristotelico-tomistico dicesi taotue quantitatie quello per il quale
una cosa si unisce con un’altra in modo che le parti aderiscono tra loro;
tactus virtutis quello per il quale una cosa opera sopra un’altra. Cfr. Wundt,
Grundzüge d. phys. Psych., 3* ed., II, p. 10 segg.; Hüfiding, Peychologie,
trad. franc. 1900, pag. 137, 199, 255 segg. (v. circoli tattili, corpuscolo,
estesiometro, distanza, spazio, superficie, stereognostico, ecc.). Tassonomia.
T. Taxonomie; I. Tazonomy; F. Tazonomie. Dal greco τάξις = ordine, νόμος =
legge. Le leggi e i principi della classificazione degli oggetti naturali;
quella parte della scienza che tratta della classificazione. Dicesi tassonomica
ogni classificazione fatta per tipi astratti; ad essa si contrappone lu
classificazione genetica, nella quale gli oggetti sono invece disposti secondo
la loro genesi formativa o il principio causale della loro formazione. Tautologia.
T. Tautologie; I. Tautology; F. Tautologie. Del greco taité = medesimo, λόγος =
discorso. Si dicono così quelle definizioni erronee, in cui il concetto da
definirsi è contenuto, sia palesemente sia copertamente, nel definiente. Così
la comune definizione del giudizio l'atto mentale per cui si afferma o nega è
una tautologia, perchè ciò che costituisce il giudizio è appunto l’affermare o
il negare. Secondo alcuni logici la definizione tautologica non sempre è
illegittima, essendo in alconi cusì l’unico modo di determinare un concetto
primitivo (v. circolo vizioso, diallelo, petizione di principio). 1147
Tav-Tkc Tavole di Bacone. Sono in numero di tre, di pre senza, di assenza
o declinazione, di comparazione o gradazione; corrispondono rispettivamente ai
tre metodi di concordanza, di differenza e delle variazioni concomitanti dello
Stuart Mill. Codeste tavole hanno lo scopo di rappresentare il risultato
complessivo delle ricerche fatte iutorno alle cause di un dato fenomeno. Quella
di presenza riunisce tutti i fatti nei quali si trovano le cause presunte; in
quella di assenza sono enumerati i casi in cui una di queste cause sarà
mancata; in quella di comparazione sono indicate le variazioni corrispondenti
degli effetti e delle cause. Come esempio delle tre tavole, Bacone si propuno
di ricercare la causa dal calore: nella prima espone tutti i casi conosciuti
nei quali si osserva produzione di calore; nella seconda enumera i casi in cui
manca il calore pur essendovi la luce (luna, stelle © comete); nella terza
indica i casi in cui il calore cresce o diminnisce col crescere © diminuire del
volume dei corpi, del loro movimento, della distanza dalla sorgente di calore,
ecc. Cfr. Bacone, Nov. organum, 1856, 1. II, XI segg. Tecnica La tecnioa d’una
scienza sperimentale non è che l'insieme delle operazioni manuali che le
esperienze richiedono ; il metodo è invece l'insieme delle norme logiche
proprie della scienza medesima. Tecnologia. I. Technologie; I. Tecnology; F.
Technologie. La scienza che si oceupa delle regole pratiche, delle arti ο
tecniche che si osservano nelle società umane adulte e provviste d’un certo
grado di civiltà. Alcuni la distinguouo dalla prazeologia, cho ha un senso più
generale e riguarda tutte lo manifestazioni collettive del volere, sin
spontanee che riflesse. La tecnologia comprende tre sorta di problemi: 1° la
descrizione analitica delle arti, le loro varie specie, la loro classificazione
sistematica in un piecolo numero di tipi essenziali; 2° la ricerca delle leggi
per eni ogni gruppo di regole appare © dello cause cui Tri-TEL esse devono la
loro efficacia pratica; 3° lo studio del divenire di osse, sia in uns data
società sia nell’ intera umanità, dalle più semplici alle più complesse,
attraverso lo alternative di tradizione ο d’ invenzione. Teismo. T. Theismus;
I. Theism; F. Theisme. Consiste nell’ ammettere l’esistenza di una divinità
personale, liDera od intelligente, cui devesi la creazione © la conservazione
del mondo e la provvidenza. J! deista, dice Kant, credo in Dio, il teista oredo
in un Dio viento (summam intelligentiam). Perciò ei distingue non solo dal
deismo, ma anche dal panteismo, dal politeismo, dal dualismo religioso, ecc.
Secondo lo Zeller, il fondatore del teismo fu Aristotele, per il quale Dio è
pura forma, pensiero doi pensieri, primo motore immobile. Ma più che un essero
dotato di volontà © di personalità, il Dio aristotelico è ancora un semplice
concetto astratto, un pensiero teorico. Il vero teismo religioso si ha nelle
tre grandi religioni, giudaismo, islamismo, oristianesimo e più spiccatamente
in quest’ ultima; infatti nello due prime domina la tendenza ad affermare
l’unità e la trascendenza divina, a scapito degli attributi personali, mentre
nel cristianesimo la personalità divina è il concetto fondamentale, che ne
informa così il contenuto dottrinario come quello pratico. Cfr. A. Campbell
Fraser, Philosophy of Theiem, 1903; P. D'Ercole, Il teismo,1884; C. Ranzoli, 1)
agnostioiemo nella filosofia religiona, 1912, p. 193 segg. (v. Dio,
personalità, deiemo, religione). Telegonia. T. Telegonie; I. Telegony; F.
Télégonie. Il trasmettersi nella prole di un dato maschio doi caratteri propri
di un altro maschio antecedentemente accoppiatosi con la stessa fomminn, per la
supposta modificazione stabile apportata dal primo alla matrice di questa. La
telogonia è uno dei fonomeni più oscuri ο incerti dell’ eredità. Alcuni casi
osservati in animali inferiori ο in pianto attesterebbero la possibilità del
fenomeno. Cfr. J.C. Ewart, The Penyouik erper., 1899. 1149
TEL Telencefalo. Nella divisione dell’ encofalo adottata dalla
Commissione per la nomenclatura anatomica divisione basata sugli abbozzi
embrionari dell’ encefalo stesso = il telencefalo è tutto il cervello
anteriore, ο comprende V’iufandibolo, l’ipofisi, il tratto ottico, il chiasma,
il corpo striato, il setto lucido, i ventricoli laterali e il mantello
cerebrale. Insieme al diencefalo, 0 cervello intermedio comprendente i corpi
mamillari, i talami, i corpi genicolati, il corpo pineale e il terzo ventricolo costituisce il prosenogfalo, corrispondente
ad una delle tre vescicole cerebrali primitive. Le altre due vescicole dànno
luogo al mesencefalo, o cervello medio, e al rombencefalo, che si divide alla
sua volta in metenoefalo ο cervello posteriore, e mielencefalo ο retrocervello.
Teleologia. T. Teleologie; 1. Teleology: F. Téléologie. Etimologicamente
significa: scienza dei fini. Per Kant è la scienza che si occupa della finalità
di quegli oggetti naturali, ch'egli chiama fini di natura, i quali non si
possono pensare realizzati se non secondo un concetto finale; tali oggetti sono
gli esseri organici. Qualche volta la parola teleologia è anche adoperata ad
indicare la finalità di un carattere ο di un avvenimento, la proprietà di un
essere o di un oggetto in rapporto alla causa finale: così dicesi teleologia
del sentimento il suo carattere protetticioè il suo ufficio di conservazione
dell'esistenza animale. Più spesso designa quella parte della filosofia che si
applica allo studio sia dello scopo finale delle cose, sin del fine d’ogni
essere particolare. In generale, però, per teleologia non s'intende nè una
scienza a sè nè una parte distinta della filosofia, ma soltanto il sistema di
esplicazione dei fenomeni dell'universo mediante le cause finali o
intelligenti, © in questo senso ai oppone a meccanismo, à fataliemo © talvolta
anche a casualimno. Così intesa, la teleologia ο teleologismo 8) inizia nella
storia della filosofia con Anassagora, celebrato anche da Platone o da
AristoTer 1150 tele come il primo che, con la sua dottrina
del vo5g ordinatore del mondo, elevasse teoreticamente il concetto di valore
della bellozza e della perfezione a principio di spiegazione. Una orientazione
diversa ha In teleologia in Socrate: mentre in Anassagora essa si riferisce
all’armonia del mondo celeste, non alla vita dell’uomo, le osservazioni che
sono attribuite a Socrate, specialmente da Senofonte, fanno dell’ utile dell’
uomo norma dell’ammirazione dell’ universo. Quindi la teleologia socratica à
tutta esterna, riferendo ogni cos al bene dell’ uomo come al suo fine supremo.
Nella morale Socrate si rappresenta la sapienza che deve regolare l’attività
umana como una riflessione tutta esterna sulla utilità degli atti particolari;
non altrimenti, la sapienza divina che ha formato il mondo, ha regolato ogni
cosa per il vantaggio dell’ uomo, il sole per rischiararlo di giorno, la luna e
lo stelle per rischiararlo la notte, gli animali per nutrirlo, eco. Più
profonda è la teleologia di Platone: come causa finale di tutto |’ accadele
egli pone le idee, ma specialmente l’idea più elevata, a cui tutte le altre si
subordinano come meszo, l’iden del bene, che è contrassegnata poi come ragione
del mondo (νοῦς), come divinità. Le cose partecipano del bene perchè sono
ombre, imitazioni, copie delle idee, e le idee mettono capo tutte all’idea
suprema del bene, che è Dio stesso. Lo spirito di Socrate e di Platone rivive
in Aristotele, nel quale la teleologia ha pure grande importanza: il passaggio
dalla potenza all’atto, dalla materia indeterminata alla forma determinata, non
può effettuarsi che per mezzo del moto d’una causa efficiente, la quale nella
sua azione tende a raggiungere un fine; causa efficiente © causa finale sono
dunque i due principi che, insieme alla materia ο alla forma, ci dànno un'adeguata
spiega zione delle cose e della natura. Adeguata, ma non per fetta: come
spiegare il moto incessante verso il meglio che agita tutto le cose della
natura? Se ο) ὃ moto, dice 1151 TRL Aristotele, dovrà esserci un principio
primo da cui il moto derivi, un motore, che senza esser mosso muova il tutto:
questo primo motore immobile è Dio, la forma più alta ο il fine più alto, che,
appunto perchè tale, muove il mondo per l’irresistibile attrattiva della sua
bellezza, por l'inestingnibile desiderio che suscita di sè nelle cose. La
teleologia di Aristotele durò attraverso tutta l'età di mezzo accanto a quella
cristiana, nella quale a Dio e alla sua provvidenza è fatto risalire il mondo e
tutto ciò che in esso accade, e fu combattuta insieme con questa dal meccanismo
naturalistico del Rinascimento. Leibnitz prima, © Lotze più tordi, tentarono di
conciliare 1’ intuizione meccanica e la concezione teleologien del mondo; Kant
sostenne che la scienza della natura non può essere se non meccanica, ma che,
d’altro canto, vi sono dei limiti oltre i quali la spiegarione meccanica non
può andare, dei punti nei quali è innegabile l'impressione della finalità, e
questi sono la vita © le leggi spoviali della natura, che necessitano per
essere comprese di una considerazione teleologica; per Fichte il problema della
dottrina della scienza è di comprendere il mondo come una connessione
necessaria di attività razionale, e la soluzione si ottiene da ciò, che la
riflessione della ragione filosofica riconosce il proprio fare e quel che per
esso è necessario, cosicchè la necessità che prevale in questo sistema della
ragione non è cansale ma teleologica ; per Schelling In spiegazione
causale-meccanica della natura è una pura mppresentazione intellettualistica,
mentre l’unità del piano che la natura segne nella serio degli esseri viventi è
l’espressione di una graduale realizzazione dello scopo. Ogni forma di
idealismo realistico o spiritualismo monistico è, del resto, teleologica; il
suo problema fondamentale è appunto di dimostrare come le leggi meccaniche
formulato dalle scienze della natura possano essere il veicolo o la rivelazione
del realizzarsi dei fini. Lo Stuart Mill
adopera questo termino TEL 1152 per designare l’arte della vita, cho
comprende tre branche distinte: la morale, la politica e l'estetica, ο cioè
l’onesto, l’opportuno e il bello nelle azioni e nelle opere dell’uomo. Cfr.
Senofonte, Memorabili, IV, 7, 6; Platone, Rep., VI, c. 19, VII, ο, 3; Id.,
Leggi, X, ο. 8, 10, 11; Aristotele, De aa., MI, 12, 434 a, 31 sogg.; Id.,
Metaph., I, 3, 983 a, 31 segg.; Leibnitz, Phil. Schriften, ed. Gerhardt, IIT, p. 607; Kant,
Krit. d. Urteilskraft, 1878, II, $ 61; Schelling, Fom Ich als Princip der
Philos., , p. 206 segg.; Windelband, Storia della filosofia, trad. it., II, 310
segg. (v. causa finale, finalità,
fino). Teleologico (argomento) v. fisico. Tolepatia. T. Telepathie; I.
Telepathy; F. Télépathie. Neologismo introdotto nel linguaggio psicologico e
comune da Gurney e Myers per caratterizzare la loro posizione indipendente di
fronte sia agli spiritisti sia agli scettici. Significa, etimologicamente,
sentire a distanza: ma oggi si designano specialmente con questo nome tutti
quei casi nei quali un individuo percepisce, o crede percepire, a distanza, e
senza il concorso dei sensi ordinari, ciò che accade ad un altro individuo da
lui più o meno lontano. Il fenomeno può avvenire tanto nel sonno, sotto forma
di sogno, quanto allo stato di veglia, sotto forma di visione. Alcune volte è
lo stesso individuo, oggetto della visione, che sppare innanzi al veggente, non
come fantasma ma come essere reale; altre volte è il veggente stesso che si
sente come trasportato ad assistere alla scena. che si svolge nello stesso
tempo, lontano; altre volte ancora è un avvenimento inatteso e inesplicabile, che
si produce d’un tratto ο sembra essere il simbolo telepatico del fenomeno che
si svolge da lungi. Quanto al valore dei fenomeni telepatici, una inchiesta
promossa dalla Società per le ricerche psichiche di Londra e comunicata al
terzo Congr. int. di psicologia del 1896, condusse alla conclusione che vi è un
caso di coincidenza reale ogni 65; 1’
1158 Tel chiesta, condotta con
tutte le precauzioni atte a garantire l autenticità delle testimonianze, fu
estesa a 17,000 persone, îl che dà una proporzione di coincidenza circa 292
volte maggiore di quella che si potrebbe prevedere come la più probabile so
fossero dovute soltanto al caso. Ammessa la realtà dei fatti, resta da ceroarno
la spiegazione. Alcuni, come il Lodge, si mantengono in una prudente riserva: «
Qual’è il mezzo per cui si fa la comunicaziono a distanza? È l’aria, come pel
diapasont è l'etere como per la calamita? è qualche cosa di non fisico ο
d’esclusivamente psichico Nessuno può dirlo.... Intanto è chiaro che la
telepatia ci si presenta come la manifestazione spontanea di quella
intercomumicazione di spirito a spirito (ο di cervello a cervello) che in
mancanza di una miglior denominazione, chiamiamo trasmissione del pensiero...
Qual’è il significato di questa risonanza inattesa, di queste ripercussioni
sintoniche tra intelligenze? Si deve pensare che esse siano il germe di un
nuovo senso, di qualcosa che la razza umana è destinata a ricevere, nel corso
della sua evoluzione, in una più forte misura? Oppure è il residuo di una
facoltà posseduta dai nostri antenati animali prima che esistesse il
linguaggio? Io non desidero faro delle speculazioni, io non voglio nulla
affermare se non ciò che ritengo esser fatti solidi © verificabili », Più
andace, il Myers rigetta l’ipotesi fisica delle vibrazioni intercerebrali e di
qualsiasi forma imaginabile di ondulazioni © radiazioni materiali o etereo
capaci di mettere in rapporto organismi distanti; ogli afferma che la telepatia
è una intercomunicazione diretta delle anime, che certi segmenti della personalità
subliminale, dissociati dal resto e distaocati dall'organismo, possono talora
impressionare a distanza un’altra personalità, che la comunicazione può
avvenire, anche tra viventi e defunti cosicchè, infine, la telepatia diventa la
legge universale, che riunisce tutti gli esseri, incarnati e disincarnati,
viventi in questo o in altri mondi, 73
Ranzors, Dizion. di scienze filosofiche. | Τατ ΤΕΝ 1454
in uno splendido universo di vita spirituale e morale. Cfr. Gurney, Myers, Podmore,
Phantarms of the living, 1886; Id., Census of allucination, 1890-96; R. Osgood
Mason, Telepathy and the subliminal Self, 1897; Myers, The human personality
and ite survival to bodily death, 1902; Th. Flournoy, Eeprite ot mediums,
1911; O. Lodge, La survivence humaine, trad. franc. 1913; G. B. Ermacora, La telepatia, 1898; Enrico
Morselli, I fenomeni telepatici, 1898. Telesiologia. Con questo nome I’ Ampère
designava la morale normativa o pratica per distinguerla da quella puramente
descrittiva indicata col nome di Etica. Temperamento. T. Temperament ; I.
Temperament : F. Tempérament. Vien dal latino temperiss, che significa umore;
infatti gli antichi credevano che l'indole varia degli individui dipendesse dal
prevalere nell’ organismo di uno dei quattro umori principali: sangue, bile,
flegma e atrabile. Da ciò la olassificazione ippocration dei temperamenti,
accettata ‘in tutta l’antichità, nel medioevo e anche ai giorni nostri, in:
sanguigno, bilioso, flemmatico © melanconico. In questo senso, carattere e
temperamento sono sinonimi; l’uno e l’altro indicano la differenza
caratteristica nella struttura congenita organico-psichica degli individui,
differenza che si rivela nel modo abituale di reagire agli stimoli, di
comportarsi nelle circostanze della vita. Codesta differenza è tanto maggiore
quanto più largo è il differenziamento psichico delle individualità; negli
animali inferiori il temperamento d’un individuo è quello stesso della specie,
negli animali superiori apparisce già il differenziamento individuale, che
nell’ uomo civile e colto acquista il più alto grado. Ma dal temperamento si
suol distinguere il carattere morale, che non è, come quello, greditario, ma
piuttosto acquisito, e formato dall’ insieme di quelle qualità psichiche e
morali, che ἄληπο una particolare impronta così agli individui, come alle
famiglie © alle razze. Nella moderna psicologia, la classificazione Tem ippocratioa dei temperamenti è accolta
nel sonso, che le diversità dei temperamenti dipendono dalla diversa forza,
celerità © vivacità con cui le impressioni sono ricevute, conservate, e viene
ad esso roagito; ma che, a sua volta, questo stesse funzioni nervose e
psicologiche possono essere modificate secondo che uno degli umori indicati da
Ippocrate (sangue, flemma, bile) sovrabbondi o sia in difotto nell'organismo.
TI temperamento sanguigno dipenderebbe dall’abbondanza dei globuli rossi del
sangue, dalla ricchezza di materiali assimilabili dai tessuti, dalla buona
salute, ο sarebbe caratterizzato dalla vivacità ο dalla instabilità della
reazione agli stimoli, da vita interiore varia ο ricca, manifestantesi anche
nella mobilità della persona. Il malinconico risponderebbe alle condizioni
fisiologiche opposte, e sarebbe caratterizzato da una certa lentezza percettiva
e sensitiva, debolezza della vita interiore e quindi scarsa partecipazione al
mondo esteriore. Il collerico dipenderebbe invece dalla sovrabbondanza della
hile, dal versamento di essa nel sangue, dal quale sarebbe portato ai tessuti,
specie al nervoso, sul quale agirebbe come stimolo eccitatore di reazioni
violente e subitanee. Il flemmatico, infine, dipenderebbe dalla scarsezza dei
globuli rossi del sanguo e dalla abbondanza dei tessuti inerti (liquido
linfatico, tessuto connettivo, grasso), i quali, abbassando it potere
funzionale degli elementi nervosi, determinerebbero negli individui la matura
riflessione delle deliberazioni, e la reazione lenta ms misurata e adeguata.
Cfr. Galeno, De temp., I, 5, 8; Seneca, De ira, II, 18, 19; Holbach, Syst. de
la nat., 1770, I, p. 121; Kant, Anthrop., II, § 87; Volkmann, Lehrbuch. d.
Peycol., 1894, p. 206; Wundt, Grundziige d. phys. Peyohol., 3° ed., IT, p. 421
segg.; Masci, Paicologia, , p. 459 segg.; N. R. D’Alfongo, La dottrina dei
temp. nell'antichità e ai nostri giorni, 1902 (v. etologia). Temperansa. Τ.
Mäwigkeit; 1. Temperance ; F. Tempirance. Una dello quattro virtà cardinali,
cho consiste Tr 1156 nella moderazione delle passioni ο dei
desideri, specialmente sessuali. Comunemente si fa sinonimo di sobrietà, ma
questa è una virtà più particolare, subordinata alla temperanza. 8. Tommaso,
fra le virtà che ne dipendono, annovera: l'astinenza, la sobrietà, la decenza,
il pudore, la modestia, eoc. I filosofi pagani non l’intendevano diversamente;
così per Aristotele la temperansa è una via di mezzo fra la sregolatezza e
l’insensibilità per i piaceri, © Cicerone la fa consistere nell’ordine e nella
misura che si deve osservare in tutto ciò che si fa ο si dice. Cfr. G. Grote, Aristotele,
1880, p. 581; Stephen, The science of cthics, 1882, p. 190 segg. (v. cardinali). Tempo. T. Zeit; I. Time; F.
Temps. La forma misurabile della continuità di ogni processo reale; ο, più
precisamente, un continuo illimitato sd una sola dimensione, di cui noi
occupiamo un punto determinato, che si sposta costantemente nella medesima
direzione. Esso è inconcepibile distinto dallo spazio, essendo le due idee
correlaοἱ infatti l’idea di coesistenza, che à il carattere dello spazio, non
può formarsi se non supponendo l’idea del tempo, il quale a sua volta si fonda
sulla sucoessione, che richiede le idee di direzione e di dimensione. La natura
del tempo, come quella dello spazio, fu concepita nolla storia della filosofia
in due modi fondamentalmente diversi, e cioò come una realtà puramente
soggettiva ο come una realtà oggettiva; se si considera come una semplice idea,
rimane da risolvere la questione se tale idea sia a priori o un prodotto della
nostra esperienza sensibile. Tra i filosofi greci il tempo, come riferisce
Plotino, era concepito in tre modi: come moto, sis în generale sia quello delle
sfere celesti; come la stessa sfera celeste moventesi; come una determinazione
del moto, © più specialmente come estensione del moto per gli stoici, come
numero del moto per Aristotele, come accompagnamento del moto in generale per
Epicuro. Secondo la concezione 1157 Tem aristotelica, la più importante, il tempo
è infatti qnalcho cosa di numerato, contenente cioè distinzioni interne che
posson essere calcolate © sommate, prodotte dal movimento considerato in
rapporto alla successione delle suo parti; per movimento (κίνησις) egli intende
non tanto il cangiamento qualitativo, come quello quantitativo, cioè il
cangiamento di posizione nello spazio; In continuità del tempo deriva dalla
continuità del moto, che, a sua volta, dipende dalla continuità dell’
estensione corporea. Secondo Platone, seguito poi da Plotino e da Giamblico, il
tempo è una creazione del Demiurgo, è generato della assidus energia dell’
anima che cerca di esprimere nella materia l’infinita ed eterna pienezza dell’
essere, e poichè ciò non può fare d’un tratto, è forzata ad una serie
successiva di atti; il tempo è questa vita dell’anima, mentre l'eternità è la
vita dell’ essere intelligibile nella sua totalità piena, assoluta, immutabile.
Con S. Agostino il tempo si interiorizza, trasferendosi dall'anima del mondo
al” anima umana; egli crede, con Platone, che il tempo è obbiettivo, essendo
stato creato da Dio con la creuzione del mondo, ma con felice contraddizione
sostiene poi che esso è il solo presente misurato dalla coscienza: c’è un
presente di cose presenti, un presente di cose passate, e nn presénte di cose
future, il primo nell’ attenzione, il secondo nella memoria, il terzo nella
aspettazione. Nell’ età di mezzo, la formula aristotelica che il tempo è una
relazione o un aspetto del movimento, vale a dire il numero del movimento
secondo il prima e il poi, è generalmente accettata, quantunque per gli
scolastici esso sin considerato più che altro come la base obbiettivamente
valida della costruzione mentale del tempo. Gli scolastici distinsero anche il
tempo, a cui è essenzialo la succes sione, dalla durata che, applicata a Dio ο
agli angeli, non ha tale carattere; tale distinzione ricompare poi in Cartesio,
che considera il tempo come derivato dal confronto delle durate di certi
movimenti regolari, e più ancora in Leibnitz, per il quale ogni cosa ha la
propria durata, ma non il proprio tempo, essendo questo esteriore alle cose,
delle quali serve a misurare la durata. Secondo il Leibnitz il contenuto del
tempo non è fatto di cose, ma di percezioni di cose; non è dunque che una
relazione, un ordine di successione delle nostre percezioni; esso ci appare
come infinito, ma tale suo carattere gli deriva dal non avere noi alcuna
ragione di limitare il numero delle successioni possibili. E il Kant,
spingendosi ancora più oltre, considera codesta successione delle nostre
percezioni esser data dalla costituzione stessa del nostro spirito, non da un’
asione snocessiva delle cose sullo spirito stesso: il tempo non è, come lo
spazio, che una forma a priori della nostra sensibilità, la forma cioè nella
quale intuiamo i dati del senso interno, valo a dire i fatti psichici ©,
indirettamente, quelli fisici; quindi il tempo come lo spazio, ha una realtà
empirica in quanto è la condizione a priori di ogni esperienza possibile, ο una
idealità trascendentale in quanto non ha alcun valore obDicttivo al di là della
esperienza. La concezione del tempo come realtà indipendente fu invece
sostenuta da Newton, per il quale il tempo assoluto, matematico, è qualche cosa
che fluisce uniformemente per sò stesso e per sua propria natura, senza nessuna
relazione con qualche cosn di esteriore e senza alcun legame col cangiamento;
ma sia i filosofi inglesi anteriori a Kant, come Hobbes, Locke, Berkeley, Hume,
sia i filosofi tedeschi posteriori a Kant, come Fichte, Schelling, Herbart,
Hegel, ece., sostengono invece la concezione soggettivistica, riguardando il
tempo © come l’astratto mentale del rapporto di successione dei fatti, o come
un prodotto dell’ attività del soggetto al quale ogni esperienza è relativa.
Uno svolgimento originale della concezione soggettivistion di Kant ha dato il
‘Teichmiiller; egli considera Vordine temporale obbiettivo 1159
TEM come una veduta prospettiva della coscienza, dell’ io sostanziale
per sò fuori del tempo, e la durata come una pura misurazione immanente di
codesto ordine; l’intera serie dei fenomeni dell’ universo, press
assolutamente, deve essere considerata come tutta attuale in una sola volta; se
noi facciamo astrazione dalla natura prospettiva della coscienza © dal
confronto, mediante l’aspettazione ο la memoria, di parte del suo contenuto
ideale con altre parti, ogni disposizione cronologica e ogni durata temporale
scompare; il concetto puro del tempo non ha in sè nessuna dimensione, o
grandezza, 1’ ora e il secondo sono identici. Per il Galluppi il tempo non
esiste indipendentemente dalle cose ed ha per corrispondente obbiettivo lu
causalità, mentre la sun valutazione soggettiva è il numero; la causalità è
l’oggettivo del tempo perchè essa implica un prima e un poi, identificandosi la
nozione di ciò che incomincia ad esistere con la nozione di ciò che è prodotto;
esso si misura col moto, appunto perchè il moto è la produzione di uno spazio,
e misurando uno spazio generato si ottiene un numero di effetti, cosicchò si
attua anche qui l’assioma matematico, che la misura deve essere omogenea al
misurato; il numero, infine, non ceiste che nello spirito, in quanto è
quell’operazione montale con cui si uniscono în una idea differenti unità
considerate. Per il Rosmini il tempo non esiste nelle cose materiali, essendo
la successione segnata gradustamente dal principio senziente sulla durata; la
successione, poi, suppone una serie di più avvenimenti appresa come tale dal
principio senziente; ma perchè questo apprenda come suo termine più avvenimenti
successivi, è necessario che cssi rimanendo in qualche modo in lui, si renduno
contemporanei, perchè è evidente che se dopo averne appreso uno, questo
passasse del tutto, © ne venisse un altro, gli avvenimenti apparirebbero
singolari come sono in sò stessi; il tempo implica dunque la memoria, la
percezione di eventi reali e il giudizio sugli eventi che precedono, cossistono
e succedono. Nella moderns psicologia il tempo è considerato generalmente come
uns idea di origine empirica, che risulta da questi due olementi : 1° la
coscienza del cangiamento, ossia della successione; essa si produce per
opposizione a una sensazione costante, o sentimento fonda mentale; 2°la
rappresentazione di certi stati profondamente impegnati nella coscienza ; il
riconoscimento di questi stati rende possibile uns certa misura e un certo
aggrnppamento nella serie delle modificazioni. L'esistenza d’un sentimento
costante sotto il variare degli stati psichici successivi, costituisce come il
fondo relativamente fisso per opposizione al quale la variazione e la
successione possono nettamente risaltare; la sola suocessione della sensazione,
© il semplice sentimento costante, non sarebbero sufficienti a formare I’ idea
di tempo. Cid dà ragione dell'incertezza della valutazione del tempo fondata
soltanto sulla variazione dei nostri stati interni: i momenti di dolore
intenso, ο di nois, ci sembrano più lunghi che quelli passati fra il succederei
di avvenimenti diversi ο complessi ο sotto il dominio di una idea intensa che
ci assorbe; retrospettivamente, invece, ci sppare più lungo il tempo in cui
furono più varié, intense e numerose le sensazioni, più breve quello în cui
furono rade e uniformi. Una nuova concezione paicologico-metafisioa del tempo,
che sembra conciliare la veduta obbiettivistica e la soggettivistica, è
sostenuta oggi dal Bergeon, per il quale la realtà totale, così interna come
esterna, è essenzialmente tempo, durata pura, corrente di vita. Sviluppando le
ideo già formulate dal Guyau, egli sostiene che la vera durata, quale possiamo
coglierla in noi stessi con uno sforzo d’ introspezione, è l’eterogeneità pura,
cioè una successione di cangiamenti qualitativi che ei fondono, si conglobano,
si penetrano, senza contorni precisi, senza alcuna tendenza a esteriorizzarsi
gli uni rispetto agli al 1161 Tem tri.
Ma, ossessionati dell’ idea di spazio, noi l’ introduciamo senza accorgercene
nella nostra rappresentazione della successione pura; sovrapponiamo i nostri
stati di coscienza in modo da percepirli simultaneamente, non più l’uno
nell’altro; in breve noi proiettiamo il tempo nello spazio, esprimiamo la
durata in estensione. La soienza non fa diversamente, in quanto definisce il
tempo mediante la sua misura e ogni misura implica traduzione in estensione.
Per comprendere la nostra realtà profonda, e, in analogia con essa, la realtà
evolutiva esteriore, noi dobbiamo dunque riconvertire il tempo in durata,
pensare noi stessi ο le cose come una evoluzione melodica di momenti, di cui
ciasouno contiene la risonanza dei precedenti ο annuncia quello che sta per
seguire, come un arricchimento che non #'arresta mai e una apparizione perpetua
di novità, come un divenire indivisibilo, qualitativo, organico, straniero allo
spazio, refrattario al numero. Cfr. Platone, Timeo, 97 c, 38 d; Aristotele,
Phys, IV, 11, 219 b, 2 segg.; Plotino, Enn., III, 7,7; 8. Agostino, Civ. Dei,
XI, 5; Id., Conf., XI, 14; Cartesio, Pr. phil., I, 57; Leibnitz, Nouv. Kee, 1, cap. 14, $ 15
segg.; Kant, De mund. sens., $ 14; Id., Krit. d. reinen. Vern., ed. Kehrbach, p. 60
segg., Schelling, Syst. d. tr. Idealiemue, , p. 213 segg.; Hegel, Naturph.,
1834, p. 52 segg.; Herbart, Allgemeine Metaph., 1828, p209; Teichintiller,
Met., 1874, $ 287 segg.; Bain, Sennes and intellect, 1870, p. 371 segg.;
Shadworth Hodgson, Time and space, 1865, p. 121 segg.; G. S. Fullerton, The
docirine of space and time, 5 articoli in « Philos. Rev. », 1901; I. Royce, The world and the individual,
1901, vol. II, p. 109 segg.; Galluppi, Lezioni di logica ο metaf., 1854, III,
p. 1068-97; Rosmini, Pricologia, 1848, II, p. 189 vegg.; Ardigò, Op. fl, vol.
II, p. 110 segg., V, 259 segg., VII, 88 segg.; Guyau, La genèse de l’idée de
temps, 1902; Borgson, Essai sur les données imm. de la conscience, 1904, p. 57
segg.; Covotti, Le teorie dello spazio e del tempo nella fil. greca fino ad
Aristotele, Pisa, 1897 (v. durata, intuisione, iatante, momento, spasio,
tempuscolo). Tempo di reazione. T. Keaktionseit; I. Reaction time: F. Tempe do
réaction. O tempo peicologico ; è l'intervallo di tempo che intercede tra
l’avvertire una impressione e il rispondere ad essa con un movimento, o, in
altre parole, il tempo necessario perchè 1’ individuo reagisca con un movimento
all’impressione ricevuta. La reazione si compone per tal modo di tre momenti:
1° 1’ onda nerYous che trasmette dalla periferia al centro l'eccitazione: 2° la
coscienza di essa che sorge nel centro medesimo, e l impulso volitivo al
movimento; 3° l'onda nervosa che trasmette l’ impulso dsl centro ad un muscolo
periferico, che si contrae e determina il movimento. Le reazioni possono essere
semplici e composte. Si dicono semplici quelle costituito soltanto dei tre
momenti accennati; esse hanno luogo quando l’individuo risponde sempre con uno
stesso movimento ad una stessa impressione (visiva, uditiva, ecc.). Sono
composte quelle in cui, rimanendo il primo e il terzo dei momenti accennati, il
secondo, quello οἱοὺ relativo alla funzione centrale ο cosciente, viene
complicato, Tale complicazione si può produrre facendo reagire il soggetto, ©
soltanto quand’abbia distinto la differenza di qualità © quantità fra due ο più
stimoli contomporanei; 0 quando abbia riconosciuto a quale delle sensazioni
provate antecedentemento lo stimolo attuale debba riferirsi; ο quando abbia
scelto fra due possibili reazioni quella impostagli per ogni determinato
stimolo; o, infine, quando abbia associato all’ impressione attuale una imagine
mentale che ad essa si collega. I risultati di tutte queste esperienze,
ottenuti nei diversi laboratori di psico-fisiologia, sono sssai oscillanti; ciò
dipende non solo dall’attitudine ο dalla pratica maggiore o ininore degli
sperimentatori, dalla perfezione degli apparecchi, dal numero delle esperienze,
ece., ma anche da altro influenze modificatrici, che sono: la 1163
Tem-Ten maggiore o minore intensità degli stimoli; le condizioni
organiche ο psichiche del soggetto; l’aspettazione o non dell’impressione; la
durata maggiore o minore dell’attenzione aspettante; gli stimoli diversi che
distraggono il soggetto, ecc. In base 9 ciò si distinguono varie specie di
reazione: la r. erronea, quando il soggetto non risponde all’impressione
stabilita, ms sd un’altra prodottasi casualmente; la r. anticipata, quando il
soggetto reagisce prima che lo stimolo abbia realmente agito; la r. muscolare,
quando l’attenzione del soggetto è rivolta massimamente all’azione muscolare da
compiere in risposta all’ecoitazione; la r. sensoriale, nel caso inverso. Cfr.
Wundt, Physiol, Ροψολοὶ., 4° ed. , vol. II, p. 305-390; Jastrow, Time relations
to mental phenomena, 1890; Flournoy, Arch. d. scie. phys. ot nat., XXVII, p.
575, XXVIII, Ρ. 319; Buecola, La leggo del tempo, 1880; Patrizi, Rio. aperim.
di prichiatria, XXIII, 257; A. Aliotta, La misura in psicologia sperimentale, 1905
(v. equazione personale). Tempo psicologico v. tempo di reazione. Tempuscolo.
Nello scienze fisico-matematiche si suol designare in questo modo un tempo
infinitamente piccolo, vale a dire non valutabile. Una quantità dicesi
infiuitamonte piccola, o semplicemente un infinitosimo, quando il suo valore è
minore di qualunque quantità assognabile, per quanto si voglia piccola. Ora,
noi possiamo valutare il tempo fino a 1/15.000.000 di minuto secondo: il
tempuscolo, o tempo infinitesimo, sarà dunque un tempo infinitamente più
piccolo di codesto che sappiamo valutare. Tendenza, T. Tendens; I. Tendenoy; F.
Tendance. Nel linguaggio comune indica uno stato complesso della coscienza
appetitiva, che vien designato volta per volta con nomi diversi, per i vari
aspetti coi quali può rivelarsi: cioò le tendenze positive si chiamano amore,
propensione, desiderio, bisogno, speranza; le tendenze neTeo 1164
gative avversione, odio, ripuguanza, disagio, timore. In senso stretto,
la tendenza è un fatto primitivo, costituito da uno stato di coscienza che, in
quanto rivela i bisogni dell'organismo eccitato dallo stimolo, è rivolto a
cercare © conservare il piacere, a fuggire o allontanare il dolore. Ogni
piacere ed ogni dolore mettono più o meno l’organismo in movimento, la forma
del quale è determinata dalla struttura originaria dell’ organismo stesso, e
che si manifesta con uno sforzo per allontanarsi ο avvicinarsi all'oggetto, a
seconda che è conosinto piacevole o doloroso. Quando codesto inizio
involontario del movimento è sentito dalla coscienza con una certa
rappresentazione del fine al quale esso conduce, si ha la tendenza. Essa ha
dunque per condizione l'associazione al sentimento presente della
rappresentazione di ciò che può aumentare il piacere o diminuire il dolore attuale.
Si distingue dalPatto riflesso ο dall’istinto, nei quali manca la
rappresentazione del fine; si distingue dal desiderio, in cui la rap
presentazione del fine è chiara, distinta ο sccompagnata dalla coscienza della
distanza che separa la semplice rappresentazione dell’ oggetto dalla sua
possessione ο realizzarione; si distingue infine dalla volontà, in quanto
questa comprende non una ma più rappresentazioni antagoniatiche, al prevalere
d'una delle quali, concopita come fine, si associano, coordinandosi, i meszi
per raggiungerla. Cir.
Spinoza, Ethica, 1. III, teor. IX, scol.; Höffding, Pay chologie, trad. franc.
, p. 422 segg. Teodicen. ‘I. Theodioss; I. Theodicy; F. Théodicée. Dal greco Θεός -Dio, e δίκη stizia. Parola creata dal Leibnitz, che la usò come titolo di
un’ opera nella quale cerca di giustificare la divinità dell’esistenza del male
nel mondo, e di conciliare la libertà umana con la prescienza e la provvidenza
di Dio. Ma come cosa, se non come nome, la teodicea esisteva da molto tempo.
Per Platone ο per Aristotele l’esistenza del male à giustificata 1165
Tro riportandola alla resistonza del non ente ο della materia; per gli
stoici, veri creatori della teodicea, i mali fisici non sono tali in sè stessi,
ma tali diventano per colpa degli nomini © spesso sono punizioni inflitte dalla
provvidenza per il miglioramento degli uomini, mentre il male morale, cioè il
peccato, è necessario perchè solo dal contrasto con esso risnita il bene; per i
neo-platonici il male non è per sè stesso qualche cosa di esistente
positivamente, ma è la mancanza del bene, il non-essere; per Giordano Bruno il
mondo è perfetto perchè è vita di Dio, fino ad ogni particolare, © colui
soltanto si lagna che non può sollevarsi all’ intuizione del tutto, nella cui
bellezza scompaiono le imperfezioni ο i difetti spparenti. Dopo il Leibnitz il
significato della parola si esteso fino a designare quella parte della teologia
ο della metafisica, che si 00caps di difendere la suprema sapienza di Dio
contro le accuse elevate dalla ragione alla vista dei disordini del mondo. Come
tale essa si divide, per il Kant, in tre parti che hanno per oggetto di
giustificare Dio: la prima nella sua santità, in presenza del male morale; la
seconda nella sua bontà, in presenza del male fisico ; la torza nella sua
giustisia, davanti al disaccordo che esiste tra il bene e la virtù. Ma oggi la
teodices ha assunto una estensione ancora maggiore, e comprende non solo la
giustificazione delle opere di Dio, ma anche le prove della sua esistenza, la
dimostrazione dei suoi attributi, la ricerca dei suoi rapporti con l’anima
umana e con l'umanità, Cfr. Platone, Timeo, 42 D; Seneca, Quaest. nat., V, 18,
4; Id., Kpistulae, 87, 11 segg.; Plotino, Enneadi, II, 9; Leibnitz, Essai de
théodioée, 1710; Kant, W. W., VI, 77; J. Young, Evil and good, 1861; Rosmini,
Teodicea, 1846; Benedict, Theodioaea,
(v. male, peseimismo, ottimismo). In senso generale, la TEOFANIA è il
manifestarsi della divinità nel mondo attraverso le sue opere; in questo senso
tutto il mondo Tro può considerarsi,
secondo il cristianesimo, una teofania. In significato più ristretto, il
presentarsi della stessa divinità. Thoophanias autem dici visibilium et
invisibilium species, quarum ordine et pulchritudine cognorcitur deus esso.
Cfr. G. Scoto, De div. nat., III, 19. Teologia. T. Theologie; I. Thoology; F.
Théologie. Nel sno significato più generale, è la scienza di Dio ο delle cose
divino. Aristotele fa il primo a considerarla come scienza, ponendola a capo
delle scienze speculative; avanti di lui essa non era che una descrizione
poetica dell’ origino delle cose © della natura degli dei. Nel mondo pagano la
teologia ebbe un carattere particolare: come la religione aveva un'importanza
politica, ed era ignota affatto così ai Greci come ai Latini ogni idea della
rivelazione, così non v'ebbe alcuna distinzione fra teologia naturale ο
positiva, ma si aveva invece, secondo la classificasione di Varrone e del
pontefice Muzio Scevola, una teologia poetica, di cui parlammo sopra, una
teologia fisica, che è prodotto di ragione e fa parte della filosofia, © una
teologia civile, fondata dai legislatori e rivolta agli interessi dello Stato.
Col cristianesimo, innalzatasi tra la ragione e la rivelazione una barriera
insormontabile, fu distinta la teologia naturale, che è prodotto della ragione,
dalla positita opera della rivelazione: quella è una scienza le cui verità
hanno bisogno di essere dimostrate, mentre le verità di questa debbono essere
aocettate per fede. Dalla teologia positiva si distingue la razionale, svoltasi
specialmente in Germania, e il cui fine è di controllare pet mezzo della
ragione i dati della rivelazione, con l'esame © l’interpretazione delle sacre
scritture, della tradizione, dei monumenti religiosi. Colla teologia positiva
non è da confondersi l’affermativa, che è l'affermazione in grado sommo (via
eminentiae) nella divinità di tutto l’essere che esiste nelle creatnre ; essa
si oppone alla teologia negatira, che consiste nel tentativo di ginngere alla
nozione del 1187 Tro l'essere supremo o
assoluto, rimovendo da lui (ria remotiomis 0 negationis) tutto ciò che non
possiede l’essere che in senso negativo. Codesta distinzione fa posta da Nicol
Casano; ma i due metodi erano già noti © usati dai primi Padri, © la via
negationie sale a grande onore specialmente con lo pseudo Dionigi Areopagita.
Teologia dogmatica è il sistema della dottrina teologica sviluppato dogmatica
mente, cioò con un metodo che si appella alla sutorità, sia della sola
scrittura, sia della scrittura ο delle tradi. zioni combinate insieme. Il Comte chiama teologico il primo dei tre
grandi stadi attraversati dalla intelligenza umana nel suo cammino secolare ;
gli altri due sono il metafisico ο il positivo. In questa prima fase dominano i
concetti mistici, e i fenomeni naturali sono attribuiti alla volontà arbitraria
6 capricciosa di enti imaginari o forze naturali personificate. A questo
indirizzo mentale corrisponderebbe, dal lato sociale, lo stato militare, poichè
le differenze di religione generano le guerre tra i popoli. Cfr. Aristotele,
Metaph., III, 4, 1000 a, 9; Diogene Laerzio, VII, 1, 41; 8. Clemente, Stromata,
V, ο. XI; Dionigi Areop., De mystica theol., I, 3; Id., De div. nom., 7, 3; C.
Billot, De Deo uno et trino, 1854 (v. teosofia, teodicea, ontologia).
Toologismo. T. Theologismus ; I. Theologiem ; F. Théologisme. Termine molto
vago, con cni si designano quei sistemi filosofici che #’ ispirano
essenzialmente alla tradizione teologica e al sentimento religioso. Teomania.
Delirio religioso, che oggi più propriamente dicesi pnranoia religiosa. È
costitnita da una serie di illusioni ο allucinazioni, aia visive che uditivo,
riferentisi ad armonie celesti © visioni divine, intramezzate dn periodi di
estasi ed episodi erotici. L’ ammalato crede di essere destinato da Dio a
redimere gli uomini dal pecesto e pregusta le gioie che per la compiuta
missione gli verranno largite, non badando alla propria tranquillità ο ai
propri interessi materiali, non esitando nemmeno a Tro 1168
sacrificare la libertà ο la vita. Non pochi riformatori ο fondatori di
religioni potrebbero, secondo alcuni psichiatri, essere legittimamente
classificati tra i teomani; tale Emanuele Swedenborg, fondatore della setta
degli illuministi, tale pure italiano Davide Lazzaretti, il più tipico esempio,
forse, di paranoico allucinato che abbia potuto, durante l’ultimo mezzo secolo,
dare origine ad un moto rivoluzionario mistico-socialistico. Cfr. Lombroso,
L'uomo di genio, 63 ed., p. 507 segg.; G. Ballet, Le peicosi, trad. it. , p.
300 segg.; G. Barzellotti, Davide Lassaretti, i suoi seguaci ο la sua leggenda,
1885; Id., Santi, solitari, filosofi, 1887; A. De Nino, II Messia degli
Abruszi, 1890. Teorema. T. Theorem, Lehrsatz; I. Theorem ; F. Théorème. Come
mostra l’origine etimologica della parola (Δεορέω = esamino), significò da
principio quello che si contempla, che è soggetto d'esame; poi la verità che è
il risultato dell’ esame, della dimostrazione. In questo secondo senso si
contrappone a problema, che è invece una incognita difficilmente decifrabile,
quantunque sia congiunta dal rapporto di principio e di conseguensa ad nna
conoscenza attuale, Teoretico. T. Thooretisch; I. Theoretical; F. Theoretique.
Ciò che si riferisce alla teoria, mentre il teorieo è ciò che fa parte della
teoria; nell’uso però i due termini si confondono. Si oppone a pratico © à
fecnioo; mentre la teoria ha per solo fine il vero, la pratica ha per fine
l’azione ο la tecnica è l’insieme delle norme con cui si applica la nostra
conoscenza delle cose. Si oppone anche a storico © a empirico, perchè mentre in
questi è il fatto che prevale, in quello prevale il ragionamento. Perciò si
hanno le espressioni di filosofia teoretica, pratica e storia della filosofia;
sapere teorico, speculativo e pratico; morale teorica e morale normativa o
pratica; intelligenza teorica, speculativa e pratica, ecc. Cfr. Kant, De mund.
sens., sect. II, § 9, n. 1. 1169 Tro Teoria. T. Theorie; I. Theory; F.
Theorie. Nel suo significato più largo designa la sintesi comprensiva delle
conoscenze, che una scienza ha raccolto nello studio di un dato ordine di
fatti. In un senso più ristretto è un insieme di ragionamenti collegati fra
loro e diretti a spiegare, provvisoriamente o definitivamente, una data questione.
In questo senso si oppone alla pratica, la quale non è che l'applicazione della
teoria. Nel primo significato si distingue dall’ipotesi, che è più spesso
l’anticipazione che non il risultato delle esperienze, e dalla dottrina, che ha
un’ accezione più vasta, risultando da un insieme di teorie. Quando la sintesi
coordinatrice delle esperienze raccoglie sotto di sò ordini differenti di
fenomeni, allora si ha qualche cosa di più esteso della dottrina, cioè il
sistema. La teoria non differisce per natura dalla legge scientifica, ma
soltanto per grado: la teoria è infatti una generalizzazione così astratta da
non mostrare un addentellato diretto ed esauriente con la realtà, ma si fonda
tuttavia sulle leggi, ο in tanto ha valore in quanto costituisce la massima
approssimazione alla realtà e la massima potenzialità di contenere in sè un
certo numero di leggi accertate. Tuttavia nell’ uso comune queste distinzioni
non sempre sono possibili, perchè, se da un lato è difficile valutare il grado
di estensione d’un dato insieme di conoscenze, non è facile dall'altro
l'apprezzamento degli elementi certi e degli ipotetici che vi si mescolano.
Cfr. Wundt, Logik, 1880, vol. I, p. 407; Masci, Logica, 1899, p. 72 segg. (v.
dottrina, principio, prammatica, pratica). Teosofia. T. Thoosophie; I.
Theosophy; F. Theosophie. Si distingue dalla teologia, in quanto designa quella
scienza che si pretende ispirata dalla stessa divinità, dalla quale
deriverebbe, senza però essere oggetto di una rivelazione positiva. Questa
scienza si svolse specialmente in Germania nei secoli XV e XVI, per opera di
Cornelio Agrippa, Paracelso e Giacomo Bihme. Le dottrine dei vari teosofi
74 Banzout, Dision. di scienze
filosofiche. Teo 1170 diversificano molto tra di loro, specie
perchè, mentre alcuni fanno prevalere la teologia sulla filosofia, altri dànno
la prevalenza alla ragione e alla filosofia sulla fede ο enlla teologia. Però
tutti si accordano nella tendenza ad unificare la scienza di Dio con quella
della natura. Uno dei più interessanti tentativi di risuscitare, nei tempi
moderni, la teosofia, è quello dello Schelling, spinto sulla via
delV’irraionaliemo dall’ assunzione del motivo religioso nelVidealismo
assoluto. Se l’assoluto era concepito come Dio, se il principio divino e quello
naturale . delle cose erano distinti, sicchè alle idee eterne come forme dell’
auto-intuizione divina veniva assegnata un’ osistenza speciale accanto alle
cose finite, la trasmutazione di Dio nel mondo diventava un problema; tale
problema lo Schelling ha cercato di risolvere sulla via della teosofia, con una
teoria mistico-speculativa nella quale i concetti filosofici sono tradotti in
intuizioni religiose. Per lo Schelling le idee sono imagini riflesse, in cui
l’assoluto rispecchia sè stesso, sono partecipi dell'autonomia dell’ assoluto;
in ciò sta la ponsibilità della caduta delle ides da Dio, della loro
sostantivazione metafisica, per oni diventano reali, empiriche, cioè finite. Il
contenuto della realtà è quindi divino, perchò sono le idee di Dio quelle che
ivi sono reali; ma il loro proprio esser reale è caduta, peccsto ©
irrazionalità. Però l'essenza divina delle idee tendo di nuovo all’ origine e
al prototipo, © questo ritorno delle cose in Dio è In storia, l’epos composto
nello spirito di Dio. Il Rosmini intendo per teosofia la teoria dell’ ente
nella sua totalità, ossia delle ragioni supreme che si trovano nel tutto
dell'ente; essa si distingue sia dalle altre scienze, che riguardano Vente solo
in quanto è diviso o dalle limitazioni naturali o dallo sguardo della mente,
sia dalle altre parti della filosofia, che cercano il principio da cui la
scienza dell’ ente deriva (ideologia) e somministrano le condizioni formali e
materiali (logica e psicologia) del passaggio della 1171
Ter mente speculativa dal sapere ideologico al sapere teosofico. Cfr. L.
Judge, The ocean of theosophy, 1893; A. Besant, Teosofia e nuova psicologia,
trad. it. 1909; E. P. Blawataki, Introd. alla teologia, 1910; Schelling,
Religion und Philosophie, 1804; Rosmini, Teosofia, 1859 (v. ideologia,
metafisica, ontologia). Teratologia. T. Teratologie; I. Teratology; F. Tératologie.
Ramo della patologia e dell’ antropologia, che studia quelle anomalie di
sviluppo, congenitali e irrimediabili, che diconsi mostruosità. Esse sono
costituite da arresto, eccesso 0 perversione di sviluppo ; possono dipendere da
predisposizione ereditaria, da nna malattia del feto, ο da un accidente
sopraggiunto alla madre; alonne sono incompatibili colla vita, altre
compatibili. Tra queste importanti la polidattilia, ο dita in soprannumero,
l’ermafroditismo, 9 ΙΑ diplogenesi, in cui vi ha duplicazione più o meno
completa del corpo intero (v. anomalia, degenerazione, reversioni).
Termestesiometro. Strumento usato nelle ricerche psicofisiologiche per misurare
la sensibilità cutanea sotto l’azione del calore. Termiche (sensazioni). T.
Temperaturempfindung ; I. Temperature sensation ; F. Sensation de temperature.
Le sensazioni di ‘caldo e di freddo. Possono essere di due specie: interne,
quando hanno origine da uno stato affatto soggettivo (ad es. il calore o il
brivido della febbre), ed esterne, quando sono prodotte dal contatto di un
corpo qualsiasi sopra la pelle o sulle mucose che confinano con essa. Si ha la
sensazione di caldo quando il corpo che tocca la pelle ha una temperatura più
elevata della pelle stessa, di freddo quando ha una temperatura più bassa,
nessuna quando ha la stessa temperatura. Quando il corpo ha una temperatura
superiore a + 47° e inferiore a 10°, non
produce sei sazioni termiche ma dolorifiche, che sono tanto più ii tense quanto
maggiore è la differenza fra la temperatura
1172 del corpo e quella dell’
organismo e quanto più estesa è la superficie cutanea che col corpo si trova a
contatto. Sembra esistano degli organi periferici distinti per il senso del
tatto, per il caldo e per il freddo; infatti la sensibilità termica non è
uguale in tutte le località della pelle, ed in alcune di esse sono possibili
soltanto sensazioni di freddo, in altre soltanto sensazioni di caldo, se
toocate con una punta fredda o calda. Cfr. Wundt, Physiol. Peychol., 4* ed., vol. I, p. 385,
415; Titchner, Lab. manual, 1901, cap. III; Kiesow, Zeitschrift für Peyool., vol. 35, 1904; Id., Arch, it. d.
biol., T. XXXVI, 1901; N. Marotta, Le sensazioni termometriche, « Riv. di fil.
e scienze affini », agosto 1899. Termine. Lat. Terminus; T. Terminus; I. Term;
F. Terme. I termini del giudizio sono le nozioni che lo compongono; i termini
della proposizione sono i nomi che esprimono codeste nozioni. I termini si
distinguono in generali, collettivi, astratti, concreti o singolari, positivi,
negativi, privativi e correlativi. Nel
sillogismo si hanno tre termini: il maggiore, che ha l’estensione maggiore e
compare, soggetto o predicato, nella premessa maggiore; il minore, che ha
estensione minore, e compare come soggetto o predicato nella premessa minore;
il medio, che ha estensione media e si trova in entrambe le premesse. Nella
conolusione il termine maggiore fa da predicato, il minore da soggetto, il
medio è escluso. Il sillogismo non può avere più di tre termini, perchè il termine
medio deve esser preso almeno una volta universalmente. Il termino maggiore e
minore non debbono esser presi nella oonelnsione più universalmente che nelle
premesse, perchè ciò sarebbe contro il principio del sillogismo, che procede
sempre dall’universale. Nella terminologia scolastica dicesi terminus actionis
ciò che si compie coll’arione medesima, t. denominationie ciò che prende una
nuova denominazione per l’azione, f. a quo quello onde incomincia il moto, t.
ad 1173
TER quem quello dove il moto finisoe; termini pertinentes duo termini tra
loro opposti contrari, o di oui l’uno porta in sò l’altro, t. impertinentes due
termini che non sono contrari ma non si richiamano per conseguenza diretta (ad
es. il rosso © il buono); terminus intrinscous unionis quell'estremo del
composto nel quale non si riceve l’ unione, che pei peripatetici era una entità
distinta dagli estremi, nè da esso si trae o si sostenta: così la forma del
composto è il £, intrinseous dell’ unione della materia colla forma, la quale
unione ai riceve nella materia, ossia le aderisco, ed è sostenuta da questa, e
non aderisce nò è sostentata dalla forma. Cfr. Aristotele, Anal. pr., I, 1, 24
b, 16; Goclenio, Lezioon phil. (v. figura, modo, collettivo, correlative,
generale, eco.). Terminismo. T. Terminismus; I. Terminiem; F. Torminieme. Forma
del nominalismo, nella quale gli universali sono considerati soltanto come
termini ο segni. Genera οἱ epooies, dice Buridano, non sunt nisi termini apud
animam ezistentes vel ctiam termini vocales aut soripti. Il terminismo, come
dottrina che considera i concetti quali segni subbiettivi per le cose singole
realmente esistenti, compare nel secondo periodo della filosofia medievale,
specie con Guglielmo di Oooam. Riappare poi nella filosofia dell’ Aufklärung ο
nel sensismo di Condillac, per il quale ogni conoscenza consiste nella
coscienza dei rapporti delle idee, le quali, con l’aiuto dei segni e,
rispettivamente, della lingua, si decompongono nei loro elementi ο si
ricompongono di bel nuovo: ogni lingua è un metodo per V analisi delle idee, ed
ognuno di questi motodi è una lingua, e le diverse specie di segni danno
diversi dialetti (le dita, la favella, le cifre, ecc.) della lingua umana. Cfr. ‘Prantl, Geschiohte
d. Logik, 1885, IV, 16; Condillac, Langue des oalouls, 1798. Teromorfle ο atavismi. Furono dal Wirchow
chiamate così alcune varietà anormali che si riscontrano talTes un = volta
nell’uomo (muscolo sternale, osso interparietale, eco.), che sono disposizioni
permanenti negli animali inferiori. Le teromorfie diconsi dirette quando
riproducono le forme di animali più vicini all’ uomo, indirette 0 remote quando
i caratteri riprodotti sono propri di animali più bassi, che non si considerano
come gli avi diretti (v. degenerazione, reversioni, teratologia). Tesi. T.
