Luigi Speranza -- Grice e Sebasmio: la ragione conversazionale della
classe romana – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Sebasmio is a philosopher mentioned
on a list of philosophers belonging to the Roman aristocracy. SEBASMIO.
Luigi Speranza --Grice e Secondo: la ragione conversazionale della gnosi
romana – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. According to Ippolito di Roma, a
gnostic who believes that the world is divided into light and darkness. Secondo.
Luigi Speranza -- Grice e Secondo: la ragione conversazionale del cinargo
romano – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) Filosofo italiano. Tacito. A Pythagorean, he
acquires the nickname on account of a vow of silence he takes. Although some
regard him as a Pythagorean, he appears to have led the life of the Cinargo.
Even Adriano can not get to break his vow – although S. may have provided
written answers to some of the philosophical questions Adriano poses.
Luii Speranza -- Grice e Selinunzio: la ragione conversazionale della
scuola di Reggio – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Reggio). Filosofo
italiano. Reggio Calabria, Calabria. Pythagorean. Giamblico.
Luigi Speranza --Grice e Sellio: la ragione conversazionale dell’allievo
di Filone – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Gaio Sellio. Pupil of Filo
at Rome. Gaio Sellio.
Luigi Speranza -- Grice e Sellio: la ragione conversazionale del
fratello – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Pupil of Filone at Rome – possibly Gaio Sellio’s
brother. Lucio Sellio.
Luigi Speranza -- Grice Selvatico: la ragione conversazionale estense –
filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. S. Estense.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Semerari:
la ragione conversazionale e il principio del dialogo in Socrate – filosofia
pugliese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Taranto). Filosofo Italiano. Taranto, Puglia. Grice: “Whereas it
would be considered in bad taste at Oxford, the Italians pun on names – and
there is an essay on the ‘seme’ of ‘semerari’ Witty!” -- Grice: “Perhaps
Semerari is right and the philosopher MUST metaphorise. What better title to an
essay on Carabellese than ‘La sabbia e la roccia”?” -- Grice: “I like Semerari:
His ‘principio del dialogo in Socrate” is reprinted in his invaluable
collection on “Dialogo.”” – Grice: “In a way, we may say that Calogero,
Semerari, and myself, belong to the school of the philosophy of conversation –
not to mention Apel!”. Si laurea a
Roma sotto CARABELLESE. Insegna a Bari. Collabora ad Aut Aut, Critica storica,
Giornale critico della filosofia italiana, Clizia, Historica, Rivista di
filosofia del diritto, Rivista di filosofia, Il pensiero, Archivio di filosofia
e altre riviste specialistiche. Fonda Paradigmi. Si dedica per lo più a
Spinoza, a Schelling, alla fenomenologia di Husserl e Merleau-Ponty e al
materialismo storico di Marx. Altri saggi: Lo spinozismo,Vecchi, Trani; Storia
e storicismo: saggio sul problema della storia in CARABELLESEC, Vecchi, Trani;
Storicismo e ontologismo, Lacaita, Manduria, Dialogo, storia, valori: studi di
filosofia, Ciranna, Siracusa; Interpretazione di Schelling, Libreria
scientifica, Napoli; Esistenzialismo italiano (Grice: “This reminds me of
parochial Warnock and his “English philosophy,” or Sorley for that matter!” --
Cressati, Bari; “Questioni di etica, Adriatica, Bari; Responsabilità e comunità
umana. Ricerche etiche, Lacaita, Manduria; La filosofia come relazione,
Quaderni di cultura, Sapri; Natale, Guerini, Milano; “Scienza nuova e ragione,
Lacaita, Manduria; S., Guerini, Milano; Da Schelling a Merleau-Ponty; Cappelli,
Bologna; La lotta per la scienza, Silva, Milano; Valerio, premessa di Papi,
Guerini, Milano, Spinoza, Marzorati, Milano; Esperienze, Argalia, Urbino; La
filosofia dell'esistenza in Kant, Adriatica, Bari; Introduzione a Schelling”
(Laterza, Bari); Filosofia e potere (Dedalo, Bari); Civiltà dei mezzi, civiltà
dei fini. Per un razionalismo filosofico-politico, Bertani, Verona; La scienza
come problema: dai modelli teorici alla produzione di tecnologie” (Donato,
Bari); “Insecuritas. Tecniche e paradigmi della salvezza, Spirali, Milano); “La
sabbia e la roccia. L'ontologia critica di CARABELLESE” (Dedalo, Bari); “Dentro
la storiografia filosofica” (Dedalo, Bari); Sartre. Teoria, scrittura, impegno”
(Sud, Bari); Novecento filosofico italiano. Situazioni e problemi, Guida,
Napoli; “Scesi. Studi husserliani” (Dedalo, Bari); Filosofia Guerini, Milano
Confronti con Heidegger (Dedalo, Bari); La filosofia come scienza rigorosa,
Laterza, Bari, Frammenti di diario; l'anno di Istanbul, Schena, Fasano. “La
cosa stessa.” Seminari fenomenologici (Dedalo, Bari); “Dommatismo e
criticismo”, “Deduzione del diritto naturale” (Laterza, Bari); Pensiero e
narrazioni. Modelli di storiografia filosofica” (Dedalo, Bari); Frammenti di
diario; l'anno del Messico, Schena, Fasano); “Fenomenologia delle relazioni,
Palomar, Bari); “Ragione e storia. Studi in memoria” Tateo, Schena, Fasano;
Dalla materia alla coscienza. Studi su Schelling in ricordo, Tatasciore,
Guerini, Milano; ‘La certezza incerta” Scritti su Semerari con due inediti
dell'autore, S., Guerini, Milano; Ponzio, Il significato della filosofia per
S., in "BariSera", Niro, S.. Il problema morale, Atheneum, Firenze,
Silvestri, Il seme umanissimo della filosofia. Sul pensiero di S. (Mimesis,
Milano). Treccani Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Per la illuminata
iniziativa del Prof. Antonio Corsano e con il consenso della Signora Irene
Carabellese, appassionata e vigile custode dell’opera di uno dei più forti
pensatori italiani del nostro secolo, l’Istituto di Filosofia della Università
di Bari ha promosso e realizzato, con questo volume, la pubblicazione dei corsi
organicamente tenuti da Pantaleo Carabellese su La filosofia dell’esistenza in
Kant, negli anni accademici 1940-41, 1941-42, 1942-43, presso la Università di
Roma e mai editi finora. Nel piano delle opere complete di Carabellese,
annunciato il 1948 ma non più portato a compimento (uscirono soltanto i volumi
Da Cartesio a Rosmini e Critica del concreto), era previsto, coi numeri 16-18,
un « Kant (in parte inedito) ». Tale pubblicazione avrebbe dovuto comprendere
unitariamente e il volume del 1927, La filosofia di Kant. L’idea teologica —
frutto, con l’altro libro del 1929, Il problema della filosofia da Kant a
Fichte, delle lezioni degli anni 1922-1925 alla Università di Palermo — e i
corsi romani del 1940-1943, La presente edizione è stata condotta su un testo
conservato nella Biblioteca privata del Carabellese.e costituito da fogli
dattiloscritti relativi ai paragrafi 1-7 e 38-104 dell’opera e da un gruppo di
bozze di stampa corrispondenti ai paragrafi 8-37. Nel testo sono riprodotte
fedelmente le dispense autorizzate dei corsi svolti dal Carabellese quale
ordinario di storia della filosofia professore di filosofia teoretica a
Palermo, Carabellese ha la cattedra di storia della filosofia a Roma e passa
alla cattedra di teoretica, quando subentrò a Gentile. L’Autore non poté
riesaminare, ai fini di una regolare pubblicazione, il testo. Sono pertanto
restate, qua e là, delle ripetizioni Vv inevitabili, del resto, in un corso
universitario che si è sviluppato, sul medesimo tema, per più anni di seguito.
Anche lo stile della esposizione, talora un po’ trascurato, riflette la
immediatezza e quasi estemporaneità di un discorso al quale è mancato l’ultimo
ritocco letterario. L’approntamento del volume per la stampa è stato curato
dalla Dr. Valeria Novielli, che ha sottoposto il testo a un’attenta e paziente
revisione, rendendone più precisa la punteggiatura, emendandolo, nelle parti
dattiloscritte, di numerose sviste formali, controllando e rettificando tutte
le citazioni. Con la Dr. Novielli è doveroso ricordare i giovani, che con lei
hanno diviso la non lieve fatica della correzione delle bozze: Teresa
Angelillo, Teresa Massari, Cosimo Tinelli e Anna Verzillo. *o d*o* Nel
presentare al pubblico questa grossa e ardua opera kantiana del Carabellese, mi
corre l'obbligo di accennare brevemente al suo significato nel quadro del
pensiero teoretico e metodologicostoriografico dell'Autore, sì che quanti
vorranno studiarla o consultarla possano partire, nella lettura, col piede
giusto. Sulla formazione della filosofia personale del Carabellese
l’insegnamento di Kant ebbe influenza decisiva. Carabellese considerò sempre la
sua ‘critica del concreto’ o * ontologismo critico’ il risultato di un
ripensamento profondo e ostinato della dottrina kantiana. Nella Prefazione alla
seconda edizione della Critica del concreto, che è del 1939, Carabellese
dichiarava esplicitamente che Kant gli « fu d’aiuto » a scoprire la ‘critica
del concreto’ e aggiungeva: « questa mi fu poi d’aiuto a riscoprire Kant »!. Le
suggestioni ricevute da Kant per la scoperta e la strutturazione della ‘critica
del concreto” così come il ritorno a Kant attraverso tale critica precisano il
carattere di lettura teoretica, che rivelano gli scritti kantiani di
Carabellese. Convinto che il Kant della corrente tradizione storiografica, il
Kant cioè raffigurato quale punto di convergenza e di fusione di razionalismo
ed empirismo, fosse una falsificazione dell’autentico Kant e che, al contrario,
la verità di Kant fosse l’affermazione della inesauribilità dell’ ‘essere’ o
‘cosa in sé’ rispetto alla na 1 CARABELLESE, Critica del concreto, Firenze,
Sansoni tura, Carabellese ricostruiva Kant assumendo a criterio
d’interpretazione l’esigenze proprie della ‘critica del concreto’: l’essere in
sé (Dio, Oggetto, Idea) e l’essere in altro (Io, Soggetto, Esistenza). Il
volume del 1927 era dedicato appunto alla ‘idea teologica’ ed era concentrato
nell’analisi del processo onde Kant, pur nei limiti dogmatici e realistici del
suo criticismo, aveva posto la idea quale oggettività e ragione e, quindi, la
schietta idealità della ragione. Per intendere correttamente la relazione
dell’opera del ’27 con La filosofia dell’esistenza in Kant, è utile ascoltarne
un passo: « Per ora constatiamo che Kant ha finalmente scoperto la natura dell’oggettività
nella sua distinzione dalla esistenza. L’oggettività è risultata la necessità e
universalità di coscienza: ciò che nei singoli pensanti c’è di identico.
L’oggettività dunque è universale astratto nella coscienza. Ecco la grande
scoperta che Kant ha fatto, ma non ha visto. È l'America, che egli crede India.
E con la scoperta dell’oggettività, Kant ha scoperto anche l’esistenza nella
sua distinzione dalla oggettività. Infatti, l’oggettività, l’essere identico
della coscienza è astratto, perché ci sono le singolari qualificazioni della
coscienza nelle quali... ci è dato tutto ciò che di esistenziale può mai
risultare » Non diversamente da Colombo che, credendo di aver trovato una nuova
via per raggiungere un continente già noto, in realtà aveva scoperto un
continente prima sconosciuto, anche Kant — pensava Carabellese —, incamminatosi
nella ricerca critica intorno alla conoscenza, era approdato, senza rendersene
adeguatamente conto, alla individuazione della dimensione oggettiva o ideale
della coscienza e alla sua distinzione dall’altra dimensione, che è la
esistenza, la soggettività. Questa 1‘ America’ scoperta ma non riconosciuta da
Kant, che, « al di là di questa oggettività ed esistenza che ci risultano e che
costituiscono la coscienza », si intestardiva « ad ammettere ancora una
esistenza. che concretizza l’oggettività fuori della coscienza » 5.A giudizio
di Carabellese, Kant, impegnato a risolvere il problema capitale della
filosofia moderna, quello gnoseologico, aveva, di fatto, impostato vin nuovo
problema, il problema della coscienza nella concretezza della sua struttura e
delle sue esigenze trascendentali: universalità e singolarità, oggettività e
soggettività, idea ed CARABELLESE, La filosofa di Kant. L'idea teologica,
Firenze, Vallecchi CARABELLESE, La filosofia di Kant.ì esistenza, Dio e Io,
ecc. Il ‘ vero’ Kant era ritrovato da Carabellese nella ‘Dialettica
Trascendentale’ della Critica della ragion pura, dove etano stati definiti i
grandi temi metafisici di Dio (idea teologica) e della esistenza (idea
cosmologica, idea psicologica). La improponibilità di quei temi in termini
conoscitivo-positivi, il loro eccedere dai limiti della ‘ Estetica’ e dell’‘
Analitica’, che costituivano formalmente il campo del ‘conoscibile’ e dello
‘scientifico’, davano a Carabellese la conferma che, con Kant, era accaduto
qualcosa di nuovo e di rivoluzionario. nella storia della filosofia moderna, il
passaggio di fatto, implicante un rovesciamento prospettico, dalla filosofia
del conoscere alla filosofia della coscienza e del concreto, passaggio solo di
fatto e non ancora di diritto, ché Kant continuava a restare impigliato nella
logica della filosofia del conoscere, confondendo oggettività ed esistenza, di
cui pur aveva sentito la distinzione a livello di coscienza comune e di sapere
concreto. La filosofia di Kant « perciò s’incentra nei tre problemi della
Dialettica, scrive Carabellese nella Prefazione all'opera, Di questi tre
problemi adunque noi faremo centro per esporre criticamente il pensiero
filosofico di Kant nella sua integrità, prendendo ciascun problema dal momento
in cui esso si formula nella mente kantiana fino a quello in cui dal problema,
risoluto o no, questa si libera. L’avvertimento di quella che, per lui, era
stata la più originale scoperta kantiana e, insieme, dell’imzpasse logico in
cui era stata bloccata dalle contraddizioni della filosofia ‘storica’ di Kant
metteva nelle mani di Carabellese il filo rosso del suo incontrarsi e
scontrarsi con Kant e fissava i termini e il metodo del suo discorso critico,
che si veniva organizzando nei modi di una lettura, come oggi si direbbe,
‘sintomale’, di Kant, orientata a valorizzare, contro il Kant letterale, la sua
scoperta critica liberandone il contenuto dall’involucro formale e linguistico
della tradizione precriticistica, che ne distorceva il senso e ne strozzava lo
sviluppo. Prescindere da Kant oggi, in filosofia, è fare opera nulla. Ora per
una determinazione di problemi che non prescinda da Kant, io credo che bisogna
rifarsi dallo stesso Kant senza trascurare quelle CARABELLESE, La filosofia di
Kant che sono le conquiste dal kantismo, e non dallo stesso Kant, già fatte.
Rifarsi quindi da Kant combattendolo nei suoi residui dogmatici. Ma per
combatterlo appunto bisogna intenderlo nella sua profondità, e per intenderlo
bisogna avere una concezione della realtà da contrapporgli (concezione sia pure
nata da Kant; che anzi deve esser nata da Kant), bisogna avere un pensiero con
cui indagarlo. Solo così si può fare la storia, sia essa della filosofia che di
una qualunque determinata attività concreta dello spirito. In tal modo,
Carabellese progettava la sua lettura di Kant come controllo di una più vasta e
generale interpretazione del rapporto tra la filosofia e la sua storia. La
filosofia, voleva dire Carabellese, non nasce se non sul terreno dei problemi
maturati storicamente (impossibilità di filosofare oggi prescindendo da Kant e
dalla storia del kantismo). La filosofia, nondimeno, non eredita passivamente
dalla propria storia (necessità di combattere Kant nel suo superstite
dogmatismo). Anzi gli stessi problemi proposti dalla storia non possono essere
compresi fino in fondo, nella loro verità, se non si sia in grado di fare uso
di un punto di vista diverso, andando al di là del giudizio strettamente storico
con un giudizio teoretico (Kant non può essere combattuto, cioè proseguito e
superato, se non venga prima inteso, e non può essere inteso, se non si sia in
grado di opporgli un differente pensiero). Insomma, se la filosofia dipende
dalla sua storia, questa, dalla sua parte, è anche condizionata e anticipata
dalle opzioni teoretiche della filosofia. Il proposito di far emergere
dall’interno della dottrina kantiana ciò che appariva essere il suo contributo
più originale e importante, dando, per questa via, espressione a quanto Kant
aveva lasciato inespresso, rendeva la indagine storiografica di Carabellese
altamente drammatica e rischiosa, provocava il mutuo coinvolgimento dello
storico .e del suo autore, al punto che il dovere di capire l’autore finiva col
coincidere col diritto di correggere, reimpostare o risolvere i problemi da lui
lasciati aperti, e sollecitava al salto al di là dei limiti della filologia,
quando ciò sembrava necessario alla risolutiva espressione dell’inespresso. Lo
stesso Carabellese era ben consapevole di ciò e non fu certo un caso che,
introducendo il volume del ’29, difendesse il suo scrupolo filologico: «
M’auguro che l’amore della tesi non abbia mai forzato l’in- [CARABELLESE, La
filosofia di Kant] dagine storica ad una interpretazione che non sia quella
voluta dalla intima coerenza logica dei pensatori studiati. Certo ho messo in
ciò la massima cura. E perciò mi son sempre rifatto direttamente alla lettera
stessa dei loro scritti, perché i concetti risultassero sempre nella loro maggiore
possibile determinatezza. In definitiva, ciò che principalmente importa a una
ricerca quale Carabellese proponeva e perseguiva non è tanto la relazione, che
Kant ebbe con le sue fonti e coi suoi contemporanei, quanto la relazione che
può instaurarsi tra Kant e i suoi successori e, soprattutto, tra lui e noi
nell’orizzonte della odierna problematica filosofica. Era questo il senso della
contrapposizione a un Kant morto, congelato nel linguaggio delle sue opere, di
un Kant vivo che, diceva Carabellese, « io voglio rivivere e far rivivere, e
col quale quindi io ho bisogno di discutere scendendo nelle profondità del suo
pensiero e analizzando questo sia nei suoi germi nascosti, per i quali egli
rivive in noi che con lui discutiamo, sia nelle grossolanità esplicite dalle
quali egli non seppe e non poteva liberare la sua costruzione, e di fronte alle
quali quindi egli deve rinnegare se stesso e darci ragione. A questo punto può
essere interessante ricordare come un’analoga impostazione alla comprensione di
Kant dava, due anni dopo la uscita del saggio carabellesiano, ma in totale
indipendenza da Carabellese, Martino Heidegger con Kant e il problema della
metafisica. Non è questa la sede per istruire il confronto tra il Kant di
Carabellese e il Kant di Heidegger e illustrarne le differenze pur nella comune
ispirazione ‘ metafisica ’ dei due approcci®. Vale, piuttosto, la pena di
sottolineare la identità, nel metodo, delle due letture, che risalta
oggettivamente alla luce della seguente dichiarazione di Heidegger: « Un’
‘interpretazione ’, la quale si limiti a ripetere ciò che Kant ha detto
testualmente è destinata in partenza a fallire il suo scopo, almeno finché il
compito di una vera interpretazione resti quello di rendere visibile proprio
ciò che nella fondazione kantiana traspare al di là delle CARABELLESE, Il
problema della filosofia da Kant a Fichte, Palermo, Trimarchi, CARABELLESE, La
filosofia di Kant, Lo stesso Carabellese volle precisare tali differenze in una
lunga nota della Prefazione alla Il edizione della Critica del concreto: cfr.
Critica del concreto Xx formule. È vero che Kant non è giunto a pronunciarsi
direttamente in proposito, ma è anche vero che in ogni conoscenza filosofica il
fattore determinante non è il senso letterale delle proposizioni, bensì
l’inespresso immediatamente suggerito dalle enunciazioni esplicite. Così,
l’intento esplicito di questa ‘interpretazione’ della Critica della ragion pura
era di rendere visibile il contenuto decisivo dell’opera, tentando di porre in
evidenza ciò che Kant ‘ha voluto dire’. Nel seguire questo procedimento, la
nostra interpretazione fa propria una massima che lo stesso Kant voleva veder
applicata alla ‘interpretazione’ di opere filosofiche (...). Naturalmente, per
strappare a quel che le parole dicono, quello che vogliono dire, ogni ‘
interpretazione’ deve necessariamente usar loro violenza. Ma tale violenza non
può esercitarsi a caso, per mero arbitrio. L’interpretazione dev'essere mossa e
guidata dalla forza di un'idea illuminante e anticipatrice. Soltanto in virtù
di una tale idea, una ‘ interpretazione’ può osare l'impresa, ognora temeraria,
di affidarsi al segreto impulso che agisce nell'intimo di un’opera, per essere
aiutata a penetrare l’inespresso e forzata ad esprimerlo. È questa una via, per
la quale la stessa idea direttrice giunge a rivelarsi pienamente, manifestando
il proprio potere di chiarificazione. Chi abbia presenti i passi dianzi
riferiti di Carabellese, ove si parla di discesa nelle « profondità » del
pensiero kantiano, di « germi nascosti », a cui fanno velo « grossolanità
esplicite », della « concezione della realtà » da contrapporre a Kant per
capirlo e della necessità « di avere un pensiero con cui indagarlo », può
rendersi conto di come Carabellese e Heidegger concepissero, entrambi, il
lavoro storiografico, in filosofia, fondamentalmente come interpretazione,
interpretazione da tentare come sforzo di esplicitazione del senso profondo e
intenzionale, restato nascosto, delle parole espressamente dette. Di tale
sforzo, la cui realizzazione può anche comandare l’esercizio della violenza
sulla filologia, il pre L HEIDEGGER, Kant e il problema della metafisica, tr.
it, Milano, 1962, Silva, pp. 264-265. Nella Prefazione alla II edizione
dell'opera, che è del 1950, così scriveva Heidegger: «C'è sempre chi si sente
urtato dalle forzature che riscontra nelle mie interpretazioni. Questo scritto
potrà offrire buoni argomenti per un'accusa in tal senso. Coloro che dedicano
le loro ricerche alla storia della filosofia hanno sempre il diritto di muovere
quest'accusa a chi tenta di aprire un dialogo fra pensatori. Un dialogo di
pensiero obbedisce a leggi differenti, rispetto ai metodi della filologia
storica, legata a un suo compito preciso. Più grave è, nel dialogo, il rischio
di fallire, più frequenti sono le mancanze. supposto è un'anticipazione
teoretica (non casuale, non arbitraria secondo Heidegger, necessariamente
derivata dal filosofo stesso del quale si fa la storia, secondo Carabellese),
capace di trasformare in parole chiare e determinate la ‘intenzione’ del
filosofo oscurata e contraddetta dal suo stesso discorso storicamente
esplicito. Secondo Carabellese, il compito della filosofia dopo Kant, nella
misura in cui Kant veniva riconosciuto come ponte di passaggio obbligato nella
storia del pensiero moderno, era di andare avanti sulla strada di una
‘metafisica critica’, che Kant aveva appunto dischiuso ma non percorso. Sin
dalla edizione, che cura, degli Scritti minori di Kant, il Carabellese aveva
fermamente battuto sul fatto che, a suo parere, il criticismo kantiano non
rappresenta la liquidazione della metafisica, bensì la esigenza e anche il
modello, in qualche maniera delineato, di una sua nuova, ‘ critica ’,
reimpostazione. « Nello sforzo tenace e fortunato che Kant ha fatto per rendersi
conto esatto della possibilità della filosofia come metafisica, cioè come
scienza, che ha oggetti non dati dalla esperienza, si possono distinguere due
aspetti: quello per cui lo sforzo tende, diciamo così, ad individuare con la
maggiore possibile esattezza questi oggetti nella loro essenza, e l’altro, che
è come il riflesso di quel primo, per cui lo sforzo torna continuamente a
misurare se stesso » 1°, L’errore di Kant, il suo limite storico, a giudizio di
Carabellese, era consistito nell’aver dimenticato che la Critica, nel suo
stesso programma, era destinata a fungere solo da propedeutica (‘prolegomeni ’)
a ogni futura metafisica e non poteva, perché non doveva, elevare se stessa a
filosofia. L’errore del pensiero postkantiano era stato quello di non accorgersi
dell'errore kantiano e di aver assunto come ovvietà non più discutibile né
problematizzabile la presunta negazione kantiana della metafisica. Metafisica
positivistica, criticismo metafisico idealistico, storicismo, attualismo,
esistenzialismo, ecc. — tale era la convinzione di Carabellese — erano tutti
prodotti diversi di un medesimo perseverare nell’errore di Kant: la confusione
del problema dell’oggetto della filosofia (il problema cosiddetto esterno) col
KANT, Scritti minori, a cura di P. Carabellese, muova ed., Scritti precritici,
Bari, Laterza. problema del rapporto della filosofia con se stessa (il problema
cosiddetto ‘interno. Esauritosi nel mero esercizio della Critica, finita col
diventare fine a se stessa, Kant fu costretto a occuparsi unicamente del
problema ‘interno’ della filosofia e non vide come la sua soluzione sarebbe
stata impossibile fino a quando non si fosse affrontato e formulato
correttamente, secondo le indicazioni della Critica, il problema ‘esterno’. «
Il problema che Kant impostò riguardo alla filosofia », scriveva il Carabellese
il 1929, «e che è sostanzialmente il problema di tutta la Critica, non fu
quello della essenza, ma soltanto quello della possibilità di essa. L'essenza
della filosofia come scienza era presupposta e dogmaticamente accettata. Perciò
il criticismo kantiano non è la piena posizione di quello che abbiamo detto il
problema interno della filosofia; ne è invece la posizione consentita da un
preconcetto essere intellettualistico » !. In altre parole, Kant, nonostante la
Critica, non seppe rinunciare al pregiudizio pre- e anti-criticistico di un
essere sussistente al di fuori della coscienza e del soggetto e all’uno e
all’altra contrapposto e continuò a pensare la filosofia come uno dei modi,
certamente il più fallimentare, di raggiungere conoscitivamente questo essere.
« Come Cartesio aprì quello delle origini, Kant ha aperto soltanto il problema
della possibilità della conoscenza. E tutti gli indirizzi post-kantiani, che di
Kant veramente tengano conto, cercano di rispondere a questa domanda, ma solo a
questa. E a me paiono ora esauriti i tentativi per darle una risposta. È ora di
cambiar aria, di correre verso una nuova dimensione dello spazio speculativo. A
furia di dimostrare la possibilità della conoscenza, abbiamo finito forse col
dimenticare, o meglio possiamo cominciare a vedere che cosa è questa conoscenza
di cui vogliamo dimostrare la possibilità » 1. La ragione principale della
filosofia di Kant, alla luce della interpretazione carabellesiana, stava proprio
in quel bisogno di « cambiare aria », di conquistare « una nuova dimensione
dello spazio speculativo ». Il che, per Carabellese, significava che Kant aveva
toccato il limite estremo dello gnoseologismo moderno, da un lato
circoscrivendo, una volta per tutte, l’area del conoscibile, di ciò che può
essere ‘scienza’, e dall’altro provando che filosofare non è conoscere. li
CARABELLESE, Il problema della filosofia CARABELLESE, Il problema della
filosofia Che cosa la filosofia potesse mai diventare, dopo essere stata
affrancata da compiti di conoscenza — questo, secondo Carabellese, era il
problema posto da Kant, che Kant non ebbe la forza di risolvere, in quanto
lasciò che i potenti strumenti della Critica restassero inceppati dallo stesso
pregiudizio realistico messo in crisi appunto dalla Critica. Il pregiudizio
restò ancora abbastanza saldo per la svista di Kant, che non si accorse della
grande scoperta ‘critica’ e ‘metafisica’, da lui fatta, dell'oggetto quale
universalità e necessità della coscienza e non più suo ‘al di là”.
Proclamandola impossibile come scienza, Kant mostrava di considerare la
metafisica pur sempre come ‘scienza’. Per lui, gli ‘oggetti’ della metafisica
(Dio, anima, mondo) continuarono a valere come l’‘al di là’ della coscienza, conoscitivamente
inattingibile. Eppure il senso della Critica spingeva a inglobare quegli
oggetti nella coscienza, a ‘ immanentizzarli’ non quali ‘ contenuti” bensì
quali ‘essere’ della coscienza, come la stessa coscienza nella sua originaria e
necessaria struttura !8, infine come l’apriori metafisico di ogni determinato e
concreto sapere, essere e fare. Dopo Kant, quindi, anzi attraverso Kant, fare
metafisica, fare cioè filosofia e non soltanto propedeutica alla filosofia
doveva voler dire, per Carabellese, null’altro che riflettere (riflettere, non
conoscere), sempre più a fondo, sulla coscienza comune, sulla struttura del
concreto essere/fare naturale e storico dell’uomo. Nello spirito, anche se
contro la lettera della Critica e contro la dominante tendenza del pensiero
postkantiano, Carabellese pensava tale struttura immanente e trascendente allo
stesso tempo: immanente, perché intrinseca al concreto, trascendente, perché
non esaurita né esauribile in alcuna determinazione del concreto (la
inesauribilità della kantiana ‘cosa in sé’ rispetto al fenomeno o natura). Per
rivalutare a pieno il kantismo bisogna guardare anche «.. coscienza è il sapere
insieme, noi molti soggetti, un oggetto, nella unicità del quale conveniamo »
(CARABELLESE, La coscienza, nel vol. collettivo Filosofi italiani
contemporanei, Milano, 1946, Marzorati, p. 210). Oggetto umico e noi molti
soggetti insieme costituiscono, per Carabellese, la struttura o essere della
coscienza. Fusi e, tuttavia, distinti nella sinteticità originaria della coscienza,
della coscienza l'oggezto è principio 0 fondamento e noi molti siamo i termini
esistenziali. Tutto ciò Carabellese ricavava dalla Critica, ora direttamente
ora mediandola storicamente, ma sempre sostituendo all’abituale lettura di Kant
in chiave gnoseologistica la interpretazione ‘metafisica’ ossia, nel linguaggio
di Carabellese, ‘ ontocoscienzialistica '. questi oggetti della ragione pura,
non per tornare a ripetere la metafisica kantiana di noumeni sconosciuti e
inconoscibili e pur validi come regolativi, ma per guardarli nel nuovo concetto
di co- scienza maturatosi da Kant, e rivalutare così di nuovo il presup- posto
trascendentale della esperienza. Del nuovo concetto di coscienza, in cui
venivano trasposti e semanticamente rigenerati i vecchi oggetti metafisici
della ragione, La filosofa di Kant. L'idea teologica e La filosofia
dell’esistenza in Kant furono la riflessione, tematizzandone l’una l’aspetto
oggettivo (Dio, Idea) e l’altra l’a- spetto soggettivo (Io, Esistenza). Le due
opere furono i due tempi di una medesima ricerca, i due momenti di una medesima
analisi e anche le due direzioni diverse di una stessa polemica. Infatti,
ambedue — come, del resto, tutti gli scritti teorici e storici di Carabellese —
rappresentavano altrettante prese di posizione nei riguardi di quelle che
Carabellese pensa essere le conseguenze della mai denunciata svista di Kant e,
più in generale, le manifestazioni estreme, nel pensiero contempo- raneo, del
non ancora debellato realismo dogmatico. In partico- lare, il libro,
attribuendo a Kant, tradizionalmente fatto pas- sare per il progenitore
dell’idealismo moderno soggettivistico, la sco- perta della oggettività di
coscienza, serviva a Carabellese anche come arma di lotta contro l’attualismo
gentiliano — allora al culmine del suo successo storico —, che di
quell’idealismo si protestava l’esito più coerente e rigoroso e che fu appunto
il bersaglio permanente della polemica filosofica di Carabellese. Analogamente,
La filosofia del- l’esistenza in Kant, con il discutere la confusione kantiana
di esi- stenza e oggettività realisticamente intesa, consentiva a Carabel- lese
di contrastare l’esistenzialismo, che in quegli anni si andava diffondendo
anche in Italia, e di condannare in esso la sopravvi- venza del preconcetto realistico
e dogmatico « che il singolare sia fuori dell’essere, e che l’essere sia al di
là della singolarità » !9 e, soprattutto, l’errore teoretico di presupporre la
esistenza senza chie- dersi che cosa mai essa sia, a quale esigenza strutturale
del nostro essere/fare concreto essa risponda. Esula dal compito assai limitato
e modesto di questa introdu- zione l’esame critico della ricostruzione
carabellesiana della filo- KANT, Scritti minori, cit, p. VI. 15 CARABELLESE,
L'esistenzialismo in Italia, in « Primato » 1943, p. 65. 16 V. segnatamente i
paragrafi 3, 13, 43’ e 84 di questa opera. sofia di Kant. Tale esame, ove fosse
tentato, implicherebbe l’apertura della discussione sulla generale metodologia
storiografica del Carabellese e, quindi, sulla sua posizione teoretica, che di
quella metodologia è motivazione, supporto e guida. A me premeva solo di dare
al lettore alcune indicazioni elementari e, a mio avviso, es- senziali per un
suo primo orientamento sull’impegno programmatico e sul carattere di questa opera,
indubbiamente originalissima e ri- gorosa, in una epoca che, forse, non è la
più favorevolmente di- sposta a comprendere un lavoro storico condotto con la
tecnica usata da Carabellese e ad accettare un discorso teoretico redatto nel
linguaggio che era proprio di Carabellese. Il lettore vaglierà e giudicherà per
suo conto. Quali che siano, però, le conclusioni di ciascuno di noi, possiamo
essere tutti sicuri che la intera ricerca di Carabellese, nella quale, in primo
piano, si pone la sua lunga meditazione kantiana, è, per tutti noi, uno stimolo
potente a li- berarci dai consunti schemi storiografici e a tirarci fuori dai
luoghi comuni in cui la nostra intelligenza filosofica può essersi impigrita.
Bari. Giuseppe Semerari. Semerari. Keywords: fascismo, Gentile, neo-idealismo
come intrinseccamente fascista, Croce, Vico, intersoggetivo, io-tu, dialogo,
dialogo autentico, comunita, valore comunitario, comunita umana, vico. Refs.:
Luigi Speranza, “Grice e Semerari” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Semmola:
I FONDAMENTI DELLA PSICOLOGIA RAZIONALE --
la ragione conversazionale della filosofia come istituzione – la scuola
di Napoli – filosofia napoletana -- filosofia campagnese -- filosofia italiana
– Luigi Speranza (Napoli).
Filosofo napoletano. Filosofo italiano. Napoli, Campania. Grice: “I find it
difficult to decide if Semmola endorses formalism or informalism in his
monumental “Logica.”” Grice: “While Ayer never liked it, metaphysics is very popular in Italy,
as Semmola’s monumental “Metafisica” testifies.” Grice: “It’s good to see
philosophy as an institution, in the Italian way of using this word, as per
Semmola, “Istituzione di Filosofia.” Uno dei più grandi esponenti della scuola napoletana. Partecipa ai moti
di Marigliano. Saggi: “Istituzioni di Filosofia,” “Logica,” “Metafisica”, Biblioteca,
Napoli. Mente divinatrice ardente spirito investigatore che nello studio della
natura morbosa dell'uomo produsse miracoli di arte e di scienza scolare e
presto emulo del suo gran più ai giovann conchiuse alla novità delle dottrine
una sapienza antica procacciandosi fama in patria e fuori di sommo maestro in
medicina ne rifulse lo ingegno incomparabile dalla cattedra nell'università
napoletana nelle accademie e negli ospedali nei consessi legislativi e nei
congressi scientifici nella parola negli scritti membro della commissione
legislativa riunita in Firenze principale autore di un codice sanitario
italiano inviato unico plenipotenziario alla conferenza sanitaria
internazionale di Vienna deputato e poi senatore nel patrio parlamento onorato
due volte di medaglia d'oro dal proprio governo per le cure ai colerosi da
quello del Brasile per la guarigione del suo imperatore Socio di gran numero di
accademie italiane e straniere Insignito di molti tra i maggiori gradi
cavallereschi. Muore nella fede catolica avita. Questo marmo per voce del
comune Si fa eco della pubblica solenne onoranza cittadina. Le spoglie mortali
riposano nella cappella mortuaria di famiglia ove le vollero la vedova ed i
figliuoli a rendere vieppiù paghi la loro pietà ed il riconoscente affetto. INSTITUTIONES PHILOSOPHICAE
AUCTORE IN USUM SUORUM AUDITORUM I CONCINNATÆ INSTITUTIONES METPAHYSICES.
Napoli Micliaccio. Superiorum permijfu y i PRÆCLARISSIMO VIRO CORRADINO
marchiOni spectatissimo S. D. t T l itterario operi, PrjBclarifllme Vir jam jam
(in publicam lucem prodeunti, nihil majus, nihil honorificentius ab Au« ^ore
fuo exoptari poteft, et fehcius accidere, quam ut infigni aliquo nomina
decoratum emittatur. Jam vero nullum illufirius, ac vere inclytum nomen, niii ^
quod Mentis prsfiantia, ingeniique 2 felicitate 'fit comparatum t quod dein
integritate fumma, maxima lUe fapieQtia in graviflimis expediendis muneribus
fit et >'perfe6lum, atque firmatum.* quod tandem egregio animi candore,
atque incorrupta religione fit numeris omnibus abfolutum. Qui funt hujurce
generis Viri, (funt enitn vero admodum pauci) fummi. profefto funt, &, vere
magni.* hi cum ceteris emmeant, fintque de Societate be-. nemerentiffimi, jure
ab omnibus fincere colendi.* et cum xqui fint, atque idonei rerum zftimatores,
in 'eorum fententiam libentiflime reliqui defcendunt, ut nec au-. dax
obtre£latorum manus alfurgere 'contendat. Solent et alia publicæ exiftimationis
capita percenferi :at cu 2 a proprio cujufque merito non repetuntur, et
fortunam, non jam virtutem comitem habent, natura fua et funt nimis fiuxa, et
eb omnibus, qoeis cor fapit, parvi penduntur. Certe, qui ftulte hifce
gloriantiir, haud recogitant Horatianum illud Ne cum forte fuas repetitum
•venerit olim '' Crex avium plumas, moveat cornicula rtjum Furtivis nudata
coloribus. Bene homines intelligunt, quid inter adfcitum, et proprium decus
interfit; et ut huic juftam, meritamque habent venerationem, ita illud
defpiciunt, et averfantur. Hinc fi qui fplendidis decepti_ nominibus aliquem
hujufmqdi Vmum honefti laboris fui patronum inconfulte deleeerint, tantum
abeft, ut bene rei fua! profpexerint, ut potius in fe publicam hominum
tontemptionem ftultiffime concitent. Hsc quum ita fint, nemo proteao non
probabit, cur tantopere exoptaverim, ut meus ifte labor qualiscunque Tibi,
Przclariifime Vir nuncuparetur | tantoque conceffo honore fummopere mi
caudeam', atque triumphem. Nomen enira tuum tot tantifque de caufis illuftre,
at^ que cohfpicuum, eo profero illujtriuf jure, meritoque celebratur, quod
mp*"* reliquorum hominum fortem, non nmofis imaginibus referta atria, non.
gia majorum facinora, fed tu*. Te virtutes unice extulerunt. Tu apriraauiqu
ætate fori curriculum ingrelfus, tantum ingenii acumine, legum fcientia,
gravitate, pfobifque moribus ceteris prsluxifti, ut inde aufpicium faaum fit,
Te ad ‘grandia natum, quod dein-mox comprobavit eventus. Re quidem vera, quum
tot, tantarumque virtutum tuarum fama diutius fori ambitu contineri non
potuerit, faftum eft, ut Ferdinanjjus providentiflimus ReXj nofter regiorum
Hetruriæ prasfidiorum AflTeflorem, et mox etiam Auditorem in Teates, et Aquilæ
Tribunalibus deftinaverit. Qua vero in hiice muneribus (apientia, integritatis,
ac folida probitatis argumenta praftiteris, ex eo plane intelligi poteft, quod
non multo poft Neapolim fis revocatus,, et in fupremo totius Regni Tribunali a
fapientilTimo Principe Criminum Judex conftitutus.^Per holce veluti gradus
fellinatis honoribus Te a fecretis Regni, Te Realis Camera Sanfla Clara
Confiliarium, Te ternum Confiliarium, et fupremum Sa* erarum Rationum Curatorem
vidimus. Tn vero omnibus hifce muneribus major, re olfendilli, Urenuam in
laborando alTiduitatem tuam nec fene6lute remitti, nec negotiis opprimi pofle. Hinc illa eadem Regis Sapientia, qua Tibi probe
cognito tanta demandaverat, ad majora protinus_ extulit. Te fibi a fecretis in
Ecclefiafticis, et Sacri Patrimonii rebus afllimiit,ut in ampliori theatro
collocatus clarius enitefceres. Qua duo graviffima omnium onera ira per Te
adminiftras, ut et Principi probanffima procuratio tua femper extiterit, et
reliquis omnibus admiratione digniffima. Tot, tantaqua dignitates cura honorum
continuatione habita, eo Tibi majori funt Ihudi, quod certum eft, non gloria
Majorum, non aliena ope, non caco /orruna 'impetu, non externis fubfidiis, fed
tuis virtutibus, et fapientiflimo 'Regis Cbnfilio efle • confequutmn.vin hac
tua tam multiplici, tara iolida honorum, 8c gloria fegete nihil fane erat, quod
operi meo melius potuiffem optare, nifi ut tuo nomine fuperbum, tua claritate
decoratum, patrocinio tuo tutum in manus hominum prodiret. Voti compos
effe6lus, reliquum nunc eft^ ut Te facilitatis in me tua non poenitear,
potiffimum cum Adolefcentium edu~ationr, cui tantopere, 8c fine intermif[ione
ftudes, fit illud infcriptum'; et ego 3e tanta in me indulgentia gratias. agam
immortales. Sis latus, et Te Deus virutum omnium exemplar fofpitet femper, ic
pro publico hujus Regni bono in avum 'ervet incolumem. I I IN UNIVERSAM
METAPHYSICAM PRAEFATIO. I. Icet MET^mSICES nomen forte olim fuifle cufum
videa*|h e W tur; tamen facultati, quam elucidandam fufcipimus, apprime 51 ^
confonum cflfc, nemo profecto ambiget. Si enimPhyfices nomine a Græco vocabulo
Sutrii tPhyJis, quod naturam fignificat, rerum fenlibilium pertractatio
infignita fuit ; jure Metaphyfica dicenda erat, (itrei Titr puur ^ (cientia
nimirum fupra Naturam, facultas illa, quæ res a materia (ecretas, neque
fenfibiles rimatur, abftractionis et ratiocinii ope. II. Equidem, cum noftræ
naturæ conditione fiat, ut prima; rerum omnium notiones e lenfibilibus, et
materia concretis exordiantur, tum gradatim progrediendo ad infenfibilia
afeendamus, et fecreta a materia; ordinis ratio poftularc videtur, ut nullus
Metaphyftces T^erxXva\\2i adeat, nifi Phyficis cognitionibus antea inftructus.
Atqui Majores noftri contrarium tenuere iter ; qui mos, poftquam ad nos ulqiie
devenit, veluti lacer fuit, et religiofe fcrvatus ; quantum enim icio, nemo
hactenus illum adgredi «ft aufus, five id nimia antiquitatis veneratione faftum
llr, five ex animi imbecillitate, five alia quacumque ex caulfa. Nolim rectas
licet sententias no-» •vitate in alicujus cadere offenfionem ; quilibet jure A
uta a Jn Unlverf. Metapb. utatur fuo, &, quam libuerit, fequatur fcmitam.
At illud faltem indigitare ex munere meo duxi, ut difcant Tyrones planum, et
magis profuturum emetiri, quem alias lalebrolum experiri folent, ftudiorum
curriculum. Quæ fupra fenfibilia adfcendunt, et a materiali compage funt
fecreta, diverfa (refpicere poffunt, atque ideo non immerito hinc Metafhyfices
partitionem defumemus. Nempe, quas fola mentis abftractionc affequuntur, fi
quidem generales rerum omnium proprietates fpectant, Ontosophia, prima fcilicet
Metaphysices parte, continentur, Quæ vero fpectant Mundum in genere, atque ideo
extra fenfuum aciem conftituta folius ratiocinii vi agnofei poflunt, alteram
ejufdem partem conftituunt, quam Cofmolagiam dicimus. Sunt vero quæ fuapte
natura ab omni materijB concretione funt fejuncta, Mens fcilicet humana, et
Deus, duafque alias fiftunt ejufdem facultatis partes, Pfycologiam fcilicet, et
Theologiam Naturalem. Poftrema tandem pars hominis relationes erga Deum,
feipfum, fuique fimiles expendens, quæ inde fequantur officia monet, morumque
præcepta decernit tum artem edocet re6fe vitam inftituendi-, ut felicitatem
confequamur j* eaque Jus natura y ifthæc Ethica nuncupari confuevit. Quinque
itaque partibus Metapbyftca continetur, quarum priores quattior modo vobis
exhibeo, Adolefcentes optimi, no» exuccas, nec vanis, garrulifque
fubtilitatibus fcatentes, Icd doctrinis, quæ veram redolent fapientiam,
refertas. Has partim quidem collectas, partim mihi in meis meditationibus
fponte veluti fua Pnefatle 3 fua occurrchtcs, elucubrare, et ingenio veftro,
quantum cognovi adcomodare fategi. Poftremain vero partem, favente Deo, mox ut
otium ^ 8c vires fuppetent, adjiciam. IV. Ex ipfa objecti explanatione, quam
modo breviter profcquuti fumus, abunde quifque intelligit, quanta fit hujufce
facultatis, quam per, quam pro^ ba, ac JubaHa mediocris ingenii cultura
trihua's, quam afiiduis, atque providentiffimis curis Praclarijftmi, ac
beneficentifftmi Nolani olim %4nti~ flitis, mox vero, benemereniifftmi
Panormitani */irA chiepijccpi, ac Sicilia Prafidis probatiffimi PHl~ LIPPI
LOPEZ^Y ROYO in eodem Nolano Se• minario ‘ alumnus excepi. Equidem fi quid in
litteris y In morum difciptma profeci y' libenti ac grato y/fnimd, ncc non
ingenuo pudore fateor^ me Ei acceptum referre. Vale. \ jit ea pofita ponatur
etiam id, cujus ed ratio sufficiens, fecus rurfum infufiiciens foret : quippe
præter illam rationem aliud quidpiam modo requireretur ad ponendum illud, quod
noa dum ed politum. NIHIL ejl fine fufficlenti ratione. Hnjufcc principii
indubia veritas cuilibet fponte fua occurrere autumamus. Si quis vero
demondrationem requirat ex principio contradictionis facile eruemus. Sane infit
enti A quasvis affectio N præter effentiam, ita nempe ut Contradictoria
affectio — N, vcl alia quavis diverfa M eidem ineffe poffit. Ex duabus
contradictoriis affe6lionibus N, et N, quas feorfim in eodem Ente ineffe
poffunt, nec non 'ex diverfis N, et M in eodem Ente asque poffibilibus, vel
aded fufficiens ratio cur altera infit, vel non. Si primum, addruitur propofiti
principii veritas.Si fecundum, A 4 quia ONtOSOPHIA. quia contradictoriæ
affectiones N, et N, nec non diverfx N, &T'M lint in Ente A cx hypothefi
seque pofTibiJes, vel utraque, vel neutra infidere deberet: par enim eft pro
utraque ratio Sed utrumque eft contra hypotefim. Quare fi enti A infidet
affectio N, cum, ejus infpecta natura, ex sequo infidere poiTet vel contradi£ioria
affectio — N, vel alia qusevis M, id aliqua ratione, et quidem fufficienti,
fieri oportet. Nihil ergo eft abfque fufficienti ratione. Hujufce principii
veritatem quam maxime commendat illa in omnium animis ingenita prurigo quærendi
femper cw hoc} cur illud} a qua numquam conquiefeimus, nifi fufficiens hujus,
et illius ratio non occurrat. Eft hxc fine dubio tacita qusedam naturx vox,
nihil effe fine fufficienti ratione. . §. lo.Ex diftis liquet, nullum dari, nec
dari poffe furum Cafum. Puri cafus nomine intel-ligitur eventus, cujus nulla
fit fufficiens ratio. Equidem hujufmodi notio nullo prorfus pa£fo concipi
poteft, et ex iliis eft, quæ omni humanæ rationi pugnant. Quod fi quandoque
plura cafu, et fortuna fieri dicuntur, id ex eo eft, quod cauffas p rationefque,
e quibus illa continuo, et certo nexu pendent, minime pervidemus. Prop/er
ohfcuritatem y fapienter Tullius ^q. *Acad. l. 2. ignorationemque cauffn^ tum
fortuna efficit multa improvifa, nec opinata^ et Juvenalis Sat. lo. fed te Nos
facimus Fortuna Deam, Coeloque locamus. Nempe, ne noftram ignorantiam fateamur,
malumus fortuna inania verba proferre, et ita nosmet-. p ipfos deludenfcs,
ignorantiæ noflr* acquiefcere. Inveftigatio fane cauflarum, et rationum mentis aciem
exigit, et improbum laborem. Hinccft, ut qui minus ingenio valent, vel funt
laboris magis impatientes, plurima cafui, et fortunæ tribuant, quæ acutiores,
et laborioft per fuas rationes, et caulTas facile expediunt. II. SufRcientes
rerum rationes invefligare proprium eft Philofophi. Nam ut inquit Genuen» iis „
populus renun phænomenis efl contentus/ „ philofophus in rerum cauflas, et
principia in„ quire debet, quod egregie vocant Platonici „ mundum
intelligibilem, et populo ignotum „ vedigare. Qua Philofopbia nihil validius
eil, „ atque^ efficacius cum ad vitam pacate ducen-,, dam t um quoque ad
reipublicx tranquillU „ tatem. /frop. Xy II. El. Met. par. prior, II. Caveant
vero Tyrones I. ne aniles reputent fabulas omnia, quorum incomperta ed,vel
impervia fufficiens ratio. Meminerimus imbecillitatis nodra;, et ingenue
fateamur, innumera ciTe, quorum rationes neque perfpeximus ha6lenus, neque in
sevum comperiemus. Ecquis hactenus novit cur Magnes ferrum trahit ? cur
Gymnotus, non eseteri pifees, clectricitate polleat? cur Jovi quatuor fatellites,
non plures, neque pauciores fint conceffi, tum feptem Saturno, nullus Marti,
unus Telluri ? &c. Recogitemus vetus illud ac lapiens Epicharmi decretum „
Nervos ede fapientia:, nihil temere cre„ dere „ fed neque oblivifcamur nimis
temerarium, immo dultum ede, rerum veritates ex xnodulo. nodro metiri. Itaque
nihil gratis aderendum, aut gratis affirmanti concedendum * at ubi prxfto fint
exteriora momenta, quibus aliquid fuperftruitur, hajc prius difeutienda funt,
ne illud pertinaciter negantes temeritatis notam merito incurramus, et veritati
fponte contradicere velle videamur. II- Haud putent Tyrones fufficientes
rationes, quibus Cauflfæ ad agendum determinantur femper ipfis cauffis
extrinfecus quærendas effie, quum pluries queant effe internæ. id quod præfertim
de agentibus libero arbitrio pr*ditis di£lum velim. Qua de re animadvertant,
quod licet ultro fatendum fit, fapientis elTe nihil agere, nihil deliberare,
nifi ex omnium, quæ occurrere poffiunt, rationum calCulo : haud tamen putandum
eft, has. rationes veram, et internam fufheientiam continere, qua liberarum
cauflarum indeclinabilem live flagitent, flve extorqueant aflenfum. Equidem fl
ita res fe haberet ( id quod vifum efl Leibnitianis ), cauflæ illæ nequaquam
liberæ dici poflent. In ipfa natura cauffarum liberarum, five in ipfo earum
libero arbitrio ratio fufficiens continetur, cur fe cieant, determinentque,
quin ulla requiratur alia ratio. Externæ rationes, fi qux adfunt, fuam
sufficientiam ex ipfo libero arbitrio confequuntur, fi quidem confequuntur.
Sapienter Cicero de Fato c. I. Motus enim vohntarius tam naturam in feipfo
continet, ut fit in nofira potefiatty nokifque pareat / nec id fine caujfa,
ejus enim rei caujfa ipfa natura eji.De Ejfenfia ^ et Attrthuus, .Xj.y^Uamlibet
nobis notam rem acutius per» 'V^/ luftrare velimus, notio Menti obveriabitur
plurcs conceptus complectens/ cumque nihil fit abfque fufficienti ratione, mo«
nemur hinc totidem veluti realitatibus rem ipfam conflare, feu totidem
didinctis notis. Has duplicis ede generis, nofcimus ; aliæ Tiquidem perpetuo
res fuas comitantur, aliæ non item : abeunt enim, pereuntque ipfa tamen re
perma» nente, queis aliæ fuccedunt, atque aliæ, vel primæ iterum redeunt.
Deinde notarum, quæ res perpetuo comitantur, quædam videntur veluti primæ,
quarum nempe fufficiens ratio nequit ab aliis derivari ; et hæ appellantur
profrie.tates rei ejfentiales. Aliæ, quæ ci primis fluere videntur, et in ipfis
habere lufficientem. rationem, attributa dicuntur. Notæ vero rem non comitantes
perpetuo, fed quæ continuo abeunt, et queis aliæ fuccedunt, mox vel numquam
rediturz, modificationes, affeQiones., qua. litates, vel tandem accidentia
folent nuncupari. Indivifibilis complexus omnium proprietatum edfentialium, quæ
rei cuique infunt, dicitur ejufdem rei E(fentia ^dc quandoque etiam Uatura,
licet minus proprie. Effentia igitur inliar unius coniideraiu^ venit, cui
fcilicet nihil addi poted, nihil demi, quin ipfa res pereat j et alia atque
alia continuo fiat: atque adeo notio eflentix pendet ab adsquata cognitione
omeciei, et generis notione minime ingrediuntur ^ inter ie diferiminentur,
facile intelligitur, efsentias ctmeretas magis compoliras efse, abftra^las
autem fimpHciofres; feu, quod idem eft, primas plurium proprietatum else
'complexiones, fecundas autenx pauciorum.. qualis a nobis concipitur, conftituit- Hæc me. i rito
fecernenda eft ab eflentia reali • quippe ip. Reales rerum dTentias omnes ad
unam nos latere, aut faltem certo non conftare, ultro ' fateri debemus. Ecquis
enim completam ullius rei notionem fibi comparaffe contendet ? Qui reddi
poffumus tuti vel in ipfis magis obviis rebus nullam ruperefle adhuc latentem
proprieta* tem ? Confer, quæ in Logica diximus. Deinde ea ipfa, quæ nolfe
putamus, non funt nifi mentis noflræ phænomena, pendentia quidem ab objectis
externis utpote renfuum fibras irritantibus ; fed quæ nulla prorfus ratione
patefaciunt, quid intrinfecus ipfa fint objecta externa * qua de re alibi
opportunius. Hinc quæ in Scholis definiri folent Effentiæ, notiones rerum
fpeflant, non res ipfas. Cum ergo noflræ notiones, pr*fertira fubfiantiarum,
numquam fint adæquatæ, tum varient quamplurimum pene pro numero mentium; facile
intelligitur, quantopere in hominibus effentiæ rerum notionales fint tum inter
fe diverfæ, quum a realibus diferepent. 7 iai»» GAP. II. De variis Entium
generibus, ^.lO.^^Um Entis notio tum rebus, quæ actu exiftunt,;tum quæ non
exiftunt quidem, at exiftere pofsunt,ex sequo conveniat; hinc P“ Entis
vocabulum emphatice a Platonicis ufurpar tum w.^rOSOPHIA. IS prima, 5 c
gcneraliffima Entis divifio cfl: in Ens Icu exiflens ^ et potentiale ^ leu
pojjihite» zi. Ens actuale vel ita exiftit, ut tota fuat exiftentiæ ratio
fufficiens in fua efsentia contineatur, feu ut ejus exiftentia in Iu* cfscntiæ
conceptu includatur, et Ens a fe, feu Ens neceffarium appellatur. Hujuimodi eft
foius Deus. Vel exiftendi fufficiens ratio in altero Ente continetur, et Ens
alio dicitur, leu Ens cow-.'Hujufmodi funt przter Deum cætera quavis Entia -
Utriusque entis caracteres alibi opportunius expendendos rejicio, ^.22.
Quiecumque hujus Mundi Entia contemplari velimus, innumeris ea mutationum
viciffltudinibus perpetuo obnoxia efse deprehendimus : interim in tanta
pereuntium, ac fe invicem fuccedentium mutationum ferie, Entia illa adhuc
perdurare intelliguntur. Merito hinc conficimus, tot tantifuue mutationibus
aliquid perdurabile fubftare, cujus diverfæ fmt modificationes quotquot excipit
mutationes. Porro primum illud fubjectum perdurabile, ac modificabile
Subjlantia dicitur. Quod vero hujufce fubjecti modificatio efi, et concipitur,
Modus appellatur. astum legimus, pro eo fcHIcet, quod ærernum eft, et
perfeflilTimum ; hinc res facias non entia ^ fed entium umiras iidein
appellarunt. Hajc equidem loquendi ratio fublimior elt, et vere philofophica ;
Deus enim eft Ens abfolutiflimum omnes entitatis rationes in fe uno coniple« 5
lens. Quis ex
factis Scripturis illam hauftam no» dixerit ! fane Exod. III. v. 14. Ipfe Deus,
quis efset, fcifcitanti Moyfi refpondens, dis it: Ego Jam, qui fum. Primam
fubftantiæ notionem ex entium contigentium contemplatione mentibus noftris
informamus : hinc eft, quod fubftantiam concipiamus tamquam fubjectum aliquod
primum perdurabile ac modificabile. Cæterum nequit hxc fubdantiaz notio ex
azquo aptari Enti necefsario, nempe Deo, cui nullas inelsc pofsunt
modificationes. Deinde animadvertendum notionem fub* ftantias mox traditam
penitus abftractam efse: nullibi fiquidem reperire eft ejufmodi fubjectum, quod
nullas actu modificationes habeat. Quot quot exiftunt, funt undique
determinata, et fin» gularia ; univerfalia, qucd fxpe dictum eft, non 1 'unt
nili Mentis noftræ abftractioncs. Cum fubftantia primum fit fubjectum &c.
^.2a.quodvis aliud fubjectum, cui infit,& inhxreat, excludit,-( ipfa enim
fibifubftat, et fubjc6tum eft quarumvis modificationum, quas ei obtingere
pofsunt) non vero excludit quodvis aliud fibi externum fubjectum, in quo fola
infit fufficicns ratio fuas exiftentias. Quid enim implicat fubftantiam
principium fuas cxiftentijc extrinfecus habere, interim vero ipfam fibi
1'ubftare„quin indigeat eidem principio inhzrerc ad inftar modificationum ? Ex,
gr. decora Palladis forma, quam faxo infCliTp|am miramur, lui principium feu
fufticientem exiftentias rationem ab artifice petit ; at interim faxo, non
artifici inhsrret. Qui ergo fubllantia ab externo principio fufticientem fuas
exiftentias rationem petens eidem principio inhasrere debet? porro ad
differentiam modificationum ipfa fibi fubftare nihil vetat - f S' Dio»: V t/ E
contrario MqM nequeunt Jpfi fibi; fubdare, feci neceflTario natura fua alicui
Subjc£lo inhærere debent. Operæ pretium eft heic expendere impiam non minus, ac
abfurdam Subftantiæ deii* Ditionem, quam Benedictis Spinoza ex fuo je« cinore
c^mpo^’uit. Verfutus Homo pantheifti* eam molem flfuere contendens, definitionum,
theorematum, ac corollariorum exteriori appa« ratu Geometrarum morem mentitus
eB,utLe«, Cot ibus facile poffet illudere. Quare hanc præfniiit Subflantiæ
definitionem : per Subjiantiar» ^intdligo id j quod in fe eji ^ et per fe-
concipi’* tur ; tum explicationem fubdit. hoc efl, id, cujus conceptus non
indiget conceptu alterius rei f s quo formari debeat. Verbis illis quod in fe
efl duplex fubjicl poteft fenfus : i. quod in Je efl, nempe a fe% quamlibet
excludens externam caufam, a qua producatur; a. in fe efl ^ nempe flbi ipfum
Jubflaty quodvis intriniecum SubjeCum, cui in« hæreat, excludens, contra id
quod proprie Modorum efi. Hic fecundus Subfiantiæ conceptus» verus efl, fed
nihil Pantheifmo, cui fludet B Spi (a) Nemo mihi calumniam inferat eo, quod in
au» guflilKnio Eucarifti* Sacramento, permanentibus panis et vini accidentibus,
fide Divina tenendum fit, nullum re. manere panis, et vini fubjeflum. Nam, quos
vulpo mo» dos, et accidentia in hoc Ven. Sacramento appellamus, >ro meris
habeo adparentiis, et phsnomenis. Nen^, leficiente fubftantia panis', et vini,
Divina virrute fup.,Ienrur in fenfibus noAris illz ezdem impreffiones, ou^
ierent a reali panis, et vini TubHantia. Hinc profe^Q (l, ut ilU fe^biles
reprxfentationes oobis occiuraot. Spinoza, favet. Primus, cui foli
pantheifticam molem inzdificare fatagit, falfus e(l, qui neque ab ipfo Spinoza,
neque a quovis ejus Af* Iccla ha£lenus e(l demonfiratus. ir. Neque minus fallax
e(l explicatio definitionis ab eodem allata. ( inquit ) concep» tus non indiget
conceptu alterius rei, a 'quo foy mari queat, Si, conceptum Subfiantt^e
prafcindi poffe a quovis alio conceptu, ultro coBtedimus \ fi vero intelligat,
Sub/iant'ee cotf eeptum neceffario a-fs excludere conceptum alterius rei, a qua
ipfa Subflantiq producatur, feu in qua in/it fu-fficiens ratio, princprum fue
exijientia, et id gratis afferenti in zvutti negabimus. Tnterim ex allata
poenitenda definitione illa fua oracula depromit catus Homo. Unicam in Mundo
Subflantiam extare. Hanc unicam Subjlt.rt 'am ejfe Deum.’ Hujus deinde
modificationes ejfe quotquot in Univerfo cernimus f^c. Sed hac de re fuo loco.
27. Ut poflibilis notio fiatuatur, quot non repugnare dicuntur prznotanda funt.
Ea non mepugnare dicimus, quz
fimul effe polfunt. Ex. gr. Triangulum zquifaterum, Subfiantia cogitans &c.
non repugnare dicuntur, quippe triangulum *^cinn zqualitate laterum confiftere
potefi : SubfWntia cum cogitatione, tanquam ejus pro« p^ietate. ' 28. E
contrario, quæ fimuI effe nequeunt, ep quod unum eorum alterum excludat, et
atnbo fimul fe mutuo deleant, e4 repugnare dicuntur: ex. gr. Circulus
quadratus. nam notio circuli notioneni quadrati excludit, et ambas limuU.
simul-fc mutuo delent. zp. Pojfibile dicitur quidquid in fui essentia nullam
includit repugnantiam, quodque ade& concipi potcft. £x.gr.Mons aureus;
triangulum -æquilaterum. E contrario ImpojjibUe dicitur quidquid in fui edentia
repugnantiam involvit, quodque adeo concipi nequit ^ cujusmodi ed circulus
quadratus, qo- Pojftbilis notio diligenter difcriminanda cfl a notione
probabilis. Poffibilitas enim fpe£lat ipfam entis naturam/ Pxobabi^itas vero
refpicit rationum momenta,jqjuibus,;|Mens ad affirmandum aliquid, vel negandum^
^movetur; feu indicat datum Mentis judicaatis.de exidentia, natura,
proprietatibus &c. Entis. Hinc Probabilitas locum.habet in exidentibus,
poflibilibus, • infipoffibilibus &c. 31. Notio pdJifibills, pofitiva ed ;
sidit enim aliquid Menti contempianti.-£ contrario notio Impojfibilis ed
negativa, non enim fidit Menti aliquod ens, fed duo exhibet entia, quz fe mutuo
delent, adeoque aon ens, feu nibil. 32. Poffibilium numerus faltem duplus ed
numero impoflibilium. ImpofUbile enim coalefcit ex duobus, vel pluribus inter
fe pugnan. tibus: d hæc fingula fecernamus, feorfim non -pugnabunt, adeoque
erunt Ungula feorfim poflibilia. Numerus igitur poffibilium, ad minus im
poffibilium humero duplus ed^ . fmpoffibilinm duo datui folent genera Alia enim
funt intrinfecus, et abfolute talia ^ alia vero nonnifi extrinfecus^ et
hypothetice. Primi generis funt quotquot contradi£Uonem in B 4 / voi- Yolvunt,
de quibus ^.zp.ySc hxc metaphyjice int« ^olTibilia quandoque etiam dicuntur.
Secundi generis funt, quæ nullam quidem in i'ui elTen> tia repugnantiam
continent, pugnant vero ex> trinfecis quibusdam hypothesibus / ex.gr. prop*
ter imbecillitatem cauflæ producentis, propter conditiones loci, temporis,
&c. aliafque adpofi* tas circumftantias, Huc fpectant, quæ phy fiet
impoffibilia appellantur, quippe quæ phyficis Mundi legibus* pugnant. Ex.gr.
Lunam eccliplim pati extra oppofitionem cum Sole, hipotetibice eft
impolsibrie^in! hypothefi nempe, quod Mundi curllis jfrxfi' confuetas leges
cosmologicas pergat : flammam.in ære libero deorium dirigi: Virum obliteratum,
et rudem acute, &. erudite de rebus di^cilibus difputare &c., 34. Ad
Jiypotheticam impoffibilitatem ad cedit, quæ moralis nuncupatur. Illa nimirum
moraiiter impoffibilia' vocare confuevimus, quæ intrinfecus infpefta. funt
quidem poflibilia, non'nifi tambn raro, admodum difficulter effici queunt. Ex. gr. diuturna culpæ declinatio
ia xnediis, et maximis periculis. Diligenter advertant Tyrones, quandoque in
communi fermone fimpliciter impoffibilia appellari*, quæ folum moraiiter ' funt
impoffibilia / idque potiilimum recolant in facrorum Librorum k£lione, ne in
abfurdas incidant Sententias. 35. Sunt qui aliud impoffibilium moralium genus
agnofeunt, idque Dei refpectu * definiunt nempe Ea efle, qux in fui natura.
infpc£la, funt quidem poffibilia,at fieri pugnant 'Divinæ perfecti 0 imæ
Naturas. £x* gr. mentiri in-. af inquiunt, cfl: quidem intrinfecus poflibile,
at Deo impoflibile moraliter, quia fummæ ejus Veracitati pugnat ; fimiliter fe
habet innoxium aternis addicere flammis, quod ejus Juflitiais op« ponatur. Sed
hi parum penficulate hoc impoffibilium genus introducunt, cum revera ad im«
pohfibilia abfoluta fpectent. Sane quid magis contradictorium, quam
ju(litia,& iniuftitia, veritas et mendacium &c. ? porro in nifee, quæ
vocantur moraliter impollibilia, collifio continetur inter juilitiam,
veritatem, fanctitatem &c., qux in quavis Divina actione abfolute, et
cITentialiter elucere debent, et inter injuditiam, iniquitatem, mendacium
&c., quz eidem confociari ponuntur. Quæ ergo moraliter impoffibitia
dicuntur, funt reapfc impolEbi lia mtr/w/ecMj, et fibfolute. Merito Divus
Anfelmus.* quodvis minimum inconveniens efl Deo impojjibile, Sed juvat hic
expendere quorumdam fententiam, qui poffibiie definiunt, omne id quod a Deo
effici potefl. Iftorum fententia, nulla ed quærenda intrinfeca pofdbilitas in
Ente, Ibla extrinfeca poffibilitas ex Divinæ Potentias menfura ed attendenda.
Verum qui ita philofophantur, (i recte de Deo fapiuot, nulla dari impoffibilia
Divinse Potentiæ refpectu datuant oportet' fecus enim, fi aliquid per ipfura
Deum impoiTibile agnofeunt, totam fimul evertunt Divinam Omnipotentiam. Sane, fi podibile idcirco ed pofilbile, quia a
Deo edici poted, erit a pari impoffibile, idcirco impodibile, quia a Deo eddei
nequit. Quare, fi Deus omnipotens habetur, nihil pro impoflibili ftatui poteft.
Quod fi c(l aliquid impoffibile, id nonnifi Divinæ Potentiæ defectu impoffibile
eft, atque adeo Dei Potentia non infinita. Hæc perfpecte vidit Cartefius, qui
propterea nihil Divinæ Potentiæ refpectu impoffibile effe affirmavit 38. At
nihil efle in fe, 8f fui natura impoffibile, omnem evertit humanam rationem, et
ad Pyrronifmum deflectit Ex. gr. Triangulum rotundum, Circulus quadratus
&c. quippe tam clare perfpicimus naturam, notio, nemque trianguli
corrumpere, 8 c excludere naturam, et notionem rotunditatis, et viciffim, ut de
hoc vel minimum dubitare, idem fit ac humanæ rationi valedicere, et in
Pyrronicorum caftra coin migrare. Dantur ergo intrinfecus impoffibilia, fui
nempe infpecta natura. Quare, quæ funt poffibilia, hujufmodi funt pariter
intrinfecus, et fui natura. Sed inquies ; Si funt aliqua intrinfecus, 8 c
natura fua impoffibilia, hæc neque per Divinam” Virtutem effici pofTunt -quf
ergo erit Deus omnipotens? Sed facilis eftrefponfio: Quod nequeat Deus efficere
quæ funt intrinfecus impofi i fibilia, id non ex imbecillitate, et virtutis
defectu, fed ex ipfius efi impoffibilis incapacitate, eo quod ejus componentia
per fui naturam fe mutuo excludant. Horum componentium repugnantia cohibenda
foret, atque delenda, ut pofTet, quod eft impoffibile, fieri; nempe delenda,
vel mutanda ipfa ejus componentia. Sed modo, quod inde coalefceret, fieret
intrinfecus poffibile, Sc omnino aliud ab eo,. quod impoffibile ponebatur. Sane
51. adverti muf Impofftbtle nfeo efle Ens, fcd Nihil, et negatio cujuslibet
Entitatis. Qui ccgo Divini Potentiæ impoffibiiia fubtrahit, nihil fubtrahit ;
cdque Divina Potentia femper infinita, quia omnia et Ungula» quæ iunt Entia,
attingit. De Relationibus Entium. Singula Entia ne dutn abfolute^Sc ir$,
trinfecusy qualia nempe funt in feiplis, confiderari queunt ; fed et
etigm.relative, 6 c extrittfecus, qualia nempi^^ aliorum refpeftu '
concipiuntur. Quid abfolute, et intrinfecus fint quævis Entia » negatum
mortalibus noffe; quippe intimas eorum effentias penitus latere totius
Philofophiæ decurfus edocebit. Confer quæ diximus -ip. Reflat igitur jllas
Entium' proprietates elucubremus quæ ex eorum ad invicem’ collatione
elucefcunt. Has nomine re, lationum continentur. Quæ hujus funt loci ad tres
clafles referri pofle videntur • ad relationes nimirum I. fimilitudinis : II.
coexijlentia : III. dependentia. De Relattonibus Simii ItuiUnis, ^ fw/ 7 w
appellantur Entia, quibus una, aut Mplures proprietates, qualitatesve ex
communi iniidere concipiuntur. Eft ergo Similitudo proprietatum in abflracto
confideratarum complexus, per quas Entia dicuntur fimilia. E contrario
diJJimUia dicuntur Entia, quibus una, vel plures proprietates, qualitatesve ex
communi non irteffe concipiuntuV. Ex quo facile intelligitur, quid
dijfimilitudinis nomine veniat^ 0.“° plures funt proprietates, quibus Entia
convenire deprehenduntur, eo major in eis elucet /imilitudo : minor, quo funt
pauciores. Ex.
gr. fi plures conferam figuras, quæ triangula appellantur, fimiies ftatim
appellabo: de communi enim habent, ut tribus lateribus claudantur, tribusque
angulis gaudeant. Si vero animadvertam ejufmodi effe illa triangula, ut
communem quoque habeant laterum rationem, proprius fimilia vocabo. Ex Entium
fimilitudine rationem de« fumimus, qua in determinatas clades illa re digamus.
Cum enim hujus Mundi Entium tanta lit multitudo, ut nequeant fingula Mente di,
iUncte complecti, ea ad certas clades redigere confuevimus : ita nimirum, ut
quæ determinatani inter fe fimilitudinem habere concipimus, ad unicam revocemus
cladem, et ad alteram clafiem rejiciamus,, quas aliam determinatam
fimilitudinem exhibent. Deinde, cum Entium ad eamdem claflem rejectorum alia,
atque alia intenfiorem, fen peculiarem inter fe fimilitudinem habere
deprehendimus j numerofiorem illam claffem in alias minores redigimus. tum
primam Genus, has fpecies appellamus. Ex.^r. Infinitas figuras tribus conclufas
lateribus ad unam Claffem revocamus, et triangulorum nomine infignimus : tum
animadvertentes ex hifce figuris quafdam majorem inter fe fimilitudinem habere,
puta quod alia fingula latera inter fe æqualia habeant, alia duo tantum, alia
finguJa latera inæqualia/ ampliflimam triangulorum classem in tres alias
minores tribuimus, quarum altera triangula scquilatera, altera ifofcclia,
altera tandem fcalena complectatur. Nihil vetat Entia, quæ fub aliquo rcfpectu
fimilia funt, et vocantur, fub alio diflimilia efle, et appellari. Sic
triangula, quæ modo pro figuris fimilibus habui ob communem proprietatem trium
laterum, et angulorum, diffimiles mox appellabo, fi animadvertam non æquales
angulos habere, neque eam. dem laterum rationem Quare intelligitur, ^ntium
Genera, et Species, ex cujufque Mente conflitui pofle, ut ita Entium
Claflis,quas Uni Species eft, Alteri fit Genus plures minores clafles, feu
fpecies complectens. 4ec effe fuura, in aliis atque aliis temporum, -Jocorum
&c. circumftarrtiis immutatum, feu non aliud habere, idem appellamus.
Confidit ergo identitas numerica in Unitate t» boc effe Entis in aliis, atque
aliis temporum, locorum &c.circumftantiis pofiti. Triplex vero ed Identitas numerica, metaphyftca
fcilicet, phyjica ^ et moratis. ldentisas metapby/ica prædicatur de Ente, in
quo nulla, vel ne minima, mutatio accidit. Soli Deo idhæc identitas convenit.
Identitas phyjica tribuitur Enti cujus quidem qualitates mutationem Subierunt,
led ejus elfentialia attributa immutata permanent. Mentibus, et Materiie idhæc
con^venit iden. *> \ titas,, - -. Identitas tandem moralis confidit in
unitate dnis, cui varia media.diriguntur, tum in perfeveranti ad idem
habitudine.. Sic Lupus gregi druens infidias, tum Vigilum fugiens mi^ nas, idem
moraliter lupus ed / non emendatus «nim fugit, et ed redire paratus Vigilibus
fomno correptis. 53. Animadvertendum ed, vocabulum quandoque minus proprie in
communi vitæ confuetudine ufurpari - -l^es enim eadem perfeverare vulgo
cenfetur, licet- ejus locU alia, atque alia incontinenter iuccedat,!! tamen
idhxc fuc cef- ccflio fenfibus noftris non pateat. Ita 'flumen planta, animal
eadem hodie dicuntur efle, qux decem retro annis ; id quod proprie verum efle
nequit.• fiemo noflrum idem ejl in /eneBute, gui fuit Juvenis.* nemo efl mane y
qui fuit pri^ eiie. Corpora noftra rapiuntur fluminum more. Sen. epifl. 58. 54.
Triplici expoflte Identitati . triplex opponitur diflin6IiOy numerica
yjpecificaf 8 c generica. Primam tribuimus Entibus fu b eadem fpecie complexis/
alteram Entibus ad di« verfas fpecies fpectantibus, fed quz 'fub eodem' genere
continentur * tertiam tandem Entibus ad diverfa genera relatis. Patet, adeo
folam. Identitatem numericam efle cujusvis diflinctionis nefeiam. Identitatem
vero fpecificam cum numerica diflin6Iione Identitatem genericant cum
diflin6Iione fpeciflea optime copulari. Rurfus diflinctio alia efl realis,
aliar formalis. Primim tribuimus rebus, quæ in feip« fis, et nemine adhuc
cogitante funt diflin£læ. Quod n harum una alterius flt modus, appellant;
qualis efl diflinctio inter corpus, &. fuam flguram.Secundam vero
prædicamus de re^ bus, quæ in feipHs quidem unum, funt, fed quæ, diverfls
mentis conceptibus complectuntur, ip& rei natura, quæ multiplex efl fuifleientera
ratio* nem fubmihiflrante. Hujufmddi efl' diflinctio, quam ponimus intellectum
inter, et libertatemr Mentis, Quod fi diverfi ejufdem rei conceptus nodt ex
ejus natura, fed ex libidine intellectus ab*t definitione, genere 'ticinpc ^ 8c
difFcren-’ tia conftaot.'" ’ 1 : 5 p. Triplici cxpofit* compofitioni
triplex opponitur sJmpIicitks.liimirum physice jfimplex di. citur Ens, quod
pluribus realiter difiin^is. ca* ret; hujusmodi ex- gr. Mens cft humana. Hanc
abfolutam simplititatem efie, vari nominis nemo non videt.,Metapbysioe vero
simplex.yt cujus eiTentia haud confiat ‘ pluribus' attributis, formaiiter
difiin6Hs.* hanc fimplicitatsm Deot convenire arbitror ^ quidquid contra'
Scotistx fentiant. Logice tandem simplex dicitur, cujuS) conceptus non coidlat
genere, et differentia.tr hanc fimplioitatem de Geo prsedtcari pbfieplu* :
ritni autumant.-* : ,^.^o.Perdiligenter animadvertaritTyrones, phyfice
Compofita non nifi cx plfffice, et abfolute. fimplicibus elementis confieri ”,i
Sane, cujusvis. Compofiti elementa vel funt compofita, vellunt abfolute.
iimplicia. Sit hoc fecundum, con* liftit afferti veritas. Si primum,
hujufrnodi) elementa, quia compofita, aliis elementis con-' A ari debent. De
hifce fecundis elementis iterum qusBTO, funt ne compofita, an vere^ bc, ab-,
folMe fimplicia Pquorfum evadat dilemma iftud per fe patet ; nempe, vcl
progreffum compofitionum in infinitum comminilci debemus, vel exiftentiarn
vere, et abfolute fimplicium elernentorum confiteri. At progreffus
compofitiojnum in infinitum abfque fimplicibus elementis fecum ipfe pugnat ; in
hoc quippe progrdfu' oecturrunt perpetuo compofi^ fine componentibus Quæ ftint
itaque phy/icc Compofita, ex vtre, et absolute fimplicibus elementis conflari
debent. » • !' • I ^.6i. Ex qiR) facile- deduoi poteft,- quamlibet fingularetn
Subftantiam Sub/eflum^.effe pbyftca fimplex. Nam ' -• > Subflantiarum
qualitates^ etfi e^dnOL liflt generis ) vel fpeciei, aliat tamen aliis prJt*
ilant,* moles tnfiniy ta reputahitQr. ia.formica. Elephantis.rnoics magnitudineita'
animakuli a P. Francifco de JL.a> nir obfervati, ideo ' ’j i nfinities
infinita rrfpectu prædicti ianimalculi.r.Rurius (phse« nuy cujus diameter iGt..
intervallum t Saturni, a Sole /.infinita haberi potefi'' refpectU'i|Tclluris
atque adeoi infinities infinita, refpecta.jElephaOr feu. InfinUttm ftcundi
ordinlti dt iofinuies •infinifies infinita reCpectu laudati pdmiitn ajoi«
malculin, tertii W/‘»/x.4'.Hujus^ modi comparationes longius proivehi pofifunt
: ^et itaque : dari pluces, immo infinitos Infinitorum'.relativorum. ordine»
Porro;, in ferie infinitorum Infinitum, -infensioris, onfinis tfi,in•finite
parvum refpectu Infinitr ondinis fuperioris\ quod propterea appellatur
it^nittfimumySc iafinittfintde. Poffibilis proinde, efi Scabies Infi> natefitBalium.y
InfinitoiUoi ex utraque parte in. infinitum producta,. • ; !: ' »>
Quantitates reales.) qux fint. abfolute 4t)fwitæ' repugnant,;; Quantitas enim
nihil,. eft.«Itud quam plurium.* quæ funt eadem, c6l* lectio «. Sed
qujacittnque pofita^hujufmodi colJectione, fempcr.tui»las adjici poteft;
Perrnovara wo tUnitatis adjectionem Bd augumentum. Quantitas ergo natura fd»
talis efl, ut..perpetuo augeri poflit. Sed quod perpetuo augftri poteft,
perpetuo limites habet, (qjippe quodvis augumentumi fupponit (Imilem defectum
antecedentem, adeoque limitem )/& quod perpetuo limites habet, infinitum
efle repugnat. Quantitas ergo, quas fit actu infinita, repugnat. Ad rem
fapienter Mosbemlus Syjlem. intel.Cud. feSi. I. cap. 5. 24. ». a. de numero,
qui fpecies eft quantitatis, fic habet. Sciunt omnes numerum i» fe nihil effe,
fed sd ires,.y.r. >.':r^ i •.infinitusf id quod implicat.Nulla ergo dari
potefi extensio v^e.contanua * 8 c’ quam vulgo concipimus talem, pro phænomeno
haberi debet. Sed de hac re - copiosius io Cosmo-, • > - ' i, • - *. •
logia. Peculiaris, ac detcrrninatus modus, quo res infiar totius confiderata
aliis flmul coexiftentibus coexiftit, dicitur ejus /ocus ; fitus vero
appellatur peculiaris, aC determinatus' modus, 'quo rei partes præcipuæ aliis
llmul coe« xiftentibus cnexiflunt. Si de libro A quæram ubi eft ? profefto
locum flagito. Refponfum, quod petitioni pratflabitur, efit hujufm^i; Liber A
eft' in tali bibliothfeci ordine, ferici primus, fecundus &c.. Si rurfufti
interrogem, qud litu } refpondebitur, reBus\ invcrfus &c. Primum refponlum
innuit determinat^um modum\ quo Jiber ’A aliis fimul coexiftentibus
coexilTit.Secundum vero refponfum"'^innuit determinatum modum, quo libri
partes J^quæ præcipu'e iii ipfq notantur, adjacentibus coexiflunt.'Quandoque
tamen in communi fcrmonc fitus, æque accipitur ac locus. i V ' 81. Locus, ut
modo definivimus ^ realh quidem eft, fed relativus, non ahfolutus.’Philofophi,
qui pro fpatio vacuo rerum, omnium receptaculo communi pugnant, præter ‘ locum
relativum, alium abfolutum agnofeunt. Ex horum nempe fententia lodjs cujufque
rei abfc^ lutus eft illa fpatii vacui pars, quæ ab ipfa re occupatur. Nos vero
qui fpatium vacuum abfolutum pro imaginario habemus 78. folum locum relativum
admittimus, et fpatii nomine intelligimus Ibcoruth omnium collectionem « 'Hoc
fenlu ipatium^reale quidem eft, sed relativum, non ablblufum, ut ita ablatis
rebus Jocatis, nihil reale amplius remaneat ; ' fcd^ fpatium, E. contrario in
expcctationis ftatu, vel tædii,,vel cujusvis doloris? breve clapfum tempus
admodum longum videtur. (a) Sane in,. ^ • ' hi 00 Hic illud Poetæ obtindt:
mifero longa, ff Itci Luvis, hifcc cafibus Animus raorjc, tædii, doloris
impatiens, e molefta fenlatione fe fubtrahere continuo conatur* at irritis
conaminibus, moleftia perpetuo recurrit. Adeft itaque velut interior colluctatio, et
continuus conflictus mentis, et doloris. Continuu^i hicce conflictus loco eft
continuæ fucceflionis, longum fluxifle tempus, exhibet. Quæ cum ita Gnt,
continu is erroribus obnoxii elfemus, fertempus ex noftrarum cogitationum,
fenlationumque ferie dimetiri vellemus. Hinc factum eft, ut tutiorem regulam,
c^rtiulqus medium dimetiendi temporis fit quæsitum. Kihil huic fcopo
opportunius vifum eft motu æquabili: oam licet quamplurimæ sint in Muhdo,
luccefsivorum feries, hæ tamen, quia æquabili continuitate carentia, ad rem non
videntur. Atqui nullibi forsitan rejjerire eft hujufmodi motum, qui sit vere
æquabilis : conversiones attamen Solis circa Tellurem ad fenfum faltem videntur
æquabiles. Ipfa itaque velut fuadente Natura, pro certa temporis mem fura, ad
hujufmodi' conversionum fericra ‘devenimus.* tum singulas conversiones in
partes minorem tribuimus, per motum artificialiter paratum, menfurabiles, Illas
diximus dies natura* les, harum partes horas denominavimus : tum lingulas horas
in minutiores, æquales partes tribuendo, mirtutortm cudimus.denominationem ad
eas indicandas. §.8p. Ens pluribus continua ferie fibi fuccedentibus
coexiftens, durare dicitur : eft proinde Duratio continu^ jTcu permanens eatis
exi sten. . flentia, qua pluribus in continua ferie flbi^ fuccedentibus
coexiftit, aut faltcm coexiftere per fe aptum eft, po. Duratio itaque non efl
quid ab ipfa* rc durante rcaliter diftin£lum, neque quid ab-‘ iblutum, fed
relativum; est nempe ipsius rei coexidentia ad plura fu^lsiva, sive hasc realia
fuerint, sive tantum imaginaria. 5^r. Duratio cum Tempore confundi non debet :
hujus notio in atquabili rerum luc. cefsionc consiftit ; illa e contraria in
permanenti Entis, quod immutatum, et immobile concipitur, exiftentia. Fingamus
unicum Ens existere, et in eodem flatu perpetuo manens nulli obnoxium mutationi
: modo nullum fo. rct reale tempus / adefl vero realis duratio, quæ fat
intelligi ex eo potefl, quod Ens per fe aptum efl coexiflere fuccefsivorum feriei.
Triplex diflingui debet duratio. Vel enim interminata c(l, et inHnita,
principio nempe carens, et fine, et dicitur ^eteynhas. Hasc non nifi foli Deo convenit. Vel duratio finita,
feu terminata efl ex utraque parte, nempe principio, 8 c fine clauditur,
diciturque fimpliciter duratio. Ha;c durationis fpecies optime tempore
menfurari potefl. Cum enim tempus in æquabili, et continua entium fucceffioæ
confiflat, ex quantitate fucceffionis, cui Ens aliquod coexiflit, hujus
durationem certo determinare licet ; nec non unius durationem, cum alterius
duratione, conferre. 'Duratio limplex omnibus naturalibus productionibus
convenit. Tertia tandem durationis fpccies,, •. vum bi^ :. vum dititap y
'eflque illa j qiuap, initium qi;idem habet'V' attfine* careti. Hstt ad
Materiam et Mentes fpectat, neque poicft tfcrnpore me«n furari,) etfi. djus
initium tempori alicui^ veniat * >. / '•, • 'V r^ifl . r..'.: C..ruUbf f
;,.i >.i,i. De relationibus dependentitr, i*ii de Cauffif », * " ‘i ;•
I Efr qiMcpiam ab alta pendsre dicjtur.j 'X^‘ li huic infit quævis alterius
ratio^.,* ifth^’verb unius ad alteram relatio dspenden^ tia nomine. indicator.
Ex. gri! Jiorologiijrnqtqs ab tappenfo pondere, vel ab intus -in,clufo,..elai
firo ptfwrfefe I dicitur, quia pondus lappenruin., vel elaftrtrm rationem
co.ntinei)t, cur in hpto^ logio motus-fiat. ‘ r«., *. Via, &c. Hujufmodi
Cauffa remota, et media^ ta dicitur. E contrario proxima, et immediata ^
laudit, quam inter. et effectum nuHa interce^ dit alia: hujufmodi in adducto
exemplo eff organicæ plantarum flructuræ insita. 1^. 'XI2. Si Cauffa proxima,
8c immediata de*, lerminationem fubeat ab intermedia præcedente, ^fimiliter
iflhsc ab alta, Sc ita porro; Cauf* fm ftt^ordinata ^dicuntur t 8t connexam
ferieiit i^nflituere. Hujus feriei prima appellatur, quasnulli przcedenn
fubordi natur, cztene vero in« tcnriedise mediata nuncupantur. CauflTz in
ferrem fubordiaata t]vSm6^ di ' funt vel effentiather, vd æcidentaliter. £/•
fentialiter fubordinat» dicuntur, fi fubfcquen* |iuax actiones a præcedentibus
fint excitz, dc M . P i2eterminat«. ^ccidentaliter vero fubordinatv
appellaotur, 11 fubfequentes a prascedentibus ia fola exifleotia peodeaat, noo
item in agendd. 1I4> De GmdSs ba^ potiflimum tenenda funt- '• I. Ex nihilo
nihil fi*. Nullum Jioc* antiquius axiomate in pbysicis, atque cofmologi. cis
facultatibus « magifque receptum communi Philolophorum confenOone. Sed rectus
e)us £enfus Qoo ab omnibus zque acceptus. Ita pmrro antelligaat Tyrones
c,IQibHnm nequit effe net tMuffa effieient, isrc materialis^ nee formatis^ ««.
fue finalis ulliur roi, Sane nihilo nulls, funt proprietates, alias non effet
nihil ; fi nulle proprietates nihilo conveniunt, nulla caufialitadd Ipecica
tribui poteft^*, • 215«. Plures e Veteribus ita intelligendum autumabant, ut
cuilibet productioni præcedens fubjectum, tanquam materialis caufia,
ftatuenduna «tlTet. Hinc «ternum Cahos, e quo omnia ortum haberent illi
imaginabantur, et. crcatioi nem ex nihilo, ex nullo nempe prascedei^ fiib*
jecto, impofiibilem decernebant. De fenfii axioip^ mati a nobis tributo, nihil
efi quod dubitq^ mus, fi indubium cfi contradictionis principium; at vero
fenfus ab hujurmodi hominibut excogitatus nulli certo principio efi
fuperexftructus. Creattonem ex nihilo in CofmolQgia vindicabimus ; illud tantummodo
heic monemus, gratis iupponere Adverfarios, omne quod fit,,ex ali^ quo
præcedente fub jecto fieri debere. Certe mp/ tus ell aliquid : interim contjnuo
experimur, ipos varios motus de noyo in corporibus foln D 4 . voluntate
producere jecto, tanquam ex.cauifa naateria-li r repeti. Ecquid^
ergoavetabit,hGau(Tam inii* alita efficacitate prarditara' fola •voluntate 4
^ubftantias dt- nihilo condere? Certe nihil vetat, ficuti ex noto effectuum
diferimine par diferimen inter Cauffa? ponere, ita ex cognito Cauffarum
diferimine, funile dilcrimen inter effe» xtus iptereffe pofle, decernere. Id
quod contra xos dictum fit, qui incogitanter allato exemplo objici, pofle
putant, morum efle qualitatem, non fubdantiam 4 cum contra iubiiantiæ fint
illæ, de quibus' quæflio vertitur, utrum ex nihite creari' peffint'.’ - ^.11 d.
II. Omnis Cauffit debet effe prhr fuo effe. Siu. Sane Effectus exiftentiam luam
tfonfequi» lur ab actione Caufsæ efficientis. Itaque efftetus natura fua 'cfl
pofterior Caufla. «.•* e Duplicem diflinguunt Philofophi priol ritatemiif
natura nimirum, et temporis • Cuni Calilsa tempore prafcedit effectum, hanc
dicunt ^iifitatem temporis. Si vero ' nullo prorfus tvrtpore Cairlia fuum
pra?cedit effectum ^ feu iiumquam Caufsa’fuo effectu fejuncta «xtitit^ modo
nonnifi prioritate naturæ, feu ordinis gaudeti. Hæc naturæi'-priorit.s in eo
coniiftit, quod effectus fuam rationem, fuumque princi*. pium- e caufsa petens‘
fine caufsa exifteotiam conftquiunequit : deinde in noftrarum idearum ofrdinc,
taulfæ conceptus notionem effectus neceffario antecedit. • «. III. potefl effe
cauffa efficiens fui fpfitis. Revera, cui tribuemus caulsalitstein » rei non
adhuc productæ, vel rei )»m -effectæ? Non prjmuni, quippe res ^^on adhuc
exiffens nihil { agere, poteff 114. Non fecundum, canf faiitas'qiiip|X
præcedere debet, non fubfequi effectim; Quare Nthil poteft elTe cauisa
efficiens fui ipfms. .. tiip- IV; Nequeunt duo Entia fibi mutuo effe eduffa
ef^eientts, Sit primo -A caufsa efficiens B. 'A ‘erga:eft prius, B pofterius.
i.i($.Sit xnoda B taufsa efficieii& -A,. Erit A pofteriuss B. anterius';
idem ergo A erit anterhis ffmuiy posterius ^B,‘i(f quod implicat. Igitur
&Cv ' «xoi Vi^ j^Uqmd efi in effe&U y 'debet efi
fe^ht>:eayffai^^9^yfofttttdite0‘'.y vei eminenten-J i2oa^ ^ tineeii
f^rinutite^' OM " res iir ‘ altera ^ ‘ dicitur, fi illa irt hac continetur
fecunduui ifusm ooncre^ tam: effentiam ' ita formaliter * contineri in fii*
rnihe* dicimus futuræ •pI&ntai-^rndinTenta feri* cum in bombycis vifceribus
&c. 'Eminenter vc* fo ^ wtuaiiter ^ B nonnifi virtus," et poten«^ tia
' fufficrehs.aUieri' iniit ^condendi aliam &qui9 exv dnodrit mdtum
femaiiter in Anima, quas xllURl fiia ioluntate^ pradneip,- contineri ? equi^
defn folarViitus, &' ponnfia> motum; produceiid. di «iniiieff a^titBse
pofitis^ifffaliquid eft' in fectu V quod'"non fft 'iii (C^ifa, r» aliquid
vel^ efi mt alia caufla, vel ex nihilo. Hoc fecuifi «iuin r^giiAt t ^ 4 « Si'
primum, effectus it* ei^ non cx utiich, fed-«ex duabus cauffisfociis, et
confiftit veritas effati. IX f; -VI? Series 'omffdtium fuberdhtatarum^
q[MæU*dque ea fit, abfque ulla Cauffa prthha, et indeptn4ertti ^ muino
tepugnat, etfi in infinitam J.1 produB/t concipi velit. In hac infinita fcrie
qua* vis Cauffa cft cffe£Ius przcedcntis. Qui ergo fiatuit infinitam fcriem
caulTarum fubordinata* rum abiqæ ulla prima Cau(Ta,8c independente, ponit
infinitum numerum effe£luum -j- i ab* fi^ue ulla caufla; id quod evidentiflime
pugnat. •§ iiz.
Sed lubet Tyronibus, rerum mathematicarum fiudiofis, id ipfum alias exponere. In ierie caulTarum fubordinata rum, quziibet
Cauf* fa determinatur a præcedente five ad exifiendum, five ad operandum 112.
Nulla ergo caufia continet in fe ipfa fufficientem rationem fux exifientiæ, vel
a£Iioni$ : adeoque nulla cauf* ! fa fufficientem, et adæquatam continet
ratioæft | cau (Tz pofierioris. Itaque przdi6Ia feries in infinitum protenfa,
e(l feries cauflarum ejus natu- i rz, et conditionis, ut in earum fingulis
metum adfit nihil in ordine ad determinatam exiilen* ; tiam cauffarum pofieriorum.
Summa autem om> | nium nihilorum, utcumque numero infinitorum j efi nihil.
Jamdiu enim confiitit, illud Guidonis Grandi, ut ut fummi Geometræ, paralo*
gifmura fuiffe, quo, ex expreffione feriei paral* klz ortz per divifioncra ~,
intulit, fummam infinitorum zero effe revera squalem dimidio» Series ergo illa,
ut ut infinita, omni caret fuf. ficienti, Sc adzquata ratione ad exifiendum,
nifi ab Ente extra ipfam pofito, zterno, et a quovis alio independenti ad
exifientiam deter* minetur. irq. Contra Atheos hoc pofitum ell theo rema
delirantes, omnia in Mundo pendere [ab infinita cauffarum contingentium fcrie
per im* JDca* p- :: --J. SP nienfam aternitatem produfta ; quafi nempe, quo
longius, remotiufquc produ£tam imaginemur hanc commentitiam, fetiera, minus opus
fit Caufla prima, et independente. At contrarium Tana exigit Ratio. Rem exemplo
illuftrabimus, quo Atheorum dementia magis pateat.. Supponamus ferream catenam
ab alto derivantem horizonti normalem,quam, fi lubet, in infinitum produ£tam
imaginemur. Contendat vero aliquis, catenam iftam, immane quantum ponderanteral
nullo fulcro indigere, ne deorfum tota ^uat * fed hujufmodi pofitionem perpetuo
ex feipla fervare poffe, hoc herculeo a-rgumento. Primus, Sc infimus catenæ
annulus, '^.e ruat, detinetur a fecundo, nec ullo indiget fulcro,* hic fecun»
dus, quin et ipfe fulcro indigeat, detinetur a tertio, et ita deinceps in
infinitum. Igitur tota catena, quin indigeat fulcro extra iplam pofito, perfe
verare ex fe fola poteft in illa poutione. Profeao ita delirantem, non adducis
rationibus, fed praftito quam citiflime elleboro, curare fatageremus.' En typus
delirantium pariter Atheorum, qui feriem caufsarum fubordinatarum infinitam
abfque ulla prima Caufsa, et independente comminifeuntur. Una eademque res p 9
te!} /tmuf ejfe Caujfa finalk, et effeBus. Eflfeaus nimirum non adhuc obtentus,
fed mente præcognitus,» volitus, ipfam movet ad agendum, ut cfFe6Ium
confequatur. Finis, irquiebant Scholaftici, ns intentione prior ^ in
exeqttntione po/lerior, iEger, ut fanitatem confequatur, pharmacis utitur ab
amico Medico præfcriptis. H«ic fauitas eft finis, qui in pharmacorum ufu
intenditur, et quam pofthac xger coniequetur j eadem vero fa« nitas eft Caufsa
asgrum movens, ac determinans ad pharmaca adhibenda contra fuafioncs guftus, et
oeconomiæ. Infcite itaque Spinoza decrevit Etif. p. p. app, ad prop. Omnes cau
fas finales, nihil, ntfi humana ejfe commenta: hanc de fine dbiirinam naturam
omnem evertere nam id, quod revera caufa eft, ut effeSum confideraty et contra
: deinde id, quod natura prius eft, facit pofterius. Nempe non diPtinxit
Spinoza in« ter eflfe£fura in actuali ftatu conftitutum, et eumd^T.on ftatu
ideali, feu in intelligentia Caulsæ efficientis comprehenfum. IZ5* Priufquam
hinc abeamus, celeberrimam qiteftionem, de qua acriter Philofophi jam inde a
Cartelii tempore decertarunt, paucis expendere juvat. Qjue vulgo dicuntur
cauffa fecund(e-, feu atuffa creata, funt ne revera cauffa efficientes }
gaudent ne infitts viribus, queis age» re Valeant, agant} Jfn ne' junt tantum
oc» cafiones, cur Deus per ipfas, et in ipfis ftm» mediate agat, eofqua
moliatur effeBus quos 0 vtrtbus creatarum caufjarum promanare putamus? Jz6.
Primum negant Cartefiani, ftatuuntque creatas cauPsas omni prorPus agendi vi
dcftitutas / nihil adeo ipPas agere, fed Deum omnia operari fecundum generales
a fe conftitutas leges pro variis illarum occafionibus, nempe juxta illasmet
leges, quas vulgo natur* dicimus. Impingat globus A in alium B* hic
protrudetur, ilPe vero vel lentius perget, vel quiefcct, vel refle6lctur juxta
Phyficæ leges. Ex *' 6i Cartefianorutn fentcntia truditur globus' B' non motu,
&. aftione irruentis globi A, fed immediate a Deo, qui, juxta generales a
Te fancitas leges, "pro occafione irruentis globi A,' alium B propellit :
tum idem globus A occurrens in- globum B, etiam immediata Dei actione
retardatur, ad quietem adigitur, vel reflectitur ; non ex reactione, vel
elafticitate corporis percufli. Pariter non ignis pyrio pulveri applicatus,
illum in flammam agit ' fed ‘ex oc>» calione admoti ignis, Deus pyrium
pulverem inflammat • tum ex occaftonc conflagrantis pulveris, pilam e tormento'
expellit, et pe^ parabolicam femitani ducit j qua in parietes impingente,'
iterum liac'*occafione ipfe Deus parietes disjicit; rurfu?, ex ^occafione
corruentium* parietum, fubftantert hominem perimit. Ita de cæteris
quibufciimque aliis’*. Neque corpus humanum aliquid ih 'animam agit, neque
anima in corpus / Deus lingulas in anima adfectiones gignit, quas e corpore
prodire putamus, fingui lolque motus in corpore juxta animæ voluntatem’. Non
moror Malebranchii opinionem ulterius pergentis, de qua alibi opportunius. • ^
lay. Cartefianorum sententiam ' longius, quam par erat, prolequuti fumus,
quippe illam cxpofuifse, confutafse reor - Sane communem illa hominum fenlum,
rationemque evertit. Tu ne, inquiet Cartehanus, præjudicia pro ratione
obtrucljs } Perbelle | ii tara conflantem, univerfalemque hominum, turi^
philofophantium, cum naturali rationis ductu judicantium, fententiam,
pnejudicii et falfitatis arguere velimus, o felices CartefKini, queis unice
bonus fenfus, 8c recta ratio ceffit ! Deinde, fi vel tantisper Advcrfariis
demus fententiam, quam tuentur, quan« tum ab Idtaltsmo ( putidum profecto
delirantiun^ fomnium ) diftabimus? Unde corporum noftrorum, totiufque Mundi
exiftentiam ultra rcfcicmus ? Sane in hoc fyftemate ^ cum nihil inter fe agant
entia creata, fed omnia agat Deus, pronum erit fupponerc, nihil exiftcrc» aliud
præter me, et iplum Deum. {a) ^ iiS. (o) Corporet Mundi exiftentiam noa aliunde,
quam ex Mentis noArz fenfationibus nofcimus. Si has fenfationes non ex aiAione
circumflantium, et ptementium corpo-‘ rum, fed ex Dei immediata adione fieri
ponamus, nullum dein fupererit argumentum, quo contra Idealiflas Mundi
exiflentiam vindicemus. Quod enim Occaflonaliflac fubdunt, fenfaticnes ex
occafione circumflantium corporum a Deo Mentibus imprimi, quas numcuam infet-.
ret nullis eircumexiftentibus corporibus, nimis leve eft, ^ et hypotheticum, e
quo Idealifla facili negorio fe expediet i ita enim regerere poteft. Unde
rejctvifii corpor0 extare * tum, juxta horum circumjltiniium varias occafiones,
Mentem varias ex a&ionh Dsi Jati Jenfationesi Equidem de nofiris
jenfationibus nulli dubitamus^ fed inquirenda tantum occurrit, quanam fit noftrarum
fenfatienum eaujfa. Has ego ex immediata Dei aSione ref eto, quin quidpiam
aliud extftere agnofcams quippe * illum fat potentem,^ Jdpientem ejje
intelligo, qui ideaiis mundi fpeSaculum et /dat, et valeat menti mex exhibere,
ProfeBo nec hilum prnfiat, aliquem realem mundum comminifci, qui et nihil ad
meas fenfationes conferre poteft, quo nullimode Deus indiget, quominus idealem^
mundum menti mea reprafentet. Quare fi nofti, haud Deum decere, entia
multiplicare fine wceffitate, UT fuos adfequatur fines; praclare me gero, dum
nihil prater me, et ipfum Deum extare fentie, Neque. . t%S. Sed quibus tandem
-argumentis Cartefiani hanc fuam conficere rentur opinationem? Duo præcipua
adferam, nam cætera (lomachum cient. L Nequit omnino iiitelligi quomodo entia
cneata jn fe agant, quidv^ fit illud, quod cjc uno tranfit in aliud, li. In
idea rpiritus non elucet profecto conceptus vis corporum motricis. ' lap- I. At
in primo uberiorem Logicæ peritum in Adverfariis eli, quod defideres. Nem
iuvabit Occaiionaliftafn reponere, idealifmum cum Divina Boniute pugnare; nempe
in ea fentenfia Deas grande Mundi rpc6laculutn Menti tam vivide repra^fentando,
ut omnes proclives Hmus, et quali cogamur ad Ivniiis xealis mundi exillentiam
adftmendam, nos profefto illuderet, fi nuilns exificret mundus ; Non,.inquam,
id Occafionaliflas juvat ; ita enim merito refumere poteli Idealifta, fiiamqu.*
cauisam conficere. Pape ! Ei tu adeo vecors, et audart, qui Deo tuos errores.,
ac deliria adjudicas \ eccur judicium tuum, me tibi exemptum prmbertte, haud
cohibes l certe quas vividas fenf asiones te fati ajfeveras, et corporum
extjlentiam, ut dicis, faseri quafi jubentes, et ego patiar s illud reliquum
efl, ut ratione teipfum cohibeas, et ab errore fetves immuitem, ficmti ratione
didicifti et alios plurimos profligate : ut ecce, te tua vi brachium, ac totum
movere corpus, hujus mundi corpora invicem inter fe agere, colores corporibus
inharere &c. Si hos errores Japienter rejicere Jategifti, neque unquam Deo
adjudicandos agnovifii, quippe ratione duce profligantur, ita pariter eadem
duce ratione veterem dedi f ce errorem, et prajudicatam expunge fententi emr,
realem nempe mundum exi flere: tuaque ofcitationi, aic infcitia tribuas,
nonDeo,q iod iu eam dementiam defcendifli: Itaque cum adeo facilisfit, ac brevis
ab Occafionalifmo ad Idealifmum defcenfus, eadem cenibra ambx lignanda; filat
fententia:, fcilicet inter furentium deliramenta reponenck. Nempe hsec duo •
fececoenda cr fuimus, uno conceptu complexis, emereant, compofita dicuntur,
Earum notiones, quippe quæ frequenter in tota Philofophia occurrunt, feorfim
heic exponere, operæ pretiuna duxi. Sunt autem hujusmodi Ordo, Bonitas -,
Perfecto, Pulchritudo. Plurium Entium five coexiftentium;, (Ive fe
confequentium ita' connexa feries., ut iibique eadem ratio deprehendatur in
'modo, quo juxta fe collocantur, aut fc' invicem excipiunt, ordinata dicitur J
ejufque abftraftum appellatur Ordo. Confiftit itaque' in fimiJitudine, qua
plura' Entia juxta'-(e collocantur, aut fe confequuntur. Si fecus illa. fe>
habeant, ita nempe fint Cohftituta, ut nulla- in eis eluceat fimilitudo five in
coexiftendo five ip fibi invicem fuccedendo, inordinata, leu eonfufa dicuntur.
Exemplum fumatis ex- bibliotheca. 132? Et quoniam fimilitudoi, quam ordinerp
dicimus Entibus præter effentiam.convenit, ex aliqua 'profecto ratione pendere
debet. E Ratio ifthcc ' Printifimn ordinis dicitur et PROPOSITIO ENUNTIANS
communem illam rationem, ieu fimiliiiadioem, qua Entia co^xiftere iil» debeat,
vel fe confequi conformiter>huic principio, Rtgulo ordinis appellatur. Ex.
gr. Principium ordinis in bibliotheca cft :| Lilrros od comparandam eruditionem
aptos in promptu ba~ here. Regula vero ordinis eft hujufmodi : J^ihri ejufdem
argumenti Jimul componantur. igg. Atqui communis illa ratio, qua plura entia
juxta le collocari debent, vel fe confequi,ot ordo^io eis eluceat, potell eife
liBiplex, vel compofita. Hinc vel fimplex, vel compoHta eft ordinis regula, et
ejufmodi pariter Ordo iple. In præcedenti exemplo limplex pro bibliotheca eft
>6rdo, tum ordinis regula. Compofitus vero ^it, fi ifihaK compofita regula
obfervetur ; jLihri ejufdem argumenti, /mgutSf ty retatis fimui collocentur. %•
hibetur. Sub Bonitatis abfoluta nomine venit quidquid reale in quovis Ente
concipitur; ejus nempe edentia, fingulæquæ proprietates. Huic opponitur Malum
abfolutum, quod confidit in deficientia cujufvis realitatk in Ente : id quod,
ut patet, nunquam fieri poted. Ipfe concep* tus entis, ed conceptus alicujus
realitatis : nui* ' lun^ Eoa fua edentia expoliari unquam poted. £ 2 Sufboc
itaque fenfu fingulia Euubua ahqua re/a./ua iis tant.m.ribm.ur ^ olinrum
ablolutam bonitatem con et peteciunt, vel confervare, et perlervani, ^ v
immediate, five medtate. E rela»;™» te]ligi potell, Mundi nomine intelligendum
clTe Syftema Entium tum permanentium ^ cum fucceffivorum continuo nexu iater fe
conjugatorum f quodque ad aliud Jimil e fyftema minime pertineat, ' Entium
permanentium nexus eorum refpicit fitum, feu coexiftentiam, et ex CJauffis
finalibus repetendus eft,*> feu ex fine, ad quem refpcxit Qui primo Mundum
fabricatus efl, et unum Ens ad aliud ordinavit. Ita ex. gr. Tellus in ea
difiantia a Sole locata efi eamque orbitam conficit, qua nec nimio ardo* fe
metalla fundantur, vegetabilia, 8c animantia enecentur* nec nimio frigore rigelcant
omnia, rurfumque pereant pjus viventia; fed ejufmodi in lingularum tempeftatum
vicifiitudinibus tem* peraturæ 'limites 'perpetuo ferventur, qui et
vegetantium,& animalium oeconomix conveniant. p. Entium vero fucceflivorum
nexus tempus fpectat, firque per CaulTas eificientes y internofei vero poteft,
quoties fubfequentis exiilentiæ fufficiens ratio in Entis antecedentis actione
continetur. Hujufmodi ex.gr. efi nexus, qui inter fructus, et flores plantæ
intercedit, tum ille, quem hos inter, et fuccos ab organica planta ftructura,
ejufque peculiari phyfi elaboratos, nofeimus. IO- Mundi ergo in genere Eflentia
pra?cipue confiflit in peculiari illo nexu, quo tum Entia permanentia, cum
fucceflfiva inter fe vinciuntur : iiquidem ex ^variato nexu alius atque alius
prodiret Mundus, licet Entia inter fe connexa eadem eflent. Ex. gr. fint A B C
O &c. N &c. ’fuis tandem limitibus concludi illam debere, quQS ultra
progredi nequeat, Nemo ambigere jpfbteft ^ Prima illa componentia, ex quorum
coagmentatione corpus phyficum primo conftituitur, quxque ex aliorum nexu non
funt conflata, Elementa corporum dicuntur r tum ipfa hxc elementa Mater'ut
mundana nOmine veniunt. (a) De hifce elementis, quzremus I. funt ne extenfa,
vel inextenla ? IX. similia, an diflimilia ? ACorpoYum Eltmtnta funt nt
tnttnja, vet inext$nfa} 1 T^Ifcrcpantcs Philofophorum fenteaI J tlx ad duas
QafTes, quod ad rem prxfentero attinet, referende videntur. Alii fiquidem
corporum elementa vere fimplicia ponunt . ( 4 ) ElementoFum nomen diveifo plane
Icnfu a Cbemi. cis ufurpatur. Defignant niminvn quafdam materiales fubfiantias
( non fenfu metaphfSco, fed vulgari fumunr fubflantijE nomen, vide ont. §/ 6i.
), omnino fimilarec, cum in fui toto, tum in fingblis partibus, quasque nulla
artis, naturzque vi confiat, ^folvi in alias diverfas fpeciei. Has folent
appellare etiam fn6ftaHti4$s fimpUees ; tum qwque prima carporum componentia.
Vide quantum obiant notiones Metaphyficonun, et Cheroicorun tidan Vocabulo
labjeAc ! So nunt, et inextenfa.• E. contrario alii extenft habent, et
figurata. : • i I. In prima chfCc veteres Cunt Z*»onifl/e\ qui corporum*
elementa punBa dixerunt fimplicia, et mathematica. At rifu a Sapientioribus
excepta.hac lententia, ZerWt/ur, Vir equidem lummi 'ingenii, Monades dixit,
fubftantias nempe vere flmplices, et omnino inexten* ias, natur^ fua aftivas,
Ic diffimiles. Tum poliremus omnium Bofcovikhts inextenforum elementorum et
ipfe Patronus punBa appellavit non mathematica, ut Zcnoniflas, fed realia ;
quas viribus per vices attractricibus, et expultricibus juxta certas, et
determinatas ad invicem diflantias gaudeant. Quid interfit difcriminis has im ter Icntentias,
probe advertant Tyrones. II. Ad alteram claflem fpe£lant veteres De» mocritki,
tum Epicurei, ^|.l' '. ' nere toitdem numero, quot idiomata funt, in quibus
Jingulis omnes ejujdem idiomatts voces re» •perirentur^ qua quittem numero
admodum pauca effent, difcrimine illo ingenti tot tam variorum librorum redaSio
ad 'illud ufque adeo mitius di» /crimen, quod contineretur lexicis illis, haberetur
in vocibus ipfa Icxica conjiituentibus. %^t inquijitione promota facile
adverteret, omnes il. las tam varias voces conflare ex 24 tantummo do diversis
litteris, difcrimen aliquod inter fe habentibus in duBu linearum, quibus
formantur, quarum combinatio diverfa pareret omnes illas voces tam varias, ut
earum combinatio libros efformaret ufque adeo magis a fe invicem di f
crepantes. Et ille quidem si aliud quodcumque sine microfcopio examen
inflitueret, nullum aliud inveniret magis adhuc simile elementorum genus, ex
quibus diverfa ratione combinatis orirentur ipfa littera ; at microfcopio
arrepto metueretur utique illam ipfam litterarum compositionem e punBts illis
rotundis prorfus homogtneis, quorum fola diverfa positio, ac dijlributio
litteras exhiberet. Deinde pp. ita concludit. Mac mihi quadam imago videtur
effe eorum, qua cernimus in natura. T
am multi, tam •varii illi libri corpora funt, et qua ad diverfa pertinent
regna, funt tamquam diverjis con/cripta linguis. Horum quidem chemka analysis
principia quadam invenit minus inter /e difformia, quam fint libri, nimirum
voces. Ha tamen ipfa inter /e habent difcrimen aliquod, ut tam multas oleorum,
terrarum, /alium /pedes eruit chemica analysis e diversis corporibus. Ultertus
analysis harum veluti vocum j litteras mi^ nus adhuc inter Je difformes
inveniret, et ulsi» mo jUxta theoriam meam deveniret ad homoge^ nea punBulay
qua ut illi circuli nigri litteras ^ ita ipfa diverfas diverjorum corporum
particulas per jolam difpesitlonem diverjam efformarent : ufque adeo analogia
ex ipfa natura consideratiem ne derivata non ad difformitatem, fed confor»
mitatem. elementorum nos ducit. ^5. Re quidem vera/ conflat inter Philofophos,
diverfas ac multiplices qualitates, quas vulgo corporibus tribuimus, nihil elTe
ali> ud, quam noflrarum renfationum phænomena * non vero fimiles entitates
corporibus revera in« hxrentcs: id quod et in Logica monuimus, tum in
Psychologia copiolius edocebimus. Rurfus condat, varias in mente gigni
lenfationcs ex diverfo corporum in fenfus incurrentium ta£lu, feu ex eorum
diverfa in fenfus no{lro^ a6lione. Atqui ex diverfo elementorum corpora
conftituentium nexu, et pofitione ad invicem., op« time intelligitur, diverfas
in elementis noftros fenfus conflantibus motiones cieri, quin et ele/• reriKX •
licet rem alias ^explicarent, commentiti formarum lubftantialium theori*
infiftcntes. Et diftis patet, omnium qu* in corporibus infunt, vel ineffe
poflunt fufficientem rationem ex intima ipforum elementorum natura pendere, nec
non cx diverfo elementorum, ouo invicem copulantur, nexu. Cum vero inter ^ \
Phi Erii elementa innumeros diverfos nexus, innumerasque varias inter fe
pofiriones fubire queant 5 attamen quantum ex chemica corporum analyC haflenus
datum ell nofse, videtur faltem telluris noftrs refpedu, hanc eis 1* a fupremo
Conditore legem impofifam, ut nonnifi triginta tres primitivas combinationes,
qus fint fpecifice diverfe, fubire queant. Sicuti nempe punftula illa
nigricantia, de quibus §. 24., e quorum varia pofitione caraderes efticl pofsent,
hanc debent fervare legem pro Boftro alphabeto, et feriptura, ut nonnifi in
24.. combinariones abeant I Sane nonnifi 35* m^erialia cqmpofita haftenus
novimus, qu* fingula fibi femper fimilaria, et homogenea, nullo arris, et
natura; molimine in alia diverfi generis abire confiitit. Hujufmodi fnnt lux ^
caloricum, fluidum eUQricum, oxygenium, hydrogentumy gezotum, ( quod ab aljis
accuratius nitrogenium appellatur ) carbonium, fulphur, phofphorum., quinque
terra f ftptemdecim metalla, foda^ et fotajfa. Cætera corpora funt
combinationes fecundaria; ; nempe mixtiones, modi ficationes, vel tandem intimæ
compofitiones prodictarum 5?. conibinationum primariarum. Ita ex. gr. Aqua et
«ft intima corapofitio hydrogenii, oxygenii, et calorici. Acidum fulpburicum eft
intima combinatio fulphuris,oxygenii, et calarici &c. Philofophos
conveniat, ab ciTentia aufpicandam cfle fufficicntem rationem omnium, quat in
qua> vis re infunt, vel ineflc poffunt i 6. ont. • per fe liquet, corporum
effentiam in elementorum fimplicium natura, et vario inter fe nexu reponendam
effe. At quis elementorum naturam, variofque ipforum nexus plane perfpectos
habere præfumet ? Corporum itaque eflentia pro incomperta habenda, et verba
efFutiiflc quotquot contrarium audacter prxdicarunt. y De Legibus cofmologicis
T Egum cofmologicarum nomine veni^ unt certæ quædam naturales, ' ac infitæ
determinationes virium materiæ, juxta quas et elementa, et corpora hifce
conflata perpetuo in fe invicem agunt; tum gignuntur in Mundo omnia, pereunt,
moventur, modificantur, et quibus Univerfi ordo continetur. (a) Hæ genericis
quibufdam propofltionibus efferuntur, quarum præcipuas heic exponemus. zg.
Corporum elementa viribus per vices attrahentibus, repellentibus pro va^ riis a
fe dijlantiis gaudent ^ quibus in fe mutue agen (d) Vis motrix in horologio
certam habet determinationem ex ipfa horologii mechanica ftruftura, qua
determinatos motus, et non alios, in indicibus gignit : ita vires elementorum
infitas habent, ac cettas agendi determinationes, a quibus, ne iulum quidem,
recute pof fwt V agentia in fensibiles, et extenfas moles concrefcunt - ( 1
Nifi enim hujufmodi viribus gauderent, quam facile corpora ex illis cotrfiata
di flbl verentur, linde Univerfi moics in informe Cfaaos quam fubito abiret,^
Gaudent vero viribus at. trahentibus in majoribus didantiis, repellenti* bus in
minimis. Primis fe >mutuo, petunt ad acceffum, ne fingula i diffluant,
&*, dilabantur : fecundis vetatur intima eorum penetratio, ne fcilicpt
eorum millena non majus occupent Ipatium, ^uam unum : id quod li folis
attrahentibus vjf ibus. gauderent, extemplo » et neceflario fieret. Cura inter liraites harum
virium cqrporuna elementa funt conftituta, conquiefeunt, et cohærent. Itaque
hac lege mathematicus elementorum contactus / vetatur, &..fimul efficitur,
ut coeuntibus illis ad minimas, &. inobfervabi^ les ; diffmtias, extenfa,
et phyficc continua moles noftris fenfibus objiciatur. • Has autemt vires pro
variis elementorum diftantiis pluries mutari, ut ita attractrices abeant in
expultrices, et vicissim, diverfa corporum 'denfitas, tumidi-' veflb
col^oefionis vis -exigunt ; id quod in Phy,fica uberius exponemus.•, 30. jLEX.
II. \Singula Univirsi corpora Junt' antitfpa. > r ^aatitypiam intelligimus
vim illam, qua corpus, quodvis alteri naturaliter refiftit, ne eumde,m occupet
locum ;feu ne unius materies cum alterius materie intime immifeeatur. Hanc
legem elfe cofrnologicam ex eo patet, quod antirypia e corporibi^. eorumque
clerflcntis fublata, fingula ad unum indivifibi le punctum redigerentur, et
Univerfi moles illico evanelceret, 31. Hæc fecunda lex corollarium eft
pra;cedentis. Etenim elementa j ubi ad minimas pervenere tliftantias, fe mutuo
repellunt, et ita ^ ut decrclcentibus ultra quemvis adfignabilem limitem
diikntiis, e contrario, creicant fimiliter vires repellentes. Hinc profecto
fieri d-bet, ut elementorum compenetratio fit naturaliter impolfibilis. Quavis
polita extrinieca vi corpui ad corpus apprimente, unius elementa ad alterius
elementa apprimentur, Sc quandoque utraque proprius accedent • at id nonnili ad
determinatas ufque diftantias: quippe his ad infinitum delcrelcentibus,
fimiliter augebuntur vires fingulorum repellentes. Singula Universi corpora
funt inertia. Cum dicimus corpora effe inertia \ intelligimus nulla gaudere vi,
qua fponte fua e quiete ad motum, et viciffim e motu ad quietem, vel^ ex una
motus directione, Sc gradu celeritatis, ad aliam directionem, vel celeritatis
gradum, tranleant. Si adeo 'fnoventur, nunquam, ni fi ob externas caulfas
actionem, e motu luo dcfiftunt • fi vtro quiefciint, quietem perpetuo iervanf,
donec imprefla extrinlecus vi moveri cogantur, Sane abique inci tia omnis
mundanus corporum ordo, vel Iponte fua, vel minima quavis vi deleri poflet.
Singula Univerfi corpora inertia else, quotidiana ^ edocet experientia. De
corporibus quidem quielcentibus, gg. Newtoniani vocabulo inertiie alium prsBtcr
expofitum, fubdunt lenfum* vis nempe, qua corpora five quiefcentia, live mota
externis renituntur caullis iplorum ftatum live quietis, five motus perturbare
conanfibus. Hac vi, ipfi inquiunt, fit, ut quarumlibet caudarum externas
a6iioni aqualis femper refpondeat, et contraria rratlio. Hujus equidem effati veritatem fingula motus phænomena
tedatam faciunt, ut de ca nullatenus dubitare liceat. Atqui non quod in materia
illam comminiftamur vim, ut prasfat* veritatis rationem reddamus. Nimi* rum
mufuis elementorum viribus repellentibus, quibus corpora ad mutuum, et
mathematicum contactum devenire vetantur 2p. ; optime intelligitur, corpus
quodvis in aliud incurrens, • ubi ad eam pervenerit vicinitatem, in qua vires
elementorum repulfivx fe exerunt, hilce viribus urgere, et propellere illud in
quod incurrit, unde flatus mutatio in illo neceffano iuboriatur. Similiter, cum
repulfivæ vires elc men quic perpetuo quietem fervant, donec 'aliqua
extrinfecus illata vi deturbentur, nullum forfitan movebunt scrupulum Tyrones 3
non item de corporibus ad motum aftis, qua: ad quietem alia citius, alia
tardius £ua veluti fponte redigi obfervantur. Atqui fedulum ii fi infiituatit
examen, deprehendent, corpora femel mota non fua iponte, fed' externis
obfiaculis,in qua; continuo incurrunt, a motu defifiere, et ad quietem redici.
Sane, quo adcuratius illa removentur, eo diutius in iuo perdurant motu ; ex quo
faris inrelligi datur i quod fi omnia adeuratimme removeri pofscnt obftacula,
perpetuo corpora in luo perdurarent motu. Sed de his- opportunius in Phyfica.
mentorum corporis in quod fit incurfio, æque fe exerant contra incurrentis
elementa, pariter in iftius motu mutatio fieri debet, et quidem in adverfam
plagam. Eli autem una, cademque virium lex in omnibus elementis. duantam ergo
(latus mutationem fubit corpus, in quod fit incurfio, ex repellentibus viribus
incurrentis • tantam fimiliter patitur hoc alterum ex viribus repellentibus prioris
: nempe Uniuf aBioni iC^ualis femper efl, et contraria alterius reaUiio. 34 Sed
quajrent Tyroncs^Qui funt inertia Univerfi corpora, fi horum elementa activa vi
attractionis, et repulfionis prasdita diximus? zg. Activa quidem funt corporum
elementa, fed ejufmodi naturas eft eorum vis, ut ex'trinfccus fe exerat, non
intrinfecus ; (eu ut ronnifi acce(Tum, et rcceffum in extra pofita elementa
juxta determinatam diftantiam moliatur. Nullum elementum hac vi ad motum fe
unquam determinabit ^ ab externo principio urgeri, et determinari debet, ut
directionem, et celeritatem alTumat. Num ne omnes magnetem inertem fenfu lupra
expolito 3 -. diciniDs ? attamen alterum magnetem juxta certam viciniam,
determinatumque (itum agitat, dum et ipfe viciflfim agitatur, ad accelTum vel
recelTum mutuo fe determinantes. Itaque elementa, etfi vi motricc prædita,-
funt tamen inertia, utpote qux nequeunt fponte faa ex motu ad quietem, et e
contrario, a quiete ad motum determinari; (ed determinanda neceffario lunt ab
aliis elementis in certa difiantia pofitis, vel ab alia quavis Cauffa. Singula
Univerii corpora et magna, et parva gravitate pollent. Gravitatis nomine
intelligitur vis, qua corpora ad datum punctum, quod ''appel latur, tendunt.
Ita corpora terreflria gravia dicimus, quia fibi relicta ad Telluris centrum
di, riguntur retenta autem conantur delcendcre vi fuse mairx proportionali,
premuntque dcorfum corpora, quibus incumbunt • Id ipfum di, cendum de
corporibus in' Luna, Saturno, Jove 8 rc. exiftentibus,* tendunt nimirum, et
conantur ad Lunæ,.Saturni,‘ Jovis &c. centra. Sane nullum hactenus corpus
conftitit, quod gravitate fuse maflse proportionali non fuerit præditum (A).
Nifi ita fe res haberet, corpora terreflria ex -ipfius TeMuris vertigine, vel
ex quovis alio impulfu, per immenfa vagarentur fpatia, neque reciderent in
Tellurem • Hinc Tellus brevi, ex diflbciatis perpetuo corporibus, minueretur,
ac tandem evanefceret. Idem de Jove, Marte, Luna &c. dicendum. Itaque
Mundus in Chaos abiret corporum undequaque pergentium. . ^* (rf) Ita quidem ad
aniuATim res fe haberet, fi Telluris figura fphierica foret :. cum autem
oftenfum fit a Recentioribiis Phylicls et Mathematicis, Telluris figuram
fpha:toldalem efse, elevaram nempe fub atquatore, et deprelfain fub polis; id
nonhifi quamproxime l«cum habere potest. Sed alibi opportune hasc expediemus.
(^) Lux, caloricum fluidum eleSiricum nullum ha61 errus prxbuere gravitatis
fpecimen J fed temere hinc quis colligeret, isthjc fluida omnino efse
gravitatis expertia., ' Sed et magna Mundi corpora vl gra*^ vitatis 'fua petere
centra indubium eft. Nempe in noftro Syftemate Iblari Planeta? primarii S'ol«m
petunt; et lecundarii primarios. Ira Luna Tellurem, Jovis, Saturni, et Urani
1'atcllitcs, Jovem ipfum, Saturnum, et Uranum vi gravitatis refpiciunt. Tum
Mercurius, Venus, Tellus, Mars, Juppiter, Siiturnus, XJranus, aliaque 'ingentia
Corpora 'in Solem tendunt. Nifi enim^ yi, gravitatis continuo erga lua ccntr.i
Ibllicitarentur, nequirent curvas orbitas deleribere; Ijquidcm corpora curvas
de[cribentia continuo a rectilinca directione, deflectunt, id qucKllbonte fua,
line conamine gravitatis, nequeunt tfri. ccre. qy. Fit nempe tnotus
curviliiieus, ut Pby-' fici docent, ex conjugatione duarum virium, quarum
altera lingiilis momentis recta lirgct corpus per tangentem curva:, quam
deferibit j altera Vero indelinenter idetij lollicitat ad aliquod punctum in
curvæ area comprehenfum. Hauc'recundam v\vx\. centripetam dixere ; primam vero
tangentialem^, qox fi motus initio conlidcrari velit, proj e^ i uni s fibi vin
dicat, quippe quæ per projectionem corpori invprefla intellegitur, ab externa
Caulla. Cum atitem Secundarii erga Primarios, et Primarii erga Solem ita
cieantur, ut arq^s delcribant temporibus prop^ortlonales y hinc norunt Phyfici,
v.im ce'nh-ipetnm indelinenter Planctas Ibllicijantem ad Primarios dirigi, fi
de Secunc|ariis loquamiir, ad Solem vero fi de Primariis. Ambigi proinde non
potefi gravitatem ad fingula.! no. peditur, cogiturque fingulis momentis erga
iilud immobile punilum torqueri. Uaibus nempe viribus modo aj»I- > rur
corpus, vi imprefsa projedionis, qu$ per cur tangentem fe exerlt ^ et vi qua ad
immobile punitum per diftentam funem ' continuo retinetur. Hic fecunda vis ’
typus est et rniago iiljus,..quam ia Planetis dicimas ) vim gravitatis. ^,
eoharent, frve' intime fommifcentur, aliis^ V^ ' ro non item. Eft vero duplex
affinitas, aggregationU^ nimirum, Sc compo/ttionis. Prima co* haslioniem
particularum ^fimiJari-um molitur, ex qua totum emergit undique homogeneum.
Secunda intimam parit unionem particularum diverfæ fpeciei, ex qua. totum
efficitur tertise fpeciei' omnino divcriæ, quin tamen particulæ iUæ ob hanc
unionem, lua le exuant natura, ali^mque dijverfam fubeant.Ita ex. gr. Aqua aquæ
cohæret 'affivitate, aggregationis, Acidum fulphurieuna magnefiæ intime unitur
affinitate cOmpositidHIs y' 8 c,cottl\itu‘n folphatum magnefia, ( vulgo
sai/anglicanum ),qii'vn acidum lulphuricurri, 8c m.ignefia naturæ lubeant
mutationem* Si enim ^prsditio.iolphato. in aqua diluto potaf» fam fupereffundas,
ex prævalenti affinitate potaifam inter ^ Sc acidum lulphuricum, mox fiet
folphatum potaffiK, ( valgo tortarum vitriolatum ), et reftiiUidtur magnefia.
Porro 'utramque affinitatem ad leges cofmologicas fpc6lare, nihil efl quod
dubitemus. Sine affinitate aggregationis omnia corpora ffimilaria diffiol
verentur, ipla adeo univerfi moles. Sine affinitate com politionis innumeras
deficerent rerum fpecies diverfas.* et omnia, quantum ex. chemica analyfi
'hactenus, noffie datum? eft» faltem refpectu Telluris noftras, ad triginta
tres fpecies* materialium, combinationum redigerentur j et hasc ipfa, fublata
aggregationis affinitate, informem.-folutamque molem exhiberent. Vires tandem
vegetationis, . s lot animalixationis fexta cofmolo^ica lege con-* tiitentur. '
Plantarum vegetatio foHs affinitatis viribus nequit expediri ; funt enim pjahf*
corpora A’cre • ' organica, viventia, et feipifa ex femine reprodu* centia. In, viribus affinitatis,
aliifque 'fupra ex-* ^ politis, hon inteffigitur fufficiens ratio' nec ve- ' ^
•. getajionis, nec reproductionis plantatum ex femine. Similiter dicas de
animantibus, in quibus pra?ter vim affinitatis, 6c vegetationis, alia '
agnolicenda efl, t:^\xx: animalt 9 :ationis nomine infignitur. Vires de quibus
hactenus haud exiflimandæ funt totidem di- • ftincta: vires materiei iniit»,
fed totidem determinationes unius, ejufdemquc viis. Ncfnirumvis ' a ftlmmo
Conditore materiei, elargita ejufmQcli,eft'effiqta, et intrinfecus comparata,
ut multi- '' ' plices modi^caliones ipfa fuapte natura- fuheat.juxta diverfas
circumllantias, et occaliones. '. Cum porro intimam hujufce vis. naturam minime
calleamus ; hinfc haud perfpicientes, qui unica illa vis tot diverfas jdetermi
nationes affumat, facile nobis fuademus, has. totideni diftin£Iarum virium efic
caracteres. Atqui funt totidem fpccies, fcu. formæ, feu modificationes,
.unius,.ejuldemque vis ex jpfa ejus natura,flu» entes. Sicuti qx. gr. vis
ipotrix in horologio.^plurimas fubiens modificationes ex mechanica horologii
ftructura, multiplices gignit, ac diverlos effectus puta hofarum, et.minutorum
oftenfiones, phalium lunæ, dierum hebdomedæ, • &c., quos infeienter
profecto ex totidem viri G 3 bus, leu clateribus quis repcttrer. Vis tamen
mjii-^ntionis nequit ioii materiei tribui, fcd potifiimum repetenda,eft. ab
aiia fubfiantia ^ alius generis,, qua: materiei copulata illam modificat,^
agit, ^ evehit ad ipeciem animalem. ' >,,..,, Jllr De Mu fidi, Materia
crigir7e. * ^ 7" E te res on^nes, quotquot de Mundi V origiite'
philolophati l’unt,li folos ’ excipias Habreos KeVelationis lumine edo£los,
Mundi materiam' xternam, improduQam, " in» dependentem, a le ipl'a, et
natura,fua exiftentem poiuerunt. ('’ Epicurus, qui duplicem atomi* tribuit
motum, rectilineum nempe ex naturali * atomorum pondere 'derivantem, et
declinationi? alterum. 'Per inane' fpatium "concurfantes atomi duobus
hifce motibiis in varias,*congeftjE 'for' mas niundum geriuere.Fere’ hanc ipfam
fententiami jam obfoletam in fcenam feproduxit nuperus Auctor anonymus’impii'
Syflmatis natura y qui ex «ternx, '& improductee- materiætiatura, ac
viribus (ut ipfe inquit ) fæcundiflimis, Mundi machinationem, omniumque rerum
feriem auf picatur. ' 4 ^. Orientales hanc coluere fententiam ; Deum aternum
nempe, et actuofum principiuni æternam materiem undique pervadere, Sc cum ci
intime commifccri. Hinc iners materia to G 4, lius d : tius ordinatilTimi
mundi, Hngularumque proH^ 'ctionutn fascunda fit parens. At Xenophanes eleaticæ
fectæ inftitutor abfurdam hanc fentelJtiam abfurdiorem reddidit, ftatueos unicam
in Mundo exiflere iubffantiam asternam, immuta, 'bilem, immpbilcm^ tura unica?
hujus rub/lantise diverfas^ effe modificationes quotquot diftincta,
&’diverla Entia cernimus. Hoc paradoxon arripuit Benedictus Spinoza, quod
geometrica methodo exponere -fibi fuafit. Docuit itaque upi-cara effe
lubfiantiam actuofam, fimpHcem, in„divif]bilcra*f et infinitis prasditam
attributis, quam tum Deum, cum materiam, appellat » De'indtf ex duobus ejus
effentialibus attributis, infinita nempe cogitatione, et infinita extenfione
omnia effe 0nfiata. Nimirum interna- unicas hujus rubfiantia? actuofi^ate; Sc
natura; neceffitate, in varias, diverfarque evolvitur modifiqata^ nes tum
estt^nfio, tum cogitatio: ExtenO^s ^modificationn funt quas appellamur corpora,
cot • gitationis vero, quas funt entia cogitantia ^ $iicUti'..cera, quas.li
interna vi agitari ponatur, -io, vatias abeundo modificationes, varia poteff.
figilla exhibere. Abfurdiffima haBc fententia Pan- ttbifams audit, quippe ^uz
confundit Deum cum Univerfo.. Xns aliquod aternum natura fud neceffititte ' exi
flere ^ indubie demonflratur\ tum ejus ' pracipui carActeres expenduntur. . '
r- » $• * aliquod 'aternum exiflere, ^ quU dem fua necejfitate natura j, inter
primas veritates qua: fponte fua cuiHbet ?- Equidem hæc veritas adeo per fe conat, ut ii ipli, qui
de Divinitate peflime fenerunt, nec negare aufi fint. In determinanda natura
hujufmodj Entis ajterni hallucinati funt, vel ex cordis malitia aberravere /
fed aliquid aJtcrnum exiftere, omnes convenire oportuit. Nec leriem cauffarum
in infinitum commimlcuntur, et ipli fuifmet doctrinis aliquid æternum exifiere
revincuntur. Sane hi creationem ex nihilo impoffibilem ftatuentes, nomine
feriei caulTarum in infinitum nihil aliud intelJigere poflTunt, quam infinitam
feriem generationum, et corruptionum. Materia igitur, qu» iubje£furn efi harum
generationum, Sc corruptionum in infinitum, aiterna efl, Sc improdu-cta.
Coguntur itaque aliquid atternum, et improductum fateri. Atqui caracteres
hujusmodi Entis, quod' æternum e/l II. j&wr, quod, fua ruttura-.necejfitate
exiflit, omnibus 'pofftbillbus realitatibus., ftU perjekfionibus gaudere debet,
et quidem ipja fui natlurd feu effe infinite, per feBum' extenfive, ut
inquiunt, intensive. Id quoque cuilibet ingenue philofophanti'^ evidentiflimum-
eft, quippe- nihiLnobilius, nihil excellentias ifta,natura excogitari poteft.