These; I. Thesis; F. Thèse. In generale significa proposizione, cioÿ qualsiasi
giudizio espresso con parole; ma si adopera più propriamente per designare una
proposizione che deve essere dimostrata vera. Per Aristotele la tesi si
distingue dall’assioma in quanto, mentre questo è universale e necessario,
quella invece è stabilita temporaneamente e per un oggetto determinato. Nel
giudizio ipotetico (se À è B è) dicesi tesi la seconda parte di esso, che
contiene la posizione del predicato (8 2), mentre la prima parte (ss A è) che
contiene la posizione del soggetto, dicesi ipotesi. Quando alla tesi è opposta un’altra
proposizione, che sebbene contradditoria può esser dimostrata con argomenti di
ugual valore, questa seconda dicesi antitesi, ed insieme con la prima
costituisce la antinomia. Quando invece la tesi e l’antitesi possono essere
conciliate in un principio superiore che entrambe le comprende, si ha la
sintesi. Testimonianza. T. Zeugniss, Zeichen; I. Tostimony: F. Témoignage. Lo
scienziato non può osservare personalmente tutti i fatti ch’egli afferma, nè
sottomettere alla prova sperimentale tutte le dottrine ch’egli ammette, ma
fatti è dottrine deve in buona parte accettare sopra la testimonianza altrui.
Se così non fosse, se ogni scienziato dovesse ricominciare ab ovo le sue ricerche
e considerare come vero soltanto ciò che ha sperimentato, il progresso della
scienza sarebbe impossibile. D'altro canto, vi sono slenno scienze, come la
geografia, la storia, ecc., le quali si fondano quasi completamente sopra le
testimonianze 1115 Tes-Ter altrni. La necessità del principio
d’autorità nella scienza impone dunque allo scienziato di fare la oritioa delle
tertimonianzo (le cui norme generali sono fissate dalla logica), per
determinare in quale misura esse possono esser ritenute degne di fede, Cfr.
Masci, Logioa, 1899, p. 468 segg. Testo. T. Probe, Prüfung; I. Test; F. Test,
Epreuve. Diconsi testi mentali, ο prove, o saggi, le determinazioni che la
psicofisica e la psicofisiologia cercano di ottenero del funzionamento dei
sensi ο dei processi mentali. Si hanno quindi testi della capacità sensoria,
visiva, uditiva, tattile; testi della capacità muscolare, della capacità
percottiva, della vivacità ο prontezza mentale; testi della memoria e dei
processi mentali più complessi, come l’associazione, l’attenzione,
l’imaginazione, il giudizio, Per determinare l’acutezza della visione sogliono
adoperarsi lettere di varia dimensione e forma, poste a diversa distanza; per
l'udito le casse di risonanza e l’audiometro, per il tatto l’estesiometro, per
la capacità muscolare il dinamometro, per la percezione degli intervalli di
tempo il eronosoopio di Hipp, ecc. Cfr. Binet e Henri, La peychologie
individuelle, « Année payool. », ; Report of committee on testa, « Psychol. Rev.; Wiseler, Correlation of
mental and physical teste, 1901. Tetici (giudizi). Quei giudizi contratti, detti anche di posizione ©
esistenziali (Herbart) che sono ordinariamente riferiti a giudizi ipotetici, se
l'ipotesi afferma una condizione di estensione relativamente illimitata. Essi
possono avoro anche la forma copulativa, remotiva, disgiuntiva, oppure una
forma propria, in cui, in luogo dell’ ipotesi, è usato un avverbio o una
particella localo (v. composti, congiuntivi, copulativi). Tetralemma.
Argomentazione costituita di quattro membri, da ciascuno dei quali si ricava
una conclusione medesima e contraria all'avversario, che per ciò non ha più via
d'uscita. Nella sua forma tipica è espresso meTeu-Tir 1176
diante un sillogismo ipotetico-disgiuntivo, che, al pari del dilemma,
può avere due modi, uno affermativo o ponente, l’altro negativo ο tollente; nel
primo la premessa. maggiore enumera i quattro casi possibili che conducono ad
un’ unica consegaenza, la minore afferma non esservi altri casi oltre quelli
enumerati dalla maggiore, la conclusione afferma la conseguenza; nel secondo la
maggiore espone le quattro conseguenze che dipendono da un’ unica condizione,
la minore nega la verità delle conseguenze, la conclusione nega quindi la
verità dell'ipotesi (v. dilemma). Teurgia v. snagia. Timpano. T. Trommelfoll; I.
Tympanum; F. Tympan. La cavità del
timpano è uno spazio scavato nell’osso temporale, e comunica con la faringe
mediante un canale dotto tromba uditiva o d’ Eustacchio. E limitata
lateralmente dalla membrana del timpano, che è una lamina sottile e
trasparente, tesa © fissata al solco timpanico, a forma ellittica. Le onde
sonore, urtando contro la membrana, la pongono in vibrazione; tale vibrazione è
comunicata agli ossicini, da questi all’ endolinfa e alle terminazioni nervose
dell’ acustico, che trasmette 1’ eccitazione al centro cerebrale relativo. Cfr.
J. K. Kreibig, Die fünf Sinne des Menschen, 1907, p. 52 sogg.; Nuvoli,
Fisiologia dell’ organo uditivo, 1907. Tipo. T. Typus; I. Type; F. Type. Nel
sno significato generale, un tipo è an individuo di un genere che risssume in
sè stesso, nel modo più spiccato, i caratteri del genere cui appartiene; tali
caratteri sono tanto maggiormente netti ο palesi, quanto minore è la rilevanza
dei caratteri individuali. In senso logico e astratto per tipo s'intende l’
insieme dei caratteri essenziali d’ una specie. ‘Tuttavia nelle definizioni
scientifiche l’idea di tipo non è determinata ο costante: alcune volte è presa
come tipica una proprietà formale, che distingue una classe dall’altra. come ad
es. la distinzione che molti filologi fanno
1177 Tom delle lingue in
agglutinanti, isolanti, ο flessive ; altre volte è presa come tipica
un’astrasione morfologica, come ad es. la teoria di Bronn sulle forme
geometriche dei corpi animali; altre volte è assunta come tipica la forma più
semplice, come il dado e I ottacdro per la oristallogratis, © altre invece la
forma più completa, come ad es. la forma tipioa dei mammiferi assunta dal
Cuvier. Va ricordato, infine, che alcune volte il tipo fu assunto platonicamente
dagli scienziati, ad es. l’Agassiz ο il Cuvier, quasi come un'entità reale, a
sò, causa delle forme ο della approssimazione delle forme. Nella psicologia
diconsi tipi mentali certe precise differenze di costituzione mentale, 0 certi
modi di fanzionamento mentale, che caratterizzano gruppi di individui; tali
caratteri sono dunque tipici, piuttostochè individuali. In questo stesso senso
si parla di tipo criminale, tipo visivo, tipo sensitivo, ecc. Cfr. C. B.
Davenport, Statistical metods, 1900 ; Zeitschrift für Peychol., 1899, XXII, 13
(v. archetipo, entelechia). Tomismo. T. Thomiemus; I. Thomiem; F. Thomisme. La
sonola e la dottrina di 8. Tommaso d’ Aquino, i cui seguaci si reolutavano
specialmente, vivo ancora l’ Aquinate, nell’ordine dei domenicani; ebbe per
avversari i francescani, che seguivano le dottrine di Duns Scoto. L’opposizione
tra le due scuole riguardava specialmente il valore della volontà e le sue
relazioni con l'intelletto: per i tomisti la volontà teneva dietro all’
intelletto, per gli scotisti era invece il contrario (voluntas superior
intellectu). Ciò era una conseguenza della teorica sul principio di
individuazione, poichè, mentre i tomisti, seguendo la dottrina del loro
maestro, sostenevano cho la forma intellettualo, informando un dato organismo
corporeo, ne determinava la individualità, gli scotisti riponevano invece il
principio di individuazione nel profondo stesso della ossenza, in un'ultima
realitas che sfugge ad ogni conoscenza. Cfr. Harper, The metaphysics of the
School, ; FrohTom-ToN 1178 schammer, Thomas von Aquino, ; C. Jourdain,
La filo sofia di δ. Tom. d'A, trad. it. 1860, p. 243-372 (v. ecceità, quiddità,
individuazione, intollettualirmo, volontarismo, scotismo, neo-tomismo). Tomo.
Alcuni scienziati chiamano così l infinitamente grande, per opposizione all’
atomo che è l’infinitamente piccolo. Una grandezza che diminuisce continuamente
fino a divenir zero, prima di sparire nello zero passerà per uno stato nel
quale essa nulla ha di più piccolo sotto di sò, © questo è l'atomo; una
grandezza che aumenti continuamente fino all’ infinito, prima di sparire nell’
infinito passerà per uno stato nel quale essa non ha nulla di più grande sopra
di sò, © questo è il tomo. Il tomo non ha quindi dei multipli, come l’atomo non
ha dei sottomultipli : e siccome neppure lo zero ha dei multipli, così vi ha
completa analogia fra il tomo e l’ infinito da una parte, l atomo © lo zero
dal’ ultra (v. atomiemo, divisibilita, infinito). Tono. T. Ton; I. Tone; F.
Ton. Nel suono è dato dal numero dello vibrazioni; il tono principale è sempre
accompagnato da ipertoni ο toni secondari, di minore intensità; il timbro del
suono è dato dal numero e dalla altezza degli ipertoni che accompagnano il
tono. Dall’ Helmholtz in poi dicesi tono differenziale il terzo tono
distinguibile tra due toni, costituito da un numero di vibrazioni uguale alla
differenza di quello dei due toni primari; e tono addizionale il tono più
sento, risultante dalla somma delle vibrazioni dei toni primari. Dicesi tono muscolare il grado di tensione in
cui trovansi normalmente i muscoli; esso diponderebbe da sensazioni
subcoscienti, mantenute dalle molteplici vie afferenti, che sono direttamente o
indirettente in rapporto col cervelletto e col bulbo. Nella sensazione il tono ο colorito è il
grado di piacere o di-dolore che accompagna ogni sensazione o fatto psichico.
Esso può dipendere sis dallo stato organico, sia dalla qualita della
sensazione, sia dalla intensità degli stimoli, sia dal 1179 Tor-Tor l'esperienza dell’ individuo e della
specie. In generale, il tono delle sensazioni è in ragione inversa della loro
oggettività, ossia del loro riferimento agli oggetti, ed è maggiore a misura
che questo riferimento è più diretto e più evidente; a sua volta l’ evidenza
del riferimento dipende dal carattere spaziale della sensazione, perchè 1’
oggetto à per noi essenzialmente il reale esterno, Secondo alcuni peicologi, il
tono è essenziale alla sensazione, in quanto, essendo fondamentale la tendenza
al piacere, ogni sensazione sarà concepita come concorde con questa tendenza, e
quindi piacevole, o come contraria, e quindi dolorosa; se molti stati psichici
appaiono indifferenti, ciò dipende dalla tenuità del tono che li accompagna.
Altri invece ammettono l’esistenza di stati psichici assolutamente indifferenti
o neutri. Cfr.
Kant, Krit. d. Urt., $ 3; Helmholtz, Die Lehre von den Tonempfindungen, 1863;
C. Stumpf, Tonpeychologie, 1890; Th. Ziehen, Leitfaden d. physiol. Peychol., 2°
ed. 1893, p. 95; Wundt, Grundr. d. Peyohol.; Sergi, La psyohol. physiologique,
trad. franc.; MASCI (vedasi), Psicologia. (v. neutri stati, piacere, dolore, sentimento). Topica
(da τόπος luogo, ove si trovano gli
argomenti). Nella logica antica, la Topica era la ricerca e l'esposizione degli
argomenti che si possono esporre sopra ogni cosa. I Topici sono quei libri
logici di Aristotele dove si espongono i sillogismi ipotetici o verosimili.
Metodo topico, per opposizione al metodo critico di Cartesio, chiamò Vico il
metodo che cousiste nella ricerca delle idee: « non si giudica bene, egli dice,
se non si è conosciuto il tutto della cosa; © la topica è l’arte in ciascheduna
cosa di ritrovare tutto quanto in quella à ». Cfr. Aristotele, Τορ., I, 1, 100
a, 1; Küstner, Topik oder Erfindungswissensch., 1816 (v. luoghi comuni).
Totaliszazione (legge della). L’Hoffding designa con questo nome la tendenza
che noi abbiamo, dato un parTor
1180 ticolare elemento
psicologico, a riprodurre lo stato totale, di cui codesto, o un altro somigliante,
formava una delle parti. Codesta legge costituisce 1 essenza di ogni forma d’
associazione mentale; infatti gli elementi singoli d’un medesimo stato di
coscienza non esistono separati, ma come unità di somma, e da ciò nasce la
tendenza a rievocare la somma quando sia data una delle sue unità. Il Galluppi
aveva già ammesso, come fondamento dell’ associazione psichica, la legge per
cui la percesione passata ritorna tutta allorchè ne torna una parte; con tale
legge egli spiegava anche il fatto del riconoscimento. Cfr. Höffding,
Peychologie, trad. franc. 1900, p. 211 segg.; Ebbinghaus, Uober das
Godächiniss; Galluppi, Lesioni di logioa ο metaf., 1854, II, p. 742 segg. (v.
sintesi psichica). Totemismo. T. Totemismus ; I. Totemism; F. Totémisme.
‘l'ermine introdotto da J. Long (1791) e rimasto nell’ uso per indicare l’
adorazione di oggetti materiali ο percepibili, animali, piante, eco., fatta da
tutti i membri di una tribù ο clan, che per tal modo si sentono legati
socialmente tra di loro. Il totemismo, assai diffuso nei popoli primitivi e tra
le razzo inferiori, si distingue dal feticismo sia per il suo carattere
sociale, sia perchè 1’ adorarione si rivolge a tutti gli oggetti di una classe,
considerati come capaci di esercitare un potere sull’ esistenza umana, mentre
nel feticismo questo potere è attribuito ad un oggetto solo. Il totemismo
involge anche là credenza che la tribù ο clan sia discesa per miracolo o
mistero dall'oggetto ο animale totemico; perciò esso è considerato come sacro,
ne è proibito l’uso come alimento © come vestimento, spesso è anche vietato di
guardarlo © di nominarlo, è adorato, rispettato, presiede le cerimonie che
riguardano la nascita, il matrimonio, la morte. Cfr. Pikler u. Somlo, Der
Ursprung d. Totemismus, 1900; Frazer, Totemism, 1887; Durkheim, Les formes
élémentaires de la vio 1181 ToT-Tra religionse, p. 141 segg.; F. B.
Jovons, 1) idea di Dio, trad. it. 1914, p. 85-93. Toto-parsiali, Si dicono
così, nella dottrina dell’Hamilton sulla quantificazione del predicato, quelle
proposizioni in cui il soggetto è preso universalmente, il predicato solo particolarmente.
Possono essere tanto affermative es. tutti i triangoli sono (alcune) figure
quanto negative: es. nessun triangolo è (qualche) figura equilatere.
Toto-totali. Si dicono così, nella dottrina dell’Hamilton sulla quantificazione
del predicato, quelle proposizioni in oui tanto il soggetto quanto il predicato
sono presi in tutta la loro estensione: es. tutti i triangoli sono (tutti i)
trilateri. Nella loro forma negativa il predicato è escluso totalmente dalla
estensione e comprensione del soggetto: es. nessnn triangolo è (nessun)
quadrato. Tradizionalismo. T. Traditionaliemus; I. TraditionaKem; F.
Traditionalisme. In generale designa qualunque indirizzo scientifico,
filosofico, religioso, letterario che vuol tenersi ligio alla tradizione e ad
essa e’ ispira. Nella religione dicesi tradisionalismo la dottrina che sostiene
che le snpreme verità religiose, © specialmente I’ esistenza di Dio, nonchè le
verità fondamentali di ordine metafisico, morale e religioso, non si possono
conoscere se non in grazia della rivelazione primitiva conservata ο diffusa dai
testi encri ο dalla tradizione, essendo la ragione umana impotente a
raggiungerle. In particolare dicesi tradisionaliemo 1’ indirizzo filosofico
rappresentato in Francia dal Chatenubriand, dal De Maistre e specialmente dal
De Bonald, indirizzo caratteriszato da una energica reazione contro la
filosofia della rivolazione (illuminiemo). L'errore di quest’ultima, secondo il
De Bonald, è d’aver creduto che la ragione possa da sò stessa trovare la verità
e indirizzare la società, mentre invece tutta la vita spirituale dell’uomo,
essendo fondata sul linguaggio, è un prodotto della tradisione storioa; il
lingnagTRA 1182 gio è stato donato all’nomo da prima come
rivelazione, e la « parola » divina fonte di tutte le verità, ha per unica
depositaria nella tradizione la Chiesa, la cui dottrina è dunque la ragione
universale data da Dio ο trapiantata a traverso i socoli come il grande albero,
su cui maturano i frutti schietti della conoscenza umana. Concetti analoghi,
quasi contemporaneamente al Bonald, sostenne il Lamennais, per il quale alla
nostra incapacità di raggiungore il vero, sia per mezzo dei sensi, sis per
mezzo della ragione, supplisce il consenso comune, I’ autorità del genere
umano, che diventa il punto d'appoggio delle nostre conoscenze: « Esiste... per
tutte le intelligenze un ordine di verità ο di conoscenze primitivamente
rivelate, ossia ricevute originariamente da Dio, come condizioni della vita o
meglio come la vita stessa... E come la verità è la vita, com l'autorità, ossia
la ragione generale manifestata con la testimonianza o con la parola, è il
mezzo necessario per giungere alla conoscenza della verità, ciod alla vita
dell’ intelligenza >. I tradizionalisti si divisero in due gruppi: i primi,
col Lamennais a capo, costituirono l’école menaieienne, che fu dette anche
fideista per P ufficio esclusivo attribuito alla fede, all’ antorità della
rivelazione divina, nell’ acquisto della vera certezza; i secondi, più
temperati (Bonetty, Ventura, Laforêt e i professori di Lovanio) ammettono una
potenza nativa della ragione umana, indebolita però dal peccato originale e
bisognosa quindi d’un aiuto intellettuale esteriore, cioè della rivelazione,
per arrivare alla conoscenza distinta delle verità razionali, morali e
metafisiche. Nella sociologia dicesi
tradizionalismo quell’indirizzo il quale considera le vario formazioni sociali,
quali la costituzione politica, il regime economico, il diritto, eec., come
fondati non sopra idealità ο principi astratti, ma sopra una tradizione, e
s0stiene quindi che non possono essere mutati in base a criteri puramente
teorici. Cfr. Kleugten, La philosophie scola 1188 TRA stique, 1868, t. I, diss. 482-455 ;
Lamennais, Essai sur Vindifférence, 1820, t. II, ο. 13; Vacant, Études
théologiques, 1895, I, p. 120 segg., 329 segg.; C. Ranzoli, II tinguaggio dei
filosofi, 1911, p. 219-223. Traducianismo. T. Traducianismus: I. Traducianiem ;
F. Traducianisme. O generazioniemo, è la dottrina con la quale alcuni filosofi
e teologi, Tertulliano, 8. Agostino, Lutero, Leibnitz, ece., spiegano l’origine
delle anime individuali, imaginando che siano esistite tutte in germe in Adamo,
e si propaghino ora per generazione fisica come il corpo. « Intorno all’
origine delle forme, entelechie ο anime, dice il Leibnitz, i filosofi sono
stati in grave imbarazzo; ma oggi, avendo riconosciuto mediante ricerche esatte
compinte sopra le piante, gli insetti ο gli animali, che i corpi organici della
natura non sono mai prodotti dal caos o dalla putrefazione, ma sempre da
sementi nelle quali esisteva indubbiamente qualche preformazione, oggi si è
giudicato che non solo il corpo organico vi era già prima della concezione, ma
anche un’ anima in questo corpo e in una parola l’ animale stesso, e che, per
mezzo della concezione, esso è stato solamente disposto ad una grande
trasformazione per divenire un animale di un’ altra specie ». Questa dottrina
fu respinta dagli ortodossi ed è oggi combattuta dal neo-tomismo, come
contraria al dogma della spiritualità. Cfr. Tertulliano, De an., 9; Leibnits,
Monad., 74. Trance. Τ. Verzückung, Entzückung; I. Tranoe ; F. Trance, Eztase.
Fenomeno psicologico, caratterizzato da una grande insensibilità per gli
stimoli e uno stato di incoscienza © subcoscienzs rispetto agli avvenimenti
esteriori ; la personalità del soggetto è profondamente alterata, le sue
funzioni automatiche in parte interrotte, e i suoi pensio possono essere
concentrati in un determinato ordine di idee. Spesso però la parola trance è
adoperata ad indicare gli stati di estasi, di letargia, di sonnambulismo
ipnotico Cfr. Surbled, Spiriles et mediums, 1901; A. Vissni-Scozzi, La
medianità, 1901. Transitivo. T. Transgredient; I. Transiont; F. Transitif.
Dicesi forza o azione transitiva, per opposizione a immanente, quella che passa
da un essere ad un altro; la forza o causalità immanente è invece quella che
risiede e rimane nell’ essere. Dicesi anche transitiva, per opposizione ad
immutabile, un’ entità che consiste in una successione continua di stati;
immutabile è invece 1’ entità che non comporta cangiamento. Nel meccanismo la
forsa è concepita come transitiva, nel dinanismo come immanente. Nella dottrina
della creazione e del demiurgo l’azione della divinità sul mondo è transitiva,
mentre è immanente nel panteismo. La psiche, ’ io, la personalità sono
concepite, nel sensismo e nell’ empirismo, come smo, sostansialità)..
Transustanziazione.T. Transubstantiation; I. Transubstantiation ; F.
Transubstantiation. Dottrina teologica, formulata dall'abate Pascasio Radberto,
e accettata poi dalla Chiesa. Essa consiste nell’ammettere che il pane e il
vino nel Sacramento dell’altare, pur rimanendo gli stessi negli accidenti, sono
però convertiti nella sostanza nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo.
Trascendentale. T. Transscendental; I. Transcendental; F. Transcendental. Kant
designa in questo modo una cognizione o sciensa, la quale non si occupa
direttamente di oggetti, ma di una nostra maniera di conoscerli, in quanto essa
deve essere possibile a priori; ossia si occupa della facoltà di conoscere a
priori gli oggetti, ©, insiemo della validità dei suoi limiti e delle sue
condizioni. Quindi trascendentale si oppone ad empirico, che è ciò che è dovuto
all'esperienza sensibile. La Critica della Ragion pura, ricercando tutti gli
elementi a priori della conoscenza speculativa, stabilisce tutti i concetti ο i
prinoipt trascendentali; tutto ciò che appartiene alla Critica costituisce
dunque la filosofia trascendentale. Vi ha perciò una estetica trascendentale,
che è la scienza dei principi del pensiero puro e della conoscenza razionale,
onde consideriamo gli oggetti assolutamente a priori; un’analitica
trascendentale, che è il sistema dei concetti © dei principi dell’ intendimento
puro; una dialettica trascendentale, che cerca scoprire l'apparenza dei giudizi
trascendentali per evitare che essi ci ingannino. Nello stesso senso dicesi
realismo trascendentale quello dell’ Hartmann, in quanto pur affermando
l’idealità del mondo esterno in quanto tale, riconosce però alle forme dell’
intuizione e alle categorie del pensiero una validità anche nel dominio della
realtà in sò stessa; idealismo trascendentale quello di H. Cohen, E. König
ecc., che afferma l’immanenza del mondo esterno nella coscienza. Cfr. Kant, Krit. d. reinen
Vern., ed. Kehrbach, p. 262 segg.; Id., Proleg., $ 40; Schelling, Vom Ich als
Princ. der Philosophie, 1795, p. 113 (v. trascendente). ‘Trascendentalismo. T. Transscendentalismus; I.
Transcendentaliem ; F. Transcendentalisme. Nel suo senso più generale si oppone
ad empirismo, e indica ogni sistema o indirizzo filosofico che fa appello alle
capacità intuitive, supersensibili dello spirito. In un senso più ristretto
designa l’indirizzo dei successori di Kant, che, eliminata ο trasformata la
cosa in sò, unificato il soggetto ο l'oggetto della conoscenza, conferito un
valore completo e non puramente fenomenico ai concetti di assoluto ο di
pensiero puro, affermarono la dipendenza del mondo dell’esperionza
dall'attività della ragione; in tal modo è tolta la differenza stabilita da
Kant fra trascendentale e trascendente. Nel primitivo senso kantiano, che è il
più limitato, il trascendentalismo è l'affermazione della possibilità della
conoscenza a priori degli oggetti, e della costruzione dei concetti, che
possono così essere applicati. Nella filosofia
della religione per trascendentalismo s’ intende talvolta ogni religione che
ammette la trascendenza ontologica © logica della divinità; altre volte indica
l’ insieme dello dottrine, che considerano la sorgente delle verità religiose
come un organo o un processo di apprensione trascendente le forme ordinarie, e
chiamato visione mistica, estasi, intuizione, coscienza religiosa, ecc. Dicesi trascendentalismo logico quell’
indiriszo, rappresentato dallo Spir, dal Windelband, dal Rickert, che partendo
da una particolare interpretazione delle concezioni kantiane, considera la
funzione logica come un quid che, oltrepassando l’esperienza, serve come
criterio per apprezzarla. Cfr. Frothingham, Transcendontalism in New England, ;
A. Levi, Il trascendentaliemo logico, « Cultura filosofica», luglio 1911.
Trascendente. T. Transscendent ; I. Transcendent ; F. Transcendant. Si oppone
ad immanente © designa ciò che non risiede nell’ essere, che sorte da un
determinato soggetto, che supera determinati limiti. Nella gnoseologia designa
ciò che supera le nostre facoltà conoscitive, © semplicemente ciò che si eleva
al disopra delle idee è credenze comuni. Kant applica questo termine a ogni
conoscenza, che noi crediamo poter ottenere senza il soccorso dell’ esperienza,
e che perciò è interamente chimerica, « Chiameremo immanenti, egli dice, le
proposizioni fondamentali il cui impiego rimane completamente nei limiti
dell’esperienza possibile, trascendenti quelle che tali limiti sorpassano ».
Gli scolastici dicevano trascendenti le nozioni universali, come l’unità e
l'essere, che a’ applicano a tutto e non sono propriamente dei generi. Cfr.
Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Kehrbach, p. 262; Prantl, Geschichte d. Logik,
1885, III, p. 8-9, 114, 245; A. Richi, Der philos. Kriticismus, 1887, t. Il, v.
2, p. 168 (v. transitivo, trascendentale). Trasformismo. T.
Tranaformalignetheorie ; I. Transformism ; F. Tranaformieme. La dottrina
secondo la quale le specie naturali non sono fisse, ma si sviluppurono
gradatamente attraverso il tompo, procedendo dalle forme più semplici verso
quelle più complesse. Essa si oppone all’altra dottrina, fondata già da Linneo,
che considera le specie come costanti 6 tante quante ne cred Dio fin dal
principio. Intuita anche nell'antichità, la dottrina del trasformismo fu
scientificamente esposta e difesa per la prima volta dal Lamarck, il quale
attribuì ls graduale trasformazione delle specie alle condizioni esterne della
vita, all’ abitudine e all’ uso e disuso degli organi. Più tardi il Geffroy ripiglieva
il concetto lamarchiano della discendenza delle specie viventi da altre che le
hanno precedute, attribuendo però la massima importanza all’azione dell’
ambiente; finchè Carlo Darwin poneva il concetto dell'evoluzione su basi ancor
più solide, aggiungendo ai fattori di essa, già riconosciuti dal Lamarck e dal
Gefîroy, la sopravvivenza del più adatto (elezione ο selezione naturale)
necessaria conseguenza della rapida riproduzione degli organismi e della lotta
per In vita. Fra i-moderni sostenitori del trasformismo alcuni, col Weismann,
negano l'eredità dei caratteri acquisiti, esagerando V opera dell’ elesione
naturale (noo-darwiniani) ; altri, con lo Spencer, attribuiscono la maggiore
efficacis all’infinenza dell’ambiente ο agli effetti dell’ uso © disuso degli
organi (neo-lamarokiani). Il trasformismo si distingue dal darwinismo, che è la
stessa dottrina trasformistica quale fu intesa ed esposta dal Darwin, ο dall’
evolusioniemo, che è il trasformismo applicato a tutti i fenomeni naturali,
inorgonici, organici e superorganici. Cfr. R. Schmidt, D. darwinsche Theorie, 1876; H. F.
Osborn, From the Greeks to Darwin, 1894; Hendley, Problems of evolution, 1901 ;
Th. Ribot, La peychol. anglaise
contemp., 1875, p. 160-247; Delago ο Goldamit, Les théorier de l’érolution,
1910; E. Clodd, 1 pionieri dell'evoluzione, trad. it. 1909 (v. adattamento,
conrergenza, divergenza, credità, lotta, selezione, specie, variabilità, cco.).
Tra-Trı 1188 Trasmissione. 1. Ucberlieferung, Foripfansung
: I. Tran mission; F. Transmission. Nella biologia indica il passagyric dei
caratteri degli ascendenti nei loro discendenti (eredità). Nella
psico-fisiologia l’espressione conduzione ο trasmissione nervosa indica il
fenomeno che si compie lungo il cilindro asso delle fibre nervose, per la loro
attitudine di enbire delle particolari modificazioni in seguito ad uno stimolo,
e di trasmetterle dal punto stimolato verso le estremità della fibra. Affinchè
la trasmissione si possa compiere, è necessario che non sia avvenuta alcuna
discontinuità anatomica lungo la fibra. La eccitazione di una fibra nervosa non
si comunica alle vicine, sia la fibra stimolata di senso © di moto: ciò
costituisce la legge della trasmissione isolata (G. Müller); se non esistesse
questa legge, non sarebbe possibile nè di provocare la contrazione di alenni
determinati muscoli soltanto, nè di localizzare le sensazioni. Le fibre che
servono ai vari sensi, se stimolate, dànno sensazioni ad essi relative; le
fibre motrici dànno sensazioni muscolari e seoretorie. Cfr. J. Müller, Handb.
d. Physiol., 1885; Setschenow, Pfliiger’s Arch., , XXV (v. eccitazione, fibra).
Traumatopio. Strumento che serve a dimostrare le proprietà delle imagini
consecutive negative. Con esso si fanno vedere a brevissimi intervalli delle
figuro umane o animali, nelle posizioni successive di un dato movimento, e, in
conseguenza, sembra di vedere realmente una persona che eseguisca quel
movimento. Tricotomia. T. Dreitheilung; I. Trichotomy ; F. Trickotomie. La
divisiono logica i cui membri dividenti sono in numero di tre. Di questi membri
dividenti due sono generalmente opposti, uno intermedio; ad es. : i sentimenti
umani sono egoistici, altruistici ο egoaltruistici. Per tale ragione alcuni
preferiscono la tricotomia alla dicotomia, nella quale i membri dividenti
costituiscono una perfetta contrarietà, che le dà simmetria ed csattezra
logira, ms Tro la ronde in molti casi inapplicabile. Dicesi anche tricotomia Vantica dottrina,
contenuta in germe nel Nuovo Testamento ancora sostenuta da slouni teologi tedeschi,
secondo la quale la natura dell’uomo si distingue in corpo (soma), anima
(psyche), e spirito (pneuma). Cfr. J. B. Heard, The tripartite nature of man, 1870; Masci, Logica, ,
p. 304 segg. (v. divisione,
diootomica). Tropo. Dal greco τρόπος
attitudine, indole, modo di pensare. Nella retorica è una figura per cui
ad una parola si dà un significato diverso dal suo proprio; nella storia della
filosofia designa gli argomenti o motivi di dubbio, adoperati dagli scettici
contro i dogmatici. Per Pirrone tali argomenti erano dieci, ma si risolvevano
poi tutti nell’unico comune argomento delle illusioni dei sensi. Per Agrippa,
invece, erano cinque, e in essi trovasi riassunto in forma precisa tutto quanto
lo scetticismo aveva prodotto di essenziale in pareochi secoli di speculazione.
Il primo tropo di Agrippa è la contraddizione: non essendovi alcun principio
che non sia stato negato, appenn il dogmatico pronunoierà un giudizio si potrà
opporgliene uno opposto. Egli cercherà allora di dedurre il proprio principio
ds uno più generale, ma anche a questo si potrà fare la stessa obbiezione; ne
cercherà un altro più generale, poi un altro ancora, © così via vis senza poter
vincere l’obbiezione. Egli cadrà dunque nel secondo tropo, il progresso
all'infinito. Ma può darsi ch'egli creda d’essere arrivato a cogliere un
principio che non ha bisogno a appoggiarsi eu altri, che è evidente per sò
stesso; ma in tal caso gli si risponde, che è evidente ciò che pare vero ad uno
spirito, mentre agli altri può parer faluo : è il terzo tropo della relativita.
Se egli obbietta che il sno principio non ha prove, cade nel quarto che è
l'ipotesi, © se vuol tentare la dimostrazione cade nel quinto che è il
diallelo, poichè la dimostrazione presuppone il valore della ragione, che pretendo
dimostrare. Cfr. Sesto EmpiTur rico,
Pyrr. Hyp., I, 38 segg., 164 segg., II, 194 segg.; Id.. Adv. Math., VIII, 316
segg. (v. epoca, dicotomia, isostenia). Tutto. Gr. Τὸ ὅλον; Lat. Totum; T.
Ganze; I. Whole: F. Tout. Per Cristiano Wolff, unum, quod idem est cum multie,
dicitur totum. Il Rosmini lo definisce pure come il complesso di quelle cose
che insieme formano uno. Come I’ uno è correlutivo del molteplice, così il
tutto è correlativo della parte. Perd tra il concetto di tutto e il concetto di
uno, vi ha la differenza che questo, in quanto è applicato a molte entità, ha
in 8 la relazione per la quale un'entità esclude le altre, mentre quello ha in
sè la relazione di abbracciare le parti, che compongono la medesima entità e di
negare che ce ne siano altre, che concorrano a comporla. Ad ogni modo il tutto
si può predicare dell’ uno © di ogni uno si può predicare il tatto, cosicchè le
due proposizioni « ogni tutto è uno » e «ogni uno è tutto» sono dialetticamente
convertibili. Furono distinte tre specie di tutto: il totum ante partes (BAov
πρὸ τῶν μερῶν), che è quello senza parti, o quello che la mente concepisco con
un solo atto senza guardare allo parti; il totum ex partibus (ὅλον dx τῶν
μερῶν), che è quello che si riguarda come un composto di parti; e il totum in
partibus (Άλον ἓν τοῖς µέρεσι), che è l'uno possibile considerato nelle parti,
il tutto riguardato nel complesso delle parti como esistente nella sus materia,
Si dice poi tutto fisico quello che è costituito di parti congiunte in modo da
fo mare una sola natura, come il composto di materia e di forma; tutto
metafisico ciò che è composto di genere e di differenza, di comune ο di
proprio; tutto matematico ciò che è composto di parti juzta positae; tutto
sillogiatico quella specie di tutto che risulta dal legame che hanno fra loro
due cose affermate, l'una delle quali trae seco l'esistenza dell'altra; tutto
logico una nozione universale, ad esempio il genere, che nel suo seno contiene
virtaalmente altre nozioni meno estese, come le specie. Nel lin 1191 Tuz-Upr guaggio della scolastica il totum per
so è quello che consta di parti ordinate a costituirne l'essenza; il totum per
aocidens ciò che consta di più enti in atto 0 completi, ad es. un mucchio di
grano; totum essentiale ciò che risulta da parti costituenti fisicamente e
metafisicamente la sua quid„dit, ad es. l’uomo che consta fisicamente di corpo
ο d’ anima, metafisicamente di animale e razionale; totum perfeotibile è detto
il genere perchè della cosa esprime il materiale © il più comune, totum
perfootivum la differenza, che esprime il formale della cosa, © totum perfeotum
la spécie perchè esprime il formale ο il materiale della cosa. Cfr. Platone,
Teoteto, 204 E; Aristotele, Metaph., V, 26, 1023 %, 26; C. Wolff, Philos. prima
sive ontologia, 1786, $ 341; Rosmini, Logica, 1853, $ 571 segg. (v.
molteplicità, unità). Tusiorismo (tutior = più sicuro). Il Rosmini chiama così
la dottrina morale che egli considera come la prima forma sotto cui si mostra
l'agire etico nella storia dell'umanità -secondo la quale, quando I’ individuo
trovasi dubbioso sulla determinazione da prendere, deve scegliere sempre la via
più sicura. Essa si compendia tutta nel priucipio: in dubio tutor pare eat
eligenda. Cfr. Rosmini, Storia comparativa ο oritica dei sistemi intorno alla
morale, 1897. Uditive
(sensazioni). "I. Hörempfindungen; I. Hearing sensations ; F. Sensations
auditives. Hanno per organo
l’orecchio, per stimolo le vibrazioni dell’aria rispondenti alle vibrazioni di
un corpo, per contenuto il suono, che è dato da una serie di vibrazioni
regolari © periodiche, ο il rumore, che corrisponde a vibrazioni irregolari. Le
vibrazioni sono raccolte dal padiglione dell’ orecchio, trasmesse alla membrana
del timpatio, comunicate da questa agli ossicini dell’orecchio medio, che alla
lor volta le trasmettono alla perilinfa © all’ endolinfa dell’ orecchio
interno, ove Usu 1192 sono raccolte dalle terminasioni dei nervi
nonstici. Per produrre una sensazione uditiva le onde sonore devono succedersi
almeno colla frequenza di 15-40 per secondo © non oltrepassare la frequenza di
16,000-41,000. L’altessa del suono dipende dal numero delle vibrazioni in un
minuto secondo; l'intensità dall’ ampiezza dell’ onda di vibrazione; il timbro
o metallo delle note dalle differenze qualitative fra una medesima nota; la
consonanza si ha quando le onde di due suoni si combinano in modo da produrre
un suono formato da onde più ampio ma tutte uniformi. La direrione del suono
viene argomentata dalPindividuo in base alla differenza fra le sensazioni percepite
per meszo dell’ uno e quelle percepito per mezzo dell’altro orecchio, e in base
alla differenza fra l'intensità delle sensazioni percepite dallo stesso
orecchio, mentre osso si trova in questa ο quella posizione. Cfr. J. K.
Kreibig, Die funf Sinne des Menschen, 1907, p. 51 segg.; Helmholtz, Die Lehre
von don Tonempfindungen, 5 ed. 1896; F. Besold, Die Funktionsprüfung des Ohres,
1897; C. Stumpf, Tonpsychologie, 1890; Bain, Mental soienoe; P. Bonnier, L’
Audition, 1901 (v. aousma, biauricolare, timpano, potere risolutivo).
Uguaglianza. T. Gleicheit, Gleichung; I. Equality: F. Egalité. Dicesi
uguaglianza logios di due proposizioni © classi il loro reciproco implicarsi o
contenersi, di due concetti l'avere la medesima estensione. Uguaglianza politica è il principio in base
al quale i diritti politici, i gradi ο le dignità pubbliche sppartengono a
tutti i eittadini senza distinzione di classe o di fortuna; uguaglianza
giuridica il principio in baso al quale lo prescrizioni, le proibizioni 9 le
pene logali sono identiche per tutti i cittadini senza eccezione di nascita, di
situazione ο di fortuna; l'una e l’altra specie di uguaglianza αἱ anol dire
formale, per contrapposto alla reale ο materiale, che intercede tra due ο più
uomini che hanno identica la fortuns,
1193 Uau l'intelligenza, la
cultura, la salute, ecc. Il liberalismo, nella sua forma pura, consiste nel
respingere l’ uguaglianza materiale, che non si realizza in alcuna società, e
assumere come regola la realizzazione dell'uguaglianza formale. « Spesso esiste
un grande intervallo, dice il Condorcet, tra i diritti che la legge riconosce
ai cittadini e i diritti di cui essi hanno il reale godimento, tra l’
uguagliansa stabilita dalle istituzioni politiche e quella che esiste tra gli
individui. Queste differenze di stato hanno tre cause principali: l’
inuguaglianza della ricchezza, l’ inuguaglianza di stato tra quello i cui mezzi
di sussistenza, assicurati da lui stesso, si trasmettono alla sua famiglia, e
quello per cui tali mezzi sono dipendenti dalla durata della sua vita, o
piuttosto dalla parte della sua vita nella quale è capace di lavoro; infine }
inuguaglianza di istruzione.... Queste tre specie di inugnaglianza reale
possono diminuiro continuamente senza tuttavia annullarsi, poichè hanno delle cause
naturali e necessarie, che sarebbe assurdo e pericoloso voler distruggere ; non
si potrebbe nemmeno tentare di farne sparire interamente gli effetti, senza
aprire delle sorgenti di disuguaglianze più fecondo, senza portare ai diritti
degli uomini dei colpi più diretti e più funesti ». Nella matematica si chiama uguaglianza
l’espressione algoritmica, numerica o letterale, la quale consta di due membri
separati tra di loro dal segno = (uguale); noll’uno dei due membri il valore è
il risultato delle operazioni eseguite nell'altro; ad es.: b + 2 8; a (b + d) = ab + a d. Nella meccanica due forze si dicono uguali,
quando con una stessa forza si può fare equilibrio all’ una © all'altra. Nella geometria, due figure si dicono nguali
quando sono costituito di parti rispettivamente sovrapponibili; così due
triangoli sono uguali, quando le parti, cioè gli angoli e i lati dell’ uno,
sono rispettivamente sovrapponibili agli angoli e ai lati dell’ altro, sicchè,
quando le due figure sono sovrapposte, ne formano idenULT-Uma 1194
ticamente una sola. Ciò però soltanto riguardo alle figure piane;
poichè, quanto alle solide, può darsi che siano costituite di parti
sovrapponibili, se prose separatamente, ma non sovrapponibili se prese tutte
insieme, a causa della loro diversa distribuzione; ad es. le due mani dell’uomo
sono costituite di parti perfettamente uguali, ma poichè queste sono
diversamente distribuite, esse mani non sono sovrapponibili. In tal caso P
uguaglianza delle figuro vien detta uguaglianza di simmetria, e le figure son
dotte figure simmetriche. Se poi si hanno due figure identiche per le loro
misure, ma non per la forma, esse si dicono equivalenti; nel caso inverso si
dicono simili. Rousseau, L'origine de l'inégalité parmi les hommes; Condorcet, Progr. de
l'esprit humain, 1804 (v. equazione, identità, geometria, simile). Ultimo. T. Letste, End-; I. Ultimate; F.
Dernier, ultime, final. Ciò oltre di cui non si pnd andare: fine ultimo è
quello che non è alla sua volta mezzo di un altro fine: la ragione ultima
quella che non abbisogna di un’altra ragione o spiegazione; speoie ultima
(ultima ο infima species) quella che non è a sua volta genere rispetto ad altre
specie, ‘e non contiene che termini singolari (v. inconcepibile. inoonoscibile,
supremo, primo). Umanismo. T. Humanismus; I. Humanism; F. Humanisme. Nel suo
significato più generale 1’ smanismo è quel movimento degli spiriti col quale
s’apre il Rinascimento, caratterizzato da uno sforzo per rialzare la dignità
dello spirito umano e metterlo in valore, ricollegando, sopra il medioevo e la
scolastica, la cultura moderna all’ antiea: esso giunge circa fino al 1600 e
abbraccia la fine della tradizione medievale per opera dell’ellenismo puro. Il
secondo periodo, il naturalismo, abbraccia i principi della nuova seienza della
natura, liberi d’ogni schiavitù, e, al loro seguito, i grandi sistemi
metafisici del secolo XVII. Però i due periodi, umanistico e naturalistico,
costitui 1195 Uma scono nel loro insieme
un tutto solo; infatti il motivo interiore del movimento umanistico è la stessa
aspirazione ad una conoscenza affatto nuova del mondo, che si realizzd poi con
lo sviluppo delle soienze naturali; ma il modo e le forme intellettuali come
ciò avvenne, si presentano dipendenti dagli impulsi scaturiti dall’ accoglimento
della filosofia greca. Il fermento essenziale del movimento umanistico fa il
contrasto tra la filosofia medievale, già in dissoluzione, e le opere originali
dei pensatori greci, che si cominciarono a conoscere col secolo XV. Da
Bisanzio, attraverso Firenze ο Roma, sopraggiunge una nuova corrente di
cultura, che fece deviare il cammino del pensiero occidentale; gli umanisti si
ribellarono alle diverse interpretazioni mediovali della metafisica greca, alla
deduzione autoritaria dei concetti presupposti, alla durezza inelegante del
latino monastico, e la loro opposizione ottenne una rapide vittoria con la
meravigliosa restituzione del pensiero antico, con la fresce percezione di una
generazione amante della vita, con la finezza ο lo spirito di un tempo ricco di
cultura artistica. Nel suo significato
più ristretto, l’umanismo è quell’ indirizzo filosofico contemporaneo, molto
affine al prammatiemo, che fa capo a F. C. 8. Schiller, il quale gli diede
appunto questo nome. Esso si riattacca, secondo lo Schiller, alla massima
protagoren che l’uomo è la misura di tutte le cose, 6 ha questo tesi
fondamentali: una proposizione è vera o falsa a seconda che le sue conseguenze
hanno o non hanno valore pratico, quindi la sua verità o falsità dipende dallo
scopo a cui si tende; tutta la vita mentale suppone degli scopi; questi scopi,
non potendo essere, per noi, che quelli dell’essore che noi siamo, ne segue che
ogni conoscenza è subor nata in ultimo alla nature umana e ai suoi bisogni
fondamentali. Per tal modo « l’umanismo è puramente il rendersi conto che il
problema filosofico rignarda degli esseri umani aforzantisi di comprendere un
mondo d’espeUma 1196 rienza umana coi meszi della coscienza umana
». L’umanismo, diffondendosi, ha assunto forme diverse. Per il Le Danteo la
scienza è una serie di constatazioni fatte sulla soala umana; le ipotesi non
hanno altro scopo che « preparare delle esperienze utili: un'ipotesi si
giudicherà dalla sus fecondità >; la logica «fa parte del meccanismo umano
allo stesso titolo delle braccia o delle gambe »; «luomo non conosce che dei
rapporti di cos con l’uomo; ciò che noi chiamiamo le cose, sono gli elementi
della desorizione umana del mondo ». Con maggior larghezza, il Troiano
concepisce l’umanismo come «un sistema autropocentrico del sapere filosofico,
sul fondamento d’una teoria delle attività, delle renzioni ο dei prodotti dello
spirito, studiato nella sua realtà di fatto, immediata ο storica », il quale
sistema deve culminare in «uns concozione del mondo, quale appunto I’ uomo,
conscio della sua centralità teoretica e apprezzativa, in connessione di tutto
il sno sapere, può oriticamente formarsi »; esso perciò assume l’uomo come
materia e spirito nel tempo stesso, come sensibilità, istinto, bisogno,
coscienza conoscitrice © valatatrice, nd pretende identificare spirito e
natura, ud toglie valore alle esigenze corporee, nd sacrifica ad osse i diritti
dello spirito; e, nell’ interno dello stesso organismo psichico, non intende
ridurre le esigenze dol pensiero a quelle della vita morale, nd viceversa. Il
movimento umanistico contemporaneo è certo una manifestazione caratteristion
del pensiero filosofico, uno sforzo di costituire una teoria dei primi principî
della vita intellettuale ο della vita morale, assumendo l’uomo, realtà vivente,
immediata ο storica, come centro teoretico e apprezzativo del mondo; esso
supera ad un tempo il panteismo trascendente ο il solipsismo gnoseologico,
cercando nella consenziente soggettività degli spiriti il tratto @’ unione
dell’individualismo e dell’ univerealismo. Cfr. J. Burckhardt, Die Kultur der
Renaissanoo in Italion, Uma-Umo 1886,
trad. it. Valbuss, 1899; Mar. Carrière, Die philosophische Woltanschauung der
Reformationszeit; F. Fiorentino, Il risorgimento filosofico del quattrocento;
F. C. Β. Schiller, Humaniem, philosophioal essays, 1908 ; Id., Studies in
Humanism, 1907; F. Le Danteo, Les lois naturelles, Introd. p. x; P. R. Troiano,
Le basi dell’umanesimo, ; G. M. Ferrari, L’umanesimo filosofico, « Riv.di fil.
v. pragmatismo. Umanità. T. Humanität, Menscheit, Menschlichkeit; I. Humanity,
Mankind; F. Humanité, Oggettivamente indica quella vasta famiglia, moralmente
unita, nella quale entrano tutti gli uomini per la loro comune natura;
soggettivamente designa quell’ insieme di caratteri spirituali, cho distinguono
la stessa natura umana, elevandola sopra ogni altra categoria di esseri,
compresi i bruti. In questo secondo senso, l’umanità è concepita sotto due
aspetti diversi nella società greco-romana ο nella cristiana: in quella 1’
Άνπιαnitas è riguardata specialmente nelle sue facoltà intellettuali ed
artistiche, in questa nelle sue doti morali, nella carità, nella benevolenza e
nel perdono. In entrambi i sensi il vocabolo fa adoperato da Augusto Comte, per
il quale l'umanità è sia l'essere collettivo costituito dalP insieme degli
uomini, sia l'insieme dei caratteri costituenti «l’ascensione crescente della
nostra umanità sulla nostra animalità, per la doppia supremazia dell’
intelligenza sulle tendenze e dell’ istinto simpatico sull’istinto personale
>; in un terzo senso, più ristretto, l’umanità è per il Comte soltanto 1
insieme degli uomini che hanno effcacemente contribuito allo sviluppo normale
delle qualità proprinmente umane, e in questo senso egli chiama 1’ umanità il
Grand’ Essere. Cfr. A. Comte, Cours de philosophie positive, , lez. 59; Lévy-Bruhl, La
philon. d'A. Comte, p. 389-391 (v.
cosmopolitismo, solidarietà). Umorismo. T. Humoriemus; I. Humorism ; F.
Humoriame. È una forma del sentimento del comico, dal quale Umo 1198
però si distingue sia per un grado maggiore di finezza e @
intellettualita, sia per la mancanza d’ogni elemento dispregiativo. Secondo 1’
Hòffding esso è «il sentimento del ridicolo avente per base la simpatia »; può
svilup parsi fino a diventare un modo di comprendere la vita, una disposizione
fondamentale a considerare con simpatia tutto ciò che vive e a confidare nelle
forze che trionfano nella natura e nella storia: « La concezione umoristica
della vita s'è adattata all’esperienza, la quale ο insegna che anche il grande
ο il sublime hanno i loro limiti, il loro aspetto finito, e se essa ride di ciò
che v ha di piccolo e di ristretto, non dimentica che è la forma d’un
contenuto, che ha il suo valore. Essa #’ è adattata ai miti della grandezza
come all’ imperfezione della folicità e sa per esperienza che, sotto apparenze
piccole e meschine, può nascondersi un gran tesoro ». Per il Masci l umorismo è
la forma superiore della comicità, « con esso la comicità diventa abituale, e
si estende ad una parte maggiore o minore della realtà »; esso è ingenuo o
consapevole, gaio o triste, e va dalla forma che è schietta comicità a quella
che è una forma filosofica del dolore umano, che è riflessione comica sulla
realtà in generale; se è alleato col sentimento di simpatia, se trova ancora
del buono nelle cose, |’ umorismo è benevolo; se invece la simpatia è spenta e
la condanna è assoluta, 1’ umore è l’espressione dello spirito che nega, l’
irrisione tragica dell’ esistenza. Secondo il Momigliano 1’ umorismo sta fra Y
ironia pura e la satira, non avendo πὸ il carattere scherzoso della prima, nd
lo scopo correttivo della seconda; egli ne distingue varie forme, la
sentensiosa, ad cs. quella del Manzoni; la drammatica, nd es. quella del
Dikens; V umorismo che consiste tutto nell’ avvicinar U’ insignificante al
grave, ad os. quello del Pulct; 1’ umorismo ottimistioo, che non contrappone il
male al bene, ma il bene al male; quello indulgente, che rileva un difetto
ridendo; quello 1199 melanoonicamente rassegnato, nel quale la
dolorosa vu del male è bensì mitigata dal sapere che esso è inevitabile, ma è
mista con un mite rimprovero alla sorte degli uomini ; l’ umorismo pessimistico
0 tragico, che esagera il compiacimento con cui si rileva il male proprio ο
quello sparso nel mondo; il serio, che non è che un sorriso di dolore, la
voluttà triste ma tranquilla che 1’ umorista prova nel profondarsi lentamente
nella malinconia, e00.; egli compendin queste forme definendolo « quella forma
di comicità, in cni si rileva inaspettatamente, senz’ alcuno scopo correttivo e
con un compiacimento più o meno visibile, un difetto o un contrasto, fondendo
elementi seri con elementi scherzosi, oppure mescolando il compi mento colla
simpatia © colla rassegnazione, oppure rivelando I’ abitudine di considerare il
corso generale delle cose con una penetrazione superiore 9 con un senso
filosofico della vita». Cfr. Lotse, Geschichte d. Aesthetik in Deutschland,
1868, p. 375-377; Höffding, Peychologie, trad. franc. 1900, p. 390 segg.;
Baldensperger, Les definitions . de l'humour, in Études d’hist. littéraire;
Masci, Psicologia del comico, 1889; A. Momigliano, L’ori-! gino del comico, «
Cultura filos. », sett. ; Pirandello, L’ umorismo, (v. comico, ironia). Unicità. La qualità di
ciò che è unico; si distingue dalla unità, che è la qualità di ciò che è uno.
Così il monoteismo à la dottrina dell’ unicità di Dio, l’enoteismo In dottrina
dell’ unità di Dio. Uniformitä. T. Einförmigkeit, Gleichförmigkeit; I.
UniSormity; F. Uniformité. Può essere statica e dinami „prima consiste nel
fatto che due o più individui d’ una classe posseggono caratteri essenziali
identici, la soconda nel riprodursi degli stessi fatti col riprodursi delle
stesse condizioni. La prima specie di uniformità dà il tipo delle scienze
staticho, la seconda la legge delle dinamiche. Nel postulato della uniformità
della natura sono comprese enUnt
1200 trambe le specie, ma più
precisamente la seconda; poichè è su questa che è fondata la costruzione
induttiva delle leggi e la loro applicazione deduttiva alla esplicazione dei
singoli fatti. Nella stessa vita pratica, ogni nostra azione in vista di un
fine, in quanto è conformata all’ esperienza precedente, presuppone come
condizione necessaria l’uniformità statica ο dinamica, ossia di coesistenza ©
di sequenza, dei fenomeni naturali, Unità. T. Zinhoit; I. Unity; F. Unité. È la
qualità di ciò che è uno, montre I’ unicità è la qualità di ciò che è unico.
Quindi l’unità non esclude, ma implica la molteplicità, della quale è concetto
correlative © senza di cui sarebbe inconcopibile. Quanto all’ origine dell’
idea di unità, secondo alcuni filosofi è innate, secondo altri è un prodotto di
esperienza sensibile, secondo altri risulta dall’ esperienza interna. Per il
Fénélon essa è innata, in quanto non può derivare nò dal senso interno, nè dai
sensi esterni, che ci presentano sempre dei composti © dei molteplici : « Io
concepisco un esseré, che non cambia mai affatto di pensiero, che pensa sempre
tutte le cose insieme, ed in oui non si può trovare alcuna composizione 6 tanto
meno successione. E senza dubbio questa idea della perfetta ο suprema unità,
che mi fa tanto cercare qualche unità negli spiriti ed ancora nei corpi. Questa
idea incessantemente presente nel fondo di me stesso è nata con me; essa è il
modello perfetto sul quale io cerco dappertutto qualche copia imperfetta dell’
unità, Questa idea di ciò che è uno, somplice ed indivisibile per eocellenza,
non può esser altro che l’iden di Dio ». Per Spinoza l’ unità non è una
proprietà delle cose, ma ciò che è compreso in uu atto mentale: Unitaten....
onti nihil addere; sed tantum modum cogitandi esse, quo rem ab aliis separamus,
quae ipti similes sunt, rel oum ipsa aliquo modo conveniunt. Invece per il
Leibnitz essa è una proprietà oggettiva, tantoohd ce qui n'est pas réritablement
un ostre, n'est pas non plus véritabloment um estre. UNI Per C. Bonnet è una
semplice idea, che l’anima si forma « considerando in ogni oggetto soltanto I’
esistenza ο facendo astrazione da ogni composizione e da ogni attributo ». Per
il Locke, « fra tutte le nostre idee, non ve n’ ha alcuna, che ci sis suggerita
da un più gran numero di mezzi di quella di unità, sebbene non ve ne sia alcuna
più semplice. Non v’ ha nessuna apparenza di varietà o di composizione, in
questa idea: ed essa si trova unita a ciascun oggetto che colpisce i nostri
sensi, a ciascuna ides che si presenta al nostro intendimento, ed a ciascun
pensiero del nostro spirito ». Per Berkeley l’ unità è una semplice astrazione,
senza corrispondente obbiettivo; per Kant è « l’unità formale delle coscienza
nella sintesi della molteplicità delle rappresentazioni » © sorge dalla
identità delVautocoscienza. Il Galluppi distingue tre specie d’anità, la
sintetica, la metafisica ο la fisica. L'unità sintetica risultada una
operazione del nostro pensiero, ed è perciò condizi nale; l’unità fisica è la
stessa unità sintetiea che il nostro pensiero attribuisce agli oggetti
corporei; l’una e l’altra derivano dall’ unità metafisica, che, essendo la
stessa unità dell’ anima, è assoluta, invariabile, non risulta dalla
congiunzione di diversi elementi, non dipende da alcuna condizione: « Senza
l’unità metafisica non è possibile 1’ unità sintetica del pensiero, ο senza 1’
unità sintetica del pensiero non è possibile l’unità sintetica fisica ». Il Rosmi
la definisce come quella qualità del soggetto, per la quale esso è indiviso in
sè stesso, © diviso, ossin separato, da ogni altro; quando questa qualità si
predica del soggetto, allora essa, prendendo la forma di predicato, dicesi uno.
Per il Wundt il concetto di unità è puramente la funzione della concezione
logica presa nel contenuto concettuale, ο da esso ba origine l’unità
rappresentativa delle cose. Si distinguono varie specie di unità: quella
«pirituale, vale a dire l’unità della coscienza, sia essa un’ unità sostanziale
© puramente dinamica ed empirica; quella logica, che con76 RanzoLI, Dirion. di scienze filosofiche.
Um 1202
siste nell’ unificarsi del molteplice particolare nel generico astratto,
assunto come tipo comune; quella numerica ο matematica, che è una delimitazione
nel tempo e nello spazio, © da cui originano le nozioni di numero e di
grandezza; quella fisica ο materiale, risultante da un insieme di parti
indivise formanti un tutto; quella trascendentale, che consiste nella
individualità degli elementi costitutivi di una cosa, ad es. l’uomo è uno
sebbene abbia un’ anima ed un corpo organico. Gli scolastici chiamavano unitas
per se quella che nasce da una essenza o natura, sia semplice o composta, come
l’unità della natura divina o dell’ uomo; unitas per accidens quella che nasce
da diverse nature, di ordine o predicamento diverso, come un mucchio di pietre;
unitas materialis o individualis 1’ entità di ciascun individuo, in quanto
esprime incomunicabilità e indivisione in più inferiori ; unitas formalis o
essentialis quella della specie o del genere in quanto si distinguono
rispettivamente da ogni altra specie o genere; unitas semplicitatis quella di
un ente indivisibile in atto e in potenza, unitas compositionis quella invece
di un ente che è uno numerioe ma è composto di parti distinte e potenzialmente
divisibili; umitas rationia quella per cui, con un atto mentale, di più
individui si fa una specie sola o di più generi un solo genere; unitas
#0Utudinte l'unicità in una data natura, ad es. l’unità divina. Aristotele Met.;
Spinoza, Cogit. metaph., I, 5; Leibnitz, Philos. Sorhiften, ed. Gerhardt, II,
97; Wolff, Ontologia, 1736, $ 238 © 239; Bonnet, Essai de peychol., , C 14;
Berkeley, Princ., XII; Kant, Krit. d. reinen Vern., ed. Kehrbach, p. 119 segg.;
Genovesi, Metaph. lat., parte I, cap. 5, def. 42; GALLUPPI Lezioni di logica e
metaf..; Wundt, Syst. der Phil., , p. 227 (v. individuo, numero, quantità,
tutto, uno). Universale. Lat. Universalis; T. Allgemein; I. Univertal; F.
Unirersel, Che si estende a tutto l'universo, o ap 1208 Uni partiene a tutti gli uomini, o non soffre
alcuna eccezione; cost si dice, nel primo senso, causalità universale, nel
96condo consenso universale, nel terzo le leggi di natura sono universali.
Dicesi giudizio universale quello in cui il concetto che fa da soggetto è preso
in tutta la sua estensione; la sua formula è: tutti gli A sono B, oppure,
nessun 4 è B. I giudizi universali sono la formula del pensiero scientifico, perchò
esprimono i principî, le leggi ο le conoscenze universali. Secondo alcuni
logici anche i giudizi individuali sono universali, perchè anche in essi il
concetto del soggetto à preso nella massima estensione : infatti, essendo il
soggetto un individuo, cioò qualche cosa che è indiviso ο che si suppone tale,
non può evidentemente esser preso in parte della sua estensione, Ma altri
logici respingono codesta identificazione, opponendo che nel giudizio
universale il concetto del soggetto non è preso come indivisibile, mn come un
tutto diviso in parti, delle quali si predica quello stesso che si predica del
tutto. Diconsi nozioni universali © principi universal i principi supremi della
ragione, perchè essi sono veri non già per un determinato numero di casi ο per
un determinato ordine di cose, ma per tutti i casi e tutte le cose senza
eccezione alcuna. La loro universalità si rivela anche nella identità con cui
si manifestano in tutte le intelligenze (v. generale, individuale, singolare).
Universali (universalia). Le idee generali, che Aristotele aveva classificato
in numero di cinque: genere, specie, differenza, proprio, accidente.
Considerati dal punto di vista della estensione, cioò dell’insieme delle cose
individuali alle quali si applicano, si distinguono tra gli universali i generi
e le specie; considerati dal punto di vista della comprensione, cioè
dell’insieme dei caratteri ο delle qualità che designano, si distinguono la
differenza, il proprio e 1’ accidente. Aristotele, che, al pari di Platone,
ascriveva all’ universale un più alto valore conoscitivo che non all’
individuale, intendeva con esso ciò che appartiene ad una molteplicità Uni 1204
di cose, © che, quindi, non è una cosa in sè ma sussiste nelle cose;
concettualmente e secondo l’ essenza, 1’ universale è anteriore, quantunque sia
posteriore per noi, per la nostra conoscenza. Platone invece aveva attribuito
agli universali, alle Idee, un’ esistenza autonoma, indipendente dal ponsiero
degli uomini. Il problema degli universali, che fu oggetto di tante discussioni
nel periodo della scolastica, riguardava appunto la questione, già proposta ma
non risoluta da Porfirio, se gli universali hanno sussistenza propria o sono
soltanto nel pensiero, Le scuole che sostenevano la primi ipotesi furono dette
realiste, quelle che sostenevano la seconda concettualiste 0 nominaliste, a
seconde che consideravano gli universali come concetti 0 come puri nomi.
Universalia ante rem dicevansi gli archetipi eterni in Dio; #. in reo a parte
rei l'essenza delle cose moltiplicata negli individui; w. post rem il concetto
della nostra mente che unifica le ragioni essenziali 0 quidditative e le
predica dei singoli individui. Universale in obbligando ciò che è nno e obbliga
molti, come la legge; w. in causando ciò che è uno ο cagiona molte cose; u. in
signifioando © repraesentando quello che essendo uno significa o rappresenta
molte cose, come il vocabolo uomo; u. in essendo © praedicando ciò che è uno ed
è adatto ad esser molti e predicarsi di molti; u. physioum la natura reale
esistente nei singoli individui, come la natura umana di Socrate; #.
motephysioum la natura reale considerata nello stato di solitudine, cioè non
considerate le condizioni individuanti, come la natura umana considerata senza
la socraticità; u. logioum uno che è adatto ad essere inerente a molte cose, e
a predicarsi di molti per Videntica ragione, ad es. la sostanza rispetto alla
materia e allo spirito ; #. inoomplezum quello che è semplice ed esprime
Vordine di molte cose, ad es. la virtù rispetto alla giustizia e alla
temperanza; u. complerum una proposizione generale, postulato o assioma, da cui
si possono dedurre più particolari. Cfr. Aristotele, De interpret., VII, 17 a,
39; Id., Met., VII, 1205 Uni 1018 b, 33; AQUINO (vedasi), Sum. theol.,
I, qu. 79, art. 5; J. H. Löwe, Der Kampf zwischen Nominalismus und Realiemus in
Mittelalter; Prantl, Gesch. d. Logik,
(v. concettualismo, nominalismo, realismo, terminismo). Universalismo.
T. Universaliemus; I. Universaliem; F. Universalisme. Nella morale si oppone a
individualismo, ο indica ogni dottrina che considera la comunità, ad es. lo
Stato o la Nazione, come l'oggetto dello sforzo morale. Nella religione è la
dottrina della salvazione finale di tutti gli uomini, fondata sopra la bontà
essenziale di Dio, lo scopo illimitato della redenzione di Cristo ο la
perfettibilità della natura umana. Cfr. Thayer, Thool. of universaἨσπε, . Universo. T. Weltall; I. Universo; F. Univers. L'insieme di tutto ciò che esiste, la collezione di
tutte le cose, coesistenti e successive, tra di loro connesse. Cristiano Wolff
lo definisce series entium finitorum tam simultancorum, quam suocessicorum
inter se connezorum. Quale sia poi la sua natura intima, se spirituale o
materiale, unica 0 molteplice, statica o evolutiva, ecc. le risposte sono tante
quanti i vari sistemi filosofici. Cfr. Cr. Wolff, Cosmologia generalis, 1737, $
48. ‘Univoco. Parola introdotta nella logica da Boezio, sebbene con significato
alquanto diverso dal presente. Univoro si oppone ad equivooo, e designa un
attributo che può essere applicato a più soggetti nel medesimo significato,
mentre è equivoco quando può essere applicato in più significati allo stesso
soggetto. Si dicono quindi univoche le coso che hanno comune il vocabolo ο
l'essenza, equivoche quelle che hanno comune il vocabolo ma non l'essenza. Gli
sculastici, oltre le unirooa ed aequivoca, distinguono anche le analoga, ossia
le cose ad una delle quali conviene un predicato propriamente, ad un’altra
impropriamente, come uomo vivo © nomo dipinto; queste si dicono anche anaUma 1196
rienza umana coi mezzi della coscienza umana >. L’umanismo,
diffondendosi, ha assunto forme diverse. Per il Le Danteo la scienza è una
serio di constatazioni fatte sulla soala umana; le ipotesi non hanno altro
scopo che « preparare delle esperienze utili: un’ ipotesi si giudicherà dalla
sua fecondità »; la logica «fa parte del meccanismo umano allo stesso titolo
delle braccia ο delle gambe >; « l’uomo non conosce che dei rapporti di oose
con l’uomo; ciò che noi chiamiamo le cose, sono gli elementi della deecrisione
umana del mondo ». Con maggior larghezza, il Troiano concepisce l’umanismo come
«un sistema antropocentrico del sapere filosofico, sul fondamento d’ una teoria
delle attivitä, delle reazioni ο dei prodotti dello spirito, studiato nella sus
realtà di fatto, immediata e storica >, il quale sistema deve culminare in «
una concezione del mondo, quale appunto l’uomo, conscio della sua centralità
teoretica e apprezzativa, in connessione di tutto il sno sapere, può
oriticamente formarsi »; esso perciò assume l’ uomo come materia e spirito nel
tempo stesso, come sensibilità, istinto, bisogno, coscienza conoscitrice ©
valutatrice, nd pretende identificare spirito © natura, nd toglie valore alle
esigenze corporee, nd sacrifica ad osso i diritti dello spirito; e, nell’
interno dello stesso organismo psichico, non intende ridurre le esigenze del
pensiero a quelle della vita morale, nd viceversa. Il ınovimento umanistico
contemporaneo è certo una manifestazione caratteristica del pensiero
filosofico, uno sforzo di costituire una teoria dei primi principî della vita
intellettuale © della vita morale, assumendo l’uomo, realtà vivente, inmediata
e storica, come centro teoretico © apprezzativo del mondo; esso supera ad un
tempo il panteismo trascendente e il solipsismo gnoseologico, cercando nella
consenziente soggettività degli spiriti il tratto d’unione dell’ individualismo
ο dell’ universaliamo. Cfr. J. Burckhardt, Die Kultur der Renaissance in
Italien, Uma-Umo 1886, trad. it.
Valbusa, 1899; Mar. Carrière, Dio philosophische Weltanechauung der
Reformationeseit, 2* ed. 1887 ; F. Fiorentino, Il risorgimento filosofico del
quattrocento; F. C. 8. Schiller, Humanism, philosophical essays; Id., Studies
in Humaniem; F. Le Danteo, Les lois naturelles, Introd. p. x; P. R. Troiano, Le
basi dell’umanesimo, 1906; G. M. Ferrari, L’umanesimo filosofico, « Riv. di
fil. », novembre 1918 (v. pragmatismo). Umanità. T. Humanität, Menscheit,
Menschlichkeit; I. Humanity, Mankind; F. Humanité, Oggettivamente indica quella
vasta famiglia, moralmente unita, nella quale entrano tutti gli nomini per la
loro comune natura; soggettivamente designa quell'insieme di caratteri
spirituali, che distinguono la stessa natura umana, elevandola sopra ogni altra
categoria di esseri, compresi i bruti. In questo secondo senso, l’ umanità è
concepita sotto due aspetti diversi nella società greco-romana e nella
cristiana: in quella l’Aumanitas è riguardata specialmente nelle suo facoltà
intellettuali ed artistiche, in questa nelle sue doti morali, nella carità,
nella benevolenza e nel perdono. In entrambi i sensi il vocabolo fu adoperato
da Augusto Comte, per il quale l'umanità è sia |’ essere collettivo costituito
dall'insieme degli uomini, sia l’insieme dei caratteri costituenti «
l’ascensione crescente della nostra umanità sulla nostra animalità, per la
doppia supremazia dell’ intelligenza sulle tendenze e dell’ istinto simpatico
sull’istinto perso nale >; in un terzo senso, più ristretto, l’umanità è per
il Comte soltanto l'insieme degli uomini che hanno efficacemente contribulto
allo sviluppo normale delle qualità propriamente umane, e in questo senso egli
chiama I’ umanità il Grand’ Essere. Cfr. A. Comte, Cours de philosophie positive, lez. 59;
Lévy-Brahl, La philon. d'A. Comte,
p. 389-391 (v. cosmopolitiemo, solidarietà). Umorismo. T. Humorismus; I.
Humorism ; F. Humorismo. E una forma del sentimento del comico, dal quale
Umo 1198
però si distingue sia per un grado maggiore di finezza ο d’
intellettualità, sia per la mancanza d’ogni elemento dispregiativo. Secondo 1’
Hüffding esso è «il sentimento del ridicolo avente per base la simpatia »; può
svilupparsi fino a diventare un modo di comprendere la vita, una disposizione
fondamentale a considerare con simpatia tutto ciò che vive e a confidare nelle
forze che trionfano nella natura e nella storia: « La concezione umoristica
della vita s'è adattata all'esperienza, la quale ο) insegna che anche il grande
© il sublime hanno i loro limiti, il loro aspetto finito, e se essa ride di ciò
che v’ ha di piccolo e di ristretto, non dimentica che è la forma d’un
contenuto, che ha il suo valore. Essa s’ è adattata ai limiti della grandezza
come all’ imperfezione della felicità © sa per esperienza che, sotto apparenze
piccole e meschine, può nascondersi un gran tesoro ». Per il Masci l umorismo è
la forma superiore della comicità, « con esso la comicità diventa abituale, e
si estende ad una parte maggiore o minore della realtà »; esso è ingenuo ©
consapevole, gaio ο triste, © va dalla forma che è schietta comicità a quella
che è una forma filosofica del dolore umano, che è riflessione comica sulla
realtà in generale; se è alleato col sentimento di simpatia, se trova ancora
del buono nelle cose, l'umorismo è benevolo; se invece la simpatia è spenta e
la condanna è assoluta, 1’ umore è l’espressione dello spirito che nega, l’
irrisione tragica dell’ esistenza. Secondo il Momigliano I’ umorismo sta fra Y’
ironia pura ο la satira, non avendo nd il carattere scherzoso della prima, nè
lo scopo correttivo della seconda; egli ne distingue varie forme, la
sentenziosa, ad os, quella del Manzoni; la drammatica, ad es. quella del
Dikons; PP umorismo che consiste tutto nel’ avvicinar U insignificante al
grare, ad cs, quello del Pulci; 1’ umorismo ottimistico, che non contrappone il
male al bene, ma il bene al male; quello indulgente, che rileva un difetto
ridendo; quello 1199 Uni melanconicamento rassegnato, nel quale la
dolorosa coscienza del male è bensì mitigata dal sapere che esso è inevitabile,
ma è mista con un mite rimprovero alla sorte degli nomini; 1’ umorismo
pessimistico 0 tragico, che esagera il compiacimento con cui si rileva il male
proprio o quello sparso nel mondo; il serio, che non è che un sorriso di
dolore, la voluttà triste ma tranquilla che 1’ umorista prova nel profondarsi
lentamente nella malinconia, eco.; egli compendia queste forme definendolo «
quella forma di comicità, in cui si rileva inaspettatamente, senz’ alcuno scopo
correttivo e con un compiacimento più o meno visibile, un difetto o un
contrasto, fondendo elementi seri con elementi scherzosi, oppure mescolando il
compiacimento colla simpatia e colla rassegnazione, oppure rivelando 1’
abitudine di considerare il corso generale delle cose con una penetrazione
superiore e con un senso filosofico della vita». Cfr. Lotze, Geschiohte d.
Aesthetik in Deutschland, 1868, p. 875-377; Höffding, Psychologie, trad.
frane.; Baldensperger, Les definitions de l'humour, in Etudes d’hist,
littéraire; © Masci, Psicologia del comico; A. Momigliano, 1 origino del
comico, « Cultura filos. », sett. 1909; Pirandello, 1) umorismo, 1908 (v.
comico, ironia). Unicità. La qualità di ciò che è unico; ai distingne dalla
unità, che è la qualità di ciò che è uno, Con il monoteismo à la dottrina dell’
unicità di Dio, P enoteiamo la dottrina dell’ unità di Dio. Uniformita. T.
Einförmigkeit, Gleichförmigkeit; I. UniJormity: F. Uniformite. Può essere
station ο dinamica: In prima consiste nel fatto che due ο più individui d’nna
‘elasse posseggono caratteri essenziali identici, la soconda nel riprodursi
degli stessi fatti col riprodursi delle stesso condizioni. La prima specie di
uniformità dà il tipo delle scienze statiche, la seconda la legge delle
dinamiche. Nel postulato della uniformità della natura sono compreso enUni 1200
trambe le specie, ma più precissmente la seconda ; poichè è su questa
che è fondata la costruzione induttiva delle leggi e la loro applicazione
deduttiva alla esplicazione dei singoli fatti. Nella stessa vita pratica, ogni
nostra azione in vista di un fine, in quanto è conformata all’ esperienza
precedente, presuppone come condizione necessaria l’uniformità statica ο
dinamica, ossia di coesistenza ο di sequenza, dei fenomeni naturali. Unità. T.
Einkeit; I. Unity; F. Unité, E la qualità di ciò che è uno, mentre l’unioità è
la qualità di ciò che è unico. Quindi l’unità non esclude, ma implica la
molteplicità, della quale è concetto correlative © senza di cui sarebbe
inconcepibile. Quanto all’ origine dell’ idea di unità, secondo alcuni filosofi
è innata, secondo altri è un prodotto di esperienza sensibile, secondo altri
risulta dall’ esperienza interna. Per il Fénélon essa è innata, in quanto non
può derivare nd dal senso interno, nd dai sensi esterni, che ci presentano
sempre dei composti ο dei molteplici: « Io concepisco un esseré, che non cambia
mai affatto di pensiero, che pensa sempre tutte le cose insieme, ed in cai non
si può trovare alcuna composizione © tanto meno successione. E senza dubbio
questa idea della perfetta © suprema unità, che mi fa tanto cercare qualche
unità negli spiriti ed ancora nei corpi. Questa idea incessantemente presente
nel fondo di me stesso è nata con me; essa è il modello perfetto sul quale io
cerco dappertutto qualche copia imperfetta dell’ unità. Questa idea di ciò che
è uno, semplice ed indivisibile per eccellenza, non può esser altro che l’iden
di Dio ». Per Spinoza l’unità non è una proprietà delle cose, ma oid che è
compreso in un atto mentale: Unitatem.... enti nihil addere; sed tantum modum
cogitandi esse, quo rem ab aliis separamus, quae ipoi similes sunt, vel oum
ipsa aliguo modo conteriunt. Invece per il Leibnitz essa è una proprietà
oggettiva, tantochò ce gui n'est pas τόritablement un estre, n’est pas non plus
véritablement un estre. Per Bonnet è una semplice ides, che l’ anima si forma; ORESTANO,
I valori umani; ARDIGÒ, La nuova filosofia dei valori, Riv. di filos.; MASCI, La
filosofia dei valori, R. Ace. dei Lincei. Variabile. T. Pariabel; I. Variable;
F. Variable. Due quantità, z e y, sono dette variabili quando l’uns, poniamo #,
è legata all’altra,, per modo che variando z varierà anche y in modo
perfettamente determinato, ma diverso a seconda dei casi: perciò 2 à detta
variabile indipendente, y rariabile correlativa. Questa proprietà si enuncia
anche dicendo che y è una funcione di z, ο ai indica colla formula:
y=-=S"(). Variabilità. T. Vordndorlichkoit; I. Variability; F.
Fariabilité. L’ attitudine intrinseca che ha ogni organiamo di acquistare nuove
proprietà nella sua forma e attività vitale, in seguito all’ influenza dei vari
elementi del clima, dell’alimentazione, delle condizioni topografiche, del
contatto e delle relazioni con gli altri organismi. Essa può concepirsi como la
forza innovatrice antagonistica dell’eredita, che è la forza conservatrice dei
caratteri ο tende a trasmetterli immutati. La variabilità può essere indiretta
ο diretta. La variabilità indiretta ο potenziale consiste in cid, che certe
variazioni dell'organismo che dipendono dalle condizioni esterne d’ esistenza,
rimangono potenziali nell’individuo in questione, e si manifestano, cioè
divengono attuali, soltanto nei discendenti; invece nella diretta le
modificazioni si manifestano immedintamente nell’ indivi duo stesso, Cfr. De
Rosa, La ridusione progressiva della variabilità, 1899 (v. darwinismo,
trasformismo, ibridiemo, monogenismo, ecc.). Variazionale (psicologia). T.
Variationspeychologie; 1. Variational peycology; F. Psychologie rariationnelle.
Talvolta si chiama così quel ramo della psicologia che tratta delle variazioni
mentali; tale denominazione ha il vantaggio di accogliere in un solo vocabolo
le varie parti della psicologia tra loro affini, come la psicologia
individualo, etnografica o dei popoli, eco. Tra i principali problemi oggetto
della psicologia variazionale sono da ricordarsi: lo studio della psiche del
delinquente, nei suoi tipi diversi e nelle suo correlazioni coi fattori
antropologici, Var economici, sociali ; lo studio del genio ; lo studio
statistico delle variazioni mentali in rapporto a quelle biologiche e
sociologiche; lo studio delle origini delle variazioni e modificazioni mediante
l'eredità, l'educazione, 1’ ambiente fisico © sociale, ecc. Cfr. Stern, Ueber
Psychol. d. individuellen Differensen, 1900. ‘Variazioni concomitanti (metodo
delle). I. Method of concomitant variations. Uno dei quattro metodi di ricerca
induttiva proposti dallo Stuart Mill. Esso si fonda sul seguente canone logico:
un fenomeno che varia in una data maniera tutte le volte che un altro fenomeno
varia alla stessa maniera, è una causa ο un effetto di questo fenomeno, 0 è ad
esso collegato da un qualche rapporto di causalità. In altre parole, quando due
fenomeni variano correlativamente in qualità o quantità, I’ uno è causa e I’
altro effetto. Questo metodo ripara alle imperfezioni del metodo di concordanza
e sostituisce quello di differenza nei casi in cui non è applicabile. Con esso
si stabiliscono i rapporti tra le funzioni psichiche © le cerebrali, tra
l’ambiente e la moralità, tra l’ascendere c il discendere del mercurio d’un
termometro e la temperatura, ecc. La concomitanza può essere innersa, ad es.
tra il volume dei gas e la pressione, e diretta, ad es. tra l'attrazione e le
masse. Quando una larga esperienza conferma che le variazioni parallele non
incontrano limiti, si può conchiudere, col metodo delle variazioni, oltre i
limiti della esperienza, © tale operazione dicesi passaggio al limite. Cfr, J.
S. Mill, System oflogio, 6* ed. 1865, 1. III, cap. VII. Nelle scienze
biologiche si designa coll nome di varietà -- Varietàt; variety; variété -- un
insieme di individui, che presentano caratteri comuni e si distinguono per tal
modo da altri insieme di individui, aventi altri caratteri comuni. La varietà
può essero permanente, © passeggera ed accidentale. Nel primo caso essa non si
77 Ranzout, Dizion, di scienze
filosofiche. distingue dalla specie, per i seguaci del trasformiamo ; nel
secondo caso è data dalla varietà determinata dall’ influenza dell’ ambiente, e
dalla varietà teratologica. Per le scuole non trasformiste la varietà
permanente non sarebbe che una varietà accidentale, fissatasi per eredità,
mentre la specie sarebbe sempro esistita o almeno discenderebbe da ana prima
coppia unica. Cfr. Darwin, Origin of species, 1883; Davenport, Statistical
methods in biology, 1900 (v. rassa, specie, tipo, variabilità). Velocità. T.
Schnelligkeit; I. Velocity; F. Velocità, vitesse. Nel movimento variato, la
velocità, alla fine di un tempo dato, è la derivata dello spazio considerato
come una funzione del tempo; invece nel movimento uniforme è lo spazio che il
mobile percorre in un secondo, o che percorrerebbe se il movimento avesse
questa durata. Dicosì relooità dell'adattamento rifrattivo il tempo che
l'occhio impiega per adattarsi alla visione degli oggetti vicini e lontani;
secondo alcuni psico-fisiologi 1’ adattamento alla visione da vicino si compie
più lentamente che l’adattamento a distanza, secondo altri non v'è differenza
sensibile di velocità. Dicesi relocità media la velocità d’un movimento
uniforme, che si dovrebbe sostituire al movimento reale d’un punto materiale,
perchò lo spazio totale fosse percorso nello stesso tempo totale. Diconsi
relocità virtuali gli spostamenti simultanci e infinitamente piccoli, che si
possono attribuire ai differenti punti materiali componenti un sistoma dato,
senza alteraro i legami stabiliti tra questi differenti punti. Vera causa.
L'espressione famosa del Newton, con la qualo il grande scienziato intendeva
significare, che la causa assognata ad un fenomeno non deve solamente esser
tale che, ammettendola, essa spiegherebbe i fenomeni, ma deve anche essere
suscettibile di venir provata mediante altr ragioni. Sembra provato, del resto,
che il Newton stesso non avesso wna idea precisa della massima onunciata con
queste parole, che egli stesso poi palesemente violò con la sua teoria ottica. Cfr. I. Newton, Naturalis
philosophiae principia mat. (v. ipotesi). Veracità. T. Wahrhaftigkeit; I.
Veracity; F. Péracité. La
disposizione abituale d’ una persona a dire il vero; non va confusa con la
verità, che è il carattere del giudizio. Per Leibnitz la veracità è la verità
morale: la vérité morale est appelée veracité. Dicesi dottrina della reracità
dirina quella con cui Cartesio, dopo aver provato l’esistenza del pensiero e di
Dio, prova l’esistenza del mondo esteriore: delle idee che noi abbiamo, alcune
le troviamo in noi, e sono innate, altre le produciamo noi, e sono fattizie,
altre nd le troviamo nd lo produciamo, e sono arventizie: a queste appartengono
lo rappresentazioni dei corpi, che talvolta succedono nostro malgrado, dunque
noi non ne siamo causa; dire che esse sono causate in noi da Dio non può stare,
perchè se così fosse Dio ci ingannerebbe, facendocene cercare In causa nel
mondo esterno; ora, Dio, essendo sommamente perfetto, non può în alenn modo
voleroi ingannare; dunque esistono i corpi esteriori corrispondenti alla idea
che noi ne abbiamo. Descartes, De meth.; Leibnitz, Nouv. Ees.. Proposizioni verbali
sono quelle che non pongono un rapporto tra due cose distinte, ma indicano
soltanto una classe o spiegano una parola. Dicendosi ad es., che il
quadrilatero è una figura a quattro lati, non si è fatto altro che spiegare il
significato della parola quadrilatero. Qualche volta le proposizioni verbali
possono essere utili per indicare o ricordare proprietà del soggetto da altri
ignorate ο dimenticate. Masci, Logica. Verbalismo, o anche filosofia verbale, designa
quel modo di argomentare e di filosofare nel quale le parole tengono il luogo
delle ides e il vocabolo asservisce il pensiero, di guisa cho, mutato le
convenzioni verbali, il ragionamento non potrobbo più sussistere.
Verificasione. T. Bewährung, Bestitigung; I. Verification; F. Vérification. È
il terzo momento del processo di ricerca scientifica: constatati i fatti
mediante l’ osservazione e l'esperimento, supposti dei principi per spiegarli,
occorre verificare se i principi supposti (ipotesi) siano veri. Ora la
verificazione può avvenire in tre modi: se il principio supposto era di ordine
puramente razionale (es. un teorema di geometria), esso diviene certo quando lo
si colleghi logicamente con verità precedentemente stabilite; se era di ordine
puramente sperimentale, diviene certo quando lo si colleghi coi dati della
esperienza; se era d’ordine sperimentale e razionale ad un tempo, la sua
veriticazione consiste sia nel dedurne le conseguenze logiche, sia nel
confrontare codeste deduzioni coi dati dell’esperienza. Però non è sempro
possibile la verificazione completa dell'ipotesi, specie se riguardi la causa
di un fenomeno o il suo modo d'azione; può darsi che la causa non sia
verificabile nò con l'osservazione nd col ragiona mento, 9 che il suo modo
d'azione non renda conto di tutti i fenomeni, pur non essendo in contraddizione
con alcuno di essi. Il Comte voleva non fosse ammessa alcuna ipotesi incapace
di verificazione completa; ma anche la vorificazione incompleta può essere
sufficiente, se permette delle previsioni sul futuro. Del resto, la verificazione
incompleta può avere dei gradi, che vanno dalla pura possibilità alla
probabilità fino quasi alla certezza; le differenze dipendono dalla copia dei
fatti coi quali è dimostrato l'accordo, perchè la probabilità è in ragione
diretta della prima, inversa della seconda. Comte, Cours de phil, positive,
1830, vol. I, lez. 28; Wundt, Logik, 1898, vol. I, p. 404 segg.; Masci, Logica. Definire la natura
della Verità -- wahrheit; truth; vérité -- è stata sempre una delle più impor
tanti o dibattute questioni filosofiche, collegandosi ess con tutti gli altri
problomi della conoscenza e della realtà. Le molte dottrine sulla verità
possono ridursi a tre fondamentali; 1° la teologica ed ontologica, secondo la
quale la verità assoluta è Dio’o V essere assoluto, che è allo stesso tempo }
esemplare della verità della nostra conoscenza; questa soluzione, sostenuta da
Platone, da 8. Agostino, dagli Scolastici, da Hegel, Rosmini e Gioberti, ha il
difetto di identificare 1’ essere con la verità, mentre ο vero e falso non sono
già nelle cose ma nella nostra conoscenza di esse; 2° la realistica, sostenuta
dal Leibnitz, la quale, pur distinguendo essere dal conoscere, fa consistere la
verità nella concordanza tra le nostre idee delle cose 9 le cose stesse come
sono fuori di noi; ma con ciò si viene a negare la possibilità della
conoscenza, perchè, essendo questa relativa, dandoci cioè soltanto dei
fenomeni, codesto confronto tra la cosa come la conosciamo e la cosa in sè non
è in nessun modo possibile; 3° la Sonomentstioa, sostenuta da Hobbes, Locke,
Spencer, ecc., secondo la quale la verità consiste nell'accordo della
conoscenza coi fenomeni, che sono l’unico oggetto della conoscenza; quindi
secondo questa dottrina, la verità spetta soltanto al giudizio e consiste
nell’equivalenza tra due termini della proposizione. Come esempio della prima
dottrina si possono citare le parole di 8. Agostino: non iudicium veritatis
constitutum in sensibus;... deum, id est veritatem ;... erit igitur veritas,
etiamei mundus intereat. Di Cartesio: sequitur ideas nostras sive notiones, cum
in omni eo in quo sunt clarae et distinotae, entia quaedam sint, atque a Deo
procedant, non possa in co non esse veras. Di Hegel: « L'oggetto della
religione come della filosofia è la verità eterna nella sua stessa obbiettività,
ciod Dio e nient’ altro che Dio e la spiegazione di Dio.... E in quanto la
filosofia si occupa della verità eterna, della verità che è in sò © per sè,
costituisce la stessa sfera d'attività della religione ». Come esempio della
dottrina realistica, lu breve definizione del Leibnitz: « l'accordo delle
rappreVER sentazioni esistenti nel
nostro spirito con le cose »; © quella di Cr. Wolff: oonsensus iudioii nostri
cum obieclo seu re repraesentata. Come esempio della fenomenistica, quella
dell’ Hobbes: Forum οἱ faleum attributa sunt non rerum sed orationis; © le
parole del Locke: «la verità ο l’orrore risiedono sempre in una affermazione o
in una negazione, sian esse nel pensiero o nelle parole, e perciò le rappresentazioni
non sono false prima che il nostro spirito se no sia servito in un giudizio,
ossia fino a che le abbia negato ο affermato ». A questi tre indirizzi
fondamentali si possono ricondurre la maggior parte delle dottrine sulla verità
della filosofia contemporanea, Così, per il Lotze, ogni contenuto dei nostri
pensieri viene diretta mente o indirettamente dall’esperienza, ma le leggi che
dirigono l’attività dell'intelletto ο in virth delle quali noi stabiliamo la
nostra concezione del mondo e la nostra nozione della verità, provengono dalla natura
stessa della nostra essenza spirituale; la verità consiste appunto nel fatto
che tali leggi generali sono confermate, senza eccozione, in un numero dato di
rappresentazioni, ogni qualvolta tali rappresentazioni appaiono nella nostra
coscienza ; e poichè le leggi stesse sono identiche per tutte le coscienze, ne
viene che i legami tra le rappresentazioni sono veri quando seguono i legami
del contenuto rappresentato, legami che sono veri per ogni coscienza cho ha lo
rappresentazioni. Per Giulio Bergmann la nozione della verità ha la sua base in
quella della realtà; un giudizio è vero quando corrisponde al suo oggetto,
falso quando lo contraddice; un giudizio il cui oggetto non esiste, non è nd
vero nè falso. Nella filosofia dell’immanenza la verità è concepita come un
puro rapporto tra stati di coscienza; così Schubert-Soldern e Schuppe la
definiscono como l’ associazione e la concordanza universale di tutti i
pensieri tra di loro, nonchè di quelli che sono puramente nostri con quelli che
abbiamo d’altri esseri. Nell'empirioeri
VER ticismo, la verità è la qualità di quelle tra le nostre idee che
presentano dei vantaggi per la nostra conservazione, in altri termini, di
quelle che ci possono servire, che sone utili, frequentemente applicabili ed
applicate, e quindi solide ; la verità e l'errore, dice il Mach, hanno la
stessa sorgente psichica © solo le conseguenze possono farle discernere l’una
dal’ altro, ma un errore chiaramente conosciuto è, in quanto correttivo,
produttivo di conoscenza al pari della conoscenza positiva. Anche per il
prammatismo, la verità delle idee non può riconoscersi che dalle conseguenze
pratiche che possono risultarne; « la verità © le nostre conoscenze della
realtà, dico F. C. 8. Schiller, sono stabilito e verificate mediante i loro
risultati; prima © poi esse sono condotte alla prova certa di esperienze che
riescono o falliscono, cioò che danno o riftutano soddisfaziono a qualche
interesse umano ». Il Bradley, pure ammettendo il rapporto tra la verità delle
nostre idee ο la loro capacità di soddisfare la nostra natura, considera però
come vero solo ciò di cui il pensiero non pud dubitare, ciò che, per il
pensiero, è coorcitivo © irresistibilo; la verità ha un carattere provvisorio
ed evolutivo, oosicchè non y’ha alcuna verità che sin completamente vera ο
nessun errore che sia totalmente falso. Il Venn intendo per verità la
concordanza tra le nozioni e lo testimonianzo del senso; per John Veitch la
verità è l'armonia tra il fatto © la conoscenza che no abbiamo; per il
Renouvier V unica verità immediatamente còlta, ο in cui l'oggetto ο il
soggetto, identificandosi nella coscienza, pongono le basi d’ una certezza
rigorosa, è il fenomeno in quanto tale © nel momento stesso in cui è percepito;
per il Fouillée la verità non può stare nd nella sensazione sola, nd nel
ponsiero puro, ma nella sensazione congiunta all’azione, nell’ efficacia che i
miei stati di coscienza possono avere sopra altri esseri che sentono e vogliono
come me; per il Delboeuf la verità risulta dall’accordo della ragione VER 1224
con sd stessa, cosicchè è vero ogni sistema, dottrina o idea che non
raochiuda contraddizione, è vero ogni gi dizio la cui esattezza sia confermata
dall’ insieme di tutti gli altri giudizi, che ad esso si collegano come
premesse © come conseguenze. Per l’Ardigò il vero è un fatto, ο precisamente
quel fatto che dicesi fatto psichico ο di coscienza: come l’ osservazione
distinta del fatto della luce assicura della realtà della luce, e basta ds sola
alla affermazione di esso fatto, per la stessa ragione l’ osservazione distinta
del fatto di uno stato di coscienza assicura che uno stato della coscienza è
una realtà ο basta ds sola alla affermazione di esso. Codesta affermazione
include quella della consapevolezza e della realtà assoluta della consapevolezza
dello stato medesimo; ora, essendo un vero per sò ogni dato che per sò ed
assolutamente afferma in modo indubitabile un reale, così uno stato della
coscienza è un vero assolutamente tale o per sè stesso, Con l’espressione dottrina della duplice verità
si designa la dottrina medievale, che considera come affatto distinte la verità
teologica ο la verità filosofica, cosicchè può esser teologicamente vero ciò
che non è tale filosoficamente, © viceversa; essa resistette per tutto il tardo
medioevo, quantunque non si sia mai bene chiarita l’origine di tale formula, ed
ebbe per banditori audaci dialettici come Simone di Tournay o Giovanni da
Brescia. Si soglion distinguere le
verità razionali, che sono universali e necessarie, dalle verità sperimentali,
che sono contingenti e relative; le prime sono immutabili © il loro
contraddittorio è inconcepibile, le seconde sono invece mutabili ο si può
pensarne il contraddittorio. Le prime si dicono anche terità di diritto, le
secondo rerità di fatto; le prime si esprimono coi giudizi apodittioi, le
seconde con gli assertori. Si distingue
anche la verità logica ο formale, dalla reale ο materiale: la prima risulta
dall’ esatto rapporto delle idee tra di loro, ossia dall’obbedienza del
pensiero alle sue proprie leggi; la seconda dall’ adequazione delle idee con le
cose, ossia della loro obbiettiva applicabilità. Agostino, Solilog., De div.;
Cartesio, De meth.; Hegel, Forlesungen ü. d. Philos. d. Religion; Leibnitz,
Nouv. Ess.Wolf, Philosophia prima, Philosophia rationalis; Hobbes, Leviathan,
I, 4; Locke, Ess.; Lotze, Logik; Bergmann, Grundsiige d. Logik; Schuppe,
Erkonntnéatheoretiache Logik; Mach, Erkenntnise und Irrtum, Schiller, Mind,
Bradley, Appearance and reality; Wenn, Principles of logio, Veitch, Institutes of
logic, Renouvier, Ess. de critique, Fouil160, Psych. des idées-forces, Maywald,
Dio Lehre von der swoifachen Wahrheit, Chiappelli, La dottr. della doppia
rerità e à suoi riflessi recenti, Atti della Acc. di scienze mor. e pol.,
Napoli; Bouty, La verité scientifique, Paulhan, Qu'est oo que la vérité, in «
Rev. phil., James, L'idée de la vérité, trad. franc.; ARDIGÒ, Il vero, Padova, e
Op. fil.; A. Lantrua, Verità formale e verità reale, Cult. filosofica (v.
criterio della verità, conoscenza, contingenza, necessità, dommatismo,
scetticismo, criticismo, solipsismo, veracità, certezza, evidenza, relatività
della conoscenza, fenomenismo, ecc.). Vero e falso. T. Wahrheit und Falsohheit;
I. Truth und falsity; F. Vérité et fausseté. Dicesi metodo dei casi veri ο falsi
quello usato nella psicometria, per misuraro sin il potere di discriminazione,
sia il minimum di eccitamento necessario per produrre la coscienza, sia le
inflnenze provenienti dalla sede dell’eocitamento. Sia, ad es. da determinare
la soglia della coscienza per le sensazioni di pressione: si producono nel
soggetto varie sensazioni di peso, senza seguire alcun ordine prestabilito; il
soggetto deve annunciare ogni volta se prova nna qualsiasi sensazione.
Ripetendo la prova un buon numero di volte, si giunge a calcolare il numero di
risposte giuste date per ogni grado di eccitamento. A questo modo, ripetendo
più volte le ricerche, si riesée a eliminare ciò che può esservi di uocidentale
nell’esperimento ο di preconcetto in chi all esperimento è sottoposto. Cfr.
Cattel, Mental teats and ‘measurements, « Mind », 1890; Aliotta, La misura in
prie. sperimentale, 1905. ‘Verum ipsum factum. Il vero si converte col fatto;
il vero è lo stesso fatto. È il famoso aforisma del Vico, contenuto nel De
antiquissima Italorum sapientia, e che il filosofo napoletano contrapponeva al
cogito ergo sum di Cartesio, Il Vico voleva significare con ciò che si può
avere vera conoscenza, © quindi scienza, di una cosa, soltanto quando si è
causa di essa; quindi, mentre Dio conosco tutto perchè fa tutto, l’uomo conosce
soltanto le astrazioni di oggetti reali, cioò di forme e di numeri, che noi
generiamo per mezzo del punto © dell’ xno. Con tal criterio egli riconosce come
vere scienze soltanto le matematiche, la filosofia della storia e la
metafisica, la quale tratta dei punti reali ο metafisici, che generano i corpi
senza essere corpi, come l’uno e il punto generano, rispettivamente, i numeri e
le estensioni senza essere nè numero nè estensione. VICO, De antiquissima
Italorum sapientia, 1710; Id., Prinoipî d’ una scienza nuova; Werner, Vico als
Philosoph., CROCE, La filosofia di VICO (v. conoscenza, cogito, matematica,
verità). Virtù. T. Tugend; I. Virtue; F. Vertu. Nel sno significato etico è
l'abitudine di fare il bene diventata una seconds natura. In origine non
designava che la forza e il coraggio, quali si manifestano specialmente nella
guerra: ina poichè anche per resistere al male sono necessari la forza e il
coraggio, passò poscia ad indicare la pratica abituale del ben. Per Socrate la
virtù è sapere, e l’osatta conoscenza di sò stesso e delle cose la base di
tutte le virtù; perciò la virtù si può insegnare. Per Antistene la virtù è la
saggia condotta della vita; essa sola rende felici, non già per le sue
conseguenze, ma per sè stessa, © quindi rende l’ uomo indipendente dalle
vicende del mondo; da ciò segue che la virtù risiedo, in ultimo, nella
soppressione dei desideri ο nella limitazione dei bisogni al minimo possibile,
ossia nel ritorno ad un ideale stato di natura. Per Aristippo, al contrario, la
virtù è la capacità di godere; ognuno, certamente, può e sa godere, ma solo VP
nomo colto ο intelligente, il virtuoso, sa goder bene perchè sceglie i propri
piaceri ο li domina, non ne è doininato. Per Platone il sommo bene consiste
nella conoscenza delle idee ο di quella più alta di tutte, V idea del bene;
perciò la virtù non può consistere per lui che nel raggiungimento del cémpito
proprio d’ ogni parte della nostra anima, ossia la parte razionale nella
sapienza, la parte animosa nell’energia della volontà, la parto appetitiva
nella padronanza di sò stesso, © infine nel giusto rapporto di questo parti,
rapporto nel quale consiste dunque la virtù complessiva dell’ anima, la
rettitudine, In giustizia. Per Aristotelo la virtù è un abito, che implica una
scelta doliberata, in accordo con la retta ragiono; sno oggetto e contenuto è
il giusto mezzo tra gli estremi, tra l'eccesso e il difetto. In base a questo
criterio Aristotele enumera la serie delle virtà morali, che sono il coraggio,
la temperanza, la liberalità, la modestia, la giustizia, l'amicizia, eco.; ma
oltre a queste esistono anche le virtù intellettuali ο dianoetiche, che
derivano dell’esercizio dell'intelletto attivo, e sono la sapienza speculativa,
che ha per oggetto la natura assoluta delle cose, ο la prudenza, che ha per
oggetto le condizioni relative e mutevoli della condotta umana. Per gli
scettici la virtù è l'assenza di pertnrbazioni, la calma dello spirito,
l’atarassia; è virtuoso colui che, sspendo che non si può Bir niente intorno
alle cose, 9 non si può accogliere nessuna opinione, si astiene per quanto è
possibile dal giudizio e quindi anche dall’azione, salvandosi in tal modo dagli
affetti ο dal falso operare. Per gli epicurei la virtà non è un bene in sò
stesso ma un bene in quanto ci procura piacere; essa è tuttavia inseparabile
dal vero piacere, nè può esservi vita piacevole senza virtù, nd virtù senza una
vita piacevole. Per gli stoici è virtù, in senso largo, ogni forma di
perfezione, e in tal senso anche la salute © la forza entrano nel numero delle
virtù; ma la vera virtù, o virtù morale, consiste al contrario in una forza
dell’anima, che ha il principio nella ragione, e in una direzione invariabile
del carattere, che non soffre nd più nè meno e per la quale l’anima, durante
tatto il corso della vita, è d’accordo con ad stessa; e poichd tale direzione
del carattere ha il sno principio nella conoscenza razionale, essi chiamavano
teorematioa la virtù morale, per opposizione alla virtù fisica, che è senza
intelligenza. I moralisti del medio evo seguirono, in generale, la dottrina
aristotelica; ma dal punto di vista sociale la virtà subisce un regresso, che
il cristianesimo, per il quale 1’ umiltà è la prima delle virtü, riuscì solo in
parte ad attenuare. Tra le dottrine medievali, grande importanza storica ha
quella di S. Tommaso; egli accetta letteralmente la definizione aristotelica
della virtù come giusto mezzo (virtus moralis in medio consistit), e distingue
le vità in morali propriamente dette, che riguardano il destino terrestre
dell’uomo, © leologali, cho riguardano il suo destino sovrannaturale. Le prime
si riducono tutte alle quattro virtù cardinali, prudenza, giustizia, temperanza
e fortezza: « Ogni virtà, che al bene è spinta da un motivo ragionevole, dicesi
prudenza; ogni virtù tendente a rendere a ciascuno ciò che gli è dovuto, e a
fare ciò che è giusto, dicesi giustizia; ogni virtà che modera e frena le
passioni, dicesi temperanza; ed ogni virtù, che fortifica l’anima contro le
passioni di qualsiasi specie, dicesi coraggio. Dalla pradenza derivano i
provetti ; la giustizia regola i rapporti fra gli eguali ; la temperanza modera
le concupiscenze della carne; il coraggio fortifica contro i pericoli della
morte. Le teologali sono la fede, la speranza © la carità; la prima completa le
nozioni elementari della intelligenza, mediante la conoscenza delle verità
inaccessibili senza una rivelazione divina; la speranza ci agevola il cammino a
quel fine divino, che vince di gran lunga le forze naturali; per la carità il
volere si unisce a quel fine, quasi assumendo la medesima forma. Nella
filosofia moderna e contemporanea il concetto di virtù è variamente definito,
quantunque spesso rivivano le antiche dottrine aristoteliche, platoniche e
stoiche; può dirsi in generale che In virtù è oggi intesa specialmente come
virtù di cittadino, come predominio costante delle idealità socinli sopra gli
istinti e le tendenze egoistiche, predominio che si traduce nella pratica
costante delle buone azioni compiute con una chiara ο perfetta consapevolezza.
La virtù germoglia e si matura nel seno della società alla quale appartiene; ma
il suo carattere essenziale © più saliente sta nell’ essere essa praticata
indipendentemente da ogni vantaggio egoistico e dn ogni minaccia; perciò essa
ragginnge la massima sua perfezione quando il suo esercizio non richiede più
alcuno sforzo soggettivo. Cfr. Platone, Tim.; Aristotele, Eth, Nio.; Diogene
Laerzio; AQUINO, Summa theol.; F. Paulsen, System der Ethik; Mairhend, The
elemente of ethics; Martineau, Types of ethical theory; Sidgwick, Metods of
ethics; ARDIGÒ, Op. fl,; Tarozzi, La virtà contemporanea; Marchesini, La
dottrina positiva delle idealità. Virtuale. T. Firtuell; I. Firtual; F.
Virtuol. Ciò che osiste in potenza, che è semplicemente possibile; si oppone
quindi a reale, attuale, effettivo. È dunque virtuale un fonomeno quando esisto
soltanto una parte delle condizioni necessarie a produrlo, o quando, pur
esistendo tutte, sono complicate accidentalmente con una o più circostanze contrarie.
Cos) dicesi che una idea, quando non è più pensata, esiste nel cervello allo
stato virtuale. Quando si tratta di energia, invece di virtuale usasi il
termino potenziale. Il Rosmini chiama virtuale « ciò che il pensiero vede
contenuto in un altro, dal quale per sè non si distingue, ma che può esservi
distinto dallo stesso pensiero, o anche ricevere un'esistenza a ad separata da
quella dell’ altro in cni indistinto si trova. Così nell'estensione illimitata
dello spazio si possono pensare comprese tutte le figure geometriche di
qualunque grandezza e forma si voglia, benchè in essa non siano distinte, ο
queste figure stesse si possano anche pensare senza l’estensione illimitata,
Cfr. Rosmini, Logica; Psicologia. Dicesi virtualismo -- Firtualismus; 1.
Virtualism; virtualisme -- assoluto la dottrina di Bouterwek, così da lui
stesso denominata perchè concepisce la conoscenza, che abbiamo immediatamente
di noi stessi ο mediatamente delle cose, come effotto della resistenza che
sperimentiamo da parte dello cose medesime, « La forza, in noi o fuori di noi,
è una realità relativa. La resistenza è realtà opposta, contrastante, quindi
roaltà relativa. Entrambe unite sono virtualità.... L’assoluta realtà non è
altro appunto che questa virtualità, che è in noi, come noi siamo in essa ».
Così il sentimento dell’ ostacolo, contro il quale urta la forza della nostra
volontà, confuta il puro soggettivisme © solipsismo; ma questo sapere relativo
delle forze speciali del reale si completa con la coscienza della nostra propria
volontà soltanto per la scienza empirica. Il virtualismo del Bouterwek ebbe
influenza specialmente sul Maine de Biran, la cui dottrina si basa appunto sul
fatto fondamentale che noi, nel volere, viviamo immediatamente la nostra
propria attività e la resistenza del non-moi (anzitutto del nostro corpo); la
riflessione della personalità sn questa sua propria attività forma, secondo il
Maine de Biran, il punto di partenza di tutte le filosofie, ai concetti delle
quali l’esperienza interna fornisce la forma, l’esperienza di ciò che resiste
la materia. Peroiò al cogito ergo sum di Cartesio, egli sostituisce il rolo
ergo sum; il concetto dell’ esperienza interna, sens intime, è per lui In base
chiara e per sè stessa evidente di tutta la vita dello spirito, il cui
principio fondsmentalo è l’ autocoscienza della personalità volente. Cfr. Bouterwek, Idee einer
“Upodiktik; Maine de Biran, Memoire sur l'habitude; Id., Rapports du physique
et du moral. Virtualità. Ha lo
stesso significato di potenza, nel linguaggio di Aristotelo ο degli scolastici:
designa dunque la semplice possibilità ο capacità di produrre certi effetti.
Perciò gli scolastici dicovano che l’effetto è contonuto nella causa
virtualiter, quando nella causa non si trova la natura dell’eftetto; ad es. la
statua à contenuta virtualiter nella mente dello scultore. Dicevano invece che
l’effotto è contenuto formaliter nella causa, quando in essa se ne trova la
natura, come il calore nel fuoco; e eminenter quando la causa è molto più
perfotta dell’ oftetto, del quale non ha le imperfezioni, come Dio rispetto al
eronto. Visa (i reduti). Gli stoici romani chiamavano così una delle due
anticipazioni o prolepsi: l’altra ora la comprensione dei veduti. Codesti
veduti degli stoici non sono altro che i sentiti; essi dicovano che quella
parte dell’ anima che li apprende è la principale a cui appartiene l’assenso.
Da ciò parrebbe invece che i visa degli stoici fossero non puramente sentiti,
ma anche percepiti intellettivamente. La comprensione dei veduti era una operazione
della intelligenza, che apprendeva il sentimento e compieva la percezione
intellettiva, o la conservava in dominio della mente (v. anticipazioni,
eullepei). Visive (sensazioni). T. Gesichtsompfindungen ; I. Visual sensations;
F. Sensations de la vuo, visuelles. Hanno per organo l'occhio, per stimolo le
vibrazioni dell’ etere, per centro psichico i tubercoli quadrigemini. Il centro
periferico © il centro psichico sono collegati fra loro dal nervo ottico, che
alla base del cervello si decussa formando il ολίασπια. La parte dell'occhio
sensibile alla Ince è la retina, formata dalle terminazioni del nervo ottico, e
nella quale trovasi il punto della massima visione, detto fossa centrale.
L'apparecchio che fa concentrare in questo punto i raggi luminosi dicesi
apparecchio diottrico; è in questo modo che le sensazioni visive possono venir
riferite in un determinato punto del campo ottico ο precisamente nella
diresione dei raggi che entrano nell’ occhio. Le sensazioni visive sono
oromatiohe o aoromatiche: le prime sono date dai colori dello spettro (rosso,
arancio, giallo, verde, turchino, indaco, violetto), le seconde non
corrispondono alla scala cromatica e soltanto psicologica mente sono colori
(nero, bianco, grigio, purpureo). L'azione dello stimolo nelle sensazioni
visive è chimica: infatti sotto l’aziono della luce, la porpora retinica
scompare rapidamente, e la retina si imbianca passando per gradi intermedi di
colore bruno e giallo. Cfr. Helmholtz, Handbuch d. physiol. Optik; Abeladorff, Das Ange des
Menschen, 1907; Wandt, Philos. Stud.;
Parinaud, La rivion; Höffding, Psyohologie, trad. franc. (v. bicowlare, raggio
visiro, orottero, campo, contrasto, consecutive, adattamento, accomodazione,
miopia, ipermetropia, omianopsia, diplopia, astenopia, disoromatopria,
daltonismo, aoromatiemo, stereosoopio, retina, eco.). Vita -- Leben; life; vie
-- Come di tutti i fenomeni complessi, così anche della vita fu dato un gran
numero di definizioni, che diversificano sia per la prevalenza attribuita ad
alonni caratteri sugli altri, sia per il punto di vista da cui è considerata.