At juvat metaphyficai^i demonftrationcm adferre. In Ente natur* fu* neceffitate
exj (lente.. • ’ ' nulla nec efle, nec concipi potcft.ratio eccur aliquam a fe
excludat entitatem, feu perfectionem. Nulla Entitas concidi ullo pacto. po*
teli, qus natura fua litpitem expofcat, Se quam tranfilicndo fiat non Entitas^
vel cfetrimentum aliquod ptiatur. Riirfus nulla veri nominis, et pura Entitas
alteri puræ Entitati repugnare. poteft,,,- earaque fe excludere. Igitur fi Ens
naturæ tfuæ neceffitate actu non cft infinite perfectum;, 8 c inten/ive, nihil
vetat per fici in infinitum poffe. At oftenfum eft præc efle intrinlecus
impoflibile, Ens natura; fuæ neceffitate exiftens perfici pofie. Igitur de- ' bet actu effe
infinite perfectum extenfive, inten/ive, » 54. Cum inter nobis notas.
perfectiones præcipue emineant Sapientia, Bonitas, Patentia, quin hifce gaudeat
Ens «ternum, ambigi nulliraode potcft, atque adeo effe beatiffimum. III. £«r fua natura neceffitate
exl/leht debet ejfe pbyjlce fimplex. Ens quodvis, compofitum eft natura fpa
mutabile : eft enim intrinfecus poffibile, fimplicia componentia alium, atque
alium nexum affumere poflfe, unde. Ens compofitum, quod inde conflatur, fiat
plane diverfum. Sed Ens fu« naturæ neceffitate exiftens eft intrinlecus
immptabile 51. Quare Ens naturæ fuæ neceffitate exiftens debet effe phyficc
fimplex. Deinde Ens phyfice corapolifum pendet a componentibus. Sed quod,fu«.
aaturac neceffitate exiftit cft^ independens • igitur Ens naturæ fuæ
neceffitate e:nfteDs debet effe phyficc iimplex. /» materia originem
inqdiritur^ eamque ex nihilo conditam vi, &" potentia fupte>ni
Na'minis inviæ df”^onJlratur. > • 5 ^* Entis «terni, fu* neceflt X tate naturæ
exiftentis expendimus caracteres ; hos modo materiæ referamus, ut pateat, fi
pro huiufmodi Ente haberi queat : Bru-' ta materies, muItiplex'^, generationum,
et cor* ruptionum fe mutuo, et perpetuo excipientium, fubjectum, obftipa,
iners, innumeris obruta defectibus, natur* fu* neceifitate exiftit, atque adeo
immutabilis eft, unica et fimplex-, perfe- o ctiffima beatiflima, infinita
fapientia, potentia, ^ bonitate pr*dita. Quid ! Cujus, h*c talia componendo ^
Mens non horret, Sc immanibus non refugit abfurdis ?, Quisquis equidem, ut ut
levem rationis particulam fortitus eft, vcl ipfo primo obtutu agnofeit, ifth*c
e genere cffe circulorum quadratorum, tringulopum rotandorum. Materies igitur, 'ex qua
Mimdus 'hic- ' ce coalefcit,, nequit e(Te Ens *ternum,. natura fu*
neceffitatc'exiftens, et improductum. Quare furentem hic potiuf infaniam, an
fummam impudentiam demirer, nefeib, Au- ' ctoris anonymi Svflematit natura,
nihil fef-. futire dpbitat, materiam exiftere necelfario,-ipfam fu*, exiftenti*
fufficientem continere ratio- nem. Certe ex Petro Baylio ipfi non furpecto
Auctore edifeere potuiffet exiflentintn necejfariam, ce« r D 'convenire pojfe
fulfflanthe ( kilicet materui, de'qua fermo eft ), qits catcroqmn' onitfia efl
\ et »>ieiique prentitur defeSibus, et imperfitiionibus, id efl quod evertit
evidentijftmam 'notionem, nimirum Ent abjolute indspendens, et aternum, effe
debere infinite perfeSium.Difi. hifl. art.Epicur. liem. T. '., 58. Sed quibus
tandem rationibus fuader» ^utat profanus homo’, materiam neceiTario exiftcre,
ipfam* Tuæ cxiftentiæ fufficientcm rariorem continere ? Supponendo rnatcriam (
ha;c ha- 1 bet ) produElam y aut creatam ab Ente ab ipfet dijiinilo^ ipfaque
ma^is incognito, oportet Jentper dicere, hujufmodi Enf, quodcumjue tandem' fit^
neceffarium jtffe, feu in fe continere ca' dinem, eoncentum, quibus furrima et
pulcKet*rima Univerfi harmotiia, flabilis et ornatifTiina magnificentia
cbhtinetut, nequit latis admirari; Omnia fummo confilib, fummaque ratione
ftatuta deprehendet / fingula tum maxima, cum minima, numero, pondete, et
menfura conflare, ultra quam intelligentiflimus quisque adlcqui potefl, quam
facile intelliget. Quum itaque omnium quz funt, vel fiunt, nihil fi* ne
fufficienti ratione fit vel fiat, • prohuiri eft intelligere tyitam, tamque
rhirabilem machinationerh j non atomorum.iiullo confilio, nullaque ratione
pergentium opiiS effe, fcd Mentis ^ lumma fapientia, fummaque ratibhe utentis *
tiic e^o rion tnirey, elegantiisime Tulhus fi Tu de nat. Deor. c. . effe
queitiqudm, qui (jbi perfuadeat ^corpora quadam foilda, atque indruidua, vi et
gravitate feni, mundumque effici ornatifftmum, et pulcherrimum ex eorum cor
porum concurfione fortuita^ Hoc qui exiftimat fie• fi poiuijfe , non intelligo,
cur non idem putet, fi innumerabilei unius et viginii forma literarum vel
durea, vel qualeslibet, altqUo conjiciatur, poffe ex his in terram exuffis
apnales Ennii, ut deinceps poffint, effici ‘ quod nejcio, anne in uno quidam
verfu poffit tantum valere fortuna. 6^. Sed ajunt in poffibilibus atomorum
combinationibus, hape, qua priefenS Mundus conflatur, contineri. Quid ergo
mirum’, atomos per immenfam æternitatem hac et illæ concurfantes -, tandem
aliquando in prafentem conformationem deveniffe ?, . 'Non heic ?qu4ritur j
utrubi in possibilibus atomorum combinationibiis, -hæc, qat* præfens mundus
conflatur, contineatur. Nifi enim contineretur, hiud præfens Mupdus condi
potuiflet. S^;d illud inq^uirimus, an przfens atomorum conformatio, per cafum
et fortqnam, ut Democrito placuit, fit poflibilis ; vel. per ipfa« rum-
atomorum naturale pondus, vfrefque, ut Epicuro adrifit. Et sane primo vellem,
fedoceret Democritus, vel quisvis ejus fectator, quid fi. bi velit hujufmodi
Cafus\ 8 z., qua du ce, atomorum facta efl concurfio ? Equidem me non
intelligeVe fateor, fatenturqu^ omnes', queis cor fapit,* iifcilicet verba funt
inania', quibus 'nulla iubeft. notio. Tum atomos Jeternas natur* lu* vi
exiftentes abfque lege vagari, et in-, vicem concurCari, fecum ipfum pugnat.
Siquidem h* atomi' nonnifi ingenitis viribus, et naturæ fu neceflitate cieri
poffunt, fi - quidem moventur. Deinde cum nulla omnium Iit origo, tum par
natura, et.neceflitas, iingula' eadem directione, et celeritate profecto
concurrere debent. Quid vero five
n\onftruofi, five ordinati moliri queant atomi commetoi directione, et
celeritate percit*, equidem non video. At"qui plura in hoc adfpecpabili
‘Mundo funt centra, circa qu* magna revolvuntur corpora :'tum> horum.
fingula totidem funt centra minorum corporum : nec non vegetantium., et
animantium elementa diverfis motibus cientur / finguJi tandem hi motus certis,
fummoqUe confilio ftatutis legibus perficiuntur. Non ergo cafu j et fortuna,
neq^ue c*ca nattr* fu* neceffitate’ in ordixiatiflimum fyftema coalefcere
potuerunt ^ H 2 Sa ilapienter Cicero de nat. Deot. c. a, »nim hunc hominem
dixerit, qut cum tam certos eali motus, tam^ ratoi aflrorum ordines, tamqut ’
om§^a inter Je conjiexd f apta viderit, neget in his uUam inejfe rationem ^
eaque cafu fieri di* . eat ^ qua quanto eonfiiio gerantur , nullo eotfiUi
affequi pofiumus ? ^5. Hujus argumenti t-obur optime per* fpexi^ Epicurus, quod
effugere fibi fuafit duplicem atomis tribuendo morurh j fectiilneurrl unum fcx.
proprio, et naturali pondere derivantem ^ declinationis alterum (c) Hifce
viribus* perfeverabunt quidem Pt anet a iif fufs orbitis, fed nioturn ipchqara
rrfinitpe ppj^tergnt.* Yi; Neyvt, Ppif nat. Sch. geq,,. n ^ hacjeiius
e^^pofutrous jabunde patet, nonnifi futnmi. et intelligentiffirrti Numinis
confilio, ?tqiie potentia brutam matc^ri^m in elegantiffirtium ordinem '
congeri potuiffe, 8c prjefenteni ordinatitemurn Mundum conftitui Scilicet ille
ipfe n^ateriaj Conditor omnipotens eft. Abundi rapientiffunus Molitor, et
Artifex • Spinosa Syflema abfurdorum et contradi&ionur^ effe.cumti/urri,
ojtettditur. d8. I. T^TNicam in Mundo dari fubftantiam fimplicem, et individuam
caput eft ipinoziani fyftematis. Id vero adeo falfum eft, quam certum innumera
efle corpora^ 3c hæe extenfa efte, et jdividua. Sane sive extcnfio pro
fnbftantia. habeatur j ftve.pro fubftantiæ attributo, five pro ph^nomeno e
plurium fubftantiarum coexiftentia derivante ( id quod) nobis arridet ), certe
corpora non funt unica, et fimplex fubftantiaj fed.tot» fubftantiarum con-,.
geries,, quot funt partes realiter diftinctaz in quas phyfice refolvuntur,
''vel,refoIvi tandem poflunt, • Juxta SpinoKatn, fubftantia hujus Mundi.uriica
eft, et fimplex, quæ tamen inter cætera oftentialia attributa extenfipne fit
prædita. Porro extenfionis natura fimplicitati opponitur, id quod norunt Omnes
: tum, eflentialia attributa -non funt quid a rei efientia, et fubftan • > t
• tia quot in decifi? habuimu? mpojjihih ejfe j /intui ejfe, et no» ejfe. ’, Sicuti unicæ, et
fimplicis fubftan*' tia utpote extenfe diyerfæ funt modificatione? Vni verfi
corpora, ita ejufdem fu.bftantjæ utpote cogitantis diverfse fupt
ippdificationes, quot ppyimus Entia, cogitantia, Facile intelligunt H 4 / Ty
(«) QuO. tempore cer® frustum fpsrica ex. gr. - figura ptsdirum agnofeirnua,
cubica, conica, vel alia quavis llmul affici adeo ration; repugnat, ac unitatem
efse mil- > lenarium : proinde fi 'quandoque plures intueamur diftinT ftas
diverfafque figuras, protinus nulli dubitamus, totideni dfftinftis, diyerfifque
fubjedis, leu fubftantiis illas adjudicare, ,. Ty/ones.hoc fecundum* ejufdem
fiufuris cflTc, ac illud primum, quod pra:c. cxpofuimus. Itaque prselertim
"vero Unica, eademque fubftantia cogitans Igjta erit et triflis ; volens
et nolens idem : amore et odio idem fimul profequens objectum ; approbans et
reprobans &c. Hxbreus ira mq^us, et Spinozas cultri ictum infers, ipfe idem
eft Spinoza ciolo-r rem^-^perferens, et fanguinem ex vulnere emittens. ' • 71.
V, Tandem, ne diuturniori mora in hoc abfurdiffimo confutando fydemate aliquid
honoris eidem tribuere videamur, in memoriam revocemus, materiam, feu
fubftarttiam hujus Univerfi, fubjectum e0'e infinitarum viciffitudinum,
perpetuam 'gerere feriem 'generationum, et corruptionum, perpetuis prtmi
collifionibus, et op» pofitis agitari viribus. Nil profecto ea vilius et deterius,
ut ita omnes Philofophi veteres prope nihilum eam pplucrint. At eamdem divi'na conflate natura,
perfectiffima, ik. immutabif Ii Spinoza edocere audet. Tegatur Bayliu? erit.
art. Spind?a i \. De neau omnium Mundi Caujfarum ^ ^ effe6luum : ubi de Fato
Juxta Philofophorum placita dijjferitur. "VTIhil in Mundo cafu, et fortuna
' J.\| fieri, nec immo fieri poflTe, in» ter primas cosmologicas veritates
reponendum efle, Nemo, cui cor fapit, ambigere poteft. Omnia fane fuis
fufficientibus rationibus, cauffarumque nexu contineri debent, fi ex nihilo •
nihil fieri pofle conflat, nihiique cfie fine fufficienti ratione. Confer
ont." 10. Sapienter Tullius nat. Deor. 1. i. c. 4. E/l enim ad^ mirabilis
qutedam continuatio, fericfque rerum, ut alifB ex aliis nexa, et omnes inter Je
apta,,, ^ colligataque videantur. Cujulmodi vero fit hif ' Cauflaru'^, et
effectuum nexus, expendere modo juvat ; tum Philofophorum de f^atp fenteq»,
tias ad incudem revocare. Dt nexu omnium.Mundi CauJfarunj, et effectuum. *
/^Uotquot Cauflas in Mundo noviy mus., ad duplicenv cladem recen fend* funt ;
aliai fiquidem cogitatione ( ad intimum confeientite fenfum appello j ^ ali%
fola VI raotrice agunt •, ( quotidia* nat njB id edocent obfervationes ).
Atqui^, confcien tia teftante, cogitatio eft actio ipii cogitanti rei immanens
• motus vero, experientia edocente, eft U'an(iens. Drverfi ergo generis,
diverlis-;, que naturæ habendæ fu n{ Cauflæ cogitatione, et CauflTæ vi motricc
agentes, Equidem alibi opportunius oftendemus cogitationem non polTe motu
abfolvi, adeoque Cauffas fola vi motrice præditas non pofte cogitationem
parere, Curn ergo,in Mundo motum, et cogitationem agno, fcamus,' duas diverfi
generi? cauflas popere co» gimur, , CqufTæ fola vi motrice agentes ad materiam
Ipectaiit, At materiam fiputi vi rno* trice’ præditam, ita.& inertem efte,
fuo loco oftendimus §. Quotquot. er^Q e materia? viribus gignuntur, juxta
earumdem virium mo* tricium legem efficiuntur, neque Jili^S ac pro-> deunt,
fiuntque, per materije vjres fieri, ac prodire poflTunt, Revera hujiifmodi lex,
quat^ tumque tandem ea fif, certa eft, ac determina-» ta live enim has vires e
materi^ finu, na« tura emanare putemus, et erjt earum lex certa 3? determinata,
ficuti certa. v determinata, ^ ex feipfa immutabilis eft materias natura ; fiv?
ex Conditoris arbitrio illas vireq materias contingehter convenientes inditas,
effe prbitremur, Sc neque modo poferit materia ex feipfa ilH? exui, vel eaffiem
ne minimum quidem m^difi’ care j quippe qua fubjectum mere paffivuna nullis
agitur aliis viribus, præter quas Condi-» tor indidit. Materia igitur fuarum
virium le-» gem, ac naturam perpetug feqwi debet, neq^uq . >, ii3 vel
minimum reniti potefl : atque adeo quotquot ex ea gignutur, fiuntque, nequeunt
aliter gigni, ac fieri, q 6. Quff cum ita Cnt, facile perfpicitur, quod pofita
pro quovis tempore determinata, ac certa elementorum coexillentia, quod deinde'
gignitur, phyfica neceflitate ( a.virium motricii um lege, et e materiie
inertia derivante ) c procedenti rerum llatu tale genitum eft, neque alias
gigni poterat. Hoc autem quod modo ge. nitum efi:, undique determinatum eft tum
reIpectu elementorum quibus conflatur, cum reIpectu loci, et temporis, feu
refpectu ad nexu rn, et politionem coterorum corporum, quibus fti-^ patur.
Qiiare quod fecundo hinc, gignetur, rurlus certum erit, ac determinatum, et
phyfice neceflarium, ficuti certa et determinata eft corpot um mutua complexio,
horum materiæ flatus, et nexus nec non phyfice neceflaria vi. rium motricium
lex. Et ita deinceps in con. fequentibus generationibus - Nimirum quivis
elementorum materiæ flatus gravidus eft lubfcquentis, neque hic alias prodire,
per miateriæ. vires poteft, ac revera prodU : ut adeo, fi quis«^ vires ipfas,
earumque legem adoquate nofceret, tutn «elementorum numerum, eorumque.pro quo-,
vis tempore coejiiftentiam calleret, et ad calculum adducere fciret-, is
fingulos confequentes effectus," ac futuros eventus in anteceffum
edifferere poffet. Cum ex dictis quævis 'generatio phy^. fica neceflitate c
præcedenti corporum", et materiæ ftatu pendeat, nec non virium motricium
le V» ,\ lege; fi cogitatione ad Mundi uique prlm^rcll^ afcenclamus, facile
nobis (uaclebimus, Unl-vtrfum, reJpeBu ad folam materiam habito, nihil e[pt
aliud, 'quam eertum ordinem neceffariant Jet viem cauffanan, effectum,
perpetuo, ac nsi cejfarto fe Cdnfrquentlum ^ Hiec aurem feries haud gutanda eff
abfolute neccfiaiia, ut ita non potuerit alia effe, ab ea qua: modo efi:, aut
femel incæpta abfolu* te nequeat modo, vel in pofierum, commuta^ ri/ vel
perturbari. Cum enim quælibet genera* tio, fiatufque materiei pendeat o
prascedenti, 8 $ rurlus hic ab alio antecedenti, et ita porro i nequeamus nutem
in hoc progreffu ad infinitum afeendere, confiUerc tandem debeiVius in aliqiia
Caufia^extramundana asterna, vi «fuaj natura exi* ftente, ctiju* imperio, et
voluntate.Materies primum nexum, primamque conformationem fufeaperit. Series
itaque ^ et ordo Caudarum qtfali^ modo exifiit, non abfoiuta neccffitate exiflh
^ Je4 tantur,} hypothetica, cx hypothefi n?mpe, quocj * Cauffa illa
extramundana talis fiuie feriei exordia fua iibera voiuntafg conceiferit, et
non alia, ^eis omnino diygrfe confequuta fuifiet Cauffarum, effectuiimque
feries. Id rurfus intelligi datur ex co, quod- neque materies improducta eft.
et æterna; vi nempe 'fuz naturas non exiftit 5utr 2 Equc in fe mutuo agere,
queant j,hinc eft, ut altera alteram quamlæpc- modificet, ut ita rerum fe*
ries, ac complexio, quts modo in Vniverjo pergit, aliqua Jaltpn fui parte
diverfa ab ea sit, qi4‘^ pergeret, fl nihil in fe mutuo Cauffte ilLt' agerent,
atque infiuerent. Sane v^. 8i. Humanos Animos non ceeea libidine, abique ulla
omnino fufficienti ratione feiplos / cie. il 6. tierc, et ad agendum
determinare, intimus cori« Icientiæ lenius abunde edocet. Fon-pis nempe rerum,
quas ali^iiam boni, vel mafi fpeciem exhibent^ ad ^t^eiulUM excitantur, atque
alii ciuntur. b« formas, quibus animus afficitur, a corporis fenfibilitatf, et
temperaftiento, l'enluum valetudine > et tiatura objefforum- fenfus
percellentium» pendent. Tum confilium rationis, quo actio vel non actio
decernitur, ex praScedenti animi flatu |,feu habitibus, et ideis adhuc pendet ^
habituS vero, et idcifi ex corporis, fenluumque temperamento’, et
circumllantium objectorum actione rurfus conflituuntur, vel modificantur. Cum
pofro corpOris fenfibilitas, et temperamentum, lenfuUm valetudo, et
circimvftantiuni objectorum natura e necelfariis Mundi Cauffis pendeaht j
liquet inter ipfas Hominum æfioheS, et phyficum Mundi ordinem nexum aliquem
interefTe ^ 8»; Hic autem nexus, quod fedulo animadvertatur velim, et multiplex
efle potefl, eo quod multiplices lunt cauffas,* quas in nos agere poffunt » et
nullus eft indeclinabilis, ac necefiarius.* id quod intimus confeientiæ fenlus,
et noflraram actionum experientia lat lu« culenter ollendunt k Sane formis
rerum non rapitur animus, utcumque percellatur etfi validioribus formis animus
concitatus ad agendum, non cogi fe luculenter animadvertit, et adhuc retinere
facultatem deliberandi,_quin immo a facta deliberatione, et ab ipfa jam
fufeepta ^actione d^fiftehdi, et aliam ‘quamlibet edendi. Merito Tullius tuse.
p^.l. i. Ck 23. Sentit ani. - / mus tif,kttts' fe y idque dum fentlty illud i
jt*a non aliena moveri. Accedit,, quod quandoque datuttt pecullatem nexum
Ivuraanas inter actiones, et fenfationcs ofrinino abhimpimus nulla alia ratione
perciti, quam ut noftratn ' experiamur libertatem ; mus contra id quod
temporis, rumqUe circumflantij^, et ipfaS fenfationes exigere videntur. Datur
itaque nexus inter hominum actiones phy/icunt Mundi ordinem, fed efusmodi, ui
illum moderari, fleflere^ determinate i abturnptre ^ tutn iterum tejlituere pro
arbitrio pojjimus 4 \ t Sicuti humanz actioneS^cum neceffarlis Mundi cauffis
connectuntur, ita materialium, Cb* necBfJariarum Mundi cauffarum series in
aliqua sui parte, perturbari, nioderari, et fieBi pote/i Cauffarum 'liberarum
labitu, O' providentia. Cum enim omne id, quod materialium cauffarum viribus
gignitur pro quovis tempoVe, e ftatu prxcedenti pendcat . ftatum autem harum
materialium cauffarum perturbare, & cOmmutare perfajpc valeant Caulis
liberæ fuO confilio, et providentia pro peculiati faltem locO, et tempore ;
quin, fimiliter futuri confequentcs effectus prafepediri, perturbari, et
commutari poffint, nemo^profecto non intelligit. Ita fulmen, quod neceffatiis
Mundi cauffis e nubibus excuUum regium palatium labefactaret, ibique degentes
ertccatet, humana poteff providentia avertere, fi Opportunos adhibeat
conductores 4 Agrum a i .puta, cum agi' loci, obiecto tis • 'dOSMpLOremum NinSm
res omnes zterna, et immutabili • lege, nullios^ei {labita ratione, dccrevrfle
docent; neque proptercSf qui^pian\ a/nobis libere fulcipi pb^e. Tertia cJaflis
illos complectitur, Djeum fapienter, quidem-. verum.fataliter ac necefliirjo
re» omnes' hujuS Univerfi dilpo • fuilTe fentiunt, Sc ex hac-, conffitutione
omnia quotquot {in Mundo 6 unt, neceflaria et perpetua ferre, proficifci. At
quia fati AflTertoresv divtfrfas,. quo 'quifque fuarVi fentehtiam
conft^i-liret, femitas freflerunt i klcirco hon pigeat prxcipuas' .exponere, jc
evekere ‘ vv. •- 'De Fat^i Democrifiip • ' ' Democritus (, e ‘quo fetura quod
demoeritkum dicitur nomen fufcepit) nihil aliud.' prxfer innumeras^ atomos
ihcreatas, Don fuerunt 'confequut*, hinc negatum drju ; nempee collapfi ftmt, .
• -I '. > ac • f. ac diflbluti finguli ijli veteres Mundi. Pofiremus tandem
omnium emerfit hic adfpeflabilis, et iple poft* fæcula diffblvendus. In hac
itaque. •fententia% cum nihil præter brutam niateriam neceffitate fuæ natura?
percitam exiftat/ 'omniaque fingularia Mundi entia neceflariæ fint illius
modificationes, immite, et indeclinabile fatum. omnia agere perfpicuum e!l. Hoc
fatum, quod, phy ficum alii appellant, definiri potefl ; Neceffaria, et bruta
feriys omnium Mundi cauffarum, • atque effe£luum e natura, Sc neceffitate
bciitæ materia; -manans.,. ! • Monftruofe hujus fententiæ refutatio longa non
indiget oratione* cfl ea quippe con» geftus abfurdorum. Nequit materia effe
increata /e^.II.Nequeunt fola; materiz vires ex ejys 'finu emanantes
ouklinatiflimam, et riun-^ quam fatis admirandam Mundi compagem moliri. et feq.
III. Praster maieriam aliæ alius, nalurte fubflantia; cogitatione, &•
libero, arbitrio prxditæ exi'lunt..79. et feq. Equidem hujus ffntentia;
abfurditatem Epicurus, atomorum cacteroquin feftatpr, agnovit ex’ ea parte, qu*
humanam lædit libertatem,Quare illam emendare conatus’, atomis tribuit
declinationis, motum, qui nec certo tempore, . nec- cerfa loci regione eveniret
: ita nimirum abfoluta, et indeclinabilis neceffitas a Democrito* indufta abrumpi
opinabatur. Hanc rationem ( declinationem fcilicet atomorum ) Epicurus induxit
ad tam rem, ne Ji femper atomus gra - ' vitate ferretur natural'i ac neceffaria
^ nihil liheram pohis effet, cum' ita moveretur animus, ut atO" >morum
motu. cogereturvTuUiuti de' f^to c. 10. At quain vaBum, et inficetiira,fit ’ hujufmo 4 i
effugium, nemo non videt. Cdnfulatur 6 $. 1 De Spot(orum-Fato y.,« ' '>»
•..... Fatum Sfoicorutn vulgo 'definitur, "ine* Juftabilis, ’ac.neceffaria
rernn* omnium’ lefies.ex ne^efTaria,& immutabili -Dei voluntate •edo»
'ftituta v. fiuc ulla, ad hutftanam libertatctn accomodatione., ' ‘ ". '
§• pi- Quid fati homine,fibi voJue'rint- 5 foi^ ci, res eft perobfcura adeo:
quam «nequiverint haflenus Eruditi extricare ; id quod- partim ib' lit« bujus
Se£la diirentiohi, partim' locUtionir bus nefeio quid poetici, et erophatici
continentibus tribuendutfi videtur..Te«erzfignificatioriem, Itaque futurorum
eventuum præfagia in ftcllfs contineri, dicendum » .- quam, futile ifiud.fit,
nemo non ' videt. Sane non minus infeite, quam arrogan*. . ter cogitari potuit
I. Deum caslefiia figna, nonntJfiris propriis commodis infervienda condidiffe.
II. Cum confequi non valeamus quam utilitatem illa queant nobis afferre,
temere,^ incogitanter*colligitur,ad prafignificandos futuros eventus
confiitufa/& difpofita fuilTc.Num- • ne pluri maraim^ rerum ad ipfam
tellyrem,no^am pertinentium, quasque proprius nos fpectar^ putandæ fuiit, fines
jiro^ynios minus ex. Plo-. I. ij 5 ploratos- habemus? Certe quilibet fans Mentis
libenter affirmabit, plurima npftram Ip^Ure utilitatem, pofle,. quin refciamus
modum, ratiorfemqtie calleamus. IU Atqui lunt P^netas totidem incolarum fedes
non lecus ac Tellus iioftra, qjji omnes circa Sokm, tanquan^ commune centrum,
torquentur 5. Sunt ve-. ro inerrantia fidcra totidem Soles, nempe centra
filorum Syftematum planetanpru.m tbid. Sid de his in phyficis opportunitls, et
copiolius. " oS. Q.uarn vero fatuum, atqye commentitium putandum lit iid ^
^, oftendunt. I.. Nulla phyfica vi hominum Animt cngi-poffunt ; folis illi
percientur formis, nettipe boni, raalique notionibus; tum neque iftis
rapiuntur, nec indeclinahiliter Heauntur 79. et 8z. II. ^ quam lepida \ enim
ef^, ^ ' fe puto ntft pueroi, qui ad globos i Hos terraqueosy aut igneos hac
ferio referant. Omnem ve- • • ro leptditatem Juperat, quod, infani ampoflores
prcedicant, quum ingenium nojlroritm animarftium Artetis,Tnuri, Leonis, Capri,
atque id egenus altorum calejltbus conjlellationibus, attribuunt Cui. Calum,
Plancta, Stella fixa vel mediocriter nota fuerrnt qtiam ifibac perridkula, ac
putida videri debent. Ego vero nefcio, cur marmorefs fignts •, quibus aut
homines, aut animantia ars humana exprimit, non. fimilher mores nofirosf aut
brutorum animantium tribuamus}' uint.Gen. el. metaph. tom. i. SchoU prop. iSp.
Atqui in fnajodbus ‘Univerfi corporibus univ^faJem, et mutuam vim agnovimus,
qu* gravitat/onis vulgo dicitur! Hac equidem invicem Jntcr /e' agere queunt, et
generati^um feries', quas fingula illa geftant, invicem modificare.* f atemur
uniyerfalem. 'gravitatiobem corporum ' Umv^rfi ; fed nihil iftha»c fententiie
adverfariorum favet, quin immo eam evertit. I. Hjec vis corporum efi, et in corpora diffunditur /
fpiritus nullo pafto attingere poteft. II. Novimus' Illam fequi maiTariim
jlireaam, et diftantiarum duplicatam inver/am rationem ; fit profero hmc, ut fi
Solem,& Lunam exceperis, cztc. rorum planetarum nulla cenfenda fit in
Tellurem a6lib.*quid porro inerrantium fiderum? De i Soleni &. luminis
emiflione, et vi attraftionis in 1 ellurem ^^gendo quam maxime tprreftres
genorationes, corruptionefqiJe mqderari, res ell, qua omni dubio caret. oimile
regimen Lun* attribuerunt Majores poliri, De ‘Fato pantbeiflkq. ')• 100, Fatum
panfheifticum, fivc Spinozifti» cum eft tcrum omnium neceflaria, et immutabilis
feries ex ipfa-Dei natura per eflcntiajera emanationerfi neceffario prqfluens,
Nempe hu'jufce fati aiT^rtorCs^^micam exiftere fubftantiam ponunt,- quapi Deum
"appellant, sujus innume» » raj fiint modificationes quotquot Entia Mundum^confiituunt
; ‘has’ vero modificationes, ca rum ut 'adeo fuerint lunarium’ phafiitm
diligentiflfimi pbferva-' tores : tum Gomeras, rrialorum' colluviem in Tellurem
fiV» pfjefagtentes, fiv% afTefent;ps,-habebant, metuebantquie 'cane pe)us,
angue.. At ex Kecentioribos 'plures utrarnque feritentiam, prayudicii
redarguentes ^ ludibrio. V exceperunt. Quid, fentiam libere edifseram, I.. Qui'
lunarem influxiun abfolute inter præibdicia amandarunt, fatis animum non
intendifse. videntur in rnaris, aflus, qui Lunie motui circa Tellurem a.d
amuflim, refpondentes, ex'ejiifdem attraftione in aquas ufque maris protenfd,,
einni procul dubio repetendi. videntur. Quod fi ita fe 'haber, non video '«ccur
ipfius l!uns vi ne-. queat terreftris atmoiphiera; alternas’ pari viclfiitudines.Cum
vero e ftatu ^ et conftitujione atmofphaiftE pluri, muin modificari queant,
qu£E in nofira Tellure fiunt ptodufliones, prpfeflo prono veluti alveo fluit,
Lunas, vim. phyfiers produflionious aliqpid conferre pofse. Revera ærrefirem
afmofphteram hmx vjjn peffenrifcere ex teorolqgicis obfervationibus Gl. Virorum
Abbatis Frlfii,• et Thoaldl, aftronomias Prpfe.fsoris Patavini conftitit ; ut
'adeo nondifi ex prsjudicio fententia luparis influxus abfolute inter
ptiejilQicla recenfita videatui'. Deinde, etfi me tniniinfe lateat, Lun$ plena»
lucem cauftico fpeciilo coi- ' lectam nullam in mobiliffimo thermometfo
mutationem afiS»rr&, tamen hgud confedum videtur, lucepi e Luna ih '. '.
T-el e / iigS. ' rumque feriem ex 'ejufdern.unitæ fubftantije na- ' tur^ effentialiter
et neceflTario fluere. • V-ide. 46. Hujufce fcediffimæ* labis parentem -faciunt
Xenophanem Eleaticæ IcftjB Principem, quam. de- • Tellurem repercufsani
nibvegerantiiim, et anlnianfium cecononliæ pri/lare pofse : nam rhermometrum
nonnili r«/or/c/ liberi aclionem ollendere, et metiu poteft; at novimus, lucem
aliud onmino efse a calorico, et jaluHmum.conferre vegetantium/, et aniluantium
phyli, ac' fedenus credidimus. Nolim' vero quis cx diclis inierat, me lunaris
influxus patronum eximium, referatque inter -adverlie immoderanrioris
-fenrentix tautories. Ecquis, cui cor ;l'apir, calculo luo probabit-,. qua:
eflutire folent infani et 'inficeri honiines ex fingulis.Luns.quadraturis,
terreftrium phænomenorum vel vicilfitudines, yel pri-fagia fumerttes Quam fego
‘Luna: adiofjeih in Tellurem, agnofeo, generalis prorfus, et liaruta fua
indeterminata, nec non una.eft, et qmdem minima ex innume-. ris caiilfis in.
Tellure hofpitantibus, *qu3E prsfertim in’ calculo' lingularium phxnorænorum
afsumenaa: perpetuo occurrunt. ' • ^ ' . II..Quod vero Cometas fpeflat, nuMus
certa,’ riifi excors pavebit hæp corpora per oblongas ali ypfes incedentia, nec
ab iis quidquam, boni, inalive iperabit, nietlietque. • Fieri autem quandoque
pofse, ut in laudatum influxus fyftema aliquis eorum, adeenseri mereatur, ultro
fateor. Etenim fieri poteft i. ut aliquis eorum longa infignitus *cauda,fuam
trajiciens orbitam in Telluris vici; nia verfetur-; ex quo ‘fiet, ut mutuis
attra6lionibus eoJnm armofphxrx turbentur. Dudum fane Aflfbnomis c(^- •
ftitif-Saturni farellites’ab ‘artraflione Jovis in conjunflione^posirl, in fuis
rurbari motibus, et vicIUJm. Ita ex vijrinia Comets tiflbari poterit Telluris
muJP adeo nihil addere heic putemus, 'ne rem a£l»m reagere videamur.' . G A R
De Naturali y C* Supernaturali Ua*vis mutatio quæ cuilil^t rei continoere
'poteft, IT ex principio, fi. rei interno manat, a^io appel ; ipii. latnr ; e
contrario pajpo dicitur, G a principio eidem externo Gat, nempe ' ex principio
alteri Enti infito ; illud vero princi^um, e qiio a£lio manat, nun^ciipatur.
Singula fpc6Wbi!is Mundi Entia continuas fubire mutationes, equidem cuique
conftat. Quare Gmplices hujus rnundi fubGantize’ ejufmodi offe debent., ut in
fuis occurftbus, et. Gbus pati /jueant, et agere ; *feu patiendi potentia
præditas eflfie debent, et principiq aliquo aftivo’, fcu vi gaudere. Non moror
quidquid in contrarium* ^afferunt OccaConaliftæ. fecundæ hujus theorematis
parti. Vide Ont. feq. Cerre Univerfurrj Philofophd nuHis præjudiciis
præoccupato in fingulis fuis partibus perpetua objicit a6livitatis argumenta ;
atque, adeof».. dubitare nullo • pafto fas ell,* ejus ' ftamina^vi . aai. X .e
oportet aliqua pottat cx fequentibus conditionibus. T Nullam ede in > •
univerfa natura caudam tanta vi. prjBditain. qua! illi effectui producendo
potis sit • If. Sal- '*' • ' ' tem in’ dato cafu hujufmoldi.caudam defeqidc. -
III. Effectum illum ede contra notas natu ra^ Te-, 1 ges / IV. pr*ter notum,
eonfuetumquc orqi nem. Nam cum rerilm naturat cert». liat ac detcrmii • * !
natæ, certafque fingulæ fequantur l^ges^ a qui- ^ bus ne hilum.quidem dehifcere
poflunt-; quo- • -> ties una., aut altera ex, dictis conditiomb.s in ' •
dato effectu occurrat, certi.erimus ad iiniverfam naturam illum haud pertinere.
Q_iiare ite* I rum patet^ fedula opus ede indagine, et accurata rerum
naturali.um.notitia ubi decernendum • fit de naturali, Si fupernaturaLi...
MuJra; qaian- • doque infanum Vulgus inter •fupernaturalia ad'. ! '. ceni rum
hujus mundi vires cohiberi pofTe, quin fuos edant effectus, nil vetat : ipfa
fane experientia perpetuo edocet, contrariarum cauffarum incurfibus vires
collidi, ut ita vel effjctus earum præpediantur, vel omninp alii confequantur.
Quare, quin etiam intrjnfecus fubftantiatiarum "Vircs deleantur, coerceri illas
pofTe a Cauffa extra naturam univerfam pofjta', ne fuos gignant effectus,
intrinfecus eft poflibile. In hac porro hypothcG effectuum confequutio plane
contraria effet confueto nptur* ordini. Quare iterum conficitur, miracula
intrinfecus effe poflibilia. Quod vero adextrinfecam miraculorum polfibilitatem
adtinet, ille tantum negare eam poteft, qui prxter materiam nll aliud exiflere
fiulte præfumit, cujufmodi funt Spinoza, et Athei csteri. Simulæ vero, recta
cogente ratione popimus, præter Ipectabilem mundum Mentem effe æternam ipfius
Mundi Opificem, infinitam, omnipotentem, pleno et fummo jure in res a fe
creatas præditam, nihil dubitare poffumus, hujus vi, et actione innumeros edi
poffe effectus et contra, et fupra Naturæ ordirem. Luce igitur meridiana clarius
elucefcit cum interna, tum externa miraculorum poflibilitas. Sed audiamus
Rouifpjum adverfariis, quibufeum agimus, non furpectom certe auctoi ctorem, 3. ^crlt. dt la Montaignt.
fe. tejl ne Deus miracula efficere ^ idefl poteft ne legibus ab ipfo ftatutis
derogare ? H^e qutefiio ferto
pertrahat» impia foret, nisi »ffet abfurda. " M'. honoris, ei, qui silam
negative folveret, flagris tribueretur ‘ Jatis effiet inter infanientes eum
concludere. Re quidem vera, Ecquis unquam inficias ivit, Deum pofjfe miracula
perpatrare ? oportebat Htebreum effe, ut qiutreretur, an Deus pojfet in.
defetSo menfam ‘parate, 118. Atqui, quam futilia fint, ridicu la, quæ contra
miraculorum poflibilitatem objiciunt profani homines, operæ pretium eft
expendere. I. Inquiunt, nfiracula Dei op[)onuntur irrtmutabilitati : qui
enimODeus immutabilis confiflerct, fi naturæ ordinejn 3 fe fiatutum mutaret? Accedit quod majeftatis
deminutio cft, et confcffio erroris mutanda feciflTe. II. Miraculum eft legum
mathematicarum, divinarum, immutabilium, æternarum violatio; quare miraculum
expreffam involvit contradictionem. irp. Sed facilis ad hæc refponfio. I.
Sicuti Deus æterno fuse fapientix confilio, æternoque fuse voluntatis decreto
natur* ordinem fancivitj ita eodem conftituit, pro certo futuro tempore
peculiarem jn aliqua univerf* naturas parte ordinis mutationem* inducere. Summa
equidem providentia, Sc numquam fatis laudanda ! ut nimirum fopiti mortalium
Animi, eventuum infolcntia commoti/ tum eauffarum naturalium' impotentiam
animadvertentes, quæ Supremum Numen confilia panderet, venerabundi adorare
moneantur.‘^Hinc patet, miracula nedum nihil Divinæ immutabilitati Occurrere,
fed infuper Divinart Sapientiam, Majeftatem, ac Bonitatem iuminopere
commendare. K 2 / %,; rumquc feriem ex 'eju(dern.unica» fubftantia» natur^
effentialiter et neccffario fluere. • V-ide 4(5. Hujufcc fcedilfimæ* labis
parentem 'faciunt Xenophanem Eleaticæ dcAæ Principem, quam. deTellurem
repercufsani nil*vegerantiuin,'& animantium cs(Jononli pri/iare pofse : nam
titermDmetrnm nonnili cjiImici liberi aclionem oHendere, et metiu potefl; at
novimus, lucem aliud omnino efse a calorico, et jalutimum jCon*'erre
vegetantium/, et animantiuni phyli, ac *liadenus credidimus. Nolim* vero quis
cx dictis inferat, me lunaris influxus patronuni eidmium, referatque inter •
adverfte immoderantioris fententix fautores. Ecquis, cui cor ;lapit, calculo
fuo probabit-,, qua: efiutire folent in-. fani et inficeti honiines ex
fingulis.Lunie quadraturis, terreflrium phanomenorupi vel viciflitudines,,yel
priefagia fumerttes ? Quam fegd *Lunuf acteo nihil addere heic putemus, 'ne a£lam rea» gere
videamur.' Dff Naturali, O*
Supernaturali... ^.loz./^Ua^vis mutatio quæ cuilibet rei \Lr contingere
‘poteft, iT ex principio. • ipfi, rei interno manat, appel lator ; e contrario
pajfto dicitur, (i a principio eidem externo fiat, nempe 'ex principio alteri
Enti infito ; illud vero princij^um, 'e qilo aftio manat, ^I^?/■z'K^M
nur.cUpat^r.^ Singula fpcfWbiHs Mundi Enjia continuas fubire mutationes,
equidem cuique conftat. Quare fimplices hujus rnundi fubfiantia:' ejufmodi effe
debent., ut in fuis occurfibus, et iocurfibus pati /queant, et sgere ; *feu
patiendi^ potentia praidit® effe debent, et.principiej aliquo a£livo\ fcu vi
gaudere. Non moror quidquid In contrarium*.afferunt Occafionaliftæ. fecund*
hujus theorematis parti. Vide Om. i- 5 * 5 ^ feq. Certe Univerfurt? Philofophd
nuHis praijudiciis prazoccupato in fihgulis fuis partibus perpetua objici|t
adfivitatis argumenta ; atque adeof dubitare nullo* pa^o fas eft,* ejus '
ftamina*vi aai. aftiva prodita cfle. Principium aQivum Enti internum cum
patiendi potentia copulatum, /dicitur *ejufdem ’Entis :natura. Ita ex.
gr.matufa planftB eft ‘principium ;feu' vis. a£tiva planta! intimam fuam
fubftatitiam pervadetis, qua vjget, efflorefeit, fru6lus* gerit' &c., et
patiendi potentia, qua fubditur aflionl' 'extcrnaru'hi caulfarum, puta lucis,
æris, &c. Natura gen&rattm, ubi quid sit naturale edocetur. • ‘
i'T\Uoniam Univerfum inftar totius • confideratur complcftcntis omoia, . et
fingula entia : pronum eft, ex naturis fingiriorum Entium notionem effingere
uoiverfalis cujufoiam naturæ per omnia fufæ', &* 'Univerfum- percientis.
Hæc itaque''notio ( quod perdiligenter aniifnadvertatur velim ), nihil re. apfe
e(l- aliud, nifi generica quædam a6Iivitatis notjo ex a£li\itate‘fingularium*
mundi entium mentis abflractione comparata Tta, quam dicimus' plantæ, animalis
&c..naturam \ neque 'eft ani^a quædim fingutaris, et per fe con. ftans,
plancam, animal 5 cc. pervadens, et veluti fufa per ifth*c entia compolitaj fed
eft activjtas, qir$ conflatur ex activitatibus fe invicem modificantibus.
fingul 9 rum fimplicium fubftantia^rum, quæ p/antam,. animal &c;
coiiftituunt. '9 $. io 5.* jatn * Aterq qaamgluribus non fat cau- C (autis*^ a
^propriæ imaginationis illufiohe ab* reptis, univerfalis natur* nqrfiine non
idolum ^ noQræ ræntis intelligendum efle placuit, fed* fubftantiam a fingulis
mundanis rebus prorlus diftinctam, per fe conftantem, intime, omnia
pervadentem, &' Univcrlum percientem, Hanc principium Hylarcbicum,
t/frcheitra.Mundi, £»* ihelechiam y. Animam dcniqu* mundanam appel*. læunt.
Nimirum Philofophi iiU Mundum^ veluti iogens Animal habuerunt ex Anima, et
corpore conftantem ex ejus Anima fingu» las* fieri, quas obfertramus, rerum
generationes, atque corruptiones. -Sed* in.definienda.hac. Natura, feu anima
mundana ipfi ejus Patroni, in diverfas abiere lertteittias. Fuerunt qui com.-.
mentiti* anvm* genus mveiligantes ufque adeo Hallucinati Vunt, ut eam Deum
ipfum elfe de* finierint, ut ita Deus fit Mundi MenS, et J^lundus Corpus Dei.
Hos ji Paotheiftis aflidere firmes, profecto non falleris. At Cudworthqs,
doctiffimus equidem Vir, univerfali namr*Sc ' ipfc favens, genitricem et
fi^rit^err, hanc appellavit, elque id muneris a fuo Conditore coinmiffum
ftatuit, ut materi* difpofitionem,-tcm. perationem, et gubernationem fataliter
moliatur.* tum#ordine, et ratione omnia.gerere iftam genitricem naturam pofuit,
ipfam vero, confilio, ratione, et intelligenfia carere. S^d nihil folidi protuliffe
vifus eft Cl,. Vir, quo hanc ' • •.. fuam .(a) In Dijfertatione de natura
genitrice^ qua: legitur poft cap' j* Syji. intel. fuam conftabiliret
feiitentiam. ' Mofhe-. inius /Vi ^otis /toc? fit,, > ' • IG7. Quotidiana
edocemur experientia Ungularum rerum generationes, et corruptione? lub
(hi^rminafis quibufdam, ac' conflantibus coqditioriibus fieri, nec non
determinato quodam, ac cti^flanti modo. Determinatus hicce modus, rerum fiunt
generatidnes atque corruptionesf, determinatæ iftæ &. conflantes, qux requiruntur,
cOnditiones, id. funt, quod Ordinem natura appellamus / ^.cdnfequuti^nejja
rerum, juxta hunc ordinem evenidVitium, natura curjum dicimus. Cum nulkis fit
Ordo abfque ordini» • regula ^, 0«f., proniftn 'efl intelligere, da ri regulas'
-leu normas quafdam, jucra quas Yi* res Entium’ hujus muntii' perpetuo.agant.
Equidem, fi nullæ hujulnfddi flatura; ' forent norrnas a'Supremo CoYidinore
nUllus confiflere pofle.t ordo.’, Icd Chaos perpetuum regnaret. Hz norm»,^eu ordinis
r$gn'!z leyts rfatura ' a^jpellantur.ninc quivi^S effectus a naturjs, leu
viribus . Cauffarum ad' hocce Univerfum lpectantiun> -, et juxta •'præfatas
leges Agentium editus, wj-/»r mitlam peperiffe ^miratur y ts 'qucmodo, equa
pariat y aut omnino quomodo natura par -, tttm animantium^ faciat, ignorat, Sed
quod crebro L?'^?tur De*'a,Pira. Memoria
/ulla pioggia della Mt!7ma caduta /« Sicilia, yidesis Ablh Dominicum Tata.
PioggiA dt pietre mvvenuta nellji cartipagna Santst,. r X ( bvo vldety non
miratur, cur fiat ^ nefcit: ' quod ante non indit ^ id fi evenerit often*um
ejje cenfet. Secundum, quod ad miraculi notionem requiro, eft infolentia/ nempe
non quofvis etFe£tus fuperhatiiriles miracula appellare folemus, Ced qui ob
ir/olentiam, five ratione temporis, (ive adjunft iioim, extra omnem alias notum
ordinem vagantur, et in admirationem rapiunt fpeftatorem.Ex. gr.. ita nemo
miraculum appellabit animæ rationalis creationem et infulionem in humanum
corpu,'^ jam organizatum in matris utero degens, licet omnes fateantur
eflfectum hunc fupernaturalem effc. Graviflima licet folutu facillima heie
occurrit quæftio de miraculorum po/Iibilirate, quampravæ mentis Philofophi
impio conlilio exiufeitarunt. Hi nimirum non veritatis amore, fed revelatæ
Religionis livqre perciti, nihil- ex jecinore fuo decernere dubitant, veri
nominis miracula impoffibilia effe; quæque mitacula appellantur, phænomena
naturalia elfe cen-’ fenda, ex ignotarum caulTarum naturalium concurfu genita.
Longa equidem non indigemus ‘oratione, quo ifthæc lalcivientia ingenia confringa-
• ' mus. Sane I. Subftantiarum hujus Mundi vires finitas efle tum intenlitate,
cum extenfione, extra omnem dubitationis aleam pofitum efl. Qua,^ re infiniti
Innt effectus intrinfecus poffibiles quos naturales fubftantiarum hujus Mundi
vi! res attingere non poffunt. Porro ad hujufmod* effectuum genus- miracula
fpectant. Miraculo ergo funt intrinfcchs poffibilia. II. ' Subfiantia- * • ' ^
ru^m . f.- 14gulas adcurate, non perfpexiffe leges ; fed peculiares aliquas et
ignotas leges notis hactenus adverfari haud poffe, nihil dubitare poflfumus.
Qiiz cum ita fint, concedimus quandoque incerta futura elTe noflra de miracu.
lis judicia, adeoque cordatum Virunr haud przcipitem hac de re fe gerere
debere, immo animis fjepe pendere fummum effe confilium j at alias tam clare
patere miracula autumamus, 8c in ipfps veluti oculos fponte fua incurrere, ut
excors fit oporteat, qui de iis fuum velit judicium cohibere, et irftcr
ftupidps adcenfendus. Ut ecce fi Sol hominis obtemperans voci e fuo ciirfu
defiftat, neque occumbere feftinet. Si ma. ris aquæ ex hominis imperio
fcindantur, et con> tra naturalis aquilibrii legem ftantes liberum, iter
fugienti populo per imum fundum præbeant,: fi hominis cadaver molle 8c jam
fætens in vitam fanum et integrum revocetur abfque ullo omnino apparatu, l’ed
fola jubentis voce ; fi mare procellis, Sc tempeftate jactatum quiefcat illico
et indomabilem, qua furebat, iram deponens, ridentem adfumat tranquillitatem.*
8c innumera hujufmodi, quibus Sacra: redundant paginae. Si quandoque in mundo
miraculum ^*^fi'^i'um, eflfectuumque feries, quæ poft. hac lequetur, alia erit
ab ea, qux futura fuiffet, miraculo non patrato. Nam omnia, qu* in mundo fiunt,
contexte, connexeque fiunt, et singula, qu« confequuntur ex præcedentibus
determinantur Si itaque in hujufmodi connexa rerum ferie aliquid novi
ingrediatur, quod fcllicct non fit ex ipfa fcrie, nova huic adcedet"
determinatio » qua equidem citra !T\iraculum caruiffet. Subfequens ergo ferici
|>ars propter novam fufeeptam determinationem non poterit alia non efle ab
ea, quæ citra' miraculum futura erat. «v lai. Si itaque miraculo perpatrato
fubfequens rerum feries eadem, ac qua; citra mira^ culupii fuiffet, pergere
debeat j nonnifi novo miraculo reftitui poteft. Sane res, quæ miracuio mutatæ
fuerunt, alios atque alios natura fua edid iffent effectus, alia»^ poflmodum
feriern con %quentium conflitu^imt ; hæc ut deleatur, ^cipfque loco reffituatur
Hia prior feries, nifi novo ^llfaculo fieri“ non poteft. ^0 Juvabit, ^uæ mox
diximus, ^exemplo ab horologia petito', illuftrare. Sifigulæ, qu^ in horologio
fiunt mutationes’ ex mech,a-' nica partium ftructura, et politione fiuunt^tum
connrxai funt inter fe, et continua'' ferie fiunt, ut adeo, earum curfus hujus
Mundi curfui conferri merito poffit. Ponamus.minutorum' indicem a fitu, quem
hoc momento obtinet, aliquot minutis retorqueri : id ab ipfa mechanica
horologii structura fieri quideni pugns^, nihil vero vCTat, ab extefna caufia
fieri. Deinde retorto eum in modum minutorum indice, et horarius index
proportionali ter retorquebitur, alia^que fient interius mutationes. l*ofthac-
minutorum', et horarumr fignattones pro quovis tempore diverfæ omnino
confequentiK*, ac fi nulla fact^ fuiffet in utroque incfice ^mutatio •. Qiiod
fi reftituenda fit prior otriufque indicis poil. 1 poGtionum feries pro quovis
tempore, illa Icilfcet eadem,.qu* confequtura erat nulla fafta indicum
retorfione, iterum ab externa cauifa impellendi funt indices, et ad eam
politionem con(lituendi) quam modo fponte fua obtinuilTerit, fi horologio fibi
rclifto', nulla unquam extrinfecus illata fuiflct mutatio. Ita miraculum in
mundo fieri et intrinfecus, et cxtrinfecus pofr fibile eft IIJ*,Sed mirapulo
patrato confequentium eventuum feries diverfa occurret ^b ea', qiiz citra
miraculum fuilfet izt. Hzc itaque fi reftituenda fit, pariter per miraculum
nova rebus inducenda efi mutatio, ut eadem, et eodem ordine redeat rerum
feries, qux per primum miraculum deleta' fuit. Fi»!s CofmihgU» I pAo, p-^-^
f-^-1 r^-n r^ r^ r-^ ff.W/KfiW rit 7. et 8., nec non fenfationum phænomena in
noftra non furtt poteftate 18. Quod ad fecundum fpectat, fenfationes non funt
im mifliones qualitatum ex objettis externis in ‘ animam adeuntium iz.Sc ig.,
neque Mens in fuis fenfationibus- mere paffive fe habet ^ Sed de hac re copioiius
fuo loco. Qua sit [edes principii fensitiva facultate praditi. 22.
'["'Ibrarum irritatio in organis fenforiis X excitata a quavis externa
CauiTa, nifi ad cerebrum ufque propagetur, nullam in Anima lenlationem gignit.
Pridem do experientiam - Sane obtruncetur nervus, vel fortiter ligamento
comprimatur • quavis producta irritatione infra fectionem, vel ligamen, nihil
anima experietur^ illico tamen fenfationem patietur, five ligamen relaxetur,
five irritatio ultra nervi fectionem inferatur. Quare principium fentiens, feu
Anima non ubivis in corpore refidet, et in quolibet organo fenlorio, led in
cerebro, cx quo fuam originem nervi aj^fpicantur. At dua! heic occurrunt
qua»ftiones 1. Quænam eft illa cerebri pars hac prærogativa c£bteris præftans,
ut ad eam fint deferendæ fingulæ fcnfuum irritationes, quo in Anima
fenfationes^ant ? hanc cerebri partem, commune ftnjorium, et Animæ fedem
dixerunt. Qut fenfuum irritationes ex intimis corporis partibus ad cerebrum,
vel potius ad commune fenforium deducuntur ? Quod ad primam adtinet, nulla
cerebri pars pro communi Animæ fenforio flatui poffe videtur. Ut enim aliqua
hujufmodi cenferi queat, illud prius conflare debe^, lingulos’ nervos, quot
quot per fingulas cor poris partes migrant, et lon^e lateque diffunduntur, ex
ea primam originem ducere.-Al nullam cerebri partem hu>ufmodi effe \ recen»
tiflime conftitit ex obfervationibus fumma fagacitate ab Ab. Toffoli captis,
{tom. Xlll- opujcoii fcelti [ulle feien^e, e Julle »Arti. ) Olfactorii nimirum
in duo priora cerebri Ventricula pergunt. Guftatorii ad tertium. Acuftici e
corporibus ftriatis labuntur. Optici e corpore calJofb emergunt. Somniavit ergo
Cartefius cum Anim* federa in glandula pineali locavit : quippe ex pineali
glandula nec unus nervus originem ducit’. 'Idem de Digby dicendum, qui ex
glandula pineali in feptum lucidum animx fe. dem tranftulit. Neque adfentimur
CJ. De la Peyronie, aliifque in corpore xallojo anima* fedem conftituentibus
licet enim hinc emergant aliqui nervi, veluti optici, non omnes tamen. l6. Quo
fecunda! qua*ftioni facerent fatis, Cdduxerunt Nonnulli exemplum chordarum, qux
altera fui extremitate perculf*, illico alteri, extremitati motum fuum tribuunt
; at non fatis penficulate, Sane tremor in unam chordse extremitatem illatus,
ad extremitatem alteram illico’ propagatur, fi tenfa illa fuerit, et in
xjfcillando libera, ab omni fcilicet externo impedimento expedita. At neutrum de nervis dici
potefl:, nullam tenfionem habentibus, et in lui ductu undique irretitis. Alii
vero nervos ha. bent veluti totidem tubulos; quos purior, ac fubtilior
fanguinis p&rs, qpam Jluidum nerveum, et 5c fpiritus animales vocant, perpetuo
implet, ac pervadit. In hac porro hypothefi inquiunt, nequit nervus,
nervulu/que contingi, quin aliquatenus prematur ; neque potejl^ ullatenus
premi, quin ob dijlensionern fpiritus contentus' urgeatur, neque jpiritus il/e
sic urgeri ^ quin pellat ^ feu potius repellat vicinum inflantem, ac pari
ratione advcnientetn ex cerebro • neque ijle porro repelli, quin tota ferie ob'
repletionem, continuitatemque compulfa, fpiritus exi flens ad ipfam originem
nervi, nervulique in cerebrum quasi resiliat- Verba lunt Caffendi phyf, f.
membr. . c. 1. Hujus explicationis exemplum ex tremulis æris undis Ionum
deferentibus e corpore fonoro ad aures, facile eft defumere. Atqui hujulmodi
fententia licet comjnuni voto veluti cæteris verofimilior excepta Iit, Iblida
tamen caret demonftratione. Hac interea utemur, donec melior non occurrerit.
GAP. Nuperus Audior Thouriy in dIfsertatione'Lugdur)enfi Accademiie exhibita,
in qua qusftionem exiendir, utrum atmol'pha:ra eledricitas aiiquid in hunianum\
corpus influat &c. novum hac de re lyflema propofuit. Utraque, afserit, eledricitas, pofsttva nempe et
negativa ifeorfmi in cerebro hofpitarur. Siibflantia corticalis puta pofitivam
continet eledricitatem, negativam vero medullaris fubflantia. Utraque habet
luos condudores, nervos 1'cilicet, quorum alii politiva; eleflrlcitari
inferviunt, alii vero negativ*. Hi ex extremis corporis partibus eleilricitatem
deferunt ad cerebrum ; illi vero ex cerebro ad mufculos, et ad extreouis
partes. SenfatioiTes Menris fiunt ex appulfu ad cerebrum eledricitatis, quam
nervi negativa eledricitati inlerxientes a corporibus in lenfus incurrentibus
rapiunt, ocleruntque ad cerebrum. \iotus ve De Memoria. I j^.Uotidiana
experientia edocemur, Mentem etiam remotis objectis, quibus afficitur, adhuc
fibi prxlentem retinere poffe illorum ideam,. feu notionem. Hujusmodi Mentis
actus coram reti- I nendi ideas, notionesve objectorum, etiam il» lis remotis
ac absentibus, vocabulo contemplationis y^ockio duce, defignamus. Rursus
experientia pat.efacir, Mentem persæpe occafione externæ cauflæ, persæpe suo
veluti arbitratu, et imperio, antehabitas, con. sepultasque ideas, notionesve
revocare. Hunc mentis actum, reminlfcientlam appellamus. Eadem experientia
novimus, Mentem antehabituS ideas fibi recurrentes ut plurimum recognofeere,•
scilicet animadvertere, illas ideas notiooesque haud elTc recentes, sed jam
dlim habuiflTe. Hanc anima: conscientiam, seu anim.i.ivcr;ionem, recognitionis
vocabulo exprimimus. qo. Tres modo rccenfitos Ment;s actus vulgo Memoria nomine
complectimur. Itaque Me. mo vero mufculares cientur ab ele^trlcirate, quam
Anima in mufculos immittit per nervos pofitivs eleflricitati d-'dinatos. Atqui
clariffimus Au6lor in præfata difsertatione ar^qumentum ouidem fui ingenii
præbet, non vero fui fyfiemaris. Ipfemet videtur iftud proponere pro
imaginationis fpecimine ad rem perdifficilem, fi fuperis pbcfet, c:cp!ic
aridam.morla ell illa Anima: lacultas, qiia retinet-, revocatque antehabitas
ideas, ac recognofcit veteres effe. N • -De Contemplatione . *]A yCOtus ab
externis objectis in no-, J.VX ftri^ fenfibus exciti, et ad cerebri fibras
perducti Animam diverfimode 'modificant, live repræfeiitationem aliquam ( quam
dicimus ideam ) five affectionem ( quam notionem appellamus,.),.ingerendo.. j^Quare pronum cft intelligerc, fibrarum
cerebri commotionem eo ufque perdurare debere, quo illa notiq, vel
reprasfentatio Animam occupat. Animaie itaque contemplatio' ex continuatione
motionum in cerebri fibris efi repetenda/ atque adeo ad fentiendi facultatem
fpectat. At continuatio motionum in cerebri fibris duplici ex- cauffa fieri
poteft. 'Vel enim, fortior, et vehementior illata eft, concuflio in' fenfuum
fibras ab externis objectis, et modo cerebri fibræ vehementius commotæ in eadem
fufcepta commotione, etiam citra Animæ impc-' rium, diutius perfeverabunt. Hinc fiet, ut ea-' dem idea vel
notio Mentem five lubentem, five invitam occupabit, et qtfidem vivide. Vel'
fibræ leniter commotæ, ad quietem mox fu a' fponte redirent, quo cafu paullatim
evanefeeret ‘ idea, et notio ; et modo ut in inchoata com-^ motione, illæ
perdurent, Mentis quoddam velu-* M ti '• ' ti conamen adhibemus : hoc conamiiw
fibras in inchoata commotione veluti foventur, con^ fervantur; atque hinc
confervatur, et perdurat idea, et notio coram Mente. Vis, quas in plura
difcerpitur, languefcit ; at in unum colkcta potior efficitur. Quare facile
jntelligimus, eccur ad contempla* tionem faciliorem, diuturnioremqne
confequen> dam,Mens ne ab aliis ideis, et prasiertim fe«« iationibus perturbetur,
cavere debeamus. • r . MI. f » De Remintfcientia t 'I 'AIfficillima occurrit de
reminifcientia inquifitio-. Hanc ineptiffime ^videntur -Metaphyfici vetcreS
perlequuti fuilTe ; quasfierunt enim.* quo abeunt^ receduntqite ideat
nothnefve, cum ab earum contem^atione Mens feriatur ? In ^nima ne, vel in cerebro confepediuntur ad sAnima
imperium rediturai Ecquid funt confepuita idea ? Hiice quasftionibus ineptas
re* fponiiones fuppeditantes, illud quah fuadere vel* Jent, penes Animam
promptuarium eife, in quo ideæ conferventur iterum educendæ ex ejus imperio,
quoties opportunum eflfe judicat, vel ex alia quavis caulfa. Audiant hi
Ciceronem CICERONE (vedasi) egregie cos increpantem',*Qjiid igitur ? utrum
capasitatem. aliquam in xAnimo putamus ejfe, quo tan~ quam in aliquod vas^ea^
qua meminimus infun~ dantur} %Abfurditm id quidem: qui enim fundus^ aut qua
talis «Animi figura intelligi poteft ? aut > quæ tanta 't/fnimo capacitas?
%4n imprirnt qua fi ceram, »^nimum putamus, et memoriam ejff fi' gnatarum rerum.
in Mente vejligium ? Qua pofi funt verborum qua^ rerum ipfarum ejfe vejligia? \
tufc. qq. /. I. c.Ut frbi cavcanf Tyrones ‘ab hifce abi furdis opinionibus,
fufficiat recolere, ideas, notioncfve nihil effe aliud, quam Animæ modifi«
catioiies ex fibrarum cerebri commotionibus genitæ j ut ita ficuti fibris ad,
quietem redeunti-* bus, ftatim illæ Animæ modificationes definunt, ita et ideæ,
notionefve omnino evanefcunt. Cum ergo quæritur, quo abeunt-, receduntque ideæ,
cum ab earum contemplatione Mens feriatur, optimum refponfum erit/ evanefcunt.
Ubi confepeliuntur hi Anima ne, vel ip cerebro ? Nullibi.* nam ab Anima cui
inerant, evanuere. Ecquid funt confepultæ ideæ ? Nihil. De Recognitione. A
Memoriam proprie fpectat, quod jt\. dicimus idearum recognitionem^ Si enim
veteres ideas.Menti recurrentes percipiamus, minime vero nobis confcii fimus,
ilJas veteres effe, nempe eafdem quas olim percepimus, reiterata ifthæc five
notio five perceptio ad memoriam nonnifi improprie referetur. Licet
reminifcienti* cauffam incom pertam adhuc habeamus, recognitionis tamen idearum
facilem explicationem exhibere autumamus. Duo funt principia*, ex quibus illam
deriva, mus. r. Interior experientia, qua a teneris unguiculis novimus
diferimen quoddSm inter ideas, notionefve Menti recurrentes ex reminifeientia,
et ideas notionefve actuali fenfationc in Animam incurrentes. Licet enim verbis
non poffct explicari diferimen' iftud, interiori tamen fenfu difeimus, alior
prorfus modo Mentem affici Cx fenfatione objectorum prsfentium, ac ab 5 deis
notionibufve eorumdem abfentium. Videtur hoc diferimen in eo |»ofitum, quod
fenfatio Animam vividius, ac veluti intime afficiat* € contrario leviter
commoveant ideæ, notionefve objectorum ''ubfentium, et quafi a longe ei
exhibeantur. Lex ilia adfociatibnis idearum, qua fit, ut una recurrente idea,
vel notione, fi. mul recurrant Menti una vel plures aliæ, quo. cunque tandem
modo, priori adfociatæ. Sane recurrat Menti idea, vel notio objecti cujufvis j
five id fiat ex interiori quavis cauffa, five ex externæ caufTæ actione. Vel in
hujus \idea: recurfu excitantur in Mente ideæ ei adfociatæ ex priori
fenfatione, vel non. *Si primqtn • ejuidem objecti idea in duplici illitarum
ferie Menti obverfabitur ; in ferie lci*icet præfentium circumftantiarum
temporis, loci, aliorumque objectorum^ adftantium, et fenfus percellentium, et
in ferie idearum fociarum ex veteri fenfatione, qua; per reminifcientiam
refiaurantur. G,m ergo altera feries, ab altera interiori lehfu dignofcatur
prasc. n. i., facile eft recognofcere, objectum, quod modo Menti occurrit,
alias quoque occurri Ife. 45. Si vero ex alicujus ideæ recurfu ( quacumque ex
caufla hic fiat ), nullæ excitantur ideas focix temporis, loci &c., nulla
fit recognitio, vel incerta admodum, et obfcura, fi nimirum obfcure, et confufe
fuerint excitatæ ideæ focis. Experientiam appello. Hinc efi, quod fi hanc
recognitionem claram, et difiinctam reddere qusrimus, conamur veteres
circumftantias loci, temporis, perfonarum &c. revocare, vel ut alter
commemoret, flagitamus. Hs ides Mentem redeuntes lege adfociationis veluti
ftipantur illam, cujus recognitionem qu*. rebamus, ficque ipfa recognitio
redit. Eadem eft explicatio recognitionis idearum reflexione genitarum. De
Facultate attendendi, et reflectendi. 4^. "A ^^Entem a vividis, claHfquc
five J.VX (enfationibus, five ideis veluti pertrahi, atque occupari; nec non
iifdem libenter cedere, et conquiefeere, quilibet intimo fuo confeienti* fenfu
edocetur. Atqui et interiori experientia non minus conftat Mentem facultate
pollere vividis etiam, clarifqUe five fenfatlonihus, five ideis obnitendi,
quominus iis afficiatur, feque' convertendi ad alias five ideas, fjve
fenfationes etiam remiffiores, et hifcc elicito veluti conamine intenfius
vacandi. Iflud Mentis elicitum veluti conamen, ^uo ipfa fe determinat, ac
defigit in peculia, ri aliqua five fenfatione five idea perfequenda, attentio
nuncupatur; et attendendi facultas illa'met Animæ vis, e qua illud conamen
procedit. Attentionis vero translatio, quam feientes, et prudentes efficimus ex
uno in aliud fucceffive objectum, vel ex una in aliam ejufdcm obje. cti partem,
reflexio dicitur. Facultas adeo refleBendi illamet efl facultas quam attendendi
dicimus, quatenus, nobis animadvertentibus, ac volentibus ^ plura fucceffive
perluftrat objecta % ex uno ad aliud rimandum pergit, reditque ad alterum.
Attendendi facultas alia putanda efl a facultate featiendi, etfi hanc perpetuo
comitem ha. r ; r : tar ;;::tatem ad illam reflectendi revocandam eflc.
RATIOCINARI dicimur, cum idearum A puta et C convenientiam, vel repugnantiam,
vel quamvis aliam relationem intuitive non percipientes, iJIam deprehendere
fatagimus per ioterpofitionem medi* ideæ B. Media porro hæc idea nonni/i ex
reflexione', et analyfi primarum idearum A& C Menti occurrit. Hæc enim me«
dia idea, vel una efl ex limplicibus, quæ in compofifis ideis A et B
continantur • vel ejulmodi eft, ut dum alteram -puta A tontinet, ipfa tamen in
altera B contineatur ex quo inferimus «tiam A in B contineri. Alterutro modo
res fe habeat, evidens efl, Mentem fuam ratiocinationem nonnili reflexione
abfolvere. Facultas generalium idearum nexam, 2^ relationem clare pervidendi,
Ratio communiter appellatur. Hoc fane fenfu Tullius de ofF. 1. i. hoc vocabulum
ulurpavit. Homo enim^ quod rationis eji particeps, per quam confequentia
ctrnrt, caujfas rerum videt, earum progrefjus, et quafi antecejjiones non
ignorat, Jimilitudines compa^ rat, rebujque pr' Huc’ IpeAant ' Ciceronis
CICERONE (vedasi) verba /. 2. di divinat. Sanguinem piutffe ’ [enatui
renunciatum eji clatratum fitniiufn fluxi^^e /anguine : deorum fudaffe
fimulacra atque h(ec ;« lallo plura, ^ majora videntur ti^ mer^il^us ' eadem
non tam animadvertuntur tn pace. ' byterum qutmdam Rejiltutum nomine lauJat 'n
fuo tempore, viventem, qui, et fponte fua, et aly amicis rogatus adeo fe e
fenfibus evocabat, •Ut non folum coram loquentes non audiret, led neque
punctiones, neque inuftiones fuo cor* pori illatas lentiret, nifi cum ab
alienatione Mentis ad fe iterum redib?kt. ^ ^ §. 67. Tandem cum imaginatio ex
facili ^ cerebri irritabilitate dependeat,.confequitur, illam ex mutato
corporis, et cerebri ftatu obtundi polle, nec non obtufam revivifeere. Id cum ex pluribus fieri
queat cauffis, tum pras, cipue ex state, cibo, potuque plurimum pendet. At haud
prstereufidum eft, morbofa aliqua cauffa fieri quandoque, ut imaginatio, et
memoria alias obtufa, et difficilis', vivida fiat, ac facilis ex inducta' in
cerebri fibris fenfibilitate, feu irritabilitate' majori. Nempe,, quas cerebri
fibrs’ olim agitats propter craffiorem; conftitutionem, parvam aut nullam
mobilita tem fulcipientes, minus apt* erant quominus veterem commotionem
renovarent^ modo mobiliores, fenfibilioresque effects, illam diftin-^ cte
queunt renovare ; adeoque, qus olim obtufa difficilis, vel nulla fubjbat Menti
imagi-, natio, et memoria, clara fiet, facilis, et promota. Hinc ftupendi
prorfus phsnomeni rationem' depromere facile poffumus, eccur nempe Rudes, et
illiterati homines febri et delirio correpti plura quandoque loquantur erudite,
et irllomate antehac iplis prorfus iirtomperto; tum hsc iterum ignorant, fi
> N 3 I rio reliquuntur. » 6S. Ad vim imaginationis Mpjierum prægnantium
referunt Nonnulli monflruofos et informes, quos illæ edunt quandoque partus,
tum partuum infolentes macufas. Sed nolim ^ ego quidquam de hac re decernere. e
I — i ^ I I. (Adolefcens quem Prarceptor ;nihil untjuam edocere poruir, quique
nec callebat, ut vulgo dicitur, adjungere adieAivum fubjedlivo, pofl aliquot
dies febris jnalignx, latine loquebatur, nil hsfitans; dodrinas antehac fibi
ignotas recitabant, ideafque quibus eatenus caruerat, egregie edilarebaf.
Medici», fepten. r. i. p« 88. Huart ( !*.«»»« «fcj’£/pr/>j)Ruflicum memorat
bardum, qui ^lirio correptus, eloquenrlflimus evaflt: nec non quemdam famplum,
qui craflillima: licet minervz, et ideis vacuus, morbo tamen laborans,
cordatioris politicas eruditus apparuit. Erafmus italum cognovit, qut in morbi
acce^onibus germanicum idioma, quod nunquam didicerat, loquebatur. Ac.. Hzc
phænomena, et alia huiufmodi quamplura imperite, A olcitanter inter miracula,
rejicerentur, vel magicos efferus. Sola fibrarum cerebri difpofitio vi mOrbi
mutata hos omnes producit effedus. Nempe imprefliones olim habitie, at debiles,
quominus fentibilem gignerent efi^tiun in cerebri fibris pamm mobilibus, novam
majoremque vim nancifcuntur fibra irritabiliori, ac mobiliori per morbum
efledfaj iienti pondus^quod machins rubiginofs adplicitum nullam in ea motum
ciet, extenmlo tamen eamdem in morum agit, f! rubigitie TOlita fuerit, ejufque
axes ex inunco #!fO mobiliores emciaotur. De Facultate appetendi, ejufque '
obje^o '. ubi de dffedibus fummatim. De Facultate appetendi j ejufque ob/eSle.
6 p. ^^Uique ad intimum fuas confcicntiæ fenfum attendenti fequentia liquent.
I. Animus ex quavis Tibi objecta boni, malivi fpecie agitatur * neinpb erga
objectum quod bonum cenlet incJinationem nilum vei ^ invitus experitur/ 'e
contrario, declinationem a malo, et veluti renifum quemdam ad ei ob« fidendum. Illa Animi inclinatio,'& veluti nifus ad
bonum ", appetitionis nomine defignatur / Sc contra averfatio dicitur
Animi declinatio, æ renifu^ a malo ^ II. Quo majus Menti objicitur bonum, ma
lumve, eo vividior eft appetitio vel averfatio/ et contra, ut ita fint
appetitiones et averfationes in directa ratione bonorum, ' malorum ve Menti
repræfentatorum., • III. Appetitiones, et averfationes non fiint in noflra
potedate, nili quatenus Mentem ab objecta boni, maiive fpecie avertet^ polii m
us. Cxterum licetd bonum minime profequamur, malumve fugiamus, intrinfecus
tamen »• quali polient ratione, qua rerum naturam, re-. lationesque
complectentes-, illarum.bonitatem"' malitiamve affequantur. Proinde: in
perfpicqo «ft*, cctur tantum fit ijiter homines ' appetitio ' num
>sVcHOlo6iA 4 T nnim, atque, averfationum difcrimen.Sanc quod uni bonum
apparet, alteri malum videtur, et ^ Contra.'Quod uni voluptatem conciliat,
alteri dolorem, tædiumque ingenerat' 'Ipfi nos fententiam de bonitate et
itoalitia cjusdetn objecti pluries in hora, •& quafi momento tenii poris
pronunciamus, et mox delemus. QuJ in "tanta affectionum, idcarurti ', et
calculi difcre‘pantia ftare poffet appetitionum, averfationumque identitas? [Do
not multiply idetities beyond necssity – Grice e Semmola -- ^ 74- Quæ
appetitiones et averfationes Anima excitantur ex confufa bonorum, malorum- ’ ve
repra?fentatione ope fenfuurn et imaginatio'nis facta, appetitiones carw/j/ex,
feu animales "^diQUtitMT.Rationales e contrario appellantur 'iJlaSjj' quas
Mens concipit ex clara, et diftincta bo-, noruni, malorumve fpecie ipfi exhibita
'a ratione. Porro p^fæpe fit, ut‘qus veluti bo-T na vel mala Menti
reprefentantur ’ fcnfuum et imaginationis- ope, ea itidem' bona vel mala ex
ratione dijudicemus. Hinc 'duplex iq Animo excitabitur appetitio vel avcrlatio,
carnalis feu animalis altera, altera ' rationalis j modo amba;,hæ convenient.
Alias contra fit, ut qua: tamquam bona* Vel mala" Menti fiffuntur fenfibus
et imaginatione, tamquam mala vel bona ratio, decernat. Quare appetitio
carnalis gum aVerfatione rationali pugnabit, et viciffim ^‘adeoque Mens in
diverfa, &.con-, traria dillrahi experietur, et internum, luctamen,
conflictumque patietur. Huc fpectant illi^. ApoftoU verba : Sentio aliam, legem
^ in memltris jneif, repugnantem legi Mentis Nem. Nempe in Apoftoli Anima ex
fenfuum illecebris appetitiones excitabantur, erga objecta", quæ ipfc
Apoftolus averfabatur ut mala ex monitu rationis. 75. Hanc pugnam ut
explicarent vetcreg Philolophi duplicem diffinxerunt appetitum, animalem et
rationalem : tum non uni eidemque fubjecto utrumque tribuerunt, fed diverfis.
Opinabantur nimirum, duplici parte Animam conftare, wtelie£liva, leu Juperiori,
cui appetitum tribuerunt rationalem, et fenjitiva altera, quam inferiorem
dicebant, in qua animalem appetitum pofuerunt. Has Animi partes et revera
diftinctas efle, et fecum ipfas pugnare, veluti Equus cum Equite fyquæ locutio
Platoni in primis familiaris eft j, /autumabant. Atqui- doctrina ifthæc fenfui
intimo, quo eum conflictumMn, uno eodemque individuo fubjecto ineffe experimur,
repugnat. Accedit quod cum ^ Anima fit incorporea et fimplex lubftantia ( ut
fuo loco evincemus ), vocabula partium inferioris et fuperioris, vocabula funt
nihili. De Jiffefiibut •. ' ^» ' A‘ Ppetitio, vel aversatio vehemenjCX tior, 8c
cum infolenti naturæ humanat commotione fociata,' affectus appellatur. Equidem
quævis boni, vel mali reprpfeatatio appetitionem, vel averfacionem ciet': at
aon qu*vis appetitio, et avcrfatio affectus nuncupatur / quæ incitatior eft, et
intenfior hoc nomine denotatur. Affectus itaque nonnifi ex rcpræfentatione boni
vel mali, quod gravioris momenti putamus, pendet, 70« Inlolens humanse natur*
commotio, qua affectum comitatur, ex actione Anima affectu percita in commune
fenforium leu cerebrum gignitur. Ex intimo enim vinculo, quo Anima, 5 c corpus
conibeiantur, quoad homo vivit, fit, ut ficuti fingula corporis commotiones
nervorum ope ad cerebrum traducta Animam afficiant, ita reciproce Anima
commotiones ex reprefentatione bonorum, malorumve genita nequeunt in cerebrum
non derivare, ipfumque determinato, quodam modo agitare. Cum porro e cerebro
originem ducant quotquot per corpus dilabuntur nervi ; hinc intelligitur cccur
ex Animi vehementiori appetitu vel averfatione, concitato cerebro, et nervis,
'infolentes natura humana commotiones oriantur (a). Ita ex terrore pereuHus
Animus faciei pallorem, cordis pal-, pitationem, artuumque tremorem comites
habet. Ex ira inflammatur Vultus, linguli tenduntur, atque convelluntur nervi.
Ex amor* per. Non quavis Anima commotiones io fm^Ias cerebri partes derivant,
neque eodem modo : fed fingula certas, ac.determinatas partes ceijelHi
afficiunt, tk de*terminato.modo. Hinc unguli Anima affe^us determinatos cient
in corpore motus, qui quandoque funt diverfi, quandoque prorfus oppofiti ^
Juxta affe^uum naturam ». et intenfitatem. ' ^ L (. I percurrit mollis flamma
medullas Scc. Hinc in numera phy fica mala, qux fapientes Medici norunt ' Cum
natura fua Mens in bonum te ratur, malumque refugiat, liquido conflat, aflectus
humanam naturam, qualis modo efl, necefsario confeqai. Quid ergo fibi volebant
Stoici, cum affectus, Animi morbos appd-. tlantes, in Virum Tapientem minime
cader^ pertinaciter autumabant ? Num ne fapientia eo, pertingere potdt, ut
hominem fua expoliet natura, 8 c alia prorfus commentitia induat ? At nemo unus
ex Stoicorum familia ad hunc fa-. pientiæ apicem deveni(. Equidem qui in humana
natura deleri affectus optaret, ille et vim qua Mens bonum naturaliter appetit,
refu^it'' ' qqe malum, radicitus ab ipfa Mente avmlfam vellet »,Hoc femel
conceffo, non video, quid, homo a crudo diflaret latere.* nempe hiccine erit
Stoicorum Sapiens ? ^•7p. Atqui human.'> natura, Sc ut fit,& bene fityfibi non fufficit
• bona proinde quibus caret, ^ profequitur oportet, declinetque ^ impendentibus
malis. Bona vero profequi non
potefl, Jiifl ipforum bonorum appetitu incitata j neque mala refugere, et
propulfare, nifi odio percita erga mala, quæ funt inimica felicitati. Sunt
itaque affectus nedum neceflaria humanæ naturæ -confectaria 70., fed ipfi 8 c
ut fit, et bene fit omnino neceffarii_ clatere?. Sunt præterea affectus inftar
vectium „ quorumdam, quibus mirifica in homine ex„.citatur, aliturque magnarum
rerum effectrix „ vis, nec fine magnis affectibus quidquam f gre ‘ « g**cgjutn
> et prsBcIarum unquam ab homini„ bus factum i R^tio in nobis recta, nullo
im« j, petuofiori affectu concitante, conftantius ope„ ratur, et
xquabilius,l'ed eximium qmdqbam, > „ et diftinctum ipfa per fc-fola efficiet
niin’„.quarn. Eadem, ubi natura vehementiffime „ affecta eft / velut erigitur j
ac, licet paullo' turbnlehrius efficit tamen quje mira viderf „ poffcnt’ nafurs
humanæ vires omnes ignoran> tibus. Itaque Plato fæpe fcribit magnorum
vircrufn fuifle neminem fine enthusiasmo ^ quodam^ ideft vehementio riaffectu;
xAnt. Gtnu- ^ T enfis Metbaph. part. tertia, Scbol. prop. 4 ^* Boni,malive
repraslentationes in Mente factæ five fenfuum renunciationibus, five rationis
adminiculo non femper funt ‘ex æquo' conformes realibus concretifque objectis,
qui- " bus ilias referimus. Quare neque., affectus ex. hujusmodi repræfentationibus
'r geniti fempet* proportione refpondebunt bonis, malifque realibus. Hinc
duplex affectuum partitio ex eorum relatione» ad objecta Alii nimirum
"funt veri, alii vero /«/>/. Veri dicuntur, qui objecta realia' refpiciunt, et
ipfis realibus objectis proportione refpondent. F7 damus, quafi nihil ^dhuc ab
aliis traditura . Mentem.humanam infita vi, et natura fujc neccffrtate bonum
appetere, et aver.j ' ' fari malum, fuperius 70..,exporuimus ^ Mp»» nemur hinc,
nos ita natura comparatos, >.ai; ad bonum in genere, feu ad beatitatem
necessario, et indeclinabili pondere feramur,v et miferiam' relugiamus, quin
valeamus vel-, „minirfium obfiftere. Perfpecte prpfecto. Divus Au», guRinus
inquiebat : Beati effe •^olumui, et nti' feri effe non fotum nolumus fed nec
velle -pofo /limus. At quid 'Anima contingat, quum aliqua boni j malive fpecie
afficitur, operæ prætmm eR ex intimo 'conicientiæ fenfu perdili- ^ genter
edtfcere : ipfo enim Magiftro in devia certe haud abibimus.. r. rntimus
confeientiæ fenfus uberrime edocet, quod ficuti ex oblata boni, malive fpe» cie
mox tu Auimo cietur appetitus, vel aversatio A J ^49 fatto in* ratione ipfius
boni, vel mali repræTentati, ita hoii rapitur ab illa fpecie Animus, fed
allicitur, vel t*dio afficitur. Non rapi ex eo I* intelligit, quod cuique
appetitui', averfationi, quoufque durat, efficaciter obfidere* poffe, tum
premjre, et infrenare, evidentiffime animadvertit : %. quod Ipfe fe ad bo'num
perfequendum ciet, fi quidfem perfequafUr, vcl ad malum fugiendum. Sentit Sinimur præclare Tuilius mare fuo tuf.
qq. 1. i. Cw 23. ‘Je moveri, idque dum fentit, illud una fentit, Je vi fua i
non aliena moveri. Animus ex oblata boni fpecie alle£las, ' crampentem mox
inclinationem quandoque extemplo fequitur j alias vero immoratur, &' appetitum
cohibet, ut rationis conHlio adhibito ejC{>fendat, num 'bonum ei exhibitum
revera bo-» /lum fit, atque amplexandum, afl %ero malum fub fpccie boni,
adeoque refpuendum. Inito tandem confilio, et de bp^itate, vel malitia objecti
monitus, fe ad illud perfequendum, vel avertendum ciet: animadvertit vero i.
ipfum fe ciere, hon rapi/ z, etiam 'poflquam perfequi rapit, facultatem
integram defillcndi penes fe, retinere, licet revera non dcfiftat; hanc ut
experiatur, fufeeptam determinationem ex ^rte, vel ex integro quandoque
remittit-, vcl, aliam omnino' diverfam, contrariamve elicit., Cum plura Menti
exhibentur bona, quorum uno tantum potiri liceat, vel plura media ad idem*
adfequendum bonum, rationis ad-' hibernus confilium • fingula undequaque
expendimus, et quidem quo efficere pofTumus accu ratius. et acutius / media
propoGta irfter h, et cum fine comparamus, ut. qu? Gnt aptioia perdilcamus. Hoc
demum inftituto examine Td id quod melius videtur, fe inclinare, feu allici
Animus perfentit; at inclinari, inquam, non 'i nam i. inclinatio illa m attum
non Jodit, nifi ipfe Animus fc cieat, detcrminetaue ad'id,quod melius vilum^
cft amplexandum; 1 quia quovis' pbfito rationis confilio, Mens ‘oildvertit. le
facultatem minus bonum fe determinandi ;.de hac facultate experimentum capere
potett, quoties libet, ut fui' juris eife plene perdifcat. _ V Ex diais
fequentia quam evidentiffime natent. I. Inefle Menti aaivara facultatem, qua
ipfa fe cieat, moveatque ad bonumx pecu?hre perfequendum, ipfa fe avertat. a
peculiari malo Hanc aftivam Anim* faculutem t^ohn^ " IMbulo dkliguamus.
II. Aa.vam fa.-ultatem, nempe Voluntatem ratioms confilio equidem regi, at ei
non lubeffe; rationem Ic«ui ducem et comitem, ipfam vero etfe fui Lminam,
ipfam, f.bi Di vus Bernardus, de grat. ratio data voluntati, ut tnfttuat tlUm,
non up ^cflruai ' deUræret auten /7 nece(fttatem ulla» i^roonere^. UI-
Voluntatem, ^ tionis confilio, deu incitamento, fuam deter minationem
fufpendere polTc,s’immo aliam pominationem mcitamen nere omnino contrariam ei, q
* V. - ritionifque confilium fuadent. LilLt/r momine.intelligimus eam
aaiv/poteht.a, indolem-..90,: nMlU natur* fo* ( V n^ceflState, nec ulla
\extcrna coa6lione invincibiliter determinatur, ad a£liorverq.; redjipfaj fe
determinat, 'ut ita, politis oninibus ^djiagpji^urn. requifitis, queat non
agere, vel,aliud;5^qU9dvi^. a politis requilitis alienum. Qfiandoq^ IJbertatU nomine ipla
a£Hva facultas, præfatx -indolis, et natur» intclligitur,.. f - 4 ' pt. Duplex
adeo Libectas., diftingui folet juxta duplicem neceUttatem ; cui activa poten?
tia fuhjacere poteft. Alia dicitur likfftfl cejfitaie y qu» confidit in
immimitate. a quavis naturali, et interiori vi rapiente» et determi^ nante ad
datam a£tiodem. Altera vero
dicitur iibirtas a, et hase ia. immunitate a aliquo motivo nihil unquam vult,
nihil advefatur. Sicuti ergo lanx ob impolita pondera inclinans nihil in fe
inclinando libera eft, ita nequi' humana Voluntas, quas a motivis perpetuo
determinatur. At
duo præcipue heic reprehendenda occurrunt I. Mentem a motivis determinari. ' ir
II. Lancis exemplum - Quod ad primum f|sew ctat, fedulo hæc duo' toto cælo'
cliverla fecernenda funt : Mentem a.mdtivis determinari; Mentem feipfam ex
calculo mottvonm determinare.Primurd' fi verum foret, actum eflfet de humana libertate.
Atqui’ illud 'ita evideq^ter f.iffum' eft, quam evidens Animum lentire fe vi
fua, non aliena moveri j fe. a' n?oti vis allici. quidem> 1’ed non rapi ; fc
facultatem integram habere cuilibet appetitui efficaciter obljftendi/ ;fuiqtie
juris perpetuo efle. Alterum vero
utique At fjtram quadrare. Sane Lanx nulla aftiva vi eft£x. gr. Qui tonos a
nervo redditos in. ejus tremoribus confiituit, nequit ‘multiplicium, ac
diffimilium tono A norum rationem aliter expedire, nifi per toti* dem diverlos,
ac diflimiles ejufdemque nervi tremores. -Si ab uno eodemque tremore plures^ac
diflimiles tonos effici contenderet, infeite profecto fe gereret, nec» feipfum
intelligeret; quippe in illa hypothefi necelfe eff^URum eumdemque tremorem unum
eumdemque tonum perpetuo reddere. Ita profefto in hypothefi, qua Mens humana
pro materialis fubflantiæ temperatione ffa-^ tuitur: cum ideæ Sc notiones aliud
nequeant eiffe nifi moriones, tot diflin£tas puitiones, atque diverfas
fubflantia cogitans fulcipii>t necefle eft quot diyerfiis, ac multiplices
h:vbet ideas, notionefque. Neqpie juvat' reponere', Mentem ideam B, t. f:. B,
'qui coram adRat, poflc cum; idea A,cu-> jus remimfcentiam, habet, conferre.
Quid enim cft^iRuci ideæ alicujus reminifeentiam habere,, nifi illam ideam
habere præfentem ? Habebit igitur Mens bmul prætentes ambas ideas A dc B. Datur
ergo quod a nobis pofitum eR. Humanat» Mentem haud effe temperatienem btu>
mani corporis, ac pracipue cerebri^ inviBe y demonfiratur. I. externa Objecta
noRri cor?* poris fenfus percellunt, '6brar* rumque irritationes ad* cerebrum
ufque deducun»' tur, mox Anima (enCationes fufcipit. Sed h». fenfationes
phasnomena funt,^ quas tnihibeommune habent cum fibrarum cerebri, St fenfuum*
commotionibus, a -quibus toto c^l» differunt; ^^.iz.ij.Nequeunt ergo efTe ipfæ
commotione^: atque^adeb nec Subjectum cogitationum eR cerebrum, nec Principium
cogitans feu Mens eft. cerebri, humanique corporis temperatio. Ex intimo
confeientiæ. fenfute.videntiflime docemur, Subje6Ium fenrattoaura, quas five*
per unum idemque organon, five per fe invicem modificantibus, 5c collidentibus
compofitam exprimi poteft, II. Indicatio horarum eft indici prorfus' extranea :
' Nobis- comparantibus indicis pofitionem ad va-, ria quolibet noftrum, haud
foret unus et fimplex, fed adeo multiplex, quot funt illæ partes A, B, C. ' IIL
Tertia tandem 'hypothefis evertit et judicii naturam ( num. I. ), et iotinram fenAita
( n. II. ) nec non fimplicitatem, et ilidivifi•bilitatem perceptionum (» iia,
). Regeri haud potefl, quo farta teffa fiat prior hypotKefis, illas partes A,
B, C cpmmifeeri, vel in unam coire, -atque hinc judicium emergere. Non enim,
nifi fumnrKa' ofeitantia, "effutiri ifta queunt. Quid fane iftud cft
commifeeri ? profecto particularum fitus, pofitiooes, et tactus ad invicem
immutari, et pei^ turbari. At non video, qu? hinc fiat idearum particulis illis
feorfim infitarum collatio, et com. plexa omnium perceptio • adhuc enim funt
illæ particulæ totidem diflincta fubjecta, et feorfim 'cxifientia. Illud vero akerum in unum coire pugnat cum
naturali partium impenetrabil itate. Neque quidquam valet, quod incogitanter
alii reponunt, cogitationem non partibus corporea? fubftantiæ convenire, fed
toti fub* fiantiæ : non humani cerebri pattibus, fed ce* rebro,’ quod veluti
unum totum confiderandmfi venit. Revera, quod totius nomine’ defignatur non eft
aliud, nifi Mentis noftræ conceptus, plu* ra fimul fub communi aliquo figno, et
notione, complectentis : atque adeo, quod dicitur 'P-2 *. • ' unum o ^8
psychologia' unum totum eft quid tantum ideale, non reale. Quod reapfe notioni
totius refpondet, eft collectio plurium, qux propriam fingula, et ieparatam
habent exiflentiam, quzque - proinde æque fe habent, five colIe£live, live
feorfini cxillant. Ita' ex. gr. cum inquam, totus exercitus, totus populus
&c., reapfe hifce. notionibus plurium, et diflinflorum fub;e6Iorum
collectio refpondet, quat^, licet collecta,, adeo funt didi neta inter fe, ac
fi forent fejuncta. Si propterea fubjectum cogitationis eft fubftantia
corporea, plurium nempe realium fubjectorum collectio, jure, meritoque
inferenda veniunt abfurda f^ierius notata. Quævis materialis fubftantia naturar
fua eft iners,* modus autem agendi et cogitandi, qui humanæ Menfis eft
proprius-, inerti* omnino pugnat. I. Nonne Mens vi fua, et fua libera fponte
innumeros ii\ corpore gignit tn9tus, aliofque a caufta externa ipfi corpori
imprelTos, vel ex mechanifmo pendentes cohibet, ac deftruit ? Atqui quid efl
hoc, quod obluBatur corpori^ fi ni hU fumus prater corpus? cum fluvius decurrit
in hanc partem, non potefi fua V» aquas fifterey aut retro flevere in
contrariam partem. Materia nulla agit in je ipfam • nulla machina efl fuorum
motuum, confei a ^ ex illa confeientia fuorum errorum torreBrix, et refor*
matrix. Si errat, nefeia' pergit ^errare, donec ad‘ mota manu %Artificis, aut
Domini in flatum reBum ordinatur f et reflituitur. Thora. Burnet (a). II. (a)
De stat, mort, O* refarr, c. J. II, Nonne %Animus fenth fe moveri, iJque dum
fentit, illud et una fenth, fe vi fua non aliena moveri} Vividus'hic
confcientiæ fenfus, cui contradicere nemo, nifi efFrxnati Pyrronii poffunt,
Juculentiflime oftendit, humanam Mentem haud elfe poffe e genere fubftantiaruni
materialium. Ipfe
RoHflojus eo fenfu monitus, hanc veritatem fateri, coa6lus eft. Natura cuique
animali imperat, et Brutum obtemperat. Homo eamdem Jentit imprefftonem,* at
vero ft liberum agnofcit ad affentiendum ^ aut contra obnitendum ; et in intimo
fenju bujufce libertatis ^nimtr fpiritualitas prafertim elucefcit In facultate
volendi, vel potius eligendi, et in bujus facultatis fenfu nibil eji, quod
explicari queat mechanicarum legum ope (a). §.117. Lockius, etfi non e grege
Materiali-,ftarum, fententiam tamen coluit, qua non immerito vifus eft
pluribus, Materialiftarum cauffam indire6^e egiffe.'Haud nempe conftare
pronunciavit, num Deus vi cogitandi materiam ( subftantiam ex mente iua
extenfam, multiplicem, inertem ) inftruere poffit, ficuti vi vegetandi ornaffe
in comperto eft. Certe id opinans, aliquid humani paflus eft, nec fibi compar
extitit : animadvertere enim facile potuiflet, Animx humanæ immaterialitatem (
fimplicitatcm ) fimili argumento conftabiJiri, quo ipfe,,Dei naturam
immaterialem evicit (b)., u8. Porro Lotkianæ fententiæ falfitas ex P 3 ha- • *
l, / J 'V* * /• V » ' ». Dircours sur l^inegalitedes iamiptefJ,part,p,'iQ^ (b)
SJfai pbllof, cone. i'*nttiid, 'hum, l. 4. liancnus dl£)is luculentiffime
patet. Rtvera » > cui no^
conflat, Deum non pqHe', qux fa«C intrinfecus iinpoffibilia efficere ? on$» ^8.
Jam vero cagitandi^ 8 c agendi modus^, qui hu« manx Mentis eil proprius, nequit
ulio pa£h> ConfiHere cum extenfione * foliditate, et drati ' diametros, elTe
inæquales, contra vero ^ æquales diametros circuli. Ita in re noftra, fuf'‘ikit
agnoviffe, cogitationem, fimplicitatem iqi 'Ente cogitante, requirere e
contrario extenfiQ* nem, e pluribus coagmentationem : agendi facul- ^ tatem fua
fponte, lua propria eIe6lione, et quidem libera ( qu* humanæ Mentis eft propria
)- f^X iis, quæ haftenus profequuti fumus, difficile non eft. Mentis hu« ' manæ
naturam et genus definire. Cum enim cogitationes, ac volitiones Hominis
nequeant ef-fc e temperatione ODrporis: Rurfus> cum neque cogitandi, ac
libere agendi vis, quæ hominis e ff propria, fubftantiæ extcnfæ, multi' plici,
inerti,cojufmodi lunt quot quot ad ftnfibilem Mundum (peffant, cohvenire poffit
( art. 3. ): Agnofcere hinc cogimur fubje£fum noftratum cogitationum, et
volitionum effe debere vere, & phyficc fimplex, ac alius prorfus generis,
quani lunt 'Entia quævis fenfibilia. Neque fuipicari 'pofTumus, humanarum
cogitationum, ac volitionum *fubje£lum e genere cfie elementorum corporflm.,
quæ ex noffra fentertia ( Materiali ftis tamen ncn accepta ), funt'& ipfa
phyficc fimplicia,co/. Nam I. corporum elementa fola gaudere vi motrice ftatuimus,
quemadmodum fingula phænomena edoctnt: cogitandi autem vis omnino alia eff a vi
motrice, neque ut ejus 'temperatio quævis interpretari poteft. II. Corporum
elementa funt natura lua inertia : inertiæ autem. pugnat illa cogitandi,* et
libere agendi iacultss, qua fua natu« psy:hologia ‘ ra Mens humana juadet : id
qiKxl ewncit quoI que, neque ex div na virtute corporum elemeB-'* lis
Subjlantia nuncipari. 125. Opponunt Epicurei : I. Anima in ' corpus agit, et
viciflim corpus in Animam. Similis ergo eft utriufque fubftantiæ natura: qut
enim fubftantia extenfa in fimplicem, et viciflim, agere poflet ? II. Animi
ftatus determinatur a ftatu corporis : ægra quippe eft Mens, triftis, lata,
delira &c. juxta diverfos corporis ftatus • et e contrario, pluries
corporis ftatus ex Animi ideis et modificationibus pendet. 12 ( 5. Refpondemus
; I. fubflantia extenja in Jimplicem agit ? (tf) Norunt’ ne melius Ad I nui '
Ii—. II l 1 i a K V Juxta opinionem quam in onrdiogia §. fequut^, fiimus, qu 2
v is fubftantia natura fua.fimplex eft, ipfa, corporum elementa vere fimplicia
funt §.i6wC^/' stantiam ( fcilicet "Mentem ) agunt? In nostra ergo da*
> fimplkitate elementorum tenrenria" evanefcftt omoino iHa' apparens
contradidio, quæ primo occurrit, cum invicem^ conferuntur extenfio, qua;
corporis est proprietas (( nem-^ pe_ phamomenun pendens ex plurium
C0mristenria)^&fimpUeius; qu£ est Mentis.. \ .1 ’ ' •. Adverfarii, quf
corpora invicon inter fe aganf, pufa, qu? magnes trahat ferrim ? Corpus equidem
in corpus agit, neque ttmen de hoc phænomeno adeo fenfibus obvio, tot tantifque
experimentis, et oblervationibu} undique expenib, probabilem, imrao verofimiicm
explicationem protulere. Quid ergo mirum, fi æque ignorare nos fatemur, quomodo
Mens ( fubftantia^firaplex ) in corpus, et corpus viciffim in 'Mejitem agat ?
Itaque infeite nimis Epicurei ex hac «oftra ignorantia contendunt, unam,
eamdemque naturam utrique fubftantiæ tribuendam. Simplicitas certe humanæ
Mentis apodiftice cft dcnionftrata. Evidentibus ne demonftrationibus vai
ledicemus, et in innumeras nos conjiciemus contradi6iiones, quia phænomenon,
cui explicando pares non lumus, occurrit, aftio fcilicet Mentis in corpus, et
corporis in Mentem ?( I -I ' * id) Mons fenfuuih confnetndir» abrepta nihil
follicita 4St rationem, investigate reciproca; corporum inter fk aiflionis^
feque intelligere putat, quod profoiAo non inf teJiipit"*» Deinde
reciprocæ aftionis notio, quam fenfuum ministerio nobis' comparavimus,*
perpetuo stipata occurrit cum' idea fimilitudinis -naturse, Teu generis Entium
inter /e a,{enrium. -ista idearum. adfociarione illuhs, tecl{HTOca Entium
diverii generis inter fe a^io extra communes ideas vagari videtur ; atqui
noonifi fumina infeitia, Si. temeritate inter impolIiblU» rejkl potest * $. *
invenire (a) ? Sed d 6 hac re uberius infra ۥ differam. II. Harmonia, quam
inter Animi, corporifque determinationes, et ftatus perpetuo experimur, non ex
natur* fimilitudine, fed ex qua* dam reciproca utriufque fubffantix
communicatione pendet. Sane cum Homo fit Ens mixtum, feu individuum ex Mente et
corpbre conflans, ejus Au^or Deus utriufque fubflanti* naturas cudit, ac
temperavit ejufmodi, ut mutuum inter eas intercederet commercium, alias biceps
monftrum effeciffet. Commercium i(lud,feu mutua iftæc ani-. mæ, corporisque
Temperatio in eo confiflit, ut nc- • queat Mens, quoufque in corpore degit,
inlitarum fibi facultatum a 6 liones edere, nifi concomitantibus. quibufdam
fibrarum cerebri motionibus.; et c- converfo, nihil queat in corpore ^effici,
nifi affines in Anima refpondeant affectiones. Hinp fit, ut Anima flatura
affumat corporis flatui affinem ; et e converfo, corporis flatus ab illo
lyientis modificetur. Quo Adverfariorum oppofjtionibus aliqua poffer vis
conGflerc, oftehdcn*. dum ipfis foret, impoffibile effe, fubflantias diverfi
generis, et natur* in fe invicem agere, 8c quidem evidentibus rationibus, non
infulfa, 8c ridicula captione : id haud concipi poteff, ergo eft impoffibile.
De Commereto Animam inter Cf, Corpus attentionem ad ea, qusc 'in nobis ij
perpetuo geruntur convertamus, deprehendemus I. Quoties renfuum organa rite
funt -confHtuta, et actione 'externorom objectorum pultantur, toties Menti
etiam n» appellatur. Præter hxc tria ^ nullum aliud lyftma nec eife, nec
concipi poffe y videtur..... 4. Tria Jsc fyljcmata copcinna >fimilitudine,
e-x duobii horologiis conlonantibus petita, illuftrari pount. Triplici equidem
ratione fieri poteft, ut do horologia lint inter fe con. lonantia: i. per
ifLuxum ^ fi nempe fecerimus, ut alterum in alrum 'agat ; alterum alterius
motiones excitet ac determinet. %. Si quadam præordinafione it fapienter eas
machinas perfecerimus, ut lingip luas exa£le legei fequentes, et quin in fe
invjem agant, barmoriite fihi perpetuo refpondeani 3. Si opificem operi cwnitcm
vigilem, ac perriuum 'adjiciamus, qiri fiugulis momentis alterii motum unius
motui» attemperet, 3 c alterurex altero dirigat Erit modo opifex harrniæ inter
utrumque horologium intercede s efficiens CaulTa, ipfa Vero horologia
cauffauafionales. ff i • / V'' i ' sAdfi flentia SyfleMa.expendhu* f' ac'
refutatHr. O Yftema adfiftw*ntk _^Malebranchium ‘ primum habet Aiflorem. Nc»
torporm ( ita ille )non poffunt vera Cauffa ul' ' lius rei, Mentes etiam[
uciiiflima i» eadem ' verfantur impotentia. Nihil loffunt cogttofcere, nifi'
Deus illas > illuminet. Nhil poffunt feriti're i nifi Deus- illas modijeet.
Nihil pof' JuMt velle'' ^ nifi Deus ipfas verjus Je moveat, l' ‘. Cauffa naturales nor. funt
vera eaufl ' t f a. Nihil funt \ quryn. Catffa oceafionales, qua non agunt, nifi vi, C? efficacia voluntadivina..
Hinc igitur concludendum efl, homines quidem.velle (movere trachium, fed Deum
> Joium poffe, O" noffe illud nOvere. (a) r ^ 1^4. Alii moderatius
opinantes lolam vim fentiendi corporis modificationes Animæ dene* . gant y et
vira corporis motricem. Deus ; in* ', 'quittht, fenfationes Animat ingenerat ex
occa. ” ^iione motionum corporis, nec non. motiones in corpore ex occafione
volitionum, et affeflionum • Animæ, idque.conformiter legibus a.fe fiatutis: ^
Cæteras vero ideas ex (enfuu!n motidnibus miinæ- pendentes ipfa' libi Mens
cudit meditatio ne, abfiaa^ione, ratiocinio ''&c. ex antehabiris tdeis a
Deo imprciTis occafione motionum corpo. * i ' t-i r (a) Hecher. de' la veriti
lib. fiuiem, chap, traif. /econd,>part. bG rfoph»nti vacuum, ac prorfuS
ebramentititim videri" iftud OceaGonalidarum fyfteln^i’hihil dubito.
Equidem, ut merito inquit Tullius, magna flultitia efi earumterum- Deos facere
effe£hores\ 'Cauffas 'rerum nort quterere - quidquid enim' oritur, ' quaUcunque
ilm tud sJt, cauffam 'hSbeat a ' natura^ neceffe eji. Sane Philolbphf V^ferum
naturaliurii’' -cauffas ia« quirentes, haud Gbi proponunt primam', et uni«
verfalem Cauifam determinare ( ecquis ignorat) rerum omnium Caudam primam, et
univerfalem Deum eflel ), fed aliam pratter Deum quæ» runt, quæ Geuti a ‘Deo
ipfo exidenttem lufce* pit, ita et ageriiii" facultate’ ab-e^em>
prajdjta i propria, et i m mediata -phyGca actione effectum producat. ‘Porro in
'syflbmate-* adGftehtiæ" omnis bujurmodi caufla fubmovetur, Deus in raa*
chinam advocatur. Vacuum^ proiade eft. hujufjmodi (ydfema’^, &“ philofopho
indignum Nonno deridiculus eflet^^qui interroganti eccur Magnes trahit ferrum*
eoalr" Maris aquas pene lenis quibufque horis '-intumefcaht, tu*!!!
alternatim, ^tumclcant, gravittr refponderet, id ex ea ‘ Q.'' iti i, Dt'
divinat.^ Si fieri, quod Deus, juxta ftatut.m fibi ipfi legem, ad magnetis
prælcntiam, ferrum ad magnetem ipfum propellat, aqu s vero maris alternis
vicibus elevet, ac deprimat ex occafione determinati aipe^us Luræ ? Ecquid
philolophia iflEæe muliercularum infciiia, omnia ad immedia« tam Dei virtutem
referentium, piæflaret? 1^6 Atqui, inquiunt, iniolubilis. alias eft nodus
commercium Animam inter^ et corpus. QuaG
nempe in adnilentiæ fyftemate perdifficilis hic nodus folvatur, non amputetur
potius. Jam vero, quod Animæ, et corporis commercium fit, phænomenon
inexplicabile, id trguit quidem,noftram ignorantiam, non, vero naturalis
caiiOæ- deft£lum. Confer ont. - Deinde fi corpori.^ motiones nihil omnino
conferunt ad diverias, Animi perceptiones, cui ufui dicemus fabricata fenluum
organa ? Nempe,! inquiunt, iunt fenfuum organa eo refpe£fu, neceffana, ut ex.
horum mutationibus, tanquam occsdk)nibus,.Deus juxta generales a ie fancitas
leges determinetur ad Animaro diverfifnode modificandam:. Sed iUi^d yelim
edoceant Occafionalilts,. mptationes, quas fenfuum organa fubitura Junt fiupt
ne asione circumflantium, ac prementium corporum, tel immediate a Deo cx eorum
occafione ? Si primum afTe> runt, jam cau^m produnt :. tribuentes enim corporibus
a£f ivam- vim, qua inter fc agere queant, nuUo jure feofihus, deqegare pofTunt
activam vim, qua in Animam agant. Alterum vero fi- fateantur. ( ut fciiicct
ipfi jGbj fint confentanei ), inutilia efficiunt fenfuum, organa * quippe ex
occafione circumflantium corporum 'poteft Deus illico fenfationes in Animam
immittere, quin fenfuum motiones, ab iplb Deo>excitiaDdat intercedant.
Nimirum in adverlariorum fyftemate circumdantia corpora lunt occafiones, Deo,
ut motiones in fenfuum organis excitet ; deinde ha: motiones funt rurlus
occafiones Deo, cur fenfationes in Animam immittat. Non ne breviori via, &'
fapientiori confilio faftum. effet, fi 'leniationes immediate circumdantium
corpo' rum occafionem fequerentur ex ipfius Dei aftione, quin fenfuUm. motiones
intercederent ? Sane non funt multiplicanda, entia fine necelTitate, et
fi^uftra fit per plura, quod fieri poteft per pauciora. Vel ergo. Deus
inconfulto egit hominem fenfibus ornanda, vel noftrorum fenfuum, totiufque
corporis exiftentia ludrica rescft. Con^ fer quæ diximus in nota iTq. ont..>
; 1. iir.. ' i ' ' Harmonia praflabilita fyflema a Lelkniti», . propqfitum’
exponitur y atque rejicitur.. i tV.' 1 i ; ' ' ' r i » i ' . T Eibnrtius, Vir
et acumine, et fub^ ri*'-'!- limitare ingenii. nulli certe fe^ cUhdus, quo
mirabilem Mentis, et corporis hatH moniam expediret, ita philofophatus eft. t
Et r. quod ad Animas. fpe£lat, pofuit,i. Hominum Mentes vi fibi repræfentandi
Univcrfum prædiras efre,& quafi mappam cofmographicam. interius geftare ;
Nempe efle in continuata ferie cogitationum, et appetitionum ie ita excipiens
Q, 2 tiura. ^4
PSYCHOLOGIA tium, ut quævis cogitatio contineat fufficfentem rationem
fubfequentis : et quivis Animje flatus antecedens gravidus fit pofterioris. 2.
Quamlibet Animam cx fua effentia, ac natura propriam habere cogitationum, et
appetitionum, leriem, et cur potius talem, quam alteram.• Hinc Mentem automaton
fpirituale dixit Leib; nitius., II. Quod vero humana corpora, refpicit, cen-
fuit, I. quod vis corpus automaton effe vi, fibi. propria, et fua natura
fingulas. fubiens motio-, nes etiam in continuata ferie, ut adeo quzvis:
antecedens motio lufficientem habeat -rationem fabCequcntis : 2. nec noq ex fua
natura habere, ut talem potius, quam aliam feriem motionum ceperit,
profequatur, modificcfque juxta varias circumflantium corporum actiones, et
cpnve-r njenter legibus mechanicis. III. Hilce pofitis principiis ita
profequutus eft. Deus infinitas numero Merttes, et corpora fibi quam
diftinftilfime repr*fentans, prxordinavit, eas': Mentes V caque Corpora
confociai^, .quorum feries. operationum ac.flatuum perpetuo harmonicæ elfent,
et apprime confentientes, Ex hat perfeftj operationupi utriufquf autotna^ ton
harmonia fieri cenfiiit, ut videatur Anima in cqrpos-agerC, et vicilfim. At
vero nihil inter fe mutuo agunt ; utrumque quam cepit ex lua natura operationum
feriera, camdem vi fua perfequitur, et independenter a vi, et operationum Icrie
alterius, quin nimirum, alterum in alterum agat: et ita, quidem, ut ufraque
fubflantia. feu Autpmatop4^ Mcns fciJicct.^ corpus, eamdetn; operationum feriem
cepiflTet, ac deinde perfequeretur, etiam Ci fejun£lim' altera ab altera
exifteret, vel nonnifi alterutra tantum condita fuiflet. Ingeniofum equidem
inventum, at extra communes ideas ; et quod nulli fuperex» fru£lum rationi,
mere eft hypotheticum : Id quod et ipfe ejus Au£Ior, et acerrimi propugnatores
WoJphius, et Bilfingerus ingenue funt falli. Sed expendamus utrum hominis
realis naturæ, et phænomenis conveniat. 140. Principio ponitur in hoc fyftemate
Mentem in continua verfari cogitationum feriO, quarum quælibet rationem
fufficientem fubfequentis contineat / id porro eft, quod hominis realis
phænomenis pugnare, et fine fufficienti ratione pronunciatum efle, perpetua
experimenta quemlibet uberrime edocent. Adpofite Qe*. nuenlis ; fumat quis i»
manus Itxkum aliquod lingua alicujus, catalogum plantarum \ animan* tium, aut
aliarum rerum, di£iionaria artium, fcientiarum, bifloriarum j intra- horam
percurre» re poteji duo millia verborum idearum inter fs nullo modo connexarum,
plantatum dljffimilium. animantium y artium, faStorum, hominum illtiflri* um.
Quis ia omnibus his dixerit rationem pojte* rioris idea aut pereeptionis
contineri in anteric» re y et non potius in imprejfionihus in fenfibus \ aut
cerebro faflls ? Ex. gr. lego hac verba y '%/fa» ron,,Ari/lides y ^ri/lippusy *
4 verrobs y Buflris y Bucephalus, Binckerfoek, Bilfingerus y Cedrus Cafar y
-Cefenates.^ Centaurus^.David y Delphus; Dido, Dantes, totidem,\obverfantur
menti Q.‘i De Commento Animam inter &. Corpus attentionem ad ea, qua;
"in nokis iJ perpetuo geruntur convertamus, deprehendemus I. Quoties
fenfuum organa rite funt -confHtuta, et actione 'externorum objedto» rum
pullantur, toties Menti etiam nolenti-* pras» fto occurrunt eorumdem notiones,
et quidem > vivldai, vel confufæ in ratione irritationum in ipfis fenfuum,
organis factarum, et ad cercbratn ufque productarum' II. Etiam Corporis.affe»
ctiones in Animam redundare videntur,-_Mens nempe (latum adfumit corporis
(latui afHnem 4 ita ex. 'gr.' 'læta eft, et viribus erecta-, (i corporis
temperatio vegetior (it, et valeat • tridis e contrario, 5c veluti dejecta^^
corporis temperatione 'ientcfcente, torpentrbufque viribus; ha. bilis expedita
in fuis obeundis operationibus, vel e contrario tarda, ac incerta,' juxta
æquilibratam', Vel turbatam fui corporis conflitutioncm. ' III. VicifBm. Ex
Mentis arbitrio extemplo’ torporis membra' motiones lubeunt, quæ nie-'^
^anicJt- eorum (Iructutæ fuiit conformes, et io his r.|nvdiu durant, quatmdiu
'Menti libuerit. • ly. Nec' non Anjmj jdta:,& affectiones pluTimum
modificant corpus', ut adeo in corpus ipfum manare videantur. Sic animo ira
concitato rubent oculi, faciei et totius- corporis niu, fculi^tcpJunrur.
Invidus alterius macrefcit rckus opirarn: &t..'-r, i»8. Hzc phainomena ne
dum miram intercedere harmoniam oftcndunt Animam inter et corpus; fed et mutuam
dependentiam ftatuere videntur, nec non arctiliimum vinculum, quo invicem inter
fe con(ociantur. Equidem vinculum iftud, quodcumque tandem fit, ficuti præter
noftri arbitrium feniel conftitutum cft:, ita prjeter noftri imperium, qupad
vivimus, pergit, ac tandem diflblvitur. Ffthæc liartnonia, qua Animi
affectiones, notionelque'* apprime rdpondent temperationi, ac motionibus
corporis ab externa cauffa illatis,* et qua vicifiim corporis motiones atque
ftatus, ideas, affectionefque Animi, feqUuntur, commercii nomine venit.
Perdifficilis heic occurrit inquifitio; qui Commercium iftud Mentis &'
corporis ablolvitur? Difficultas maxima in eo primum con* fiftcre videtur, quod
Mens et corpus fint. naturæ toto cælo diverfæ ; deinde, quæ funt corporis, et
fibrarum cerebri motiones, excitant in Anima perceptiones, notionesque ^ et
viciffim, quas funt Animi ideæ, et volitiones, in corporis fibras, et membra,
motum cient,. 'Definiuntur hypotbefes, ^ua hlfce fuperjirui pojfunt
Metapb/fieorum fyfiemdta ad exptieandum Mentis humana > et Corporis
commercium. y* mirabilem harmoniam Mentem humanam inter 8c corpus expen^ ».
dens, ejus rationes inquirere fa i * tagit, protinus agnofcit jnonnifi alteram
duarum sequentium 'hypothefiura pbfle affumi. I!, Vel nempe realem quamdam, et
reciprocam in« ter utram que Tubllantiam actionem intercedere • ^ ut adeo Anima
fua propria actione corpus mo» dificet, ac moveat: Sc viciflim corpus in
Ani®i^m agens illam di verfimode aihciat, variafque excitet ideas : Vel II,
nullum intereffe reale commercium • Animam inter et corpus, sed 1 tantum
apparens • ut ita nulla fit Animai in, corpus a^io, et vicilSm corporis in
Animam, Jicet^ ftabilem in utriufque fubftantiæ ftatu harv^moniam confiftere
deprehendamus •'*, ' ^ Syftemata,qux priori hypothefi inædificantur ve/ pbyfici
influxus de nominari merito poffunt, Altera vero hypothefis ad duo diverfi
genens fyftemata abire cogit. V^l enim deveniendum eft ad quamdam
prseordjn^tioncni a fupremo rerum omnium Opifice faflaip, qua dua! fubftantije,
Anfma et Corpus, propri'i quidem vi, at fcorfim, quin altera ab altera ullo
pa£lp pendeat, Tuarum aftionum fimilem -.A. « • 8c confonjtn lenem perhcientes,
invicem lint confociatæ. et lyftema iftud harmoma ^rajlab‘f litte nomine
defjgfcatur. Vel ftatuendum cft, Animæ, et Cor|^ri perpetuo adefle. vigilem et
fatis potentem Cauffam, quse juxta corporis flatum', fingulafque fenluum
determinationes, Ani- mam fimiliter afficiat, et conlonas iii, ea gigrtaf ‘
notionesj ac vicifim, juxta diverfum ' Anirr.as ftatum, ejufque dverlas
determinationes limilitcr modificet corjbus, et varios in eo motus cieat' et
hoc syft ma adfiftentite, vel- caUffa» rum occafionalium appellatur. Præter hæc
triai,.» nullum aliud lyftema nec effe, nec concipi pofIc y videtur.., t. 4. 131. Tria h*c fyljcmata concinna \fimili- t
tudine, ex duobus horologiis conlonantibus petita, illuftrari poffunt. Triplici
equidem ratione fieri potefl, ut duo horologia fint inter fe coa» lonantia: i.
per influxum^ fi nempe fecerimus, ut alterum in alterum 'agat ; alterum
alterius motiones exciret, ac determinet, a. Si quadam præordinafione ita
lapienter eas machinas perfecerimus, ut lingulaz luas cxa 6 le leges fequentes;
et quin in fc invicem agant, barmoniee fihi perpetuo refpondeantj Si opificem
operi comitem ' vigilem, ac perpetuum 'adjiciamus, qui lingulis momentis
alterius motum unius mgtuir^ -attemperet, et alterum ex altero dirigat ‘. Erit
modo opifex harmoniæ inter utrumque horologium intercedentis efficiens Cauffa,
ipfa Vero horologia cauffa accafionaUs. n mod» ' corftrx ( ita ille )noa
poffunt 'effe verg Cauffa ullius rei, Mentes etiam' uobHijfima in eadem ’
wrfantaf' impotentia. Nibil poffunt cognofcere ^ nifi Deus itlas^ illuminet.
Nibil poffunt 'fentire / nifi Deus- illas modificet, Nihil pofjunt velle'- ^
nifi Deus ipfas verjus Je moveat. . Cauffa naturales non funt vhra eauf'V fie Nibil funt \
qutyn. Cauffa occafionaies, * qua non agunt, nifi vi, et efficacia volunii'
divina... Hinc igitur concludendum efi, ‘' homines quidem. velle ^fio ne
motionum corporis, nec non. motiones in corpoM ex occafione volitionum, 8?
affeflionum ' •Animæ, idque^conformiter legibus a /e (latutis: ^ CaiTtras vero
ideas ex ienfuum motidnibus mi^ ^1» ime- pendentes ipfa fibi^Mans cudit
meditatione, abflEaSro&e, ratiocinio &c. ex antehabitis tfdeic a Deo
impre,flis occafione motionum cor poRecber'. de la veriti lib. fiteiem. chap,
treif. fecotui.-Part, t b,’.C *i’'‘i 8^ pdris Atqui Alii lyftemati caulTaruni
occafio» nalium tenacius ‘adhærentes, has ipfas ideas a Deo 'infundi perhibent
oc inodi lyftfema ; et philofopho indignum.' Nonno deridiculus effet'''qui
interroganti eccur -Magnes trahit ferrumi' eocilr” Maris aquas pene lenis
quibufque horis '-'intumefeant, tum alternarim ^tunfielcant, graviter
refpohdcret, id ex ea ' ' Q ' " ' • -fie .(a) '• JL' i. De divinat. fieri,
quod Deus, juxta ftatut,m fibi ipfi legem"'*, ad magnetis prælcmiam ferrum
ad magnetem ipfum propellat, aqu s vero maris alternis vjcibus elevet, ac
deprimat ex occafione deter« minati aipecfus Lunse ? Ecquid philolophia i
Illise {nuliercularum infciiia, omnia ad iromedia^ tam Dei virtutem
referentium, pt*Haret? i^S Atqui, ir^uiunt, infolubilis. alm eft nodus
commercium Animam inter^ 8 c corpus. QuaG nem,pe in adfiftentis^fyftetnate
perdifficilis hic nodus Iblvatur, non amputetur potius. Jam vero, quod Anim*,
et corporis commercium fit,ph*nomenon, inexplicabile, id trguit quidem
vjnoftram ignorantiam, non,vero naturalis catUiæ defe£lum. Confer ont. jzp. -
J37. Deinde fi corpo^i$ motiones nihi^ omnino conferunt ad diverfas, Animi
perceptiones, cui ufuj dicem.us fabricata fenfuum organa ? Nem{%,: inquiunt,
iunt fenfuum organa eo refpe£lu. nccefTari», ut ex. horum mutationibus, tanquam
occafiunibus, Deus juxta generales a fe fancitas leges }i MenS;fcili.cet et
corpus, eamdem.: operationum feriem cepiflct, ac deinde perfe* queretur, etiam
fi fcjun£lim' altera ab altera exifteret, vel nonnifi alterutra tantum condita
fuiflet. Ingeniofum equidem inventum, at extra communes ideas ‘ 8c quod nulli
luperex» fruftum rationi, mere eft hypotheticum : Id quod et ipfe ejus Auftor,
et acerrimi propugnatores Wolphius, et Bilfingerus ingenue funt fafU.Sed
expendamus utrum hominis realis naturæ, et phænomenis conveniat. §. 140.
Principio ponitur in hoc fyftemate Mentem in continua verfari cogitationum
fcric', quarum quælibet rationem fufficientem fubfequentis contineat,* id porro
eft, quod hominis realis phænomenis pugnare, et fine fuffirienti ratione
pronunciatum efle, perpetua experimenta quemlibet uberrime edocent. Adpofite
Qe*ruenfis : fumat quii in manus lexicum aliquod lingua aticujus, catalogum
plantarum, animan* tium, aut aliarum rerum, di^ionaria artium, fcientiarum,
bifloriarum j intra- horam percurre» re pote/i duo millia verborum idearum
inter fe nullo modo connexarum, plantarum dlffimiliuni. animantium y artium y
fa Siorum y hominum illujlrt^ um. Quis in amnibus his dixerit rationem pofie»
rioris idea aut pereeptionii contineri in anteric» rcy et non potius in
imprejfionibus in fenfibus i aut cerebro faSlls ? Ex. gr. lego hac verba, “i^a*
tony tAri/lides, tAriftippuSy *AverroSsy Bufiris, Bucephalus, Binckerfoek,
Bilfingerus y Cedrus Cafar y Cefenates..y Centaurus^ Davidy Delphus, Dido,
Dantes, totidem.\obverfantur menti perceptiones y efl autem quis Adeo ineptus
qui di» cat y rationem Jufficientem notionis ^ 4 rijlidis efft in perceptione
fuwmi Sacerdotis » 4,ironis, */Triflippi notionis in i^rifiidey -^-verrois in
x^ri/lip^ po &c,.... niji hac componant Leibnitiani y fciant y neminem effe
adeo incogitantem, qui hac Jibi velit perfuadere. Sunt, inquiunt, rationes ^
uf^ fidentes, quas non pervidemus,* fci licet ita lu» dere cum pueris potuit
renatus Pythagoras, ut jis una e(fet^.rat'Oy ipfe dtxit e at philofophis ut
nova doSlrlna perfuadeatur, rationes faltem pro habiles reddenda junt rhefim
rcfta in iciealifmum, tum et egoifi mum ducere. In animum quis ponat luum,
Mentem automatoA elfe ejulmodi, ut vi et na. tura fua independebter a quavis
extrinfeca cauffa in fua verfetur perceptionum fcrie, undcnam refcire poterit,
fpe£labilem Mundum, ipfum* que fuum corpus exiftere ? Perceptionum feries,
utpote ex Animi natura manans, eadem evolveretur etiam fa£la hypothefi, qua
nullus exifle* ret Mundus, nullum ^corpus, nulla alia Mens. Equidem Animi ideæ
realem libi vindicant exiftp^tiam, funt quippe iplius Animi modificationes,
quas interiori fenfu perfentifcimus atque adeo de ideali Mundi exifientia certi
efficimur. Sed cum hæ ideæ nullatenus ab extrinfeco pendeant, nullatenus
conftarc poterit, extra ipfam Mentem cogitantem aliquid reale exifiere.
Caujfalitatis jyfiema Peripateticum exponitur^ et exfufflatur.,. .,^^
AufTalltatis, feu phyfici influxu» V y iyflema a.Peripatericis peflime « Sc
portentole expofitura i. duplicem Animas tribuit intelle6Ium, agentem unum,
patientem alterum ; i. duplicem pojnit idearum, feu fpecierum naturam, quas
imprejjfas dicunt, et expreffas. Hifce pofitis principiis, ita rem expediri
putant. Externa objecta ftatim ac in corporis organa fenforia agunt,
commotionem in fibris excitant, quz ad* cerebrum illico perducitur. Hanc
fibrarum cerebri commotionem ideam materialem, et fpeciem imprejfam dicunt.
Imprefla ifth*Ec fpecies ab agente intelleHu arripitur, et fpiritualiratur, feu
in ideam vere talem, et perceptibilem convertitur, et in inteU ie$lu patiente
exprimitur, a quo propterea percipitur • et hasc vpcatur idea exprtffa • Simili
modo ungulas corporis affe£liones Animz communicantur. Quod vero fpe£lat
corporis motiones ex Animi imperio derivantes, inquiunt, vim quamdam ‘ex Anima
in corpus manare, et eorporatig^ari, ejufque membra agere juxta determinationem
ab Anima acceptam. 145. Portentofam opinionem expofuifle, confutafie eft :
neque enim operas pretium cft in ea diutius immorari. Alias ergo concipiendum
cft caulTalitatis fyftema. Cauffalltatts fyjlema novo conamine expomtut,
quidque tandem fentiendum fit de *^nima, Cr corporis commercio edocetur, 146. T
Ictt cAuflaiitatIs fyftema feffime Gj i A a Peripateticis expofitum, Gaud tamen
ab eo recedendum videtur j fed potius novo conamine, fi Superis placet
purgatiori philofophia duce adriiti debemus. in eo, adornando. Sane cujufque
phænomeni-'fua. fufficiens ratio effe debet. Cum ergo ratio fufficiens har*
moniæ Animam inter-& corpus nequeat aliunde derivari, quam ex altero trium
fyftemafum, feft cum coV. S cum ad hominem conftituendum natura fua fi
deftinata. ;a. ; /«mnrU in ir. Quod vero fpectat " Animam, quid pugnat
aflerere, A”'™" ' effe natur*, ut affici queat actione et tempe ratione
corporis, ejulque y.m terminari ad vi T l^cu c)us natura fluentes a modificat,
vl, et F^cu^ liari actione um ? (a) Nempe vis, qua fubftantia mate in alteram
ejufdem natur*, agens ; receffum ( fcilicet motum ) gignit, m ulKra fubftantiam
diverf* natur*, An virium, e qui“ if 1 r I I X.. ,^i, ' Nolim calumniam quis
milii inferat ex hoc ex>•mplo. Quorfum exempla fpe^ent, norunt quotquot equo
judicant )ove, quod femelmonuifle fufticiat. Quod ad prafens adtinet, aperte
dico, vim plantjc vegetari* vam ex fumma virium omniurti fimplicium
fubstantiarum, ftu elementorum, quibus planta coalefcit ) confla* ri i atque
adeo yel diflblutis- planta; elementis, vel extra Ordinem pofitis, violenter
aftis, diflbeiatis &c. v \s vegetariva deperit. Contra fe res habet de
Anima, qiiat cum fimplex fit fubstantia j et una, viia^liva cogitandi expoliari
non potest ; ad fummum in agendo obtundi poterit, neuriquam extingui j.
fubstantiarum quippe natur* mutuis inter fe aflionibus modificari" quidem'
poCftfht*J‘at deteri lifequeunt * i • bus actiones fluunt fubflantiarum, quibua
vires, ipfa infunt, mutuæque excipiuntur actiones. At virium quarumvis
incomperta nobis cft interior natura, et realis effentia, non fecus ac
fubflantiarum, quibus illæ inlunt. Et quod ad præfens adtinet., fufflciat
animadvertere, i,, fubflantiarum materialium nos 1 nihil aliud fci pe, nifi
quod invicem in:> fe ij^^pt, et in feni' fus noftros y atque hinc varia^
Meati percipien». ti phænomena occurrere.^ 2. fimilit^ Jiumanæ Meritis nihil
aliud no« fcire, nifi qnod.firnf* plex fit fubftantia, fentiens, attentjcns,
fibi confeia &c. Cum igitur intimam realem effentiam ignoremus utriufijue
generis fttbiftaqtiariHmyi. nec, non realem *:naturam virium ;iis
ipfitprwinlU*'' hint profecto fierlt neqyit *, quia inexj^caubilCf fjt
phænomenon commdrcium Animam inter et corpus, ejufque plendi foli^tio etttra
hutnai nas ideas vagetur, ' , C^uo cpgo, inquies, philofophorun\ fpectant
theoriæ, et fyftemata ? Nempe humanæ cognitiones jeapfe circa phænomena
verfan-' tur, non circa phæriomenorum caufiTas. Cum enim phænomena vel quamdam
inter ie habeant analogiam, vel qiKemdara nexum, tum alia fint aliorum
modificatioæs* ; in eo totius- philofoi pbiæ fumma verfatur, ut phænomena
peculia». rifl;.per pauca* quædam generalia, $c lingulis nota,' ex-po.oaraus,
vel per eis fimilia, quæ, magi^ patent. Analyfis,ope Philofophi ex peculipri^
bus phacnomeYiis generalia,: quorum illa lunt, niodificationes ;; colligunt :
tum inverfa metho»i do, quam fynthefim appellant, h?ec genepalifj phjEnomena
pro principiis ponunt, 8 c in com. binationes, quas fubire pofTunt, inquirunt •
atque hac methodo ratjonem adfignant peculiarium quorumvis phasnomenprum, qua;
per illas combinationes poflibilia funt. Theoriæ itaque, fyftcniata,
explicationes philofophorum &c. peculiaria refpiciunt phænomena ad certam
claffem fpeflantia, quatenus ex primitivis, et generalibus phxnomenis derivari
poffunt. Jam vero cuna quæritur, quomodo Anima in corpus, et viciffim corpus in
Aninaam agit, patet, primitivi et generalis phænomeni rationem quæri, (icuti in
phyficis fi quærerem, quomodo Planetæ in Solem, et Sol viciflim in planetas
agit ; qui vegetantia, et animali^ feipia reproducant, et illa exhibeant
phænomena, quaj cujufque funt propria &c. Cum ergo r. virium interior
natura lateat * 1. nec generaliora, et magis fimplicia nobis pateant ejus
generis phznomena, quorum reciproca Mentis, et corporis harmonia fit
modificatio, nullam adæquatam, vel fufficientem illjus explicationem adfignare
poterunt Metaphyfici. Quam ergo hac de re lupra expofuimus opinionem, et
explicationem, mancam effe, et tenebris circumfeptam, ultro fatemur* fed ab ea
haud recedendum putamus, neque ultra follicitos nos effe debere. 153. A£\ionem
Animæ in corpus negant aliqui eo permoti argumento, quod ipHs ignota fit
fibrarum cerebri textura, tum nervorum, et mufculorum per corpus dimanantium
jorigo, quorum fcilicet ope finguls motiones cieri debent. At id nihil vetat,
quominus Animam ex imperio (uum ciere corpus dicamus j quam enim ii£lioncm in
corpus exercere Anima de* beat, et in quam cerebri partem, experientia
edocetur, quin corpofis et cerebri texturam calleat. Sane videndus, pueros
manus, pedelque &c. diu inordinate geftare, ad objefta parum, aut nihil
dirigere Icicntcs, demum fuoram organorum ulum longa experientia edifeere.
Concipe ab. ingeniafo qmdam tArtifice fontem quemdam ad artis mechanica, et
hydraulica amufjim ita conJlruSum effe, ut quqmprjmum, ajfercuti, per quos
aditus demum ad fontem datur, incedenti* um grejfu deprimuntur, occulto mechanifmo
variarum rotarum y funiumque ope jub affer ibus a b-^ f condit orum, alia atqua
aha mirifica f pectes, e fonte conjejltm profiliant y quales v. g. fontes Kirc
herus, Sebottus, alii que dejeribunt. Concipe Jam tibi y puerulo ad hocce
Jptbiaculum edmifjo.y cum hac adeurrit, "Neptunum cum tridente minaci
obviam fieri y dum illæ, Nereides,* ex alia parte Glaucum marinum y alibi vero
Delphinos ^ 0“ fic porro. Puer ifle mechanifmi abfeonditi ignarus, nec ad omnia
praf entia attentus y non obfervabity fe revera asione fua producere bofce
effe&uSy obfervabit tamen, ft adverfus eam partem procefferit y jemper fibi
hoc potius, quam, aliud obviam fieri obJeCium : poterit igitur Jam pro lubitu
hec phtrnomena moderari, ac fi v. g. Neptuni, ac Jceptri e/ufdem tricipitis
contemplatione deleBetur y tff ere y ut prodeat y fi Jcilicet verfus certam
plagam adeurrat. Nemo dubitaverity puerum horum motuum cauffam effe, ac aflione
fua phre^ namena producere. Ve idearum, mfionumque nafura, afque origine. 154.
TNquifitio, quam modo adgredimur, J. idearum notionumque naturam, atr. que
originem expenfuri, adeo eft cum præce-’ denti, qu* commercium Animam inter, et
corpus ifpe^abat, copulata, ut altera ab altera fejungi nullo modo poffit / et
qui in una erra* veri t, in altera per devia pergat, oportet.
Multiplices,'dilcrepantefque hac de re philofophorum fententia; nequeunt
veritatis confecutionem difficiliorem, et abftrufiorem, quam reveræft, non
reddere Quare hifcc modo pofthabitis, tres animadverfienes, quæ ad veritatem
capeffendam fternunt viam, in anteceffiim exhibebo, tum rem ipfam expediemus;
tandem prasx cipuas aliorum fententias fummatim exponemus, ^ breviter
perftringemus,, \. ». i ‘ t/^nimadver/tones • prallmtnares ad idearum, '
notionumque natufam^ atque originem. ^ i'A •' expifeandam, ‘ 155^^ A
J^trnadverfro I. Nihil Mens per’ " ‘jfjL cipere potaft nifi in feipfa. Id
equidem loco axioraatj^ haberi poteft; five enim perceptiones pro aflionibus,
live pro.paffioni» j- J bus Mentis haberi vcJint, funt profe£lo ) piius Mentis
modificationes, et immanentes, non^effluentes. Nequit ergo Mens quidpiara percipere nifi in feipfa. •
' X ’ 155. % 4 mmad. IL Cum dicimus; Menteirt objefta externa percipere, ifthzc
reapfe non* percipit. Si enim ita, cum nihil Mens pfercipere poflit nili in
feipfa, vel Objecta, quæ dicuntur externa, in Mente *formalitcr contineantur
oportet, vel ipfa Mens perceptis Objcftia intime fiat prasfens. Ambo hsc
pugnant. ergo dicimus, Mentem externa obje 6 la pt^eiperc, reapfe oon percipit
ipfa objcfta. §.rea' extra pofitas perci-^^ pere'. Nam i. Si ita: ubinam has
rdeas, fcu imagines refidere' dicemus in Anima ne vel in cefibro Haud quidem in
cerebro; nOi ^ * R quit l T> ai A( quit quippe Mens quidquam percipere,
nifi.iii fcipfa i’ ; a. quævis rei -imago nihil eft aliud ^ nifi talis partium
^ difpofitio, ordo, figura, magnitudo &c., quæ fimilis fjt rei,.cujus eft
imago. Si porro idtæ forent imagines rerum cerebro expictæ', minimæ cerebri,?
fibrillæ tali ordine,>figura tu, colore &c. componi deberent, ut
fimulacrutn rei Menti exhibere ppl^, fent. Sed nihil præter motum in, cerebri
fibris adeftjcum Menti adfunt ideæ.Neqoeunt* igitur ideas efle rerum imagines
cerebro expictæ.. Ad hæc g... qui Mens expictas cerebro imagines- iotuc'*
retur, ipfum vero cerebrum nullo, modo? qua» fi,, nempe pofTit quifpiam pictas
in tela figuras videre,. nec videre telanv ipfam, quæ eft figor»* rum
fubjectum, ' Sed neque poffunt, ideæ efle. imagines Men* ti percipienti
vinJi*ryites v Eft. «nim Mens fim pkx.fubftantia, icuinpfoinde addo pugnat. in
faa(H| rere^imagines exfitbente6,aoagn»tudi«em, fig«9 wm, 'colorem ^ partiup
ordindfn 8cc.^,. ac pu» gnat puncto gefwnetrico triat^lum, polygonum ^.&c.
infcribi 4..Deinde rerum ideæ, cum Menti primo occurrunt, vel ; perpetuo eidem
permanentes inhærent vel femel, perceptæ poft* hac pereunt, evanefcunt. Si
primum Mens ' perennes, ac indeficientes habi^it...pesceptio* nes rerum olim
perceptarum ; Qut -^aim.. fieri poteft, ut pictas, fibique adhærentes-, 8e
immanentes ideas non -advertat? >Si altecuBL, cum- n*i queat Mehs-objecta-
percipere nifi in ideis - hiic« cvanefcentibus, non poterit Mens ad eatumdem m
nun modo abfcntium contemplatiojMlblvdire^ntfi iiu r». js.ite« Malebranchius
omnem agendi vim Entibus creatis denegans, Mentibus etiam' ademit facultatem
fibi cudendi' ideas. Hoc autem potiflimum argumento rem conficere fibi fuafit. R 4 Ide» («)
Sed hac difficultas ipfum premit A uflorem ideas a perceptionibus fecernentem.