La vita è la gravitazione della forza cosmica su sè stessa è un principio
interiore d’azione è l’attività dei corpi organizzati è, secondo il Richerand,
una collezione di fenomeni che si succedono l'un l’altro durante un tempo
limitato in un corpo organizzato secondo Kant, la facoltà di una sostanza di
agire in virtà d’un interno principio, una organizzazione meccanicamente
inesplicabile perchè la sua essenza sta nell'essere il tutto determinato dalle parti,
e le parti dal tutto, e ogni membro causa ed effetto del tutto secondo lo
Schelling, la tendenza alla individuazione. Il Bichat la definì: l'insieme
delle funzioni che resistono alla morte; lo Stahl: il risultato degli sforsi
conservativi dell'anima; il Lavoisier: una funzione chimica; il Lewes: una
serie di mutamenti definiti ο successivi, sia di struttura che di composizione,
che s’operano in un individuo senza distruggerne l'identità; lo Spencer:
l’accomodamento continuo delle condizioni interne alle condizioni esterne. Da
tutte queste definizioni traspaiono evidenti i due modi . fondamentali ed
opposti con cui, sia i filosofi che i biologi puri, considerarono sempre la
vita: per gli uni, infatti, non è che una serie di fenomeni meccanici, chimici,
termici, elettrici, ecc. dovuti all’azione ο alla trasformazione delle diverse
forze cosmiche; gli altri, invece, considerano le forze della materia vivente
non solo come distinte, ma anche come opposte a tutte le altre forze della
natura, e spiegano i fenomeni biologici con l'intervento sia d’un principio
vitale, sia dell’ anima, sia della forza plastica ο formatrice. Dal punto di vista morale il problema della
vita è quello dell'impiego cosciente e voontario della vita; con esso si entra
nel regno sconfinato dei fini, nel quale può trovar posto ogni più diversa
interpretazione, valutazione e direzione pratica della vita, i più diversi modi
di concepirla ο di volerla, per le inesauribili varietà umane, storiche ed
ideali. Non solo è incredibilmente grande il numero dei modi in cui la vita è
stata già conoepita e vissuta; ma a questa varietà non è possibile assegnare
teoricamente un limite, à essa non è un semplice prodotto di riflessione
teorica ma dipende dal vario prevalere ο combinarsi di questa ο quella tendenza
costitutiva dello spirito umano. Cfr. Moleschott, Kreislauf dee Lebens;
Spencer, Principles of biology; Loeb, La dynamique des phénomènes de la vie; L.
Bourdeau, Le problème de la vie; Lodge, Vita ο materia, trad. it.; Gemelli,
L'enigma della vita; F. Orestano, It problema della vita, in Gravia Loria (v.
generazione spontanea, cellula, cellulari teorie, organico, organiomo,
animismo, vitalismo, meccanismo, duodinamismo, protoplasma, ecc.). Vitale,
Senso vitale ο organico è un’ espressione generica con cui si designano le
sensazioni interne, che hanno sedo in qualche regione interna dell’ organismo,
specie negli organi viscerali: la fame, la sete, i dolori dei di. versi organi,
900. Principio vitale, è, secondo i segu del vitalismo, una forza speciale che
risiede nella materia organizzata, dirigendo in essa tutte quelle operazioni
che costituiscono la vita vegetativa: essa è essenzialmente distinta non solo
dal corpo ma anche dall'anima, la quale presiede soltanto alle funzioni del
sentimento ο del pensioro. Spiriti vitali furon detti doi supposti fluidi
finissimi che, dal sangue, scorrendo lungo i nervi, arrivano al cervello,
doterminandovi ο stimolandovi l’attività dell’anima. Cfr. Bacone, Nov. Organon;
Cartesio, Pass. r an.; I. Frohschammer, Phantasie als Grundprinsip d.
Weltprozesses. (v. vita, vitalismo, organismo, ecc.).' Vitalismo. T.
Pitalismus; I. Vitaliom; F. Vitalisme. Termine molto generale e indeterminato,
con cui si comprendono tutte quelle dottrine scientifiche e filosofiche, che
spiegano ogni funzione della vita come il prodotto di speciali forze e
proprietà, che risiedono nella materia organizzata, e sono affatto distinte
dalle altre forze fisiche, chimiche e meccaniche. Secondo il vitalismo,
adunque, la vita ha origini e leggi particolari, che non si possono spiegare
con le leggi comuni agli esseri non viventi; con ciò è posta una antitesi
fondamentale tra ln natura organica e quella inorganica, tra i processi
meccanici e quelli vitali, tra la forza materiale ο la forza biologica, fra
corpo e anima. Si distingue un vitalismo animistico 0 animismo, uno organistico
o organicismo e uno dualistico ο duo-dinamismo. Il primo, già sostenuto in
parte da Platone e da Aristotele, considera tutti i fenomeni della vita come
dovuti ad una forza intelligente, ciod all’anima; esso risorge nei tempi
moderni col Leibnitz e con lo Stahl, i quali sostengono che le operazioni
vitali interne, sebbene nulla abbiano di comune con le operazioni coscienti e
intelligenti, sono tuttavia effetti dell’anima, Il secondo considera la vita
come una risultante © non come un principio, e crede di trovare le cause della
vita nelle proprietà degli organi, ritenuti come elementi indipendenti del
corpo vivente; ogni organo è animato da una forza particolare che, componendosi
con tutte le forze simili, mantiene la vita totale; la vita dunque, dice il
Bichat, non è che l'insieme delle forze che resistono alla morte. Il terzo, che
s’inizia col Barthez e In scuola di Montpellier, pure continuando ad affermare
che i fenomeni della vita non possono essere dovuti che a una causs speciale,
la riconducono ad una forza vitale, differente ad un tempo dall'anima o dalle
forze materiali. Tutte tre queste dottrine sono finalistiche, in quanto
ammettono che l’essere vivente si sviluppa in una direzione determinata, verso
nno scopo, una finalità che gli è propria; però codesta finalità non è posta
come esterna, ma come interiore allo stesso essere, come azione reciproca tra
il tutto ο le parti, cosicchè queste non possono esistere senza quello, nd
quello senza queste. Appunto per il loro immanente finaliemo, le dottrine
vitalistiche subirono un grave colpo dall’imporsi del meccanismo darwiniano; ma
in questi ultimi tempi esse sono risorte e col nome generico di neo-vitalismo
vanno estendendosi tra i filosofi ο gli scienziati. Tra i precursori immediati
dell'odierno vitalismo, grande importanza hanno: Baer, che sostene, contro la
teoria meccanica dell'evoluzione, che i processi vitali non si possono derivare
dalle leggi fisico-chimiche, ma hanno una legge propria di sviluppo; il von
Hanstein, che verso il 1880 dimostrava non potersi spiegare la connessione
delle diverse parti se non ammettendo una forza coordinatrice specifica
(Eigengestaltungekraft) che domini © diriga le energie materiali; Edmondo
Montgomery, che fondaudosi sull’ analisi dei movimenti del protopinsma, delle
contrazioni muscolari, della divisibilità degli infasori, ecc., proclama la
necessità di ammettere un principio autonomo interno regolatore dello sviluppo
e una rostanza vivente specifica, che si distingun dagli altri aggregati
chimici per il suo potere di controllo sopra In organizzazione ο di sintesi
della complessa struttura in una individualità organica; 1 Ehrhardt, che
sostiene In possibilità logica di una teoria vitalistica, in oni la
considlerazione teleologien abbia il suo legittimo posto accanto al puro
meccanismo; Gustavo Wolff, che cerca di mostrare sperimentalmente ln necessità
dolla veduta teleologica contro il darwinismo, provando ad es. come noll’oochio
della salnmandra la lente del cristallino estirpata possa rigenerarsi dal
margine anteriore dell’ iride, cioò da un tessnto che non corrisponde a quello
onde si genera nello sviluppo normale. Oggi tra i vitalisti si contano Lodge,
Dreyer, Morgan, Ostwald, Reinke, ecc. ; ma quello che ha dato un maggior
impulso al rinnovamento della dottrina è senza dubbio Driesch, che seguendo un
metodo essenzialmente critico 9 positivo e fondandosi sopra una solida base
sperimentale, afferma una finalità propria dei fenomeni vitali, che non è
ridncibile al gioco delle energie fisiche ο chimiche, ma presuppone una
attività specifica, alla quale egli dà il nome di entelechia: esso non ha il
carattere spaziale ο quantitativo delle altre forze della natura, ma regola e
dirige le forze naturali al conseguimento dei fini della vita. Una forma
affatto distinta, metafisica, di neo-vitalismo è quella sostenuta oggi dal
Bergson ο dai suoi seguaci: per essi la realtà è durata, cangiamento, tifa,
ossia creazione incessante non diretta ad uno scopo determinato, ma avente un
valore per sè, rispondente solo a un impulso originario infinito,
differensiantesi o detorminantesi variamente fino a produrre un movimento in
senso inverso, la materia; in tal modo, non la materia precede la vita, ma è il
torrente della vita che si insinua nei fenomeni materiali, deviandoli dalla
legge fatale e meccanica che seguirehbero senza di essa © utilizzandoli per i
suoi scopi particolari. Cfr. Bergson, L'évolution creatrice; Reinke, Die Welt
ale Tat, ; Philosophie der Botanik; Driesch, Die organischen Regulationen; Der
Vitaliemue als Geschichte und als Lehre; Aliotta, Il vitalismo, Cult.
filosofica; Sarlo, Vitalismo ed antivitaliemo (v. archeiemo, vita, organiemo).
Vittorini sono una scuola di filosofi scolastici, detti così dal chiostro di Β.
Vittore, fondato fuori di Parigi, da Guglielmo di Campean. I Vittorini
rappresentano il misticismo teorico, distinguendo nella fede la cognizione
(Aides quas oreditur), dall’ atto soggettivo del credere (idee qua creditur), e
ponendo come veramente essenziale soltanto il secondo. Ai Vittorini si
contrappongono i Sommolisti, il cui più grande rappresentanto fu Pietro
Lombardo (v. scolastica). Visio. T. Laster; I. Pico; F. Vice. Come la virtà è
Pabitudine del bene, così il vizio è la pratica del male: come una sola azione
buona non rende l’uomo virtuoso, così un’azione cattiva non lo rende vizioso.
Il vizio può dirsi perfottamente organizzato nella paiche individuale, quando
la pratica di esso non suscita più alcun rimorso nd determina alcun tentativo
di reazione da parto dell’individuo; allo stesso modo la virtù raggiunge la
massima perfezione quando il sno esercizio non richiede più alcun sforzo (v.
abitudine). Volisione -- Wollen, Volition; Volition ; Volition -- designa
1’atto singolo o totale di volere, i cui momenti successivi sono:
deliberazione, determinazione, esecuzione. La volontà -- Wille; will; volonté
--, insieme al sentire e al pensare, costituisce uno dei tre aspetti
fondamentali sotto cui si manifesta la vita psichica. Essa è quindi considerata
diversamente a seconda dei modi diversi con cui si spiegano lo funzioni della
psiche. Mentre nella vecchia psicologia in genere, il sentimento, la conoscenza
e la volontà sono considerate come tante parti o facoltà distinte dell'anima,
la psicologia contemporanea, «dominata dal concetto dell’ unità della psiche,
ammette invece che esso siano tra loro così intimamente întreocinte, da
costituire un organismo nel quale ogni parte non può funzionare senza il
concorso delle altre. Uno dei problemi più dibattuti dalla psicologia e dalla
filosofia nel passato era appunto quello dei rapporti tra la volontà ©
l'intelligenza; esso fu discusso specialmente durante tutto il secondo periodo
della filosofia medievale, dapprima sotto forma di controversia psicologica,
tendente a decidere se nel corso della vita spirituale sis maggiore la
dipendenza della volontà dall’intelletto ο viceversa, poscia sotto forma metafisica
ο teologica, per l'applicazione sus al concetto di libertà morale. Per 8.
Tommaso l’intelletto è quello che determina la volontà, perchè esso solo
comprende l’idea del bene 6 conosce in particolare cid cho è bene; quindi
intelleotus altior et prior roluntale ; la libertà come ideale etico è quella
necessità che si fonda sul sapere, e la libertà di scelta è' solo possibile se
l’intelletto offre al volere diverse possibilità come mezzi per lo scopo.
Contro questo determinismo intellettualistico, che pone l'intelletto come
supremue motor della vita psichica, si erige l’indeterminismo di Enrico di
Gand, di Duna Scoto ο più tardi di Occam, per i quali invece la volontà è la
forza fondamentale dell’ anima e determina lo sviluppo delle attività
intellettive. Poluntas imperans intelleotui cat causa euperior respeotu actu
eins, dice lo Scoto dell’uomo e di Dio; la rappresentazione non è mai se non la
causa occasionale (causa per accidens) del volere singolo, ma la vera decisione
è sempre affare della volontà; la quale è la forza fondamentale dell'anima,
tantochè ὃ essa che determina lo sviluppo delle facoltà intellettive, rendendo
distinte ο perfette solo quelle tra le rappresentazioni, alle quali rivolgo In
sua attenzione. La stessa controversia ai trasporta poi nel campo teologico e
metafisico: per i tomisti, la volontà divina è legata alla sapienza, nd essa
superiore, di Dio, mentre per gli scotisti ciò costituirebbe una diminuzione di
potenza dell’ens realissimum, la cui volontà è veramente sovrana perchè scevra
d’ogui determinazione, superiore ad ogni ragione, tantochà Dio, essi insegnano,
ha creato il mondo per arbitrio assoluto © avrebbe potuto, volendo, crearlo
ancho diversamente ; per i tomisti Dio comanda il bene perchè bene, e perchè è
conosciuto como tale dalla sua natura, per gli scotisti che quello è bene solo
perchè Dio l’ha voluto e comandato; per i tomisti la beatitudine eterna è uno
stato intellettuale di visione o intuizione diretta dell'essenza divina, stato
che Dante espresse con somma bellezza, per gli sootisti la felicità
ultraterrena è uno stato della volontà e precisamente della volontà tutta
rivolta a dio, ossia dell’amore. Nei secoli successivi il problema, perduto il
suo apparato teologico, è variamente risolto. In Spinoza, ad es., troviamo
l'affermazione della inscindibilità dell'intelletto e del volere, voluntae οἱ
intellectue unum et idem sunt, non essendo la volontà che un certo modo del
pensiero come l'intelligenza. Per Kant intelligenza ο volontà sono in noi due
forze fondamentali, di cui la seconda, in quanto vien determinata dalla prima,
è la facoltà di produrre qualche cosa conformemente a una idea, che dioesi
fine, cosicchè l'intelletto è il vero legislatore e governatore della
coscienza; per lo Schopenhauer la volontà non solo è superiore
all'intelligenza, ma è la forza suprema così nell’ uomo come nel mondo, la vera
ed unica realtà in ed stossa « ciò di cui tutte le rappresentazioni, tutti gli
obbietti sono il fenomeno, l'evidenza, 1’ obbiettivita; essa è ciò che v’ha di
più intimo, il nocciolo d’ogni singolo e quindi del tutto; essa appare in ogni
cieca forza naturale che agisca; per 1’ Hartmann l’essenza del reale è invece
1’ Incosciente, che è ad un tempo idea e volontà, dalla prima viene la natura
delle cose, della seconda l’esistenza, cosicchè con |’ Hartmann torna in onore
il problema sul primato della volontà o della intelligenza, che aveva già
attratto così vivacemente l’acume dialettico degli scolastici. Per Galluppi la
volontà è la facoltà di volero; il volore a sua volta è un atto semplice,
indefnibile, la cui nozione non pnd esserci data che dal sontimento interiore,
il quale ci insegna che, in seguito ad alcuni voleri cominciano, continuano o
cessano alcuni pensieri nel nostro spirito, e cominciano anche, continuano 0
cessano alcuni moti del nostro corpo. Per il Rosmini la volontà è quella virtù,
che ha il soggetto, di aderire ad una entità conosciuta, mediante interno
riconoscimento ; quando la cosa conosciuta sia qualche bene che l’uomo non ha
ancora, consegue un decreto col quale la volontà si propone di procacciarselo e
quindi di mettere in uso i mezzi necossari per arrivare a tal fine; quando il
bene si possedeva già, consegue un affetto sensibile, che non è altro se nonun
aumento o perfozione del piacere, ο a cui tengon dietro dei movimenti corporei.
A quattro ai possono ridurre le principali teorie contemporanee della volontà:
1’ intellettualistica, la materialistica, 1a sentimentaliatioa ο quella che
attribi sce alla volontà un carattere specifico proprio. La prim sostenuta
quasi unicamente dagli herbartiani (Drobisch, Lipps, Volkmann) considera la
volontà come il somplice risultato di uno sforzo che una rappresentazione fa
per conservarsi, impedendo che altre rappresentazioni la s0praffaceiano. La
seconda, sostenuta dai psicologi fisiologisti, nega l’esistenza del volere come
fatto psichico, facendolo consistere unicamente nei processi fisiologici che V
accompagnano; tale può considerarsi la teoria di Spencer, che definisce la
volontà come « la rappresenta zione psichica di un atto che poi realmente si
compie », e quella del Minsterberg, che la riduce all’ atto riflesso
uccompagnato dalle sensazioni muscolari relative. La terza considera l’atto del
volere como il risultato dello svolgersi del sentimento, senza spiegare in che
modo, da un processo puramonte passivo quale il sentimento, derivi un fatto
essenzialmente attivo quale la volontà. 1 ultima, che per contrapposto alle
precedenti può dirsi porilira, riconosce nella valontà un fatto sui generis,
οτί! mente diverso dalle rappresentazioni o dal sentimento. Il maggior
rappresentante di questo indirizzo è oggi il Wundt, che considera la coscienza
come composta di due elementi, uno obbiettivo che è dato dalle
rappresentazioni, e l’alVor tro subbiettivo, dato dal sentimento ο dal volere;
nell’atto del volero, più ancora che nel sentimento, si munifesta la
spontaneità della coscienza, sia che esso sia esterno (movimenti del corpo) sia
che sia interno (scelta tra le impressioni esterne, modificazione nel corso
delle rappresentazioni). Assai più completa e positiva è a tal riguardo la
dottrina dell’Ardigd, che riconduce la volontà al potere impulsivo ο inibitorio
delle rappresentazioni, le quali stimolano o trattengono a seconda del loro
tono: ma codesto potere delle rappresentazioni non è, a sua volta, che il
potere dinamico degli organi centrali, cosicchè, se una rappresentazione ne
provoca un’altra, è perchè il movimento fisiologico corrispondente alla prima
provoca il movimento fisiologico corrispondente alla seconda. Tali stati ο le
corrispondenze verificatesi tra gli apparati impollenti delle rappresentazioni
© i motivi dei voleri corrispondenti, si fissano poi e si accumulano nella
psiche, così da dar Inogo ad una somma virtuale di voleri; la volontà non è
dunque altro che la somma di quegli stati di coscienza che nel doppio aspetto
fisico-psichico della propria attività (dinamogonetica e inibitoria)
determinano l'individuo ad un atto, rappresentato prima come fine. Con l’espressione buona volontà ο volontà
buona Kant intende la volontà razionale pura, che non è rivolta ai singoli
oggetti ο ai rapporti dell'esperienza, nd da essi è determinata © dipende, ma
che è determinata soltanto da sè stessa od è rivolta necessariamente al dovere:
La volontà buona non trae la sua bontà dai suoi effetti ο dai suoi resultati,
nò dalla sua attitudine a raggiungere questo © quello scopo proposto, ma solo
dal volere, ciod da sò stessa; e, considerata in sò stessa, deve essere stimata
incomparabilmente superiore a tutto ciò che mediante essa si può compiere a
profitto di qualche propensione, © persino di tutte le propensioni riunite. Se
anche una sorte avversa o l’avarizia d’una natura matrigna privassero tale
volontà di tutti i mezzi per eseguire i propri disegni, se i suoi più grandi sforzi
non approdassero à nulla, e se non rimanesse che la buona volontà sola,... essa
brillerebbe ancora di sua propria luce, come una pietra preziosa, poichè ricava
da sè stessa tutto il proprio valore ».
Con l’espressione rolontà di potenza, Nietzsche intonde che i forti
devono acquistare sui deboli un predominio assoInto, e, spezzando ogni legame
con la tradizione ο il ουstume, devono celebrare il trionfo d’ una nuova
concezione etica della vita; per il Nietzsche la libertà ideale dell’uomo è nel
massimo grado dell’ espansione della vita, che può essere espansione cieca,
orgiastica, dionisiaca, ma ancho apollinea, cioè regolata dallo spirito della
conquista e dol dominio; conviene dunque, per salvare la dignità umana,
invertire i valori morali tradizionali, © porre al di là del bene e del male un
ideale etico improntato alla potenza, alla forza, al valore individaale, Con la formula volontà di oredere, usata la
prima volta da William James ο divenuta comune nel pragmatismo, nell’umanismo,
nol fideismo, ecc., si esprimo l'efficacia dell’azione dei fattori non
intellettuali, delle raisons de coeur, nel fondamento della fede; però, mentre
James invoca l’aiuto della volontà e del sentimento solo a supplire alle
deficenze dell’ intelletto, la formula fu poi allargata fino ad esprimere la
sostituzione della volontà ο del sentimento all’ intelletto; così, per Schiller
il pensiero puro e la logica formale non esistono. Ogni ragionamento si fonda
sopra una credenza più o meno sentimentale, sopra un bisogno affettivo, ogni
cognizione, per quanto teorica, ha un valoro pratico cd è per ciò
potenzialmente un atto morale, la natura stesu della realtà è determinata dal
desiderio e dalla volontà di conoscere. Kahl, Die Lehre vom Primat den Willen bei Augustinus,
Dune Scotur und Descartes; IT. Siebeck, Die Willenslehre bei Dune Scotua und
seinen Nachfolgern. « heitserift für Philos.; O. Külpe, Die Leh. v. Will. in
die Peycol. d. Gegenvart, « Philos. Studien; Kant, Grundlegung sur metaph. der
Sitten; Nietssche, Jenseits ton Gut und Bose; W. James, The will to believe;
Orestano, Le idee fondamentali di Nietzsche; Villa, La peicol. contemporanea;
Ardigò, Op. fil. Dandolo, Le
integrazioni peichiche ο la volontà, Marucci, La volontà secondo i recenti
progressi della biologia ο della filosofia; Ribot, Le malattie della volontà,
trad. it. (v. autonomia, motore,
motorium, motivo, mobile, decisione, deliberazione, rolontarismo). Volontarismo
-- Voluntarismus; I. Voluntariem ; F. Volontarisme – è, nel senso suo più
generale, ogni dottrina che ammetta il primato della volontà. Se la volontà è
posta come la realtà essenziale di tutte le cose, come il principio primo delV
universo, si ha il volontariamo metafisico; se come fattore originario e
fondamentale della coscienza umana, il volontarismo psicologico. Ὦ chiaro però
che codesta distinziono è affatto relativa e nen sempre storicamente
applicabile, in quanto il volontarismo psicologico appare come un corollario
del metafisico, e questo a sua volta, non potendo avere le sue radici che nell'esperienza
psicologica, ha il suo punto di partenza nel primo. In entrambi i sensi si
oppone all’ intellettualismo e al razionalismo; nel secondo anche al
sentimentalismo. Il volontarismo metafisico, per quanto abbia origini lontane,
raggiunge la sua completa espressione solo con lo Schopenhauer, che sviluppa la
dottrina kantiana del primato della ragion pratica sopra la ragion pura. Da
questa dottrina uscirono due forme di volontarismo metafisico: il v.
moralistico, ο moralismo, del Fichte, por il qualo il mondo attuale, con la sua
attività, non è che il materiale per l’azione della ragion pratica, il mezzo
con cui il volere raggiunge la completa libertà © realizzazione morale; il v.
irrazionalistico dello SchopenVou hauer, che fa del volere la cosa in sò, manifestantesi
in varie fasi nel mondo della natnra come forza fisica, chimice, magnetios,
vitale ο più che tutto nel mondo animale come volontà di vivere, che s’esprime
nella tendenza ad affermare sò stesso nella lotta per i mezzi d’esistenza ο per
la riproduzione della specie. Questo è un volere inconscio, irrazionale, non si
propone alcuno scopo nelle sue obbiettivazioni; da ciò deriva nel mondo la
prevalenza dol malo sul bene. Naturalmente, qui la parola volere assume un
«significato particolare, che lo stesso Schopenhauer ha posto in rilievo: « Ho
scelto la parola Volontà in mancanza di meglio, come denominatio a potiori,
attribuendo al concetto di volontà un estensione maggiore di quella posseduta
fin qui.... Non 6’ era riconosciuto, fino ad oggi, 1’ identità essenziale della
volontà con tutte le forze che agiscono nella natura, 6 le cui varie
manifestazioni appartengono a dolle specie di cui la volontà è il genere. Si
erano considerati tutti questi fatti come eterogenei. Non poteva quindi
esistere alcun vocabolo per esprimere questo concetto. Ho quindi denominato il
genere secondo la specie più elevata, secondo quella della quale noi abbiamo la
conoscenza immediata in noi, che ci conduce alla conoscenza immediata degli
altri. Il volontarismo psicologico, che costituisce forse V indirizzo
prevalente della psicologia contemporanea, ha le sue origini lontane in S.
Agostino, per il quale sia gli uomini che la divinità nihil aliud quam
voluntates sunt, in. Duns Scoto e nei suoi seguaci, per i quali pure tota animae
natura voluntas est; le sue origini prossime nel Fichte ο nello Schopenhauer,
per i quali, como vedemmo, 1’ cs senza dell’uomo sta nella volontà. Il Beneke
sviluppò forma scientifica questo concetto, risolvendo la vita psichica in
processi attivi elementari o impulsi, i quali, divenuti originariamente
attività per opera degli stimoli, devono, nell’ irrigidirsi del loro contenuto
e nel loro reciproco accomodamento per l’incessante prodursi di nuove forze,
realizzare Vapparente unità sostanziale dell’ animn. Il Fortlage ha poi
rielaborato il volontarismo del Beneke con elementi tratti dalla filosofia del
Fichte; anch’ egli concepisce l’anima, e con essa puro la connessione delle
cose, come un sistema d’impulsi, o forse nossuno come lui hu trattato così
acutamente il concetto dell’ atto sonza substrato come fonte dell’ essere
sostanzialo; l'essenza del divonire spirituale risiede per Ini in ciò, che da
funzioni originarie scaturiscono contenuti immanenti medianto uno sviluppo
sintetico, donde nascono le forme della realtà: psichica. Wundt, valendosi del
concetto di Fichte e di Fortlage, dell’atto senza substrato, considera il mondo
come una connessione attiva di individualità volitive, ο limita l'applicazione
del concetto di rostanza alla teoria naturalistica; l’azione reciproca tra le
attualità volitive produce negli esseri organici unità volitive più elevate, e
quindi gradi diversi di coscienza centrale, ma l’idea di una volontà e di una
coscienza assoluta del mondo, la qualo si svolga secondo il principio
regolatore, è al di là dei limiti della facoltà conoscitiva umana. Wundt si
arresta a questo punto; altri arrivano all’ affermasione del volere come fondo
ultimo della realtà, trasformando di nuovo il volontarismo psicologico in
metafisico 6 incontrandosi con una dottrina che, sotto varie forme, ha
larghissima fortuna ai giorni nostri: Pattualiemo, per il quale la realtà non è
che energia, divenire, movimento, evolnzione. L' essenza del volontarismo
psicologico, che si limita ad una interpretazione dei fatti di coscienza, ci
sembra Done espressa in queste parole dell’ Höffäing: « Se una di quoste tre
specie di elomenti (sentimento, intelligenza, volontà) vuol essere considerata
come la forma fondamentale della vita cosciente, questa è senza dubbio la volontà,
L’attività è una proprietà fondamentale della vita cosciente, poichè bisogna
costantomente supporre una forza, cho mantonga insiemo i diversi elomenti della
coscionza, © ne fneVor via, per la loro unione, il contenuto d’una sola e
medeSima conoscenza... Se dunque prendiamo la volontà nel Senso largo, come
designante ciod ogni specie di attività legata al sentimento e alla conoscenza,
si pnd diro che tutta la vita cosciente è raccolta nella volontà conte nella
sua espressione più completa. Schopenhanor, Welt ala Wille u, Vorst.; Beneke,
Neue Grundlegung zur Metaphysik; Dio noue Peychologie; Fortlage, Beiträge zur
Psychol.; Wundt, System d. Philos.; W. James, The will to believe; Sollier, Le
volontarieme, Rev. phil.; Höffding, Peychologie, trad. franc. (v. attivismo,
srrazionalismo, mobilismo, volontà). Secondo alcuni dei primi filosofi, il VORTICE
-- Wirbel; vortex, tourbillon -- ο rotazione ciolica, la δίνη, è la forma
fondamentale del movimento cosmico. Per Empedocle di GIRGENTI (vedasi) essa è
prodotta dalle forze attive fra gl’elementi, dall'amore e dall'odio. Per
Anassagora incomincia dalla materia razionale e finalisticamente attiva, per
proseguir poi con consecuzione meccanien. Per Leucippo à il risultato
particolare dell'incontro di più atomi. Così il principio del meccanismo,
rivestito ancora miticamente in Empedocle e in Anassagora, è con Lencippo
pienamente elaborato: gli atomi, che volano senza regola nell’ universo,
#'ineontrano qua e là, dando così luogo, secondo la necessità meccanica, a un
movimento complessivo rotatorio prodotto da vari impulsi dei singoli atomi,
movimento che attrac a sè i singoli atomi o complessi di atomi vicipi, talvolta
anche mondi interi; un tale sistema in continuo rivolgimento si suddivide in sò
stesso, essendo gli atomi più fini lanciati alla periferia, mentre i più
pesanti si raccolgono al centro; in tal modo hanno origine in diversi tempi e
in diversi luoghi dell’ universo infinito diversi mondi, ognuno dei quali si
muove in ad per leggo mecanica, finchò per un urto con un altro mondo vien
forse distrutto o attratto e assorbito nella rotazione di un mondo più grande.
La teoria dei vortioi risorge con CARTESIO, che con essa volle dare un
fondamento alla concezione copernicana del mondo, e si giorni nostri, in
sèguito specialmente alle nuove scoperte sulla radioattività della materia.
Tolta ogni differenza tra ponderabile ο imponderabile, ridotta la materia ad un
equilibrio instabile di elementi eterei, l’origine di ogni sistema siderale si
fa risalire alVetere, per il differenziarsi nel seno di esso di vortici animati
da movimenti sempre più rapidi, fino ad agglomerarsi in gruppi atomici, in
nebnlosa sferica, in mondi, con una serie di fasi evolutive analoghe a quelle
descritte da Lencippo. Cfr. Aristotele, Physioa; Platone, Timeo; Plutarco, Plac. phil.;
Fontenelle, Entretiena sur la pluralité des mondes; S. Arrhenius, L'évolution
dee mondes, trad. franc.; Bocquerel, L'év. de la matièro et des mondes, « Revue
scientifique. Vuoto.
Gr. Kevév; Lat. Vacuum; T. Leere; I. Empty; F. Fide. Lo spazio puro, ciod lo spazio penetrabile, privo della
materia, L'esistenza del vuoto fu sostenuta tenacemente dagli Atomisti contro
gli Eleatici: questi dicevano essere incomprensibile l’idea del vuoto e affatto
inconciliabile con quella di essere; il vero reule, infatti, è uno ο
immutabile, o non ammette quindi nd pluralità, nd diilità, nè movimento, che ha
per condizione il vaoto. Gli Atomisti invece non ammettevano che due principi
gli atomi e il vuoto, cioè In materia e lo spazio, ο l’esistenza del vnoto
dimostravano mediante il movimento, la compressione di cui vari corpi sono
suscettibili e con vart esperimenti inventati da Leucippo. La proprietà del
vuoto è l'estensione, la quale è infinita, nd vi si può distinguere alto ©
basso, metà ed estremità; il sno ufficio è puramente passivo, e cioè di rendero
possibile il movimento e la pluralità degli esseri, dividendo la materia con la
sua sola presenza. L'idea del vuoto fa combattuta vivacemente da Aristotele,
che avendo concepito lo spazio come qualche cosa di reale, © cioè come il
limite del corpo contenente in quanto il corpo contenuto è suscettibile di
movimento locale, non poteva ammettere uno spazio senza contenuto; la sua
principale obbiezione è appunto che il vuoto, anzichè rendere possibile il
movimento, lo renderebbe inconcepibile, perchè nel vuoto non c'è nè alto nd
basso, mentre ogni movimento natnrale sì fa in questi dne sensi. Cfr. Aristotele,
Phye., De coelo (v. inane, eusere, direnire. nulla, spazio). Zero. Dicesi zero
della sensazione l'intensità minima della modificazione della coscienza, che
corrisponde alla intensità minima della eccitazione. Dicesi più comunemente
soglia della coscienza. Più frequente è invece, l’espressione punto zero
fisiologico 0 zero della sensazione termica; qualainsi temperatura degli organi
nervosi termici che sorpassa tale punto è percepita come caldo, qualunque
temperatura al disotto come freddo; ogni temperatura propria degli organt
nervosi percepita come caldo, condiziona uno sposta mento in alto dello zero,
percepita come freddo uno apostamento in basso: quando per effetto dello
spostamento dello zero, questo coincide con la temperatura propria delV organo
nervoso, ogni sensazione di caldo ο di freddo cossa. Cfr. Hering, Sitzungsber.
d. Wien. Ak. (v. aubminimali). Si suol chiamare talvolta col nome di zetetica –
Zetetik, Zététique -- lo scetticismo, che consiste appuuto in una ricerca, ζήτησις
ricerca, incessante in tutte le questioni, senza uscire dul dubbio, senza venir
mai ad ans conclusione, positiva ο negutiva. Gli scettici, furon, detti Zoo
anche efettioi ο aporetioi da ἀπορέω
essere inoerto, imbarazzato, dubitare (v. dubbio, dogmatismo,
conoscenza). Zoofobia. Fenomeno psicologico, che consiste in una paura morbosa
6 irragionevole degli animali. Fa parte delle biofobie, paure morbose
concernenti i rapporti con gli altri esseri viventi, e può aver per oggetto i
ragni, i topi, i cani, ecc. Germanico non poteva vedere nè sentire i galli; il
maresciallo d’Albret sveniva non appena vedeva la testa di un cinghiale; Enrico
III non poteva sopportare In vista di un gatto. Cfr. Friedmann, Ueber den Wakn,
1894; Gélineau, Les peurs morbides. La zoolatria o zooteismo – Zootheismus, Zootheism,
Zoothéieme – è un fenomeno religioso che consiste nell’adorazione degl’animali
e si rivela nei più infimi gradini del sentimento religioso; più precisamente,
il, zooteismo è la rappresentazione e l'adorazione della divinità sotto forma
di un animale, che è considerato non come il simbolo della divinità, ma come
attualmente abitato da essa. Secondo lo Spencer la zoolatria avrebbe la propria
origine nell’abitudine, che regna in certi popoli selvaggi e primitivi, di
designare gli individui col nome degli animali ; il coraggio del leone,
l’astuzia della volpe, la velocità dello sparviero, ecc., sono riconosciute in
questo o quell’ eroe della tribù, il quale per tal guisa vien simboleggiato col
nome stesso dell’animale delle cui virtù caratteristiche è adorno. Succede poi
che codesti popoli, adorando i loro defunti, finiscono, dopo un certo tempo,
col non avor prosente di essi che il solo simbolo verbale; confondono la cosa
con la parola; attribuiscono al leone, alla volpe, allo sparviero, ecc. le
gesta degli eroi che ne portarono il nome, e tributano quindi a codesti animali
il culto che aspettava agli uomini. Una particolarità della soolatria è la
ofiolatria, ο culto dei serpenti. Cfr. Spencer, Principi di sociologia, trad.
it. Zoologia. T. Thierlehre; I. Zoology; F. Zoologie. Nel senso più generale, è
la scienza che studia lo forme, la struttura, la genesi e lo sviluppo degli
animali e le relazioni nelle quali essi stanno fra di loro e col resto della
natura nel tempo © nello spazio. Così intesa la zoologia è scienza
eminentemente sintetica, che ha le sue radi in tutte quante le scienze
biologiche, come ls citologia, la paleontologia, l’embriologia, la teratologis,
la fisiologia © specialmente l'anatomia comparata. Ofr. A. Giardina, Le
discipline zoologiche e la scienza generale delle forme organizeate, 1906.
Zoomonera. Secondo |’ Haeckel, l'origine della vita, nelle sue manifestazioni
anche più complesse, si deve ricondurre alle monere, che sono le forme viventi
più sem- plici che siano state osservate. Le monere sono di due specie:
zoomonere, composte di zooplasma, e fitomonere, composte di fitoplasma; dalle
prime hanno origine gli ani- mali, dalle seconde le piante. Siccome il
fitoplasma pos- siede la facoltà di produrre sinteticamente il plasson, traen-
dolo dai composti anorganici, e di trasformare la forza viva della luce solare
‘nella tensione chimica di combina- zioni organiche, così bisogna ammettere che
il zooplasma - che tali proprietà non possiede e si nutre per assorbi- mento di
plasma degli altri organismi - sia nato dal fi- toplasma, le zoomonere dalle
fitomonere, le quali alla loro volta sarebbero nate per autogonia o generazione
sponta- nea da combinazioni anorganiche. Cfr. Haeckel, Phylog. aystem. (v.
generazione, vita, organismo, vitale, vitalismo, organioismo, animiemo).
Zoomorfismo. T. Zoomorphiemus; I. Zoomorphism; F. Zoomorphisme. Dottrina della
metamorfosi dell’uomo in animale, propria di alcune religioni primitive,
specialmente dell’egiziana. Cfr. Le Page Renouf, Lectures on the origin of
religion. (v. metempaicosi). ZOROASTRISMO-- Lehre von Zoroaster;
Zoroastrianiem; Zoroastrisme. Il ZOROASTRISMO e la religione persiana, fondata
da Zoroastro e carattorizzata dal dualismo tra il principio del bene e quello
del male. Per essa il mondo, essendo una mescolanza di luce e di tenebre, di
vero e di falso, di pensiero e di materia, presuppone l’esistenza di due
principi, in lotta tra loro nell'universo, dei quali l'uno, Ormuzd, è il
principio del bene, il dio della verità e della luce, l’altro Ahriman, il
principio del male, il dio della menzogna e delle tenebre. Nel Zend- Avesta, i
libri sacri del zoroastrismo, è detto. Al principio, Ormuzd, elevato al di
sopra di tutto, era con Is scienza sovrana, con la purezza, nella Ince del
mondo. Questo trono di luce, questo luogo abitato de Ormuzd, è ciò che si
chiama la luce prima; e codesta scienza sovrana, codesta purezza, produzione
d’Ormuzd, è ciò che si chiams la Legge. Ormuzd non ha prodotto direttamente gli
esseri materiali e spirituali di cui l’universo si compone, ma li ha generati
con l'intermediario della parola, il verbo divino. Il puro, il santo, il pronto
verbo, io te lo dico chiaramente, ο saggio Zoroastro, è prima del cielo, prima
dell’acqua, prima della terra, prima delle greggi, prima degl’alberi, prima del
fuoco, codesto figlio d’Ormusd. Ormuzd ed Abriman hanno ls medesima potenza. Ma
Orinuzd, con la sua onniscienza, prevede tutto ciò che dovrà accadere, mentre
Ahriman non può caloclare le conseguenze delle proprie azioni che nel momento
stesso in cui agisce. Il vantaggio della prescienza assicura ad Ormuzd la
vittoria dopo un certo numero di migliaia d'anni. Cfr. Lehmann, Lehrbuch d.
Religionsgesch.; Zend- Avesta, trad. Anquetil. Ranzoli. Keywords. Parole
chiave: implicatura, lessicologia filosofica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Ranzoli.”
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Raulica: SICILIANO NON
ITALIANO -- all’isola -- la ragione conversazionale all’isola! l’implicatura
del barone -- l’origine dell’idee – il
fondamento della certezza – filosofia siciliana – filosofia sicula – dello
spirito della rivoluzione e dei mezzi di farla terminare -- corso di filosofia:
ossia, re-staurazione della filosofia – filosofia
siciliana -- filosofia italiana -- Luigi Speranza (Palermo).
Filosofo italiano. Palermo, Sicilia. Essential
Italian philosopher. Grice: “Italian philosophers can be fun: there’s ventura,
and there’s Bonaventura, who was actually fidanza, i.e. fidence, as in
confidence.” Noto per il suo sostegno alla causa
della rivoluzione siciliana. Studia a Palermo. Insegna a Roma. Si distinse come
apologeta, scrittore e predicatore, sopra-ttutto grazie alla sua "Orazione
funebre di Pio VII.” La sua carriera da filosofo inizia come esponente della
corrente contro-rivoluzionaria. Teatino. Intraprese l'attività di predicatore.
La sua eloquenza, sebbene a volte esagerata e prolissa, e veemente e diretta ed
ottenne grande fama. Con l'elezione di Pio IX al soglio pontificio, acquisì un
ruolo politicamente prominente. Sostenne la legittimità storica e giuridica
della rivoluzione siciliana. Auspica la ri-fondazione del regno della Sicilia
indipendente all'interno di una con-federazione italiana di stati sovrani.
Ministro pleni-potenziario e rappresentante del governo siciliano a Roma. La
sua posizione a Roma divenne delicata per via della proclamazione della
repubblica romana e dell'esilio di Pio IX. Rifiuta l'offerta di un seggio
all'assemblea costituente, maoltre ad invocare la separazione tra potere
temporale e spirituale riconosce la repubblica romana a nome del governo
rivoluzionario di Palermo. Altri saggi: “La scuola de' miracoli: ovvero, Omilie
sopra le principali opere della potenza e della grazia di Gesù Cristo,
figliuolo del dividno e salvatore del mondo”; “Il tesoro nascosto: ovvero,
omilie sopra la passione del nostro signor Gesù cristo”; La madre del divino,
madre degl’uomini: ovvero, spiegazione del mistero della SS. vergine a piè
della croce”; “Le bellezze della fede ne' misteri dell’epifania: ovvero, La
felicità di credere in Cristo e di appartenere alla vera chiesa”; “I disegni
della divina misericordia sopra le Americhe: panegirico in onore di Martino de
Porres, terziario professo dell'ordine de’ predicatori”; “Il potere politico”;
“Saggio sul potere pubblico, o esposizione della legge naturali dell'ordine
sociale”; “Dello spirito della rivoluzione e dei mezzi di farla terminare”; “La
ragione filosofica”; “La tradizione e i semi-pelagiani della filosofia: ossia,
Il semi-razionalismo svelato”; “Saggio sull'origine delle idee e sul fondamento
della certezza”; “Della falsa filosofia”; “Nuove omelie sulle donne del
vangelo”; “Corso di filosofia: ossia, re-staurazione della filosofia”; “Sopra
una camera di pari nello STATO pontificio”; “La questione sicula sciolta nel
vero interesse della Sicilia, Napoli e dell’Italia”; “Memoria pel riconoscimento
della Sicilia come stato sovrano ed indipendente”; “Menzogne diplomatiche,
ovvero esame dei pretesi diritti che s'invocano del gabinetto di Napoli nella
questione sicula”; “Discorso funebre pei morti di Vienna la religione e la
libertà”; “Raccolta di elogi funebri e lettere necrologiche; Il pensiero
politico d'ispirazione cristiana. Atti del seminario Erice, Guccione, Firenze.
Andreu R.: saggio biografico, "Regnum Dei", Bergamaschi, R.: fra
tradizionalismo e neo-tomismo [AQUINO], Milano, Cremona Casoli, Un illustre
siciliano”; "Rassegna Storica del Risorgimento", Cultrera, Generale
dell'ordine dei Teatini, Palermo; Giurintano C., Aspetti del pensiero politico
nel "De jure publico ecclesiastico"; Istituto per la Storia del
Risorgimento, Palermo, Guccione, Democrazia. Murri, Sturzo e le critiche di
Giobetti, Palermo, Ila-Palma, Guccione, Alle radici della democrazia” Palermo;
Guccione, Un omaggio clandestine; in "Nuova Antologia", Pastori, “La
rivoluzione napoletana in "Rassegna siciliana di Storia e Cultura",
Romano, La vita e il pensiero politico, Treccani Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Regione Siciliana. Martinucci, Istituto Storico dell’Insorgenza e per
l’Identità Nazionale. ELOGIO rCNEBRE DI DAIVIEllO O'COIVIVEIL MEMBBO DEL
PABUHENTO BRITANKICO DA R. Ex-Genkkalb bb'Chibrigi BseoLAM Ctmtuttor» detta
Saera Congregationt de' Riti td Eiaminatore dei Veuoti e del Clero Romano. J^/.
L'editore, proprietario di questo elogio, per g^enerosa cessione fattagli dall'
Autore, dichiara di Toleme godere il dritto di proprietà a termini della
Convenzione pubblicata con Notitrazione della Segreteria di Stato COI TIPI DI
CIOTAimi BATTUTA ZAMPI. .\ Ili Hisognosi di riposo per le incessanti fatiche^
durtyte negli ultimi otto mesi^ nell'esercizio dell' ecclesiasti" co ministero,
e risolulissimi perdo di non intrapren^ deme delle nuove, ci eravam da
principio negati di tesser VElogio funebre dell'immortale Ò'Connelh La
grandezza e le circostanze tutte eccezionali del Sog* getto entrarono ancora
per non piccola parte in quessto rifiuto. 0*Connell non è stato un uomo
ordinario^ ma uno di quegli iwmini di cui non ne nascon mai due; uno di quegli
uomini che Iddio crea per compiere grandi disegni, da prima noti a Lui solo, e
che quin^ di i fatti rivelano al mondo. O'ConneU è stato un ge^ nio; ed il
genio non è degnamente lodato che dal ge^ nio\ e perciò noi reputavamo un tale
assunto molto al disopra di noi e delle forze nostre. La gloria poi di
O'Connell è stata l'avere obbli* goto la più grande Potenza della terra a
rassegnar ' si con bel garbo alla legge che un privato le ha, in certo modo,
imposta. Poiché è stato ed è sempre proprio della saggezza inglese di tener
fermo finché si può; e quando non si può piti, cedere a tempo^ anziché an^ dare
incontro ad una di quelle orribili catastrofi in cui poi si perde tutto, per la
stolida ostinazione di voler tutto conservare. La gloria di O'Connell é stata
IV di avere egli solo rivendicata la libertà religiosa e etvile della sua
patria per mezzo di una rivoluzione pa^ cifica, una delle più grandi che
rammenti la storicu La gloria di O^Connell è stata l'aver fatto trionfare la
libertà per mezzo della Religione^ e la Religione per mezzo della libertà. Or
era egli possibile il rammentar queste glorie di O'Connell senza risvegliare i
risentimenti e le antipatie di una politica onerosa, cui la sola parola di
libertà mette paura come uno spettrOf turba come un rimorso? Era egli possibile
ti non attirarsi la censura di uomini si impietriti nell'antico^ che non hanno
ne intelligenza per distinguere, né cuor per sentire il pocolino di bene, che
in mezzo al molto di male, vi è nel moderno? Ma tacersi^ o passar leggermente
sopra il titolo principale onde O'Connell è stato il piti straordinario H piti
ammirabile personaggio della età nostra, non sarebbe stato lo stesso che
ridurre a piccole dimensio^ ni uno dei più, grandi spiriti che siano mai
apparsi a consolazione e gloria dell'umanità? Per tutte dunque insieme queste
ragioni not noti tM>levamo sapere di fare l'elogio di che si tratta; e non
abbiam ceduto che in faccia a considerazioni^ ad inviti, a desidera che san del
comando, ed a cui non si può resistere nemmeno con umiltà senza peccar di
superbia. Nel piegare però il capo a si scabroso e difficile incarico,
stabilimmo tra noi medesimi di disimpegnarlo con tutta la libertà di spirito
che la Fede cattolica lascia nelle cose dubbie', la dubìis libertas; con tutta
la sincerità del cuore; col maggior disprezzo di ogni personale pericolo, col
più perfetto oblio di ogni proprio interesse; e ciò per elevarci in alcun modo
all'altezza del nostro Soggetto coUa generosità almeno del sentimento: poiché
sentivamo di doverne rimaner molto al disotto per le qualità dell'ingegno.
Nulla infatti ti ha arrestato dal lodare 0*ConneU pel lato appunto onde piti
meritava di esser lodato, ed eziandio dal proclamare altamente^ senza
am/i'oologie ragtri^ le verità le più dure ed incommode, e per chi comanda e
per chi ubbidisce; e che sono frattanto le piti salutari e le più capaci di
assicurare i troni^ di fare t popoli felici, e di far trionfare la Religione,
Imperciocché dapprima, due specie di ripugnanza vi sono oggi contro la
Religione: Vuna totale ed assoIuta, l'altra relativa e condizionata. La
repugnanza assoluta é quella onde si odia la Religione perché Religione; e quindi
la Chiesa, gli ecclesiastici, tutto ciò che alla Religione si appartiene*
Questa n]ptignanza è l'orribile eco, che dura ancora, della parola infernale di
Voltaire: Ecrasez l'infame, et la su* perstition. L'antipatia relativa poi e
condizionata è quella onde si odia la Religione, non già però per se stessa, ma
in quanto stolidamente si crede rivale e nemica del processo e della libertà.
Ma vi è nella natura dell'Italiano un elemento cattolico, onde l'Italiano,
tenti ciò che vuole, non può senza pena e rammarico far di meno della Cattolica
Religione. E questa è una delle ragioni onde gli eresiarchi e le eresie non han
potuto mai far fortuna in questa bella e privilegiata parte del mondo. VAntipa^
tia assoluta dunque contro la Religione cattolica è ror rissima: essa non
trovasi che nel fondo del cuore di qualche vecchio settario, impregnato sin
dall' mfanzia dei pregiudizii e dei sentimenti anticristiani deUa filosofia
miscredente del secolo decimottavo; e che morrà senza posterità! giacché l'odio
é sterile, ed ha complici, ma non già eredi', e non vi é che Pamore che é
fecondo, che genera e riproduce il medesitno essere, e perpetua la stessa
verità. Non così è però della ripugnanza relativa o condizionata. Il ceto
medio, cioè, il ceto che studia, il ceto che ragiona, vuoisi o non vuoisi, è il
ceto piti influente e che trasforma alla lunga in se stesso e compone, e riduce
a sua immagine i due altri ceti estremi deUa società; con tutta la generazione
che sorge, con tutto ciò che intende, con lutto ciò che sente; poiché la
società degli spiriti, o la concordia fra gli esseri intelligenti, non può
mantenersi che per mezzo delCintélligenza; ed è in questo senso che ha detto
Paschal: ri, che chiunque si dichiara contro di esse, non ispira che
diffidenza, repugnanza, odio, disprezzo. Or poiché, come lo abbiam dimostrato
(Vedipag.l^ di questo Elogio) la Chiesa nella sua saviezza non ha potuto finora
parlar di libertà, ed ha dovuto anzi in certo modo fulminarla per l'orribile
abuso che si è fatto di questa sparola; i Volterriani si son serviti di questo
silenzio e di questi anatemi della Chiesa, per persuadere alle masse che la
Chiesa, nemica, non vi è dubbio, della falsa libertà, sia nemica ancor della
vera; che il Cristianesimo é oscurantismo; e che i preti e i frati sono i veri
nemici, gli avversarii implacabili di ogni progresso e di ogni libertà. Il
sistema poi del così detto Dritto divino nella materia politica, secondo che
una scuola celebre di oltremonte si é ostinata a rappresentarlo, viene in fondo
a sostenere che il Potere publico di ragione non abbisogna, ove, secondo U
celebre detto di Bossuet, (( Iddio stesso ha bisogno di aver ragione. )> Ora
il Dritto divino così inteso mette VUomo-Potere al disopra di Dio stesso, e non
é che V apoteosi della tiran TU ma e Vidolatria della sovranità. Poiché du/nque
una tale doUrma è contraria alla ragione insieme ed al sentimento, all'istinto
delVuomoy e perciò non è e non può mai esser vera; così si è venuto a
conchiudere che nemmeno é vera la religione che la professa^ che la insegna, e
che ne fa la condizione necessaria inevite^ bile della sua seguela. Or siccome
questa orribile dottrina, atta più a rendere odioso il Potere ed a
distruggerlo, che a conservarlo ed a farlo amare^ certi pubblicisti ignoranti
Vhan messa a carico della Chiesa cattolica e del cattolico insegnamento ; cosi
la ripugnanza^ che essa ispira, si è estesa anche in Italia all'insegnamento
Cattolico ed alla Chiesa; e Dio e Ge-^ sii Cristo^ le dottrine cattoliche e le
caUoliche istiluiionij la Chiesa e gli ecclesiastici sono staiti avvolti nello
stesso odio e nello stesso disprezzo. Oh se sapessero il gran male^ U male
sommo che certi ecclesie^ élici^ piti zelanti che saggia han fatto ai popoli ed
oZ-^ la Chiesa colVaver voluto fare un articolo di fede divina, di una opinione
puramente umana^ e di un partito politico^ la vera adunanza dei fedeli o la
vera Chiesa! Essi hanno così allontanato dalle pratiche della Religione enormi
masse di cristiani, e le hanno gittate fuori delia Cattolica unitd^ nelVahisso
del deismo e deW indifferenza! Imperciocché non é piti tempo di farsi
illusione. Finché dureranno i pregiudizii^ gli errori funesti che un concorso
di maieaugurate circostanze è giunto ad accreditare intomo alla pretesa
alleanza o complicità della Chiesa coW eccesso o colVabuso della forza; intano
noi ministri della vera Religione spereremo di attirare a noi le masse
intelligenti; esse ci riguarderanno sempre con una specie di orrore;
continueranno a camminar senza di noi, e, se noi ci metteremo loro innanzi,
contro di noi e sopra di noi. Dirò anzi di più che^ se un trambusto accadesse
in Italia sotto l'impero di questi pregiudizii e di questi errori^ esso sarebbe
sommamente anticristiano ed an-tiecclesiastico.il grido: a A basso i preti; à
basso i franti )) Starebbe tradotto in azione con una orribile fedeltà. La
Chiesa si troverebbe esposta a maggiori orrori di quelli di cui al principiò di
questo secolo è stata la vittima. E poiché^ come l'abbiamo di già avvertito^
l'Italiano nel fondo del suo cuore ama la cattolica Re^ ligione; il suo odio
contro di essa e i suoi ministri si troverebbe fortificato ed accresciuto dal
sentimento della disperazione di pàtere essere d'accordo con una religione di
cui non può fare di meno; dal sentimento di rabbia di credersi respinto^ di
vedere volta in sua nemica quella Religione di cui ha un immenso bisogno e per
cUi sente una indestruttibile simpatia; dal sentimento in somma del furore in
cui degenera ogni amore deluso nei suoi più vivi trasporti; Frustrata cupiditas
vertitur in furorem (Aug.). E non vi è nuUa di più terribile^di più crudele
quanto V amore furibondo ed il furore aìuoroso! Mirate dunque di quale e quanta
importanza si è, per parte di noi ecclesiastici^ il parlare oggi al colto
pubblico dell'Italia un linguaggio capace di disingannarlo dei fatali
pregiudizii di cui una Propaganda di empietà e di disordine si è studiata
d'imbeverarlo contro la Chiesa. Mirate di quale e quanta importanza si è oggi
per noi di mostrarci, senza finzione, senza inganno^ colla sincerità, col
candore^ col convincimenr to proprio di ministri della Religione di verità,
amici e fautori di un saggio e legittimo progresso, di una saggia e legittima
libertà! Mirate di quale e quanta importanza si è oggi pel gran Ponte pcej che
Dio ha accordato miracolosamente alla sua Chiesa, che^ mettendosi al disopra di
tutti i meschini calcoli della pò- Uiica uma/na^ parli esso pure il Ungttaggio
dei popoli per meglio far loro gustare le sue celesti dottrine; prenda a cuore
i loro temporali interessi, per ispirar loro maggior zelo per gl'interessi
spirituali ed etemi; e faccia conoscere che egli sente e vuole disimpegnare la
nobile e sublime missione del Sommo Pontificalo: Di essere non sólo il Pastore
e il Maestro nell'ordine soprannaturale e divino; ma ancora, neW ordine civile
e politico, U Padre, U tutore, il vindice dato da Dìo a tutti ipopoli
cristiani. Né meno comuni e meno radicati sono certi pregith dizU in materia
politica. A forza d'intrighi e d'inganr ni, si t giunto a persuadere
agl'incauti che i Sovrani sono i nemici dei popoli; che le monarchie sono
incon^ patibili colla Inerte politica; che questa libertà non si domanda
co'prieghi, ma si conquista colla forza; che qtiesta pianta prospera colia
scure, e germoglia nel sangue; e che l'insurrezione è l'unico mezzo da
sot" trarsi dalla oppressione. Ai Sovrani poi si è vohUo pure persuadere
che i popoli sono nemici della loro autorità e della loro esistenza; e che non
si può aver pace con essi, non si può mantenere l'ordine politioo che coU'ajuto
della forza; e che l'arte di ben governare oggi consister deve nell'arte di
organizzare e di dirigere la forza pubblica per potere impunemente vessar le
persone e vuotare le borse. E da questo sentii mento di mutua gelosia, di mutua
diffidenza che si è giunto ad ispirare ai popoli contro i Sovrani ed ai Sovrani
contro dei popoli, si è riuscito a metterli in istato di opposizione, di guerra
permanente: donde fière tendenze da una parte al dispotismo, ed all'anarchia
dall'altra, che mettono ad ogni istante in pericolo l'ordine e resistenza della
società. Ora contro tutti questi pregiudizii, in materia di Religione e di
politica, ci siamo levati arditamente in X questo Elogio, Entrando nello
spirito del grand' Uomo^ cui esso é consecratOj ed esponendo le gloriose sue gè-sta
nelle loro intenzioni generali, nei loro successi, abìnam procurato di
dimostrare che lungi dalVessere la Religione la nemica della libertà, non vi è,
non vdpuò essere libertà vera senza la vera Religione. Per calmare poi le
inquietudini^, gli scrupoli delle persone semplici e dabbene, abbiamo pure
insistito sul gran fatto dei tempi moderni:^ Che lungi dal dovere la Religione
temer nulla dalla politica libertà; alVom^ bra anzi e col favore della libertà
politica può sola" mente oggi trionfare e dilatarsi la Religione; ed
abbia^ mo fatto conoscere non solo possibile ma ancor necessor ria unciUeanza
sincera tra la Religione e là libertà. Al medesimo tempo però e colla medesima
forza abbiamo attaccato tutti i pregiudizii politici dei po^ poli contro i governi
e dei governi contro dei po^ poli. Abbiamo esposta la dottrina Cattolica intomo
alla Resistenza passiva ed all'attiva Ubbidienza, con cui solo può sussistere
l'ordine pubblico e la dignità umana. Abbiamo condannato con tutta l'energia
della ragione e della parola il partito disperato deU'inster* rezioncj^ e l'uso
brutale della forza contro gli abusi del Potere; ed al Potere ci siamo studiati
di fare mtendere che ha torto di diffidare della libertà, che è an-zi un
principio di ordine e di forza, e l'unico mezzo, il mezzo pvU efficace da
disarmare la rivoluzione e farla una volta per sempre terminare. E così abbiam
procurato di riconciliare ancora il Sovrano col popo^ lo^ il popolo col
Sovrano, e l'ordine colla libertà. Il nostro linguaggio ha scandalizzato
alcuni, ha sorpreso molti altri; ma in quanto alla moltitudine accorsa ad
udirci, possiamo santamente gloriarci nel Signore, che esso è stato capito
nella verità dei suoi principii, apprezzato nella purezza delle sue intenzioni,
gustato ne^vantaggi delle sue conseguenze. Chi è stato presente a questa
predicazione, nuova nelle forame ma antica nelle dottrine^ ci farà giustizia
che non è una vana millanteria il dire che rare volte la sacra eloquenza ha
avuto un successo si magnifico si verace e si universale. Mentre andavamo
esponendo le nobUi simpatie^ le relazioni scerete della vera Religione colla
vera libertà, un sentimento d'inesprimibile gioja hrillava sopra tutti gli
occhi. Parca ognuno dir seco ste$^ so: « Non è dunque vero altrimenti che la
Religione cattolica e nemica della libertà! Possiamo noi amare la libertà senza
cessare di esser cattolici^ senza passare per miscredenti! » Cosi uno sposo^
irritato contro una sposa^ che teneramente ama, e che gli è stata dipinta come
infedele; prova un senso di compiacenza, che non si può esprimere colla parola,
allorquando gli si dimostra da altri che la sua cara sposa è miiacente, e che
non ha cessato di maritare il suo amore. Gli stessi segni d'interno contento si
son veduti trasparire nei volti quando noi abbiamo parlato deU V alleanza
possibile tra l'ordine e la libertà^ tra le idee di un sensato progresso e la
fedeltà al proprio Sovra^ no: « Sta lodato Iddio^ pareano tutti voler dire, che
si può amare la libertà e il progresso senza passar per ribelle. » E quando,
nel terminare il nostro discorso, coli' accento del piin profondo convincimento
e del piti tenero affetto (giacché noi conosciamo ed amiamo il popolo romano)
abbiam detto: « No, miei cari » Romani, voi non siete quali qualcuno,
calunniandovi, » ama di farvi comparire. No, no, voi non siete i ne-* » mici
del Trono pontificio, degli Ecclesiastici e del" » l'ordine. Se amate una
onesta libertà, voi amate an» Cora la Sovranità del capo della Chiesa e la
Religione; )) a queste parole l'Uditorio non fu piti padrone di se stesso: un
mormorio vi si udi di una sincera lieta ed universale approvazione^ pronta a
scoppiare in manifestazioni le più clamorose j se noi stessi^ ricordando il
rispetto al luogo santo dovuto^ non ci fossimo affrettali di reprimerle. Ecco
dunque scoperti al pubUico, nella maniera meno equivoca e piti solenne, i veri
sentimenti, i sentimenti legittimi^ sinceri e comuni del popolo romano! Simili
effetti ci auguriamo che produrrà nel resto dello slato Pontificio, ed anche
presso allo Straniero la solenne manifestazione delle dottrine contenute m
questo discorso. Almeno perirne non avvezze ad adularci questo appunto ci hat^
esortato a sperare: as^ sicurandoci che questa predicazione 9 nelle presenti
drcostanze, è stata un avvenimento che avrà un gran-d'eco in tutta Italia e
fuori di essa. Noi potremmo qui riportare le loro testimonianze e le loro
parole^ ma per non sembrare che, all'occasione dell'Elogio di O'Connell,
vogliamo fare U nostro, ci limitiamo a riferirne una sola; e ciò non tanto a glo»
ria nostra, quanto a nostra difesa, in faccia a chi ha creduto di potere in
buona coscienza accusare in pub" blico come pericolose o fantastiche le
nostre dottrine^ e prave le nostre intenzioni; e poi crediamo di non dovere
lasciar passare questa occasione da rendere qui pubblicamente la dovuta
giustizia alla moderazione e alla saggezza della Censura Romana m materiadi
stam^ pa. Omettendo adunque che il Censore Teologo di cui il pubblico conosce
ed ammira, ed il Sommo Pontefice ha teste compensata la vasta dottrina e il
fervore dello zeh, nell'esercizio dell'Ecclesiastico ministero^ omettendo,
dico, che quest'uomo insigne, non meno pel suo sapere che per la sua viriti,
non ha trovato a cen^ surare, nel nostro Elogio, nemmeno una virgola; diremo
solo che il dottissimo Preside della Censura, che Ma profonda scienza
dell'antico unisce una solida co gntzwne^ un senso squisito del moderno^ nell
inviarci V Elogio col suo Imprimatur, ci Aa scriito appunto co^ sì: « Come io
mi compiacqui assai di approvare la Bene^ » dizione dell'ultima sua Predica
recitata in S. Pietro: » nulla curando le prevenzioni di alcuni o troppo semr »
plici^ o zelanti di uno zelo male inteso; cosìi e molto » più mi compiaccio ora
di approvare r Elogio fum^ » bre da lei fatto al celebre O'ConneU: perché
reputo » un tale Elogio non solo eloquentissimo, ma atto an» cara a raddrizzare
molte idee ed a fare un gran » bene. » Solo il savissimo Preside ha richiamata
la nostra attenzione sopra una parola della pagina 104, che avrebbe potuto dar
luogo ad equivoci; che noi ci sia-mo affrettati di prevenire con una noterella
che vi abbiamo apposta. Possiamo adunque affermare^ a lode, noi lo ripetiam
volentieri, dei dotti Censori, che nel presente Elogio stampato vi è tutto
quello che ne ab* biam detto in voce, senza una sola parola di meno; ma al
contrario con varii squarci di più^ che nella recita abbiamo saltati per non
istancar troppo Vudi" torio e noi stessi spossati, nel solo primo giorno,
da una declamazione di circa due ore. A maggior onore poi del sullodato Preside
illustre^ ci crediamo anco in obbligo di aggiungere: che non avendo voluto noi
prenderci la libertà di pubblicare il brano della lettera, che poco fa si è
letto, senza il di lui permesso; questo permesso ci è stato daW egregio Autore
dato nei seguenti termini, che fanno ben conoscere la sincerità e la generosità
de'suoi senti-' menti: «e Mi ha detto il suo Tipografo che o fare U nostro, ci
limitiamo a riferirne una sola; e ciò non tanto a glo» ria nostra, quanto a
nostra difesa, in faccia a chi ha creduto di potere in buona coscienza accusare
in pub" blico come pericolose o fantastiche le nostre dottrine^ e prave le
nostre intenzioni; e poi crediamo di non dovere lasciar passare questa
occasione da rendere qui pubblicamente la dovuta giustizia alla moderazione e
alla saggezza della Censura Romana m materiadi stam^ pa. Omettendo adunque che
il Censore Teologo di cui il pubblico conosce ed ammira, ed il Sommo Pontefice
ha teste compensata la vasta dottrina e il fervore dello zeh, nell'esercizio
dell'Ecclesiastico ministero^ omettendo, dico, che quest'uomo insigne, non meno
pel suo sapere che per la sua viriti, non ha trovato a cen^ surare, nel nostro
Elogio, nemmeno una virgola; diremo solo che il dottissimo Preside della
Censura, che Ma profonda scienza dell'antico unisce una solida co gntzwne^ un
senso squisito del moderno^ nell inviarci V Elogio col suo Imprimatur, ci Aa
scriito appunto co^ sì: « Come io mi compiacqui assai di approvare la Bene^ »
dizione dell'ultima sua Predica recitata in S. Pietro: » nulla curando le
prevenzioni di alcuni o troppo semr » plici^ o zelanti di uno zelo male inteso;
cosìi e molto » più mi compiaccio ora di approvare r Elogio fum^ » bre da lei
fatto al celebre O'ConneU: perché reputo » un tale Elogio non solo
eloquentissimo, ma atto an» cara a raddrizzare molte idee ed a fare un gran »
bene. » Solo il savissimo Preside ha richiamata la nostra attenzione sopra una
parola della pagina 104, che avrebbe potuto dar luogo ad equivoci; che noi ci
sia-mo affrettati di prevenire con una noterella che vi abbiamo apposta.
Possiamo adunque affermare^ a lode, noi lo ripetiam volentieri, dei dotti
Censori, che nel presente Elogio stampato vi è tutto quello che ne ab* biam
detto in voce, senza una sola parola di meno; ma al contrario con varii squarci
di più^ che nella recita abbiamo saltati per non istancar troppo Vudi"
torio e noi stessi spossati, nel solo primo giorno, da una declamazione di
circa due ore. A maggior onore poi del sullodato Preside illustre^ ci crediamo
anco in obbligo di aggiungere: che non avendo voluto noi prenderci la libertà
di pubblicare il brano della lettera, che poco fa si è letto, senza il di lui
permesso; questo permesso ci è stato daW egregio Autore dato nei seguenti
termini, che fanno ben conoscere la sincerità e la generosità de'suoi senti-'
menti: «e Mi ha detto il suo Tipografo che c da prima corno Daniello O'Connell,
vero cittadino, si è giovato della Religione per rendere al suo popolo la Uber
senza richiamare sopra di sé un'attenzione profonda, cosi mai non termina che
lasciando l'assemblea nell'estasi di un'ammirazione silenziosa e di un silenzio
ammiratore. Nel foro è il oausidico espertis-* Simo nella cognizione
dell'immenso caos delle leggi inglesi, e che, con una meravigliosa precisione
di 12 termÌDiy ne penetra lo spirito, le inlerpreta, le con* cilia, le
confronta, le applica, e ne trae le più felici conclusioni in yantaggio della
sna causa. Nelle po« polari adunanze è un Oratore vivo, nervoso, incalzante,
ardito senz'esser temerario, franco senza es* sere insolente, grazioso insieme
e terribile; che si avvicina, discende al linguaggio, ai sentimenti delle
masse, e le eleva sino a sé, e dietro a sé le strascina senza resistenza; che
padrone di tutti i suoi affetti, e, ricco di tutti gli artificii, di tutti i
sussidii della parola, prende, quando e come gli aggrada^ il patetico della
elegia^ Funzione del salmo, la mordacità della satira, l'amenità della novella,
la luce del lampo, il terrore del tuono, l'aria impo* nente del legislatore, e
l' ispirazion del profeta. Nessun uomo seppe meglio di lui eccitare le pas*
sioni popolari e contenerle; carezzare il popolo e morigerarlo; ricordare le
più dure verità, e farle gustare ed amare per la maniera di dirle. No^ la
storia dell'Eloquenza non ci presenta esempio di un oratore più completo, più
vario, più originale, più facondo, più vivo, più impetuoso e più potente. 10.
Ora, a giudicarne dalle apparenze, pare che 0*Goonell a questa eloquenza, in
cui non ebbe modelli né avrà mai imitatori, debba la gloria di sue fortune e la
forza del suo impero. Eppure no. La saggia Antichità avea definito il vero
Oratore: L'o** nesf uomo eloquente; Yir bmm dicendi pertius. Per chd| come la
probità senza l'eloquenza è impotente; cosi l'eloquenza senza la probità è
funesta; essa non serve che a metter sossopra gli stati, i popoli in
insurrezione. Che se l'eloquenza di O'Gonnell è stata la felicità del popolo e
la sicurezza dello stato, FirmametUum gentis et stabilimentum populi (Eccli.
49y/;ciò è accaduto, perchè egli, cittadino cristiano» alla forza, alla grazia
del dire ha unito la virtù è la santità del vivere; si è giovato pel trionfo
della li* berta dell'adempimento delle pratiche che la ReK* gione impone.
ll.Qaal uomo di lui più attaccato a'differenti do* veri di figlinolo, di sposo,
di padre, di cittadino? Qual cristiano di lui più fedele alle leggi di Dio e
della Chiesa? Ma so quello che volete oppormi. Voi vo« lete oppormi che, in
contraddizione alle leggi di Dio e della Chiesa, O'ConnelI si è una volta battuto
in duello, ed ha avuta la disgrazia di uccidere il suo avversario. Sì, è vero.
Ma io potrei dire che questo avversario non fu che un sicario^ onde la Munici*
ypAìik.orangista di Dublino, impaziente di disfarsi del gran difensore della
causa Cattolica, mandò provocando il nostro giovine eroe, sicura d'immolarlo:
giacché D'Esterre, (che tale era di questo miserabile il nome) era nel tiro
della pistola si destro e si sicuro, che giungeva a spegnere colla palla una
lampada senza toccarla. Potrei ancora avvertire che O'ConnelI a sangue freddo,
e per lungo tempo^ per non violare appunto le leggi dell'uomo e del tristianOy
non rispose che col disprezzò alla crude^ le disfida, onde il fanatismo
orangista augurossi di estinguer coH'arnii il grand'uomo che non potea Tincere
colla ragione e col dritto. Potrei altresì notare che il vile sicario, veniva
appostandolo ad ogni punta di strada; lo caricava di contumelie e di affronti;
lo minacciava sempre della vita: sic* che il povero O'GonnelI era obbligato di
cammi* nar sempre armato e circondato di armati. Po-* trei infine soggiungere
che D*£sterre era il Go« Ha dei nuovi Filistei) il più accanito e tremendo
nemipo della Fede di Roma, che si faceva un tristo- vanto d'insultare alla
pretesa debolezza dd vero Israello; e che O^Connell, in un islaute di una
religiosa illusione, potè credersi il nuovo Davidde scelto per vendicare
l'obbrobrio del popolo del Signore; e che solo in un momento d'impazienza,
d'ira, dì risentimento cavalleresco, eccitato da prò* vocazioni sì ripetute e
si vili, e che gli ecclissò la ragione, cedette al principio di un falso ponto
di onore e di nno zelo malinteso, e disceì^e ad una pugna in cni, cosi
disponendolo Iddio, per conservare all'Irlanda e alla Chiesa // suo Vomo^ la
vittima immolò il carnefice che volea immolarla. Io potrei dir tutto ciò, se
non per iscusare il mio eroe> almen per attenuarne la colpa. Ma il ciel mi
guardi che, ministro dL una religione di pace, in faccia alla Vittima Divina,
che ha versato tutto il suo sangue perchè il sangue dell'uomo sia rispanniato,
io osi difendere un delitto cbe la legge dì natara e la legge evangeUea
egaalmente coddannano. II eie! mi guardi dal patrocinare nn costo* me
egualmente insensato che barbaro, onde si vuol provare colla finezza
dell'occhio, e colla yalenzia del braccio Tinnocenza del cuore. II ciel mi
gnar* di dallo scusare un pregiudizio inescusabìle, ondq pretendesi di onorarsi
coll'omicidio, e lavarsi d'una efimera macchia col sangue^ e che la Chiesa
giusta* mente chiama diabolico} À diabolo ìnvectum (Con* eU. Trtd.J. Dico
dunque che O'ConnelI ebbe torio e gran torto nel duellarsi. Ma dopo che ne
avete ndito il peccato, uditen l'emenda. Poiché, al cadere dei parosismi della
febbre del^ Fonore mondano, e di un falso zelo per la religione, la ragione e
la fede ripresero nell'animo di O'ConnelI il loro impero; fu egli si dolente
della sua trista vittoria, che non potè mai pensarvi senza gemerne e tremarne
da capo a piedi di orrore; die fece voto solenne a Dio di non mai accettare,
molto men provocare l'insensato e truce giudìzio delle armi; e che in fine
quante volte (e ciò accadeva spessissimo ad un uomo che, per la gran causa che
difendeva, era obbligato ad irritar molte pas-^ stoni e crearsi molti nemici)
quante volte, dico, respingendo con orrore le provocazioni che gli venivan
fatte a duello, era trattato da infame, da vile: cui cedette sempre e da per
tutto il primo postO) avesse benedetta la mensa. Anzi in queste pubbliche
riunioni si faceva un vanto particolare di professare cogli atti e colle parole
la Fede romana. Deh che l'occultare i sentiménti della vera fede, il
vergognarsi di adempirne in pubblico le pratiche non è che debolezza, e la
maggiore di tutte- le debolezze: che perciò più comunemente ritrovasi nelle
anime piccole, negli spiriti deboH, nelle donne e ne'giavanì. Il vero genio fu
veramente ed amò di comparir religioso; e mai non conobbe la viltà del rispetta
umano! Che dirò io poi dei sentimenti di q[uesto gran Cristiano pel Clero della
sua patria ? Re dì fatto dell'Irlanda, arbitra del cuore e dell'azione di otto
milioni di uomini, che, come fanciulli, pendeano dai suoi cenni, vera Campione
e sostegno della Chiesa Cattolica, che gli dovette la sua più gran gloria e Ja
sua libertà, non mai usci dai limiti dell'umile dipendenza dal suo vescovo o
dal suo parroco. Alla testa di tutti come personaggio politico, cornee uomo
religioso però si tenea come l'ultimo di tutti; e, nuovo Costantino, appena
osava di prender per sé rultimo posto nelle assemblee del Clero, quando vi era
chiamata a manifestarvi i suoi disegni, a d^rvi i suoi consigli per la difesa
della Religione e della libertà. Pronto poi a scagliarsi come un lionc coQ' tro
chiunqae avesse osato di dire a carico de'Sacerdoti una men clie rispettosa
parola, dava egli stesso prove del più grande rispetto per qaesto yenerabìle
corpo, si illustre pei suoi patimenti non meno che per la sua dottrina e per le
sue virtù. Lo riguardava non come un ceto di uomini, ma come una riunione di
santi e un collegio di martiri. Ne parlava colla più gran riverenza, col più
tenero affetto. Per motivo da fuggire le società scerete: Il nostro Clero,
dicea egli al popolo, ce le ha proibite. Ci sarà fra noi alcuno che osi di non
ubbidire a questo Clero si saggio, si buono, si generoso e si edificante (7)?
In quanto poi agli Ordini religiosi, istituti si preziosi per la Religione e
per la vera civiltà, furono essi spesso il soggetto de* suoi publici discorsi^
de' suoi magnifici encomii, come lo erano del suo più tenero amore. Faceva
discìogliere in lacrime il suo immenso uditorio, allorché ram^ mentaya i giorni
felici in cui l'Irlanda era ricoperta di tanti monisteri, tempii della
preghiera, scuole della santità, asilo della dottrina, refugio dei poveri, e
che procacciarono all'Irlanda il merito, la gloria e il nome AeìVIsola dei
Santi (8). La sua eloquenza diveniva più energica, più anima^ ta, più patetica
allora quando, ricordando lai cose, facea egli confronto tra l' Irlanda che ora
20 moriva di fame sotto il giogo di nn protestantismo spietato, e l'Irlanda
indipendente, forte, ricca e prosperosa, ajutata e seorta da*suoi monaci
ne'sentieri della vera virtù e del vero sapere (9). Cosi teneva egli sempre
sveglio nel popolo il sentimento della nazionalità e dell'amore per una patria
già si grande, si buona, si santa, ed ora si infelice, ed allo stesso tempo
avvivava sempre di più il sentimento di amorosa riconoscenza per la Fede
cattolica, sorgente unica, per l'Irlanda, delle sue passate glorie, e
consolazione e rimedio unico dei suoi mali presentì. 16. Ma ciò che è al
disopra di ogni idea e di ogni espressione si è lo zelo di O'Gonnell per questa
medesima Religione. Tutto lasciava, sacrificava tutto quando trattavasi di
servirla e di adoperarsi per lei. I poveri parrochi, i Comuni, i villaggi
poyeri, bisognosi di chiese, ricorrevano a lui ; ed egli colla sua attività e
colla sua eloquenza trovava subito i mezzi da fame. loro costruire, come per
incantesimo, delle più ampie e più belle. Invano poi 1' anglicanismo, cambiando
armi, senza però mai cambiare i suoi sentimenti di odio profondo verso i
cattolici, meditava di vincere -colle astuzie di una fina malizia coloro, che
non'potca più opprimere colla forza di martini crudeli. O'Connell veglia sempre
a discoprire, è sempre pronto ed -intrepido a combattere le insidiose
macchinazioni dell' eresia, che, per essere divenuta ipocrita, non è perciò
meno persecutri ce e nemica. Che non ha egli fatto; quanto non ha egli e
scritto e parlato; e quanto non ha combattuto, «ino all'ultimo della sua vita,
contro i due Bill tristamente famosi che abbandonan.o l'uno i pii legati e le
rendite della cattolica Chiesa, l'altro i collegi e l'educazione dei giovinetti
cattolici (10) alla sorveglianza, alla direzione, o a meglio dire alla
dominazione dei protestanti? E sebbene la debolezza o l'inganno di alcuni
membri del cattolico Clero, essendo venuto disgraziatamente in soccorso di
queste leggi funeste, le abbia fatte adottare; ciò nullostante, tale, si è il
discredito in cui l'eloquenza di O'Connell le ha poste; tali e si vigorosi sono
i colpi che loro ha lanciati, che sono quasi morte sul nascere, o che morranno
intieramente colPesser trasformate in tutt'altre. Se qualcuno, a voce bassa si
avvisava, coll'antico tuono di sagrìlego insulto, di dirlo Papista,
rivolgendosi tosto contro di Ini, intrepido ripigliava: 0*ConDeHo innocente.
Mentre però era 0*GonnelI prìgionieroy come S. Paolo, non parlava a* suoi
concittadini, se non scongiurandoli a dimostrarsi suoi degni amici e figliuoli,
colf usare mansuetudine e pazienza, col rispettare quella stessa autorità che
colla più manifesta ingiustizia Io avea privato della sua libertà; Obseero vòs
effo' tnncius in Dommo, ìtt digne ambtsletù in mansuetudine ei pcUieniìafEph
A), Sicché tutta la condotta di quesf uomo straordinario è stata il modello, e
come il codice delle leggi pe) tempo dell'oppressione, ad uso degli oppressi*
Perciò ancora, mentre combatteva da una parte le teoriche omicide dei
turbolenti Cartisti» faceta dall'altra sentire tutto il peso della soggezione
servile ad una aristocrazia usurpatrice Mentre eoa una mano arrestava il popolo
dal precipitarsi nell'abisso della sedizione, gii additava coll'allra
Tignominia di piegare in silenzio il collo al giogo di un sistema oppressore e
tirannico. Cosi feca egH degli Irlandesi un popolo osservatore dei cristiani
doveri sino allo scrupolo, e geloso de^suoi drilli civili sino al faDatismOr
Gos^l lo mantenDe nei limiti della subordinazione, e ne sviluppò la nobiltà del
carattere e la grandezza del cuore. Cosi elevò egli aoclie le classi più rozze
e più oscure sino al subii* me del dovere, e rendette in esse comune la probità
cittadina e volgare Teroìsmo cristiano. Così formò egli degl'Irlandesi no
popolo modello, un popolo degno deirammirazione e dell'amore di tutti i popoli,
un popolo che ba sostenuta per quarant* anni ona lotta grave, ostinata,
implacabile, ma senza mai violare alcun dritto, senza mai calpestare alcun do*
vere; e che, con un passo fermo e sicuro, si è avaìsk zato alla conquista della
sua libertà religiosa e civile: abborrendo egualmente e dalla servitù religiosa
deirEresia, che sola può far sopportare la ser* yitù politica, e dalle violenze
sanguinarie dell'aoarchia, colle quali popoli ciechi troppo spesso, invece di
giungere alla libertà^ ricaddero più miseri e più avviliti di prima nelle
braccia della tirannìaCosi ba fatta conoscere, ha messa in azione la dot*
trina, cattolica della Resistenza ptissiva e délV Ubhi» dietua attiva^ e ne ba
dimostrata, sopra un grande teatro, con un magnifico esempio, la verità dei
principi!,, la importanza dell'applicazione/ la sìcch rezza del successo; e si
è reso benemerito del Sovrano e del popolo, della Religione e della politica,
della Chiesa e della società. "Io. Finalmente gli ultimi mezzi onde pare
cbc O^Gonnell abbia trionfato delia ingiustizia deireresia bono stati la sua
profonda intelligenza degli uomini delle cose, la sua fermezza prodigiosa, la
sua instancabile attività. Profonda intelligenza^ io dico, degli uomini e delU
cose. Non mai fallirono i suoi prognostici, non mai i suoi disegni andarono a
vuoto. Predice egli oggi ciò che deve dopo dieci anni accadere; e Tevento yiene
a giustificare appuntino la verità dei suoi vaticinii. Tutto ciò che ilice, lo
legalizza; tutto ciò che prevede, accade; tutto ciò che consiglia, riesce; tutto
ciò che intraprende, lo compie. Dimodoché si era acquistata la lode deiruomò
dal colpo d'occhio più sicuro, dal tatto più delicato, dalla penetrazion più
profonda, dagli espedienti più infallibili nel condurre a fine i più difficili
affari. 26. Dissi ancora Prodigiosa fermezza. Siccome nes« 8un uomo gittossi
mai in una più grande, più nobi* le e più ardita intrapresa; cosi non ve n^ebbé
mai alcuno che sia stato segno di attacchi più numerosi, di una persecuzion più
ostinata. Insulti e calunnie, sarcasmi e bestemmie, satire e processi, promesse
e minacce, tradimenti e apostasie, multe'e prigioni, tutto è stato adoperato
per cinquantanni, con una orribile perseveranza, per abbattere un si grande
coraggio. Ma invano. Come le lodi non lo inebriano, così le opposizioni non lo
sgomentano. Come i successi noi fanno insuperbire, cosi non lo abbattono le
sconfitte. Cornee largo, magniGco nel concepire i suoi disegni; così è costante
neirescguirli. Or do-> Ve mai nella storia, mi sì additi, mi si mostri nn
altro esempio di nomo che per mezzo secolo abbia lottato contro la più grande
potenza della terra, sen« za lasciarsi intimidire o arrestare giammai, ma con
sempre maggior lena, con coraggio, con costanza sempre maggiore? Dico infine
Imtancahih attività. Il sno riposo è il non conoscer riposo. Lo avresti veduto
sempre in agitazione e sempre in moto onde incoraggiare i timidi e reprimer gli
audaci j sostenere i de-* boli e dirigere i forti, arrolare gli amici e sco*
prire i traditori, confermare i sinceri e smascherare gì* ipocriti.
Moltiplicando in certo modo se stesso, quasi allo stesso tempo è in Inghilterra
ed in Irlanda, nelle assemblee nazionali e noi parlamento, tra le riunioni dei
grandi e i mit^ iinghi del popolo, nelle municipalità .e nei tribunali. Dove non
è presente colla persona, vi si ^rova colla sua azione. Dove non giunge colla
sua voce, arriva co'suoi scrìtti. Tutti i punti delPIrlanda sentono la sua
influenza. Tutte le classi dei cittadini sono agitate dalla sua forza. Tutti
gli spiriti sono n* niti nei suoi disegni. Tutti i cuori son d'accordo noi
lasciarsi guidare dalla sua autorità. Come il gigante della favola che co' suoi
movimenti scuote e solleva una montagna; il solo O'Connell, formato avendo di
otto milioni di uomini come un uom solo, agita e muore a talento questo gran
popolo, e Io lancia contro deUlnghilterra, che sbigottita dk addietro per non
essere schiacciata dal suo peso. Or tutto ciò è vero, Yiprissimo. Ma non è men
rero però che quello che aggiunse una fopza irresistibile a tanta intelligenzai
a tanta fermezza, a tanta attività si fu la carità che la Religione ispira, e
da cui fu sempre penetrato il suo cuore. Prendendo dal Vangelo Ie«ue.nonne,
consoli ipocrifi non fece mai pace; questi soli mai non risparmiò: fossero
Lordi o ministri, nazionali o stranieri, ecclesiàstici o secolari^ questi soli,
strappata loro dal r riso la maschera, additò al pubblico in tutta la loro
turpitudine, in tutta la loro deformità. Contro di costoro solamente versava a
piene mani il fiele delle sue invettive, laYiciava i fulmini della sua parola,
e li dava al ludibrio e alla esecrazione del mondo; poiché di fatti gli scribi
e i farisei sono stati mai sempre la peggior genia degli uomini che ab» hia mai
macchiata la terra: una volta crocifisser Gesù Cristo, ed or sono la mina del
Cristianesimo. Perciò nulla eguaglia l'amarezza e Io zelo ondo perseguitava i
Metodisti e gli Oraugisti, i più ipocriti e quindi i peggiori fra gli creiici:
degni discendenti del più grande ipocrita de' tempi moderni Cromwel, suoi truci
ajulanti, suoi legittimi eredi neir odio furibondo e crudele contro la
cattolica Chiesa. «O bravi cristiani, dicea loro, che, colla Bibbia in una mano
e la spada e la fiaccola nelFaltra, non avete lasciato dietro di toì che tracce
di ruine e di sangae! Voi ammossate ora calunnie contro dì noi, contro di cui
prima facevate massacri. Ogni vostra parola, ogni vostra azione dimostra che vi
manca il potere e non già il volere di far rivivere i giorni di Gromwel, di
Irclon, e di Ludlom! » 29.Ma in quanto ai protestantismo di buona fede, alle
anime sincere e generose che vi si trovano, ai suoi nemici politici, O'Gonnell,
fedele alla massima cristiana di S. Agostino: Diligile homines; irUerficite
erroreSf mentre ne combatteva gli errori di cui eran la vittima, non cessava di
rispettarne e di amarne ancor le persone. Quindi, severo irreconciliabile e
tremendo contro di loro sul campo della discussione politica, in privato poi
non faceva mai molto contro di loro ; si faceva un dovere di scusarli, di
difenderli e di render loro tutti i buoni uflScii della carità cristiana.
Perciò dicea egli stesso con ogni verità: « Come uomo publico ho un mondo di
nemici, ho nemici tutti i nemici della libertà e della religion dell'Irlanda;
ma non ho, non conosco nemici come privato e come cristiano. » Gli stessi suoi
avversarii politici furon più volte uditi render giustizia alla generosità
cristiana di questi suoi sentimenti. « O'Gonnell, diceano essi, è un^ anima
grande; bisogna volergli bene. per forza. Nemico acerrimo delle nostre opinioni,
è il miglior amico de^nostri interessi e delle nostre persone. » £ perciò lo
visitavan volentieri ; si onoravano della sua fatniliarltà e della soa confi'
denza* Ed era bello il rederli traUenersi la sera in amichevole compagnia con
quél medesimo O^Coii-* Hell contro di cui la mattina, suIFarena parlamen*
taria, avevan combattuto con furor di lioni, e che collo stesso furore avea
combattuto contro di loro* Deh che quanti conobbero dappiresso OXoanell fan* ti
lo amarono! Se tale era egli co'nemicì, ìmaginerete facilmente qual sarà stato
cogli amici della causa della sua Irlanda. In quanto poi ai suoi miseri
concittadini, é impossibile il dire quanto li amasse. Rammentate i primi anni
di questo secolo, in cui l'odio degli orangisti contro i cattolici, per la
insurrezione del 179S dei cattolici contro gli orangisti, essendo ancora nella
sua orribile vivacità; i magistrati protestanti sedcano nei tribunali come vili
satelliti della tirannia, e non come sacerdoti della giustizia, tutori deir
innocenza e vendicatori del delitto. Perciò il solo nome di cattolico era un
.titolo bastante di proscrizione e di condanna. Gratin questi giorni nefasti, e
pei cattolici di orribil memoria, il solo O'Connell, ritrovossi cbe^ erede
dello spirito delFantico Daniele, conu3 del nome, si fece l'intrepido difensore
dcirinnoccnza oppressa. Incontra egli un giorno Ira via una turba di cattolici
che venivan tratti al tribunale, diceasi, per esservi giudicati come rei di
delitto di stato, in verità però per esservi immolali come cattolici; giacché i
giudici, tutti accanili Or angisti,.eran di quelli che la ScriUora chia*^ ma
Iqpi togati, e non formavano un tribunale di 6ag roso, quanto O'Gonnell lo fu
pei suoi cari irlandesi. Non amava che loro, non vivea, non respirava che per
loro; e tutto lor sagrificare, le sue sostanze, i suoi avanzamenti, la sua
opera, la sua vita, fa sempre la sua delizia e la sua felicità. Chi può però
immaginare, non che esprimere il cordoglio, l'affanno onde fu trafitto e
lacerato il suo tenero caore alla vista della sua povera Irlanda travagliata
dalla fame, divorata dalla peste, ed intanto che non ismeotisce mai la sua
pazienza, che non si scuote nella sua fedeltà! Deh che, pallido il volto, e
tinto del segno di una augusta tristezza, taciturno e spesso piangente, anche
in pubblico parlamento, ove si re* caya a chiedere, in aria supplichevole, pane
ainrìan* da, ben dava a divedere la orribile tortura cui era in preda il suo
cuore! Ecco quindi incominciare a venirgli meno, coll'antico brio e coraggio,-
anco le forze; cadere in una tetra malinconia, in un abbattimento profondo; e
questa robusta natura, che avea resistito a 50 anni di stenti e di fatiche,
cadere sotto il peso della passione dell'animo e del dolore. Sicché con ogni
verità può dirsi, che, alla carità vissuto, non è morto che per le mani della
carità: soia degno sacerdote di si nobile vittima! 32. Ma se nulla eguaglia la
tenerezza, l'amore di O'Connell per la sua Irlanda, nulla nemmeno egua* glia
l'amore, la tenerezza dell'Irlanda pel suo O'Connell« Otto milioni di nomini Io
aman tutti come lor padre, mentre gli ubbidiscono come a lor duce^ e lo
venerano come loro sovrano. Quale fiducia nei suoi consigli! quale docilità ai
suoi avvertimenti! quale ubbidienza a*suoi cenni ! È questa una massa di centomila
uomini che fremono contro un atto oppressivo e ingiusto delTaatorità; ed una
sola parola di O'Gonnell li caima, li disperde e li rimanda pacifici alle loro
abitazioni. È questa una contrada di più milioni di nomini famelici; ed oh il
pessimo consigliero che ò la fame! Non vi è ragione che ascolti, non vi è
diritto che rispetti, non vi è rischio che non corra, non vi é gasiigo obe
payentt ! O^Conaeir grida: (( Rispetto alla proprietà, che così comanda la Be-*
ligione: » e la saa voce sola ottiene ciò che tutte h artiglierie dell*
Inghilterra invano avrebbero sperato di ottenere, cioè: la pazienza nella fame,
la rassegnazione, nella morte. Deh che la storia non ci presenta altro escn>
pio di jina potenza morale sì grande, sì colossale, ed insieme .si ubbidita e
sì rispettata; io non so di alcun Sovrano di dritto che,. più di questo Sovrano
di fatto, sia stato fedelmente ubbidito, rispettosa^ mente yenerato,
cordialmente amato! 33. Il suo viaggiare é un continuato trionfo. Trion^ fo di
Otti sarebbe impossibile il formarsi Fidea, se nei trionfi di PIO IX non ne
avessimo sotto gli oc* chi la realità. Appena la voce si sparge che yiene il
Liberatore, ecco intere provincie in moto; ecco i rappresentanti delle Contee,
delle città, ecco le Corporazioni intere dei cittadini, ecco popoli interi
daUuoghi più lontani venirgli incontro con bandiere spiegate in bell'ordin
disposti. Vedendolo poi spuntare da lungi il grand*Uomo, dalle forme atletiche,
dall'aria sublime, dalla fronte maestosa, dallo sguardo caritatevole,
dalFamabil sorriso; ecco ripetuti lietissimi evviva, pronunziati con tutta
l'energia del cuore, riempir l'aria intorno. Mentre egli, a traverso gli archi
trionfali e le vie tapezzale di arazzi e di fiori, in mezzo alla siepe
foltissima d'immense turbe, impazienti di mirarlo in viso, di udirne la' Toce,
si ayyìa pria di tatto ad adorare Dio nel suo tempio. Alla sua vistala gioj a
si dipingea in tutti i volti, il gaudio inondava tutti i cuori. In presenza di
O'ConnelI questo buon popolo sembrava obliare le sue miserie e le secolari sue
angoscie. Per quanto lo veggano, non si saziano mai di vederlo. Per quanto Io
ascoltino, non si stancan mai di ascoltarlo. Mirate^ Io circondato da due, tre
e fin seicento mila persone. Oh come tutti pendono estatici dal suo labro! Ob
con qaale aria di tenerezza se lo Vagheggiano, eoa quale avidità lo
ascoltano,~con quale entusiasmo gli applaudiscono! Oh plausi! oh grida! che,
articolate da tutte le lingue, nascon però da tutti i cuori! Oh come tutti
prendono interesse alla sua sanità, alla sua vita, alla sua gloria! È il nostro
padre, dicòno, il nostro amico vero, il nostro sostegno, il nostro li^
bcratore; e perciò, dopo Dio, egli è la nostra unica speranza, la nostra
gloria, la nostra delizia, il nostro amore. Chi può però farsi idea della
costernazione, della pena, del dolore di tutto questo buon popolo, allorquando
vide il grand'Uomo a lui si caro messo in prigione per lui? Come ad una
calamità pubblica, il lutto si sparse per tutta Irlanda, la mestizia era
dipinta in tutti i volti, Tamarezza era in tutti i cuori. In tutte le famiglie
si recìtavan preci, in tutte le chiese si facevano voti per la libertà di
O'Connell DaMuoghi più distanti venivano in processione, coi sacerdoti e coi
vescovi alia lor testa, popolazioni intere a visitare il gran prigioniero della
Fede e della libertà dell'Irlanda, e deporre ai suoi piedi l'omaggio del loro
amore e del loro dolore. Questa prigione perciò cambiossi in regìa. 0*Gonnell,
più che da sovrano, vi teneva ogni mattina ricevimento solenne. Più che da
sovrano, io dico, giacché nessun sovrano ha ricevuto mai tanti onori sul suo
trono, quanti il nuovo Paolo prigioniero nel suo carcere! Qual fu poi la
contentezza, la gioja dell'Irlanda allorquando, l'ultimo giorno appunto della
Novena che, per la sua liberazione, O'Gonnell avea insinuato dì farsi alla gran
Madre di Dio, l'Alta Camera del parlamento d'Inghilterra, questa volta più alia
per la nobiltà dei suoi sentimenti che non lo era per l' elevazione del rango,
con un atto di ammìrabii giustizia, rendette libero il suo campione
all'Irlanda, il padre al suo popolo? All'uscire di O'Gonnell dalla prigione un
magnifico carro trionfale ed un popolo immenso Io ricevette fra gli evviva e i
segni di un entusiasmo, di un'ebrezza, di un contento più facile a idearsi che
a descriversi. Questo giorno fu per O'Connell un vero trionfo: al cui confronto
tanto più pallidi e meschini sarebber parsi i trionfi dei romani imperadorì,
quanto che questi furono i triglifi della forza, quel dell'amore! 35. Ciò che ò
singolare ancora si è l'entusiasmo, la fiducia, l'amore che il suo
disinteresse, Id^>««egQ0 rifa» il suo zelo per la patria e per la fieligionv
era giunto ad ispirare alle donne. Quest'entusiasmo muliebre formò una parte
non piccola del l'immensa forza morale ond'egli regnò costantemente sul pò*
polo. Giacché, lo ìntendan bene gli uomini dalle corte vedute, dalla cieca
mente come dal cuor di maGÌgno> che si credono i soli buoni a gorernar. Tuo*
mo che non conoscono, il popolo che non. intendono: Quando una idea, sia
politica sia religiosa, dalla UKente degli uomini discende nel cuor delle donno
e divien sentimento, la sua forza centuplica, a tutto resiste e trionfa di
tutto. Or la donna irlandeiM era per O'Gonnell, ohe essa riguardava ^come
runico e rero sostegno^il vindice della patria e delb Religione; ed era essa
che, nell'animo del padre» dello sposo, del figliuolo, ne teneva sempre vìvo
l'amore, ed ispirava loro il coraggio dei più grandi sagrifieii pel liberatore
comune. Mirate colui che, col passo vacillante, col rossore- in volto, colla
tremola mano si avvicina all'urna elettorale. Egli è un povero affittuario,
padre di famiglia, che^ già carcerato per debito, ha veduto aprirsi le porte
della sua prigione dalla mano crudelmeate. benefica del Lord suo creditore, a
condiztoi> ne che voti contro di O^GonnelI. E già Famore delb tua desolata
famiglia vincendola sull'amore pel Lir beralor della patria, sta egli per
votare contro di lui. Quand*ec€0 udirsi voce di donna: XiseraM$ €h^
iìsìAììtìàordatt della tua anima e della libertà (Ht^ member your soul and
liberty), O voce! O donaa! Essa è la spo^a di questo irlandese infelice, è la
•posa, che preferisce la vittoria di O'Gonnell alla li* berta dello sposo, al
sostentamento de'figli! A questa Yoce, richiamato il misero a se stesso^ oblia
esso pare che è sposo, che è padre per ricordarsi di essere cittadino. Vota
invece pel Liberatore; e, novello Regolo, tranquillamente alla sua prigione
ritorna. Ben presto la sublime parola della sposa magnanima dall'una all'altra estremità
si ripete dell'Isola dei Santi. S'imprime nel bronzo (19), si scrive sulle
bandiere dell'Associazione cattolica. Poiché in questa gran parola si trova
tutta compendiata la storia di questo popolo eroico, tutti espressi i
sentimenti di un cuore veramente irlandese, che da tre secoli tutto
sagrificaaDio e alla patria, alla Religione e olla libertà. 36.1magìnate perciò
se questo popolo possa consentire che il suo Liberatore e padre, il quale tutti
i suoi beni, i suoi lucri (20), il suo riposo, la sua esistenza ha sagrificato
all'Irlanda, dell'Irlanda non viva^ Ma deh che il più cattolico, il più morale,
il più coraggioso^ il più nobile dei popoli della terra è altresì il più
miserabile. Arrivare coi più duri suoi stenti a riempirsi di patate il ventre,
ò il colmo della sua agiatezza* e della sua felicità. Eppure, c^h popolo
generoso! Oh come volentieri egli anche dèlia sua patata si priva per dare il
suo obolo pel suo Liberatore! sino a formargli l'annuale assegno dì presso a
cento mila scudi! L'insolenza protestante ha dato perciò ad O'Gon^ nell il
titolo di Be mendicante. Ma insensata! men^ tre cosi intende schernirlo, lo
onora. E qual più bella regalia di questa che vive non di tributi estorti colla
forza^ma di offerte yolontarie ispirate dairamore? Qual più bella regalia di
questa che non faa altra spada che la penna, altra artiglieria che la parola,
altro corteggio che i poveri, altra guardia del corpo che Taffezion del suo
popolo? Qaal più bella regalia di questa che non fa scor* rer le lacrime, ma le
rasciuga; non fa versare il sangue, ma lo arresta; non immola le vite, ma le
conserva; non domina il popolo, ma lo migliora ; non foggia catene, ma le
spezza; che mantiene Tordine, l'armonia, la pace, senza pregiudizio della
libertà! Deh qual sovrano non si stimerebbe felice di regnare cosi! Sicché di
questa regalia pacifica può dirsi in certo modo ciò che di quella di Salomone
fu detto: che nulla eguaglia la sua grandezza, la sua gloria e la sua
magnificenza; Rex pacificus magnificcUus est super omnes reges terrae (IH,
Reg.lOJ! 37. Poiché dunque, con tai mezzi, che il suo spirito religioso avea
santificati ed elevati ad una al* tezza meravigliosa, ebbe disposta la pubblica
opinione in Irlanda e in Inghilterra, nella regia e nel parlamento, nel santuario
e nel popolo ia favore della liberazione della patria; eccolo presentarsi a
reclamare i suffragi de'suoi concittadini per essere eletto uno dei
Ilappresenlanti d' Irlanda al parlamento Britannico. Invano il governo, a
render vana una siffatta pretensione^ per parte di un cattolico si nuova e si
inaspettata, gli oppone per competitore un illustre personaggio (21) nominato
di già al ministero, e benemerito della causa d'Irlanda. Invano ne'cinque
giorni che durò questa memorabile lotta elettorale tutti furon messi in opera i
mezzi," di cui un gran Potere potea disporre, per fare escludere un uomo,
il cui solo nome era divenuto lo spauracchio dell'Inghilterra. Questa volta il
merito prevalse alla ricchezza, lo zelo della patria a' turpi istinti di adulare
il Potere, l'uomo del popolo all'uomo del ministero, il cattolico al
protestante; ed O'Connell fu eletto tra' plausi de'veri fedeli e il fremere
degli orangisti. La grande difficoltà però non era altrimenti che un Cattolico
fosse eletto, ma che fosse poi accettato come Membro del Parlamento, dal quale
per leg* gè ogni cattolico era stato da tre secoli formalmente escluso. Non
importa. Il genio di O'Connell, con quella sicurezza di previsione che non gli
venne mai manco, pien di fiducia nella giustizia della sua causa, e molto più
nella protezione della Regina del cielo, dopo ottenuta questa prima vittoria»
si tenne per sicura ancor la seconda; e come se^ pei solo fatto di questa
elezione, fosse divenata già libera l'Irlanda, tra le rfsa di scherno degli uni
e i segni d'incredulità degli altri, intonò l'inno della liberazione, dicendo
a*suoi Elettori: « Uomini di dare, voi sapete che la sola base della libertà si
è la Religione. Voi avete trionfato, perchè la vostra voce, che si è elevata
per la patria, avea precedentemente esalata al Signore la preghiera. Ora canti
di libertà si fanno sentire nelle nostre campagne; questi suoni percorrono le
valli, riempiono le colline, mormorano nelle acque dei nostri fiumi; e i nostri
torrenti, colla lor voce di tuono, gridano agli echi delle nostre montagne: É
liberata l'Ialanoa! . Or, come lo predice, cosi avviene. Si presenta alla
camera dei Comuni; un usciere gliene contrasta l'ingresso. Siete cattolico, gli
dice, non vi è luogo pe' cattolici in una assemblea protestante. E poi, giurate
voi i trentanove articoli della religione Anglicana? « Io giuro, ripiglia
O'Gonnell, fedeltà al mio Re ed a tutte le leggi giuste del Parlamento; ma non
giuro l'eresia e la bestemmia. Chieggo alla Camera di essere ammesso a provare
il mio dritto. » Questa dimanda si inusitata è accordata, più per istinto di
curiosità che per principio di giustizia. Il grand'uomo è introdotto. Angiolo
tutelar dell'Irlanda, venite deh in soccorso del suo generoso avvocato! Non mai
causa più grande fu messa in deliberazione al tribunale degli uomini. Non mai
più gravi interessi dipendettero dalla parola di uà uomo! Trattasi della
libertà o della servitù civile e religiosa di un gran popolo; trattasi della
stabilità o della ruina di un grande impero! Non temiamo però. Queste
circostanze hanno di già elevato O'Conneli sopra se stesso. Egli sente tutta
l'importanza della missione di cui è incaricato. L'assemblea prende Tattitadine
della più gran serietà. Nessuno 6ata; tutti gli occhi sono rivolti sopra di
lui, e tutti i cuori palpitano dove di speranza, dove per paura. O'Conneli
parla, ma con tuono si maestoso, con voce sì ferma, con tale elevazione di
sentimenti, forza di ragioni, magnificenza di stile, vivezza di espressione,
calore di affetti; che scuote e fa tremar tutti da prima, e quindi convince i
più difficili, doma i più ribelli, commuove i più duri; ed in fine fa rimaner
tutti come estatici e fuori di sé per Io stupore: sicché rimirandosi l'un
l'altro parean dirsi con un eloquente silenzio: « Non mai uomo ha parlato cosi.
Chi avrebbe coraggio di dar torto a un tal uomo? » I pregiudizii adunque
cedono, gli odii religiosi taciono, le vecchie usanze non si attendono,
l'eresia si arrende, la giustizia trionfa; ed ecco, in persona di 0*ConneII, il
Cattolicismo prender polito nel Parlamento britannico, dopo tre secoli dacché
ne era stato sbandito! 39. Ma l'Emancipazione? Non temete. La breccia é fatta.
Il nemico è dentro. La cittadella è impossibile che non cada. Non passa infatti
che un anno; e soggiogato dalla parola possente di O'Conneli, e dalla forza
àeìV opinione e delle simpatie de' popoli (22) che O^Gonnell era giunto ad
interessare nella soa causa, lo stesso ministero torys, che era stato
costitoito per aggravare la servile condizion dell'Irlanda, è obbligato a
proporre il Bill della sua libertà. Una parte notabile dei Comuni si oppone;
l'Aristocrazia minaccia; l'Anglicanismo protesta; lo stesso re Giorgio IV, le
cui ottime qualità d'inglese e di cristiano erano oscurate dal fanatismo di un
settario, ne freme ; nella rabbia dell'orgoglio reale, umiliato di dover cedere
ad un privato, battendo i piedi, gittando la penna, e prorompendo nella
imprecazion plateale : « O'Gohnell sia dannato da Dio (6od damne O'Gonnell) : »
ricusa di sottoscrivere. Tutto però è inutile. Bisogna cedere, bisogna
arrendersi; e la gran le^ge, che tanto onora la benché tarda giustizia, la
generosità e il buon senso inglese, è firmata; e la libertà civile e religiosa
dell'Irlanda, come un trattato di pace che si è obbligato a sottoscrivere in seguito
di una sconfitta, è stipolata tra la gioja degli uomini liberi ed il plauso del
mondo! O vittoria! Dopo la vittoria, onde il Cristianesimo primitivo ottenne i
suoi dritti civili e la sua libertà religiosa da quegli stessi Imperadori che
lo avean per tre secoli trattato da schiavo, non vi è stata mai vittoria di
questa più nobile, più magnifica e più sorprendente! Da UDa parte erano
interessi politici e rivalità di fortuna, privilegi di casta e pregiadizii di
educazione, antipatie nazionali ed odii religiosi, Pop* posizione del re e la
repugnanza del popolo, ed infine una eresia radicata da trecent'anni nel suolo,
intelligente, interessata, padrona delle terre, dei capitali, della marina,
dell' armata, del parlamento; cioè a dire: che combatteron da un lato tutte le
passioni, tutti gli errori, tutti i talenti, tutte le ricchezze) tutte le
forze; e dall'altra lato ha pugnato un privato, povero, inerme, appartenente ad
una nazione serva, ad una razza proscritta; un privato che chi chiama temerario
e chi forsennato; chi lo taccia d'ambizione e chi di fanatismo; chi Io insulta
e chi lo deride, chi lo disprezza e chi Io minaccia, chi ne sogghigna e chi ne
freme. Eppure quest'uomo solo, questo privato, si combattuto, si attraversato,
forte soltanto della sua eloquenza sostenuta dalla sua Religione, vince tanti e
si poderosi nemici; ed a quella colossale Potenza, che dispone a suo grado de'
destini del mondo e della sorte dell'umanità, a cui nulla resiste e che trionfa
di tutto, O^GonnelI ha resistito, l' ha vinta, ne ha trionfato! avvenimento,
grande, unico, stupendo, che cambia la faccia del mondo e onora un secolo! e
che, compiutosi sotto degli occhi nostri, e tramandato alla storia, troverà
incredula la posterità meravigliata; e di cui perciò può dirsi: Opus factum est
in dt'ebus nostris, quod nemo credet cum narrahitur (Habac.J! Ma le leggi
municipali d'Irlanda erano stafìe combinate in modo daireresia, cbe i cattolici
non polean nel Goninne ottenere alcun posto, esercita-* re alcun dritto, nemmen
di piantare un negorìo» nemmen di aprire una bottega: dipendendo tatto ciò
dairarbitrio e dal capriccio dei protestanti. L'Emancipazione politica
de'Gattolici adunque, in dritto, era senza dubbio moltissimo, ma non era nulla
in fatto senza l'Emancipazione civile. Ora O'Gonnell anche questa vittoria
ottiene; e per essa ba messo in mano ai cattolici tutte le municipalità
dell'Irlanda. Poicbé, uso ad entrar sempre in Parlamento con in bocca il grido
compassionevole insieme e terribile « Giustizia per rirlanda » onde fa rabbrividar
chi lo ascolta; alla forza di questo grido, sostenuto da una agitazion sempre
viva, da una eloquenza sempre possente, da milioni di petizioni (23); non vi è
nulla che tenga, non vi é nulla che regga, non vi è nulla cbe resista. Cosi
ottiene egli pure che fossero per metà diminuiti i vescovati ed in gran numero
soppresse le parrocchie dell'eresia: piante parasite che si alimentavano dei
sudore della cattolica Irlanda! Cosi le ottiene ancora l'esenzione daU pagare
decime odiose pel mantenimento del culto protestante da cui era oppressa. Così
ottiene che la sua patria, già serva dell'Inghilterra ne sia divenuta rivale,
già schiava sia divenuta libera; già aggregato d'individui poveri, umiliati,
infelici, sia sorta in una nazione proprietaria, compatta, maestosa, terribile.
56 41. Che se la morte gli ba impedito di veder compiuto il trionfo
dell'Irlanda, per la Revoca delPaito iniquo che riunisce i due popoli sotto uno
stesso regime; questo trionfo però O'Gonnell, colla sua agitazione, co'suoi
disegni, colle sue norme, co'suoi sagrificii, lo ha così ben preparato, che è
impossibile che non si ottenga. £ poi non ha egli lasciata i suoi figli, credi
del suo spirito, delle sue virtù e della sua gloria, come del suo sangue? £ poi
il suo secondogenito non é stato di già chiamato ad occupare Io stesso rango
politico del Padre dalle onorevoli simpatie e dalla libera scelta del Clero e
del popolo? E poi non ha preso egli a seguire i principii, i piani del
genitore, a battere le medesime vie ? Ah sì, Giovanni compirà 1' opera di
Daniello! Il nuovo Giosuè introdurrà il nuovo popolo eletto nella vera terra
promessa di una completa indipendenza, che il nuovo Mese non potè che salutare
da lungi. La stessa Inghilterra sarà costretta a lasciare andar libere le sante
tribù. Essa incomincia a comprendere, che due popoli, di indole, di costumi, di
linguaggio e molto più di religione diversi, non possono stare insieme uniti
sotto un regime medesimo; che Tlrlanda, priva del suo particolar parlamento,
non è un appoggio per Fin* ghilterra, ma un imbarazzo, un peso; e che non può
essere salvata dalla fame e dalla peste, che minaccian di distruggerla, se non
per un regime suo proprio. Sì^ o generosa nazione, da quest'ultimo travaglio
che ti desola e.ti affanna, risorgerai più libera, più gloriosa e più forte.
Inghilterra e Irlanda non sa* rete più due popoli 1' uno all'altro soggetto per
odiarvi e indebolirvi l'un l'altro ; ma, secondo le intenzioni sublimi, ì
generosi sentimenti del gran* d'aomo che tanto onorate e che tanto vi onora,
sarete due giojelli della stessa corona, due appoggi dello stesso tronoj due
nobili sorelle della stessa famìglia, che, amandovi, sostenendovi l'nna e l'ai*
tra y camminerete sicure nelle vie della vera li* berta, della vera grandezza,
al compimento dei su* blimi disegni cui la Providenza vi ha destinate-, per la
diffusione del Vangelo, per la emancipa* zione degli uomini, per la salute del
mondo! .42. Ecco dunque un piccolo saggio di ciò che è stato O'Gonnell come
cittadino. Oh quanto perciò la sua gloria è più splendida di quella di un
Napoleone! Ah che nel paragonare questi due uomini, i più straordinarii
de'tempi moderni, e che hanno riempita la prima metà del nostro secolo della
grandezza del loro nome, O'Gonnell e Bonaparte, la storia imparziale dirà: che
l'uno è stato il genio della pace, l'altro della guerra. L'uno ha assicurati i
figli alle madri, i mariti alle spose, i padri ai pupilli; l'altro li ha tolti.