Quis enim ignoti objefU expreflam imaginem intuens, objeftum illud in imagine
recqgnofcere potest? Non magis profeCTio poterit Mens in idea feu imagine ipfi
oblata objeilum, quod ignorat, recognofcere et perpetuo ignorabit cujus fit
obj'efti iniago illa, qua ipfi obverfatur ^ nifi aliunde, feu extrinfe* cus
moneatur. to+ Idea: :unt ver* realitato: imrao funt realiti-' tes ipfis
corporibus nobiliores, quippe fpirituaJes. Harum itaque produaio nihii diftat a
creatione Nequit vero Entibus creatis facultas ereandi ullo paao convenire. Nec
iaitur humana’ p >*as libi cudendi. V Equidem Ide* funt ver* realitates. at
Wa/es ut inquiunt Pbiloiophi, non Mfiam. ah, : feu non funt totidem fubftan- '
•’.P" j', lid totidem Mentis coptantis affeaiones,, feu modificationes, cu
julmodi funt volmones, et nolitiones. CunC Itaque communi Phdofophorum fenfu
creatio fit fubfiamiaimm ptodua.o ea nihilo: idearum pro. duaio toto calo
dillabit a creatione, et „ihil vetabt.eam. Anima; tanquam effearici caufTa;,
adjudicare. Re
quidem vera, ide* refpcau Meo. tis perinde fe habent ac volitiones, nolitionef.
que r utr*que enim funt >/us, modificationes. Si Idearum Produaiva facultas
Animæ repugnat, que pugnabit ipfam Cbi ede iuarum volitiol num efreancera
caudam, eritque.Mens crudus, putufque later. Quod fi volitiones merito Ani' Z’
31 “"' f ‘"‘>“'"d* veni, unt nihil profeao vetare poteft,
qui„ eidem adjudicemus facultatem fibi ipfi cudendi ideas. Quadam Pbtlofopborum
placita, qttof idearum I JpeBant originem fy breviter exponuntur. \6j. idearum
origine communior xn« I ^ fer Peripateticos Tententia fuit, Nihil effe in
intelleBu, quod ^ius non fuerit in fenfu : omnes nempe ideas primam petere
ori», ginem ex fenfuum minifterio. Atqui fententiam iftam per duplicem
intelleftum agentem y ^patientem exponebant. ; qu* quidem hypothefis purum eft,
putumque figmentum a communi abhorrens ritione. Malebranchius de idearum
origine fingularem prorfus fententiam coluit. Hic fuo inh*rcns fydemati, etiam
nobiliffmas,in ea ' verfari impotentia, ut nequeant effe vera cauffa ullius
rei, commentus eft, nihil eas c»m gnofcere poffe y ni fi Deus illas illuminet
133. Nempe ut alibi {a) clarius.* Sciendum eft, Deum mentibus neftris prafentla
Jua arhlijpme uniri » adeo, ut Deus dici poffit locus fpirituum y quem» admodum
fpatium eft locus corporum. Mens itaque in Deo poteft videre opera Dei y dummodo
Deus velit ipfi retegere id^ quod in fe habet, quod illa reprafentat opera y
nempe ideas, quas in fe habet. i6p. Atqui Humanam Mentem omnia in Deo videre,
adeo communi fenfui occurrit, ut ne - *..4 •' dU . R^her. de la verit. l. Jt p,
z, ch. 6 4 nemo Sapicntum fententiam iftam adunco nor exceperit nafo : nec fine
ratione, etfi injuriofe. de eo d:clum fuerit, Ipje, qui omnia in Dec cernit y
haud videt fe injanire '{a). Quifque-^intciligit, fententiam iftam, præter
cætera, quid* piam ftatuere, quod cum Dei bonitate et fapientia minime
congruere potefl: *' tum rcfta ad pantheifmum ducere. 170. Plures e
Cartefianorum familia triplex idearum genus (latuerunt:, qua* 'nimirum Menti
occurrunt ex occafione motionum in organis fenforiis excitarum ab externis '^objectis;
quas nempe Mens fibi cudit cx adventitiis ideis • tandem innatas, quas
fcilicet, neque fcnluum fubfidio, neque reflexione partas, rentur : fed a Deo
Mentibus noftris ab ipfo exordio veluti infculptas, ac perpetuo immanentes
arbitrantur. Sed innatas, quas dicunt, ideas, commentitias prorfus e(fe, binis
verbis oftendi poteft. Vel enim has ideas idem funt ac perceptiones, vel forms
et imagines a perceptionibus realiter diftinctas. Si* primum, inerunt Menti tot
perennes, et fimultaneæ perceptiones, quot funt ideas innatas j quod profecto
interiori experientias refragatur. Si alterum, contra faciunt, praster alia,
quas §. 158. monuimus. Deinde nulla cft fufficiens ratio, eccur præter
adventitias, et factitias ideas, alias, quas fint innatas, agnolcamus' cum
conflet, nullam omnino (a) Lui, qui voit teut ^en DitUy nt^voit paSf\qu* il eji
foH.. ’ J no ideam Menti inefle, cujus exordia c fenlitiva, et reflexiva
facultate nequeant quam facile repeti. Vide, fi lubet, fufe hæc pertractantem
Lockiinn. Efjftff
philof. cone- l' entend, htm. Q A p. X. Ve Animæ bumanæ origine. L ket humanæ
Mentis natura, feu potius genus, philofophia duce. li quido confiet, ejus tamen
origo adeo tenebris cft circumfepta, ut potius, quid fentiendum non Iit, qu»m
quod tenere debeamus, intelligere detur * V. E veteribus Pythagoras docuit,
Deum cGo •Animum per naturam rerum omnem inten~ commeantem,. ex q»o mflri animi
car tum perentur (4). Huic turpiflkno.errori adhæfiife videntur Stoicorum
aliqui, ut ex Seneca, et Epicteto difeimus/ eqmque jam obsoletum itenun
exfufeitavit Spinoza. Hujufce fententiæ abfurditas.tam clare patet, ut illam
refutare nec.operæ pretium duco,., Plato,. qui inter veteres cateris rc. ctius
de Deo philofophatus efi, Animas a Deo conditas docuit, licet eas quafi partes
Animat' Mundi totius habuerit Id vero Pythagoreis, et Platonicis commune erat,
humanas Animas primum aftra incoluiffe, et felicem ibi yitam du- Tullius lib,
I. ile nat. d«or. c. ii. tduxifle: hinc vero expulfas, et in humana corpora
tanquatn in carceres, detrufas, quo commiffi criminis pznas lucrent: tum ad
adra iterum redituras poft corporum diffolutionem, fi mortalem hanc vitam
jufte, et fobrie duxerint, vel in deteriora corpora migraturas, fi novis
criminibus fe obruerint. Hinc celebris apud ifios Philofophos Metemp^ycbo/is.
Atqui Stoicis nec Animarum incolatus in aftris, neque earum de corpore in
corpus migrationes arridebant ' fed illas pofl: terreni corporis fata ad Eteum,
e ‘ quo' dificerptæ erant, iterum redituras afferebant» ^ 175.i^Orlgene^ nimio
e.^ga platonicam philofophiam ametrtr’ abreptus Pythagoræ Plato, nis fententiam
emendare ftuduit. Docuit itaque, Ani mas' nec Dei emanationes effe, nec partes
ab Anima Mundi avulfas, fed a Deo ante corporeum Mundum’ oijines fimul conditas
fuiffe cum intelligibili Mundo • has vero peccaffe a CxmJitort feceiendo'. hinc
pro diverfitate peccatorum a Cteiis' ufqne ad terras diverfa corpora, qua fi
vincula, meruijfe. Et hunc ejfe mundum eamque cauffam Mundi fuiffe faciendi^
non. ut conderentur bona., fed ut mala cohiberentur. Sed hacc deliria funt, quæ
nec refutari merentur. Leibnitius, Animarum præxiftentiæ et ipfe favens, aliter
rem explicavit. Putavit nempe, Deum ab ipfo rerum initio omne$ Animas creaffe,
ac fingulas totidem organicis corDivus Augujt. Lib. XI. De ejvitat. Dei cap.sj*
lop pufculis inferuiffe. Hzc iUnt germina humana, quJB juxta involutorum
hypothefim, olim in JEv» ovario pofita, e Matribus in filias tradu- cuntur.
Sententiam hanc Wolfius ambabus ulnis amplexatus eft.• tum Cl. Carolus Boanct
fuam fecit. Atqui licet primo adipectu, quo ab hifce Auftoribus commendatur,
haud philofopho indigna videatur, fedulo tamen pcrpcnfa, et fuas patitur
difficultates. v Tertullianus, et Apollinaris putarunt, humanas AninTas e
parentibus in filios per traducem propagari; hoc eft Animam >h ilii partem
efle Animaj parris,' quæ 'filii corpufculo in matris utero delitelcenti
communicatur, et /incffabilirer conjungitur. Sed ifthæc fententia cum Animæ
natura, quæ fimplex omnino eft, et cujuivis phyficæ coagmentationis nefeia,
nullo modo conciliari poteft. Communis tandem fententia, et profefto fanior,
eft, Animas humanas in dies a Deo creari, et cum tenera fetus corpufculo
copulari, cum iftud fufficientem partium evolutionem, et organizationem
obtinet, qua par fit ‘ad præcipuas vitales operationes obeundas*.-i ! f ’ ‘i.
Pa/igini/ff philofo^h. Annihilatio creationi, et confervationPe diarrietro
opponitur. Illa erqoCaufia folum. potest aliquod Eas annihilare, quæ illud
creavit, et perenni a^ioce confervat. Sed hujufmodi est tantum Deus: omnes '
tlniveiii Cauffie funt contingentes, quæ nec fuæ existenttæ, et confervationis
fufficientem in'fe habent rationem. Facultas igitur. quidpiam annihilandi
nequit ulli, naturafiuna cauffarum convenire. (c) Lib, L tufe, f. jp. ' •dubitare
non possumus, nl/i pla*tf plumbei fumus, quin nibil fit %dnhnls adrnix» tum,
ntbil concretwn, nihil copulatum, nihil ngmentatum ^ nihil duplex quod cum ita,
fit y qette nec jecerni, nec dividi, nec difcerpi^ nec diflrahi pote/i, nec,
interire igitur. EJI enim in» iefitus qua fi difcejfus,, &, fecretio, ac
diremptui^ earum partium, qua ante interitum jun^ione 'gl poribus funt
interfipta quod.rnimfdo : cum autem nihU erit prteter v/Ltimum, nulla res
objeBa im^ pediet y quo minus percipiat quale quidquam fit. Ita eleganter
Tullius tulc. 1. i. c. zo. {a) l et R T. ir. Mentem humanam ex fui Conditoris
voluntate infpeBam immortalem effe, naturali ^ ratione affevitur, . T TUmanam
Mentem natura fua in* J. X corruptibilem atque immortalem clTe, neque ullis^
naturalibus cauffis fieri pofle ut pereat f jam evicimus. Hzc ratio ingenue
philofophanti fatis foret^ quominus de fuprerni Conditoris voluntate, illam
immortalem fervandi f non ambigeret: nullum enim 'in uni verTa Natura occurrit
annihilationis exemplum j nec quidpiam efl, quod^a fummo Conditore S z non (a)
Plures eit antiquioribus Phiiofophis, et ex ipfis Ecclefia; Patribus, quibus
incorporalitatis, et iinmoitalitatis Animorunj dogma probatum erat, opinaii
funt, humanas Mentes nunquam omni corpore vacare:* ut adeo, cum ex ifthoc
cra^o, et corruptibili corpore diflolvuntur, adhuc leviflfimum, ac
tenuitTimuin, live æthereum, et incorruptibile corpus geftent, eoque lint
perpetuo amidse. Sententiam hanc inter Recentiores litam fecit CI. Vir Carolus Bonnet, et
communivit noti contemnendis rationibus ; quam, cum In pluribus locis, tum
pr^fertim parte XVI. paligenifie philof. et.-. pofuit. Si quis in hanc
fentenriam defeendere velit, ^ Adveriariis morem geret, et «na fjmul objeilain
didir «ultatem elevabit. itS non fervetur juxta propriam naturam, et ad fuos
non dirigatur fines. Atqui profani homines, eam non latis effe, contendunt, nec
non dolofe effutiunt, Animæ immortalitatem problema efle, qjuod nequeat fola
philofophia extricare: ad Divinam revelationem idcirco confugiendum neceffario
effe, ut conflare queat, Deum pod corporis obitum nolle humanam Mentem delere,
fed,''velle in æternum fervare. iSp. Ut iflorum levitatem perflringamus,
animadvertant Tyrones, quod quandoque etiam abfque revelationis face, fed Ibla
naturali ratione Divina Voluntas nobis conflare potefl. Etenim ficut naturali
ratione plura nobis patent Divina attributa, ita conflat quoque, non pofTe
Divinam Voluntatem ab illis attributis vel minimum defcilcere, fed iis plane
conformem perpetuo '•effe debere. Si adeo quidpiam Divinis attributis repugnare
clare nofeimus, tuto poffumus decernere, Deum nunquam id velle : et e contrario
perpetuo velle ea, fine quibus farta tc6la conliftere eadem attributa non
poffunt. Hujufmodi porro cfl
immortalitas Animorum, quos fi pofl corporum diflolutionem Divina Voluntas
deleret, nequiret Dei Sapientia, Bonitas, Juflitia, ac Providentia farta te61a
permanere. Rem expendamus. ^ 1^. ipo- I. Naturali ratione pleniflime nofejqaus,
potiffimam Sapientiæ legem eam effe, ut fingulorum Entium Naturæ fuis exa£le
attemperentur finibus, ut ita nec a præflituto fine, deficiant,- nec ultra
redundent, vel extra vageUtur V Quare ficuti ex noto fine, de Entium na
Diuiii4tj . fuprerai Numinis revelationem. Audi ut h«c eleganter profequitur Romanus
Philosbphus tufc. qq. c. Maximum argumentum ejl, naturam iffam de immortalifate
Animorum tacitam judicare » quod omnibus curttf funt y maxime ^quidem y qua
poft mortem f utura Jint: ferit arbores, qua alteri Jeculo projit, ut ajt
St^tiut in Synephebis: quid fpetlans, nifi etiam poflera fecula ad fe pertinere
? Ergo arbores feret diligens agricola y quarum adfpiciet baccam ipje nunquam :
Vir magnu» seges y injiuuta, rempublicam non feret i Quid propagatio nominis l
Quid adoptiones filiorum f Quid teJlamentorum diligentia l Q*dd ipfa f^ultrorum
monumenta f Quid elogia figritficant, nifi nos futura etiam cogitarel.-- Quid
in hac republica toty tantof que viros ob rempublicam interfeSos cogitaffe
arbitramur f iifdenx ne ut finibus nomen fuum, quibus vita terminaretur f Ne/no
unquam fine magna fpe immortalitatis fe pro patria offerret ad mortem: licuit
ejfe otiofo Themiftocli \ 'Jicuit Epaminonda y licuit, vetera y Cb* externa
•moram, mihi ; fed nefeio quomodo inharet in trpinti%us quqfi feculorttm
quoddam augurium futurorum; idque in, maximis ingeniis, dltijfmifque animis ^
exiJiit maxime, iy adparet facillime ; quo quidem demj)to y quis tam ejfet
amens y qui femper in laboribuSy iir periculis viveret' \ loquor de pfinctf
ibus : quid poeto t nonne poji mortem nobilitari volunt t Unde ergo illudf
" Afpicite 0 cives ! Senis Ennii imagini’ formam; Hic ve*»rum panxit
maxima fafta parnm). Mercedem gloria fiagttat ab iis, quorum patres ^ff)' terat
gloria -, idemquey -• Nemo ire lacrimis decoret, nec funera fletu > Faxit :
Cur? Volito vivu’ per ora virum. Sed quid poetas l Opifices pofl mortem
nobilitari vaiunt quid emm fhidias fui fimUetn fpeciem inculfit ‘ • • >,.
'in-. ' ip2. IV. Ad Divinam Ipcflat JufHtiatn'^ atque Providentiam hominum
virtutes muneribus ac prsEmiis ex merito cumuIafC : ficut c contrario
condignis' poenis '“eorum fl gitia corripere. Eft enim duplex in Univerlo OrAn:
phy~ ficus nempe, ac ^moralis 8c ad utrumque Homines procul dubio,, fpt£Iant Si
quis hæc in "Controverfiam adducit, peflime fe de Deo.fendre^oflendit,
quafi hic cardinem c*li ambulet, A n.oftra non confideret: et \r\'*athe'tfmum
fivO IJrolapfum elTe, five jam jam prolabi. Sed experientia Pedante, Kominum
virtutes, ac flagitia admodum raro condigna pr^mia ac p»na« copfequuhtur : ut
adeo vetus Iit iquærela', latos idiu florere nocentes, vexarique pios. Divina
ergo Juftitia ac Providentia utique expoftulant * poft torporum obitum Mentes
adhuc • lervari ia .vilam, ina qua bene vel' male TaSIorum præmin /ecipiant,
poenafve luant. Hajc cum naturali conflent ratione, concludere non dubitamus.,
'plurali quoque" ratione conflare fu mmi Condi‘lofrs voluhtatem de ‘humana
Mcnte in æternum servanda. ' / *in ! "-. l '• J 'i' i . ' ! 3. ' ".au
' :v. ( I»»» ^. 1.. III i mu iii m ^jWii I. Tufe. qq. I. I.. f. X6, '., \ib) ^,
fr) Jn fomn. Scip. /. I. e, X4, > •., (,d) "XmIUhs Iw. cit, f. 12,, 1,
w P */f R S ilu ^.R T ^ y’ Ei ‘ nomine inteJligimus Men» 'n 4 tcm naturæ fuæ
nrceffitate ex i flentem, atque adeo aster aW,®>S af^isiiaSce AK -omni materiali
coneretione fejunfbm, perfe^iffimam, effectricem et liberam Univerfi Cauffam, '
et omnia providentem. Equidem Dei notio fu^ conceptu primas Cauffas efficientis
Mentibus noflris primum occurrit,* banc poflmodum rectæ rationis ope rimantes
prolatamus, et attributis, quæ omnimodam continent perfectionem, locupletamus.
Atqui tantum abcfl, nos adæquatam adfequi poffe pei notionem, eamqu.e verbis
exponere, quantum finitum inter, et infinitum intercedit. Quf verbis
complectemur-; quem natura iua et effentia undequaque infinitum nulla creata
Mens comprehendere valet Hinc, ingenue fatendum, aul%*’^ nulla definitione Dei
naturam contineri pofle. Facultas, quæ Dei exiftentiam, ejus«. que attributa
rimetur, Theologia audit, quæ in naturalem^ et difpdcitur. Prima de Deo differit
quantum naturali ratione adfequi poffumus. Secunda revelationis' face myfteria
pandit, quæ ultra naturalem rationem lunt pdfita. Priorem heic perfequemur,
quippe quæ fola ad Philofophos Ipectat, 4. Nobiliflimam vero, ac jucundiffimam
hanc efle totius Mctaphyfices partem, nulftr* ambigere poterit. Quid enim
pracftantius, quid- ‘ >e jucundius, quam rerum omnium Opificem,
præfentiflimum totius Univerfi Moderatorem, ac noftri præferrim Parentem
optimtim contemplari? Si quod ex cæteris difciplinis folatium, atquC' in
adverbs perfugium, in fecundis rebus animi moderamen, et ornamentum capere
poffumus.'inhatc profecto cynnia ex eapotiflimum uber- / Merito Thales
Milefius, ut Tertullianus refert, a Crefo qua:fifus, quidvefTet Deus, post
multas et multo, studio perquifitas refponfiones, faffus est tandem, fe nihil
adeurare, quod ad rem quadrarer, dixifTe. Idem de Simonide testatur Tullius
de nat. Deor. 1. zi.' Roges me, quid, aut quale fit Deus ? AuBore utar Simonide
: de quo cum qu/efivijfet tyrannus Hiero, deliberandi cauffa fibi unum diem
pojiu/avit. Cum idem ex eo poflridie quareret, biduum petivit. Cum fapius
duplicaret numerum dierum, admiranfque Hiero requireret, f«r ita faceret : Quod
quanto^ inquit^ d’utius confidero, tanto mihi res videtur obfcurior. Hinc perfpecte
monuit divus Augustinus, nihil, quod de Deo accuratius prsdlcemos, nobis
occurrere poITe, aiC quod U^oiopt^CniibUis fit. naturalis uberrime confequi
poifumus, qu* omnium Lan. gitorem bonorum, rerum omnium [nfpectorem, et
Proviforem optimum pandit, et in ^uo nos efle, vivere, et moveri edocet. Tum
nihil ea utilius in univerfa vita civili.* nequeunt enim ! fine legibus, et
religione in officio cives contineri n arbitror^ inquit, multas ejje gentes fic
immanitate efferatas, ut apud eas nulla fufpicio deorum fit Cic. de nat. deor.
c, 2 ^. Arbitrari fc, non noviffe, aut fando faltem inteUexiff?, repoluit.
Nullas proptcrea tunc temporis innotuiflfc Gentes fine. Divinitatis
perluafione, tacite fatetur. II. Lucianus, acerrimus equidem Divinitatis, et
cujufvis religionis ofor, in dialogo, cui titulus Juppiter tragadus difputantem
inducit Timoclem religionis cauflTam, et afferentem Gentium omnium hac de re
confenHira; at quid Timodi reponit pamides, fub cujus nimirum nomine Lucianus
'latet ? Conftahtiffimam, percnnemque gentium confeufionem fibi objectam ne
carpit quidem ; ejus tantum vim ad demonftrandum, et perfuadendum elevare
conatur adductis futilibus omnino excogitatis, qua mox exfufflabimus. Si quas
Gentes exleges, et a religione extorres Lucianus noviffet, aut fando
audiviffet, nura ne fcirpum in ovo firaulaffet? illas profecto objeciffet, cum
nihil hoc opportunius ad extenuandum Timoclis argumentum afferri potuiffet.
Atqui in diverfa abit Lucianus * dat ergo quod afflv.Tamus, nullum unquam
hominum genus Divinitatis notitia caruiffe. Adeo nimirum Eruditis quibusque
innotuit, quod Piutarchus clegantiflime contra Colotem difputabat: Si univerjam
peragraveris terram invenire quidem poteris urbes sim moenibus, sine litteris^
sine regibus, abfque teSio divitiis, abfque nummis, theatris, gymnasiis. urbem
sine templis, ^ sine Diis, ^quie precibus, jurejurando careat. nemo Videt, nec
vidit unquam. Quantum vero
ponderis ad demon» ftrandum, et perfuadendura univerfali Gentium omnium
confenfui tribuendum fit, in Logica aperuimus. Rc quidem vera, ea cfl hominum
indoles, 8 c ingeniofum conftitutio, ut, fi de re vel minimum obicura, dubiaque
judicium ferre de, beant, tot fere numerentur fententisE, quot capita : id quod
totius humani generis, fed et præcipue philofophantium hiftoria edocet. Si
itaque quandoque omnes Gentes quacumque tellus patet, omnefque Seftas', licet
in cæteris admodum difcrepantes, convenientes omnes ad unam deprehendimus ; id,
in quo conveniunt, vel communis naturæ lenium, yel naturalis rationis evidentiffimum
præceptum, habere debemus. Eft vero omnium ubique Gentium univerfalis et
perennis fententia, aliquem effe rerum omnium Opificem, et Rtftorem. Deum ergo
exiftere, inter prima humanæ rationis fcita, vel potius ad communem naturæ
fenfum referri debet. Ad rem noftram elegantiflime Balbus apud Tullium. Quid enim ejl hoc
evidentius ? Quod niji cognitum, comprehenfumque animis haberemus,, »0» tam
flabilis opt“ nio permaneret f nec confirmaretur diuturnitate temporis, nec una
cum jaculis, atatibufque hominum inveterare potuiffet. Etenim videmus cteteras opiniones
fi^as atque vanas diutuVnitatp extabuiffe. Opinionum enim commenta delet dies,
natura judicia confirmat \ 12. Neque fcrupulum faceffat Tyronibus, j. quod
quandoque penes hiftoricos athearum Gentium meotio occurrat. II. quod infignes
ex t Ve 'i:^o Veteribus Phllofophi inter Atheos reccnfeantur ; Uti ex. gr
Anaxagoras, Diagoras, Protagoras Anaximander &c., quæ fi vera lunt, haud
conflare videtur univcrlalis humani Generis confen» liis de Supremi aircujus
Numinis exiftentia. Hæc equidem nulJius funt momenti -I. Hiftorici etenim
grajci, et lati ni, dum Africanas, aut Afianas qualdam Nationes inviferent, nec
templa, idola, immenlumque externarum ca:rcmoniarum apparatum habere
animadverterent, Velut quæ antiquo more fub dio, et fine ulla pompa Deo
facrificarent, quemaamodum de veTuftis Parthis retulit Herodotus, in eam
venerunt fufpicionem, nullos ab iis Deos coli. Quid quod iidem Hiftorici idem
fecerunt cum Judæis, et Chriflianis ? Accedit eodem, veteres mercatores,
aliofque itineratores aut infeies morum earum Gentium de quibus feribunt, aut
non fatis peritos, ut pretium fuis mercibus, fuifque itinerariis adderent,
atheilmi, et irreligionis infamia illas prafpropere notafle ; qu* deinde
portentolse fabellæ novitatis amore, ut fit, creditæ funt Hujufce rei exemplum
temporibus prope noftris de Huttentottis habemus. Hi primum pro Atheis in
Europa vulgati funt, et habiti.* at fummum illos agnofeere Deum, reflatur
Andreas Kolbi in hiftoria ejus nationis, quacum decem annis familiariter uius
eft. Philolbphi veteres, qui inter atheos reputati funt Confulatur Johannes
Albertus Fabricius in ApoJogia Generis humani adverfus accufationem atheifnu
THEOLOGIA i?i funt, nonnifi fumma injuria hanc pafli funt infamiam. Conftat,
Anaxagoram atheum e ffe habitum, quod Solem e Deorum numero expunxerit, et
ignitum habuerit faxum. Conftat, Socratem de Divinitatis natura prx cacteris
bene fentientem, (limma invidia, et lethali calumnia atheifmi accufatum,
cicutani bibifle. Protagoras i
inquit Tullius 1: i. de nat. deor. c, xq. cum in principio fui Irbri sic
pofuiffet. De diis neque ut sint\ neque ut non sint, habeo di^ tere,
^Atheniensium juffu urbe et ‘ttgro eft exterminatus y librique ejus in concione
combufti, quippe— atheus reputatus eft. Atqui, ut patet, Protagoras de diis,
qui a plebe venerabantur vulgo autem Philofophis, qui præjudicatis opinionibus
haud tenebantur, dcfpectui erant, lo» 'qjyitur; non de Divinitate, leu de Deo
fummo rerum Opifice. Idem de aliis dicas.♦ folum Epicurus inter atheos
recenfendus videtur, etfi de Epicureis nihil certo conftet, quippe Tullius 1.
cit. c. qo ija habet, novi ego Epicureos omnia stgiUa venerantes. Jam vero
quilibet, cui coit fapit, optime intelligit, hujufce gregis opinionem, etfi indubie
Divinitati aveidam fuifle jjonamus, nihil communem perennemque humani Generis
fententiam labefactare pofte. Sicuti enim in M-tindo phyfico peculiaria quædani
monfira quandoque occurrunt, qua; nihil de ordine totius detrahunt: ita
fimiliter in Mundo morali fieri poteft. Igitur inter opinionum monftra,
febrientium deliramenta ifthxc Epicureorum fententia reponenda eft^, quæ nihil
de communi humani Generis fenfu detrahere poteft. Allati fuperius ^ 10
argumenti vim non fugit profanos homines* hinc omnes intendunt nervos ed earh
elevandam. Quare operæ pretium eft, quæ objiciunt potiora, referre, et
explodere Inquiunt itaque I. Si ex Gentium confenfu aliquid confici poffet,
equidem potius conficeretur, polytheifmum efle profitendum : nam huic coeno
omnes infixas fuerunt • Atqui nihil magis Dei naturam, quam polytheifmus,
evertit. Quare.neque Dei exifientia ex Gentjum confenfu adftrui poteft. Deinde
quot quantæque et Gentium, et Philofophorum diferepantes de Divinitate
opiniones ? deos ejfe dixerunt, inquit Tullius, tanta funt in varietate y ac
diffentione ut torum “teflum sit dinumerare fententias, .11. Hujufce confenfus
origo petenda eft ex naturalium phasnomenorum timore j quo peis culfi hominum
Animi, quoddam terrificum Numen, fupremamque Virtutem ^ illa phænomena
producentem, fibi effinxere: • Primus in orbe deos fecit timor, ardua cato
Fulmina cum caderent. Petr. in fat. Ad hunc adeeffit naturalium cauftarum
ignorantia propterea quod Ignorantia caujfarum conferre Deorum CogiV ad
imperium res, et concedere rt» gnum: Quorum operum cauffas nulla ratione vU
dere Poffuntf bæ fieri divino numine rentur. Lucr. 1. 6, V. $1? Alias
Divinitatis notio ex Legumlatorum calliditate conficta, et populis inculcata.
Nempe quo ifti facilius populos legum jugo fub« mitterent, et in officio
continerent, Deorum numine illas leges conferiptas efle, fibique concreditas tradiderunt.
Ita Livio tefte, Numas Pompilius nocturnos congreflus cum Dea Egeria commentus
eft, cjufque nurnine ritus diis gratiffimos fanxifle. Eamdem adhibuerunt artem
Ligurcus, Minos, aliique, Confenfus ergo Gentium, ita concladunt profani
homines., in' Divinitatis adftruenda exiftentia nullius eft ponderis. Ad primum
refpondemus. Licet concedere quis vellet, omnes Gentes polytheifmi cceno
volutas, nullo tamen pacto confici poffet, polytheifmum profitendum efle. Ut iJ
concedi poflet, demonftrandum foret, omnes ad unam Gentes eofdem et numero, et
fpccie D eos, et perenniter cognovifle ; hi enim funt veri characteres perennis
et univerfalis confenfus, quem natura; fenfum,8c veritatis vocem efle
autumamus. At vero Gentes omnes nec fibi unquam convenerunt, nec quælibet fibi
perpetuo conftitit, quot, qualefve Dii eflent colendi : ergo nonnifi perperam
conficitur, polytheilmum Gentium confenfione firmari. Itaque Polytheifl* plures,
diverfofque deos agnofeentes, Divinitatis declarant exiftentiam, quippe de qua
omnes conveniunt* at vero fibi invicem contradicentes, tum in numero, tum in
fpecie, et natura. deorum, fcipfos fanatifmi arguunt, fuofque deos T 3 fua 1
1^4 ' fu a e fle commenta declarant, Si.Phyficos de corporum eflentia, 'atque
natura difputantes audiamus, non unas numerabimus, nec fine moleftia
difcrepantes fententias. Quid ? num ne ifti de corporum cxiftentia dubitant ?
Minime profecto,* exiftentiam corporum nifi perfpectam exploratamque haberent,
tot non inftituerent de eorum effentia, et natura perpetuas concertationes ;
jam vero, difcrepantibus fententiis, fatis clare innuunt, harum nullam certo
-ftarc talo. Sane non heic quærimus qUam recte homines de Deofentiant,,fed fentiant
quidquam, nec ne. Hæc duo mifcent
Adverfarii rvon fine Logica imperitia, quæ funt omni procul dubio fccernenda.
Quum poflremum conflet inter omres, invictum efl argumentum, cur Deum efle
credamus. Ignorarunt enim vero, et turpiter hallucinafi funt, qualis eflet
habendus, habendum tamen omnes conftanter tenuere. II. Atqui nonnifi fumma in
Veteres injuria, vel faltem fumma hiftoriæ imperitia affirmant Adverfarii,
omnes ad unam Gentes polytheismi ccsno infixas. Nam i. valde probabile efl,
polytheifmum, et idololatriam antiquiorem non fuiffe babelica turri, i. De
hasbraica Gente unum Deum colente nullus moveri poteft fcrupulus. De Gentilibus
vero, fi ftupidam ple be- Eleganter Tullius more fiw. Itaque inter omnes omnium
gentium Jententia conflat. Omnil/us enim innatum efl i ^ in animei quafi
infculptum, effe Deos • Quales fint, variurri' efl : efl» item» negat. I. a.
Indi, Sinenfes, ne quid dicam de Tureis, uni- ' cum fupremum Numen et Regem
adorant. i^uttentotti, quai Gens nullo alterius nationis com^ ^ j mercio unquam
ufa. eft, fummum hunc Deum intelligunt, etfi illi nullum offerant facrificium,
nullas preces, quod ajunt, quum fit beatiffimus, nulla re indigere. Priufquam
ad II. et KL objectum, refpondeamus, operæ pretium eft iummam, ac , pene incredibilem
Atheorum vecordiam in an, ' ' teceffiim indigitare. Affumunt hi ingenioli oi,
Iputatorcs, id de quo unice quxftio inftituitur nempe religionem commentum
effe, &; fabulam : tum ui cauffas inquirunt erroris, j^rius-, ^ quam
errorem effe demonftretit illud, cujus ori, j gines, et rationes explorant; quo
quidem «e- i Icio an vitiofius, et ineptius aliquid effe pol-. ! fit. Sed
expendamus utrum aliquid momenti infit in objectis.Si prima Divinitatis notio
fingulas ; Gentes e ftrepentibus per æra fulminibus per- ^. terrefa6Ias
invalit, quam profe£\o fortes Atheorum Animi, quos unice, nec fulmina terrent,
1 nec nubila fiftuntljam vero lemel pavore con cuffis hominum Mentibus,
perpetuo ab eis di-. '., fcelfit ratio, et tam longe abiit, ut nunquam ' fepofito
terrore rediret, difcuteretque prajudicatam opinionem ? nec feri Nepotes, iplis
li-. ‘ ] w ig cet Atheis ducibus, et magiftris adnitentlbus, commentum Avorum
nec rejecerunt, nec agnoverunt ? Equidem, quum conflet, diem hominum commenta
delere, excutiifTent tandem aliquando Gentes prajjudicatam fententiam, vel
haftenys faltem ad cor rediiffent. Sed contra efl; quo enim cultiores fuere Gentes ^ et
Religioni magis incurabuerunt, et tenacius adhjefere. Deinde Divinitatis notio,
quam ubique Gentes olim habuerunt, et modo habent, efl Numinis Uiiiverfi
Rectoris, benefici Patris^^hominum felicitati non modo non invidentfs, fed
cumulantis. Si ex terrore, e quo nunquam homines funt expergefacti, ortum
duceret Divinitatis notio, profecto hac foret Divinitatis terrifica, hominum
bono invidentis, eofque in tranfverfum agqntis : hujufmodi fane funt idese, qu2
animis ex terrore informantur. Nec minimum prodefl profanis, naturalium
cauflTarum ignorationem afferre, quafi ex ea hominum Mentes fupremam Virtutem,
feu D um fibi effinxerint. Si ita foret, effet notio Divinitatis, ac in hanc
religio in inversa ratione feienti*, et cognitionis cauffarum. At contra efl :
fiquidem Gentes literis florentiorcs, et Divinatis fludiofiores fuere.* fummi
int^r ve^ teres Sapientes, Thales, Plato, Socrates &c..accur.itius de Deo
loquuti funt, et religiofius fentiere ; inter recentiores Nevvtonus, Eulerus
Scc. et fcripfere elegantiffime, et fumma religione, coluerunt. Quod ad *Iir.
fpectat, perbelle efl obfervare, quomodo profani homines fuo fe jugulant
gladio. Qui circumvenire alios fatagunt, ii Animorum affectiones, quas in
hominibus extare vident, in rem liiam convertere adnituntur, non vero novas in
eorum mentes introducere. Legumlatorum itaque calliditas ac vcrlutia, qua
Divinos congrefTus commenti funt, ne lubjecti populi a legum propofitarum norma
defcifcerent, edocet, populorum Animos ante imperium imbutos fuine Divinitatis
notio, nc, nec non religioni addictos antequam de rebus publicis condendis
quispiam cogitaret. Ita ex. gr. Numa nunquam colloquia cum Egeria finxi flTet,
neque leges ac inftituta fibi ab hac Diva tradita fuiffe, mentitus effet, nifi
in populo Ro nano animadvertiffet notionem Dei alicujus, et propenlionem ad
religionem > alias qui impatientes, elafiicos, et fervitutis nefeios
Romanorum Animos duplici graviflimo jugo et legum latarum, et Divinitatis
vindicis fubmittere potuiffet ? Deinde, fi ab imperantibus in populos derivavit
Divinitatis, et religionis notio, profecto omnibus retro fæculis ante
conflitutionem civilis imperii Gentes et Populi, fuiffent Divinitatis ignari •
nec non religione carerent qui nullis vivunt legibus, neque aliis parent. Atqui
e contrario Nationes, quo primis Mundi cunabulis viciniores, eo magis religiolæ
fuiffe comp.riuntur ; neque deficere religionis femina in illorum etiam
populorum Animis, quos nulla civilis focietas colligavit, penes Doctos omnes
confiat. Delirationes itaque funt, quæ ab Atheis afferuntur Cauflas univerfalis
^ ac perennis conienfionis Gentium cie Divinitate, ac religio, ne. Quod fi,
Cepofitis Animi Audio, ac prai. judiciis, veras hujufce conlenfus cauAas inve.
Aigare velimus, nullo negotio deprehendemus, has fuifle, I. Gentium omnium ex
communi fti. pite, et protoparente originem.* II, Mirificum Univerli
Ipectaculum fingulorum oculis perpetuo præfens. Ex prima equidem factum eft, ut
Filii, ferique Nepotes a parentibus edocti, primam Divinitatis notionem lacte
fimul exceperint. Ex fecunda, ne
prima ifthzc notio parentum traditione Animis informata in oblivio- ' nem
abiret, quin immo firmaretur in dies. Haic fecunda Caufia, profecto potior
prima, et ipla fola focordes Animos, vetcrifque traditionis vel immemores, vel
indoctas ab Atheifmi fomno fortiter difeutit, Deumque agnofeere cogit. De
attrihufisy qva Dto ^ u^i Enti a . ' fe ^ conveniunt ', ; ' -v v t, » T~^Fi
exiftentia fub notione primxre.1 J rum.omnium Cauflas effectricis adverfus
profanos homines vindicata, illius modo naturam expendere, operæ pretium eft.
Hant-equidem, utpote undequaque infinitam, finitis Alentibus et brevi admodum
intelligentia prædi, tis, vetitum complecti, et adæquate introlpicere. Quare
imbecillitati nofiras conlujentes theologia variis illam adfpectibus feorlim
'^contemplandam fufcipimus, ut quoad fieri pottft, excellentio. rem iplius
cognitionem aflequamnr. nue I ut Ens a (e ; II- ut Mentem ; III. ut huius Mundi
liberam efficientem cauffam conCderabimus, et in pratcipua inculcemus atmbuta,
feu* perfectiones, quæ ei tub hoc triplici adfpectu conveniunt. Re autem vera,
quz icuntur Dei attributa lunt una et fimplex Dm na Elfentia : W vero nifiil
vetat, quin leorfim ea expendenda fumamus, ne (cilicet u in ni tate Divinz
naturæ deficientes, cæcutiamus omnino, nec dein quidpiam delibare valeamus. et
Cum Deus fit prima rerum omnium CaulTa, eft idcirco improductus : nequit pro^
inde cxifiere nifi fua vi, et neceffitate luæ Naturæ - Si aliunde fufficientem
fuæ exiltentiæ rationem peteret, non effet prima rerum omnium CaulTa. Patet itaque Deum, efle
Ens 9 fe et neceflitate -fuæ naturæ exiftens. \ ni. Cum ex nihilo nihil fieri
queat, neque quidpiam elTe poflit caufla efficiens fui ipfius It. 114, et “8 ;
Ens, quod a fc eft, femper cxtitilTe neceffe eft. Deinde cum neceflitate et vi
fuæ natur* exiftat, nequit Ii* bi deficere, et ficuti necelTario lemper
extitit, ita et necelTario femper extabit. Deus itaque eji teternus. r i. - JI.
Cum Deus neceflitate fuæ naturæ exiftat, quidquid ad Dei naturam fpectat, ne
celTario pariter exiftit. Quare nihil, quod Uei eft, nec defecit unquam, nec
deficere ullo mo’ do do pofeft * Dsus adeo eft immutabilis. Finge fane, Deum
mutari pofle : necefle cft, cum aliquid de novo pofle adfumere, vel aliquid,
quod habebat, ex eo decedere poffe. Utrum vis dicas, eflfet aliquid in Deo non
æternum, nec neceflitate fuse natur* exiftens, fed contingens. Id vero eft
abfurdum §. zr. Efl proinde Deus omnino immutabilis - Confer 51. cofmol, 24.
Patet hinc i. nullos in Deo efle, nec effie pofle modos. Sane modorum
fufficiens ratio in parte 1'altcm ab externa caufla repetenda eft ont. 16. Eft
vero Deus omnino independens, alias non eflet Eris a fe. Nulli ergo funt in Deo
modi. Quidquid proinde in Deo eft, ad ejus fpectat naturam, et eflentiam, et
neceflarium eft. Ex utroque mox expofito theoremate patet 2., Deum actu efle,
quidquid efle poteft, et neceffario, et ab sterno; nec ullam realem
fucceflionem in eum cadere pofflp, cujufcunquc generis ea fingi velit. Sapienter Plato in Timso ERAT,
EST, ERIT partes Junt tem» porrs, male transferuntur ad naturam ater^ nam. Huic
EST tantum competit, ERAT vero, ERIT pertinent folummodo ad res in tempore
fluentes ; Junt enim, motiones. Illa fem» per immutabilis Natura nec fenior,
nec /unior ullo modo effe potej }., Contra Divinam immutabilitatem fequentia
obftare videntur.!. Cum Deus Iit æternus, Mundus vero fit in tempore ab eo
productus, ex non Creatore factus cft Creator.' reu actionem in tempore edidit,
qua ab *terno feriatus eft. II. Cum tanta fit rerum hujus ;Univerfi novitas, 8c
mutatio, caque Deum habeat Auctorem, haud illum eadem femper velle, oec eadem
femper nolle, dicendum eft. III. Cum nihil Deus neceffitate fuæ naturæ velit,
agatque, fed ex liberrima fua voluntate ; profecto quæ voluit, nolle : et quæ
noluit, velle po. test; id quod certe cum abfoluta immutabilitate conciliari
nequit. IV. Vel vanæ funt preces, fupplicationefque, quibus homines in fua vota
Divinitatem pertrahere latagunt.* vel fi hac non inutiles fuum quandoque
lortiuntur effectum, Deum mutari dicendum eft j quippe fua confilia, fuamque in
homines providentiam flectit, attemperat &c. zy. Sed fingula ifthæc futilia
funt, et bi. nis verbis exfufflantur. I. Quam dicimus crea, tionis actionem,
nihil eft aliud, nifi Divinæ Voluntatis actus, quo Mundi exiftentiam
efficaciter decernit. Hic profecto Divinæ Voluntatis actus æternus eft, ficut
ipfe Deus r at vero ejus objectum, feu effectus a Deo intentus, Mundi fcilicet
molitio, Tion pro æternitate, fed pro tempore intendebatur. Nihil ergo novi
egit Deus, cum Mundus c nihilo apparuit. II. Tota rerum mutabilium feries,
quanta quanta eft, unico, et fimplici, et æterno Divinæ Voluntatis actu
continetur. Deus ergo immutabiliter vult mutabilia. III. Cum æterna fuerit in
Deb ratio tum volendi quæ voluit, cum quæ noluit nolendi, ctfi nihil
necesfitate naturse velit, nolit -V,. - it V ii VC • '.«i ve ; quz femel voluit,
aut noluit ob camdem jtternjim rationem perpetuo volet, noletve. Sane incoftantisE, levitatis, vel infeitia e(l
argu. mentum nolle quat olim funt volita, et e contrario, velle qux noiita
funt. Sed nihil horum in Deum cadit. IV. Preces, fupplicationefque ad Deum, non
Deum erga homines, fed homines erga Deum fle unt. Perpetuo manet Deus in amore
Juftitiffi, et ordinis : prout ergo homines vel in ordine manent, vel abeo
defeifeunt, vel ad eumdem redeunt, bona vel mala experiuntur ab imperturbabili
et immota Divina Natura juxta ordinis leges agente. Nimirum preces,
fupplicationefque &c. ad illum fpe£l:ant ordinem, cui Divina Voluntas atque
Providentia perpetuo, et immobiliter adhasret. 28. III. Veus tft Etif infinite
peyfeB^n extenrive, et intenfive. Si non eft infinite per, feftum, eft profecto
natura fua perfeilibile. Cum enim Entitas entitati haud pugnet, quavis finita
Entitas nova feraper augmenta lufcipere poteft' tum extenfive, cum intenfive.
Sed quod natura fua perfectibile eft, hoc ipfo eft mutabile. Id ergo cum de Deo
pugnet, necef. fc eft, eum omnem poflibiiem entitatem complefti,* atque adeo
infinite perfectum efle et intenfive, et extenfive. Revera finis, feu limes non eft
quid pofitivum, led negativum ; eft nimirum defectus majoris entitatis. Fiat hypothefis,
Deum haud elTe infinite perfectum j et quoniam Is eft Ens necelfitate fua!
naturæ exiftens et irm mutabile 1. 2^, erit Deus Ens cjufmodi, ut natur* fu*
neceffitate fit finitum, et in fu finitionis flatu immutabile. Id vero abfurdum
cft. Concipi enim nequit Entitas, quæ naturæ fujc neceflitate certam fui
limitationem expofcat, certamque menfuram, quæque repugnet fui ipfius
augmertto. Deus igitur eft Ens infinite perfectum 8 fC. Confer cofmot. Deus efl
Ens fimpt}ci£imum. Ens compofitum pendet e comptinentibus. Deus vero eft Ens
omnirvp independens. Nequit ergo effe nifi phyfice fimplex. Deinde quodvis
compofitum natura fua eft mutabile. Deus autem cft immutabilis. Iterum ergo conficitur, Deum
effe ens fimplex. 30. In Scholis difpufatum cft, an ntetaphyfica faltem. Vel logica compofitio Deo conveniat. Quod ad
primum Ipectat, affirmativam fententiam . Scotiftæ tenuerunt, alferentes Dei
attributa formalifer ex natura tei inter fe diftingar. At non fatis
penficulate, quippe qupdvis Divinum attributum natura fua nequit aliud effe
quam ipfa Divina effentia ^ in qua fapere ex. gr» idenr-profecto eft ac effe.
Quod fi diftinctiones inter Divina attributa ftatuere folemus, id quidem
efficimus imbecillitatis Mentis noftrs gratia, non quod fit quidpiam in Deo multiplex.
Verbo, funt ilfjE diftinctiones virtutis feu rationis in Mentis noftras
conceptibus fundamentum habentes, non formales in natura rei in fidentes J Quod
vero ad alterum fpectat, ad quaftionem nominis tota res mihi perduci videtur.
Cum enim iogica compofitio CX genere et differentia conffet ^ 2. ont. ^ Genera
autem fint noftrx Men^ tis notiones abftractione confectæ appofitis nominibus
defignatæ : has primum notiones ac# curate funt determinandas, atque
exponendas, critque poftmodum facillima qujeftionis folutio. Ita ex. gr. li
nomine quis intelligat, id quod in quaque re fjibftat, et adjunctorum fulcrum
eft-, Deus fub genere liiblfantise haud comprehendi.poteft. Si vero illo
vocabulo *intelligatur omne id,f quod ‘per fe fubfiftit modo Deus ' fubftantia
eft. qi..,V. De«/ immettfuf. l. Quipiie pugnant Deo, utpote. Enti infinito,
quavis mirationes ficati effentias_, ita et exidentist; at» que adeo ficuti
infinitus cft in elTchtia,• ita iq exiftentia immenfus effe, debet.* II.
Exifiat tenim vero Deus in- aliquo tai»r tum loco, non ubique. rSufficiens
ratio cur. iq hoc potius rloco, et non in alio, nec ->ubivi| exifiat, vel in
ipib loco.inefi, vel (ih Dei tura. Utram vis dicatur, non r; foret Natura Dei
omniraodfiiindependens ; ejufque exiftentia cum iit d^termbato loco alligata,
haudeffet' fibi fuiSr cientilfima et a fe. Hoc autem repugnat. Deos Igitur
ubiquq locorum exiftat) 4 ^us oportet jfiiat immenfitate naturas., ^ qa. At
opinemur illunt, fpatiofa magnitudiiie.. ubique diffundi., Qpa de rp
animadvertatipr, 00.-« tionem 'Divinis.immenfilatis non pofTe ulfo pOf eto
fecerni. a. notione fimplieitatis vetras, et ab# folutas : 'nequ«; Deum dici
poffe ^imm.eofum, air ii et una J^ui fimplex habeatur 4 $ane guævia c. roa
l,magnitudo minor eft in lui parte, quam in toto ; Deus vero per luam
immenfitatem unus et idem ubique locorum eft, et rei cuilibet intime præiens.
Certe immeiifitas, et limplicitas duæ lunt perfectiones puræ : amb adeo de Ente
infinite per{pcto prædicandas veniunt. Cum vero utriutque perfectionis nec
adæquatas nec pofitivas habeamus notiones / hinc ratio, fibi deficiens ab
imaginatione exfuperatur,' quæ, immenfitatem cum fimplicitate pugnare, faJfo
repræfentat. Quod fi clare pervidemus immenfitatem non poffe nifi Enti limplici
convenire, ratio imaginationem corripiat, neque linat ab ea rapi. ^3. Deus ejl
unus. I. Nulla adeft ratio eccur plurcs efle Deos putemus. Sane Dei notionem ex
neceflitate primæ alicujys CaulTæ effeflricis nobis compatamus: lemcl ac
(latuimus, aliquem exiftere Deum primam rerum omnium caudam, nulla adefl ratio
cur pl u res Deos comminifeamur. Deorum pluralitas manifclliffime rationi
contradicit. Quid lane Deorum nomine intelligi debet, nifi Entia natur* fuæ
neceffitate exiflentia, atque adeo infinite perfeSla? . cof. ^.zS-tieol. Atqui
duo infinita, non inquam plura, manifeftilfime repugnant. Sint, fi fieri
poteft, hæc duo infinita A, et B. Infunt ne Enti A illæ- cædem numero
perfe£liones, quæ infunt B, et viciiTim : vel non,? Si primum, illa duo Entia
A, et B non funt reapfe nifi idem, et numero unum Ens. (’quot yel ad idealem
coexiftentian>, vel ad idealerp fuccffljonem fpectant ex natura^ et
complexione tot is syflcmatis, nec nOn ex nataris fingulcrum Entium
syfleinaconfiantiura, V ‘ fiuc natur'alis fluere debent; nec aliter fluere,
quam i pix Entium naturx, mutuzque ad invicem relationes exigunt. Hinc profecto
efl, ut, vel ex ipfis exordiis cujufque Mundi intelligibilis, infinita Divina
Intelligentia, cui p^enitiflime patent et naturas, et relationes ut ut minimas
Entium ad illum Mundum fpectantium, perfpectiflime, et plenillinie nequit non
attingere lingulas fuccefliones, et evolutiones ad eumdem Mundum fpectantes.
Divina polTibilium fcientia, quam breviter modo expofuimus, fcientia fimplicis
in^ telligentia folet nuncupari. Ejus fons et origo, ut patet, ipfa eft
infinita Dei Entitas Divinæ Intelligentiæ pleniffime patens. Atqui gaudet
quoque Deus completa fcientia omnium futurorum, quæ ad certa quavis et
determinata tempora fpcctant ; quam vi/sonis fcientiam dixerunt. Hujus fcientia:,
eo quod et futura libera complecti debeat, ex humanis ideis explicatio, acriter
torfit Theologorum ingenia. Ita vero nobis exponenda videtur. Mundus hifce
realis, quantus quantus efl (8c duratione, et extenfione, et intenfitate,
expreffio eft et deferiptio uniiis ex illis infinitis tntelHgibilibus Mundis
Divinse Menti longe lateque ab ipfa æternitate patentibus: illius feilidcf, cui
JEterno, et efficaciflimo Divinæ Voluntatis decreto adjudicata fuit exiftentia
in tempore confequenda.Nihil profeqjo eft, nec fuit, \ncc erit quidpiam in hoc
reali Mundo, quod vel latum unguem ab illo asterno exemplari re. ' C« ceiendo
alterutram denegare, quam fui imbecillitatem ingenii fatentes, utrique veritati
acquielcere. Ho. rum nempe Alii, de humana libertate nihil hslitantes,futurorum
liberorum feientiam ab sternitate Deo adimerunt. Alii vero, Divinam re, rum
omnium certam et infallibilem prsfcien-. tiam pro rata, Sc indubia ftatuentes',
Mentibus agendi libertatem eripuere,. Hi e Fataliflarum funt grege, qui Divinam
prsfcientiam nobis neceffitatem imponere agendi qusciinque agimus, contra
intimum confeientis fenfum effutiunt. lif* ' dem ElegamitHme Boethius confoUt.
T« cun6ia fuperno Ducis ab exemplo : pulchrum, pulcherrimus IpP^ Mundum mente
gerens ^ fimi lique in imagine forma'*^') FerfeSla/que jubens ^ per f edum
abfolvere partes, ' y dem pene armis Utrique pugnimt,quo propSam tueantur
fententi-sm. Hos audire et refutare ma. xiniopere infereft,.Inquiunt: I. Gum
Dei fcientia certa fit, et infallibilis, quæ Deus prænovit, neque|int profecto
non evenire. Sed qræ nequeunt non evenire neceflario eveniunt. Quæ ergo futura
Deus prænovit, neceffario funt futura. Vel ergo ‘ nulla funt futura libera, vel
fi aliqua funt tujufraodi, a Deo neutiquam funt 'prævifa. II. Et revera, facta
hypothefi, Deum fingula ab æternitate prævidifllp,k ficuti fi modo aliquid
fieret contra id, qu^ Deus pwevidit, actu Dei prævifio errori obnoxia foret :
ita profecto, fi aliquid contra id. quod Deus prævidit, evenire poffet, Dei
fcientia poITct errori fubjacere. Quum ergo Divina prasvifro, nec unquam a
veritate, aberret, nec queat aberrare : dicendum' eft, rerum omnium et Cauffas,
et effectus ne dum ita pergere, rUt Deus prajvidit, fed nec aliter pergere
poffe. firmatur ita. que, vel nullam habere, Deum* certam feientiam futurorum :
vel quæ dicuntur futura libera non effe hujufmodi nifi vtrbo tenus, reapfe
tamen Jieceflaria efle. ♦ ' s? Ad fingula refpondemus. Ac I. diftinctione
indiget, quod principio ponunt: qute Detts tranavit^ y nequeunt, non evenire."
nequeunt profecto non.hypoihetice y 8 c confequen* ter y non item abfolute ^ et
antecedenter. Quæ diWnctio ut in propatulo ponatur, fupponamus, me, omni
illunonis periculo remoto, Petrum coram ambulantem intueri, profecto,, quandiu
1\ theologia . iUum a Abulantera intueor, fieritne^uit i ^uin deambulet,* non
enim fieri potcft, ut idctn fit fimul, et non fit» At nemo non videt, 4ticirco
fieri non-polfe, quin Petrus deambulet quia, ipfe fe &.ad deambulandum
determinavit, 5c adhuc in, eadem, determinatione manet ; non quod neceflitatem
aliquam tex.mea vifione paflus fit, vel actu, patiatur. Neceifitas itaque, qua
Petrus actu deambulans nequit non deambulare, hypothetica eft, et co»/e^«»x,
fluenS, nempe ex ejus libera^eterminatione, n deambulantem. certo«intuear, et
cur nequeat ille actualiter et de facto non deambulare. lU porro tera (ejungi
nulfo modo‘pofiit, patet, Deo Voluntatem tribuendam -effe i Revera cum hicce
Mundus e nihilo Iit conditus, nonnift Divinæ Volitati ' tribui* poteft r, eccur
inter « infiiiitos «lios «que polfihiles et fit electus, et fit ad exiftentiam
perductus. '• 54. Dei.;autem 'Voluntas nequit effe' niff rectiffima, fcilicet
infinita; fuæ Sapientia; iciris, æternifque rationibfus apprime* conformis. Cum
enim Natura Dei fimpliciffima fit, ac perfectilfima qo., equidem fieri non
potefi, ut in Eo aliud fit velle, aliud fapere. Sane qiitd magis ablonum quam,
Voluntatem a Sapientia defcifcere, ac' Sapientiam erroris, levitatis, vel
ofcitanrias Voluntatem' redarguere ? Profecto id everteret intimam Dei NatUram
numeris omnibus abfolutiflimam. Divina Volyntas, qua parte objecta. extra fe
pofita iritendir, lilxrrima eft, et immutabilis. Sane nulli externo fato
potefi^ Deus fubjici, eum fit'omnino independens^ et a fe^t neque ulla neceilTtate
naturæ, nulloque interno. impeto- rapi poteft ad profequenda (Ejecta extra fe,
quum fit intrinfecus Sc natura fua bea- « tiffimus, nullumque licet minimum
bfatit^t» nis augmentum advenire ei extrirtferuff poffit, Liberfima igitur Deus
Voluntate gaudere debet. Cum vero nequeat Divina Voluntas noa effe i ni
mutabilibus, ac asternis fua; Sapientiæ 'rationibus apprime conformis' præ.,
confeqiiens eff, illam nec unquam mutari nec mutari poffe- - ' ' Qpæ Deus vult,
aut non^v^t / ab ' I æterno, ac lemper voluifle, aut noluiffe opor- ^ tet ; nec
'^quidpiam ‘Deus velle poteft, quod ab æterno noluit, aut fnodo nolle, quod ab
æter- 1 no voluit. Itaque Dei Voluntas non inftar facultatis concipi debet, fed
infbarfimpliciffimi actus pci^petuo, et immutabiliter permanentis, -quo • ab
ipfa æternitate voluit, noluitve fingula fi. ntul j, qux efie poterant fuæ
Voluntatis objectum. Patet hinc nonnifi cx imbecillitatis noftraj modulo pl
ures Deo tribui Voluntates, quibus res extra fe intendat, et quas Dei decreta
appellare confuevimus.... iir., De attnhuus, qu(t Dvo, utpote primee rerufn
omnium Caujfa, conveniunt : ubi dt confervittipne, bonitate, ' 0 providentid.De
Conjervatione. «^ fingulæ hujus Mundi fubftantiæ . j non ex fe, et vi fua, fed
efficaci Divina Voluntate olim exigentiam fint confequutæ^ fponte veluti fua
inquirendum modo occurrit, qua vi ha^enus in Tua perdurarint exiilcntia, feu
cui referenda veniat fuse exiflentise continuatio. I. inhæc exidentiæ
codtinuatio nequit Entibus contingentibus vi propriæ effeftiæ con.^e^ire. Si
enim cxiftent^id eorum effentiam pertineret, forent Entia illa immutabilia :
contradi£lorium fane e(l,^quidpiam fua effientia exiiientiam, vei
continuationem exiftentiæ obtine, re, et interim elTe, et beri pofTe aliud ab
eo quod effiSunt vero Entia quxvis hujus Mundi ut origine fuacontingentia ^ ita
&: ejulmodi in fuæ exiftentiæ continuatione. Exiflentiæ itaque continuatio
nequit Entibus contingentibus vi propriæ*^^ eflentiæ convenire : atque adeo
aliunde ejus fufficiens ratio repetenda venit. Ratio futiiciens continuationis
in exi ftendo nequit alia effe a ratione fufficienti exiftenti* primo temporis
momento confequutæ. Revera exiftentia fecundo, tertio 6cc. momento cjufmet
naturas eft, ac exifteotia primi momenti ; immo una eft eademque exiftentia;
nempe Entia contingentia fubfequentibus momentis {'uum ejfe haud aliud et
diverfum habent ab illo, quod primo momento obtinuerunt. Igitur fufiiciens
ratio continuationis exiftehtias Entium con fuam exiftentiam primo aufpicata
funt. In hypothefi, qua Ens sternum niWl curaret entia a fe olim condita, fed
ea veluti ipfa fibi relinqueret, nequirent profecto, ne minimo quidem temporis
intervallo, perdurare, in nihilum illico abitura. III. Quum exiftenti®
contiouatio, eofifervatio appellari foleat, liquet, illum ipfum“ rerum omnium
Conditorem effe Carumdem Coa* Jervatorem optimum. IV. Rerum confervationem haud
infcite continuatam creationem di£Iam effe: quæ phrafis haud ita intelligenda
eft, quafi De« us fingulis momentis. reiteratos edat creandi aftus, led quod
rerum confervatio non conliftit, nifr ex eodem Divinæ Voluntatis æterno, atque
efhcaciflimo actu, e quo ilis luam cxi6- Quoniam Bonitas mora Bs ‘ condUit in‘
conforraitatc actionum liberarum cum prasferipto legis » botio bonitatis
moralis fupponit legem a fuperiore latam ; potentiam in fubjecto morali
delciicendi ab illa ; 3, necefiitatem illam lequendi, ut fuam confequatur
felici-? tatem Atqui hx notiones • pugnant omnino^ cum Divina perfectiffima
Natura, quæ et abfolute independens efl, et intrinfecus ac per fe beatiflima.
Nequit igitur hujusmodi bonitas moralis Deo attribui. Divina bonitas eft
Ordinis, cft plena Voluntatis confbrmitas zterno rerum Ordini ab «ternis
infioitz Sap entiz fcitis atque re£liilimist, confiliis fluenti. Itaque non
Bonitas Sapientiz ac Potentrz imperat, fcd Sapientia Bonitatem et Potentiam
moderatur. Quare fi zternus ac iiqnentiflime conflitutus rerum ordo haud patia.
tur>, homines in ipfis exordiis fuz immortalis vitz ( nempe in hac vita
przienti ) plenam coflfequi perfcflionem, et beatitatem fu» nature congruentem
; fed exigat, refervandam eam ^e alteri feculo ; minime profecto Divinam
Bonitatem redarguere licet ^ quod nos non eflPecerit heie^enc
felices,.fiveritque plura mala obrepere. Ita porro rem fe habere, facili argu.
m«iu \ 6Oe malis, quz ex indeclinabili MiAidi ordine patimur, quseque
contectaria iunt legum coimologicarum, nihil efl, quod jufte conque. ri
poiTimus. I. enim ex ipfo Mundi ordine, iifderrique cofmologicis, legibus
noflra pendet exiflentia, 8c innumera illa bona fluunt, queia in præfenti vita
fruimur. II. Quod ita Mundi ordo ab initio (it conflitutus, ut omnium minima ^
pauciora mala irreperent, maxima vero, et plura bona : id quod pluribus demon*
ftrare poflTemus per totum Mundi orbem mente difeurrentes I (J^uod fæpe numero
voluptates doloribus adeq iinitimæ et conlequentes fint;po« fit*, ut hos fatis,
fuperque rependere videantur. IV. Quod mala illa optima fu nt media quibus a
nimio pr*fentis vit* amore revocemur, neve vit* voluptatibus irretiti ' faifq nobis
fua. . deamus, permanentem heic habere civitatem, nihil de futura folliciti :
tum legem fenfiium legi rationis praferamus. V. Quod>lunt illa auf
przparationes ad virtutem ne peccemus, aut juflz punitiones fi peccavimus, ut a
peccatis recedamus. Nulla fane utilior, atque eloquentior virtutis fchoia >
quam malorum perpaflio j nec capitalior virtutum peflis y quam perpetua vit*
profperitas; Mifyri/e toiSrantur, pcrfpcctc Tacitus inquit, felicitate
corrumpimur. Ilf. Mala, qu* ipfi nobis confeifeimus ma. lo' five corporis ^vc
Animi reginiine plurima equidem funt. Atqui h«c nequeunt certe D/o Sd'
adjudicari nifi fumma inicitiav et stolida temc. ritate, quæ non verbis, led
verberibus.corripienda foret. Quid enim, Deo ne tribuam fi doloribus, vel febri
laborem ( ut id exempli loco auferam ) ex ingefto cibo, potuque ultra quam
natura exigebat, et (lomachi vires patiebantur ? Profecto juRum eft, quod
intemperan. tia! poenas luam : -nec eft, quod Divinam bonitatem redarguam, cUm
e contrario maximopere commendanda veniat.. Hæc fane mala, mali nr ftri
regiminis confectaria, fræna funt, ne in vitia corruamus,. et ad virtutem
colendam caleatia tum juxtæ funt punitiones, fi hac contempta, in illa concc
fieri mus. Reftant
tandem mala, qusE 'e?c noftris fluunt præjudicatis opinionibus., ab effræna
imaginatione. Quas ad /hanc fp^ctant clafiem, maximam malorum partem capiunt,
et ea præfertim', quæ focialis vitæ felicitatem maximop,ere pertubant. Sed
nihil hæc mala contra Dei Bonitatem faciunt, quippe fepientia et prudentia
profligantur, ficuti e contrario sb inicitia et imprudentia
gignuntur,-ScitifSme Epictetus in Encbir. cap. V. Pet^tnrbant bomirtes non res
ipfa, Jed de rebus opiniones Cum- igitur ' aut perturbantur aut trifiamur ^
nunquam alium irtcujemus., ^ed nos ipfos, boe eji noflras opiniones. Verum vero
inquient. Potuifict Deus in alia rerum (Siconomia humanum Genus conftituere, e
qua perpetua bona fluxifient, quin ulla unquam irreperent mala /' Quod fi ita,
haud fumme bonus-, in. bonitate, admodum parcus Deus fuitje videtur, qui illa
podhabita ceconomia banc przfeutem ^ condiderit pluribus Icateutem naalis. 'j6.
Sed facilis ad hzc refnonGo • I. ‘Non heic quzrijtur, quid Deus potuerit
efficere, fed quid efficere eum decuerit ^ Jam vero, non, no« ' Ilrz caligantis
intelligentiz e(l decernere a priori, quznam ex poflibilibus oeconomiis przdet
ceteris, fitque Dei Sapientia ac Bonitate di« gnior. II. Nutn ne tantum noftri ergo Deum condere mundum
oportuit? Equidem Deum horni, num non' demerentium felicitatem velle, i omni
dubio vacat.* at Eum in Mundi creatione noflram plenam felicitatem primario
intendifle vel intendere debuiHe, id ed quid' ^uidpiam ab illa ratione
diverfum. Sed hanc rationem five verbis præclare definire, five pura mente
complecti pofie, certe negatum mortalibus effe autumamus. Ecquis fane
perfectiffimam, et undequaque infinitam Naturam Divinam perluftraverit ? Quas
rerum ideas, quasve notiones adeo puras, et præcellentes mentibus noftris
gerimus, queis Divina incomprehenfibilia arcana decentet relerare audeamus?
Verum vero, utut explicanda veniat Divina ifthæc excellentiflima ratio, et
finis ^ autumamus, creaturarum felicitatem, Divinæ- ^ que glorise
manifefiationem illa ratione ccrtc contineri. Revera, haud aliter decebat Deum
fe gerere, quam ejusmodi Mundum condere, In quo Hanc rationem et finem ut
expedirent Platonici, aifeverabant, Deum ipfa fua infinita bonitate percitum
fuilTe ad Mundum condendum, ut fcilicet effent, quos benignitatis, ac
famma:,qua ipfe fruitur, felicitatis participes etiiceret : quaf fententia
antiquis Chriftiani ccetus Dodorlbus non difplicuit. Procedente vero tempore
ufu ienfun invaluit inter Theologos, ut Deos glorix fpf caufla Mundum condidi
fle diceretur j quod rede explicatum, et intelledum, nec quidi-uam habet
offenfionis, nec cum priori illa fententia pugnat. Nam ut perfpedt Cudworfhus
Syflem. inrelled. Cap. V. fed. 5. Neq:lTet vel minimum obflare. Q^ua igitur Deus voluntate
finem infendeb.it, profecto et optimum Mundum *legit ex infinitis poflibilibus,
tum et opere complevit. Revera finge, hunc Mundum non effe optimum^ feu fini
pr*4ituto non apprime congruentem ^ equidem vel defectui Sapienti*, vel
Potenti*, vel Voluntatis in Deo tribui debet, quod non Iit conditus optimus
Mundus. At 'priora duo Divina: pcrfcctiffim nanif* repugnant: ternum vero
contradictorium eft,,: media enim ad finem confequendum eadem voluntate,
continentur, qua finis intenditur. Quin ergo hic Mundus fit optimum, et ^ptifiTimum
medium ad confequcuf dum finem a Deo intentum nullo pacto ambi, gi potcft. Sed
hasc rerum Univerfitas fummd Divinas Sapientias confilio,'.ac pie niifima
omnium futurorum ptasfcientia plim a Deo condi* ta, incelfanti actione ab eodem
Deo perenniter confervatur, nec aliter confervatur, quam Men. te concepta fuit.
6 z, Deus 'igitur perenni ifthac confervatione curam oftendit, ut mun« danorum
entium, syfiema illum confequatur fi» nem, cujus» olam gratia * mente
conceptum, tura reapfe conditum eft. Et quoniam mediorum ad finem æcomodatiflimorum electio cura ne ab illo
fine deficiant, providentia vocabulo dcfignatur.* Deum providentiffimum- plane
effe ex modo dictis 81. 82. evidentiifime patet..Equidem Dei Providentia cx
ipla ejus natura tam' arcte ac necefiario fluit, ut p^rfpecte Cicero de.
Epicuro, qui Deos nihil mundana curare fluite effutiebat, dixerit, Epicurus ve
tollit, oratione relinquit Deos (a). Certe omnes, Gentes, ficuti Sdpremi
alicujus Numinis 'exiflentiam agnovere, ita et ejusdem providentiam hffx funt,
et coluere.* quod adeo omnibus in eompertO/ efl ^ ut demonftratione non indigeat,
Di nat. D eor.'l. i, - v. - 'At circa Dei providentiam plura occurrunt, quæ
maximopere intereft animadvertere. I.. Dei providentiam. haud in eo confillcre,
ut per lingulos dies,pcrque fingulas. horas perfpiciat quid. factu opus ht, et
qua flectenda fit rerum feries, fi quuipiara erraverit, Abfurdiim id quidem, 8c
infinita Dei Sapientia indigniffirnum. Potiflima Divinæ providentiæ notio
codfiftit I. in illa rerum omnium præordinat io ne fapientiffime oliro
conftituta ex ad^uata omnium futurorupa prastcientia, qua præordinatione
fingula entia hujus Mundi fuas exacte leges fequentia tum ad fuos, peculiares
fines pergunt, cum ad ultimum illum fipem, qui in Mundi molitipne fuit a Deo
intentus. 1. Divina prexvidcHtia continetur in illa inceflanti actione, quam
confervatiooem dicimus, feu io perenni illa et efficaci voluntate, qua fit, ut
fingula Entia.perdurent, &“ pergere non definant juxta præordinationem in
principio, factam. II' Syftema Divinæ providentiæ pror fiis incomprehenfibile
haberi debet, ficuti enirn ' 3 * brutis., animantibus intelligi nullo modo
poffunt quæ ah hominibus conduntur fyfteniata politica, mathematica &c.,
ita profecto multo minus comprehendi ab hominibus poteft lyftema gubernationis
Mundi, quod eft opus ab infinita Sapientia attern* Mentis conditum. Revera
hujusmodi lyftema ferienti complectitur omnium temporum, omnium entium, omnium
eventuum fibi invicem cohærentium, et lele motuo. explicantium, duantum
profecto eft nu jusmodi fyftema, et qu«m la;c patet i at qu^tn exigua illius pars
efl, qux nobis innotdcit ! Tum, quantilla cft human* caligantis inteJligentiæ
et vis et extenfio 1 quam manca, quam perverfa de quavis ut ut minima re noftra
cognitio 1 Num ne rerum relationes, ac nexum vel longe perfpeximus ? Quam plura
funt, qnse de unaquaque re ignoramus, quam qus novimus, vel potius quæ noviffe
putamus? 86, III. Divinæ Providentiæ Syftema eo magis adorandum, quo minus
illud comprehendere valemus. Hinc enim i. in admirationem rapimur Supremæ Dei
Majeftatis, nec, fi lapimus, non poffumus venerabundi non adorare altitudinem
Scientia ac Sapientia Dei, cujus adeo incomprehenjibilia funt judicia y
invefli* gabiles via. a. Incerti de rerum eventibus probamur, et ad fummas
virtutes fidei, fpei, et omnimodæ religionis excolendas incitamur. Totum Divinæ
Providentiæ Sy-, Ilcma dno præfertim peculiaria ac minora Syfiemata
complectitur inter fe fapientiffime, et mirifice connexa ; phyjicum nempe, quod
ad brutam materiam fpectat, et morale, quod Entia ratione, et libero arbitrio
prædita refpicit. Phvficiim Mundi Syftema phyficis legibus regitur, et ad
pra^itutum a Deo finem recta pergit Sunt enirnvA-o phyficæ leges nihil aliud,
nifi certæ determinationes viribus materiæ a Supremo Conditore imprelTæ, quibus
phyfica neceflitate fiunt quæcunque fiunt, et hd smuifim infinitæ præordinantis
Sapientiæ. De hoc phy£co Syftemate fatis in Co/. c. 4. Atqui Entia, Y quæ funt
ratione et libero arbitrio prædita aliis omnino legibus profecto regi debent,
quæ lint eorum natur* conformes j leges quippe, quas phydcas dicimus^ rationem
et liberum arbitrium deftruerent. Determinationes, qu* Entibus ratione Sc li-
bero arbitrio prxditis conveniunt, nequeunt aliæ cfTe, quam qu* ex illiciis
bonorum, et amore felicitatis, vel ex horrore malorum, et mife- ri* odio
fufcipiuntur. Leges itaque, quæ En- tibus libero arbitrio pr*ditis conveniunt,
oc- queUnt aliud efle niti certa et immutabilia tita- tuta Supremi Conditoria,
quibus bonum et felicitatem creaturis rationalibus in ordine n>a- nentibus
præordinaverit, miferiam vero et in- felicitatem creaturis ab ordine
defcifcentibuS. Ifthæc flatuta /e^ef morales naturales dicUntur^ * 88. V. Leges
morales haud cenferi debent creaturis rationalibus extrinfecus et
accidentaliter impotit*.* fed in ipfo Mundi ordine intit*, et in creaturarum
naturis. Neque putandum eft, ex folo Conditoris arbitrio illas luam obtinere
fan- ctionem, fed pr*fertim ex rectiffimis et infle- xibilibus Sapienti*
fcitis, quibus omnis mun- danus rerum ordo primum conceptus fuit ^ tum demum
Divina* Voluntatis efficacitate ad exi- ftentiam perductus. Nimirum generale
Mundi Sytiema ea arte ab infinita Divina Sapientia conditum efl, ut
indeclinabiliter ad felicitatem ducat Creaturas rationales ^ quæ fartas tectas
fervant relationes, quas ad tingula qu*vis En- tia natura fua habeat, fuasque
illis attempe- rant actiones: ticuti c contrario ad miferiam et in- lyp Sc
infelicitatem efficaciter trahat illas Creaturas rationales, quæ eas relationes
violant, corrum- punt, fuifque actionibus peffumdant. Requ dem vera nifi res
ita le haberet, haud foret 'iVfua^ danum Syfiema ordioatiffimum, infinitaque
Dei Sapientia ac Majefia^e dignum, fed opus na- tura fua hians, quod externis
veluti prasfidiis pofimodum circumvallatum, infcitiam et im- potentiam in
Conditore argueret. * Sp. £ mox dictis patet I. generale Mundi Syflema ne latum
quidem unguem a præfiituto fine aberrare, five Creaturæ rationales in fuo
maneant ordine, (ive ab eo defcircant. In fuo enim ordiiie manentes fuam
confequuntur feli- citatem : a fuo ordine recedentes miferiam et infelicitatem
nancifeuntur, et quidem in ratio^ ne fuæ aberrationis - At utrumque verum, et
realen-i ordinem generalem confiituit : utrum- que ad generale Mundi syftema
æque fpectat, et mirifice conrpirat fini, quem ^us munda- no syftemati
przftituit. 2, Patet,Vmnem le- gum moralium naturalium notitiam aufpican- dam
pfTe cx relationibus, qu® rationales natu- ras ad fingula quavis Entia nectunt.
po. Contra morale syftema Divina pro- videntia objiciunt profani homines
maximam ac increciibilrm pene rerum humanarum confu- fionem. Inquiunt, aque omnia
eveniunt omni, bus: nrobis et improbis, religionis contemptori- bus et amicis
idem imminet periculum, et aqua fors. Quin immo perjuri, facrilegi, et
criminoii homines non raro melioribus gaudent fatis, quam optimi, et
juftiifimi. Nullam er- Y 2. go naturalis go Deus, ita concludunt, humanarum
rerum procurationem habet. pi. Equidem vis huic objecto confifteret, fi inter
demonftrata foret noflrorum Animorum cum corpore mortalitas. Id autem cum
tantum abfit, ut contrarium recta ratione dcmonftre- tur, ruit propterea
objectum illud ipfa fui mo- le, tum facili refponflone exfufflatur. Ita præ-
clare Auguftinus ia).' Placuit Divina providen- tia praparare in poflerum bona
juflis, quibus non (ruentur injujli, mala impiis, quibus nofi excruciabuntur
boni . Ifla vero temporalia bona et mala utri f que voluit ejfe- communia ut
nec bona cupidius appetantur, qua mali quoque habere cernuntur ; nec mala
turpiter evitentur, t^tibut et boni plerumque afficiuntur ., . Dein fuhdit. Si
nunc peccatum (Deus ) manifefla ple&e- ret poena., nihil ultimo judicio
Jervari putaretur.' rurfus, Ji nullum peccatum nunc puniret aperte Divinitas .
nulla ejfe providentia Divina credere- tur . Similiter in rebus fecundis, Ji
non eas Deas quibufdam petentibus evidentijpma largi- tate concederet, non ad
eum ifla pertinere dice- remus itemque,fi omnibus ea petentibus daret nonnift
propter talia pramia ferviendum illi eJfe arbitraremur . pz. Qui Dei
providentiam vituperant, quod mala et impia facta non llatim plectat, equi- dem
fimillimi eorum (unt, qui videntes in fce- nsm prodire facinorofos ^
fceJeratofque homines, eof- de Ci vit. eofque per totum carmen in luis
criminibus exulMre, tragicum Poetam incunctanter convi- ciis petunt } totamque
fabulam ut Icclcratam rejiciunt . Tragoediæ exitum hos expectare opor- tet, mox
enim illos dignis excipi fuppliciis videbunt, fuorumque fcelerum meritas poenas
lue- re . Vera fabula prxfens efl vita : quilibet no- Urum luam in hoc telluris
theatro perfonam fubflinet, et ita, ut de fuo femper aliquid ad- dat fabulæ .
Atqui Deus totam fapientiffime fabulam moderatur, et regit . Is lapientiflime
nectit noftras hujufce vitSB actiones cum fuis geftis, quæ in altera vita
lequentur : eruntqua futura cum pr®fentibus ita inter fe apte Sc con- cinne
connexa, ut fumma de rebus omnibus providentia eluceat . pq. Tandem, fi Deus in
humanis rebus moderandis ubique fusE providentiæ vim, 8c, præfentiam
extraordinariam oflendere vellet, ficuti Adverfarii infcitiflime et
arrogantiffime poftulant • profecto miraculis cuncta elfent re- plenda,
naturæque leges perenniter interpellan, dæ . At quæ fumma confufio rerum hinc
pro- diret, quæ maxima perturbatio ! Edifcant ergo Adverfarii rectius
philofophari : ficuti apparen- tes illa; perturbationes, et monftra, quæ in
fyftemare phyfico quandoque occurrunt, nihil de ejus ordine et harmonia
detrahunt, quippe ex ejusdem ordinis vi 3c legibus confequuntur, et in ipfum
ordinem redeunt : ita nihilo fecius divina de rebus humanis providentia
confiftit, licet quædam moralia monfira quandoque profilire et exultare
videantur. Moralis quippe y q or. NATURALIS ordo, 8c providentia ex harmonia
legum cosmologico-moralium, et ex nexu actionum hujus vitæ cum alterius futuræ
vitæ ordinatione refultare debet. Finis Theologia, TOTIUS OPERIS CONSPECTUS Jn
unlverfam Metaphyficam^ prafatio. i METAPHYSICARUM INSTITUTIONUM In Ontofopbiam
prolegomena De effentia, et attributis. De variis entium generibus De
relationibus Entium. Dff relationibus fimilitudinis. De relationibus, e coexifletftia
dependentibus . De relatio.nibus dependentiis, ubi de Catijfis. De quib.usdam
"relationibus compo/itis . INSTITUTIONUM METAPHYSICARUM PARS ALTERA In
Cofmologiam prolegomena. De Corporum elementis. Corporum elementa Junt ne ex-
tenfa, vel inextenja Similia Jint ^ qn diffimilia cor- porum elementa
expenditur . . niTT De Legibus cojmologicis . De Mundi, Materia origine. sirr:
Etis tttiquod aternutn natura fua necifjitate exi/iere, indubie demon- firatur
j tum ejus pracipui c&araSleres expenduntur .In materia originem inquiri -
tur, eamque ix nihilo conditam vi, potentia fupremi Numinis inviBe
demonflratttr . I op Democriti, et Epicuri fenten» tla refutatur ; ubi Mundum
potentia, et fapientia Entis aterni conditum effe evincitur . I £ 5 Spinosa
Jyflema abfurdorum, et contradiBionum effe cumulum ofien - ditur . De nexu
omnium Mundi Cauf- Jarum et effeBuum : ubi de fato juxta . Pbtlofophorum
placita di [feritur De nexu omnium Mundi Cauf- /arum, effeBuum, lai P
bilofophorum de fato fenten* tia enarrantur, atque refutantur. ia8 De Naturali,
et jupernatu» De Natura gener at m ; ubi . quid fit naturale edocetur De
fupernaturaii : ubi de Mi’ vaculis generatim Pinis Cofinologia METAPHYSrCARUM
INSTITUTIONUM In Pfycbohgiam jtrole^omena . g CAPI L De Facultate fentiendi . j
Senjitiva facultatis indoles at» que natura expenditur ^ &“ plura fenfa ^
tionum do^lrtnam Jpe^antla enucleem tu* . Qna Jit fedes principii fenji- tiva
facultate praditi .De Memoria De contemplatione DV remintfcientta .De
recognitione De facultate attendendi ^ et refle^endi, zS De imaginatione, De
facultate appetendi ^ ejuf~ que objeElo : ubi de affe^ibus fummatim. De
facultate appetendi, ejuf- que objeblo . ibid. De affeBibus . at, De humana
Mentis Volunta* te, ac Libertate . De Mentis humane Natura.. . •^nimadverfiones
ad invejiigandam %Anima humana naturam preeli- mtnares .Humanam Mentem haud
effe ' temperationem humani corporis, ac pra^ cipue cerebri inviate
demonjiratur Ct*tvU fubjlantite corporea in* trinfecus pugnare cogitationem,
/Jw De idearum^ notionumque natura, atque ongtne %/inimadverfiones praliminares
ad idearum,netionumque naturam atque originem expijcandam. Idearum origo ac,
natura expenditur. Quadam Pbilofopbortm.placita, qua idearum /peliant originem,
breviter exponuntur . Df tAunue humana orij^tne’ .De Mentis humana Immorta-
litate . I loi Mentem humanam ex natura Jua infpe^am, immortalem effe, demon-
flratur . Mentem humanam ex fui
Con- ditoris voluntate infpeBam immortalem naturali ratione afferitur.
METAPHYSICARUM INSTITUTIONUM In naturalem Theologiam prolefromena . Deum
exi/lere invitiis rationibus demonflratur, et *Atheorum pracipua cavillationes
difpelluntur . Deum exi flere met a phy fice de - monflratur . ibid. ART. II.
Dei exiftentia morali demon- firatione vindicatur .De attributis, qua Deo, ut
Enti a fe y conveniunt. 1^8 De attributis y qua Deo y ut Menti, conveniunt .
Dei Scientia expenditur . ibid. Ds Dei abfoluta Beatitate, De Dei Voluntate. De attributis, qua Deo y
ut - pote prim-rfetur, et fi merito typis mandari pnfit . Ac pro executionc
Regalium Or- dinum idem Revifor cum Jua relatione ad nos di- rede tranf mittat
etiam autographum ad finem', Datum NAPOLI ^ .»79d. FR. ALB. ARCHIEP. COLOSS.
CAPP. M. S. R. M. J Uffu tuo accurate legi docfl-flfimi Viri Sacerdo- tis D,
Mariani iJcmitula in^itut ones philofo- phtCas^ nempe infi/turiones
metaphyfices, in qui- bus quxcunque a ienfibus funt remota ) leu le- ruin
naturam, feu univerfi ordinem, Icu nafU- Tain animorqm, feu durina attributa,
quantum i-tio »e adfequi licet, facili methodo dilucide per- tvadlantur ; atque
infitutiones logices quibus, qu.ie ad hu minam mentem formandam fpeiflant,
folide præcipiuntur, in his utrifque inititutionibus bu8 omnia fumma
eruditione, Ir dodlrina, neo minori pietate explicanrur ; tantum abeft, ut
qoidpiam aut juiibus Majeftati", aut boniS mon. bus advei ium commeant ;
quare edi pcffe cen» fto, nifl aliter Majcftati Veftrae fuerit vifuin, NAPOLI
MAJESTATIS VESTRAE. JlVmiliJtimuS addidi ffimus 6- obfequtl^ffimus, Jofephus
Maffcjus Regius Profcffor. NAPOLI ec. Vifo refcripto S. R. M, fub die 5.
currentis 'fnenfis, cSr anni, ac relatione U, J. Dodoris O, Jofephi lAafiei ^
de commijfione Reverendi ReffH. Cappellani Majoris, ordiie pr^fau Regalis
Majejiatts &C» Reffjlis Camera S, Clara providet, decernit^ Mtque mandat,
quod imprimatur cum inferta forma prafentis /upplicis libelli, ac approbationis
dtdi revi fotis . R erum no<» publicetur ni fi per ipfun Revi/orem fada
iterum reviftone, . ajir- metur, quod concordat ^fervata forma Regalium ordinum
^ ac ^etiam in publicatione fervetur' Re- gia pragmatica» Hoc fuum ec,
JARGIANNI PECCHENEDA VOLLARO V. A. R. C. Izzo Cancelliere Rfg- fol, t?, tt u
Pafcale Uluftris Marchio MAZZOCCHI P. S. C.& ceteri Aularum Praefedi
tempore lub. impediti . EMINENTISSIMO
SIGNORE .M trhele Migliaccio pubblico Stampatore fup- olicando efpone ali’ E.
V. come defidera dare alle ftampe un’ opera tntitolata In/iitutionet,
Philolophicte Auctore Mariano Stmmola . Prega percio 1 ’ £. V. a commetterne la
reviiionc a chi piu le piace • Admodum R«v, Dominus D. Donatus GigUo St Th. Prof. revideat, et in Jcriptis
referat. FRANCISCUS ROSSI CAN. DEP. Institotiones Philosophicae appofite ad
Tyrona u captum a S. concinnatas, ea diligentia, qua tua juffa capeffere par
eft. Princeps Eminentidime, perlegi, In illis, prxterquam quud methodo
meridiana luce clariore argumen- ta tum unde unde exquidta, tum propriae penis
depronua (apienter ad Philoruphiae firmanda dog- mata congerit Audior, in i!l
ud porro omnes lol- lertix nervos intendit, ut et fandi di m a morum ratio
redle libi condet, 8c jura Rei gionis, li unquam antea fufque deque habita*,
nunc ut cum maxime pedimo fato divexatx, farta tedla fer- ventur . Qux cum ita
le habeant, cumque nihil optimo Prxfult antiquius, fan^iufque effe debeat, ? uam
ut adolefcentes fandlionbus, minimeque iibdolis fententiis imbuantur ( nam quo
Jemel ejt imbuta recens, fervabit odorem Tejia diu ) in publica commoda
peccatum iri 'rcor, fi hujufmo- di Opus minime Typis mandetur, Quare fi ita Z *
Emi Sminenti* Tu® videbitur, publici jur» fieri pof- fe cenfeo . l-)ab. ^Alib.
Seminat ii Urbani XV Iil. EMINENTUE TU.E, AddidiJP Obfequentijp, Ta/nuius
iionatus Gigli, yy/ff ip is. Mariano
Semmola. Semmola. Keywords: istituzioni di filosofia, l’istituzione della
logica, l’istituzione della metafisica. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Semmola” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Semprini: implicatura
cabalistica nel deutero-esperanto di Pico -- filosofia italiana – By Luigi
Speranza, pel Gruppo di Giocodi H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Bologna). Filosofo italiano. Bologna,
Emilia-Romagna. S. progetta una lingua internazionale su base latina che chiama
“neo-latino” – “Rubrica del movimento interlinguista” --- e l'anno successivo
ci prova anche LAVAGNINI (si veda) con l'Unilingue (o Interlingue)
pubblicato nel Corso pro Corrispondenza d'interlingue od Unilingue in sette
sezioni a Roma e ancora con MONARIO (si veda), dato alle stampe nel Corso
de Monario prima e nell'Interlexico Monario. Italiano-français.
English-deutsch poi. GIOVANNI PICO (vedasi) DELLA MIRANDOLA. LA
FENICE DEGL’INGEGNI -- saggio di
S. nella quale si raccontano i casi della vita del
principe-filosofo e s’espongono i segreti cabalistici magici e
astrologici della sua esoterica
filosofia. Con un esame delle sue poesie in volgare e un ritratto
fregiato da Carolis ALL'INSEGNA DELLA
CORONA DEI MAGI PRESSO ATANOR. TODI. Il saggio che offre
al suo C. non ha la pretesa d’essere una monografia e molto meno uno studio
completo della vita del Mirandolano. Esso, così come si presenta, porta l’impronta
dei sentimenti e dei pensieri non sempre contenuti che in me sorgeno via via
che il velo si discopre e la bellezza d’una vita intensamente vissuta per un
ideale l’appare nella sua immediata freschezza. Ciò che li mosse a scrivere di Pico non è, lo confessa,
quella preoccupazione pella verità storica che spinge molti a travagliare per
anni interi intorno a manoscritti, a cimeli, a documenti, pur di riuscire a
determinare colla massima certezza le date della vita d’una personalità o d’un
avvenimento storico. È stato il desiderio di conoscere, attraverso un
personaggio quelle altre verità che, non
essendo sempre dì dominio del pensiero riflesso, le chiamiamo con altri
nomi. Tale desiderio l’ha portato a
conoscere quanto Pico, al pari degl’uomini del suo tempo, fosse assetato di
verità, e come più di tutti i suoi contemporanei avesse il senso dell'inanità
degli sforzi umani e della vita stessa. Quanto egli, pur aspirando alla verità
come luce rasserenatrice, fosse convinto, anche prima di raggiungerla, che desso, purtroppo, non è
il fine ultimo della vita, che c'è qualcosa di più alto ancora che più della
cristallina chiarezza del vero esprime l'essenza della vita, e cioè l'amore.
Non è tragico tale sentimento che rende inquieta l'esistenza di quest’aristocratico
il quale, sotto la femminea placidezza del suo volto avvenente, nasconde
un'anima irrequieta e nostalgica, non
già agitata dalle passioni 0 dai
perturbamenti del senso, ma dal dubbio della ragione, dal contrasto che sorge
come nube procellosa negli spiriti meditabondi ogni volta che vedono
l'inconciliabile opposizione fra il reale e l'ideale? E ciò che nel Pico rende
insanabile questo dissidio interiore era il senso del mistero che in combeva su
ogni manifestazione del suo vivere, il senso dell'arcano per penetrare il quale s'illude, come gli
spiriti profondamente mistici, che al di là della conoscenza comune, al di
sopra delle nozioni volgari ci fosse una dottrina esoterica, accessibile a
pochi, per mezzo della quale l'iniziato potesse inoltrarsi nei sentieri
reconditi ove splende la luce che trasumana. Non so quanto sia riuscito nel suo
assunto che era di rappresentare Pico quale mi si rivela più che dai documenti d'archivio,
dalle sue opere e dalle lettere del suo epistolario. Certo sarebbe per lui
motivo di conforto poter constatare che il suo studio potrà essere stimolo ad
altri a darci di Pico quell'opera completa che tuttora ci manca. Bologna, Villa
Serena. In un'alba nasce nel castello della Mirandola Pico. Sua madre, in un
sogno di fiamma, n’aveva presagito la bellezza
superiore a quella delle sue splendide figlie, e l'ingegno e l'amabilità
che non aveva saputo riscontrare nei figli Galeotto e Anton Maria, in perenne
lotta pella supremazia del feudo. Muratori, Amali d'Italia; Tiraboschi,
Dizionario Top.; Bratti, Cronaca; Cronaca della Nob. Famiglia Pico, scritta d’autore
anonimo, illustrata con note e documenti da Molinari, pubblicata in Memorie
storiche della città, ecc. Mirandola;
Ceretti, Giulia Boiardo in Atti e Memorie della Deput. di storia patria
dell'Emilia, Modena; Burckardt, La civiltà italiana nel ri-nascimento, Firenze.
La prima biografia del Pico è quella scritta dal nipote Gianfrancesco e
premessa in tutte le edizioni delle opere. La contessa Giulia, che aveva nelle
vene un po'del sangue del cantore dell'Orlando innamorato, ci si presenta una di quelle donne meravigliose
del ri-nascimento, abilissime nei lavori muliebri e aperte a ogni
manifestazione dell'arte, capaci d’accudire alle cure più minute della famiglia
e di tener testa agl’affari più difficili dello stato. Questa donna, che
altrove ci appare energica e severa, accanto a PICO, rivela i caratteri più squisiti della
maternità. Ora la vediamo tutta compresa di
tenerezza nell'atto che la nutrice mostra il bimbo in fasce a Merula,
ospite durante il suo viaggio per Bologna delle figlie Lucrezia e Caterina. Ora
notiamo lo sforzo della sua maschia natura per condiscendere a certi capricci e
vizietti di PICO. Oh! la gioia di questa madre quando assiste alle prime
rivelazioni di quell'ingegno precoce, che era pronto a cogliere sul punto
qualsiasi istruzione impartita, che impara con rapidità sorprendente una
poesia, che rivela sin dai più teneri anni una memoria prodigiosa. L'indole
dolce e arrendevole che Pico aveva sortito da natura, l'aspetto quasi femmineo
del volto che si tinge di rossore o impallidiva ai fremiti insoliti dell'età
critica dell'adolescenza vicina, l’inclinazione agl’ardori d’un misticismo
incipiente, dovevano senza dubbio indurre la contessa Giulia a provvedere per
tempo all'avvenire del figlio, non senza quella trepidazione propria delle
madri che vorrebbero vedere immutata l'ingenuità delle loro creature. A Giulia
parve che lo stato ecclesiastico fosse il più adatto all'indole del piccolo
Giovanni che, da parte sua, era più che mai disposto ad abbracciare uno stato
in cui avrebbe potuto svolgere più agevolmente quei sogni che cominciavano già
ad agitarlo. Giulia s'interessò per ottenergli la elevazione a protonotario
apostolico, e appena il figlio ebbe raggiunto l'età di dieci anni, la contessa
ne celebrò solennemente l'investitura. Alcuni anni dopo, nel 1477, Io mandò a
studiare diritto canonico all'università di Bologna . La festante città dei
Goliardi, la cui vita politica era guidata in questo tempo dalla potente
famiglia dei Bentivoglio, poteva considerarsi per il suo Ateneo « il tramite
per cui le idee umanistiche passavano dall'Italia all'Europa. Da ogni regione
d'Italia e paese d'oltr'Alpe convenivano quivi numerosi gli studenti con le
caratteristiche e i linguaggi delle loro terre; e quivi formavano corporazioni
con statuti propri. Si deve far risa ci) SCARABELLI, Dell'antico studio
bolognese, Bologna, 54-55; Gavazza, Le Scuole dell'antico Studio bolognese,
Milano, 1896, 78. 4lire a questo periodo l'attrattiva esercitata sull'animo del
Pico dall'ordine domenicano, che finirà per essere una delle mete sospirate. La
chiesa di S. Domenico era il luogo in cui solevano radunarsi le corporazioni dei
« legisti », i quali erano tenuti a intervenire processionalmente alla festa di
S. Domenico e ad assistere dal coro alla messa dello Spirito Santo. Tra quei
frati predicatori che, per la loro dottrina e il loro ascendente, avevano sì
gran parte nelle cose dello studio, uno dovette attrarre l'attenzione del Pico,
per le maniere semplici e rudi, gli occhi vivissimi, la fronte solcata da rughe
e il colore bruno che contrastava col biancore del lungo saio. Questi era
Girolamo Savonarola, giovane allora venticinquenne, già emaciato dai digiuni e
dalle astinenze che a « vederlo passeggiare pei chiostri, pareva piuttosto
un'ombra che un uomo vivo. È dubbio se fin da allora si stringessero rapporti
fra i due, che dovevano in seguito legarsi coi vincoli di reciproca stima;
certo da quel momento i loro occhi si saranno incontrati, non con
l'indifferenza onde passano le innumeri fisonomie umane, ma producendo quella
recondita impressione che rifiorisce presto o tardi negli scambi di idee e di
sentimenti. VillAri, Savonarola, Monnier. È durante il tempo de' suoi studi di
filosofia a BOLOGNA che muore a Pico la madre, e ci duole di non trovare
alcun'eco ne' suoi saggi di questa sventura. Ma faremmo torto al suo delicato
sentire se volessimo ciò attribuire ad uno scarso attaccamento verso la persona
che pili di tutte lo ha amato. La contessa Giulia che si era portata a Bologna
per stare vicina al diletto figliuolo, fu colpita da un malore che la trasse in
breve, il 13 agosto 1478, alla tomba. La sua salma, trasportata il giorno
seguente alla Mirandola, fu tumulata accanto a quella del marito nella chiesa
di S. Francesco. Pico, forse perchè non si sentiva portato allo studio del
diritto canonico, decise di recarsi a Ferrara ove lo invitava il Duca Ercole I,
già imparentato con la sua casa, avendo sposato la sorella Bianca a Galeotto,
fratello del nostro Giovanni. Quando nel maggio del 1479 giunse a Ferrara, che
era allora una delle città pili popolose e ricche d'Italia, fu assai lieto di
poter frequentare la scuola di rettorica e di poesia di Battista Guarino, che
proseguiva con pari valore le direttive del padre suo, il celebre Guarino
Veronese. Come un'aura di poesia doveva respirare nella città che della poesia
cavalleresca ed epica stava per divenire il centro d'Italia, e come un'ebbrezza
6materiata di sensualità doveva ispirargli la tragica storia ancor recente di
Parisina e gli amori un po' violenti del padre di Lionello e di Borso d'Este .
Il Pico trovò modo di appagare più di un desiderio come ci attestano i
frammenti delle sue poesie amatorie e Raffaello da Volterra ne' suoi commentari
in cui parla anche del successo che conseguiva nelle pubbliche discussioni. Non
ostante la simpatia ch'egli sentiva per Ferrara in cui aveva contratto varie
amicizie cogli Nell'interno del palazzo accadono fatti spaventosi: una
principessa, Parisina, è decapitata insieme col figliastro Ugo per adulterio
(v. Muratori, R. I. S. lib. XX); principi legittimi e illegittimi fuggono dalla
corte e sono minacciati anche all'estero da assassini inviati ad inseguirli,
come accadde; oltre a ciò continue cospirazioni dal di fuori; il bastardo di un
bastardo vuol rapire a forza la signoria al legittimo erede. Ercole I ».
BuRCKHARD. Cfr. Solerti, Ugo e Parisina in Nuova Antologia. Ivi il Volterra
dice di avere veduto il giovinetto Pico, vestito da Protonotario apostolico,
discutere fra le acclamazioni di tutti con Leonardo Nogarola. Devono alludere a
questo tempo le parole del nipote: « Prius enim et gloriae cupidus, et amore
vano succensus, « muliebribusque illecebris commotus fuerat, foeminarum «
quippe plurimae ob venustatem corporis orisque gratiam, « cui doctrina
amplaeque divitiae et generis nobilitas ac« cedebant, in eius amorem exarserunt
». Opera, Vita, senza numerazione di pagina. uomini pili in vista del mondo
letterario come col Guarino e con Vespasiano Strozzi, il demone
dell'irrequietezza cominciò a fargli sospirare altre città, a comunicargli il
tormento comune a tutti gli umanisti di allora pei quali la più gran gioia era
quella di andare in cerca di nuovi codici, dì poter frugare conventi e
biblioteche, di scoprire qualche nuovo volume. Benché ormai rimanesse poco o
nulla da scoprire, dopo che, sull'esempio del Petrarca, il Filelfo, il Guarino,
Giovanni Lascaris erano riusciti a riesumare tante opere preziose
dell'antichità, non era peranco cessata la bramosia della scoperta di nuovi
libri . Il Pico, spinto da un ardore che nasceva da uno spiegabilissimo
sentimento di emulazione, non risparmiava spese nell'acquisto di libri, e
intraprese anche dei viaggi per raccogliere o rintracciare qualche codice
antico. Nell'autunno del 1480 troviamo il Pico a Padova , dove in data 16
dicembre di quell'anno Sabbadini, Le scoperte dei codici latini, Firenze,
Sansoni. Cfr. specialmente i capitoli IV, 72, VI, 114. Anche il Muntz,
Precursori e propugnatori del Rinascimento, trad. Mazzoni, Firenze, Sansoni,
1902, 76-78. II Pico rimase a Padova per un biennio. Cfr. Della Torre, Storia
dell'Accademia Platonica di Firenze, 1902, 749. 8 gli venivano rimesse le
patenti ducali con le quali si concedevano a lui studente di filosofia
nell'almo studio patavino, tutti i privilegi che vi potevano godere gli
scolari. Pare che l'indirizzo di studi che si perseguiva in questa città e
l'ambiente studentesco lo soddisfacessero molto, poiché in una lettera ad
Ermolao Barbaro dice che, fra tutti i «ginnasii» d'Italia, quello di Padova era
stato da lui frequentato più volentieri . Era il Pico allora in quell'età in
cui la vita sorride più che mai all'occhio dell'adolescente che, nell'esuberanza
delle proprie forze psichiche, non trova limiti al suo pensiero, e il bene e il
male rientrano in quella sfera che li assorbe, direi quasi, li accomuna, cioè
l'amore. Ciò che in altre età può sembrare scandaloso, indegno dell'uomo, è
nell'adolescente tollerato; e anche quando l'uomo avanzato negli anni piange,
come il Pico, i peccati della gioventù, sente nel-, l'amarezza del rimpianto il
rimorso di così cari ricordi! E il Pico era troppo sensibile per non sentire
questa vita fremente che gli s'agitava intorno, egli ch'era così bello, colle
chiome d'oro svolazzanti sul volto radioso, quasi novello Ado « ex Italiae
gymnasiis mihi sedem ad philosophiae « studium diligerem... » opera, 376. Cfr. DoREZ et ThuaSNE, Pie
de la Mirandole en France, Paris, Leroux, 1879, 9. 9 ne, come ce lo dipinge il Ramusio in un carme latino.
Testimonianza di questa vita goliardica di Padova, è la raccolta dei carmi
latini di Girolamo Ramusio, ch'egli volle dedicare al Pico verso il quale si
sentiva attratto, oltre che da tenera amicizia, da identico amore per lo studio
delle lingue orientali e per la vita avventurosa , con un carme intitolato:
Illustrissimo loanni Mirandolae principi ac concordine corniti benemerenti,
Hier. Ramusius paiiper Ariminensis. Girolamo Ramusio, della cui memoria non c'è
traccia nelle opere del Pico, benché nella raccolta delle sue poesie si trovino
inseriti alcuni carmi di quel Donato col quale il Pico rimase in Ecco i distici
del carme Lusus in Venerem: Pacem vultus habet, facies exorat amorem Membraque
scytonia sunt magis alba nive. Cuncta dicent Divum, ut sydus ocelli, Et
volitant circum tempora amata comae. citati dal Flamini, Girolamo Ramusio, in
Atti e Memorie d. R. Acc. di Padova. Viaggiò in oriente in cui imparò la lingua
araba, fu a Damasco nel 1484, morì a 36 anni il 5 giugno 1486^ mentre si recava
da Damasco a Beiruth. Flamini, 1. e. Anche il Donato studiò a Padova nel 1476,
conobbe Catta, amata dal Ramusio, e l'amore della fanciulla per l'amico gì'
ispirò versi di rimpianto per la immatura morte, e in essi cerca di riprendere
il Ramusio pe' suoi carmi lascivi. Assistendo alla laurea dell'amico nel 1476
scrisse una saffica per quell'occasione. Divenuto personaggio influente nella
Repubblica di Venezia, protesse letterati e umanisti. 2 10 rapporti epistolari,
era oriundo da Rimini dove fu caro a Pandolfo Malatesta; venuto a studiare a
Padova quivi nel 1476 si laureò, come dice in un carme dal titolo: Dum subirem
artium laurearti in collegio doctorum Ramusius pauper. Nelle sue poesie « di un'oscenità
da disgradarne VHermaphroditus del Panormita... e che sono veramente nugae da
giovani spensierati e scapestrati » canta gli amori per una bella fanciulla di
Narni, di nome Catta, morta in età immatura, da cui pare fosse corrisposto. Al
Pico indirizzò due carmi, nel primo dei quali si duole di non poter essere
sempre con lui, a cagione delle strettezze che lo costringono a starsene a
lungo in casa; nel secondo (ch'è una saffica all'oraziana) ne loda la bellezza,
la dottrina, la liberalità . Si deve attribuire senza dubbio a questo periodo,
in cui dovette influire non poco sulla condotta del Pico la convivenza con
studenti del temperamento di un Ramusio e di un Donato, la composizione di gran
parte delle poesie del nostro, le quali non dovevano essere diverse Flamini,
op. cit., 19. Flamini, Delle donne amate dal Pico, due sono celate sotto lo
pseudonimo di Marzia e di Fillide Peona o Pleona, morta quest'ultima in Padova
nel 1481. Cfr. DoREZ et Th. op. cit., 16 e Della Torre, op. cit., 758, n. 3. 11
dalle nugae degli altri, se in seguito il Pico le diede alle fiamme. Ma non
tutti gli amici del Pico erano del tipo suaccennato; ve n'era fra gli altri uno
che per la sua anima candida e mite, per la sua profonda conoscenza della
filosofia aristotelica, doveva lasciare traccie visibili sull'opera del Pico, e
legarsi a lui coi nodi della più dolce amicizia. Eia questi Ermolao Barbaro che
da alcuni anni era titolare di filosofia morale in quell'Università dove si era
addottorato a ventitré anni nelle leggi civili e canoniche . Benché nei periodo
in cui il Pico studiava a Padova, Ermolao stesse per lo più a Venezia, ove
copriva importanti cariche pubbliche , pure, le poche volte che poterono
vedersi, si sentirono subito due anime gemelle fatte per intendersi e per amarsi.
Conoscitore profondo della lingua greca, Ermolao ri Nei Fasti Gymnasii
Patavini, Patavii, del FacciOLATi, abbiamo Ermolao Barbaro prof, di filos.
morale; Fr. Io. Battista ex eremitis di S. Agost. prof, di logica nel 1480,
114; nello stesso anno era rettore degli artisti Benedictus Ariminensis, 88-89.
Cfr. Colle, Storia dell' Univ. di Padova, 1824. Apostolo Zeno, Disseri.
Vossiane, Venezia, 1753, t. II, 368. Causa la peste a Venezia, ritornò in
Padova ove si mise a disposizione dei giovani che lo pregarono d'insegnar loro
il greco. In quell'anno fu creato senatore. Cfr. Colle, 12— poneva ogni suo
intento a tradurre Aristotile, le cui dottrine solide e profonde erano un
pascolo per la sua mente costretta sovente a ben altre faccende. Bisogna
riconoscere che Padova, la quale era il centro del movimento intellettuale del
Nord-est d'Italia e per l'insegnamento filosofico faceva tutt'uno con l'ateneo
bolognese , esercitò sul giovane mirandolano un influsso le cui traccie si
scorgono qua e là nelle sue opere. Anzi tutto ciò che vi è di scolastico e di
medioevale nelle Tesi e in altri lavori filosofici del Pico, è dovuto a questi
anni di studio nell'università patavina che ha continuato più a lungo di
qualunque altra le abitudini del medioevo. Era Padova la rocca forte
dell'Averroismo e uno dei professori piìi ragguardevoli, non privo di una certa
originalità, fu Nicoletti Vernia che insegnò a Padova. L'insegnamento di questo
averroista, che sosteneva senza restrizioni la teoria dell'unità
dell'intelletto, non dovette svanire si tosto che il Pico, il Nel 1475 aprì
nella sua casa alla Giudecca una scuola privata di filosofia, e aveva in animo
di tradurre tutto Aristotile; peraltro tradusse V Etica, la Rettorica, la
Dialettica e inoltre scrisse una parafrasi di Temistio. Cfr. Renan, Averroès et
l'Averroisme, Paris, 357-58; Burckhardt, op. cit., 242-244; Mandonnet, Sigerete
Brabant, 2^ ed. 111-112, n. 1; Windelband, Storia della Filos. trad. it. Palermo II, 16-17; Petrarca, Opera» 1581,
Basilea, II, 1093. 13 cui soggiorno a Padova coincide con gli anni scolastici
1480-1482, non palesasse una certa indulgenza per l'arabismo da fargli
vagheggiare l'accordo oltre che fra Platone e Aristotile, fra Avicenna e
Averroè. Durante i due anni di studio a Padova si recava sovente nella natia
Mirandola, la cui quieta e semplice vita paesana gli tornava sommamente gradita
e dove amava invitare amici e maestri. Ma in quegli anni la pace del castello
avito doveva interrompersi agli orrori della guerra fratricida scoppiata fra
veneziani e ferraresi. Anche il Duca di Milano, i Bentivoglio di Bologna, la
Repubblica di Genova e qualche altro staterello, erano stati attratti
nell'orbita del conflitto; e i soldati mercenari coi loro cavalli e carriaggi
taglieggiavano e smungevano, durante le loro scorrerie, i pingui contadi della
pianura padana. La piazza di Mirandola, che era come una tappa sulla strada
maestra, dovette senza dubbio subire tutti gl'inconvenienti che derivavano ai
piccoli comuni incapaci d' imporsi alla forza dei più potenti, La visione di
una realtà intrisa di sangue, quale può essere in periodo di Per la guerra tra
Venezia e Ferrara, vedi Marin Sanudo, Commentari della guerra di Ferrara,
Venezia, 1829, 7; Muratori, XXIV, 257. Du Mont, Corpus Diplom., Ili, 2, 128.
Cipolla, Storia delle Signorie Italiane dal 1313 al 1533, Vallardi, Milano,
1881, 603-640. 14 guerra, così lontana da quella che i suoi studi umanistici
rendevano idealmente gentile, avrà certo contribuito a far abbandonare al
nostra ogni pensiero di partecipazione alla vita politica e di scegliere tra
l'instabile carriera di principe e la missione di dotto, questa che gli apriva
la via a una meta pili certa e duratura. Già fino dai primi anni aveva
sperimentato la precarietà della vita principesca, quando poco dopo la morte
del Padre, avvenuta nel 1468, i suoi fratelli vennero a contesa per la
supremazia del loro staterello, e di cui si ebbe il primo epilogo nel 1473,
avendo Galeotto fatto prigione il fratello Anton Maria. Questi, liberato dopo
due anni di, carcere, si vide spogliato dei beni paterni e costretto a cercar
asilo presso il Papa e il duca di Calabria, i quali con grandi sforzi e
soltanto^ mediante l'intromissione di Ercole, cognato di Galeotto, riuscirono
nel 1483 a farli venire a un accomodamento. Galeotto ebbe il dominio della
Mirandola e del territorio e il conte Anton Maria fu ammesso a condividere il
potere in moda che i due non dovessero pregiudicare alle ragioni della terza
parte dell'entrata di detta terra che spettava al loro fratello Giovanni. Il
nostro Cfr. Memorie stor. della ciità e dell'antico ducato della Mirandola,
tomo unico, Mirandola, 1874, IL 15 per essere più libero di attendere a' suoi
studi, declinò ogni inframettenza nelle cose che gli appartenevano, e
incaricando il fratello maggiore dell'amministrazione di ogni suo avere, partì
alla volta di Pavia col suo maestro di Greco, Manuello Adramitteno, mentre col
compatriota di questi, Elia del Medigo di Candia, con cui aveva già cominciato
a studiare ebraico a Padova, rimase in relazione epistolare. Il suo soggiorno a
Pavia dovette essere di breve durata, perchè alla fine del 1482, lo ritroviamo
ancora a Padova, di dove indirizza, il 22 dicembre, una lettera al Ficino, la
cui fama d'interprete e volgarizzatore delle opere platoniche e alessandrine si
diffondeva ovunque . Il Cassuto basandosi su alcuni passi ebraici di Elia,
ritiene non risponda al vero la congettura avanzata dal Della Torre (Storia
dell'Accademia Platonica di Firenze, 1902, 752) che il Pico, partendo da
Padova, conducesse seco Elia. Gli Ebrei a Firenze nell'età del Rinascimento,
Firenze, 1918, 286. Proprio in quell'anno (6 novembre 1482) usciva la neologia
Platonica del Ficino e il Pico nella sua lettera lo prega di inviargliene una
copia e di assisterlo nei suoi studi i quali come erano stati indirizzati al
peripatetismo, voleva d'ora innanzi integrarli col platonismo. Vi è in questa
lettera del Pico una frase che fa sospettare che egli abbia veduto il Ficino
tre anni innanzi e cioè nel 1479: « Cum enim apud te essem superioribus an« nis
adhortationes tuae nec unquam ardenter magis, quam 16 « ex illa in hanc usque
diem me totum literis addisci * id., 373, Ma dove aveva egli veduto il Ficino?
Il Della Torre nella sua opera afferma a Firenze, ma senza portare nessuna
prova di questo soggiorno del Pico nella città dei Medici. Egli stesso dice che
il 14 aprile del 79 il Pico scriveva da Mirandola al Marchese Gonzaga che si
recava a Ferrara e il 29 maggio era in tale città. Se coi mezzi odierni di
trasporto il fatto non avrebbe oggi nulla d'inverosimile, non altrettanto può
dirsi del tempo del Pico. Comunque il quesito resta ancora insoluto. Pico dopo
aver fatto una nuova visita a Pavia e dopo avere soggiornato alquanto a Carpi,
presso la sorella Caterina e il nipotino Alberto Pio, del quale era allora
precettore l'amico Aldo Manuzio, si trasferì ai primi del 1484 nella città di
Firenze. L'Atene d'Italia si trovava allora in quel mirabile meriggio in cui la
vita sociale era fervida in tutte le sue innumeri attività e l'arte splendeva in
ogni angolo della città, in ogni manifestazione del popolo. Lorenzo Magnifico
aveva potuto, col suo tatto mirabile, rimettere in equilibrio la bilancia dello
stato che aveva Poliziano, Episi., lib. VII, 7; Calori-Cesis, Vita, ecc.,
Modena, 1866, 14-15; DoREZ et Thuasne, Pie de la Mirandole en France, Paris,
10; Berti, Rivista Contemporanea, t. XVI, 1859, 9; Della Torre, L'Accademia
Platonica, 747, n. 6. 18 momentaneamente tracollato con la congiura det Pazzi;
mentre i suoi cortigiani e tali erano il Ficino, Cristoforo Landino, Giovanni
Argiropulo cercavano di attuare un analogo equilibrio nel campo del pensiero e
della religione, mediante l'Accademia Platonica, e il Poliziano teneva alto il
nome dello Studio fiorentino con le sue affollate lezioni di letteratura greca
e latina. Quando il Pico arrivò a Firenze non vi giunse come straniero in mezzo
a gente sconosciuta, ma come un amico desiderato dal Magnifico e dal Poliziano,
e come il benvenuto in mezzo a persone che nulla piìi desideravano che il
vedere aggiungersi alla schiera dei ricchi borghesi e letterati un principe
umanista che veniva a fare pìit bella la corona dei Medici. Tra i tanti
letterati che convenivano nella casa medicea, molti facevano parlare di sé
oltre che per la loro erudizione e dottrina per le produduzioni poetiche,
filosofiche e letterarie. In Firenze il lavoro di preparazione, ormai matura
degli umanisti italiani, cominciava a fiorire in creazioni originali. Il Pico
sentiva la sua inferiorità, nonostante che i suoi tentativi poetici venissero
lodati dagli amici; s'avvide che la stoffa di umanista si era ormai invecchiata
e conveniva ristorarsi a quelle sorgive popolari cui attingevano il Poliziano e
il Magnifico. 19 Fra quanti avvicinava, nessuno gii pareva brillasse di pili
viva luce del Poliziano, e nessuno più degno d'essere preso a modello di un «
novizio e quasi scolaretto», com'egli si giudicava, E c'è quasi
dell'accoramento in alcune frasi della lettera critica alle poesie del
Magnifico in cui, dovendo fare da giudice di un poeta « adolescente » esclama:
«So purtroppo di non potere far parte « io pure di questo albo (di giovani
poeti), nò di « essere così maturo da arrogarmi il titolo di «critico». La
lettura delle poesie dell'amico lo aveva entusiasmato; scorgeva in esse i segni
dei tempi nuovi: una certa « vivida luce », una nativa freschezza che sembrava
scaturire in suolo vergine- In quelle poesie che toccavano tutte le corde della
vita: laudi mistiche e religiose, canti satirici e burleschi, canoni d'amore e
« carnesciali »., Lorenzo Magnifico gli si rivelava grande poeta. Tali poesie
gli ricordavano i due pii^i grandi poeti della letteratura italiana: Dante e
Petrarca. Aveva del primo la maestosa serenità del verso « aspro e stringato »
quale si addice a poesia di argomento filosofico, senza però essere come quegli
«impolito e rude»; del secondo la «molle tenerezza * propria della poesia
erotica con in pili la maschia robustezza (iorosus) dell'uomo d'azione. Ciò che
spiace nel Petrarca è il notare qualche freddezza e ridondanza nel verso e una
20 certa ostentazione nell'uso delle parole che tradiscono il lavoro di lima,
mentre in Lorenzo ogni parola appare al suo posto «con naturalezza». Dante vola
sublime e mesce con dignità severa le cose gravi dei filosofi cogli scherzi degli
amanti, ma Lorenzo nell'aver saputo cospargere qua e là versi ilari e graziosi
«sembra abbia superato Dante». Tuttavia se Lorenzo appare più fine, Dante resta
più grande. Questa lettera scritta a Firenze nel luglio del 1484 per l'acutezza
di alcuni giudizi, incontrò favore presso molti amici e fu uno dei primi passi
verso la capacità critica del nostro autore il quale, se si è lasciato prendere
la mano dal calore della prima impressione e dalla simpatia che lo faceva
indulgere troppo verso Lorenzo bisogna del resto tenere presenti le circostanze
singolari in cui nacquero queste poesie di Lorenzo, le feste pubbliche in cui
giovinetti e fanciulle le cantavano, le mascherate in cui venivano recitate
rivela tuttavia un acume penetrante e misurato. La frase quo mihi videris
Dantem exsuperasse, potrebbe sembrare una Opera, 349-50. Cfr. Carducci,
Cavalleria e Umanesimo, t. XX delle opere, 1909, 258; ROSCOE, The life of Lor.,
ecc., London, 1800, voi. II; Thuasne et Dorez, op. cit., 15; Geiger,
Renaissance und Humanismus in It. und DeuL, Berlino, 1882. Vedi infine il bello
studio di SCARANO, Le selve d'amore in Nuova Antologia, voi. 131, 1893, 49-66.
21 recisa dichiarazione circa la superiorità dell'ingegno del Magnifico,
rispetto a quello dell'Alighieri, mentre si riferisce solamente all'espressione
formale in voga a quei tempi che tenevano in gran pregio V hilaritatem
gratiamque in cui Lorenzo era maestro. Naturalmente il Pico non poteva
rassegnarsi a rimanere semplice amatore di poesia in mezzo a tanti dotti che avevano
pagato piiì o meno il loro tributo alle Muse; voleva anch'egli dare qualcosa di
suo per sottrarsi a quel senso d'inferiorità che gli era reso tanto piiì penoso
quanto piii sentiva in sé lo stimolo della gloria e il sentimento della propria
ca pacità. S'indusse dunque a pubblicare i suoi versi, distribuendoli in cinque
libri, e inviò il primo ad Angelo Poliziano perchè lo correggesse e criticasse.
« Voglia tu essere, gli scriveva, giudice equo non iniquo, cioè severo, non
indulgente ». E il Poliziano gli rimandava il manoscritto corretto di alcuni
versi difettosi, con questo giudizio che non è privo di grazia lusinghiera: «Ho
corretto alcuni versi non perchè li disapprovassi, ma perchè sembrano cedere ad
altri più belli». Il Pico lusingato sulle prime da simile benevolenza
dell'amico per i suoi componimenti poetici, dei quali in un'altra lettera aveva
Opera, detto: . Ecco la Conclusione Si quis in • opere prnecedentis
conclusionls intellectualiter operabi • tur, per mcridiem li^^abit
septentrionem, si vero mun • dialiter per totum operabitur, iudicium sibi
opcrabitur ». 107. Conci. 21, Opera, 107. Conci. 11. 105-10^1. (4) • Non potest
operari per puram Cabalarli qui non est « rationaliter intellectualis >. Id.
109. 112 mondo, compose il suo Heptaplus o settemplice spiegazione dei sei
giorni della Genesi. In quest'opera del Pico, in cui l'elemento lirico prevale
talvolta sulla serena spiegazione cosmogonica, i tre mondi: il divino,
l'angelico, e l'elementare, sono legati da un'intima armonia. « Haec satis de tribus
mundis, in quibus illud in « primis magnopere abservandum unde et nostra « fere
tota pendet intentio esse hos tres mundos « mundum unum, non solum propterea
quod ab « uno principio et ad eundem finem omnes refe« rantur, aut quoniam
debitis numeris temperati et « harmonica quadam naturae cognatione atque or«
dinaria graduum serie colligentur ». L'uomo, in questo sistema, è il compendio
dell'universo, la sua figura rappresenta i tre mondi, l'intellettuale, il
celeste e il corruttibile; è quindi un piccolo mondo . Ma l'armonia non
dev'essere solo una legge dell'universo, un dato della realtà in tutte quante
le sue manifestazioni, essa deve regnare anche nel pensiero dell'uomo, e ogni
prodotto dell' in Heptaplus. Prefatio, id. 6. « Nam si homo est parvus mundus
utique mundus « est magnus homo, hinc sumpta occasione, tres mun« dos,
inteliectualem, coelestem et corruptibilem, per tres « hominis partes,
aptissime figurai ».61. 113 tcllctto deve seguire la legge musicale. Come nei
mondo esteriore all'armonia si contrappone il disordine, cosi anche nelle
discipline intellettuali prevale molte volte la discordia, prodotta dalle basse
passioni. È scopo nobilissimo quello di cercare l'armonia e di far notare la
concordia anche nelle teorie più disparate. Questo scopo il Pico se lo prefigge
nell'opuscolo De Ente et Uno. Era vecchia la questione se Aristotile si opponga
a Filatone nella determinazione dell'essere e dell'uno. La scuola platonica
ammetteva la superiorità dell'essere sull'uno (unum esse superius), mentre
Platone nel Sofista ne proclama l'identità (!'. Com'è facile comprendere, i
primi avevano preso l' ipotesi per la tesi, e attribuivano come pensiero del
maestro ciò che non era in fondo che la loro erronea interpretazione. Quando
parliamo dell'essere, intendiamo con questo tutto ciò che è al di fuori del
nulla, e in questo senso Aristotile aveva detto che l'um» è uguale all'essere
2). « tnim vero in Sophistc in liane scntcntiam po« tius loijuitur esse unum et
ens aequalia •. 243. « Quomodo usus est Aristoteles cum uniens ae. quale fecit.
Nec dictionem absque ratione sic usurpavit. « nam ut vere dicitur sentire
quidcm ut pauci. loqui autein ut plures debemus. Contro quei Platonici moderni che presumonodi avere
dalla loro Dionigi l'Areopagita, possa affermare, soggiunge il Pico, che
Dionigi è piuttosto della mia opinione, e gli avversari si trovano nel dilemma
di dover dire che Dio è e non è nello stesso tempo. L'essere in sé che diciamo
Dio, non è l'essere che noi intendiamo, vale a dire l'essere concreto^ ma
quella superentità, che è la pienezza di ogni essere e che non procede altro
che da sé stesso . Noi dobbiamo ritenere l'uno superiore all'essere nel modo
stesso che si dà a Dio l'attributo dell'unità, principio di tutti i numeri.
Cosi si spiega se gli Accademici attribuiscono a Platone l'affermazione che
l'uno è superiore all'essere; senza dubbio intendevano parlare dell'uno
principio di tutte le cose, che è Dio. Nel V Pico espone i modi secondo cui
perveniamo alla divinità, i quali però sono sempre inadeguati a farci
comprendere piena Sed et Dionysius Areopagita quem qui centra « POS disputant
fautorem suae sententiae faciunt non ne• gabit vere a Deo apud Mosen dici Ego
sum qui sum ».244. « Hac igitur ratione vere dicemus Deum non esse « ens, sed super ens, et
ente aliquid esse superius ».245. 115
mente Dio (I). Questi modi sono qiiatii i li f^ico li chiama gradi
dell'ascensione dialettica a Dio; essi corrispondono alle qualtro forme
musicali che abbiamo analizzato. La prima forma, poiché si rivolge ai sensi coi
suoni, ci fa conoscere che Dio non ò forma corporea, come insegnano gli
epicurei e gli Stoici. La seconda che è l'ars numeranJi, ci fa intuire
nell'essenza divina qualche cosa che va al di \h della vita,
deirintelligibilitc^, e cioè la deità che 6 in sé. si raccoglie e si unisce non
come uno fra molti, ma come uno innanzi a molti (2. Colla terza forma, che Pico
fa corrispondere alla Magia naturale, c'imposessiamo delle leggi stesse che
presiedono ai destini umani e nell'ordine mirabile dell'universo Dio ci appare
non solo come la bellezza che traluce in ogni cosa, come il vero che può essere
frammentariamente presente nelle più differenti dottrine, ma sopratutto come
bontà, poiché l'universo rivela essenzialmente un valore etico. La quarta
forma, che nella gradazione pichiana e la Cabala pura, ci • Deus enim nmnimoda
et infinita pcrfectlo est. • Deus ipse sua unica pedectione. quae est sua «
infìnitas. sua deitas. quae ipsc est, in se unit et colligit. « non sicut unum
ex illis multìs, scd unum ante illa multa >.249. 116 mette in rapporto
diretto con Dio, senza peraltro farcelo ben comprendere. Dio infatti non è solo
ciò di cui non può pensarsi nulla di più grande, come dice S. Anselmo, ma ciò
che è infinitamente pili grande di tutto ciò che può essere pensato. In questo
quarto grado la nostra mente è come ottenebrata da caligine, si da poter appena
intravvedere l'essenza di Dio elevantesi al di sopra della stessa unità, bontà
e verità, e innanzi a cui conviene solo, come dice David, il silenzio: « Tibi silentium
laus». Il silenzio! ecco la musica, la sola musica che convenga a Dio. Al
filosofo musicale, è subentrato il mistico, l'uomo cioè che rinnega ogni
armonia, ogni bellezza formale e si ritira in quel mondo chimerico in cui la
tenebra ha lo stesso valore della luce, il silenzio ha uguale malìa del suono.
Gli ultimi anni del Pico sono caratterizzati da una vita di fervido misticismo
unicamente spesa per l'amore di Dio e il bene della Chiesa. A Dio egli dedicò
lo scritto In Orationem dominicam ex oEx quibus colligi illud potest non solum
esse « Deum, ut dicit Anselmus, quo nihil maius cogitari po« test, sed id esse,
quod infinite maius est omni eo quod « potest excogitari. « Ego vero dico
Chimaeram quam mente conci« pimus. 117 positio; per la Chiesa scrisse l'opera
poderosa: In Astrologiam. Nella prima, che è un'analisi dell'orazione
domenicale, preceduta da un'enunciazione delle teorie del Pico, l'elemento
musicale è intimamente connesso a quel desiderio il cui obbietto è il sommo
bene. Diremmo che quanto più la preghiera è elevata e disinteressata, tanto più
è pura musicalità. Quando l'uomo prega non per chiedere favori o qualche bene
immediato, ma per essere purificato dai peccati, per raggiungere la dolce
contemplazione dei beati e conseguire la purezza degli angeli , allora egli è
in contatto di quel profondo io, che, come si esprime il Tagore rivela l'intima
natura dell'uomo « più che « il bisogno di sostentamento per il suo corpo, «
più che la sua avidità di onori e di ricchezze. « E quella preghiera non
proviene solo da lui, «essa è nella profondità di tutte le cose, è l'in •
Scimus autem illud esse sumnie desiderandum « quod est summum bonum •. Opera,
fol. a 1. Et monebimur ad petendum hoc efficacissime su« per omnia a Dee ut
praeservet nos a peccato. Nihil aut « de rebus huius mundi, aut de gratiis gratis
datis vel « desiderantes, vel a Dee petentes. Diximus igitur nihil « ex his
honis... adiumento esse sicut scientia et dulcedo « contemplationem... ^fol. a 2. «cessante stimolo in lui deW Avih,
dello spirito « di eterna manifestazione. Nell'opera contro gli astrologi, nel
mentre il Pico ribatte uno per uno gli argomenti degli avversari che si
erigevano a paladini dell'astrologia, prende occasione per esporre le sue idee
sulla forma e le leggi degli astri, e per far rilevare anche quella superióre
armonia in virtù delia quale si compone l'apparente disordine del cielo
stellato. Intanto fa risaltare subito che è assolutamente arbitraria la
configurazione dello Zodiaco, come fantastiche e ridicole sono le
rappresentazioni animali di cui gli astrologi popolano il cielo. Bisogna
premettere che l'opera del Mirandolano rispondeva a un bisogno del tempo in cui
era tutto un rifiorire di pregiudizi astrologici, magici e negromantici. Il
Pico che in questo tempo (1492) frequentava il Monastero di S. Marco, in cui
convenivano (5) Tagore, Sadhana, reale concezione della vita, tradCarelli,
Carabba, Lanciano. Cfr. Semprini, La preghiera nell' Imitazione di Cristo e
suoi rapporti col misticismo, in Rivista di Psicologia. Quod nos in universum
primo declarabimus, tum « singillatim, quascunque aliquis Astrologorum signavit
co« niunctiones magnas, retulitque ad eventa rerum admi« rabilium, et falsas et
falso supputatas et ad effectus falso « relatas, luce clarius ostendemus lanti
ammiratori del Savonarola, dovette sentirsi stimolato dal frate ad impugnare
quell'arma potente contro la pretesa degli astrologi, che consisteva nel far
dipendere i miracoli dal potere diretto di Dio e quindi dalla sua grazia, non
già dall'influsso degli astri. Era ben vero che egli andava con questo un pò
contro le convinzioni care de' suoi amici, contro il fervore delle idee
astrologiche del suo tempo e in parte contro certe convinzioni sue
precedentemente manifestate. Ma appunto in questa serie di contrasti, la natura
sua battagliera trovava stimolo ad agire e a incanalare le aspirazioni del suo
cuore dietro le orme del Savonarola. Era propria dei popoli primitivi la
concezione che il mondo fosse un vasto organismo le cui parti sarebbero unite
da uno scambio incessante di molecole e di effluvi. Gli astri, generatori di
energia, agiscono costantemente sulla terra e sull'uomo, e l'uomo ha il suo
destino segnato in una delle tremolanti stelle che vibra nella sua corsa pei
cieli insondabili in armonia con quell'essere umano. Tale concezione
sopravvisse nel mondo greco, s'impose agli scrittori latini, ricomparve
arricchita di una vasta letteratura nel medioevo e nel Rinascimento. Al tempo
in cui il Pico scrisse la sua polemica il tema astrologico trovava dei cultori
120 appasionati e già Ambrogio Traversari, Paolo del Pozzo Toscanelli e Matteo
Palmieri avevano preparato, colle loro discussioni nel convento degli Angeli in
Firenze, la materia per i difensori e gli oppositori dell'astrologia. Era pur
sempre in questi lontani e talvolta semplicisti precursori della Astronomia
moderna, l'aspirazione a poter misurare il corso dei pianeti, ridurre in
numeri^ in intervalli di tempo la danza delle infinite stelle i cui movimenti
complessi producono « l'armonia delle sfere » . Ma il Pico, sebbene avesse
avuto un concetto così grande della potenza dei numeri e avesse propugnato la
sua ars numera/idi, quando vide con quale leggerezza fossero numerate le plaghe
del cielo (universas coeli partes) e con quale baldanza venissero attribuite ad
esse le diverse qualità della natura umana (diversas in rebus naturalibus
proprietates), reagì con la voce del buon senso. È impossibile trovare
un'affinità matematicamente determinabile fra le figure del cielo e le
affezioni umane, com'è anche assurdo voler determinare dai segni, dalle case e
dalle con Soldati, La Poesia Astrologica del Quattrocento, Firenze, Sansoni. «
Erraticae stellae per zodiacum aequo cursu non « deferuntur, hoc est non
acquali temporis intervallo... qui « igitur metiri illorum motus et dirigere in
numeros volu«erunt ».561. 121 giunzioni degli astri, il sesso, le qualità
fisiche e morali degli individui. Anzi il Pico sembra andar contro persino alla
sua favorita idea dell'armonia che gli faceva vedere rapporti musicali non solo
negli oggetti tra loro ma anche fra la natura e l'uomo. Egli crede che si
voglia correre troppo quando si applicano questi rapporti musicali agli astri,
poiché la loro infinita distanza rende impossibile qualsiasi esatta
determinazione. Vi sono dei moderni, egli dice, che vorrebbero trovare delle
dissonanze e delle armonie negli astri; come i musici le trovano fra le diverse
voci del suono. Troverebbero delle assonanze, come tra la terza e la quinta, o
dissonanze fra la quarta e la settima, anche tra i triangoli stellati della
quinta e i quadrati della quarta. Ma è un volere, soggiunge il Pico, prendere
per realtà ciò che non può essere che similitudine. Non vi sono spazi celesti
muti, altri dissonanti, altri armonici, perchè il cielo non emette voce alcuna.
Excogitata postremo neotericis quibusdam de « musicis consonantiis alia ratio,
ex qua radios planeta« rum tum concinnere invicem, tum dissonare harmonia« rum
quadam similitudine tradunt. Est enim, inquiunt, apud « musicos comprobatum ratione
et experientia tertiam vo« cem et quintam primae consonare, quartam vero et
sep« timam nequaquam. Nos vero ut omittamus istas in tam diversis re« rum
generibus similitudines, efficaciam, rationem decla 122 Vi è sì l'armonia anche
nell'universo stellato, la legge musicale vige anche in mezzo alle erranti
comete e all'immobile fascia lucente della via Lattea. Ma questa musicalità è
avvertibile da ben altri orecchi che non siano questi sensibili, essa
appartiene a quel grado di cui la musica dei suoni è la forma più grossolana e,
per essere gustata, richiede un processo laborioso della mente umana,
un'elevazione spirituale che non a tutti è dato raggiungere. Nondimeno tale
elevazione fu raggiunta e quei pochi tra i mortali che hanno potuto gustare il
concento della sinfonia universale, si sono sforzati di tradurre le impressioni
in quelle forme del nostro linguaggio che obbediscono più visibilmente alle
leggi della musica. Nell'opera del Mirandolano contro gli astrologi si trova
spesso citato il salmo XVlll in cui il profeta Davide fa risaltare la grandezza
di Dio, richiamandosi all'armonia del firmamento. . E invero pochi brani delle
varie letterature possono rivaleggiare con questo salmo che sintetizza e rende
quasi, con sublime laconicità, il linguaggio' degli astri. « Coeli enarrant
gloriam Dei, et « opera manuum eius annuntiat firmamentum. « rabimus non habere
atque computationem et similitudi« nem non procedere... sed (coelum) nuUam
vocem emit« tit ». Opera, Non sunt loquelae, neque sermones, quorum « non
audiantur voces eorum. « In omnem terram exivit sonus eorum : et in « fines
orbis terrae verba eorum». Il suono della musica stellare è cosi diffuso e
riempie di sé ogni punto della terra, che non c'è creatura che non goda di una
tale armonia e non esulti alla vista del re degli astri che • spunta fuori qual
gigante per correre il suo cammino». La musica degli astri ha la sua scala e le
note, di cui questa si compone, risuonano in modo diverso nel cuore umano.
L'uomo, se è proclive ai beni frivoli della vita, non trova negli astri
un'armonia diversa da quella che ci descrissero gli astrologi. Se intende
l'armonia degli astri da un punto di vista naturalistico, considera il cielo
alla stregua di tutte le cose create soggette a trasformazione. Le stelle percorrendo
le loro orbite sono illuminate da altri astri a volte compagni inseparabili, a
volte sconosciuti che incontrano forse una volta sola per non più rivedere nel
periodo lunghissimo della loro esistenza, durante la quale mostrano la
giovinezza nelle iridescenze del verde aranciato, la pienezza matura nella
chiarità bril «In sole posuit tabernaculum suum: et ipse tamquam sponsus
procedens de thalamo suo: Exultavit ut gigas ad currcndam viam •. Ps. XViiI, 5.
124 lante, l'agonia nel tremulo guizzo di porpora. Ma se invece l'uomo cerca
nel cielo un simbolo, nelle leggi che regolano il corso delle sfere un termine
di confronto per le leggi eterne che sgorgana dal profondo del suo io, allora
egli non può non proiettare in questi mondi, così lontani dalla propria
esperienza, la trama delle sue piij squisite elucubrazioni. S. Agostino ci ha
descritto in alcune pagine delle sue Confessioni il momento in cui egli con la
madre Monica, ragionando della felicità eterna di fronte al mare di Ostia, fu
compreso da quelle squisite risonanze che sembravano provenire dall'alto. « Peragravimus gradis
cuncta corporalia et « ipsum coelum unde sol et luna et stellae lucent « super
terram ». Dinanzi a quella musica
tutto quanto sapesse di suono era uno strepito^ anche il timbro della voce più
cara parlante di cose spirituali: «Et dum loquimur et inhiamus illi, at«
tingimus eam modice toto ictu cordis et suspi« ravimus et relinquimus ibi
religatas primitias « spiritus et remeavimus ad strepitum oris no« stri, ubi
verbum et incipitur et finitur. Tutto doveva finire e scomparire dinanzi a ciò
che era la vera realtà, la musica celeste. « Si cui AUG. Conf. « sileat
tumultum carnis; sileant phantasiae ter« rae et acquarum et aeris, sileant poli
et ipsi * sibi anima sileat et transeat se non se cogi« tando. Sileant sommia
et imaginariae revelatio« nes, omnis lingua et omne signum,et quidquid
*transeundo fit, si cui sileat omnino ». Ecco espresso con linguaggio umano ciò che rappresenta la musica pura,
il misticismo. Il silenzio profondo, ottenuto con l'astrazione da ogni flusso
del tempo, da ogni ritmo che accompagna le cose viventi, da ogni procedimento
verbale che esprime il pensiero, è indispensabile per metterci in contatto con
V Armonia, che, come ben la definì il Pico, è quella legge suprema in cui si
compone ogni discordia, si rappacifica ogni contesa, si unifica ogni cosa
dispersa. Tale è la dottrina occulta del Pico, dottrina che, pur avendo nel suo
autore diverse denominazioni : ars numerandi, ars combinandi, alfabetaria
revolutio, si riduce a un concetto sempre chiaro nello spirito dell' autore:
musicalità o armonia. Ciò che ci riempe di ammirazione per il Pico è il vedere
come abbia saputo valorizzare tutto ciò che nel mondo e nella vita vi è di
occulto € di misterioso, come protendesse sempre lo {!> AuG., Con/., lib.
IX, cap. X. 126 sguardo suo curioso al di là della natura fenomenica e
cogliesse da ogni dottrina, da ogni scuola, da ogni manifestazione del pensiero
anche meno evoluto, anche più avvolto nelle favole e nei miti, quegli sprazzi
di luce sulle arcane verità che accendevano ognora la sua fervida
immaginazione. Ed è bello vedere questo giovane dovizioso e fervente compreso
della verità di questa dottrina occulta che, pur essendo implicita nelle più
antiche filosofie, dalla Pitagorica alla Platonica, dall'Egiziana (Ermete
Trimegisto) alla Cabalistica, non ha mai trovato alcun assertore della sua
importanza metodologica, di scienza, cioè, atta a farci penetrare nel sacrario
delle segrete discipline. È bello pure vederlo sostenere la bontà della sua
dottrina contro gli oppositori e i giudici del santo uffizio. Egli si sforza, è
vero, di trovare qualche scappatoia per sfuggire alla condanna e si rifugia
nella casistica della scolastica, quando distingue una Cabala vera (tradita) da
una falsa, una Magia naturale, da una illegittima; ma, pur attraverso i suoi
distinguo, egli afferma solennemente la lealtà delle proprie intenzioni, la sua
sincera dedizione alla verità. Convinto che la sua dottrina esigesse da parte
degli esaminatori una competenza in materia occulta, cioè una vera e propria
iniziazione, egli prega gli amici e i nemici, i buoni 127 e i cattivi, i dotti
e gl'ignoranti che vogliano leggere i suoi scritti, con quella purità
d'intenzioni da cui era stato mosso nel redigere le Tesi. E poiché molte cose
da lui dette potrebbero trarre in errore coloro che non hanno pratica di
scienze occulte, spera che ciò che è stato scritto per gì' iniziati non venga
esposto pubblicamente a tutti, perchè sarebbe come dare le perle ai porci e
peggiorare la sua causa. Nel corso della narrazione vedremo come venissero
ascoltate queste parole, e come rimanesse il nostro fedele alla sua dottrina
esoterica . (Il «Oro igitur, obsecro et obtestor amicos et inimi« cos, pios et
impios, doctos et indoctos... non explicitas « non legant, quando Inter doctos
eas proposuimus di« sputandas, non passim legendas omnibus pubblicavimus ».
Opera, 237. Parte di ciò che formava il contenuto di questo doveva essere
pubblicato nella collana Ritmo f ndata da Diego Ruiz, alle cui idee originali
sul concetto di musica, benché contrastanti con le mie, devo rendere qui
omaggio. La pri:xioiiia del Pico in Francia. 8cc(MmIo soggiorni» a Firenze Pico
clic riguardava la città di Parigi come un luogo in cui sarebbe più facile ottenere
quel successo che a Roma non aveva potuto conseguire, s'incamminò sulla fine
del 1487 alla volta di Francia. Innocenzo Vili, non contento degli ordini
impartiti alle autorità religiose perchè denunciassero o impedissero ogni
tentativo del Pico per divulgare le sue Tesi e la sua Apologia, si rivolse
anche all'autorità secolare, come fece con un breve indirizzato ai sovrani di
Spagna, fi) Bolctin de la Rcal Accademia de la tìisioria, Madrid, Pico de la
Mirandula y la inquisición cspanola. Breve inedito di Innocenzo Vili, cfr.
DoREZ et Th, op. cit., 71, n. 1. 130 perchè si procedesse all'arresto del Conte
recidivo. Nel Gennaio dell'anno seguente mentre il Pico attraversava il
Delfinato, veniva a conoscenza del breve del 5 agosto « essendo io nel cammino
di Pranza», e fatto arrestare dal Signore di Eresse, zio del re di Francia e
governatore del Delfinato. L'ordine di questo arresto si spiega subito: avendo
il papa inviato in Francia ai primi di Gennaio due nunci di valore Leonello
Chieregato , vescovo di Traìi e il protonotario Antonio Flores, per trattarvi
affari di grande importanza, come il processo dei vescovi che si erano
dichiarati contro la reggente, e il ritorno alla Prammatica Sanzione, incaricò
pure costoro di far ottenere l'arresto del Mirandolano. Ed essi con una tenacia
«degna di cagnotti polizieschi », riuscirono, malgrado che in favore del Conte
intercedesse presso il re l'ambasciatore del duca di Milano, a farlo trattenere
in carcere. La rocca di Vincennes nella quale venne rinchiuso il giovane conte,
dovette ispirargli ben tristi riflessioni sul proprio avvenire con la
prospettiva di una lunga prigionia. Forse allora piia che mai avrà sentita a sé
(1,1 BERTI, /. e. doc. I, 52. Simeone Ljubic, Dispacci di Luca de Tolentis e di
Lionello Chieregato, Zagabria, 1870, 9-11.Cfr. DoREZ. et Th. op. cit., 72, n.