L'uno ha salvato milioni di vite, l' altro le ha sagrificate. L' uno ha
predicata la fedeltà, l'altro la ribellione a -tutti i governi stabiliti. Il
nome dell'uno non ricorda che grande disinteresse, grande amore della
giustizia. della legalità e dell'ordine; il nome dell'altro non rammenta che
grandi scompigli, grandi ingiastizie, grandi spogli e grandi usurpazioni. L'uno
ha fatto rivivere i principii di civile indipendenza deposti nelle antiche
costitazioni delle monarchie cristiane; Taltro li ha distrutti. L'ano ha per
quarant'anni lavorato alla vera libertà di tutti i popoli; l'altro, sotto il
nome di Centralizzazione, ha creata una servitù universale. E ciò, perchè mai?
Perchè Napoleone si è ispirato dell'ambizione, O'Gonnell della carità. Quello
ha disprezzata laBeligìone, imprigionando l'augusto suo Capo; questi l'ha
onorata, Tha amata, mandando a questo Capo in omaggio il suo cuore; quello,
cittadino mondano, si è servito di una filosofia miscredente per creare la
servitù; questi, cittadino cristiano, si è giovato delle pratiche che la
Religione impone, delle dottrine che la Religione insegna, della carità che la
Religione ispira, per far regnare la libertà. E quindi l'uno ha ottenute solide
conquiste; l'altro ba visto, pria di morire, dileguarsi le sue. L'uno ha
lasciato dietro di sé un solco di luce, V altro una striscia di sangue; ed ove
la memoria di Napoleone ispira un non so che di lugubre e di orrendo (24), e
non desta che una sterile ammirazione mescolata col pianto; al contrario la
memoria di 0*ConnelI fa tripudiare di gioja e, sempre benedetta, sarà l'amore e
la delizia del mondo! Imperciocché il Liberatore d'Irlanda non bft distretti
all^Irlanda i benefici! della libertà, ma li ba estesi ancora a tutta FEuropa,
a tutto il mondo. Deh che Iddio non crea i grandi uomini per l'utili* tà di un
sol tempo e di un sol popolo, ma per rutilila di tutti i popoli e di tutti i
tempi; e l'uomo di genio perciò appartiene a tutta l'Umanità. Qui però, per
farvi intendere il mio pensiero^ bo bisogno di indicarvi almeno una importante
dottrina, cbe sola può darci T intelligenza delle due principali epoche della
storia moderna. La storia del nostro secolo è scritta in quella del secolo
decimosesto. Uomini di tutti i talenti, ma insieme di tutte le infamie e di
tutti i delitti, con in bocca la parola Riforma posero allora sossopra il mondo
cristiano; ed uomini di simil tempra a'di nostri, con sulle labbra la parola
Libertà^ hanno sconvolto tutto il mondo politico. Ma come mai ? £ egli dunque
dato al genio del male, personificato in un qualche uomo, di agitare, di
sconvolgere a suo grado il mondo, e trarlo negli abissi della ribellione o
dell'eresia? No, no, non è altrimenti cosi. Gli eresiarchi del secolo
decimosesto amavan si poco la Riforma^ quanto poco i rivoluzionarii dei tempi
nostri amano la Libertà. Come nella bocca di quelli la parola Riforma, cosi la
parola Liberia nella bocca di questi non è che un pretesto, nna menzogna, una
impostura. Con queste magiche parole quelli vollero distrugger la Chiesa,
questi la società. Tutto ciò è vero, tutto ciò è provato dall'esperienza. Gli
uni e gli altri non hanno sul lor passaggio ammassato clie ruine; e, padroni
del campo, gli uni si sono mostrati cristiani i più empii e i più corrotti
(25); gli altri i più despoti e i più crudeli fra gli uomini di stato. Come
dunque, e donde hanno essi mai attinto sì gran potere, da strascinare la metà
dell'Eurqpa ne^ loro disegni di disordine e di errore? Yel dirò io. Simile ad
un fiume che in certi punti del suo corso ammassa immondezze, il tempo riunisce
in alcune epoche disordini e abusi. Questo fenomeno è comune a tutte le umane
società le meglio costituite; e la stessa Chiesa, nella parte che essa ha di
umano, non ne va esente. Allora un malessere^ una atonia, una perturbazione
secreta s'impadronisce del corpo sociale, che chiama, che cerca un rimedio
pronto ed efficace; e chiunque, colla raccomandazione dell'ardire, della
scienza e del genio, si offre ad apprestarlo, è sicuro di essere ascoltato.
Pertanto, come gli scandali e gli abusi degli ecclesiastici, accumulatisi dai
secoli precedenti nel secolo decimosesto, fecero della Riforma un bisogno
universale nella Chiesa; così le ingiustizie e gli arbitrii dei politici, dai
precedenti secoli derivati nel nostro, bau fatto nello stato un bisogno
universale della Libertà. Non è dunque per avere insognate false dottrine che
gli eresiarchi e i rivoltosi hanno ottenuto si 61 grandi e si funesti successi;
ma perchè hanno indovinato, sono iti incontro ad un bisogno vero, universale
della Chiesa e dello stato; e si sono offerti di appagarlo: promettendo,
predicando colla lingua quello che certamente non avean nel cuore, cioè: questi
Libertà^ e quelli Riforma. 44. Ma in questo rapido colpo d'occhio sopra le
indicate due epoche, e sulle cause delie orribili perturbazioni che yì sodo
insorte, è indicata non solo la Glosofia della loro storia, ma ancora la natura
del loro rimedio. Come mai l'eresia fu nel secolo decimosesto arrestata nel
tremendo suo corso, che minacciava di avvolgere nelle immonde sue acque
l'intera Europa? Coll'avere la Chiesa adottata la parola medesima dell'eresia,
e gridato essa pure: Riforma. Deh che appena la Chiesa, pria per la bocca del
gran Pontefice Paolo III, e poi nel gran Concilio di Trento, articolò questa
gran parola, Reformatio (26); questa promessa, questa speranza di una riforma
vera, data dalla Chiesa, rese vana la falsa riforma proclamata e offerta
dall'eresia; le spezzò in viso il talismano tremendo della magica parola, con
cui avea fatto a tanti popoli illusione; e Teresia luterana e calvinista, che
stava già per invàder la Francia e l'Italia, restata come dottrina politica
degli stati che vi piantaron sopra le loro costituzioni e le loro dinastie,
come dottrina teologica però cessò di fare nuove stragi e nuove conquiste. Or
al medesimo modo, la rivoluzione, che minaccia di fare il giro del globo, non
potrà essere arrestata nella sua marcia devastatrice dei troni e degli stati,
se non allora quando gli stessi governi, adottandone la medesima parola,
grideranno essi ancora Libertà. Questa parola, io lo ripeto, è senza dubbio
cotanto bugiarda nella bocca dei demagoghi, quanto già la parola Riforma Io fu
nella bocca degli eretici. Ma se, prendendo esempio da ciò che ha fatto la
Chiesa rispetto alla Riforma, i governi adottano la stessa gran politica larga
e generosa riguardo alla libertà; se faranno una verità di questa parola, che
in bocca alla sedizione è lina menzogna; se si affretteranno essi di compiere
ciò che la rivoluzione può promettere, senza poter mai mantenere; se,
accorrendo così a tempo a sodisfare a ciò che è oggi un bisogno reale, sensibile,
evidente dei popoli cristiani, li liberano dalle seduzioni della demagogia; se
faran di buon grado e dentro certi limiti, ciò che potrebbero essere più tardi
costretti a fare smodatamente da una inesorabile necessità; essi toglieranno ai
nemici dell'ordine il favore dei popoli; e siccome una saggia riforma, eseguita
dalla Chiesa, disarmò l'eresia, cosi una saggia libertà conceduta dai governi
disarmerà la rivoluzione; e questo si è, s'intenda bene, il mezzo unico, il
mezzo sicuro, infallibile da farla terminare. 45. Ora questa grande dottrina si
semplice, ma insieme sì profonda^ iaiesa da pochi, e non professala da ninno ai
principio di questo secolo, 0*Gonnel! è stato il primo a proclamarla, ad
inaagnrarla, a metterla in pratica col più grande successo. . Quando qaest*nomo
singolare incominciò a mostrarsi sulla scena politica del Regno-Unito, cioè nel
plii gran teatro del mondo, i migliori spiriti erano, intorno alla libertà,
dominati da pregiudizii funesti, ma disgraziatamente troppo giustificati dalla
vista di tanti troni vacillanti o caduti, di tante dinastie spente o
proscritte^ di tante espoiiazioni, di tante stragi, di tante mine eseguite a
nome e sotto il vessillo della libertà. Qjuesta parola, indice di tanti
eccessi, facea palpitar di paura. Questo vessillo, lordo di tanto sangue, non
destava che orrore. Tutte le idee di ordine si erano immedesimate perciò colle
idee di un insensato assolutismo; e tutte le idee di libertà in quelle di un
giacobinismo crudele. Libertà era sinonimo di ribellione; liberale, di
regicida. Ogni tentativo di politica riforma era riputato un attentato contro
la stabilità dei troni e la tranquillità degli stati.Un dispotismo illaminato
era riguardato come l'unico rifugio dell'ordine, runico tutore della società.
Cosi la fedeltà moderna non comprese più Tordiae senza il dispotismo: come
l'antica filosofia non comprese mai la società senza la servitù! 46. Ma da che
un uomo, come O'Connell, di cui non si potca mettere in dubbio, né la grandezza
del 64 genio, né la purezza deHe intenzioni, ne la fedeltà al suo principe, né
l'amore pel suo popolo, né sopratuito rintelligenza della sua fede, né la
sincerità della sua religione; dacché, in somma, si yide questo gran cittadino
e gran cristiano insieme, in« Yocare, predicare la libertà e francamente dirsi
e protestarsi liberale egli stesso; queste parole*incominciarono da prima a
suonar meno ingrate alle orecchie delicate e schive del Cattolicismo e della
fedeltà irlandese. Poi divennero familiari in quel popolo; poi vi si
naturalizzarono, e con esse le idee che rappresentano, i sentimenti che
ispirano. InGne l'Irlanda, alla scuola e sotto le ispirazioni del suo
O'Gonnell, divenne il popolo più liberale di Europa e il più entusiasta per la
libertà. Ma di qual libertà! Deh che la nazione irlandese, che Te* resia
anglicana, orgogliosa e crudele come i Giudei, bestemmia e insulta, dopo di
averla crocifissa, è frattanto una nazione di eroi. Essa, formata delle teorie
cristianamente liberali di O'Gonnell, ha adottata la vera libertà figlia della
Religione; si è garantita dalla falsa, parto mostruoso della ribellione; ed ha
presentato al mondo lo spettacolo unico di un popolo libero nel chiedere, e
docile nell'ubbidire; geloso della sua indipendenza, e nemico della sedizione;
amante del suo paese, e fedele al suo re; abbastanza fiero per non avvilirsi, e
abbastanza saggio per non insolentire; sublime nella rassegnazione, e moderato
nella resistenza; zelante 65 dei proprìi diritti, e scrupaloso a rispettar
quelli di altrui; che si riunisce ma senza tumulti, che si lagoa ma senza
invettive, che grida contro la ingiustizia, e non S(»'passa mai i limiti della
legalità. Oh gloria dunque, o trionfo di O'Gonnell di avere cosi il primo
riconciliata la libertà coH'ordine, l'indipendenza colla fedeltà, e di aver
trasformato in principio di sicurezza a di felicità il principio delia
distruzione dei troni, della desolazione e delia servitù del popolo! Questa
grande rivoluzione pacifica, nelle idee e nei sentimenti, ben presto
dall'Irlanda guadagnò ringhilterra, e dall'Inghilterra cominciò a percorrere in
tutti i sensi l'Europa. L'esempio di una nazione di otto milioni di uomini che,
fedele alle dottrine del suo maestro e direi quasi profeta, è sempre agitata e
sempre tranquilla, sempre intenta a discutere i suoi diritti e sempre esatta a
compire i suoi doveri, sempre sdegnata delle ingiustizie che soGTre e sempre
fedele; quest'esempio, io dico, fece aprire gli occhi a moltissimi, e sparse un
gran lume sulla scienza di stato. I pregiudizi! si dissiparono. I grandi ingegni
videro d' allora possibile un'^allcanza tra la libertà e la ubbidienza, fra
l'agitazione più vivace ed il rispetto alle leggi, fra i diritti della
sudditanza e la sicurezza del principato, tra la indipendenza del popolo e la
stabilità degl'imperi. Là parola libertà si cominciò a pronunziare senza
ripugnanza, ^i cominciò a conoscere 6 66 cbe si ^uò amare il popolo, senz'esser
nemico dei re} ed essere liberale, senza essere giacobino. E gran cosa! Doye
credete Toi che oggi si» ritrovino i proTOcatori audaci di leggi di eccezione,
gli adulatori vilissimi del Potere, i sostenitori della dottrina degli antichi
popoli pagani, deìVassoluta supremazia dello Stato : dottrina che abbandona
tolto un popolo cristiano airarbitrio, al capriccio di un pugno di uomini che
si dicon lo Stato, e crea una servitù universale? Dove credete voi che oggi si
ritrovino coloro che ricusano la libertà ai genitori di educare i proprii
figliuoli; alla Comune, di regolare le proprie spese; alla Provincia, di
provedere alla sua prosperità; alla Chiesa, di predicare e condurre i popoli
nelle vie della verità e della giustizia? Dove credete voi che oggi si
ritrovino coloro in cui Podio del popolo è eguale ali* insolente disprezzo con
cui ne parlano? Dove credete voi infine che si ritrovino i nemici di tutte le
libertà, i fautori impudenti di tutte le servitù ? Si trovano fra'più fanatici
demagoghi, tra gli allievi del giacobinismo e defla ribellione. Mentre al
cootrario la libertà non trova amici più sinceri, seguaci più costanti, difensori
più intrepidi, avvocati più generosi, che fra' più devoti partigiani dell'ordin
monarchico, fra gli eroi e i martiri della fedeltà ! Ora un cambiamento sì
strano e si inaspettalo ha avuto il suo principio, la sua causa in Irlanda; è
nato sotta gli aùspicii e il magistero di 0*Con nell. É stato egli che,
coll'esempio delia sua patri», ha dove modificate, dove cambiate affatto le
idee politiche di una gran parte di Europa. È stato egli che ha screditata la
falsa, libertà e raccomandata la vera. É stato egli che ha smascherata
Tipocrisia dei demagoghi, e svergognata per sempre la sedizione. £ vero che
questa dottrina è quella degli antichi Apostoli, degli antichi Cristiani, degli
antichi Martiri che, mentre colla voce e cogli scritti, colle loro proteste nei
tribunali e colle loro apologie presentate agrimperatori, reclamavano i proprii
diritti e gridavano contro l'oppressione, non cessavan di esser fedeli. Ma la
paura del peggio Tavea ecclissata e presso che spenta questa nobile dottrina^
fra le persone fedelmente cristiane e cristianamente fedeli. Un pensiero, una
parola di lagnanza contro unMn giustizia, ài censura contro di un abisso del
Potere, sarebbe loro parso un delitto. Ora O'Gonnell l'ha risuscitata questa
dottrina concili»trice, l'ha restaurata^ l'ha diffusa, l'ha insegnata colla
potenza della sua parola e col fatto de'suoi successi, r ha renduta comune e
popolare in Europa. 47. Voi stessi, o Remani, che ciò ascoltate, voi sì siete
una prova che le influenze dell^ apostolato politico di O'Gonnell han penetrato
fino in questa bella parte di Europa. 68 Imperciocché, è vero, lo dirò io con
dolore, è vero che vi è forse fra voi àncora un qualche tardo allievo della
filosofia rivoluzionaria dello scorso secolo, un qualche pedante insensato che
agogna a realizzare in Roma cristiana le teoriche republicane di Roma idolatra,
e ad applicare le sue idee di collegio alla società. È vero che vi son di
quelli pei quali, come già pei sangui* narii Sanculotti del . 97 da cui
discendono, la parola di libertà del popolo nasconde la trista idea della
distruzione e l'orribile sentimento delPodio della sovranità. Ma questi
degeneri cittadini (se cittadino può dirsi chi meditd la ruina della sua patria
) sono pochissimi. Il popolo però, il vero popolo romano, pel suo spirito di
ordine, ^i ubbidienza e di amore versa il suo principe, divenuto Tammirazione
dell'Europa e del mondo, guarda con orrore ed obbliga a mascherarsi questi
fabbri occulti di ribellione, e detesta le loro dottrine di disordine e di
sangue. Il suo squisito buon senso non si -lascia prendere alle loro insidie,
alla loro ipocrisia. Non comprende la libertà che coir ordine ; non divide il
desiderio del suo ben essere dalla fedeltà e dall'ubbidienza ai suo sovrano.
Che anzi questo popolo si buono e sì intelligente ha perfezionata, direi quasi,
la dottrina che V apostolato di O'Gonnell ha accreditata in Europa. Roma alla
più scrupolosa legalità ha aggiunto l'entusiasmo dell'amore. Chic 69 de per
mezzo di una agitazione amorosa, come Irlanda ha chiesto per mezzo di una
agitazione legale, la riforma degli abusi onde il tempo e le passioni, come
sempre e da per tutto accade, hanno alterata la natura deirantìca Costituzione
degli stati della Chiesa, che conciliara si bene (28) l'ordine e la libertà. E
poiché il linguaggio di un popol che ama è impossibile che non sìa inteso da un
Pontefice tutto amor pel suo popolo; poiché i cuori che sinceramente si amano è
impossibile che alla fin non s'intendano ; oh il bel vanto che tu, o Roma, ti
prepari, se però t'intendono, se però non ti arrestano, se però non
t'ingannano, se però non ti tradiscono! oh la bella pagina che aggiungerai alla
tua storia! quella in cui la posterità maravi- ^ gliata leggerà la conquista
che tu avrai ottenuta di una saggia, di una vera libertà, per le vie sol
delFamore! 48. Dico di una vera libertà: giacché, siccome vi è il vero oro e
Toro falso, cosi vi è la libertà vera e la falsa libertà. Oh come quella è
vaga! Oh quanto questa, è deforme! Oh come quella è maestosa! Oh quanto questa
è terribile ! Oh come ' quella spira grazia e calma ! Oh quanto questa tramanda
spavento ed orrore! L'una ha ornato il capo della splendida aureola
dell'ordine, Fallra lo ha ricoperto del berretto rosso dell'anarchia. L'una
stringe in mano l'ulivo di pace, l'altra la fiaccola della discordia. L'una è
vestita di un abito si 70 bianco come qaello deirinnoccnza; TaUra è ayrol^ la
nel nero paludamento del delitto, macchiato di sangue* L'una è il sostegno dei
troni, 1* altra ne è la mina. L'una è la gloria e la felicità dei popoli,
Taltra ne è Tìgnominia e il flagello. Questa sbuca dall'inferno come uno sbuffo
avvelenato dallo spirito del diavolo; quella, come un^aura soave dello spirito
di Dio, discende dal cielo; Ubi spiri' tus Domini ibi libertas (7, Corinthi Z)!
49. Perciò, intendiamolo bene, miei cari fratelli, questa vera libertà esce non
già dalle orgie clandestine della ribellione, ma dal Santuario; germoglia dalle
dottrine non già della filosofia, ma della Religione. La libertà è la
radiazione pacifica della verità, come la servitù è il lampo funesto
dell'errore. Non può perciò ottenersi sincera e pura che dalla Chiesa in cui
sola si ritrova sincera e pura la verità. Come dunque è stata la Chiesa che ha
sostenuta la libertà metafisica dell' anima umana contro i filosofi e gli
eretici che Thanno impugnata; come è stata la Chiesa che ha creata la libertà
domestica, elevando la sposa, e consecrando i figliuoli; come è stata la Chiesa
che ha introdotta la libertà cn?f7e, abolendo fra'popoli cristiani la vendita
dell'uomo e la servitù; così solo la Chiesa potrà proclamare la libertà
politica, fissando i veri, i giusti limiti delTubbidienza e del comando, i veri
e giusti dritti, i veri e giusti doveri del popolo e del principato. Fedeltà
dunque, ubbidienza, fiducia, amore alla vera Religione: ad imitazione del
grand'Uomo di cui deploriamo la perdita, che non solo si è della Religione
giovato per ottenere la vera libertà, co» me abbiamo vedato^ Liberavit gentem
stuim a perdittane; ma, come qaesf altra volta vedremo, si è servito della
libertà per far trionfare la Religione; Corroboravi^ temphm. ELOGIO FUrVEBRE.
Simon magnusjqui liberava gentem suam a perditione; et in dièbus suis
corrobaravit templum (Eecli. ^J, 50. Siccome tì é una vera grandezza, figlia
della virtù e del merito; così ve ne è una falsa, figlia del favore e del
capriccio di chi la comparte, o del pregiudizio edeirioganno di chi la credevo
inGne delTadolazione, dell'intrigo^ della viltà di chi se la procura. Come però
la grandezza é diversa nel suo principio, cosi varia altresì nella sua darata.
La falsa grandezza non basta a raccomandare, ad elevare nemmen la persona, che
ne è rivestita come di un abito che non le si assesta; e perisce con essa, e
spesso ancora prima di essa. La grandezza vera al contrario nobilita, non che
una persona, tatta una famiglia; come una pura luce si riflette ancora so* pra
una lung^ discendenza; e gli emblemi più bril« lanti ne trasmetton la gloria
sino alla posterità più rimota. Egli è perciò che nel magnifico stemma della
famiglia O'Gonnell si legge il bel motto «L'Occhio di O'Gonnell è la salate
d'Irlanda; SaUus Hibemiae oculus O'Connell. » 51. Se non che questo splendido
motto non solo é la testimonianza delle glorie passate di questa illustre
famiglia, ma ancora è stato come una profezia delle sue glorie future, che in
Daniello O'Gonnell ha avuto il suo compimento. Giacché l'occhio vigile e
penetrante di Daniello O'Gonnell ha salvata ai giorni nostri l'Irlanda; Saìus
Hihemiae oculus 0*Cannell; essendosi egli, cittadino cristiano, giovato della
Religione per conquistare la libertà della sua patria, siccome ve I' ho di già
dimostrato; e, cristiano cittadino, essendosi della libertà servito per far
trionfare la Religione, come debbo dimostrartelo questa mattina: il perchè è
stato grande della grandezza verace, e a cui può perciò attribuirsi l'elogio
della Scrittura; Simun Magnus, qui Itbera^it gentem suam a perditùmcj et m
JUeiui iuts carroboravit templum. Io non vi chieggo più oggi, miei cari Romani,
la vostra attenzione, il favor vostro; nella vostra indulgenza voi me lo avete
di già accordato nella maniera la più lusinghiera per me; io ne sono in
possesso. Non mi resta dunque che cordialmente ringraziaryene^ profittarne ed
incominciare. Simile ad un Sovrano legittimo, la verità non ha bisogno che di
se stessa, non ha bisogno che di ri« Telarsi per quella che è, per riscuotere
Tadesione, l'omaggio e regnare nel mondo delle intelligenze* AI contrario,
simile ad un tiranno usurpatore, Terrore non può imporsi alle menti degli
uomini, non può conservarne Fimpero che per mezzo della forza e dell'inganno.
Perciò, ovei'Eresia comincia sempre dalPattaccarsi ai Grandi, per quindi, col
favore delle loro passioni e colla forza del loro, potere, dominare il popolo;
la Dottrina cattolica al contrario comincia sempre dalPannunziarsi da so sola
al popolo, e poi si degna di ammettere alla sua seguela anche i Grandi, a patto
però che veiigan col popolo ad assidersi alla mensa, a bere alla tazza
dell'eguaglianza Cristiana, vestiti delle divise dell'umiltà. Ove l'Eresia è
sempre in ginocchio a pie dei troni,' implorandone uno straccio di porpora che
la ricuopra, una spada che la difenda; la Dottrina cattolica, santamente altèra
della divina sua origine, non si presenta ritta in piedi innanzi a'troni che
per predicar loro le più moleste verità, i più duri doveri. Ove in fine le
Chiese ereticali e scismatiche vaU mendicando sempre dagli uomini protezione ;
la vera Chiesa non chiede a Dio se non libertà] Ut Ecclesia tua secura Ubi
serviat libertate. Quindi, come l'ho altrove avvertito, la libertà di coscienza
che, nel senso assoluto^ è indifferenza, a* teismo, empietà, giacché è la
negazione di ogni rivelazione, di ogni religione positiva, di ogni regola del
credere e dell'operare; nel senso relaiivo però, cioè, rispetto alla Potestà
civile, che non ha avuto da Dio la missione di predicare e d'interpretare il
Vangelo, è un principio cattolico, che la Chiesa ha professato, ha insegnato,
ha difeso; e cui non potrebbe Finanziare senza abdicare alla sua divina missione,
senza distruggersi; è una condizione necessaria della sua esistenza e della sua
propagazione. 53. Ma poiché, sulla fine dello scorso secolo, la Chiesa
cattolica avea veduto, a nome e dagli apostoli della libertà, imprigionati i
suoi Pontefici, dispersi i suoi ministri, distrutti i suoi altari, profanati i
suoi tempii, violate le sue vergini, usurpate le sue sostanze, aboliti i suoi
chiostri, screditate manomesse le sue dottrine, le sue leggi, il suo culto, le
sue istituzioni; poiché infine in quell'epoca funesta la Libertà camminò sempre
in compagnia della bestemmia e del sagrilegio; cosi cominciossi a rigiiardare
come la nemica necessaria, inconciliàbite della vera Religione; ed i veri
fedeli non poteano adir la pa- rola libertà senza fremere, e non credeano
poterla pronunziare senza delitto. Che anzi, poiché nell'epoca medesima
l'Altare era caduto sotto i colpi della stessa scure che avea smantellato il
Trono; invalse l'idea che solo insie- me uniti potean risorgere. Quindi il
Trono eVAUàrt ispirarono Io stesso interessaniento, si troiiaroDO uniti nella
mente) nel cuore e sulla lingua di tutti ì buoni. E poiché una trista
esperienza avea dimo- strato clie il Trono non potea far di meno delF Alta- re;
cosi cominciossi anche a credere che neppur T Al- tare potesse far di meno del
Trono. E quindi altresì il Trono fu considerato come l'appoggio necessa- rio
non solo dell'ordine politico ma ancora del- l'ordine Beligioso. Queste idee
eran divenute comuni in Europa. iTeri Fedeli tenean fiso lo sguardo non solo sui
troni* cattolici, ma ancora sui troni protestanti. Gli stessi cattolici dell'
Irlanda non aspettavano che dalla liberalità della Corona protestante del-
l'Inghilterra l'emancipazione della loro coscienza é della loro Beligione; e
tutte le loro speranze avean riposte in un trono costituzionalmente nemico
della lor Fede. 54. Ma questo era lo stesso che fare della divina Religione una
istituzione umana che non può far di- meno dell'appoggio dell'uomo. Ma questo
era lo stesso che abbandonare la fede, la morale, il culto, la Chiesa
all'arbitrio del Potere civile, che, sotto pre- testo di esserne protettore,
non avrebbe mancato di farsen Pontefice; ed è provato, che la Chiesa ha avu- to
più spesso a dolersi dei suoi protettori che dei suoi persecutori. Questo era
lo stesso che far dipen- dere dal buono o reo volere del Principe la Fede del
popolo, consacrare come politicamente legìttimi 78 tutti i sistemi di errore,
persia Tateisaio; e consen- tire alla più'dura, alla più insopportabile, alla
più umiliante di tutte le servitù, la servitù della co- scienza; e voler
distratto fin l'ultimo vestigio del- la dignità umana. Quanto non era dunque
importante^ necessario il far sentire ai popoli che il Potere civile cbe stende
sulla Religione la mano, facendo sembiante di pro- teggerla, la domina, e
dominandola, Tannulla, la degrada; e che la vera Religióne non può sussiste- re
e propagarsi che all' ombra e coll'ajuto delta libertà? Ma, grande Iddio !
distruggere un pregiudizio che un complesso di orribili circostanze avea pian-
tato profondamente negli spiriti più sag^; che, cioè, «La libertà fosse la
nemica del laReligione:» calmare le apprensioni, le paure, i terrori troppo
legittimi che la parola libertà destava ne'cuori più religio- si e più pii;
strascinare un popolo si cattolico, co- me quel deirirlanda, a cercare nella
libertà il trion- fo di quel Gattolicismo, che nel resto dell'Europa era o
spento o malconcio sotto i colpi della libertà: cbe lavoro! che impresa! Una
intera generazione di uomini apostolici' non parca potervi riuscire. Ep- pure,
un uomo solo, un solo secolare, il solo O'Con- nell l'ha fatta. Il suo genio è
bastato per concepirla, il suo coraggio per intraprenderla, la sua costao- za,
la sua potenza per compierla! 55.Con quale prudenza, con quale discrezione^per
non intimidire pregiudizii troppo ragione?oH, sen- timenti troppo delicati, si
applicò da prima e nelle pabbliche concioni e nei privati discorsi, a persua-
dere al popolo e al Clero: Gbe non vi era nulla a sperare in vantaggio della
Religione cattolica dalla liberalità spontanea di un governo protestante; che
Pemancipazione religiosa non si potea ottenere che pel mezzo e in compagnia
deircmancipazione poli- tica; che la indipendenza della Chiesa cattolica in
Irlanda dovea essere una conquista legale, pacìfica del popolo, e non già una
concessione gratuita del Potere; e che la libertà era Punico mezzo che lor
rimanea per far trionfare la Religione! Solea egli spesso ripetere: Che nulla
gli era stato più diffì- cile quanto il persuadere al Clero che la Religio* ne
non dovea, non potea vincere che col favore della libertà. Non mancarono al
principio spiriti piamente de- boli o ipocritamente maligni che, al sentire un
lin- guaggio si nuovo nella bocca del giovine O'Con- nell, ne diffidarono essi
stessi, e lo tradussero al tribunale deiropinion publica, come uno spirito in-
temperante, falsificato dalla filosofia del secolo de- cimo ottavo; o come un
tristo emissario incaricato di inoculare all'Irlanda le dottrine anarchiche
della rivoluzione di Francia; o, in una parola, come un Si^ttario. Ma il suo
orrore pel sangue, il suo amore per la legalità, la forza del suo convincimento
e sopra tutto il suo zelo sincero per la Religione^ 80 dissiparono ben presto
questi sospetti e queste ca* laonie. Le sue sante intenzioni furono conosciute,
le sue dottrine furono intese 5 furon gustati ap* provati applauditi i suoi
disegni. Che anzi, tale si fu l'effetto magico deìla sua pa- rola e della sua
azione, che nel giro di un lustro, riuaci a trasfondere nell'Irlanda tutto il
suo spirito; e a trasformare in se stesso l'Irlanda; attirò nelle sue idee non
solo i cattolici in massa, ma ancora moltissimi protestanti (29); non solo i
secolari, ma ancora gli ecclesiastici; non solo gli uomini, ma ancora le donne;
non solo in Irlanda, ma ancora in In- ghilterra; e stabili V Associazione della
libertà religio- sa^ in cui tutti gli uomini di buona fede, tutti i cuo* ri
nobili, tutti i caratteri generosi del Regno-Unito, di ogni chiesa e di ogni
opinione, si trovaron con* cordemente collegati nella stessa idea di reclamare
coi loro sforzi riuniti la libertà di coscienza dal Po- tere civile, e di far
trionfare la propria religione col mezzo delia libertà. 56. Ma dove fece
singolarmente conoscere la no- biltà della sua anima cattolicamente libera e-
libera- mente cattolica si fu nel grande affare del Feto, os- sia della
pretensione del Governo protestante d'In- ghilterra a partecipare alle nomine
dei vescovi cat- tolici d'Irlanda. Poiché qui sì che addimostrò la scienza dì
un dottore, lo zelo di un apostolo, il co- raggio di un eroe, e, pel molto che
ebbe a soffrirvi, anche la pazienza di un martire. 81 la pretensione del
governo parca discreta o in insigniGcante. Dei tre candidati, che il Clero
d'Ir- landa solea, come ancor suole, presentare alla scelta della S.Sede per
farne un tcscoyo, il Governo anglicano volea la facoltà di escluderne un solo.
I vantaggi che sì promeUeano,per mercede di questa concessione, erano grandi,
lusinghieri e capaci di abbagliare i più cauti e di sedurre anche i più pii,
cioè: rEmancipaziode o la libertà religiosa e politica dL tutti ì cattolici del
Regno-Unito, e la dotazione dell'Episcopato d'Irlanda. Il popolo già
incominciava a sorridere ad una proposizione che gli si presentava come il
termine di tré secoli di orribili angoscia Una parte del Clero, nell'interesse
della dignità della Beiigione, non parve lontana dall'accettare una dotazione
stabile che lo togliesse dalla dura condizione di vivere poco men che di
accatto. L'Episcopato stesso, che, riunito in sinodo, avea sul principio, con
un accordo unanime, respinto questo dono oOerto da greca mano, come
attentatorio alla indipendenza ed alla disciplina della Chiesa; si trovò poi
scisso: giacché alcuni vescovi, ingannati da fallaci promesse, da adulazioni affettate,
avean data al Bill del governo una adesione, di cui ebbero vergogna e dolore e
che rilrattaron più tardi. I cattolici inglesi essi pure, non vedendo nel Bill
insidioso se non una concessione importante che faceva cessar^ la loro
degradazione politica, il foro stato di cittadini senza città, ed apriva loro
le porto del parlamento, si gittaropo dalla parie del governo, ed entrarono con
uno zelo sì deplorabile n^Ile sue yisle, che tacciarono d'imprudente temerilà
Topposizione deirEpiscopato d'Irlanda, ecacciaron fuori e quasi scomunicarono
dal Gomitato cattolico il celebre Monsig. Milner, il solo membro del Clero
cattolico d'Ingbilierra, che in una eloquente memoria al parlamento avea
combattuto la misura goyemaliva collo zelo, col coraggio e colla doltrioa di un
Atanasio. Boma stessa, in q,uesta gran lotta, parve inclinare versoi nemici
della Chiesa d'Irlanda; e, come i me* desimi campagnuoli irlandesi, nella loro
semplicità, Io diccan piangendo: Sembrava essa pure divenuta Orangtsta. Mons.
Quarantotto,.Vice-Prefetto di Propaganda, durante la prigionia dell'Immorlal
PioYll, avea, con suo rescritto, a.ccon$entilo alle insidiose proposte del
gQverno inglese, che potean riuscire funeste alla libertà della Chiesa.
L'Orangismo, forte di questa pretesa concessione di Boma, insolentisce; ii
paese, lacerato da divisioni intestine, abbandonato dai suoi fratelli
d'Inghilterra e da*suoi tutori di Boma, non può così solo tener fermo contro le
compatte falangi dell'eresia anglicana. I più coraggiosi sono stanchi di una
lotta ineguale e che non offre alcun probabii successo. ]Lo scoraggiamento è in
tutti gli spiriti, la freddezza in lutti i cuori. Oh infelice Chiesa d'Irlanda
! ecco a tante tue calamità venire ad aggiungersi la maggiore e la più
umiliante di tutte: La perdita di quella religio 83 sa indipendenza òhe i tuoi
generosi figlinoli aveàn comperata con tre secoli di pàtinieriti e di
sangue!.,. Ma no, non temete: yì è un O^ConnelI) che la ProTYÌdenza ha, come un
nuovo Giuda Maccabeo, suscitato per vegliare alla difesa di questa Chiesa»
OXonnell giustificherà ancor questa volta la veri-» tà del motto del suo
gentilizio stemma: tu Occhio di O'Connèll salute d'Irlanda; Salus Hibtmiat ocu*
lus 0*ConnelL 57. anima grande! Tante difficoltà riunite, lungi dair abbattere
il suo coraggio, lo accendono. Nella disperazione comune, egli sol non dispera.
Nei co* munì timori, per la condotta di Boma, egli solo è pien di fiducia nella
saggezza di Boma; e nella mancanza di tutti i mezzi, di tutti gli ajuti da
com*battere un potente nemico, egli solo osa di impegnare la pugna, come chi è
certo della vittoria! Eccolo perciò far proclami alla nazione sopra le insidie
che le si preparano; riunire ecclesiastici e secolari in grandi assemblee, ed
ivi dinto&trare, colla scienza di un teologo e colla perizia di un legista,
come della concessione, Ha; non oblia i preti cortigiani e li stimatizza. Che
più? Vedesi qaasi al medesimo tempo confortare il Clero ed animare il popolo;
risvegliare Io zelo e la vigilanza dei vescovi, e sostenerne il coraggio; far
spedire dieci legati a Londra ad implorare il soccorso della società degli
amici della libertà religiosa^ e far volare due vescovi a Roma al Sommo
Pontefice, reduce dal glorioso suo esilio, con una dotta memoria in cui, a nome
dei cattolici suoi concittadini, espone con una forza irresistibile di ragioni,
i mali che Tammissione del Veto attirerebbe sulla Chiesa d'Irlanda. E poi in
tutti i tempi e in tutte le occasioni, in pubblico ed in privato non cessa mai
di gridar, di ripeti^re:«Ora e sempre noi rigetteremo ogni favore che ci
bisognerà comprare col sagrificio della nostra Bcligione e della nostra
libertà. » 58. Or che ottiene egli mai con questi sforzi delia sua eloquenza,
della sua attività e del suo zelo? Ottiene il successo il più completo, il più
luminoso. Ottiene che Tepiscopato conciliarmente riunito dichiari: la
condizione di servo,, mal potea far valere la verità e la santità della sua
religione schiava in fac-» eia alla religione dominatrice de'saoi duri padroni;
Era duaqoe necessario, pei fine al quale la Nazió^ ne Irlandese parca essere
stata da Dio destìnataf ch'essa rompesse i ferri del suo politico servaggio, e
che per tal mezzo acquistasse la libertà e la ìa« d^endenza religiosa della sua
Fede. 61. Or ecco appunto ciò che intese, ciò che vide il gienio penetrante di
O'ConnelL Deh che, a diCEe*renza di certi uomini, che solo pregtwttzio e adpla*
zione fa grandi, e che appajono poi men grandi di quello che sono, O'Goniieli è
assai più grande di quel che apparisce. Le sue intenzioni, i suoi fini^ sono
più sublimi e più stupendi delle sue opere. Da alcune sue espressiont
fuggitive, dallo zelo inaudito 92 e dalla costanza, senza esempio nella storia
del vero patriottismo, che egli ha dimostrata nel procurare la liherlà della
sna patria, si è potuto solo comprendere che egli riguardava il popol d'Irlanda
come un popolo di predilezione, scelto da Dio per la salute etema di molti
popoli, come un popolo missionario. Si è potuto comprendere che O'Gonnell, nel
lottare per la emancipazion dell'Irlanda, non credeva di trattare una causa
ordinaria di pò* litica umana, ma di cooperare al gran lavoro di Dio nel più
grande dei disegni della sua misericordia; e che egK non si riputava, semplice
Irlandese, ma il servo, Io strumento di Dio nella sua Chiesa. A misura perciò
che le prove del nobii destino dell'Irlanda, in vantaggio della Religione fuori
d'Irlanda, si accrescono e più divengono al suo sguardo visibili; O'Gonnell
sempre più si penetra del carattere religioso dell'incarico da Dio ricevuto di
affirancare, di elevare Tlrianda. La sna azione diviene più intrèpida, le sue
intenzioni più pie. Riguarda egli V Isola de'Sami ctome santa, non solo perchè
ricoperta delle ossa, inznppota del sangue di milioni di martiri; ma. ancora
perchè occupata a spargere ampiamente pel mondo la santità. La onora con sempre
maggiore riverenza, l'ama, Taccarezza, vi si delizia con una tenerezza sempre
maggior re. Ah che non la chiama egli del suo suolo» per l'ameaità delle sue
pittoresche contrade^ per la robustezza, per la bellezza, per la grandezza del
euo^ re de'suoi abitanti; ma sibbene perchè vede in questa nobile nazione, che
si è voluta far passare per la pie incolta e la più irrequieta della terra, una
nazione de* positaria della verità e della grazia di IKo, adorna della maestà
della missione di Dio, chiamata a dar prova della' fedondità che, come la
primitiva Cbie>sa di Roma, si è acquistata, con tre secoli di martim e di
sangue, e a generare molti figli di Dio in tutto il mondo. E quindi il
disciplinarla con tanta par zienza, il difenderla con tanto coraggio, il da#si,
rimmolarsi tutto per essa con tanta alacrità, il volerla libera a costo di
tanti sforzi e di tanti sagrificii. Cosi «ina madre educa con maggior cura,
veglia con maggior gelosia, ania, vezzeggia con maggior tenerezzai^misla al
rispetto» un figliuoletto che sa di essere destinato a regnare. > Iddio ha
benedetto questi nobili diaegni, questi santi trasporti che la sua grazia avea
fatti nascere nel cuor del suo servo. 0*ConneIl ha veduto la libertà civile,
che egli avea vaticinata e conquistata alla sua patria, volta in mezzo di
trionfo dèlia fiéligione.in diverse paHi del mondo. 62, Di fatti fu in grazia e
per gli eroici sforzi delrirlanda, che, colla civile libertà, ancora la libertà
religiosa fueoneédnta a tutti i cattolici della corona Britannica. Eòeo dunque
dà quelFistante la cattolica «4 Beligìone, riguardata fioo allora in Inghiltora
con un superbo disdegno, -come la religióne dei servi, e, $otto nome di
reZt^^ftòttfPapiWa, rilegata con dtsprez« zo nella plebe e negli ergastoli,
spiegarle una grande importanza, una gran forza, una gran dignità. Eccola,
santamente altera, salire i palagi dei grandi, penetrare nel parlamento,
insinuarsi nella regia, assidersi nei secreti consigli della regalia, obbligare
Torgógliosa politica, che non la degnava già nemmeo di uno sguardo, a trattare
con essa da cguale, e poco meno che a rispettarla come padrona. Eccola questa
Religione, ripotata sol propria degl'ignoranti e degli imbecilli, della plebe e
delle donnicciuole, invadere le Università più famose di Oxford e di Cambridge,
e recintarvi seguaci fra il meglio cbe vi avean prodotto le cattolicbe
tradizioni non potute dall'eresia intieramente distruggersi; e contar fra'suoi
umili discepoli i migliori ingegni, gli uomini più eruditi e più profondi nella
scienza della Religione, le più nobili anime^ i caràtteri più generosi* Deb òhe
non è più oggi il tempo d^insultare una Religione che, senza alcun ajuto dei
poteri umani e a loro disi»etto, e forte solo della sua libertà e del suo
incanto, attira, alFòdore dei suoi unguenti di vini, ànime grandi; le impegna a
seguirla per le vie più difficili, a sagrìBoare le posizioni più lucrose e più
brillanti, ad abbracciare la povertà nell'unick ambizione di possedére la rérità!
Gran cosa! La Religione cattòlica che, priva dei suoi dritti civili, non
appariva che serva, fatta liberai dal Genio di 0*GonneIlj è apparsa regina. La
libertà ne ha fatto nc^Iio conoscere ed apprezzare la verità e la bellezza. Il
divenir Cattolico non è più oggi; presso gli slessi protestanti inglesi, nn
degradarsi^ ma è un salire, nn onorarsi nella pubblica .opinioae»> Le sempre
nuove conquiste, che la Fede cattoUcj^ fa ogni istante aelle classi più
coispicue della società^ neiruscire dalia rete del protestantismo, sono
accompagnate da un s^timento d'invidi« e non di disprezzo. Quelli che vi
restano, gittano sopra se stessi uno sguardo di vergogna che li uniilia, e più
non vomitano ingiuriei non lanciano sguardi d*ira sopra quelli che da lor si
separano. Non biasi* mano chi si £a cattolico; si dolgono di non avier,(^«
raggio d'imitarne Tesempio. Le ingiurie plateali,, i sarcasmi, le invettive
violente^ le contumelie contro i cattolici. più non si trovano jche sulla bocca
di fa-^ natici bigotti, cosi ignobili di sentimenti come di nascita. L'alta
aristocrazia, la vera scienza, la buona fede, il filosofo che riflette, Tuomo
di stato che si rispetta non ha per la Chiesa cattolica e per Taun gusto, suo
Capo, che espressioni di rispetto, di ami mirazipue e di lo4e. Le volte di
Westminster ogni di risuonan di accenti generosi che rendono omag* gio alla
verità cattolica» e fan giustizia delle r^ncid^ iusolenze, ormai
insopportabili, dei vecchi setta^ rii. Or continuftMo le coie su questo piedQ;.
come dabitare della verità della profezia, che an bel genio italiano (Il Conte
de Maistre) ha fatta al principio di questo secolo: « Che, pria che esso
finisca 9 a San Paolo di Londra sarà celebrata la Messa?» )f a una volta che la
Messa si celebri in San Paolo di Londra, chi può ridire in quante altre chiese
dei vasti dominii deiringhil terra sarà pur celebrata nel medesimo giorno? Gran
fatto ! la Corona Britannica domina sopra circa ottanta milioni di sudditi in
tutto il mondo* Ora egli é ad una sì enorme massa di uomini, di linguaggio e di
religione diversi, che O'Connell ha aperte le porte delia vera Chiesa, ha
assicurata per sempre la libertà di divenire cattolici, coiraverla rivendicata
airirlmida! Chi può però misurare l'estensione, Timportanra di un tal successo!
Deh che, se lo zelo di O^Connell non avesse altro successo ottenuto, questo
solo sarebbe più che bastevole ad assicurargli un posto distinto, una gloria
affatto singolare negli annali del catto- lico apostolato ! Mirate difattì gli
effetti preziosi che la Fede cattolica, emancipala nella Madre patria, -prodnce
in tutte le dipendenze di quel vastissimo impero. Do* ve sventola il vessillo
della Gran^Bretagna, la fede delKIrlanda, all'ombra delia libertà, spiega una
for- za ed una maestà cdì nulla reaisie.ll soldato irlande- se,' il sacerdote,
il missionario irlandese sono l'og- getto di un particolare rispedo per parto
di coloro che vi comandano. LaRelìgione cattolica non ha ivi quasi altri nemici
che i Metodisti,* la setta in cui sono colati e si sono concentrati tutti i
sentimenti Tili, tutti gl'istinti crudeli dell'eresia. Le altre set- te sentono
la superiorità dell'azione cattolica nel conyertire, nell'inciyilire i popoli,
e le rendono o- maggio; e la Chiesa, divenuta libera, in queste va- ste
contrade ogni di più si fortifica, si estende e trionfa* Or questa rivoluzione,
la più grande dopo quella che operò nel mondo il cristianesimo nascente, que-
sta rivoluzione si preziosa, pei suoi principii, pei suoi mezzi, pei suoi
resultati. Dio per mezzo di un sol uomo l'ha operata! Daniello O'Gonnell è co-
lui cui, dopo Dio, ne risale la gloria. 65. Che dirò io mai degli effetti che
l'emancipazio- ne d'Irlanda ha prodotti sul protestantismo inglese? Il
vaticinio che, quando trattavasi questa gran cau- sa dell'emancipazione,
pronunziarono i più pro- fondi politici della Gran-Brettagna, cioè: tezzata,
Tha santificata e Tha fatta servire al trion- fo della yera Religione nella sua
patria; ben pre- sto questa dottrina, restata fino allora celata in qualche
angolo oscuro della Francia e dell' Alle- magna, si è ripetuta con un eco
sonoro in tutta FEuropa; ha guadagnate le Università, è entrata nei gabinetti,
è penetrata nel Santuario; e, solo al- l'eresia ed all'errore funesta, dove ha
prodotto, do- ve ha preparato i più brillanti trionfi alla verità. 68. Infatti,
in faccia a questa dottrina della indi- pendenza della coscienza dal Potere
civile, e quin- di della libera discussione in materia di religione» ne'paesi
in cui la vera Religione si trova circondata dalle false; tutte le nuove sette
religiose, nate dal- l'orgoglio dalla voluttà, come vermini della corru- zione,
son morte quasi nel nascere; e mentre che la miscredenza e l'eresia vede
divenire ogni dì più rar re le sue fila; la Verità cattolica, uscendo dalle sue
lotte più forte e più vivace, vede ogni dì più raddop- piarsi il numero dc'suoi
seguaci; ed essa sola profit- ta della libertà^ sotto i cui colpi temeasi che
potesse soccombere! Deh che con più di ragione può dirsi della libertà, quello
che delia Scienza si è detto: ff Che, cioè, Essa è un dissolvente che decompone
tutti i metalli, meno che l'oro. » Poiché veramente la libertà tutte le
religioni discioglie e annienta, ad eccezion della Vera ! E se non fosse ciò
certo» se ìion fosse evidente; se la libertà, uno dei più grandi attributi dì
Dio, potesse mai non convenire alla Religione di Dio; voi non mi udireste
sicuramente farne l'elogio da questo luogo, sacro soltanto a tutto ciò che è
vero, santo e divino. Che più? Con quest'arma alla mano il Raziona- lismo alemanno
ricusa arditamente di sottometter- si al culto ufficiale della Prussia; e,
negando al Po- tere ogni competenza d'imporre simboli e d'inter- pretarli,
distrugge gli ultimi avanzi dell'edificio di Lutero, e lavora per la intera
libertà dei cattolici. Con quest'arma la democrazia di Ginevra, combat- tendo
le pretensioni intolleranti, la giurisdizione dottrinale dei ministri
dell'eresia, abbatte 1' em- pietà di Calvino nella metropoli del suo impero, e
prepara al Cattolicismo la libertà. Con quest'arma la Diplomazia europea batte
in breccia Tintolleranza musulmana in Costantinopoli, il paganesimo om- broso
della Cina; ed apre le porte alla libera pre- dicazion del Vangelo. Di
quest'arma infine si fan forti oggi, ad essa sola han ricorso, essa maneggia-
no con confidenza, uguale alla paura che pria loro ispirava, i fedeli, i
sacerdoti, i vescovi della Chiesa cattolica, in Ispagna, in Portogallo, in
Francia (33), nel Belgio, in Olanda, ed in molte contrade di Alemagna, per
ottenere l'indipendenza di cui la Chiesa ha bisogno, e che un liberalismo
ipocrita si ostina a negarle; arrestano il potere civile tentato di foggiare
nuove catene alla Chiesa, e l'obbli- f aaio a spezzare le anticlie. Deh che la
causa della yera Religione, trasportata^ una Tolta dal genio di O'CoimelI isai
largo terreno della libertà, agitata alla gran luce della pubblicità, non può
più perire; i suoi diritti non possono essere più contrastati; non possono più
arrestarsi i suoi legittimi progressi e le sue conquiste! 69. Invano perciò
certi goyerni s^'illudono di poter più dominare la Chiesa, o nella Chiesa.
Poiché il grande apostolato di O'Coùnell ha fatto del principio délV
Indipendenza della Religione dal Potere civile un domma universale; poiché lo
ha persuaso a tutte le menti, lo ha impresso in tutti i cuori, e lo ha fatto
adottare, gustare ai più zelanti, ai più pii fra i Pastori della Chiesa; queste
principio non può più cadere in obblio. Acquisterà forza per la stessa
resistenza che vi si vorrà opporre, trionferà di tutti gli ostacoli, e farà
trionfare la Religione. E guai, guai ai governi che credessero ancora di poter
fare del dispotismo reli^oso nel secolo decimonono, dopo la grande rivoluzione
che vi si é creata nelle idee! Gl'Imperatori che, col farsi cristiani, non
voller capire il cristianesimo, e pretesero di continuare ad esercitare il
dispotismo pagano sulla Chiesa cristiana, furono dalla Chiesa abbandonati;
caddero in tutte le bassezze che fecero dare ai loro regni il titolo di Storia
del basso impero; e scomparvero dalla scena politica del mondo senza eredi e
senza successori. La Chiesa, che non isdegna ma ricerca, non disprezza ma ao^
coglie, ma santifica tatto ciò che ha forza e vita, si Tolse allora alla
Barbarie, le cui mani avean fatta ginstizia delle miserie e delle colpe dell'impero
romano; le laro con un poco d'acqua il capo, la unse di nn poco d'olio in
fronte, e ne fece il miracolo della monarchia cristiana. Se mai dunque i loro
successori, lasciandosi penetrare dalPelemento pagano, essenzialmente
dispotico, rinunziano all'eie* mento cristiano essenzialmente libero perchè
caritateyole, e non vorran sapere della dottrina della libertà religiosa dei
popoli, e della indipendenza della Chiesa, che formò la sicurezza e la gloria
dei loro maggiori; la Chiesa saprà far di meno anche di loro; si rivolgerà
forse alla Democrazia; battezzerà questa Matrona selvaggia; la farà cristiana,
come già fece cristiana la Barbarie; riconoscerà nn qualche suo figliuolo, che
gli ayyenimonti avran* no elevato al trono; gl'imprimerà in fronte il sigillo
della consecrazione divina; gli dirà: « Begna; » ed esso regnerà: nonostante la
sua origine plebeja. ^ Deh che i governi non hanno appoggio, non hanno scampo,
non bau difesa, non hanno probabi* lità di durata che nel dare la sua libertà
alla Chiesa (34), e nel trattare e nel rispettare i popoli come figli di Dio !
* A scanso di equivoci, non intendiamo, in così parlando, che la Chiesa
disporrà a sno piacere delle corone e dei regni; ma che, riconoscendo i diritti
dei governi che vorranno rico' noscere i suoi, presterà loro nooTa forza colla
sua sanzione e col suo appoggio. Qual fa pertanto la pura gioja che inondò ti e
acre di O'Gonnell al vedere co'proprii occhi questi segnalati vantaggi, questi
splendidi trionfi, pe ift. Gli stessi sentimenli area ancora pel Clero
€a«tolico di tutto il mondo. Nel 1837 arendo saputo che i giornali del
Continente lo accusavano di arer parlato con poco rispetto' del Clero
Spagnnolo; O'Connell smentì snhilo, in un discorso fatto al popolo, questa
accusa; ed airamico, che gli area data di ciò notiiia, rescrìsse cosi: « No, io
non ho mai mancato di rispetto al Clero Spagnuoio; io non mi son renduto reo di
questo delitto .... Come si è potuto mai credere che io abbia così parlato dei
ministri del Signore? Il linguaggio che mi si attribuisce rassomiglierebbe a
quello dei pretesi liberali di Trancia che sono più nemici della Religione che
amiei della libertà. Io credo, che ri son pochi che, più di me, sian lontMii
dairinginriare e dal calunniare i sacerdoti di Dio. Vi ho sempre manifestato i
miei secreti intorno ai sentimenti di tsnerazione che un sacerdote m'ispira.