2. 131 vicina l'ombra del grande Origene, le esperienze della cui vita egli
ripeteva con non poca somiglianza! Ma se il Pico aveva dei nemici che tentavano
ogni mezzo per perderlo, contava altresì amici che sinceramente lo amavano, e
che non l'abbandonarono nella sventura. La figura del Magnifico assume, durante
questa drammatica vicenda, un aspetto del tutto nuovo e simpatico, forse perchè
ci è meno noto, e tanto meglio riconosciamo l'umanità del suo cuore, in quanto
sta a lui di fronte l'anima intransigente di Giambattista Cybo, che portò sulla
Cattedra di San Pietro i difetti della sua scarsa intelligenzaLa lettera che
scrisse in questo tempo (19 gennaio) Lorenzo al Lanfredini, il quale non appare
molto ben disposto verso il Pico, è una bella testimo (Ij Fu la sua bolla
contro la stregoneria (1482) che elevò, per dirla col Symonds, a metodo la
persecuzione contro disgraziate vecchie e idiote. Lo Sprenger nel Malleus
maleficarum nota che, nel primo anno dopo che quella fu pubblicata, 41 streghe
furono bruciate nel distretto di Como. Intorno alle persecuzioni contro le
streghe nella Valtellina, vedi Cantù, Storia della Diocesi di Como, e Folengo
nella sua Maccheronea. Non bisogna però disconoscere il debito che deve a
Innocenzo Vili l'Università di Roma «sotto il quale co« minciò a respirare, e a
riprendere in gran parte il vigore « e il lustro primiero ». RoviNAZZi, Storia
dell' Università degli studi di Roma, Roma, 1803, 196-197. 132 nianza dell'
affetto che Lorenzo nutriva per il giovane Mirandolano. Essa dice che le molte
persecuzioni che in Roma si tramano contro il Pico, potrebbero menarlo per
disperazione a « qualche via cattiva»; che è piiì facile riuscire nell'intento
con le maniere dolci che con bolle e scomuniche, che avendo fatto esaminare
l'Apologia a persone religiose e dotte e intelligenti, le quali non trovarono
nulla contro la fede, non può comprendere perchè si voglia essere così
intransigenti, massime quando chi ha scritto tali cose è un « giovane
doctissimo et fresco su la doctrina». Meno nota ancora è la parte che ebbe in
favore del Pico Chiara Gonzaga, sorella del Marchese Francesco di Mantova, la
quale, andata sposa nel 1481 a Gilbert di Montpensier della Casa Borbonica, cooperò
con insistenza presso il consorte, così che questi « motus praecibus et
commendationibus « quae ex Italia mittebantur » , ottenne che il re Carlo Vili,
che non nascondeva le sue simpatie verso l'illustre erudito, menasse le cose
per le (Ij Berti, 1. e, 32. (2i « Numerose lettere gli arrivavano ugualmente
dal« r Italia, in cui contava molti amici, tanto alla Corte di « Milano che a
quella di Roma, i quali lo pregavano di « usare tutta la sua influenza sul re
in favore della causa « del Mir. » Dorez et th,. op. cit., 97. V. anche nella
stessa opera appena, doc. V, 4, 133 lunghe. I nunci, frattanto, la cui opera
svolta in rigida conformità ai brevi pontifici, è ampiamente trattata col
sussidio di preziosi documenti dal Dorez e dal Thuasne nell'opera piìi volte
citata, dovendo lasciare Parigi per accompagnare la Corte « pour l'expédition
des autre affaires dont ils étaient chargés », incaricarono il vescovo di
Grenoble, Laurent Allemand, di volerli sostituire. Ma ormai era troppo tardi:
il Pico, dopo una prigionia di circa un mese, venne posto in libertà, e potè
passare il confine. Corse allora la voce ch'egli si fosse recato in Germania,
avendo più volte espresso il desiderio di visitare la biblioteca del Cardinale
di Cusa e di fare acquisto di libri. Si disse pure che fosse stato invitato dal
re di Castiglia, Ferdinando, che si era mostrato desideroso di riceverlo
onorevolmente nel suo regno . il vero si è che il Pico ripassò le Alpi e giunse
all'ospitale Torino. Mentre attendeva a riordinare in questa città le sue cose,
libri e ba ll i DOREZ et Th. op. cit., 92. Qual'era il movente di questo re, si
domanda il Dorez, la cui slealtà e perfidia sono i suoi caratteri salienti, ad
invitare nel suo regno il Pico? Forse per impadronirsi della sua persona e
consegnarlo al Santo Uffizio per ingraziarzi Roma? l'ipotesi non è
inverosimile. Op. cit., 99-100. 134 gagli, che durante la cattura erano stati
manomessi, e a scrivere in tal senso a Filippo di Bresse e ad altri personaggi,
di cui ora non aveva piiì nulla a temere 0); ricevette una lettera dal Ficino
(30 maggio) che gli offriva 1' amichevole protezione del Magnifico e lo
invitava a Firenze. Intanto nell'animo dei nunci si era prodotto un cambiamento
singolare, come lo dimostrano le parole con le quali terminano uno dei loro
rapporti al papa: « Existimamus qiiod bonum esset si Sanctitas Vestra « eius
conversioni et ad gremium suum reductioni « operam darei » . Tuttavia l'animo
del pontefice era lungi dall'essere placato e disposto a rimetterlo nella sua
buona grazia; forse gli suonava sgradita la frase con cui il Pico lo aveva
qualificato nell'Apologia: cui ab innocentia vitae nomen meritissimum. Si sa
infatti che Giovan Battista Cybo, prima di abbracciare lo stato ecclesiastico,
visse nella depravata Corte aragonese, conducendo una vita punto migliore dagli
altri, ed ebbe due figli naturali : Teodorina e Franceschetto. Sebbene, come
osserva il Pastor, non si abbiano testimonianze sulla sua condotta morale,
allorché entrò nello stato sacerdotale, pure quando fu divenuto papa, Op. cit,
100-101. Docum. V, 6, cit. dal DoREZ et Th., op. cit, 162 € anche -correvano
voci sopra altri figli, ed è notorio un epigramma del poeta Marnilo che taluno
prese alla lettera: . Octo nocens piieros genuit, totidenque puellas; Hunc
merito potuit dicere Roma patrem •. Del resto è con questo papa che si accentua
quell'infausta politica che produrrà la piaga del nepotismo da cui tanti guai
derivano all' Italia. Innocenzo Vili pone sulla scena politica il suo figlio
Franceschetto, giovane più che mai dissoluto, il quale « commetteva disordini
tali, che in «un figlio del papa doppiamente sconvenivano », a cui diede in
isposa Maddalena de' Medici, stringendo così parentela con Lorenzo il Magnifico
(l). Questi perorò insistentemente la causa del Mirandolano presso il papa, il
quale da uomo debole ed arrendevole com'era, si lasciava con dì Pastor, 1. e,
197. Se Sisto s'era arricchito colla vendita di ogni sorta di grazie e di
dignità, Innocenzo e suo figlio eressero addirittura una banca di grazie temporali,
nella quale dietro il pagamento di tasse alquanto elevate, poteva ottenersi
l'impunità per qualsiasi assassinio o delitto: di ogni ammenda 150 ducati
ricadevano alla Camera papale, il di più a Franceschetto... Per Franceschetto
la questione principale era di sapere come avrebbe potuto piantare tutti con
quanti tesori poteva, nel caso che il papa venisse a morire. Burckhardt, op.
cit., 126. 136 vincere dai malevoli per intentare qualche cosa di serio al
Pico. Ad irritarlo maggiormente contribuirono alcuni famigliari del
Mirandolano, i quali, avendo « troppo temerariamente e super« bamente parlato
contro il papa » erano stati messi in carcere, recando così pregiudizio alla
causa stessa del loro Signore. Questo incidente impensierì non poco il Pico, cui
premeva che le dicerie esagerate a suo riguardo non finissero per alienargli la
simpatia di Lorenzo, e in questo senso chiedeva informazioni al Salviati,
fornendogli le prove della sua incolpabilità in tale faccenda. A questa lettera
rispose il Ficino rassicurandolo della costante benevolenza di Lorenzo il quale
soggiungeva « il tutto volentieri udì e per ciò po« temmo considerare che
nell'animo suo non era « odio alcuno verso di voi, ma tutto amore » . Che così
fosse lo vediamo in un'altra lettera del Ficino (30 maggio 1488) in cui narra
che Lorenzo, pur nel dolore per la morte di una sua figliuola, trova modo di
pensare al Pico, la cui sorte travagliata gli pare simile alla sua, quasi che
un (1 « É ti fa l'effetto di un uomo il quale si lascia consigliare da altri
più anzi che da sé stesso », scrive l'ambasciatore fiorentino il 29 Agosto
1484. 2' Come attesta una lettera del Ficino, lib. Vili, trad. Figliucci
senese, Venezia, fato gravi sulla vita dei principi e degli uomini grandi, il
medesimo, dopo aver accennato da «quanti pericoli sia questo giovane
minacciato», rivolgendosi al Ficino dice: «E voi avete mai di questa cosa
qualche più ascosa causa ritrovato ? » Al che il Ficino risponde, conforme alle
sue teorie, che la causa risiede nelle essenze che presiedono, come ai vari
ordini di uomini, alle congiunzioni dei pianeti; per cui essendo tanto Lorenzo
che il Pico nati sotto la «copula di Saturno», i demoni di questo sono
ostacolati da quelli di Marte. Tuttavia siccome Saturno è superiore a Marte,
così i demoni che presiedono alla loro sorte, avranno il sopravvento su quelli
avversari (1 ). Questa lettera illustra l'indole mistica e superstiziosa del
Ficino, il quale dilettavasi di predire il futuro agli amici, e a proposito del
Pico soleva dire che era nato l'anno in cui egli aveva posto mano alla
traduzione di Platone, ed era venuto a Firenze il giorno e l'ora stessi della
publicazione. Il Pico da parte sua si tenne sempre esente da queste
aberrazioni, grazie a quell'amabile ironia insita nella sua natura. Ecco
com'egli scherza sul significato del pianeta Saturno e sulla fede che l'amico
dimostra nell'influsso delle stelle. « Forse, 1» lib. Vili, 119-120. 10 138 «
dice, Saturno non è cosi propizio come voi as« serite, perchè il suo moto
retrogado comunica « la stessa direzione ai vostri passi ogni volta «che
v'incamminate per venire da me, perchè «per ben due volte siete tornato
indietro*. Ritornando a Lorenzo, questi non si lasciava sfuggire
nessun'occasione per rendersi utile al Conte. Essendo di passaggio per Firenze
Anton Maria, fratello del nostro Giovanni, che si recava a Roma, Lorenzo lo
incarica di « operare gagliar« damente per indurre il Pontefice a far venire a
« Roma il conte Giovanni. A me piacerebbe que« sta venuta perchè forse
(Giovanni) purgherebbe « questa sua calunnia et contumacia, et sua San« tità lo
raccoglierebbe in grazia » . Veramente nessuno sembrava più indicato a perorare
presso il Papa la causa di Giovan Pico del fratello Anton Maria, il quale
godeva la benevolenza di Innocenzo Vili, ed era dal medesimo protetto in ogni
contesa che, a causa della signoria della Mirandola, aveva col fratello
maggiore Galeotto. Ma non pare che quegli si desse molto d'attorno per
Giovanni, e il Papa era pieno di un si osti li) Epist. libr. Vili, 120. Dal
carteggio mediceo, riportato dal Berti nel suo studio 1. e, 35. 139 nato
rancore, che nulla valeva a migliorare la situazione del Mirandolano. Tuttavia
le insistenze del Magnifico riuscirono alfine a smuovere l'animo di Innocenzo
Vili, che accondiscese a permettere al Pico di venire a Roma a discolparsi
dinanzi a testimoni, riservandosi di dargli quella penitenza che avrebbe
creduta necessaria all'uopo. Il Mirandolano, cui era pervenuta una lettera di
Lorenzo che si dimostrava contento dell'esito promettente delle sue premure,
non sentendosi ancora disposto a fare il gran passo, credette più opportuno di
fermarsi a Firenze. Quivi, nella città che aveva dato il primo spunto alla sua
gloria, vicino agli amici che teneramente 10 amavano, si senti rinascere alla
gioia dello studio, una gioia però velata da un'intima tristezza che gli
derivava dal suo sogno svanito. 11 dissidio interiore che qualche anno addietro
aveva provato nella città fiorentina, si era approfondito in un doloroso
travaglio, che non toccava solo come allora una parte della sua attività,
oscillante da una forma di espressione a un'altra, ma investiva tutto il suo
essere, sì « Laurentius..., scrive il Ficino, praestantissimus, et « metuetur
et Picum ad Florentem revocat urbem ». Opera. da portarlo, attraverso a una
crisi spirituale, sulla via del misticismo. Pur in mezzo agli amici e alle
persone dotte di Firenze che ambivano la sua compagnia, si sentiva inquieto
come se qualcosa indefinibile ma necessaria gli mancasse; la parola «eretico»,
ronzando insistente all'orecchio anche tra i conviti e le adunanze allegre, gli
dava un senso d'isolamento che lo rendeva malinconico. Gli amici, che notarono,
senza forse comprenderne i moventi, l'avvenuto cambiamento, s'affrettavano a
darne notizia agli altri lontani, in vario modo. « Il signor Giovanni Pico
scrive « il Ficino ad Ermolao Barbaro che ora in Fio« renza alla filosofia
attende, assai vi si racco« manda ». E Lorenzo che ha sempre per il suo Pico
parole di tenerezza, scrive: «Il conte « della Mirandola si è fermato qui con
noi, dove « vive molto santamente, ed è come un religioso, « ed ha fatto e fa
continuamente degnissime opere «in teologia; commenta i salmi; dice l'officio
or Knte et Uno». Appena il Pico ebbe terminato il suo Ettaplo l'inviò per primo
a Lorenzo al quale l'aveva dedicato, e il A\aj:;nifico si affrettò a passarlo a
Roberto Salviati, perchè lo facesse esaminare dai dottori, e poscia pensasse
alla pubblicazione. Il Salviati risponde che l'opera del Pico, «primizia de'
suoi studi', gli fece nascere un sincero affetto per il giovane, ben degno
dell'amore di Lorenzo; perciò, essendo stata giudicata eccellentissima, sarà
suo dovere di curarne l'edizione con la massima diligenza perchè riesca utile
agli studiosi. E infatti, tosto che V Ettaplo fu terminato di pubblicare, venne
dal Salviati distribuito a tutti i letterati di Firenze e inviato agli amici
delle varie città d' Italia. Quest'opera armonicamente concepita, scritta in un
latino 150 piano e scorrevole, non privo di colorito nei passi più salienti;
con la fusione ben riuscita delle varie teorie che s'imperniano tutte intorno a
un'idea centrale: la identità di pensiero che riusciva a svelare nei misteri di
Mosè col pensiero di tutti gli altri filosofi che hanno fatto uso del velame arcano;
infine con un'intuizione semplice e grandiosa del cosmo, che dalla
distribuzione dei cieli, delle cose create e delle facoltà dell'uomo,
accoglieva in una euritmica totalità il sistema cabalistico, gnostico,
neoplatonico e peripatetico, non poteva non destare unanime ammirazione nei
dotti di allora. Molte sono le testimonianze, specialmente epistolari, che
attestano il grande successo ottenuto dal Pico, che ormai era ritenuto un vero
portento dagli uomini piij rappresentativi di quel tempo. Al Salviati, che era
l'editore più importante di Firenze, scrivono con espressioni d'entusiasmo per
l'opera del Mirandolano da ogni parte d' Italia gli umanisti che avevano
ricevuto copia dell' Ettaplo. Nella raccolta delle lettere comprese nelle Opere
del Pico, troviamo quelle del canonico della Badia di Fiesole, di Baccio
Ugolino, di Giuliano Maio di Napoli, del Poliziano, che non si stima degno
d'essere avvici Opera nato al Mirandolano, di Ermolao , che confessa d'aver
letto Vexameron tutto d'un fiato, del vecchio Cristoforo Landino, al quale pare
di veder congiunte nel Pico la sapienza dei filosofi greci con la dottrina dei
Padri della Chiesa. E l'eco di questa unanimità di ammirazione per V Ettaplo
varca anche i confini d'Italia, come dimostra una lettera scritta al Salviati
da Bartolomeo Ponzio, addetto alla Corte di Mattia Corvino, re d' Ungheria.
Forse nessuna lode poteva tornare più gradita al Mirandolano di quella
tributatagli dal suo antico maestro, Giambattista Guarino, il quale,
scrivendogli da Ferrara, loda la vasta cultura profusa in picciol volume dal
suo ex allievo (ex tuo praeccptorc factiis sum tibi discipulus). Il Pico era di
quelli che nella gloria non dimenticano chi per primo ha aperto le porte
dell'anima, illuminandola alla luce del sapere. Rispondendo al vecchio
precettore, lo prega di non corrugare la fronte se lo chiamerà a partecipare
della gloria che gli deriva dal suo Ettaplo . Ed era sincero, perchè non c'è
soddisfazione più intima di quella che si prova al PoLiT. Epist. Opera Opera
riconoscimento del proprio valore da parte di quegli che, essendo stato maestro
nell'adolescenza, rimane impresso come un giudice equo e spassionato. Ma quanto
favore incontrò V EU apio fra i dotti umanisti, altrettanto severamente venne
accolto da parte dei teologi romani che vedevano in esso un'altra prova del
persistere del Pico nell'attitudine contraria alle dottrine ortodosse della
Chiesa. Non migliorava quindi la posizione del Mirandolano di fronte al
Pontefice, il quale^ facendo suo il giudizio della Curia, assumeva un
atteggiamento sempre più intransigente. Invano si adoperava Lorenzo per mezzo
del Lanfredini a mitigare l'animo di Innocenzo Vili, e invano gli faceva
pervenire uno schema di Breve, compilato dallo stesso Pico, per dimostrargli a
quali condizioni il conte si sarebbe sottomesso. Il Papa era irremovibile e
rispondeva al Lanfredini che « il caso del Pico era importantissimo » e che ben
« altra cosa era gratificare Lorenzo del « figliuolo (accenna al cardinale
Giovanni) o com« piacerlo non entra questi casi della fede». Berti, Op. cif.
39. Ecco parte della lettera del 27 agosto 1489 in cui il Pico dopo aver
espresso la gratitudine sua al Magnifico, seguita: « Quello ch'io desidero « è
un Breve, nella forma eh' io scriverò di sotto. Faccia » vedere la Sua Santità
se per concederlo, ne li può na 153 II fratello Anton Maria aveva riferito al
nostro Giovanni che un certo monsignore di Napoli lo accusava di due cose: che
cioè egli aveva sparlato della Bolla a Parigi e che continuava a trattare di
nuovo quelle cose che gli erano state vietate. II Pico allora si difende contro
la prima asserzione, chiamando a testimoni gli stessi « ora« tori che erano in
Pranza, se non vogliono tacere « el vero » : e contro la seconda che « non ho «
scripto altro di nuovo che quella expositione « sopra el Genesi ch'io ho
mandata alla M.^'^ Vo« stra, et Lei può far fede se è contra el Papa o « no,
che tanto è distante dalle materie di quelle «conclusioni, quanto è il cielo da
la terra». II Magnifico, infatti, faceva fede che l'opera era « stata veduta da
quanti religiosi dotti ci sono e « uomini di buona fama e di santa vita e da
tutti è « sommamente approvata, né io però sono si cat« tivo cristiano che
quando ne credessi altro, me •« scere o danno, o vergogna, o scandalo alcuno
nella Ec« desia di Dio, ch'io so gli sarà detto di no, se ne sa« ranno
domandati huomini non passionati. Il Breve voria « che fusse in questa forma:
Havendo tu già proposte per « discutere alcune conclusioni fu iudicato per noi
che « il libro di queste non fosse Ietto, come in una nostra «tale Bolla si
contiene ecc.». Dall'Appendice II, doc. I, nello studio del Berti, 1. e. 39 e
51-53. Berti, doc. I, Append. Il, 52-53. 154 « lo tacessi o sopportassilo. Sono
certo se costui « (il Pico) dicesse il credo, cotesti spiriti malvagi «
direbbero ch'è un'heresia ». La lettera poi accenna alla debolezza del Papa il
quale, essendo occupato in molte altre cose, si lascia raggirare da persone
malevoli che, « come diavoli lo ten« tano con queste persecuzioni e sono troppo
cre«duti». Avverte che il conte è «un istrumento « da saper fare il male e il
bene » così che tormentarlo sarebbe farlo deviare dal bene («e ul«timamente si
era ridotto qui a vivere santamente «e con buoni costumi e quetare l'animo suo
*) e fargli tentare cosa che « potrebbe essere di gran «scandalo». E conclude:
«Se la forza gli farà « pigliare altra via, io ci perderò poco perchè in « ogni
luogo dove anderà, so mi vorrà bene, per« che ne voglio assai a lui». Esorta
quindi l'oratore a fare il possibile per riuscire nell'intento « che non
potreste mai stimare quanto questa cosa « mi è molesta e che passione mi da » .
Tutto inutile; il Papa era irremovibile e non sapeva capacitarsi a veder
persistere uno che aveva ancora l'aspetto di scolaro imberbe, a sostenere cose
di teologia, per le quali si richiede una lunga vita Lettera conservata dal
Fabroni Laurentii Medicis Magnifici Vita, voi. II 291. Cfr. Berti in op. citata
pag. 39. Id., 40. 155 di studio: «perchè, diceva il Papa, non si mette « a fare
della poesia ?» Questa gli pareva un'applicazione più rispondente alla sua
giovane età. Cotesta frase del Papa, che può parere ironica, ed è invece
sprezzante, dimostra quanto poco ei sapesse comprendere quell'anima assetata di
gloria e di luce, che coiu)Sceva tutte le ansie del dubbio e il tormento di
tante notti insonni per decifrare, nei libri degli orientali, qualche sparso
raggio della divinità. 11 Papa arrivò a dire, anzi, che V Ettaplo peggiorava la
causa del Pico « essendosi trovata questa opera sopra il Genesi, « et vista per
questi docti di Sacra Scriptura, «l'hanno dannata, perchè in molte parti entra
« nelle medesime heresie, et quelle medesime cose * che sono state detestate
per indirecto, lui le in« troduce in questa opera in molti luoghi». Bisogna poi
aggiungere che il libro del Pico sortiva in un brutto momento per trovare in
Innocenzo Vili un animo ben disposto, essendo in quel tempo amareggiato dai
gravi scandali che Cit. dal Berti, I.. e. 39. Si deve convenire che
contrariamente all'asserzione del Pico che sosteneva non aver tenuto ncW
Ettaplo parola del contenuto delle conclusioni, abbonda invece di quelle idee
che erano state condannate nelle Tesi. E noi abbiamo dimostrato come l' Ettaplo
sia la sistemazione delle varie teorie che formano argomento delle conclusioni.
156 erano avvenuti proprio a Roma in seno alla sua famiglia. Stando cosi le
cose, il Pico si rassegnò per il momento a rinunciare ad ulteriori pratiche e
tutto s'immerse negli studi ch'erano forse l'unica cosa in cui trovasse continue
e pure soddisfazioni. Riprese con gioia lo studio delle Sacre Scritture e in
particolar modo dei Salmi, di cui voleva continuare l'esposizione esegetica. A
farsi aiutare nel lavoro di traduzione dall'ebraico, il Pico teneva presso di
sé un giovane ebreo, Clemente, il quale, essendo stato convertito al
cristianesimo e indotto a vestire 1' abito di S. Domenico, è richiamato da
Lorenzo come una prova dello zelo cristiano del Pico, e un esempio per stornare
la vana calunnia di eresia . Grande Nell'anno 1489 venne scoperta in Roma una
lega d'impiegati senza coscienza,! quali esercitavano un traffico lucroso con
Io spaccio di Bolle papali falsificate. Franceschetto Cybo dava l'esempio
peggiore e getta uno sprazzo di luce sulle condizioni morali della Corte pontificia.
In compagnia di Girolamo Tuttavilla percorreva nottetempo le vie e per futili
motivi aggrediva le case dei cittadini riscuotendo di necessità scherno e
vergogna. Presso il cardinale Riario perdette in una notte 1400 ducati e si
lagnava poi col papa d'essere stato raggirato. Pastor. L'accenno nella lettera
di Lorenzo al Lanfredini è testualmente così: tra gli altri segni di vita
cristiana del Pico, vi è quello « di aver convertito un ebreo, giovane 157 era
l'aspettativa per questo lavoro del Pico tra i letterati e gli amici, le cui
lettere di questo periodo vi alludono come a qualche cosa del genere dell'
Ettaplo. « Ci aspettiamo davvero qualche «cosa di delizioso, scriveva Matteo
Vero al Sal*viati, dagl'inni di David, ch'egli ò dietro a in«terpretare e a
spiegare con grande premura. « A compiere il qual lavoro mi compiaccio che «in
questo momento abbia scelto la quiete del « nostro Cenobio di Fiesole, dove il
solo vederlo «e udirlo è una vera gioia». Siccome all' infuori del commento al
salmo XV, di cui abbiamo già parlato, non ci rimane nulla, se non qualche
frammento inedito, scoperto dal Ceretti, che possa giustificare l'ipotesi che
il Pico facesse un Commentario di tutti i salmi, dobbiamo ritenere ch'egli
continuasse lo studio dei salmi più tosto per un bisogno suo particolare, per
fare cioè una specie di esercizi spirituali; e questo spiega anche perchè
amasse ritirarsi nel Cenobio fiesolano. Ad avvalorare questa nostra
supposizione ci soccorre la lettera ch'egli scrive il 13 gennaio 1490 « assai dotto
in quella lingua, al quale faceva tradurre « certe opere in casa sua e colle
armi sue medesime e « ridotto a farsi cristiano, che non sono opere da eretici
». Il Berti corregge il Fabroni da cui desume questa lettera e che publicata
con la data del 1492 è invece del 1489. 1. e. 41. Cfr. anche Cassuto, 315-317.
Opera da Firenze a un certo padre F. B. C. che lo esortava a una vita pia e
virtuosa. « Vedrai, sog« giunge il nostro, che, quando mi sarà dato di «
ritirarmi nella solitudine, allora potrò filosofare « piamente (pie
philosophari) e congiungere la «pietà alla sapienza. Anch'io sono convinto non
« esservi vera sapienza quando manchi la eterna, « poiché il trattare le varie
discipline, può ben « dare il colore alla pelle, ma non farci più belli. « Ma
la mente sana, ferma, gagliarda non si può «sperare che dall'integrità della
vita, dai buoni « costumi e infine dalla santa religione ». Non dobbiamo
credere che i soli salmi assorbissero il suo tempo; coltivava anche gli studi
teologici e filosofici, certo anche quelli poetici, come si ricava da una
lettera datata da Firenze l'undici febbraio dello stesso anno, indirizzata ad
Aldo Manuzio. « Ti mando 1' Omero che mi hai chie« sto tempo fa; mi trovo così
stretto dalle occu« pazioni, Aldo mio, che non ho neppure il tempo « di
respirare. Mi sono dato alle lettere le cui « esigenze sono cosi grandi che ho
appena il «tempo di rimettermi in salute . Tu che stai « per accingerti alla
filosofia, ricordati che non Opera, 375. Questa frase indica che la salute del
Pico doveva essere alquanto scossa, e forse si era ritirato a Fiesole anche per
scopo di cura. « vi è nessuna filosofia che ci dispensi dalia ve« rità dei
misteri: la filosofia cerca la verità, la «teologia la trova, la religione la
possiede'». In queste tre sentenze il Pico ci dà, in ct)mpendio, il programma
de' suoi studi, i quali andavano orientandosi verso quella fase finale della
sua attività, che è, come in ogni processo della vita umana, la liberazione
dello spirito dagl'impacci del mondo esteriore. E così avremo modo di notare
come nel Pico questo processo si svolgesse con ritmo più accelerato che in
altri, e il ciclo si chiudesse proprio nel periodo che d'ordinario separa il
trapasso dallo spirito volitivo che cerca di fissarsi nel limitato, allo spirito
libero che aspira all'infinito. Durante la primavera, per riprendere il vigore
delle sue forze, usciva sovente con qualche amico a passeggio pei dintorni di
Firenze: e il Ficino ci ha descritto con insolita semplicità, in una sua
lettera a Filippo Valori, una di quelle passeggiate che i due filosofi solevano
fare insieme, ragionando con poetico fervore delle comodità della vita . Ecco
in che modo il Pico stesso faceva conoscere a Battista Spagnuoli come Opera,
359. « Alli giorni passati andando a spasso il nostro Pico « della Mirandola,
uomo certamente meraviglioso e io per « gli colli di Fiesole, riguardavamo cosi
per il cammino tutto 160 passasse il suo tempo. « Al mattino, dice, mi «
applico assiduamente alla concordanza di Pla« tone e di Aristotile, serbo le
ore meridiane agli « amici, alla ricreazione dello spirito mediante la «
lettura dei passi e degli oratori, le ore della « notte le ripartisco fra lo
studio delle sacre carte « e un breve sonno». Come si vede il Pico aveva
intrapreso un lavoro che lo teneva occupato le ore migliori della giornata, e
cioè la concordia dei due massimi filosofi dell'antichità. A tale intento
domanda in prestito agli amici i libri che gli occorrono e, se non li trova a
Firenze, li chiede per lettera a quelli che risiedono in altre città.
Ringraziando in una sua Baldassarre Migliavacca di Milano delle copie dei libri
greci inviatigli, lo prega di acquistargli il commento di Giovanni Grammatico
sulla fisica di Aristotile e, se gli è possibile, anche la metafisica dello stesso
filosofo . Nel mentre che si fa inviare dal carmelitano Battista Mantovano
l'indice della Biblioteca di Bologna in cui risiede, gli chiede ragguagli
intorno alla vita di Filostrato « il paese di Fiorenza, habitazione per certo
felice, pur « che due soli incommodi si schivassero, cioè la nebbia «che l'Arno
cagiona e i gran venti del monte che gli è « opposto ». Fi(;;iNO, Epist. voi.
cit. lib. IX. Opera, 358-59. Opera, 370. 161 e del filosofo Zaccaria che il
frate aveva conosciuto a Roma . Da tutte queste lettere traspare il grande
affetto che ormai legava il Pico al Poliziano e nei saluti agli amici troviamo
sempre congiunto il nome di lui. Scrivendo agli ultimi di luglio a Ermolao lo
prega, con dolce rimprovero, di voler moderare le sue lodi {me iani qiiacso
lauda modice) poiché gli è stato riferito dal fratello Anton Maria che Ermolao,
lo portava a cielo dinanzi a lui, agli altri e « allo stesso Pontefice » : per
altro lo prega di amarlo senza ritegno {diun iamen anies immodice) e termina la
lettera: «Ti saluta il Poliziano amandoti e lo« dandoti sempre un immodico
(immodicus) ". Ed Ermolao rispondendogli a sua volta da Roma il 13 agosto,
dopo aver detto che a ciò è mosso da un prepotente bisogno di essergli vicino
col pensiero, con la voce, con lo scritto, perchè trova più giocondo il dire
che l'udire essere l'amico suo pieno di candore, di bontà, di umanità, termina
lo scritto: 'Vale cum Politiano «meo^>. appunto perchè sa che così si rende
più accetto all' amico . Anche nell' epistolario del Poliziano abbiamo la
testimonianza di lei. 369.359-360. 391. 162 questo attaccamento reciproco dei
due letterati. Degna di nota è la lettera che il poeta scrive alla «fedele
Cassandra», dotta fanciulla di Venezia, la quale, desiderosa di mettersi in
corrispondenza col più celebre poeta del tempo, gì' invia alcuni suoi lavori
letterari (orazioni, epistole, versi, scritti di argomento filosofico ecc.); ed
il Poliziano trovandoli scritti con eleganza, con gravità, e con una certa
virginea semplicità, non priva di dolcezza, così la saluta: « Decus Italiae
virgo», nuova Aspasia, Saffo, Corinna, degna di stare accanto alle donne più
celebri dell'antichità. Ma non si appaga dell'ammirazione; egli vorrebbe
contemplare il volto castissimo della vergine, vedere il portamento e le
movenze della sua persona, bevere, quasi, con orecchi assetati, le parole
ispirate delle muse, poiché allora trasumanato (consuinatissimus) dall'aflato
suo, non temerebbe nel canto il Tracio Orfeo e la di lui madre Calliope. «
Certamente finora, soggiunge, soleva am« mirare Giovanni Pico della Mirandola,
come il « più bello e il più dotto dei mortali. Ed ecco « che ora. Cassandra,
io presi ad amare te ancora «subito dopo di lui, anzi insieme con lui». Come si
vede, c'era una differenza tra l'affetto del Pico e l'amore del Poliziano : in
realtà quello POLITIANI Episf. del primo era un'amicizia che derivava da
quell'ascendente che non può non esercitare un temperamento poetico,
quand'anche l'esteriorità della persona non abbia alcuna attrattiva e del Poliziano
si dice che fosse alquanto deforme — ; quello dell'altro, invece, era quasi un
amore ispirato dalla contemplazione estetica di un giovane dalle forme
squisite, tanto più ammirate in quel tempo in cui rinascevano, fra tante altre,
le preferenze classiche per la bellezza androgina. Un fatto che in questo tempo
tornò di sommo gradimento al Pico e a' suoi amici, fu la notizia dell'elezione
a patriarca di Aquilea di Ermolao Barbaro. A lui, che da Milano, dove aveva
rappresentato in qualità di oratore la Republica di Venezia presso Ludovico
Sforza, era passato a coprire lo stesso ufficio a Roma, presso Innocenzo Vili,
rivolge il Pico la seguente lettera: « Mi congratulo con te della nomina a
Patriarca « di Aquilea dove potrai dimostrare il tuo valore. «Vi sono tre
generi di vita: il civile, il contem Una nota simpatica di questo circolo di
dotti fiorentini, al quale apparteneva il Pico, è l'assenza sia dalla loro vita
come dai loro scritti di quell'immoralità che imbratta come viscido fango i
nomi dei più celebri umaninisti delle altre Accademie. Per Pomponio Leto, che
fu imputato di Sodomia, vedi la monografia dello Zabughin, Grottaferrata «
piativo e il religioso. Esigiamo dal primo la « prudenza, dal secondo la
dottrina, dal terzo la «santità. E tu per l' innanzi nel trattare gli affari «
dello stato, ti sei dimostrato prudentissimo, e « gli studiosi, amandoti e
ammirandoti, ti tengono «per loro maestro nelle buone discipline: e non «
abbiamo dubbi di sorta che saprai del pari «svolgere le tue mirabili doti nella
Chiesa». Ermolao risponde con espressioni di rimpianto per il bel tempo speso
negli studi pei quali teme ora di non esser più libero di dedicarsi come nella
vita secolare, e sopratutto perchè teme che l'alto ufficio che ora deve
coprire, induca il Pico a tenere un contegno piii riservato verso di lui. E
questo non vuole che avvenga per nessuna ragione. « Ti scongiuro, esclama, per
quella be« nevolenza che mi hai sempre dimostrato di vo« lere far sì che anche
sacerdote io sia tenuto da «te, se è possibile, per quell'Ermolao che hai «
amato nel secolo e che ora, fatto soldato di « Cristo, desidero esserti ancor
più caro. Sappi che « Aquilone mi ha trasportato oltre la verità, che « Favonio
mi ha rapito oltre l'amore » . Chi avrebbe detto che il suo desiderio di poter
attendere alla filosofia lontano dalle occupazioni, Opera si sarebbe cosi
presto realizzato, ciie anzi, mentre egli diceva : Si hoc cveniut, ne avesse il
presentimenio ? Difatti il Senato veneziano che si arrogava il diritto di
nominare il Patriarca di Aquiiea, si sentì offeso dall'atto di Ermolao Barbaro,
il quale aveva accettato la nomina da Innocenzo Vili, senza prima chiedere al
governo il permesso voluto dalla legge; e per questo condannò il Patriarca
all'esilio. Questa sciagura che privava Ermolao della speranza di rivedere la
cara patria che tanto amava, fu però sopportata con stoica fermezza e
ricompensata dal piacere di poter riprendere i dolci studi. 1 suoi sentimenti
in proposito, che manifesta in una lettera al concittadino Calvo sono la fedele
espressione del suo animo puro ed elevato, uno di «Nulla vi ha di più preclaro,
nulla di più elevato della fortezza dell'animo. Essa brilla al disopra di ogni
• altra virtù; essa è la migliore fattrice di voluttà e di pace, e mentre tutte
le altre s'inchinano all'impero della • fortuna, la sola fortezza l'affronta e
la pone in ceppi. « Ma fingi pure che io abbia ricevuto una ferita più pro«
fonda ancora di quella che al presente mi grava; quanto « presidio, quanto
sollievo non credi tu che a me rima« nesse da queste tenui lettere che sin da
fanciullo ho coltivato? Godendo io sanità di mente e di corpo, quale • calamità
poteva sopravvenirmi che m'involasse il con • torto degli studi ? Essendo
questi sani e intatti la mia 166 quei nobili caratteri non abbastanza studiati.
Frattanto il Pico, per meglio attendere a' suoi studi, fece dono, di tutti i
beni che teneva nel Mirandolese, e della terza parte del Principato per la
somma di trentamila ducati d'oro, al nipote Gianfrancesco, il quale con tanto amore
doveva in seguito curare l'edizione delle opere dello zio e scriverne la vita.
In quel medesimo anno il Pico, in compagnia del Poliziano e del Crinito, fece
un viaggio nell'Alta Italia per visitare le biblioteche delle principali città,
Bologna, Ferrara, Padova, Vicenza, e i particolari di questo viaggio sono
riferiti dal Crinito(l). Senza dubbio il motivo di questo viaggio doveva esser
quello di procacciarsi i libri che riteneva necessari per condurre innanzi il
suo lavoro intorno alla concordanza di Platone e di Aristotile. Nella vita del
nostro si alternano con una certa frequenza periodi di vivacità espansiva, con
altri di calma e riposata solitudine. Così ora, mentre è tutto immerso nello
studio dei due sommi « vita non può essere se non tranquilla, gioconda, ono«
revole. Oh felice calamità che mi hai restituito alle let« tere e le lettere a
me, anzi a me stesso ! » Dalle Epìst. del Poliziano, la traduzione è del
CoRNiANi, / secoli della Letferat. Italiana, 279. Rassegna Bibl. della Leti.
Italiana. filosofi della Grecia, si sentiva di ritornare alla pietà e al
bisogno di quiete. Con minore assiduità prese a frequentare i convegni e le
feste, cui Lorenzo per le sue mire politiche dava largo incremento; cominciò ad
essere notata la sua assenza nei conviti in cui era solito accompagnarlo il
Poliziano. Questi prova rincrescimento e per lusingarlo gli descrive ora lo
spettacolo di una giostra {cquitum ccrtamcn hastis concurrcntium), al quale
partecipa il fiore della gioventù fiorentina e in cui Piero de' Medici, ch'è
divenuto il beniamino della moltitudine e la gloria della sua famiglia, ottiene
la palma della vittoria. Ora invece gli descrive un banchetto offertogli da un
certo Paolo Ursino, il cui figlio, bimbo di undici anni, si rivelò un prodigio
(un enfant prodigi diremmo noij sia nel suono e nel canto, sia nella
recitazione di prova oratoria, sia nel cavalcare un focoso destriero in
singoiar tenzone con Piero de' Medici. « 11 fanciullo, soggiunge il Poliziano.
« aveva dei capelli d'oro che gli scendevano mol POLITIANI Epist., « I Medici
con« cepiscono una vera passione per la giostra... Già ancor « sotto Cosimo, e
poi sotto Piero il vecchio ebbero « luogo in Firenze giostre celebratissime;
Piero il giovane « poi per tali esercizi, trascurò perfino il governo e non «
voleva essere dipinto se non rivestito dalla sua splen. dida armatura».
Burckhardt « lemente sulle spalle, gli occhi vivaci, lo sguardo « intelligente,
il portamento elegante e nel tempo « stesso marziale. E quando in mezzo al
convito « prese a cantare accompagnato dagli strumenti « musicali, sentivo
penetrarmi la sua voce soa« vissima nel cuore, e inondarmi di una voluttà
«quasi divina». Questo brano ci dice quale ammiratore fosse il Poliziano della
bellezza androgina; anzi quale affinità di sentimenti avesse con gli esteti
dell'antica Grecia e sopratutto di Roma imperiale di cui abbiamo uno specchio
nel Satyricon di Petronio. Ma il Pico era un mistico e non un sentimentale; non
amava i festini e la vita gaudente che per un poeta come il Poliziano erano
fonte di sempre nuove impressioni. Ormai il contatto delle cose esteriori
cominciava a nauseare il nostro assetato di quella bellezza che trascende ogni
forma sensibile. Pubblica il libro De Ente et Uno che volle dedicare ad Angelo
Poliziano il quale, appunto in quegli anni, soleva intramezzare le sue lezioni
di letteratura greca e latina con la lettura dell'etica di Aristotile o di
qualche brano filosofico di altri autori . A tali lezioni inter POLIT. Epist.
Isidoro del Lungo, Florcntia, Firenze, Barbera veniva talvolta anche il Pico e
la presenza del dotto principe tornava molto lusinghiera al poeta di
Montepulciano che all'amicizia univa una grande ammirazione per le qualità
dell'ingegno del Alirandolano. Nella dedica il Pico ci fa sapere come l'argomento
gli sia stato suggerito da una disputa sorta tra Lorenzo e il Poliziano sul
modo di considerare Vesscrc e V unità. Il Poliziano stava con Aristotile che ne
aveva sostenuta l'identità e il Magnifico coi Platonici che si erano
pronunziati per la disparità. Il Pico si schiera decisamente coi primi e viene
a dimostrare che anche Platone identifica l'essere con l'uno. Dove egli trova
la più rassicurante risposta alla sua tesi, che nella mente d i Platone
l'essere e l'uno si convertono, è nel dialogo del Parmenide, ove Platone
dimostra non già la superiorità dell'uno sull'essere, ma la loro identità.
Perciò Aristotile, che parte dal cuore della filosofia platonica e vi scorge
questa identità dei due principi, non dissente aflatto dal suo maestro. Tuttavia
il Pico che non era un superficiale conoscitore della filosofia aristotelica,
non poteva nascondersi che il pensiero dello Stagirita è stato sempre su questo
argomento ondeggiante, sia quando disse che « l'essere non è assolutamente 170
uno», sia quando, parlando dello stesso essere, l'ha definito ora in un senso
ora in un altro. Lasciando stare l'equivoco di linguaggio a proposito della
parola essere, che è impiegata in numerosi sensi, e che quella di sostanza è
impiegata almeno in quattro, sta di fatto che la contraddizione è flagrante e
ogni tentativo per eliminarla riuscirebbe vano. Ma il Pico, tendendo alla
conciliazione ad ogni costo, concepisce quella superessenza che in sé comprende
l'essere e l'uno, sorvolando sopra a tale contraddizione con un ragionamento
che non è privo di acume. L'essere, egli dice nel quarto, si deve considerare
come concreto e come astratto; nel primo caso l'essere, come partecipazione di
qualcosa, è inferiore all'uno; ma nel secondo, cioè l'essere per sé, é un
essere uno, superiore ad ogni ente (adeo est ut sit ipsum esse, quod a se est
et sit ipsum esse, quod a se et ex se est et cuius partecipazione omnia sunt).
È evidente che in questo caso l'essere è Dio, il quale, come l'unità, é
principio di tutte le cose (Tale autem est Deus qui est totius plenitudo, qui
solus a se est, et a quo solo nullo intercedente medio ad esse omnia
processerunt). Così il Pico si spiega non solo la convertibilità dell'essere
nell'uno, ma anche come l'essere e l'uno siano in Dio, il quale é un superessere
e un 171 superuno, e, come dice Dionigi, quia unice est omnia. V indirizzo
mistico dei suo pensiero porta il Pico ad operare la conciliazione di Piatone e
di Aristotile mediante Dionigi e a convertire l'ontologia in una concezione
teologica. Cosi l'assertore della dignità dell'uomo diviene il paladino
dell'infinita potenza di Dio, al quale l'unica lode checonvenga è il silenzio.
Il Poliziano fu molto commosso della dedica del libro e l'accolse con
espressioni tali che parrebbero esagerate, o per lo meno dettate da un senso di
adulazione, se non avessimo avuto agio fin qui di notare la sincerità della sua
ammirazione per il Pico. « Arsi sempre, dice il Poeta, arsi forse un po'
troppo, te lo confesso, dal desiderio di una perpetua fama, a! punto da ritenere
per un niente le ricchezze, la dignità, la potenza e i piaceri in paragone di
una gloria duratura. Ma poichò ciò che ho scritto non mi è valso molto a
perpetuare il mio nome tu, Pico, sei apparso a prestarmi ciò che non avevo
potuto da me, dedicandomi il tuo commentario De Ente et Uno, nel quale richiami
le accademie alla vera sorgente e congiungi in una due filosofie e la nostra
teologia. Che altro dovrei cercare per poter vivere nei campi Elisi, se vivrò
per mezzo tuo e insieme con te ? La posterità narrerà un giorno esservi stato
una volta un certo Poliziano, il quale fu tanto stimato da meritare che il
Pico, luce di 172 ogni sapere, parlasse di lui nel bellissimo libro che tratta
di cose sublimi. Ti rendo, dunque per l'immortalità, grazie immortali». Questi
segni di affetto dei due letterati dovevano senza dubbio tornare graditi al
sofferente Lorenzo che, ammalato da alcuni mesi, era assistito dal Poliziano,
dal quale si faceva leggere ora alcuni passi del De Ente et Uno, ora
s'intratteneva a parlare delle virtìj e dell'ingegno del suo diletto Pico. «
Quanto desidererei, disse una sera l'infermo, passare quest'altro po' di tempo
che Dio si degnerà concedermi, negli studi filosofici con te, col Ficino e con
Pico della Mirandola. E quando fu presso a morire in Careggi (scriveva il
Poliziano a Jacopo Antiquario) guardandomi dolcemente, come sempre soleva, Oh
Angiolo, mi disse, sei tu qui ? — e insieme levando a stento le languide
braccia, mi afferrò strettamente ambo le mani. Io non poteva trattenere i singhiozzi
e le lagrime, cui nondimeno sforzavami nascondere, volgendo altrove la faccia.
Ma egli, senza punto commuoversi proseguiva a stringere le mie fra le sue mani.
Quando si avvide che il pianto m'impediva di parlargli, a poco a poco, quasi
naturalmente, mi lasciò libero. Corsi allora subito nel vicino gabinetto ed ivi
diedi POLITIANI Epist. ed. cit. 452. 173 « sfogo al mio dolore e alle lagrime.
Poscia asciu« gatomi gli occhi e tornato dentro, appena egli « mi vide e mi
vide tosto, mi chiama di nuovo « a se e mi chiede che faccia Pico della Miran«
dola, gli rispondo ch'era rimasto in città, per« che temeva d'essergli molesto
colla sua pre« senza. Se io, disse Lorenzo, non temessi che « questo viaggio
gli fosse di noia, bramerei pure « di vederlo e di parlargli per l'ultima
volta, prima « di abbandonarvi. Debbo io dunque, gli dissi, « farlo chiamare ?
Sì, certo, rispose, e il piij «presto possibile; così feci, e già era venuto «
il Pico e si era posto a sedere presso il letto. « E io ancora mi ero appoggiato
presso le sue « ginocchia per udir meglio per l'ultima volta la « già languida
voce del mio Signore. Con quale « bontà, Dio buono, con quale cortesia, dirò
an« Cora, con quali carezze lo accolse Lorenzo ! « Gli chiese prima perdono di
avergli arrecato « un tale incommodo, lo pregò a riceverlo come «contrassegno
dell'amicizia e dell'amore che « aveva per lui, e gli disse che moriva piiì
volen« fieri dopo aver veduto un sì caro amico». Il volto gentile del Pico era
valso a calmare l'agitazione convulsa di quell'uomo in preda agli PoLiTiAN!
Epist., ed. cit. 124-37. Vedi Berti, 1. e. 44-45. 174 ultimi strazi
dell'agonia, resa più triste forse dal ricordo dei falli commessi durante la
vita di principe; e gli occhi vitrei, prossimi a spegnersi per sempre, parvero
rischiararsi alla luce calma e celeste che riverberavano gli occhi azzurri del
Mirandolano. Il male di cui soffriva il Magnifico era di quelli che non
perdonano, e il grande mecenate, r astuto politico, uno dei primi poeti del
Rinascimento, moriva l'otto aprile all'età di quarantaquattro anni. Si
discuterà sull'opera sua di governo, sulla sincerità o meno della sua
liberalità e del suo mecenatismo, quel ch'è certo si è che Firenze e l'Italia
godettero sotto di lui di una prosperità come poche volte fu dato nella storia
della nostra patria; che tanti uomini d'ingegno lo amarono e lo riverirono non
sempre per adulazione (e la lettera del Poliziano è una prova della più sincera
devozione) ma perchè riconoscevano in lui oltre che un reggitore politico, un uomo
dì cuore e d'ingegno. Valga la considerazione di ciò che accadde all'Italia
dopo la morte di lui per dover ammettere che Lorenzo fu una delle personalità
più spiccate e complesse del Rinascimento, un uomo che, come pochi, ha
rappresen TiRABOSCHi, Storia della Letteratura Italiana, t, VI, part. I, lib.
1, cap. XV. 175 tato le sorti di una nazione. E il Pico fu di quelli che
esperimentarono la generosità disinteressata di Lorenzo le cui lettere e
documenti fanno fede dello spontaneo disinteressamento che sempre animarono
ogni suo atto verso il giovane filosofo, al quale si sentiva legato da un
affetto sereno e sincero. E se il Pico era sfuggito alle persecuzioni dei
propri nemici, se aveva potuto trovare in Firenze un asilo comodo e sicuro, se
era riuscito ad esplicare liberamente la sua attività di studioso, lo doveva a
Lorenzo che per lui fu non solo un amico ma un carissimo padre. IX. Il Pico a
Ferrara nel 14i>2. Crisi Uelii^iosa. L'Orazione Domenicale. Invitato dal
duca Ercole I, si recò il Pico a Ferrara per assistere alla disputa che doveva
aver luogo in occasione del Capitolo generale dei Frati Predicatori. Alcuni
anni addietro aveva partecipato a un altro Capitolo, a quello di Reggio, dove
era stato fatto segno all'aminirazione generale pel suo ingegno precoce. Né
anche ora dovettero mancargli i segni di deferenza e di ammirazione da parte
dei convenuti; ma mentre un tempo si sentiva accendere ai sogni della gloria e
«all'uso di Gorgia da Leontini cercava fama, sostenendo qualsiasi cosa » ; ora
molte foglie vedeva cadere avvizzite dalla sua corona, dopo che ne aveva
sperimentata la vacuità piena d'ama — 178 ritudine. Anzi adesso provava un
sentimento d'inferiorità davanti a quei frati il cui nome non sorpassava la
cerchia ristretta delle conoscenze personali, ma la cui vita al compimento
della quale mettevano in uso tutte le loro energie riteneva alla sua superiore.
Questi sentimenti del Pico li leggiamo in una lunga lettera, in data 15 maggio
1492, ch'egli scrive al nipote Gianfrancesco. Ivi lo consiglia di non dolersi
delle difficoltà che dovrà incontrare nella via del bene, giacché sarebbe
oggetto di meraviglia se a lui solo fra i mortali fosse dato di andare in cielo
senza fatica (sine sudore). E dopo avergli ricordata la massima di S. Giacomo:
Gaudete fratrcs cum in tentaiiones varias incideritis nec immerito quidem, gli
spiega come ogni stato sia irto di difficoltà e pericoli : così quello del
marinaio, del mercante, del principe. Per questo egli ha scelto la quiete del
suo studio, e nulla a mbisce in questo mondo i cui seguaci gridano unanimi:
laxati sumus in vias iniquitatis, perchè le innumerevoli cure della vita li
agita come un mare fervens quod quiescere non potestSiccome tutte le cose
terrene sono caduche, incerte e vili, lo invita a rompere i lacci delle
passioni, a rendersi piacevole più a Dio che agli uomini, a scegliersi la via
stretta della virtìi che mena al cielo. Per fare questo, 179 gli consiglia due
cose: a pregare, e pregare non solo con molte parole (multiloquio) si bene nel
segreto della propria mente e di ascoltare nei penetrali della coscienza la
voce divina che rischiara le tenebre ed unisce a sé coi modi più ineffabili: e
infine che la preghiera non sia lunga, ma ardente e interrotta spesso dai
sospiri. L'altro consiglio è di lasciare le favole dei poeti per aver sempre
nelle mani le sacre scritture (nocturna versare manu, versare diurna nelle
quali è nascosta una tal forza sovrumana, così viva ed efficace, che trasfonde,
in chi vi s’accosti umilmente, un'ammirabile amore divino. Termina la lettera
ricordandogli quanto gli ha detto altre volte, che cioè per quanto lunga possa
essere la vita, si deve pur morire e che il cavallo che ciascuno di noi cavalca
non ha da percorrere che un breve stadio. Quale passo ha fatto Pico di questa
lettera, da Pico dell'epistola critica a Lorenzo cosi piena d'entusiasmo e di
baldanza o dell'Apologia in cui scoppiettavano a volte un virulento sarcasmo, a
volte espressioni così ardite e per quel tempo insolite! Questa lettera sembra
scritta d’un padre religioso tanto è compenetrata di pensieri e di massime
divote: il distacco dal mondo, gl’orrori dell'inferno, l'e Opera, . 180
sortazione alla preghiera, trovano un accento cosi fervente, che ci sembra
d'avere innanzi un vecchio stanco della vita e anelante al riposo del sepolcro.
Pico era ancor giovane, eppure il suo spirito era invecchiato, 0 meglio, poiché
lo spirito non invecchia, era cambiato il contenuto della sua vita. Ciò che ora
lo attraeva non era più la poesia e le sue lettere e i suoi sonetti ci
attestano quanto egli avesse amato la poesia (omissis j'am fabulis nugisque
poetarum cosi consiglia al nipote neppure forse piiì la filosofia e questa era
stata la sua grande passione, quella per cui aveva rinunciato alla vita di
principe, per cui aveva sofferto persecuzioni e prigionia ciò che ora Io
attraeva era una vita più degna d'essere vissuta, per la quale voleva dare non
solo una parte della sua attività, l'intellettuale, ma quella affettiva, quella
pratica, insomma tutta l'anima. E dessa, è ormai evidente, era la vita
religiosa. Ma gli era d'uopo conciliarsi con la Chiesa, dare al Pontefice un
attestato persuasivo della sua nuova disposizione. Era quello l'anno nel quale
avvenne l'espulsione degl’ebrei da tutta la Sicilia e molti si sparsero in ogni
parte d'Italia. Uno di questi Opera (siculus quidam hebraeus) si era spinto
sino a Ferrara, portando seco gran copia di libri ebraici. Pico si senti
stimolato dall'antica curiosità ed attrattiva pel misterioso; per lui un libro
nuovo era un tesoro, e Io legge colla convinzione di trovare in esso ciò che la
sua anima vagheggiava e che tutti i libri precedenti non avevano saputo
accordare. Ricorda, non senza tristezza, quali orizzonti aveva intravveduto
nello studio della Cabala e quante notti aveva vegliato per decifrare gl’arcani
dell'antica sapienza. Chi sa che anche ora non potesse scoprire qualche verità
riposta nei libri di quel giudeo, il quale gli acuiva il desiderio di leggerli
coll'annunciargli la sua partenza da Ferrara entro venti giorni? Al nipote che
lo richiedeva di consigli, risponde che non si aspettasse per qualche tempo da
lui nessuno scritto essendo occupato notte e giorno, sino quasi a perdere
gl’occhi, su quei libri dell'ebreo, che conta di finirli prima della di lui
partenza. Addio, conclude, temi il Signore e pensa ogni giorno che devi morire.
Non Opera Alcuni giorni prima aveva scritto a Malvezzi ringraziandolo
dell'invio fattogli del suo libro De Sortibus che aveva trovato diligente in
quanto alla lingua, acuto nelle osservazioni e gli promette d'inviargli alcune
182 pare che da tali letture ne traesse il frutto che si era ripromesso e
nemmeno la benché minima soddisfazione dello studio per sé stesso. Ormai era
inclinato per quella via in cui si sentiva irresistibilmente trascinato. Si
ritrasse da quei libri con una specie di disgusto, e come da ciò che si
frapponeva alla sua vera méta. Riandando alle cause che determinarono il suo
attrito con la Chiesa e il suo capo, il Pontefice, s'avvide che «buona parte
della colpa era sua, « che aveva troppo amato la gloria del mondo e «trascurato
quella che sola proviene da Dio*, e sopratutto perché all'odio e alla nequizia
degli uomini, aveva reagito coli' impeto della passione, che é figlia di
Satana. Non aveva ascoltato il precetto di Gesù quando disse: «Si vos hodio
mundus habet, scitote quia priorem me vobis habuit»,e quindi aveva agito
ciecamente per la violenza della propria consuetudine, come coloro che sono
trasportati dall'impeto della corrente di un fiume. Non aveva riflettuto sulla
sentenza socratica che se i nemici uccidono il corpo, non possono nuocere
all'anima, e però non si era astenuto dalla vendetta che im sue quisquiglie
(forse alcuni di quegli inni che in questo tempo andava componendo per ricreare
lo spirito col suono della lirai, Opera pedisce all'anima di udir risuonare la
voce soavissima di Dio, unica guida alla verità e alla vita. Oh ! come gli
tornava spontaneo sulle labbra il gemito del profeta: «Delieta iuventutis meac
«et ignorantias meas ne memineris: sed secun« dum misericordiam tuam memento
mei propter « bonitatem tuam Domine » ora che, trovandosi a Ferrara, si
risovveniva del tempo della sua prima gioventù non scevra di quei trascorsi che
imbrattano la coscienza. " Pensa, figlio carissimo soggiunge rivolgendosi
al nipote che la vita ò un punto, un istante; che i piaceri, le ricchezze
avvelenano l'anima e la sottraggono al regno del cielo; che tutto ciò che forma
la nostra gioia di quaggiù è incerto, umbratile, falso; pensa che una grande
ricompensa sta preparata per colui che, disprezzando queste cose, sospira alla
vera patria, di cui Dio è il re, la carità la legge, l'eternità il modo. Occupa
l'animo in questi pensieri, che lo stimolano quando dorme, lo accendono quando
e tiepido, lo rafforzano quando vacilla, e gli apprestano le ali quando tende
al divino amore; di maniera che, quando verrai da me, che ti attendo con grande
desiderio, ti possa vedere non solo quale sei, ma come voglio che sia». Opera.
Questa lettera porta la data del 2 luglio, Ferrara. In questa lettera,
improntata a una maggiore unzione delle altre scritte al nipote, il Pico ci si
mostra ormai preso dal sacro fervore de! mistico. Ed è degno di nota il fatto
che il nostro, le cui lettere agli amici sono di sapore, diremo così, profano,
abbia scelto nel suo nipote il confidente delle proprie aspirazioni. Forse lo
confortava a questo, oltre il legame di parentela che lo univa al figlio del
proprio fratello, a cui non era del resto molto distante per l'età, la serietà
di questo giovane principe che si era rivolto a lui con un abbandono e una
devozione che non si smentì mai. Ad ogni modo il Pico, che pur tanti amici
annoverava, non si aprì mai con alcuno come co! nipote, non fece mai nessuno
partecipe delle sue ansie, dei suoi ardori delle note piìi intime che gli
vibravano nell'animo; né mai nessuno ebbe a chiamare metà della propria vita
(animae dimidium mcae) , perchè nessuno per r innanzi l'aveva compreso come il
nipote Gianfrancesco. È senza dubbio di questo tempo il commento all'orazione
domenicale che va sotto il nome: In orationem dominicam expositio. Il Pico fa
rientrare l'orazione domenicale, che per i cristiani è la preghiera per
eccellenza, nel n ; Il nipote si era già sposato. (2ì Questa espressione si
trova nella lettera datata da Firenze, Opera quadro generale di una teoria
della preghiera; quindi prima di tutto la definisce, poi determina lo scopo per
cui si deve pregare , infine dà la norma che deve seguire colui che prega . La
preghiera, dice il Pico, è sempre un desiderio, e ciò che si desidera è sempre
un bene, e le cose le amiamo in quanto esprimono un bene. Siccome poi, al dire
degli stessi teologi e filosofi, il bene sommo è Dio, dobbiamo perciò amare e
desiderare prima, e al disopra di ogni cosa, Dio, e insieme con lui le creature
che più a lui ci congiungono. Come dobbiamo regolarci rispetto a tante cose che
pur ci dilettano (come i beni della fortuna, la bellezza, la forza del corpo ed
altri obbietti sensibili) e nondimeno non ci uniscono a Dio? Col fuggirli,
risponde il Pico; perchè non può essere buono ciò che ci allontana da Dio e ci
fa peccare. E quando ci sono concessi tali beni da Dio? Allora, incalza il
nostro, dob [\) «Orare non est aliud quam per elevationem men • tiset affectus
excitationem sua desidcria Deo notificare -. i2i « Si ergo debcmus scire,
quoniodo sit orandum, • oportet prius scire quid sit desiderandum. Scimus autem illud esse
sumnie desiderandum quod est summum bonum. L' Esposizione di cui stiamo facendo l'esame è inserita
in principio delle Opere del F*ico, edizione Basilea già citata. Mancando la
numerazione delle pagine, citeremo per ordine numerico degli a che
contraddistinguono i fogli. 13 186 biamo ricordare il detto di S. Paolo che ci
consiglia di far uso delle cose di questo mondo, tenendo da esse distaccato il
nostro cuore. Chi vuole distaccarsi da ciò che è caduco deve far uso della
meditazione, della compassione, della imitazione. Poiché solo meditando la
passione di Cristo, noi sentiremo il nostro cuore punto di compassione per le
infinite sofferenze di Gesù ; ma a nulla gioverebbero le nostre lagrime se non
cercassimo di imitarlo nella sua vita, nelle sue parole, nella sua inalterabile
pazienza a sopportare i più grandi dolori. E non solo dobbiamo sopportare le
afflizioni della vita, ma anche coloro che ci fanno del male. Se vogliamo che
Dio rimetta i nostri peccati e ci preservi dalle tentazioni, accordandoci la
sua misericordia, la quale è come la medicina per il corpo, perchè dovremmo
negare al prossimo ciò che noi chiediamo a Dio, vale a dire la misericordia ?
Se è vero che è per essa che noi siamo salvati e non già per i meriti nostri, a
maggior titolo dobbiamo usare verso gli altri questa grande benevolenza che
distingue gli animi eletti. Quando infine Cristo c'insegna adire al Padre,
«liberaci dal male», non possiamo fare a meno dal non raffigurarci, nella
rappresentazione del Demonio, l'insieme di tutti i mali, l'ipostasi di tutto
quanto è triste e peccaminoso; ecco perchè noi dobbiamo 187 fuggire dal male,
come da una bestia orrenda e rifugiarci nel seno del Padre nostro in cui
riposeremo sempre che lo serviamo con santità e con giustizia. Il 28 luglio
giunse a Ferrara la nuova della morte di Innocenzo Vili, e pochi giorni dopo,
quella dell'elezione alla cattedra di S. Pietro del cardinale Borgia col nome
di Alessandro VI. L'avvento di questo nuovo Papa che, per la larghezza delle
sue idee e i suoi gusti estetici, era ben noto nel mondo letterario ed
artistico, produsse nel nostro un senso di sollievo poiché, essendosi rivelato
di un carattere del tutto diverso da quello del defunto Pontefice, sperava di
trovarlo meno restio a concedergli la sospirata assoluzione. Un'altra
circostanza si presentava intanto a lui favorevole: l'elezione del Rettore
dello studio di Padova, il cipriota Podocataro, a segretario pontificio. Il
Pico scrisse da Ferrara il 16 agosto una lettera di congratulazione al suo
vecchio professore, rimettendogli una supplica per il Papa, colla preghiera
d'intercedere per la sua causa . [\ I Opera, foL, a, 4. (2^ DoREZ, Giornal.
Star. d. ietterai. Italiana, voi. 25, 1895, 355. Egli intanto si mosse alla
volta di Firenze, per potere poi proseguire per Roma ove non gli mancavano
amici e ammiratori, tra i quali il suo affezionato Ermolao, patriarca di
Aquilea. A Firenze, essendosi imbaltuto in un fascio di libri greci (ex his
graecorum librorum fascibus extricavero) s'intrattenne per poterli consultare.
In questa città desiderava raggiungerlo il nipote che ormai non sapeva più
vivere da lui lontano. Ma lo zio l'ammonisce di rimanere per due motivi: primo
perchè potrebbe arrivare a Firenze nel contrattempo ch'egli sarebbe in viaggio
per Roma (ut illuc mihi eudum sit, causam nosti) oppure per Mirandola ; l'altro
che avrebbe dovuto lasciare per lui la moglie, verso la quale l'obbligavano dei
doveri inerenti al matrimonio, cui egli non potrebbe sottrarsi senza venir meno
al comando divino in cui è detto essere gli sposi un'anima sola. « Infatti,
soggiunge, 'non puoi es« sere più tutto tuo dal momento che hai voluto «
assoggettarti alle leggi nuziali, nondimeno puoi « essere tutto di Dio, al
quale sei meritevole nello « stesso tempo che lo sei a te stesso ». Lo esorta
infine a starsene in casa per attendere alle proprie occupazioni e alla
meditazione delle sacre scritture e in special modo del Vangelo. A vederlo non
istarà molto tempo, avendo in animo 189 di ritornare a Ferrara al cominciare
della primavera . Siccome non arrivava nessuna risposta alle pratiche che aveva
inoltrate a Roma, nò credeva riuscisse per niente proficua la sua andata in
quella città, decise di trattenersi ancora a Firenze ove poteva almeno
attendere agli studi. In questo periodo attraversava egli un momento di grande
sconforto; aveva molto bisogno di affetto e di parole buone e in questo senso è
improntata la lettera che scrive ad Ermolao nella quale gli chiede anche il
volume di Tolomeo sulla musica . Arriva un momento nella vita in cui la mente
nostra fa un cammino a ritroso e invece di guardare avanti e di sognare si
volge indietro e ricorda. Fra le persone che conoscemmo ed amammo ve n'è sempre
una che rimane nella nostra memoria coi caratteri indelebili di una bontà
semplice e gioviale. Felici noi se, mentre la contempliamo in immagine, tale
persona vive ancora e può accoglierci nel suo seno e ridirci la parola che
consola. Il Pico era cosi giovane quando questo periodo era per lui arrivato
che, si può dire, tutti coloro che aveva conosciuto nell'in Opera, 346-47 la
data di questa lettera è del 27 novembre 1492. (2 Opera, . fanzia, erano ancor
vivi e tra questi la persona che Io aveva palleggiato bambino tra le braccia, e
che ora ricorda con tenero affetto nella sua lettera che gì' indirizza senza
rivelarci il nome. « Nulla mi tornò più dolce e piij gradito, gli « scrive,
della memoria della tua antica famiglia«rità e soavità di costumi. Se la sede
dell'ami« cizia sta nell'animo, in noi allora essa è vera« mente, vale a dire,
non c'è motivo, come scrivono « Platone ed Aristotile, perchè in noi possa for«
mare un dissidio la distanza di luogo e di tempo. « Pensavo or ora in che modo
poterti essere « vicino, né altro mi venne in mente che il farti H pervenire la
mia elucubrazione de septiformi « in sex dies geneseos. Se noi partoriamo dei
li« bri quasi come dei figliuoli, e il padre è in gran * parte nel figlio,
vengo io ancora con esso lui « che ho generato. Ricevi dunque il mio figliuo«
letto che viene a te com' io soleva ilare e fe * stante bambinello. Ti piacerà,
lo so, perchè mi « ami, e ti dispiacerà anche perchè mi ami. Nam * eiusmodi pietatis
est et eorum errata qtios ama«mus signanter introspicere ut emendemus et
in*trospectis leviter undulgere ne vexemus*. Da ciò si vede che il Pico considerava V Ettaplo come
il suo lavoro prediletto; e invero esso Opera e proprio figlio del suo spirito:
tutto ciò che aveva studiato, sognato e amato, egli lo aveva trasfuso là dentro
e se in qualcosa sperava ripromettersi perpetuità al suo nome, era appunto in
esso, che rimane del resto anche per noi l'espressione più notevole del suo
ingegno. Frattanto non tardò a venire la lettera di risposta del suo Ermolao,
ch'egli trovava quale si era ripromesso, e cioè piena di sentimento e di parole
buone, vera immagine di quell'anima semplice e mite, che, pur cosi erudito
passava allora per uno dei più eletti stilisti latini — rifuggiva il plauso
esteriore, pago unicamente della stima degli amici. In verità questi gli
corrisposero e più di ogni altro il nostro che, esaltando i suoi meriti
letterari, esclamava: «Voglio, o dottissimo Ermolao, « che tu sappia che ti
sono amicissimo e che le • tue virtù mi accendono alla stima e venerazione •
per te, così che a nessuno, anche se ti fosse • consanguineo, permetterei di
amarti come ti • amo io». Ai primi del 1493 giunse a Firenze la notizia che
Ermolao era stato colto dalla pestilenza che serpeggiava allora nel Lazio; il
Pico e il Poliziano n'ebbero il cuore trafitto. Il Pico volle tentare di
soccorrere l'amico invian do Opera, . dogli per mezzo di un corriere uno
specifico da lui stesso comprato e che credeva atto a domare il morbo
pestilenziale. Ma quando l'espresso arrivò a Roma, Ermolao Barbaro era già
spirato. Contava trentanove anni; con lui spariva una delle figure più amabili
del suo tempo e più che per le sue opere letterarie fra cui le Castigationes
plinianae erano meritamente celebrate, egli emergeva fra i contemporanei per le
squisite doti del suo cuore, doti che solo in parte possono trasfondersi negli
scritti e che la morte porta inesorabilmente seco. Per far meglio intendere
l'indole di questo umanista, vogliamo riferire in parte la lettera che scrisse
alcuni mesi prima di morire ad Antonio Calvo, il quale gli annunziava la morte
del padre suo Zaccaria avvenuta in Venezia. Dopo d'aver detto il rammarico
provato per non aver potuto dalla terra d'esilio andare a porgere l'estremo
saluto all'autore dei suoi giorni, soggiungeva: «Forse egli andando sicuro
incon« tro alla morte, era solo sollecito del mio dolore; « sono certo eh' egli
non sapeva con che animo « sopportassi la mia sventura, perchè se mi avesse «
veduto, oh allora, senza dolore sarebbe passato « da questa vita. Del resto mi
conforta il pen« siero ch'egli abbia lasciato il mondo con la co« scienza
d'avere fatto il proprio dovere e di avere 193 « speso la sua vita per il bene
della patria e delia «famiglia. A te raccomando i miei fratelli, sii loro «
consolatore in vece mia e che continuino ad «amare il padre loro oltre la
tomba». La perdita di un sì caro amico gettò un velo di tristezza sull'animo
del Pico; il pensiero di rendersi utile alla Chiesa divenne ora il dominante
fra ogni altro. A farlo persistere in esso contribuiva notevolmente l'influsso
che su di lui esercitava la vita austera di Girolamo Savonarola. Dopo la morte
del Magnifico, colui che in Firenze aveva acquistato maggiore autorità era il
frate predicatore, la cui eloquenza dall'intonazione profetica, la cui vita
rigida e intemerata, cominciavano a guadagnargli le anime stanche della vita 0
desiderose di purificazione. Il Pico, che già da tempo conosceva il frate , ora
che sentiva più urgente il bisogno d'una persona la quale piij che amica gli
fosse guida nel nuovo cammino, si rivolse al frate di San Marco come all'albero
maestro. Riprese con fervore le pratiche di pietà, passava le ore nella
Biblioteca di S. Marco a conversare col Savonarola di cose religiose, riceveva
con piacere nella sua abita li j Roma. Dalle Epistole del Poliziano. (2; Cfr.
la Vita del nipote. 194 zione le visite di coloro che desiderassero
intrattenersi in dotti e cristiani argomenti. In questo tempo, si legge nella
vita scritta dal nipote, il portamento del Pico aveva assunto un fare più
timido e contegnoso, il suo volto, di solito ilare e calmo (vulio hilari semper
erat et placido) , sembrava ora trasfigurato dagli ardori mistici cui si
abbandonava. Più volte fu veduto col flagello in mano (meisque oculis saepius
[cuncta in Dei gloriam redeant] flagellum vidi) macerare le proprie carni per
espiare i falli commessi e in memoria della morte in croce di Cristo. Più nulla
poteva ormai commuoverlo dal suo proposito. Solo una cosa lo avrebbe irritato,
se cioè vedesse andar perduti certi scrigni {nisi scrinia quaedam deperirent)
ripieni delle sue elucubrazioni, frutto di lunghe veglie e che credeva
tornassero di grande utilità alla Chiesa di Dio. Se il paragone non fosse
irriverente, diremmo che uguale si presenta in intensità l'attaccamento per il
denaro dell'avaro che tiene sul cuore le chiavi dello scrigno ove sta il suo
tesoro, e dell'umanista per i libri e gli scritti che tiene nel suo studio :
l'uno e l'altro ne morrebbero di dolore se vedessero andare distrutto ciò che
considerano metà della loro anima, come. Cfr. la Vita del nipote. secondo
Pontico Virunio, incanutì dal cordoglio quell'umanista che perdette in un
naufragio la cassa contenente i libri che portava dall'Oriente. Maffei. Verona
illustrata. Cosa tenesse il Pico nei suoi scrigni ce lo dice il nipote: una
farragine di lavori incompiuti, scritti con carattere malagevole a leggersi «di
modo che, come d'in • gegno, cosi fu si celere di mano che, essendo stato da «
giovane ottimo calligrafo, finì quasi col non intendere • più egli stesso ciò
che aveva scritto. Soleva anche scri« vere or qua or là scrivendo cose nuove
sopra le vec • chie, molte opere interrompeva dopo d'averle incomin«ciate».
Egli allora attendeva con più di proposito a un'opera in cui si prometteva di
combattere i sette nemici della Chiesa: gl'increduli, i pagani, gli ebrei, i
maomettani, i cattolici non osservanti a quello cui credono, gli astrologi e
gli eretici. Di quest'opera solo la parte in cui prendeva a combattere gli
astrologi « egli aveva, come • dice il nipote, compiuto e limato in parte, e
noi con • grande fatica potemmo ricavare da un esemplare tutto • cancellato e
stracciato » (Vita). Poiché il lavoro contro gli astrologi, che si compone di
dodici libri è vastissimo, tenteremo di esaminarlo brevemente più oltre nel
nostro studio. X. L'assoluzione del Pico. Risolazioue della crisi nel
misticismo. Le « Disputationes » . Sua morte. Giunse al Pico, quasi
improvvisamente, il sospirato Breve di Alessandro VI che lo assolveva in seguito
alla relazione di una Commissione, composta di un vescovo, di due cardinali e
del domenicano Paolo da Genova, professore di teologia e maestro del palazzo
apostolico da ogni censura o nota di eresia- Il Breve, dopo aver fatto la
storia della esamina delle 900 conclusioni, di cui alcune erano state
condannate sotto Innocenzo Vili, perchè erronee e contrarie alla fede, viene
alla considerazione dell'Apologia. « Inteso poi il detto pre« decesssore che tu
avevi pubblicato un altro libro « apologetico, dove le medesime proposizioni
in« terpretavi in un senso migliore e cattolico, e ne chiarivi l'intendimento
giusta la vera fede, lo « stesso predecessore volendo impedire che le «
premesse proposizioni corrompessero in qualun« que modo i cuori dei fedeli,
vietò la lettura del « libro delle predette novecento proposizioni, però «
dichiarando che tu non eri incorso per tutto « questo in alcuna censura,
siccome più ampia« mente si contiene nelle stesse lettere, il te« nore delle
quali vogliamo che qui si abbia per « espresso * . Qui potrebbe affacciarsi la
questione se il Breve di Alessandro VI veniva a contraddire la Bolla di
Innocenzo Vili,ma noi non
crediamo necessario
indugiarci in essa
che ha dato
campo a vivaci
polemiche fra alcuni
pubblicisti rosminiani e
gesuiti della Civiltà Cattolica. Ci basti dire che vera e propria
contraddizione nei decreti dei due Documento citato da Berti nella Rivista Contemporanea Leone spedì a Pico un Breve col
quale permette al nipote di pubblicare le opere proprie e quelle dello zio. Per
questo Breve vedi Civiltà Cattolica. E per la Polemica vedi Rassegna Nazionale;
Civiltà Cattolica.Vedi anche Malavasi, Pico
della M. davanti al Tribunale della santa sede. Mirandola; Pagani,
Rosmini (an. Ili,,
e Rassegna Nazionale pontefici
non esiste; ciò che appai e invece e
spiega tutto è la diversità di temperamento nei due capi delia Chiesa. Il
primo, invero, non ha mai emesso un atto esplicito di scomunica contro Pico, ma
soltanto tenne sospesa questa minaccia come una spada di Damocle sul capo del Mirandolano, la quale vale a paralizzare
la sua attività e a tenere in angustia lo spirito di lui credente; Alessandro,
d'indole mono puntigliosa e meno proclive a cedere alle pressioni
degl'invidiosi di Pico, i quali sono per altro diradati, e che in fondo non
aveva nessun risentimento personale col
nostro (si ricordi la frase dei Pico a riguardo d'Innocenzo
nell'Apologia), era portato ad interpretare
nel modo più indulgente l'operato del medesimo, il quale, del resto, era venuto
sempre più accostandosi ai dettami di S. Chiesa con una vita veramente pia, e
ad indulgere tanto più verso quelli che, per nobiltà di sangue, per sapere, per
integrità di vita e religione ortodossa si raccomandano la cui quiete e
reputazione ci sta a cuore quando con Dio è lecito. Questo Breve colmò di giubilo il cuore del Mirandolano e valse a
togliere quella specie di op Multa itidem vasa argentea prcciosasque supellec«
tilis partes in pauperum usus distribuit. Vita ecc. pressione che gli si faceva
sempre più penosa di mano in mano che si accostava al centro della vita
religiosa. Questa era ormai l'unica sua aspirazione, l'ideale verso cui tende
il suo pensiero e con cui spera di dare
inizio a una nuova vita. Riduce quindi al puro necessario le sue
bisogna; la mensa rese parca e frugale, vendendo parte del vasellame d'oro e
d'argento per distribuire il ricavato ai poveri verso i quali comincia a
largheggiare in elemosine. Volle essere riconoscente coi fedeli famigliari,
lasciandoli usufruire liberamente dei suoi poderi. Lascia all'amico Benivieni
un fondo cospicuo onde all'occorrenza
alleviasse le persone piìi indigenti di Firenze, sopratutto dotasse le
fanciulle bisognose, acciocché potessero maritarsi. Considerando poi chiusa la
sua vita nel mondo decide di fare il proprio testamento che redatta e rifece il primo settembre dello stesso anno
e a cui fecero da testi Poliziano e Savonarola. Ivi dispone che l'Ospedale
di S. Maria Novella fosse erede
universale de'suoi beni immobili, mentre
di quelli mobili elegge a erede il fratello Antonio verso il quale non voleva
riuscire imparziale, avendo già soddisfatto largamente al figlio del fratello
Galeotto. Sciolto La vendita era stata
fatta con strumento. Ceretti, Sonetti inediti del C. G. P. Mirandola così da ogni legame
d'ordine finanziario, si trovò libero di dedicarsi a ciò che piìi gli sta a
cuore. Due erano le tendenze che si
contrastavano dentro di lui e l'imbarazzavano nella scelta: l'ordine religioso
dei frati predicatori cui appartene Savonarola, e la vita del pellegrino più
aspra di sacrifici e più libera nell'amore. Come luogo di ritiro pelle sue
meditazioni, si era scelto la villa della Fratta dove pochi ammette, per non
essere distratto dal suo raccoglimento: tra quei pochi era Gianfrancesco. Un giorno, narra questi,
mentre ci trovavamo a ragionare del divino amore in un giardino dal quale
l'occhio spazia lontano le prospettive verdeggianti, mio zio proruppe in queste
parole: Te lo confido in segreto, appena avrò terminato certe mie elucubrazioni,
darò il rimanente de'miei averi ai poveri, e, giunito d’un crocefisso, scalzo,
a piedi nudi, me n'andrò pellegrinando
pel mondo a predicare Cristo alle città e alle castella. Sembra che in
questa missione egli trova la vera via alla sua anima irrequieta e bramosa di
agire in conformità delle sue libere aspirazioni. Non altro che per questo egli
si era Spigolature in Giorn. stor. di L.
I. Vita in negato una compagna, non altro che per esser libero egli visse
sempre errabondo senza una stabile dimora, benché abitasse più spesso a Firenze e talvolta a
Ferrara. E quando gli ardori mistici s’acquetavano e l'anima sua si ricompone
in quell'equilibrio normale di cui la sua fisonomia esteriore era la più soave
espressione, pensa al bianco saio di fra Girolamo, alla maestosa gravità che
traspariva dalla magra figura del predicatore, quando di sul pergamo del duomo
colla mano che sembra scagliasse
folgori, colla voce annunciante l'ira di Dio, cogl’occhi accesi da quel
furore profetico, suscita brividi di terrore sulla folla degl’astanti; allora
sentivasi trascinato nelle braccia di quell'ordine che pare istituito per
convertire a Dio colla predicazione e la
scienza teologica, gl’eretici e gì'increduli. A tale scopo cerca Pico di
cimentarsi con quelle discipline che suggerisce l'ascetica, per mettere a prova la sua capacità e l’attitudini
richieste ad un apostolato. È forse in questo periodo ch'egli compose le dodici
regole per eccitare e dirigere l'uomo nel combattimento spirituale. L'idea
Vita, \n Regulae XII partim excitantes, partim dirigentes hominem in pugna
spirituali, in Opera centrale di queste regole è la seguente: Non si deve
rifuggire dalla via della virtù perchè il
cammino è aspro e difficile, poiché anche la via dei piaceri ò seminata
di spine e d’avversità; se si deve sostenere in questo mondo una battaglia
perenne, dato che la vita dell'uomo è una milizia – volontaria H. P. Grice --,
tanto vale combattere per una causa giusta e santa qual'è quella che ci fa
simili a Gesù Cristo il quale non ascese al cielo se non per il martirio.
Perciò Pico viene a riconoscere che fra
tutte le tentazioni dell'uomo quella che si deve combattere e vincere è la superbia,
radice di tutti i mali, contro la quale vi è solo un rimedio, il pensare che
Dio stesso s’umilia per noi sino alla morte di croce. A\entre da una parte Pico
per suo proprio uso scrive queste regole e cerca di metterle in pratica, SI homiiii vidctiir dura via \ irtuiis, quia continue oportet nos pugnare advcrsus carncm. et diabolum, et
mundum recordetur, quod quamcunque elegcrit vitam, etiam sccundum mundum, multa
illi adversa, tristia, incommoda, laboriosa paticnda sunt. Rcf. I. Sicut et caput nostrum Christus, non
ascendit in coclum, nisi per crucem. Rcg.
Ili. Quare super omnes
tentationes, homo debet maxime se munire, contra tentationem superbiac, quia
radix omnium malorum superbia est,
contra quod unicum remedium est, cogitare semper, quod Deus se humiliavit prò
nobis usque ad crucem et mors. Rcg. XII.
non trascura dall'altra i suoi studi, massime in quanto potessero giovare in
qualche misura alla Chiesa. Si propone, come abbiamo detto, di combattere i
nemici della religione e in particoiar modo gl’astrologi, le cui
elucubrazioni piene di sofismi gli
parevano incompatibili col dogma e colla fede. Poliziano, venuto a sapere che
Pico s’era accinto a questo lavoro contro l'astrologia, s’adopera in qualche
modo per contribuire alle fatiche dell'amico. In quel tempo legge nello studio
agl’uditori il suo poema Rusticus in cui, fra le altre cose, fa menzione
degl'influssi della luna sui vari lavori dei campi, conforme ai dettami d’Esiodo. Ora, egli scrive a Pico, io
cominciai fra me a dubitare se cotali osservazioni non avessero qualche
fondamento nella legge della natura o piuttosto non fossero derivate dalla
superstizione del volgo. Siccome tu stai scrivendo un libro pieno di dottrina
contro gl’astrologi, dove tratti appunto argomenti che hanno affinità con
quelli da me svolti ad imifazione
dell'antico poeta, così mi è sembrato d\
fare cosa a te giovevole riassumere in una Quare quoniam tu nunc librum cum MAXIME
– regole – H. P. Grice -- componis adversus astrologos multiplici doctrina,
magnisque argumentis instructum. lettera ciò che si contiene nel mio poema e
insieme anche le ragioni che dei fenomeni ivi descritti sono date da Proclo, da
altri e da me stesso. Poliziano, che
dopo la morte di Lorenzo aveva rivolto tutta la sua devozione e il suo
affetto al principe della Mirandola poiché egli era del numero di quelli che,
avendo servito per tutta la vita, e si serve in tante maniere una persona, non
possono rassegnarsi a vivere senza un protettore scrivendo all'Antiquario, gli
dipinge così al vivo l'amabilità del Mirandolano, d’invogliarlo a sua volta a
conoscere l'uomo celebrato. Infatti
l'Antiquario in una lettera a Riccio, dopo aver accennato all’orazioni e all’opere
filosofiche di Pico, nelle quali si rivela un ingegno singolare, dice di
sentirsi pieno d’ammirazione per uno che pello studio abdica alle dovizie del
suo ricco casato. E Poliziano, rispondendogli subito dopo, gli dice d’aver
fatto leggere la sua lettera allo stesso Pico, come a quegli che era il vero oggetto delle sue lodi, e che
riceve dal Mirandolano quanto prima una lettera doctani. Politiani et aliorum
virorum illustrium, Epistolarum libri duodccim,
Basilea, POLIT., Epist., aciitam, cordatam, plenamqiie humanitatis. Il
nostro infatti gli scrive da Ferrara,
ringraziandolo delle benevoli espressioni a proprio riguardo, sicuro che Poliziano
sa interpretare il suo pensiero, poiché
alle muse non s’addice lo strepito d’un picchio anzi l'aspra voce d’un'anitra,
com'è la sua, di fronte al canto di due cigni, quali sono loro due. Il
contenuto di questa lettera di Pico, tradisce uno stato d'animo completamente
estraneo a quello cui sono intonate le lettere di Poliziano e dell'Antiquario;
qui si sente dell'artificiosità, fors'anche dell'ironia, prova che l'animo del
nostro si è ormai ritratto d’ogni
attaccamento mondano e non vibra più a quell'entusiasmo che era si frequente
nelle lettere anteriori. Questo risalto deriva dalla comparazione della lettera
di risposta dell'Antiquario, in cui traspare quell'intima soddisfazione che
nasce ogni volta s’ottenga un attestato di deferenza da parte di qualche
personalità eminente. Egli dichiara che non ci tiene d'essere paragonato a Poliziano, desiderando solo
essere amato da Pico, per il quale nutre POLIT., Opera. un affetto e
un'ammirazione più antica di quel che non creda, e il suo nome d’Antiquario ne
è una prova. Ad ogni modo non nasconde questi sentimenti per non venir meno a
ciò che l'animo sente, e la lingua esprime, e, d'altra parte, la di lui gloria
6 sì solida, che non ha bisogno di
adulazione, egli ch’ha conseguito tra i nati degl’uomini il nome di
Fenice. Questo fascino ch’esercita la persona di Pico, invece di scemare,
sembra andasse crescendo cogl’anni. Ad altri letterati si chiede un giudizio,
un'espressione di simpatia, un apprezzamento qualsiasi; a Pico si chiede un
sentimento d'amore; non s’ambiscono le sue lodi o la sua ammirazione, si
desidera essere da lui amati. E che
veramente fosse felice l'Antiquario d'essere stato onorato d’una lettera di
Pico quoniam me nuper tuis littcris exornasti, Io vediamo nelle parole scritte
a Poliziano subito dopo. Dichiarandosi suo debitore per averlo messo in
corrispondenza col Pico, soggiunge: sapevo ch'egli è un amabile compagno, ma
non potevo supporre che divenisse così presto famigliare. Ho proprio notato come le sue lettere rivelino,
oltre ch’il sapere, l'innata bontà del suo animo. Quando lo vedi, digli che
riguardi nelle PoLiT., Episf., , questa lettera e datata da Milano mie lettere non ciò che vi è
d'incolto, ma la mia devozione per
lui, e m’abbia come antiquario fra i
suoi amici, poiché la legge dell'affetto non può mai divenire antiquata. Il
movimento decisamente mistico che aveva
per centro Savonarola, alle cui prediche traevano in folla sempre piiì frequenti gl’uditori, aveva poco per volta
attirato nella sua orbita tutti gl’uomini piìi in vista di Firenze. Benivieni,
che diverrà in seguito il poeta, per così dire, ufficiale delle pie solennità
colle quali il priore di S. Marco si studia di riformare i costumi, rimase così
vinto dal fascino di Savonarola che poco
manca non desse alle fiamme le sue poesie d'amore, che esprimevano un
passato di vita leggera. Anche Ficino si sente scuotere dall'eloquenza del
predicatore, ch'egli chiama novello profeta, e rimane suo seguace finché la
fortuna fu favorevole al riformatore; mentre quando si tratta di confessarlo
nel momento della sventura, egli l’abbandona
vilmente con parole indegne d’un filosofo.
Pico piiì d’ogni altro subì l'influsso di Savonarola, al quale si sente
legato da vincoli d’ammirazione di lunga data, e per richiamare il quale da
Reggio a Firenze aveva speso i suoi buoni uffici POLIT., porta la stessa
data, Rossi, Il Quattrocento, Milano presso Lorenzo. Il frate aveva
acquistato tale impero sull'animo del nostro, da permettersi aspri rimproveri
al suo divoto che indugia ad entrare
nella vita religiosa, e gli presagiva gravi punizioni se non rispondesse al più presto alla voce che
veniva dall'alto. E Pico promette di vestire l'abito, appena avesse dato
termine ai suoi lavori in corso, che in fondo, dice, sarebbero tornati assai
utili alla Chiesa. Quasi tutti ormai sapevano dell'imminente pubblicazione
dell'opera polemica del Pico contro gl’astrologi di cui se ne faceva ovunque un gran parlare; e Ficino che, come sappiamo oltre essere
filosofo era anche medico, e la sua medicina aveva per fondamento molti
postulati astrologici, comincia a pensare che l'amico suo non avrebbe certo
risparmiato alcune di quelle teorie che
gl’erano care e che aveva sostenuto negli scritti. Senza por tempo in mezzo,
scrive a Poliziano, che condivideva l’opinioni
del Conte e collabora alle sue ricerche bibliografiche, una lettera,
nella quale, facendo le viste di convenire con loro, cerca di difendere quanto gl’era
possibile salvare. Riferiamo parte della lettera singolare: Contro molti
astrologi, che come già i Giganti a Giove il cielo torre tanto invano quanto
empiamente si sforzano meritamente, Pico, figliuolo di Pallade e VlLLARI, voi
figliuolo d'Ercole, spesso felicemente
combattete. E io, come in tutta la mia vita sempre sono stato del medesimo
animo che voi, in questo studio ancora con voi m’unisco. Gli platonici le
celesti imagini degl’astronomi descritte, non riprovano, né si studiano
approvare. Ma Plotino di tali cose al tutto si ride, e io ne'miei commentari
sopra di lui, come suo interprete ugualmente
me ne fo beffe, parte nella
sua autorità confidato, parte perchè
nessuna certa ragione ho di tal cosa. Ma nel mio libro della vita, com'io posso
d'ogni luogo diligentemente ricerco; non disprezzo al tutto quelle imagini, né
tutte quelle regole refuto e quivi narro le disposizioni dei segni e delle
imagini non come appresso gli Platonici, ma come appresso gl’astrologi ho
osservato oltra di questo nel libro del
Sole non tanto cose astronoonarola: il morto suo conhdente; egli che aveva reso
acuto colle sue recriminazioni quel dissidio interiore che aveva fatto penare
per tutta la vita il povero Mirandolano; egli che avevi esacerbato coi
suoi V,
ultimi giorni ed alteralo colla sua
.^ta dall’astinenze lo sguardo dolce e mansueto del biondo. Ciò non basUva: ei dove perseguitare anche nel regn».
del riposo l'ombra di Pico e molestarla colle sue tetre predizioni. Ma
coloro che l'avevano amato sinceramente, ne sentirono tutta l'amarezza del
vuoto lasciato; e la sua morte immatura fa nascere più d'un sospetto. Si narra
che (ierolamo ! pel dolore della pi-rdila dell’amico, fosse sui .^i
darsi la morte. La frase di Savonarola non avrei mai creduto questo, la descrizione della malattia fatta dal nipote, in cui si parla
del gonharsi delle viscere e d’una febbre
insidiosissima, inhne la e tfatta alcuni anni dopo da e. ;;o di Casalmaggiore d’avere avvelenato (. lo tosegoc . dice il SA>arr() nei
Diari.) Pico di cui era
segretario, sono argomenti tutti che inducono a credere che la morte del
Mirandolano non sia stata naturale. Dorez che ha studiato sui vari documenti la questione, emette due ipotesi:
runa di carattere privato il cui movente era esclusivamente uno scopo
pecuniario; l'altra di natura politica, e connessa coi Utrbidi giorni del
94 in cui a Firenze si
contrastavano partiti e tendenze diverse che mettevano capo, alcune al papa,
altre a Pietro De' Medici o a Carlo Vili. Fra le molte vittime non è escluso
che anche Pico, un tempo amico di
Lorenzo ed ora seguace del Frate, sia stato preso di mira come uno che aveva
tradito la causa dei Medici, Giorn. Stor. ecc.
Un documento del vivo rimpianto che lascia dietro di sé il
Mirandolano, l’abbiamo in una lettera di
Ficino, proprio dell'uomo che, pel suo carattere incostante, ci parrebbe il
meno degno di fede. Se il medico-filosofo prova
mai il nostalgico affetto per una
persona amata, partita per sempre dalla vita, fu senza dubbio nei giorni che
seguirono la morte di Pico. Questa lettera ci mette a nudo pell'unica volta
forse, l'anima di Ficino, non spoglia però d’ogni finzione allegorica, parlante
nel suo linguaggio tronfio eppure
accorato. Oh! Germano, scrive al Presidente della Sorbona, desideri aver
la conferma della morte di Pico, vuoi
accrescere il tuo dolore, poiché
ora che non sei ben certo se sia morto, ti duoli amaramente, credo che ti
dorrai ancor di più quando te ne sarai accertato. Ah, perchè, mio Germano, mi
preghi di una tal cosa! Come vorrei essere ancora in dubbio, né posso compiere
questo pietoso ufficio senza piangere. Il nostro Mirandolano ci ha lasciato il
giorno stesso in «' cui re Carlo entrava in Firenze, e compensava i gemiti dei letterati
coll'esultanza del popolo ch'egli
liberava. Se non fosse stata la luce apportata dal re di Francia, forse Firenze non avrebbe mai veduto giorno
più oscuro di quello in cui si è spento il luminare di Mirandola. Con ilare
fermezza passa Pico dall'ombra di questa vita come se passasse dall'esiglio
alla patria celeste. Qualche rara volta i sacerdoti concedono per un poco, agl’occhi dei profani, i misteri
più riposti e tosto li nascondono, così
Dio concede ai mortali questo divino filosofo, Pico della Mirandola, e
lo tolge. La morte di Pico tronca molte speranze e lascia in sospeso molti
lavori di cui s’attende il compimento. L'erede spirituale di Pico, quegli che
pell'ingegno e la non poca coltura, sembra più indicato a continuare l'opera
del filosofo, era il nipote
Gianfrancesco; a lui s’appuntarono gli sguardi di tutti coloro cui sta a cuore
vedere publicate l’opere inedite. Infatti il libro contro gl’astrologi, di cui
il manoscritto era in caratteri cosi indecifrabili che lo stesso autore stenta
a leggerli, Gian« francesco, al dire di Ficino, così pio,
come intelligente, si sforza tuttora, quotidie,
di trarlo dalle tenebre, e il
medesimo scrive la vita e le opere dello zio. Da te,
poi, Gianfrancesco, gli
scrive fra Battista Mantovano, che
erediti le virtù dello zio, quasi che il suo spirito si sia trasfuso nel tuo
come quello di Elia in Eliseo, ci aspettiamo questo: che raccolga gl’opuscoli
suoi i quali, benché lasciati imperfetti, causa l'immatura morte, non possono
non essere dalla posterità degnamente letti, amati, adorati. Mantova. Il
medesimo in una lettera del 3 gennaio dell'anno seguente, narrandogli un sogno
avuto in una notte giocondissima, in cui il filosofo gli apparve, discutendo di
cose arcane del cielo e della terra, lo esorta a scrivere la vita dello zio
della quale nessuno è meglio informato di lui e più adatto a farlo, per essersi
proposto d'imitarlo come un esemplare di sapienza e di religiosità. Essa, conclude, riuscirà di
grande conforto a tutti coloro che, come
me, hanno amato il filosofo e sofferto per la sua perdita un dolore più grande
che per quella di qualunque altro. Mi sono doluto si della morte di Merula, mio
condiscepolo e precettore e di quella d'Ermolao e del Poliziano, due uomini
illustri; ma di gran lunga superiore fu il cordoglio per quella del nostro
Pico. Piangono la sua morte l'eloquenza, l'arte, la filosofia e ogni
speculazione, che trovarono in lui un
degno cultore; ma tuttavia egli non è morto invano, noi stimolati dal suo
esempio ci sforzeremo di pervenire là dov'egli gode già di essere pervenuto.
Tale era il rimpianto che lasciava dietro di sé il personaggio scomparso, tale
la somma di pensieri, d’affetti, di care simpatie che, a guisa di scia
luminosa, traccia nel percorso della sua breve vita. Egli scompariva dagl’occhi di tutti in quel mezzo in cui
s'incrocia col fascino della giovinezza non ancor sfiorita tutto ciò che vi è
di bello e di profondo nella vita dell'uomo; e non è a stupirsi se
nell'immaginazione dei contemporanei tanto alto assurgesse colui che, per la
bellezza della persona, pell'ingegno favorito da una memoria prodigiosa, pell
cuore sensibile a ogni impressione e per tutte quelle prerogative che non si possono tramandare
cogli scritti, dovette certo figurare uno di quegli uomini che sono il vanto e
la meraviglia di un secolo Fu osservato che il Rinascimento è l'epoca delle
forti individualità che spiccano con caratteri originali sull'amorfa
moltitudine. Quelle individualità che, come Farinata degli Liberti, il Conte
Ugolino, Pier delle Vigne, Francesca da Rimini,
emergono nel mondo delle ombre per opera del pensiero di Dante (e il
pensiero precorre sempre l'azione) si realizzano in carne ed ossa nei
condottieri, nei commercianti, negli artisti, negli uomini di Stato, nelle
donne celebri del Rinascimento. Non pochi di questi personaggi giunsero sino a
noi e sono ancor vivi nella storia, non tanto per quello che hanno lasciato,
quanto per quello che hanno fatto; non
tanto per quello che hanno fatto quanto per quello che hanno suggerito ad altri
di fare. Borgia non ha lasciato nulla che giustifichi la fama che rende celebre
il suo nome, ma le sue gesta, il suo carattere, hanno gettato il loro forte
riverbero nella mente del Macchiavelli, il quale fu tratto a scrivere il
Principe. E cosi dicasi di tanti altri uomini di quel periodo glorioso la fama dei quali giunge sino a noi per opera
di scrittori e di biografi. Altrettanto può dirsi di Pico della Mirandola, ir
quale, se lasciò non pochi scritti, non è già per questi che è ricordato, ma
per le lodi di cui è stato insignito dai contemporanei. Siamo qui dinanzi a un
problema che non sempre è stato valutato adeguatamente. È proprio vero che la
grandezza di un uomo si debba misurare da ciò che ha lasciato, da ciò che anche
per i posteri può essere materia di esame? Se si dovesse risolvere il problema
in modo affermativo, allora molte figure storiche dovrebbero relegarsi
nell'oblio, fuori del quale esse rimangono tuttavìa chiare e sempre splendide.
Ben disse il Balbo che Cesare appare piìi grande di Pompeo per quello che ha
lasciato, ma non per quello che ha compiuto;
certo in questa assegnazione del compito non sempre la storia si rivela
giusta e imparziale. E non ci sembra privo di significato il detto del Leopardi
quando afferma che la gloria di un uomo dipende più dal caso che dal merito. Ma
noi crediamo che la vera soluzione del problema si abbia quando si tenga conto,
oltre di ciò che può da noi essere giudicato, anche dell'elemento di quell'unanimità che è possibile riscontrare
nei giudizi dei contemporanei su di un dato personaggio. Perchè, torniamo a
ripetere, non tutto ciò che vi è di bello e di profondo nella vita può sempre
tramandarsi cogli scritti, nei quali molte particolarità che rientrano nella
componente di una personalità storica, possono essere trascurate o, comunque,
taciute. E nel caso del Pico non tutto ciò
che vi era di nobile e di affascinante in lui, che lo rendeva così
singolare in vita, si può vedere negli scritti suoi. Quindi il nostro giudizio
finale sul Pico oltre che da un esame della sua dottrina doveva essere
integrato da quanto scrissero e giudicarono i contemporanei. Ecco perchè nello
svolgere la sua vita e le sue opere, non potemmo trascurare anche le lettere e
i giudizi di alcuni uomini del suo
tempo, massime di quelli che vissero con lui nei pii!i intimi rapporti. Inoltre
per meglio ritrarre la figura del Mirandolano, abbiamo voluto seguire un metodo
che, contrariamente a quanto avviene negli studi d'indole storico-filosofica,
seguisse lo svolgimento del suo pensiero procedente di pari passo con lo
sviluppo storico della sua vita. Forse non saremo riusciti nel nostro intento, e la monografia-profilo tra
gli altri difetti presenterà quello di essere inordinata, sconnessa, e poco
chiara. Ma non dovremmo sperare indulgenza se in cambio potremo dare la
sensazione di essere rimasti sempre fedeli allo spirito del nostro autore? Noi
ci siamo adoperati a mettere in rilievo sopratutto ciò che nell'opera del
Mirandolano rispecchia fedelmente gli stati del
suo spirito, travagliato da una crisi interiore che si rivela piij
intensa che negli altri contemporanei. Il Ficino visse più del doppio del Pico
e pure, benché si parJi della sua conversione nel tempo in cui prese gli ordini
sacri, non offre esempio di quel doloroso dissidio che fece soffrir tanto il
nostro autore. Il Poliziano trasse sino alla tomba l'inalterabile serenità
della sua anima ellenica. Il Pico che si
era spinto col pensiero nei vari campi del sapere, perseguendo un ideale che
gli sfuggiva sempre, la concordia di tutti i filosofi e di tutte le scuole,
cominciò a provare quella specie di disillusione che subentra con la coscienza
dell'inanità dei propri sforzi. Dall'aere rarefatto in cui l'avevano portato
certe sue elucubrazioni, senti il bisogno di abbassarsi un poco più vicino
alla solida terra dell'esperienza e di
restringere i suoi studi a quegli argomenti che si fondano sulle incrollabili
basi dei pochi ma sicuri scrittori, le cui opere hanno sfidato i secoli. E
infine, non trovando più neFlo studio che aveva coltivato con tanta passione,
la pienezza cui anelava la sua anima irrequieta, pensò di darsi alla vita
attiva del religioso e di confondersi umile e negletto tra i semplici del volgo dai quali aveva cercato di
distaccarsi colle sue aristocratiche teorie. Non v'è figura forse nella storia
che, come quella di Pico della Mirandola, si contrapponga con tanta evidenza al
dottor Faust. Mentre questi, nauseato dei libri e degli alambicchi della sua
stanza solitaria in cui era invecchiato precocemente, abbandona lo studio al
quale invano aveva chiesto la soluzione
degli enigmi piij affannosi, e si slancia nella vita festante dove sorride il
volto soave di Margherita; Pico invece lascia giovane e bello la corte
principesca con le sue caduche frivolezze, per il fascino di ciò che vi è
d'imperituro e non declina come la luce del giorno, per le idee che illuminano
i nascosi sentieri della verità a coloro che sanno formare in se stessi gli
organi atti a contemplarle. Ciò che
infine piace nel Pico, è di vedere in lui compendiati molti caratteri singolari
della stirpe italiana, che più di ogni altra sente il fascino della bellezza,
della gloria e sa per esse immolarsi. Questa nostra stirpe ha sempre
dimostrato, fin da quando nel Pantheon dei Cesari accoglieva tutte le divinità,
di saper comprendere ed apprezzare le manifestazioni religiose degli altri popoli; e anche quando unificò gli
spiriti nella religione cattolica romana, diede prova della sua tolleranza in
quella stessa Roma, in cui all'ombra del Vaticano, potevano vivere indisturbati
gli ebrei, che altrove erano perseguitati e vilipesi. Ogni volta poi che questa
stirpe fu colta da quelle profonde crisi che non risparmiano alcun popolo, essa
ha saputo riformarsi senza cadere in
quegli eccessi che fanno rompere ogni rapporto col passato 0 che,
abbandonandoci al caos rivoluzionario, ritardano, invece di far avanzare, la
civiltà. E noi assistiamo sovente a questo fenomeno che come nella massa della
nostra gente, si avvera nei singoli, e cioè, che quanto più il volo della
fantasia o lo slancio dell'ingegno li porta a varcare i confini della
tradizione e delle leggi civili e religiose, proprio allora succede un ritorno
o, meglio, un più forte sentimento di amore e di venerazione per la religione e
le usanze dei padri. Se è vero che nell'individuo sono compendiati tutti i
caratteri della specie, possiamo ritenere che, come pochi, riesce il Pico a
compendiare queste caratteristiche della razza italiana. Onde, nel modo istesso
che egli soleva dire che, se fosse vera
la teoria pitagorica della
trasmigrazione delle anime,
avrebbe creduto che in Marsilio fosse redivivo Platone; cosi noi potremmo dire,
in senso metaforico, che in ciascuno di noi rivive un poco dell'anima
entusiasta e pugnace di Pico (iella
Mirandola. Concludendo, il nostro j^iudizio sarà diverso la quello pieno
di rimpianto che di lui e delle ne opere
formularono i suoi contemporanei, se)ndo
I quali la morte precoce impedì al suo ingegno di raggiungere la pienezza degli
anni maturi. La monografia -profilo che abbiamo tentato di fare del Pico, ci
induce a scartare, come assolutamente infondata, questa opinione che potrebbe
anche apparire a un esame superficiale ilella vita del Mirandolano. Noi siamo
del parere che il Pico non mori quando la sua carriera letteraria era a mezzo, ma piuttosto quando era
compiuta. Se la morte lo sorprese, fu soltanto tlla svolta della sua vita,
quando già egli era per intraprendere un nuovo cammino. Il Pico se fosse ancora
vissuto, si sarebbe dato alla predicazione, a una vita di apostolato in
servìgio della religione cristiana: egli insomma non avrebbe più lavorato per
la gloria del mondo e quindi per la scienza, ma
unicamente per la gloria celeste e cioò per la sua anima. Già gli ultimi
frammenti della sua produzione letteraria, accusano i sentimenti di un morituro
alla vita del mondo, di un nascituro a quel genere di vita che, rinnegando il
mondo e le sue comuni soddisfazioni, è
una preparazione a una buona morte. Il Pico poeta. Come abbiamo detto, tra la
farragine di scritti che teneva ne' suoi
scrigni, egli aveva le Disputationes e i versi raccolti in più libri i
presumibilmente cinque); a quelle egli diede pubblicità, e questi volle
consegnare alle fiamme. Tuttavia qualche cosa sfuggi all'incendio: una trentina
di sonetti in volgare che, scoperti contemporaneamente dal Dorez e dal Ceretti,
furono publicati sulla fine del secolo scorso; e in latino alcuni distici ad
esaltazione della Bucolica di
Benivieni i2j;un breve epigramma laudativo a Poliziano i3), e un carme elegiaco. Dorez li pubblica in una rivista romana la Nuova
Rassegna e il Ceretti a Mirandola. Sono stampati. ^Ac.
74b delle opere del Benivieni stampate a Venezia per Nicola Zoppino e
Vincentio Conipapagno) e in Opera. Poliziano
espresse il suo dolore in un epiragmma slg
"còv tcìxov perchè il
Pico diede alle fiamme le sue poesie. In ed. Del LUNGO, pagina 217, num.
LUI. Opera, Dei quattro carmi latini due: De expellendis Venere et
cupidine e In martyrem Laurentium Hymnus
publicati nei Carmina III. Poet.
appartengono al nipote. L'elegia In Inudem Dei et prò oratione ad Deum facienda.
Siccome poco o nulla possiamo dire del Pico come poeta latino, soffermiamoci alquanto sui suoi meriti come
poeta italiano, attendendoci all'edizione dei sonetti curata dal Ceretti. Il
nostro scopo in questo breve esame non è quello di risolvere una questione
estetica e molto meno di offrire un testo critico delle rime in volgare del
Mirandolano; esso mira unicamente, in coerenza all'indirizzo che abbiamo
seguito nel corso del nostro studio, a indagare
se anche nei componimenti poetici si rivela qualche nuovo "lato
della personalità del nostro autore. I sonetti del Pico appaiono più esercitazioni
scolastìche che espressione di stati d'animo; essi trattano per lo più
argomenti d'indole filosofica e morale. L'intonazione petrarchesca si rivela
sin da principio: Ed io sono esemplo al popol tutto il qual verso richiama il
noto sonetto del Petrarca che incomincia:
al popol tutto Favola fui gran tempo. Cosi dicasi del primo verso di
quell'altro sonetto: Spirto che reggi nel terrestre bosco che ricorda il
petrarchesco: Spirto gentil che quelle membra reggi. Tuttavia anche in alcuni
di questi sonetti come nel quarto della raccolta citata, non è difficile notare
qualche sprazzo di luce, un afflato poetico che dimostrano come Pico
sapesse talvolta elevarsi colle proprie
penne e l'ode Ad Pctrum Medicem => (che insieme all'epigramma per il Poliziano
si trova nel cod. Laur. XC, sup.) sono d'argomento religioso,
moraleggiante. G. Bottiglioni, La Lirica Latina neUa 2. metà del secolo XV in Annali della R.
Scuola Normale di Pisa, nel cielo della poesia 5 . Un indice che il Mirandolano era anche uno
studioso di Dante lo abbiamo nel sonetto V, in cui tenta di
esprimersi con lo stile forte e solenne del Poeta, come nella quartina: Quinci colei, da cui mai non iscampa Scese
nel mondo e in alto precipizio Guida chi del gran primo benefìzio Grata memoria
non riscalda e avvampa. Nel sonetto VI c'è un'eco delle sue ansie di mistico,
del suo sospirare alla patria lontana che forse il presentimento della
morte vicina rendeva tanto bella al
pensoso giovane: Non m'accorgeva, dico,
ahimè infelice! Esser qui in viaggio, esser qui posto in bando; Altrove esser la
patria e la mia stanza. C'è qui anche una visione tetra della vita che oscura
le cose più leggiadre, come i fiori che intristiscono sul loro stelo, le balde
esistenze discoloro che avanzano frementi di speranza e finiscono tòsto per
cadere: E che quando l'uom crede ch'egli
avanzi Spesso al suol cade ed e'gran sonno dorme, E che seccarsi e diventar può
informe Subito un fior che verdeggiava dianzi. Ma se il suo pessimismo se così
può denominarsi) è appena momentaneo, egli non poteva ancora essere assalito
dal dubbio assillante dell'autore di Amleto, ne da tutto il travaglio del
pensiero critico che troverà la sua espressione
nelle poesie del Leopardi. 11 Pico era ancora in quell'età in cui l'uomo
appena s'inoltrava nelle vie del (5. Ci
atteniamo airedizione del CERETTI, Sonetti Inediti del Conte F G Mirandola,
189». Non hanno notevole interesse la canzone e .1 sonetto che si trovano nella
raccolta Delle Rime Scelte di GABRIEL
G.OLITO, Vinesia, dubbio, sì ritraeva tosto inorridito e abbracciava la
croce come un'ancora di salvezza. E
mentre al mio passato erro pensando
Tengo fermo nel cor l'alta radice Di carità, di fede, e di speranza. E ci
descrive anche quando egli si distilla il cervello per decifrare gli antichi
codici cui spera di carpire qualche segreto; e come al chiaror della lampada,
nell'alta quiete della notte, fisso in quei punti oscuri che arrestano ogni
slancio del pensiero, egli provasse
l'ansia, il dolore fino alle lagrime per ciò che invano sospirava di poter
chiarire: Versan lagrime sempre le mie luci
E pur quand' altri posa, il sol si parte, Non men quando al ritorno
scuote l'ombra Mentre il sudor distilla in qualche libro Pel caldo a cui non
trovo aura né ombra. Abbiamo accennato altrove come il Pico non fosse di forti
passioni, se si esclude quella per la gloria;
non ebbe una forte passione per la donna, e anche quando ne parla, non
esprime nulla di suo e cade nella rettorica. Tale ci appare il sonetto che
incomincia: Era la donna mia pensosa e mesta nel quale il Pico fa apparire il
suo cuore nudo a guisa d'un messaggio a Madonna che, mossa alfine a pietà,
nell'umido suo seno allori'accolse. Né riesce più efficace quando per colorire
meglio dei sentimenti che non provava, ricorre alla mitologia. Così nel
sonetto fX) Per quel velo che porti agli occhi avvinto, pieno
d' invocazioni a Venere, a Psiche e a Cupido. Notevole nella sua forma
esteriore è il sonetto che
incomincia: "Io mi sento da
quello ch'era in pria Mutato da una piaga alta e soave, che, anche
tecnicamente, è uno dei meglio riusciti del nostro autore. Non privo d'interesse è il sonetto a forma di dialogo
tra Pa e Po, il quale appare anche nella Raccolta di Poesie italiane inedite di
duecento autori di Trucchi. Nel
sonetto XII sembra abbia coscienza della sua incapacità a
trattare di amore, perchè mettendosi a celebrare un grande personaggio del tempo forse un Papa o Lorenzo il Magnifico
immagina che Apollo Io consigli a lasciare Amore e a cantare
d'un chiaro splendore che alluma l'universo; e riconosce che quando
vuole emulare altri Petrarca riesce meno abile: e fatto emulo altrui Spesso ad
altrui mi fa parer men chiaro. Non privo di grazia appare il sonetto nel quale
Pico, che si ora innamorato di una donna da altri amata, la paragona a una
cerva inseguita da due cacciatori e incerta se fuggire o gustare il dolce
miele. A\a il poeta, commosso della sua sorte, poiché
era In pericolo di cadere vittima del traditore, esclama: Ed io
di ciò me ne affanna molto Che m'accortala del ricoperto fele, E mentre me ne
doglio ella disparve. Forme e modi, come si vede, convenzionali, come
convenzionale è pure il sentimento della natura, non diverso da quello che ci
forniscono i modelli classici. Ecco come II Pico dipinge nel sonetto la campagna che si
ridesta al soffio primaverile: Chiara gemma più assai che chiaro Sole Quando
apre l'anno verde, e rivi e colli Orna di fresche e pallide viole! Ed ecco come
parla dell'estate nel sonetto XV: Era nella stagion quando il Sol rende A' due
figli di Leda il bell'uffizio. Quando ch'io giunsi all'ombra d'un ospizio Ove natura le sue forze estende. L'amore ei lo fa nascere: Quando la terra Si riveste
di un verde e bel colore; 242 e questo
amore è il dio platonico che non muore mai: Ojfendeti la morte o la vecchiezza?
No, che rinasco mille volte al giorno. Ma quando il suo pensiero da soggetti
frivoli o comuni, passa ad argomenti più elevati, per esempio a quello di
patria, allora pare che si ridestino in lui i nobili sensi della sua
stirpe guerriera, e la sua penna sa
foggiare parole taglienti come lama acuminata. Dopo avere notato come il
prestigio che un tempo aveva l'Italia stia per passare oltr'Alpe, e
specialmente in quella Gallia che doveva, proprio nel giorno della sua morte,
mettere il piede ferrato sull'Itali^
egli allora guarda la patria italiana come a un'ombra dell'Inferno
dantesco: Allora mi parca come del ceco
Regno di Dite stanno i spirti bui; Che si conosce un ben quando é perduto.
Ed è pieno di reminiscenze dantesche la chiusa del sonetto: E quando il danno
tuo fìa conosciuto Intenderai, se avrem da pianger teco. Dicendo: non sai più
quella eh' io fui. Anche le competizioni di parte, le lotte intestine, le
guerre fratricide tra città e città, tra regione e regione, trovano un'eco nel
sensibile suo cuore. Egli, che aveva
studiato e agito per trovare una conciliazione fra le idee, per perseguire il
suo ideale di pace fra gli uomini, deve constatare che questi non cessano di
combattersi fra loro in forma violenta e sanguinaria. II sonetto
XVII è l'espressione del suo cuore angustiato di figlio di questa misera
Italia, e sebbene si senta l'ispirazione di Dante, pure il Pico sa rendere
abbastanza la sincerità del suo
sentimento. Misera Italia, e tutta Europa intorno Che il tuo gran padre Papa
giace e vende. Marzocho a palla gioca e lunge stende. La Biscia è pregna ed ha
in sul capo un corno. Fernando infuria e vendica il gran scorno, San Marco bada, pesca e poco prende,
La vincta Biscia ora S. Giorfiio offende, La Lupa a scampo veglia notte e
giorno. Nulla di notevole preserftano i
cinque sonetti che compaiono nella seconda parte della raccolta; prevale in
essi l'intonazione filosofica. Ciò che si rileva è l'aspirazione del poeta ad
elevarsi dagli amori frivoli e passeggeri di questo mondo a quell'unico amore
che arde sempre nella inalterata beatitudine. Egli che aveva provato le pene,
le gelosie, i languori degli amanti: Uno star divoto più che divino Basi, sussurri, risi: in un momento Mi han fatto servo: e dir non so di cui. ebbe
però anche la forza di dominarsi e di drizzare l'occhio alla contemplazione del
sempiterno bene: e degno obietto Nel guai ogni sua forza ha posto il Cielo E veramente pur me stesso lodo Che a tanta
electionc hebbi intelletto Levando totalmente a gli occhi il velo. Dopo questo
sommario esame dei sonetti, la figura
del Mirandolano ci rivela un altro lato della sua caratteristica personalità. E
se alle opere filosofiche egli deve maggiormente la sua celebrità presso i
contemporanei, e se per esse lo riteniamo degno di studio noi moderni, non
dobbiamo misconoscere anche i suoi meriti letterari. Noi riteniamo che non sia
lecito tacere del suo contributo, modesto quanto si voglia, alla
letteratura italiana, le cui
manifestazioni se furono cosi splendide nel cinquecento, ciò si deve al solerte
lavoro di preparazione, di prove, di conati che caratterizzano il quattrocento,
del quale il Pico se fu l'ultimo in
ordine di tempo, non fu l'ultimo per
merito e importanza. Sul contenuto e sul valore delle poesie del Pico esiste un
lavoro di Testa, Pico della Mirandola e i suoi contributi in rima alla lirica del Quattrocento, Aquila, che noi
non riuscimmo, per quante ricerche
fatte, a trovare. In Rassegna
Bibliografica d. L.
Italiana, an. Vedi la recensione del Flamini alla publicazione dei
sonetti fatta da Dorez e da Ceretti. Cfr. pure Giornale stor. di Leti. Italiana, e la Rivista Abruzzese. Vedi
infine Giorn. stor. di Letteratura
Italiana. Giovanni Semprini. Semprini. Keywords: il deuteuro-esperanto di Grice,
PICO (vedasi). Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Semprini.” Semprini.
Luigi Speranza -- Grice e Senea: la ragione conversazionale della scuola
di Caulonia – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Caulonia). Filosofo italiano. Caulonia,
Reggio Calabria, Calabria. A Pythagorian cited by Giamblico.
Luigi Speranza -- Grice e Senocrate: la ragione conversazionale della
scuola di Metaponto – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Metaponto). Filosofo
italiano. Metaponto, Calabria. Pythagorean. Giamblico.
Luigi Speranza -- Grice e Senofante: la ragione conversazionale della
scuola di Metaponto – Roma – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Metaponto). Filosofo
italiano. Metaponto, Calabria. Pythagorean – Giamblico.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Serbati:
la ragione conversazionale del divino nella filosofia italiana – la scuola di
Rovereto -- filosofia trentina -- filosofia italiana – Luigi Speranza (Rovereto). Filosofo italiano. Rovereto, Trento,
Trentino-Alto Adge. Important Italian philosopher. Frequenta l’imperial regio ginnasio. Studia a Padova. A
questo proposito i famigliari raccontavano come, fin dalla più tenera età,
legge alla luce della sua aureola. E in occasione della venuta a Rovereto
del vescovo di Chioggia per consacrare le chiese di S. Maria del Carmine e di S.
Croce, appartenente all'omonimo monastero, che, prendendo parte alla cerimonia,
ottenne il diaconato. Mostra una profonda inclinazione per la FILOSOFIA,
incoraggiato in tal senso da Pio VII. Si trasfere a Milano dove strinse
un profondo rapporto d'amicizia con Manzoni che di lui ebbe a dire -- è una
delle sei o sette intelligenze che più onorano l'umanità. Manzoni assistette S.
sul letto di morte, da cui trasse il testamento spirituale "Adorare,
Tacere, Gioire". La sua filosofia destarono l'ammirazione, tra gli altri,
anche di Stefani, Tommaseo e Gioberti dei quali pure divenne amico. Dopo
aver dovuto lasciare il Trentino, per motivi di forte ostilità per le sue
posizioni incontrati da parte del vescovo di Trento fonda al Sacro Monte
Calvario di Domodossola la congregazione religiosa dell'Istituto della Carità,
detta dei "S.ani". Le Costituzioni della nuova famiglia religiosa,
contenute in un libro che cura per tutta la vita, sono approvate da Gregorio
XVI. A Borgomanero svolge la sua attività di insegnamento e di guida spirituale
in un collegio S.ano, il "Collegio S.", regolato dalla Congregazione
della Provvidenza S.ane. Svolge una missione diplomatica per conto del Re
di Sardegna Carlo Alberto presso la Santa Sede. E presidente
dell'Accademia Roveretana degl’Agiati ed il suo posto, anni dopo la sua morte fu
assunto da Paoli, suo segretario ed esecutore delle volontà, già direttore di
Casa S.. Tra le sue volontà del vi e anche quella di donare a Rovereto un terreno
nell'attuale zona di S. Maria per costruirvi l'ospedale cittadino, e Paoli onora
tale decisione. Porta avanti tesi filosofiche tese a contrastare sia
l'illuminismo che il sensismo. Sottolineando l'inalienabilità dei diritti
naturali della persona, fra i quali quello della proprietà privata, entrò in
polemica con il socialismo e il comunismo, postulando uno Stato il cui
intervento fosse ridotto ai minimi termini. Nelle sue teorie il filosofo seguì
le concezioni di Agostino e AQUINO, rifacendosi anche a Platone. I suoi esordi
filosofici si ricollegano a GALLUPPI, sia pure polemicamente, in quanto S. avverte
con ogni chiarezza come risulti insostenibile una posizione di integrale
sensismo gnoseologico. La necessità di concepire una funzione ordinatrice
dell'esperienza, e a questa precedente, porta S. a guardare con interesse la
filosofia di Kant. Tuttavia non è soddisfatto di ciò che lui chiama l'innatismo
kantiano, legato ad una pluralità imbarazzante e precaria di categorie. Le
quali, d'altra parte, gli sembrano fallire lo scopo di far conoscere il reale
quale esso è, per la necessaria introduzione di modifiche soggettive nell'atto
stesso del conoscere. Il problema filosofico di S. si configurava perciò
come quello di garantire oggettività alla conoscenza. La soluzione non potrà
essere trovata, stante il rifiuto della trascendentalità kantiana e dei
connessi sviluppi, se non in una ricerca ontologica, in un principio oggettivo
di verità, che riesca ad illuminare l'intelligenza in quanto le si proponga con
immediata evidenza, universalità e immutabilità. Questo principio è per S.
l'idea dell'essere possibile, che da indeterminato contenuto dell'intelligenza,
quale originariamente è, si fa determinato allorché viene applicato ai dati
forniti dal senso. Essa precede e informa di sé tutti i giudizi con cui
affermiamo che qualche cosa particolare esiste. L'idea dell'essere, dunque,
costituisce l'unico contenuto della mente che non abbia origine dai sensi, ed è
perciò innata (“Saggio sull'origine delle idee”). Ma qui i problemi del
kantismo, che sembrano superati o almeno messi da parte, si riaffacciano con
urgenza: di fronte al mero ricevere dati, di cui parlava il sensismo, ha
chiarito che la mente umana nel suo uso conoscitivo formula giudizi, in cui
l'idea dell'essere ha funzione di predicato, cioè di categoria, e la sensazione
è il soggetto, di cui si predica qualche cosa. Nel giudizio, inoltre, il
predicato si determina e la sensazione si certifica: se questa è la funzione
propria del giudicare, ogni concetto non può sussistere che come predicato di
un giudizio; né a questa necessità sembra potersi sottrarre il concetto di
essere, che è dato solo nell'attività giudicante, come forma del
giudizio. Tuttavia non accetta tale riduzione, ed esclude proprio il
predicato di esistenza della funzione del giudizio, continuando ad attribuirgli
una natura oggettiva e trascendente. È l'essere trascendente che si rivela
all'uomo, lo illumina e gli permette di pensare. Chi lo nega come il nichilismo
cade in una vuota posizione nullista. Accanto a questa ontologia la sua etica
si sviluppa come etica caritativa (Principio della scienza morale). Dedica alla
politica una breve ma intensa fase della sua vita. Seguì Pio IX riparato a
Gaeta dopo la proclamazione della Repubblica Romana, ma la sua formazione
attestatasi su ferme posizioni di cattolicesimo liberale e tale per cui e
costretto a ritirarsi sul Lago Maggiore, a Stresa. Tuttavia, quando Pio IX vuole
istituire una commissione incaricata della preparazione del testo per la
definizione del dogma dell'immacolata concezione, nonostante ben due suoi saggi
(Le cinque piaghe della Chiesa e La costituzione secondo la giustizia sociale) sono
all'Indice. Chiamato a prendere parte a tale commissione, e favorevole allo stato
liberale (vagheggiando la monarchia costituzionale), al costituzionalismo e
anche alla separazione tra stato e chiesa, sebbene non assoluta. Critica lo
Statuto Albertino proprio per il suo porre ancora il cattolicesimo come
religione di stato, elogiandone comunque il tentativo distensivo nei confronti
della Santa Sede. Critica la legge laicista ed anti-clericale. Si convince della
sostanziale bontà della maggior parte delle conquiste dell'età moderna,
criticandone solo le modalità: in tale ottica, critica sia la rivoluzione
francese che l'Ancient Regime, riconoscendo invece la sostanziale bontà dei
princìpi sanciti, distinguendoli dalle successive de-generazioni rivoluzionarie,
in polemica con chi, da una parte e dall'altra, sostene una società perfettista.
Continua a vivere a Stresa, fecondo nel perseguire il perfezionamento del suo
sistema di pensiero con saggi come “Logica” e “Psicologia”. Ratzinger, quando
la questione S.ana era ancora ben accesa, nell'ambito di una serata organizzata
a Lugano, dice. Nel confronto con le parole classiche della fede che sembrano
così lontane da noi, anche il presente diventa più ricco di quanto sarebbe se
rimanesse chiuso solo in se stesso. Vi sono naturalmente anche tra i teologi
ortodossi molti spiriti poco illuminati e molti ripetitori di ciò che è già
stato detto. Ma ciò succede ovunque; del resto la letteratura dozzinale è
cresciuta in modo particolarmente rapido proprio là dove si è inneggiato più
forte alla cosiddetta creatività. Io stesso per lungo tempo avevo l'impressione
che i cosiddetti eretici fossero per una lettura più interessante dei teologi
della chiesa, almeno nell'epoca moderna. Ma se io ora guardo i grandi e
fedeli maestri, da Mohler a Newman a Scheeben, da S. a Guardini, o nel nostro
tempo de Lubac, Congar, Balthasar quanto più attuale è la loro parola rispetto
a quella di coloro in cui è scomparso il soggetto comunitario della
Chiesa. In loro diventa chiaro anche qualcos'altro: il pluralismo non
nasce dal fatto che uno lo cerca, ma proprio dal fatto che uno, con le sue
forze e nel suo tempo, non vuole nient'altro che la verità. Per volerla davvero,
si esige tuttavia anche che uno non faccia di se stesso il criterio, ma accetti
il giudizio più grande, che è dato nella fede della Chiesa, come voce e via
della verità. Del resto io penso che vale la stessa regola anche per le
nuove grandi correnti della teologia, che oggi sono ricercate: teologa
africana, latinoamericana, asiatica, ecc. La grande teologia francese non è
nata per il fatto che si voleva fare qualcosa di francese, ma perché non si
presumeva di cercare nient'altro che la verità e di esprimerla più
adeguatamente possibile. E così questa teologia è diventata anche tanto
francese quanto universale. La stessa cosa vale per la grande teologia
italiana, tedesca, spagnola. Ciò vale sempre. Solo l'assenza di questa
intenzione esplicita è fruttuosa. E di fatto non abbiamo davvero raggiunto la
cosa più importante se noi ci siamo convalidati da soli, ci siamo accreditati
da soli e ci siamo costruiti un monumento per noi stessi. Abbiamo
veramente raggiunto la meta più importante se siamo giunti più vicino alla
verità. Essa non è mai noiosa, mai uniforme, perché il nostro spirito non la
contempla che in rifrazioni parziali; tuttavia essa è nello stesso tempo la
forza che ci unisce. E solo il pluralismo, che è rivolto all'unità, è veramente
grande. Pio VIII dice a S., in udienza. È volontà di Dio che voi vi occupiate
nella filosofia. Tale è la vostra vocazione. Ella maneggia assai bene la
logica, e la Chiesa al presente ha gran bisogno di filosofi. Dico, di filosofi
solidi, di cui abbiamo somma scarsezza. Per influire utilmente sugl’uomini, non
rimane oggidì altro mezzo che quello di prenderli colla ragione, e per mezzo di
questa condurli alla religione. Tenetevi certo, che voi potrete recare un
vantaggio assai maggiore al prossimo occupandovi nello scrivere, che non
esercitando qualunque altra opera del Sacro Ministero. Gregorio XVI, successore
di Pio VIII, in risposta alla lettera che S. gli aveva indirizzato. Diletto
Figlio, a te il nostro saluto e la nostra Apostolica Benedizione. Abbiamo
volentieri e con animo lieto ricevuto la tua lettera con i sensi della tua
devota sommissione a Noi e alla Sede Apostolica in cui ci parli della pia
Società, chiamata Istituto della Carità e che con le tue fatiche è stata
fondata nel territorio della diocesi di Novara con l'approvazione del Vescovo.
E soprattutto ci hai anche informato che il medesimo Istituto è stato da poco
chiamato anche dal Vescovo di Trento nella sua diocesi e che qui molti
ecclesiastici, di provate virtù, vi hanno aderito. Per questi fatti davvero
rendiamo il nostro umile grazie a Dio autore di ogni bene. E quantunque questo
Istituto non sia stato ancora confermato dall'autorità di questa Santa Sede, tuttavia
speriamo in bene di esso e ci allietiamo che lo stesso si dilati con il
consenso dei nostri Venerabili Fratelli nell'Episcopato. Quindi, per quanto
riguarda le Sante Indulgenze connesse a questo istituto, che domandi siano
concesse, ricevi diletto figlio il nostro Rescritto unito a questa lettera, da
cui sicuramente comprenderai che rispondiamo positivamente alla tua richiesta.
Ti assicuriamo anche che ci è pervenuto il libro sopra i Principi della
Dottrina Morale da te edito e mandatoci in omaggio e ti dichiariamo il grazie
del nostro animo per il dono. Tuttavia per la tensione nelle gravissime fatiche
del Governo Apostolico non abbiamo ancora letto lo stesso libro, ma siamo
certamente persuasi che esso sia in tutto conforme alla più sana dottrina e utilissimo
alla sua difesa. Continua dunque, diletto figlio, lo studio e prosegui a
spendere le tue fatiche ad onore di Dio per l'utilità della Chiesa; in Cielo
sarà copiosa la ricompensa per la tua opera. Frattanto la paterna carità con
cui ti abbracciamo nell'umanità di Cristo sia pegno dell'apostolica
benedizione, che sgorgante dall'intimo del cuore ti impartiamo.» (Da
Breve pontificio di Gregorio P.P.XVI,) Pio IX rivolgendosi al Vescovo di
Cremona dopo il decreto Dimittantur opera omnia parlando di S. disse:
«Non solo è un buon cattolico, ma santo: Iddio si serve dei santi per far
trionfare la verità. Leone XIII, al tempo delle aspre e dolorose lotte che si
svolgevano intorno al pensiero S.ano sul finire del diciannovesimo secolo, in
una lettera indirizzata agli arcivescovi di Milano, Torino e Vercelli, fra
l'altro scrisse: Ma non vogliamo che con questo abbia a patir detrimento
il religioso Sodalizio della Carità; il quale come per lo innanzi spese
utilmente le sue fatiche a beneficio del prossimo, secondo lo spirito
dell'Istituto, così è desiderabile che fiorisca in avvenire e prosegua a
rendere ognora più abbondanti frutti. Col decreto del Sant'Uffizio "Post
Obitum"firmato da Leone XIII, vennero condannate, in quanto "non
conformi alla verità cattolica", XL proposizioni contenute nelle opere del
S., le quali la sacra congregazione romana "giudicò doversi riprovare,
condannare e proscrivere, nel proprio senso dell’autore", chiarendo
inoltre che non era lecito "a chicchessia di inferire, che le altre dottrine
del medesimo Autore, che non vengono condannate per questo decreto, siano per
veruna guisa approvate". Giovanni XXIII, negli ultimi anni della sua
vita, meditò in ritiro spirituale le S.ane "Massime di Perfezione
Cristiana", assumendole come propria regola di condotta. Anche Paolo VI
prestò interesse nel S.: in occasione dell’anniversario di fondazione
dell'Istituto della Carità inviò un messaggio all'allora padre generale, in cui
elogiava l'intuizione del S. nel dare un grande peso alla missione caritativa
già nel nome del nativo istituto religioso, appunto l'Istituto della Carità.
Pubblicamente Paolo VI lo cita durante il discorso tenuto alla Federazione
Universitaria Cattolica Italiana
riguardante la cultura cattolica e l'Europa. Inoltre sotto il suo
pontificato venne tolto il divieto di pubblicazione dell'opera Dalle Cinque
Piaghe della Santa Chiesa. Alla morte di Paolo VI venne eletto Giovanni
Paolo I, laureato in sacra teologia alla Gregoriana con il saggio, “L'origine
dell'anima umana”. È bene precisare che Luciani e fortemente critico nei
riguardi del pensiero S.ano, solo successivamente cambiò opinione, rivolgendo
nei riguardi di S. parole di ammirazione e stima. Tuttavia fu con il
pontificato di Giovanni Paolo II che il pensiero S.ano ha potuto liberarsi
delle aspre critiche e delle condanne che accompagnavano l'Istituto della
Carità fin dai tempi della sua fondazione. Nella Lettera Enciclica Fides et
ratio, Giovanni Paolo II l’annoverato tra i pensatori più recenti nei quali si
realizza un fecondo incontro tra sapere filosofico e Parola di Dio». Ne ha
inoltre concesso l'introduzione della causa di beatificazione, conclusasi nella
sua fase diocesana novarese.
Ratzinger da prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede
emana il famoso documento Nota ai Decreti dottrinali sul Rev.do sac. S.. La
nota si concludeva confermando la validità del decreto Post obitum sulle
quaranta proposizioni, e allo stesso tempo con la riabilitazione di S.:
«Il Decreto dottrinale Post obitum non si riferisce al giudizio sulla negazione
formale di verità di fede da parte dell'Autore, ma piuttosto al fatto che il
sistema filosofico-teologico del S. era ritenuto insufficiente e inadeguato a
custodire ed esporre alcune verità della dottrina cattolica, pur riconosciute e
confessate dall'Autore stesso. Si possono attualmente considerare ormai
superati i motivi di preoccupazione e di difficoltà dottrinali e prudenziali,
che hanno determinato la promulgazione del Decreto Post obitum di condanna di quaranta
proposizioni. E ciò a motivo del fatto che il senso delle proposizioni, così
inteso e condannato dal medesimo decreto, non appartiene in realtà alla sua autentica
posizione, ma a possibili implicanze. Resta tuttavia affidata al dibattito
teoretico la questione della plausibilità o meno del sistema S.ano stesso,
della sua consistenza speculativa e delle teorie o ipotesi filosofiche e
teologiche in esso espresse. Nello stesso tempo rimane la validità oggettiva
del Decreto Post obitum in rapporto al dettato delle proposizioni condannate,
per chi le legge, al di fuori del contesto di pensiero S.ano, in un'ottica
idealista, ontologista e con un significato contrario alla fede e alla dottrina
Cattolica. Il documento ribadisce la diversità di linguaggio e apparato
concettuale del sistema S.ano rispetto al tomismo, l'assenza di apparato
critico nelle opere postume e la permanente "difficoltà oggettiva di
interpretarne le categorie, soprattutto se lette nella prospettiva
neotomista". Benedetto XVI autorizza la Congregazione delle Cause
dei Santi a promulgare il decreto sul miracolo della guarigione di Ludovica
Noè, attribuito alla sua intercessione. Tra quelli portati dalla postulazione
dei padri S.ani, si è scelto di dare maggiore impulso a quello della guarigione
della suora sopracitata, poiché il medico che la curò si convertì in seguito
all'accaduto. Il cardinale Angelo Bagnasco, presidente della CEI, a
margine del Convegno sulla sfida educativa tenuto a Milano, ha tenuto un
intervento intitolato "Istanze educative e questione antropologica"
in cui riconosce le sue istanze pedagogiche. A. Bagnasco ha presieduto a Stresa
la celebrazione eucaristica per il suo Dies Natalis. Nel corso dell'Angelus
domenicale e ricordato per la sola carità intellettuale e perché testimonia la
virtù della carità in tutte le sue dimensioni e ad alto livello. Avversario del
sensismo e dell'illuminismo e mentore e maestro intellettuale di quattro pontefici
eletti consecutivamente: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo I e II.
Nulla osta della Congregazione per la dottrina della fede che consente l'inizio
della causa di beatificazione. Apertura del processo informativo diocesano dopo
la nomina dei censori teologi e delle commissioni storiche in Novara. C. Papa diventa
postulatore della causa succedendo a Belti, storico dell'Istituto e già
Direttore del Centro di Studi S.ani di Stresa. Chiusura del Processo
informativo Diocesano. Consegna del Trasunto alla Congregazione per le cause
dei Santi. Apertura del Trasunto. Decreto di Validità del processo diocesano.
Schema per la stesura della Positio. Consegna del lavoro sul Post obitum curato
dal Postulatore. Il Relatore generale approva il lavoro sul Post obitum e il
lumen oculorum tuorum Consegna del lavoro sul Post obitum alla Congregazione
per la Dottrina della Fede.Il giorno dell'anniversario della morte di S. viene
pubblicata sull'Osservatore Romano la Nota della Congregazione per la dottrina
della fede sul valore dei decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere
del Rev.do sacerdote S., a firma del cardinal Ratzinger e di mons.
Bertone. Rilascio del Nihil obstare per
la Causa di Beatificazione. Il Relatore
approva e firma la Positio. Conclusione
della stampa e consegna alla Congregazione per le cause dei santi della
Positio. Consegna del Trasunto super miro alla Congregazione per le cause dei
santi. Validità dell'inquisizione diocesana sul processo super miro.
Presentazione fattispecie super miro. Revisa della fattispecie con firma del
sotto-segretario. Relatio et vota del Congresso Storico (con esito positivo).
Relatio et vota del Congresso teologico super virtutibus (con esito positivo).
Ordinaria della Congregazione per le cause dei santi: esito affermativo.