> « Voi vi burlerete forse di me, se io vi dico che spingo questo rispetto
pei sacerdoti sino alla superstizione; ma il fallo è che io non sono, in
questo, padrone di me stesso. Io non bo mai conosciuta una sola persona che
abbia trattato di una maniera inr conveniente i Ministri dell'Altare e che
abbia prosperato io questo mondo. Vi è per questa gente una male^ione anche ni
questa teiTa. » A questa prova confidenziale, e perciò efficacissima, della
profonda pietà e del rispetto del grand'uomo pei llinistrì di Dio, aggiungiamo
che, avendo avuto non poche volle ragione di essere poco contento della
rìconoscenza di un qualche membro dìel Clero, non ne fece con alcuno mai la
|)iìi piccola lagnane Ecco le sue precise parole sopra di ciò: t Queste società
sono dì più riproTate da tutte le persooe di educazione, di carattere e di
rango. Sono riproTate specialmente dal rostro Clero si amabile, si
intelligente, sì laborioso e si pio, e da Toi tanto amato. Sarà possibile il
non attendere alle Toci^ ai consigli di questo Clero? Non sapete forse cb'esso
altro interesse non ha che il rostro? e nessun fine ha fuorché il rostro
rantaggio temporale ed eterno? » Così egli, secolare. Volesse perciò Iddio che
certi ecclesiastici parlassero, come questo buon secolare, del Clero ! Il
Tenerabile Beda attesta che ai monisteri dell'Irlanda concorrerà la giorenlù
studiosa di tutta TEuropa. L'insigne Scrittore Ware, sebbene inglese e protestante,
dice pare: Constai fuiise olim in Hibemia scholas insigniores, ubi Galli,
Saxones ete. tamquam ad Bonarum Litterarum emporia, confluxerufU. Altri
affermano ancora che nari cariche interamente di giorani nobili
dall'Inghilterra approdarano spesso in Irlanda: i quali renirano in quei
celebri monisteri ad apprendervi la letteratura e le scienze sacre e profane;
Quos omne$s scrire il citato Yen. Beda, Hibemi libentissime $u$cipientes,
vietum ei$ quoHdiànum sine pretio, librai quoque ad legendum» et magiHerium graiuitum
praebere curabant (Hi$tor. Eccles. lib. III. cap. 23y. Non contenta però la
generosa Irlanda di accogliere ne'snoi monisteri la gìorentù studiosa di tutta
l'Europa, e di alimentarla ed istruirla gratuitamente; era ancora sollecita di
mandare i suoi santi e dotti monaci non ad uno ad uno, ma a torme, a spargere
la luce della rera fede e della rera scienza in tutta l'Europa. Egli è uno
scrittore, protestante pure ed inglese il Camden che ciò ci attesta: Hibemi in
univernm Europam sanetimmorum virorum examina emiserunt Il protestante Gobbet,
nelle ine famose lettere contro del protestantismo inglese, dimostra che una
delle cause dell'estrema miseria in cui vive il basso popolo in Inghilterra»
stessa, non che in Irlanda, è stata la soppressione dei monisteri, eseguita
dall'Eresia in odio della -vera Religione. Quando i monisieri erano in piedi,
quando ad ogni piccolo tratto di paese tì era un'abazia, nessuno poterà proTare
la fame. Giacché, oltre Tospitalità rbe per tre giorni si accordare a tutti indistintamente
i yiaggiatori; qualunque pOTero si presentaYa alla porta di uno di questi pii
stabilimenti della carità pubblica, ne ricerera tanto cibo da poterne portare
anche a casa. Ora la massa dei poTcri è tutta a carico del gOTemo e dei
particolari, che sono obbligati a concorrere # loro sostentamento con enonni
tasse; e si sa con quale infelice successo ! Secondo questa legge si doTono
erigere in Irlanda Collegi provinciali^ ore i gioTani di tutte le religioni
devono an> dare a studiare: ma sotto professori e con libri mediatamente o
immediatamente scelti dai goTemo protestante, costituzionalmente nemico della
fede cattolica. Questa istituzione aTrebbe qualche cosa àelVuniversiià di
Francia, contro la quale i padri di famiglia, i reri cattolici e l'episcopato
di quella gran nazione reclamano da tanti anni, con tanto zelo e con tanta
costanza. Questi Collegi provineiali sarebbero il mezzo più efficace da
propagare rindifferenlismo e l'incredulità non solo ftra'cattolici ma ancora
fra gli stessi protestanti, e da distruggere ogni germe di Cristianesimo. Un
protestante imparziale li ha perciò denunziati al pubblico, come un piano
gigantesco di empia educazione. Di più non ci yoUe perchè l'intrepido ed
instancabile cami^one della yera Fede si lerasse ad attaccare questa oiribile
legge, con tutta la forza della sua eloquenza e della sua autorità ; sicché ri
eccitò contro Tesecrazione di (utU l'Irlanda. E sebbene, per la ragione
indicala nel testo, questa \egge sia passata al Parlamento; pure non si è
potuta eseguire: tale si è l'opposizione che troya; e probabilmente non si
eseguirà giammai : e se si arriva a metterla in esecuzione, i yeri Irlandesi
torneranno a fare ciò che per trecent'anni han fatto: provvederanno, cioè, essi
stessi alla meglio alla istruzione dei loro figliuoli; ed a tutti i conti,
preferiranno sempre che i loro figli restino senza istruzione nelle umane
scienze, anziché inviarli a queste sentine deirempìetà a perdervi la fede
divina. Non contento però di combattere gli eretici colla voce, li combattè
ancora cogli scritti. Oltre il Trattato sopra l'Euearistia» di cui sopra si è
detto (not.4), sono celebri due altri Trattati di Daniello O'Connell, in forma
di lettere, contro i Metodisti. Nel primo di essi O'Connell vendica
Tautenticilà dell' Edizione detta Volgata della Sacra Scrittura, con una
erudizione sacra egualmente ampia che solida e sicura; e colle ragioni più
forti» ed allo stesso tempo le più intelligibili, anche pel popolò, dimostra
come è impossibile al protestante di Care un solo atto di fede divina
appoggiandosi solo alia Scrittura interpretata secondo i principii del
protestantismo. Contro poi le calunnie dei Metodisti: che la Chiesa romana non
ama la diffusione del Codice divino, O'Connell prova che, nel corto intervallo
passato tra rinvenzione della stampa e la così detta riforma protestante, i
Cattolici pubblicarono, in diversi paesi, non men di ottocento edizioni diverse
della Sacra Scrittura, delle quali duecento sono nelle diverse lingue volgari
di Europa. Nota ancora un fatto della più alta importanza che, cioè, le
indicate edizioni in lingua volgare della Sacra Scrittura, sono state fatte nei
paesi chOv all'epoca della riformai rimasero attaccati alla fede Cattolica; e
che al contrario non si era pubblicata alcuna edizione della Scrittura in
volgare in Inghilterra, in Iscozia, in Danimarca ed in Isvezia prima che queste
contrade avessero abbracciato il protestantismo. Dal che vittoriosamente
conchiuse, che i paesi, che l'eresia accasa di essere restati Cattolici, perchè
ri era scarsa la cogniiione delle Sacre Scrilture, erano infatti quelli in coi
questo libro dÌTÌno era più dilTuso; e che al contrario i paesi che si yantano
di avere abbracciata la riforma, seguendo le dottrine della Scrittura, in
rerità sono quelli in cui questo Sacro Libro era meno conosciuto. In quanto poi
alle Tersioni protestanti della Scrittura in Inglese, che sono state in uso in
Inghilterra sino al 1611, 0'Connell dimostra che più di mille ministri
protestanti le dichiararono « Piene di assurdità in molti luoghi, ed in molti
altri colme di sensi che falsificano e pervertono la parola di Dio. > Eppure
queste eran le fonti, conchiude O'Connell, dalle quali i vostri primi
protestanti attinsero le loro nuove dottrine ! ! ! Nel secondo Trattato si
applica particolarmente a far yedere che razza di apostolo era Giovanni Wesley
fondatore de'Metodisti. O'Connell cel dimostra prima fervente ministro della
chiesa anglicana, che recatosi per zelo nelle Indie, non giunge a convertire un
solo uomo al cristianesimo; e termina il suo apostolato collo scomunicare una
donzella perchè ricusò di sposarlo. Poi ce lo rappresenta successivamente
Indifferentista, inclinato al papismo, della Setta dei Fratelli di Moravia 9
Calvinista antinomiano; ed infine, che rigetta tutte queste credenze come
cattive, ed inventa una nuova religione tutta di suo conio, il Metodifmo,
Questi quadri sono dipinti col pennello di un Bossuet. Wesley ed i suoi primi
compagni Ti sono rappresentati negli atteggiamenti proprii a destare orrore non
meno per le loro persone convinte della più fina ipocrisia e di ogni sorta di
delitti, che per le loro dottrine dimostrate assurde, mostruose e ridicole.
O'Connell in tutti queatl Trattati dimostra che egli era tanto profondo teologo
quanto famoso giureconsulto; e che sapeva maneggiare con eguale facilità e
successo la scienza del dritto e la polemica religiosa; e questi egregi
Trattati sono stati degni però di essere citati con lode dal dottissimo P.
Perrone gesuita nel suo famoso corso di Teologia. Lo Siandard, giornale
inglese, accanito proleslante, in nn lungo articolo sopra O'GonneU, lo chiama
il Tommaso Mo~. ro del 8ec(0TA i3. Pag. 25, (13) Furono perciò incredibili g^i
sforzi che fece il goremo per sopprimere do, rinasceya sotto di un altro più
minacciosa e più terribile, prese il partito del lasciar correre; e si diede
per vinto in faccia ai rìtroyati inesaurìbili ed all'invincibile costanza di un
uomo solo! QonU saivoiizioiie si Ai: Che OXonnell, nel caso che il gOTerao non
avesse fallo a suo modo, avreUie sollevala conr Irò la Cmona lalta l'Irianda:
so|ipoaizioiie di coi la condotta che atea O'Connell per «piarant'annl tenuta,
e le note sue mottravano Tinsossislenia. Airepoca delle soounosse tentale dal
RadiealUmo ingUte; se gl'Iilandesi si oniTano ai CarUsti, autori di qoeita
rÌTolnzfone sociale, era finito per Tlnghiltem. GÌ* Irlandesi sono si numerosi
in Inghilterra, che in una sola città se ne contamo fino ad ottanta mila; e
perciò i CartUU non lasciarono alcun mezzo intentato per attirarli nelle loro
idee e nel loro partito* facendo valere principalmente le troppo giuste ragioni
dell'Irianda per le ingiustizie di cui è slata la vitlima. Ma le dottrine e gli
ayTertimenti di O' Connell, sopi-a il dovov di rispettar Tordine ed esser
fedele al Sovrano, erano sempre presenti alla mente, risuonavan sempre all'
orecchio dei figli dell'Irlanda. Sicché tra le tante migliaja di quei settaiii
che furono tradotti ai Irihunali come rei di alto tradimento, non si è trovato
un solo Irlandese. La storia imparziale dirà dunque che O'Connell, l'uomo il
più benemerito dell'Irlanda, ^ stato altresì l'uomo il più benemerito di tutto
l'impero britannico e dell'intera Europa. Se mai il fanatismo puritano,
anglicano, pietista, oranglsta, cosa non difllcile ad accadere, congiurerà contro
il trono d'Inghilterra, è certo che la regina Vittoria non troverà volontà più
fedeli per sostenerla, Inraccia più forti per difenderìa, cuori più generosi
neiramarla, di ifuelli dei poveri Irlandesi, che la corona d'Inghilterra, con
trecenf anni di persecuzione, ha tentalo di avvilire e di distruggere. I
stonali piolesUiiti é'Iiiglulterra e élriaida sodo pieni delle confeiHOiii del
profirieCarìl e dei ricchi de' due regni, che dlchlanBO ora di rieonosceie: Che
essi derono all'mineiiza ed alla asioBe di O'Connell l'arer eonsenrate le loro
ricchezze, le loro proprieti e la loro Tifa. Tutti gli nomini di senno vedono
ora e conipssano che la morte dì O'Connell ha lasciato nn Tooto immenso nell'
economia gOTemalira, cho nulla polla riempile. Manca da oggi innanzi ipiel
braccio pp^ sente che, Interponendosi tra gli oppressori e gli oppressi,
persnadeTa a quelli la moderazione, a cosUMro la pazienza; e mantenoTa l'M-dine
dvile e politico in una grande nazione. Ndla milizia inglese tutti i milllari,
di qualunque concessione fossero, erano costretti, le domeniche, di andare ali»
chiesa protestante. Ora un soldato cattolico irlandese, per nome Patrio Spence,
una domenica ricusò di andanri, dicendu che, essendo cattolico, non poteva
assistere agli eserdzii di un culto ereticale. Cacciato per ciò nel fondo di un
sozzo cavcere, a solo poco pne ed acqua per alimento, dopo una settimana di
questo patimento disse che acconsentiTa di InterTenire cogli altri al tempio
protestante. Ha appena il min»» stro anglicano Incominciò la sua oIBciatnra, Il
braro cattolico, cavando di tasca un libretto di divozione, si mise a leggere
lo sue preghiefe, voltando le spalle al ministro dell'eresia. Il pevchè,
cancellato dal reggimento, fu condannato alla deportazione o airesillo perpetuo
dalla sua patria. Come però O'Connell seppe un tal fatto, tanto si adoperò,
tanto scrisse conilo la ingiustizia crudele, la tirannica intolleranza di
obbligare i poveri cattolici ad intervenire al servizio protestante, che non
solo ottenne il ritorno di Spenee al suo reggimento; ma di più costrìnse il
governo a dare a'cattollcl soldati la libertà di andare le domeniche alla Messa
nelle chiese cattoliche. L'Ani^icanismo intende bene che, fino a tanto ohe il
Clero cattolico dell'Irlanda fa cansa comune col popolo: questo popolo non
uscirà mal dalle rie deirubbidienza e dell^ordine; e che, per mezzo di una
agitazione sempre pacifica e sempre legale, obbligherà l'Inghilterra a
concedergli il parlamento suo proprio e tutte le sue libertà. E poiché
l'Irlanda Teramente ed intieramente libera la paura all' eresia ; cerca essa,
per tutti i mezzi, di dividere il Clero dal popolo, affinchè il popolo, privo
della direzione del Clero, dando luogo a tumulti, presenti al governo apparente
ragione non solo da negargli le libertà che reclama, ma ancora di spogliarlo di
•quelle che ha già ottenute. Come però ha reduto che il bravo Clero d' Irlanda
è inaccessibfle alla seduzione deir oro, l'Anglicanismo ha avuto ricorso
airipocrisia; e profittando della stupidità e della debolezza di certi
Cattolici inglesi ha fatto predicare all'Irlanda: « Che è uno scandalo il
Tedere il Clero Cattolico di quell'Isola dimenticare le sue funzioni
ecclesiastiche, e prender parte all'agitazione politica dell'Irlanda; * e con
mille rergognosi artificii ha sparso da per tutto questo pregiudizio e questa
calunnia contro il Clero più zelante della Cristianità, ed ò giunto ad
accreditarlo fino qui in Roma: dove abbiam sentito noi stessi certi imbecilli
ripetere la stessa lagnanza, senza accorgersi i porerlni che, così parlando,
erano il trastullo dell'eresia e faceano la sua causa, credendo di zelare
l'onore vero del sacerdozio e della Chiesa. Felicemente però per la Religione e
per l'ordine pubblico, il Clero d'Irlanda non ha dato retta a queste Omilie o ipocrite
o insensate. Ho detto da prima felicemente per la Religione ; perchè se il
Clero si divide dal popolo e non prende a cuore tutti I SUOI Interessi
corporei, civili, politici; non ha più forza, non ha più autorità allorché gli
parla de'suoi interes- si spirituali e divini. Il sacerdote il quale non
comincia dal- l'esercitare la carità, non può persuadere con successo la
verità. Perciò Gesù Cristo incominciava dal risanare, dal nutrire i corpi con
un pane materiale, pria di nutrire le anime col pane spirìtoale éeHìh soa
celeste dottrìns. Il sacerdote che non prende parte alla condiiione cÌTÌle e p.
La riforma qui non si arrestò. Essa rapi alia Cbiesa i suoi beni e ne fece la
proprietà de' laici. Tolse t loro dritti ai popoli, ed ai poveri il loro patrimonio;
e distrusse i capitali, da cui si traeira il sollievo dei miseri, il conforto
degrinfcrmi, il vestito dell'indigente, il sostentamento dell'orfano e della
vedova desolata ! Vedi la Bolla di Convocazione del Concilio di Trento; od il
Concilio di Trento medesimo nelle Sessioni De Reformatìone. Nella rìfoluzione
suscitatasi nel Canada Tanno 1837, i Cattolici Irlandesi, ivi emigrati,
imbevuti delle massime di OXonnell, non vollero prendervi alcuna parte, e
rimasera fermi ne'loro sentimenti di fedeltà alla Corona d'iAghilterra. I
demagoghi francesi, che aveano eccitato il trambusto, ne furono arrabbiati, e
concepirono il disegno di demolire la Chiesa Cattedrale e la residenza del
Vescovo che con una sua lettera pastorale avea esortato il popolo al ristretto
ed all'ubbidienza all'autorità. Come però i buoni Irlandesi ebbero di ciò
contezza, si armaron tutti come poterono, di fucili, di spade, di spranghe di
feno, di vanghe o di altri strumenti di arti, e, non potendo avere altro, di
nodosi bastoni, e circondarono la Chiesa e l'Episcopio, minacciando di morte
chiuniiue avesse osato di toccare la Casa di Dio o la residenza del loro
Pastore. Questo contegno de'bravi Irlandesi sconcertò i sediziosi, li obbligò a
rinunziare al loro disegno di distruzione e li fece divenire mansueti siccome
agnelli. Tutto ciò lo sappiamo dallo stesso Monsignor Bourget, vescovo di
Monreale nei Canada, che in quest'anno medesimo è stato qui in Roma, ed ha
predicato in questa venerabile chiesa di Sant'Andrea della Valle nel triduo ordinato
dal Sommo Pontefice ìm wo^ corvo deirirlai^a. Voltaire ha detto dei moderni
Romani: Conquistatori pia non SODO, ma son felici. L^osserrazione, ripeto, è di
Voltaire. NOTA 29. Pag. SO. (29) Fra questi anche dne Memfirì della Famiglia
Reale; olire ima gran quioitità di Lordi e di Deputati dei Comuni. Questo
celeberrimo trattato fd fatto nell'anno 1691, in Limerick, allorché l'Irlanda
stava in armi per difendere Giaco* mo II. re d'Inghilterra e d'Irlanda contro
l'usurpatore Guglielmo III, principe d'Orange. Combattè allora sì valorosamente
l'armata Irlandese che, sebbene non riuscì a riìnettere Giacomo sul trono, pure
ottenne un trattato onorevolissimo in cui vennero ampiamente guarentiti
agl'Irlandesi tutti i loro dritti religiosi e civili. Prima però che fosse
firmato il trattalo, arrivò in ajuto dell'Irlanda una flotta francese che
facilmente Tavrebbe messa in istato d'ottenere una compiuta vittoria. Ma U
cattolica Irlanda avendo impegnata la sua parola pel trattato suddetto, non
volle accettare gli offerti soccorsi, per non violare la fede data. Non cosà
però l'Inghilterra protestante. Non passarono che pochi mesi, ed il trattato fu
da essa annullato con una insi^e malafede. Poiché non solo furono tolti ai
cattolici i dritti che erano stati loro assicurati quando essi aveano le armi
in mano in una guerra giusta; ma ancora si cominciò ad opprimerli con leggi le
più empie e più crudelL Questo celebre trattato somministrava un argomento
perenne ad O'Connell, per provare l'innata perfidia dell' Eresia anglicana e
del fanatismo orangista, e la fedeltà e la onoratezza della cattolica Irlanda.
L'immensa fiducia, il tenero amore degli Irlandesi pel loro Clero,
indipendentemente da ogni altra considerazione, proviene da ciò che il
Sacerdote Irlandese è l'aomo dell'Irlanda, è Taomo del popolo. Se mai fosse
spesato, o, per un legame qualunque, fosse attinente al govemo, perciò stesso
diverrebbe l’uomo del governo, lo strumento senrile della corona; cessa
d’essere l’uomo del popolo, e perde la fiducia e l'amore del popolo. Un clero
salariato d’un governo nemico della sua religione è un clero degradato. E un
clero degradato non può più parlare a nome di dio al popolo né esseme ubbidito.
Quindi il popolo si comincerebbe ad allontanare dalla pratica della legge di
dio e della religione ed a poco a poco cade nella dissolutezza e
nell’indifferentismo. Quanto meno si può sospettare che il sacerdote parla
nell'interesse del potere umano tanto più ha forza nell’inculcare la legge
divina. Quanto è più indipendente tanto è più rispettato. Quanto è più libero,
tanto è più potente. Quanto è più disinteressato, tanto è più amato. L'occhio
acuto e zelante di O'Connell yedeya tutte queste conseguenze nell'offerta
insidiosa del goyemo protestante di salariare il Clero cattolico; e perciò attaccò
sempre questa misura con una energia e con una perseveranza superiore ad ogni
idea. Pochi anni sono il comandante Inglese di Gibilterra si avvisò di
intavolare una persecuzione in forma contro la Chiesa Cattolica, sino ad
incarcerare Monsignore Hugon Vicario Apostolico in quella stazione. Quei buoni
cattolici non ebbero che a ricorrere ad O'Connell; e mediante il suo zelo^ la
sua influenza e la sua attivila onde gridò altamcnlc e presso la Regina e
presso il ministero e presso il Parlamento; il Vicario Apostolico fu restituito
alla sua residenza, il comandante fu deposto; ed a quella Chiesa fu renduta la
sua pace e la sua libertà. Questo sistema, di giovarsi dei mezzi legdi che, in
ogni slato, si troTano più o meno efficaci ed a disposizione di latti, affine
di rivendicare dalla Podestà civile la libertà della Chiesa, ha ricevuto non ha
guari la sanzione del Sommo Pontefice Pio IX in queste parole da esso
pronunziate nel Concistoro degli undici giugno p. p. a commendazione dell'
Episcopato di Francia, nobilissimo corpo di Pastori della vera Chiesa: Ecco il
tenero e saggio proclama che VÀssodazione della Revoca ha diretto al popolo
dell'Irlanda nella circostanza della morte di O'Conell: Compatriotti !
O'Connell non è più. Lo spirito animatore dell'Irlanda è estinto. Il lume delle
nazioni è scomparso. Lamentatevi' e piangete pure, o figli dell' Irlanda;
poiché la tazza della vostra afflizione è piena; e i vostri patimenti sono
senza misura. Colui, che formava la gloria de'vostri cuori, è stato percosso, lo
splendore di Erin (dell'Irlanda) si è spento. Il liberatore dell' patria è
morto. In unastagione di afflizione è piaciuto air Altissimo di colpirci fin
alPestremo. La pestilenza e la fame opprimono il nostro popolo: mentre in un
altro suolo, langi dalla amata sua patria, giace il veterano Campione
dell'Irlanda. Sì, piangiamolo pure, perchè tutto il genere umano piange la di
lui perdita; ed il lutto che ci colma, per la sua morte si estende a tutto 11
mondo.Sì per tutto il mondo un granyuoto è sentito. Chi lo colmerà? Qual
nazione^ qual popolo non ha perduto in lui un benefattore? La nostra patriA ha
perduta la sua guida e il suo Capitano. Abbiamo però senv: pre le massime della
sua sapienza; e son queste le norme che rirlanda deve seguire: per esser sempre
sotto lo stendardo di O'Connell. I suoi insegnamenti sono sparsi fra di toì,
come per tutto il mondo. Non vi è durata di tempo che potrà far cadere in oblio
la sua dottrina. I suoi sentieri erano quelli della pace« Egli camminò per le
yie della legge e dell'ordine. RammentateTi di quel suo detto « Colui che
commette un delitto, dà forza al nemico. Ora per i suoi lunghi e fedeli
serrigii, per Tesempio sì nobile della sua yita, per la gloria del suo nome
immortale yi preghi»* mo. Ti scongiuriamo, o Compatriotti, di non abbandonare
giammai i principii, e di non mai dimenticarTi degl' insegnamenti di O'Connell.
Fra mezzo a tante anime Teramente cristiane e generose, e perciò amanti della
Tera Keligione e della Tera libertà, che si troTano nel partito legittimista,
molte Te ne sono degeneri e Tili che, sotto pretesto di difendere il principio
della legittimità, non Ti è dispotismo cui non s'inchinino, non tì è despota
che non adulino, non tì è interesse, per grande che sia, che non sagrifichino:
fosse anche la Keligione, fosse anche la patrial Per costoro adunque Daniello
O'Connell ha doTuto essere, ed è stato di fatti segno di contradizione e di
disprezzo. Non Ti è specie d'ingiurie che gli abbiano risparmiata; non Ti è
specie di accuse che non gli abbiano fatte nei loro giornali; sicché, non solo
in Francia ma in Italia ancora, e perfino qi^i in Roma, sono giunti a creare le
più sinistre preTenzionl aiH che contro l'ortodossia di cui il grand*uomo avea
date prove sì grandi e si luminose! Quindi è accaduto che ayendo egli dimandata
la grazia, che il suo Confessore, che conduccTa sempre in sua compagnia,
potesse, in ogni diocesi, udirne la confessione, senz'essere obbligato a
chiederne la facoltà al toscoyo del luogo; questa grazia gli fu negata.
L'amico, incaricato di ottenergliela usò però la delicatezza di nascondergli
questa negatìTa: solo gli manifestò che, dietro le dicerie e gì' intrighi di un
partito, in Roma 'si era incerto intomo a'sentimenti delrO'Connell, rispetto
alla S. Sede. Ora O'Connell, al sentire che si metteyano in dubbio i suoi
sentimenti di filiale attaccamento alla Sede Apostolica, ne pianse per dolore;
e rescrisse subito una lettera che termina con queste ammirabili e tenere
parole, degne di un S. Girolamo, e di un Sant'Agostino: «Io venero in ogni cosa
Tautorità della S. Sede. Io spero bene ( poiché mi conosco) che non yi è una
sola persona nella Chiesa che, più sinceramente di me, faccia di tutto cuore
alla S. Sede la sommissione (nella più larga accettazione della parola) che la
Chiesa Cattolica dimanda a'suoi figli. Non ho mai detto, e non dirò mai una
sola parola che a lei non sommetta colla più profonda obbedienza. Sono
attaccato di cuore al Centro dell'unità, col più ardente desiderio di non mai
separarmene, né in pensieri né in parole né in azioni; e se mai mi accadesse
che io m'ingannassi nelle opinioni che enuncio, spero che si avrà la
discrezione d'interpretarle a seconda de'miei sentimenti: giac- ché LA MIA
SOMMESSIONB ALL* AUTORITÀ* DELLA CHIESA t COMPLETA, INTERA ED UNIVERSALE. >
QuCStO bell'atto di fede, questa bella professione dei sentimenti di un vero
cattolico, di un yero figlio della Chiesa, essendo stata posta sotto gli occhi
dipi Sommo Pontefice, lo intenerì sino alle lagrime. Le ingiuste preyenzioni si
dissiparono, e la grazia fu all'istante accordata. Gratior et pulchro veniens
in eorpore viHus (Vfa-gil. Aaeneid. lib. ix). E quell'invitta ss forza che ha
virtù a beltà mista f'Ttaduz. di jnnib, CaroJ, CENNI SUI SOLENNI FUNERALI
Celebrati in Sant'Andrea della Vcdh di Roma per V anima di Daniello o'connell.
lìt A. quel sommo Irlandese di DanieHo O'Connell» trapassato in Genova il 15
Maggio mentre a Roma dirigeasi, doTea Ro* ma nna lacrima di dolore » una prece
di etemo riposo, una parola di lode. E fu pio dlTìsamento di alcuni ottimi
Ecclesiastici, e di altri distinti Romani, che per collette, solenni esequie si
celebrassero per l’anima del gran Cristiano che tanto aTea meritato della
Religione, della patria, del mon- do. Il Sommo Pontefice l'immortale Pio IX
n'espresse il suo pieno gradimento; e allo stimolo delle parole, perchè la pom*
pa funebre riuscisse degna di Roma, aggiunse l'opera di ge- nerosa largizione;
concesse, per ispecialissimo pririlegio, i ric- chi paramenti sacri della
Cappella Pontificia, e a maggior suf- fragio di queir anima dichiarò
priTilegiati tutti gli altari di 8. Andrea della Valle nei giorno in cui
quest'esequie avreb- bero avuto luogo. I desiderii del Sommo Gerarca, e
l'aspettativa del popolo romano non verniero defraudati. Nulla fa ommesso, anzi
con ogni premura e diligenza si procurò che la sacra cerimo- nia riuscisse
decorosa e magnifica quanta altra mai di simile natura. Lo stemma gentilizio e
apposita iscrizione locata sulla por- ta maggiore della Chiesa annunziava al
pubblico che il po- polo romano rendeva f^i estremi uflBcii a Daniello
O'Connell; altra grande iscrizione sulla porta all' intemo enumerava le
principali sue gesta. Quel vasto tempio ti presentava triste ed imponente
aspet- to. Il bruno di coi era tutto vestito dava maggiore risalto alle sue
belle forme archiletioniche; né qaelle gramaglie ti ren- deano usa tetra
monotonìa, che la maestreyole disposizione delle seterie e de'yelluti, e la
ricchezza delle frange ad oro, nulla togliendo all'effetto lugubre che ispirar
dee il tetro co- lor di morte, il rario e il gajo dispiegara agli occhi del ri-
guardante. Maestoso e svelto- insieme sorgeva fino a sessanta palmi sotto la
gran cupola il catafalco, nel cui basamento leggeyansi delle iscrizioni dettale
dal yaloroso latinista il Ca^ nonico D. Francesco Mauro. Nel secondo ripiano
Tedevasi un gran medaglione a basso rilievo rappresentante V effigie di
O'Connell morente, cui la statua della Religione che tut- to sormontava il
monumento, «ombrava dire Il valente Scultore signor Binaldi avea Tubo e l'altra
modellato. Negli altri tre lati dello stesso ripiano e- rano, a finto rilievo,
espresii tre fatti memorandi della vita del grand'uomo, oggetto di questa pia
cerimonia; cioè: Nell'uno rappresentavasi V atleta della emancipazione
Irlandese pero- rante per la prima volta nel parlamento inglese in difesa del
diritto de'CattoIici a sedervi. Neiraltro scorgevasi Lui segui' to dal corteo e
in abito di Lord maire di Dublino (abito che O'Connell è stato il primo
Cattolico ad indossare da dueceiF t*annl) ricevuto dal Clero alla porta della
Metropolitana di quella città. II terzo accennava alla sua gloriosa liberazione
dal carcere» e lo si vedeva salito su di un cairo trionfale in- dicando al
popolo festeggiante la gran Madre di Dio, da cai riconoscea il trionfo della
sua innocenza. ADYBRSARIIS SYPBRATI8 G0NS0PITI8 FACTIONIBYS CATBOLICA RBLIGIONS
CYI SE TOTYM DBYOYBRAT IN LIBBRTATBM YINDICATA BX SABCYLI PR0CBLLI8 IN PORTYM
ABTERNITATI8 SE RECEPIT INGBNTI STI DESIDERIO APYD CIYBS TYM APYD feXTBROS
RBLKTO OBIIT lANUAE ID. HAT AN. SAL. HDCCCXLYII TIXIT ANNOS LXXI MENS. IX. DIBS
TI AD AETATBM BT RES GESTAS PER DIT AD POPTLORTH PRAB8IDITM AC SOLAMBN HBT
PARTM DIT In tumuli temporarii lateribus hincinde. DANIEL O'CONNELLVS TNYS POST
HOMINTU MEMORIAH QUI SCRIPTIS YOLYMINIBTS TANTA SAPIENTIA RBFBRTIS IVRA FIDBI
LIDERTATI9QTB QVAE SE ANTE A INYICEM AYBRSARl YIDEBANTYR AMICE COHPOSYIT AC
CETERIS GENTIBYS YTI HANC INIRBNT YIAM YNDB TAXTA AD IMPERIA FIRMITAS AD
RELIGIONBM MAGNYU INCREHENTVlf REDYNDAT QYASI SIGNYH EXTVLIT YNIYERSIS KA FYIT
GRATIA ET B^STIUATIONB YT PRIHVS CATHOLICORVM IN ANGLICIS COMITIIS ADYBRSARIIS
FRY8TRA OBNITENTIBVS IN SBCVNDO ORDINE SBDBRIT IDEMQYB TOT ANNOS REU POPYLAREU
DEXTBR BGtT ET PRINCIPBH SEMPER LOCYM OBTINYIT PER QYEM lYDKIIS SEYERITAS
LEGIBYS ADSERTA EST DIGNITAS FRENA INIECTA LICENTIAB PIETAS ET RELIGIO
AMPLIFICATA MAGNIS AYCTIBYS BIS ARTIBYS YIAU AFFBCTAYIT AD SYPEROS IV. DANIEL
O'CONNELLVS PtO BA QVA FVIT STMMA ERGA 6EDEM APOSTOLICAH OBSERVANTIA ET
SANCTISS. PONTIFICEM PIYM OPT. MAX CVIVS FAUA APVD OMNES GBNTES lAM
PERCREBVERAT ROMAB INFIRMA LICET VALETYDINE ITER SVSCEPIT YERVM lANVAE QTTM
MORB\'S MAGIS INGRAVESCERET IN GERISTI SBRYATORIS PRO SE CRTCI ADFIXI COMPLBXV
DIEM OBIIT SYPRBMYM ALTER MOYSES TERRAM YIYENTIYM DB LONGB PROSPEXIT CVIVS TAMEN
COR IN QYO DYM YIVERET CANDIDA RELIGIO PIETAS AMOR PATRIAB YNICE YALVIT DANIEL
FILIVS AD PATERNA BXEMPLA C0NTBNDEN8 ROMAM SICYT MORIBNS IPSB CAYERAT
PERFERENDVM CYRAYIT In aversa tumuli temporarii facie. V. DANIEL O^CONNELLVS
BXIMIA FYIT IN DBYM PIBTATB m YIRGINBM DBIPARAM IN CVIVS TYTELAM SE TOTYM
TRADIDERAT STVDIO SINGVLARI lUSTITIA VERO INTEGRITATE ANIMI FORTITYDINE
LI6ERALITATE DILIGBNTIA FACILITATE QYA SE OMNIBYS BXAEQYAVIT NVLLI OMNINO
COMPARANDYS QYAS ANIMI SVI YIRTYTBS IN QYATYOR LIBEROB SEDYLITATB TANTA
INSTILLAYIT YT BOB NON TAM SIBI PROCREASSE QYAM DEO ET RBIPYBLICAE MIABSBFBRRBT
BT LONGO POST SB IKTBRYALLO RBLINQUBRET QUAE SEQUUNTUR EPIGRAPHAE IN INTERIORI
TEMPLO PILIS DISPOSITAE LEGEBANTUR Clamaverunt od Dominum qui suscUavU eis
Salvatorem Jud. Clamor filiùrum Israel venti ad me, vidique afflictionem eorumj
qui ab Àegyptiis opprimuntur Veni, et miWm te, ut educai populum meum. Ego ero
tecum, (Exod.). Ab infamia mea mecum crevU miseraUo, et de utero matris meae
egressa est mecum. (Job.). 4. Dedit ei Deus sapientiam, et prudentiam multam
ntmis, et Mitudinem cordis, (Reg.). 6.Justitia indutus sum, et vestivi me sicut
vestimento, et dia- demate judicio meo. Oculus fui cocco, etpes claudo. Job.
Gubemavit ad Dominum cor ipsius, et in diebus peccato- rum corroboravit
pietatem. Eccli. Princeps fratrum, fundamentum gentis, staòilimentumpo- puh
Eccli. Ubi non est gubemator, populus corruet Prov. Custodiva illum ab inimids,
et certamen forte dedit UH ^t vinceret (Sap. x. 12). Descendit cum ilio in foveam et in vinculis non
dereliquit illum, et mendaces ostendit qui maculaverunt illum, et de- dit UH
claritatem aetemam. Sap. Loquebar de testimoniis tuis in conspectu regum, et
non confundebar, (Psal. ii8). i I. Populumjustum liberava a nationibus, quae
iUum depri- mebant. (Sap.). i2. Vos fila confortamini,
et viriliter agite inlege, quia in ea gloriosi eritis, (Macc.). Majorem hac dilectione nemo habet, ut animam suam
ponat quis prò amicis suis. Joan. Mortuus est pater et quasi non est mortuus:
similem enim sibi reliquit post se. In vita stia vidit, et
laetatus eit in ilio: in ohitu suo non est contristatus » nee eonfu. ÀS est
eoram inimicis. (Eccli.). Praecepit Josue principibus populi dicens:
Mementoteser- monis^ quem praecepit voÒis Moyses famulus Domini, Et responderunt
ad Josue. Omnia quaecumque praecepi- sii nohis fademus» sicut ohedivimus in
cunctis Moysi» ita ohediemus tibi. Josue Decessiti non solum juvenibus, sed et
universae genti memoriam mortis sttae ad exemplum virtutis, et fortitu- dinis
derelinquens. (II. Mac. vi. 3). 17.
Cum placuerint Domino viae hominis^ inimicos quo- que ejus convertet ad pacem
Prov. Sapiens inpopulo haereditabit honorem et nomen illius erit viveììs in
aetemum Eccli. NIHIL OBSTAT Josephus Maria Can.
Graziosi Censor Theologus IMPRIMATUR F. Dom. Buttaoni O. P. S. P. A. M.
IMPRIMATUR Canali Patr. Constantinop. Gioacchino Ventura dei baroni di Raulica,
Gioacchino Ventura Da Raulica. Gioacchino Ventura di Raulica. Raulica.
Keywords: l’origine dell’idee – il fondamento della certezza, la legge naturale
dell’ordine sociale, la sicilia come stato sovrano ed independente. Refs.: The
H. P. Grice Papers, Bancroft MS – Luigi Speranza, “Grice e Raulica” – The
Swimming-Pool Library, Villa Speranza, Liguria.
Luigi Speranza – GRICE
ITALO!; ossia, Grice e Ravelli: la memoria, la ragione conversazionale, la
memoria, e l’implicatura conversazionale – la scuola di Milano -- filosofia
lombarda -- filosofia italiana – Luigi Speranza, pel Gruppo di Gioco di H. P.
Grice, The Swimming-Pool Library, Villa Speranza
(Milano). Filosofo italiano. Milano. Lombardia. HACTENVS ab EIVS PRIMO AVTORE, HVIVSCE
iecundo qmde m mcognitd, ita obfcureliudio tradita, vtiegerehedum ffi lN.lN
INCLYTA Academia HeidelbergenfiltaKcs &Gallic liflguaeinforniatorcm.
TRANCOFViri Hoffmanni, fum titfc bus Ioann TheodoncidcBry, i»»#>f.DC. XKl/o
LLC. AMPLISSJMIS VIrisquecIari(fimis, Dominis Profcflbribus, ac Heidelbergenfis
Aeademia: Mc- i coenatibus &Patronis fuisobferuaa- di/fimis, Vrn
admeperuene- rit arsmemoru arttficialisperltalum Mthi tradita^uitantum ei
tnbuk, vt quodmagnt mu- neris loco mthiofferret, hac ipfaarte mhilpotius aut
an- Uquius haberet( cmufrcifi* dem mihi alti cmoque Ittera^ 2 rum Epistola. rum
ftudtofifecerunt,quili- belli huius c&pia fibi fatta, ed maximee refitafore
iudica- runt.) conicfluraaffqutpo- tuifitentiani baric fitn publicum prodirei,
iuueniuti, iri cuius tnjlituiione iotius rei- publics. cardineverfaripru-
dentes (emper fenfirunt singulart munufeulu offerre fed vt aliqua
expartegratterganjos antmi ftgnumextaretycjua fi- ducia fretns vos idipjumfe*
rena fronte accepturosnuU Ihs debito: Deum rogans, vt vos omncs et ftngulos diu
4 3 (ojjn* £ Ep I S T* DeDIC«. fofbites^ tncolumescanfer- uet> quo @f
meafotiHSfy hu- tus Academufalus ac pra- Jperitas humerunec iniuria macremfapi-
entiaea philofophis appellatajquo nomineetiam Themiftocles,
muIciquealiiobinfigne memorias acumen commcndati leguntur. Ecfi
aucemnacuravnicuiqueiat virium ad hoc conceflerit, tamcnnonoh- ftat,
quominusartequadam nature^ iaftin&us augeri, et ad rnaiore perfectionem reduci
poffit, ad quam artemcum proximc viam fternere prejens libellus videatur,vifum
f uit eum publici iuris facere tuoque iudicio ac ccnfurae, candide lc&or,
fubiicere-, in quo fi nve operaepre- cium fcciiTe iudicaueris,er i t de quo
mihi gratulcr,ac ad eius generis alia aliorum commodo,fi res ita tuleritj
inlucem emittendamedc- uin&um agnofcam, Valc. Vicunqs artem aliquam cupit
addiicere,debcc adferre amorem et de- fiderium,finequibusin nullo ftudio
proficitur, Ncmo quoque debetoffendi exilitate fundamentorum huius artis.NamTheo-
logia, lurisprudentia, Medicina et septem artes liberales, aliarqj /cien- t;$
omncs,viginti fex literis confcruantur et ad pofteritate tranfmit- tuntur,
nihil aurem fimplicius illij yiginti fex figurarum aJphabetica-
rumnotisXonfiderandum quoq;, Japides in terra inueniri, arbores cx
ipfaexfnrpere, fed tamenexiisni- hilpoiTe effici, nifi arte accedente
certiffimumeft, cx quibufdaenim fitcalx, mftrumentis alijcoaptan- A 5 tur ro
tur ad ftcuauram, hx fedione pr«- parantur ad ftruendu focunx idem dc Musicae
fundamentis eft, m quibus trcs fignantur claues, fitfex no- %x > in his
fundamentum confiftit acus tam excelientis. Idemquoque 4e alus fentiendunh Si
igicut oipniufcicnciarum, et rerum etiam 'naruraimm parua cognofcarareffe
fundamenta, nemo mirari debet fauius actiseciam talia effcqua? funt quacuor,
locus,imago,ordo, loco- yumacimaginumpraxis, fiueipfum exercitium.
Eftautemiocusimagi- pum fedes, feu receptaculum, in quo imago vna vel plures
poffunt ollocari. Vtimur autem in hac arcedomibus in quibus oblecuanturcubicu
la &in nsparietes hocordine: lnstantes apponimus tecgumoftio& qui a
finiitra manu eft, eric primus, quemalij ordine fequuntur, men- fam feu
pauimentum ponimus pro ouiato paricce, et in vnoquoque pariete vna licera M
vtinfra, NB. prxcedendum figurarum ordoin- uertipoteft&debet,vbi quiseisv-
titur inconcionibus, & argumentationibus applicandis, vel aliis
themahabentibus. Quodquidem thema inmedio collocatur &tum procedendumeft
hoc ordine, De reliquis figuris idem efto : qua: figu- rx ita funt
diuerfificata: vt quis gradatim poflit proficere, et Mis vti pro variis
occurrentiis, Imago eft figura cuiufcunqu%rei. Imagines rerum fub afpe^um
cadentium valde faciles funf, earum vero, qu^ noa n Ars Memom^ non cadunc fub
afpeftiim, vidcntur quidem difficiiiores, induftriata- men humana modum
inuenit, quo omn umrerumimagines inprom- tuhabeantur. Qu >\xm mulcasfo- lcnt
dareregulas ad imagines inucniendas, fed nos generalcm vnicam tantum dabimus,
qua modis aliis nonindigentes,paratasfineftudio, &labprefempcrhabeamus:
vcfuo locodicctur» Hqc au tem diuiditur in propria, quae refcrt illam vnicam
tancum rem,cuius eft imago, vcfiponatur imagoChr.fti vt reprcjencet ipfum
metChnftum, sed fi vtar jmaginc Chrifti, vt legam vir vel homo, est impropria
&c. Dialecticus hoc ita cxprimic paucis: Quando imago indiuidui ponitur pro
ipfo indiui- duocftpropria, fi vero pro fpeciei vel generis repra?fentationc,
aut fu- pcrioris ponacur, crit impropria. Adducitur hxc diuifio vt declare-
turliccrc intcrdum vti imaginibus impropriis,quiaA ffit iutitadcxcitandam
memoria vt exemplis declarabitur, Altcrad.u (ioneimago tftpcrfeaa, vt
rcrumimpcifcaajcdua den- fevc 14 Aks lAtU6*tM* fevt omnesviciinundent, necfic-
cis pedibus tranfire liceat, iam per-fe et aeft: foloritur, imperfe&a, (ed
inaximafiguracolore rubrovel viridi, nunc perfe&a eft, atq-, ita nunquam
haerebimus, quin hoc!quod petimus confequamur Tertiaparseftordo, dcquople-
raquc di&a funt, fed duo tantum rcftant adiicienda, vidclicet decorum in eo
observandum Si quis enim velit Chriftum in cru- cependentemita repraefentare,
vt mater fupradcxtrampedibuscon- fiftat, San&us Ioannes lupra sinistram,
Maria vero Magdalena fu- pra caput, valde a decoro deflexerimus: fed oportet
fic facerevtvfus et decorum postulant* ltem, fit fupplicatio > non erit
episcopus qui crucem fequatur, fcd pueri fymphoniaci, iuniores facerdo- tcs,
deinde feniores, canohici, t£ridem fequitur Episcopus. Itemda Rege intrantc
ciuitatem cogican- dum. b Quarta eft praxis fiue exerci- tium, de quo poftquintam
pr*le- tfionem abfolutam, qu*dam ne- cdiaria dicemus : oclaua vero lc- jftione
Jatum mare praxi s nauiea- bimus, declarantesquomodo Gramatic*, Rhetoric*,
Dialcftic^re- Iiquifque artibusliberalibus appli- J«ur,Thcologi*,Iurisprudciiti
f Medicinx,quomodoaduocati,c6-. uiianj, pr*fides,Legariad prtncn pes, et
cuiufque fun&ionis homi- nes, eadem vti poffinr* Nunc vc- ro manum operi
admouentes in- cipiamus aliquid ad praxin reduce- re, a minimis paulatim ad
maiora progredientes. Regula vocabulorum intelle&o* rum harc eft, (nam non
intelle&a in quartam reiicimuslecl:ionem, tunc exprofeffo de iis aduri)
dequibus ii iam traftare vcllcmus, nihil pr*ter ieiunam tna&acionem au-
dire- Ars ditetis.idcoconf«lti U sv,dctut..$ ernims. Vobis monfttate modum
edendifpcciminis, quod nemof.nc Siniculoattispotcft,ct.amf.v. er.concinuisannis
ia utplunbu S memotiamcxetc Uiflct. Vocabulaita^intcUcaamcmo-, ia tctinentut,
imagimbus eotum inlocispof.tis, atctibutamfign.ah. quaaamnc. quscxvctcnautno-
Sofumctutteftamcnto: Ex hifto. Sfactisvclptofanis cxtabuhs «oetatum, velcx
v.cacommum.h Uton.h. lcxiftisd.cuttat.l.ccc fingcte ad vohincacem noftram.
tfullum auccm pocctit dic. vocabulum. cuinon ftatim poffimus et-
fineerca&ioncm. Platoquodam tempote docens dcldcis intstahosauditotcshabuit
Atiftotclcm adolefccntcm ad- ioc nori ca opinionc doftnns, quapoftcafuit et
DiogcncmCy- ^cumicumqucfubtilitctdcmcn- Scc U cyWc loq«ct«ur, S jf
heutermentemaflecutus cft, Ari- ftoteles clamfecumridebat: Dio- genes
exclamauit diccns : Men- iamquide &c cyathum vidco,men- fcitatem et
cyathitatem non videoS Refpondit Plato, nonmiror;ocu- los enim quibus menfam et
cya- thum vidt as habes; mcntem qua menfeitatem et cyathitatem vi- dias,
nonhabes; haxmolocoEra- fmus in apophthegmatibus:ex qui- bus
conftatPlatonernaliquarrico- gnitiottem artis habuifle, multo 1 tamcn clarius
id patet ex diaiogo in quo introducit Hyppiam tan- quam de magno bono
gloriantem, quod 50. vocabula fcmel audita, quolibet ordine repctere poflet.
Hocautcm nerao mortalium (au- da&erdico) fine fubfidio artis po- teft;
colligitur ergo aliqua fuiflc illum adiutum arte* Idipfum au- ditores noftri
aflequuhtur ex pri- ma le&ione, eodem, quo incepe- runt audire, die;
&fivna,duabus B ttih iS tribus, aut quatuor feptimanis, pcf lernihoram bis
quotidie quis velic ex hac fe exercere regula, ioo. 200. ^oo*aut plura repetere
poterit* Contiderandumpr$tereahiceft, artem tam cfle natura? congruentem,
vtnuUusfithominum,quin illa rudi modo, licet nihil vnquam . audierit, vtatur.
Si quis enim velic cogitare, vbi natus fum l in qua vrbe, vico, domo,
cubiculo:nonnefta- tim ad locum confugiec ? Si vero quo patre,macre, qui
fratres, foro- res,(erui, ancilla? ? nonne ad imagi- nes confngiet? &c.
fieri enimnon poteft, vt alicuius reirecordemur, ne minimae quidem, nifi auxilio
lo- ci aut imaginis. Quemadmodurft enim D t vs principia omniii scientiarum et
artium infudit homini- bus, quibusfivtivelimus, et inali- quo nos debito modo
excrcercex- cellemusjfic&inhacfitarte. Aliquandoaliquis indocTus,agric#la,
enthymenaa vel lyllogiimum con-£cit m ojiiii ficit, folonaturzdu&u,
fiillearti DialedicaEropcradcdinct noneex- celluiiTetihca^ideiudiciudec^te»
risartibus liberalibus et mechanicis Patet igitur hancartem memo na
conuehifrecuipfanatura,quarri perficit, ideoqj mirtime ncgligen- dam.Sed longms
a propofito denV ximus, ad fpecimen redcamus. Quamuis enim regula fit clareex-
pofita, tamen nifi exemplisdecla- i ctur,arbitror non fatis eam a vobis
poflecomprchendi. Exemplavero hic poncnda non putarcm, mfi ani rnusmihief
Tetartisamatores iuua- du Diximus fupra vtcndum efle cu -
biculisCinprinGipio)& applicanda vocabulaintelle&a, vt eo facilius, et
maiori affcftione, tyrones apprehendere artcmqueguftarepoffint. fcmngat igitur
fibi aliquis cubicu- lumcuiusparietes quinq; habeant Jocainpnmafigura (licet
etiam v- naquaq; aliarurh vti poffet,fcd hci- Iitatis gratia hac cohtenci
crirhus) B 2, quz funt quinque,| et in fingulo pa- rietetotapponendo
25«erunt,qui- buspoteruntapplicarii^. vocabu- la diuerfa non voce, fed mente,
vtlinteum, culter, calceus,hber, templum|pileus, sapientia, meretrix, panis,
tecl:um |campana,virgo, bos,futor,diligens| fluuius, cuftos,
caro,bombarda,ftabulum| cande- la,feneftra,fponda,auis, inimicus| En habetis
excmplum, iam exer- ceatis vosin hac prima lectione vt poftmodum ad alia
pergamus SEntentia fiue textus continuus memori^commendaturacrcti-
netur,principalium vocabulorum imaginibus in locispofitis, minus principalibus
ita eft accommodan- da memoria naturalis, vt adiuta imaginibus principalium,
etia minus principalia repetat.ad quod re- «ftius faciendum oportet quatuof
diligenter confiderare. u prxci- puam R s Memori^e, licfl I puam imaginem
tocius fencenciar, nec refert an ilJa reuera prsecipua iic,annon> modo
quiseamprotali iudicec. 2. diligencer aduertendum adprimam cuiufq; fenceci
di6cio- nem, nam fi redeun tes ad locum a- ciementis velprecipuaimaginem
videamus, vel primamcuiuiqjfententi diclionem, facile memoria naturaHs reliqua
fuggerit,perinde atqi in fcholis pueri, fi noexafte re- neac penfum
leftionis.quod tamen aliquotieslegerunt; fi cuiufqjvcr- fus primum
vocabulum,reliquis te- &is,liceret videre, facile ornnia recitarent, ita
quoquehicfierifoJec iCauendumeftne fynonvmu pro fynonymo fubfticuacur,nam hic
fa- cilis folece/Te lapfus: fi dico mulier, enfis.complccUon cibi dicendum,
roemina, gladius, repleci, &c. Curandum prascerea vc fingul* didio-
neseodemrepccancur ordme, quo vel leclra- vel didaca?fuerunc. Sedcurnos vrges
(aliquisinrer- B 3 rogabi OnciynonymUjp fynonymo fubfticuacur, vel ne ahquando
ordo nonnihil inuercacutf quorum alce- ruvel vcrunq; fi mihipermiccacur, ordo
cric melior et elegancior: illi enim qui primum fencencias pro- tulerunc no cam
de propriecace vocum &collocatione, qua de fcnfu expeditofueruntfoliciti.
Refpon- deoduabus decaufis idvrgeri, pri- ma, vt declaretur per artem id fieri
poffe:fecunda, magnam affert di- centi autoritatem, fi auditores do- mum
reuerfi (ententias iifdem o- mnino verbis eodemque ordincin citatis au&orum
bbris inuenianc: fi enimter, quatcr, autfaepiusidde- prchenderint,eolliget
orpnesfem- pcr fentencias ica ab illo in medium produci. Sed aliquis rogabic
forfan mo- dum, quo duq (uperiora conlequi quispoffic. Refpondeo,forcimen- tis
applicacione ad fingula vocabu- la, & adcollQcacione:&exercicatio- nci
2S ne, quibus folis illud aftequemur, ita vt nos ipfos admiremur* Pranereaab
orficio quodinora- tionehabet,(i enim videamnsima- ginem nominis fubftannui m
ac- cufatiuo vel ablatiuo politam, nec- efleeft alicundeclependerc* ficon-
iun£tio,iam fuofimgiturofficio: in- terie6): io facile obfcruatur. In adverbiis
opus eft maiorementis applicatione: &ha?comniafunr, qn^ deregulaomnium
difficillima dicerefole musiquadicctficenuclea- tafit; exiftimo tamen ptax;m
vobis videridifficilcm, nili exempiisva- riisilluftretur. Sit itaq; prima
fententia ha?c. Princeps fine 1iteris, quasi nau is cftfineremigc,
&volucnvfinepcn- nis:qua? fic eft applicanda: ponitur nauis in qua ftat
princeps, cum virocuiustunica talaris plenaeftau- reislitcris, in vefte
veroprincipis nulla eft, et fi c ex oppofito legarn primam partem : deinde
confide- B 4 randa 14 Ans Memorijs. jranda nauis.in iifq> locis in quibus;
remiges federe foient, nemo appa- ret.ac fertur tardo ac obliquocur- fu, quod
confidero non fine caufa fieri, cum alioqui re&o et celeriore procedere
deberet, &: fic legam fe - cundampartem: ex clauoin malo pendebit grus vel
anfer depluma- tus: ac indevltimam partemcolli- go,& fic fcntentiam» 61.
literis ocu- lis exterioribus cxhibitam fextan- tum imaginum adminiculo, acic
mentis iegam : atque hoc exemplo fufficiat, cu quilibet ad placitu fex- centa
fibi exemplainuenirepomr, Quemadmodum ambu4antium in fole vmbra corpus feqUitu
r, fic in hac regula imagines comi- tanturres ipfas. Deinde nonopus eft,vos
obligare adipfamet verba, qusE duo magnam afFerunt facilita- te:regula vero hxc
eft:res memorie. jommendantur, cum fummatim ipfq«f i$ jpforu negotoriuordoin
lociscoj- locatur, In hac tria nobis insinuantur [HOLDCROFT ON GRICEO ON
IMPLICATURE AND INSINUATION, to mean, to suggest, to imply] ; primum,
omniaquaxunq; vo- lumus applicarc,redigcndacfre in epitomen, non enim cam
longela- teque ficuci a concion -itoribus, vel declamacoribus ornandi; captan-
da?quebeneuolenti£gracia, propo* nuncur,nobis excipienda func; fed faciseric,
fiipfas cancumres necef- farias, feu nudas appliccmus ; ac cum poftea opus
eric, ex nobis ipfis ornabimusapplicando, Secundu. epicome llla eric cam
magna,vc vno loco comprehendi non potfic, nam fingamus biblia incpicomenreda-
6ta,camen erunc libri Genefis, Ex- odus, Leuicicus, Numeri, Deucero nomiom
&c.&infinguliseruncca- pica, fed vnumquodq; capuc, quod quinquaginca
auc centum lineas feu verfus concinebic, nunc cantumfex, o&o vcl decem
contine- bir; et tamen tam paucis verbis, o- mnia erunc comprehenfa, qua? toro
B s bibliorum corpore. tdemindiciurn deciteris* Neeeflarioitaq; diuifio
inpartesmaiores et minores fein- gerit,& qui ex praecedentib. ftudiis
affert promptitudine redigendi ali- quid in cpitomen et diierte diuide- di in
partes maiores 6c minores, ille valdeidoneus eftad hancregulam in praxim
reducendatrnqui vero id nondum funt adepti, vt icholaftici primae et fecundx
claffis &c. de- bentfeexercere vt promptitudine
VtriusqjConfequantur.Diicretaaut diuifio in eo confiftit, vt quae coniugenda
funt non feparencur: qu* ve- yofeparanda funcnoconiugancur. Tertium accipiende,
funt imagines minorumpartiu&: mlocis ponen- dar. Quartumadiungimus,videli-
cet repetici one,de qua fupra locuti fumus et poftea bis terve eiufdem faciemus
mencionem. Pofluntautcmin comprobatio- nem rcgute fumi exempla 4. ex ve»
terijtotidemcxaouo Tefta* exhiftehis Ars Memohi^ zj ftoriis,itemfacris&cx
fabulispoc- tarum,& ex vita communi ; dcindc proponercexempladuodecim,ni-
hil mter fc coha?rentia et ignota, vc oftendatur reg ula a?que cpm mod&:c*
da,de,di J Interponitur vocalis duab. con- {bab, bac, bad*j beb, bec,bed
>&c* cob, coc, cod 4. Vocalis poftponitur duab.con-
fonantibus,vtbra,bre&c.5. Dua- bus vei tribus confonantibus fub- iun« J|
iungitur vocalis, aut diphtongus. alysduabus\eltribus confonanti- bus
fequennbus; vtplcbs, ftirps, ftre.dts.deftprirlij.inlingua Germanica fupcriorc
et inferiore. Sed hu.ufmodimonftrofefuntfyllaba' et m rarovm. Exomn.bus itaque
lyllab.sre l icienda;funtinufitat a et remanebunt,ooo. a ut je oo. ttun ex
D.ft.onario quzrcnda nomina fubftant.ua, ab iis iyllabis incipicn- t.a, et tam
familiar.a reddenda.atq. nunc funt liter*alphabeti, accum
v/uspoftulabit(fiplacethicmodus) vtemur. proutdemonftratum eft. Quartus eft
vtimago pti mx U terx ponatur m loco ; et pro duabus aut tr.busreftantibus,attribuatura£rio
tah .nftrumento, quod in initio fui .llasexh.bcantivtfiexprimendum efict
vocabulum oma imago prima: tund.tvelfran gI t ; ca pi turprima
matula.coniungiti.rimagin.primc hterc et cfficit oma:Si vero ponatur Antonhis
quimolam vcrtit, capi- tut mo a mola&coiungitur imag.m prim* hteta:
Antonii,& fic habe- m us,amo,quodvetbumhcetfit.n- telleaum,
tamendeelarationiser- «jopofitumeft, hicmodus tantutrt fetuit diai,
unculis,duaruro> tt.utn autquatuo.t htetatum.Quintus ve- to roodus, meo
iudicio, aliis omhi- bus prxferendus, vtmagmshtenS infieni colore fcribantur in
loc.s vocabulanonintelleaa.&ment.s acie f edeuntcs pet fingulos locoS
videamusaclegamus, quod non tantumnonintellcais.ledomn.b, non figut atis:vt
funt voces quatuot pattiumindcclinabilium figut* Arithmetics acc potcft
appl.can,ac inteidumetiam intelleais.vtcum nominaptoptia. viforum. fem.na-
rum.cm.tatum &c. f et.nenda funt. Poffunt pre,teteahiomnes mod.ad libitnro
mUceti.vt vna pars per pn- mum. alia per fecundum.tett.a. aue quatta.velalia
pet qu.ntum, ptout CUlUS- m cuiufqueiudicio commodiffimum videbitur,efFerantur.