Ponente della Causa Fisichella. Benedetto XVI autorizza la Congregazione per
le Cause dei Santi a promulgare il decreto di esercizio eroico delle virtù. La
Consulta medica della Congregazione per le Cause dai Santi, si esprime con
esito affermativo (all'unanimità 5 su 5) circa l'inspiegabilità scientifica
dell'evento di guarigione avvenuto a Noè. Il presunto evento miracoloso è
avvenuto. Al termine del dibattito, i Consultori si sono unanimemente espressi
con voto affermativo (7 su 7), ravvisando nella guarigione in esame un miracolo
operato da Dio per intercessione Benedetto XVI autorizza la pubblicazione da
parte della Congregazione per le Cause dei Santi del riconoscimento della virtù
eroica di S.. A Novara si celebra la beatificazione dando lettura del decreto
di Benedetto XVI che l’iscrive tra i beati. La beatificazione è avvenuta a
Novara: appositamente è stato fatto allestire il Palasport della città, unico
luogo capace di raccogliere un numero di fedeli così significativo. Con
il pontificato di Benedetto XVI le beatificazioni vengono preferibilmente
celebrate dai cardinali, per rendere ancora più piena la comunione tra loro e
il successore di Pietro, e viene privilegiato il luogo in cui il candidato agli
onori degli altari ha vissuto. Così, in qualità di delegato pontificio, la
celebrazione è stata officiata da J. Martins,
allora prefetto della congregazione per le Cause dei Santi. A fianco
dell'altare erano disposti gli spalti da cui hanno concelebrato circa 400
sacerdoti, non soltanto S.ani. A prendere parte alla processione e
celebrare sull'altare, insieme al preposito generale Flynn c'era il segretario
generale dell'Istituto Domenico Mariani con gli allora componenti della Curia
Generalizia dell'Istituto della Carità, il Vicario per la Carità
SpiritualeCrish Fuse, il Vicario per la Carità Intellettuale Taverna Patron, il
Vicario per la Carità TemporaleDavid Tobin, l'allora preposito della Provincia
Italiana don U. Muratore (profondo conoscitore di S.) e il postulatore della
Causa di Beatificazione, Papa. Hanno partecipato alla celebrazione anche
il cardinale ex prefetto della Sacra Congregazione per i vescovi Re, il
cardinale arcivescovo di Torino S. Poletto, il vescovo di Novara, mons. R.
Corti, l'arcivescovo di Trento, mons. Bressan, il vescovo S.ano mons. Antonio
Riboldi e fra gli altri anche G. Zaccheo (che sarebbe improvvisamente scomparso
due giorni dopo), vescovo della Diocesi di Casale Monferrato, mons. Luigi
Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea (che durante la III sessione del Concilio
Ecumenico Vaticano II fece per primo il nome di S.), l'allora segretario
generale della Conferenza Episcopale Italiana G. Betori, G. Lajolo, presidente
del Governatorato della Città del Vaticano, l'allora rettore della Pontificia
Università Lateranense, mons. Rino Fisichella, il Vicario Episcopale per la
Vita Consacrata dell'arcidiocesi di Milano monsignor Ambrogio Piantanida e il
preposito generale dei barnabiti, padre Villa. Tra i numerosissimi fedeli
(più di diecimila) accorsi da diverse parti del mondo per presenziare alla
celebrazione, hanno preso parte anche personalità politiche. Tra queste
il senatore a vita Scalfaro, l'allora presidente del Senato, Marini, e Parisi,
al tempo Ministro della Difesa. S. è il primo beato della Provincia del Verbano
Cusio Ossola. In occasione della beatificazione sono stati moltissimi i
quotidiani e periodici italiani e esteri che hanno dedicato articoli, pagine e
interi numeri alla figura di S.. Sono numerosissimi i suoi saggi. Certamente
il più importante a livello ascetico e spirituale e le “Sei massime di perfezione”,
su cui anche Giovanni XXIII fa delle riflessioni prima di morire. Gli costarono
la messa all'Indice dei libri proibiti le opere "Delle cinque piaghe della
santa chiesa" e "Dalla costituzione secondo la giustizia
sociale". In filosofiia meritano di essere ricordato il “Saggio
sull'origine delle idee”. Altri saggi: “Principii della scienza morale”; “Filosofia
della morale”; “Antropologia in servigio della scienza morale”; “Filosofia
della politica”; “Trattato della coscienza morale”; “Filosofia del diritto”; “Teodicea”;
“Sull'unità d'Italia”; “Il comunismo e il socialismo”. Le sei massime di
perfezione sono formulate per definire il fondamento spirituale sul quale ogno
uomo puo avere un cammino nella perfezione. Siate perfetti come è perfetto
il vostro Padre celeste (Matteo 5,48). Desiderare unicamente ed infinitamente
di piacere a Dio, cioè di essere giusto. Orientare tutti i propri pensieri e le
azioni all'incremento e alla gloria della Chiesa di Cristo. Rimanere in
perfetta tranquillità circa tutto ciò che avviene per disposizione di Dio
riguardo alla Chiesa di Cristo, lavorando per essa secondo la chiamata di
Dio. Abbandonare se stesso nella provvidenza di Dio. Riconoscere
intimamente il proprio nulla. Disporre tutte le occupazioni della propria
vita con uno spirito di intelligenza. Di particolare interesse e “Le cinque
piaghe della santa Chiesa". Mostra odi discostarsi dall'ortodossia
dell'epoca. Per tale ragione il saggio fu messo all'Indice e ne scaturì una
polemica nota col nome di "questione S.ana". L'opera eriscoperta al
Concilio Vaticano II. Il primo a parlare al Concilio di S. e Bettazzi. Mi sia
consentito ricordare S., molto legato ad Aquino. Ma anche studioso e amante del
suo tempo, e che certamente guadagna a Cristo non pochi uomini. Tutto questo mi
sembra si accordi con le cose che sono state già dette da non pochi padri su
questo schema in generale, che cioè gl’uomini non si aspettano dalla Chiesa
soluzioni particolari, ma piuttosto la presentazione di valori che li aiutino a
trascorrere questa vita umana più nobilmente e con maggiore sicurezza. Parlando
della libertà, esaltare i valori dell'umiltà. Parlando del matrimonio, il ruolo
della fortezza. Parlando dei problemi economici e di molti altri problemi,
l'efficacia di un certo disprezzo delle cose. Occorre dunque mettere in luce la
necessità dell'ubbidienza, della castità, della povertà, non solo nella vita e
nell'esempio (e nella Bozza di Documento!) dei religiosi, aiuto agl’uomini di
questo tempo, perché possano vivere la loro vita umana nel modo migliore e più
efficace. Il primo e principale compito dunque per gl’uomoni che coltivano la
sapienza dev'essere, alla luce del Magistero, l'amore delle Scritture e l'amore
di questo mondo in un colloquio franco e aperto. Paolo VI dice. I suoi saggi
sono pieni di pensiero, una filosofia profondo, originale che spazia in tutti i
campi: quello filosofico, morale, politico, sociale, sopra-naturale, religioso,
ascetic -- filosofia degna di essere conosciuta e divulgata. È stato anche un
profeta. Le Cinque piaghe della Chiesa (una volta la chiesa non aveva piacere
che si mettessero in luce le sue mancanze, le sue debolezze). Previde
partecipazione liturgica del popolo. La sua filosofia indica uno spirito degno
di essere conosciuto, imitato e forse invocato anche come protettore dal Cielo.
Ve lo auguriamo di cuore. “Delle cinque piaghe della santa chiesa” è suddiviso
in cinque capitoli corrispondenti ciascuna ad una piaga, paragonata alle piaghe
di Cristo. In ogni capitolo la struttura è la medesima: un quadro
ottimistico della Chiesa antica segue un fatto nuovo che cambia la situazione
generale (invasioni barbariche, nascita di una società cristiana, ingresso dei
vescovi nella politica) la piaga i rimedi. La prima piaga e la divisione del
popolo dal clero nel culto pubblico. Nell'antichità romana, il culto era un
mezzo di catechesi e formazione e il popolo partecipava al culto. Poi, le
invasioni barbariche, la scomparsa della lingua dei romana, la scarsa
istruzione del popolo, la tendenza del clero a formare una casta hanno eretto
un muro di divisione tra il popolo e i ministri di Dio. Rimedi proposti:
insegnamento della lingua romana, spiegazione delle cerimonie liturgiche, uso
di messalini in italiano. La seconda piaga e l’nsufficiente educazione del
clero. Se un tempo i preti erano educati dai vescovi, ora ci sono i seminari
con piccoli libri e piccoli maestri: dura critica alla scolastica, ma
soprattutto ai catechismi. Rimedio: necessità di unire scienza e pietà. La
terza piaga e la disunione tra i vescovi. Critica serrata ai vescovi
dell'ancien régime: occupazioni politiche estranee al ministero sacerdotale,
ambizione, servilismo verso il governo, preoccupazione di difendere ad ogni
costo i beni ecclesiastici, schiavi di uomini mollemente vestiti anziché
apostoli liberi di un Cristo ignudo. Rimedi: riserve sulla difesa del
patrimonio ecclesiastico, accenni espliciti di consenso alle tesi dell'Avenir
sulla rinunzia alle ricchezze e allo stipendio statale per riavere la
libertà. La quarta piaga e la nomina dei vescovi lasciata al potere
temporale. Compie un'approfondita analisi storica sull'evoluzione del problema
e critica i concordati moderni con cui la S. Sede ha ceduto la nomina al potere
statale (e, accenna prudentemente, per avere compensi economici). Rimedi:
propone un ritorno all'elezione dei vescovi da parte dei fedeli. La quinta
piaga e la servitù dei beni ecclesiastici. Sostiene la necessità di offerte
libere, non imposte d'autorità con l'appoggio dello Stato, rileva i danni del
sistema beneficiale, propone la rinuncia ai privilegi e la pubblicazione dei
bilanci. A Rovereto gli ha dedicato il liceo che frequentò quando ancora
si chiamava Imperiale e Regio Ginnasio. Borgomanero ospita l'Istituto S..
Domodossola ospita il liceo delle Scienze Umane "S. (istituto parificato).
Roma ospita la sede dell'Istituto Comprensivo. Torino ospita la biblioteca
Antonio S. del polo biomedico universitario che in passato fu un istituto
scolastico attivo fino alla fine del XX secolo. Trento, dove si trova il liceo
"S.". Farina, Prosser Prosser
Bonazza, L'Accademia Roveretana degli Agiati, su agiati, Accademia Roveretana
degli Agiati, «Paoli artefice della
rinascita dell'Accademia e suo president. Ragionamento sul comunismo e
socialismo, Grondona, Genova, Questa tesi fu messa in discussione da Abbà a cui
S. controbatté nel Diario filosofico di Adolfo, Riv. S.ana, Pagani Rossi. Nota
sul valore dei Decreti dottrinali concernenti il pensiero e le opere). Angelus: S., esempio per la Chiesa, su
agensir, Biografia di S. su vatican. Istituto S., su S. borgomanero. Liceo delle
Scienze Umane su cercalatuascuola.istruzione. Istituto Comprensivo S., su ic-S.
Biblioteca S., su biomedico campusnet.unito. su vivoscuola. M. Farina, Gl’Agiati, Brescia,
Morcelliana Edizioni, Italo Prosser, El
pra' de le Móneghe: cronistoria del monastero di S. Croce nell'antico comune di
Lizzana, Rovereto (Trento), Stella, Approfondimenti Sciacca, La filosofia
morale di S., Torino, Bocca, Pusineri, S. (Edizione riveduta e aggiornata da Belti), Stresa, Edizioni S.ane Sodalitas,
Dossi, Profilo filosofico di S., Brescia, Morcelliana, Valle, S. Il carisma del
fondatore, Rovereto, Longo Editore, Marangon, Il Risorgimento della Chiesa.
Genesi e ricezione delle "Cinque piaghe" di S., collana Italia Sacra,
Roma, Herder, S., Frammenti di una storia della empietà, a c. di Cattabiani con
una nota filologica di Albertazzi, Trento, La Finestra, Giorgi, S. e il suo
tempo. L'educazione dell'uomo moderno tra riforma della filosofia e
rinnovamento della Chiesa Brescia, Morcelliana, Dossi, Il Santo Probito, La
vita e il pensiero di S., Trento, Il Margine, Gomarasca, La forma morale
dell'essere. La poiesi del bene come destino della metafisica, Milano, Angeli,
Paoli, S., Virtù quotidiane, Verona, Edizioni Fede e Cultura, Paoli, Maestro e profeta, Milano, Edizioni San
Paolo, Sapienza, Eclissi Dell'educazione? La sfida educativa nel pensiero di S.,
Roma, Libreria Editrice Vaticana, Giuseppe Goisis, Il pensiero politico di S. e
altri saggi fra critica ed Evangelo, S. Pietro in Cariano, Gabrielli, Comunità
di San Leolino, Una profezia per la Chiesa. Verso il Vaticano II, Panzano in
Chianti, Feeria-Comunità di San Leolino Muratore, S. per il Risorgimento. Tra
unità e federalismo, Stresa, S.nane Sodalitas, Bergamaschi, S. La perfezione
della vita cristiana, Stresa, S.ane Sodalitas, Malusa, S. per l'unità d'Italia.
Tra aspirazione nazionale e fede cristiana, Milano, FrancoAngeli,. Domenico
Fisichella, Il caso S. Cattolicesimo, nazione, federalismo, (Roma, Carocci); Muratore,
Apologia della fedeltà. In difesa dei valori etici e spirituali, Stresa, S.ane
Sodalitas, Malusa, Stefania Zanardi, Le lettere di S., un "cantiere"
per lo studioso. Introduzione all'epistolario S.ano, Venezia, Marsilio, Zanardi,
La filosofia di S. di fronte alla Congregazione dell'Indice Milano, Franco Angeli.
Treccani Dizionario di storia, Dizionario biografico degli italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. Crusca. In S.
l'attenzione ai fatti di lingua e la speculazione sul fenomeno del linguaggio
furono non meno vive di quelle di Manzoni, esercitate però con sensibilità,
impostazioni e modalità differenti26. L'origine del linguaggio, in particolare,
seppur poco appariscente, è un tema delicato e importante del suo sistema
filosofico e ricorre a varie riprese lungo tutta la sua opera, talvolta con
brevi cenni indiretti talaltra in forme più estese. Una trattazione piuttosto ampia si trova già
nel saggio Sui confini dell'umana ragione ne' giudizi intorno alla divina
Provvidenza che costitusce il primo libro della Teodicea, ai capitoli 17-21,
sotto la rubrica della 'quarta limitazione dell'umana ragione', la quale
recita: «La mente umana non può produrre
a sé medesima veruna scienza, senza che gliene venga dastraniera cagione
proposta la materia»27. Questo implica che prima della azione degli esseri
sussistenti' la mente umana è una tabula rasa, incapace come tale di astrarre
senza lo stimolo di segni che in qualche modo rendano sussistenti gli astratti
(88-89). In altre parole, «l'uomo conosce
solamente quello che a Dio piace di manifestargli naturalmente
soprannaturalmente, ossia il mondo fisico e i contenuti della
rivelazione. Dono di Dio non può che
essere anche il mezzo per passare dall'uno agli altri, ossia il lin-guaggio,
perché la rivelazione - principio paolino - si fonda sull'udito e inoltre
presuppone già esistente la facoltà di astrazione: pertanto «l'uomo non potea
dare a se stesso il linguaggio: onde egli ripete dal Creatore anche questo
mezzo di conoscere. La funzione semiotica
è condizione necessaria della conoscenza, in quanto l'uomo «senza i segni non
potea né pure concepire gli astratti; e qui, diversamente che altrove, segni
vuol dire senz'altro parole, e precisamente i nomi di qualità. È questo il
punto cruciale della questione: non c'è astrazione senza segni-parole, ma i
segni-parole presuppongono le astrazioni. Evidentemente, dunque, l'uomo riceve
dall'esterno, cioè da Dio, il primo nucleo motore, già formato, di
segni-parole. La tesi dell'origine divina, già nettamente delineata, trova così la sua enunciazione
esplicita: Erano necessarj all'uomo
segni esterni a' quali la mente associasse e legasse le astrazioni: né egli
poteva dargli a se stesso, mentre per inventarli sarebbono state necessarie
quelle astrazioni medesime, che, senza i vocaboli, egli non può, come dicevamo,
possedere. Dunque Iddio donò all'uomo una lingua, quel Maestro supremo gli
insegnò l'uso d'alcune voci, nelle quali apparissero quasi sussistenti
all'esterno le astrazioni insieme con esse contemplate; queste voci poterono
chiamare a sé l'attenzione dell'umana
mente. Tali 'voci', prosegue S., poterono essere i nomi che, conforme al
racconto biblico, Dio attribuì a ciascuna delle opere della creazione al fine
di renderle conoscibili, e costituirono le prime astrazioni, in grado di
mediare tra il visibile e l'invisibile.
Non dovette trattarsi insomma di un insegnamento esplicito del
linguaggio, bensì della sua trasmissione indiretta unitamente alle verità della
salvezza: «Quindi le eterne verità furono, io mi credo, al linguaggio
incorporate e con esso insieme insegnate, e con esso altresì, «nella forma
materiale della lingua quasi in arca ben chiusa», custodite e tramandate di
padre in figlio pur nel variare storico dei sistemi linguistici. La sapienza e
il linguaggio,dunque, «furono dati all'uomo congiunti nella stessa guisa, sarem
per dire, come furon creati congiunti alla materia i suoi accidenti. Non per
nulla la Bibbia attribuisce allo Spirito santo il dono delle lingue: Pare
adunque che l'ispirato scrittore voglia farci intendere con tali parole, come
l'invenzione del favellare non poteva esser opera proporzionata alle brevi
forze dell'uomo, giacché richiedeva nell'inventore universale sapienza. Di
vero, egli è tutt'altra cosa usare della favella dopo averla apparata, ed
inventarla senza che alcuno insegnata ce l'abbia. Chi avesse dovuto inventare
l'umana favella, non avrebbe forse incontrato insuperabile difficoltà nella
nominazione delle cose sensibili e sussistenti; ma un passo insuperabile, come
dicevamo, avrebbe dovuto trovare nel dare le voci agli astratti, giacché gli
astratti non li percepiva, non li sentiva né in se stessi, né in qualche loro
segno che a lui li mostrasse. Nel Nuovo saggio, com'è ovvio, quello delle
funzioni del linguaggio e della sua origine, nel senso gnoseologicamente ed
epistemologicamente più pregnante, è un tema cruciale che sarebbe interessante
seguire analiticamente lungo le quattro edizioni dell'opera curate dall'autore
stesso. Non potendo farlo in questa sede, e riconoscendo che «S. non è tutto
nel saggio», mi limiterò a qualche annotazione utile nel prosieguo del
discorso. Intanto, occorre rilevare che
la critica alla teoria sensista dell'origine del linguaggio non è sviluppata
nel capitolo espressamente dedicato a Condillac (del quale lì viene discusso
unicamente il Traité des sensations) bensì di fatto nel capitolo su Dugald
Stewart, dove S. avverte che il discorso svolto contro di lui, ovvero contro Smith,
vale né più né meno per tutti i sostenitori del romanzetto di questo selvaggio»
inventore e segnatamente per Condillac, al quale peraltro riconosce il merito
di «aver chiamata l'attenzione de' filosofi sulla mutua relazione della favella
e del pensiero. E notiamo per inciso che alcune delle contestazioni al «misterio
metafisico del lockismo, e il tono ironico con cui sono avanzate, torneranno
molto simili nelle pagine di Manzoni.
Per mostrare come nel 1830, data della prima edizione, l'impostazione S.ana
siaancora sostanzialmente quella del saggio poi confluito nella Teodicea,
riporterò soltanto due brani. Il primo è la conclusione di una nota facente
parte della lunga critica alla teoria della precedenza dei nomi propri sui nomi
comuni, sostenuta da Stewart sulla scorta delle Considerations concerning the
first formation of languages di Smith; il punto, osserva S., è sapere come la mente possa pervenire
alle prime astrazioni, e conclude: Ora
la mia opinione sopra di ciò la espressi già nel Saggio sui confini della
ragione umana. Io dimostrai in quel luogo, che l'uomo avea bisogno d'essere
ajutato e mosso a ciò da qualche segno esterno (lingua), che segnasse la cosa
astratta da se sola; e tale che fosse atto a eccitare e tirare la sua
attenzione e nella sola qualità astratta concentrarla. E fu di qui che io dedussi
l'impossibilità che avea l'uomo d'inventare da se stesso un linguaggio completo
e accomodato a' suoi bisogni. Il secondo
brano, anch'esso in nota, rientra nella dimostrazione del linguaggio quale
ragion sufficiente per l'astrazione, e accanto alla presa di distanza da
Bonald, presenta una distinzione molto importante. Avvertasi - scrive S. - che
qui non è mio intendimento d'investigare, se il linguaggio sia d'origine divina
od umana; avvegnaché da quanto fin qui ho ragionato la cosa manifestamente
apparisca»; ed ecco la nota: È
impossibile inventare il linguaggio da una mente umana che non possegga idee
astratte; perciocché nessuno può mai dare un segno ad idee che non ha. Quindi è
vera e bella la sentenza di Rousseau, «che non si poteva inventare il
linguaggio, senza il linguaggio»; se non che conveniva restringerla entro i
confini di quella parte di linguaggio, che le idee astratte riguarda, la quale
è la più nobile, e formale parte delle lingue. Non essendo stata fatta questa
divisione, Rousseau potè intravedere una verità rilevantissima, ma non
dimostrarla; né a me è noto che alcuno n'abbia, dopo di lui (né pure il
sig. Bonald), data una rigorosa
dimostrazione. Ma restringendo la proposizione di Rousseau alle idee, e
vocaboli astratti, io credo che mi sia riuscito di dare quella dimostrazione
rigorosa che può tor via ogni dubbio dalla questione; ed il lettore può ben da
sé ravvisarla e comprenderla ne' principi che espongo in questo articolo sul
linguaggio, e da ciò che ho scritto nel Saggio sui confini dell'umana
ragione. La distinzione in realtà apre
nel tessuto teorico della tesi una smagliatura le cui conseguenze vedremo poco
oltre; e Manzoni avrebbe potuto ripetere che nelle 'condizioni necessarie per
essere una lingua' non si danno gradi, nemmeno di astrazione: si è o non si è
una lingua».apparire fra le pieghe del discorso nell'Antropologia
soprannaturale, dove l'autore sta al gioco condillacchiano di immaginare la
condizione umana primordiale, e scrive:
Supponiamo adunque l'uomo nelle pure condizioni naturali, non privo però
degli stimoli esterni, senza i quali le sue potenze inerti e quasi
raggomitolate in sé non avrebbero potuto avere nessuno sviluppamento; e fra
questi stimoli esteriori uopo è che gli supponiamo data altresì la favella
colla qual solo vien tratta all'azione la sua potenza di riflettere e
d'astrarre, e quindi esce in atto la sua libertà ligata senza di ciò e nulla
operante; la qual favella tale che gli bastasse, non potrebbe mai trovarla egli
medesimo. La fictio speculativa si
prolunga - poco manzonianamente, in verità! - in una minuta discettazione
intorno alla lingua primitiva dell'umanità, «argomento bellissimo. Basato
sull'ipotesi «che Iddio abbia il primo parlato all'uomo primitivo insegnando in
tal modo agli uomini ad astrarre, il gioco ha termine con la conclusione
secondo la quale «la lingua primitiva è parte divina, e parte umana. Una
conclusione conciliatoria e però rischiosa, ma che permette a S. di non entrare
in contraddizione con se stesso, perché se è vero che la parte umana è, come
aveva scritto nel Nuovo saggio, la più nobile e formale', la parte divina è
quella primaria e fondamentale. Pur con
qualche sfumatura, dunque, la posizione iniziale del saggio è mantenuta lungo
tutti gli anni Trenta, e la si ritrova immutata ancora al momento della
riedizione come primo libro della Teodicea. Senonché di lì a poco tale
posizione risulterà modificata in un modo assai significativo, se non
capovolta. Possiamo fare un primo tentativo di ricostruzione, se non di
spiegazione. Se torniamo ai due brani
già citati della Teodicea e li rileggiamo con le correzioni apportate a mano
dall'autore (praticamente le sole modifiche di contenuto in tutto il libro) su
un'esemplare dell'edizione Pogliani, troviamo un ragionamento più articolato e
in definitiva una tesi differente. Primo brano della Teodicea (le modifiche
sono evidenziate in corsivo): Erano
necessarj all'uomo segni esterni a' quali la mente associasse e legasse le
astrazioni: né egli poteva dargli a se stesso fin ch'era solo, ché per
inventarli sarebbono state necessarie quelle astrazioni medesime, che, senza i
vocaboli, egli non può, come dicevamo, possedere. E dato ancora che, aggiunta
la sua compagna per le necessità del convivere, avessero i due coniugi trovati,
con un solo attocomplesso, i segni e gli astratti; qual lungo tempo ci sarebbe
bisognato ad arricchirsene in qualche copia? e con quella scelta che era
necessaria pel progresso morale, e per elevare le loro menti alle cose
invisibili? Dunque Iddio donò all'uomo una lingua, quel Maestro supremo gli
insegnò l'uso d'alcune voci, nelle quali apparissero quasi sussistenti
all'esterno le astrazioni insieme con esse contemplate; queste voci poterono chiamare a sé
l'attenzione dell'umana mente. Secondo
brano della Teodicea: Pare adunque che
l'ispirato scrittore voglia farci intendere con tali parole, come l'invenzione
del favellare non poteva esser opera proporzionata alle brevi forze dell'uomo,
giacché richiedeva nell'inventore universale sapienza. Di vero, egli è
tutt'altra cosa usare della favella dopo averla apparata, ed inventarla senza
che alcuno insegnata ce l'abbia. Chi avesse dovuto inventare l'umana favella,
non avrebbe forse incontrato insuperabile difficoltà nella nominazione delle
cose sensibili e sussistenti; ma un passo difficilissimo, come dicevamo,
avrebbe dovuto trovare nel dare le voci agli astratti, ché gli astratti non li
percepiva, non li sentiva né in se stessi, né in qualche loro segno che a lui
si mostrasse. Come si vede, la conferma dell'origine divina si accompagna
all'ammissione di una pos-sibile, seppur poco probabile, formazione umana.
Resta fermo che ai segni-parole l'uomo non può pervenire con le sole proprie
risorse né da solo (entrambe le condizioni sono importanti); ma ai fini
dell'innesco della conoscenza, oltre all'intervento esterno da parte di Dio
mediante il dono dei primi segni-parole, in linea di principio è sostenibile
l'ipotesi che l'uomo acquisisca i segni-parole in società coi suoi simili
mediante degli atti unitari complessi semiotico-astrattivi. I due brani tratti dal Nuovo saggio, rimasti
inalterati lungo le prime tre edizioni, subiscono nell'edizione definitiva un
adattamento analogo, e anzi più marcato, per apprezzare il quale il solo
corsivo non è sufficiente ma bisogna leggere insieme le due versioni. Primo
brano del Nuovo saggio: Ora l'uomo ha
bisogno di essere aiutato a ciò da qualche segno esterno (lingua) che segni la
cosa astratta da se sola; e tale che sia atto a fissare la sua attenzione, e
nella sola qualità astratta concentrarla. Di qui l'impossibilità che l'uomo
solitario inventi da se stesso col suo puro pensiero un linguaggio, che a ciò
gli serva. Nel secondo brano del Nuovo
saggio cambia anche il testo a cui la nota è apposta: Avvertasi, che qui non è
mio intendimento d'entrare nella questione del fatto, se il linguaggio sia
d'origine divina od umana; e né pure nella questione filosofica della
possibilità»; ed ecco la nuova nota: È
impossibile inventare il linguaggio ad una mente umana prima che posseda delle
idee astratte; ché nes-suno può dare un segno a idee che non ha. Quindi la
sentenza di Rousseau, «che non si poteva inventare il linguaggio senza il
linguaggio» si deve restringere entro i confini di quella parte di linguaggio,
che le idee astratte riguarda. Non essendo stata fatta questa distinzione, Rousseau
potè intravedere una verità, ma non dimostrarla; né a me è noto che alcuno
n'abbia, dopo di lui (né pure il sig. Bonald), data una rigorosa dimostrazione.
Restringendo dunque la proposizione del Rousseau alle idee, e vocaboli
astratti, ell'ha un fondo di verità. In primo luogo non si può inventare il
linguaggio da alcun uomo segregato dalla società de suoi simili, nel quale
stato né egli ha l'occasione di comunicare i suoi bisogni e pensieri agli
altri, né gli altri possono comunicar i loro. Ponendo poi un individuo umano
coesistente con altri uomini privi di linguaggio, due questioni si possono
fare. La prima, se quegli uomini potrebbero inventare un linguaggio prima
d'aver formate alcune astrazioni, o potrebbero formare queste astrazioni prima
d'avere inventato qualche linguaggio o de' segni, e rispondiamo negativamente.
La seconda, se potrebbero fare queste due cose contemporaneamente, cioè trovare
de' segni e coll'atto stesso formare delle astrazioni», e questo non lo
crediamo impossibile. Una considerazione
più attenta della natura costitutivamente sociale e altresì sistematica del
linguaggio ha condotto S. a modificare il proprio convincimento iniziale: non
si tratta più di singoli individui alle prese con singoli segni-parole, bensì
di comunità che danno forma a un sistema linguistico. Scrive infatti
nell'Antropologia soprannaturale: Se prendiamo una parola isolatamente
dall'altra non mostra veruna similitudine coll'idea, che per essa si esprime.
Ma all'incontro pigliando l'intiero discorso, cioè una serie di parole
avvedutamente ordinate, trovasi tosto una corrispondenza colla serie de'
pensieri. Egli è per questo, che le lingue sono sistemi di segni così
eccellenti che possono esprimere tutte le cose.
Può aver contribuito al ripensamento in questa direzione lo studio
attento delle prime produzioni linguistiche della nipotina Marietta, consegnato
nelle analisi e riflessioni - semplicemente straordinarie - del paragrafo del
Rinnovamento della filosofia. Ma non escluderei un'eco teorica dell'insistenza
manzoniana sul concetto di 'interezza' delle lingue; la si sente risuonare
ancora, per esempio, nella definizione di lingua data nella tarda Logica: un
sistema di segni vocali o vocaboli stabiliti da una società umana, adeguato a
significare i pensieri che i membri di quella società si vogliono comunicare
reciprocamente»36.6. Con il brano dall'edizione definitiva del Nuovo saggio
siamo già alla posizione assunta e sostenuta nella Psicologia, che del resto la
precede. Sappiamo già che la funzione dei segni è quella di «offerire dinanzi
allo spirito uno stimolo e termine che lo muova a concentrare e fissare
l'attenzione», permettendo in tal modo la formazione delle idee astratte. Ora S.
è interessato a scoprire come questo avvenga, a vedere cioè «con qual progresso
e fin dove l'uomo, o piuttosto gli uomini conviventi insieme, possano andare
nella formazione del linguaggio. Il
momento iniziale è dato dall'istinto, che spinge l'uomo ad esercitare le
proprie facoltà vocali naturali e, mediante esse, a produrre dei suoni
indipendentemente dalla loro capacità significativa, la cui scoperta avviene in
un secondo momento; «questo - osserva S. - è già un passo grande al suo
sviluppo intellettivo, ma l'astrazione propriamente detta non c'entra ancora.
Che tipo di parole sono queste prime emissioni verbali umane? Riprendendo la tesi lungamente sostenuta nel
Nuovo saggio, S. ripete che la loro natura è di nomi comuni, salvo a precisare
però che vengono u s a ti come nomi propri: una concessione di non poco conto
all'opinione che Stewart aveva tratto da Smith, precedentemente avversata. Da
qui la ricostruzione, al tempo stesso filogenetica e ontogenetica, di come «un
po' alla volta verrà a stabilirsi un suono, che sarà il nome comune di tutti
gli oggetti » di una stessa classe, un tipo di nomi che andrebbero definiti
sostantivi qualificati anziché aggettivi sostantivati. L'attribuzione dei nomi comuni però non
comporta ancora l'attività eminentemente intellettuale dell'astrazione, che è
successiva e richiede altre condizioni. Per illustrare le quali, S. esplicita e
spiega il proprio ripensamento sull'origine del linguaggio: Noi abbiamo altrove espressa l'opinione che
gli uomini non potessero venire a pensare e a denominare le pure astrazioni,
per non avere in natura alcuno stimolo che a ciò li muova; di che deducevamo la
divina origine di questa parte della lingua. Di poi abbiamo fatto più maturi
riflessi, ed ora non ci sembra quella dimostrazione irrepugnabile. Distinguiamo
adunque la questione del fatto da quella della semplice possibilità. È
indubitato, quanto al fatto, che il primo uomo ricevette l'avviamento a parlare
da Dio stesso, il quale, parlandogli il primo, gli comunicò una porzione della
lingua. Ma trattandosi d'una semplice possibilità metafisica, se l'umana
famiglia (non l'uomo isolato) potesse col tempo giungere a pensare almeno
alcuni astratti, contrassegnandoli nello stesso tempo e con una stessa
operazione complessa, colla voce o con altra maniera di segni, ci pare oggimai
di poter rispondere affermativamente di aver trovato quello stimolo che indarno
avevamo prima cercato, dal quale fosse mosso l'umanointendimento. I pochissimi astratti (forse di divina
origine) rinvenibili nelle lingue antiche non esimono insomma dal domandarsi
come «l'umana famiglia potesse giungere da se stessa agli astratti puri, almeno
ad alcuni di essi. La risposta di S. consiste sostanzialmente nel fare appello
al meccanismo cognitivo elementare della metafora a base metonimica: avendo già
gli uomini coniato un nome per il braccio in quanto arto anatomico, per
nominare la proprietà della forza che distingue quell'arto dagli altri, invece
di inventare appositamente un nuovo nome, adoperano la designazione primitiva
estendendone il significato. Un'illustrazione nobile di questo meccanismo
semiotico la si trova nel commento al prologo del vangelo di Giovanni: Pare, che primieramente gli uomini abbiano
nominata la parola esterna e sonante come quella che cade sotto i sensi. Più
tardi si sono fermati a considerare che la parola esterna non era che un segno
che esprimeva una cosa interna, un oggetto pronunciato dalla mente. Volendo
dunque nominare questa cosa interna significata in vece di imporle un nome
proprio, vi adattarono lo stesso vocabolo che significava la parola esterna,
lasciando, che il contesto del discorso chiarisse quando a quel vocabolo
convenisse dare il significato antico di parola, suono proferito cogli organi
della voce a significare; e quando gli si convenisse dare il significato nuovo
della cosa interna nello spirito colla parola significata. Questa maniera di
estendere alle parole vecchie il significato di mano in mano che gli uomini
estendono le loro cognizioni, è più comoda che inventare vocaboli nuovi, perché
esigge uno sforzo di mente minore e adattato a tutta la comunità degli uomini,
oltrediché le idee o cognizioni nuove ritengono in tal modo la relazione con le
idee o cognizioni precedenti onde furono derivate, e così meglio si conoscono,
e più agevolmente si prestano al ragionamento; giacché i nessi fra esse e le
notizie più antiche e più famigliari sono pronti. Solamente più tardi, quando
la mente è già sviluppata, e non ha più bisogno di tali dandine, ella inventa
parole nuove e proprie per quelle cognizioni che non le sono più nuove; ovvero
le parole vecchie da comuni diventano proprie perdendo il primitivo
significato, e ritenendo solo il nuovo 38.
Ma restiamo sul testo della Psicologia, che nel procedimento descritto
vede la chiave naturale per poter accedere alle astrazioni: Ed ecco già trovato
il segno, a cui la mente può legare veramente un concetto astratto; e via più
apparisce che quel nome già significa un astratto, quando quel nome vada
perdendo, come talora avviene, il suo primitivo significato, e rimanga
unicamente significativo dell'astratto. Giunge così a termine l'indagine sul
modo in cui «comincia a formarsi naturalmente una lingua. Ora, pervenuta la
mente a fissare alcuni astratti coll'aiuto di tali segni sensibili
somministrati dalla natura,quindi denominati, applicando ad essi il nome
imposto da principio a cotali segni, già il cammino della mente non trova più
impedimenti insuperabili, e però tutto il suo svolgimento rimane n a tu - ral ment e spiegato. Nessun ostacolo logico dunque impedisce di
ritenere la lingua un prodotto umano, inventato al doppio fine, cognitivo e
comunicativo, di dare slancio al pensiero individuale e di socializzarne le
acquisizioni: Nel che - conclude S. - è da ammirare la sapienza del Creatore,
il quale non ha abbandonato questa invenzione della lingua al solo operare
libero e calcolato del pensiero umano; ma ne ha messo nell'uomo l'istinto, e di
più gliene ha egli stesso comunicati i primi elementi. La conseguenza del nuovo
atteggiamento di S. è che il linguaggio sparisce progressivamente dal suo
orizzonte speculativo. Anche a non volersi spingere così oltre nella
spiegazione del fatto, il fatto resta: non c'è paragone tra la ricchezza e
l'importanza delle riflessioni semiotico-linguistiche disseminate nelle sue
opere fino alla Psicologia, e — se ho visto bene - la scarsità di spunti, pur
interessanti, presenti al riguardo nell'immensa Teosofia, che lo impegnò negli
ultimi anni. Torniamo ora per finire allo scambio epistolare da cui siamo
partiti. La mia convinzione è che, dopo il silenzio seguito, non sia stato
Manzoni a convertirsi all'idea dell'essere, della quale poteva già essere ben
persuaso, salvo ad esitare davanti alla 'question di cominciamento'; è stato
piuttosto S. - messo in allarme, grazie ai dubbi di Manzoni, circa il possibile
esito pansemiotico della propria posizione gnoseologica (evitato in maniera del
tutto estrinseca mediante il ricorso all'origine divina del linguaggio), che in
sostanza avrebbe identificato pensiero e linguaggio compromettendo la ricerca
sulle idee la cui origine, risolvendosi linguisticamente, non avrebbe più
costituito un problema - a ridurre la portata cognitiva del linguaggio
esteriorizzandolo e tenendolo sotto il controllo della ragione in modo da
poterne postulare l'origine umana, sia pure in uno con la capacità di
astrazione. Non per niente il ruolo del
linguaggio ai fini della formazione delle idee astratte passa dalla necessità
nel Nuovo saggio («necessità del linguaggio per muovere la nostra intelligenza
a formare gli astratti) alla utilità nella Psicologia («fu da noi provata
l'utilità del linguaggio, o per dir meglio, di segni per la formazione degli
astratti), per di più con la restrizione: «utilità che in altro non consiste se
non. E pur considerando che questo paragrafo della Psicologia
iniziadistinguendo il problema della pensabilità di un'idea dal problema della
sua formazione, la sua conclusione sull'errore dei nominalisti consistente nel
ritenere che le idee astratte non siano «né possibili a formarsi, né pensabili
senza i segni del linguaggio» è in palese contrasto con l'enunciazione netta di
Teodicea 100 secondo la quale «senza i segni non potea neppure con c e pir e
[che qui equivale a formare] gli astratti»; un contrasto non sanato e forse
nemmeno rilevato, che del resto si mantiene nella stessa Psicologia: «gli
astratti sono pensabili per se stessi senza bisogno dei segni, e contra: «le
astrazioni hanno bisogno di segni per pensarsi. S. passa così in qualche modo
dalla coimplicazione di pensiero e linguaggio, o quanto meno da una loro
stretta correlazione, alla strumentalità del secondo rispetto al primo,
chiaramente attestata dalla Logica dove chiama i segni, o meglio i sistemi di
segni, le gambe e anzi le stampelle o i trampoli del pensiero. Per quanto riguarda specificamente il nostro
tema, riprendendo i termini degli studi recenti di storia del pensiero
linguistico moderno, possiamo dire che, dietro la spinta di Manzoni, S.
parrebbe convertirsi dal 'genetismo' alla 'storicità'40; ne potrebbe essere un
indizio la progressiva presenza nelle sue pagine di diverse sfumature:
l'insistenza sulla socialità quale fattore costitutivo dell'essere umano,
l'accento sulla totalità strutturata del linguaggio, l'attenzione verso il
funzionamento del linguaggio in atto. Si
tratta però di una conversione non perfettamente articolata. Il suo esito
paradossale è infatti che nella Psicologia S. finisce col pervenire, come s'è
visto, a una tesi di sapore condillacchiano: il linguaggio nasce su base
istintuale dai segni (vocali) naturali, che solo in un secondo momento si
istituzionalizzano nella loro funzione semiotica, con applicazione
all'ontogenesi); e Manzoni avrebbe poturo ripetergli la stessa postilla apposta
a un passo di Condillac: «Si tratta proprio di sapere come le grida possono
diventare segni» (Postille) 41. Ciò facendo S. capovolge anche, di fatto -
malgrado la distinzione fra 'natura' e
'uso' di essi -, la successione dai nomi comuni ai nomi propri originariamente
sostenuta nel Nuovo saggio. Pur mantenendo l'opinione che i «pochissimi
astratti» delle lingue antiche siano «forse di divina origine, spiega
l'astrazione come un processo di metaforizzazione di metonimie dal referente
fisico: ecco «n a tu ralm ent e spiegato» il «cammino della mente. Questa
attitudine appare palese nella conclusione già citata di Psicologia 1532, dove
cerca di salvare l'unione di entrambe le tesi genetiche asserendo che l'origine
del linguaggio è umana e che Dio ha assistito l'invenzi on e immettendone
l'istinto e fornendone «i primi elementi».
In conclusione, mentre la propensione storica orientata sui 'fatti'
linguistici, al fondo,faceva negare a Manzoni non tanto e non solo l'origine
umana del linguaggio ma in primo luogo la legittimità stessa di una questione
di origine a proposito del linguaggio, l'impulso alla confezione di un 'sistema'
filosofico complessivo fece passare S. da una tesi ad un'altra ma sempre
all'interno di un'ottica di ricostruzione genetica originaria delle 'proprietà' del linguaggio. Ma è la prima
prospettiva quella che nella svolta dal genetismo del Settecento alla storicità dell'Ottocento si è
rivelata vincente e ha dato nuovo impulso allo sviluppo delle scienze del
linguaggio.Antonio Francesco Davide Ambrogio Rosmini Serbati. Antonio Rosmini.
Rosmini. Serbati. Keywords: gl’agiati, Agostino, Aquino, la tradizione Latina
italiana. Refs.: Luigi Speranza, “Rosmini e Grice,” per il Club Anglo-Italiano,
The Swimming-Pool Library, Villa Grice, Liguria,
Italia. Serbati.
Luigi Speranza --
Grice e Sereniano: la ragione conversazionale del cinargo romano – Roma –
filosofia italiana – Luigi Speranza
(Roma). Filosofo
italiano. Sereniano was a philosopher who visits the emperor Giuliano. He
followed the doctrine of the Cinargo.
Luigi Speranza --
Grice e Sereno: la ragione conversazionale dell’ondella tranquilità dell’animo –
Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He belongs to IL PORTICO and is a
friend of Seneca. Seneca dedicates some of his works to him. In the dialogue
“On the tranquility of mind,” Seneca depicts them discussing the problems S.
has with maintaining his firmness of resolve. Anneo Sereno.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; osia, Grice e Serra:
la ragione conversazionale dell’economia filosofica – storia dell’economia
romana – massoneria – filosofia calabrese -- filosofia italiana – Luigi
Speranza (Dipignano). Filosofo
italiano. Dipignano, Cosenza, Calabria. Mercantilista. Considerato il primo
filosofo dell’economia politica in Italia, e uno dei primi in Europa. A lui va
il merito di avere composto per primo un trattato scientifico, seppure non
sistematico, sui principi e sulla politica economica. Poco si conosce della sua
vita: laureato probabilmente in utroque, imprigionato nelle carceri della vicarìa
di Napoli forse a causa della sua partecipazione al complotto architettato da CAMPANELLA
per liberare la Calabria ma più probabilmente dietro accusa di falso monetario.
Mentre e in carcere compose “Breve trattato delle cause che possono far
abbondare li regni d'oro e d'argento dove non sono miniere” e lo dedica al vice-ré
di cui spera l'aiuto. Riusce a farsi ricevere dal nuovo viceré, III duca d’Osuna,
per proporgli un programma di riforme utili al Regno. L’incontro fu infruttuoso
e e ri-mandato nelle carceri della vicarìa, dove probabilmente muore. Essendo
molto gravi le condizioni finanziarie del Regno di Napoli -- esausto il tesoro
pubblico e l'onere del fisco già così gravoso da indurre molti a lasciare la
città per sottrarvisi -- Santis propone di limitare l'esportazione della moneta
e di abbassare i tassi di cambio con le piazze estere. La polemica con Santis è
alla base della proposta di S. Dimostra con esempi tratti dalla antica storia romana
l'inutilità e anzi il danno di questi
presunti rimedi. Da ciò trae occasione per spiegare la vera causa della
prosperità della nazione italiana. Analizza la causa della scarsità di
moneta nel Regno di Napoli e il fattore che puo invertire questa tendenza
economica. Il primo ad analizzare e comprendere appieno il concetto di bilancia
commerciale incluso il bene di servizio e il bene del movimento di capitale. Spiega
come la scarsità di moneta nel Regno di Napoli e causata dal deficit della
bilancia dei pagamenti. Utilizzando le sue scoperte e in grado di respingere
l'idea per cui la scarsità di denaro e dovuta al tasso di cambio. La soluzione
prospettata al problema e indicata nella promozione attiva delle esportazioni. S.
segna il distacco dalla concezione moralistiche scolastica per passare ad una spiegazione
laica ed è assolutamente innovativa per l'epoca tanto che Croce la define
lampada di vita. Galiani a scoprirlo, tessendone un elogio in una nota del suo
celebre trattato Della Moneta. Chiunque legge questo trattato, scrive, resta
sicuramente sorpreso ed ammirato in vedere quanto in un secolo di totale
ignoranza dell’economia filosofica ha S. chiare e giuste le idee della materia
di cui scrisse e quanto sanamente giudicasse delle cause de nostri mali e de
soli rimedi efficaci. Galiani paragona S. a Melon e a Locke, considerandolo
superiore per avere vissuto molti anni prima in un'epoca di ignoranza dell’economia
filosofica. Egli, che in vita era stato del tutto trascurato e per
secoli, tranne appunto quell'elogio di Galiani, completamente dimenticato, dopo
molto tempo è stato finalmente riscoperto. Addante, Cosenza e i cosentini: un
volo lungo tre millenni, Rubbettino, Martelloni, Regno di Napoli e Terra
d'Otranto, Aspetti economici e sociali di una crisi, in Perrotta, La scienza è
una curiosità. Scritti in onore di Cerroni, Manni, Benini, Croce, Storia del
Regno di Napoli, Laterza. Avendo ottenuto di parlare al vice-ré duca d’Ossuna
per comunicargli cose utili allo stato, e udito, presenti i consiglieri, ma,
giudicandosi che avesse detto ciarle e chiacchiere senz'altro concludere, e ri-mandato
al suo carcere. Parise, Vita e pensiero del primo economista moderno, Ecra, Destefanis, Illuministi Italiani, Galiani,
Milano-Napoli, Galiani, Della moneta, Napoli, Salfi, Elogio, primo filosofo di
economia civile, in Addante, Patriottismo e libertà. L'Elogio di Salfi,
Cosenza, Custodi. Scrittori classici italiani di economia politica, Milano, Pecchio,
Storia della economia pubblica in Italia, Lugano, Narrazioni tratte dai
giornali del governo di Girone duca d'Ossuna vice-ré di Napoli scritti da Zazzera,
Archivio storico italiano, Savarese, Trattato di economia politica, Napoli, Ferrara,
Prefazione, in Trattati italiani, Torino, L. Bianchini, Della scienza del ben
vivere sociale e della economia pubblica e degli Stati, Napoli, Andreotti,
Storia dei cosentini, Napoli, Accattatis,
Le biografie degli uomini illustri delle Calabrie, Cosenza; Fornari, Studii (Pavia);
Amabile, Campanella. La sua congiura, i suoi processi e la sua pazzia” (Napoli);
Marco, Teorie economiche, Memorie del R. Istituto lombardo di scienze e
lettere, classe di lettere e scienze storiche e morali, Benini, Sulle dottrine
economiche, Appunti critici, in Giornale degli economisti, Economisti, Graziani, Bari, Arias, Il
pensiero economico di S., in Politica, Croce, “Storia del Regno di Napoli” (Bari);
Economisti napoletani, Tagliacozzo, Bologna, Einaudi, Saggi bibliografici e storici intorno
alle dottrine economiche, Roma, Schumpeter, Storia dell'analisi economica,
Torino, Rosa, I critici, Atti del Congresso storico calabrese, Napoli, Galasso,
Economia e società nella Calabria” (Guida); Nuccio, Rivista storica del Mezzogiorno,
Colapietra, Introduzione, in Problemi monetari negli economisti filosofici napoletani,
Colapietra, Roma, Aquino, L’approccio monetario all'analisi della bilancia dei
pagamenti, in Studi economici, Colapietra, Genovesi in Calabria, Rivista
storica calabrese, Manoscritti napoletani di P. Doria, Galatina, Toscano, La disputa sui cambi esteri del Regno
di Napoli, Rivista di politica economica, Rije, ed. anast., Napoli, Ricossa,
Cento trame di classici dell’economia, Milano, O. Nuccio, Il pensiero economico
italiano, Sassari, Il Mezzogiorno agli inizi del Seicento, Rosa, Roma-Bari, Alle
origini del pensiero economico in Italia, I, Moneta e sviluppo negli economisti
napoletani, Roncaglia, Bologna, Zagari, Moneta e sviluppo, Rosselli, La teoria
dei cambi, Landolfi, Valentia, A.
Placanica, Storia della Calabria (Roma); Roncaglia, Rivista italiana degli economisti,
Addante, Repubblicanesimo e mito di Venezia, Istituzioni e sviluppo economico,
Roncaglia, La ricchezza delle idee: storia del pensiero
economico, Roma-Bari, Grilli, Visto da Grilli, Roma, Villari, Politica
barocca. Inquietudini, mutamento e prudenza, Roma); Roncaglia, S., in Il
contributo italiano alla storia del pensiero. Economia, Roma, Villari, Un sogno di libertà. Napoli nel declino
di un impero, Milano; Parise, Vita e pensiero del primo economista moderno,
Roma; L. Addante, La politica del Breve trattato (Soveria Mannelli). Mercantilismo
Storia del pensiero economico. Treccani Dizionario biografico degli italiani,
Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Il contributo italiano alla storia del
Pensiero: Economia. Antonio Serra. Serra. Keywords: massoneria, circolazione
degl’idee massoniche, mito di Venezia, economia romana, l’economia del liceo,
roma antica, antica roma, Machiaveli, mercantilismo. Refs.: Luigi Speranza,
“Grice e Serra” – The Swimming-Pool Library. Serra.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Sertorio: il
deutero-esperanto nella filosofia ligure – By Luigi Speranza, pel Gruppo di
Gioco di H. P. Grice, The Swimming-Pool Library (Genova). Filosofo genovese. Filosofo ligure. Filosofo
italiano. S. partecipa al dibattito pubblicando dapprima il saggio “Elementi di grammatica analitica universale,”
poi “Un esame filosofico della grammatica universale,” e, infine, “Il problema
della lingua universale.” In quest'ultimo saggio, a proposito dei diversi
sistemi inventati – incluso il deutero-esperanto di H. P. Grice, S. individua
tre fondamentali tipologie di lingue ausiliarie. Il primo tipo comprende quella
categoria di linguaggi che definiamo a posteriori che riprendono alcuni, o
tutti gli, elementi, non di rado modificandoli, da lingue storico- naturali, come
può essere l'italiano, il francese, il cinese, ecc.. Il secondo tipo è
costituito da quelle lingue che definiamo a priori con le quali è possibile
comunicare sia in via scritta che in via orale, ovvero che presentano una forma
ideografico-fonetica tale da permettere non solo la semplificazione della
scrittura, ma anche una sua agevole e veloce riproduzione tramite foni. L’ultima
tipologia è costituita da quelle lingue che adottano delle scritture
tipografiche, crittografiche, numeriche, nelle quali gl’elementi fondamentali
della lingua sono utilizzati per trasferire solo l'idea della cosa che si vuole
comunicare, ma che non presentano un reale metodo di comunicazione orale. Della
seconda categoria discute ampiamente nel primo saggio dedicato al problema
della lingua universale, che intende come lingua adatta alla comunicazione tra
persone adulte, che hanno già delle idee proprie sviluppate attraverso l'uso
della loro LINGUA MADRE – l’inglese oxoniano di H. P. Gice. Qui S. s’occupa
innanzitutto della definizione del sistema numerico della lingua ideale, e ne
propone di due tipi differenti, sia a base decimale che sessagesimale, e, poi, del
suo sistema GRAMMATICALE – cioe, morfologia, sintassi, morfo-sintassi –
(“Pirots karulise elatically”) e lessicale (“pirot, karulise, elatic”. Le
informazioni seguenti sono tratte da S., Elementi di grammatica analitica
universale, Porto Maurizio, Tipografia
Prov, di Demaurizi. Il sistema decimale romano
– I II III IV V VI VII VIII IX X -- S. associa ad ogni numero da 0 a 9 una
consonante, secondo le seguenti corrispondenze: 1 = b, 2 = g, 3 = d, 4 = c, 5 = 1, 6 = m, 7 =
n, 8 = p, 9 = 1, 0 = z. A partire dalla
virgola che separa i numeri interi dai decimali si pongono in ordine da destra
a sinistra le 5 vocali (a, e, i, o, u) e questo ordine è invariabile. Le vocali
vanno scritte al di sotto delle consonanti precedenti e, durante la lettura,
questi nessi di c+v (che possiamo allora intendere come SILLABA – ma, pa, da)
sono da pronunciarsi assieme (del tipo “be” e non “b – e” (prima
articolazione). Le cifre devono sempre essere raggruppate a gruppi di tre, secondo
l'ordine decine, centinaia, migliaia, milioni, ecc.) e laddove non vi sia
alcuna cifra a coprire le sedi di queste terne si inserisce lo zero. Si avrà
allora qualcosa di simile all'esempio successivo: 372,215,8976,340 -- 4 d n
g .cgb.1pr. n m d Z e
a ・i a u i e a. Il numero così composto in italiano si dicee
"trecento-settanta-due miliardi, quattro-centovent-uno milioni, cinque-centottanta-nove
mila, sette-cento-sedici virgola trecento-quaranta.” Nella lingua di S.
solamente "denagu, cogibe, lapuro, nibema, ducozi.” I vantaggi sono
molteplici, come dice Frege – nella trauduzione di Austin per Blackwell,
favorita di Grice -- se si riconosce oltre all’evidente brevità – cf. Grice,
“Be brief (avoid unnecessary prolixity (sic))” -- anche il fatto che in un
sistema numerico-alfabetico di questo tipo le vocali che occupano un posto
fisso permettono d’individuare perfettamente l'ordine di grandezza di ciascuna
cifra senza dover ricorrere ad altre parole per indicarlo. Cosi si sa che la
combinazione c+e+c+a+u corrisponde sempre all'ordine dei miliardi, c+a+c+u+c+o
a quello delle centinaia, ecc. Il secondo sistema proposto è quello a base
sessagesimale in cui ad ogni cifra da 0 a 60 S, associa una sillaba cv, del
tipo 1 = ba, 2 = ge, 3 = di. Nonostante anche questo metodo assicuri una brevita
d’espressione considerevole (centoventitré › bagedi), risulta meno convincente
del precedente per il semplice fatto che quello prevede uno schema di
composizione RICORSIVO basato su POCHE semplici regole – la composizionalita
com’essenza d’una lingua come il suo oxoniano nativo, mentre questo aumenta
notevolmente il grado di difficoltà mnemonica associato ad ogni numero a causa
del maggior numero di combinazioni esistenti e
dell'arbitrarietà delle stesse.
Per quanto riguarda invece la parte della SINTASSI, LA MORFOLOGIA, e la
MORFO-SINTASSI – la grammatica ragionata -- e lessicale della sua lingua
ideale, S. indica delle caratteristiche fondamentali che questa deve possedere
per essere di semplice comprensione. La separazione d’un MORFEMA LESSICALE (‘be’)
d’un MORFEMA SINTATTICO – “Fido *is* shaggy; Fido e Rex *ARE* shaggy”; ‘Rex is
SHAGGiER than Fido’ (One pirot karulises elatically; therefore, pirots karylise
elatically – in an elatic way. L’esistenza di particelle SINTATTICHE nuove, più
semplici, meno *ambigue* -- cf. Grice, “Do not multiply the senses of ‘if’
beyond necessity, Strawson!” -- di quelle
esistenti. L’invariabilità delle parole – cf. Grice on word meaning –
shaggy’. A questi aspetti deve aggiungersi anche l'esistenza d’un vocabolario o
lessico in cui ogni elemento possede UNO E UN SOLO SIGNIFICATO (O STRETTAMENTE,
SENSO) – “Senses are not to be multipled beyond necessity”: Grice’s modified
Occam’srazor --. La sintassi verte intorno al verbo o PREDICATO (“... is
shaggy”, “kaurlise”), che da solo e opportunamente coniugato (Fido is shaggy,
Fido and Rex are shaggy; a pirot karulises, but pirot karulise -- è in grado di
descrivere non solo l'azione, ma anche il SOGGETO (cf. Grice on ‘the’ –
discussione con Sluga --) della stessa, il suo NUMERO – cf. Grice on Peano, (Ex),
“some, at least one”; il genere, e le circostanze di modo (modo indicativo,
ecc.) e di tempo (cf. Grice, “Actions and events,” basato su von Wright). A
questo, se necessario, si possono associare ulteriori complementi di pro-posizione,
anch’essi declinati, per descrivere
l'azione in MODO più particolareggiato (non volitivo, ma ottativo). L'alfabeto utilizzato è composto di
diciassette lettere, le stesse che sono state utilizzate per il sistema
numerico decimale visto in precedenza. Ogni particella sintattica o parte del
discorso presenta un ordine vcvcv ed esse sono riconoscibili a seconda delle
lettere che vengono poste in ciascuna
sede. I verbi sono riconoscibili dal fatto che presentano nella sede della
prima consonante una «b» o una «g» e questa, assieme alla seconda vocale, forma
il modo verbale -- diviso in: «ba» INFINITO (‘to be shaggy’), «be» PARTICIPIO,
«bi» GERUNDIO (‘being shaggy’), «bo» INDICATIVO (‘is shaggy’), «bu» IMPERATIVO
(please be shaggy, o ‘is shaggy, please’, «ga» SOGGIUNTIVO (‘that Fido be
shaggy’), «ge» CONDIZIONALE, i. e. con-dictum (‘si Fido e shaggy, Fido e
amato’), «gi» MORALE (“Jones is between Richards and Smith”, «go» FISICO
(“Jones is between Richards and Smith”), «gu» MATEMATICO O ORDINALE). La vocale
iniziale indica la forma del verbo («a» = verbo IN-transitivivo (“Fido IZZ
shaggy”, «e» = ri-flessiva, «i» = attiva (Paride ama Elena), «o» = passiva
(Elena e amata da Paride), «u» = neutra»). Le ultime due lettere, consonante e
vocale, indicano il tempo, il numero e la PERSONA (Grice, “Someone, i. e. I, is
hearing a noise”) a cui il verbo stesso si
riferisce, secondo ua tabella:129tem
0. Particelle numero d del e personal 1R28
22 มา สิ 1.ª
TO 3." Singolare
IP838a 아비아비비이 2 Plurale
130 3. Specificazione del Tempo = Più che perfetto = Passato anteriore =
Passato indefinito Passato
definito Imperfetto Presente
Futuro Futuro anteriore = •
Dipendente = Indipendente = Persona
Numero. Così ad esempio il verbo 'mangia!' (Grice, hobble) può divenire
«ibupe», dove «i» indica la forma transitiva (eat a nut – Grice, as ordered to
his pet squirrel, squarrel, Toby), «bu» il modo imperativo – cf. Hare, “The window
is closed, please -- e «pe» la seconda PERSONA persona singolare (you, not ye) del
tempo presente. Allo stesso modo si compongono i nomi. La prima lettera -
vocale - indica il genere (del tipo «a» comune – man --, «e» sessuale – flower
--, «i» maschile (aquila macchio), «o» femminile (“ship”), «u» neutro» (‘ship’),
la seconda - consonante indica la declinazione e il numero, ed esistono cinque
declinazioni. La terza e la quarta lettera - vocale e consonante - delimitano
l'idea in ordine alla quale si riferiscono le preaccennate qualità di genere e
numero, cioè costituiscono la parte che potremmo in qualche modo chiamare morfema
lessicale, RADICE (v this little piggy went to market) lessicale SIGNIFICANTE
(‘the shag of shaggy) della parola (cf. Grice, word meaning); l'ultima vocale
indica il caso di appartenenza. In questo modo poi si formano anche tutte le
altre parti del discorso. Il problema d’un sistema di questo tipo è che la
riuscita di una buona conversazione dipende in maniera non trascurabile dalle
capacità mnemoniche e combinatorie degl’individui interessati – Grice: “That’s
why I say: who cares?”. Oltre alla notevole mole di nessi consonantici e
vocalici esistenti, oltre al fatto che questi cambino significato se non SENSO in
base alla posizione, oltre all'enorme numero di combinazioni possibili, un
aspetto penalizzante e soprattutto la struttura stessa delle parole che,
indipendentemente dalla parte del discorso interessata, deve necessariamente
essere di cinque lettere o di sei lettere, in ordine VCVCV o CVCVCV. Per quanto riguarda invece la terza categoria
delle lingue inventate ad uso internazionale individuate da S., si riporta un esempio
di lingua puramente ideografica, numerica. Esempio: Ne Il problema della lingua universale, S.
propone la frase italiana. Il grammatico intelligente interpreta facilmente
questa scrittura; perchè il significato o SENSO unico di ciaschedun segno è
reperibile istantaneamente nella
trascrizione numerica seguente del terzo metodo: - 12. 111. 15. 2101. 1245 - 27. 33. 72. 2152.
1151 - 14. 114. 18. 0454. 3293 - 3 - 364 - 14. 111. 15. 1564. 4252 - 14. 112. 16. 0435.1555 -15. 33.72 - 1533. 1265 -
1. Ad ogni cifra associa una funzione grammaticale, sintattica o di senso (ad
esempio il numero «1» finale esprime il punto fermo, la fine della sentenza. Il
numero «3» corrisponde al punto e virgola. Il «111» significa 'soggetto della
proposizione. Il «15» il caso nominativo nella sua forma singolare. Il «364»
significa 'perché; ecc.. I trattini indicano l'inizio di ciascun termine e i
punti dopo le cifre separano i fattori che fanno parte di ciascun termine. Esempio
tratto da S., Il problema della lingua universale, Porto Maurizio, Berio. La volontà è quella di limitare (ma non del
tutto) la fusione dei morfemi e piuttosto apporre nuove cifre che siano ognuna
portatrice di un determinato significato (del tipo 'leone-femmina' e non 'leonessa', o ‘aquila macchio’ e non ‘aquilo’).
S. è perciò convinto che, tra quelli individuati, il più esatto dei metodi e
il terzo, visto che: La ragione
dell'evidenza, che ammirasi nel linguaggio algebrico e che spesso riguardasi
come un privilegio di questa scienza dell’arimmetica, si è che nei ragionamenti
algebrici o arimmetici non entra mai un segno il di cui valore assoluto e di
posizione non sia esattamente definito. Cf. Grice sul formalismo di Peano e
l’informalismo di suo alievo Strawson. La sintassi, che attualmente più
soddisfaccia alle esigenze filosofiche è la sintassi algebrica o arimmetica –
Frege, il concetto di numero, traslato da Austin, read by Grice -- ed i
precetti di questa dovrebbero essere
comuni ad una lingua universale. Di nuovo quindi, l'interlingua in grado di
descrivere in maniera conforme la natura delle cose è di tipo numerico e
algebrico o arimettico e per essere utilizzata necessita di tanti vocabolari
quante sono le lingue storico naturali esistenti. Giacomo Francesco Sertorio. Sertorio.
Keywords: Il deutero-esperanto di Grice. Refs.: Luigi Speranza, “Grice e
Sertorio”. Sertorio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Servio: la ragione
conversazionale VIRGILIANA – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza. (Roma). Filosofo italiano. Nei "Saturnali" di Macrobio,
rivolti alla glorificazione di VIRGILIO, S. appare uno degli interlocutori. La
sua attività filosofica ha per sede Roma. Predilesse Virgilio, che esalta
come il maestro di ogni sapere e che commenta in un’opera di cui rimangono due
redazioni. La più breve sembra tramandare lo scritto autentico di S.,
mentre la più ampia ("Servius auctus o plenior o Scholia Danielis",
dal Daniel, che la pubblica) pare derivata dalla prima e da una riduzione del
commento d’Elio Donato. Si discute se gl’appartengano l’Explanatio
dell'Arte Grammaticale dello stesso Donato e tre saggi di metrica. Il commento
include non poche dottrine di carattere filosofico, che però provengono dalle
fonti usate da S.. Si è voluto fare di S. un seguace dell’accademia. Ma,
da una parte, non è lecito attribuirgli una teoria filosofica organica, e,
dall’altra, le proposizioni che dovrebbero provenire da quella scuola non sono
proprie di essa, perchè appartengono all’accademia in generale, a Posidonio, o
anche alle credenze mistico-religiose di quell’età: natura divina dell'anima,
immortalità di essa quale principio di movimento, sue trasmigrazioni, suoi
destini dopo la morte, teoria delle sfere. Quando, oltre alle tre parti
dell'anima, l'anima vegetativa, l'anima sensitiva e l'anima razionale, ne
ammette anche una quarta anima, l'anima vitale, principio di movimento, si
allontana dalle teorie tradizionali inclusa l’accademica. Quando S.
afferma che nulla esiste salvo i quattro elementi (acqua, aria, fuoco, terra) e
il divino, che è uno spirito (o una mente, o un'anima) il quale, infuso in
essa, genera ogni cosa, sicchè uguale è la natura di tutte, accetta in
complesso la cosmologia del PORTICO esposta da VIRGILIO, che però cerca di
liberare dal suo materialismo originario. Del resto, esplicitamente S.
loda i filosofi del portico -- et nimiae virtutis sunt, et cultores deorum -- che
contrappone ai filosofi dell’Orto, che critica spesso. In S. mancano
un coerente e un indirizzo preciso, sebbene si affermino in lui le tendenze
mistiche dell’età sua. Un'edizione del XVI secolo di Virgilio con il
commento di S. stampato sulla sinistra del testo. S. Mauro Onorato. Grammatico
e commentatore romano. L'appellativo Deutero-S. o S. Danielino si
riferisce alla pubblicazione da parte di Daniel di un'edizione del commentario
di S. all’Eneide contenente alcune aggiunte rispetto all'originale serviano.
Tuttora è discussa l'autenticità del cosiddetto S. Danielino. S. ompare come
uno degl’interlocutori nella “Saturnalia” di Macrobio. Alcune allusioni
presenti nei saggi ed una lettera di Quinto Aurelio Simmaco indirizzata a S..
Saggi: “Commentarii in Vergilii Aeneidos libros, Commentarii in Vergilii
Bucolica, Commentarii in Vergilii Georgica. Del commento alle opere di Virgilio
esistono due tradizioni manoscritte. Il primo è un commento relativamente breve
e conciso, attribuito di per certo a S., ed è chiamato “S. Minore". A una
seconda classe di manoscritti appartiene un altro commento, molto più esteso,
infatti le aggiunte sono abbondanti e in contrasto con lo stile di S.. L’autore
è ignoto. Questo secondo è chiamato "S. Auctus" o "S.
Danielinus" da Daniel, che lo pubblica. Esiste una terza classe di
manoscritti, composti in Italia, derivati dai primi due, a significare la
diffusione di questi commenti. Per quanto riguarda il "S. Minore"
è in effetti l'unica edizione completa esistente di un romano scritta prima del
crollo del principato in Occidente. È una vasta critica al testo di VIRGILIO,
con critiche anche ai commentatori prima di lui -- in un certo qual modo ci
fornisce il modo di pensare dei secoli precedenti. S. non usa un linguaggio
particolarmente elevato, ma è colorito e fantasioso qualora si tratti di
etimologie. Oltre all'aspetto grammaticale, i commentari di S. contengono
abbondante materiale filosofico, la maggior parte del quale probabilmente è
derivata da fonti di filosofi anteriori, con cui la poesia di Virgilio viene
interpretata nel suo aspetto filosofico.. Commentarius in artem Donati, Raccolta
di note grammaticali d’Elio Donato. De centum metris ad Albinum - Un trattato
di diverse figure metriche, dedicato a Cecina Decio Albino. De finalibus ad
Aquilinum - Un trattato di metrica sui finali. De metris Horatii ad
Fortunatianum - Un trattato di metrica di Orazio, forse dedicato ad Atilio
Fortunaziano. Vita Vergilii. Enciclopedia italiana. Funaioli, S., in
Enciclopedia Italiana, Roma, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Pellizzari, S..
Storia, cultura e istituzioni nell'opera di un grammatico (Firenze, Olschki); Ramires,
S., Commento al libro IX dell'Eneide di Virgilio; con le aggiunte del
cosiddetto S. Danielino, Bologna, Patron, su Treccani Enciclopedie on line, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana. S., su Enciclopedia Britannica, Encyclopædia
Britannica, Inc. S. su PHI Latin Texts, Packard Humanities Institute. S. su
digilibLT, Università degli Studi del Piemonte Orientale Avogadro. S. Open
Library, Internet Archive. Opere complete di S., su forum romanum.org. V · D ·
M Grammatici romani -- Portale Biografie Portale Letteratura
Categorie: Grammatici romani Romani. The second version was named the Egyptian, which is a
puzzling name since the first reference to this particular descent/ascent
concept seems to come from a commentary on Book IV of the Aeneid of Publius
Vergilius Maro, or Virgil, by the commentator S. In S.’s version, each
planetary sphere is associated with one of the seven major vices. The list is
as follows: I avarice avarizia from Saturno; II desire for dominance and
gluttony from Giove; III violent passions or anger from Marte; IV pride from
the Sole; V lust from Venere; VI envy from Mercurio; and VII sluggishness from
the Luna. Some philosophers differ as to *which* vice to assign to which *planet*,
e. g., sluggishness is often assigned to Saturn instead of the Moon. It should
be noted that each of these seven vices, are all psychological characteristics
as is befitting of a soul. Roman philosopher and grammarian, commentator on
Donato and Virgilio There is some doubt as to his name. The commentator on
Donato in the Parisinus Latinus codex (GrL) is called _Sergio_, as is the
commentator on Virgilio in the Bernensis codex. In other manuscripts, the
commentator on Virgil is called S. but no mention is made of the rest of his
name (Marinone). In the Saturnalia, MACROBIO (si veda) gives a portrait of as him
an adulescens; and Daniel asserts, in a
note to the Bernensis codex that he is one of Donato’s students. If these
indications hold true, it would appear that he lives in Rome, where, according
to MACROBIO, he belonged to the intelligentsia of the ACCADEMIA. Of
considerable importance are his commentaries on Virgil's Aeneis, Eclogae and
Georgica, surviving in two ms. codices of varying length. The shorter is
published by Daniel, who adds several scholia -- the Scholia Danielis -- to it.
It is commonly known as the S. Danielinus. Critics disagree as to the contents.
Thilo holds that the additions are probably a fusion of an original text with
parts of Donato’s lost commentary on Virgil. His commentaries, based for the
most part on his predecessors (Donato in particular), enlarge on and enhance that
tradition by virtue of the quality of the grammatical observations and the
comparisons of Virgil with other philosophers. Various grammatical treatises
bear his name but modern criticism unhesitatingly ascribes to him only the
Commentarius in artem Donati (GrL). Prisciano mentions S. as the author in
Institutio de arte grammatica (GrL). Other attributions are uncertain. The two
books of the Explanationes in artem Donati (GrL) are apparently posterior to S.
(Schanz-Hosius). The tract De littera de syllaba de pedibus de accentibus de distinction
(GrL) gives "Sergius" as the author but seems to be an extract from
the Commentarius and thus not a work intended by S. to stand alone. Criticism
is divided over attributing to S. De centum metris (GrL), a treatise on
metrics: Müller excludes S. as the author while Marinone defends the opposite
view. The treatises De finalibus (GrL) and De metris Horatii (GrL) are
similarly controversial; see Müller. In his Commentarius in artem Donati, S.
brings home two points which characterize Roman grammatical thought, as seen in
the artes. First, grammar is intimately connected with all the disciplines
dealing with language – philosophy – GRAMMATICA FILOSOFICA – SEMANTICA
FILOSOFICA -- dialectics, and esp. rhetoric (GrL). Second, grammar has a
distinguishing subject matter which consists, according to S., of the analysis
of the VIII parts of speech – Latin does not have an article, but it has
interjection. S.’s admiration for Donato derives, in fact, from the latter's
unswerving conviction that a grammatical treatise ought to begin by defining
the partes orationis -- other grammarians were hesitant and inconsistent).‘That
is why Donato is wiser, who starts out with VIII parts of speech that concern
the grammarians – including the philosophical grammarians – specifically – UNDE
PROPRIUS DONATUS EST DOCTIUS, QUI AD OCTO PARTES INCHOAVIT, QUÆ SPECIALITER AD
GRAMMATICOS PERTINENT – Commentarius. S. holds, together with Donato, that the
study of grammar, taken to be the study of the partes orationis, is a
prerequisite for literary analysis, i. e., for commenting on poetic texts, such
as Virgil’s. Although S. contributes to enriching the discussions of the
grammatical distinctions formulated by Donato, by citing and criticising the
work of other philosophical grammarians, S. leaves unsolved the many problems
inherent in the categories handed down by tradition. For example, some
grammarians considered the 'future' tense to be a separate MODVS and not a
tense of the 'indicative' mode, given that, properly, one can 'INDICATE' only
what one knows and not the future, by definition an un-known. “And remember I’m
a philosophical grammarian!” Grice: “In Rome, grammarians simpliciter were
usually slaves!”. S. expounds the question clearly (GrL), but does not venture
an answer. "Martii Servii
Honorati Commentarius in Artem Donati" (GrL). "Commentarius in Artem Donati"; "De
finalibus"; "De metris Horatii"; repr. Hildesheim. S. Grammatici
qui feruntur in Vergilii carmina commentarii, Thilo e Hagen eds., Lipsiae. Editio Harvardiana, Rand et al.
eds., Lancastriae, Ad Aeneam; Stoker/Travis eds., Oxonii (Ad Aeneam). Commento ai libri 9 e 7 dell'Eneide di
Virgilio, with introd., biblio. and critical ed. by Ramires, Bologna. BARATIN, La naissance de
la syntaxe à Rome, Paris. Id., CRGTL, BARWICK, "Zur S.-Frage",
Philologus; BRUGNOLI, "S.", Enciclopedia Virgiliana, Roma. KASTER, "Macrobio and S., Verecundia and
the grammarian's function", HSCP; MARINONE, "Per la cronologia di S.",
AAT; MÜLLER, L. "Sammelsurien", Jbb. für Klass.Philologie; SCHANZ, M.
e HosIus, Geschichte der römischen Literatur, München, TIMPANARO, "Note
serviane, con contributi ad altri autori e a questioni di lessicografia
latina", Studi urbinati di storia, filosofia e letteratura; WESSNER,
"S.", RE. Keywords: Virgilio, Donato. Servio Mario Onorato. Servio.
Luigi Speranza -- Grice e Sestio: la ragione conversazionale del fallito
morale – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He founds his own school in Rome
that draws heavily on La Setta di CROTONE and IL PORTICO. S. preaches an
ascetic way of life, which includes vegetarianism, and exhorts his followers –
whom he called ‘Sestiani’ – to reflect at the end of each day on their moral
failings – “if any.” Upon his death, his son, also called Quinto S., inherits
the school, but it does not long survive him. One of the Sestiani is SOTIONE, who
becomes Seneca’s tutor – Seneca himself is influenced by the school’s teachings
for some time. Quinto Sestio.
Luigi Speranza -- Grice e Sesto: la ragione conversazionale delle sentenze
trasformative – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. S. is a compiler – The “Sentences
of Sesto” are mainly of an ethical nature and show signs of a variety of
influences including traditional wisdom literature, and IL PORTICO. They
proclaim that wisdom is attained through the conquest of the passions. –
Chadwick, “The sentences of Sextus,” Cambridge. Grice: “Chomsky thought that
the sentences of Sextus were ‘transformational’!”
Luigi Speranza -- Grice e Sesto: la ragione conversazionale del’accademico
d’Antonino – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. Tutor to Antonino. Antonino regards
him as something of a role model and greatly admires the morality and humanity
of both his life and his teachings. Accademia. Suda thinks that S. is of the
scesi only because he confuses him with Sesto Empirico!
Luigi Speranza -- Grice e Severo: la ragione conversazionale del principe
filosofo -- Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. He studies philosophy with Stilio
(si veda). He becomes the principe di Roma when his cousin Elagabalo is
assassinated. His principate is not however a success and he is himself
assassinated not long after. So
much for the line of succession. Severo Alessandro.
Luigi Speranza -- Grice e Severo: la ragione conversazionale del’amico
lizio d’Antonino – Roma – filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma). Filosofo italiano. A lizio, friend of
Antonino. Claudio Severo.
Luigi Speranza --Grice e Severo: la ragione conversazionale del principe
filosofo -- Roma—filosofia italiana – Luigi Speranza (Roma) Filosofo italiano. Severo rules the Roman empire
and it is said that he is well-versed in philosophy. Severo Settimio.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Settala:
la ragione conversazionale dei problemi sessuali d’Aristotele -- desiderio e
piacere – la scuola di Milano – filosofia milanese -- filosofia lombarda -- filosofia
italiana – Luigi Speranza (Milano).
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Milano, Lombardia. Profisico. Studia a Brera
e Pavia. Insegna a Milano. Si prodiga in occasione della famosa peste dei “I
promessi sposi”. Manzoni lo nomina una prima volta quando parla del figlio, Senatore S., medico,
membro, insieme a Tadino del tribunale della sanità ai tempi della vicenda di
Renzo e Lucia. È tra i primi ad accorgersi che la strana malattia che si
diffonde nella zona lecchese, e la peste. Saggi: “In librum Hippocratis Coi de
aeribus, aquis, [et] locis, commentarii V. Appositus est Graecus Hippocratis
contextus ope antiquorum exemplarium, restitutus et emendatus cum indice rerum
et verborum locupletissimo una cum nova eiusdem in Latinum versione” (Colonia:
Ciotti); “Problemata di Aristotele” (“Commentariorum in Aristotelis problemata”
-- VII primas sectiones – secundam heptadem -- continens, ab eodem Latine
facta”) (Francoforte sul Meno: Wecheli, Marnio, Aubri); “Animadversionum et
cautionum medicarum libri VII quorum materiam sequens pagina indicabit”
(Milano, Bidell); “De peste et pestiferis affectibus libri V (Milano, Bidell);
“De ratione instituendae et gubernandae familiae libri quinque” (Milano,
Bidell); “Della ragion di stato” (Milano: Bidelli); “Cura locale de' tumori
pestilentiali, che sono il bubone, l'antrace, o carboncolo, ed i furoncoli
contenente tutto quello che si ha da fare esteriormente nellquesti mali tolta
dal libro della cura della peste” (Milano, Bidelli); “Preseruatione dalla
peste” (Brescia: Fontana); “Anti-rotario romano con l'aggionta dell'elettione
de semplice e prattica delle compositioni e di due trattati, vno della teriaca
romana, l'altro della teriaca egittia aggiontoui in questa vltima impressione
auertenze e osseruationi appartenenti alla compositione de medicamenti”
(Milano: Bidelli); “Avertenze, et osservationi appartenenti al curar le
ferrite” (Milano: Cardi); “Compendio per curare ogni sorte de tumori esterni et
cutanee turpitudini, raccolto da osseruationi fisice, e chirurgice” (Milano:
Monza); Statistica medica di Milano Milano, Guglielmini e Redaelli, Belloni,
Borromeo e la Storia della Medicina, in San Carlo e il suo tempo: convegno,
Milano. Edizioni di Storia e Letteratura, Bartolomeo Corte, Notizie istoriche
intorno a medici scrittori milanesi, Milano, Argelati, Bibliotheca scriptorum
mediolanensium seu acta, et elogia virorum omnigena eruditione illustrium, qui
in metropoli Insubriae, oppidisque circumjacentibus orti sunt, Mediolani,
Sangiorgio, Cenni storici sulle due Pavia e di Milano e notizie intorno ai più
celebri medici, chirurghi e speziali di Milano dal ritorno delle scienze sino
all’anno. Opera postuma, Longhena, Milano, Renzi, Storia della medicina
italiana, Napoli, Ferrario, Intorno alla vita ed alle opere mediche Cenni,
Milano, Capparoni, Profili biobibliografici di medici e naturalisti celebri
italiani, Roma, Cava, La peste di S. Carlo. Note storico mediche sulla peste,
Milano, Ricerche Firenze Ferro, La peste nella cultura lombarda, Milano,
Cosmacini, Il medico e il cardinale, Milano. Tiraboschi, Storia della
letteratura italiana, Firenze, Molini, Facchin, S.: un intellettuale barocco
fra scienza e arte Treccani Enciclopedia Italiana, Istituto dell'Enciclopedia
Italiana. Mellerio,S., in Dizionario biografico degl’italiani, Istituto
dell'Enciclopedia Italiana, openMLOL, Horizons Unlimited srl. Patricio Milanese. ys id À
L904.7. V WM C th "s rex. fà vnm e LOOyV. n. Fe viu Leve. (ue » meéen ah
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nitori rellitut ONE CH EN f. d A. e » Am" 3m d Cx diiery,,» iycans d seis
Y y ». RCCÓNS DOS SEPTALIVS iau Py PW pu ATAVII, ff: ypogi rrr dit Ihuilii.
[628., LE Projlant apud Paulum Frambottum s. PER ILLVSTRLE et Excellentiffimo
Viro IOANNI PREVOTIO MEDICINÆ DOCTORE et Professori Primario.Paulus Frambottus
Bibliopola Patavinus. BAM A cít virtütis pulchritudo;ut dd cxtemisctiam
fenfibusfubtracta,ex veftigiis in precla« ro pectore impreffis cluceJenscm/ r3
(cat, mirabiles fui exci» Ice leramor es. i Mas abibo longius, Te te, Prevoti
Perilluftris et Excellentiff. exemplum ftatuo, in quo rarz virtutis,&
folidz doMirinz grata quadam confpirat harm 9e inia, ut commiuni do&torum
calculo, et falima: publice teftimonio apex eruditionis limeritó audiaris. Nec
enim fola Philofoliphia et Medicina, quam cum fumma lauide doces et cxerces,
tead unguem expoli vit fed ctiam alie difciplinz tibi, affiduo i 2 Dre 9 2 £ 94
fuo culto; (ingularia orriamentá fe debe-[U ic fatentur. udi res cm notior fit,
quaàmu] üt ego tenui ftylo et filoprodam et pro-Jij bemitum omnesin tui amorem
tacita qua]; dani illecebra pertrahit;. Ego vero; ut obi] fervaniriam, qua te
colo et veneror ; pübli-4) ] ce teftaret ; diu rnultumq; cogitavi : feci hufquam
mihi cómodior fefe obtulit oc: cafio, quàm cüm novam,eamq; lorige e;
iiendatiorem editionem Cautiorium me:] dicaium celeberrimi viri Ludovici Se
ptalii pararé: quam proinde fub felicis tui] nominis celebritate emitti cüravi,
planis perfuaías,opufculum hoc,mole quidem xiguum, pondere maximum, genüimump
foetnm fummi viri;qui fibi totícriptis moy numentis pofteritatem devirixit ;
tibi virqi" do&iffimo, et de Medicina preclaré meg. renti, gratiffimum
fore. Quare fiferem]i; fronte hoc quidquid cft libelli, argumeng tum niez in
teobfervátia.fufceperis, mee] folita beneuolétia amplexus fueris,
candiifi...diore hoítia me litaffe exiftimabo, V AL E AS VIE uM «Iq ena o e942*
164937 C6 dle: XA FT : NIST be ees; AS ears; ESSE ev E£3£ t 223 2, $9 "2;
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hominum geneti pfe tibfire era primm lom nium It anitno háb beo. Cüm ab juv
enillbus an jnisa d hofce jam e3 cXaCLz etatistertnibos, ita tneddicam ! lianc
f2ctitavilfem artemsut fimul alias lio fiiine libero dienasartesaff
BieXpoitulavete mecum amici fiotüni Iiéteratüm e2enere pius alic quantó Viderer
Mponete labo tis;ac itudii, quim 1n hac ipfa faculIlKite; dade nominis,ac virz
z leaüdor nobis peti qxur uai verfus. Q iipp ) €; 1] *baut,moftros in Hippo Ja
^ Cratem, et in cione P MA ccn Corbin C. (cr v "m - et colertem homines,
quód in t3» tATlIos. D» tários,itemque de Ne vorum varietate Commer tarium »
quaimyis ad ipfos Medicina fontes haudij'" dubié pertinerent ; non tamen
attingere confueesj o" tudjnem,& ufum artis,& equum etfe; ut
quadra:4i^ ginta annorum,quotfermé contrivimus in how medico negotio, fructus
aliquis ad publicam utiifi" litatem exí(taret. luíta omnino,« piena fenfu
.humaniffimi vifa eft querela,fecimá ufq; libenté: ind uraninium,&
cogitationem à noftri: oble Games tisad commune beneficium avocaretmus. V
erümpiuz enimveró cum attenta meditatione mecum ipfi confiderafem, ecquis in
tanta librorum varietatufil vacuus locusinduftriz mea celictus foret, 1ta regu
periebam, otània, quecumque vel (cientiaé petu veítigatione, vcl differendi
tubtilitare trademdigji effent, exp icaffe inagnos viros, quorum nec virgi [1
gere, necequaregioriam poffem: ltznova cutdibis folicitabatanimum meum; et haud
fané medicis criterangebar. Nam neque placebat actum agegpiir do tempus
conterere,neque certandocum eXceepiü lentibus ingeniis mereri reprehenfionem ;
et capi villos;& recté monentibus ; atque cohortantib»] atoicis animuserat
fatisfacere. In bac fluctuanij apim1 folicitüdine di multumque volutátussari
madverti tandem »locis'aliis omnibusoccupat:) eum vacare,qui veluti moresartis»
et quotidilj nam diíciplinam contineret. Nam etfi partez hancipfam attigere
permu'tl» veriüs tamen at gere, quà ad plenum funt exíecut; : Et plerum que ità
variantopinionibus » atque fenrentilss haud fermé vera ratio poffit extricari
.Quamed geni [i sh ilperfa, vel contraria concilíando;vel omnia com tem vel
ínchoata perficiendo ; vel colligendo di» wiMPlectendo via quadam, et ratione;
videbar aliiu] id conferre poffe viciffim arti, que nobis et vi ujee die
nitatem,& commoda rei familiaris, et gra iliam ;& amicos, et vitam
denique ipfam confett, drelut zmula Fortunz, certé diving opis ad mint wlkra .
Cæterüm fcianr, quorum in manus hzc no ilEra cura pervenerit, fummam e(Te
voti,ut vergzen: 2 ihe jam ztate; patri& profimus extremo conattis iatera
concupi(cere ; vel fequi defitum mihi effe. «sciant item, quamvis certifima hzc
fit; et (impli«hiffima experimentorum difciplina ; quam táàm AMiu tractando
calamitates humani corporis,int ldpfo pta (ertim Valetudinario
Mediolanenfi,thea ro morborum omnium; haufimus, haud tamen dupuenaciter nos
defendere quidquam, et affirma idre.Sententiam mcam expono; inde fædum nce»
dpcusfædum exitu quod vitet, fumat juventus,que alprodit nunc primüm ad publice
valetudinis cu jram. Primus Liber zfeimad'verftomes et: Cautiones continet, qua
ad Medi cum pertinet quatenus AMedicusi e$t ; et proamait loco effe poterit .
Secundus, eas,quain reda vidus) vone,poti[simuin acutisocctmrat:) Tertiuseas,
qua ad pbarmaceutt-) cum negotium pertinent. UATtHs, £45, quatn fanguints mif
s: 7ene ob'ventunt, n Quintus;easquain curandis febr'vh bus obf erwari delent .
Sextus 2245s verfatur.qua ad mor9 bos partic nlares Acapite ad meti. bra
naturalia pertinent . Se eptimus eA$ conmpre! hendit, qui ka reliquis morbis
ob[e META Y i" REA T e y9 TITLE Bnimaduerfionum, et Cautionum Me. dicarum,
Continens eas, Que ad Medicum pertinent, quatenus Medicus ejV : quz proeezz
loco e [Je poterit - EDICVYVS pietatis, et relioionis .,M*4/* TÉ e. TAN c pietatis
cul "4 maxume fit cultor, arque ad ean- «n 4721/4. dem x2ros ccnetur
revocare. É 2. Habitu corporis in omnibtis. 5, ;,, rp, fanitatem praíeferat,,
quantunx prafeferat peculiaris ejus natura concefferit : putant enim. plerique
horminum,;fiqui minüs feliciter cc rp us difpofitum habeant; eos neque aliis
confülere poffe. Flipp. Zb. de Ædico. namajunt : Cauet primum fesct tunc me
illi daba. RÆ IR 3« Caveant igitur Medici, ne fe valetudina- ],;,,];:.. tios
prædicent ;, et fi quando periodicis morbis. tentantur, cur illos eyirare
nequeant» often» dant ; quomodo autein fácilé illos evincant ; etiam doceant. .
Sit ftudiofus externz mundideismanibus Stadiofus ^ x : . Veg PE ?/^*
sotiffimüm, unguibus » capillis, et barba. Ex sonnditiet ) qum Hipp. //b. de
AMedico: oie Caveat tamen exceffum, ne in ttnolli-, / ; nsa datine,,
ticmncadat,neve excrementorum alvi, lotii, et excretorum "per- tüffim.
confpectum averfar1 credatur . nin ; 6. Veftitu utatur decoro . Hipp. l;b. de
7M eVeilitade-. 1; 9. Caveat, ne in fufpicionem ampullofi artifi£0Yf45 e A. pow
ccn cis cadat,& Sophiftz, quem depingit fuis coic ribus Hippocrates Jb. de
deceztzornatu, bis ver bis : Jem conventu faétosambitiosa queffuosa fna
profeffione decipientessia urbium circulis ver- fantur .- Quos ex vefhitu
(&* catevis ornamentas quis cognofceye poterit « Quin etiam, quà
[umptuofiusornari fuerit, eo majore odio ave r[andi, ab RSS o oc eisquieos
circum [pexerint, fusiendi. Ex u[n au- iu tem fuerit, contrarium in bis
fpettare ; quibus 102 zne[t exquifttus, neque curiofus ornatus» ui [eje c
cultus venuftate e frugalitate, non tam ad fuperflum curiofitatems quam ad
optimam ex fliimationem » prudentiam ; C animizaoderationem compavarunt . Càm
enimilli dodtrinà fibi au&torita- rem comparare nequeant, fplendore au n,veftium
cultu medico ; ac fervorum grege, eam A comparare ftudent ; quos ridens
Anftophanes p ram *- ip INebul. joco vocat cOpatyldoyv e pyo Xo TES. ar adimi '
quód digitos ad ungues ufque annulis erpent. y? Odoratis utatur; cavcat tamen,
ne morbi r, o45,;7. inde concitentur : fepe enim mofchui, et fimi- qualis. lia.
redolentes, hyftc 'TIcas mulieres enecant . Sintigitur temperata omnia . 9.
Qualis effe debeat Medicus in omnibus y,,4;77; i ftans, non aliis verbis, quim
Hippocratis, o5 ibus defcribendus videtur, Jib. de deceztz orgatu . ti pra]is
reliquo vitz cultu muni mé fint diffluentes, auf quati ac fuperfiu1 ; id eft .
honefti in omnibus;f ftudentes, dicto, nec facto fuas actiones u]trà quàm decet
jactantes,; fed cum candore,veritate,& inteeri- tate, fepofità omni
fimulatione, finceré omnia reprefentantes; 1n hominum concurfibus oraves; ad
refp da dum, et docendum faciles,& appofiti ; ad altercantes graves, et pro
veritate conftantes ; in fimilium amicitiis con- trahendis s prof b 1C jentes ;
cum omnibus huma- n1, familiares, et affabiles ; in feditiofis contentionibus
taciturni, eofque audiant patientet, et us in refpondendo, fi effucere non
poffint, mode- A fti et quafi cogitabundi prudenter refpódeant; errores aliorum
ita corricant,ut non reprehen-- fionem, fed veritatem ob oculo sfib1 pra fixiff
e oftendant. In occafione prudenter capta indà, et coenofcendàoculati. In victu
fru cales, e paucis contenti; liberales fint, non fordidi ; aut petaces ..
Patientes fint in occafione exfpectan- dà, neque finantfe, aut deri,
aut.affiftentium precibus; aut importunis verbis vinci, ant'ad e entum ante
tempt Tene ores cibos ; vinümque concedendum .. Non à c / (4 m de À a fint i2
Qs fint taciturni, neque loquaces ; f-d in eàzemo- derationem fervenr ;;
promptitudinem tamen; datà occafione, ad ratiocinandum oftendant ; | nihil fine
demcnftratione proferentes;non bàr- ^ baré,aut populariter?oquantur, fed cum
affi- M ftentibus; et zero eleganter; et pure, cum Me-- dicis Lariné . R
ectefaaàt perfüadere ; nam Pfa AA ve m9 Qo pde Legibus,vodr, ut primum doceat,
et , Æ - perfuadeat Medicus quid fitxgrofaciendum, | i 4cnon priüs imperer, ita
promptiüs parebit..i Quare dicebat Ariftoteles: Parebo lubens; fi vera58
bacsqua dacts « effe.demion[lraveris. Xlonores per. fe contemnant, ambitione
ca£entes ; fed ob vir- tutem cujus comeseft edoria ;. pro1pfo.etiam et vtabtm -
honore certenz, virtutem tamen certà ratione "Non :nani gloria n 77. fmi
amore gentetur . ftabilitam Hibenier admittant ;ine opinionis fuæ nimiim
ftudiofi videantur. Caveantmaximó, ne inani elorià, aut ni- mio fui amore
rententur 5 1llà enim ; quod ne- fciuntdifcere prz pudore renuunt;neinfcitiam
cum rübore-prodant per ;dium vero có pervce- niffe fe rerfuadent fibi, quó
perzendum erat. 10. 'Ne fe alicujusfectz, tamquam 1nanci MIT À ; "i E ^ pu
fi pium, addicant; necjurent inalicujus auctoris feta. fententiam, fed nudam
rnaim fectenrur wer p «i Suvalis £z &walis £n e» rreffibas. tatem,
ilíquefchi fübfcribant . 11. "Medicorum cóngszeffus, et confultatio- : nes
libenter admittant; iltud cbfervantes s ut in| jis fuperflua omnia devatent,
nibil ad pompam i| proponant:contradicendi ftudio non ducantuz; fed ciun f. ]um
fibi finem prafigant;ut mc rbumy £vin- f. evincant, ac priftinam reftituant
fanitatem. Congretfus hi, et plurium Medicorum confültationes feclufis arbitris
fiant, neque affi- nes, et dometfticradmittantur: liberis enim fic proferuntur
fentent&e, atq; facta à primo Medico » fi quando correcte ne indieent,
corriot liberé potfünt, fine rtot$ ienorantiz; qu v fi fir- mis rationibus
erunt firmata, facilc à Medico admittentur; quz fi palàm, et domefticis au-
dientibus proponantur ; ab eodem mordicus defendentur, etiam fi falfum
defendere fe cos gnoverit, ne fi mors fubfequatur,iMlTius caufa in eunr
referatur. Vnde perpetva diffidia inter Medicosoriuntur, quod antiqui Patres
noftri ir hac noftri urbe, et noftro €cleeio obfervans tes, lege caverunt, ne
confültationes medic pu ibIice haberentur ; unde etiam tanta conccr- diainter
Medicos magna Rujus urbis fempet perfeveravit, ut in£er tam mu[tos vix unum re«
perias, qui altum ad medicas conífültatiores. non admittat 13« SyInam
medicamentorum: praffantiffiTorum ad morborum eenus quodcumq; prom ptamad manus
habeant ; ne ina2rverte morbo; ac inducias non faciente, veluti in fàlo harere
videantur. 14. Vtfelectiora quedam, et experta, fi- piifque ex perientià
confirmata habere eos có« venit ; 1ta 1l[a in arcanis ita habere non decet, ut
etiama iliis communia ncn faciant. 1j.Sit re ; et opere Medicus, non famá, avt
A 3 noml- $ Confalta-o Loz 65 fang feciufis are bitris » Sy'uam mo
4.€^826€5nf10e rumed ma 2/M5 habeot Secrefa Tr dia noz ) b sbeat, fedi
CQÓaAunittf. Qu enis de et exciledus- nomine tantüm.; quod ut affequatur,his
omníbus przditum effeoportet;de quibus Hipp. /b. Y: de Lege. Nam excoli optime
debent hominum ingenia, fi ad perfectionem in hac. facultate ;ervenire debeant.
Qualis enim in terris nafceuum eft culturastalis euam Medicine cognitio. Indigemus igitur IVatura » Dotlrina s Moribus
genero[is, Loco ad di[cendum accommodata, In[ltutione Apuero, Induflria s et
Tempore. Natura no[ftva veluti ager efl doemata vero docentium veluti femina
funt . Infliturio à puero refpondet opportuno tempori » quo [emina terra
committi debent » Locus flIudiis aptus eft veluti ambiens æv, à quo € terrana[centibus
nutvimentum accedit . Induflvia, € flndium cultura e[t . "Tempus tandem
bac omma eonfirmat, ut perfecte nutriantur . Exercitationem medicam fub docto ;
et ds perito viro facere non dedignetur, neque erud ha d befcat difficilia
queque perfcrutari, atque de icd "^ obfcuris interrogare : fic peraliquod
temporis intervallum in magnis urbibus fefe exerceat ; exa codea. non ftatim in
vilibus oppidis, ftipendio conftiA iwel. Lf. tuto, quod plerique faciunt ; ad
medicinam fa- E T ciendam fefe accingat. Modeftià. quàdam accinctus zerotan-
pus ingre titm. domos ingrediatur; quilibet enim horà distar. Virgines, matronz,
occurrunt, ut continentiam ómnibus in rebus et habere, et reprzíentare
teneatur. Cg gl. 18. Cumimpernts,& mulierculis de mor- culis, chi» bor:m
caufis, aut prefidiis adhibendis non2 agat; E xerceat fe / 253 Mod» Íe ao Avw,
GCL C [LE € Bat ; fed neceffaria folüm proponat : folent peritis de; énim
imperiti Medici, ut gratiam apud multos rebus. snee aucupentut ;, hoc medio
mulieres et imp 'Cr1tos feducere; quafi illas multi facientes, ut fi quan- do
morbis tententur ; eos ad curationem accer- fà nt. 19. Gratisaliquando medendum
tum pau- peribus, tum veris amicis;ne aut fordidi animi, aut minus grati notam
fübire coeantur . o. Neque tamen velim Medicos mercedem aut datam no recipere,
aut oblatam quafi aver- fari, aut exhibitam quafi cum rubore, aut velu- t
furtim excipere : fi enim prompté mercedem recipere viderit ; fibieger
perfuadebit, Medicüm illius curationem libenter fufcepturum., neque quippiam
eorum omiífurum, quz pro anitate introducendà fuerint peragenda. Mer- cede
autem non receptà,aut dubitabit, inre ani- mo curationem non füfcepiffe,aut
certé dignum illum eà non fe cognofcere ; unde contemptus ; et exiftimationis
non levis jdn ra. Sunt enim, qui hac raüone multorum curationes aucupen tur,
quibus cum cxpeélationi pramium ncn. oftmodüm correfpondeat aut moleftiam, et I
f],, onus illud fine fructu fuftinere coguntur ; aut muffitantes, et in
angiportu deinerati animi vitio conquerentes, quafi ridiculi, amiffis la-
boribus, et laborum pramiis, deferuntur, aut euam exploduntur, alis in illorum
locum. poets . Impium eft ; magno morbo urcente A ; de A nie ditis non [ferat »
Gratis ali quando Cii. rand 26 ^ Mercedem. Bromptée ac. CibiAo De mirede non
pa- mercede pacifci:ut enim in nobih hacarte feres eifcatur. per hocindignuin
videtüt, ita urgente tDorbos impium : occafio enim mederidi fepeavolat ;
dumdemercede z$er dehberat : hujus enim opportunitatis momenta redire nequeunt,
et cà elapsà, inclinatio fitad mortem, autad de terius . Atneetiam, fi quem
ingratum futurum Ingeetos 1 arbitretur;in periculis deferat; fatis enim fern-
seceffitati- per fait, ingratos etiam fututos humanitate.» us non de (crvare ;
quàm inhumaniter obingratitudinis ferat inetum deferere: et nielius multó eft;
à morbo evalefcentibus exptobrare, quàm calamitose affe&tos deferere .
Hipp. zz Praceptionbus. M Neimmoderaté, aut immodetfté nimià Non fit i4. cy, ya
tantià ninrim polliceatur : nimia enim ét bund'h. tc cnrationem
pollicitatio;exculationem poft e» nm! cutam requirit. : pollicitator. N A dis
idein z4. Nec rationein curandis morbis folüm; Docheina, sitatar; nec ufu, aut
nüdà experienuà : claudi- C "[4p9l- cat enim Medicus alterutro horum crure
defti- sini tutus, Ratioigitur ab experienuà incipiat ; et in eam etiam definat
: Experientia autem du- cem habeat rationem, et 1n eam dentque termi- hetur 5
utra enim per fe indigzens;altera alterius auxilio'ecet. 2$. Non inhumaná
feverirate ubíq; utatur s Nox fii fe. led fecundum conditionem hominum fe
guber- . veru; net; nonnumquam eratis curet, vel ob eratitu- dinis memoriam,
vel pre(entem exiftimatione, né avaridü » notam incurrat ; Quod fi occafig
exclexercende liberalitatis fefe obtulerit, vel pere- erino, vel eeeno omnino
füccurrat: Si enim ad- fuerit benignitas, aderitetiam artificio cóm pa- ratus
artiamor. Adeó ut quidam eeri, etiam fi fentiant morbum fuum calamitofum éffe,
ta- men propter Medici benignitatem, fibi perfua- deant, fe ad fanitatemredire
poffe. Hipp.sz Preceprtozibus . Prolaborantiumvariá naturá, et condi- tione, in
congrefTibus, et fermonibus conferen- disorationeminftituat ; et materiam fibi
deli- gat : alio enim modo cum viro philofopho eft differendum,&
aliocumaulico;diverfa eft ratio alloquendi puellam vireinem, et matro- nam
gravem : cum bibacealiquid de vino loquetur, de frieide, et limpidz aqua
deliciis cum abftemio ;. et fic in fineulis., In fermori bus varius pro agreráá
VATRCÍATE o PEDI b MEDIOLANENSIS, Animaduerfionum, et Cautionum Me- -. dicarum,
Continens eas, Quein vetlavitlus ratione » potiffggum. 1n acutis occurrunt.
Vstlus 1n acatis te- 20H55 CHI» c Vamvis acuta febre. laboranti- E busvictus
tenuis conveniat, pro Xarietgte acutiel immutandus, ; E] Gut materie
coricoquenda na- ; turamæis poffit vacare, atque morbo et fymptomatibus
conflictata, cibo etiam et craffiori, et plurioppreffa, non fuc- cumbat.
Virtute tamen debili per fe1pfam exi- ftente, et ncn vimorbi, aut forma vià üs
per unum graduri aut faltem quantitas erit augé- da.Si veró vi morbi debilis
reddatur, ut aliquo Vidus'vtr- ule o fe dei b; d^ 4i-- ge duse: foi Y723* ; ff
vt bow folà modo quantiras.augeri poteft; Itánumquai quátitate . forma viclás
crit immutanda. In virium imbecillitate, alia fit ratio vi1- éüsin qua
intitate, fi 1 per refolutionem fiat et alia.fi 1 per acefava tic nem : in
hacenr np árüm, et raró;inillà parüm,& fepé cibus offeredus eft. ji V ictüs
forma, et quantitas, licecab Hip- pocrate et Medicis prafcribatur definita; pro
conditione morbi mpg cautio tamen ma- xima adh iben da eft, pectu naturalis
tempe- ramenti, cüm alios « di inedi. im minüsidoneos M idea imus, alios
Jejunio ne tantillum quidem debilitart: : Quareaugendam 1n illis quantita- em
dicimus; quin et formzx eradumaliquando immu tandum, ut in calidis, et calidis
et ficcis obfervamus;, in quibus nifiid fiat, et acuüntur ce bres, adgratirti
humores, et exliau- untur fpiritus ; unde in animi deliquia,fynconi et
maraífmum denique terminantur cori. 4. Cautio etiam adhibenda eftin victu
infii- ti iendo, qualis fit corporis habitudo, an mollis, laxa;poris pervia; an
folidior, torcfa;& durior: - : I 'U:rYidufo YAYO » [4 per aggrauatie (EP;
J/! be tal rcf p»? (0x e p? TY HZ, C 45€ € 6 Z4 7713 Viéiusiun- JTHARAMS
rattome 16é- peramone tora it i E Vicdlus ime mutandus rattonc ba- in i]l|à
enim quantitas erit cibiaugenda, inhac £was co;- potius minu crida L poris. $.
Habenda etiam maximé eft ratio ventri- V/«s imculi : $1 enim veegetus fit
calore, et multo fenfu przditus;aliquanto plus HH: erit concedendum: fiad
coctionem iners; et calore deftitutus ; füb- uahendum de qi lantitate erit. 6.
Viris, quàm mulieribus;iracundis, et ro- buftis, quàm poni animi ho
muncionibus;pl Us femper eft concedendum. 7. In&tatbus ; ut pueris; et
adolefcentibus plura mut TT Yattone diftofitionis ventrictlt e PS do ( ;bi.
quan IHto$ 2114 da vefteéin f Xs . M Ó / Puæris Co gm tesa e RE :£z.
adolefcensi plura funt concedenda,tum ob difflaüonem ni] gri &us pluse -
miam;Scob caloris robur, et ob teneram, mol-'1::: bicateden- lémque fübffantiz
compagem, tum quód per-.] i dum quà cnni quodamcorporis motu agitati, facile
ex-- eii fenibus-. hauriuntut:ita fenibus liberius etiam jejunium) i52 poteft
imperari. Cave tamer, ne inter fenes de- (ou: Decrepitis : áo abs e pe" i
Ai : parum, c. CEepltos collocaveris ; hrenim;cum virium ime jr fp. becillitate
tententur; ac fpirituum paucitate;utr| ui pauco: cibo fünt reficiendi, ne
paucus calor ài yiii multo füffocetur ; ita fepé cibandi, ne coníu--| iii
mantur.r. Z4pbor.14- griff ra. |. 9« Inquantitateveró, qualitate; numero ex-4
oi tiopyo va- hibitiorum,ac forma victüs, et confuüetudini 5 1 vietate con et
regioni multum tribuendum cenfebat Dicta-4 («« fuetudinis, tor nofter 1.4pbor.
17.quia quorum ventriculuss| cj €» regionis (emel, aut bis humefcere intumefcere,
et con-J c; eit mutan- coquere con(üevit, fr defraudetur ; muratà con-4 ;j; di.
füetudine,temperamentum;habitum;, et actio-4 nem immutat . Et fi mufta et
ingerere, et con-4 i. coquere folito aut potionem fimplicem;aut for-4 ».;
bitiunculam exhibeas, in marcorentcitó indu-4 Ces, ac vires vitales quàm primüm
deftrues . 9. Cavendum etiam in
quantitate cibr prz-4. fcribendà in febribus, nefemper, et omnibus$),.,
gonceden-- » jade d n "T. Dun 4i;, fed r4. ARI temporibus eandem
definiamus,cum hye-4;. vius; 4ifta 86)& vere, quód ventres tunc naturali
calore. fe minus, làaximé abundent, vnica exhibitione plus fii! ftd fapius .
exhibend um :' hoc enim eff; quod docebatur alli s. Hippocrate, 1. Zfphbor. 15.
Æftateautem, S, autumno, cüm calor langueat, minor quantita:4? fingulis vicibus
erit concedenda ; fed fzepius re«4? p Hyeme pi? TA Mur 3 petenda, ut calor,
qui.diffolvitur, poffit inftau- rari : quódnfinuavit 1. Z4phbor. 18. IO. Cautio
tamenfit, ut zftate, fi partitas "A cfilate exhibitiones, et quantitatem
totam, autnius 44modo dici ;aut integri quatridui metirus eris major PI eonce-
fit quantitas, minar atizem hyeme: nam hyeme 4*24»m i» minor adeftneceffitas
quód tunc minüs refo]- partitis vicibus conceffo,& imbecillirati caloris
fatisfaciemus, minus fineulà vice exhibentes ; et miim refotutioni, fzepiirs
Gibiuexhibentes: quod Galenus infinuavit 1.4e rat. wit az acut. 44.
ubrenumerans, quzad:cibi in zeris fiibera- €tonem faciunt,unumid.effe inter
aliascribit, quód hycme quis laboret;minus.enim tunccibi erit offerendum :
recenfens autem quz ad cibi adjectionem faciunt, unum effe dixit, fi atate
laboret, quod Avic. 1.4.7 a£. 2.cap.8. de ciba- tione febricitantium in
generali æens confir- mavit. 11. Obfervandum autem, predicta non per- petuam
habereveritatem, neque ratione cor- porum, neque ratione temporum anni : vatur
corpus; etate autem coplofiori cibo, fed men "M^ * V7T^ ^V dt $ d o Hyeme
uandomi aliqua. 54; puryig enim dantur corpora, quorum natuiraliscalor dug.
adeo eft imbecillis;ut à frieiditate hyemis faci- lé cvincatur, calore veró
zftatis quafi fcveatur: alia etiam, five occultà quàdam, et nobis inco- gnità
proprietate, in aliquibus dictorum tem- porum annt; in robcre virium, aut
imbecillita- te; proportione non refpondent difpofitionibus £X ann] temporibus
profluentibus; aliquos enim í rci n Victus: for- a 12 4€H is variarda pro
vavietate véeft, nc tinuà.; vftate robuftiores reddi » quàm Ca lioe fortlotes
autumno, quàm vere. In his is ratione victüs inftituendà refpectu quantitatis,
1d; quod proximé dictum n erit fervan düm; tum in quantitate con- tà. Echyeme
pauciora, fed fiepiüs ;eftate plura;fed rariàs erunt conceden- «la ; et anni
tempora, fi fi naturalem non fervave- rint naturam, victum inftituendum
oftendent cujus naturam induerüt. enim Récid hvet Inc pro ratione tem poris;
tum in difcre potiffimu m 12. Forma etiam vids pro-regionum va rietate, et
locorum confuetu dine; aliquo modo eftimmutanda, et quidem càdem ferv atà
propor done per oradus rati inetempol 1 le laud andi IS. ÁÀ ver. 7 s,utip
quantitate variandà um obfervan dum dixin « Colieét.cap. 10. cim .Vnin
fuà.regiope. ;nemp ein Hifpaniz parte cali- dior, |, tenuilmam ditam effe aut
cremoremip hord a€1 l« s àl aut: dux mmum melice 3 X és fórma folà im] it angu
autincifu m; aut friatum ex: ; cüniantiquis, et Galeno potiffi- omnimoda
quatriduana ine dia ; fictamen, ut vi--Jiz : eradum unum i1mmute--Jffi rautem
ied fiat non à eradu ad era 1 dum, fed à.tenüi ad medium; &.aliavando eti
ip» ut pid aim n pof 280.48 ad E lenuü In, Qua fi Pea cpLEIdJJMDUS Dac VICI
jo^te Péceaph,quod in mu duis I Hp Hi " * Y e k AJpTpX CI ILE R4 iliz
nobilif-, et Gallos eEa dà veró s ium; etiam legendus eft pul]-J Ccher x ha
eatur ratio, WEINE Copfi chetrimusejus liber-De zere.. aquis, G' locis, qui
luftratus. 13. Ex vite inflituto, ex arte etiam, quam. exercent, defumenda erit
à Medic et formas quandoque victüs; et quantitas,càque utraque mutanda, prout
magis, minüfve et laborib folidiores partes colliquantur, et huimcres, fj
finifve exhauriuntur. r4« In quantitate ettam fu [us benda À ante- actz vitz
rationem habere ;nonTj 'arvi Y0noJr.enpt ti eft : fi enim laute altus fit, fi
plura ingeffefit) anres :: btrahenda erit quantitas : fi veró jejenaverit, et
pauca,c: aquec nCO ctu facillima afivimg pfit pr aliquod temporis intervallum
quantitas érit augenda, aut forma erad us. 1 $. Cuin à morbi lc ineitudipe, aut
brevitate diftantiaque flatus nx rb limaxime ác IDattr a EN rma victis, et alic
uie parte qu ántitas,tüt miris 1 d quam cinis victus rátio ; CUN TRC fultum
Medias, et Paris cenfemus, quod àb Avac. conftitutum eft: Cum jenoras egritudm
di » fubtilia recen. id enim in morbisà materi pendcnüibus cmnino intelligendum
eft: Bie eniti) lo tempcris in- tervallo materia ncn auccturinec virtus-diflra-
hiturà proprio furgendo murere agendi in. materiam: interim enim fuis fc fio
eple miciBus, et materia faciens morbum. facilét ficnect. 16. Vtveriffimum eft
Medicórüillvd pra- Céptum ; et commune tani ditturpis mcrbis . Bo95d- |! eiiam
luculentis Comm entariJs à nobis eft il- dab. vs y 9, €L ; is,9ui $e ali-, utm
banda e $ p Aser - EX! SÉ, ! e ien Acuttstn fóribus te nutus ciba dum quá 1
elus acutis Tenutfs. vi dla medz sn flatu se frg. Abb. 8S. veriffi-- 9 de ffa1u
benes f»mptoma- ?4. quàm acutis ; JI flatuytenuiori vicluutendum e[- .| v. e,
quam in principio; quoniam tamen fx penume- ro evenit;ob ingluviem in aliquibus
civitatibus; ventriculos primis ftatim diebus, qui principio || debétur, crudis
humoribus effe refertos,in lifde: etiam tenuiori victu, quàm per principium
li--| ;... ceret, uti, et aliquando etiàm tenuiori, quàm ini| ftatu, cüm et
inedia aliquando omnimoda con--| veniat, oportere cenfendum eft. Celfus /rb.
2..| cap. 16.dicebat: Jzgiria morborum primum [amem.»,| fitimque de[iderant .
17. Laudanda illorum eft. diftinctio, inte-1 : nui,aut craffo victu inftituédo
1n acutis, et d1u-! turnis morbis ; quód in febribus acutis tenuior) efTc
debet, datà càdem brevitate, quàm in aliiss] acutis morbis ; quodin illis magis
coctioni 1a-4 cumbendum fit; quàm virtuti;ac majora fubfinttj fymptomata : in
diuturnis autem. febribus mi-j fius tenuiter alenduni eft ; quàm in aliis
diutur--j nis morbis, quodin illismajor;quàm in his fiatt virium exfolutio, et
proptereà etiam magis im febribus virtuti eft profpjciendum.. m 13. Cüm
Hippocraus aphoriftice fententia]? quàm máximé univerfales etfe foleant; ea
itidé;J que lib.r. propofita eft numero 8. quà afferitur:j Cum morbus in [uo
vicore con[Iteyit., teutlfimon ^ vitlu utendum e[l. ut univerfalis
fityomnibüfqued, morbis conveniat;de ftatu intelligenda erit,quiil| " ex
magnitudine fvmpromatü fumitur : fic enim) tam vera erit.1n morbis non
fervantibus mate--«! riamad unam criucam expulfionem, quàm in, ícr- L4
fervantibus, fecüs quàm communiter Medici crediderint ; qui Aphorifmum illum
folüm ve- tum effe ce .nfüer int in morbis fervantibus ma- teriamad unam
criticam expulfionem, de ftatu. ^ arbitrantes Hippocratem loqui, quià coctione
céisndnit P fu mitur : in quc D bfervàrunt, Hippocratem Et. de vitiu acuit. 22.
1n morbo non fervante mate- riam ad unam criticam expulfi ionem,ut in plev-
ride, 1n ftatu sn ies coctionem plenius nu- ciendum ftatuiffe. Quod fi ftatum
penes ma- anitudinem fymp tomatum eti umin iis morbis fumamus, utin plevritide,
etiam tenuiffimo v1 tu utitur eogezs lib.tex.a21. Cümos amarefcit, et ficcus
morbus eft, tenuius ericalendum; tunc enim,.etiamfi fit principium, aut
augmentum. penes coctionem,in flatu tamen penes fympto- mata confütutus efti
morbus. Quamvis veriffima Hippocra tis fenten- A bu "x Tenuisi- tia I.
Zfp5or. 7. tenuiffimá. dira. utendum effe, 1530 "viélta ]t ubi morbus per
purse cít,ó TU EE soul bores; cxim end tamen ab his omnino erunt donsdas 458
fcbres peftilentes, in qi ET quamvis fummo raris, pe- fint fymptomata, et
ciaflime ad ftatum perve- gilestes ta niatur, quód vires in cis flatim quafi
collaba- se» feres Ícunt, lautiüs et uberiüs eft nutriendum, ipfo fut excie-
etiam v190ris tempore ; ut abundé demon(ftra- 2:c74«. vimus in noftro] ibro 4e
Peffe. t4 20. Ad formam victüsinfüituendam, puta, "(257 an Ver coena
tenul,anmediocri,anomni- "^ 'TST da li nedi ?1 ;al (o k )po yu all fo
rbition! bi IS,an c 64 £ercu lis, pU La ; UC Xtà pt lan à, pane coricifo, aut
LA COR - Ü * den ^. 4634€44, C" po 4 770A" contritoex jure;quamvis
virtus primum locum fibi vendicet; Galeno refte, 9. AMeth.smed.cap.11« (P 13.
1. de.vat. vitl. 1n cut. 44. quod cüm. morbus fui ablationem folum
indicet,virtus verofui cuftodiam ; hac potiífimüm victüs formam oftendet, morbi
ramen difpofitio etiam ad hoc concurrit: nam ZApbor.7.dicebat,//b: smorbus
peracutus eft, C fLatim extremos habet labores,extreme tem[[imo vitlu utendum
e|! . pex labores, acceffiones ; et fymptomata intelligens, que morbi
difpofitionem conftituunt, ut et colligi poteft ex 24phor. feq. C" 1.
acut. 42. 43« 44- (2. esic- dut, 36. ubi ad formam victüsinveftigandam.», bud
qu^ xewndicit neceffariam effe cognitionem et roboris E virium,&
difpofitionis morbi; et 3. acut. 61. Et jure quidem merito: quis enimncefciat,
ex lon- cis, gravibüfque acceffionibus, gra ibüfque íymptomatis formam victüs
tenuiorem indica- ti, nenatura tuncin refiftendo caufz morbificze, et
(ymptomatibus detenta, ad concoquendum cibum diftrahatur ? Verüm nec virtus
fola fufti- cit, neque illi conjuncta morbi difpofitio, nifi iis diftantie
ftatüs pracognidonem adjunga- mus; nam,etfi ex conftitutione morbi, et viadü
robore folam potionem in prfenti convenien- tem effe cognoverimus;perfedlé
ramen hocífci- renon licebit, citra ftatüs przecognitionem, an ciboillo in
pofterum fufficere valeat ; Citra vir- rutisincommodum .: Obid Hippocrates,
poft- quàm morborum difpofitionem recenfuiffet,. fi fubintnlit : Coz];cere
atttem oportet » &gvotamtem, fi feficiet, ANIM A4DFERS. LIB. II. i9 fi [fficiat, cum vitlu perdurare,
doge snorbus con- f ftat . Fi tcb 1d. Hippocrates in cc onfidcratione virtutis,
ftotüsn.eminit. A morbi igitur difpO« sev» "Ad fincne victüs fcrmam ei
iemus ; deindea Oro- ew. tantis virtutem infpiciemus ; deinde ftatüs di» antiam
conjlciemus ; demümzaftimabimus; an eo victu, qvem mcrbi conftitutio indicat;
virtus zgrctantis ad ftatum, citramagnum vi rium incommodt :, durare queat; in
quá fen- rentiam veniffc G: ehum videmus r. "hor. 12. 21. Cümin vi&
üsinflitutioneillud maximé fita pud et antique esp atrcs noftros, et recentio-
tes contr: verfum, cum d ces admodum ne- presaléte S ectio et fermo vic iis ;
et qvantitas determina- dicatióne ta prafcribi r« f: t; ad quam partem przftet
de- 555, Errores 45 tenunatiu, clinare, vt minüs Izxdamus, an ad: iumpliorem,
fas. ders. in ad tenuicrem ; cb locos Hippocratis co ntfO- riores, f im Verícs,
1. 7 por. C07 2.derar.vict4z acut. acfecia. al:0s .1n ۈ cif cultate has
adhibeat cau e nes Medicvs, Cümà virtute primó illa dicatur infütvi, et per fe,
; peradjectionem ; fecunda fio, ! peraccidens à morbo, per fü btrad 1onem., fi
Medico 1n victüs ratione inftituendà, tum i fcrmá,tum in quantitate, viribus
non ma validis, nec morbo multin n co intrà Indicante, contineataliqvantifpera
recta victüsratione» defiectere Paucis Ito eft, pauló pleni r vt) victu, et ad
latus ( ut ajunt) plenioris accedete, quàm ad t:nvicrem, prevalente indicaticne
s virtitis . quàm rc A lav ctiam exemp lo cc nfir- iEaVIt Gal.1.4cnt.a2 .Quc
madmodum écontfà, Preoalegte Bv a consoc LED. SEPT.4ALII M EDIOL. anorbe funt
contraindicatione morbi fübtrahendi przva- deteriores lente, et viribus
validis, ceteris enam morbum fei exctffd- adjuvantibus, preftabitomnino ad
tenuioremi deflectere, acfi quando errando à recto illotra- mire recedat, minüs
peccabit, fiad latus tenuio risaccedet; fic enim ratio dictat, prevalente;có quód
fübtrahendum effe indicat;morbo, quod ibidem Galenus affirmavit. Ires ino 22.
Obfervandumautem fi pat fit indicatio forma vi-- à virtute, « contraindicatioà
morbo, in victüs dius pari i- formà inftituendà equale omnino effe pecca1 5c
545a gutant, qua fortiora [untynocerent s qua debiltora, prode[Jent.facilis
[ant ves erat : Multum emm de fecuro detrahere oportebat, ut ad d ebiliffimum
de- duceretur . INunc autem uon minus delutum, nec oninus ladit hominem; ft
pauciora, defectuaftora, euàm [atis eft, affumantur : fames emm magnam
potentiam in naturam bhomims babet Ci famandisce dlbilitaudi, € occidendi :
multaautema etiam alia wala diver[aquimedlen ab ii:,qua ox veplettone fanty
"mom quit : $; quidem igitur [inapliciter, velut. aliqui ANIM.ADVERS. LIB.
II. 2n gan minus autem gravia, inanirionis [unt 5 quamee obremmulto variegatior
eff, et majorem diligen- tiam requirit s oportet enipa modum aliquem cone
qePlare . Modum autem, neque pondus, ueque ne Ier aliquem; ad quem
referas,cogno[ces ; Cer- titudinem enim exattam non veperies aliam, quati
corporis fe fenfim... Quayropter valde operofum eff, za exatte condi[cer e, ut
parum 1n alterutram pay- tem del ling "AS $ quamquam ego eam eum AM edi-
cum vehementer laudarem, qui parum delinquat ; Certitudinem enim exatiam varo
viderc contineit. Mox comparat malos Medicos malis na- ARA vium eubernatoribus
; qui dum tranquillum. Je na mare, etiam fi aberrent;ncn fiunt mani» 7^9 . eft
eorum errores : atv bi tc mp inoru erit; »iHa eorum det tceit vriencrantia :
Ita et Me- dicorum errcres, dum falvbres my db OS CUFahts etiam 1fi n hirixime
celinavant, ncn fiunt manifefti :atubio raves m« rbifefei1llis cfferunt curan-
di,tunc manifefte d leprel enduntvr. Moxexem- plo (Litieiim docet, non mincra
1nccmmoda,s provenireà repletione, quàmab inanitione ; et loquitur non de
quantitate, - de formà vie étüs, ut patet ex pr imis, cum dk 151 que fortto- ya
[unt, "0cezt . quod ad fü nct ciborum pertinere conftat. 23. At veró
paribus, et ex virtute. et ex mor- bo vigentibusindica tionibus, fi quisin
metlen- ^ "m $ Z Krrores i5 JENNSMAM e dà quantitate à rectà ratione
recefferit, 1ita ut fip les plusin quantitate, quàm o pot teát, exhibest,
4445" quá aut et *a debità meníurza à aliquid ca letraha p^ P uta, (1 e
foy? P3 fex PT) LVD. SEPT ALII MEDIOL. fex uncias fucci ptiffanz exhibere
debeat, et aue . octo,aut quatucr prebeat,maj us commtttet er- ratum, fi octo
concedat, quàm fi quatuor folas propinet: hoc enim eft;quod Hipp.zex. 57 lb.
2.4CHf. docebat: adjecticni autem cibcrü multó minüs attendendum. Et rationem
reddit,jnam quod plus eft;noxas affert inemendabil 65; quod veró minus, facilé
emendatur, nempe fi virtus labafcere videatur, cibi exiguum poffum: is mi-
niftrare; verüm fi in ventré cibus fit abforptus ; quod füperfluit ; fialiàs,
multó magis in acutis morbis, tollere eft difficile. Vbi et Hip pecra- tis, et Galeni
verba non de formà victüs, "s d de quantitate effe, manifeftum eft. M [cüm
veró id refert, quot niam viciüs f rme«&eradu, et fpecie diverfz
funt;cognofcique,& e iei, difcer- nique Medico, in Hippocraus, et Galeni
ope- ribus excrcitato poteri ^ SIQve in ea errores committantt: ir, neceffe
eft, freciem mutare» ; sícque mæ2na erit muta ee etiamfi per upum folum eradu
m,aut fpeciem tranfieris,ut à meli- crato ad inediam,vel fic um pütfanz ; unde
et parerrorcommittitur. Átin quantitate;cum» eonjecturà folà uti poffimus, an
macis, an mi- nus fit exhibendum, non eft rar ra tio; ; quia ; fil tantam
quantitatem exhibe eris primá cibatio- lt « nc, ut commode conficere poffit;
nullo morbi autin veh emen tià, aut In acceffionibus facto:| augmento,& eam
quantitatem facile ferat, Vi- dcatürq; majorem etizm quantitatem citra in-
commodum ferre poffe ; quia inde conjicis, te: minus, quàm oportet, exbibuiffe,
in fequena oblatione parüm adjicies, ita ; quod minus eft, facilé emendatur ;
quód fi plus exhiberemus ; quàm zerotantis natura ferre poffet, noxasma
emendare ita facile non effet : Nam hunc erro- rem hec fequuntur
incommoda,gravitas hypo- chondriorum, frequentia anhelitus, febriles in-
cenfiones, fitis, capitis dolores, et hujufmodi, quz omnia difficile tolli
poffunt; nam repletio- nem hanc dedi camento o tollere non 1 licet, eum. nem.
In formà veró fecüs ied; nam fi à debiri forma,vel fup rà, vel 1nfrà ctiam, per
unum eræ dum tantum deflexeris, egrum præcipitem. æes in mortem, ut longa
oratione docuerunt Wppdersteo! et Galenus 1. ACHT. 30.40. (P 44 Co" 2.
ACHf. 19. e ?* 49. Locus veró ^ "Apbor. $. qui » determinationi € directo
adverfari videtur, ull odi reptienat ; neque enim loquitur de tenulori
victu,quàm par fit, fed de erroribus,& Izefronibus 1n tenui victis ratione
evenientibus, dicens, efle majores læfiones, quz accidunt ex rroribus in tenui
victu accidétib js, quàm qua 5 x erroribus commiffisin pauló pleniori. Vel m
dici poteft, inillo $. Aphorifmoloqui de totà victis rationis formà in toto
morbo, quse multó periculofior eft, quia errores commifli maois lædüt:at
2.4€41.237.loquitur de unicá;aut alterà cibi exhibitione in quatitate, quz fi
plus fuerit quàm oportet, plüs lzdit,quàm fi minus. D 4 24.4 Ne LVD. SEPT ALII
AfEDIOL. Giuspem 24: Ne quis errorem cenfeat,fi Medicus ali- lb deterier quando
ex pluribus cibis non malis, minus bo- sod) f44- num feligat, et per totum
morbi decurfüum ino vtor conce fam ducat, fi multó magis palato zorotanus v iia
e arrideat five ex confüetu linefiveexnaturàpes |! Fielligédi - culiari, fiveex
appetitu in morbo : Docebat 2d enim Hippocratés id omnino preftandum 2.
"Apbor.58. Sed diligenter attendat,ne luxu, et intemperantià ægri in
Crrores ducantur, quod [itu paffim ab adulantibus Medicis fieri video ; qui ut
principum virorum cule tamquam manci- pia inferviant, abutentes utiliffimà
Hippocra- tis fententil;aut zgrotantes pracipites agunt in mortém,
intemperantiz, et dominandi cujuídabo prorogato libidinis poenas dantes ; aut
mor arumenas fuas omnino 1mplentes ; cüm fciants Hippocratem dixiffe non
abfoluté, fed pauló deteriorem prxftantiori, modo fuavior fit; effe
preferendum. ibit 25. Gratificandum preterea quandoq; cgris ibis grati docebat
Hipp.6. Epid. fett. 4-tex.S. At id aliquid ! amplius eft, unam enim, aut
alteram cibatione:j 24 cdit &gris ce dis Had Col eo eri contra. ÉCLpYCIC 1n
quà deje&toappetitu aut V1 morbt » reglas. aut longitudine ; aut
utobfequentem magis 3 reliquis habeamus; aliquid concedendutrb s4t jj; quod
extra limites inftituti victüs etiam fit po-4 i; (itum, modó modicum fit :
interim plura pol- liceantur, ut importunitatem cohibeant. Adoersstj». 26.
Aliquando tamen eó ufque dejecta eftin omaino vi- €grisappetentia,ut cibi eenus
omne refugiant: Ái aliquan. ac averfentur; quin etiam,ratione fuadete» cun v1m
e Vini fibi ipfis inferant cibos affumentes ; ftaum illos evomunt, et tunc
Medicus deterrima que- que concedere femel aut iterum debet, ut vires
cuftodiat, ne in certiffimam mortem cadant : fepé enim evenit;ut ex malo illo
cibo affum pto expetito natura inftauretur,& morbus omnino quafi
conclamatus fuperetur. 27. Caveantin averíantibus cibum, neali- menta
przparentur ipfis przfentibus ; aut enum major ex diuturnà vifione fübfequetur verfio
; autreculàaliquà minüs illis arridente vis à, in» majorem cadent abominationem
.,8. Cüm Hipp.t.-dphor. 16. tebricigngum victum omnem puer n effe d debere
fcribat cave, ne cerfeas de humido folüm p iotentik ie qui ; quamvis enim et
illud requiratur, humi- dum tamen actu,five liquidum;effe debere ma- nifeíté
intellisit:nam alibi,ut 1.7e D£etz,cibum humidum effe debere, id eft, potentià
imbecil- lum;fits expertem, coctu facilem, et liquidum omnino teftatur, qualem
ibi ptiffanam confti- tuit: humidumveró potentia etiam liquidum cí(e debere,
docet et Cornel. C ii 5. 3. CAp.6. CU EI etiam rei ratione m re ddit Gal. Jib.
de gpr. Seta ad T brafib. 4.càm ait: Quoniam qua conco- quuntur » effumduntur,
ideo C mox diftvibu untur, 49 &grotantes nonvuulto labore in cibis cor
ncanes d /$ indieent. Et ab his praceptum ua[citur, Iquidos ci- bos omnes
f'ebrici qon comvezire . Quod con- firmavit t. acut. 38.69 1. 4d Glauc.
cap.13.de UHTA febr. cont. fine euctie ; ubi cibos omnes fe^ bri. * a) do etia
pep fima conte denda. Cibos 4- vexfant tss ne cibos praparare videant « Vasiius
Le tmidas fe- bricitantie bus ofai- àus Cconvute£e nit acínu e£ "T 2115
talis bricitantium debere effe liquidos teftatür;quiz humida actu, et facilis
in chyli formam redu- cuntur, et ceteris paribus, facilius multó con- coquuntur
: cüm enim ex febrecalor naturalis imbecillior reddatur, ea erunt exhibenda;
que facile conficiuntur. V iderint ieitur, quàm bene victum in febricitantibus
inftituant, qui Pe- P2 AÀ tronam imitantes folidiora concedunt, et non us folum
clixatas carnes exhibent, fed affatas etiá, Y in quibus vix humiditas in
potentiá reperitur. Sed de hoc pofteà. ANS 29. Vtveriffimum eft, in
acceffionibus, id ? agi "s eft, principio, au gmento, et ftatu, abfünendü
d», d de, declinatnionémque in continuis, et potius quando cj 1ntervallum in
incermittentibus commodum banda, tempus effe nutriendi, ut colliei poteft ex 1.
A phor.t1. C? za fige 1. de ratione vill. in acut. ita. declinante febre acutà,
fi viresurgeant;forma., aliquo modo erit mutanda, ut fi ptiffana hor- deacea
fit forma, in fine ftatüs, aut inchoante.; dechnatione;primó potionem
dabimus;ut cre- morem hordei, vel jufculumrefrigerans, vel füllatum carnium cum
aliquá aquá refrige- rante, mox interpofitis tribus, aut quatuor ho- ris, cibum
jam inftitutum concedemus, ut in- nuit Hipp. 1.acur. zz fige. jo30. In Synochis
veró, quz uniformes fint, In $550- . Camdémque à principio morbi ad finem nfaue
AS 242,- fetvant formam, unicàqu e acceílione perficiun 72 cibsg--. tUt ;
quandonam fit eger cibadus, docuit-Gal. dam . Yr. eth. fed. cap. j.nempe quando
xger faciJiüstolerare morbum videtvr, et quando;dum fanitate frueretvr, cibum
fimere confueverat: fiigitur et facilior tolerantia cum folità horà ccincidat,
hac erit eligenda : fin minüs;femper pravalebit facilis tolerantia, quz fi
immanife- fta modó fuerit, à folà confuetudine tunc tem- pus nutriendi erit
defumendum. 31. Quod fi contingar, in intermittentibus om intervallum nullum
effe, et declinante» jorbo novam exfpectari acceffionem, ita üt tantum temporis
à fine ftatüsad novam inva- fionem non intercedat, u t cibus ingeftus coqui
poffit, puta ; (p: LC Jp trim horaru m tantüm» ia ut ne R^ m fit aut 1n fum mmo
v19o renu- E, vel fequenti accefficnioccurrere cibo in- co&o, et repleto
ventricrlo, quod fzpé in pra- xicxercend àoccurrit, quid in eo ca Mh £a |Cjen-
dumerit? Anne fatius erit
vieenteacceffione - cibv m pro pin: I6, 2n potius viecreevitato, fa- tius erit
; Cibo in ventriculo exiftente, febri oc- currere ? Con mp hiter ?b cmnibrs
refponde- trr, deterius effe mu Itó In principio cibum. exhibere, quàm in
ftatu; quód nocumenta, principi! cim aliis temporibus ccemmunican- tur, ncn fc:
artem nocumenta ftatüás. Verümmvltó fecüs Gal. 11. A erb. sued. ult. rem banc M
eerivir ; ubi, cafu p ropofit eodem, confide- randum effeid docet, o uo d mæis
ureet,quod- que ma g1s noCituI 'um judicaverimus, fuoien- dum : dox cétque,
eííe ccnfideranda locumaffe- (tum; affectionem, princi pli et ftatüs naturam,
tum Cibare bre f2af12 fine ffa1?, qu prote tnos ffonem ; c» ouando. (4 / ul
"424 h^. ya. tum et morem morbi . Locus quidem, et affe- éctio;ut fi
ventriculus, vel hepar afficeretur in- flammatione, fi pauló ante acceffionem
cibare- mus,omnino effet perniciofüm : hepate enim affe &o alvi dejectiones
unà cum acceffionibus folentinvadere : ore autem ventriculi vexatos fyncopes
fuperveniunt. Vbi veró abeft in- flammatio, et vires debiles fuerint; ftatu om-
nino evitato, propius principio cibum iie cx pedit, potillimüm fi mos mor bi;
princi pii et ftatüs mori refpondeat ; hic veró confideratur in vigore, et
principio, fiannotaverimus im. fümmo vigore, an citramagnitudinem febr T.
caloris ficeus t. [fu dens, an citra [qualorem nurenss Priorem namque h
bumetlante vitlumade- facere quamprimum oportet : In [ecundo.dum plu- vinum
calovis remittat » e. vfpettare . In principio vero acce [ponis morem
&[imabis, at corporis ex- trema perfrigeret, magna [anguimis revocatto- zen
ad interiora corporis faciat, an omutimo corpus zn premat : quippe [ecuedum
bocscen faciles man- fietumve contesanes y 1m priore diflinguas oportet. Nam [i
ab[que vi[ceris pblegmone, aut [uccorum. vedundantia, motus ad interiora tin
acce[[iontbus pollet» zibil offendes paulo ante cibans ; fin vel phleemone, vel
redundantia [ubfit, cavenda eff ante acce[Jfwnem cibatio, ceu vesss AXIE nóxia
. Cüm tamen multó major fit quantitas morbo- rum,& habitudinum corporis quæ
expofcüt, ut potius in fine ftatíis nutriamus, quàm prope principium nov
acceflionis, mæis laudarem, Cal || eam propofiuonem medicam, quà aflereretur;
urgente hac neceffhitate, praftare e 1n fine ftatüs nutrire, quàm etiam per
duas horas ante prin- cipium, quód major quantitas febrium fit ex genere iride
ex obítructione ob abun- ;] dantiam crafíorum humoru m, et ex interni, vel
externa phleeg: mone; in quibus, Galeno tc- I fte, prai (tat in fi ine fta tüs
nutrire, quam p roximc :| ante principium. EL . Commendandus tamen aliquando
cibus X 1n 1 principlo, et inauemento, et ftatu, et Booxined ante principium,
ubi habitus COrpo- iisaridusadmodum, à tque fc qual lens fuerit; et 9 in febre
admodum ardente ; biliofo humore, rante, atque ad ventriculi os trans- lit
inedia, vigilias |i d^ qp ] ee o6. di 4 M - (* ] "m, c ws bu et ..
ininoadecratasltrititia, c folliatudo, auibus et exiiccatuim elit pius nilniO,
c excaicractutin p - Tp ^ 4^7 Ox "£X Ld "E" "e -. COI1 pus
» ir ILICQtiC CODn9 C111 a3cr« y s EX HII jdaaces A et 1 ME e£ a. dai 141 N t^
i E qu E o inunmores: proquarebpence inte iii£g ence Mii Àet aus cit.
L3a1C€hlis noitcti,I x. IM eti :2CG. eC |» 1»211í0« ve dob: e N- í f. inqgi
1lDuUus caàlibDiis pI. (tabit a nt ein: y: 'nei L : a d "111 ! j &in l
DEYi IC11 LG ASM-Æ Lu an |t Lt Verum cum hoc rarius contingat, in caf pi
/" ! » f1,, Z " Xf». (17 ^ 44A Bm 1 $7175 *4 13^ 47 p 1 *Yy Poe polito,
ub1 à itatu à DI1nci Ji nOV. invalid nlsS nuum temporis Jntercedit, ut
comqiTnock CIDLi n i1w vis 1illiitlooe«.iLA&LALCICCIC 3 Ai! liüs effe n n
atüsnuütrlre, quàm pr ;Galen./z Com. multó plura referant incommo- da, fi quis
in principio cibum offerat ; quàm fi in ftatu. Et hoc eft, quod innuit 1.