Huic ledtioni adiungi folet, dc perfonarum collocatione &nume-
risarithmeticis, quarfubferuientfc- quentibuslc&ionibus.Perfona: tri- bus
modisexprimuntur, i. per pro- prium, hoccft, quando perfona a hobis vifa
collocatur ex imagine nobis ex afpedu imprefla. ^fper imagine et hic Iatiflime
patet.Nam fic Patriarch ?,Propherar,Chriftus, Apoftoli, omne/q; fanfti
repra?fen- tantur, et omnesquinoftro(ecuIo viuunt,feiundianobis. Sicpluri- mos
fanftos, Pontifices, Imperato- res, Reges, illuftriores homines poflumus
cognofcere, infpe&is i- pforum imaginibus 3 &ex figno ipfis attributo.
Sic Petrusclauem,Pau- lusgladium, lohannescaiicemha- bet,&c. 3. modovtimur,
vtroque praxedenti dcftituti, videlicet per fimile : vtpote perfonam nunquam
vidi,imagoeiusnonextat, confu- C gien- wsam giendum igitur ad fimile,vt fi
vetim exprimere Clementem Papam, ponam hominem mihi notum, cui nomen eft
Clemens, quod ex facic nota eolligo, cum ipfum indu&um concipio veftibuspontificiis
atque itafaciesnomen,habitus dignitatemrepraefentat, ldem de caeteris eft
ludiciutmMalim ego hxc ctiam per quintum modu vocabulorum
nonintelte&orumcxprimere. Nu- menarithmeticipereundem quo-
quepoiTuntexpnmi: fedfi quisha- bere malit non ipfasmet figuras a-
rithmeticas,fed quod cas reprefen- tare poffit, ita eft accipiendum vt pro i.
candelam, vel vlnam pona- mus: pro z. anferem, cygnum fe- dentem: pro 3.
anguillam tortam vel (erpentem, aut triangularem: pro 4. figuram quadrangulare vel
pileum facerdotakm: pro . ma- num: pro^. ftellam: 7. normam
murarij,feulignarij: pro 8.calicem, horologium arenarium, perfpicil- lum: rffl
2 Aks Me Jum: pro^.cornuvenatoriumrpro io mctamiaculantium,annuJu mj vcl
fcrpentcm mordehte catidam, efteremus. Exhisdecem fimplici-
busomnescomponuntunperinde ac ih notis arithmeticis fieri viJe mus. QVando
nobis ipfis habendae- ntconcio.vei oratio : duo iici- musefle: Pnmo
pra-fupponimus, pnmamillam cfie fcripcam vcl im- preflam, aut faltcm
animoconcc- ptam. Secundo nos haberc locos paratosadillam collocandam, his
auobus przfuppofitis, prima crit tegula, vt ipfarii a principio ad fi- hem
tarde et attente legamus: v C rereconfideremus qnid fit materic intotaconcione
: lecundaerit, v C dtuidaturin partes maiores. Thc- rna,primamath6matcpartem,
fL cundam et (quod raro fit) tertiam. I hema m medio ptimi parietis; prima pars
in mcdio fecudi, fecutv» dainmedio tertij, terti* in medio tertij
cfollocabitur. Subdiuidentur maiores partes in minores, prout materia le
patitur fecari. Tertia imaginespartium minorum, quae femper adfunt, erunt
collocanda; in circumftantibus quatuor locis,
quifin6fufficiant,interpofitisqua- tuor aliis, fecundam locorum figu- ram
habebimus, eaque variabitur tribus modis. Tertia pars continet per diuifionem vigintiquinquelocos
in vno parietc, qui fufficiunt long flimx concioni collocandae: I In medio
collocabitur ipfum the- ma&quzcunq; de thematehabe- ' bimus in viginti
circumftantibus locis ponemus: item iniecundofc tertio, ac (fi fuerit) quarto
pariete fiucetiam quinto, qusecunquede vnaquaque parte erunt difponen-
da,probeneplacito euiufqj.quem- admodum exemplo latius ad ocu-
lumdemonftrabitur. Et eftvaIdefacilisIabor,cumno- frshabendaeft: nam fi
nonfufficic femellegifle,biscervc, percempo- ns inccrualla legam, manc,meridie
et vefperi. fi collocacio imaginum non tam celericer procedir, diucius
immorabor,non opus eft feftinaco. Sed plus difficulcacis fubefle vide- tur, cum
alcerius concionem cupi- musexcipere, nefcimuscnimquid didurus fic, tum vnum
cancum efle fingimusvidelicec, nos habere lo- cosvaldebeneformacos, vtdeiis
cumnon debeamus efle folicici, fi poft inuocacam S.Spiricus graciam dicic
chema,fuo loco ponecur,fi fta- tim, antequam ad explicationem eiusprogrediatur,
diuidat induas vel tres partcs, ill* fuis quoq, locis difponentur,fi non
diuidit,fed the- ma profequitur, omnia compendiofeperimagines excipiemus.per
regulam rorum. Abfoluto thematc diuidit>prima pars fuo loco ponen- da,
&itemfecunda, rcditadexplicationem primae parcis ia viginti v jecis excipientur,prout
di&um eft> Excmpli gratia. Tempus eft nos jamdefomnofurgere, Kom.Jj.
fta- timcoliocabitur homo tenens de/ xtra manu horologium arenarium, finiftra
falcem . et alaria habet vel ad pedcs, veladhumerps, iamha- bcs4imidiumthema,
in vnaparte. cft leftica et altera ex oppofito, ex quibus morc quotidiano
profiliunt c}uo (efe vcftientes, in altera parte duo homines qui ha£t,enus male
vi- xerunt, emendantvitam, virtutes excrccnt, et femper intemplore- t>us
diuinis in terefle videntut » iarri altera pars expreiTa. eft* Si dicat tri-
plex in facris literis innuittir fqm- pus,corporis,pcccati &mortis,hoc
autem thema de fecundo genere iptelligitur : pona in vna parte dor- mjentes, in
alia peccantes, in alia Joculos.quibus csidauera imponun- ^un&fic vlterius
progrediar,donec primam pattem> fecundarn, £ foi- fan tertiam eciam
abfoluerim, in quibus cota eoncio vel oracio ver- fatur. Scd qu#ret hic
quifpiam, quomodo fieri poceft.vc canra celericace excipiamus acqueillc Joqui-
tur,etiamfi dedita opera velit verba celerrimeproferre, Quacuor id adminiculis
futuru eft* Primum,oportetconfiderare hanc artem excipiendi per imagi- nesefle
compendiofifiimam, itavc quodconcionator/oo.ita vtmulto cclerius
excipiam,quamille loquatur, etiamficoneturmaximeverba mira celeritate
profundere. Nam ii exemplum memorabile, vel hifto- riam mihi cognitam incipit
propo- nere,antequamioij.aut ^o.proru- lit di&iones, ego paucis imaginib*
exprimo, et expedo quando ali- qmd iubiunget, mihi non notum, aut illud etiam
efFeram : quod ali- quoties in vna concione, vel oratione, fieripoflet: cxempli
gratia, Incipit dicere inter alia, vt autem luculento monftrernus exemplo,
hominibus ecclefiafticis magnum deferendum honorem eciarn a viris lummis, Rcx
quidafuo nosdocuic exemplo.qui obuiamhabensduos monachos 5 ha?c tantum
protulit, e- gopono Regemhonorantemmo- nachos, fratremr«prehendentem, tubicinem
antea?des fratrisexcur- rere ad regem et cum illo loqui pal- lidovultw,
membrisque trementi- bus, deindeabire, abfolui, ille vix 20. cxpreflit di&iones
et ego totum exemplumnotaui&c. Sed quid faciendum, illo mihi C $ nota
diccntc > inftituenda ne erit a- liqua repetitio di6torum,id aliqui xnihi
fuadere voluerunt, icd mahm attente et patienter audirc, licct fat
jnihicognita. Namfi inftitueretur repetitio, forte atitequam illaeflet
abfoluta.cocionator aliuddiccret, atque ita illam abrumpere cogerer:
quodconrufioniscaufaeffe poflet* Quartum eft ipla cxcrcitatio, vt poftqua hxc
itapercepta, incipia- rous concionem fimplicem . ac non nimis copiofamapplicare,
omiflis in principio citationibus, doncc confequuti fimus concionem fatis
fceliciter exprimere, fine citationi- bus:deinde ide tentabimus et quin- que
tantum eitaxiones excellentio- res locabimus, quo comparato 8. retincbimus :
quod fatis eft. Nam fi ex vnaquaque concione quinq; aut o&o
ietincrenturcitationes, anno abfoluto vnoduoUaut tribus pr«- cipua vtriusque
Teftamcnti mc- m item fi mi- nordonec inter argumentumpro- feratur ac tum ilJa
fuis quoquelocis difponetur ; vt modo di&um efi Quod fi fit indu£tio,tum tres
enun- tia tiones ponentur, et tertiae adde- tur fignum, quod fignificat, et fi
c de casterisj& in quarto ponetur co- clufio 48 Ars MemorijE* clufio:
namcumpomntpluraeiTe membraininduftionc, longumef- fet omnia collocare» vtdmnis
ho* mo cft mottalis, omnis bcftia eft " mortalis&c.ergo omncanimaleft
mortale, Ex his facilc colligituri quomodoSorite», Dilcmroa,vcl a r li$
argumcntandi formae fint dif po- nendje. . Reftat, vt rormam nunc aliquam
praxis, iuxta promiftum, oftenda^ mus,nihil n. obftat quin iam nos in haftenus
diftis cxerccrc incipia- inusin fequenti le&ione. Romifunus leftione prima,
la- ~ tius fextadehis traftaturos, fic jgiturnuncaccipite: quinquc for- mis
fupra didis fextam addipolle, vt duftis /i. lineis reftis totidemque
transuerfis in vnopariete fmtccn- tum loca et in toto cubicuio 500. hocmodo qux
p 49 I 1 3 4 5 6 7 8 \r 10 T T A 1 T 1 t ii J 5 16 '7 18 19 20 1 I zz 2 5
26"*7 28 19 30 1 T 3 2 u E 35 3 plus illc quidem proficiet, fed rriaior
rcquiritur ctiamlabor&diligentia,& deiftis diftindiuis haftenus nihil
dixeramus. qux (uam fecum fueruntvti- litatem. Nam aliudagentes,vtilia memoriff
retinenda commenda-tera- rum humaniorum,aiterum Theo- logiz.tertium
lurifprudenti^ qua*- tumMedicin$,quintumI^iuil hp- me fextum hiftoriarura
facrarum, ftptimum hiftoriarum piraphanarum,oaauurn EKcni^a, fiempra- bihurn
Ars Memori^, h bilium facrorum, nonum propha- norum, dccimum comicorum, vn-
decimum controuerfiarum, duo- dccimumcafuum coQfcicpqx &cc. acper
fubdiuifionem per domos, cubicula, parietes de qxia odaua
leclioneinfpecielatius. JT\E collocationclibrorum et citatione au&orum
dediclatio- ne& celeri fcnptione nunc agendum eft nobis. Quod ad primum
attinet,cumcoliocandinobis func libri, neccflceftimagineseoruha- bereparatas,
vt autem rediushoc fucccdat,qu^dam(untobferuada, /♦ kribendiomnes libri quos
iudi- camusnobisexprimendos, 2.quer primus Regum, Saul primus rcx ifraelitaru
tenet manulibrum. fecundum Dauid tcnet, tertium manu tenet Salomon y quartum
lc- hu, LibcrprimusEfdrx,tenethic librum, in cuius rrontenotaprimt
numeriarithmetici. Secundus,ide tenetlibrum cum nota numen, idcm iudicium dc 3,
et * Tofeias cun^ cufti angclo, luditha cum Holofc&- no, Heftera cum
Afluero, Ionas in ore Balena?, Ezechias cum ferra,lc- remiasinlacu,
Danielinfpelunca leonu, &c t Matthscus cum angelo» Lucas cum boue, Marcus
cum Ico- nciohannescumaquila exprimi- tur, et fi idem diuerios fcripfit li-
bros.diftinguendiiunt aliquomo- dp. Marcus fcripfit Euangelium, poniturcum
Chrifto:ScripfitA6ra Apoftolorum, pro quibuscum A- poftolis collocabttur.
loannes fcri- pfit Euangclium, proquo expri- mendo, poneturin iuggeftovncie
denuntiari folet: Idem icnpfit Epi- ftolas, hoccxprimcturfimcnf^affi- dcns
fcribat: Apocalypiim,pro qua cxprimenda ftabit oculis in ccelum defixis,
tanquam res nouas&admi- rabiles videns. idem, vel ilmile iul- dicium eft de
reliquis* Iuftinianus* pro primolibro inftitutionum, ftabit luftinianus te-
nensparuulibellum manu, in quo D $ «dc crit nota arithmetica primum ex-
primensnumerum,profecundo protertio i. proquarto 4. ldemfi roagnum teneat
librum, in quo ut figuraprimum, fccundum, &e.ad 50. v(queexprimens,legam
libro Digeft. Si Cod. addita n- gura.legam luftinianusCodicislib. j^.i.&c.
Sic Nouel. et Virgilius libroi£neidis,ur^ &c. ftabitVir- giU cum^neatenenslibrum,
in- fcripto numero arithmetico, Vir- gil.lib. Buc«licorum, ftabit Virg.te-
nensmanulibrum,incuiusfuperfi- «icmultapecora.Virg.libro Georgicorumin
fuperficic erunt imagi- nes multorum laborantium ter- ram,&c.
Ouidiuslibrotriftium,Ouidius librum habet m manu vultu admo- dum trifti: De
ponto,cum iibro fta- bit in ponte, metamorphofis, in fu- perficie libri. Daphne
mutabitur in laurum Adeon in ceruuro, et fic de cacteris. Nemovnquam fuit
auditorum,quihicaliquaminuenit difficultatem,qu#maiorvideturinci- tationc, quam
vulgo quotationem voce barbaraappellant,qu£varia- tur pro diuerntate
profeflionurru Theologus dicit:Qua:ft.Rcip.arti- Culo,membro,parte,&c\
iuriscon- fuitus, inft. Dig.Cod. NoueL tit. leges paragrapho,&c.
Medicus,Fen. trad.cap.aphor. fe£t &c. Philofo- phus,
Tex.comment.reducituraM- tem omnis citatio ad tria capita, vi-
delicetadIibrum,adnomelibri, et adiun&alibri, &nominilibri\Deli- bris
exprimendis modo didum eft, cni illud adiungi pofle videtur, ipfos pofle
cxprimi per imaginesli- brorum, quos poflidemusjquofquc inbibliothecahabcmus,
ex adfpe- ftu vnum ab aliis /ecernentes: vtfi velimexprimere, luftus Lipfius
li- bro?. polit.ponamimaginem Iufti Lipfij,^ dabo illj in manum meum
librum,queinteraliosnoui, inqijo f olitica eius funt: Vult aliquis «ita- rchoc
modo: AuguftJib. i.de ciuie, Dei, cap. $+ ponitur Auguft. tenet manu
librum,digiti duo cre&i indi • cant fecundo . retro cum in parietc
eftciuitas, incuiusfupremitateeft turris> eftftatua Dei,alteramma-
liumiuxtacaputhabet extenfis di- gitis, qu* reprefentat quinto,fi ma- ior
fucrit quinario>vt libri,vel capi- tis numerus non poffit digitis quin-
qucoftcndi, tum oportet vel ipfis notis arithmeticis maioribus, in fu- perficie
libri pofitis,vel figuris ipfas repcaefcntantibus indicare : altcra manu tcnentes
inftrumenta iuxta caput, fimplicia vel compofita, te- prxfcntantia quem volumus
nu- merum* Si autem idem audor Ix- pius citetur, vcl diucrforum libri et
capita, vt a lurisconlultis fit, qui (c- mifaciem vel totam continuis di-
ucrforum au&orum citationibus rcplcnt.tumvaldedifficiliscavidc- tur
tra&atio : ncq; vllus dc artc mc- morix fcribens, mihi hacinparte
fatisfacit. Et licet multos modos tradidc tintalijdehacartcagcntcs. tamca cgo
poft longam reidifcuffioncm, exiftimo illas citationes maiufculis
literis,aut%nisiuxtalocum cuiad- hibcnturfcribendas, acfortimen-
tisapphcatione, frequcntiq; repe- titione, oculis extcrioribus ficimprimendas,
vt dcinde a cfaarta ad fuum locum translata-, acicmcntis videanturacrepetatur.
Quodmi- hivaldeprobatur,acad praxim re- duci non ita difficultcr vidctur, Quod
fi id non placet via commu- Jii memoria: mandcntur, frcqucnti Jcaioncforti
mcntis applicationc, &rcpetitionc. Nihil enim eft tam difhcilc, quin
paulatim obtineri poffit. Nuncaddidrationcm admirabilem, omniumque nefcienrium
captumcxccdcntcm, tranfeamus. Qua-cunq; altcri cupimusdi£rare, UU pnrnum ipfi
exafte memoria fenercdebcmus, noncomunimo- do,fcdger rcgulas artjs, atqueitaa-
pad,] pud nos conftituamus > vt primd fcribe^rimum, fecudofecundum,
tertiotertium,quarto quartumpa- tietem.quinto menfam aflignemus
velpauimentum.ac deinde ex fuis cuique locis acie mentis legentes
di&emusvocabula, fententiasaut resfme epiftolas, quemadmodum exemplis
racilime demonftrare li- ccbit. tn vocabulis tam certo pede firmiterque proceditur,
vtfiquisi principio, medio, fine, re&o vel re- trogr ado iubeat ordine
procedere, finehsfitationc&errorefuccedat. Intententiis et textu continuo
eft maiordifficultas, fedquaedemort- ftratione vnius hor* ita fuperetur vt ante
illam pret eritam duodeeint repetantur verbotenus eodcm or- dine. In epiftolis
et textu continuoi codemnoshoc modo dirigere de- bemus : diuidenda erit
epiftola vel profa in partes maiores vnius lineqj fefqui,duarumveltrium: Deinde
fingula; partes iuxta regulam ien*tentiarumdirigend*, provnaqua- qucepiftola
opu$ cftcubiculo-dif- pofitis igiturofto, dcccm. viginti, trigmta,
quinquaginta, centum, (nam co artificium pcttingit) ex luiscuiq; locis et
cubiculit diftabi- mus. Si vnaepiftola quindecim, aliaoftodecim,
aliavigintihabeac patticuias.icdeuntespretcribimus Ulosfcribas,
quiabfolucrunttin o- &o, dccem, vel duodccimnonita dimcilecft, fed
quinquaginta, o. auaginta, vel centum diftafcma-
gnamtequifitptxparatione.-vidc- Jicet quatuor, quinq;, ve I fex men- Iium. ln
qua.quod nos maxime mo- leltat.eft- meminifle quidcuiqj vl- timodixctimus.-
ptocuiusleuami- nemultafuerunta nobis excogita- ta,& ab aliis fuggefta,
quariam reii- cimus, vtpotc melioribus inuentis: icihcet, opot tet vbi tettia
forma et invnoquoquenec plus nec mmus co locare, quam in fingulis vicibus
volumusdi&arc. nunquamautcm dubi- fed etiarri /ooV epiftolarummateriam
femel audi- tam ficartiapplicaturum, vtreuer- fus in Mu^um cas in ordinem ac
debitam redigat formam, ex quo patctomniaafcretineripoflc,qu« coram irriperatore
aut rege dicc- rentur: qUorumaliquaparsrionra- ro effluit,ndn fine iricommodo
Im- peratoris, Regis,aut Reipub, qu* confideratamoucrcpoflunt, vta- liis
omriibus prarferatun Vcl eft,qui 6,6 Ars^Memori*' 1 ftudiis diligcnfcct
incumbit, peta > cultates, ofFcrc libellum fuppltcem principi Ecclefiaftico
vel ciuib.dc • «detiumacmcntemindicat, pctit tecipi in mifnetum atamnorum. ne
tepuliam patiatur.offett fpccimen, admittitut.admiratione et fpe con- reptade
oblcquio et fetuit.o Rei- pob Chriftianxabillo pra:ftando, Tccipitutintet
alumnos.continuat iudium, cutfum abfolu.t, acam cenatimaddiuctfaoffieia
foticita- tur, faftus-neti 6bi tantum, ied ia- ihiIisbacutas,&ofnamet.tum.
A- Tius iniecit mentionem, fe ^o. aot t? diftatut um: al-j fupra fidem efte
iudicant, ceftantdepofitop.gnote, illeexanim. fententiafegefta,p.- gnus ioo.aut
eotum aufett. Poftte- mo cupit quis admitationi eflc a- ; Uis,ac ^«ramnltonwn
**«JJ2, 6j coetu i idoneo proponit animi gra na.fiftciat. Devs bonequantatnc
adrmratio, qualis deeb opinib, q U3 } tama! Sedh* cn imisoperofa, et * communi
praxi remota.cupitis fcP re modum in vfu quotidianopofi- tum, vcfcilicec,
accepto Jiterarunl ™«culo, leftifq. ordine cpiftolis, ftatimd.6temus,. y . fic.
lntelhgenti pauca. Facile efl: autern eum numeruro excogitare velab aliis
accipcre : vocabula fcri- bentur ordine, deinde fcindentu.r forficulafipgula,,
mifcebunturagi- tationeinpileo ycloUa, nc quxab qadem litera incipiunt
coniungatv tur.deinde prout vnumquodque in inmanum veneritafcribeturfigno, Quod
hoc modo fcripcum eft,a ne- minemortalium, imo nc qui. eab ommbus fimul huic
rci operam n&- uantibus, naturaliterpoteftdctegi, etiamfi totam vitam
infumerenc. Si veroquis velit conuenirc in inter- pretationefignoru cum aliis,
tum vnus altcrius legeret fcripturam, fi vero hodie cum nouiiullis conue- nero,
cras velim alio ordinecom- ponerefigna, iteru erunt tam igna- ri
le&ura?,atque alij, variatio poteft multisfierimodis* Hos tres modos licet
mifcere,vt vnumvelduoperprimum, deinde per (ccundum vel cercium,cum rur- (us
per quemlibct trium ad Jubi- tumcuiufque. £ft autem obferuandum in fcri-
ptioneceleri, nonomniavocabu- la effe ponenda, fed tantum necef- faria, ad rem
nobis fuggerendam; ornatus gratia m publico loquen- tes, et capcanda?
bencuolentia», E 4 pluribus quam opus eft, vtuntur, QVomodo fcptcm artibus
libe- ralibus,grauionb. dilciplinis, Theologiae, lurifprudentiae, Medtcinae
applicctur;quomodoProcu- ratores, Aduocati, C6filiani,Prxfi- des, Lcgatiad
Principcs,& alii ea rn fuoquiiqueofficio vtipoflit, nunc eft dcclarandutru
granmaticae, rhetoricae, et dialecticae omnium difficilime accommodaripoteft.A-
rithmctica CiMuficaj. Geomecria:,^ Aftronomi^, facilius, quod h$ ido- neas
habeantimagincs,quasinillis inucnire difficilimumeft. Capicn- daeftitaque
Grammatica dilcrece compofna, in quonihilrcrum ne- ceflariarft defic,6c cui
nihil etiam fit fuperflui, bono ordine et prarcepti- pnum vcritate infignis,
diuidedo in quatuor partes, Rudimenta, Syn- taxim,profodiam,& annotationcs,
Rudimenta ponentur inprimo la- tcrc: 7j tereprima? domus caftri iiteraruru
humaniorum,fyntaxis in fecundo. Profodia in tertjo, Annotationes in
quartolaterc. Inprimocubiculoa- liaque nonnulla, litera? earumquc diuifio,
quidexipfisfiat,&o6to o- rationis partes vfque ad Nomen.In o&o fequcntibus
cubicuhs omnia que. denomine habentur, In deci- mo cubiculo Pronomen,in oclo
(e- qucntibus omniade verbp, Jn dcci- mononocubiculo departicipiojn vigefimode
Aduerbiojn vigefimo primodeconiunaione, Invigefimo fecundode Pra-pofitione et
Inter- iedione: Vacant tria cubicula. Ia fecundi lateris primo cubiculo De-
finitio, piuifio,Propo(itum leufi- nis,& in quar to pariete quinque re-
guI* concordantice,in fequentib. duobus cubiculis, Regimen Nomi- natiui,
inalijs duobusgenitiui, Sic Ablatiui, Accufatiui& Datiui.ltem
lnfinitiui.Participii, Aduerbii, Cd- lundionis, Prspofitionis, lnterie- E 5
clio aionis.lnaliisdaobosde6guris.Ia rcrrioUtetcProfodia.qu^valde
paacscubUuHscomprehendtpo- feft:fednonrefertfivacental.quot ln quarto latere A
nnotationes ; fc.ta nwcflariss. Eodcmmodo Rheto rica, Dialcaica& ceter* in
quatuor cqualcs dmidantut partes, et appl*- l^turvtdiaumcft.ingcnercqu.. dem .
fed in fpecie mahtis fcire. Quinqimodis cxprimiomn.a pol- &,quorum aliqucm
ehgemus no- ftr 0 ca P tui,&ingenioconuen.en- pore- Pnmus cft omniumdimcm-
mus.vt videlicct per imagmes qua- lcfcunq ; figarc«ar. Sccundusrni- hi pr*
cstetis placet; qui magn.s h- teris repraifentat inf.gn.colore: K fic in
vnoquoquc loco, dehn.t.o- nem,diuifionem,autaliudpono, q> lineam vnam, duas vel
tres conu- net, et hoclocum habet inomm- puS non habcntibus in promptu i- •
maeines.Tertiustransfe«fexo£to. vel deccm lineas impreffas a l.bro hfl et
difponi t m fuo loco parietis, et fie multain vno cubieulo collocantur, Quartus
librum fcindit in partes 6f eas materiali ter affigit,ita v t in cen- tumlocis
totam videat Grammati- cam,in totidem Rhetoricam,Dia- Jeaicam,^Biblia,Diuu
Thomam, Inftitutipnes Juris, Dig. Cod. No- uel, inft. Med.Hippo, Galenum,&
alios,Hiftorias, et quicquid pme- rea voluent,etiamfi omnes fcien- nas
cupiatvnoconcludere cubiciv lo, cum placet oculis leget cor- poralibus. Quintuscftvtdnndatur Grammatica a
velqualibet ahafci- entia in partes minores et in vnor-
quoqjloco,fineimaginibusautlittranfponendo poteri- mus cor rigere,& arti
perfe&ius ap- plicare. N mautemfufficit habere Bibliacxpreffapcr iroagines,
fed o- portet habere intcrpretationetex- tus,vtcmur ergo cubiculis triplica-
tis, et in primo loco ponetur: In principio creauit De v s ccelum et terram,in
oppofito explicatio,qux quoniam folct effeiongior,interiorem habebo locum, ita
vt textu duo loci icfpoadeant t Thcologus cupit Ars MbmorijE. preterea rctinere
eonciones.qua* applicatasin caftro Theologia! di- fponet fecundum regulas,
dcrcti* nenda concione oftenfas,accedcn- tc repctitioncomnes in fpecie reti-
ncbit&cum illicxtcmporedcrea- liqualoqucndum.tantum dequali- bctrepropofita
affcretfc materi*, vt futurum fitdifficilius exitum, quam introitum inuenire.
Dcinde quatuor Dodorcs Ec- cleba: vei alios quofcunquc contro- ucrfiam
quamlibctcum vcra inter- pretationc ac fi bonuseft Philoio- phus, quod
rcquiritur in illo qui controuerfias vult attingere. ado- mnesobieaiones ab
aduerfariisal- latas.racile refpondebit.deteget vi- tium argumcntationis .
videbitue etiamquomodo cafibus Confcien- ttxhscarsappiicetur.atqucex his
Tneologuro, vcl Theologi* ftudio- lum.coiligerepoiTeexiftimo, auo- modo
cuicunqueparti Theologiaf applicari poffit, qj, od ad ftud %^ iuin fum
Iurifprudentiae, confuluerim quafi per przludium omncs titulos per artem
difponere.regulas iuris& paragraphos, vt refto, et retrogra- du,&
intercalari ordine promte re- petat : deinde in eodem lutilpru- denti^
caftro,in vna domo ad quatn peruentumerit, quatuor libriinfti- tutionurn, in
vno latcre primuflUri altero fecundum, in tertio tertium, in quarto quartum.ln
fequenti qua- tuor libri digeftorum: totidem irl fequenti,donec orhnes
coliocati. Deinde ad CodiC. tranfitur,ac mo- dodi&oix* libri difponuntur :
po^ ftremo ad Nouel. vcniendum,et cometationesinC.orpusiurisMynfin- geri, Gailii,
Wefembccii, Cuiatii, et aliorum fed quomodo id fiat iri fpecie debetis
intelligere, dilobufc jmodisid fiet,primo,vtprimustitu- lus ponatur in medio
primi parietis primi cubiculi, &: in lociscirctfrri- ftantibus,quicquid de
eo notatu di- gnumcft,de eotitulo. Infecundo prima Ars Memoria,
primalexprimitituli Sc in circum- ftantibus ofto vel viginti locis. Iri medio
tertij primus paragraphus, inmedio quarti fecundus paragra^ phus: in fequenti
cubiculo quatuor paragraphi fequentes et fi c de ca% teris.donec omnes paragraphi
f uc . rint colJocati, tum /ecunda lex et paragraphi, deindetertia et para-
graphi.donec omnes tituli, Icges et paragraphifintdifpofiti, cum iis in
circumftantibuslocis, quznotatu maxime digna vibebuntur ; Alter moduseft,
vttotfumantur domus quotfunttituIi, &invnaquaqueti' tuluscum legibus, et
paragraphis, itavt non opus fitvnaquaq; domo egrcdi,nifiomnibus Iegibus,
&pa- ragraphisinueniatur, quicquid de eis (citu dignum eft et necefle, Sed
lurifconfultus fit Aduoca- tus, Confiliariusvelpra?fes. Aduo- catus quod fibi
dicendum difpo- net, fcehterproferet,quicquidviH» voce ab aduerfa parte
dicitur, exci- picntur, pientur,&quicquidad vnuquem- quearticulu
pofteaafeeritrefpon- dcndum- Habebitcubiculaoppoii- ta } in primo ponet ca
quann caula egerit ; in oppofito collocabitur quicquidab aduerfarijscotrafuurrt
clientem aftumeft-. atque ita per- multaactcmentistranfiens.videbic quid a fe
in caufa f uerit aftum, et m oppofico quid abaduerfarijs : occurrentibus itaque
in via publica clientibus, et de caufis f uis confulo ordine interrogantibus,
confidera- bit in quoto harc vcl illa cubiculo et acic roentis percurreris,
vnicuique rcfpondebit,quafi omniainmani- bushaberctdefcripta. Simodobc- nc fuum
fecerit officium, et repcti- tiononfuitnegleda, Siveroconfiliarius,caufas de
quib. ad corifilium referendu.difponet,accertius fuo fungetur
officiojnfuffragijsitapro ccdet,vthabeat locos paratos, fin-
gulaabalijsproiatadiiponet, per regulam verum ex quibus fuum faciec
ruffragium.deindealioruttipoft fe etiarn locabit, et oihnibiis latis, fi
quidfuo adiungendum putabit,vc perfedtius fit proferct. Si auterrt X nefes
fuetit,tot a m caufam vtrinq; agitatam. fubitoexcipiet.difponet deindefufrragia
fingulorum exqtif. busperFeaiore.npronuhtiabitleri- tcnol, qua: quidem iam
fiunt hatii- rahs memoria: bohirate, et I 0 ncere a rbicror,quo.
"«ommodetftu- dns, et funa 1 oni. Trahfeamus ad Medicmam, ftudiofus
Medicin* per prsludium difpohat ih caflro omn,afuafimpIic, a& a ph„ ri f m
^ H.pprocatis, Deindeinfritufone- IenfK,P ° fteaCOni P endlfi G4. lenr, H.pp OC
tatis& aliorO : Causas dt? '"'"^ morbi *'* «ed. 1 s,Prefcn pt i
0nct p tovnotlll . i .que morbo, quas deinde pro intcn- f:one,vel rcmiffione,
qualitate per- fonx,£tatis, (exus,temporis,& loci, angere, vcl minuere potcrit,
vt illa omnia femper habeat,mediante re- petitioneinpromptu.Confiftitautem
Mcdicinainduob. potiffimum i 4 Inconferuanda valetudine 2. ln moibis
depellendis, Conferuantur fobrietate,non folu in vi£tu et potu, ied in omni
pr^terea a£tione,&mo- derata corporis exercitatione, faU tus,
dcambulationis &c. Omniu difficilimumvidetur rede poflc co- gnofccremorbum,
quod fit infpe- «ftione oculorum, linguej, vrin* cx pulfu,&:maxime ex
relponlione pa- tientis,quemtamdiurogabit, do- nec aliquid eliciat,ex quo
tanquam vates colligens omnia.dicet causas, dolores, tempora, intesioncs,
intervalla et si morbus aliquis est simplex, facile adhibentur remedia, et
nunquam fere ex simplici morbo homo moritur, sed si plures intricatifint, m
Dflinii- i i 0' Ars Memom^ ti fint,tumdifficilior eftcura, &hi tales folent
nos e medio tolIere, quibus curandis nobiliore opus efle puto medicina: Chemica
fcilicet (quamquidam Paracelfifticamvocat) qua?extraaisoIeis &aquispra?.
ftantiflimis, aliifcjue fingulari modo prarparatis, effeftus eduntadmi- rabilcs:
ac vbi communis abftinet Medicus, de falute argri defperans (pace veftra qua?fo
hoc didum fit Galenici&Hippocratici) illi pra % itantiorib.
medicinisa-grofaluterh quaficertam,Deofauente,promit- tent, acreftituent,
nuliaftipulata mercede,nififanitatereftituta No qUodhis verbisaliquid derogatum
velimGalenicsarti, fedquod par- tem vtramq; coniungendam, narri Chemica,
direfta ratiohibus dc ex- crcitiis quar paflim fieri iri fcholis iolent,
aliquid fingulare, neclaudo illos.quifine ftudio et exercitatio- ne, folo vfu,
riobiliorem partem il- lotisquafi pedib. voiunt accedereV F * f ct j fed
hicverum quod de Poefi ait Horatius : Altenus fic altera pofcic opem res : et
coniurat amicc. Lcgatosad Principes velimcfle in Khetonca et Dialeaica
versatos, ac pnterea multarum rerum ha- bere expenentiam: quibus nifior- natus
ruerit, non fatis idoneum pu- to tanto muneri. Habebit cubicula triphcata, in
primo loco primum difponet per regula rerum, articu* lum&quodtuilli
occurrit refpon- dendum, in loco oppofito, ita in cx tens progredietur, vlquc
ad io* 30,40.50. abloluta nomine Regis vclPnncipis narratione conuertet fe ad
primum locum, et ex duabus autpauciflimisimaginibuslegetac repetet articulum:ex
oppofito rc- fponfum,nuilo prauermiflo,q> qur de quotidie ficri videmus a
multis indece.viginti, viginti quinq; aut ttitfinta.exercitatione&longovfu,
fcd arns adminiculo, et certius id ipium, et in plurib. fiet.Procuratorcs
quemadmodum fe dirigere de- beancexiis,quaede Aduocaus dicla
iunt,pocerunc3nimaduercerc,ideo ne longiores fimus, vel fepius ea- dcmdicamus,
inde petenda relin- qiiio. Mercatorum a&iones omnes funt
figurata?,&imagines habent in prompcuideoq ; ficuciiibrisfingula infcribere
folenc, ica facianc in iocis pcrimagines, velper liceras maio- res inflgni colore,
&: breui exercuio confequencur promptitudinemle- gendiaciemencis, Nuncii
&ahi, ex fupradi&is ec- iam fua? poterunc fticcurrere me morie^ quamuis
mihi ars nobilior videatur.quamvcalijsquf.mftudjjs exculcis demonllrecur: non
enim exquouislignofic Merainus.ideo- quecwmiudicioarces funuhisaa denda% Ex ijs
qua fexca,fepcima, et oftaua, ledionibusdi&a funcanimad- uerti poteft bibl
Eftantvc z8. rcguias in me- xv dium adducamus, quibus ob- /eruatis, maiore cum
gracia. memo- iix ars exercecur, qu* tam faciles func, vcle&asexfuperioribusincel-
ligantur.-ideoque aliquas tantum exemplisilluftrabimus, vceaocca- fione dicamus
de arte memoriar, nequclocisnequeimagloibuscon. fhnce, i J
ropnmarcguiaigiturharc erunc obferuanda, quod oporteat lmaginibtis dare adiones
ipfarum aftioni conqeniences : non enirn re&eaftiofabri lignanjconciona-
tori, auccontraattnbuatui:Secun- da. QuandoaliquisconcionemjO-
rationem,autcaufa:acl:ionem,artis regulis applicuit, in dicendo caucrede
betagcftibusindccorisab arte pronunciandi,vtiiimmobihs,dcfi- F 4 xis in
parietem vel in cecram o c ul is ftarct, feu relpicere t \n huqc vpl il-
lumlocum,&c. Nam ex prascipuis eft poflfe celare artem, dcxtcritatc U
libertategeftuu observata Tcr • tia,fi forteoccutrat io.vel iu vocabula, quae
quis videtur retenturus iine applicatione>turonon opus cft fubire labore
imaginum collocandarum x fed fufficit notare praeci puum, quod nobis alia
reducat in, rocmoria. Ex his dubito an ex rn.en- te illius, qui di£ram icgulam
poftc-. ris rchquit^ alius quis ehcuerit arr J temilbm,quxneclocis,neq;
imaginibus vtitur. quxque prima fron- tcparuividetur momonti fi tamen, debito
modoappliceturincredibi- lesproducitef Fedus^eaficfehabct, Excogitantur
vocabula qusedam artis, inquihus vnaquaeqihcerare- Lij prajfentatprimam
fencecia; di&ionem, feu primariam cxemplimc? morabilis vel hiftoria? : qua
habita, tacilc excicatur mcinoria ad tepc- cn- U e, t tendum quod iam a.ntea
imp re {. lumhabcbat.-c.g.Putonim:P.l>ri n - ceps, V.vtin
marc-.T.tyrannorum, 0. obedientia, N.nulla. S. fctuire, 1. m t ebus, N.
nobilis; initia lunt o- fto ientcnttarum. Sic fequens:aua- magalerap: refcrt
duodec.m excm- plorumvocabulaprimaria, quibus lolet rcgula rcrum illuftrari.
Sed vi- detui mciior cir e modus,fi vocabu la lmt ex fyllabis compofita:
vt.ant- uefpal,Antiochus,Vefp a fianus,AI- exandet: plus cnim memoriajfuc-
current. Non poteft ca cxcrccri ex tcmporc, fedoporrctpefotiuharc vocabula
excogitare, dcmde ex mu it istacereah>ot catmina. vel nexamctra, vel
elegiaca, vel faphi, ca.&adminiculovnius elegiaci ic aut plunum
lencentiarum, ex emplorum memorabiiium, velhi- ftor.arummeminiflcpoftumusrfcd
aiiashic fubiungamusrcgulas. Oportct imaginibus tribucre rootum, fi vcro rcs
fuerit immobilis, ponenda cft perfona, qux de* cenci a&ione n? oueac .
Nonconuen;cimaginesefleo- ciofas, alioqui non fatis excitarec mcmoriam.E,G.
ficquusponacur, dcbec pcde terra puliare: fi lupus o- ues deuorare,& he.
dux reguls facis pacenc ex regula vocabulorum in- tellefcorum, vbi diftum eft,
atcri- buendascxcellcnccs a&ioncs, Sireseftanimaca,fedparua,vc acarus,
culex auc fimilis, cribuenda; erunc lmagines maiores,feruaca ca
menipfamecfigura: vcficulexma- gicudine columbx ponacur, acarus oui,&c t 7.
lmagines habeant proporcio- nemadlocum, &nonexcedanc.vt a pi&oribus
fieri confueuic, qui ia exiguacabellaexercitum.velregio- nem magna ad oculum
monftrant. 8. Requiricur prauerea vc perfo- • nxinlocis coliocaca: fincgrandes,
viuse, et efficaces, quoad fieri pocc- rit:quoniam plus excitanc memoriam, qua?
cciam fatis cftexplicata in regula vooum intellectarunu Nefintfolita?
efleinloco, in quo collocanda erunt, non enim fatis efficaciter cxcitarent
memo- riam; vt,fl iedes confueuit efle in lo. co,&tameibi proimagineponen-
da,inucrfa vel pendens conftituatur ; quoiignoconftabit, nonrem ordmariam, led
formatam efle pcr imaginem. tx improurfo collocantibus fufficit vnam in loco
ponere imaginem ed perotium &Icnte fifiat, noneft mconurltum plurcs vnoin
Joco conftj cuere, bcnc diftinctas SC comrnode ic oculis mencis offerentes
Imagines habeant a&iones deformes.fufdasvehidicuias, uia plusmouebunt,
fiactamen imein- honesta, et indecora repracfentatione. Do&e CICERONE
monetdcvigo- re fcu vitaimaginum, quoniam rcs, quas experientia cognofcimus in-
tenfe facere ad fuicognitionem et contemplationem, idone (unt ad efficaciter
excitadam memoriam, quales iunt res noua? > rarar, admira-
biles,deteftabiles, ridicute, defor- mes,horribiles, monftrofk,velex- ceilentes
pulchritudine* Item res cxcellentes in dignitate.velin con- trario, vt Papa,
Imperator, Rex, pauperlacerisveftibus, fcabie ple- JIUS, &c. /3.
Repetitione quadam vten- dum in collocatione imaginum, pofitis quinque
vocabulis, quatuor vel quinquc fententiis,vel pcriodo,
repetendapriufquamvlterius pro- grediamur: illa et diligens coniideratio valdc
ftabiliuntmemoriam. i 4t Sihocdie res aliqua pofitafit pro imagine.eadcm
proalia re non eft ponenda fequenti die, vt fi ho- die imagincm agni
proagnopofu- erimus, eras eadem nonentvten- dum pro innocctia; quoniairrcon-
fufioncmpofletinducerc, pnefer- timfiprioris non fimus oblici, auc non
benefueritperfigna variata, autbenefirmatadiftinaionc men- tis,&repetitione
Cum oratio vel periodus mc« mons commendanda cft ad ver- bum,prim M m bis
tervelegenda eft tarde&attente,deinde diuidenda
inpartesmaiores,&minores, qua- rum imagmcs collocantur in locis 9
vtlupradi£tumeft. incollocationc voeabulorum h^cgcnus per lexum indicant, vt G
diuiti* exprimendar, fceminam di- uitem ponam, fi hber virum exercentema
&ioncmlibro. Figura? et imagines habeanc propartionatam altitudinem, nc
oculus fe nirnium debeat elcuare, vt videatj aut nimium fe dimittere*
deindecauendumneimagovnaal" tcnfuperponatur.-namprior deleretur.
Informationeimaginumnon opor* Ars Memori^. oportct nimium feftinare, nifi vr •
g£at ncccffitas, nam occurrentc poflcaimagincmagisidonca,ditti. cilc crit eam
collocare, aha pnus fublata, et moleftum omitterc me-
Horcmiconfiderandaigituromnia diligentcr,antequam imagines colloccntur.,
Antcomniavidctidu,vtima-. eines fint rerum notiffimarum, 82
abftincndumififtis& incognicisi cumhabcripoffunt verx &c cogni- ta>,
&aminus cognitiscauendum, occurrcntibus plusmanifeftis. 2 o Quemadmodum
fimilituao locorum multum obeft in iis for- mandis. itaetiam imaginum incarum
formatione: ideoq; danda cit opera, vt fint diuer fe, ne a! loqui er- rorfuboriatur:
qux diuerfitas faci- le habctur, vcl per figna,resattn- butas, adioncs, vel
alia accidentia: Vt tres Papai.vnus claiem, alius an- chora,tertius
cornumanutcneat: tres viri, vnus faltacaliuspugnat, tertiusluditalca,&c.
*«H*- 9 a iu Habenda quoque rario efta:- quiuocorum,&f y nonymorum,ne
procanecceleftidicatur terreftris; pro petra faxum ; pro enfe gladius*
profeminamulicr.&cnecumres diuerfis exprimantur nominibus, vnum pro altero
ponatur, qux metisattentione diftingui poflunt, in collocando et repetendo, vel
alio SIGNO. Sipluresimagines exprimen- C ! at vn ° in l°co,perfone varian- djen
1 nt ) vtvnavelduemagna:,cum puribus paruis,netammultiim- ipiafintefficaciores.
Jh Cumverba&conceptusca- piunturcharta, &inlococollocan- tut.noneft
applicandamemom chatta.vellocis, fed hisfolum,q uia diftraaioparitconfufionem.
&va* cillationem. «mn ^ C non eft vtcnn " n » i a
omn.buspaffimrebus.fedtantum •nretcntudifficilioribus. vtincau! farum
a&ionibus, difputationibus concionibus, &c. Potefttamenali- quis,
fucceflu temporis rebusqui- buslibetgrauioribus, magifquefe- riisappUcare:
vtlatiflime patet ex o&aua Le&ione. Requirituradhanc artcm be-
neexercendam vacatio mcntis, nt peroccupationemexteriorem vir- tus
naturalbdiftrahatur,minufque idonea fit ad oftickim difcrete fa- cicndum:
iuxtatritum vulgari (er- moneproucrbium: Pluribusinten- tus minor eft ad
fingula fenfus. 16. Vt foelicius fuccedat in hac artc cxercitatio, requiritur
in ope- ratore maniuetudo, ne ira, amore inordinato,odio, impatientiavcla-
lioturbeturaffectu, ty. Sobriusquoquefit, ne pere- brietatem
velcrapulamvirtutes naturales fuffocentur, alioqui fenfu* interiores fuperfluis
humorib. im- pedirentur,vt rette fuoncquirent fungimunere* iS.Tcra* m Ars
Memori^. $f i8.Tempusmagisidoncum,cuiri inftud..s )C ftmatutinum; quiapoft
qu.etem. &dumlibereftahimusab aliis occupationieus, aptior eft ad
iufc.piendum ; iuxta ptouerbiumAuroramufisamicacft^Non quod Vcfperihora 7.
S.p.nonliceatqua- dtante vel femihorahuic exercitid vacarcvelutctiam 8. 9
.,o.ahteme- nd.em, et 3 . aut^. poft meridiem fi cu. per ncgoca iiceat fnam ita
fa- c.£dum a rtisamatoribu S) prc C ipue ftud, ofisKedquodvt.liuscom- dmfque
fit tempus magisidoneuni el.gcre, reb grauibus cxpcdiendis. 5ed trahfeamus ad
mcthodum ftudcnd.artibusl.bcraiibus, &g«- r" b «dif C
ipli„is,minbrelabore et frudu maiore, connexam arti mcmor^quaquis comilitohes
fu- petet hoc dcftitutos. quamuis ih^ fcen.o et induftria pr*ftantiores; Qua
qu.de perfpicaciore ingenio LecWp fe colligercqueanrcxo- G mnibus fupradiSis,
tamen in aliorum gratia cam hic nude proponemus C ofiftit ea in vndccim articu-
hs i:Vt cius difciplin». cui volumus darcoperam,auaorcs pr*ftantio-
resnofcamus.ac vnumexomnibus Principem eligamus, inquoomnc studium et
industriam colloccmus, rcliquos tamen femelpercurramus. Diftnbuendi erunt
mtresordincs, in primo erit primarius ille, vt in Theologia, Biblia, in
iurifprudentia, lnftitutiones, &: Corpus luns,in Medicina, Hippocrates et
Galenus; in FILOSOFI Ariftotcles; mtcr oratores CICERONE, inter Poetas
VIRGILIO, &c.Habendi tamcn et lcgcndi secundi et tertii ordinis auftorcs,vt
fi quid vtilefc notatu dignum,quod noncft in primaricaut non tam bc-
ncindetransferatur in fuumlocum apud Principcm. Nemo cnim m omnibus^que
excellit, et vilis ah- quis lcriptor, interdum partem a- hquam meiius tradat,
quam excel- ^ lens, fl iens,quicum plurima egregiefcri- picnc quedatamenab
cohon tam cxcellenter tratfata, atq ; apud alios raedijaut infimiordinis
inucniuii- tur.quimuItavuJgaritcr, vnumvel duo cximie tra^aruht. Pr*terea qux
plurcs cadem habent, abfo- lutc et perfpicue fatis in vno feruan-
danotatisinmargineJdcis,inquib 6 apud alios inueniantur, vel faltem
ihindiccreferantur. 2. Libri dcindc eorum in com- r pcndium rcdigcndi,
tranfportatis coomnib.fcituncceflariis, vtquafi I vnumex omnibusfiatcorpus. h
Tumaptediuidahturinlibtosi eapi ta, materias, idque per partcs
maiores&minoires. Vnaquzque imago,qusadeft femper, ac fc offert exprimenda,
et fujsqu«quelocis,vtfupradiau eft„ J dilponenda. y. Rcpctitio
quotidiahapartisa- licuiusmaioris ccrta horaeft infti- tucnda, vt parta
conferuetur, et iu- G i ffo I0 o ftaindiesfiat acceffio, quod caput
eftinomniftudio. 6 Vulgo nota funt de lectione pr xuidcnda . diligcnti mcntis
inter docendumattentione.&retraaan- da, quar pauci obieruant: qui vero
idfaciunt,hocfolo,rcliquos idnc- gligcntes. longe {uperabunt
lndifputatioriibus,pauca:,ied vtiles quxftiories eas fi ignoremus memoriae
commendantes, aut li- bris,vt ex ipfis rruftus iequatur; ne- glefta illa
puerili difputatioric, qua certant liberare fe, ne ad pulfum fi- niende;
difputationis in Catalogurri reteraturaca Przceptore die Sabbathi i fi (xpius (
quod cafu ficn poteft; notati fuerint, negligentiz
accuienturtnullaferealiaindifputaii dovtilitate. 8 Iri dubiis frequenter
dottiores commiluones, vel ipfi profeffores funtconfulendi,quodquidam nc-
glignnt.timentesproderefuam incapacitatem fcddepellenda eftifta timiditas,
ftudijsjpcrniciofa, quid enimtuarefcrc. fifinitocurfu, tuo- mniumfis
docT:iflimus, quamPro- feffor de te habuerit opinionem? quamuis frequens
dedubiis confultatio,infalhbiIe fignu fit diligentiar. Nota eft Ariftotclis
fententia,' Dubitarede fingulis non eft inutilc.' 9- Omnia fernper
studiaflantper intervalla temporis, vbi hora in studiis posita,
tatilperrespirandu, optime n. ita fuccedu t: ac plus proficiet fex velofto
quotidie horas lmpendensintcrmiffioncquater interposita, quam qui a quinta ad
vndecimam, et aprimaadfeptimam vel octauam continuis fcnccat laboribus,
ingenium obtundcns potius quamexacuens. io. Tempore feriarum, postquam anirnushoneftis
rccreationib. fuent rclaxatus et corpus modcrato refcdumexercitio,
faltusmoderati vel artificiofi^deambulationis pi-
hcAc.aptiorafuntmultoadftudia, G 3 vayalctque tum acies mentis, vt cultri poft
iuftam acuitione. Si igitur duabus, auttribus horis lufui honefto tribu; is,
vna ftibtrahatur ftudiis tribuenda.deindepcr vnaautduas ad lufum redeatar, illa
plus proficitur, a aliis duabus, et ingeniu tum penetrare et quasi in clara
luce videre experiemur, adque alioqui caxutimus. iu Adhanc methodum eciamfa-
C\t plurimum index vocabulorum, sententiarum rerum, locutionum, artificii
Khetorici,6cunq ; notatu digna, indicis auxilio, semper in prdptu habebimus.
alioqui legendisre- legendi fque libris, vita hominum breim confumitur, atque;
indefeffo studio, bonar methodi deftdhj Sysiphi faxum perpetuo volutamus,
omnibus itaque authoribus semel lectis. si quid mihi viva voce, ant scriptis
tradandum, indicc dirigarpcr omnes audores quos in pulpito collocato, fuo
quemqucordiie et materiam feligam meo iuditio convenientem, redigam in ordinem,
addam elocutionem, et sic confecero librum uno menfe vel duobus, quealioquitnb,
quatuor veannis non absolverem de quacunque re loquendum, femper eric
perindiccmprgfto. Videtut hic ali quis rogaje: CICERONE, VIRGILIO, OVIDIO semel
tantumin v.ulegendi? etiarn vtquic- quid notatu dignum iubito portis habere:
Sed vt geniusoratoriusfe infinuet, legedum aliquid ft equen ter ex CICERONE Cvt
Poeticus ex VIRGILIO, OVIDIO, veialio, que (ibi quis imitandumpropoluit: atq,
haecfaciunt ad methodum ftudendi in genere: Sed daturus operam FILOSOFIA
comparabit dt&ata iub, eodeprxceptorecurfu prxcedenti ab. aiiquo„ qui
c^teris perfectius exceperit, eaque precibus velprecio impetranda,ex hjs
pra>uidebit,que, Profeflor dotturus eft, diligenter audiet, retra&abit
poftea, fi quid addat vel mutet, notabit : Ac plenifli- 8i$fj m W) 0 tf
fliflime docentem aflequetur. Non contentus tameniis habebit commentarios eius
vniversitatis, in qua studiis dat operam, et yidebi t an
aliquidnotatudignuminiisfit, quod nonhabeatur in diftatis, velcomrnentariis Cux
Acadcmi: fi fueric (vt non est dubium, quinmultaerunt) ad sua diclata
traqfportabit, Vt exomnibus vnum flat corpus, quod diuifum.pcrcaftrum/domos
cubicula, et c applicabitur, vt ex supradidispacet. Hisaccedat repetitio
quotidiana eorum qua? dofta funt, vfque ad eum locum,ad quem 1 roreflor
peruenerit docendo, de- lndeabinicio, adlocum, ad quem cumpcruenit,idque vfq;
ad finem. inita logica vna femihora matuti - na et alia vefpcrtina repetet
aliqua partem logics divis* in triginta rc pctitiones, vt singulis menfibusto-
camrepetat. Vel sive litduas feminoras coniungere, vtcontinuam niane impendac
horam, cuiufque Q $ relin- %c6 Ars Memorije. cam diuifam in 30. repetitiones:
et ita suo cempore dc metaphysica. Hoc modofiec, vcomniaquxcun- die fiat
acceffio, quod caput studio- yumefleante di&um eft. Eueniet ctiam vt
cun&is fimul memorix in- hxrentib. et collatione omniu in- cer (c,
videlicet principij cu medio £ne,huiuscumprincipi0 et medio et huius cum
vtroque melius longc Jntelligantur et multa ex iis dubia occurrentia vel quae
ab aliis obiiciuntur.ad quae alioqui cascutimus, loluantur: tantaquc hinc
nafcitur akcritas, vt vix diqi poflit, dum in cxamine publico vcl priuato, item
in di(putatipnibus ad propofita cxpediterefpondetur, fcadquaeftiones aliis
propofitas animus refpoa- dcrcgcfti^t. Valdc precerea consultum fultum eft, a
parentibus, magiftris et filiis proponi aliquod prxmium uomodo diuidatur imago.
Deordine. Regula vocabulorum. Platonis auditores Vlato caliuit artem
mem&ri. J$ uomodoperfinuid agendum audituri concionem. Adodus excipiendi
celeriter qu* dicuntur. *>uiddgendum concionatori in fine concionis. 4° ualu
debct ejfe legatus. Precuratorcs. Mercatores. Huncii. Bibiiotheca.
^ntodoquiUbetcogaturfatcrivcrlti temartis. nonx Leftionis. teguUneceJfari*. g
Cauendum ageftibus indecoris ibid Ars memort* foclocisvelimaginib. /i isiri.
Ravelli. Keywords: implicatura, memoria. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Ravelli.”


No comments:
Post a Comment