Zdphbor. 11. cüm dicit,» acceffiomibus ab[Hinere oportetd eft; et ptoxime ante,
X inchoante invafione . Mugmotà 33. Quoniamautemaut incomplicatione» acc
ejfinis duarum febrium, aut in unà ediamyin qvàtem- minus in- pora adeo extenduntur,
ut anteqv àm fup erve- commod? Sat declinatio, nova acceffio fuperveniat, sic-
ibat que neque intervallum, neque declinatio repe- quá flatus: v rariin quibus
cibum offerre ex ratione pc ffi- mus,1n ambiguo Medicorum animus hzret ; r*
quandonam cibum offerre expediat. Auemen- ti tempus prusotes et minores fecum
invehe- re lzfiones cenferem ; quód nec ea immineant damna, quz fequi docvit
Gal. € 11. AMetb. 1.acut.penult. CÓ" 4.atnt. 39. neque eó ufque ca- lor,
et fymptcmata pervenerint ad fummum, utin vieore. Non negandum, noxas etiam ex
oblato ciboin augmento non parvas excitari 5 atindicatione à virtute
ur2ente,ccm modo teni pore. morbi importunitate füblatà, illud elit cendum
cenfemus, quod mincra fecum inves- prium hiti incommoda . Plorg tres D um CR
acuoatione 34. Cav eant,ne rempus trium horarum cen--|ii eant fufficere à cibi
oblatione ad novam inva-4ii: ad acc:fio fionem, quod pleriqve cenfrerunt,
Galeni au-Juj nem » 20 faf cord durer. 8. AMe: b. 4. lH bi: d f(Terit/fatis
effe, fiia. fities horas aqu inoctiales, quatuorve, inter] balneum,
acceffionffque tempus interpc »natntzj ibalneo enim cibum exhibere folebant ;
cümm alioqui Gal. 11. 2etb.1 s. docuerit; maxime in omni febre coctioni
1ncumbendum efle : quia fi adveniente acceffione, cibu s in eric ) non fit
confectus, ex retractione caloris ad in- terna febris omnino butsiiesü,;
pefimma illas fvmptomata producentur, de quibus Hipp.& Gal.4.4cut.59. Et
Avic. 1. 4. T racf.2. cap. 6. 1tà in febribus cibandum praci pit, ut vacuo ven-
triculo occurrant : hzc veró concociio ne in fanisq juidem trium horarum fpatio
confici po teft, cumin xeris natura ex morbo d« cbilis red- dita feeniter
coctioni vacet. S1 igitur fuerit " forbitio, ut ptiflana, aut contrltus
pan ida tus ex jure,aut idem concifus,aut hujus 5qi isi WT i ., ; 211-3 4 1^
VEN NS I quinque;iox,al tetiam feptem ati onc eden- A [| daxíunt, plus minus,
prorcbcre ventriculi,«& :] A 22-594 I " - p! «conditione Tebris int
num [1$ pecccantlsS . fantiCcriun, aut niicuium aiteératum, tres aGul1 ! EB É
im MN 3 dem hor xquinoctiales fufncient; de qva re "4Q "EM locu us
eit 45» €ID.4. GC XCCCOCCO €nif1n 1 L| raaicum apiiioquitur,non dCIcIDIUCRhC,
aut ferculo, quz non exhibuifle ccpttat cb angu ftiam temporis ad fequentem
acccftionem;füb- dit enim : $7 vero ctrca ve[peram, aut duabus bo- yis cttius
acceffto iervadar um laville mane licea?, tum ciba[[e; ux
evitecillaincommoda,;qua fequi docet Hipp. 4.aczu£. 39. ubi cibis incocts in, *
ventriculo accefito fi ervenerit: Pezter emm; inquic cær, faflidit cibum, 1mtenditur
bypochbonr J^4244912 6Y1477 ; drium, 1atlatur corpus propter saterzam tuyba-
tionem, quens fixamon eft, dolet. ager, lancimaturs -pellicatur, vomere
affeélat, c fi mala evomnuerit, dolet ipo me[- 3$. Excipienda tamen ab hac
tegulà, et ho- c»weaad- Yarum cibandi ante acceffionem, et non ofte- do offre
rendi alimentiautin principio;aut ante princi- eibi er" piumacceífionis,
ea corpora, qux et calidas 162,00 10. et ficca funt temperamento, et habitu
eracilt; jeibus^ quibus fpiritus facilé diffolvuntur, quz ore» ventriculi
admodum fentente, et in quibus acris humor, et mordax ad ventriculum trans
fufus ita egrum infeftat, ut inipfius etiam in- vafionisinitio fvncope indudià,
vcl etiamins fimplicibus tertianis intermittentibus fzpenus4 4A- meró mortem
inducat; in llis enim ante inva- fionem,velin illius principio cibandum cenfuit
Gal.1o. 7Metb.cap.2.3.4.€9 f. CibusgnA- 36. Adhibenda tamen ea eft cautio,
quód;,| do offerédus fi animi deliquia in febrium initio fupervencejn principio
tint, affluente acri humoread ventriculum, &y acceffion,. os iius
mordicante, cibus vel immediaté ante c quand? acceíffionem, velin ipfo
principio erit exhiben-4 pauloante* dus, utadmixta cibo bilis minüs mordicare.
valeat. Si veró ex fpirituum fübtilitate exfolu-4i V tio fequatur in principio
febrium ; nutriendi erüntzeri per duas, tréfve horas cibis hujuf. modi, qui
citó inflaurare poffint fpiritus ; faciww rPa9vatm (couccommutarL, ut funt ova
forbilia, jufcula qux inftaurativa dicuntur ; et fimilia, quibu: 4 adítringents
fi &onnihil addiderimus, ut fucc] era eranatorum, aurantiorum, aut fimiliu
m,opti- me illis confultum fore exiftimamus. ;7. Inacidis tamen iis in ufum du
cendis ;il- 4ciderZ s lud maximé cavendum exiftimo, ne nimio plus fs iz febr:
limonum fuccus, aut acidorum aurantioruma 45 acatis addátur, quod paflim etiam
à doctiffimis viris stilis fed fieri video; qui in acutis, et malignis
febribus, shOÆTAT- in omnibus ferculis, et jufculis fucci limonum Enn quàm
plurimum adjungunt, non animadver- voii tentes, tantá illi ineffe acerbitatem,
ut, fi modü excedat, aut coctione non temp eretur, quod in fvrupo de limonibus,
et de fucco citri fit, aut facchari mixtione non moderetur, obftructio- nes in
venis pariat inemendabiles, ideó mode- atéillo utendum ; in quà menfura fi in ufum.
veniat,refrieerabit, et incidet;altiüfque medi- catas potiones exferere faciet.
Aurantiorum., fuccus aliquanto minorem habet aufteritatem; c proptereài non
tantà liquoris miftione in- fier 38. Vidum omnem aut craffum, aut tenué, aut
tenuiffimum antiquos conftituiffe, docuit Hipp. lib.de prifca Medicina, nempe
cünrcraf-|. etu (à comedimus,cim forbemus, et cüm bibimus: nw Quarttim Galenus
victüs genus addidit, om- ^ e nimodam cibi, et potüs abftinentiam, 4- Com. ui
vecipi? I oleum ent [mum 2 ppellavit; 2u5, c qui quód fi quz forbentur;bifariam
partiamur,n£-. exclades- e in tenuem, et craffam forbitionem, omnes 45. victüs
habebimus ditfere ntias.Verim quatuor fünt, quz acute febricitantibus
conveniunt : E Craffa Vicdlus tt- nauis (n 4-- s di à "e b y ma e ACERO,
REDE 1 forbitio,de quà r. cut. 26. eftinteera ptiffana; alica,panis lotus, five
contritus, five conciíüs ; et conta carnium. Tenuis forbitio eft, ut tiffana
colata, aut fercula eàdem tenuiora. . buen funt autoxymel antiquo more para-
tum, mulfa, ftillatitius liquor ex carne, jufcula cujuifquegeneris. Aquz veró
frieide potus, ju aut omnimoda abflinentia, fümmé illum te-.i nuffimum victum
confütuunt. Quz omnes |i victüs rationes, ultimá exceptà, vires augent, atque
inftaurant, quamvis aliquando imbecil- las vires reddere dici foleant, habito
refpectu ad corpora fanorum,qui fi illis victibus uteren- tur; ad marcorem
ducerentur . Noftris tamen vidus ext e-temporibus victus i1leextremé
tenuiffimus, et me tenuit - quatriduana 1lla 1nedia,aut ob confictudinem, we
nee autobregionem, exterminari omnino debet ; $ ww. Utpote periculi omnino
plena, ex quà et mors E: zensinducitur, et Medicis infamiz nota inu- ritur, fed
loco illius potiones induci debent, fyrupus acetofüus, vel de ficco citri, cum
ftilla- ütio àliquo liquore, aut jufcu]a alterara, vel cremor hordei . Viclus
39.. Cavendum tamen, netranfitvs fiat ad eraffns i victumillum, qui extra
limites victüs febrici- 4CHII5 "^ tantium continetur, ne fcilicet que
comedun- hi tine». ear, sáintquefolidiora, non liquida, concedan- 1 »! OS P eur
gr panis, carnes, et quod deterius eft, ho- Orb ded [7- viri fruétus, quod
paffim extra hanc provin- t CUT gam fierividimus. Herdesm40. Cüm nihil fit,
quod inzerotantibuscibandis,; et apud anuquos ;.& apud recentio Ies, antiquo
more febricitantibus maximé recte yi- Ccumaünsftituentes, magis inu fu m
ducaturipsà putt. lana ho rdeaceà, o pame confultun |. Medicis in hisameis
Cautionibus pradicis cenfii ; fi ali- gna OC loco mterp ofüero de rectà
conficiendg puffanz ratione, de qna etiam Gal. 1. de al. facul.cap.9.ab dep
nf[anascapA. O mde Colicit. I. 11. et Dàul. /zb. 1. cap. 78. podffimüim cum
adeo varlare jn cà fcriptores dang 10s videam ; recentiorum autem aliquos.
doctiffimos etiam longé aberrare.In cà igitu1 Lprma fit in clectio- ne hordei
cautio, qt ód cüm Bardqum fit du- plex, alterum quod fpopte nudu n nafcitur, 1.
dc M æne cap. 13.2" lib. EC RN: yicin, cap.6. quod in Cappadccià naía
fcribit ; ut ali- cubi euam apud nos Infi; bres ; alterum vefti- tum, quod mæis
commune eft ; ; poftremum hoc eligi debet, deglubitum ta men, et à corti- ce
exutum; quamvis enim ulti primo illo po- tius utendum cenfeant, €à forté ducti
ratione, quod cüm Galenus arte corticem adimat;fatiüs videatur fponte tali nato
uti ; fed non bono arpro ptiffaAna quale eligend& » Hordeum «lind fine
cortice eraffo na- feitir, a- lttd veffs UG. eumento: ro ieenim illu dicium
noverltl.4e alim. facul. 13.e0 tamen non vtitur ; quin fpecie ab alio differre
afferit, f;rtéque etiam faculta- te : Vnde Herodctus. Galenoontüquior apud
Oribafium r1. Col/e£. dicebat ; illud plurimum Ruttre ; multum fuccum. habere,
et proxime 1tritici naturam accedere ; quibus rationibus minimé in acutis
convenit : quz enim nimis E 4 multum inultum nutriunt, queve craffum, et
eglutino- firm füccum generant, ut triticum;inaácutisfe. bribus minimé
convenire poffunt. 1. dealipzfaa |i cult.cap.4. 4I. Sed quáarte preparandum
fit; ut cum ^ fru&u, fine damno in ufum duc poffi t; noh5 levem requirit
diligentiam, multáque cautio- ne indiget. Farinàaliqui utunturaquz,;aut ju- ri
mifcentes, et pultem efformantes ; quam. tamquam flatulentam, et excrementa
multa producentem omnino rejicit Gal. /jb. de atre- emuante vitfus vationescap.
6. Cf 1. de raf. vid. is acut.cap. 18.Freffo alii, et fracto utuntur ; at re-
felluntur 11 ab eodem Gal. /zb. 1. de al TCI. cap. 9. ^ lib. de attezuante
vithucap.6. 9 1. de 2 VAI. Vitl. 12 acutis, cap. 18. quód tormina faciat hy
pochondria diftendat, non levis fit ; non Tu- brica, quód denique craffos
fuccos producat . Leviter torrefaciunt alri, ut faciliüs exter nà tu- nicà
fpoliati poffit, et flatus exuere: At fic ptif- íanam minüs humectantem
reddunt, iminüfveuu aptat alvum folvere; collieitur id ex Herodo- to, referente
Galeno; 1. de alim. facult.cap.13.. fi pritenam ex ze torrefactà alvum
cohibere,af- di ferente : Vnde Oribafius, 4. Collet]. cap. 7. ex. Dievche,
hordevumin polentà rorrefa&um al- vum cohibere atfferit5 quod confirmavit
Gal. ) 1.de alizz.9. qninimó cap.2 2. ejufdlen : frixa em- t n4 flatum quidem
deponunt, fed di "fficile coquum- iln uv, Co adftringunt, craffun yque
fuccurm, cenerant. quód obfervans Trallianus /&. 8. cap. 8. voluit in
HKordeum quomodo jaradum fro puffana. in dyfenterià hordeum torreri,ne fi fine
frixio- piam ne uteremur, alvum fübduceret ; non cohibee etum. ret. Braffavolus hordeum aqvà fz
piüs mace- rat, mox ficcat;& in mortario ligneo illud Con- rundens
decórticat. Atfi pro primo cortice» expurgando id facit, non eft, quód aquàail
Illud prius maceret ; fi pro fecunda briliori, malé facit, cüm coctione fol ^
eximatutr. Galenus igi- vto vn ai cur capit hordeum Integrum» levi manu contu-
fum, et hoc modo decorticatum, atque mox panno afpcro pe erfricatum, ut
reliquum corti- ^ cis fi quid reliquum eft ; anod verifimile eft ; air levem
ictum, to lli poffi t. . Cautio autem 1n quantitate hordei ad zmerdei Pee m,
&aquz ad etin m In pl ra paratione quantita püffanz, maxima eft adhibenda ;
cüm variafit ad. aqua de his apud grauiffimos euam fcriptores fen- pre ptis
tentia, aliis pro fingulà hordei heminà decem. ^4paran" aqua adn ut
Dievches apud Ori- bafium, 4. Collect. 7. cenfuit, quam me fecutus eft
Conftantinus Cafar,lib.de Re ruf. 9 Antvllus veró, eodem Oribafio teferente» ;
4. Colle&£l. 11. pro fingulà hordei heminà quin- decim aquz adhibet;quam
fententiam fecutus e(t Paulus, /ib.1.c2p.73. Braffavolus autem r.de rat vill.
in acutis 18. pro fingula hordei heminá trieinta, et triginta quinque aqua
mifcebat . Galenus
autem 1. de aliz. facult.9. € 10. c Lb. de Priffana; nullius quantitatis aqua»
aut ejufd& proportio nis ad hordeum meminit. Neque yero id prater rationem,
fed jure merito,quód G4 obfer4uanésíÍnu/ ex obfervatfet hordeum pro varietate
foli aliud - facilius coqui, aliud difficiliàs,et docebat ípfez iet /ib. de
cibis bomiCP mmals [nci, cap. $. tum etiánt pro varietate nature illins erani ;
ut paf- fimi1n ciceribus excoquendisobfervamis; Sed et aqua non levis habenda
eít ratio, cüm aliam grana, et Cerealia omnia facillimé conficere »
obfervaverimus ; aliam difficillimé, ut docui- mus 72 Com. 17 lib. de ære,
aquis i loc. EH ipp: Sitamen ejus eeheris affüumamus, quod intu- [ Ra .ICcat,
et coquatur facilé, apiid nos Infübres mE pro fingula hbeminàillius, quindecim,
aut vi- ginti aqua affumere poterimus; que quantita- tis aquz varietas erit pro
várià conditione hor- dei, et aqua. Propifa 45. Sed'in ptiffane præparatione
quid ob- na cóuie? fervandum ? et in condiendà quid cavendum ? da . 2^ Sané
Galenus oleum, et acetum addidit, et addenda, falem; illa quidem 1. de al».
facul. 9. 4. tuenda va T9 valer, 4. Cf $, equ]dem. 8. lib. de M arcove, ult. 7.
: Methb.med.6. S.eju[dem 2. 10.Mfetb.Y1.Orib. 4- Collect. 1. et Paulus rb.
1.cap.88. Salem etiam indendum conftat ex 1. 2//9.9.& Orib.& Paulo
loc.ctt. Sed quo tempore hec addenda ?. Gal. r. de alim. 9. acetum indendum
cenfuit, cüm ad füimmum intiimuerit hordeum, deinde etiam permittendum, utTento
igne in füccum diffol- vatur ; tumaddendum : falem autem addi vo- luit pauló
ante tempus diffolvendz ptiffans : olevmaddebat pro condimento ; nos, quibus
placuerit; concedemus.. Placet tamen potiüs; ut cx jure oprimo carnium
patetur,five integra paretur;five colata, addità aut levi portione » falis ;
autfacchari pauxillum plus; pavxillum enim mellis addebat ptiffanz, 5. rende
valet.S. cujus loco przftabit faccharum indere: aliqua- to plus illtüs
etiamaddentes admifceatur ; prohibemus enim admixtione» ilius nefaccharum 1n
bilem vertatur .. Quod fi quisaceti ufurn refugiat, licebit [oco illius aut
fuccum aurantiorum, aut citri, aut etiam. » fi aceti nonnihil . L limonum indere,
modo fuccus is aliquandiu guetud AC plus cum rcliquis ebulliat, fecus quàm
paffim. «^ v» fiat; cim indi foleat füccus immediate tempore ?e/&- e Æ.
affumptionis,qui ob cruditatem ; et acerbitaté folet nonnihil obeffe; quamvis
mixtio fine co- étione nonnihil terreftreitatis illius, ac adftri- étionis
foleat retundere». 44. In pane concifo, aut contrito, pro fercu- lo parando
hecadhibeatur cautio ; fi febrem. curemus acutam, aut ardentem, panem omni. Op
rius effe lav andum,. "us. n tatà frpiüs aquà aut füperinfpersà fepiüs
aquà ; fic enim et fer- menti vis retunditur,« cibüs paratur m inus
nutriens;potiffimüm fi paretur ex jure fimplici pu Il: gallinacei; fiiccóque
aurantiorum con- fpersatur, fic enim parata panatella minüs etiam nutriet, quàm
ptiffana. Cavendum veró, ne panis igne pris cremetur, mox abluatur, quod factum
ab Oribafio videmus ; fic enim, ienex partes concipiuntur in pane, sícque et
ficcius alimentum paratur, et calidius, quod E 4 per Panatella 1n ACHtis
quomodo paranda « C9 Cor fn 4«o per lotionem minimé corrigi poteft; poterit
tamen fic paratum convenire, fialvi profluvio cum febre eri tententur, addito
aut ficco li- monum, aut granatorum. In reliquis febribus ex pane conciío, aut
contrito ferculum conve- (niet; etiam non loto pane, et ex jurecarnium
aliquanto validiore. Confum- 45: In confumptis juribus ex carnibus pa- yu Mu
randis hzc obfervetur cautio ;. maximéà me; ex cargo lA dariea, que ex carne
vituli macrà conficiü- vittling, üt » quód vix in eis elutinofum illud reperia-
tur, quod paffim in juribus obfervamus, que » ex pullis conficiuntur ; cutis
enim circumve- ftiens; et nervofz multe partes alarum, et cru- rum, gluten
illud generare folent;quz vix pof- funt auferri : in vituli autem carne, licet
et fi- brarum,& nervorum ratione, et capitum mu- fculorum glutinofa aliqua
adfint, mrltó tamen pauciora fünt;atque ex parte etiam auferri pof- j funt.
Quód fi quifpiam gallinarum, ant ca po- num jus expetar ; cautionem
hancadhibeat, ut alarum duz extreme juncture auferantur, et coxarum ultima pars
; quód fi cute etiam pul- lum fpoliare poterimus, (alubriorem cibum et potum
procul d:bio parabimus. 46. Sedentes in lecto alantur;fi enim jacen- tes cibum
capiant, vix ad ventriculi fundum. cibum effundent ; deindeà cibo fümpto fe mi-
horà fedeant, vel (altem erecti aliquantulum. femiJaceant. 47. Ante cibum
memores fint expurgationis euem j- tum tenc- re debeat, dá ciban- tur. IL- os
alluen lhis oris: nam à febre plurimi vapores, et fuli- ipines furfum feruntur,
quz limum quemdam lin linguà efformant., .qui cüm guftum pertur- Ibet, cibos
etiam malà qualitate imbuit: quare li: et lingua; et os colluendum, et
osfophagus;qui TENIS. N lfzepe per febres areícit, madore aliquef1gan-. ex
acels e£ Jac idus, cui maxime infervit aqua etiam cruda €x - aw . aceto, et
faccharo. EA 49. De potu aquz in febribus pro potu quo- . P^vs 4c Itidiano, non
pro medicamento ; hec fitobíeg- ;"^ qua- ratio: fi in xerum
inciderimus,qui in fanitate it affuetus fit aquz potul, etiamcitra noxam pof-
Ife nos utiqu e Hone nop tmam,aut fcntanam; BD obe aut pluvialem cifternin: mc
ncedere, aut CCr--,,5 f po té decoctam fimplicem : fin minus affuetus poditn
2212 Qua cibus JL ma- AY » 49Ha no 7u$1nacmAd tuaque zeer fuerit, ne 1n ea
1ncommoda 1nci- zi. dat, dc quibuHipp. 4. de rat. viel. in acur. ali- qu id
addi licebit ; quó facilis ex hypochon- driis meet, cruditas reprimatur, atque
etiam. «cea "M eevias morbo, fi fieri poffit; A Hldd eios ve wis adver-
9e, : canedio femur; ut fi add faccharum.cinnamomum, E . anifum,femen
coriandrorum;authordeumin-- -. Ccoxerimus. 49. Deaquà hordei, quem ) potu
Imantiquis 444a bar len Ar m pleri quec enfent, quód nullibi Gale- deris æs nus
; Oribafius, Paulus, A?tius; &aliiillius *5pro po- men tionem fec vei ; ita
cenfeo, Hipp. 3. de 2 4 epiinide va) uiél.im acut. 13. (f a. de ratione vilius,
71. po- "limum autem librà à . de Morbis, ubi laboran- tibus tor pore c:
1pitis propin andamcenfet aqua hordeaceam, de cà mentionem feciffe ; ubi eti
1n"aua bor Kein Of. nibus amar 615 n0 Con venit. v qua ber dei Que pa 1Anda
. gue intelligere non poteft (accum hordei, quia illis! có fübjungit ; Maze.
pro alimento. [uccum. bor--|vck dez exhibeo, utnec in aliis duobus locis, cütmi
en potum aquam hordeaceam appellet, füccumaj autem hordei paffim non potum,.
fed (orbitio] ji nem appellet .. Neque veró rejicienda eft, po] jj tiffimüm in
febribus exurentibus ; quod flatu] ili lenta fit ; fi enim recte excoquatur,
flatulenti&il "T exuit; neque fi diutius excoquatur, falfedinemi] «1
contrahit, quod ab aliis objicitur ; fi enim ins] s putfanà, quz longiori
tempore elixatur, id nom] «s veriti funt Hippocrates, et Galenus; nec expe-4
ui: rientia id oftendit, in quà mæis hoc feqiiilo deberet,ob hordei majorem ad
aquam propor--| tionem, et quantitatem, quà ob craffitiem faT- fedo in elixatione
loneà contrahi deberet, cufil idinaquà hordei omninoaquosà, et potu ve--|
tebimur ? Cautio tamen eft adhibenda, ne eail In omnibus morbis, aur inomnibus
febribus ini ufi m ducatur, ut aliàs fieri foleba 5 fed in iis! folüm, in
quibus magnus eftus fuerit, ut ubiil. abfterfioneopus et. At veró in eà
conficiendail ». magna adhibenda eft cautio. Accipito hordei vcri, non fpeltz,
feu zez, ut plerique faciunt, libram unàm duodecim unciarüm, máceretür
tantillumin aquà, mox panno admodum afpe--] IO Oprimé confricetur,donec omnis
arifta deci- derit, et quippiam etiam ipfius corticis craffi fit
deter(íiim;deinde optiméabluatur,& omniforditie expureata, addantur aque
libre quadra- Hi. ^ ginta, et tàmdiu claro ine decoquatur, donec optime hordeum
intumuetit, mox depofito de aMesua P ám lever. 1ene decocto, permittatur
perfrigerari, deinde transfundatur, quod perfpicuum eft, ac valde clarum
decocti;in vas vitreum, in quofi quippiamiterum refederit, denuó In altertim
vas transfundatur ; quod perfpicuum eft, et relin- quendum donec refideat ;
quod pro potu in» paramus pro medicamento, aut faltem cibo medicato, aut pro
potu. Pro medicamento;aut cibo medicato, vel cruda erit, vel cocta; Gal.
cocha.Qinimó etiam coctarum alieinteoré co- (**^* étz fünt;alie imperfecte ; quz
eciam magls ; && 4A. vavwe Fat ufiim duci poterit. d 1 : Mulfa di jo.
In mulfe melicrative compofitione ma: s A ; 77 (7; xima adhibenda eft cautio:
Vel enim mulfàm vj ^É pt an ''Ali0 » 3.de alim.f acult. 39. €? 12. Afeth. cap.
3. Cruda.o -Á cds ! E, * . -Á eL. magis alvum [ubducit, munus uutrtt ; contrá
aute TLMN E . ec * minus et nutriunt, et dejiciupt, prout magis aut minus
coctionem füfceperint. Vtramque euam hanc aut meraciorem conftituit, aut di-
jutiorem Hipp. 3.4e rat.vit]. in acut.t.33immÓ 7... Gal.$. A etb.zzed. 4. 1n
meraciffimam, medio. n 4»*« we S. 2 " " " . 1 $44 crem,&
dilutam dividit. Sed quanam eft mel- 77*^* lis ad aquam, quibus duobus folis
conftát mul- jin fa; omnino proportio ? Cenfentaliqui, mera- ell; 1) A ciffimam
efle ex una mellis, et duabus aqua, LE fic cenfiut. Avic. /ib. «. et Diofcor.
Mediocrem pum idi ex una mellis, et quatmoraquz, ex 4. de tuend. aud
vál.cap.6.Dilutam autem ex un mellis, et octo aquz, factà ebullitione ; et
defpumatis excre- mentis ; donecfupernatent, ex Paulo £/b.1.cap. 46.Sic vn b.
^£ ptu ex 06 Jh. cC s ^f yr t ou * Et .Sic Mefue, et Rafis 9. ad
"dIman[orem ; led: ante hos omnes Oribaf.4. Synop[eos; Cap.39. Hac 1T
communior eft recentiorumopinio. Eso verós ut veriffimam hanc effe opinionem
cenfeo. in» melicrato pro cibo fimplici . feu medicato : ita]; falfam exiftimo,
fi mulfíam fumamus pro potu: 'ad diftributionem cibi parando. Quin. ceníeos
dilutam illam, de quà 3. de ratzeze vitius ; 13] mentionem facit; eam effe
poffe, de quà Gal. 3. de vat. vicl.12 acut. 15. ubi dicit, mulfam dilu- tam
fieri;ubi pauxi illum mellis multz aquz ad- miícetur, ut aqua permeare queatad
diftribu- tionem, ne diutius in hypochondriis commo- retur; hoc enim munus eft
potüs;utpotus, non üt cibus ; ; quam fortaffe di iveríam à dilutà, de quà 8.
Metl-meminit;credere poterimus;quód diluta illa tamquam cibus effe poterit ; ex
unà mellis,& octo aqua: at quz diluta eft pro potu ad diftributionem
cibi,diluta magis effe debet, quàmutuna fit mellis ad octo aque, neque» enim
pauxillum mellis una eft uncia ad octo. Eritieitur mulfa pro potu, fi pro uncià
unamel lis viginti uncieaquæ fümant ur,pauló plus;aut. minus ; neque enim
determinataaque quanti- tas certó przícribi potett, ut etiam Galenum. videmus
feciffe 3 .acut. 13. 3. de alim. facul. 29.8. AMetb.cap.a.qui nullibi
quantitatis mellis ad a- quam meminit ; quód mellis videmus effe ma- enam
differentiam,càm fciamus, aliud effe bo- numsaliud m: idum. 3-40nt. 2.3. C7 4.
de tuend.val. 6. Bonum celerrimé coquitur, et celerrimé definit fi pumam facere,
inde minus aque abfimi- Contrà evenit in malo; et prc- I fum effet;plusaqua a
'Inus;fimedium,medio modo. vandum eft,fi aqua forte crafficr fucrit;ut apud
lturin coctione. '[prereà in eo coquendo major indenda erit aque ']| copia, qua
ab fümi poffit; quà in bonc;quód ex 'l|Philagrio colligitur,qui referete
Oribzf. s. Co/- letf.cap.17.in cofectione 2 poivelitis.fi mel craf- ddi voluit;
fi tenuius, mi- tiam obferVbie nos Infübres putealis efle folet;quz in melicra-
ti confectione fumitur, et optimum melindatUur,cüm ea aqua, ut attepuetu r,lc
nglori egeat elixatione, m el vero illud pau m antequàm illi aliquantifper effe
clixa ida um ttenuabitur,&in Sf mellis ft Gitan- im recipiet, facil iüsqu e
hy| mel indarur, 'leniméa tiam meabit. gr Sed cüm f: ; fic cchondría
peramfaccharum, ant iqu Is inCo1. dre CM fd enitu m, faltem perfectum, noftrum
in i ufüitn od Aj$* medicü, et inter delicias ouftüs fittradvcium, ancx co mu]
Iía parari poterit ? Vuq;,& Opti- ed part- 1na, ci m non tantà poll ! immo
in biliofisu ulior erit et fuavior.C extépc eat acrimonia, ut m el, ilf
aliqui;non nifi crudam mulfam ex facch laro pazari poffe colliquatione, quod
jam faccharv m.. attenuata aqu: i permeab i hiinisarobo bus attenuatis. rur ea
adhibeatur cautio, ut prius aqua clixeti Ó, coctum fit. Ego veró et crudam
colliqua i^f parari pofle crediderin., fed p rzftantiorem éffe fue cocfa . V
€octam ; quia Am cocüonem aqua permifcetnr atione,&melius per dXpcenond rm
quàm obtim.; 1 (UY 9 Cu cda ; quàm illiindatur faccharum,& i in minori quam
junii py . pitate; ita ut fepé prouncià facchari libra aquai T fufficiat,
potiffimum fi affectus non admodumaliii a ftvans fuerit; 1n quo cafu fucci
limonum non--joit nihilin coctione addi poterit. ^^) )]; A2 5 $2. Oxymel, et
Syrupus acetofus ad pen-Jn.: paraci ra. m veniant;qui et pro pori ad fedádam
fitimsdau 310 » et pro cib: cibo in peracutis febribus, et pro medi-1u catà
potione in ufüm medicum fe penumero ve-4r«i piunt. Hiintriplici funt
differentià pro varic]y) q^ de ufu:vel enim funt valde acidi, vel mediocriter;?
vel minimüm.De primo Hipp.3.4041.26. dc fe-4 m cundo 3 .4cut.30. de tertio
3.4€4.57. locutus eta De tribus iis omnibus Gal.4.de tuzd.val.6.d O38. cens
illorum mixtionem ex aceto, melle, et a quà ;aut faccharo loco mellis in fyr.
aceto f| emm ec Minimé acidum fieri afferens ex unà parte ace? EN ti, duabus
mellis, aut facchari, et octo aqua eDænl, De Mecium ex un ià aceti, duabus
mellis,.& qua: tuoraqua : Valde acidum ex duabus aceti. d ecu mellis, et
quatuoraque. Galenum fecutus etj, Oribaf. ;.Coll. 24. Paulus folius acris
meminiifl..... lib.7. c. 11. Mefue folius mediocris meminitij.. compofitic
némq; tradidit. Sed animadverterg,, dum,multüm i in cocturà à Grecis differre .
Gad. ]enus enim ad quartam, aut tertiam exccqtp.. debere dict. Plerig; i ita
intellieendum cenfen]... donec remaneat tertia, aut quarta pars, qv ibub.
fübfcribere videtur Mefue, qui feré hoc modi excoquit, ut pertotum forté annum
confervtd tur, quod etiam omnes Seplafiarii faciun cV rüm A rüm illud
veriffimum eft ; cenfüiffe Grzcos, fo- ""tilamtertiam, aut quartam
partem effe abfiimen "dam:docuit enim Galenus; o xymcel efle tempc-
jrandum,ut vi inumibidem ; cüm autem vinum, inumquam meracum biberetur, fed
tempera- tum ; ut colligitur ex Plinio 14. AVaruralis Hiff. Wicap. ult.
Ib.2.3.cap.1.& hocipfum vario modo "temperaretur, aut pari aqu cum
vino quanti- "Rtate affump A t plusaqua addétibus :& hoc itriplici
modo i£ duabus vini tres aqua;aut u- mi vini vtm ruei ;autdeniqueuni vinl tresa-
uæ addentibus; ut docuit Plutarch. 2 3- Sympof. Meuse[?.9. Athenzus Zzb. 1o.
cap.S. C" 9. Siigitur o- Ixymel ut vinum temperari dc ibba atjnumquam jad
duas tertias,aut ad tres ex quatuor excoqui Jporeft "- lioqüin non modo du
pla, aut n Ja ad lim cleri, fed tripl io;aut quadruplo à melle füpe- Jirabitur
: quoniam mellis R minus a- dqua ob craffitiem, et vifciditatem abfimitur .
Exemplo fint;una aceti, due mellis, quatuor a- quz unciz in qu: irtam
redigantur, erunt una illincia cm dimidià, sícquetota, aut penetota "eric
mel ; fi ad tertiam ;€runt reliqvz duzun- "rim,quarumuna cum dimidià erit
mel, media &ijincia erit a acetum; ncn gum ges duri imilec erit vino; quód
fi unica ex qvatuor, aut una ex tribusabfümatuor ; optimétempera- Jfmento vini
correfpondebit ; quód fi ! War decoctio cumaquá,vis aceti et in fa flu odore
cum melle " hnqvetur didiu coqueretur, mu po re, lía fieret mexæifima . te
.K » b e VM^ Aon! UA - MK, ; quód fi tam- mee "v, yy in cra ^ . 46 evita m
AAA ]- 9 quét note pode pod. Ps V. v evæe"", e in extrinfecis erat in
uft,non per interna. |! Ac Ox nei wen m tg Animadvertendum pratereà, Pharma--|
rbi 4; Copolas,ut diutiüs oxymel ; aut fyr. « cetofüm-.| Is rela 4 confervare
poffint;ex decreto Mefüz, pris a-- Galizico, quam et mel ufque adeo ex
coquere;donec totajj quomod, aqua,aut pene univerfa abfümpta fuerit ; mox i
perttr,| acetum addere; et iterü coquere, omnino quoc: aquz reliquum efta
abfümentes; sícqueoxyme: non fieri ex aceto mulsá. Vbiobfervandum. |1ii oxymel
hoc ita paratum pro potu nutrien te Lin ub ufim duci non poffe : eft enim
potiüs forbitio,t: quàm potis. oxysel $4. Cavendum prztereà,ne Medica coma] xi
rix muni noftro oxymelite u tantur ad humectani] Z0 btt dum ; cim exficcanti
potiüs facultate conftet: a dd cümaquáà carcat;in ufum tameneetiam hoc nof x p
fs leote is ducitur, quod di uluatur;liquidümque, et «a. PF i fluxile reddatur
quadruplà fere parte aqua: E. aut ftillatitia,aut decocti al licujus addità.
Quar! $$. Obfervàndum praterei,in plevritide» T "fot bi cra(fifcnt, et
vifcidi humores, oxymel noo] zanbectlle " : ri ; fn m imbecilltus
effe;quàm fit illud mediocreqi inaididad cut m in €o cafu valde acri utendvr m
docuerij ht »p.3 2.4C€HT.2. á $6. Obfervaridum pretereà,fi per totum) nofirum
morbi decurfum utédum fit oxvmelite; aut fyri] 3) acutis. acetofo,neqs
acricrineque mediocri effe utem] zit ac-, dum in acutis febribus, quód non
humectet comfnoda potiffimum noftrum ita paratum ; fed doce ad era[ia "-
Hipp. 3. 4CUt. 37.0tendum effc eo; in quo minii T y de Y - : J4À V^ vt vi 6 mum
CLI'A9M . cA MER w^ € h 3 zx - &* mum aceti fitadmixtum, ucmultüm poffit
hunectare.nec inteftinis noxam inferre. 57. Cavendum pratereà, ne in
oxymcelitis 5. autfyr.acetofi compofitione acetum illud acer- rimum
fümatur.;aut ex vino Cretico; vel alio potenti confectum : nam in acutis
febribus jin quibus, preter facultatem obftruc&iiones tollen
di;abftergendi,& incidendi;requirimus et lhu- mectationem,&
refrigerationem, po tiüs ficca- refolet;& excalefacere;quàm humectare: aut
fi taleacetum in ufvm ducatur,aquz cuantitas erit augenda ;tunc fortaffe
sentebaslenia des " 'erbis Galeni tolli pcffet;cóüm a.ze val.tuend.6.
voluerit; ex unà aceti, et duabus mellis fieri oxy mel mediocre ; acerrimi m
vcró ex zqualibus aceti, et mellis partibus:cüm in cófilio pro pue- ro
epilepticoacidiffimvm oxvmel ex una ace- )& quatuor mellis velit co nfici ;
miniméaci- di m ex unaceti,& octo mellis. Nificum doaceti pro oxysmnelie nó
ftt acer YImi,n6» que ex vis n0 pottne tffiano, echa ifa CM. &iffimo C
iealino dixerimus, libellum illuzi (pen t effe quidem Galeni ; fed multis in
locis depra- vatum : potiffimum cümoxymel ex favis confi- ci ibi tradiderit d.
9 oppofitum docuit (2 4.de val.tuend.6. € 2.de Fratt. 29. Qvod fi ex favis QUIS
dixerit doc ffe conficiendi m Gal. lib. dt med T her. ad Pa mbil. oxymel,1s fciat,librum
illum Galeni non effe, quod vel inde collieitur,quód diverfo modo compofverit
ibi Theriacam, ac lib.de T her. ad Pi[onemyac lib. de Aztid. Deinde conf tat,
confilium 11lud pro puero epileptico efle depravatum,quoód dies Canicilarcs
confti-, quat c E jo. tuat quadraginta, viginti ante exortum Cani- cule, et
viginti poft; quod Galeno repugnat, et Grzcis fimul,ac Latinis omnibus
fcriptoribus, Caniculares dies ab exortu hujus fideris in- choantibus, ut longi
oratione ; &" 72 Cons. lib. Hipp. de æve, aquis, (f locis, in Com.in
Probl. "Ariftorelis, docrimus . Colligitur ternó,men- dofibm effe libellum
illum ex eo, quód pueris epilepticis apium cócedendum, petrofelinutms
-abdicandum cenfet, quód petroíelinum lzdat epilepfià correptos ; cüm oppofitum
reperia- - mus apud omnes fcriptores ; apium epilepnicis obeffe,nullà fa&à
petrofelini métione : fic Plin. lib. 10.cap.r1.fic Alex. Trall.Izb.1.cap.1
$.(ic Avic. lib. 3. T raft. 2. cap. $$. fic Serapio /ib.Sigupl. cap. 190.&
Mefvezn fua Praxi,cap.16.de Dolore capi- tis. Nifidixerimus, corrigendum effe
locums illum in confilio epileptico; ut loco, seii: par- res o£fo, lecamus,
aqua partes oclo;fic enim ccn- veniec cum loco 4.4e tuezd. val-cap.6. $8. Cümin
vino concedendo in febribus, et Vin f? sotiffimüm acutis,tottantzg;
controverfiz ex- &ricitant! entur,ob varios Hippocratis et Galeni locos bus
acut? ; v ips zoterd. intet fe contrarios, de quorum conciliatione s; emdi per
755 : : fe libi à nobis conftitutum eft, nempe, numquam "V ipuw in ratione
morbi effe concedendum, aliquando arqtiscur vero ratione caufz, et fymptomatum,
tum eta aliquando ceorum,que fecundum natutam dicuntur,& vi- concedz-. rium
. Quoniam autem alicubi concedi paffim Lar. intelligo; ut in agro Neapolitano,
et fortafle; frequen^ s, cádémque controverfià quid fentiendumffit, a s
frequentiüs,quàm debeat, atque non apparens Æneis parue tibus fignis cocticnis
eftuantéq; zgrotantes 5. 9udA-vvemes ve quàm felici facceffusi pfi viderint;
nos Infübres. 42447,/& »d laborantibus febre acutà, € malignà cmnino vinum
interdicimus ; quod adeo felici fucceffü fit; ut ex viginti laboratibus maligná
febre cum maculis vix unus intereat, nifi forté, quod rarif- fimé evenit;
ratione virium aliquando conce- datur. $9. Cavendum tamen,quantum maximé pof
vis »- |! fumus, nein noftris his regionibus vinum con-. 4az ; ne
cedamus;etiamfi coctionis figna appareant ; vi-. 9Pparéti- demus enim plerofque
ex quávis vini conceflio- 9! 4wi42 ne,quantumvis minimà, in deterius labi,
atque en eH ^ . Y et éh9n15, a- denuó materiam recrudefcere : quod cüm fx pé ni
Teis- acfepiüs confideráffem,viderémq; antiquos ad- dian eó frequenter vinum in
febribus conceffiffe,, dido, |! non folüm ratione virium vitalium,aut ÍymptO-.
e; cur. matum, fed enamad adjuvandam cocionem, vabcaomee Vi fud; materie
morbifice ; atque ad promovendamil- - lius per lotium evacvuationem, ut videre
eft 11. 7 Meth. med. 9.5 1.2d
Glauc. 1m curanda tertiamay 73 C quartana febre;tumad fputum facilitandum, Ut
I. AC4/. 22. 3.Aut. 1.C7 4. 4CHf. 37. non aliam horumaptud nos infelicium
eventuum ex vini exhibitione canfam effeconjcectavi; quàm vino-. «vsum, rum
noftratium conditionem, Rubra;& nigra vufAr«w foy - optima multa
fint,quamvis primis menfibus et q . auftera,& craffa,fed mfnüsaptaad
febres,quód nec urinas promoveant, necíputum facilitent. Qua alba funt; aut
fiava, aut fünt potentia, aut * e i imbeLN Vas ^ ^ ó1 €^ eot ue exéiu pa? n
quet ^ D qua dijuatur; pel ne itmbecilla: Potentia, quoniam maxime alba. ex-
petuntur à noftris in aperto vafe, ubi compreffis uvis reponuntursut fimul
ebulliant,non permit- rüntür tamdiu fitmari ; quamdiu oporteret ; uE debitam
coctionem in fe conciperent ; et id, ut álbo colore oculis ; auftero fapore,
quem pican- tem vocant, palato gratficentur hinc et aufte- titate
coctioniofficiunt, obftructiones excitant, neque urinas promovent, neque fputum
adju- vant; pratereà veró caput petunt quàm maxiime ; ieneis partibus validéin
ipfo contentis, ob terreftres partes admixtas : Vnde etiam primis»j menfibus
eratiffima palato effefolent;,fi dulce-: dinis aliquid cetinuerint,fübaufteris
partibus cit: guftui abblandientibus.. dulcibus duplicifapore Imbecilla veró et
tenuia alba hujufmodi funt» ut numquam máturefcant, nifi maximo zftatis calore
füperveriente, et ne tunc quidem aufterz: partes omnino co&tione evincuntur
; sicque m1nüsapta erunt et viresinftaurare ; et lotia. pro- movere:quod etiam
incommodum alterum ex- cipit, quód, ubi quafi. maturuerint ; aufterita- témque
depofuetint, aut ftatim ferà acefcát, aut evanida redda . hant,vnde ad ufüm
inepta redduntur . "dusigitur quàm maxime pueridis,maxime in acutis,
potiffimum enis, et etiam mæis in internis inflammationi- bus,utin pl
"debet, potentius potius eligaui, n malia ET. Cau60. ntür;.aut
corruptionem contrær Evitan-- B^ pud nos in febribus: evritide;viniufus; et
fiin ufum ducti 1 "ENS quod multa a-Cautio prztereà in bibendo adhibenda.
Bibende- eft, in febribus potiffimüm aftvantibus, quam. fap, en docuit
Ariftcteles 1; Problezz. $6. ut fzpe,& pau- paulatim latim aquam, et alios
potus frigidos ; ad fedan- "bdl. T dam fitim illam ex calore febrili
excitatam eon- M iria ceffos;affumant: potio enim mvlta;& conferum 5, e,
affumpta, nec exficcatas partes humedtat ; qui-. 5, c ca buseftus, et ficcitas
ineft,cü ftatim praterfluat; fori. nec fitim fedatzat fi (epis data fuerit; et
paula- tim pitiffando hauriatvr; os ventriculi; cefopha- eum, lineuam; et
palatuni, dum fenfim per eas tranfit,refrigerat, et humectatialiquà ex párte»
parictibus ; et turicisadhzrens: quin et paula- um fefe infinuansin carne
confcendit,'& venu- las exficcatas imadéfaciendo,& trrorando hume 7
&at;.. Quodaptiffimo exemplo docet :fi enim» c ri A. multa aqua.&
confertim aut decidat;maximé ft »/fe^ . ficca fit,in terram; aut aliunde per
cavum eorri- vetur., fuperficiem terra non permeat, fed prz- terfluit,nullam
noxam ducés ; at fi paulatimaut decidat, aut deducatvr, füuperficiem paulatimo
madefaciens,& ócclufos poros aperiens ; viatfiz fubfequenti ad
penetratiorem parat.]Id veró zepiba intellieendum eft deaquá in potim affumptà
gt ad fitim fedandam;non veró de eà,quz in multà quantitate affumpta ad
exauneuendam febremo ardentemaffutnitur,quz et multa,& affatim eft
affumenda;fed de hac rezz Cozz. noflris im Probl. 4 wel illud, quidauid
dicatadverfus Ariftctelem Hie- Mie S ua remias Triverius zz lrb. Hipp. de vitu
idtotarum.. ved. 61. Quamvis fomnus in acceífionum febriü ES v1 omnium E utens
p 7 E Suc P AI á S»m»»us Omnium principiis, confenfii omnium Medico--|
aliquando tüm, et mulus rationibus id perfuadentibus, fic] ^" in prizci--
fueiendus, animadvertendum tamen, aliquosi| ^ pio 4t'«[i? teperiri,quiadeó
fenfu exquifito in mufculis, &] /! nf "C esrpofis partibus fünt, ur
faperveniente effifio-| Pind ne materierum acrium ad illas partes, unde ri-| i
Tm" --gofem illüm concuffivum fieri Medici omnes: profitentur, tantis,
támque magnis doloribusi| 4! conficiantur, ut vitales vires profternantur,
&&| |! mots fepenumeró fubfequatur; iniis non folümz] UU in principio
fomnus, eft avertendus, fed potiàss omniingenio procurandus, ut fenfus ille
exqui-- fitus retundatur,aut fopiatur,rigorque;& doloij 5i mitior reddatur.
Somnus 62. Somnus in febribus potiffimum acutis, ff; immodt- -yyodum
cxcefferít,licet majori ex parte malo &«) 74/1? ^ erotantibus cedat, et proptereà
fit evincendus ;) i "aq : quoniam tamen,ut omnes alias à naturà factat! €
" 2 : ida €vacuationes cohibet, ita eam;quz perfüdorem] i fit, omnino
promovet, fi in fine ftatüs univerfa.]. i lis febris,ant in declinatione
fapervenerit, eciafí temporc modur excefferit, ita ut decem, aut e) tiam plures
horas perduret, non eft impedien«] ju . dus, potiffimüm fi indicatorià die
imminere crisd i fim perfudores commonftrarum fit:fit enim fæ] or penumeró, ut
promotis per longum illom fo;] mnum füdoribus ex univerfo corpore, et ex
illeéd! ti /ode)e ves lomno inftanratà naturà,& morbus fo]vatur, 8& nes
eger convalefcat : coenofcemus autem ex fienisdi i) * prafentibus bono ceffurum
hujufmodi fomnum] vornvwté $4. :, 4n T /^ -. longum.fifine tertore fit, fi
lenis, fi denique il]: t lum / Ó oil . y jum non imitetur, qui in lethargo,
comatosisve affedibus paffim confpicitur : Videmus enim, aliquando excitatos
zerotantes hujufmodi,e- tiam Medicorum confilio, impeditos in hujuf- -4r modi
evacuatione recidivam feciffe . Proptereà cauti maximé in hac re Medici effe debent.
63. Inaére frigido admittendo in acutis, et 4er frigi- zftuantibus febribus,hec
adhibeatur cautio: Vt 4us acu? pro viribus frigidus quidem ær ambiens in cu-
febricitan biculum admittatur, et procuretur, utomnino tibus quo et infpirari
poffit, et interna vifcera xftuantia, "ede ce» refrigerare, et faciei
oblectamentum boc affer- eedendus re ; reliquo autem corpori ne nudo obveniat,
omnino cavendum ; quin ne etiam nimis tenui ftragulà;ac pervià operto:
circumverfante enim acre ambiente frigido aut flatu, et calidus va- por,
exhalatiove,quz foras perfenfumeffugien . N tem evacuationem promovebatur, ad
interiora ^4? " repelletur, et pori cutis pervii fcrtaffeadftrin- gentur,
et internus fervor adangebitur : immi- nuenda quidem in augmento, et mæis inftatu
zn v^ erunt cooperimenta, ut zftus ille imminuaturz ewe per univerfim, et
natura inftavreturàtantola- ^ bore; at fenfim id fiat,neque eó ufque, ut illa
in- commoda feqvi poffint. 64. Non placet tamen eorum confüetudo, Nà zii: qui
quafi eeris vim inferentes, plàüs nimio coo- cooperien- pertos,& ftragalis
obvolutos tenentfic et tran- 4; fregu- fpirabile mæis corpus reddere cenfentes
poffe, ^ 4c? et füdores prómovere : cüm alioqüi illud ni- f'^rieiran mium
effluxum fpirituum efficiat, et fübinde, '^*,, D 4 V)IeS eH) Viresimbecilles
reddat ; hoc autem violentiam naturz inferat, et aut ctuidum humorem extra-
hat; aut qui per alias partes exitum fibi quate- bat ad cutim vi quádam ;
naturá re pugnante s attrahatur, xc ELA LVDOVICI 4 PPTATITII.-. Baimaduerfi
ionum, et Cautionum Me- dicarum, diui Eas comprehendens ; vorige A2 Qua ad
Pbarmaceviscum negotium pertinent . e Ep Vamvistáquam veriffima fit Hip- Medica
pocratis fentéuia, 2.24pbor. $2.O7- materia "ia [fecundum rationem
facienti. [i nom mutáda s [nccedat
fecundum vatioriem,non e[f ^ tranfeundum ad aliud fiante eo, quod e principi o
vifum ef? . Cavendum tamen, ne diu- tius in eàdem materià medicá infiftamis,
potif- fimum fi in alterantibus verfemuür ; fit enim fz- penumeró,ut, dum longo
temp« re eodem remé : gue Pm dio utimur,natura illi affueta ita illud in
alimen/Æxsa Área. tum vertat,ut morbificam caufam evincerenon 7
valeat;potiffimum fi alexipharmacum fit; pecu- harique qualitateagat.
Immwutanda ieitur crit materia prafidii, et quantitas etiam ; quz adeó Certa
przfcribi non poteft : hac enim ratione et '| vii cxiftimationi noftrz
confülemus,& eegros obfe-qj quentes magis habebimus;ne tamen id frequen ||
ii tds fiat,ne ignorantiz notam per inconftantiam || i fubeamus. Puean- 2. In purgandis
humoribus per medicamen- |. dunagrg tum five [entens, fivefolvens ;ut multa
funt à irte. Medico et animadvertenda;& przcavenda ; ita exptd't,"
huic noftro Cautionum libro minimé inferen« q«o»do da,quód regule, et
canonesilli non nifi cautio- *45f? nesomnesfünt, quibus Medicum jam bene in-
£derit« fitutumfü pponimus : hé igítur in immeníum (ec e A erctef. cat liber,
folüm cum Hippocrate ;z fræmen " eile 4. t0 Ib.de medic-pareantibus,ilud
admonebo,;4ebe- TT re AM edicum pre[cripturum phaymacum quod far- frm» vel
deorfira purgat, prits £m '€YTOGAY€ y HHTA alias phavmacum pureans bau[erit ;
Cj num alvus ex pur eatoris deor[im f actle fe fol'vat, ac cst oberug
Parsvelporius dura fits hæc enim erit cautio pur- € l "T : 4 AFEA CIAM 1
gatorla 1n metu hvpercatha 1COS, ut naturam /!| WU eoo, e. on epa 1 tí
peculiarem cognofcat eerotantis,cümnullisno- tis idiofyncrafia cognofd poffit;
quam fi cogno-7. Ícere potuiffet Galenus, fe zqualem ZEfculapio cenfüiffer :
adeó enim aliqni faciles ad folutio- nem funt;ut vel primo pharmacorum odore
tre- .oa,, Pident, atque in fluxum folvantur ; aliiita duri: alvo fünt, ut vix
ullisremediis alvus refpódeat;^ fic enim ant mollioribus, et levioribus ;autvæ
lentioribus uti poterit. Purtame 3. Atfinüquám pharmacorum alvtm fübs |. dum
inter ducentium ufumfe inüffe affirmet, rum demum exquiANIM.ADVERS. LIB. III.
f9exquirendum, num, dum fanus effet,officii me- 7?s4re o mor alvus füerit, pro
conditione rerum affum- ertet; 2» ptarum, et numà pleniore cibofe in fluxum ef-
!riea fit fundere alvus foleat ; fic enim tutius zgrotanti pr confüleré poterit
Medicus. 4. In lenientium medicamentorum ufü, cüm LexientiZ videam Medicos adeó
diffentientes,& in quan- «f ati- titate; et in hora exhibitionis,&
inintervalloab !5s:?ri» exhibitione ad cibum,concedentibusaliquibus, 4?7mer-
puta, fucci caffiz ad minus unciam, tum et fe(- *91^?^ quiunciam, vel
electuarii lenitivi, vel dia pruni, per horamante cibum, et hunc potiüs matuti-
num, quàm vefpertünum, ut fomnum fugiant, quem poft medicinas imbecillas
fngiendum;au- &oritate magnorum virorum omnino probant, Je esce vc] eà
ratione, quód perfomnum et evaciatio-e Certo .| nes perfeceffum impediantur, et
medicamen- - tum naturz adeó familiare alimenti naturam. fübeat;quod in Italis
Medicis Francifcus Valle- riola;2.Ezarrat. c.$. maximé reprehendit: Nc-
cantibus aliis; aut hzc in principio morborum. effe concedenda;aut fané admodum
raró;in quo ; numero Mercurialem noftrum effe video JEgo ww ^^ de hacreita
cenfeo: Infebriumemnium, &a- liorum quoque morborum curatione,majori eX ;»,
(5,45 parte ab initio lenientium ufüm convenire; et UA wav excrementa;in
ventriculo contenta, et in vicinis |.,. A 7... partibus, evacuentur, et ut
commodiüs, fecu-. riüsque incidentia, tenuantia ; et abflergentia,, auxilia in
ufum duci poffint, fine periculo ; nez crudi fucci ad intimiores partes
ducantur. Quà NOS oe) : gras * mo lHh e urhe Kata VeTO quantitate ; diftantià à
cibo; et dt tempore ?. Sané nifi cautio adhibeatur et diftindo, in errore
verfabimur : Aut erífmin» T bs. princpio morbi ad. prefcriptum ufum exhiben-
dz,diffg. tU; ut progreffu morbi;ut alvus aliqua dejiciat éio. Andies,cum
enemata, » quód aut renuuntur, aut . leduntautnihil fübducunt;a aut alia causa;
in u- füni venire negueupr d 1$1 ob primm occafio- nem, et ad unciam, et ad id
fefquiunciam concedi zx. ; debent, et a aliquanto tempore ante cibum ; et
potiüsmatutinum, quàm vefpertinum tempus eligi debet, nifi aliter acceffio
febrilis perfua- deat. Colligiturid ex Gal.2. Ze em facul. cap. 31. de moris,
mox etiam de prunis agente, ubi alt : dl vups pruna movent,, Sinai f f prandium
gon ftatim. fed aliquamto poft in* ervallo inchoetur, capo t[ola comedantur ;
hæc enim communia, omnium laxantiumm przcepta meminiffe opor- Lax Iet ; ut enim
perfeinexiftentia excrementa fub- vunt edi qucant »fine cibo per fe concedi
debent;ne veró, tmc)en E ' cum naturz ea famil liari ia fint, 1n aPRSCHÉ Ver- E
d «t tantur, non multo poft cibus eft 4llis concedén- d Dx 4t - dus;ne veró
fomnuminterrumpant,dum alvum (s das p ád excretjionem movent.;c rd poft quatuor;aut
fex horas fieri folet - po tis ante prarídium erit Deb; . exhibendum. 1Q: [Quod
fiad ex xcrementa,que in. rsen jnteftinisa lagregaptur ex quotidiano cibo,füb-
ducenda ex thibe atur, cüm ld fepius fit oriítatt- we dum, multó min or copia
Mloru m erit conceden- da, puta, f (cmtu [uncias antea deachnges dein facile
folubili, &e2 quidem. jim- mediate (WW dd 4 121] /Á, )1l eAVO (6: mediate
ante cibum;vel cum ciboipfo;& porius; cum cana,. quàm cum prandio: ficenim
cibüs : emolliens;& lubricansredditur,& ferculum one Jtvculn lud
hquidum;aut ju fculum medicánmientofa m. UPC OBPINT induit qualitatem
lubricantem ; et felectaà nüs- turà parte nutriente, reliquum, quod adanteftis:
na transfunditur, et fxces contentas emollit; et ^ tunicasinteftinorum lu
bricat neque .cruduma: fübducit; quoniam ; cüm naturz ea familianas fint; illa
non averfatur, aut cum crudis expellit; fec d co ncoctione faétà, quod familiar
'€ ma91s at aahit,reliquum.cum ex 'crementitià parte ádin- teftina pellit; quod
cum non fiat ; nifi celebratà : coctione ; poft fo mnum folet fiéri : et vut
millies p Jy OMA e2o ex pertus fum, et nof ftrates Mc dici meoe exg« "2 Ja
1o cognoverunt ; hoc modo au t famiuncià ; aut ctia un duabus dr achmis
fierenumeró 1pajor ex- dg tetas crementorum copia educitur, quàm cüm uncias '
&e etiam fcfquiuncia per horam;ut moris eft5ane te prandium exhibetur :
fomnus potius adjuvat: coctionem illam ; et lubricitatem ; quàm impe» diat. Neqtie interrumpitur, quia
quantitate» à tardius agit,& non nifi poft cocticnem . Auctos - A ritas
illius fententiz-& VaHeriolà adducz ; aut. 2^* de primo modo exhibendi ea
intellivitur ; vel v m potius deveré purgantibus debilibus; de PME alis. G. :Ab
affumpto autem medicamento: veré 1 viec d * purgante;an fomnus co
ncedendusamrerandüf- ZU AN z 91272 '4 vefit ala eft ratio ; neque unà refponfic
né po«^ 4072 b] e? eftíausfien ; aliterepim eft agenduniin medime quands.
CoIento ; utenchitt «améto lévi;aliter in valido:alia eft ratio, fi me«
dicamentum fimplex fitmedicamentum, alia ft venenofi infe quippiam contineat,
ut hellebo- rus, Colocynthis videntur : neq; idem imperan- dum.fi liquida
exhibeantur;autin boli formam mollioris, àutfclida concedantur, quales funt :
pilulesfiex ex blandioribus fuerint, et 1n formá li- quidà, vix eft
füperdormiendum, nifi ventricu- lusadmodum imbecillis fuerit;fi bolt molliores
fuerint, et medicina fatis potens ; aliquádiu fu- - él mela perdormire licet,
potiffimum fi naufeabundus emi 9 fit eær,aut debili ftomacho;fic enim faciliüs
ad potnded actum ducuntur, et non evomuntur. |A pilulis " £^ * optimum eft
dormire, et longiori tempore, ut PIS etus colliquatz, ad adtámque deduciz,
facilé sol i - D PUS fuum exferere poffint . A valentiffimis au- E tem
medicamentis affumptisjin « quibus virulen- ti: nonnihil ineft nullo modo
dormiendum. ceníeo, nevirusad principes partes, et potiffi- mümad cor per
fomnum means, qut ad cerebrü vapores transfufi nóxas pariant in&mendabiles
. yin m Malé iis confülitur, quibus ab affumpto -aMfumpto, pharmaco,;ne vomitus
fuperveniat,calidi panni 2e / 07A 7v M reet n - p 34A / 7" zeli cs hoc
autem et calorem naturalem à loco avocat, lida sop G fa penumeró flatus
excitando ex materià inis fentappli ventriculo contentá naufeam promover. Gulz
canda. igitur, et ecfophago potiüs frigida fatim sdmovcri debent;ventriculo
autem non r.ifi cüm dif- ficulterad actum deduci peteft, aut dolor à fia- ^ £u
congula y ant àut gule,aut regioni ventriculi applicantur ; il-. y.gioni yg 10d
enim potius vomitum trahendo conciliat. Concitatur, calida applicenuir. Cavendum
autem femper;ne calor excedat,revocatur enim -.| potiàs fic natura ab opere.
8$. Cüm Hippocratem viderint aliqui ab ex! J| hibito helleboro, aliove
medicamento validio- rl,cremorem horde! exhibuiffe, E reliquie,fi ul quc adh
xererent medicamenti eefophago, fupe- ricribusq; ventriculi partibus,fü bh
erentur,aftüsq; ex medicamenti vi in ventre productus 'reprimerentur ; poft
quodcumque medicamen- !tumaffumptum poft tres horas, fiveevaciare, jam
ceeperit;five nullus adhuc motus fiat;jufcu- lum pulli propinant; adjuvari fic
cenfentes opus medicamenti. Quod
omnino cavendum ceníeo: ficenim medicamenti vis hebetatur, aut preter rationem
actio medicamenti confunditur. Ino ^2e44- aod un fine fané evacuaticnis fiquis
id pr rxftiterit, opa- me illi confulttim cenfeo;nam et fiti ccnfülitut, 5, -.
et reliquie medicamenti, aut humorum fübdu- cuntur, ehuitur ventriculus ; atque
vires aliquo modo inftaurantur. 9. Purgante medicaméto dato, fi fpatio qua-
tuor,aut quinque horarum non dejecerint egri, nec bene;nec tutó clyfima 1njici
poteft; quod paf- fim à Practicis fieri video; nam diftentis intefti- nis
pharmaco, ac ruentibus füccis ;aditu prohi- betur remedium; ;fepéque deorfum
pellente na turà, et furfum propellente clyfinate, pugnà ex- ortà,dolores
concitantur maximi, et aliquando volvulus.promovetur. Glandem ieitur prafü-
terit ex melle impofüiffe cum fcmidrachmá fà- lis, Pbhartna- €0 nj pto . son
femper in- fco p tres Loret exbsbéda. HH eth . Mu 8U.A. oí " € tædia.
PLarz;-- co no €? CHante s, chos 20 " dé sm, Jw Qo df. Cun m o $2 C^fA64
lis, fellis bubuli ; et fucci cyclaminis ; aut cum pülvere
trochif&orunvalhandal, fed cum filo . Quód fi clyfma indatur;fit acre quidem; fed fex«. |...
folüm unciarum. Praftattemen id promovere. |; cum hauftu octo;aut decem
unciarum juris pul-: |.., Ii;addito faccharorubro ad:dvas uncias; aut un^ |i.
ciàaddità mannz; aut fefquiuncià . : Vomitus ^. 10. EO ufque mollicies noftra
pervenit; ut: quet-NOmitivorum ufus feré exoleverit,ut vel eam ef^ 1 plex,
q'ii- fe caufam etiam credam ; ut raro rebelles morbi j.. £4; » C A nobis
evincantur;ne tamen id fineanimadver- . |. 4775? fione relinquam ;
animadvertendum ; cümdu- j. V^ uley fit vomitus, arte procuratus, Vniverfalis
u-, sese Dus; quototius corporis conipages, fi quid malt" concepetit;evacuatur
pervomitum : Particula- ex eactrisalter;quo ventriculus autà collectis per fe»
. excrémentis infe,autab affufis aliunde ;inani- tur... In primoillo
exercendo;cavendám ómni- no effc hyemem dicebat Hipp. 4. Z4pbor.6.quod. «c cim
czaffi humcres tunc exuberent ; et viz non. fintaperte ; corporisque compages
denfior fit ; juàm ut locum humoribus attractis concedat,
difficillimanireddunteam actionem;fecüs eft,fa. J. vacuare humores per fein
ventriculo ratos ten--. taveris : frequentius enim id przftare debemus |. ^ .
hyeme; auctore Hipp. /ib. de [alubr? Dietas quo- p). " mani inquitjboc
tempus ad pituitam f ecundins eft; V7 et quamviseo tempore ventres ftatuantur
cali. |. dicres;r.2fpbor. 15. quoniam taroen pituite me-.| tropolis ecerebrem,
ob aéris frigiditatem 1naXi- || iné pituita abundat; unde defluxus illius ad
pe- || ER Kus» bs étuss et ventriculum ; ideó vomitus hyeme ma- 21s conveniunt
blandis iis avxiliisqua naufeam promovendo partem illam folam poffunt eva-
cuare;ut docet Ga ld. $. denfupart. cap.a.Atfi he- pate fe exonerante, bilis
recipi turin ventricu- loquod ex amarore lineuz, et aliis confpicitur, quovisid
anni tempore ex eniat, evomi poteft; licet frequentius id eveniat xftate . 11.
Numquam tabidi;,aut in tabem propenfi Vemitz: cvomant,fi fieri p offit, fed per
infer DONC cag tabidis i- tur, ob graviorum fvmptomatum metum. nimtcus. 12.
Cavendus itidem eft« vomitus,quibus ca- ; 11 E re eren m put c tolet; nifi ex
recrementis in ventre collectis quibus no id fiat;a ut quos interna ph leo:
'neobfi idet;aut COWUeIT . qui laborant moleftà aliqu à ham )ptoii 1, aut O-
culorum morbis ; lipothy miz,aututerinz affeCüoni expofitis etam 1ncommoda eft
vomitio,; ut et 1is,qui fracto;nau ife tiri ndoque funt ftoma cho, et denique
cob ptis, et morboexhau- füus. Eoufque progreffa eft hominum tnolli- P2area-
ties,rt etiam in medicir is pureantibus affumen : ca vefrige disvoluptatem
qu£&rant, dum illas frigidas a- '4t4» vet ctu; quin etiam.fi Deo p
;lacet;glacie refrigeratas tlaciata n expetant,.X fzpé ab adulantibus Medicis
con- "Je c? cedantur, non animadvertentibus, et multum NS L de naturá
proprià per: glaciem corrumpi i,igne: as partes, in quibus maximé purcandi vis
ine extingui, difficillime ad actum deduci, dolos res fa epe excitari, tum ex
frieiditate; cum diminu actione medicamenti;& fe penumceró adl j: L h uinc-
humores in ventre cexiftentes,.dum adhuc denfat magis,contumaces etiam nimium
reddit,unde.» repugnamus actioni medicamenti ; indéq; tor-: mina,&
inteftinorum dolores . Phawnz- 14: Cüm noftris his temporibus,quibus Chy eor
vali. micis, et Hermeticez Medicine locus fepé datus dorum p eftillud
inoleverit, ut extracta virtutum medi- vinum, camentorum perinfufionem in
vino;aut in aqua aut. AqHÀ. Nitze fere fiant nifi diligens cautio adhibeatur,
U/'4 eX" errores fequentur inemendabiles: ut enim con- MK cedi hocutique
poteft in medicamentis blandis, lofa- et placidis;ut Senà,Ágarico,&
fimilibus;ut etià in fimpliciter alterantibus ad calidum:ita 1n venenofis,&
fortibus non femper eft tutum,;ut it Colocvnthide, Turpetho; Cataputià, et
fimili--] »" L L] . M bus;vis enim virulenta altius permeat,;& cordis]
palpitationes producit;aut fi virulentia non in- fit; fed mediantibusieneis
partibus vehementiam habeat, adeó medio harum mæpnus vi-] gor illisadditur, ut
füperpurgationcs, aut fané dyfenterias efficiant ; fitísque tanta exci-4 tetur
; ut difficillimum fit huic fymptomati oc-4 currére. nLabarha 2000s Quinimó,
vel ob hancipfam caufam aliá info qua funt etiam blanda medicamenrta,qua quód »
vino ex igneis maximé partibus conftent;ut R habarba- Eris k Y^ 2 llc i -
bibita fe-. Yum, fiinfufione facta 1n vino concedantur, fe. ; : »WE- "
bres exci- bres fepenumeró inducunt non parüm a ftuán t4t tes: irrorari udque
antequàm Infundatur R hat... barbarum debet,ut ignez partes terreftribu] multis
admixtz quodammodo ad füperticien trahana ie Re i P QA í trahantur ;
atinfufioin vino facta nullo modo laudari à me poreft . In. componendis
formulis medicamen- Pjarma- torum diligenter animadvertat Medicus, ne ea «4 d
mi« miíceat,quz multüm tempore differant in ope- frétur, fint ratione ede *ndà,
i ta ut unum ex iis fit, quz non, (* 75 2"4 nifi longo pófttempore et
humores peculiares 42^" fé OCC WIOSS: Pp re agite et attrahunt,&
fübducu nt; ahud ex uis; quie ve- locifiimé eadem praftant,ut fi quis
electuarium ex ficco rofarum cü pilulis maftichinis mifceat: quoc d enim citó
vires fuas exferit,i jinteerum füb-- ducet medicamenti im tardius ad æendum,
aut dum vix 1d humo res peculiares ag 'creffum erit at bali iere,sicqi ic
imperfecte rem idrieb Unt actic- nes medicamentorum, et tormina in inteftinis 5
ac dolores exorientur., 17. In pilulis concedendis, et fecundum ma- Pilula
Inem,aut parvitatem efforn andis, ma- quando " da eft cautio : fi enim à
capite, aut »magza,et longinq s partibus attrahere deb ent,craffiores qwando
mao páttyd ine formari debent, ut diutiüs in ven- ^orve con triculo
firmatz;& valentiüs $, et mæis à lo nein- ortén Otis attrahere poffint :
atfi ad excrementa fo- /!!If« pre lüm, qua füntin ventriculo, e XC utienda
voten. CAPMems 7 7s din Lorej, pro tur,ur folemus de pil.alt ph anginis,«&
aloe face- sdiadeula rc, minutulz femper effe debent ; utnon diuibi. hare ant,
fed qui àm primüm abftereant ; fic ad iium cicermm magnitud Inem eas pilulas
exh ?221720Y € $a bemus; quamvis ex aloe lotà cenfeéke pilla a- liquanto
craffiuftule concedi poflint, qu3m 1c ex non iota:cim erumrcbvr vosti2 Ra ; i
p. lil Pilula va ld:fima f 7/774 WO fmit. ma£4 Ciyfieves p £7 29 211 Js no f '£
[24 HY» HH Í indaut 5 yfeeres ? pragna ^ 2207 excedant « Clyfteres, por .
laborant bus ventb. [;2t parva 8 ille foleant;aliqua mdiu etiá plàs reuneri debét. In validis
veró pilulis concedendis,nimis magnz fünt vità ande: cüm enim non nifi longo
tempore evincit à calore noftro poffint, atque» colli iquari; diutiüsibifirma
tur; unde nimis macna fzpé fitat tractio humorum, unde et fuper- purgatio. 19.
Dealoes frequ entiori afu, deillius affu- inendi cenfuetu dineà con 3»de
ejufdem quan- titate maximé varià, ac de ejufdem i in (cbtibus ufu,cautiones
pluresaut hic,autin aptiorem lo- cum erunt ad dendz,defcribende eodem ordine
quo fu perius (criptz funt. :o. Declyfteribus hz fint cautione s Ima, in
eravidis non mu Itàm frequens fit clyfterum ufüs: fi Veana ge e e fint, progref
fi teitifo: ris per communicationem partes uteri, et adja- entes nimiüm la
bande hinezid'in ferna reple- tus uterus prol abitur; fi acriores veró fuerint.
et fetu noXxas afferant magni momenti,& ex pref- (ii, quem in ducunt,
prolapfum excitabt partis, et fxpenumeró 1 cmorrhoidas maximé mole- ftas
producunt " 21. Ingravidis ?randiori feetu clyfterisnon multa fit
quantitas, preterquàm enim quód có- primit foetum, flatim quafi etiam
comprimente feetu repellitur. Renibus calculo ; vel infífammatio nela$55 PD LI,
borantib us, parve itidem fint quantitatis,ne repletis nimiàmiinteft inis compt
imendo dolorem adausgeant, In prepingvibus non multüm calentes r, pay pesada
folent enim inteftina habere fenfi ma- guibns, e ximé prædita ;ita ut ab
injectione quafi fübitó ;zzefhinis expellantur fine utilitate : hoc veró 1n
omnibus subi fea obfervetur, qui exquifiti fensüs habét inteftina. fusselyite-
. In quibus flatibus maximé inteftinatur- 7*5 7enim ent,qui enema injicit,
blandé admodumidfa- ^4"'w m neque cum impetu propellat ; inangvfta e-
quens ' calentes e nim loca pro pulfi venti niln n mdiftendunt par Initcflinis
2 eS, atque einde dolores Ízpenu meró v ehem Cn- turgetib? tiflimi et
excitantur. flatib. cly 25$. lantumdem damni iis evenit; qui et plus 62; LZ
n1mio duratas feces in inteftinis habent,quíaue 42 inácié inteftipna iis nimium
repleta habent; pavlatisns di. enim em ollise illas dcbent;atque mibdsacti qua-
Clyfferes titatc indita, et blandé admodum. violenter. 216 Ch 3 res,quos ex
malvà, alrhzà,mercue 79? s: riali, violarià, betà, et fimilibus decoctis parant
ciédi que Dhn: I TN DS OUS ffinis fece patiim Ll'harmacopcla quos Ccmmunes
appel$ al. ai. vcpletis « lant, vel- hac telis ne femper fü n ectos habui,
"prs, Bey iz. quod decoctum 1llud p: v- tum diu tius Confer- (25,55 ven i
Gc quamvis cleo diutiüis fervare incorru- incommq- hujufmodi decocta
rrofiteantur,fi tameno da. affim« cl ervaveris,putridas& malé olentia ef-
fc coencfces : quo nidore fxpenumeró uterus in mu heribus commoveri flet, in
aliis dolor capi- tis excitatur. Qvare pra ftarct mulsà bene mel- lita; et
cleoid pra ftare ; aut ex urinà cum melle defpvmato.& o leo e dem
praparare, aut fané recens fcmper decoctum 1l lud parare. 27.. Magis veró iidem
cavendi erunt, fi addle 4Jisd go Ea tà un 70 LVD. SEPT ALII MEDIOL. eumdem, tà
uncià caffiz fiftulz, quam vocant, aut diacaí- incomto- (iz; pro clyfteribus
parentur : eam enim paffim» dum. |." parari fcio ex recrementis caffiz
abiutis face a- liorum medicamentorum exoóletorum, et fyru- pis jam corruptis
loco mellis, aut facchari;ut fe- é et magnos dolores inteftinorum inducant;
inalvo folvendà nihil proficiant . Clyferes. 28. Quantitas enematum major fit in mulie-
pro mlit- yibus. Oribaf.8.Colle&f.cap.24.funt
enim ventri- ti^45 44À. cof v meis,& ventre capaciori;ut cüm uterum. Htate
T^ ferrentminüs premerentur . af 19. Salemrecentiores femperadjungunt, et $al
clyffe- a a [ .O v ribu: 45; f quis 11lum omiferit, tamquam fi piaculum»
indédum . Conuififfet; derident,fed prater ufum antiquo- yum,& rationem:
quoniam illo addito non d1u- tiüs detinetur; cüm etiam per noctem integram.
aliquando probé detineri fcribat Ætius 7 er. 2. fer-1.cap. 129..., Clyfferi-30
In puerorum clyfinatibus olei ufüs intet- bus puérá- dicatur, et ejus loco
butyrum füccedat ; ne ver- "i ole nó mes;fi qui funt;(urfum
ferantur:sícque Sebeften indatur. juri,autferoincocti maximé erunt ex ufü ; ex
Paulo //b. 4. cap. 53- Clyftere ;1. Vt ante vene fe&ionem optimum aliqua-
in indéd^ do eftalvum clyftere evacuare, neinanitz vene jid /*- crudamillam, et
feculentam materiam ad fe» P072 V 7 vci bant : ita non placet ftatim fere ab
injecto iln4) QU& 6b f: er VAMA . lo venam fecare: praterquàm enim quod et
fri- gore tentantur aliqui ex furrectione; et aliis de- liquia animi
füperveniunt ; fit etiam fzepiüs, ut naturá adminiculante, noa femel tantum,
fed bis, ter,& quater,& fiepiüs dejicerefoleant: un- de aut in ipfo:
fedtionis actu alvus perturbatur ; aut edam artifex in ipfo dejectionis actu,
ne» tempus conterat, ob lucrum vena fecticnem. exercet. 32. Cüm morbus caufe
implicetur ; cave; ne Morbs morbo evincendo infiftas causá poftpofità ; fi e-
caw/e com nim illud primó tentaveris,quamvis interdum. ?!tato, mitior reddatur
morbus;manente tainen caus, ^^^ vm aut non evincetur integre, aut fané
renafcetur fe T proximé majori cum periculo. biens 33. Incaufisremovendis,
externa priüstol- Cawfi; latur, fecundó antecedens; tertió continens : fi-
"mitis bra quidem cüm alia ex alià nafcatur.nifi in iis evin- tibus,
cendisis ordo fervetur, fruftra quod primó ex- € ie petitur, fed poftremó
intendimus, nempe mor- ^ ' itd bum füperare;obtinere tentabimvs . aL dai- eon
In comnliran diete endis ;4/ ferv&dnis 34. in compiiceus morbis
removendis,fiita ^, difiideant, ut variæfedes occupent, nec unius,,,;. 5.
curatio alterius curarioni officiat, fimul curari, plicatis et eodem tempore
poterunt, atit etiam diverfo, morbis y neque multum refert,ab utro curationem
exor- quomodo diaris. procedens 3$. Siveró unius curatio alteri incommodü 4v.
afleratrmaximé erit cavendum, ne dum vni ftu demus affecti, alterum exacerbemus
; SOUUNU. "rt merece att e15qui mæis ureet,miaximé infiftemus;alte-
?"!r25 - CDM AF $i " quomodo ro nén neglecto; autfàné (quod
potiffimum ob- ELE fervabitur,ubi zqué vrecant) otique mediocri-,,, tate
quàdam, et contratiorum permixtione erit fuccurrendum. A E 4 36. In rra 2&.
: ; 31^ Rd Y "osi 3» multis. 36. In decernendá remediorum copià he fint ji
remediis animadverfiones .. Prima 1n levictribusmmorbis jiu gio proct- par fit
remedium, ac (emel, universimque mor- :| é^ dendum - lumfübmovens; cüm enini
leve üt ; nullam na 115 ture viminferet. 2 nu Extrebis |. 37,
Atincxtremis,& periculofis morbis lineal morbis [^ eunte morbo przftat
valentiffimum aádhiberea 55i 2 7, remedium ; quia cim mortis immineat pericu-i:
yep lum;nifi univerfim remedio evincatur, præt pesi? rendum. CC in mortem
agemus . Hinc extremis morbis: ni extrema remedia adhibenda ; confülebat Ferdi
Mobi Ppocrates. auediotri- 39 Quod fi tnediocres fuerint.fenfim,& blà-4ic
bus las» dé melius depellentur; niillam enim fic contxa- ga d? occuy- rie
qualitas noxam corporiinurent. INec ta-4 rendum. ynenádeó lentz eorum
remediorum vires effe nte debent; ut illas morbus non fentiat; exafperatulfo
ixi enim fiepé morbus ; et acerbior fit; cüm morbüs €4lid; fo- talia remedia
facile füperet . ius nólon 0:39. Tn fovendis externé partibus, üt incaleej n go
tépore lcant; prudenter fe cerat Medicus, ne diucius 1r i» ufum utatur;fcripfit
enim Hippocrates: Calidüsfi quii ducendi. diu,multimq; eo utatur,zgris damnum
auget carnis effoeminationem invehit,laxatis. carnium] fibris, diffipatoque
proprio carnium pabulo; 54 indu&to humore excrementitio;unde etiam nerun
voróm fequitur infirmitas ; nà eorum robur in.Ji mediocri confiftit ficcitate .
Cerebri quoque affi, fert ftuporem,nam fensás,motüs,cmpiümque- Jio; cerebri
a&Hionum quafi refolutioné pari et hæ morrhagias concitat,laxatis
venis;& fanguine Jh. | fufos wj ma itf fufo; et lipothymias; diffipatis Ro
paient) &reil folutis membranis, qua mots 1pfa excipit. At veró nec multim
f rigidis diu utatur ; i| nam frigidum;ide manquit E Hippocrates, fi quis
incófideraté €o utitur, fpaífmos et r19i res affert; nam exitu omnia corporis
inquinamenta prohi- 1l ven et ofhibus;ac cerebro bellum indicit. Ad prohibendum
faneuinis flixum ubi- i] que osos frigida; nifiin pectore fue- sl zit malum:
fümmé enim frigida pectori fünt inimica; etenim fanguinis, et fpirituum vias
in- tercipiuntjlp fiüfque thoracis naturan n,que carulaginea eft, labefad ant ;
quod multo calore atad v Ita m fo )venca lam ^ 42 In yehem 1enti sok ^: vel ex
multà copià t C aig CCurrat;cavet dotspnerni ident O- ij rusutamvur;fed noni
mihl. eorum,que diícutiünt, eritadmifcendum : quz enim adf'rinsendo re- 4
pellunt, cum tunicas ficcando exafperent,majo- d rem inferunt dolorem, hinc
potius influxum. j| augentsquz v« TO ÍO là refrigeratio ine id przeftat, 4d.
ut: aqua f r1i?1da,nix,2lacies,narcotica,cüm ma- ] teriam nimis craffefacia nt
; Mb conden- M. fent;etfi dolorem minuant, curati. tamen diffi- ] ciema fec i
Im reddunt 43« INarcouica qua í J| ne temere in ufum ducantur s fed non s in
ve- I hementiffimis doloribus,vbivires concidunt;ut 4i cetfantibus doloribus
robur recollieant. Adi la Eori$ vero Medici erit auc auram momo 1 ^ /15 tu
poret Coma En CERT T) cn diia MN NEQUE T m Exterois f igid; $ di nom utendum.
AÀ (angus eb ios ns fiuxf frigidi. 0b1124 praterqua i2 thorace. Solis rgpel
leztibus in printr- pio quado A a, 7 0n fii£fie€ Je £144]73 9 Narcoti- ca nntm-
quam sp- plicanda fiétuvis ca ptis - IN arcot: cea mnum- quam in- 1Ya Are.
Narcott- ea num- quam in pueris Natura quo ver- git, 0 du- cere opor- i5 quo-
apado :inzellicedzt. &» ;4 . captántis ; ca in levibus doloribus in ufum
du- cere. 44 Numquam commiffurz cot 'onali, utin cxteris fit; ap plicentur in
vehementibus capitis affectibus.fed temporibus; et fronu. Numquam in aurium
doloribus intra auris meatum;furditatem enim fepe concitant ; quidquid R hafis
contrà fentiat. 46. In pueris narcoticorum ufus omnis füfpe étus:fi enim intüs
fümantur, cüm aneuftis venis Bi 4 adhuc conftent; quafi ftrangulantur;
extrinfecüs: lits .autemad fomnum conciliandum fi admovean--lj een reliquam
vitam me morie multam Jactu--bo: im faciunt. 747. In quácumque evacuatione
moliendà à Medicojfive non Operante naturafiv e imperfe--p« &e agente, qu
:amvis et quó maximé natura tüil s» partis,tum humoris verei it, có ducere
oporteat, per loca c »nvenientia, id eft poffunt;& à naturà etiamyf
tentione fünt inftituta, q aut inflammatione;aut alio morbo. Vnde Gal. 1. 4d Glauc. cap. 11. dicit teftina
laborent vel vulnere,vel infiamma non effe evacuandum per illa Joca. Tum etiam;
fi vicinus locus ille perfe conveniens parti ali- cui laboranti fuerit ; per :
fi ventriculus, velin-p tione; »per quz evacuartiflor tem fecundarià inc-e oni
eft ventriculus ;,d0/ vefica, inteftina : Cautio tamen adhibenda eft dii quia
fepe evenit; qua per fe fnnt convententia 5, ex accidenti talia non effe; ut fi
hecloca laborét: eciJe. accidens non erit con--P veniens;ut quamvis thorax, et
pulmones ad ex-4i cipie cnP € c ww 3 EE " WA. M reu im. iC s Pv lll Kipiendam
materiamà cerebro transfufam apti! Ifimi fint, aborante cerebro non eft per eam
viam "JEvacuandum;quia tracheg arteria, quz pulmo- '^ Ini juncta ef;
cerebro maxímo eft proxima; et fic Ipericulum effet, ne ad pulmones irruéret,
ut te- "^ Mtatur Gal. 2.27 6. Epid. 52. . Quamvis, que ab Hippocrate
Medicin? cj»; jparente r.24phor. 22.propofita eftfentétia:Coz- -edicari
"I:rotfa medicarz oportet, C" cruda non savere, nifi. opatercs,
Ipsateria rurgeat.qua alioqui raro turget;hujufmo- c eruda iii fit, ut maxima
curandorum morborum fatio 79» move "i lieà nitatur,ut felicitatem, quà in
curandis eeris Vogt? '"Jper quadraginta feré annos fruot;in obfervatio-
siu A inem hujüfce canonis maximé referre foleam.; dnd. [quoniam tamen unicam
hanc exceptionem ad- (æe "I Mgecit, mft materia turgeat. tunc enim cruda
funt eorlatieii- i ipurganda;cum alioqui et in plevritide HIpp.2. troverft
"acu. 11. 6c in anginasa. acut. 30. et cüm lotiutmo conciliati
"Wicraflum eft, et nebulofüm, 4. zcwr. 43. quod im- perfectæ coCtionis
fignum conftituit Galen. t.de » [iC rif. 17.& in quintá die, fi venter
murmuraveJitit; Hipp. 4- 4€Hf. 64. et in quartà in plevritide, (quz eft
principium, 4. 2c. 76. medicamento
yiflufus fit pureante: ut et Gal. 1. Ze differenti: feb. "i ja-in febribus
peftilentibus ; ($* 1. de compof. td. lier loca cap. 2. S.curans alopeciam; c
2. eju[- wilden, cap. de curatione doloris capitzs, (9 4. Metb. omlemed. c.
4.1n ulcere;fuperveniente eryfipelate; c qh1. Meth. 9. quod ita puttidum eft,
ut Corriei «Ainequeat;ab initio evacuandum;(£ c. 22. in óph- Wkhalmiàa; et
linguz inflammatione, ftatimi nitio 41 c firm t4 ÀA1ULA lo 6 LFKD. SEPT ALII
MEDIOL. fluxüs medicamentis purgantibus ab 1niti0 s. quod eft; ac dicere; crudà
exiftente materia, ufn funt;in quibus certum eft,non turgere materia 3; E bo ;
] 33 et forté eà ratione, quód praftet aliquid. cum. periculo experiri ; quàm a
grum defütutum re-4 mediis fineremori. Vndetamquam in falo ha-4., rent
Medici,cüm confirmari fententiam 111a mo «4... 232. 1. Sel. videant, 1. Zdpbor.
24. 4- zpbor.Con; 1o. 4. ACutt. 22. 2. Prorrbet. $8. 3. de diebus decret o.
Iib. Quos, C quando purgare oportet stum fine, pen), longum proceffumm. quomodo
in hoc negouo om: nium, quazad faciendam medianam faciunt maximi momenti, fe
gerere debeant ; dubii hæ: rent ;.& quid pro conciliandis contrariis iis
fen tentiis dicendum fit,dubitant. Ánigitur cum. antiquis Patribus evacuatione
diftinctà1n era epe dicativam, quam in crudà materia numquamy convenire;&
minorativam,quam convenire afí& ferunt, fatisfaciendum erit? minime; quód
unn ecríalis fit reaula cum unà f0là exceptione; e 4 ACHE. 22. dicit
univerfaliter,non convenire, qui cruda non cedunt ; at minüs cedent minoratiyl
debilioribus. Nec raró in acutis in principl uteremur medicamentis
purgantibus.Et ratio Gal.in Com. 22. tradita ; quód. non fit in crudi tate
feparatum bonum à malo, in minorantibu locum hàbet.. An potiüs canonem
intelligemt lo ewvacnatione 13145 fat C112 41 ert'à ET x "ep «c 28 de
evacuatione,qua fit curandi eratià? et præf vationis eratià cruda ab 1nitlo
evacuare poter mus? AtHipp. 4. acut. 22. reprehendenti Meq dicos cruda ab initio. evacuare
tentantes ob u fiamba f ! Euh 77 lamma itione;refponderemus;excufàti p Te eos,
Iiceremufq l1e;1d ili )s ME IP d pra cautionis erati preftitiffe non € à. At
nec placétiiqui cüm ivacuationem aliam conftituant evacuativam 3 1^ tationis,
Iblum;aliam revulfivam:1 PEE IV ànumquam Iruda in 1! » rincipio etit evacuanda
;in evacuati- à fimplic ialiqi ando pofk dif erunt ;cumin Mevritide;in anegirà,
et aliis inflammaticnibu [$5 Llamus eo tempore revvlfionis eratiàfieri eas 4
IVacuat iones. Pratereà,incommoda, quz fe- qu fcribit Galenusad crudorum
evacuationem, "I^ Ts iRAdlfi æm In evacuation ;VvCta fünt; lotiffimuüm
cumabfolute, et fimpliciter reeula 'to, nifi t urgeat, BI LL ciim dus A bobo
£02 3 bDiubppocrare ponatur. Minus r« ecipi endi,qui ki À A Vacuatione cruaa
materla ] Ippecratemire]cere centent ». 2Z2pbor. 23. alibi IT M camdem
concedere,frà parte folum áliquà ia TT . " 213^ * f5 /5(« I T o: f C PN '
d'a Mat: Quoniam rationes Galeni non folüm 1n to-, ; TET UT j^w* I PP LEN. X. X
mer Ik IT conv eniunt,;fed et in partiali1. LUA.2CHT. 2.2, . leat m5 u'atione
ioquit L5 KCuUa c AITCG fit, i t11, ? f 4 Lf 1 Cieccw n * 1 CIICCLLI CIutcoo1
Cal 5 I. non ad totum evacvuandüum; fed ad n27teva ef non ad ictl1 L-
uandtiun;iéeaa«d partem ei- 1LP DS ] iuin eit.( jDCCctandaarm cvoraumm. vec
dicenc Y; DCctlonem ordinata C Lal üuratione ; coacta veT OW WM a 7 € )primatur
zeer,cruda poffe evacuari,ut E. - "* PTWORTAWN P7 2888 C5 on nid I1quibus
vifum eft . Nam
coactam effe tureen Scruda matel Lr paries pd ivo ; d s] A" là 4Hh^ lam in
22. Zdpbor. excepit, ni mini on d A Pm c E Jeperaddic. Minus etiam dic potefi n
liis numquam licere cruda evacuare, ififerte tureeat materia ; 1n morbis autem
fine febre ss f cruda poffe evacuari;quod aliis vifum eft . Con--fni vincit
enim eos Hippocratis auctoritas, 2. zcst« pi 11.qui in plevritide morbo cum
febre, five cur-- putt centiàà principio purgat. Vt igitur jam tandemnafam. in
difficillimà hac controverfià;quid aciendunmfan fit,eruamus,non pigebit
longiori uti oratione nsn &k preter inftitutum cautionum píacticarumnpui t
tradendarum;cüm res hzc bafis feré fit curatio-4oni num omnium, in quà tamen
omnes feré aberrà-4ul runt. In primis igitur memoria repetendum efti cruda, et
co&a in duplici effe differenti ; aliat enim cruda dicuntur; qua coctione
mutatà in. 4liti fubftantiam verti poffunt;alia veró non ves ré cruda, aut veré
coqui dicimus, fed per fimilupi idinem;nam licet nutrire cocta nequeant ; tod
melicrem tamen conditionem ducuntur . De. Bd duplici hac co&ione, et
cruditate etiam prime locutus eft Ariftoteles 4. /eteor. ubi non folürig cibum,
chylum, et fanguinem, cruda,& cocta; aprellavit fed et lotium, et
excrementa ; vt T Hipp. 2. 4cut. 44. ubi bilem crudam appellat hio et Gal. lib.
Quos ' quando rc. C lib.de conjMy art. med. 16. Diftinguuntur autem hzc,
quefhi, qua concoquuntur propric ut nutrianteamde-fi, qualitatem, et
fübftantiam nutritze partis fufcdfug., piunt;quaz veró improprie, et per
fimilitudinenps. cruda. cencoqui dicuntur, non. fufcipiunt ais qualitatem, aut
fubftantiam, fed fufci piunt tail cüm quádam fimilitudinem caloris concoqueqe,
tis:znam chvlus albus fit in bepate ruber, et faclo. culs feuis ruber albas
partes nutriens fit albus. Tn. iM brudo veró cocto, cüm putridum effet, non fit
4muratio fecundum fibftandiam, fed in qualità- "Jte; ut faneuis putridus
cru dus dicitur, pér co- j ctio nem albefcit in prs. Hinc Galenus varié illvariis modis
coclionem d efinivit. 2. enim de 5 aparurel. facul. cep. 4. Concotlio; inquit ;
eff alre- patio, C mutatio epus; quod putvit 2 [rli dier egus quod zutriir :
Quom ctiam recepit Hs. de fTrzpt. caufis y Cap. 3. Aiverfam tamen ab Ihac p
fiiit aliam 2.77 1. £ pid. cap. 46. cüm di- jJlcit ; C ocf10 eff viltoria
inbsds leden: 25$. Et 2225 uuedrte zzed. 89. inquit,Cozcoé lio eft -qua finit
purre- edulzzesz, manente [. «bf antia.Ter primam enim il- dam ver a coctio
definitur ; du: n Us 11 isalia ; qua uper fim:t; tudiné dicicur,quec; putridi
htimoris ir S. de coz zpo[. sed. 72 uridup 1 loc.ca 4p.7 dicit: li C oz coc? 70
eft, Al! era 40 fec: AH0Gb57277. kr 741 Fattoncem » iud /rriztudrmezz.ut
vtramcue cc n.prchenderer, Jiquód in utráq; fiat mutatio ad fimilitudinem; afed
1n p rimà fecundum fimilitudirem aualita- itis. et fubftantiz; in fecundà veró
tantüm fecun: pidum qualitates. Secundó füppcnendim eft; aAMiquód
inflammationes ex Gal.2. Ætb.zed. c. 3. diiduobus modis fiunt: vclà tranfiviffo
fà neuine» (ikb aliis partibus ad partem 1nflammandam: vel dnb attracto (a ing:
ine: à part eipflammatà. $1 in: ilflammationes primo modo fiant, ut faneuis ab
anliis parti busa vo - artcm In if: immandam tranf- qlimattatur,dupliciter
etiam fieri poffUnt;vel quia qpartes afficianturà multo fanguine : ve] quias
T)!)]!10 n. r eIAAZUCAÀA" puncantur ab acr rifanguine. Cüm enim multus KG
partes infurgunt ad illum expellendum, atjue ita expellunt ad partem
inflammandam ; n iuten a fangu 1$; SOM taræn dici nó déteste aptus eft, di
iguotiiteto x xced citt neque improprià cruditate, we P utre dini eft.qu ia
fiin toto abundaret, Íync hum ger nerarét; cüm tamen nulla præcedat f zepe
febris. 51 vcróin parte mittente 'compnutru ifi ;jat min eà parte
inflammationem produxi iffet; fanguis igi- cur ille transfüfiis crudus non exat
. Idem dicen- dum eft de fanguine ex pulfoà parte 9m punctio nem;ex acrimonià
bilis fanguini adimixtze;cru da enim nullo modo dici p oteft bi lis 11la:
neque» enim cruditate alimétali cruda dici poteft quia et ; f21 bili « nó
nutrit:neq; putredinaliquia antequàmi k fluat,facerct fcbrem ardentem, vel
eryfipelata 5;] non igitur crudus fanguis ille dici poteft. Vbi vero fangi iis
ifte'influxerit in partem inflam- mandam, cüm extra venas eft tcranfiniffus;
incipit caleficri, et putrefcere, tüncquecri udus ffi citur cruditate
putredinali fenfim veró à calore: natu rali cum €o,qui prater naturam eft,
pugnate incipit Conco qui,& ex rubro fit albus; u nde dl... oritur pus. Hancautem d li(tinéctionem elicimus cx fonte
Medicinz Gal.1. Proezoff. Cor. ult. ub reddensr ationem,quomoc do fiantin
flammatio nes,dicit,fansuinem,vel humorem non nutr 1e1 tem fanguim mixtum,
priufquàm influ xerit 1 cridumappellar non pofle :nam tum p rimün tántum
incipit alterat1, et à fia natvrà in al leni peumut AT1,c üminfluxer It; nam fa
nouis excidés propriis vafis, in priftinam naturam revertere non poteft. fed
putrefcit;& mox in pus vertitur, et proprer obftructionem ili calor
prarernatu- ram accedit; et immutat;càdem de cansa a. de pat " part.c.
Fexvfipelata ! LS preter nituram ex 1 turam fieri dicebar,quód ad retentionem
obftrn |éto fequatur;híncque cal rfequatur przter na- turam, qui ulibsieni
orfutmp It ; ex quibus hi- jyuftmodi affectiones producuntür ; ut I calidà ^ )|
propte er dictas caufas, M" vtr lereddità 1 cryfi- pelata generantur; et
qui priis male ol nsnon jberat; factida tandem redditur : de ACHT. 44. Quà p
(npp fitione etn CItur,t itin quib icumque infià- i: 1 A i mationibus à biliofo
ve hiceatàbinitio pur ] 1 é » ^ 1* ^ yedi2 sgare,quia humor non eft crudüs ; et
proptereà non comprehenditur fib Ar Sh rifmo 1llo 25. t. DIOIIl " Section:
b 077C( oCcta "eaicarz ó)CYUda verà nan i 9/70 vere oporter, quia bilis in
prin cipit ipflan nmatio«nis non eft Mone Ab initio ver« ) pure $. -cj E. Telle
in ervfinelare «| hovenos " nto 1 winteiii9go 1n Ccrynrpceiate, nerpete',
et ca teris InI flammationibus,& fimilibus;ubi minimum eft, f E - xit;
plurimum veró;auod influxutum apett; ut influxuri humoris pars mat r repcllendo
Biitic titt fi multura inttuxiffet; p lus peri-, pue ex "à bhai armaco
pbtean eretur;ob influ- nateriam, quàm commodi propter fluxt- td r Lili
dgrams;utdocuirl [tp] ). 4. AUCH. 2:2 i 1.€111 convenit materiam defluxam detrahere
; quód pro materià noxià bona evacuetur,;vires debili- tentur,& in
morbumadducatur. Quibus pofi- tis,facillimum erit intelligere, cur in
plevriride abinitio purget, 2. 2C. 11. et cur in angina 4. ac4t. 30. quia
bilisin principio fluxionis non eft cruda. Át44.4- 4cut.in lotio craffo, et
nebulo- fo puzgat,quia jam«rat cocta materia. 1, vero de Crif. 17.càm craffum
louum cruditaus fignum dicir;intelligit de craffo,& turbido . Qnód ve- IO
4. 4CHf. 64. quintà die purgarit, crudo mor- bo.optimé fecit, quod ex hiftorià
conftat, fuiffe turgentem. Galeni etiam loci illi reeulz non. refragantur: nam
quod de peftilenuali dicit 1. de differentiis feb.4-nihil eft; preterquàm enim;
quód in peftemajori ex parte materia turget undequaque mota,;nullum przfigens
fibi locum determinatum;dico etiam,vere crudam non cf- fe,ut aliàs docebimus:
cruditas enim coctionem (üpponit ; atin pefte majoriex parte eó corru- ptionis
materia devenit, ut corrigi, concoqu ive 1 ^ nequeat;de quà putredine locutus
eft 2. Z4pbor..].i 17. lib. adver[us Iulia. cap.6.Galenus,quamesy. nonnifi
evacuauone tolli pofle docuit. Aucto-].. à . X " IR - » ritatesali: feré
omnes funraut de biliofo fan- euine, in principlo inflammaticnum, aut
ervíipelatis affluente,quem ab initio purgari poffe», jam docuimus, quód adhuc
crudus non fit aut à * ^A A l4 ' de materià alià, que nullo modo cruda dici po-
reft,quód non computruerit . in w/o 49. Cave ctiam, ne inter lenientia,
potiffimtj rs inbiliofis naturis, et febribus, tum veró maxi- mein acutis veris
mc js IS,fV FI im rcf. folitivi- zer Je2i6n recenfcas, qnodà rlcrifque Medicis
factum viz:ria n3 ca- dec; cum enun obfervasx IutivMus $vcrim fe penumeró, aut.
z,"era- fimplicem, aut ex fer idis ]: he mi tumtantam. 45/4 :m - » y fo 1
z bumcrüm copiam evacu: 'abtam vix inte- "t" f ves i ! ( 5 1 j."
ftina;m CIaralCz vene «X ventrici luscap ere £i-. 4o! [f L N ow 2419212 d mul
pofic nt.femper fum arbitratus ; ab nniver- CHO fo corpore ; et venis majoribus
humores attra- . 4 hcre. 59894 evi et $0. INc 'n negaverm tamen,in aliis
febribus, $4 AN * [T1 ul »inteítinls, é p rimis VC- ?A€ 287 niscrud. fun hi
mcrum cop1a fubfit, quód al- quando ia t1.:5 vires fuas exícrere nequeat.ta
mquàm abfter PA liS.. í«11..m za f Léntum,anel rcf.foclutivum in. Lai lí
CULICIH 1 (fc. da . NS .* $1. In fcri lacüs ufu: i uz eP rM plis modo feparetur
aquofa hzc lactis fubftantia à bunt es reliquis. Modus enim, quo paff: m no
firi utun-^ Jndkan QM Oo ET,Ut CC cl I3 f Da l'éntur,.ut facili icr eft, ita
mi. Bo. weit nus falibrr :; rzftat enimfeparare ut Diofc.do-. "7 * CCt;
Ib. 2. Cp. 276. quod fit ducbns modis : Pri- mo, fi dec qu: tur lac donec
effervefcat, dimo vcatürq; ramis ficuli iium S,& Ubi bis,aut ter defer e
bcerit;confpereati r oxymelite, pro fingulà he mina,quz eftoctovuncarum;cyathum
illius im- « aH^u/ esL mifcend: id eft, fefquiuir ciam . Secundo modo, r4 a1t;
ferum feparari, fi ei cffervefcentiimm erga- tur vas argenteum aqua frigidà
»lenum. Idem. docet Gal.4.zcut. 7.& Orlbaf.1. E ypor:[toz, cap. 9. Sed
multó diligéuus Accius 4b. 1. Quat.Serg. - e RÀ ^ m S4. 2: €. 96. qui tef it
efférvefcat, et ter defervefcat vafculo aquz frieidz pleno voluit;mox oxyme
lite, vel mulsà afpereendum,& percolandum effe,quod etiam docuit Paulus
lib. I.CAp. 99. 52. In ejufdem feri affumendi quantitate» B seriladis cautio maxima
efto,aut enim fv mitur ad univer Wni^;; ritas Perbiriasquo fum corpus exp ru E
et tunc maxima il- me lius quantitas hauriend: xeft,fic fecit Hipp. 48y.770de
con EL act. 29. dbi cotylas isad minus duodecim propinandas voluit, que tunt
centum 2: cé&o uncim ; "* quód fi valide fif on 'es,etiam ad fexdecim
pet - venire pofle;id eft, cétum quadraginta quatuot iasyfcribit;fic enim
interpretabatur Gal. lib. iovorvas ex. dlc [adubri Díata, » Ap 28. ubi Copeium.
poticnis e Tiles am) fimilis propináffi t fcribit ; id eft, centum et octo a
pec uncias M ÆEEA 1 ad ventr pue «m,& inteftinao 44 velim abftereenda ;
evacuanda bibatvr fe erum, ea» £Mroevex Viii is fue quz tradita eft A Diotc.z5.
I. ct eh CA]. 276. nempe qu inque heming. Heminam Pvgon enim prius hauriendam
fcribit, iens deam- bulandum,rvrsus aliam bibendam ; iterum de- N
eLambulandum;ufque ad quinque. -Hánt (equi- Mace ace gnaviow tur Oribaf. r.
Evpori[foz ; cap. 9. addens, hanc ef o jen quantitatem T pos deratam. tam Ætius
1r. Quat. Ser. 2. cap. 96. Paulus lib. 1. Cap. 43* tradit (xa quantitatem dide
em tenden remad Ihuc parcio- 4C Tem, tresaut quatuor henunas trà .dens; ps Ic
ex- -- plicans cap. 89.etate vieentibus,triginta fex un- cias;junioribus folum
decem et c&to, id cf,Ca- v/evam pyo tylas quat ER: t duasconcedens.
Aliquando nafta ww :atite m fero lactis utimur, tamquam materia i in£e ^ fufio
ini5 $; fufionis, aut maceraàtionis, tunc multó minot jl. lius « pla f
fufhiciet: et fic Mefüe lib. 2 : Cap. 9.à fex unciis ad duodecim concedit.
Neque objiciat else fn à quifpiam Gal. a. act. 7. aflerentrem,ferum inte- 777
ftina a folum fübire, illàque evacvare;qvod repu- enare 1]! videtur, quo ;d
primo dicebamus, ad unck is Cent!m et octo dariab Hip P. 4- 4€ut. 29. "T
ad univerfum corpus expureandum. Cum ew - menipfe tantam quantitatem non pr
obaret ; 1, conftat ex locis propofitis,cüm folüm inteftinao evacuare fcribit,
de moderatà alià intelligenLedicus, n declinatione febrium Purgap- puturidarnm
femper medicamento purgante» 45 55 natcria2,qua me se m facie bat,Cvacuationcin
femper 17. acere ; quamvis enim fzpe hocneceffarium fit, febris nequerelin
quuntur irs Mi ir 2. "Apbor. declinatio 12.Ía pc tamen in * udiciis naturz
nihil relinqui-: 7e: tur: iun À dotar indo, eciamfi nulla crifis fa- : 5 iir:
(A12. . cta fit,aut recta victüs ratione; et debità abftinen /| tà aut
infenfibili per habitum corporis factà evacuatione, aut paulatim er c]yfteres
cadem. martcrià evacuata, ^ evacuare1n fine medicamen per (] to tentaremus,
colliquatis humoribus bonis; et / carnibus, et fpiritibus cxagitatis, ac
excálefa- CLis; nribuqu c deftruciüs ; agrum præcipitem. aceremusin mortem. fai
JA 2. ndoigit r cognofcem lus, pureandü pz, (fe corpus in ü e 1 fcb ris?
Docuitid Pip poc. 2. quado i ad pbor.8.ci cit u8z quis a morbo cibum « Jj"
Wes declinatio non corrobor, ng ^ ium g [locorpus pleaoriuti ili: ge feria :
"L2 / 24 EP putridge mento. Quod fi nec capienti id cóptingat,vacuá- sm.
tionetumopuseffe procerto habendvm. Vbi ^ sdàome Gal.dicitintelliecre;fi i:bum
multum afiumat, é&cumappetenta;que fiadfit;non poteft abun- dare pravis
humoribus relictis:sicque non indigebit evacuatione;fi mültum cibum,&
cumap- ; petentià affumpfcrit; et corrobcretur: fi veró nó n ge- multum cibutn
fumens non córroboretur, indi- raarua i eec evacuatione. Animádvérténdum tamen.
! 2tela . corporis hanc confirmationem non ftátim coenofci, fed trium, aut
quatuof dicrem fpatio poft quos dies, nifi fequatur et apperentia, et
Co£toboratio,evacuationé per medicamentum. . purgari utendum eft. Purgate $$.
Animadvertendum tamen,pureaticnem diinibfa iam et ftatum morbi intermedio illo
tempore» delin* (ypponere,& apparcre fiena cocticnis perfecte t9 ^ Yn
ufina:fit enim quandoq; ur ceffante febre pér 2 diemwunum,autalterum, febris
ante quartz m» . fedeat; nion quód non défierit ex ratione conco- &à
materià, quod quandoque fit étiam per ccto fe cde, . 165 ; neqve tamencrmunatus
m. rbus dici po- 4. eb . teft; quia adhuc cruda eft materia : et 1n eo caftü FI
ficn eft in éofpatio pureandum, qnia nec cocta eft materia;néc feparata mala ab
uüili;tenc enim et totmmina,& vertieinés produceret evacuatios colliquatis
carnibus, et fpiriiibus evacuatis. 2. "Apbor. 3 $.«& 36. Vnde n
intermiffione hac fal- (flo fn. - sà putantes aliqui Medicieffe verám
declinatio T bem, poftcoctionem materi factam evacuan- tes, corum interimunt.
$6. In In iis, qui durà admodum fint alvo, aut crafsifque multüm
füccispotiffimüm in Ventricu ulo, et inteftinis ies ne medicamentum veré
purgans concedatur, quin priüs clyfma ve- Ípere injectum fit;ut facil liüs
fübducat ; et dclo- res non pariaG;,exitumque per inferna ncn inve: nientes
humores, et medicamentum, ad ventris cclum regrrgitent ; quod docuit Ruffus
apud Oribaf. 6.Colle£t. 26. Criucis diebus;qvarto, feptimo, vndeci- mo,
decimoquarto, vieefimo, fi nihil anté judi- catum fuerit ; re di bitet
Medicvsavt purgare, f6. viícid lis avtíonevinem mittere:critici enim tunc ii
dicen dl ncn fi nt Tj LM : ind1Caterio die menftratum fit, naturam cl
|facturamsnectair en faciat.levi- bus remedii, QqUæctian In mant noí ftrà eft f
:b- trahere, manusadqutrices porrigere eàdem die euam poterimus. $9. Cavetamen,
nein deficiénte natvrl in, materie motu per alvum id facias, ne major qvam
fitfiatevac uatio;fi auxilium medicamen- ti tencadjoneas, cüm femel hauftum
pharma- cum revocari nequeat;nec illud amovere liceat: natur& enim 1$ eft
mos, ut aliquando cunctetur aggredi evacuationem,& aliquando cunétanter
moveat,mox ren validéalvum excludat. Quare poftridie potiüs erit pbarmaco
utendu m,quo manv sqnaf adjutrices fatifcenti naturz porri- garus ut quod
reftibile eft à crifi imperfectà exclu iens k . Quid 3-; [ T 4; y Clyeseps indédum
fp? in al- "Uo daro» ante pnr- gationem. de Crincás d b. qua do purgan nU
. Crifi defe Ciente S 240m edo
proceden- dum. Cif die Critica di- ficiéteyea- dé die zii- [il fnovesn dum . $8
LED. SEPT ALII MEDIOL. 8ymptema |. 60 Quid fi natura ate codionem fy mpto- sic
zatu- MOS LIGE evacuauonem molitur? Die ud k intut ya obtran. hic Medici
docáffimi. Ego fic fenuc:fi fiat pet quid loca naturz diffentientia; omnino co
hib endams Medo cum Gal. 1. "Aphor. 21. At fi per co nfentanea. fe- Pref
adé* eatur, cohiberi non debere:nam.fallit interauni e *« : quz mala videri
poterat» bene : iiquando ce- ge dit.4. zdpbor.47. utin Metone cótigit, r.
Epraczz- Sect. 3 X unde fi cohiberetur, pravi humores co- pi, vcl qualitate
ftimulantes, qui evacuantUr » ad partem aliquam. princip em calamitcsé rapi
poffent. Et licet et cruditatis,& multitudinis ; et pravitatis hec e
vacuatio fit argumentum., et fienum malum;rauocne tamen cavufe bonum eft, vel
minus malum: nam minüs malim cft,humo res educi.quàm p principem partem ferri,
S1in otio quicfcerenti 1i fu cci, przfta ret eos ncn ex- cerni,fed cum pra
viadeó fint, ut partes irritents praftat eos exclud i. Symptoma &1. Cautio
tamen adhibenda, quód licet ta- lici natu- Æm evacuationem non convenia t cohi
ibere, mi- va operan- nimé tamenà Medico eft valde juvanda, cin, 16, cant?
fiatà naturà non omnino bene agente, etiamfi agetdum. fucrit diminuta. Imó ubi
diutius perfeverave- rirtalis evacvatio, et vires profternat, omnino erit
cohibendas. giu AM. wf Ll p C 4 Animadverfionum, et Cautionum Me- dicarum, S,
Continens eas, Ova in [angunis miffione obventunt : faneuinis evacuatione per
fe. can quinis tam venam, licet illi d fit obfer- miffioni andum, ut
ventriculo, et venis ao» séber mefcnteri] crrdis humoribus, premitten
excrementis IC| letis ; DOhnL 4a alvi le pni I hr t; quàm ea
abftereentealiquo,aut le- 7t? niente fLbducantur: cavendum tamei ne.fimor
Ibusita ureeat, ut mortis periculum immineat, Mid faciamus : ehe enim miffione
fanguinis 1]li Joccurrendum eft;ut in anginà,& vehementi ali- quà
inflammatione, et febre : meliüs enim eft, 5 mmunenrem mortem pravertere cum
aliquo i damno, quàm czerotantem à morbo op pprimi fi- nere; pouftimum cum
Jevioribus iis noxis non, ditfioo difficili negotio occurrere poffinus,
Sovguime 2. In faneuine detrahendo cavendum maxi- ilo mi- mé,ne quanto putrior
em,& deterioris condi- er ditas tionis fanguinem é vena p rofluere
viderimus, "uanti'4s tanto majorem quanttatein effluere finamus ; e»4c422-
quod plurimos facere obíetvanuis : tali enim. jo$ exiftente fà inguine, et
pauci tores 1 fubetfe fpiritus VM i£, et vires facilltme folent collabafcere.
Coloris $n .. Coloris in fanguine, qui evacuatur, mutaf ^. gnune dios qua in
evacuatione revult fivà; potiffimum in muttio ? internis Inflammationibus fp
ectatur,,non fit ter- [1^ minus,& menfura quantitatis. detrahendz;nam
[22027755 in febribus fepe primus fanguis;qui detrahitur, ruber eft,mox
niger;atit [acidus;cujus mutauo- nem fi quis exfpectare voluerit, pracipitemr-
Cols, &grumagetin mortem. TY Puworb Quin nec in 1inflammationibus internis
fanmuine iuidén perpetuo ilfa col oris mutatio exfpectan ia inflam da eft vaut
enim vix à parte, et circumfufis ob pittionib. craffitiem quandoque extrahitur
; aut fané tan- on etiam tà. illius eft copia, ut, fi cole ris mütationemo
exfpectan exfpectare voluerimus, vires o mnino fimus de- da. jecturi. Colois
i^^ «, Mfutatio hieccoloris ab Hipp. 2. aca. to. ioi tradita intellieatur; fi prinium
albidicrilleflu- aii ite xerit, mox purpurafcat ; vel cuim primüm pur- lirenda,
PUfeus exierit poft livefcens fundatur ; tunc Colori; ji; €nim fupprimendus
eft, modo dicto. fanguine 6. Hocautém fervandum erit; vbi vena pro- aziutatioi
xima eft affecto loco ; alioqui fi in alns cafibvs reviilfrone Aaflamminationum
1dem quisæcre vellet, ni- inia séper f, AP ex[becian da 4 ac Bed Lyc tios æt
RN. ..... gr Ræ eros J| mia foret evacuatio,antequàm fanguisà phlee- /gizqua, I
moneabduceretur. - "am cxfpe 7. Inanginà tamen, et hepatis inflammatio-
474a. ne, copiof fiü: s fanguinem extrahere potetimus, I» agma quàm 1n plevri
tide, et pulmonià ; Guód 1n 11li maxime et evacuate, et revellereopus fit; in
hi le I vcro preterc A od reliquum eft,vbi füppuratü "bos Mfuerit,excreti^ne
UTI ERIE E ones olt Jetfi onvs fit anim dlis pie UT lbeallà exiftenre,
cenftareillanon p teft ; quàm im S. ni pueris fecto venaz, qua evacvandi offi-
alis, c cium folum adimplet,utrariüs In ufi fumes de- eur. Ibect;ob eas,quas
Galenus,& fequaces c is C bepatis /j lamta- ATIS Quis CUAien 1m- Ccuart!
fàt, usaddu- P»er's et xerunt caufas;non tamen adeo perpetua hzcre- !*væuauo Mv
J : T J " ora eula ette debet; quin alicus rdi ante decimum- 7^ r4
"t1T11153 313244 E LI ^ (n ome e ^ At^ an-- quarium annum hoc remedium
prafcribi pof- q dosis D. 2 2um atuar fit ; et debeat: tum quód pu bertas fepé
tern Inü j ; 4 s (2223: C12 all: m pra veniat;potiffimüm in mulieribi s;tum P
dd : à : : 2472 fca quod multos folidicris habitüs, et VIgOFISantÉ,, porofi : e
dM deci blu. 1 t "m pus c« nfpiciamus ; tum quód a aliquos tanta fai
nguinls COpJà rcfertos np "T L] cbfervemus in. acutiffimos morbos incid
Cre, quorum plenitu- bdinem, n1fi fectà venà ftatim (olvanmius certum Jimortis
impendere peria Tt cimus. Vnde» lI tPpenumeró natura 1 przveniens (quam omnino
Jibene operantem imitari debet M edicus) copio- (" ia pcr nares Mon Rao
pun (ubitó m Wbos-Ruz jufm odif5lvit. Et euai nvis huic fententiz re- fracari
vic ide atur Galenus,cum tamen Cornelius ICclf fus, Mauritani féré omnes,
Hifpani.& Galli "Melerique, et ex Italis quàm ; lürimi in hanc., de1*9
o VvAlilils ei Lvenerint fententiam;his affentiri potius plævia atque experi
entis pftopemodum in finitis; fpa- no quadraginta annorum,quo in nuign àhac vr-
be,& in magno hoc UG. Va igi 'udinario medi- Fund excrcui, firmare p lum.
9. Quód fi de fanguinis mitlione per fectam.; Patris P? «cnam loquamur,qua
revulforia. eft,qualis ett ure qua adminiftr: atur pro internis UE umatoni-
femi om bus curandis ab initio,quales fü nt2 incina,phre- nitis,plevrits,
peripnevmo )nlà; hepatis inflam- matio,omnino in pueris ante quart Hunac cimum
evacuari angnis pacctam venam j rit,.cüm X ftatim, nifi xetr i atur f: antes ju
verde cümimp dry dee eire in tT: dixe vcríq; nequeat; neq; ex tra ifpiratione
per mol- lem, tranfpirabilémq; habitum fperari pofbig materiam retrahi pofle
e,etiamfi concedatur, per meabilem illum habitum evacuatonis vices füpplere
pofle ; revulfivum n tamen numquam. confütui ; otcrit veré reme di uim. ro.
Preftattamen in pueris a d fextum annu festen- hirudinibus vena: perta fu
guinem extrahere; à o 3 à x E 2 " 1 f sdi aan VAL zum pre cuin enin uíc q;
ad ieptimmnim annum ob excei- &at bira- fun humiditaus,vena;arteri |DCrvus
ferc fimul dizib4sconglobata png »ericulum fübeft;neloco vena, fanguine aut fi:
nul cum € À nervus aut arteria pertunda- goacaitar e, " 1 "o 2 Rudd s
rud PUcPT tuf. Qu Ó d fi eagam manie Íte 1€ exfera sl 1inCccoe9 CAY AU d. Ee ud
: : "i là pertundatur quidet nfed amplum potius,qua profundum vulnus fiat.
i Dm næ vore oer eve Tempore Ir. feb ribu S, fi tc tipo mittendi langute-4
anittezdi l jOI puce cnni, IFhoides fluant, quamvis doctiffimi aliqui viri
IFenfeant.non priüs quippiam à M edico effe mo- E ddun: quàm evacuationcs illz
defierint, etiam I fint im erfeéi 4 qi "Y nefciamus quantum. o IWelit
natura evacuare, et cüm imperfeáé ali- Inuando 1n principio: igat, verfus finem
autem. [uüppleat ; unde fi evacuaremus; periculum im- minerét, neex exceffu
vires deficerent : cenfen- Irium tamen,melhis effe; cum verfus rid vide- mus
naturam deficere ; manus adjutrices porri- Ibere,ut ex conjunctis natura, «
Mcdici. actioni|bus, facilius evacnemus quantum opus eft ; fic Nf ] AY. 31351
14 363 9913343533, Enim Méetoni aimiftivte fanevinem narium eva- I. 1t] l tX
v"3 H1 Loel-4 4 ( e« Ct 3. CAD. 24. F5 ( ] €C4K ] er11111 EX acu1 2 0, i (
O. 1)77 Sect. 2 vC. : ^ 3 3 " 1 n " exeuntem humorem
unà,dicebat.debere Me- r I l £21 ptt n ei CIC3quod etiam « .In Coma, x
pitCcabat, Id eft, dum imperfecte natura ope ] i "v^ d / "t 1 "
l'atur:;non autem dicit.pefft. Sc quod omnetmo Fall l4 ("n.f ! L FOI11C
difiiculit: tcn, Asa . js. ! Ci LZ D € Ubi nac - ! 2 1 A IDIOD ecu e Ct, quod
1n eo ca BE Lo ecorncids4 f: todminic fecta Bit mus ilu imt! CLLIS 11 uen 1S
aneulinl Ípect Dnoaus cit.Qqtm? I fatis fore v rideb ütur,totum neectium
permit- llrendum erit natura;fin minüs,tantum Medicus IHetrahe tquantum fatis
videbitur, ut ex c njun ttis ambo bis tanta flat evacu atio, quanta pro
Tbvincendo " it neceft ria. Vbi duo funt, bx quibus facili : coll Ieitui
rnc life esf ectare.» incm motüs n2 ture,edamfi nperféctus fit.Pri-
Inum.quoniam dict /; rir Fal vide "Dh quod hon ceflatum motum oftendit,
fed dum in motu eít; DE ( o I! aunnf, f! men, fnere r " gtrit;j pt I
C€UACitiaat an i a adeft A£ 001H$ o Grecibt. f Zdo Í ed ie cce Id E £hr 4A ( át
ZT« TT €t c RUP ÆRE mulium yum (lac e iu, 1f, 2901/8 d M P^ £ 9)4 LFD. SEPT
ALII -MEDIOL. eft, conjectándum effe ex impetu, an fv fficiens futura fitilla
evacuatio: Secundum, qucpnic m» fruftra "x impetu 1d con jectari doceret,
fufhice- rct nien ceffato motu videre, an adhuc et mcr- s magnus effet, f.
ngrin isfubeffecabundan tia; MÁDS n: valétes: cüm autem imp eium fiuen tis
fanguinis sfpcétandum Jufl trit; id non alià de causa à faciédum volvit, qu
àmut ex impetu con- jectari poffimus;an fi ffeQ ura fit hujuf modi na turalis
evacuatio;ut, fi fuffectura fit; pi yen pater ono cemimpetu effluat, totum
negotium nàtu- ra relinquam us;fi veró lenté& guttatim, ante- quàm-c
'cfinat manus ad jutrices porrigete va- leamus; ü rutrifque con) junctis»ofhi
mus tantum evacvare, aranrtumopus fit; ai à diligentià ad- hibità,ea e"
cjemus p rericulayqu eadcó vercban IUur;q" ] contfa fent dunt. r2. In
finevinis metiendà quantitate ex babitu corporis eracili, cartio mæna
adhibencai eft,atque diligenter confideran dvn |,ànànatt- à eracilitztem nac
ttus fit,an à confi Danis: l- u. me rbove.2.de Temper Tibe im avt obo. vichüs
parfimoniam, ap iml curas, au it fimiliass4l quia verifimile eft parum
fanguinis ip venis CCn-» tineri, minor extrah1 d teb jet euantitas. In 11s ve-4
rÓ Qui ales ft ntnaturà, quia fieri pcteft, vt et liberaliori victu ufi
fuerint; et pf ptercà fa neut ne abundent, plus detrahi poterit. 1.42 6 luc eft
à do^ i fincHbs . Idemin craffis animadvertendum:Difan] Oi ridi culi erunt
carnofi à pinguibus ; in car: nofis; «à G lau 14. cu iix inftituto video multos
Medicos rra: exrare, plus fanguinis in iis detrahentes, qui la- Msi s: boriofas
artes exercenr, utin fcfloribus,& fimi- i libus,quàm in iis; qui in artibus
fedentariis tcti bes da fun ntque iin illis plusinfit fanguinis; viribüfc jue
^^ 'aleant;n llispi iritus, et fanguinem exhauriri:róbur ve- in folidiori fu
prà repofitum effe, et ex quoudianoalimento fuppeditari, cim alioqui VCDa n n
multo faneu Inc rei erta fi lO px Ot1u« CAM períectan 1 I aiiquan l CUla C1
Cuerit (x; M X6.fi terti i nCccei (li 3 int L ftabit bis facere duo bus diebu:
1 Áni /* «u€;,inrev 1 NJ IM Al an repetitam fanguinis ternos cgi M f f lV cna
In Oeadem d 11^? T5 th: A&IkLIOLLhD tasm ittci P^ madvertendum, pra
MEMRUSol P. ue - de curaa. vat. per [aug. sail] .cap-21.fi repetitio fiat ulfk
OnlsS, ] «ütterendam. fe 1 d Quód f acta fit,interpoínto d1ein DNEERS. XAB.JXr.
of nofis,quia plüs fanguineabu: ndantp lus fangui7 nis deu ihi pe 'terit;contrà
in pinguibus. Gal ' 13 "i nt Lt1lO «ile, noir Lh Iib. .dátc £14 YaHnád
VaL. i £1 T» iq. nmt]. Cap. io mplex fuerit, Urgeat veró ían« termiffionis
fieri poterit feprem horarnm. fpati )( Peine, in terrium differri pc teft.In
quart I6. [^ evac aticnis gratidorer etenda n potiüs cadcm. ; B » h.n n ER Is
DA d 3/2 ) : ^ I*t* bins [27, CH» (d Qf41 1 te$ Lac ^ ani ) làdv ertrentes,
etiam in itridis febribus Curadis » £471 Saliqu indo Icquenzi, ahüs pet
terpofito, faciendam do- "à o Ulnls, biscadem die inpatio uentecm à hem
etla Im 'CIcr- i 1 du- joris invafionis, Iürtana veró pra- intermiflionis,
^47" 7 MED Po) rl auralterum efle, 2a. E I7. Cave Miffwnis fangumss
vevulfrua sepetttio quádo £a- denm die Pace uud jácienaa . In cruris dextri in-
; f. amma pone qua pena fece da pro »&- sulfione qai y ETNUNA A "HET
jan 9€AUTIS t ks É 2A04 tt[que dei: Cave tamen;ne in pracipiti morbo revul
fionem ex pofcente id ferves; cüm enim affiuxus fiat vehemens, utin effufione
fanguinis per na- res,aut uterom;,aut hemorrhoides;autin inflam. matione
gutturis, hepatis ; pilmonum, nifi eà- dem die fiat; fruftra fequenti die id
tentabimus ; quód cum fanguine anima fit effufa;aut füffoca- tio có
pervenerit;ut nulla amplius fübfit fpes fa lutis. 13. Cümin revul(ione
perfectam venam fa- Gà, et rectitudo obfervetur,& venarum confen- fus,unde
laborante inflammatione crvre dextro nunc fecandam jecorariam dextri brachii ;
nune faphenam internam cruris finiftr1 pracipiebat Galenus . Hac diftinctione
in harü alterutrà feE ^ ; L lisendà ego utendum cenfeo ; fi ex interna catt» o6
à, calido fanguine affluente, fiatinflammatio 5 feccanda omnino erit vena
jecoraria dextri bra chii; ficenim verfus originem, et fontem retra hemus
fanguinem.fervatà rectitudine, et à cor- pore extrahemus. At fi externa aliqua
caufas puta;vulnus;contufio,aut quid fmule inflamma tionem pepcrerit,
przftabitex crure fanguin mittere, ut fanguis, qui ex vicinis ad partem laLi
borantem affivit,faciliüs per venarum commue- p, nicationem et revellatur, et
evacuettur. Cüm fanguinis miffionem ad anim ufq; deliquium concedat Gal.2 5. 1.
Z4pbor. in arden- riflimis febribus,;maximis inflammationibus;& Inorbi a
sadimittédum efle hoc zenusau nifefte vehementiffimis doólotibus, nonnifi in
extremiss| xilii,ma-4 em. pi JNTM. ADVERS. . nifefté oftendit. Verüm cümad
illud exfequen- ro ja sa dum tot requirantur etiam conditiones,nem- ducendz, pe
ut adfit.atas juvenilis ; temperamentum. «$4 qtsi- calidum et humidum; regio
temperata, cor- às» et pus faniguinis miffiom affuetum, anni tempus. &^r* temperatum;
quas vix in unoxX eodem corpore reperiri poffe conftat;cavebit juvenis Medicus
; fanguinis miffionem ad animi ufque deliquium aceredi, fed eam perias Medicis;
et plurimüns inarte verfatis relinquat;quia, cüm vix tot con- ditiones in uno
concurránt;& fiin. uno repérian- tur ; vix cognofci poflint, potiffimum à
juniori ; necdum multüm inarte exercitato, przftabit il- ]am omittere, et
maturiori judicio relinquere . Non femperante fectionem venz lenien- $474 Vena
om da eft alvus; vel leniente medicamento, vélcly- 5 «Sn ftere; fed ubi
crudorum humorum colluviem in i aput |! ventriculo, et venis mefenterij adeffe
coznove- rimüs;aut ex praterità victüs ratione, velex co- lore linguz, vel ex
&ravitate partium illarum. jp juxta ea; qua tradita funt à Gal. 4. de ?wzd.fa-
aut. c. $.ócanté ab Hipp.4.zenr. r16.ubi dicit; $i Wfecanda eff venas C al'vus
fluat, prius effe adferin- E oim. At ft ad [tr il/esihiol serere gal a fol- ||
vendam ;,nefczlicet inanitz venz crudos humo- Morzo £y 165, aut etiam corruptos
ab illis locis fugant; ac præcipiti attrahant. fanguis 2r. Infebribus
putridis,in quibus diturindu mici de tcn, ptzmitti, ubiadfi int crudi illi
humores; aut bep ante p putridi in primis veni s, clvfteres debét;aut lenié
4!vi e*t daalvum:atin przcipitimorbosà fluxionefan- !/* G culnis beat facit inAnitto e
"mas J*enis bua €bit in fe- viendis, qua cau- iones ad- Libenda.
Catutiones £2 mitten do faugut 2e alia,à quibus pe tenda euinis facto,vená
prius fecato;nó alvü emollíase 22. Caterüm; omnibusin pertundendisina brachio venis
hzc adfit cautio, utbafilica feria- tur,poftquàmfe;junxerit cephalicz infrà
eundo per digiti latitudinem ; cephalica: contrà fuprà per diciti latitudinem
;'nam corporum fectio id doce: nam maximis nervus qui ex cervice in- ter primam
coftam;& claviculam permeans;toto brachio fertur, bafilicz? fübeft eo
loco,'quo ferit digiti latitudo furtim eundo ; fi confocia- tioni bafilicz
;& cephalice imponatur :? tunc fi digitkálterà latitudtinead axillas
abieris,eo loco fuperd áreditur bafilica eum nervum, dumnem- pe curfu fim ad
cephalicá fl etit; ibi pericu- ium. Quod/fi infrà pergas;in altum fe
abditnervus. INecetia tutó in ipfa cójunctione vtriufque |.vene fit (ectioscui
plerumg; validiffimi tendines fabfunt; cephalica auté fuperius, ut dictum eft;
erit ferienda; nam ibiab. arterià, qus ei vicitia eft; longus abeft ; nec
quidquá periculi habet. QE» Plures fi quis in fanguinis miffione,& ve-^1 nà
fecandà expofcat cantiones, et animadverfio- nes; Avic.legat 1.4. cap. 20. fed
potiffimum .Nicolum Florentini » Sermone 2.T vati. v. Summa 2.Capi 1.17.0 tn '
18. et recentiores, qui defangui-à nis miffione per íectam venam ex: profetfo
fcri- [e píerunr. Dum enimregulas quafdam ad hane:[^ materiam pertinétes
tradunt, cautiones pleras--|*& que attingunt, quas,neactumagamus;in prz. nm
fentià pratermittendas cenfemus, potiffimum, p cüminanimadverfionibus circa
febres, et raor-- pa bos particulares. quàm. plurimasad-hoe. nego- tum
fpectantes infrà fimus propofituksi. 24. Incucurbitularum ufu, frlocus
fcarifican Cucurbi- dus fit, nop adeó multo igneopuseft; nam prz- r4; pA 77
terquam quód fepenumeró vefice. in cuuculà fzarifca- elevantur aqnà plenasqua
fcatificationem cutis tiene,sffi- intcgrz impediüt;attractum ét fanguinem adeó
gaztnr ez condenfant, ut mirum non fit, fi incisà cute fàn- £44ce d guis non
effluat, potiffimü fi diutiis adhxreant. £7*» et 25. Infcarificandà
füb-cucurbitulis cute ad Scarifica- evacuandum fanguinem,.non eodem modo fem-
" quado per incidenda eft cutis: nam in cute fuübtili et al- profunda, bà,intenul
fanguine et bilicfo non profundis ;; quan de incifuris eft utédum, fed
fiper&cie tenus eft fca- 17v; f- rificandum : vbi veró in craffitm corium
incide- ciezda. rimus et nierum;crafstisque fanguis, et feculen- tus erit
evacuádus,profundiüs crit cütis,& fülz jacens caro incidenda, ne
evacuationis fine fru- ftremur;cümalicqui artifices quá plures videa- mus,qui
in quovis corpore vix cuticulá tráfetit, folümque ichorofum,tenuem, et in
extrem fu- perfice confiftentem fanevinem. extrahunt, ut Inanus 391115, et vix
ferientis.nomé adipifcantur. Caveant quàm maximé,ne diutiüs cucur Cuenré;-
bitulam;carnofe potiffimum: et molli part, ad- f4/a moa hære fipant : càm enim.
vehemens fiat attra- diutitis vf ctio, et multa carnofa fübftantia
cucurbitulam., /*4 Pare ingreffa fit, adeó coarctatur, ut fpiritbibus ncn, ^mi
permeantibus pars emcriatur, et eanorzna m, "^ quin etiam fphacclum
fibeat; unde maxima vi- tx pericula fequuntur. e z L VLl arm d" je?ri- bus
interznittentiZ a DAS f^ d üTHU) provo Y2yHiai$. Qontinais febribus top 2dior
evAaCttalto La Lam per lot: et à P, , Animadverfionum, et Cautionum Me.
dicarum, Eas complectens ; Que in F ebribus curandis ob[evvari debent . f. T
vcrumeltin febribus putridis fiu- doris,& urinz provocationem uti- lem effe
; ita in intermittentibus ; maximé autem tertiànis, fudoris $99
ctülioremcenfemus quàm urine. [uu Nam cüm fineulis harum acceffionibus videa-
mus feréad ambitum corporis portionem ma- terim transfundi à naturà per
fudorem, motum| 4i illius imitari debemus. Oppofitumin continuis fiat: quód in
inti-0 miioribus venisineis humor putrefcat, ex qui-- Jui ., N . - bus
perlotium aptiffime ex pureatur;nifi forfani«f ferofi nimium, et tenues humores
praváleant »» Bs: et zftas cum madórefit ; tünc enim etiam fudo--E ur fibus
evacuatur . I c Alec REED F. IOr Intertianà febre verà,& ardente, hecins
Teriasis J| clyfteribus adhibeatur cautio;ut ficut molles,& €$rden^1!
refrigerantes potentià effe debent ; ita actu vix. tib»s. elj- teporem habeant.
feres ioc 4. Vtintertianà refpe&tu fui; aut materieil- J"*e"tes
lam facienus, numquam aab initio ante coctio- ^as nem eft medicamento purgante
evacuandum.; ita cüm quandoque ad ventriculum bilis acris jh. icit
transfundatur et mordens; eraviffima invehens ionem pericula,& fzpe mor tem;
po otiffimüm fi eger ad quádoque,vomendum i Ineptus natura fuerit:ut illa
preve- sargadz ; niamus,licebit purgatione uti refpectu fympto-- e quado.
matis, ut fyr.rof.folutivo ex fero vai odit " vel cui incocti fint
thamarindi ; aut et valentio- ribus, ut electuario rofato Meu, aut de fucco
rofarum ; quin inacceffione ipsà fymptorate» urgente, ant liydkelz osten; velut
vomitum adjuvemus;vel ut decrfi im ducamus;aut fané ut acerrimam illam
qualitatem à .ttemperemus . $- Vfusrh abarbari ut omnino Inter principia V fus
rba- harum febrium eft interdicendus, quód e eleétivé ^ar? (Stt purget ; quod
non licet crudà materià ; et quód cun calidum fit, «& ficcum, qualia omnia
evitaridaz, mod E ante concoctionem docebat Gal. 1. 2d Glauc. ita ad
deturbandos biliofos illos hum ores, et fyn- copen cx morfu cris
ventricult;& vehement n ma alia accidentia;in p rimis tribus, aut quatu«c
acceffionibus ante cocticnem cmnino fug len- dus : humores enim illos ferventes
ma?is exa- cuit; partem phlogofi quádam afficit; cbftrucio nes in venulis
mefaraicis poti&sadaucet, fit?cuE (GG ? (C^ et f TN s^ uci ix losofque
denique eeros redditi Inh 6. In purgatione 18 biliofis febribus molien-
febrions dà,caveat Medicuss;ne deciptatut.fiypoftafim ih pro pire». urinà
albam,;levem, et az: qualem exfpectis: cürn tione [aff epim im biliofis
affectibusfola nubes illas habes eit a". conditiones ad concoctionem
oftendendam füf- tubem es ficiat»fi exquifi aora illa figna exfpectaverit, re-
pea E e facilé occafionem prebebit, quitem^. . Inbilein eftuofiffimis iis
febribus evacos- Ya deeli- "Y licet rhabarbarum primasapud omnes Mc-
4atops; CYcosteneat;animadvertendutn tamen omnino küuA»HE CIIt, fl caloradhuc
vehemens in declinatione fibriz rba - v elin ventriculo, ve] in hepate, vel in
univerfo barbarum, Corpore, et folidis partibus relictus fit, et fitis ez pro
j3neens,quodin vehemenriffimis terrianis ali- bile. pur-- quandosfiepius in
continuis, et cavfbnecontin- ganda fu eit, preftareillonon uti ; undein illius
locom. fpium (übfirere poterimus decoctuim thamatindorü CH, . cum
fyr.ref.folütivo,& portione mannz,& fimi dibus. Rhabarbarum enim
caliditate fnà, et ficcitate;ac ieneis partibus, ut calorem peracci- deris
minuit, evacuatà calida materià ; 1ta per fe in hujufmodi corpetum condidone
"calorem, exacuit;ficcitacem adauget;ac fitim inducit:un- deaccenfis denuó
fpirinbus, denuó febies exci- tantur ; aut folidioribus magis ficcatis,
hecticte introducuntnt£, quod multi non animadverten- tes,non levem 1enominie
notam fübeunt, quod go vel declina ata; vel ceffata febris nova corüm Lione
excitetut'; GV uonedo Nujvandoautem etiam inis cafibus rhà bulbs. P wi EIS y
Würer iride case MEET c AS a0; barbaro uti placuerit, autintertianisipfisadeÓ
;j454724 || non ardentibus, ant in corporis temperie,aut e stipof-,J| conftitutione
fic catidà, et ficcà, quód praftan- //mus pro J| tiffimum cholagoeum fit, ac
maximé in biliofis purganda ;affectibusab omnibus, et à me commendatum, ^» etis
pe ts uA 1 torto ve xA $n «ff uofis potius dilutum, factà in aquis
refrigerantibus, bribus aut fero infufione,commendo,ut caliditas illius, fei,
et ficcitas retundatur. et ignez partes repriman tur ; aut ex facchoro in
fyrupum paratum cum cichoraceis,ut eft fvru pus de cichoreà cum rha-
barb.defcript. Gulielmi. Qvódfi potiones quit- piam averfetur, in. ufüm in
pulverem quic cm ducetur, fed ad mixtà caffià, ejüsve fuccoad un- ciam, facilé
enim fic ficcitas ejus retundetur,& lenez partes compefcentur. 9. Scammonil
ufüm ut in biliofis omnibus Scammo- febribus fifpe&tum habere convenit, et
non nifi ? &/vs à refracàillius caliditate mixtione aliorum me- 4 fe
Idicamentorum refrieerantium;, ut in electuario ion jr .Frofato Mefüz,& de
ficco rofaxum,& admodum po » raro ; ita in ardente febre omhino fugiendum
MM ieriet tcenfeo:hazc enim febris magls, quà quævis alia, hrefrigeranua
expofcit. Quapropter per caffiam, imannam,.fyr.rof.folutivum ex fero, violas,
tha- imarindos,fubducere hv mores peccantes conve- Imiet, vel etiam Actio
Z'errab. 2. Ser.1. cap. 78. lid perfuadente. 10. Poft blanda hac medicamenta
;Optimé. s/74; "T, Ifaadet Avic. dormirealiquantulum ; cm enlm. furis.
lletiam alimentofam habeant facultatem;etiamfi medica- iportio aliqua in
alimentum vertatur, refrigcra- mentis, pa G 4 bit, t f - v/ B AA. Caufone
laborante T Psrgato » J&€ € : (asi ardentierum la- ePi opti- 222473 «
Sacchart vofati ti- f5 » post pegato- zem in Qogadl 915 » ion qrebádus. Ju fbre
9» gerttana eti mter e» [onis eie,vtilus à Gal. c^ alüs infi 11445, «- bud
noftra zes pericu- lofuts " xo4 bit; neque tamen evacuatio impedietur ;
natura ;| 1^ per fomnum refocillatà... 11. À purgato in caufone humore ;
fi.quis la--| 0^ ctis ferum ad frigidum alteratü per duosstrésve:| i dies
fümpferit;vel lacafinz;illi maxime confül--| iu tum cenferem:humedctat enim, et
refrigerat corr] d pus; fitim extinguit, atque fi forté hectica ince10
perit;omnino eam reprimit. NI 12. Vndeetiam non adeó probanda eft pra] ui
&icantium confuetudo, altero à purgatione diez] fem per faccharum rof. ex
aliquà aqua refrige uiti rante concedentium, ut calor, ficcitásque v1 ex-- tu
purgantis medicamenti facta, et ex febre reli-4 it &a et fitiscompefcatur ;
càm experientiffimuss ux Rhafis, 3. T rat. contin. 27. eos, qui calorem, &q
qu ardorem in ventriculo patiuntur;illud comede-4 it renullo modo debere
teftetur,& maximé fi eftass, ii fuerit;calefacit enim;inquit, et fitim
inducit;idls jc quod-etiam in multis experientia docet . Quareq a.
praftabitautfero ; ut dixi, uti, aut aquà horde] iu cum füccoaurantiorum, aut
julepo rofato ; autij gui violato. 13. Lauté etiam nimis, etiam intermiffionis]
un .tempore;cibari mihi videntur tertianà laborans]. .tesab omnibus feré;&
à Galeno ipfo:qui cibarg ni; .di modus fi apud. nos 1n ufum duceretur ; omne:
qi ex tertianà fimplici in duplicem, aut etam com] iy; tinuam duceremus. Atque
hoc fépé; ac fepiu: un; juniores Medici;&üm ex fcriptorum inftitutà vid oj
Ctüs ratione victum prafcriberent egrotantibus:| ex perti funt; cium
egrotantium periculo, unde ld uj; mutare WE. 3 A s P». "e *. E n TO ix A S (1À5. mutare fententiam coacti
funt . I4. Quinimo, fi vinum pro potu incipiente» co&tione curh
Galeno,& antiquis cócefferimus, onines in deteriorem condit0nem ducemus ;
ut ^ vixin ipsà declinatione concedere illud poffi- mus ; five hoc corporum
noftrorum conftitutio- nitribuatur;five vinorum noftranum conditio- ni; five
utrique; hoc unum fcimus ; fecurius per totum morbi decurfüumabdicari vinum.
15. In quotidianis curandis febribus anim- advertendum eft; quód, licet in
febribus aliis in principio uberius fic nutriendum, paulatim ver- fiis ftatum
progredientibus imminuendo; ;inilhs camen primo feptenario tenuiüs funt alendi
z- ori, ut et crudz in ventriculo contentz materiz attenuatz;excalefactz,&
exficcatz;aut in bonü fuccum vertantur, aut faltem abfumantur, aut per fe,aut
ope Media, le 'nientibus,& abítereen- bus fübducantur;in quà re Rhafis,
Avic.& re- liqui omnes Mauritani conveniunt, ut nempe» primis feptem diebus
tenuiori viu utamur; quàm etiam in ftatu5qui omnes à Tralliano mu- tuari
videntur. 16, Siramenà falsà pituità fiat; potiàs vomi- tu in principio
expulfa, aut dejectorio abíter- gente per inferna educta, cum nutricatui inepta
fitevacuabitur ; neque dixta adeó ab initio erit attenuanda, ne incalefcat
magis, ficcetürque minüfque eductioni apta reddatur. Quamvis vomitum in hac
febre Galenus Jaudátfe vifus fit;apparentibus fignis ccétionis, quod Vino i€r-
tianarti apad nes per totum morbum interdicé- lw quoti- diamis i5 principia
fnniAus A- lesdum e- tamqua in ffatu. Pituita falfa ab danteyvte u$ ab ife 2it0
nom adeb attee nunndas » fid evæ cuanda « Iz fcre enuctidis« 2A "vem [^ X
e tus utilis ab tnittio, eo quomo do« Siwotilia na in bre, prater qUmiupn ab
initio, valenttor evenit i Satu,e€x Gal. . Mel.vof.fo dutivii,l- - «et £n bi-
liofo ab i- 3211:0 non €OQventat, 22 pituito Js optima eff veme- dium, c eur.
"Aloe 15 quotidia- $5, C a- liis febri- £ns locis, optimum remediis. e/ P
d ZI) Í ^ y^vs /9 €. :06 quod in ftatu evenit ; id tamen decà per vomi tum
evacuatione intelligit, quà univetfüm cor- puscvacuatur radiculà, cui veratrum
album 1n-. fixum fit: cümenim majori cx parte primis die- bus ventriculus
pituità fit refertus; fi ad vomen- dumneptus non fit; aut natora, aut.
ftructurà corporis;optimium erit,blando facili vomito- xio tentare illius
evacuationemsaut fi fit naufea- bundus;à cibo . 18: Quamvis mel, et fyrupum
rof.foluuvum in biliofis febribus,abinitio,cradà exiftente ma- terià,in ufüm
duci non poffe ad fubducenda ex- crementa communia,jam docuerimus;in quoti-
dianà tamen, ad abftereendos vifcidos à ventri- culo humores. przcipué mel preftantiffimum
remedium cenfendum eft: attrahens enim facul tas.frigiditate,& vifciditate
humoris primo oc- currentis evancfcit;& quafi emoritur; valés au- tem
maxime facultas abftergentibus relinqui- tur. jars 19. Ne quis inamphimerinis
füfpectum ha- beataloes ufum,ad.deturbanda communia ex- crementa, et pituitam
in ventriculo, et primis venis exiftentem fübducendam, vel ob eam ra-
tionem,quód bilem potiffimüm illam fubduce- re fcribat Gal. 7. Æt b. med. a4-& S.de
compof. med. [ecundum loca, cap.2.. C lib.de T ber. ad Pz- Jonem,4. et Paul.
£b. 7. cap. 4.vel fané,quia eam- dem calidam in primo;& fecundum eradum at-
tngentem,& in tertioficcam;idem Galenus.có- füituerit;quod quàm fit febribus
inimicum,qui- libet; aloe efle facultatem: alter NIMADFERS. libet, qui febris
naturam examinaverit, facile poterit intelligere: Animadvertat,dup P. 107 licem
ih . 41e, dy 4 am à totà fübftantià jx faci ductam;quá bilem potiffimüm,tum
etiatn pitui ;as. tam,fi non à toto corpore, faltem à venis etaim " ^,
Circa hepar attrahere, et é corpore pellere con- fievit ; de quà locis
propofitis etiam Galenus z alteram deterforiam,& attenuantem,quá et exe
crementa, qua funt in ventre, et inteftinis, cue jufcumque fint generis, per
inferna fi bducit ; cümqe potiffimum inter feces evacuantià», ÉxxbebeTiXxo d
dicta,principem feré locum.occu- pet facilé propofitas omnes difficultates fü
peras re poterit. Cum enim tamquam bilis pureatós rium medicamentü affimitur
aloé ad drachmas i'edüam duas, et non nifi raró, utalia medicamefta longé à
cibo fummo mané,quin 4n febribus biliofis concedi poteft : fi etiam raró veró
aloén Hu letjectori medicam 1 üÜte Humamus, ut dejectorium medicamentum, üt
"" ^ . - ique deterfione quádam ac attenuatione, quid quid per viam
invenit, fibducit, et frequentiüs llafiumi, cum cibo permifccri, 1n mini ri
quantiateaffumi, et febribus loneis; tertianis hothis, »& quotidiánis, quàm
maxime auxilio effe pote- Iit; pouffimüm fi lota fuerit; nam quamvis jy. e£ IG.
de ruend. val.Galenus 31 Oocf neque ficcam, ne' l|Ique melleexceptam fenibus
concedendam fta- ftuerit, nifi maona aliqua neceffitas ureeat, c^ 8. Ie compof.
med. fecundu loc. cap. 2. bili fis,& ficIE15 corporibus alo€s ufüm non
mediocriter infe- Ium docucerit;In aliis (anc corporibus,five moctbo tenLorgis
fe» byibHs a loes ufus cópmodus . i^ MERIT æn gant ei (ix iQ1o8bo tentátis,five
fanis, ub! vitlofis füuccls utcumqs bent infeítentur, aloé non fine magno
commodoin. ufim ducitur, potiffimum ubi ventriculi villisii adhzreant:fic enim
Oribaf.7.Col/e£l.cap. 27.abfinthio alo£n cóferens,ftomacho placidiffimam juu
effe contendit et fumi quotidie poffe à ceenà ; depu. aT ME aie quod.
Ewporiffon cap.9.übi de evacuanübus; eju in fanis corporibus conveniunt, agit;
quan- titatem enimiis przfcribit,qui quotidie eam afAAloes va- Pia quanti 345
[umen 8A s [7 pro $urgato- o, C f $ro dei- éforiosat- dicatméete. fébducit
euim.» Yaquit c ciborum vis nou bebetat, Mi erattvea fitim uon inducit, C"
bominem ad cibos fu-. à anendos facit promptiorem ... Ex quoniam proximé f ante
hzc verba dixerat;aloén ad duas drachmas. furi fümptaio, pituitam,.& bilem
fubducere: cüma jen addit; [omi e riam quotidie poteff cama.non intel- i: licit
de càdem quáütate;fed alium ufum fumits Ki fümunt;trium cicerum mænitudine.Idem
eti3; et longiori oratione explicuit Aét. 7'etrab. 1. Serm. 3-c4p.24.cüm enim
ad trium drachmarumiJi;, etiam quantitatem ad multos demoliendos mot; '
bosoptimam effe ftatuiffet, commodam etia malos. effe (cribit fanitati
confervandaz;fi quotidie antep... coenam fümatur,utante prandium mane: id
au--]i... tem effe non poteft in càdem quantitate, fed adi fcrupulum, aut
femidrachmam. Sic ex Mauri-1,. eàdem, ut medicamento purgante; agit, ut et apud
Mefuen viderelicet. 511g1tur tamquam... deterforium medicamentum, €
ventriculum. i expurtanis Avic./ib. 2. cap. 45.de iis.qui fecundà vale-4t.
tudine conftituti alvum movere poffunt ; de de-4.. terforià hac facultate
loquitur; C Jib. 7. cap. a. ded. n h i ad LI " » E- AA LM, Ixpurgans
fümatur,& in minori 1llà quantitate, li ftatim à cibo, vel etiam ante cibum
ftatim fu-. fimatur, febricitantibus iis fepé concedi poterit, "lin
quibusaut crudi multi humores febres: pro- fluxerint;aut certe ex diuzurnà
febre debili red- flito calore ventriculi;multa pituita congeratur, Int in
longis febribus veni ire docet Gal. 1. ad IBlauc- Sic 8. de compof.
med.fecundum loca, bens 'JlBc Oribaf.Joco czt. in febribus hujufmodi, potit-
dMimuüm fi lota fucrit; aloén quàm maxime com- 'Ilmendàrunt, non lotam tamen in
iifdem, fi edu- 'Jcendi indicatio pravaleat; etiam concedunt. '«KCócedacur
igitur intrepide in iis febribus; cüm; Iguz ex febrili calore defümitur ;
indicatio nona 'Iprevalet ; fed qua ex craffis humoribus in ven- lrriculo
coneeftis o b diminutum partis calorem, Irum ubi roborandi ventriculi viget
indicatio, [quod in longis febribus;& ex pituità cenitis, et lWtertianis
fpuriis fepiffimé evenire dicebat Ga-- b en.1. 4d Glawc. Vnde v ^, cmus;
Maurit; anos, à Weam fcholam fectantes; et pilulas ex hierà Gale- ni
comendare,& alephanginas bis in hebdoma- ddàin paucà quanutatc à 'canà
fümptas . 20. Ínufü attenuantium, et diureticorum.., hzc efto cautio, ne tiene
eorum ufi nimium jl fint calida attenuantia, fcd moderate aperiant; 4 neaut
materia nimis liquata;& fufa majori.mo 3 le tureeícat, et dolorem per univerfum
pariat ; :raut exhauftis tenuibus partibus,quz relinquun- ur fontiiob
esremancant;& quodammodo lapi- Wi defcant;& ininvictum fere malü gri
decidant, Als ill ud : (4€ I bÓA. Atenas
tia m p 2m ter calefa- Citntia s, Purgátia valeterra non multüm in febribus
ufum medicameétorum. Illud certiffimum eft, 1n Galeni doécteinà 14.4 *5i» Àri
pareantium commendari;cüium $.44erb. 1. abío» bus in 45 lutam putridarum
febrium curationem trades, VON . Purgatia Iivia repe nta sque ti dianis Covent . ne verbum
quidem de purgatione habuerit. Et Il. AMeth. inrefolutorià illà :methodo
curativà. earum, cüm putridum humorem evacuationeo effe propulfandum
doceat;ftatim fübdat, eligeix dà cffe medicamenta, qua fine calore educant ut
funt mulía ; ptiffana;clvfter.| Et
1. 22. G/ane. etiam in continuarum curatione purgantium., medicamentorum non
meminerit. In tertianà vero praftare ait medicamenta alterantia,quàm. ||
quomodolibet evacuare: id veró, quód fe penu- meró per urinarum copiam;aut per
füdores, in- fenfibilémque tranfpirationem morbifica caufa fit evacuata ; ;
quód, fi qua füperfünt, craffiores potiüs alique portiones erunt, non multz,
111a medicamenus noftris blandioribus non. calidis tolli poffunt;cüm in eà
quantitate effe conjecta- bimurquzad alios in putredinis communionem attrahendos
apta fit; cüm veró non fepe id in tertianis, continuis, et acutis contingat,
raró etiamin fine earum purgationem exercendam. cenfüit Hipp. 1. Zdphor. 23.
2.2dpbor. 29. € lili. dé diua pura. . In febribusautemà pituità venitis, qua :
|." intermittunt, levia quafi medicamenta purgan- tia tantum, eáque per
iptervalla admittit Gale-. nus, quem fecutus eft Alex. Trallianus; magna:^ vii
aüctoritatis,/» I2«£ap. 7. d€ hacre differ €n$5, cüm dicitzVerz oportet auteso
ipfos tmiverfrm pur- ) [reete vices, C ftmplicioribus medicament is. 1! €'c.
Vnde fortaffe recentioresfuorum mmoran- 9 tiumufüm defumpferunt. quod 1n aliquo
cafü, et aliquibus febribus; et poft coctionem conce- dituf ex arte, ad omnes
febres, et quocumque, "f tempore, et in principio malé traducentes J^ z3.
Levius etiam;cautiüfque in febribüs om- '| fibus purgandum efle conftat, quàm
in alns vifcerum,cordis nempe, et hepatis fervor, calor ex hiimorum motu
contractus, et deleteria., vel faltem fatis calens medicamentorum qualitas in
causa fünt, ut cü timore in febribus pureemus, in: morbo autem non febrilr
audacter evacue- mus;id quod Hipp. Jib. de rticuliss in fige, cla- rifhimis
verbis o ftendit. 24. Verüm purgare corpcra in febribus cüm opus eft,
inclinante morbo, vel poft illum, quo "| tempore vires majcr1 ex parte fü
ntimbecillz, et E fpiritus multiüm exhaufti ; cavendum maximc il Medico eft;ne
ex affureendi frequenti; aut ex humorum evacuationein fyncopen incidant fui M
ueri quod vel in pureandis iis, qui à tertianà |fünt évacuandi; niaximé timuit
Averrocs. Qua- ] propter jubeat excrementa 1n lecto exonerare », vafe aliquo
huic ufti 1 accommodato füppofito, aut findone plicatà, quod innuiffe vifus eft
Gal, : 3.de Cri. cap.9. r s: et ( ÀÀ - E- HÁ ÓMà Pureadg Mone 2 morbis à febre
fejunctis : calidiffimorum enim. fZre 444 2:3 alus "orbis e? 471 Debiles
dum pur- gantur, e leto 207 furgant. In quartanc febris rectà victüs ratiorie
», Quartana d&in quantitate;1lla fit animadvcrfio; utin prin- rin prin CX
plo £iplo va- yu; Ui- es, ch quemodo sariadus. &alfatné- 42a quartz Jod: 2
944 LADOr a znuàbuscon- zcdenda, "n parece ; emer. Quaia(cipio non in
omnibus fit eadem;neque enim fefe per à craffiori eft incipiédum, quod ex commu
ni regulà 1. Z4pbor. colligunt aliqui, in ftatu at- tenuantes. INeque etiam
femper per primas tres hebdomadas abftinendum erit à carnibus, et pullis
gallinaceis, ut ctudi humores poflintat- tenuari;& abfümi,quod magni
alioqui nominis viris placuit; fed diftin&ione opus eft. Saneui- nci,&
carnofi, quique lautiàs vitam per multos dies traduxerunt, et qui crudis multis
fcatent fuccis, et qui ex fanguinein melancholiam ver- fo febricitant, primis
quatuordecim, aut viginti diebus,tenuiüs alendi erunt,atque ctiam.fi fierl
poffit ; ab ufu carnium funt 1interdicendi,ut et crudi humores in vétriculo,&
primis venis exi- ftentes concoquanturattenuati, et in fanguinem mutari queant,
névealtius permeantes obfttu- €tionesadáugeant. Qui veró in primà regione cruda
non acervàrunt;& biliofi funt;macri.faci- ]é refolubiles;tum et pueri;
aliter funt in princi- pioalendi,atque concedendze erunt carnes, ut diuturno
morboobfiftere poffint ; atque ad fta- tumufque cum viribus valentibus
pervenire. 26. Quód falfamenta iin quartanis laudentir à Galerio,cavédum eft,ne
multo eorum ufu mes Jancholicus ficcus in corpore adaugeatur ; con- cedendá
igitur erunt parcà manu,ut medicamen tofa alimenta attenuante vi predita, et
utappe- tentiam, quz primis menfibus omnino folet effe dejecta.excitemiüs . 27.
Sànguinem quidem in quartaná miffufia pa per fectam venam, fi opportuné hoc
auxilium xis vez adminiftretur, Galenus cenfuit optimum reme- /eclio 2u&
dium ; opportuné autem fiet, fi multus in venis 4ecozve« fanguis fuerit; et
craffus, et fceculentus,niger et "^ craffus. 29. Vnde jure merito Medic
prafentia ne- Quarta- ccflaria eft,dum talis actio à venifecà exercetur,
»3labora qui qualitatem fanguinis confideret,ut eo infpe- bus di Cto, fi niger,
et craffus fit, liberaliorem permit- /?guis tat evacuationem,habità femper
virium,atatis, *"4^44- plenitudinis, temporis ratione . Quód fi potius //^» Mess
tenuis,& clarus fit, et potis ad flavum vergat, gere fupprimendus erit.
shi. . .Adhibenda tamen hzc eft cautio, ne fta- Sanguis 2 tm ac perrubentem
faneuinem,& bonum exire "miffione viderimus ; illum füpprimamus fieillatà
ven; fenguini fepius enim vidi primas illas duas uncias effluc- z: quarta tes
bonz conditionis, quód non ex penitioribus »i» zé fta educantur,fed ex venis
brachicrum, quorum //7 fuf- fanguis ob affiduum eorum motum,quandoque PW,
purior redditur ; progrediente veró evacuatio- '- ne,nigrum, et craffum
cffluxiffe. Quapropter ó Pes, faltem due, aut tres unciz vt effluant, finendz
funt ; antequàm certum de hac re feratur judi- Sauguts 7 e» guis optimus é venà
fluat, permitti debeat effc /^ 24? ;1 1 "v 3 A i - * ^ 22 54071 xe;neque
fif oporteat.fi forté ex antéactà vità, ^^^ et fignis plenitudinis ad vafa
cognoverirous, ^ - d tantam fanguinis copiam conoeftam in venis cf- dm Íe;ut
nifi folvatur, periculumaimmineat, ne avt. 7/ Á HOovVvuS LFD. SEPT ALII MEDIOL.
novus aliquis morbus magni momenti adjun- gatur,aut Certe ex multà illà
fanguinis congeftà copià obftructione genità aduratur fanguis, et inatrum
fanguinem mutetur, addatürque in, caufam quartana . Ságuitin ..31. Etlicet
Galenus deloco, unde in quarta- quartana p fanguis eft evacuandus, agens,
cenfüerit ex quád? ex Axillari,five internà brachii finiftri venà effe edu 4t?
cendum, illud fumés, quod majori ex parte eveFM. nit,originem quartanarum ex
fplene pendere; du, praftattamen hacin re Actium fequi, cenfen- tem, confiderandum
effe priüs,an potius vitio hepatis,multum melancholicum fuccum eignen ris,vel
affato fanguine;vel aliquà alià occafione» fiat:tunc enim potiüs ex dextro
bracbio,; quàm é finiftro;fanguis effet mittendus. dnpefefa .32- In
peftilentibus febribus,fic didis; quód j» mini pefüferas emulentur;ut verum
eft,ma]ori ex par potest fan te mittendum effe fanguinem fectà venà,confen[
élam vt- dictis,rariüs id auxilium in ufum duci debet:nequa ex acris putredine,
nifi magna fabfit pleniperpenfis i gqnisper fe tientibus viribus:ita in
pefte;peftiferífq; fic vere fr. ), C queenim umquam, fi à pravis cibis in
annonz '| : e " Md ^ quando, penurià fiat, fanguinem mittemus ; neque in
cà tudo,& humorumzftus; miffo enim fanguine »» |. et füperfluum fanguinem
evacuabimus, et eftüij. frenantes ; ceris occafionem fübtrahemus multi, 7 æris
trahendi ; neque periculum imminet tanti). " collapsüs virium, Át cum
peftis contagioaliun--j. ^ » de delato alicubi ferpit ; qualecumque fit primüij
^ nrincipiem, miu intrepide poteft ; 11s omnibus "tM perpenfis et
obfervatis, quz in reliquis febribus 5 8 putridis confiderari folentquód ezdem
vieeant "Rindicationes. Confentit
Gal. 3.7 1. Epid. 26. in Critone.& 3g 3.cap.76.in Calvo Lariffe, in qui- I
bus voluit miffionem fanguinis convenire ; cüm * E pefte laborarent, 2.77 3.
Eprd. iz proezz. Quin et ERuffus;referente Oribaf. 6.5yzopf. 2 5.in pefte», Abi
fanguis abundaverit ; vel ubi alii humores ']Rdmixu fintfanguini.fiátque genus
aliquod ple- Inicudinis,jubet effefecandam venam.Idem Æt. der. f. cap. 95. et
Paulus, b. 2. cap. 36. ex Ruffi )ffententià. Ex Arabibus Aver. Jib. 3.7 bezf- T
rad. dB- cap. 7. Rhafis 3.cont. T ratf. 13. cap. 2. c? libro / Me
Pefle;cap.6.8c Avic.lib.a.Fen.1.1 rat. 4«CAp«A. jit ii fatiseffe poffint
adverfus Fracaftorium, et Inovitios aliquos,etfi magni nominis. Neque ve- Jró
faceffit negotium, quód haufto veneno fàn- 1IIBuis ex venà non detrahatur,ne
bono faneuine ; "Ur IPX venis evacuato, in venas trahatur, et perfan-
"fBuinem difpergatur, non fecüs, quàm de feclá "lrenà crudis in venis
exiftétibus humoribus: Dif- ü)ffPar enim omnino eft ratio ; nam hauftum vene-
i'ifiuum quamprimum eft vacuandum,;dum in ven- eliriculo;& primis venis
continetur, quod vel vo- it /llnitu, vel pureatione fit, venz fectione fieri
non Uifboteft, quia fanguis bonus In venis exiftens, de- ullra heretur,venz
veró inanitz fugerent, et attra- ""ilrerent ad fe venenum in
ventriculo, et mcefcnte- i! RÓo confiftens, quo nihil perniciofius cffe poteft.
silDuare Diofc. b. 7.de curationeab haufto ver.e- jillloæens, non meminit venz
fectionis; quem fe- 5 H £ cutus Mri. -ec ln Pt le s 33 J : ; : gnisad a- nem,
et aliorum Mauritanorum fententiam ea-4t. nimi deli ynus,qui in aliquà pefte ad
animi ufq; deliquiunogiui quid no». fanguinem detrahunt;cüm in pefte potius
quanagui enittédus: tas minor effe debeat fanguinis detracu, quàmgu : &utus
eft Act. Ser.13.cap. 45.X Paul.//b. cap. 28. Ai Atin febre peftiferà venenum,
five materia pe-/7 - ftilens,non confiftit in ventriculo;aut primis ve-4t
nis,fed jam ineft in venis cum fanguine commix-Jur ta ; proptereáque detracto
fanguine, pars illiussiui materie peftilentis fimul cum fan guine inanitureduii
Hinc Paul. Jb. $.capit. 2. dixit, veneno in venissfii exiftente,(angmnem effe
detrahendum . Difpattjnu, jcitur eft ratio curandi haufti veneni, et febrissp)
peftiferz evincendz .: fu ;:. Cavendum tamen,nein Rhafis opinio«jtt: inaliis
febribus putridis,quód vitales vires in edm: magis. faciliüs concidant . i| In
poffe fo. ..2 4, QuinimO,ne detrahendus.eft fanguis pest in 9? H7 fe tam
venamdn brachio,fi morbus jam invaluufi; MM rit ; quód vires qua f in princi
pio miffus e(fedin, 2 jeg x fanguis,vegetiores factz effent;,exonerata ab ona,
re natur, jam ex virulentià fradte fint, et propteyri; reà refiftentibusmagne
putredini;& alexiphar TM macis potilis eritagendum. ! 3$. Quid
veró,erumpentibus,aut eru ptis maur, culisillis;aut puftulis? an mittédus erit
fan guisslius. 'an potius ex fpe&tandus exitus nature? an jamais, eruptis ?
Egofane, dumoperatur natura,à primfs.. -cipio fum fpectator ; mox ; fi feeniter
id agit ; 6. plenitudo magna adfit; et fervor humorum;eve., cuo fanguinem
fe&tà venà; et fe pe miteftit mor, bus ANIMADVERS. .: try jus, æftus
imminuitur, validiüfq; reliquum ad gutim expelli fepé animadverto . Neque enim
Wiericulum illud impendet, qucd vulgus etiatn» nigj-iedicorum umet, et adeó
exhorrefcit,neífcili- get humores ad cutim impetentes; aut delati re-
ulrahantur à circümferentiá ad centrum ; quod Wnifflione fanguinis fieri
tamquam certiffimum. Juffumunt;& tamquam affertü à Galeno 4. zuezd; Ital.
1o. Miffio enim fanevinis per fe potis fane fjuznem à centro ad circumferentiam
revocat,ut "ixperientia docet, et Galenus apertis verbis tta dudit a. de
ruezda val.4.quód fi oppofitum c. 10. aMuu[æm libri atferit ; id de multà
fanguinis eva- quauone per accidens intelligendum eft. Cüm Jinim per fanguinis
mediocrem evacuationem.; ginguis;qui in venis internis reperitur,ad exter- J| »
€ extra corpus revocetur, utin intetpisin- qiammetionibus manifeftum eft ; fi
ulteriüs pro- Jirediatur evacuatio;cüm interne ille magnæ ves («hz
exinaniantur.natura provida; ne partes majo Jis momenti deftitutz remaneant
fanguine, ex gccidend, et fecüdarió à carnibus et venulis am- ditüs fanguinem
iterum contrà ad interna retra- liit. At i mediocris fiat evacuatio,tantum
abeft; Nit mifhio fanguinis per fectam venam kedat ; aut levocetut doceerit
Gal.6.Fpid. Sec. 2. Com. 30. in latis illis puftulis Simonis cujufdam;fanguinis
dniffionem maximé futuram proficuam.Neque : Niicant; Oribaf:7. Synopíeos 7. €)
3.ad Evnap. 21. jum hac verba ad verbum recenfet, omififfe feAMtionem vene; ut
proinde ceníeant additum effe "M .3 in Antbra eibus, t^ bubenib. apparent:
&us f«can da vena, € 4o do.LFD. SEPT-ALII MEDIOL. r1 in textu Galeni, cüm
in omnibus Galeni codici- || ci bus illa pe reperiatur, ut potius ab Oriba4 dti
fii colle&ore omiffam per oblivioné dicere poffi- «| 11) mus ; aut aliunde
defümpta verba illa effe, càümug m! cadé difficultasin purgatione etiá fubfit .
Quam] tuii opinionem confirmavit Æt. z. Quar.Serm.1 .cap-- Vit 126. puftulas,
five vibicesin principio peftiferæimo febris apparentes, fanguinis miffione
curans . 7 36. Inanthrace;furunculo, et bubone; potif- rs fimüm fi in
emunctoriis cordis;aut cerebri fiants, lunt nullum effe præftantius cognovi
remedium ; fiilüni vires conftent, &cin principio verfemur,maximé3 ji fi
plenitudo; et fanguinis copia adfit ; fanguiniss[ yn: evacuatione, tum ratione
febris peftifera, tum) ratione morbi particularis:càm enim fiant à fan- we;
guine craffo adufto, bili flava admixto; quidli equé fanguinem evacuabit
peccantem 1n totaxXir corpore, tum et dolorem illum intenfiffimuma d mitigabit,
qui fiepé vires dejicit, maximé cümzdliny partem nobilem obunuerit ; tum et
materiam; evacuativà revulfione à parte retrahet? Scio;hædin inre, ut et in
füperioribus experimentis certari sj; et contrariis quidem. Ego veró in
pefteillà in-4n. figni 1475. et 1576. noftrz hujus magnz civita-4fti, tis,
profiteri poffum;ex octo illis Medicis;quibuss, pefteinfectorum cura erat
demádata; inter quossii, et eco unus erá, càm unus;aut alter vene fectio-Juj.
nemin fuis zeris aver (aretur,Fracaftorii, et alio-4.. rum doematibus
infiftens, nec ex fententià cura-J». tiones füccederent, mutatà fententià ;
aliorumz p, exemplis, et felicioribus fücceífibus utique ex-J citati ^w Dd
citati,quàm przftaret fineuinem evacuare, tan- demcognovére. Vndeetiam comimuni
confen.- fü in pefte hujufmodi nobile remedium nullo 4 modo pretermittendum
effe,decreverunt,modó ftaumadminiftraretur, et parciori manu, cíáque adeffent,
quz in co remedioadminiftrando pet- i$ pendendaíünt. Eratautemnon ex acris
COrfil- ' 4 ptioneuniverfáli peftis ea.fed contæione,& có- d municata ; et
ferpens,falubrialioqui et cælo, &e anni conftitutione faluberrimà ; et
rerum om- nium, quz ad vicum faciunt, maxima adetat abundantia ; corpora autem
noftratia veré fucci 4 plena conftitui poffunt. 37. Caveant tamen, nefemper ex
ehdem aut. 4,5, ven, aut parte fanguinem hauriant;fi enim poft cius, eh d aures
parotides exoriantur,aut füb axillis buboe. 2u£ez;- nes, aut anthraces,
furunculíve in trunco füpes bus aptæ riori eruperint,ex brachio ejufdem
partisftatim *enióus tundetur vena. Quódfiininguinibus bubones ^ £4fe; gU
erumpant, et inflammatorium dolorem proei- p^» Pd d gnant,;intalo ejufdem pedis
fe&à vená faneuis - Wevacuabitur. Si veró anthrax, aut forunculus 5^
(fapparuerit, ex oppofito evacuabitur ; illà enim Mectione venz et naturam
onere levabimus, et qananus adjutrices natnrz porri&emus,ut ad emü détorium
illnd humores detrudat ; cüóm enim à dcorde plurimüm recedat, vidimus plurimos
ex jf f bubone in inguinibus curatos ; pauciffimos au- gJKem.fi poft aures per
parotides; ut fere nullos, fi JMfüb axillis materia detrudebatur. Atfi anthrax
dnaícebatur in dextro; puta ; crure, evacnandua H 4 erat - i Xe X rj - 1 E E
PLN 4 ULEIXBE 2e ZLPD. erat fanguis ex finiftto, ne majorem molem ma- teriead
locum affectum traheremus,unde et in« : flammatio major fieret; et dolor
inrenfiffimus ; unde vires collabafcerent ; praftatigitur in con- trarium
revellere, evacuando,fimülq;à princie fi pibus partibus virulentiam retrahendo.
Do&rn- : nam hanc licet
colligere ex 6. Epid. e£. 7. tex. tun ubi dicit;in anginà peftilenti fe venam
fecuiffe in 1 cubito. Scarifez- 38. Sed cm in pefteomnia fint inprecipiti. fut
tis cur occafione pofita, et aliquando Medicus ftatim . (ite in pefle [^ non
accerfetur ; aliquando etiam vene fedio ab [ui Iuberri-. 4]iquibus non
admittatur, cuperem ad manus j|: T4* artificem habete qui fcarificationem
malleolo- rumfciret adminiftrare : commodum enim effe remedium cenfüit
Apollonius apud Oribaf.7« |: Colle&l. c. 19. C 20. quo etiam, cüm aliquando jur
pefte effet correptus, afferuit effefanatum; quod. |ui remedium pro plenitudine
curandà, quafi venz. . pnr» fe&tioni zquiparaturà Gal.4. val. tuend.4«O
20«. fii Qua actio omnino diverfa eftà noftrifcarifica- tione inloco
cucurbitularum, ut conftatex Oris pat baf:7. Collet?. 18.ex Anvylli
fententià;fiquis ca- fun put illud, et modum exercendz illius operatio- Bu; nis
confideraverit, et quz à doctiffimo Profpero Ju Alpino de hac re fcripta funt ;
ib. de Medicina Wu. "Ægyptiorum, quidquid contrà f enferint Avic.I. fü
lib. Fen 4. cap. 22. et ceteri Arabes Media. 1 Cueubi-39. Verümfi jam aliquátó
progreffusfit mor-. fan tula feri büsis peftilens aut nefciamus, an vitales
vires fav. ficata ali- fixing fatis fint; quod aut vereamur,ne pertenta- - P
K1S alSfi: apr! ANIMADVERS. LIB. FL. 124 tis arteriis peftemin nobis
contrahamus aut le- quiido vi- pe cautum fit ; ne primis quatuor diebus Medic
zs fe- Ipulfüsarteriarum tangant,ut apud nos confütu- Zioz;s ve tum eft : certé
folebam egoin noftrà pefte .aquà. z«. -icalidà ablutis füris;in internà parte
cu curbitulas linjungere cum profu ndlori fcarificatione ; iom Ikca evacuare
fangvinem ad fex, aut octo uncias ; pro fienisaut plen tudinis, aut robore
Yinubis Iquamvis enim immediaté f; nguinem ex v cnis i fIhon detrahant, fed ex
carnibns, neceffe tamen, Ie ft;ut carnibus inanitis, ex venis fübeat alimenA4 ;
fum, et confecuenter eiiam totum 1nanlatut . 40. Quinimó et frequétius,&
tutiuseft prz-. c,;,,5;. Ifid: ium hoi 'Cc,cum et evacuet fanguinem. Citra» re
cum imultam fpirituum exfolutionem, ab he pateau- f'arifica- ftem, et corde, ad
longinquam partem vi irulen- tione in fia j;ftiam avertat ; nec verum cft, quód
non fint pro- 75 ? peffe Futurz,quianimis diftent à corde ubie: na mina-
f/equen- AN ft- Inità plenitudine totius corporis ; ipfas quoque» p "i A72
€- [cordi vicinas partes necefle eft inaniti., 1:21 0 4I. Quid fi inanito cor
pore urgeant fy DABIO: ou eniin [mata,& exanthemata lenté prori IDpant;COr
V€-,,j, $ doy ro aneuftiis prematur in pe efte, et animi eps fo qua ida
Itieliquia, autin fie nis do lor capis UIgeat, QUC zpJicam- Inmil lefvmp tO ma»
quod fa penumeroó in " efte» da, d jronungere videmus; erità nobis
przftandum ? quádo ni. An « cucurbitule dorfo erunt admovendz Quod ].deó con
troverfum inter M edicos video, aliisil- las omnino exhorrefcen übus;aliis
paffim, et in, ljuocu mque cafu illas in ufum ducentibus? Cen- jico;fi nihil
aliud urgeat;non effe temere, et fine. diíftnVeficitia i5 pesteo aliquado gn
ufum duci pof- funt, fed ?AaYD.5 quande* Veficátin $m fobrie bus peiti-
lentibus fone. tefle $n ufum duci non debent . p f/" wt F.heitta pavtibus
f'spevnts y comatofrs eff cliens - ia $2 LES 5 diftinctione admovendas, fed
negotium natur: effe permittendum. In illisautem cafibus, turri (carificatis,
tum fine fcarificatione uti nos poffe, et debere judico; neq; periculum (übeft,
ne ver- fus corattrahantur humores; propter totius cor- oris premiffam jam evacuationem,
potius enim é corde in füperficiem hümores evocarent,cutm» manifeftà internarum
partium utilitate . 42. Veficantia, utin huncufum antiquis ino pefte non funt
ufitata, ita, fi extremis partibus ; potiffimum füris,poft univerfalem corporis
eva- cuationé applicentur,non fpernerem,modó eftus illein corpore non adfit,
peccétque potius fero- fus humor, et pituitofüs;fic enimad inferna Viftle lenti
humores principibus partibus retrahétur. 43- In peftilentibus veró febribus,
quz cum» efte non fünt, fed fic dicuntur, quód infignem quidem habeant
putredinem in humoribus, fed non hujufimodi,ut veneni naturam jam fübietit; cüm
putredo corriei poffit, et per codtionem emendari, veficantia non in ufum
ducerem ; fed non fécüs, quàm aliz febres putride curande erunt;excellentis
tamen putredinis habitá ratio- ne,ex exficcantibus aliquo addito, et corde non
mediocriter roborato. 44. Animadvertendum tamen tam iniis fe- bribus improprié
peftilétibus, quàm in veré pe- ftiferis, ratione fymptomatum, potiffi muüm ]le-
tharei,& comatoforum affectuum,nullum effe» przítantius remedium
veficantibus ipfis ; aut parti brachiorum verfus humerum, aut etiam íca pu-
fcapulis applicitis: ferofos enim humores » et usse le- frieidos cerebrum
opprimentes citó, et facil- thargo cà limé et attrahunt;& extra corpus
evacuant:Con veziuzt. ftat hoc ex Antyllo,referente Oribaf.zb. ro. .1n
peftilentibus affectibus maximam fzpenu- meró effein fomnum propenfionem,in quà
fina- pifmos convenire (cribitymaximé in lethargo;& magná fané ratione :
nam in lethargo confiuxus fit materiz ad caput, unde opus eft revulfione »;
cümque perpetuo dormiant,expereefacere fimi li ?ravamine medicamentorum eos
oportet. Ide defendit Æt.-4rchbicene Ser.15.cap.181.& Paul; ain,
/[7b.7.c.18. Hinc Aretzus Medicus, his et GalenoantiquiorJibro 1. de curandis
morbis acu- 115, c. 2. curatutus lethareum, dixit, tibias urticis effe
verberandas, aut etiam valentioribus medi- camentis effe utendum, denique etiam
finapi. Cum veró ii omnia priüs tétari voluerint, quàm ad veficantia veniretur,oftendunt,
quanto 1n er- rore recentiores verfentur, qui protinus in mor- biinitio
veéficantia effe admini(tranda cenfüuerüt. 4f. Aliuseft cafüs, in quo tutóin
peftilenti- Veffcdtia bus veficantibus uti poffumus : cüm univerfum ue corpus
exterius aleet ; et egre calefieri poteft, ^ bases non quidem fi refrigeratio
fiatob virium extin- Pura venies ctionem; tunc enim inftaurantibus Opis eft:
fed: ^70 rore. Kain - . (07 p; PP fi ob alias caufas, tunc adminiftrari poffe
docuit V efic attin Antyllus apud Oribaf. b. 10. Colleé£]. CAp.13. et in
beffilen Archigenes, Aétio tefte, Sy»zma a.c. IS$1. tüncq: tibus, abi et
tibiis, et brachiis funt adntovenda » Oribafio corbus alV referente;Zoco
addut£o, et Paulo 4E cin. lib.7.cap. getuiliaSce nT : ; ESO NST ME, Le ;.9 PNE
ni EE bor be diii Me n4 Quibus locis con fat duobus folis iis cafibus s in
acutis, et pefte, veficanubus nos uti poffe ; et hoc eft, quod Oribaf.ex Ruffo
//b.6.5 ynopf.- 2$» ocebat ; in pefte calorificis quandoq; effe uten- dum,ad
evocandum calorem ex profundioribus corporis partibus ad fuperficiem; ut et Æt.
5er. $.c.95.& Paul. lib.2. cap.36. Vndeneque inom- nibus peftilentibus ;
neque femperin pefte vet cantibus utendum cenfüerunt magni ii Medid; fed aut in
foporofis affectibus; vel cüm externa Veficztia a|oent,& interna
zítuant;cüm novatores ii fem- in peflilen Ser, Gcin omni pefte; peftilentíque
febre, quin dipsihar et fi Deo placet, in principio veficantia adhi- Lui 3d
beant. Sed non eft mihi in bacre tempus con- m pajfm terendum, cüm à doctiffimis
viris res hac abfo- ufurpata . lute, et ex profeffo fit pertractata » et à
nobis 1n» libro 4e Peffe; annis juvenilibus, dum totusin cà curandá in patrie
mez calamitate verfarer,com- pofito difputata;quem librum Amanuefis meus, ;
homo exterus, cüm emendatum meo juffu tran- fcripfiffetad editionem;fuffuratus
eft; nefcio quo confilio,cüm ftiret;apud mein fchedis ca omnia T remanere,licet
multis in locis defcedata . parenhe- «|. 46* Evacuatio pravorum humorum, caco-
me utendi Ch ymises per medicamentum purgans affumptü in pefle, t On minüs,quàm
fanguinis evacuatio,in pefteo [wj cur convenit, et fortaffe frpiüsinufrm
ducitur:ut [tn enim venz fectionumquamin pefte;que ex pra» qu vi fücci cibis
fit. convenit ; et non ita fepéineàs [|i qua ex corrupto ære, fepiffiméineà,quecon-
tagio ferpit: ita in lisomnibus purgatioinufüm [i vcnire . 2j venire poteft,
licet multó rariüs in eà, quz per contagium vagatur;quód f penumeró virulen- ta
communicetur hominibus fnis,& optimis humoribus præditis ; quibus fi
medicamenta, purgantia exhibuerimus, et carnes colliquabi- mus, et bonos
humores evacuabimus, fpiritus exhauriemus, et denique vires vitales deftruc-
inus. Quod firefertum pravis humoribus effe corpus conjectabimur, purgatione
omnino opus effe dicemus. In cà veró, que cx ingeftis malis cibis fit;
purgatione omnino opus eft; licet etiam ratione virium maxima adhibenda fit
cautio. In hancopinionem Medici omnes Graci, Arabes, et Laüuni venerunt ; locis
adductis ; ad demon- ftrandum venz fectionem convenire; inter quos Gal.1.de
diff. feb. 4. Vnus ex antiqvis Celfus I;b. 3- c4p.7.& ex recentioribus
pauculi medicamen- t15 uti purgantibus in pefte judicárunt inutile, quód non
putredinem, fed venencfam qualita- tem fimplicem in pefte fübeffe putàrint ;
quód veneni naturam medicameta propemodum om- nia, et igneam naturam
participare cenfeant ; quód alvi fluor iis concilietur, quo plerofque in pefte
illàinteriffe teftatus fit Gal.. Epid. J. cüim nequeCelfi auctoritas
przponderareo poffit tot magnorum virorum auctoritatibus, neque recentiorum
illorum rationes convincat ; quód atate noftrà tot medicamenta inventa» fint;
que nequevenena fint, avt venenatam na- turam participant,neque exceffi caloris
ieneum febris x(tum adaugere ; neque etiam alvi fluo- rem effe im z10 i 4)
DinvOniüit f Hnveca D ue rem concitare folent; cm non in otrini pefte» fymptoma
hoc füpervenire fcribat Galenus; fed in cà,quz fuo tempore vagabatur. In quam
pe- ftis conftitutionem fi quis inciderit ; cauté fe ge- ret, et iis uti
poterit; in quibus vis aliqua ineft et adftringendi,& roborandi. 47.
Invento auxilio in morbis, illius exhi- bendioccafio eft inquirenda, quod
maximé in pefte eft obfervandum : cüm enim 2. Z4phbor.do- cuerint Hippocrates
et Galenus ; vel ftatim ab initio, vel poftquàm matu rpnerint humores;co- fint;
in declinatione humores effe purgi- dos ; difficultas in hoc cafu maxima efle
folet etiam inter dociiffimos. Ego, quid prz- fiterim in hac noftrà
peftilentià, liberé dicam, et quibus ductus fu ndamentis; cui etiam even- cuim
felicem fücceffiffe, fàn&? poffum profi teri, quantum peftis effrenis
rabies cócedere poteft. Evacuandum igiturin principio ftaum aut (e- &5 veni
cenfto, faltem fecundaà die ; fi putrido- rum, autimalorum humorum copiam füb
effe coenoverimus . Neqve "Apbor. 22. 1. Sect. quo afferitur, Concotiæ ffe
ved: canda, €t cruda non movenda, nifi materia turgeatsraro autem tuveet ;
nobis repugnare cenfendum eft. Quod ut in- tellieatur, confiderandum folüm
erit, an fub evida, contineri poffint humores ilh 1 "mE ES: Ciique b ^41 0
CLAÀM 1(VV YT/^111 2 Cil il Tii t tia Nol d dcó putrefadii in principio febrium
peftifera- rim. Egofané non video; quomodo materia, qva nullam patitur
concoctionem, neque 4li- mentilem; neque impropriam quee pttride materix
gmateriz convenit; cruda dici poffit. Crudum., enim, et coctum correlativa fünt
;itautcrudum Ifit, quod coqui poteft, fed nondum hanc perfe- I ctionem per
coctionem eft affecutum . Atqui fi gBradum eum putredinis affecutus eft humor
is, jut peftem gignat, quo major vix dari poteft, ut jam veneninaturam
inducerit, et ad benignum fgmplius reduci non poffit, certé eum numquam Iveré
crudum dicere poterimus; aut coctionem [ejus pro purgatione effeexfpectandam.
Eóque [iagis, quód majori ex parte materiam hanc, [turgentem effe obíervatum
fit: quare càm tur- gentem materiam excipit ; utique peftiferam., E materiam
exceptam effe cenfendum eft, Iquód fepenumeró primá dietureeat, aut pro- Ikimà
die, aut alterà turgés fit fütura;hancenim IFuam perturgentem intellexiffe
Hippocratem Iconftat 4. Z4pZor. 1o. ft turgeat in acutis, eadem fue effe purgandum, atierentem .
At acutiffimum Imorbum efle peftem, in quà materia plerumq; Iturgeat, quód
acris fepé fit, ardens, virulenta, IQueque undequaque mota principes partes im-
Ipetat, quilibet, qui morbos peftiferos viderit, jac diligenter obfervaverit,
facilé cócedet. Nos lin noftrà hac peftilentià fepenumeró vidimus in jtodem
grotte, eodem tempore à naturá mul- Jas.ac varias tentatas effe excretiones,
per alvü, per vomitum,per füdores, per urinas, per cutis Wefflore(centias, et
per carbunculos quoque, et »ubones. Docuit hoc Ruffus apud Oribaf. €.
]Wynop[eoscap-2.5. et Æt. Ser. $- cap. 95. SON Q9 Peftis tnn feria turgens
fapeDnuta2eràó. Jib.2. cap.36. qui adeó varia, et vehemétiafyms- ptomata in
pefte dum referunt ; nihil aliud re-.5 vrafentare videntur,quàm tureétem
materiam hinc inde latam; nec certam (edeníhabenteimn: j Quz fi, dum venenata
eft, purganda ftatim eft.(iu abinitio, ne repat ad princepsaliquod mem- [0
brum; multó magis tunc evacuandærit,cuümo |t veneni natriram habet;cujus
proprietas eft prin ful cipes partes petere. Oftendunt 1d 1pfum pefti-| ti
lentes cafüs, quorum libris de orbis vulgar. meminit Hippocrates ; colligimus
enim mate- jm zias in eis fuiffe virulentas,& veneni participes; [itm
væasitem, et certam fedem nó habentes : cám] aun enim varias fedes peterent,
varia etiam fymco-| var promata induxiffe fcribit; in multis papule ap--j t;
parebant, qua mox retrocedente materià adl t; internas partes delitefcebant,
quz pofteà alias» iti inducebant feva fvmptomata. Neque quif-4 ui ! piam
Hippocratem obiiciat dicentem.zz9 zz4-4 tui; Turg?5 -geyjag rursere,nos autem
afferere,in pefte fzepe-4 ui mæt, DUDmero tUTgere; fi namq; confideraverimus; p
e«t quomoto - A n raro evenire,utiq; materiam raró turgerezdt peftz [epos
&n peftefiepe türgere, non effe contraria, autif ois. JE Contradictoria
juidicabimus: tureget enim mate, ria,cüm natura à multà, aut pravà qualitate
afíjti c&ta.materià concitatà, tentatJnter initia eamuaJi: v. xpellere ;
qua mvis importu né: fcimusautemujlu, peftém femper àpravà,& veneni naturam
faxis, 'piente materià fieri: Non tamen credat aliquissphuii. nos putare, ubi
nonturgeat materia evacuanedly, à . . h dum non.effe : nam cum virulenta fit
materiai morbum y4r0,0ov 1n ra i c d d. ^" C- morbum faciens, et timendum
fit, ne ultetiüé procedat, reliquos omnes humorésin fidendo; venenique
participes eofdem reddendo éx cori- tactu portionis illius prim: ex contæltone
ac- quifitz, pureandum ftatim erit;ne ad terminum eum ducantur humores omnes,
de quo locutus eft Galen. /ibró adver [us Iulianum,cap. » Quod ubi totus
fanevis putrefcit,vel alioqui vitiatur; morbi; quiinde oriuntur, curari
nequaquam; poffunt. Inquit enim: ZVoz pollictztur M edici 3 Je omues morbos ex
vitiato bumore, 0Hmmeizque pu- tredinem curaturos, [ed eos tantum, quibus
corpus t"dhbuc validum eft . C2 vires robu[le ; non aute, quamdo [aneuis penitus
corruptus, G" fachus arugi- nofnssut affumptum alimentum in corruptelam
tya- bat ; et quz feq. Cüm prétereà morbus is acn- atffimus fit; fi
declinationem exfpectare volueri- imus, inanis omnis noftra opera erit, non
folüm. quód fruftra exfpectetur coctio, quam nullate- nus humor poteft
admittere ; fed quoniam cüm J| declinatio tunc fübfequatur ; càm aut à natur j|
extra corpus pulfus fuerit humor,quácumque.; tandem v1à 1d fecerit, aut ope
Medici, aut mit- 1! fione faneuinis,aut alexipharmacis,& fudorife- I
ris,fruftra tunc Medicus tentabit in fine propel- lere. Non negeaverim
quidem,;aliquando ex pui- a eandum eftfe1n fine corpusà reduviis, ut renu.
di1riri poffit, atque à recidivis fefe vindicare qu 4 przfervatio hzc potiüs
erit,quàm vera curatio . Ij Purgandi igitur potius erunt ab initio humore: J
qnod cüm emendari nequeant; quamprimum. : ! exrclli Wes ctr tuta raa nns rs
crie RCM EE ette Matteo NE $5 ATDAIAC: S expelli debent : namapuffimo vini
exemplo ex* plicuit Gal. 2. d pbor. 17. quod ubi acefcere cce- peri5adhuc vinum
eft acidum;& tunc emenda- r1 poteít,& ad priftinam natnram reduci:fi
verà corrumpatur, et naturam propriam amittat, nó amplius vinum eft, fed
acetum; tuncinon am- pliusad prittinu m ftatum reduci poteft: Ita fan-
guis,caterique. humores,cüm pautrefcunt;ad be- nignum ircrum,autíaltem ad
conditionem,quz non multüm noceat.coctione.deduci poffunt; at cüm. compurrucrunt,
jam naturam mutarunt s ncque corrigi amplius den dy fed tamqua om- nino
deletetia ftatim.expelli à corpoze debent . Eít infuper prater morbi cauíam
conninentem ; quzeftaut in venis prope COE, aut 1D partibus cordi
communicantibus, alia quædam vitiofa., in ventriculo,inteftinis;&.circa
præcordia adhe- rens,dolore,colore,aftu;naufcà;amarore, aliísv e fignis
manifefta, quz. neceffarió quamprimum. purgationem. SREPI cH aMiquie
declinationem po- teft exfpectare. Qua fane.eriam efficit, ut alià rationein
principio euam expurgari debeat: nà fiin hoc morbo per totum ejus. decutfi fum
alexi- »harmacis., .& medicamentg à totà fubftantià utendumeft, ut etiam
i1,.qui fecus fentiunt de hac purgatione, concedunt nonne nccéffarió MES qe
concedent,in impuro corpore pracedere debere ps, gud purgationem ? Hxc namq;
vel 1pío Gal. tefte ; fit expui-. lib. $.de Janit. tucnd.cap.6.ante non fnt
affumen- qa? cr. da,quàm totum corpus inanitum fuerit : cüm po impuro torpore
nó Ju enim.€a vel itaanuüpharmaca;vel antidora dican [uL ., ANTAIADFERS. -tur,
quód totius(ut ajunt) fübítantiz diffidio 1mmutent yenenatam illam naturam,
frangant, obtundàntque, atque prorfüs cxftineuát;&. €Vàec cuenrtà corpore
per fudores, atque cutaneas ex- creüones ; nemini dubium effe poteft; in corpus
noftrum hzc minime praftari pofle, nifi prius Inanitum.fuerit corpus ;: non
enim ad cor vires fuas emittere poterunt, nifi meatus fint SEPhn eati; neque à
corpore per- cutaneas excretio venenum expellere poterunt, nifi pariter be fit
evacuatum .. Quin neq; e
atcuationem per cuum ullam effe diu in eg i totum corpus inanitum fucrit,ex
Gal, 8. IM eth. 4.
CQ" 11. M4 e- th.1o,at nec rarefaciendum prius, quàm fit eva- cuatum, 11.
74eth. 9. colligitur. Atinquiunbid fieri fanguinis miffione . Verüm quomodo vim
argumenu effugiunt;qui illam refpuunt? at om- nes faltem fatentur,in multis non
convenire, ut in pefte ex pravis cibis, et in cacochymis cor- poribus; in
quibus ex fpecta r1non poteft conco- €io ; faciendum igitur quod jubet Gal. 4.
dé 2 tuerrd. val. 4. Quod alienum à natura efl.nt ad pri- flinam bonitatem
vediei non poffit protmus evacue- |fwr. Huiusfententiz fuifle Galenum,
colligere, poffumus ex Ib. 1. de differentiis feb.4. ubi dicit, impura corpora
in principio ftatim effe purgan- da; et ad fanitatem deducenda . quod manifeftis
verbis confirmavit 2.77 $i de morb. vulg.in Si- monc;in quo late puftulz
efflorefcebant;idq; in libris Methodi medendi TInonftratum efle a f-
firmat;quod vel $.Ætb. sed. c.12. conftat, vbi * habet :
habetzCarerum,iiinpe[le facile [omari funt, pro- pterea quod præx[iccatn vis»
prepuratumdq; corpus otum fuerit;quizppe quod evomuerint ex Tis tonmul- li;
onmibus venter profiuxeritsatüs cum ita eva- euati effent qui evafuri evant
siis pu[Inle quas exan- phbemata vocant, mpra foto.corpore confertim mul- te
apparuerunt, ulcerofe à quidega plurimis, ommibus certe ficca. Cuibus ver bis
vel cecis mamfeftum eft ; pureanda etfe corpora ab initio in pefte». Quid.énim
per pureanda effe corpora fignificat, nift in principio effe-evacuanda
füedicainenm purgante? Nonne pratercà conftat ; excretio- nes has peftilentes
nuHas fere effe criticas, fed fymiptoníaticas; qua in principio;vel augmento
3ccidunt? Atnihilominus prepurgatum effe » déberefcribitcorpus, antequàm
apparerent; nó icitur exfpectavit coctionem. Secutus eft hanc fententiam
Avic./ib. 4 4. Fen 1-Tr.4.capit.4.cum inquit: Summa curatioms hurus febris eff
exficca- tio, C 1llaftat cum purgatione, à qua tocipere de- bens -& Kver.
3T bet1fit. T ratl. 3. cap.1.qui in, principio pilulas ex fimocolumbino, aloe,
et agarico commendatin pefte. Et R hafis tum 5. Continentis, cum lib. de Pefle
; quos pofteàfecu- tus eft Aver.2.Collett. 56. Éx recentioribus etiam plerique
feré meliorisnotz, inter quos Manar- dus Ferrarienfis, 5. Epi. 3. et 13. Eprff.
1. et Vi- &or Trincavellius zz l/bro de febre pe[ilentialin hane venerunt
fententiam. Quod experientia etiam confirmar e poffum: Mihi enim. &fociis
in 1nænà hac peftilentià magne hujus urbis fehet- CCY ; dag ter ceffiffe,
(ciunt et præfecti fanitatis, et cives noftri, publicéque etiam nos laudárunt
pro bo- nà,& fedulà preftità operá,cüm purgante medi- camento ab iniuo feré
curationis ufi fuerimus. Quod et Gentilis ille Fuleinas fibi experimento
conugifle teftatur 1.4. ubiinquit: Ego vidi focios zoftrossviros expertosqui 1n
prava pefhilentiaspri- pa » vel [ecunda die,"velin quarta ad [nummum s »
quam citius poterant, dabant pharmaca evacuan- L4, exfolueudo materias, ficuti
Rbabarbarum, vel "A garicum, aliquando dabant auedicinas Y1g0- ratas cum
pauca Scammonea ... Et vidimus plures evafilje per manus 1ftorum, quàm per
manus illo- VU, qui gon purgabaut, mfi cum levibus cly[fe- v115, C quandoque
[ola caffia.Neq; rationes, quas contrà adducunt, multüm urgent; quód enim A
phorifmü 22.objiciunt;jam docuimus;aut füb turgente comprehendi, aut fané veré
materiam 1llam crudam dic non poffe, quód nullam co- Cüonem admittat. Neq;
caliditas medicamen- torum vcrenda eft quz non avocavit Galenum ab corum ufu;ob
majorem utilitatem in turgen- te materia ; minus autem nos Impediet in pefti-
lenti;in quà fx pé minor eftus fübeft; potiffimum cum mitiora quàm plurima
medicamenta, mi- nus calida ; vel vix caliditatem attingentia, et fimplicia, et
compofita ncftris his temporibus fintinventa. Neque vercnda funt mala, et in-
commoda, quz fequi docet Gal. 1.24pbor. 2 24. € 2. pber.9.ubi quis crudam
materiam in prin €iplo,& non przparatis viis edu3 crit;cb majora E. :3 enin
"$a enim mala fugienda in tiizgente materià ; noti» veritus eft ftatim
evacuate, ;Ob eandem etiamo caufam nos in pefteidem preftabimus. Néque alvi
profluvia;quaz in pefte Hippocratis tempo- re ubi fipervenirent, mortem inferre
folebant, debentnosab cxhibitione niedicamen torum in principio deterrere:
namietfiin ea conftitutione |^ id.eveniebat; in aliis non femper eft cum pefte»
cotijunctum . Sed veró etiam nulfa vis eftargu- menti; nam fluxu illo siulti
interierunt, quod nimis oppt effa; acirritata natura fluxüsZ exone- taré
tentabat ; fed et füccumbebat; et materias quafieffrenis facta plis jufto
fluens vires deji- ciebat,undem ors fubfequebatur; at ftatim pur- gatis
himoribus. periculum hoc evitabimiis . Sedatgumentantur preteteà auctoritate
Gale- n19. de fimpl. medic. facult. cap. de terra Letmnias tibiinquit, illos;
qui tetre Lemniz;ant Bohli Ar- inehi affumptione cnrari non potuefunt;plerof-
queinternffe . Ovafi Veróy five manifeftis agant qualitatibus, five cccultis;in
ufum hac tutó du- ci poffint, non praimifsà purgatione ; cüm jam. ji
Galeniauctcfitate c onftitutum fitjanupharma- €á ; et antidotos tutó exhiber!
non pofle impuro corpore.. Peftiferz avtém, ac virulentze mate- rie cum venero
coim parátio,quà probare nitun- [ wir;in principio non effe purgandum, nclla
eft ; 1 neque convincit: Affumpto enim vencno, cim.» matcria.ea in ventriculo
contineatur,vomitorils quamprimüm ex xpelleretentamus; aut fi id ob- üncrinon
poffit;emollientibus, lenientibus, vel lubri* T Ex DRM LS od UBL. mts tte S sni
eii e s in otn c lu bricantibus per inferna ( fr bducere conamur. Ita 1n
peftecüm primüm corafficiatur,omni in- genio Gmnino tentandvm eft, 3 nobiliffimà
parte 1llam revocare, ac quamprimüm ex corpore» pellere. 13j 49. Caveat autem
Medicus.ne; quod iri pefte Peffilétes conftitutum eft, in iis feb ribus; qu
et,quódinfi- z/,, 5. gniorém habeant putredinem, ;quàm vulgares ze peffe »
febres putridz, quóodqvein aliqu ibus fyrnpto- cockienens matibus peftiferas
veras aiu léritig Peftlentes expe fttt s dicuntür; quales font;qua maculas, qua
les puli-. vecz prin- cum morfis »aliáfq; etiam cutis efflorefcentias cdd
junctas habét;idem obfervandum cenféat : cm £244 - en1m eó nfque non fit in eis
progreffa putredo, ut ad priftinam bo "nitatem revocari non poffint
humores,;ait fané cü m per co&tionenrad quam- dam temperiem et
mediocritatem reduci pof- fint, ut mitéfcente eorum ferocia, autà naturá, autarte
a Iv Medic pelli poflint, exfpectanda om- nino crit eorum ccncocto, sícque non
in princi- pio » fed in declinatione érunt vacuandi . 49. Qi 'dunvi Is autem
eorum Opinlonern recee Purvatia perimus, quiin peftein princ pio humores effe
v4//2a ;» purgandos cenfüerunt veré cathartico medicà- peffe sem mento, inter
quos diximus fuiffe Ar abes; et in- c?veziit. ter hos Zoarem,;& Avertocm: ;
'ecipi tamen ho- rum duc rum op nio non debet, qui validiffiinis utendum, et
calidiffimis medicamentis cenfie- runt. Nam Avenzoar 3. 7 be; "JIr.cap.4.
commen- dat medicamentum ex ev phorbio, et aliud ex fimo colunibino,::Aver.veró
2.Colleél. Cochias ]4 exhibet . Mediocria enim,necimpense calida, potius in
ufum duci debent, tum fimplicia; tum compofita ; in quibus etiamfi ícammonn
nonni- hil excipiatur ;adeó tamen aiiis ingredientibus orrigitur,ut ad
mediocritatem reducatur. Stibii vi- $0. Vitrum ftüibii ; quod tà »ntopere :
probatur mm in aliquibus, nullo modo admitti debet ; quód ve- p«fte P*[f nenatà
fuà qualitate majorem in humoribus in- 0471 . ducat malignit atem,&
ferociam; tum quod ex- perientià compertum fit ; infcliciffimo eventu omnes in
bac noftrà idi e: qui confilio Em- a ne um eo ufi funt; ad unum interiüiffe. .
Neq; tamens ego fum, qui multotutr. goeerroe crrorem fequar ;utrumque hoc vui
magnum auxiliumin pefte, ut &i in reliquis fe- purgatio, bribus
putridis,cxe 'rcenüum; cüm Hippocrates e fangui altero folüm- utendum fuadeat
aliquando ; ali- nii mif. quando autem utroque; aliquandoauté neutro . Suderum
$2; Sudorümjn verá pefte, peftilentibüfque provota- etiam aliis feb ribus promo
tio, frnaturà duce fu tio i» j*- (cepta fuerit ut tuta eft, et perplacet; ita
difpli- fte: M cecomnino cüm natvra prorfus defes, inérfq ue» ^/P2P4/7
wullatenus munere (uo fungitur, videtürque» ii malo prope fu iccu mbere.
Intempeftiva enim» et audax nimiüm efteorum curatio, qui miferos zorotantes
fruítra fatigant, alias excitatis toto corpore fudo ribus; aliasadhibitis
cucurbitulis ; aliove quovis ezeeza e :x9y auxiliorum genere; quód aliud nihil
facia int, quam inaniter egrotan tium corpora vexare;incertámq; pro certà cura-
tionem füfcipere:; que omnia ocioforum funt homiPefe jte vantib. femper co tem
i]lum gradum putredinis;ac ad exftineuen1 ! E ma m "Y. hominum,atque vires,
valetudinem,vitámque alienam pro nihilo habentium. Quantumvis 191turro buftz
fuerinta erotantium vires, num- quam admittenda füdorifera hacab initio cre-
diderim, nec Medicus Galenicus sumquamJma- Smudores $ turabit exp xilfionem per
cutimtentare,exfpecta 7efzequa bit potius,dum aliquid ipfa perfe natura molia-
4o promo- tür,animadvertétque curiosé;quorfüm ipfa ver- vendi gat, quàve parte
infenfz mareriz quarat exitü, alioqu 1 naturz motus antevertere, incerta pro
certis ageredi;contraria moliri, et ab incepto re- vocare,non fine vite
difcrimine poffet: quinimó, ne ftatim quidem per eas partes cevacuare debet,
féd folum ubi imperfecté operetur natura. ] heriaca, et Mithridatica ma
ignacom- TLeriaca pofitio, ut femper, nifiautaftusineens autin i» peffe. cem
pore;aut in corpore fuerit;ad p refe rvandas quado uté corpora à pel íteà me
commendantur; ita procà- 47 et quo den Pn dà nonita frequens earum ufus effe
modo, ien poteft: quamvis enim ad cohibendum excellen- reis Triend&. dam^4
virulentiam convenirent ; fi tamen ardens éebris (iib fit;a ftüfq; maxim
"E humoribus, et Ccorpore,non ita tutó concedi poffunt, ne, dum.
venenoobfiftimus, ita febrilem calorem aucea- mus, ut vel ex eo folo mors ipfa
AQOISAGRIP S À Iquacumque vcró de causà mors fübfequatur;idé cít. Obfervandui n
Igitur erit, "PN valeat bilis kin COI orgia eique putre do illi virulenta
fit Iiconcitata, przftare femper, poftpofità Thcria- lica. et Mesià ficcifa;
antidotis iUis, C&fclls ut), used DRE c Ft ah ma P str rre i iy i om aue T
Mace Lapillorz jrecioforz uus 6d s 0mmmino ve gtciendas, nrc paf- Mim yu* fit,
Yecipiendus. Pulvtfen loru» CAaY d acoyz117») ^ f. aJ p 8$[us ocu eibis y fed
14210 YLo 224€ bo re e CipleAus . quz refrigerandi ; et fiecandi facultate,
preter alexiphar macam, prædita f unt, ut acido citri, la- pide
Bezahar,margaritissX fimilibus. $1ve cro, quod in plurimis obfervaviscalor
£ebrilis fit nu- tis.nulloq; mmodoaftuans peccétque aut pitui- tajaut
melancholia,in iífq; cóceptà potiffimum fit putredo,vir üfque inde en
aftatur;tutó et The riacà, et Mithridatica compofitione, et fimili- bus
antidotis uti licebit ; quibus etfi calor febri- Iis nonnihil adaugeatur, major
tamen erit ex i]- lorum ufü utilitas, tum in evincendà vi veneni illius, tum in
attenuandaà materià;, &cad cuum, temi ; $4. Vt lapillis preciofis,&
gemimis non om- nino fidem detraho, Sapphiro,Smaragdo,Hya- cintho, &c. quód
multis, et magni quidem no- minis viris eorum ufus receptus fit, &in
multis; et magnis antidotis receptas.ilfas íciam,ut in. electuario de zemmis
dicto, et alioà Concilia- tore nomen fortito;ita nec eifdem mudltü tribuo; ob
eas rationes, quz à doctiffimo lo. Bapt iftà Svluatico, primo Medicine
Profeffore in Aca- demià Tícine enfi,amico fingulari ; inlibro huic rei dicato
propofitz funt . fos Si quandotatnen in ufüm Medicum dv- cendi funt, communis
error erit fugiendus ne ante cibum immediaté ejufmodi pulvifculi ex- hibeantur,
ut nec marearitarum: ex illis enum» cibo commixtis cementum quoddam obftructio
nibus e1enendis aptiffimu m 1n ftemacho eene- ratur. Preftabit igitur ; fi modo
iis uti volue ri- mus, € et - m mMENEEEE TALL 2 P GÀ mnÜáPmÜP pe mus, 1mmediaté
ante dulcoratas potiones ; aut fullatitios liquores, fummo manéfolitos propi-
hari;illos concedere. 56. Auri ufus et ad ADIHERTOCROTOM et adatra- Aaturi ufus
pllarios affectus antiquis et recentioribus com- Pres lai mendatur,quoód, citm
fpiritus recteet;cot, nobi- 447dns. uffimum vifcus,robora ire poteft: neq; enim
Det- [enil opinionem recipio, qui non nifi in aureà IM lexandrinà rec: ntiorum
Græcorum ant!do to, D. n fecipi, aut pro »poni afferit ; cum alioqui I
Nicandet;an tiquiffin nus et Poet a,& Medi- rus, auro peros affum pto in
alexiphartnacis vta tur; et Diofc. [;b. $.c. 69. de ateento vivo;auri li- atam
fcobem mirabili effe aüxilio fcribat. Mo- T lis Veró, quo uti oportet, eft, vel
eo i tenuiffi- 4^" E fii - "d es affumé niim pollinem redacto) et
comminuüto; hoc p4- j ni tto: Defæcatifffmum,& puriffimum autum eli- mal :
featur, et coptufüm tn foliorum form3, aquà ro- jaccà afpersa, fub Porphyrire,
aut matmore, ad pinimenti inftar redieatur. Sunt etiam,qui Pan- Phonicos
ducatos;u itpote ex purior e anro; fub la- Pide piclorum [xvieatos quàm
tenuiffimé acci- pant. Alnafperolinteo condnué affricant, et E s ;in quà
defcéndat. Quód fi I. hymicà indufttià in liquorem fólvatur, modó Wimis 1eneas
in (d non habeat partes, fortaffe ts 3 commehdari poffet : $7. Stultum veró,
meà fententia, eft, aureas T UE -Bionera s,annulos JAUT ca .tenas Intra
capones, ju- Wrula;aut ftillatiti s liquores;aliofve quofvis co- eà teræ;
J[uere ; cum in his nihil aliud abfumatvr,; quàm. món: multa$, ^ net aí $, Ex
avfent co placéta pro corde in pefle de tefland«. incequere, multarum manuum
fudor adharens;nihil enim abfardi. ponderi penitüs detrahitur poft illorum
elixa- tionem : necetiam quidquam aurum aqua im- primat, nec etiam faporem,
odorem, aliüdveo adjiciat.TE 58. Placentas Iacobi Carpenfis ex arfenici
cryftallini partibus duabus; unà autem parte» rubri, ex albumine ovi,&
tragacanthz mucagi- ne exceptis, quas facculo fericeo, aut ex aliqua tenuiffimz
texturz materia obvolutas,& cordis rceioni appofitas, anosà contagii labe
immu- nes, omninogq; illzfíos fervare ; «eris vcro ad fa- ]utem magnum momentum
attuliffe;creditu m. eft; neq; recipio, et longa experientià in noftra, hac
peftilentià doctus omnino rejiciendas con- fulo: neq; enim experientia ; cuiii
tantopere in- nitebantur, pollicitis refpondit ; quinimo gra- viffima aliquibus
fymptomata induxerunt,ut in aliquibus etiam mortem preci piti quodam im- petu
concicarint. Vidimus fervos ; quiin magno illo D. Gregorii Valetudinario ægris;
et infectis hoc morbo operam navabant, et Chirurgos hac placentáalioqui
munitos;brevi fatis conceffifíes, quinimó multos vi hujus remedii 1n graviaad-
có fymptomata, animi deliquia, fyncopales fe- bres, tremores cordis incidiffe
obfervatum eft » utfe per illud vim peftis effugiffe fomniarent in vehementiora
fortaffe accidentia, et mortem ex remedio incidiffe certó cognoverint. Multáq;
exempla in hac noftrà peftilentià afferrezs] poffem,nifi et ratio ipfa 1d
perfuaderet:nó enimesp qucd M ! S Ami Joiha CJ PP, 1 $t. Huod aliqui afferunt,
conferre poterunt ; quód arfenicum occultiore vi venenis tamquam vene- num
obfiftat, cüm arfenicum non occultiore vi, fed corrofione conftet effe
lethiferum. Ex quo etiam colligitur ; nullam eorum efferationem, Qui cà ratione
afferunt conferre, quód cor in pe- ite primo affici folitum, veneno fenfim
affuefa- rlat, undenec tam repente, nec fine negotio po- teft ceca, violentáq;
pernicie corripi; cüm ratio nzcnulla fit; quód et experientiam habeatad-
yerfantem, nec arfenicum hocmodo inter venc- 14 connu merari poffit. $9. In
variolis,. et morbiilis curandis, cüm Jecoctum lentium, paffimapud Medicos
AraLentiz de €ockur t2 »esmaximé commendatum, etiam apud mul- see, ge os in
ufum veniat; cum abuftm potiüs illum €^ ia vaenfeam, hocloco nonab re effe
credidi, etiam *ielis, ip;- iujus erroris inrer medicas 1ftas Cautiones me-
prebad . Ipiniffe. Arabesiegitut omnes fcriptores, inter [uos precipui R hafis
18. Coztinentis, € 10. ad IMlman[orem cap.18. et Avic.4. Cant. cap. de cu-
Wizndis variolis. ad materiam ad ctim ex pellen- 'Mam,& ad evocandas
variolas;ex lentibus folis, I ex rifdem, lacchà, caricis, tragacátho,& hu-
qiifimodi, decoctum parabát.ídque cetera omnia irefidia ad hoc munus obeundü
parata füpera- PÍcripferunt; quo etiam multi ex recentioribus à peftiferis, et
pefülentibus febribus ad mate- iam ad cutim propulfandam;acad fuüdores per-
novendos paffim uti folent : Verüm non fatis et Wpo conjicere poffum ; quà
ratione lenres aut I fudcres Lentium qu ilita- Ie5. fudores promovere
poffint;aut invariolis; pefte, peftilentibüfye febribus concedi ; nam fi earum
naturam recté confideremus;eas mali effe fucci ; atque melancholicum fanguinem
generare dice mus;inactivis qualitatibus mediam, in paffivis ficcam temperiem
in fecundo. gradu foruri ; 1n» fecundis veró qualitatibus varias ; imo contra-
rias habere facultates: nam primà earum adhuc integrarum, et non deglubitarum
elixatione cie ri alvus folet;quód in extimá füperficie virtus fit: irritandi;&
deturbandialvum;cüm é contrà ite- rata decoctio, aut tota comefta alyum
adftrin- gat;unáq; opera collectos in ventriculo, et inte ftinisfuccos
ficcet,ur que vires corticis internass et integram lentium fubftantiam reciptat
; que vim habent adftringentem;vehemenuus tamen lensin cibo fumpta fimul cum
cortice adftrin- citminus veró decorticata, Hzc funt, quz de» lentium naturà ex
Galeno, Gracis, et Maurita- nis fcriptoribus colligere potui . Galenus quide 3
frmpl. cap-1 5,9. eju]dæm cap.de..Lente.1.de com- pof omedic-local.cap.8.1.de
alim.cap-1.C7 1 8.2.e]u[- dem cap. X8. 44. $. 1n 6. Epid. 33» 1. de vitu tit
acut. Com. . 4. eju[dem y cap. 4: C lib. de [alub. Diata.cap.de Leute...
Oribaf, 2. Synopf.cap. 1-7 1. Collell. cap.17. et A€t.lib. 1.cap.de Lente.Pau-
Yus; /ib. 2." lib. 7.cap.de Lente, et Actuat, lib. de [pivit. animal.
nutrit. cap.5.Hos fecuti funt: f. in omnibus. Arabes, praterquàm in tempera»:
mento, quod frigidum, et ficcum ftatuunt » for». taíffe Hippocratis fententiam
fecuti,6..Epid. Sets. f j: LX TTA [- tex. 33. ubiléntem frieidiffimum cibum
fta- iuit; quà inte étiám à -Galeno eo loco arguitur Hippocrates; quód in
àctivis qualitatibus mce- lium tenereindé collisendum fir, quód et et ad-
tringenre,& (olvente facuftatefit pr&dita;cüm llioqui duplici ratione
frigidum cibum confti- 'uere potuerit Hippocrates: Primó, quód cim. tdftringens
fit facultas in pluribus partibus, et n majori mole fiibftanue,mæis frie1du m
ci- pum poteft conftituere : quód fi poucnes é.con- rà ex lente factàs
confideremus, quz folvunt, primam nempe jill: im càctionem validiüs cale- acere
dicemus,quà àm fecunda refrigeret; quód Qualirates calidæ facilius in aquá
exciplantur, juàám que terrenefürit;& frieide:Sect e for- C frigk dit
ffimam ftatuit lenteim Hipp. non ratio- e qualitatum primarum fed quód, cum hu
imo- em, et fanguinem proeignant relancholicum, dam.qt latenuscibi funt,
frieidiffimzx dici po- I. erunt,squod fuccum produc: ant 1n noftro cor- pore
friaidii (umum. Qus .cümita fint de puru- imis, e fecundis lentium qua htatibus
ftatuta,, lon video.quomodo Mauriranorum fententia, lhacin re admitti poffit.
Nam fi primumeorum Wilecoctum, non delibratis iis; pra beamus;.cüm. iklvum
moveat, potiüs à peripherià ad centrum. numores trahemus.,. Quód fi
decorticatas, ut JA vic.jubet.imponamus;cüm tale decoctum va- jenter alvum
füpprimat, atque fanouinem me- lancholicum reddat valentérque adftringat, at-
Ijue obftruat;maximé tragacantho X caricis admixtis, quando ad cutim
perfudores, vel aliquo.| alio modo humotes virulentos expellere queat4 non
fatis intelligo, cüm auftera qualitas, quæ im. lente perfentitur, etiam Galeno
tefte 1.4/77. 18. interreà maximé parte Confiftat,ex Gal. $.de |.,
fimapl.medic.facul.cap.26.V nde adftringen tüiqua- |." litate et
obítructiones augebit; et craffitiem hu- morum, qui ex eà generantur,
magisimpinget. jj Pratereà, fi crafsum, et melancholicum fuccum cenerat, fi
flatulenta eft, et eà ratione fzpenu- meró morbos comitiales excitat ; ad quid
1n pe- fte convenire ullus umquam affirmare audebit ? Quá ratione etiam ex
tragacantho,& lacchà de- coctum, aut fvrupus ab Avic. paratus ad materias
ad cutim propellendas, 1n., variolisrejici debet, quód hu- mores noxios potiüs
intüs obfepiat, quàm foras expellat, et cor- poris po- ros obftruat, non. laxet
. gud, 3E d , «ll Animadverfionum, et Cautionum Me. dicarum, 9S 1 X d. V. C
ontinerts eas, Qua; 4d 200r bos part: culares E capite ad membra. naturalia
pertinent . e A UG PR LG vOSQT E: ld lt Ne d De dolore Capitis. actu frivida
efle de bent L Oxyrbods natn capi N capitis dolore, ab zftu,.Sole, tis dolere
iene, et fimilibus, curando, cüm prosit ima oxyrhodina in ufüm veniant, et
£'»J^ ** frontalia;illa femper magis laudan ^ ' tur,quz ex alto dela pfa füper
fütu- ram corona lem decidunt, maximé fi ad intern cerebrum intem peries
pervenerit; quz zft alto deci- Ant» Oxyrbedt 4» pis appli- AlC cata ze frc Ce
Iu 47 ec 2. In u(dem ftupis;vel duplicatis linteolis ap- «x cif K ynaterta
mpplicen- $4r» Oxyrbod: sis narco fica vix admi[cen dla » NartoticA 8 Capitis
dolore vo- ? 2;€ doloris 20 adbibe dla. fed ali quado vo- ne vigilia THU.
INarcoricA 3m dolere capitisper fe per os zon a[fa- geuda. Infigaiter
vefrigerau da44C4 puta non fear. plicandis,caveant.ne craffiores applicentur,
aut exficcarz parri-nimis adhareants conttariuimL enimeffectum pariunt
excalefaciendo;& infen- fibilemevaporationem prohibendo. 3. Oxyrhodinis
narcotica non mifceantur ; vel leviora : frontalibus autem etiam valentiora
miíceri poffunt;ad cerebrum enim vix,& refra- &à vi per hanc. partem
perveniunt ; per illam veró, futurà viam prabente ; integrisviribusad cerebrum
pervadunt . Quinimó in oxyrhodinis,& fimilibus,num- quam narcotica
admifcenda effe cenfeo ratione» dolorum.fed cim vigiliz inde fuccedant;undes
maxime vires collabafcunt ;in ufum aliquando venire poffunt ; íed tamen futuris
autznulla, aut debilia applicari debent, fed fronti potius, et temporibus. $.
Multoque minüs fomnifera hzc per os erunt fümenda,in intemperie calidà fine
mate- rià,ratione doloris,càm inde nullum vite impen deat periculum. nec ullus
fibi ob capitis dolore manus intulerit, téfte Galeno, ut ex aurium, et oculorum
dolore ;'ob diuturnas tamen vigilias fumi poterunt. 6. Animadvertendum
autem;aliqua effe cor- pora ;'quorum cerebrum ferre non poteft ufum infieniter
refrigeratium;Pueri, ob exceffum huet miditatis,ne
congeletur;autincraffetur;indéque in morbos comitiales;& fimiles incidant,
tum et ob fübtile nimium craniü: fenes, ob imminutum calorem, et excrementorum
copiam: mu liczes molles; ANIM ADVERS. molles; et candidze:& qui cararrhis fzpé
tentan- tur,& qui laxas nimiü habétfuturas,ex us funt. 7. Aceti pars in
doloribus mitigandis cx in- temperie calidà fine materià.non major fit quar
acerrimum continebit ., Oleumitidem rofatum in eo dolore cali- do;ex olivis
maturis fitne fi ex acerbis fit, cutim et,ac difflatnionem impediat, potiffimum
cüm revulfione non egeamus, nullà affiuente» materià; in tali enim cafu
omphacino uti licet . Sitoleumrofatum eoanno paratum oleum fit ejufdem anni
:illud. quidem, ne rofa- rum vis refrigerans exfolvatur;hocautem,ne ex
vetuftate calorem contrahat r1. In dolore capitis à frigidà materià, qua ad
mitiorem reddendum dolorem applicantur ; non fint foetentia;2ravíve odore
przdita; reple- re enim craffis vaporibus cerebrum folent, et dolores augere .
2. Indoloribus capiüs ex morbo Gallico, errhinorum ufus nullus fit: five enim
ex bile fit ; five ex pituità putri,ulcerain penitioribus nafi partibus ex iis
excitantur, et fubinde offium nafi COIrru pt lOoncs. . Inacutis febribus; LIB.
FT. n tà;cüm nullus hic fit ufus. repulfionis ;fed ad re- frigerandum addatur,
et ad penetrauonem, jus levis portio fufficiet, cum «& calida in eo partes
reperiantur. $. Obidacetum ne potentiffimo vino,igneas enim multas partes fic
Anh ah, op SERES LO, ando vehementiítK a fimi fit, neg; ex Dolete £x fite ex t5
téberie ca lida, acete porto im exyrhbodi- 2i$ fat par va. AAcetd 19 oxyrbodi-
no quale CO veni. Dolore ta- pits ex in téberte Ca^ ltda, olesi ofatum ft £X
0lí- Vl 5 VIAL Yi$. Ole
us vo fatum fnt Yeceo 5 » NO foeten ua fint, quá capit applican- Iu. Errbina perniciofa 17; dolorib. capins ex
"iorbo Gsllica. I )i ii . A44 gapitis; et xebemetif fimis,im- 9ninente
erif, fu- sieda ve- pellentia . Grifi im- tnpinente, quando à capite re-
peliendá e pilsle ca- " ^ puta: es 4 i 4:24 r4 ] GBA e M aflzeato yia
q4AD- dono con codenda. Errbina, € feauia8torta snala lakun Soo rx por A. 10113
FILAS L2 ; fimi dolores capitis füperyenetint pulfaüles, cü rubore faciei, non
ftatim oxyrhodinis repellen- tibus utédum, potiffimüm fi fie his coctionis prz-
fentibus: fepe enim füperveniunt inftante crifi» et faneuinis é naribus
profluvio proficuo ; quo in cafifi infrigidátibusrepellatur,optimo ope- re
naturzinm € aut augefcit morbus, aut 1n cerebro firmatur materia, et cerebri
mofbos 1n- vincibiles Spe 14. Quód fi enam crifis i eat dolore» magno
füperveniente, fed non ges fanguinem nariun fed per vomitum, ems quomodo di
Íícer natur, ex lib. de Cf. colliei p tei ; tancrepel- lentibus,quin et adt
Lringent abus uti licebic ne» per vomitum cerebro repleto; dolor per idiopa-
thiam reddatur. 15. Non recipienda eft communis multorum confüetudo, piluJas ad
humores à capite t: rahen- dos inftitutas exhibentium ftatim à coenà : aut enim
cibos corrumpunt, aut illorum vis retun- ditur,aut fimul cum cibo é ventriculo
eft fuo fruftrantur. Praftat igitur aut incen cedere, aut fummo ma iné
exhibere, fo autalterà horá concetfo. . Si dolor capitis fit à bile, vel
àferofo hu- more calido, et falfo; tenuíque, mafticatoria fu- ROT erunt ; pcr
1culum enim umminet ;ina pulmones v ica influxa;aut phthifes p Adel cat, aut pu
Imonum alia vitia. 17. Siitem oculi imbecilles fint,'& fluxióotüi- bus
obnoxii. errhina ; et fternutatoria fugienda in ie ? j11 fine latis C con- mno
una e** h AAA ym TO 11 bmi vv et : DEÆ NUM. ANLM.ADVERS.. Incontumacibus,&
diuturnis doloribus; y«frcztie tbi non cederent aliis& potentibus quidem
re- optima; e£ mediis,antiqul et Greci& Arabesad puftulan- capit ap
tia,rubificantia,& dropaces,fi inapifmofve attra- p'icatasm : 1 hentes
confugicbant, ut ab internis evocarent vthemer dir. "vt tiffimis do ta(íam
materiam, atq; attenuatam perinfenfiloribus £5» bilem ev aporationcm
evacuarent:fed cim cutis ubt capitis craffior fit,c quàm ut liberum humori adi-
am tum concedat, ncque ulla fenfü patens fiat eva- cuatio himorum,.eco
fzepiffimé expertus fr m., pra ft: ure derafis cap illis vefican itiamponereaut
pa rü« lolenti,auttcti etiam Capiti ; fic enimat- Lracta ad exterpa materia
evacu res f maxime ea,quz tenuior eft, et calida, et acris; vix enims, etiamfi
ciuturnus dclor à craísà materià fiat, fie- i potefl DUEV chementa
dolorisadfit;nifi portio aliqua illius humoris fitadmixta . De Phrenitide. I;
Dhbreneti- I9 Ixin pbrerindelenienti perosaffumen ^. i à MCL$ flattors TOP T !
* cL » p " V RE L y. do;ad detu rban« 2 €3 (crementa, in. en imr tr1Culo,
et primis venis exiftentia, primà die lo- dæ cus datur, fed mclli clvfinate
injecto, fi ejus eniá commoditas deti r,m ittendus eft (anevis, fedà in brachio
venà : cüm enim influxus jam defie- Faut majori ex E factus fit, fruítra hocau-
Vosa lum tentamiüs Dbrenett^ 20. Caveautem,ne in Trollani et alicrvm. cis
fribra errorem Incida iS, Qui cüm ob maniacos motus «ebio sez fàncuin iem e
brachio detrabere pDequeunt,ve- feri 54 I Y» 4 na itte em qam RENE IDSU,.
dotdncap M ei poteit, noh fecam 8a eft ea, quainfio 18. Pbhrenett- €i5 SAgHIS
non mitte dus ad a- ntmi ufa5 gdoliquil In frontis vena fec da blandé gula aá-
f Y27 41v s Aut brevt z82p0Y€ . Pbrenetiz €is, CHCHY bitulis ap 4 E - politis,
qud fa&iendum . In bbrep huy T1 si run Ho LVD. SEPT ALII MEDIOL. ram
frontis fecánt; fi enim copia adfit fanguinis in láborante ; ut in hujufmodi
morbo majoriex parte cóntitigit;tantumabeft,ut laboranti opem feras, ut potius
; atttacto ad partem laborantem fanguinesmorbum ádaugeas: revellendus jeitur
potiüis, atr fcarificatis cucurbitulis ;aüt ; quód melius effet,venis fedis
apertis. ii. Néqué etiam iri Hioc cafü ad animi ufque deliquium mittendus eft
fanguis, quod pleriíq; placuiffe video; quód; cüm repellentibus friei- dis ab
initio etiam ufi fimus, refrieerato toto; ac à capite rettactoadeó
multofanguine calido;fe- penuimeró aut phrenitis hectica inducatur cura- tu
impoffibilis, aut lerhareus fübfequatur . 23; In venà frontis fecanda
adftrictio illa gu- [z?*, quz fit, ut vena intumefcat, aut non multum fit
violenta, aut quim breviffimo tempore per- fidiatur ; ne quodammodo ad füperna
repulfo fanguine, ubiad' cerebrum et meninges perve- nerit, morbum adauceat,
aut fané, eodem in- cratffato,eunderm mætis contumacem efficiat . 25.
Cucurbitula, qti breemati,fronti,& re- liquis capitis partibus ; poft
evacuatum corpus afficuntiir,ad extrà trahendam matetiam, aren- tes non fint et
cum flammà, fed ex aquá calida; nec loneiori tempore hereant ; et fi fübjacens
parsin rüborem abierit, leviter eamfcarificabi- mus ; fin minüs, fpongiis
exaquà tepente fub- ftratum, et elevatum locum fovebrmus. 24. Cavendumin hoc
morbo, ne in eorum. errorem incidamus; quiab initio non effe purgandum cenfent,
fed ex (pectand am effe coctio- nem,maturatio enim putredinem jam factam. fupponit,quam
corrigat; quo in tempore ; facto dum ab £2ttio, C q440t23080» jam apoftemate,
morbus evinci vix poteft: eo- dem igitur,vela idtero die pu irgandá, vel ex
Hip- pocratis przcepto; 4. Z4pbor.10. imminet enimu periculum,ne tota 1lla effrenis
materia fein par- tem laborantem effundat t,apoftema perficiat t; et vires
profternat. Neque
tamen crudam evacua- bii fade cei us preceptum Hippocratis. 1. 4- 22. ve] enim
turgens erit, vel nondum putefadta; fic nec cruda fanguini admixta bibsin- tra
propria conceptacula adhuc confiftens, ut fecidle Hippocratem videmus 2. acur.
16. cm fluentem humorem ad plevram ftatim ab initio medicameto purée
fubduxit;tamquam non- aut crudum, fed coctum. In iis, du 1alv o duzioti funt; R
habarbaro non ita facilé utendum: fi enim fimul cum biles effervefcentem m:
1e1s bilem red- eredi ay rnis partibus;ob igneas pat- t:& ob hanc unam
caufam dum ) putridun non edu CItUr, tes,communicari Avic. ?ranaà cato aut fex
fcammonii medi- 1ndidifle in ph: quidauid dicant Grz- culi quidam, acriores
Mauritanorum Íctipto- rum reprehenf. res. camentis ex R habarbar: carandaà
cenféndum eft, 26. Quamwvis in hoc omnes feré conveniànt, fimpliciter refrio
erantil bus primá tantüm dic Eur ipifaébeiiepus a fime et par bus,f. PIRE
repellenti- 1n utrepella- ris, et influétium Rbabarbs rii tn phre auide ia
ii54H dis riorz funt ALUO 422003 maltum im ufum ducendd o Solis repeb lentibus
Aliqua do Sotds 775 eSI pt iit "NE -U humorum temperetur; dolor
fedetur;& affiictee arti robur addatur, fequentibus veró diebus mifcenda
effe aliqua refolventia ; fepiffimée ta- men aliter faciendum effe,quód urgeant
in aug- mentoadceó fymptomata, etus, dolor;vigilia- et mania, ut frieidiffima
etiam progreffu tem- poris in ufum duci debean t, Aretzus admonuit . In phrene
.. Cavendum tamen, ne nimis affidue iis fiis nón. utamur frigidiffimis;aut
narcoticis:tiam dicebat dintis fri Aver.3. Colle£l.3. caput tutó calefit ; at
non citra gi [imis pericula refrigeratur ; periculum enim impen- utendum.
det,ne quem dormire volumus, poftea excitare non poflimus, ut ait Celfus:fepé
enimain lethar- eum calamitofimabire folet;ex folà mala cura- tione
phrenitidis. ultraprin epum $ Q PE 3 . » Á Eu * 28. Intop icis, etfi acetum 1n
aliqua perucne get admifcere expediat,ut et refrigeret repellat, et md
penetrationcm adjuvet ; neque tamen multum plicaydi « admifcendum eft,ne
ficcauone vigilias ccncitcts neque acrius, quod calide partes,& ficca ni-
mium pravaleant . Acetiloco ;:.29: Nequetamen placet, quod à plerifque» in
oxyrbo ICCi pitur,ut aceti loco, acido citri; aut limonum dinis aci-
Atamursnimiüm enim adftringit; et ob acerbas, d& citri, terreftréfq; partes
neq; pervadio neq; admifto- vel l.mo- rum penetrationem adjuvat : quinimó
externos nem uo» wiestüs conftringendo,refolutionem humoris 1n indendli ^ Jis
temporibus omnino impediet. F 22i DNI", E ibd » 4 TN "c De. Lethargo.
v M MA . lfiinlethargo.fi perfe, et cum febrefu- ropa gi- pervenerit, fanguinis
evacuatio per fe-. eis quado PEétam 1n brachio venam, viribus cenfenuenti- fecanda
f bus cmnino conveniat ; fi tamen, quod fxpius vez2 e: l'evenit ; vel ad
conunuamn febrem fübfequatur ; qu ádo n llvel ad phrenitim firpé etiam male
curatam, lomittendam ceníco, neq; fclum dejcétarum vi- Irium ratione, fed ob
materiam potiflimum à put. e fejunétam . S1 hecexerceri nequ cato bal ]UamcCaU-
(uen Ma: n ". apn it tamen repletu mfi t et nonnihilfían- ;4là in le-
lleuinis a« Im ixtum cognoveris, cucurb iru ]leino ££ me ufum venire
poterurt,nontamen dcrío, et hu- quado » Irmeris, aut fie bis, ut Md ain vifum eft,fed
licanda, li lateribus potiüs pone aures; prope venas applicitz: illa enim
fübtilem, m: iie ; fluxilem lian: guinem trahentes, rebellem maois, et frioi-
bdam, difficiliüfq; diffolubilem red lent in cere- bro contentam materiam .
Quód f € proximic ribus eo auxilio eamdeim talos ARCEM Jumpactz etiam frigide
materie aliquam à cerc- -Biorevelferni IS portionem. Eir32 C avendum maximé, ne
ab initio h iujus ilimorbi ad excitandum à fomno fternutatoriis Iiramur;ex
intempeftivo enim hujufmodi remc- d1o mæis funditu Ir materia, m. igifque
fubinde ;, 5ri»c;- limpingitur ; unde et ccntv max mcrbus fit ma- pio 10 » [Ei
nn .pople xlv fequuntur. Errbine- fs . Errhina in veternooptima funt; in iis
ta- pw» Afni» men Stermuta- fortis 20: utendum A IM ee os oir M : gum Tm m Er E
i LetLavgi- cis vepelle 3i barc applican- d&; et [ane «d[trin- gentibus. Vefrcatia 25 letbar- g^ opti- 722,0 qui bus
parti- bus appli€22da»s Memoria deperdita vemedia 3200» seper calida, fed
varianda, P YOvart - tate Catifa Y 4777. 6 r$4. men, qui longocollofünt, et
angufto pectore ; uno verbo dicamsqui proni funt ad phrhifim, et qui fepé
morbis oculorum tentantur, in ufum traduci non debent . Inrepellentibus
applicandis ; quz non nifi ab initio, et etiam non fumme frigida admi-
niftranda fünt, adftringentium ufas omnino 1n- terdicatur, ne et craffior pars
huraoris 1nfluxa-» reddatur, et ejufdem evacuatio,quz per infenfi- biles meatus
fit; impediatur. 3$. Dropaces,X finapifini, utin ufüm venire debentad
attenuandam materiam,eámq; à cen- tto ad circumferentiam attrahendam : ita
vefi- cantia mæis coràmendari debent,tum fcapulis, et humeris appofita, ad
extrahendamà cerebro pituitam,& aqueum humorem irrigantern;tum derafo
capite vertici,& fuper füturanrcoronale. De Cautionibus in la[a, aut deperdztasmemoria
curanda. "T. Icet abolita;aut imminuta memoria A, folamfrigidam
intemperiem referri vie B deatur à Gal. 2. de fyzapt. caufis, . (e 3.dc.2 loc.
affeél. 4. $* s.cüm tamen frigiditas hec non- jum numquá vera fit cerebri
intemperies frigida fim-. I plex fine materià;aliquando veró cum materià [1
potiffimüm pituita ; aliquando veró ex defectu ||. caloris parti infixi,aut
fpirituum à corde immif. . f forum,& hoc caufas quàm plurimas omnino in-
Bii ter fe diftinctas,quin et fpe contrarias habeat : utà fümmo externo frigore
ambientis, fric iditatem pofitivaminducente;autab externo calo- re,innatüm
caloreém,& fpiritus;unde pars vivés calefcit;abfumente: in hoc morbo
curando pro- catarticas, et mediatas caufas Medici animad vertere debebunt ;
nec femper medicamentis. niant, càmoblivionem producit frigida mate- ra fimilem
in cerebro inte emperiem introduces Vbi veró fimplex fuerit intempeties
frieidà, et internis, et externis validé calefacientibus j et ficcantibus erit
agendum. Quod fi non pofiti- và frieiditatetentantur, fed défectu caloris in-
nati, aut fpirituum parte frieidà redditi oblivio fequatnr Loses: intibus fpi
iritus uti oportebit : In remedii ; vero habenda erit ratio caufze ante-
cedentis;cüm enim hac aliquando calida fuerit, bt 1][o, cujus meminit Galenis,
qui cüm ve colendis vitibus diutiüs füb Sole conttitiffet, inedia ufus effet,
in hunc affectum incidet: at; in conflatore vaforum vitreorum, qüi ex fi ith 1-
cis immenfo caloré memoriá amife 'fat;qui, cüm !in eo Medici calidisutereritur,
et imo rbus in de- Ecerius rueret,embrochis fr igidis ; Capiti à mme ap phatis,
ed Irt1o 3t!ol )e ex dec IS ju o frigido fadi à. D. cibis optimé
fanevinem,& fpiritus inftauran- s,ad fanitatem eft reftitutus. In aiidBiéer
n, I 1 O pA) Jeruinin mé? norie deperdi tione m nC] - Iderat.folüm
cenfirmatoantmo, 3€ fpiritibus vi- o « ais Optimi fici inftaur 4tl$ ; CUFAC1O
perfecte Ia memo"1A deper- purgantib us curationem uitio, aut caput- dita
curd purgis, fternutatc riis, errhinis, mafticatoriis 4a rar? utentur,cüm hiec
folüm in ufum commodé ve-. *vænat;o eff. Opus in COTHA:0 fis, primis diebus ma
lé oleum cbamame linum cx aceto Ab- plicatur. Comato[is fométa cx oleis nen
£sto adbtQe D» f a6 eftadimpleta. Non igitur íemper purgan- tibus, non femper
cáput purgantibus, non iem- per excalefacienubus utendum erit in curanda . Hors
memorià aut abolità;aut diminutà . In Comates C fopovo[ts affcétibus « m N.
iisaffectibus,ubi aliunde ad cerebrum delatisaut craffis vaporibus, aut ferofis
humoribus affectiones ez excitentur;non veren- dus eftufus oxyrhodini ; neq;
ftatim ad calefa- cientia et interna, et externa crit deveniendum; quinimó
aceti quantitas eft augenda, vel dupli- candaadoleumrofatum completum,vel ex
Avi- cenne et R bafis fententià,ad diem ufq; tertiam: quin et acriori in iis
2Ceto utendum eft,ut citra tefrigerationem validius repellere poffit. Neq;
placet Poffidonii fententia ab Actio relata, qui primisillis diebus chamemelino
ex aceto uteba- tur;cüm ab initio repelléda fola fint adhibenda, non autem
diaphorcticis fit utendum, fed poft- quàm affluxerit materia ; quo etiam
tempore 4 la addi debent valentiora,difcutienti,& ficcan LECCE e M u
facultate prædita, ut caftoreum, abrotanu mos;
lavendula;ferpillum;verbenaca;& fimilia . LI . . In.topicis 1n hoc morbo
applicandis, non Med. ^an [Tu $5 « 1Cacodlis,quia humectatio fiepé actualis ex
ole mbrochis quandoque vincit virtutem med n eó tutus eft ufus fomentorum ex
oleis; aut de-... E Eu imentorum incoctorum, nifi validà facultate £:c24 cante
predita fint;qualibus etiamfi utamur, peu- qe ló poft 4 D57 I[ó poft lineo;aut
cannabino panno caput erit ab- (tereendum. dn Pervigilio y[tve vieiliayuz ex
'ce[fa . Y N narcoticorum exhibendorum hcrá eli cenda E- S0nminui fa cüm
diflideant inter fe ferip tOres, "a qua bo aliis poft cbum é ventriculolapfum,
&anteex- ra exhiIhibiuonem alterius per "bus; alus cum cær ; aliis
veró poft coenam per 'lhoram. Egofic cenfeo ; fi ex fomniferis fucrit
'Iwehementioribus, quale eft Philonium utrum- Ique;& recens T heriaca,
pizftabit priorem fen- Ireciam fequi;ne coctio turbetur, et cibis admix- dra
pom Apes at ' Cüm omnino medica- menti da fi in iss nullam nütriendi
facultatem. habeant. Sitamen maxime necceflitas üreeat., Etiam à coena per
horam concedi po (unt, v ipo- Aribu: s cibi fa cilius ded ucentibus vi m
íomniferam üd cerebrum: fic horà fomni P ilulàs ex.cynoglof- Ilo aliquando
propinamus. Si veró fomnifera. Kuerint leviora, aut etiam alimenti aliquid con-
Mineant;aut cum:cibo:exbiberi potfu unt, ut emul- IMBiones feminum papaveris
albi ex aquà lactuca, Iiolarum,nenufaris, et fimili m,.thvrfi latucze ffaccharo
conditi; autfanc à ceená per horam,ut |lyru pus de papavere,.de nymp Pha ex
aqua la- jd tucz:fic enim blanda illa cf fftumatio ex cibo Foi Wata nidiori
illi, et aliquo modo fr ig1dz ad- à fiepenumet 'ó fomnum con o «mm: ^deratas
1llas vigilias ex fumidà, et t CX h d tres horas concedenti- 2ez4a. exhalatione
productas; aut ex calidà et ficcà ce rebri intemperie factas demulcet, et
íomnuma convenientem introducit . 40. Quotidianus tamen, et frequentior illo-
rü nfüs,nifi nimius partis Caior id perfuadeat;fuSomifz- rortt Af45 frequéenor.
eendus eft ; ne, dum cerebro fuccurrere tenta- efft i02 4€ ius; et illius
fymptomati;aut contrarium. introedis ducamus affectum;aut ventriculi coctionem
im- PR minuamus. 6- . b f^ f T n 41. Pueris parce admodum formnifera hec per os
funt concedenda; rariüs fortaffe valentio- a;folent enim quam» ra extrinfecus
applicand maximé memoriam labefactare. 42. Non priüs inanito corpore;aut
repleto ni- mium capite;nó funtinufimm ducéda: contuma- vationem Ineptos » ya
parcins $n pueris 2n ufu "m ducenda. Somnuife- ya repeeto corporeo,
cesenim humores; et ad evac aut copi" peros fiexhibeantur, omnino reddunt
; fi veró: ,00» ^^ capitiapponantur. in comatofos affectus &gros minjir9 deducunt.
somnife- VA d et - - f Mee) blanda evaporatione cibi meliüs officium iuum la *
: ^ » E 43. Átenul admodum cænà exhobeantur; ut! complere quean parcat mole
obtruatur. Narcotica o non Hàáda jn princi- turalis;atq; impeditur, ne calor
fecbrilis quam- pio pire- primümex pandatur. xy[mi í "ode t:ita tamen ne
aut coctio ci-j poff c0 A. que Pepe : Y bi impediatur à frigiditate, aut vis
remedii ài 44. Cave; nein principio paroxyfmi narcoti-JsT! oss " «^v . A
0^ E ; ca exhibeas;ex iis enim fæpe fuffocatur calor na-4 In Coneelatione . . T
IN catalepfi; five congelatione, cüm vi- r» carale- AA. deam Praécticos omnes
ftatim abinitio ca- ;// coz- lefacientibus et ficcantibus uti;in errore«eos
cmc- zs. cal;- :[ nes verfari exiftimo : cm enim in iis peccetma- Za ipea teria
melancholica, ab eàque morbus is produ- 5?furen- '| catur;fi in principio; et
auemento morbi calidis ^* |iis impense,« ficcis utemur,craffior reddetur ;'|
materia, ficcior, et ad diffolutionem InCptior ; 'J pre ftabit igitur calidis
temperate uti ; ac hume- Cctantibus, ut materia attenuetur, fluxilis redda-
tur, ad evacuationem magis apta, quin ut per -J fenfum effugientem
evaporationem difcuti ; et TJ evacuari queat; progrefTu quidem tempcris cali-
diora adhiberi poterunt ; ad rcliquias materiz abfumendas,& intemperiem à
parte auferendá. [99 quet 4: In catale. 46. In topicisitidem
remediisinchoclocoace 5,7 7^ i; eÍ ns. : bft aceti tumnullibi 1n ufum veniat;
tumne pauciquifü- : cet : j ]4g1e7»da., 'J| perfunt ; fpiritusexfunguantur ;
tum .ctiam, ne ifatri humoris ficcitas, et acoradaugeatur. In Vertigiæ . i47. T
Llud folum in hoc morbo curando obfer- Veytigino A vandum, cavendum cenfeo;cüm
ex hu- 55,7, immoribus in cerebro contentis elevati va pores,& tatorias cin
jexhalationes inotdinato motu, et in eyrum cied- capurpur ftur;fternutatoria
non effe in ufim ducenda, ne- gia fagiz- que valenda illa per nares attracta
caputpurgiaz da. quamvis enim aliqua materig pars educatur, xr1*3^ iIVII YÀÀ )
Qr (91S NA OlS, Cv icrfiam m j y "LA 2n pavoxyf 2320 0 CO catiendt. I bilepr:- / 1 £:$ caf ut
Cot80" 2 4 uS nz Fi6€3Ais. ilept iEt €1$. "'UO62213M5
"72vEpi'epti- €15t pa"T v0X y[7720 liosu oot gon nden T». ea 0, ^ Ww
fymptoma tamen fepe jJ E aceto;aut finapi;aut fucco ruta perfric: augetur,
concitatur ma- .x motu fübito materie morbus isine piutatur. In Epilepfia .
acet,quod [, "Ntempore paroxyfmi non pl tif Pu paffim à plurimis fieri
video, qui fta 4 VU. corpus concutiunt,quin etiam ipfum caput : fe- u ad
numreróenim magis recurrit ex eo mot pe lus perdurat 1nobftruendum materia, et
di vafio. 49. Fugiant etiam, et omnino caveant, ne ; dum.turpitudinem faciei,
et diftorfionem, ac fpumaumjoccultare tentant, capite, et facie pan- no
cooperta, refpiratione liberà impedità, zeros füffocent. $o. Cave nein
paroxyfmo vomitum provo- ces ; vidienim aliquos in invafione hocrentan-
tes,ftriptorum quorumdam auctoritate ductos; przcipitem in mortem :egros
duxiffe:ex violen- |, to enim illo motu, magis repleto capite, ac con--| citatà
materià in cerebro exiftéte, ad perfectam cbftructionem faciendam deducunt,
unde apo--,.i plexia fequi folet . «1. Vt mirificé placet in principlo
patoxy--], finiori aliquid, et mediis dentibus indere ; ttj: hiansos effe
poffit, ne lingua intercidatur; fpu--]. ma educi poffit, et palatum realiquà attenuan-],
te, puta, Mithridaticá compofitione, caftoreo exu, " iti poffit; ita 1f ut
Fw "RT iE E us Je VÍA ita lignum folidius 1mmittere nonita tutum eft, Í»
penumeró enim inde excifos dentes vidi. Pte- ftatigitur facculum ex corio,vel
ex craffioti telá, repletum. atrenuantibus multis, et validioribus quidem,
finapi, evphorbio, caftoreo, rutà, aut ejus femine, et fimilibus, ita parare,
ut illius vi- ces.poffit fupplere : fic enim et voti noftri com- potes reddemur
fine illo periculo, et morbo ad- verfabimur. In brafei- $2. In prefervatione ab
hoc morbo;hzc fitin- vatieze. fecandà venà cauti j»fiinftentacceffiones,nifiex
4^ epile- fu pprefíis menftruis ;aut hzmorrhoidibusori- P qu o)nem morbus fumat
m uttendus erit faneuis ex gum bra- venis brachii (fs veró femel aut iterum,
vere, vel. ^^"? » e iutumfo fipervenire foleant ; aut. hax motrhoides,aut
menfes fint fuppretfi, fecanda erit veria ; in talo. aud s lud. quádo cx talo
f^x- gai ?21Íf- tendus. $i ex aurà virulentà aliunde elevatà-ad. rpilepti- mel
morbus fiat; nifi infignis plethoraid «iex an- perfuadeat,mittifanguisnon d
debebir. ra tieva- $4. Cüm plerofq; videam; Aretzo,& Ttvieen fa » o0 nà
duce,in-przcavend æpilepfià validiffimisuri "7742s medicamentis
purgantibus, tum per vomitum, / "£5 tum per feceffüm ; ; egó longa
experientà doctus Lys profiteorme numquam morbum hunc, in quo- quam per
proprium cerebri affectum producti HAPE validiorib jus vomitoriis curáàtum
vidiffe fed ex... :o 11s omnes ad deteriórem ftatum deductos:valc: üora autem
per feceffi e cducentia aliqua: proi "u flec bfíerv AVl, nod ónon lta B EE
uium ducta fuerint; à frequentiori epim eorum A CLLA L ufu, . L/D. SEPT ALII
MEDIOL. ufiexhauftis fpiritibus animalibus,a poplexiz facpé concirantur . n
yeéicia $5. 1n confirmata epilepfià per proprium ce- in capire rebriaffectum,
fi quis derafis capillis, veficanti- eptimum. bus peruniverfumcaput utatuf,
atque ad peri- epilepfie pheriam humores virulentos trahat, diutius ul-
setsedié - cufculis cuam capitis infeftantibus relictis, ut perlongum tempus
ferofiilli humores per ulcu- Ícula emanent, optime curationem irftituet ;
contumaciffimos enim capitis morbos hujuífmo- diratione ctiam curatos vidimus.
In poplexia. Ataplecii 56- Vamvis excrementis alvorefertà, non eis flatim fit
evacuandus fanguis. perfectam ve- voittédus nam, ne ad venas crudi humores
trafanguis. hantur;in apoplexià tamen, cum ex niorà confir- metüur morbus,
quamprimüm fecare venam ex- pedit, fi abundetfanguis, aut rnixtus fit fan cuini
humormorbum faciens. Apopleti $7. Quin fiindicatiofecandz venzadfit;pre- cis
repeti- (abit repetitóid agere: fic enim neque refrige- £o [215 cA bitur
corpus;aut vires imbecilles reddentur,& mitius. id obtinebimus» quod maximé
exoptat Actius; nempe,materiam morbificam commovebimus. ;8. Concudiatur/ blandé
corpus, perfricetur ^osdun Calidis, et potiffimumbrachium, unde educen- 25 pof;
dus eft fanguis, ut et revellatur, et áttenuetur, emdum quicraffior perfe
eft,& factusex refrigeratnione zu. adhuccraffior, facilius effluere poflit
. |. $9. Neq; Ap oplecii £s COnCL- Neq; vulnus anguítum fiat quod aliqui- bus
placet, uit motus diuriüs perduret, fed latum fieri dcbet; nam craffior cüm fit
(anguis, ftatim, quafi reftagnat. 60. Venamifrontis aut pone aures ftatim ab
Initio fecare quod aliquibus placet, ut quampri- mum prafto fimus, non eft
conveniens, nifi pra- cetTerio univerfalis evàcuatiosfaltem per quatuor
horas;admitti ramen aliquando poteritfi pletho rà non adfit, et aliqua fübfit
fanguinis copia in, capire. que tamen duas non admittat fanguinis cyacuationes;.
61. In cucurbitulis in hoc morbo affigendis cauto fit, ne parti pofteriori
thoracis applicen- tur, ne rcfpiratio umpediatur fed lumbis, bra- chiis,&
fcapulis,quin et occipitio,& jugularibus quandoque venis. fed poíftalias
;& tuncomnino Ícarificare cutem fübjectam expedit. 62.
Inligaturis-dolorificis non diutiüs perfi- endum,ne pars gangrznam incurrat;
fed partes modo ftringantur, modo laxentur,;precepto Ávi- cene,ut et major fiat
revulfio, et motus humoris. 63. Cauterium in commitfurà coronali, quod laudat
Actus, et alii, nó anvltüm probatur,quód przfentaneum pon fit remedium,
multáque alia - ^ E, Á € iam invehat incommoda, de quibus aliàs . 64. Praítat,
evacuatione factàsneque nimiüm in exrimis rübefcente parte,cucurbitulam in ver-
tice ponere, et repetere, abrafo capite, vel validum medicamentum veficas
excitans capiti ap-, poncre, L "A bopledts ct$ dn fec da. vena vuln? fat
ataplum . "A popleckt Cci$ "vena frotis qua do fecanda . Apoplectz €t
CHCHY- éitula quande,et quomodo Abplican- da. Apot lecis Cis lgattt- r&
QUALESo Apopleciz C$ CO MIC Ya? 1 Có mif[ura coromals nate. Cucurlt- 'ula rs/0
'"titeyvel mie adpoplect; €i qua quantitas €byfteriz. In apople- fitis vo- enitus fu- giendus.
Antiimi- "minuta fa- £UODHHID. Purgátia frat ex va lentiorib. Gterzauta-
toria qua do adinim Sranda. Ilo inuduo oibus ab ipabecillio v btts m "EE
i4 Inclyfmateinjiciendo hzc fit animadver- fio; fiinjiciatur primó ut
revellamis, et peralvü fübducamus, ea quantitas erit infundenda, quie id
praftare poffit; et hociis obfervatis, quz aliás docuimus : fi veróutinteftina
mordicanübus, et valenter excalefacientibus vellicemus, et dolorem incutiamus
in dimidiatà quantitate 1nfundendum erit, ut diutiüs retineatur : quod fi diu-
tius retentum tormina, et inflatimationes in in-« teftinisexcitet;balano
elicietur. 66. Vonitus fugiendus;tum quód egerin hoc motu feipfum adjuv are
nefciat ; tum quód, cüm fe erigere nequeat; potius fuffocar etür;tum quód in
repleto corpore vomitus caput replere folea t. . Sribii igitur ufus 1n hoc
morbo, potiíTi- mümin paroxyftx 10, eft fugiendus. 69. Sed valentiora tamen
deje dtoriá d: xhiben- da erunt, ut paucà quantitate affümipta etiam à
longinquis attrahere, et educere poffint. 69. Sternutamenta ut maximé ex ufü
füntin., hoc morbo, et quidem valenuffima ; ira-non fta- timadhibenda;nifi
priàs corpus fitinanitum .. $i caput. derafum oleis calidis inungen- dum fit; cautio
fit ut à levi oribus priüs 1ncipia- mus, ad valentiora progrec lentes . 71. Vt
veró diutius hæreant;ceré aliquid fem- per indendum crit. 72. In merin Chymicà
arte in üfam: duücendis hec fit animadverfio: non iis folis t tendum efle »,
fed ipis me edicatis effe admifcenda : cim enim. ieneà fubftanua conftent ; 1n
fuperficie pofita ftatini "9c on. dc RE d RU ANIMADEERS:. im
diffipantur,& in halitusabeunt;nifi aéreis,&& 5/7; fj; oleaginofis
quafi lieentur; ac coérceantur . In Paralyft . Pf. fed. oleis zneédicatis
VAIXTA e ] 73 ]Ifi monet Avicennas, quem omnes fe- 7^fare^quuntur recentiores,
in paralyfi in prin- ^ efle purgandi um, n ifi tranfactà quartà.; aut feptima.
et netunc qu cos. validioribus me- dicamentis, quod etiam cipionon c habet
verit cítn )ateria rs (lefacta, Iancas;cgt. 4- M VE TENUIT L] dicis in ads 4
promoventibu d fudcres movent, de e $9.85 - ha P X l 111 uberiorem bum
bhuncvrinis rerentén 11 »^, ki 7 ; rt ptrs- exío) naptibusin deterius rvei é
ficra-qucouc edi tím. mon vePe* A PEE tCnll lléXiolUutaà à Pa iltis, fudoribus
autem : Queda m ! *noc et i €1l í Q4 d res ;craíffior mæis C1 "Iles. 5 cum
UID lo obfervatum vi1- demus; jdtai nen,mée A (ententià; perpetuam non, : fv
enim primà ipsà die accerfi- tus Medicus fv ici m nondum nervis impacta adhucin
motu eft;dum nondum ;] otf Litmateriam quamprimum. e medicamento fatis va ve ai
IC. Atu b )LJà m firmata f alvum fubduce- It; perfectéque obítru- ctionem 1
(€CETA; priüsattenuanda erit, et prapa- àm evacbetur. us comm ittiti r error
paffimà Me- urandà,c um cmuffis urinam. lea rromptiüs accedüno; quz coctum
Guatiati 'etia1n .Sarza pari- p nea artificia» alioqui eS 27 Nace wer doit
InOr-,& ebundé pro- cónfcrtim. ma- A » a crat- autem parte callefcat, cxaf
fiot f quando ab initio purga o Paralyti- €i$ fndors fera inu- ülta. roe
LAYGUfI- jv, C5 dl ren i Paralyti- eis oleav$ fyeri ex oleis
nimiümrcalidisj& ficcis,faltem folis; ?i$ Cali- dn mala. Olea ff:i- sata fola éputilia. Paralti- g1$
vera 115 utilia. Paralyti- : €i vubif- €atia qu do conve- PIAB? . Rubifican Ha
guo ufque cuis adbarere debeant . Paralyti- eis cuctur- àiule u:r56 D. fior
reddatur;magisobftruat;atq; difficilior red- datur ad motum;&
ad'evacuatióoriem . 7$. Quà etiam ratione inunctioncs non debent periculum enim
impendet;ne materia nervis ad- hietens nimis exficcetur,& la pidéfcat:
quarellis femper pinguia mifceri debent; unde edat vis ignea illorum
coercebitur;re exhalet, et diutius adhzrefcent, neque titium exficcando contu-
maciorem morbum reddent . 76. Vtin paralyfi curandà aliquando vefican- tia;
poftuniverfum corpüs' evacuatum, fca apuhs, aut brachusapplicat? debent, ut
materia à cere- bro,& principio fpinalis ad extetna attracta eva-
cuetur;ita rubificantia folüm poft illa& t progxef- fü temporis ( Avicennas
trieinta poft dies iis uti- tür ) fpinz dorfi applicare convenit, tim ut reli-
quias materia extrà vocemus fpiritus 1terum in partem revocerütus, ut ea revifaneuinémque
dod 7. Cavendum tamen tenc, re rvbificantia e e adhareant, vt veficas, aut
puftulas 1n cure indc cant;fic enim fpirittisa d partém non revoca- rentur;fed
diffolverentur: có vfque foitur finapi- fint, dropacéfvectti adhærere quamdiu
rubida pars prefía d1eito not fcd robida perfeverát. 78. Cucurbitularutmufaüm
quàm maximé com mendat Avicennas' poft ex purgatum corpus, ca- pitibus
mufculorum partis labcrantisápplicitaé permittendi fint, n albefat, &,qui,-
rum finefcarificatione;nen quidem ad extrahendam ."E 4 LOT oe Jnireda, o
eas aa SER: intus eos f nnm ANIMADFERS.]. :3€7 ; dam materiam morbificam, ut
cénfuit Geritilis, dot: qus fcd ad evocandos fpiritusad pártem fere demor-
texas ap- tuam:quod ut obtinere poffimus, animadverten-P/ieanda - dum,
cucurbitulas angufti oris effe debere, cima multo igne effe applicandas, ac
divtiüs non effe,, permittendum ut adhzreant;ne diffolvatur quod ab iis eft
attractum. De C onvulftone .. . Y N fpaífmo; motu irruentis materize ceffan-
Wie : v . es CHC tc, ut cucurbitulze mediis mufculis affixze, ^4 rhitie p ome
"- la quado, et fcarificatz extra ufi m funt ; ita cavendum eft, ubi af 3e
f£nibhns mufz Wr "n ! -- 5 bnious muículorum ubi tendines funt, affi
plicabdá. gantur. $c. Addit Aretzus, in illarum applicatione.» e 15], Cucurbi
parce ttammam excitari debere;nam que à lab cucurbitz fit
compreffio.dcloris,conv auctcr efTe folet:molliüsi adhareant. FIS (ule i
ulfionifque jj; fms gitur trahant; et diutiüs qZo zppl;- canda. Cavendumetiam,
ne pars fübjecta; detra- Ceci Cus cucurbitulissfrigore tentetur; pars enim
rare- '/!!s faé- facta facile frigido a£re admiffo riecret. latiss p^ $2.
Cuftodiendzautem quàm maximé ab am- ^um biente frigido partes, que calidis
balneis pro- visis xime 1mmcrfe fucrint ; qug perfricatz, quaii gatz,que deniq;
dropacibus,fina pifmis;aliífve » ingeniis ad ruborem deductz, au nes calr- t
quovis modo 4j, foe rarefacta; quód nervis frioidit aS fit 1nimica, ma- zz.
£eriamq; convulfionem facientem craflefaciat. $3. Quapropter etiam
fupervenierte füdore» ossis L. 4 cb dofe fador.fu pervene- rit, quid agendum.
LVD. SEPT.ALII 7MEDIOL. ob doloris vehementiam ; maxime obfervandum erit ; ne
mador ille adhæreat ; néve frigefcat, fed omnino abftergendus erit ; fed ne
rneatus 2 aperü frigiditatem admittat ; Béve effluens fudor virtutem exfolvat ;
calente aliquooleo partes erunt MelZcho- licis :pur- gantia li- quida ma gis
conve 9UADE S Cuando "altéAus fangnis 5, et qua do fappri- auendmus, f(E9A
JE54, ttnhá . delinienda blandé. In AM elanchelia . Vamvisnon negandum fit,in hoc
mor- bomedicamenta, qux exhiberi debent ad evacuandum humorem, füb quà- cumque
forma concedi pofle ; veriffimum tamen 94. -eft;fi liquida gunntegekuss multó
magis utilia effe;necin omhibus ufum pilularum admitti poffe, Ob ficcitatem
melancholie; quamvis contumacia materiz ad eas nos revocet : nam robuftius
agunt combinatà vi,diutiüfque in ventriculo hzrent; et vehementiüsà capite
prolectant . 8:. In miffione fanguinis per fcétam venam, quamvis fciam,
plerofque Galeni au&toritate in- nixos hac uti diftinctione, üt viribus
confentien- tibus, et morbo masno facto, fecetur vena, « fi ater fanguis
effiüat;educatiür ad debitam quanti- tatem ; fin fübtilis, et rubens ; ubiad
tres uncias effuxerit; fu pprimatur: petpetuo tamen ho cfer- vandum non eft;
aliquando enim aliquà datà oc- cafione, cüm ca perit morbus 1: sin cerebro ;
opti- mo fanguine exficcato, fiin univerfo ab undave- rit fanguis, et torofz
fuerint venz, (aneuífque in iis nüllam conceperit labem,;fed copi fc làm pec-
cet MÓ M -ANIM.ADFERS. FT. T cet, fecanda quidem ierit vena, et fanguis,ctiamfi
fübtilis, et rubens effluat,omnino in debità quai titate erit evacuándus, ut
revellat à ca Dite, 1m- pediatur, quó minüsin nleram bilem vertatur, aut
melancholefcat. Galeniieiturfentengia ve- « "P € ra erit ; ubi non adfint
fiena verz plethorz ;tunc D Y, enim pro revulfione expedit fecare venam, et f1*
n iorum cundi videris nus,Cümin venis mænis í abundare nierum fanguinen n
viderimus,cfflu cre finemus; fir veró fübulem, et rubrum, fiflemus : quod p«
otiüs: i ptus fit imclancholicum fanguinem in fupernis exiftentem attemperare,
et ad benionain naturam revocare, QCoffa 7 r D Ss $474 U y Leute ru ED D e 2 Y
eR ET iunt 56. Foramen tàmen femper amn»lurm fit, ut, fi, i i CIS nA210»T2c* In
craffum faneuiném incidamu: s,prompte efflue L3rbabess mw». cH i Ab. re
pofht;neque tumor circa fciffuram excitetur. Jit ampla. M e OW *K»TS P T714 ^ y
ad. 3 m 957. Admonendus etiam eft venifeca, ut difle- Fzz4547 A5 ven: TP
1113313 7? 3 ^ * lc la f 1^1 T Veto v wap Y incutu 111 mi iquai [a im ud AVL
;Lh€ Crai- vintuli $ fioris fanguinis effufio impediatur. incifa ve- 24,0 me
hne f ÆS 2L antLeli- In Epipboi A "IZ C6 p10J0 ad oculos bur u22101-
lancholi "hn . * 4/4 ATtflt1 4 C$ e Li ^ 3 Au LJ PUER MMPEAMCTOCNGI TEMOR
b epibbo- $8. Vamvis, cumocculi fluxibus humorum. p? f fle : " cenfherir
Cial D 2 4 fA0Culort -4, tententur, cenfherit Galenus nmm 6.2d- qni, "we
Db0or. 21. Efi 13« AM eb. tilt. ob ad- t "mn " X ) X FIDUS tete) bd
d^ 2d dd d í AAA VA-LL4t wr LER, NEIDRU- ftrinzenuum ufo effe abfipendum ; 1n
epiphoráa gz As uet y ". : I E ED tamen multoófecus faciendum docet;
poufimu "1 -- ^ TR we ^A^31 E " Mood 441 EU in Lema
Oo:cumenimailiuxus nuimorls iit €exC» uy). P Re 014115, Ct" In fluxio et
materia in Intimioribus recipiatur,& ab exter--| sibus alii; nà tunica
quodammodo repellatur.aut faltem abi] ad oculos cà nonadmittatur, cui aqua ex
rubi fümmitati- abitinen- bus, ex foliis teneris quercüs, ex fragis, et
(imili--| dum 45 ' bus, vel compofitis, aut ferrata convenit :at ad--| «dri»?
ftringens ficcitas numquam admitti debet, ubi]. QÓAS. C conmimaciorem et folutu
difficiliorem efficiunt affectum, et fiepé etiam actioni visüs non leve af-
ferunt detrimentum. 99. Notant recentiores viri doctiffimi, et poft multiplici
experientiàà me comprobatum eft, in i Via 9laucis ocu l1s,ubi etiam vene ampla
confpiciun- agbla i, ; 'ü f mitioribus remediis agendum effe, quod forG'anmcis
1 "Herila, affe magis fint pervii. agendum.90. Mafticatotiis,&a
pophleegmatifmis uten- In epiplo dum.eft potius, quàm errhinis ; quæ tamen pro-
va errbi- grediente morbo, et frieidà affluente materià, ?5 ra^ modo validiora
non fuerint, in ufim aliquando venire poterunt: fic enim averfio materie fietà
æatibus canthorim oculi ad nafüm. 91. À fternutatoriis cujufcumque eeneris o-
mninoabftinédum: impetu enim propulfa mate- cul»us LTiàà Cerebro per nares, et
pereofdem meatusa poii; f, 9010s promovetur,& ab internis, et meatus ma-
gis aperiuntur, *, 247 t2au» SK FA dita- dPor:a $9 v gten ida» - humiditas ad
internas tunicas, et intra corpus; p^" T A In Opbtbalmia. . Y N. muliebris
lactis ex uberibus recenter emuléti;aut ftillaa ufüad demvlcendum.
vehementiffimum oculi dolorem, ut principem, ; locum inter hujufinodi prefidia
femper obtinuit; ita cautio adhibenda;ne eadem lactis portio diu- tius parti
àdlizreat: fepé enimab zftucc rromp- tur, et à vehementi calore oculi
acrimoniam ccn- Cipit;abítercenda Icitur blandé eric, aut novo la- Cte afperfo
fn bluenda. 93. Opiinfusin inflammatis ocvlis neque fre- quens fiGneque
multus:quamvis enim ip eo prz- valeat refrieerand! vis,cüm tamen amarotis non-
nihil habeat, fepé mordet, et dolorem adauget. Qiód fi ex longiori morà
prevalente frieiditate fenfus torpefcit ; et fübinde dolor imnünaüitur, tum et
per frigiditatem temperatur zítus,craffe- facto tamen affluxo humore
contumacior reddi- tir morbus, curatüque difficilior ; tim et visüs actio
hebetior fit, vt etiam Galenus cbfervavit, 3- Meth. med. c. 2. GO" 2. de
compo[. med. fecundum Mocz; c.1. 94. Obquasetiam caufss rejicieb IAM etb.med.
ult. ea,quæ vehementer Jeuamfirefrigerent, et re Imibus oculorum,utaca t'Gat. J
rineunt, ellantin inflammatioad [0 I ciam, et hvpocyf ^ tin; n6.» fiuxit,exituü
p EN "T (31*5 ITOnlmateria morbifica ; qux eó in lbeatur. 9$. Et
quemadmodum remedia in hoc morbo ILeni: Ha effe debent;ita ullum lentcrem ha-
bere Laéle ent liebri qua cauttone utenda us obhtbal- UMA e (N n TWIA 06H
tbalmia Obt! nfus 2e9u fi 4 Lj guens, 25€ Qt mult» $ Is, Adífrtn- gentia va lid
1 op L thalmia IL. gie da. Leztortn LabentiA bereoportet, ne
pertinaciüsadhzreant, néve, fiij epbtbal- 2 xulvifculum aliquem ex pompholyge ;
Cadmià, 3C IH- esindda plumbo;adjungamus,arefcant, acrimoniammye.»] vel ex
admixtione acris humoris, et calidi adíci- pun Allami- fcant: Quare licet
albumii naovorum diutiüs cone--jati Poi. quaffata cum aquà rofarum, vel my
illnm Mis fondi va- velfimiliunr, .acípuma yes atq; iterum detra--] i4 :io, €
cZ. Ca, maxime omnibus pro "bentur, acin ufum du-Joniic qu2 c4- Cantur,
cum tamen tenacins, adhereant ;ut huic "pene * . incommodo occurramus,
foleo ego ovum recenssit: ad duritiem quamdam c3 «coquere, et detractáil Andes
- flavà parte, per expr effionemex albo aquam ex-4» 1 - 4 À trahere et i illà
uti cumaliis; aut fané in loco cavonlile mA UE EV Ta cc iari albi, tutiz, et
aqua rofarum por rtione P impofità, in modum cementi ; per duplicem pe-tam
expref tione fact, aquam, fuccümve extra-y DESEE o BB li TRE tisocults fine
moleftià, &9 maximo cum. fructu utLfolco . ! pios Cod æreis cum Gal. 1j:
ELS ) Emplafi jb onmbd.22. emplaftica um vimchabentia, et refri- fut eis in eph
cerantia in lHippit udine conyc 'nire., ut diu itzusad- d.) tbalmia Y ereant,
loi |gtoríque te porc refrieerando re-Jio pellant;ubi potifimim: iit ophthalmia
fit ficca «Jio. aut humor effiuens tenuis;necadharens; ubi vedi rÓ vi dior fit,
et mordens, füpcriorem cautio- nem adl übe bin BIEN FH: a9 Obf: Van zu
pratercà, Galenum e MEM eb nti»dü - AMeib. xit Ad de coni of. med. lecundum
loc... 2 em itpitu interlenientia do lorem in oculorum infian ^E 3n dine, nog
tione, cumalbumineovi,& lacte collocaffe deco feine. Cur. de xnu iugraci;id
veró plerique Medici paranij ex fek i1 1T S 1 Gianao utendum. 2 x femine; cüm
dn mm id mæis fit ca idv mi, nuam conveniat in oculo rum inflammatione »; [um
calidum in fecundo gradu, et ficcum in pri- jJmo pofüerit Galenus femen 8. de
fmpl. »td. fa- ^ s.d ind. affumi ieitur pro parando hoc decocto ad fc7147 YA
Jrendos oculos debebit herba pía, et ejus folia, AS Mond A ilioqui augebitiir
inflammatio. v 98. Quinimo in illius ufu hecfit cautio ex Ga- Fzzugrz-
enoibiderü, nein ufüm ducatur, nifi priüs ab- cz a&/sen uatur diligenter-;
ne pulverem admixtum ha- dum ante |beat; femináque etiam erunt excutienda :
sícque 244 Zeco- Iromimunem errcrem - E^; to 99. Infinita propemodum remedià,
aquas; |ptilveres ;&alia; cum videa im& paflim pro )jpe- 1l 5 et fcrib!
) placet iili ud h MC pro CaUutloneadnc- i 4ÀAC ; quod 1 Goctrliitno Mercato
lib. Iu Jepii: Aii orb. curasi. c. 30. fcribitur . In oculorem curat M vilia
ad- ie animadvertendum, quamvis pluri rima pra dpieiited lcripra fint remedia
nono '5, àut plurimis j aut femper effe utendum 'Serim boni promut- Jtunt; quàm
praftenr, ut a1 G ;alenus . Scio profe- I5, pl ures inom 'dam cocecit atem ded
" Ctos piles "vo Í^ p(le copia mdalium um potiüs, quàm defect tu 3 ex
Attn Jnequeunt enim ocoli ; quz. proficua fant, citra: Jdamnum perferre; ide Le
quz inordinate; et ci- Jtra rationem adhibentur rco. Iníüuffufione perfectà;
quam Cataractam I» eatara barbariappellant; curandà;4 aci removendà, 4a oculi
drautio hzc adfit, ut niinauam tali cutationl ma- 464 rere inum admoveamus,fi
tuffi xoer laboret. Si e- ve742 &o. Ph l1: Planen sleid SZICLA dina stes deed TE PTP RENS.
FEET inim acu introducia Íiupervenerit ; perf rationis $ LESE DCIlCll- jexicu
ide E Go CE "P A E, x T" ZU cdet ubl CENT AN e E -m w4Ot-periculum
impendet: fi veró tunicula depreffas ju: Bre Ciesa, ex.concuffione veheméa
dimota recurrit »ut WA.- Sternuta-
gneuto 1m pediente ; 90 1705?- dirtpoji. Catara- éfa, ante- quam aca cp 1-
"TP quid cavenda. Auribus. fS x si fim - 2106 labo vYaOAIlibus 'Ui Cone
nin! . ror. Si veró jam deprefsà fternutamentuma,u( immincre zger perfenferit;
unde aut recursüs pe--$io riculum immineat, aut inflammatonis in oculo s; «ri
fummitate dieit dextré majore oculi angulo có-- oui preffo, et perfricato,
periculum hoc evitabit im- do pedito fternutamento.. Quoniamante curationem
hanc per acüs fuii Medici fe pius ut periculum faciant, an fatis in--] i0
craffata fit, ut actioni per acum factz cedere pa- jeu rata fit fine ruptura ; digito
pupillam compri- Jii munt;cauté id facere debentne fi valentiüus id fa-. fis:
ciant, nimis tuniculam attenuent, facilémq; red b; dant ad difruptionem.
Cautiones ip " MAurium morbis curandis . N. aurium internà
curandàinflammatio- |». ne, à repellentibus,& oxyrhodino abfti-- nendum
omnino cenfeo ; cüm eniminternarumb. |... cerebri parcum repletarum foboles
effe foleattk c. materia eó detrufa, fi repellatur ; ad prinapemos.c partem
remeabit,& debrium quandoque pariet, kr... aliquando veró alios cerebri affectus...
Quód fij... Galenus, 3. de compo[. med.[ecundum loc.xepellene-... tia, et
oxyrliodinum in doloribus aurium ; et 1n». |. inflammationibus earbimdem
cócedere vifus eft j,5.. id intellizendum potiüs eft de phlogofi,quàm de:j verà
inflammatione. Si tamen non magna fuenit;;| atque non multam in particulà,&
cerebro fübeffe:| materiam cognoverimus, repelient ia aliqua in ifum venire
poterunt . 104. Qualiacumque tamen hac fuerint; qu. 5,5475 "lid leniendum
dolcrem, et refrigeranduminfun- 44,245 "entur,edamfi xíftus maximus in
parte fue nt, applicita iumquam frigida appli licari d lebebunt ; nam cuüm a4
æm 'Janguiais fint expertes aures;facile ad fibi co 'gna- fsat frigi-. " am intemperiem frigidam
flecti poffunt : tepen- 44 3a 1gitur fenpercum Galeno adhibebusm. "y tof.
Quód fi dolores contigerint à frigidà ma- /?, «urs 'erià partem extendente, qua
actu calida funt, et 4^'»r/óws "potentia omnino inftillabuntur : fic enim
et fri- pu ridam intemp »eriem evincemus, craffam mate- ume iam magis
difcudemus, « penetrationem adju- lvabimus. Loth ind 106. Intinnituaurium à lue
Venere, alioqui 4ucezds. paturá fuà rebelli, et vix fanabili, cauti fint Me-
Tionieui lici; neque vehementioribus remediis utantur : asm one& enim
experientià obfervavi 1ma]jori ex par- f« morbo re;dum tinnitum hujufmodi nimis
cbftinaté evin. G?^"t? rere tentàffent, omnimodam fürditatem induxif-
"" ie. Siquod autem remedium illi auxilio eft;uri- 1a afini,jn quà
per noctem maducrit lienum. porem X pont] caftorci, et mentaftri fafci-,,,;,,
Ifrulus, diftillata; et auribus inftil lata,aut per eva- ex »ior£o
"dboratorium excepta ; maxime 1d praftat ; aut Gallico e Apleum Gvajacinum
eoffy pio exceptum ;4X auri- modium. pus bon nó . ! calefaci éra nó ap-
plicanda. It221t43 Canter CO0YORA li fatuva 1 catarrlEo Pun. ., j De Catarrhbo.
107 Vamwvis optime fciam ;.ab aliquibus etiam praftantiffimis in arte 1 medicá
viris in catarrho curando cantera proponi inurc ndaad fituram coronalem,quo lo»
co illi committitur faoi Ftajits ut et caput expur- ectur ab excrementis,&
ab infernis ad fupernas, et extra corpus cadem revellantur : quoniam ta- men
vix greg poteft, craffiora illa excrementa» aícendere poffe, afcenfa vero per
futuras permea- rc; vcrifimilius autem eft, externe producta per cas deícendere
pof dn omnino re ejicienda,& 7 ab ufu inedico repellenda effe videntur ;
quod enim ali- qui (ibi fingunt tfufpendiyintercipique materiam, ne ad pectus
fiuat, tidia ufum eftzquo modo enim fufpendi queat ; quod graveeft, nullo
retinente ; ne mente quidem concipi poteft: cüm veró hic neque occlufio adfit
vafis sali icujus $, neque delica- tio, aut CO Vii lle nc iba mor intercipi
dici poteft. At veró nequetxev d eft,cüm nul- 1a fere fit diftantia latera í
zuleiteg E enim denudato cranto periculum nof : neque derivatio, cum hac adl].
i&t- qiaminniius t cjuseritufus. Atabufuss]. cognofcat ? ? quis adufto
pericranio fecuritatem.s] pollicebitur? quis 1nflamm: interna periculum non
vereb! ibi men ibas T externa cum inter "nis per nervos, "2 D 1 T^
"£/51^*vrnmt c 1^5 (^17 dba venas, perat "V Ci pericula viíà 2^ doc
ntanum.Coz[ilio 36. pro atio nls et externa, Itür;aduíta parteis. eria:
sjunguntur ? Atl :2end: met. io;
ob multa» pro Nobili Veronen[e 143. C" 170. Hieronymum Mércütia lem zz T
omo 3. Con[iliorum; [aptus, 8c poft omnes Fabium Pacium,z eruait:Jf[imis Com
mentaris in lib. Adetb. med. lib. $. cap. 13. 9 "Appendice ad lib-7.omnino
genus hoc auxilii de- teftatos fuiffe. Ego veró libere affirmare poí- fum, me
quadraginta horum annorum fpacio s quo in magnà hac vrbe medicinam facio, nul-
lum ex iis quibus cauterium hoc inuftum eft,vi- diffe à tali remedio adjutum,
fe d aliquos etiam inflammatione in parte excitatà effe periclita- tos :
potiffimüm primis annisjuventutis mez» quo tempore aliqui adhuc ex iis vivebant
; qui barbaram fectantes Medicinam, frequentiüs Catarvbo senus hocauxilii in
ufum ducebant ; fed fübfe- ad pulmo quenti tempore, Medicis fpe fuà feaitlitia
fa. "t5
et tho piüs,exoleícere tandem illud, et pofthaberi me- 74/0 1r I1to CC pit.
Vente s 108. Vbiad pulmones, et thoracem, quin.Mam et ad fauces irruit materia,
five tenuis fit, five lofr, craffa, eargarifmi numquam 1n ufum veniant ;
Gargari- ex motti enim attracta materia fepe fuffocatio- fmata fa» nis infert
periculum, . Quin et ubi partes fpiritales jam reple- tx funt materià crafsà, à
uad abftinen- dum ; cüm non leve inde fuffocationis (ubfit pe- riculum. IIO.
Quód f fi homo tabi; aut afthmati obno- xius fuerit ; idem genus auxilii
fugiet. Iri. Solümtuncconvenient;cüm fluens ma- teria acris fuerit ; et autexulcerationisin
parti- bus M gienda, ve pleto bo- YaCe . Aft bmati aut tabi chbnoxis
gargorifmmaf fa 451 . Gar, ear ft ^5 ; eatarrlo. bus gule,aut aneinz periculum
impenderit 5 quádo con t&ncque et blandé id erit preftandum ; et addi-
veniunt - tisrefrigerationi adftringentibus, Catari Y12. Quoniamaliquos effe
fcio, qui, ut con- non [ft^ timacem, et moleftum morbum brevi tempore di
narcc!i (e curate poffeoftendant, ftatim nullà urgente» 5» ?7^. geceffitate, ad
fiftentia. catarrhum accedunt ; $OAgDA HT nA a 31.5 : TET. d CV. Juste ue
Theriacam novam, Philonium, pilulas ce cy ecffitate. nogloffo, et fimilia
exhibentes; animadverten- dum erit, iis uti eosnon debere ante humorum
expurgationem, et revulfionem;tunc neque fa- ciléad hzc veniendum, neincratfata
materia, óc refricerata, fi diutiüsin cerebro contineatur;ce- rebrales aliquos
magni momenti morbos pa- tiat. Ad earamen erit veniendum, fi eravia ur-
ceantfymptomata, ut fiita effündatur humor in pulmones, ut graviffimam tuffim,
metum. fuffocationis, exulcerationis, vel rupturz vena, acerrimà viafferat;
tunc enim miffo fanguine, fi opis fit, vel enamillico, et ante purgationem
fiftere licet hünceffrenem motum. De Zdngina. PM Voniam in hocmmorbo miffionem
quii, loboranti dem fanguinis per fectam venam o--] bus que mnes neceffarium
auxiliumeefle fa--], vna [it tentur, fed in loco deligendo variàffe
video.aliiss], ficanda. ex brachiis femper emittendum cenfenübus;.f aüctoritate
Hipp. 4. de vif. acut. 30. et quodi] fecti$ in brachiis non folum univerfum
corpus:| prom- proniptiüs evacuatur, fed fimul.eiiam non pa- rum fanguinis à
faucibus revellitur:alus ex par- tibus infernis, faph hanà, vcl e.- venàtali,
quód fluentem fanguinem in fluxio nis initio non ÍC- lum ad contraria k ci
laborantis, fed et fontis transfundentus, «x ad OM i regula à Galeno tradita
revellen dum eíle OQ (tendant : cum.eitHr laborans pars fit collum, fons'autem
transíun- dens fit jecur, pracipua íanguinis officina ; fi fanguinem miíerimus
(célis venis 1n brachio, tantum abefi ut ad contraria fanguinem retra- hamus,
ut po ;tiüs ad partem laborantem av Oce- mus: vena fiquidem cava indelata in
duos ra- mos fcinditur, levium, &.dexuum, qui in jugu- lares, et axillares
dividuntur: at à jugi axbus externis lary n91s v afa ortum. ducunt . Sanguine
joiturex vei nis brachii tracto, certum eft, ad v e- ias juguli edam trahi ;
sicque potius morbum. augeri, attract o fanguine ad laboratem partem, vicinià.,
et inflammatione fanguinem trahente In hac controverfià ceníco ego,on nnino
animad- vertendum efle, an Corpus mk iximé affiuat fan- cuine,five natur "
mies ibanteactam vita mfive €x folità ali iquà evacti tione (up p reísà ; tunc
enim ce níeo; f inguinem velex vena pop nus; vel malleoli effe detrahendum,
eàdem autem die, urgente morbo, vel fequenti, Jecoraria, vel ce- phalica erit
fecanda ; et fi non cefferit morbus, rübor autemadfit faciei, amp »liüs etiam
venicn- dum erit ad fectionem venarum fub lingua Á Quód fitanta non premat
fanguinis cop la, In- M a Ltaci1s Mani om M tactis venis inferiorum partium,
przftare credi- derim, ftatim cubiti venas fecare; moxq; ad fu- pernas
incidendas accedere. Inamgina Repetendaautem et ex brachiis fangvi laboranti
31s miffio eft ; non folüm quód mæis revellat; &us iteri- minüfq; vires
debilitet ; fed quód obfervatuum, da fa? $*i 3t Ce pius ad partem laborantem
affluxus novos zismf?- Geri. aut parte aliquà ; ut onere; quo premitur,
levetur, transfundente ; autob dolorem, et ca- lorem laborante parte
attrahente. . Cümautem aliqui ex moleftià medica- Wrlires mentorum, aut quód
naturà medicamenta ab- potias dà horreant, facile medicamen ta evomunt; preftat
da, quà lemper potione uti, quàm bolis ; aut pilulis : fi in folida €nim-
contigerit pilulas, aut'bolos evomi, cm. foma. conferüm, et magno impetu ad
anguftias op- preffi ab inflammatione tranfitüs propelantur, fuffocationis, et
ftrangulationis periculum non leveafferunt. "ngincfis116. Quiad
difcutiendum ininflammationi- fæculi ex bus. aliarum partium ex arentibus
pulvifculis difcut:éi parantur facculi ; inanginà numquam in ufim., &ns
mali- ducantur, quód denfando externam cutim po- tiüs curationem impediant ;
humentibus igitur porius eft agendum. r L) A notpof[rs De Plevritide. qa
slewi-. Vamyvis in plevritide curandà fectà [ ^ . vide, dolo- venáà,majoriex
parte exfpectanda ve deften- fit coloris in fanguine mutatio, €x Hippocratis et
Galeni precepto; 2.404f.10.mO- dente, $5 .dó eger ferze poflit ; ficenim et
antecedentemo fa»guizis inflammationis c: .ufam avertemus, et conjun- miffone
ctam amovebimus; id tamen p erpetuó,autin, 79 e5 exe qu l'àcumque plevritide
obfervandum non eft: fiie aliàs enim docuimus, fervandumid effe;ubive-
"975 pa; quz fecatur, proxima eft loco affecto : pro- "P! prereà
dolore defcendente, et infimam thoracis partem cccupante, talis non exfpectatur
muta- t10: nam tales partes, ait Galenus,nutrimentum fuum bauriuntà venà füb
corde ; et cordis par- tes nimiüm Inaniremus, antequàm fanguinem. infiammauorem
facientem evacuaremus . ! Quin necfemper quidem in plevritide Neg. viri« partes
fu€rnas occu pante 1v itti eó ufquefan- bus debsli guis debet, quó coloris in
co fiat mutatio : fepe ws enim dum coloris exfpecta mus mutationem, Vle tales
vires concidunt ; nec zger valebit ea € pe- ctore vacuare, quæ aut refüd: int,
aut diftupta Vomicà in pu Imones defluxa collecta funt . ; . Etevenit etiam,
ut, etiamfi vitales vires Ne; ime confiftant, non exfpedtari poffit ulla
colorisin, P^per- fanguine mutatio, fi infederit loco firmiter fan-
"!/^"$4- guis, et in denfiorem membranam infederit . dn . Licet
plevritidis curationem primo ten- tandam docuerit H1pp.2. zest. fomentis, ut;
an iis curari morbus poffit, tentemus, et dolor miI» blevri- tide foti- |bus
quan tefat;idtamen neque femper, neq; in qui US doueer- plevriuüde, aut in
quàlibet corporis conftitutio- 44, ne,autquovis fctu praftai poteft ; fi enim
Jam qwinus morbus auctus cft; aut v ehemens cft inflamma- M 3 to, CZ tio.
&dolor; zftüfve magnus, aut corpusimul- to fanguine repletum, non alio
hujufmodi re- medio uti licet; quàm aquà repente ; ne 1na- jor eftus ; dolor ;.aut
affluxus materie ad lo- cum fiat. 2r. Át magni etiam in iis fotibus; qui ad
nzo1 4emulcen dum dolorem in ufum veniunt ;adhi- x a. bendis cautione opus eft:
fi epim ad fupernas t^, fons DATUES pertingat ; et verfus claviculam ) dol lor,
ftntbug; €um et materia acrior, et maxime calida effe ; di. foleat; calidis; et
humidis actu potius res crit uanfigenda : fin ad inferna. vereat dolor,qui
Dolore 4; €tiara nonadeó pungeriseffe folet; quiquencn, Jeendetey ]eveus
flatuum copiam adjunétam habet; ficca, f«ti- . ediaminufüm duci poterunt, et
fané commo- dius ; attenuant enim máagis, exficcant, et di2e- runtzex humidis
autém attentiatur quiden )ma- teria, fed crafliores flatus ex fimili materià
exci- tad non 1ta commodé difcüti folent. Sarculi fo ^ 122. Sicciii fotus, üt
ex i ii lici materia vétes [jg parari folent; ita ea mæis prefertur, quz levis
lv, lit5 ficmilium ceteris prafert Hippocrates, pa- nicum, furfures, femina, et
flores diftutientes ; : falis autem etiam portio aliqua ob exficcatio- nem hcet
admifceri aliquando poffit, minus ta- menilhus addendum. quàm folet, tum ob
gra- vitatem, tum ob àcrimoniam. Mirfeeg 123. Quod fi ex fotu etiam dolor
mitefcat ; zé dolore, DO proinde tamé ftatim evictum effe morbum ni flatipg,
Cerifendum erit, aut à eenerofis remediis ceffan- &[iia- dum,puta.miffione
finguinis;fepé enimad pri- mum Ix plevrt ! M À bum, paululum etiam tuffis
fuperfit, et corpo- ^7 mee | risadfitaliqua caliditas quz aliquando magis jr
infcítet ; quamprimum dandam effe operati; ut.que reliqua eft; materia difcutiatur;aut
enim quz relinquuntur recidivas faciunt, aut ad füup- pes ohem convertuntur. EU
26. Non fünt hoc loco pretereunda preftam.,,, [9 iff ma duo remedia, qux
doloribus iis laterali- bs SM UL busadco uulia effe cognovi, ut multos, qui j
jam p, "aflanti PN jam fuffocari videba ntur, ab hujufmodi pericu- 5»; e
lis exemerim, Primum eft;fi poft miffü i hdariz gi hui A : mum fotüs
blandimentum mitefcit in phlegmo- 4^» 4 ne dolor, quód pars tenía laxetur, fed
revivifcit veris re- mox ardentiüs, novà affluxà materià : quare.» mediis. fi
et febris, et fpirandi difficultas enam perfeverent, non erit cunCtandum, fed:
affluens ma- teria quamprimum crtit revellenda. I24. In hoc morbo maxime
pleriq; qui Me- Exrerzis dicinam P rofitentur, arcana remedia promu nt 7o
indifiz externa, interna : in externis nullum committi &e æde. poffe
errorem omnes fibi perfiiadent, unguenta cx dialthaa fubuli;/butyro
veteri,& cumini pul- vcre patant; alii ex calce, et alus cerata, &cata-
plafmata ; alii ex pice, et rebusaliis quàm plu- rimis calefacienübus, cum
zgrotanuum detri- mento: cavenda hec maximé erunt, potiffim üm In prin C1p10 ;
calore enim fluxiones concitant atq; humores trahunt; alia veró prætereà etiam
Iaxant. 25. Obférvandum prztereà, quód optimé !»/Ievrisi annotavit Aretzus, fi
poft devictum hunc mor- ^5 relige M» 4 guinem ouinem exhibuerimus tres uncias
mellis ro f. fo2 lutivi, et tantumdem butyri recentis ; quód fi etiam
progreffus fuerit moibus ; .diffcile autem füppuretur ; aut difiuptá vomica
«gris pericu- ]umimmineat fuffocaticnis,maximé etiam cone 2. feret .|In
eumdemufi:m feliciter utor quinque 1! unciis olei aínvedalaru m recentis, cum
uncià . Hil unaàmannz. |In: eumdem ufüm duco infrà fcri- eu ptum :
Recipeoleiolivarum optimi, et maturi unc. viii. aqua fo ntis lib. 11.
excoquantur fimul fine cooperculo.in vafe terreo vitreato, ad con- fümptionem
totius aque, et póft olei illius unc. vii. dentur, dolorem mitigat ;
fuppuradonems adjuvat, alvum blande mollit ;acnon ignetcit ; autin bilem
vertitur. e Suppuratione . 127. Vn fuppurati ex difruptà vomicà vix alià vià
recté expurgentur, quàm per gar matis tuffim fcreatu, non multum fpei in evacua
indà siad Mo. €8 materià peralvum reponere debet Medicus; dice p al- quód ope
Medici hoc vix fieri poffit ;. praftat vnm ex-- 1d quandoque natura, quz nobis
incompertas furgari, vlàsinvenit ; et ad falutem zgri ftruit ; audacis tamen
potius eft officium,cüm non per alias vias excerni péralvum poffit, quàm per
cor, et jecur fibi tranfitum materia parante, quod periculi plenumnezotiü
femper cenfi; ; fyncopen enim, dum per cor tranfit, inducere poterit: cüm veró
euam heparattinget, et inteftina, et dyfente- riam 1» emt" 252416 n0n n M
tiam mordaci vi concitabit ; et fanguificatrice» hepatis facultate lzsà
hyvdropem faciet. Salu- briter id quandoque à naturà tentatum fcimus ; id
Arctaus teftatur: et nos in purulento ex plev- ritide jamjam cx füffocatione
moribundo vidi- mus in Mane hoc Valetudinario, qui cüm phlegmone laboraret ; et
propemc dum ftrane eularetur, (isdores: jam frieldi adeffent, 1ivefce- rent
omnia extrema, po tiffimüm fa cies, fubito alvi flucre fu perveniente, maximà
fanici copià effusa, brevi rem ipore conval luit:raró jieitur cum id faciat
natura, cüm eadem nobis incoenitas vias fibi ftruat cum p rxtereà non fit pet
loca convenientia, omnino ncn erit imitanda à Me- dico ; poti iffimóum quia, fi
leviori pureante ute- mur, noxii nihil evacuabimus; fin validiori, vi- res
imbecilles reddemus in qu ibus fclis falutis fpes pofita eft,ut et ferendo
merbo fintidonez; et materia per tuffim fcreatu cxpelli fatis poffit. 128.
Perurinam licet; quz 1n th hnic; pul- monibus continetur
materia,difficillimé,& mi- nis tutó educi poffit; promoventibus tamen lo-
tium tutó uti poffumus, ut Í alrem materia, quz in vomicà adhuccontinetur, et
quz denuó col- z ligitur, per veficam exccrni poffit :quód fciamus; vená azygos
interdum inferi ramulis arterie aor tz, interdum ca |vzt vena -bi furcatz ad
renes, 1n- terdum vena adipali, vcl em ileentibus,& prc- ptercà frequentior
etiam éft per v eficam ejuf- modi materic evacuatio, et proinde etlam 1mi-
tanda, cum etiam fit per vias conv - ntes. 1 Subburæ tis dinreti cA COvens re
foffunt, e^ CH T» Inuftione; et fectione faciendiin ems | pyticis hec fit
cautio;ne à ruptione vomice ftatim 1 fiat, fed cum Hipp. zz Coacis
pradictionibhs, dif- ferenda erit in decimumquintum diem, ut et materia
coctione ulteriori mitefcat magis, quin ab effaüfione extra locum, ubi:
maturuerat, ite- |]., rum alteretur ; et ulteriorrcoétione meliorred- | datur;
poft quem diem, fi inuftio facienda, om- nino maturandum. Placet enrm Oribaf.
9. Sy- nop[eos, cap.3.celeriter evacuandam effe;neque » multüm cunctandum, ne
virescollabafcant;in. quo caf omnino à tali actione abftinendum eft, ne in
ilTud incommodum incidamus, in quod cam certo mortis periculo incurrunt, qui in
afci te ad feéchionem numquam veniunt, nifi ceteris remediis omnibus primüm
inüfüm ductis, et ja s exhauftis,& morte pre foribus ftante. Supture- jo.
In fuppuratis vomitus plenus eft peri- "is vomi- E ;fi enim eodem tempore
vehemens tuffis, i As pericu et exfcre: andi neceffitas fü perveniat, fimülque
5 | le[15.. - evomantur impetti multo ex ventriculo cr affio« NT ra, vIX
evitari poteft fuffocatio, cc onfpir. ante ad fuffocationem et efophago, et
arterià af perii tum prztereà, quód conftrictis mufculis abdo- minis in vomitu,
puris copia multa in pectore » repleto ;magisinteeione venofr ar- teri
compulfa, fie pé cor ita füffocat ; ut ftatim, I, Supfrya. MOYOES fubf fequ: tuf. ns vsi- «131.
Proderiteamen inanem vomitum etiam. t5 9o 5, d1gito provocare, non tamen
promovere: fic. B vac £l; . €nim à recs abdominis mufculis ab infernis
parEmpnyc attando nsrédiaut f'eandi. partibus compreffo diaphragmate, matéria
pa- ratior facilius propelletur. In A flimate . C. Vim majorr ex
parte.difficultates ez re- fpirationis à craf:à, et vifcidà materià in fpirit A
s partibus contentà producantur, f pce 'tlam non leves errores à Medicis
commit- ti fol eant; dum illam pr reparantes ad evacuatio- nem attenuantibus
valentioribus utontur, et impense calidis;exhaufta enim fi penu imero pat te
tenulori, craflefcunt nimium rel 1Qt ule; Imcr- bum reddunt incurabilem. Cum ;
quod qu: Magi iid arefa- ! €tione pulmonum fit, coarctatis,8 frin elc- ! bum
ductis pulmonum alis, maona d dilisnria adhibenda erit, ne; dun rattenuare,
abftereere, ' 8 et incidere materiam ; quevt plerimüm ànhe- lationem producere
f flet, tentamus ; ficcitatein parte adducti, 5s rum1in mortem przcipitem.
ldcamus.. Vrinam promoventia tutó in hoc Ibi senere! in ufum ducin on] li
valida | fucrint ; fiepé enim |[pa rübus, quz füperfünt Bent Dliorem redd
CUratioi dunt " p UNT TR 2E. I3j Qu: mvis qua in C Imor- otfunt, po
aftimüm acuatis tenuibus di S thorace continetur ante evacuari * XN $ o» arte
aliunde, Catonem atud a € [materia, vix medicamento Nie EH ASIERE U aU t |
"^ [UTC poffit; botiffimà m à capite aftu AN r - I » !aoH 7^ 1n ff ]ima te
attt-- 214A7111A y e snbe- se calidas Ala. Aft Lmna- ticit ficca fa gtt zda, *
A P La. Hct$ diuve HCA724- 'ores reddite.difB. ! ecu pus Aftbmati [44 is 'iraan
1n J fum dar4 náA ^ cet, optimum eritmedicamentis anteceden tem] tti illam
materiamstibi przeparata füerit;evacvare,.t At id in magno paroxyfimo preftare,
periculi: plenum eft negotium ;neautfupervenjente vO-4 mitu eger fuffocetur,
aut dejectis viribus vitali-J te: bus, animalis, quz per tuffim excernit,
fuc--iiur cumbat. Aflbmatü 136. À vomitoriis, potiffimüm in vehementia eis
vomi- fuffocatione, abftinendum erit, quidquid dicattpu: tus ma. Rhafis
;3mminet enim periculum füffocationissgoi abfolutz : mirum enim in modum nifus
ille pe- Non é&us affligit, metüfq; adeft, ne materia in cefo-- fimi phagum
adducta afperam arteriam opprimat.. ! . Ius galli veteris ex agarico, fenà,
cnicos, ux; A B bmati eis ius gal adiantho, marrubio, hyffopo, paffulis,
femini-li veri; Uus difcutientibus, duod paffim paratur, et ài malus,r
Mauritanis primó inhoc morbo, et colicis do--| Cur. loribus adeó commendatur,
quodque ab anti-.|. quis, et recentibus Pragmaticis paffim ufürpa--[i; tur,
quod experientie non correfpondcat, et rain tioni adver fetur, tamquam noxium
re ici edumi eft : cüóm enim fepiüs in magna hac vrbe à doe... Cu íflimis
Medicis in ufum du ctum cernereimmos, ji 244.5». potiffimum ex defcriptione
Benec licti Faventi--fi, Wo niz7 Emptrica ; cüm et ego aliquotiessirrito
fuce-fi. ceffu,in Tgiiroogs morbis cxhibuiffem.cur fru) ftraremur noftro £be,
indagare cepi ; atque obf multas raticnes cbeffe fzepiüs, prodeffe vix vm--
p... quam, mihi perfuafi. Ex lonoá enim ebullitio--b.. ne nitroft illa partes,
quibus maxime prodeffe. jus illud. 2alli vetens crediderunt ; tamquama
terreftres fübfident, atque in percolatione reji- "14 cuntur; vifcidz
autem, elutinofz, craffz, tum. et perpingues, excute, pedibus, alarum extre-
rhis mufculofis denique; -& nervofis partibus promanantes, maxime remanent.
Vnde non. folum non adjuvabit materiz ex pectore excre- tionem, fed craffiore,
et vifcidiore materià,& antecedente, et conjunctà reddità,contumacio- rem,
mæífq; rebellem ad exfcreandum reddet. Quód fi non juris fübftantiam, fed qua
illi in- | Coquuntur confideremus,ne fic quidem in hu- jufmodi morbo cum mult
pituitz copià conveÁ /f ", A 4- q n Amiet: qua enim pro folvendà alvoindu
ntur,aga- ES - t'A€71F124 f^ /bxicus, fena, femina carthami, omnino,cüm pat-
"reca iflrmam adnuttante bullitio nem, vim omnem. ifolvendi amittunt, ex
longà ebullitione ienéis ix partibus diffolutis ; d ge vero attenuantia etiam
qadduntur, ut capillus Veneris,.& alia, cüm in. gfoperficie vi ires fuas
fortita fint, ex eàdem illas amittunt; alia veró, ut origanum,.b trys, far- |
longà ebullitione putrilaginofa reddun- (rur, atque omnino exfolvuntur | 138.
Sudorifera in hocmorbi e enere,qualia , AMfunt deco&ta Guajaci, Chinz,
Sarza parilie,Sat- S/derezs ?20ventis Ma fras, ut concedi poffunt in adthzidid
ad iine : 2 2 ajE 59a amendam materiam antecedentem, quin et con- Wi pas
junctam; ita maximé cavendum eft;ne1 IDSTUCD- 4,422). Cn dg44240 rc magna
fuffocationeinu fum veniant: fu iffocan EA Eur enim magis ceri, et auctà
neceffitate fpir adi, ec quide quandoq; magna fequuntur jas ula,& venarü
ze;. lio pulmonibus difruptiones; quin et morsapfa.; p | 139. Cum ro TER ;:9.
Cümtamen exficcanti facultate infigni 4Tbmitt S lleant hec,numquam in ufum
venire debent, 2 je nifiadmixtis iis quz dulcore et afpera arteriz fera 1n u- a
: ij poffint abblandir, et humores in pectore nit [me pulmonibus .contentos ad
excreuonem qmagis dulcibus. paratosreddere. | Inparoxyf | 140. In pazoxyfmo ne
medicamento purean- viopurgas te utantur Medici, ne irruens materia attracta.»
zà eff pro vi medicamenti non ad ventriculum, fed ad lo- pinand - cum
1mbecilliorem; et folitum, fubitó egruma Inaf bi? iterimat fuffocando . su nó
ve-, ) lay : 1 to bam I41. Sic quoque eodem tempore non eft fic- | dion dum á à
: ; candum; ne füffocetur zeer; blandiendum enim 4groimpa S asco remporestefte
Galeno,quàm curandü M /me. potiüseo tempore,tefte Galeno,quam curandu..
Inparoxyf |. 142 Quin neclyftetibus quidem tunc locus m afib-. eft: neque enim
proftratis injici poteft citra fuf- stis ne focationis periculum « | elyfterib.
143. Vomitus etiam;ut diximus, eo tempore3 quid u- evitandus ; neque enim
materia 1n fpiritalibus zndam. contenta evacuabitur,fed quz in ventriculo;quq
Nec v?! cm per cefophagum vi expellitur, ita arteriamg a £u uéd- o (eram comprimit,
ut füffocet . Non[upi- . Eodemtempore füpinus vitetur decu. 2us ia- bitus;
nam;utait Aretzus;ftraneulatonis peri« €tat culum affert . Nonfricà o X45
Fricatio etiam pectoris codem tempore dé pecias, Omnino fugien da. N««c fove-
r46. Quinne fovendum quidem pectus fponjtt, 4 P di pilas. elis cum laxantibus;
calor enim 1lle fxpe flatij bus excitatis; fymptoma auget, et quandoqu SR
fuffocat . Quam- | [ To Bil ? 191i « Quamvisin omnibus feré morbis illud Ó
"y » cratis veriffimum fit, non effe mutanda libene infüituta remedia,
ftante.eo, quod ab 1 initio, I vifumeft;in hoc tamen, commüni omnium fcri- |
bentium opinione, cate a ad eumdem fco- [funipesta intibus eadem fervanda fit
intentio ; A varianda tamen erunt remedia . In afibrma te fap? mn tanda me
dicamen- tá. De Sputo fanguinis. | EE Vm infanguinis per tuffim rejectauo- 7,
farto ne foleant Medici ftatim optimo con- 55; c;uis Iilioad d lio nem
fanguinis per fectam vena1 gue vena in brachio poufti müm dextro ex jecora rià
recur /ecanda- rere, animadvertendum, fepenumero idin mu- 3anguinis | licribus
evenire ex fup preffis menftruis purga- ^ /putoex | mentis, autaliaceffante
evacuatione, quz. per^ dentis JJ hæmorrhoidas ; et in eo cafu, fi fanguinem ex
^^ ifibns | brachii venis extrahemus; peffimé noftro egro- 7,, J tanti erit
confultum; po tius enim flinio ni adde- ^^ | mus occafionem,ad f iu periQi
arationevacu rt | euinemattrahentes E it1gltu r,fectà vena lin talo ; ad
inferna retr ahere fanguinem, mcx |repeuus vicibus ex brachio etiam conveniet *
ll'eumdem corrivare . 149. Sed ut in reliquis occafionibus 1n hoc, " I
morbo, dum ex venis brachii fanguinem eva- 5 ;,; icuantes re petitis vicibus,
et 10 non mu |tà quan- affatun ef fi ritate 1d à aft: umus ;ita dum ex talo
fane ineqa/7; gu:- Blob eas cauf: as detrahimus, copiosé, et affatim idaz
derra- 'd praítabiaaus ; ut sera fiat revulfio . b::dum Coqua ven& r2
'sanguin? Conanturaliquiin fanguinis peros re- veieclant jectatione
cucurbitulis aut illumad loca,unde 4|! bus cue-. effluit, revocare,aut in lifdem
retinere, feliiin- |^ eurbitula terdum füccetfu; aliquando cum zegrorum cala-
patti «ff- mitate ; proptercà diftinctione opus eft: namfi |^ x4 quà? ab
externaaliquà causa in his partibus vas fue- eonvetit * yic difraptum, indéque
per os fanguis rejecte- tur, fi cucurbitulà fluxum retinebimus, phleg- monem in
parte fine dubio concitabimus.Quod fi non rofo, aut difrupto vafe; fed reclufo
1d fiat; tutó cucurbitulz tuncadmoveti parti porerunt. 151. Cavendum maximóé,
ne, quod plerique. |*^ kii Á faciunt, à rejecto fanguine per difruptam ves |
guinis fu PATI glutinantibus ftatim utamur; ut enim hoc [Us 10 quando aliquando
confert, fi etfufüs à venà fanguis 1m. coveniat. pülmones,aut thoracem per
tuffim fit totus eva cuatus : ita. fi illius poruo adhuc conclufa, et |" fluitans
remaneat circa pulmones, tantum ab- | cft, ut elutinantia juvare poffint,ut
pocius zegrü precipitem ducant in mortem:vifcidiorem enim [e reddunt fanguinem,
et craffiorem, sícque 1ne- [i ptum magis reddunt ad excretionem; unde fuf- .|
focationes, anhelitüs interceptiones, febres ve- p» hementiffimz ;
inflammationes partis laboran--['u tis et fübinde mors. Grumi igitur prius erunti]/a
incidendi, et excernendi, et tunc glutinantiumi'ui ufus eritineundus. In fputo
152. Quod deglutinantibus dictum eft, adi] ii| fanguinis exficcantia, et
adftringentia omnino etiam erit adfiringe deducendum . Videas enim plerofque
ftam ac tia qua5- infpuentem fanguinem incidunt,non etiam be-3u;. "ET
nepetr i e perfpecto vcroloco laborante ; an thorax; et 4» utilia, 4 pulmones
illum per fe evomant ;anà capite ad && 422»- Il fpiritalia loca fanguis
feratur; neque 2rum1 ad- do won. huc adhzreant, et an fanguis adhucibi fiuitet
; adí(tringentia, X qvidem valenticra 1nj ingere et etiam lambendo propinare,
unde ne ales Tru nesoborivntur. | . Prafente febre vehemente, in adftrin- 4f
izgé id ous, et La Mig MD... temperati cffe de- "/2 fafre- I bemus 5;
potiffimum fiaut ab inflammatione;aut Geciniiw l| eiaminde a s fit: non minus
enim ex cà im- eite S £5 CH foc minet periculum, quàm ex fanguinis eruptione,
j,, 154. Vb1ab ero fione vafis, vcl euam aper-, li2onc ex acriori fanguine, ac
bile referto fangui- 5; q4jp s | nis fiat rejectatio, purgandus ab initio
ftatim, ex atri tu A erit biliofus ille humor, ne, dum att emperare» szore. ffa-
illum prius tentaverimus, coplà fua, et acerrie mm pu- [mà qualitate perfectum
producat fymptoma.; 2224s. ineque enim putrefactus eft, ut coctione indi-
Igeat, et cum tenuis fit; medicamentorum attra- lictiont facillime cedit. ^ buf
In / 110 15$. Medicamenta tamen non fint valentic- In fputo fira, quod ica
calida cum fint ; acrimoniam 1 n hu- hier hes moribus adaugeant X valida
motione » nus mctu1ic Mfluxicnem co ncitent : hinc qua fcammmonium. licont un
ent; fueienda erunt ; non folum cb« Cam, í caufam, fed euam quód venas
aperiant. ^» 4 Quà etiam ratione et aloé,& ex cà Bar. ue ftiv AMrata
medicamenta 1n ufum duci: ncn Adag PAUTAS jc c quód 'enarum ora aperiants et
acriora fiüt » cannbus ji anm par fit ^ n 4la; a N 1/7. QiiRbabar- barum mm
fputo f[an- guinis fufpecium . 1n fpnto fanguiais quado va lenter fic- cantibus
utendum "ceti fo- ufas 172 f/puto fa»eguin:s linis falpeélus . Quinimó R
habarbarum aliquando inz hoc fymptomate noxium eífe folet ; cimenim igneis fuis
partibus altius fefe infinuet ;'& fan- guini mifceatur ; quod vel ex
lotioimpense fla- vo ab ejus affumptione perípicué«colligitur; ubi forcé non
pro ratione bilis educatur, acutior, et calidior fanguis redditus morbummasgis
acuet, et deteriorem reddet. rj$. Inífputofanguinis ex vafis, aut pulmo- nui
crofione, illud inaximé animadvertédum, an plus fanguinis exfpuatur ; an puris
: fi enim. plurimum fanguinis, ad ftringentibus maximé res érit agenda: fin
veró multum puris,& pa- rum fanguinis excerpatur, potenter ficcanubus erit
utendum; citra multam adftriéctionem;alio- qui pus perdit pulmones; fic Gal. $.
AZetb.6.fo- lis trochifcis Ándronis Polyidz, vel ex chartà combuftà utebatur.
Vnde et cüm pus merum. cxcérnitur, folis fimilibus trochifcis utemur . 1 $9.
Non placet eorum fentenua,. qui. The- mifonis, et Thetfali fententiam fequentes
ina rupto, velapezto vafefincerum acetum ad for- bendum, et lambendum
concedunt, uz aut ad- ftrineant, aut grumofam. fanguinem incidant ; certiffima
enim utentibus illo fincezo imniiet pernicies; partesctenim certiffimé
exafperat;ac ||; ubi per afperamarteriam rranfit,tuffim excitat; | nde nóvum
fluoren? promover: dulcórandumi oat erit aut melle, aut faccharo ; atque fic
ina ufum ducendum. 16c. Intopicis adhibendis placet Tralhliami] £275 uc Voli
confilium, ut emplaftra frequenter mutentuüf » 2565/5; ne incalefcarit ; 1d
enim, inquit, fanguinem eó vocat, proptercàirrigationes potius placent. t61.
Frigidiffima ramen actu hzc effe non. debent: przxrerquám enim quód talia omia
pes étoriinimica effe cenfui doctiffimvs Sener, fi externe etiam partes rubrx
et calentes foerint, fangwnenr ad interna propellendo fluorem. conctabunt. 162.
Qwvàmvis quz valenter adftringunt, et exficcánt, urgente morbo, maxime commen-
dentur ;cauté tamen étiam hacinre agendum eft, et incraffanua erunt adnufcenda,
ut amy- ]um, far, et lac: quód àmmoderatvs ficcantium ufüstuflim excitet
contvmacem, fed inanem ; undeant nova fluxio fanouinis promovetur,aur vena mæis
lacerantur. De Ph:hif. 165. Vm inter omnia prafidia ; quz 1n. phthifi in ufum
veniunt, Iac primum. fibi locum vendicet,ut mu ta de fpecie lactis,de
quantitate, detempore, de modo; ac mixtione, opum? à Gal. s. € 7. 7M'erb. szed.
propofita, recentioribus plerifq; recipienda ; et commen- danda judico ; ita
illud ; qwod ab omnibus fere recentioribusadditur, nufquam tarnen à.Galc- no
traditrm, non recipio, ut à lacte affumpto non dormiant zeri : cüm enim per
qvinque hc- ras ante cibum velint exhibeédum effe xeris lac, fi
fomnusinhibcatur, et preftanuffimo auxilio mA tabidi t0piCA fa» piis tnu- tanda.
Acin fri- gidiffima effe mon de bent, 944 tboraci 4p pliczantur. SiCCAVtiA
valeter 15 fgate fan- £141n15 em pla fits admi[cen da . l^ phbtbifs à lséle ^f
Su bto dora nmieaum Tr Phtb 'h ; ÆN y qp anunæ al );£$ ^ ^h "4$ 7220. EU
£t. litatis fomnus ille confe: tabidi deftituentur fomno nempe matutino,
pociffimüm cüm exficcati fepé noctes infomnes ducere foleant, autob tuffim
moleíftam fomnus impediatur; fi etiam eo tempore à fomno arcea- mus, et
ficcitatem augebimus,« vires vitales imminuemus ; per fomnum autem.&. vires
1n- ftaurabimus., et cor pus ficcatum humectabi- mus, coctionem lactis in
ventriculo accelera- bimus. Neque cnim valet ratio Mercurialis, quód fomno
majores fiant eva porationes; quód in tabe, five hecticà febre, five catarr
ho;& pul- monis ulcere, blandailla evaporatioiactis ma- xime ad fomnum
majori ex parte deperditum onferar; in verà autem phthifi cum diftillatio- ne
acri, et falfuginosà, et ulcere pulmonis, tem- perata hæc evaporatio utilis
erit ac. acriorum exhalationum calorem temperabit;phitfque uti- et tuffim
cohibendo : quàm damni evaporando ; maximé cüm tuflis concuflt ione lactis
«tondodbio amediat E 164. Cüm phthifi confümptis; fialuidluor fu. perveners
lethale fit maximà cautione uten. dum eft, fiin 115alvus non dejictatin ufu
fubdu- centium; blandé enim omnino agendum, neque caffram, prunorum dulcium
decoctum, man- na,mel violatum aut ad fummum, mel rofa- tum foluuvum
tranfcerdesze debemus. De Tuff. d Vód fcriptum fit ab aliquibus, et do- ctis
quidem VAS: E [n ^ E [uriats fitiat; vigilet, qui vbevmata curat . vigilan- in
curanda tuffi quàm piures:zgrotantes vigi- e. C liis macerant, ut
fluxiones.impediatit ; peflimo 74474» fane confilio: ut enim fuperfluum fomnum
ce- rebrumnimis replere concedimus, ita 1mmode- ratas vigilias muito majora
incommoda afferre experimur; potiffimum cüm per eas vitales.vi- res corruant,
quz in. hujufiriodi morbo maxime neceffariz funt : vieilandum4ane eft cim: à
ce- p a. rebro adeó affluit materia, ut fubitz fuffocauo- fa dern nis peticn
ilum immineat; «& tamdiu vigiladum, quamdiu tàle imminet periculum: fecus
in muíh x 4 moderatà; dormiendum enim;ut concóquantur ALES Nn humores,«&
quiete pectus firmetur ;fi enimo "v7 Galenus 1. de /12m.cap:28.ut citat
Rabbi Moy- fes 213-.Se£t. Aphor.ícribit, tuffim ; fternutatio- nem, et
fingultum cutaria diquando;cüm hcmo fuftinet ; atq; fefe abiis; quantum fieri
poteft, motibus cfficiendis abftinet, ( quoniam cum motus ifte fiat à
voluntate, fed 1rritatà ; poteft quis interdum volés non.tu ffir) cur etiam
fom- num non commendabimus, in quo omnes fiftun tur fluxiot nes, X tuflis quafi
fufpenditur ? . Inufu pilulari im in tuffi,ad evacuan- Pilula d dam materiam in
capite exiftentem, non placet tu[f mal? aliquorum fententia;inter quos fuit
doctiflimus ?^/ cendi Mercurialis, qui volüerunt; eas exhibendas effe 44"
- perquatuor,aut quinque horas poft cenam, «quando ventriculus nondum, ut ait
Mercuria- E ai lis, ex toto vacuus eft : quoniam tunc niagis fa- 7^ r
pernatant, et facultatem mittuntin Pin Des, 4. I d et afpe et aíperam arteriam.
Cüm contr illudcer- Giflimum fit ; ex hoc modo exhibitionis multa. -d..
fequiincommoda;nam aur cum cibo cititis fib- ducentur ad inteftjna ; quàm
oporteat ; aut fané femiconcocrum ciburs deducent ad inferna;aut ommum fiet
confufio | Quare pra-ftat;autince- eM S natum illas fümere, autíane fiummo mane
jeju- peor 10; « vacuo ventriculo devorare, procurato forno per ünam, aut
a]jteram horam. De cordis Palpitatione . . T N graviffimohoc morbocurandocaven
dum maxime, ne Gal.verbis $.4e loc. ai siiid affect. 1. ubi afferit, omnes, qui
paffi funt palpi- e 34,,,. 'aUonem cordis, à fectione venz juvamentum »us fan.
&CCeptfIes.quem fecutus Avic. 1.5.7 ratd. c. Cap. guis mi- 7:3n omni cordis
morbo, fcribens,utilem effe» tndus, Íanguinis miffionem:quifpiam adductus in
om- ni cordis palpitatione fanguinem per fectam ve- nam .evacuet; neq; eni:
omni, neque fempet Galenus fectione venz utendum ibi cenfuit, fed omnes, quibus
fübitó, cm fàni effent, fine ullo alio accidente cordis palpitatio füpervenit; fanguinis
eductionem juvifle: hos veró,quód inte: grà,& inculpatà valetudine
fruerentur, à fan- 2uinis copià, forfan. et calidioris, in eum mot- bum
incidiffe, mihi fit vetifimile;quod quilibet etiam ex Gal.2. de caufrs pulf.
cap. 2.collieere po- terit, càm dicit : Z4ccidsr ettam pulfuum imaqualz- (45
Interim ex fanguinis Copia, qui aut in venas aut ertt. In.cordis palpitatio
abteriastp[as fit vufu[us; atq; bac quidem [anguimis aniffone fedatur
facillime. Hactenus Galenus. Caufæft, quia copia illain venis arteriasillis
vicinas premit, et coarctat ; qua fi venz fectio- ne tollatur; tumorem,
extenfionémve venarum tollit ;Jocàmque fübinde-dat ad motum arte- ris. Vnde
veriffimum eft, cuicumque cordis palpitationi, ex humorum copià in venis exi-
ftennum,optimum effe prefidium fanguinis pet venam detraétionem ; quod
confirmavit etiam Gal./;b. de veua fect. ad verus Evafiflrataos, cap. 4.
Quemadn odum etiam fi aut eftuatio;fervor- ve fanguinis, fiveervfipelas aut
coripfum ten- tare agoreffus fit, aut etiam venas;arteriáfque » vicinas
invadens, et palpitationém inducens, ad hoc auxilium ag2rediendum nos invitat. Precepit hoc Gal. 13. eth. cap.
11. € lib. ad- verfus Erafiflrareos, cap. 8. Atut hac veriffima,s funt ita
aflerendum ett, in veràillà cordis pal- pitatione, qua illi cum aliis
particulis commu- nis eft, quz que morbificz folius caufz foboles cft;non conferente
facultate, quz majori ex par te ex flatu eft, drminuto calore ; tum etiam nz
non verà, quz cordis propria eft, fi vel ex frigi- do humore; qualem defcribit
Hippocrates, vel f1 alio, /sb. de facro zsorbo cim fcribit: 57 porro ad cor
proereffvm fecerit af fluxus » palpitatie appre- hendst, C anbelarsones, G7
corpora corrumpuntur, «liqui etiam cux: fiunt Cum enim dk dcenderit fi- tiita
frigida ad pulmonem aut ad cor, pevfrigerz- tur feng:isy vena autem violentey
perf icerate vd N 4 pulmonem, C cor affiliunt, &£ cor palpitar . nullo modo
fanguinis miffionem convenire, :Quins ne tunc.quidem fanguinis per fectam^venam
evacuatione utendum eft, cum cordis palpita- tioà virulentà materià ccr imp
etente fit; autà vapore; fuliginéve venenosà. Quód:fi Avicen- riasin omnibus
cordis affectibus venz fectionem utilem effe dixit; non proptercà tamen in
omni- bus caufis evincendis morborum cordis utilem cfle pronunciavit; $1c etiam
in palp ita tione» Conveniet, at non Íempcr, nequein quàcumque
-patpitationis.causà commendanda ; In paljita - 168. .Sedillud in evacuando
fanguine per fe- tne cor- &tam venam maximé anima dvertendum; fi ma-
dis,«bi in Ximam in corpore laborantis hoc morbo fübetfe fanguinis fæguinis, et
humorumabundantiam cognove- abundan Sina qu 12 non tantüm vires premat, fed et
i- tia mitt Wa quoq; vafa diftendat, tutó nosadillud auxi- lium defcendere-non
poffe nifi fanguinis mo- qu» 95 tum.cor verfus abendé proficifcétis fimul com-
X indo: peícamus, ac abipfo corde revellamus : cüm., enim cubiti vena.,.qua
fecanda eft, ab axillari axillaris autem non longe ab afcendentis venze cave
ramo proficifcatur, unde 1n cor ramus in- fienis coronarius divaricatur,
abundantiorem. faneulnis copiam ex venacavà hauriri contin- get; ex quà
quidemre fiet ; ut plurimus fanguis Cor verfus iterar ripiat, sícque cbn dis.
viícus ma- 21s fuffocabit .. Ne igitur in hoc incommodum incidamus, co
ipfotempore,qno in brachio ve- na tundetur, utrifquehypochondriis optimum erit
us [ut sá- lerit cucurbitulas affieere,;dextro quidem. 5 «uod inde vena cava
exoriatur ; finiftro autem, quód illic plurime terminentur arteriz, quz
Mpirtuofum à corde fanguinem revellere pos |rerunt : fic enim fiet ; ut qua:jamiavafura
erat licor fanguinis copia, cucurbirulis admoüs re l'vellatur ; quz vero
influxit ;venà fectà exhau- P riatur. . Quód fi humoris; et fanguinis tantas
linon adfuerit copia, aut fola fufficiet fanguinis l| per fectam venam
evacuatio, aut fane poft illam llapplicari poterunt cucurbitula .. Átubi
infienis adfucrit fanguinis abun- Idantia ;in utriufque brachii cubito venam
ape- | rire, udliffimum erit tfi veró non adeó magnas | fuerit; finiftri tantüm
füfficiet fecto . 171. Quod fi ne (ic quidem affectus ceffave- |
ritarteriofum,;& fpiritibus plenü fübtiliffimum | in arteriis potius
abundare judicabimus;& tunc dis affects j| cum Gal. Ze cur. rat. per fang.
mni [[.11. íectiones arteriarum opus erit . Sed in eo cafa non magnas, fed
exiles || potius elizemus fecandas ; quales funt ee, qua | per digitos
excurrunt:licet enim parva fino ma- I ximum.tamen juvamentum afferunt j atque
fa I ciliis inductà cicatrice, fine anevrifimatis peri- culo coaleícunt. 173.
Cucurbitulas fcarificatas dorfo affixas cordis palpitationem curare ; fcribit R
hafis 7. Continents v At Avic. 4. Fen y 1. Dotl.$. cap. de | Cucurbitulis ;
eafdem dorío applicátàs aliquas | quidem Cczur bi- (Hla i pale tttatione
cordisqu& de appli- £anda. In
pa:pita tone core di: a4 ve n3 fecan- da. Arterioté- 731A 472 COF bus guade
C07) GEX1f » Arteria qua fecan d4127 cor- dis palpi- tationt « Cucurbi- ) ] ^
t'i'a dorje ffxa& in x. m HII Cim rn. P cordisqua 9o profsat.? fi ! atit.
cordis £ro- vdedut fistibus L^. tricals quidem bona facere fcribit ; fed et vencericulum
ledere, et cordis tremorem inducerc: fi tamen cautio adhibeatur ; utrumque
optime obfervát- fe dicemus, quidquid dicat Mercurialis nofter in fta
Praxt,capsite proprzo ; cüm fciamus ; peri- tum; Medicum numquam. repleta
corpore cus curbitulas ante totius ex purgationem applica- turum ..
Diftinctione igitur potiüs ali3opus eft; nam fi ex humoribus palpitatio cordis
prove- niat » fi dorfo € regione cordis, ur plerique fa- ciunt cucurbitulz
applicentur,id in manife- ftam vgri pernicienrfiet; augetu r enim circa cor
faneuinis Copia ob calorem, et dolotem : doce- bat enim Galenus rr. A4eth. 17.
übi 1n iis fit plethora, non magis ex pulmone in pectus. ali- quam excrementi.
partem transferri ; quàm.» ex toto corpore 1n utrumque. At ubi palpita- tionis
cordis flatus fuerit in causa » evacuatà materia, unde elevantur,
cucurbitularum ap-plicatio dorío é regionecordis. praftantiffimum erit
remedium. Quinimmó applicari etiam. commodeé. poterunt, ubi cum flatu frigidus
quifpiam humor-conjunctus fuerit: nam ven- tofus fpiritis admotà cucurbitnlà
digeretur; qui veró reliquus eft humor; facilis evacuaaione » detrudetur. . Flaubus etiam cordis
palpirationem. inducentibus ; femper humorum et in ventri- culo, et
inteftinis..& flatuum ibidem collecto- rüm maxime habenda eft ratio, atque
ii inde.» fubducendi ; quod. iis inanitis, fepiffimé folu- tos ltos etiam eos
obfervaverimus, qui circa cor ob^ Ivcrfabantur . . Fugiendum veró quàm maxime
illud, ;, jalpita ide quo nos Galenus 12. Math. ult. admonuit, fuis mum fi
adhuc in iis partibus fücci, ex quibus flatus 4; (s fia" Ielevantur,
continebuntut,à nullàre m: ac1s eí- tibus, sz- Ife metuendum, quàm à calore,
quod eos colli- ters zz Ijuet; atque in flatum vertat, fed digerere ncn.o lids
mon valeat: craffa et 1m, et ejutinofa dum calcfiunt, effe. men- Iflariofum
fpiritum gienetre folent, Gal. tefte» AMI Pr dv Inbidem . ftutr m ; tertia. Vbi
ad cor aut efferveícens fanguis ; laut bilis affluat; ut phlegmones, ucl
eryfipela- itis periculum adfit ;, quibus in corde productis; 54. Ideíperata
omnino falus effe folet ; ftatim àfan- sellestia, Ipuine miffo, vel dum
mitdtur, circa cordis re- cordi Afm. Irionem repellentia adhibete convenit :
qua 9lsanda. Iquamvis 1n morbis pectoris omnino fueiendas e(Íc conftitucum fit
; 1n hac tamen afflictione js irum, ad quamcumque partem materia fluens
Irepellatur, ea fitignobihor corde, necinde ad- Iro fibitó mors immineat, nullà
interpofità mo- Cere la- raapplicanda funt. bordite en 177. Vbi ex craffo
fanguine cor hujufmo- erafis hm Hi morbis laborat, à diureticis, et füdorife-
7». Dum mit 71;
fa*ii diMreticA "Is erit abftinendum ; nam hec exhauriunt fe- ? | : $» 6 à! beso yg É C
fudorie um faneuinis, et fanguinem craffiorem red- ! pela dun! Ld "^j 7
UEntHf, 178. Verüm, fi aquofus humor, et ferofus,,,, ;,, norbumillum producat,
nibil eft, quód facifé sobtitaa iius yuin hujus morbi poffit evincere . PLI,
2Difeutien dibus fia- in Cor- dis palpi- faftone, snifcenda fnbadfiri gentia o
In flatulentà palpitatione vehementer || rcfolventia damnanda fünt : nam fpi-
ritus vitales nimis exhauriunt. Quód fiin ufüm ea ducere .. neceffitas cogat,
ad- ftringentia ali- qua erunt admi- fcendaa . 20g LIBETIA Comprehendens eas,
JDe dolore l'entrictii. eiendum erit, lAnimadverfionum, et Cautionum Me.
dicarum, 4$ no 0908 Ousinvrelk qua. - 1/77 uUualium partium morbis fuat obfer
Yauda. SUN inflammatorio dolore, inflam- Dolente W| mationem partis, aut
eryfipelato- veztricu- fum affe&tum infequente, genus /^ v6 iz- omne
medicamenti pureantis fu- f^amma- nifi fimul affluxam '/?vé» par id ventriculum
bilem cognoverimus;in quo ca- i pureantia omnia evitabimus, ob innatam ca- 4
pienda. Iditratem, et nenovz fluxioni ad partem Ja1., fo! ore laborantem detur
occafio ; concedemus SIS, cantia fis ramen Sus vcuna $3 ufune daucend2- Rbabarba
yum 1n do love vexit: eui infla $9 X 0rto fsgiendz. Qiata n dolore vé- zriculitia- fl^mm TI, yio. quan- do
conc.- dcnda. Ventrieu- lo dolente có mflam »lomé . f icida po (as Co ex- irà
appofi n0,9Ha5- do cox vten.at. Ventricu- li ia dolore «o6. tamen lenieritia,
abftergentia,cumrrefrigerauóe | : t m ne aliqvà: tamarindi, fetum, fyrupus
violatus, | et fimilia concedi poterunt.;. R habarbarum, multis in hoe
familiare»; omnino fueiendum: nam et igneis qualitatibus nocet, et biliofi
humoris affluxum folet con- Citare. 3« Opium, et opiata, licet in omnibus vene
| triculi affectibus fugienda fint, urgente tamen» dolore inflammatorio, cum
lenientibus ca ad- mifceriin paucà quantitate poffunt ;fic enims neque actionem
impedient, dolori fuccurrent et intemperiem imminuent : etenim fic Gal. Ze:
compof. med. fecundum loc. circa medium, exayni-- F7 nans medicamentum quoddam
Afclepiadis adij* ftomaticos,quod recipit plura medicamenta, &:] ^"
inter hzc aloén,& opium; reddénfque utriufq;j 7 raticnem,inquit, alocn
vitiatos humores ex pur-4^ care, et infcrné peralvürn évacuare: opium ve«4 *ii
1o fenfum obftupefaciendo, mitigare moleftiamgr'i ortam ex acrimonià humorum;
erat tamen opi ad reliqua medicamenta dofis unius ad vigint quatuor; quam etiam
non improbat . 4. Im inflammatorio dolore ventricuh, aum incipiente
eryfipelate, aqua frigide potum; au^ [) frieidiapplicatlonem ut convenire
aliquand 4; concedimus; ita id faciendum ab initio maxim] cenfemus; affluxà
enim maseti, fi frigida exhiu'ic beretur, morbus curàtu difficilior redderetur
. | «. In doloribus autem ventriculi, et ineft]; zorumà frigidà materi,áutà
flatn ex. eà gem]i, tO5 fi | WIH. io; | to, fi contumaces fuerint, et multà
fübfitmate- ex. frg: ria, Hiera licet à Gal. commendetur, et à ple- 4a,«t crz/
ifque Medicis, quoniam tamen tardiffiméopes /2 mate| ratur, aC fepe dum ob
vifcidam materiam tuni- 1/2 Hrer« | auget,necéffarium effe cenfeo medicaméntum
jaliquód pureáns admifcere, quod et materiem cis ventriculi adlieret,
attenuata, et in halitus 4/44 ^, * » 1 " A ut converfa. materia ventrem
diftendit,& dolorem "^'^^ »n€n1147 Hryoans$ . n smifcendit. adjuvet
fübducére,átque Hierz vim intendat, ut diaphainicum;electuarium Elefcoph,&
fimi: !lia ; nequémultàm dubitandum eft, ne ad. partem laborantem fiat multus
materix affluxus, cum enim támmulta adfitcraffa, et vifcida materia, vim ombium
medicámeéntorum hebetat, i| et impedit, ne à longinquis trahat, materiam autem
etiam 1n éo exiftentéem, et attraéctam | quamprimüm fübducat,ita ut minima
ventriculo noxa inferatur ex affluxu materiz, utilitas '€ró maxima ex caufz
morbifice evacuatione s, j| potiffimum fedato dolore. De: Ventyiculi
irsbecillitate ex frigida ite npevié . 6. [ N $uellibonz cornftitucionis ; ave
catelli pu; 72 perpinguisapplicatióne reeióni ventris riculo.ap . E - x £^ ; PM
A culi, prima lizc fitanimadverfio ; quód cüm in »:4; ze J| tardà: coótione ex
friaidà intemperie; nihil fit fomnum quod niagis coctionem adjuvet ; quàm
IoBieus, (errim et riori interru ptus forinus, ánimadvertant. pá« P^" - sicrites,Jieexanquietis
fit pücr, qui ex affiduo motu motu fomnum patientis. interrumpat-: majus
eniminde damnum.ex impedito fomno feque- retur, quàm utilitasex blandoillo
calore; quod etiam ex catellis magis verendum ; potiffimum fi patientes ex lis
(int, qui et facile ex pergiícan- tur, et difficillimé in fomnumrelabantur.
puliin 7. Secundo illud etiam animadvertendum applicatio. ft, Cepenumero ex hoc
complexu t udcrem ex- gecaven- citari, quinifi affidué detergatur, noxam affert
dus fador. magni momenti : quare vel ab eo defiftendum etit ; vcl- intermedio
fübtüliffimo linteolo 1n eo períeverandum. Inm,b- $8, Suntetiamaliqui adeó in
Venerem pro- iiio? pi,utexcoamplexu in fomno polluantur aut 45174- 3d Venereos
congreffus conciteptur ;1n quibus omnino ab hujufmodi remedio eft abfüncdum,
De. INas[ca. € Fomitu. Vomitus 9. E Tfi quàm plurima ad vomitum attinen-
fugiendus, tiafuperius propofita fint ; hoc tamen, fieauez-. loco aliquá non
fünt omittenda imagbl momcn- tioryfed er tj, qug in vomitu exercendo pro
naufez, et vo- gente ^ *- qytüs curatione maxime funt et animadverten- far tne
da,& cavenda . Brirnàm igitut fir quód Iicet jio; fc. ir adiquibus,
qoibusautob ventriculi imbecil- ^. litatámsatitob afflexum aliunde humorum
col-.] lieitur. materia in ventriculo »concedendus fiti] vomimis.frequentius
tamen 1d non erit praftane:] dum fed femel; aut bisin menfe, ne et in ma--],
lam confuetudinem deducamus;naturam » patrz] tem ww À rem imbecilliorem
reddamus; et membrum co- éHoni ciborüm, et nutridionirinferviens, fentina
excrementorum efficiatur. : Cüm vomitu materia: expellitur, five» p, pis
fponte; five levivomitorio (numquam enim for | 4 4,4755 ti in hoc cafu utendum
eft) non erit longiori tem. i4fjfgedz . pore in eo infiftendum ; cüm alioqui
cupiditas cvomendi fepe perfeveret; ne. ex nixu, feu vo- mendi impetu, aut vena
aliqua in pectore, aut in eulà difrumpatur . aut affluxus.novus mate- riz
potiflimum biliofie concitetur, infrà igitur potius fub fi fttendun jT ' TRUM *
x i. ?. (Orr Repe ità ctiam potiüs evacuatione,:& petendis, 1nterrx iat |
1C fiat, quàm unica d. nua didi 12. Quinimó prior magis protrahi poteft ;. ;,,
;; ;»/;- pofteriores autem breviores fint; licet cum ali- gadauz r1; 11lud
auidebi. ut multa Vezitus is hoc autem,ut craffior repeti fex in fundo ventri-
qnales efVonmitus €N pot 45$ TE^ ; m i fubfidens educ qu e po Xflitsfed
nullàalie- /e4e27, ni materie ad partem attractione; 13. Si qi is on ex naufca
neceffitatem vo- situs, mendi commonftrante ad vomendum promo- 44: fé» yu
veatur, fed quod feid effnsere non pofle expe- /» se»fe rimento cognovetit ;
ftatutum »» menfe diem., ft, non aut terminum non prafigat ; p. nunc plures,
habeant nunc pauciores dies interponantur;ne 1n pra- diem $fa- vam,
&inevitabilem confi etude lta dedu- I catur sut fi fl pats, et quaframur |
latutum terminum aliqua datà occa- fione tranfcendat, in morbos aliquos
incidat. 4, Quam 'ls autem; data hacoccafione; VO- VFontt* OQ mitu qui apftj-
itu evacuandi fint, fi tamé ad vomendum ine- mei, ptfuerint, aut fi perpingues
fuerint, aut angu- fto nimiüm pectore, aut fi atiàs fputo fanguinis tentati
fuerint, aut fi cerebro admodum imbe- cillo, aut oculis debilibus prediti fint
; potius perinferna purgabimus. Womendà | 4$. Vtconcedendum, vomitotia, quz
vehe- quádoie- mentia funt, quibus humores ex pelluntur à to- $450 vt- to
Corpore,aut faltem à longinquisattrahuntur; tricalo C Tejuno ftomachoeeffe
exhibéda; ita in levioribus quando 4 concedendis, quz contentos in ventriculo
hu- «cds mores evacuant, ea diftinétio adhibenda eft: quód fiquis ad vomendum
non ita facilis eft praftatà cibo vomitum proritare, potiffimum. ficraffi
fuerint humores : fi veróad vomendum fuerit facilisynec humores multüm rebelles
fint; pratftabicid jejuno ventriculo tentare ; aut levi- culo auxiliojuvare,
Cras ba. 16... Quinimo, fi non folüm craffus fuerit hu- soribus more ventriculo
evacuandus, fed in paucà quan $n wertri- citate, licet malus ; poft cibum erit
vomitu €ji- «ul2(xi-7 ciendus ; admixtus enim cibo facilius expelle- fence '
tur,etiam qui in fundo ventriculi confiftit,quod m ^1, alioquinon ita facilé
ventriculus in fefe contra- UU . hensillemelevare ; et propellere poterit. .
Cavenda tamen magna ventriculi ex ci- borepletio e1, qui cibum ad vomendum
affu- mit ; difficilior enim redditur vomitio, quód ventriculus (ead
expellendum, quod illi mole- ftem eft, vix tantà pofità repletione contrahere
pcteft. Y opitriri A09 21H $ replegtür. IS. At í11 At. ne ftatim quidem ab
affrmpto cibo »,,, ;,. aut evom;endum eft; aut vomitorium fümendüs,;, ; 7, fed
tantum tempcris intcrponendum, quantum sto, qua fufficere pofle conjeceris, ut
humor noxio ad- 4/4 vo- mifceri poffit, agitar.i, circumvclvi, et verfusos mu»
25- ventriculi fiblevari ; id veró-fit fpacium unius. Zendii hcrz, aut ad fu
rini m duarum : 1d autem fem- per intelligendum eft de vomitu ad evacuadum
ciexcrementa, quz in ventriculo cconünentur ; et de levibus vcntcrlis ; quid
enim in vomitu vniverfüm corpus evacuante, et in vehementi bis vomitcriis
obfervandum fit, et alias dictum c(t, et ab Avicenna petendum. De Siti
izymoderatA I9. T fitis.ex immoderatà caliditate; .& 55; ;,,,, ficcitate
ventriculi, aüt eam COGI. 75; 2547 prafen da h umorts calidi et ficci,eqva
frielde 4c frigida largo fa pé potu curatur, " aft m exfünguen-
&ibezda, do, et bilemob multam aquz copi lam inecftam C quado fr bducendo ;
ita maxime cbfervandum erit ; fi calida. fitis hzcinexhaufta ex falfa pitvitz
adhafu pa rictibus ventriculi, vel ejufíem n fundo illius $ mo rà producat!
r,frieida potum ncn fcre uti- ]em; quód cont: macem mæ?is cavfi m reddat ; et
craffiorem ; eam vcró ctiam fa cile potus pr rg terfluat : przfta ibit 1e1tur
tu aovà calidà ; qux maais penetrat, attenuat, divtiüfque in ventte.
commoratur, pouffimtm fi quidpiam 1lli ad- mixtum fit ; quod attenuanti
facultate. pra di- QD a tum 31»; tüm fit; fed et in paucà quantitate, et non
excedens. De Cholera. Cholera | 20. Vamvis in hocaffe&u, et per fuperna,
Jaborates et nim inferna humores excerri foleat, quédo per &impetu tali;ut
freno potiüs,quàm fupe ftimulo opus fit ; quoniam tamen aliquando ir- C^ 24542
vea tiones quidem adfünt;fed promultitudine» pe vba máteria non complentur ;
ideó adjutricem ma- vag4,, Dum Medicus porrigere debet : at tunc ambigi- tur,
an fuprà;an infrà. Primo ieitur confidera- bimus, an naturà ad vomendum zeri fint
faci- les, et an confueta fit aliquando talis evacuatio; tunccenim per eam
partem adjuv; ii am nt, hac diftinétione adhibità : fi cibi corrupti talem
niorbura produxerint, ftatim vomitu excerni pofle; uteuam fibiliofi humoresab
hepate, aut univerfo corpore fucrint transfufi, quód biliofa per fuperiora f.
aciliüs excetnantur »fin vero aut ad vomendum naturà ineptus fuerit ; aut craf-
fior fuerit materia ; praftabit. abftereentibus fubducerce. Von ^ 21. Sed fi
vomitoriis agendum, ea omnino ria in cbo €evitentur, qua vel aliunde attrahendo
vomitu lera fint attractam expellunt. ex. levib. . Sed cüm blanda illa mu!
vicem fint;aqua Fomiter te pida; hvdrelzeum, mulfa, ox vmel,quæv aria ria in
c)? vatjoneid petant; quomtódo ea in ahi F0424T7 s? Sibiliofa fit; et mordax ut
ctiam fyncopen inducat, aquam tepidam, vel jus pu Ili fim- riezate plex, vel
hydrelzum potiüs eligemus :Si craí- maierit fior fuerit materia, et picultz
admixta, pt rxeh- genda eritaut mulía, aut oxymel cum aquá : S1 trefactus
cibus, omnia hec convenient . 23: Per inferna, fiopus fit, id eft;fi moveatur
imperfecte, fi biliofa fuerit,à mannà cmnino abftinendum, et abftereenübus ex
melle; aut faccharo ; ftatim enim 1n CO rruptelam trahun- tur,&b jilefcun t
:fedfcrum lactis omnium erit oreftantiffimum remedium, aut caffre fucci por
tio, quz ardorem cohibet;mordicauonem com- primit, * blandé fübducit : quód fi
pituita pu- trefacta 1d excitabit, aut bilis craffa, nihil pre- iius rit melle
rofato, aut folvente ex fero lactis ; aut facto cum infufione rofarum rubea-
rum. 24. Vtvomitoria in aliis morbis curandisin Veste multà qu: inütate affumi
debent, ut etiam mole r:aiz cho natura ad vo cé" m proritetur;itain hoc
mor /e4 zen bo mincr copia fufficiet, vel Aretzo tefte: quód frat, mul- Ur
icmeiovss ventriculo, et difficilior exitus /4 2/2tà humorum acrium reddatur,
et major vis,& do- '^//* lor ftomacho inferatur. In repellentium, et
roborantium ufi hec adíit cautio ; numquam ftatim ab initio ea 1n. ufüm duci
poffe : fi enim ex copià ciborum, aut ;,,, quas humorum 1n ventriculo, et
vicinis pasbine Ü- qoid quo lis morbus provenerit, non prius ea concedi pc-
5,4» i5 terunt ; quàm materia 1]la majori ex parte fit. wap d gvacuata : quod
(i aliunde affluxerit, nifi vires cez4a . i4 exfolManna, (5 faccha 1? barata s
f"fecta $ cbolera* Repellen - tia1n cho it4 exíolvantur, permittendum
etiam erit, tit. pars illius evacuetur, ne illius impetu xepreffo ; aut febris
exitialis concitetur;aut ad menibrum ali- quod princeps repat ; fed non:
dierum. numero hec movenda erunt, quód morbus acutiffimus fit, et aliquando
uno;aut altero diezgrosinter- imat ; fed horarum dumtaxat, ut unius quan-
doque,.aut duarum horarum fpacio viderim. tantam humorum copiam evacuatam,.ur
vires conciderint,.& corpus quafi confumptum, et depreffum undequaque
apparuerit . De Cardialeia. Cardial-. 36, Vamvis quz adftringunt, aliquo modo
gi lahe- etàm repellart, in hoc tamen morbo rátibus in in principio repellentia
convenient, dri atn'dlo modoadftringentia : illa enim affluen- esvenii;, £5ad
0s ventriculi humores mordicantes, po- x2 41/1, ui ffimümin febrium principio
affluentesrepel- gea, lunt,adftringentiaautem, licet id praftare pof- fint,
affluxos tamen quafi retinent, atque parti impingunt: fecüs tamen evenit, fi
repellens ali- quod per os affi matvr ; repellitenim deorfum,
precipitatadvenienté;corrngat;adftringit.& in- durat, ut ficillimé;munità
parte interná,vim af- fluenus hum: risretüdere poffit, atq; repellere. Cadia. |
In vomitu promovendo in hoc morbo, gia labo- heec adfit cautio ; fiflu&tuet
materia, et proinde ga"tbu5 perinterval!la invadat, neqne nc va affluat, S
qnádo vo VOmitorlo, licet.blando; uti poffumus;ut a: rd aO, . aij , aquà
tepida, vel folà, vel cum fyrupoace- »sitoria,ee tofo, vel oxymelite : quód fi
vel ab hepate, vel 4444ode- alimmdeaffluat bilis, potiüsrevocanda erit à fu-
*^*foria. perioribus, et perinferna fübducenda. 6s cin 28. In biliofis, et
acribus fbducendisiis hu« "4d | ^ Cédis acr& rioribus, licet Galenus,
et Trallianus aloe; five, dis Hieràutantur, ut fi qua tuniciscris ventriculi
jjj, matetia adhafcrit,detergi poffit; alii autem 2,44; Rhabarbato: placet
tamen magis blandioribus ;a cardial uti, maximé cüm jam leniora commodiffimas
gia,lenio- noftrozvo inventa fint; fic decoctum tamariri- néss utes dcorum,
fyrupus rofatus fol. caffia, vel ex prunis 4&7. paratum medicamentum, aut
etiam addito fero lactis, ræi1s convenient. 29. Placet tamen magis bolovti,quàm
[liqui- S424ucess do medicamento ; quod diutiüs in ventre mo- f'^ &ilie-
ram trahens, non folüm commodiüs fübducet /^: ^»mo- tales humores;fed fimul
contemperabit illorum "777 cer" acrimonlam ; 1n quo genere et
caffiam, et pul- iss pam tamarindorum, fi premum [locum obtine- 77^ 747 rc
cenicrem . MT IDE E niant, c 30. Qnodfft1à pitvità fiatacidà, quod rariffi-,,
qua for me accidit, euamfi ufis Hiere à me commende- 52. tir, quód humceres
ilosattenuet., et fimul füb-: Here pre d'cat;cuoniam tamen et tardiffima eft in
aCtio- eardialgia ric,&frpéà materie vifciditate evicta etiam.
7"'/cesdiz imiæis retordatur, unde fiepé fymptoma adau- fter al getür,
optimum effe cenfeo, illi aliquod medi- 1*4 *»c- camen'rum admifcere, quod vim
illius acuar, et *'c4"»tr7 quamprimüm medicamentum cum infeftanti- * bus
bumoribus deor(um ducat. O 4 Ds $15 C0?7)U€i16. . De. INaufeas. Innaufea 31-
V1tos video in naufeà orani ftatim aut quado bn evacuantibus per vomitum ; aut
per mores vc- leceffum uti; felici aliquando fuccetlu ; aliquan- mt^; €
doinfelii: quod ut evitemus ; obfervandum. 2:449 P** erit, an inanis omnino fit
naufeay an cum aliquo ftf" vomitu: fi inanis; conjectandum,an aut infarcti
Anu tunicis fint humores, aut admodum adhate- a wnbs Ícant; tunc enim omntiio
preftabicillos attenua- praparas- 1€» abftergere, et incidere ; ut preparau
poflint A. educi facilius : quod fi 1n capacitate ventriculi contineantur, et
fymptoma maxime urgeat, ftatim aut vomitu educend? ; adjuto motu, fi ad vomitum
faciles finc;aut per feceffum erunt ab- fterzentibus evacuandi . De Hepatis
intemperaturis . 32. Y IN calidà hepatis intemperie;neque fem- per ab initio
medicamento purgante » jupe, Univerfum corpus, et jecur expurgandum eft, quando
Quod doctiffimi quidam viri, ex Archigene, et purcadzg, Galeno 8.de compof.
med. [ecundum loc. ad finem, €^ quádo colligunt ; neque femper ab hac
abftinendum.;, nen. rictüs folà ratione, &alterantibus ad frigidum
contentis, quod ex Tralliano; et Avicenna alii cenfent ; fed diftinctione
utendum : fi ex proca- tarticà aliquà causa fubito talis intemperies in-
troducta fit in corpore alioqui fano,detracto fan guine vena fedtà, et
refrigerandi totius ; ache- patis Hep tis £n cAlida Il trahat, neve calor, e s
patis causa, et revellendi ejufdem à parte labo- rante,ftatim ad alterantia
veniendum erit:quod fi corpus bile prius refertum fuerit, et paulaum
intemperies fit introducta, altiu(q; radices ege- rit, et quafi habitum contr
axerit, non. folum. fanguinis miffione erit utendum, fed medica- mento aliquo
blando calidi humores jaminde» 'niti erunt | pus exp urgandi, mox reírigeran-
bu s erit æendn m. . Neq; vero in ho c cafu fueie nd lus eft ufus Ain ccun i
fero, aut (vrupi rofati Í olutivi; guod docti fimo Matt; uie vifu m ef (tob eam
ratione quod cüm dulcia fint, periculum fitjne bilefcát: valet enim argumentum
in 1is, quz alte 'rando diugcüs in corpore moram turahu nt,non autcm magis
evincunt qu: àm ibdt icendo potiüs refri« 1n fubductoriis, qua c evincantur, et
bilem fi gerant. ;4. R habarbarum potius m ihi fufpectum eft 1n hOoC Cà cium
enim tardius o |peretu ir,19ne€as autem multas x artes habeat, quibus
penitiores partes í facilé adire potef s et ] jecur 1 maois excale- facere
poterit; ut ex lotio, quod ftaimab: Tum / pto me lican entof flavitiem affumit,
e ru ffum. / confp ICItUF, quii bet cognofcere po Jte ít. 3f. In externis ap]
licandis ea adf it cau tO refrigcrantia, et adítr in |gc ntia fint modera tai
tum actu, tum potci hv m conha fu: 'tla,ne vifcus fcirrl 1 port CS,q 1inde cx
halà ES I rerinceantur,ne etiam clau datur via fangu inl,aut LI denique
putredini detur occafio, De 2L7 Hepatitis i/i 2016277 perie £ali- ^a man- na uon
[wu fpectum . Hepati; 12 Intem- berie cali- da Rbhba- baybari£ f (fpe 7471 L4,
Hepatis r1 E intéperie calida ve- rigeratia ett adffris Renta tm peu:? fnfecil.
De frigida Hepatis intemperie . In bepetis 36. | IN calidis et ficcis externis
applicándis |; intempe- ea fitanimadverfio; ne nimitininiisex- | | "ie
frigi- cedant: fitenim (lepenumeró,ut humidioribus 1» da, calda pattibus
abfumptis;aut e&ficcátis;fcirrhi in pàr- jen C^ fà "té cohcitentur.
f4/pacta . De Hepatis obflruttioge . Hepatis 37.| N topicisinufüm ducendis,
piimó hzc jk sn obitru- adfit cautio; ne attenuántibus umquam, éHone 4t-
vitamur, nifi longo intervallo poft cibum affum- tenuantia ptum, ut non modó in
ventriéulo cibis in chy- eie Iummutatus fit, fed in hepate'etiam jam mitita-
dgio donem in fangninem nactus fit. Quapropter |; RA. cümà ceenáad prandium
multó majustempo- |i f rs 1ntervallum intercurrat, quàm à prandioad
coenam,commodifTimium tempus judicamus c(& fe, fi fiat perhoramante
prandium. Linimbiis .. 29 Animadvertemus pratereà,antequamo |... f (us cali-
linymenus,aut inunctionibus niramur, femper [s di ai fp;m V1ÍCus effe fovendum
decoctis attenuantibus, et [i gia pra- difcutientibus cum fpongià, ut et
inunctiones ittedi. altius penetrare poffint, et materia ab actuali »l» et potentiali
calore attennatà, aut per fe diffipa- . |... xi poffit; aut medicamentis c
corpore duci. RIIANII |.emone nó priàs applicanda erunt, quàm fectio- | ne venz
evacuatum fit corpus, et pars materiz ^. I revulía: fi enim fecus fiat,vel fi
ob abundantiam e E uo WA e 4 s *. cf ^ 5s Me - - A0. deu SCORE M. - o. ERE UUS
De Hepatts inflammatione . 39.Y cet repercetientia extrinfecüs appofita. Hepate
iz medicamenta in inflammationum prin //4mmmste cipio adhiberifoleant,in
hepatis tamen phle- repelletta "m prine p:o. ante fe élioné ve- n4 non có
; "Y^ (o, EJ 3 *» F^ T* * e » ; ^ ' *p)o l 2, 1* | repellere non poterunt,
rebellis magis reddetur 1, . K ÁO Ó N e | timor, et contumax, craffior reddetvr
materia, et duritie coptractà fcirrham excitabit, vel re- pulía ad cor, et
fpiritalia membra impetu rues, mortem ftatiminducet. 40. Laborante concavà
hepatis parte, licet p,;;f'ag; faciliüs fit, medicamento purgante materiamo
;arne evacuare ;id tamen crudà exiítente materià, et bepauisip in rrinciplo
fieri non debet, fed ccncoQà, &in «ezva par- decUinaticne. Qvamvisautem 1n
phrenitide, !* megan aliquando ab initio, ad revellendum, evacv2n- dum, [cd d:
m fit medicamento pureante ; ficut docet in, "* d.cina plevritide,
defcendente ad hypochondraa dclo- «oi re, Hiep. 2.4cut. quia, ut aliàs
docuimus, non-dum cruda eft materia, fanguis nempe bibofus ; in hepatis tamen
inflammatione nullo modo 1d,, infini pre ftandum eft : quód, cüm pars 1!la
labotec;,, sone humores, auià venis undequaque evomunt"r 55,5; i
adjecur,etiamfi aliquà ex parte evacuentur ; p«»cipio per partem tamen
laborantem feruntur ad ven- sos. 2a» triculum, sícaue et 1» becilliorem
reddunt, et 454a. reduviz craffiores remanent; magifque impinguntur. 2 AI. | T
e Hefatts gibba in- fidsaata, ante dta- retica le- - ninda al UMS. In be 11:$
HZ fla ?2 2 311076 4 yebellentt Dus, itüprilcifi0 niteda . Hepnte tn femato,
aciü f !?i da fic fd 7 d 4 la 9 Quz in gibbà hepatis parte fit inflam- matio,
et quz ad eam partem affluxa eft mate- ria, licet per lotium commodiüs expurgari,com
muniomnium doctorum fententià poffe confti- tutum fit, antequàm tamen diuretica
hec in. ufüm ducamus, optimum cenfemtus, leniente» aliquo medicamento, aut
etiam abftergente», materias in primis vHs contentas evacuare, ne» ufi
ducentium per urinam, quz in primà illà corporis regione continentur,ad
penitiora de- ducta, inflammationem adaugeant. 42. Licet autem in principio
inflammatio- pum aliarum partium fimplicia repellentia in ufum venire debeant,
in hujus tamen vifceris phlegemonealiqua etiam attenuantia calidaad- miíceri
poffunt, et debent, non eam folüm ob 220 7» caufam, quód frigida, et
adíftringentia ad penitlOres partes facilis devehant;fed etiam;quód, cüm vifcus
illud undequaque angufti iffimis ve- nis fit refertum, et illius fübftantia ex
iilis: fere folis fit comp ffitasut proinde parenchyma optimé dicatur, fi
frigida fola, et adftringentia aut exhiberentur, autapplicarentur, facillime
ad- ftrictis venulis, et craffatà materià; fcirrhus in, parte concitaretur ;
aut fane tumor per fe incu- rabilis fieret. 43. Vt proinde etiam hzc eadem
hepati non valde frigida actu applicari debeant, ob eafdem caufas; tum eti: ime
ne naturalis facultas noxam aliquam contrahat ; nativo calore quafi exítincto.
44. 9i j| I: aon: 44. Si tamen nulla adhuc affluxerit mate- zropatein Iia, fed
affluxus certó impendceat ; ut in cafü » fz mdi I étu, aut externa aliqu: à
Causa, pura repell entia, f1se ate etiam cum aliquà adfirictione,concedi po
terüt. riasvepellé 4 $- Quinimo, i in ervfipelate vero eadem pu- !/2/ela c9 ilta
conceci poffunt ; cüm :& materia fit renuifhi- (€ 15 efipe aMnpa,
calidiffima, ut periculum non fit ; ne ni- eri 1 epa amis craflefcat,
&-obftruat venulas . tis, vegellé » Vnde etiam frieida actu repellenua C3.»
v fola ci Aapplicari regioni hepatis poterunt j CUm cns eoninnt. Irenfiffima
fit ibi caliditas ; qua ctiam medica- /5 er yfipe- Amenti mntenfionem
refringere facilé poterit. In. /a:e zepa- IQuo edam cafu pau» dllum aceti
indendum crit, ris, frigi- Jr frigidiffimi medicamenti penetratioadjuvas 44 2s
Ar? px flit. abplican- 47. Et quemadmodum ratione partis ab jni- B | bebati |,
Ho dictum eft;non puis repel Hane. ieudu B. t "T" PA E: infamma (Ie,
fed attenuantia aliqua effeadmifcenda ; 1ta | à [102€ 5 17 lin declinauone non
pu risrefolv im us utédv I sch æcoiimatio docuit Galenus 15.4e:5. fed nonaihil
adftrin- ne puris re Ipentium admifcendumeerit ; ne laxatà nimiümo | (juez j.
parte, tonus illius deftruatur. bus non utedum . De Hyárope. 149. Varmwis illud et
veriffimumfit;& Gaost bydro- leni auctoritate confirmatum, /:7b. "
ferofr H0 $5 TUR que tao pur. CAYC oportet ic- Mast lrofos humoresab1 initio p!
Iro ari pc offe, quód. nul 44 ize ; illain eis exfpectari debeat coctio, quód
nullam purgarz cionem admittant ; cavendum tamen erit ; 5o, validis fed à levie
ribus tn- ehogdum. Poft bydra g^:^ vale 1:a ventri ciilus vobo YADUÁLS . 1n
Iydre- picis «tte- nudis tenda s nt butic- yes p wies mua du- "T poffint .
In bydvopt DEG m ear1té xWAII2HÍ dia no 1i- ff LCLPDP Iní y iret ín düweti cis
nà diu 57 fallenLVDb. SEPT.ALII MEDIOF. cOgIS ftatim ab initiojfed ]evao 222
validis uti hydræ rialiquo med icamento erunt prima excremen- ' ta educenda ;
et fic vie ad-validiores evacuatio- nes prxparabuntur. 49. In valenticrum
hydragogcrum ufü fem- per maxima ventriculi: ábenda eft ratio : cm., cnim
majori ex parte tonum illius I5befactent ; fi frequentiüs, u ità multis
foclet;jexhibeantvr;nisíque abillorim exhibitione ventriculi habea- türratio,
imminvtà aqvá flates cilicrem, fi Averrci credimus, zerum noftri m» inducemus.
jo. Vt veriffimum eft, ferofos hos et aqueos humores nvllà coéticne effe
preparandos ; )ta» cüm pctiffimüm perl-tiumfint evacüandi; via, per quas
permeare debeznt, infar&u funt hbe- randa: in quem ufim et decocta,
&fvrupia atte- nuantes, et abfteroentes, et incidentes maximé converient,ut
cráfficres,& limcfi humores vias cbfttventes, et effluxumvrinz ad renes, et
ve- ficam impedientes pra parentur, ac facile educi poffin at, $r. Nectamenin
horum ufu diutiüs infiften dum eft, ne dum 1d tentamus, morbificam cau-
famadauecamus. $2. Hocautem maximé in vfu vrinam proe [Hi mmcventium eft
animadvertendvm, et cavendü: vidimus enim quàm plurimos, dvm obftinaté nimis
per lotium humores hos fercft s deducere: 1! ec obfervarent,an co-- 1t
potionibus 11$ tentatent; pia augebitur, et in^ deteric remfpeciem hydrcgi is,
et curatu ciffi- la urinz augeretur, mortem a grc tis fuis acce- Ica petu [entà
il!à materi in corpore reten- IEà, et in morbificam caufam mutatà. $3. Praftat
igitur per tres, quatuorve dies, lipericulum facere, et potionibus rem hanc
tam- iquam aptioribus aggredi : quód fi pro voto hzc inon füccedant, aridis res
erit tranfigenda, fuccis Iconcreus, pulvifculis louum premoventibus ;
Itrochifcis, et fimilibus. $4. Rhabarbarum, quod in hydrope labo- Prantibus 2 à
mune. commendari video ; ut for- . [té aliis pro roborando hepate acmixtum
ccnce- lili poteft; ita fi frequentiusin ufum ducatur,aut licommanfum, aut in
pulveris formam affü m- | ptum, ad evacuandum numquam probarià me pee quód
talia a aprum non fit evacuare, qua- lia opus effet,quoc ique docuerit
Gal.Zb.de purg. I ozcd. f acul.eap. 2. quz flavam, vel nigram bilem purgant,
Amportuna efTe, et inutilia hydropicis. $5. NNon omittenda eft Galeni
animadverfio lex Afclepiade, 9. de compo[. sed. Jeeundum loc. et ; M à
Tralliano repetita ; cavendum effe à frequen- f uoribus, et iteratis vacu:
auonibus;qu iod hydra- j.o02a hac per fenoceanrz he pati corpi üfque uni-
ver(um reddant debilius, et plus phan quam. profint: itaque faris eft; ceftante
A lex./ib.9.cap. l| 2. paulatim, et tutó vacuare, quam fe finando,
perturbandoque,unà cum morbo agrum de» medio tollere : praftabit gitur, ev
acuatà parte materie per feceffum, hepar per aliquot dies ro- borare, moxque
yacuationcem repetere. 16. QuamM aum, £5 quando. Potulenta i» bydrope Ex ep?
fafüecin. Rbabarba ri Lbydro- picis inuts TH Hydropi- cis rebett- ta fapiss
bydrago-- gAnexia« vefeckHa ^ $6. Quamvis duos hydtope laborantes fana-
pydlropicis à viderim ; quom in cruribus perfe excitatis, eribus et
difrupus;& multà aquà ons eam partem eva- ephlicat^," caatà, exhibitis
pofteà multis hepar roboranti- pericula-. us; nullos tamen umquam fpacio h oc
quadra-- e cinta annorum,quo in magnà hac urbe medici- ' 'nam facio ; curatos
vidi, quibusà Medico vefi- cantia cruribus admota fuéte, fed fere femper
cangtznz fubfecutz funt cura itu impoffibiles; ;ut paümée etiam doctiffimus
Maffaria longà expe- rientlà obfervavit. e De Lenis obftruélione s C darstie.
$7.3 N fplenisobftru&tione non ftatim refol- Veleibis s,quin ne quidemattenuanabus
'alidis medicamentis cftasen dum :cüm enim anenuan Vicus hoc femper fesculenus,
et craffis fuccis sibusagé- refertum fit, gi ulum impendet; ne fubtilio- dum .
ribus,& liquidioribus parabus abífumptis,craf- fiores, quz remanent, per ea
quafi lapidefcant; et verumfcirrhum inducant. Splene ob- (8. Prineipio tetar
emollientia adhibenda» Jffructo c (ui t; et fluxilem materiam reddentia ; poft
au- duroymil- tem difcutientia tuto adhibere poterimus. dendi Uu. $9. Sed
cautione hicopus eft, nó effe utrum- 220, post . vefolven- gum, Splene ob-
Firuclo,no validis :ue hocofficium femel tantüm prxftandum;tedij repetitis
vicibus;,punc emolliendum;nunc quod emolliítum eft et fufim aifcuti tiendum ;
itertimi-J que quod jam emollito fübeft;iteruin emolhen-4. dum; mox ;élbtvendii
S digas tota molers$ ditfipetur . . Nec z5j 6o. Nec placet, quod plerifque
ufiratum fci- 17 l'en nus, m initio emollientibus attenuantia admi- ticis 9 l|
fcere, ut illa incommoda evitemus : cüm eim lentius. eodem tempore ducrum
illorum operationes ^" "5^7 | perfici nequeant, fed
attenuantium,& difcu üen | rium ;ob caloris efficaciam, actio multó citiüs
ll abfolvatur zinillud femper incommodum inci- | demus, quód difcuflis
fubtilioribus part ibus, | qua fuperfunt ficciores evadent;ac difficilius fu- perari
poterunt. 6&1. Nullo modo Hier. Mercurialis fententia 5?/enicis in
obftructionis lienis curatione ; /b. 3. de cogn. '^Xàtións | C c ramdigibuma n
corporis aff eciibus, cap. 21. re- aliqua ad | E: ienda eft, càm in lienis
affectibus curandis, ^44 imu am neceffarium effe cenfuit, ut medica- "^*^:
I"menus laxantibus commifceantur adítringen- | tia, ob eam rationem, quód,
cüm viícus illud admodum fit 12no bile ;fuà naturà debet effe la- xum, et
latum, ut facile recipere pr fiit humo- I res melancholicos ; cüm fententia
hzcé directo | repugnet 13. Z44eth. cap. 17. fed maximé 2. ad E ec. cap.
$.& ratio id docet :cüm enim vifcus | fit non parvi momenti,multum
refert,nimiüm- ne fit laxatum; fic enim illius tono perfracto,fa-
cultatibüfque- naturalibus i edditis 1mbecilli- bus, minüs recte fanguinem
defecare po terit,& | hiepa r, corpüfque univer(um expuroare: minus | tam
en, quàm in hepate curando hac in re eri- ] mus folliciti, et in minori copià
emollientibus ] Bicuingenna admifcebimus. 62. Fruftraobíftructum,;aut duritie
tentatum Lies vix p lienem tuno O56 feenda « fe lot: poet PÜeyieióin € fr
ncifio TU gon Put- yofos Las 6 J quB s et 4 ob J 11] g'4paran- 20 di r
orediuntur ; cium enim mdflns ab hoc vifcere adl vias urina fit tranfitus,
Galeno etiam tefte, 15.. Meth. 17.1d fruftra tentare cenfendum cft, in. quo
Medicum fruftran fine contingit:per fecef-. fumieitur ea materia ducenda etu
Quód fi quan: do aliqui per lotium copiofum curati vifi funt, ut de Bicne
fcriptum eft j 2. Sec? 2. Epid. id vell; et per vias occultas factum]; recenfet
Hippocrates ;velf ane aliis adhibitis re--|, tamquam rarum; mediis emollie
ntibüs X diffipantibus, et per alvum fübducentibus,cüm multa feeculenta. per
venas pbi. materia, qua foveri;ant re- novari tumor ille poterat ; per urinas
ei fubdu- ét, pra quod imitari Medicus poterit ; ubi nigras craffas,
foeculentáíve urinas adetfe COgnOverit : P Jienem curare conantur ii ; qui.
diureticisidag-. expurcay i in? rfervatio potius, quàm curatio facta eft::|
autt]. diureticis enim tutó tuncuti poterit, adantece-.| &4cntem materiam per eam
partem vacuandam..] De lero. Icet Galenus nofter, Jib. OQ; 40$, C2 quando ;
purgare eportet, doc uerit ; lenues, et feo j* initio efle évact icteritia
biliofi fucci funt ftatim evacuandi ; neiw que enim f: mper ten ucs funt «neque
ferofi dicii] poffunt: preparandi igitur ante evacuationem jl et,fi putrefacti,
omnino concoquendi ; vel exd K "I d. s ^ d - ! fh fent Ruffi fen -- Ww
"2 wi 6 A. Á t :s humores,nullà exfpectatà ccctione, abii 'andos,non
proptercà tamen nah Med imperfecto, un lequaque bile difpet: ieve- inert.
&4. At veró cüm bilis quàm minima copi: à» e. ida A clerici vA int nalliad
inteftina crahifmifs ; ex obítructio- ;, d n F II. 2257 1 [2 "P2: * S x
Leltis ned ntiori- Ine veficz fellee;torpida remaneat expultrix fa-. ;, 4j.
cultas int eftinort um, va le ntioribus femper mnc- Cc£ADRERTS ldicamentis erit
utendum . ond. 6*. Cavenda tamen. valentrora hec medica- C) a5 dà limenta
erunt, fi aut ex hepatis inflammatione» wvalentiec1 Íymptorma hoc fuperven«
rit, aut motu c ririco, fa furgan De Colicis doloribus . ^ i :, 3 1 anodvnorum
in hoc morbo: lud 1s ecolieis P W ha i primóanimadvc denied Bi iritio, fl
dulorzbug in ufüm ducantur,antequam evacuata lit mæ- initio teria, non
effeadimifcenda valentet difcutientia valere? flatus; ut rutaceum oleurb,
autolea quibus ru- [citieita » ta, baccz lauri, et fimilia incoctafint,etiamex
^^: Galeni oracepto 12. 74M erb.8:cüm enim ob co- plam mate riz affidué flatus
eenerentur;non va- lentia illos difcutere, fap édok res augent, G7.
Erranzimultó magis ; qui 1180 leis vinum E aut fapam (tatim ab REPRE dmifcent;
vfteribus infvpdunt: cruciatus ab n fiepe aup» colicis clyfteves ab initio cum
vinos eentur, excalefactis, attenuatis nimiüm rai 3 fabA3 T Ó ot. ZEE . á vUeyí
j"pyp" fis et frieidis humoribus ; et in halitus ele- 55i. vatis. d.
I" ^^?" 1 diss A143 529 )' 6o. t quemaa modum catlidaiozà hact oten-
colicis €8 tia,frive itf 351 five extra,!n prit pi lo non la uda- /ida va4l-
mus ;itaáctu etiam nimis calida concedendas 4» 44^ s cí C eocamiFt ; tpalá » Pa
69. Anime Chfte 69. Ánimadvertendum euam ; ne clyfteres colicis ge 4ndantur,
repleto adhuc yentriculo: fic enim ci- indantay, Dus attraheretur apte ten
pus,magi(que impin- repleto ve gerentur crudi humores in intefünis, augeren-
triculo. tur dolores, et cvratio redderetvr difficilior . Stubéía- 70. Stu
pefacientia quamvis in omni dolore ttezt/27? colico convenire poffint ;
frequentiüs tamen in col'icis 9- nm duci poffunt,ubi materia morbum faciens
Prom^.po- c lidior fit,& acris : non folüm enim fic fenfim pol O btundim
us,fed etiam caufz morbum facientis ris e,Lj. au onem habemus... | dis. 71.
S1quando tamen iis utendum eft;eó ufq; Opiata i; ion funt differenda,donec
vires vitales jam col- eolicis, vi labafcant ; egérque non longe abfitab
interitu : rió4s va- folet enim fzeepenumeró fine dolore dormiendo denriéus .
yita terminari . Colicis ip | 72. Incolico dolore ex pituità, fi quis recen-
dolor;5j; tàorum dogmata fecutus lenientibus folis;aut ad furgani- fummum ftercorariis
admixtis aloe, aut. Hierá éus in ini Galeni ccntentus, à purcantibos veris
abftinuc- fio utez- rit tandem honoris jacturà factà;aut eeros mo- dum. ricum
maximis cruciatibus finet,aut alterius Medici acceffione, qui cum Grecis
omnibus, et Mauritanis, validiori medicamento pureante, et abftergente
propinato,materiam ab inteftinis deturbabit, ac eà ratione dolores aut
imminuet, aut tollet, exiftimationis non parvam jacturam faciet: non valente
enim leniente medicamento vifcidam, et craffam pituitam deturbare, et Hieràob
tarditatem actionis diutiüs in intefti- inis commorante, et fepiffimé non
valente per- cranZ ^ ^ * ES wg. JERDL Q4 T: 2e C RE--- 0 0 M ANIM-ADVERS. LIB.
FII. 229 canfire, fed materiz illi craffe adharente, ele7 vatis flatibus,
validiffimi dolores excitantur ; et augentur. Qr'are preftaret u rgenti dolori
quam- primum r eductà materià fuüccurrere ; et 118 uti; qua cum attenuantibus
mixta citó materiam» fubducere pcffent. Neg; impedit, utad locum aftc 'ctum
materiam deducanius: nam neque ve- 1e locus affectus ita lafos eft ; ut hunc
Serien non adizittat, cnód ad hoc à naturá fint inftitu- ta inteítina ; et (i
qua materia ad eas partes du- citur, fimi le tiam cum præxiftente evacuaturj fi
affecta cflet pars, fi inf! ammatlorne ten Haste] tinc maximé peecaremus, fi
talem 1n eo caíu evacuaticnem procuraremus. Neque cruda» hac materia dicenda
eft cà cruditate;que ab 1n1- tio, pracepto Hippocratis; evacuari non debet; de
cà enim ca fententia intellieenda eft ; qua ex pt tredine fadià, Coéctlo nem
requirit; qua putri- dis debetur hi moribus, quales fu nt humocresin febribus
putrefcentes.. Hxc extra venas eft; 1n locisad evæuationcm inftitutis fine
eenereillo putiredinis, ita ut folis attenuantibus aliquibus ; et
abftergenübus, tam peros fumptis,quam 1n fufis, preparariad evacuationem pofhit
; quin- imo infu fis per clvífmata Pa U. atà vià,& attenuan übus
mediocribus difpofità materiá, fi ctia pureantibusattenuantia admifcuerimus,; X
eft Hiera, intceré omnibus fatisfacere. poteri- mus ; fic enim fvbdv cà
materià, et diícuffis, quin et expulfis flatibus; aut dolores folventur ; 4 alt
certe maitiores fient, Dp j 71, Olei i;0 V/ussli,- 73. Olei velexamyedalis,
velex femine lini ij: in colicis wis, ubi multaadfuerit materia craffa
;inuulis;] i 205 €v4- C^penumceró effe folet,reünetur enimaliquan- | í Bus ss
do; et vifcidiorem materia reddit : et licet tam--| teria, i,, quàm anodynum
quandoque mitiores reddat] i: il. olores, quoniam tamen materiam peccantem /]
ii fubducere non valet ; folent non curari dolores ; |ui Íed fepe denu ó
infurgere. Oleum in. 74. Apertàig itur vià, et fübductà parte mæ] ui cici;
lerie,autenematibus ; aut medicamentis pure «du ou^»do gantibus, fradhuc
urgeant dolores ; preftandf--[n optimum fimum effe folet prafidium. préftdib.
^5. Sedíi vereamursautob craffitiem mate-.| rdg riz; aut ob ejufdem
quantitatem, ne poffit prz- ddodacs terfluere, admifieadunilli etit
nonnihilabíter- abfise, 8 gentium,ut meliis rofati folutivi;aut etiam pur- |
tibus, ay; gatum, ut diaphenici l;ve cl electuarit Elefcoph,,| purganti-
diffolutoru mcum aqua aut glandium Perfico- | y; éus . rum;autaniforum; aut
fimilium . Ín colis |. 76. Quod fia à flatibus.dolores provenerint, à flatuyo-
fine mulià copià materiz, nihil eft quod magis ha data exufit effe foleat eodem
oleo;etiam ab ii nitioauc | etiam. ab per fe fumpto aut ; quod: melius cííe
facpius ex- Jue sr ^- pertus fum, cum pradicus. | EI Seem 77. In ufu
vomitoriorum cauti fint maxime: [i A a fi enim ventticulus, et fuperna parces
inteftünoe | £olica. s. Tum replete nimium fuerint, ex ufü maxime li fvs, c» 4.
€rünt, ut medicamentis ad dejiciendum ingefts: [i éufus... locus detur
pertranfeundi: quód fi totus dolor; eiüfquecaufa infernas partes obfideat, non
fo- lum fruftra tentatur vomitus, fed aliquando fit. | cum ANILMADVERS. LIB.
cum zerotantium certà pernicie;vo Ivulofi enim fipe fiunt; ac cum certo mortis
periculo, etiam ftercora per eam partem evomunt . 78. In cucurbitule magne
appofitione regio- ni umbilici ea adhibenda cft cautio, ut ea ex illis fit; quz
funt in medio perforate: fit enim fzepe- numeró, ut cüm pars fub]ecta mollis
fit ac pan- eguis,multa illius rcoles inuró trahatur, qna fub-
tractionem-cucurbitulz impedire folet : unde» vel diutiüs retenta 1n fp! acclum
fübjectam par- tem deducit, aut fi frangatur, ut hocincommo- dum eviremus,
aliquando ex vitrorum fra- ementis cutis vulneratur. 79. Cüm pluribus,
potiffimum mollibus, et perpinguibus, hx: antes fere fintumbilici, et ex vi
füperpofitz cum igne cucurbitule pinguedi- dosis a portio aliquando trahatur
per eati partem, confalo;crifici o1lliut prius fü perponàt parvüm ceratum,
puta,ex cerufsà coctà ut tale incommodum evitent - Vrincolicis doloribus ex
flatu anodyna ftatim et interna, et externa concedenda funt; ut cruciatus illi
mitieentur ; matcria; unde elevantur, fitevacuata; ita ea fu- gienda effe
cenfeo cum Gal. 12.7 eth. qua infi- gniter calefaciendo difcut ere quàm maxime
va- lent: attenuata enim fnateria. majorem Jocum. occupans inteftina magis
diftendit, ac flaubus 1dauctis dolores auget. Cucurbitula etiam in iis
dolor'bus ex flaVII 3t eadamfi nondutn : Cucurbi- tale ma- £v4 inco lzcis appls
cand& cati £10 e V mlilic? mnunter- dus in ap- plicatione cucurbi(Ux 4.
Colicis ex f'atu Ta- lenter di- fcutienits An6XlA « Celieis ex tibus, ubi urgeat
fyroptoma, uti poffumus ; fed. f/4tu /a£o FP cctTante vàtes 441 Ce(lante
dolore, vel mitiore reddito ; materias; eucirbituunde elevantur, fübducenda
eft;alioqui redeüt, le ufam ut optimé docuit Gal. 12. Adethb. cap.8.Si tamen
P^44:- non adcó urgeat dolor, utomnem ad. fe trahat indicationem curativam,
preíftabit evacuatio- nem pramittere,prafertim fi multa fübíit mate- ria; aut
adhuc novaaffluat, ex 13. Z4eib. 19. 92. Contingit aliquando, ut colici dolores
adeó vehementes fint, ut omnem Medicorum 444 qu, Operam eludant, 4C quocumque
auxilio adhi- doque tet bito potitis augeantur, in quo cafu ad contraria dum.
€tittranfeundum:Cüm enim colici dolores ma- jori ex parte à materià frigidà
fiant, aut à flati- bus diftendentibus; fit aliquando, utaut ratione dolorum, aut
vi igiliarum, aut maroris, ob con- tamaciam aut incalefcant nimium inteftina,
accedentibus etiam calidis, et intrà,& forisappo- fitis remediis aut
phlogofi quadam tententur, autetiam verà inflammatione incipiant affici, aut
multa præxiftens bilis ibidem transfunda- tur; unde ad conrraria erit
cranfeundum ; et in- figniter refrigerandum. Quod mihi anno prz- teritoc
ont191t, primo in nobili Hifpano, peci- uum duce egregio ; poft in N. à
fecretis Iluftrif- fimi, et Excellentiffimi Marchionis Caravagil, qui cüm
colicis doloribus per aliquot d lies fuif- fent acerrime conflictati, et jamjam
mors efset pre foribus;nulli Jp /^ eget arteriarum pul- fus; fudores adefsent
refolutorii, nulla denique ampliüs fuperefset fpes falutis, ne quidem apud
Medicos cua prettantiffimos: accerfitus et ego, cum Golicis im delorióny
frigida a«x - A "use c EET 1. cim fitim inexftinzuibilem,linguz
fcabriciem, nierorem, ac.duriciem, pertactis autem hypo- chondriis, et ventre
inferiori, calorem in parti- bus illis eftuantem adetl c obfervàffem, Hifpano
aquam multam nive et: um refrigeratam biben- dàm exhibui, cüm naturà abftemius
efset, et multz aqua potator egregius ; in íomnum pro- lapfus eft, et quatuor
horan m fpatio cüm dor- miviíset, dolore quodam. inferioris véntris, à primo maximé,
ut ipfe referebat, diverfo exci- tatus à fomno, miram bilis flav copiam evacua
vit, et à doloribus liber evafit. Vndejcollegi; Me dicos, qui illius curationem
f fufce, "erant $ 1n Causa nx rbi illius longe deceptos bá e cum. calidis
remedus curationem inftituifsent, à fr1- gidà materià factum morbum judicantes
. Alte- rumautem, cüm jam agentem animam invenif- fem, non alià ratione ftatim
curavi, quàm lineo i|ds plicis in quadrati formam com- to, hine immetfío ; ac
mirantibus aftanti- bus quid facerem, ventri füperpofito.cumque» ut dormiret
injunxifsem, dnt itiüíq; edam fom4 poopp refsus fine motu cum conquacte CICLU,
VCrentes affines, et uxor,ne jam fatis ceffifset,cum experge f ecif: ent,
indign: inuitus s, quód tànto bonoe eum privà sen t, quafi € lecto exiliit; à
do- Lubin cmnino ibis : 85. Si1ex Miiaienon inteftüni dolorem. fieri conueerit,
caveat Medicus, ne ullo qvan- tumvis levi medicam nento fubdi jcente utatur,ne
attractisad parteminfiammatam ab illzefis par1 i9 ee si I2 celíci (x inflar H
?97»at105H£ [^ purgatto )* yv TEIZETTS tibus; calidis;aut pravis humoribus;aut
inflam-, matio augeatur;aut impedito tranfitu,in volvu- lum de(inat. Caffia dn
| 94. Caflie tamen folius ufum aliquando non eoiicis ex refpuerem in tali
cafu;quód miti illo,blando,& sfiam- humidocalore lie pé i inflammationem fe
det, do- 745"* lorem ]eniat ; et fuppurationem tumoris ad- 1075. juvet ;
Seu d 95$. Quamvis venz fectioex
brachio in coli- Coco 9? 6o dolore x inflammatione, decreto Gal. 12. dolore ft-
da bina AMetbh. zzed. commendetur : sf tamen eó ufque » 514],,. P'orbus
pervenerit, ut urinim fü pprimat, fecta liquagdo Vena intalo maxime conferet;
aut poft priorem coofep:, Mlamy,fimultaadfuerit plenitudo, aut etiam fi talis
non adfuerit, fi ex talo loto fanguis primo mittatur,non erit preterrationem, d
expteri- menta. De lvi fluere [ N alvi profiuvioillud ma: ximé cavédum, epus
ne,dum virium maxime habere ratio- gui L nem voluerimus, confi et jurt- bis
pinguibus laxitatem ventriculi, et intefti- norum nimiam neenon: ius ; alvique
fluorem jn Iecamus. I» SN 97. Sunt fepenumeró noftrates Medici in., rf.io
frigido potu concedendo reftricti, ut rralint ^ gidaus cum manifefto detrimento
tepente aqu àfluxü, potus [epe laxitate introductà, alvi augere, eo confilio,
convent. quod frigidum nature inimicum cenfeát, quàm Juíto jufto teri defiderio
faüsfacere, quod tamen na- tura eti. am bene operant e fit; ut et adítrictioni
Bt fni dumm (atisfiat. $8. Inflammatione tamen verá tentatis inte- ftu nis, frigide potus vitandus
eft. 69. C Cavendum in diartheeà, quod plerifque video confuetum, ne femp er
aut in plerifque» ftatim abft erforium aliquo d exhibeant; ut mel; aut fyrupum
rofatum aut fimplicem, aut folu- tivum cum fero lactis, aut mannà;cüm enim ali-
quando bene Opcrante n. atura id. fiat,non erit aut irritanda, aut promovenda,
fed totum ne- 9otium natutz erit relinquendum: fin veró ma- là qualitate
icritata etiamid natura przftiterit; non etiam erit adjuvanda, ne calcaribus
natuta current addius, pt Izecipites in mortem agros igamus : 1peCctatores1g1tur
p« nus hu jus tnotüis nature aliquandiu erimus, et morbi morbifice- quecaufe
potiílimum rationem ha bebimus, Quod fi naturam hifCere, aut fuccumbete vide-
rimus,neque materiam poffe pfo rauone eva- cuare,irritari tamen pattes;
fzprüfque ad excre- üuoncm fere inaniter provocari ; tentiginem Hn ano; et
inane defiderium egetendi fubcíle ; tunc manus adjutrices petita 'ere coni
eniet, atque.» abítereentibus uti ; quin aliquando folventibus blandioribus; ut
matind,& (yup o,aut melle f£o- fato folutivo;ut quod pluribus egeftionibus
cum dolore, et natura labore evacuati tentatut, bre- viori t€empore,&
mincri moleftià educi poflit . De Frigida f'gien: dá .AABngB fla 375 72411058
inteftino- Yum OQuado ab fe '"geati- bus i diay vL&a uten dumIz dyfen-
geria qua do purga- dum, c^ a [£4 Jed bono viclu C facili ad alia 236 LVD.
SEPT.ALII MEDIOEL. De Dyfenteria. 90. Vmin curandà dyfenteri3 adeó diffidenr
tes fint etiam doctiffimorum virorum. fententiz, an reterto corpore pravis, et
acribus humoribus, laborante dyfenterià verà, ulcera- tis, aut abra fis
inteftinis,conveniat medicamen- to aliquo faltem blando, puta, Rhabarbaro,
myrobalanis ; tamarindis, manna, fyrupo rofa- to folutis vo, et fimilibus,
humores evacuare an potiüs omnino ab iis fit femper abftinendum,; qt ie in
mediciná faciendà maximi momenti effe conftat. Ego nonaliam hac in re fententiam in medium proferre
tentavi,quàm eam, quam no- bis tradidit doctiffimus Vallefius 4. Epid. cap.96.
qui ab utráque fententià extremé diffidens, ali- quando pureandum cenfüit,
aliquando omnino abfüinendum y voluit. Verba eius fünt : wt zn d'yfentertco ef!
cusa cacochbymiasmæna exulcera- FIO nondum Wai TAG aut cum exulceratzone magna
cacocbymia EXIGHAS AUT ut raqs exiguas aut utraque magna: $z pyimium, expureari
debet: S1 fecundum, miti o fe dad [i dores,ad urinam ; ant vomitus »o0t
"andum, e infa umaum loce alib Z7A1 777 C i ius 3 cu £X- tertius pro
ulcere curando : Si tertium,ue tunc qu. dena localibus admoduss, "eq;
purgatzone opus eff, f €UdCcHuA 107€ 5 6 €Yi- vatione : Si quartum, "aic
abilis eft, facies aut Hi. bil, aut omia tentandigvatia, velut 12 ve de[pera-
Tales enim etiam cui ationes aliquando pro- mihi femper difplicet illud Celfi :
ó&pe ] 4A. C iUcrant; : neqs;i JAXNTIM.ADVERS.. Sape quos vatiozon juvit,
remery i47 dia peyut à 91. Debet i1giuir quan primum hujufmodi 7» dyfen- humor
pravus ;& acris evacuari aliquo ex prz- teria, ubs dictis medi1camentis, fi
illius m: enam copiomo PA/*9Z4d, €X CIIS amalrcre, ventris ti his tione, avt
aliis qmm fignis fübeffe ccgnoverimus, antequàm ex fre- " id qt enti, fed
paucà excreticne ulcera adaugear- Heo e: [Ur,aut vires de ji ICIantu | 92.
Animadvcrterdvm tamen, fi fübeffe co- piam arrabilarii humcris
cognoverimus;,etiamfi exulcerauc adhuc magna 1n inteftrfüs facta non fit, non
ftatim purgeante medicamento cffe edu- ; cendam, cancerofa enim u Icera,&
peffima ex- citaret; fe dattemperar!, ejüfqu e ferocia delini- ;e, bris r1
prius debet.: quod ubi factum effe cognoveri- feroia il- mus, cmnino evacuari
debebit, fed blandiffimo iss tezzp medicamento ;, deccétione tamarindorum, vel
72454: jmyrobalarorum, cum fi rupo; vel melle violato f"'g26z. folutivo,
iifque fimilibus. 3. Rhabarbarum in dyfenterià ab Hs."qUi nLea BAS rt:
orum dogmata fectantur,qu1que pur- £227» || gandum fepein cà cenfüerunt
quamquàm vl- 4yfzate- I deam paffi m ad hunc finem in ufum duci. potif- ria
f/'sfpr- l| fimüm ubibiliofi,«& acres humores abundave- &- rnt;quod
tamen et tpa "Enos partes habeat, || quod in fübftantià affumptum, ut in
hoc affectu || pleremque fit tunicis intefünorum, et ulceri- | bus adharefcens
dolc res pariat implacabiles; ut I fa pius obfervavi, omn ino fuoi ndum cenfeo
c; I quamvis fvrupusde cichoreà Gulielml cum eo. ccu. cà | paratus ad/triélione
carere fatendum ft, cimo Zadar iamcn y 4») 7 C-0 terta, bue 530Y€ atra y'
bilario e, aAa0€Y 217*toG Gulielmt. 4-4 $2 tact» admit FN TS /2 19: &ji Rbhbaba pe bav
4 1er refackuim 2n dente eti at ei £ 164 à am. Df fentert £15 yao 47. s)0n1f
fan gHints ys!jf20; (e €Hvr » ramenà cichoreaceis igne illius partes reten-
'antur, fi cum decocto ramarindorum, aut my- robalanorum concedatur, non ita
rejictendum., cenferem.. 94. Sed 1agis etiam recentiores communi erróre decipi
iuntur, torrefactum R habarbarum in dyft enterià vagis,adftricüonem, et ex- ficcationem
augere volentes ; ut utràque facul- tate, purgatork à. .& adftrictorià
adauctà, melius intentioni fatisfacere poffint quodi innoc entitis fieri
torrendo putant ; cüm experientià conftet, medioctiter tot xefatutn
vehiementiüs,:à et mi- nori dofi purgare, quàm integrum ; 1eneas ta- men
partesadhuc magis vigere: et fi majorem. sd eto adhibuerimus, purgatorià
faculta- te penitüs deftituitur. 95. De mittendo faneuine per fectani vena, cüm
graviffimorum virorum fententiz é diame- troomnino inter fe fint
contrarizsaliis majori ex parte fanguinem mittentibus, aliis pumquatn.. Eco
hujus fii n fententia, fi fimpliater dyfente- riam confideremus, aut ejus
caufam, aut multa cx adjunctis, dolores, febres, 1inflammauones ; omnino
convenire miffionem fanguinis, quà& |^ fluentes hun ores ad partem
laborantem poffint retrahii,& plenitudo tolli, et jecur refrieerari ? fed
càüm fopiffimé à diarrhæà proc ducatur, illiüf- que edam perpetuo fit focia, in
quà,eti iamfi non fit pro mu ltitudine fufficiens, num quam mitten dum effe
fanguinem cenfui i Fil »p.& Gal.4 de 2 rat. yict, t5 acut. tie. ( I.4d
Glauc, CAD. 14- aubdi aut pl »1( it 11i "no AGE PCI y dg ima a AND aut
vires vitales fint imbecille reddite, aut pe- riculum 1mmineat, ne
profternantur ; ra ró cen- fendum eft occafionem dari fanguinis mittendi ;
potiflimum cüm majori ex parte in hujufinodi Caíu íciamus peccare humores à
fanguine diftin- ctos, et tales gros cacochymiá laborare, facil- liméque tum o
b evacuationem, tum ob vehe- men tiffimos dolores, vieiliáfque qu: afi
perpetuas,in fummam vitalium virium debilitatem bicidenc.. 96. Sitamen
aliquando mittendus erit.fían- Dyferre: euis,alvifluore non magno przefente »1r
inflam- cis quan- matà parte, urgentibus doloribus, hepate, 4»,c quo toto iua e
b febremzftuante ; aut o D Ca- fmodo[an Icfactos 1 humores in venis, viribus
prefentübus, fr confentrientibus, imminentis virium colla » is dicioni: penculi
habitat atione; r ec multu m,neque c fertim, et femel, fed parium per intérva
illa.& fx pius ev: 1CU: sÉ) ius, Aéti,& Alexandr etiam fententià: Ídque
non cà folàm rauicne, quód vi- res non 1ta dif : an ntur,, fed etiam quód
iteratà evacuatonce fangu inis meliüs revulfio perficia- tur,qua maxi re in hoc
atfectu expetitur,ut Ga- |! lenus auctor eft lib. de eur. vat.per [eciam venam,
cap. 12.fiquidc " | natura toties irritata majori cü 'J impetu et facil
Itate: affuefcit materiam, ad affc- 'J «tas partes confluentem .1n « ntrarios
locos de- pellere, et quafi per alios rivos transferre . 2, $45. ARTS TERR TES
Lathis 4 | Delactis ufu in dyfenterià cüm videam ; | Y p ied : Æ . oir furin d
ddociiffimos aliquos viros adeo iraffe, ob ^ " L1; 4c Q- mcm pr I " 4
b " j Fev?n | AAÀIPpOCI2US, C izalcni AUCLOILIAUT $ p 70r. X . et Celfi,
Ib. 3.cap.25.ut rariffimé in tali mor- boipfumin ufum ducant, quód dejectiones
fere femp er in cà fint biliofæ,& fc ebres non leves ma- jori ex parte
conjungantur ; cüm alioqui fciam maxime laudari à Gal. P de fémapl.smed.facul.
c 3«de alim. facul. cap. 1$. ubi non folüm dyfente- re,fed omnium ventris fluxionum
acrium opti- mum dixit effe remedium ; cenferem nullo mo- do, febre prafente,
et acribus fluentibus humo- fibus; lac convenire fimplex,& fine;
praparatio- nc; at paratum, ut faciebantantiqui,& ut docet Alex.
Trallianus, lapidibus; ferto, aut chalybe in co exftinctis frequenter ut et
ferofa abíuma- cuf fubftantia, et pinguis, butyrosáque corriga- turlgneis
abfümpts.certum eft; non nifi maxi- mas 1n boc affectu afferre poffe utilitates
; quód non accendi, et in bilem verti hoc modo para- tum certó fciamus ;alyum
autem fiftere poffe» certum fit, tum ob cafeofam máteriam incraí- fantem, et
frigidam ; tum quód ex candentibus lapillis aut chalybe adftrine entem
nanciícatur facultatem. in dies 98. Cümin principio difficultatis inteftinc-
zerici; cjy F0 » fepenumeró. mucofitatibus quibufdam fieri al apparentibus, p
affim Medici ad, Æ Eso a fférgentig €nemata deveniant, neadhzrefcente diutiüis
tu- "fas cugy nis inteftinorum hujufimodi humore falfo, ut €autioge . Ypfi
putant, exul Icerentur inteftina; fa 'penumeró etiam maximo in errore verfantur
: mucofitas enim hujufmodi non adventitia eft, neque præ ter naturam, fed
naturalis, quz à ipio inse nis indita eft; ut muniantür, ne à bile, qua cun
£icibus in dies evacuatur ; interna inteftinorun pars abradatur ; quz cüm in
diarrhocà ab acri- bus humoribus commota, et abraía exire inci- piat, fi
clyfimatibus magis abftergatur, denuda- tà tunica eo, quo munitur; faciliüs
exulcerari poterit : diligens igitur cura adhibenda eft ut mucofi, et vitiofi
humores ; aut à capite, aut à ventriculo defluxi ad inteftina; à naturali muco-
fitate inteftinorum difcernantur ; quod licet dif- fcile fit ; hzc tamen
frequentius cum pinguedi- ne junéta effe folet, et cem aliqvà rafürà internæ
tünicr, et tunc non folüm non eft abítergenda, fcd potiüs incraffanda;
pingeicribus,& vifcidio- ribrisinjectis tentanduim erit munire Ioca illa,
et acrimoniam fluentium hemorum reprimere, quod oleo rofato omphacino, aut
unguento ro- fato commodé praftari poterit. 99. Atin eodem errore verfanturii,
qui fluo-. C/yeriz re materiernm ceffante, dvfenterià tamen perfc- abifergem
verante, et ulcere in inteftinis,iifdemabftergen- */4 i2 fiæ tibus clvfteriis
utuntur, ex aqua hordei, vitellis dyséterie ovorum,& faccharo,impedicntes
hoc modo ag- an [Hs o eIntinationem, quód fic penumeró natura vifci- damin fine
materiam, nutrireaptam, ut repo- natur, quz naturalis erat jam abrafa,
eomittat., e 1 et1a72D rco. Tanta eft doloris 1n hoc morbo vehe- in riti
mentia, ut nullo tentato alio remedio narcoticis 5j, "ni fit f'atim
utendum, non folüm per os affumpts 5 4, cozve- fed etiam per inferna injectis.
, Iniüstamen diutiüs non eft perfeverane Nareoté Q, gum, Narcott pies 9 dum,
quoniam fiepé imponunt : cm enim fo- enterta Pon mnü conciliàrint, proinde
fluxiones futerint, et zendap, icfrigerando, et incraffando. humorum et acri-
moniam,« tluxilitatem imminuerint ;olore ) imminuto morbus curatus videbitur,
nifi tamen v lutinantibus, et ficcantibus uicus fanemus, re- crudefcet morbus,
et novo dolore fupervenien- te; nova fluxio excitabitur, et ulcere non curato
difficultas inteftinorum denuó fiet . Dyetei | 102. Pinguia cuam illa ; et
viícidà fübftanria eis pin- prædita ; ut in acerrimi humoris fluxione necef-
guia im- farla funt, ad Internam inteftinorum tunicam ssittere | vefüiendam,ne
magis abradatur, et ad munien- q4and» das udceratas partes, ne morbus augeatur,
et stile, et dcloresexacerbentur ; ;itainilsnon multüm cft ^ infiftendum, quód
fordidum ulcus efficiant, et itiniiss: progreffu temporis.curatu
difficilius;abfteræn- tia igitur funt 1nterferenda . | 103. Queadeo exficcantia
funt,ut arfenicum nimi; *X (t ochifcos recipiant corrodentes, et carnem,
fceántes in ulceribus fübcrefcentem altmem poffint, ut in dyfia- paffim à Rhafe
et .Mauritanis propcnuntur, teria om- numquam in ufum duci debere confülo ;
tum. zino reij- quodadeo quandoque valenter carnem nein cemdi,
mant,utreliquamanteftint füubftantiam confü- mentes perforare foleant;
;quamwvisenim paftilli Pafionis, Andronis, ex minio, et quz ex arfeni- Co etiam
fepiüs loto parantur, externis ulceri- bus; vrina et callofis applicentuz; fi
tamen fen- tienti mul tüm particule, aut nudz,:& non for- dida, nonve
callofe ; aut fane applicenrur, no- Xas Clyfferes * » dis b. am. vt. IDdpe pm o
| xas afferunt inemendabiles . Et erit; qui 1n abra- ! fis, cruentis, nudis
inteftinis, etiam fi ulcere la- ! borent fordido, audeat clvfmare infundere» |
acria hujufimodi, et corrodentia medicamenta ; | quibus et acerrimi dolores
excirantvr,& intéfü- ! na dilacerantur, et fepe perforaptur ? 104. Siqua
tamen acria,& valentet fccantia. Arrius infundenda font, ut mvria olivarum
; aqua na- efus in :urales Salmacidz, lixivium cum fapone, et fi- 4y/euteria |
milia, ftatim fuperindendus erit alius clyfter ex quid ffa- | oleo rofato aut
ptiffanà,aut decocto furfuris ^7 facié- | cum fyrupo de portulacà et ovis; ut
et dolor le- MT | niatur, et tunica veftiatur . 10$. Quoniamautem evenit, ut
injectus cly- Chyfer sut | fter ftatimaur exeat,aut propellatur, ftatim at-
retzzee- | queinjectus eft, fovendus erit anuslineo panno /^" quid !
intin&o in decocto rerum adftringentium, atq; 74/444 : etiam aliquo conatu
manu pars erit compri- menda. 106. Quamvis hepatitis fub morbis hepatis ratis !
collocari deberet,qvia tamen à Practicis fib dy- /imulare | fenterià curatur,
volui pra ftantiffimum reme- remediz » ' dium hoc loco docere, quo, fi alio
uMo, hepati- ! cos curari poffe experientià multiplici cognovi; ! coque
libétiüs,quód ev porifton eft medicamen- tum, et rationi conveniens: Sumitur
uva rubra, | quam Pignolam noftri dicunt ; acinis eft ncn. magnis, racemis
adftriciis ; ut tardiàs mature- | fcat, et vinum nobile, rvbellum, et quod
P;caz- ! te vocant, facit ; colligi debet dum media eft in- ter acerbitatem, et
maturitatem, quod folet Q 2 apud inermes e»ecAnti- Pss exhi- bendis quid pr«-
Jlandurm. apud nos effevetfus dieim feftum Nativitatis S. Virginis Marie;menfe
Septembri; Soli perqua- tuor dies primó exponitur, mox ia fvrno femi- calefacto
exficcatur, et fervatur ad ufüm: et ve- niente occafiope, quoniam emollefcit,
in vafe.» vitreato, aütad ienem, avtin furno iterrm ex-: ficcatur, adeó ut n
pulverem reduci poffit. Hu- jus drach. 1j. per duodecim,aut quindecim dies, ex
vini rübri potentis unc. iiij. fineulo die ; per quatuor horas ante prandium
exhibeo, et cum. hoc folo pra'fidio non paucos ad ptiftinam fani- tatem deduxi
. Nec mirum.fi femper non fiicce- dat, cüm;ubi radices eeerit,difficillimé
curetur. Ex vino autem concedemus, fi zeri careant fe-. bre ; qua fi conjuncta
fit, locovini fnmet deco- C donem rad. cichorii craffarmm, lone ebrlli- tione
cum expreffione, in quà fi chalybs ignitus fzpiüs exftingudtur, meliorem
effectum pro- ducet. De Vermibus. 107. Y N medicinis et per osaffumendis,&
per inferna 1nfundendis, fem per hzc adfit cautio,ut antequàm ea ipn ufiim
ducamus, dulcia aliqua, aut pinguia concedamus, ut iis allecti vermes faciliüs
ea comederc tentent, qui pro- pric; et veré et necare, et expellere € COrpore
eos poffunt. Melleieitur, faccharo, lacte ; avt pin- guibus przmiffis,
füccedent que enecandi vera mes facultatem habent. em | ! . Quin . -sa4g . Quin
ne hzc fola tunc danda erunt; ne à dulcibus ad amara, aut acria accedentes,
factà tatione in contraria, potiffimüm à gratis ad ingrata ; ab eis abfítineant
; cum dulcibus joitur admifícenda funt, aut pinguibus, utaliquá fimi- litudine
ducti, ac 2rato (pore allecti, iis etiam nutriartur, quz occidere eos folent.
rc9. Ob hancautem etiam caufam obfervan- dum erit, ut cüm unguentis, aut
emplaftris ad cos occidendos utendum erit, pxiüs Indansur clvfteres ex
dulcibus, aut pinguibus, ut iis alle- ét ad inteftina inferiora alliciantur,
ut. ventri inferiori illis applicitis, et enecari, et expelli faciliàs poffint.
110. In iis autem externis applicandis,ut quz ex farinà lupinorum,aloc, myrrhá,
ex fücco ru- tz,aurrutz caprariz five galege, vel aceto pa- rantur, cavendum,
ne rcgioni ventriculi appli- centur, fed circa regionem umbilici, et ventris
infcrioris:i!Ia enim fepe ventriculo infefta funt; et cavendum etiam, ne;fi ad
ventriculum afcen- diffent, in eo loco enecenturz, folent enim ex tali
occaficne qvàm plurima, et graviffima lympto- mata prodncl: przftabit 1gitur
ventriculum. fovereadfirinsentibus, et acidis, ut roborata parre, deorfum
pulfis vermibus ;applicaus ven- tri inferiori remediis, illos cvincere ; et
enecare poffimus .. Iniis,qve per osaffumütur, illud omni- no obfervadum eft;ut
fi ex iis fuerint; que et ene- Care, et € corpore propellere poflunt, ut
eftaloe,; Uu coloVerimes enecanti- bus. dul- Cia, vel pinguia admtifcen dà . Ante en blafira e- necantta,
VEFIACS, ciyfd eres dulces ip dendi. In vermi- bus enece dis emplea flra nbt
applicanda. Vete e»tcanit^ óns ger 9 fumptis, qutd fa- ^ eendum. Hamor-
tboidibus feperf'a? evactany- HPHT, n oàs occlti- denda,a? tna reli 'qu*nda,
fententia A3sGoris. colocynthis,& fimilia,ea fatis effe;fo]hüm q'ein-
digere aut re aliquiabftergente;áut etiam refri- ectante ebibità: at fi ex iis
fuerint; qus eriécan- te facultate f5là przdita funt, aliqua poft fiper-
bibenda funt; qu: abftersendo eos jam enecatos expellere poffünt . De
FHæsorrboidibu: . r12.] N hemorrhoidum curatione, quia ubi fuperflæ fanguinem
emiferint, Medi- Cos iri contrarias fententias abire, cum maxima. eétotantium
calamitate, quotidie obfervamus; aflerenübus plerifque cum Hipp. 6.
"Apbor. 12. non omnes occludendas effe, fed unam faltem, effe apertam
relinquendam ; fic enim et immo- deráti fluxüs fanguinis rationem habebimus;ca-
fum virtiitis vitalis impediemus, et morbis ex immodicà hzmorthagià
imminentibus contri ibimus ; neque camen morbis illis occafionem. dabimis, qui
ex foeculento, et atro humore.» oriuntur, qui per illas partes evacuari folet :
Aliis é contrà cuni Actio defendentibus, ubi fi- perfluus fit fanguinis fluxus,
omnes omninooc- cIudendas effe; et rectà victüs ratione inftitutà, ftatífque
temporibus et ex purgandum effe cor- pus, et fánguinem per fe&tam venam
evacuanJ/ ^ étnh dum . [E20 veró hujus fim fententiz,obi fanJuly... guis per
easvenasimmodicé effluat,ita ut et vi- : res vitales dejiciantur ; pallor
feqvatur magnus, fubtumida confpiciatur facies, ad malum habitum tendat corpus,
omnes omnino effe, fi fieri | poffit; occludendas ; quia virtutis füpra omnia.»
habenda eftratio, nequeullam apertam relin- quendam ullo modo efie, cium 1n ct
rativis indi- cationibus ab ec, quod magis urget, femper fi fit inchoándum. Ne
veró res hzc Hippocrati adveríari, et communi feré omnium lv. edicorü fententia
videatur, cbfervandum eft ; fanguinis per has venas effuficnem aliquando etle«
onfue- tam;ut ftatis quibufdam temporibus, puta; fin- | gulo menfe, aut ctiam
frequentiüs, vcl bis, vel ter 1n anno, feri confüeverit; aut c crte vimorbi; p^
3, In magna febre, cum fura; à plenitudine femel, aut iterum acciderit ; aut
denique quód cum ftatis temporibus moderate effunderetur fanguis, v) morbi, aut
ali& occafione fuperfluas tunc fverit. Secundó obfervandum ett, anti- quos
in immoderata cx veris fedis effuficne.ve- nas ilfasaut [ieaffe, aut fuiffe,
aut, uffiffe, ita ut numquam per ligatam aflutam aut ufta m ve- I nam ius
fanguis evacuari pc ffet, ut apud | Grccos, Arabes, et Latinos ; et antiquos;
et re- centes conftat ; quz tàmen curandi ratio noftris E temporibus exclevit,
pulvifculis cemplafti- cs, et adftringentibus contentis ; aut ad fum- Hmumu
ftio ne. His fic ftantibus, fi excetfus is hz- orrhagiz mfoFitus fit; et vi
morbi, et plenitu- |dinis fuperven erit, cenfeo mpino effe fuppri-, mendum,
nullà ap ertà vena reliétaàme vena fan- guinemevoimente, in propofita incommoda
in- lcidamus. Quod fi ftatis temporibüs, aut quan Q a ritate ne / netu 72... "A79 y
s feides et m7 (3n€794L nqlla AAUC 0^ HE Cf A Cn » n, j «A40 "07 P 4, Yt
Tuntn | bg titate excedens;aut qualitate infeftans,aut utrà-]/ » queratione
moleftus; à naturà per eas venas ex| - purgari folitus aliquando modum
excetfetit, uti] et vitales vires profternantur, et alia incommo-:
daindücantur, aut etiam fipngulisevacuationiss| / ; temporibus, puta; per duos
;aut tresillos diess| :folitz evacuationis füperfluat, aut fi frequentiuss| /
exiens, quàm foleret; aut oporteret; illa inducatt| incommoda, fi, ut
illiscbfiftamus, occludere»] venas illas velimus, fi caufticis medicámentis,,]
licaturis; ab&iffione,ati ferro candenteid prz--j ftare quis tentaverit ;
càm ex 1llà curandi ratio--] nenon folum tranfitus prefenti tempore fangui-] y
ni interclufüus fit, fed omnis via eriamimped 1a-]i turin pofterum, per quam
tranfire poffit ; ne ini eaincommoda zeri póft incurrant, de « quibus: itp. G.
Epid. et Gal.ibidem. c& 6. Mpbor. va. c7] 3. 1/ 3.ltb. de Humor. necetarium
eft;edam aliiss] 5 uflis; atfutis; abífciffis ligatis ; unam relinquere
apertam,ut per eam excrementitiusfanguis;quij incorpore in dies ageregatus;
ftatis temporibus:f ij, evacuari folet, expurgari ex more poffit ; ne af-- Jl
fectus illos melancholicos, maniam;melancho--] ii liam, ulcera; cutis defeedationes,
et alia produ--] ii cere valeat. Sed fi folüm pulvifculis adftringen-.| übus;
emplafticis; aut et urentibus resagendas fit; et eumcurationis modumfequamur,
qui &: facilior eft .& fecurior ; licet aliquando recidi-..| vas
admittat ; fi ad eum terminum evacuatio:] « fanguinis pervenerit, qui jam
defcriptus eft; omnino via omnis erit intercludenda, ut praesentibus incommodis
eccurramus ; cm per hác «curandi rationem non ita obfignentur venz, ut humore
denuó-éxuberante, iterum natura fibi viam invenire, et ftruere non poffi;aut
ope Me- dici aut perfricauone cum rebus afperis, aut fcalpello, aut hirudinibus
aperiri denuo vena nequeant. De Renuum samflammatione, Lii Vm in curandis renum
affectibus evaLaborancuatione fanguinis perfectam venam t» reni opus eit, à Quà
parte mittendus fit fangvis, non una eft connium Medicorum fentenua ; quód
Galenus tb. de cur. rat. per [ettam venam, partie bus fupra renes laborantibus,
€ parübus fupe- ri: ribus, nempé brachiis, mittendum effe fan- guinem docuerit;
infernis autem atfectis, puta, utero, veficà, et coxis, é venà vel fub
poplite», velin talo; cüm renes laborant, pene ambigat: libro autem 13. Meth.
med. in renum affectibus fecandam venam effe doceat in poplite;aut talo; aliis
majori ex parte fu prà ; alus infrà, aliis fine diftinétione alterutram partem
eligenübus.Ego cum do&iffimo Trincavellio, habità ratione» communicationis
venarum, majori ex parte ex infernis mittendum cenífcrem ; cüm et evacua-
tionis eratia;nifi forté plenitudo ad vafa prefens fuerit, et derivationis,
certiffimum fit, à parti- bus laborantibus, et vicinis, fectis illis venls ;
fanguinem evacuari pofle . At cüm in inflam- matione bus au4 vena fe- £cAnda
Tto xd Ee EC. 4: Luc aia oU MES 1j -matrone renum, cüm revulfione opus fit,
potif-- fimüm in principio, in contraria retrahi fà debeat, et ex parteà fonte
fanguinis verf perna retrahendo, pouffimüm fi (fanguinis mul- tà:Copta refertum
fit corpus,à jecorarit brachii dextri,aut finiftri fanguinem extrahemus: quin--
imo, fi etiam in principio inflammationis nons verfemur, fed jam affluxerit
(aneuis, fed magna ;| tamen adíit plenitudo, ab iis locis fanguinem.
extrahemus, mne fi ab infernis evacuetur, cüm ex motu fanguinis in venis, quiin
fonte eft, et in fupernis confertis, verfus locum incifim affa aüam aftluens,
per locum affectum, et vicinas partes tranfiens, et dolores augcat., et
inflammatio- nem, Quod fiinflammationon fücrit, fed ali- quis ex aliis
affectibus, aut renum; aut aliarmm., illarum partium, nec plenitudo magna adf
t;in- dicátio tamen mittendi fanguinis concurrat, ab 1n rez, internis,ob
venarum conjunctionem et rectiti- ipfam. dinem,mstendum effe fanguinem
judicamus., Home,bf? 114. Áb 1n renum inflammatione in princt- [«clam ve p15,
potillimüm fi multa fübfit plenitudo, licet, "a ^ ut dictumeft, mitti
debeat fanguis ex brachio; ^t? f &- prooreffü tamen temports ex talo mitti
etiam, "9 Fin poterit, bt quiin vicinis aut in parte confiftit, ».
evacuart, et derivari commode poffit. | Reb. cobPRpVX OI clyfteres in di folent
ad refrigeran- lorarióu; C010, et emolliendas £rces, ex ptiffanà, violari
chiftesg malva oleo rofàt dæra ds to, aut violato, fyru po violato, fft Ypau et
fimilibus, quantitate mediocres fint ca quan -Xepletione fübjecti inteftini re
tfta. t,ne per nes comprimant. IIG. Quam- " nguis: [iz i^fü--M i we
Quamvisin principio aliarum inflam- J^renw 'lmaaonum mnateriam fli;entem
medicaméto pur aj nne- |Bante evacuari poffe aliàs docuerimus, quód ad- (14:9
fac cruda non tit materia, et dum fluit, revul- nod ut- lione evacuau và à
párte, quz ftatim eam füfce- 5,, Jptura erat, recràhatur, ut in plevritide
docuit 7; Hid; dIfaciendum, dolore de(cendente, Hippoc. 1.40€. Irzr. vicd 22
acit. et ain inflammadaone lingue Ga- fenus t3. ME erb.med. in renum
inflammatione, Ki aliqua jam ad partem fluxerit, omnino abfti- inendum, ne
perinteftina fluente matcrià cum limedicamento, ma9is renes exardefcant ; quare
principio i iena: ^2 7 llcatfià fiitulari contenti, au tfyrupo vi a to folu-
lI:kivo, aucf lis;aut mixtis, aut fero lactis ex mal- Iva, violai là, endivià,
vel jujubis, fi evacuauone opus fit, ad alias comp lendas indicationes de-
Ifcendemu. ; eorum enim etiamfi parsaliqua,in- lIreftina Ri Wes ad renes
pervenerit, utili- acem afferetnon mediocrem . 117. Khabarbari ufus in hoc
morbo, ut et in. rsfzzza- Jurinz ardore, femper mihi fuit inipectus s et fl n5
rent quando ab aliquibus in ufüm ductus eft .fem- r^z^era Iper male ceffi ile
vidixquamvis enim ap uüffimum "t »/» /2 fit inedicamentum adi bile m
evacuancam, quiz Peasiduos hos affectus plerumq; producit;quoniam- amen ob
1gneas pattes,q! ibus pollet, per venas kiffundi videmus, et (ubfeque nter ad
renes, iIquód lotia crocea poft illiusaffumptionem often Ilunt, merito
fugiendus videtur. 118. In m: ERI hoc inchoante, licet ufüs re-. gs. pellentium
externé applicandorum conveniat; ;.F, L| : '] Rb 115 tamen, Lx
nimiumimpensereirigerant, £55 tæ cem da. cendum . : A í nme I) see, : Adidautem
preftandum, licet qua ex-venum v, fiCcante facultate przdita funt, maximé
inaliissii lid? ef; Conventant, 1n renum, et veficz ulceribus 0«4 €dnt;,*,
Wnthno fugienda fünt, ob mordacitaté, cujus oc-. n[us ea». Cafione excitati
dolores novam fluxionem con- lus. citarent; quz blandé igiturabftereunt, et
dolo-.] io, s$ refrige- abftinédum eft, Alexandri etiam monitu:quáme-. vantium
vis enim, cüm ex parte repellatur materia af-, w/45: eti» fluens,& calor
partis eftuans retundatur,videasd, Princi vuraffe&tus mitefcere, et omnia
fymptomatazsl,.. ""l5. imminui, quz tamen jamaffluxit matería, autt]
... in fcirrhum vertitur, vel craffefacta indolentenm! . quafi tumorem
producit, qui proceffü temporiss] fuppuratus ulcus in parte producit, et
morbum)... incurabilem . De Renus ulceribus . Viens ve- aum cito bus, precepto
Galeni curandum eft. ut fit maximé foHicitus Medicus, rit ulcus quim. citiffimé
ad cicatricem deducatur. ad citatri ris mitigatoria funt, convenient, qualis
eft mul--Jt fa, et fyrupus de jujubis, vel ex rofis ficcis, cum portione fyrupi
de portulacá . L:Be im I2I. In renum ulceribus curandis, cüm &; ronctden-
ynl(à conveniat, et lac;nifi diligens adhibeatur] do in re- num ulce vibtis qua
CATEO » cura, et in tempore exhibitionis, et in lacte feliz] gendo, et inillius
quantitate, aut fruítra ccnce- di, aut cum detrimento coenofcemus. In prin-
cipio enim, poft dift ptam vomicam, aut ulcus: ab acribus humoribus
excitattim,cüm ulcus for; didum 1I9. Biautem ulcus fit excitatum in reni. : à
^? i didum fuerit, lac conveniet ferofum, quodque» abftergzere magis valeat,
quale afininum :zillud vero ex lotio cognofci poteft, fi in. eo pus fubfit
copiofiim, feetens, et fordidum . V bi veró ulcus! meliorem acquirit
conditionem, ac à fordibus repureatum fuerit, quod cosnofcemus; fi pusin Urinaà
contentum, album à et zquale fuerit, lac Conveniet, quód mipüs abftergat; et
trægis car- hem producere valeat, quale eft caprinum. Vb3 autem ulcera
expureata rité fverint; ut lotium. non ampliüs purulentum appareat, tunc potius
lacus eenus conveniet craffius, mæis nutriens ; carnémque gererans, quale eft:
villv m,aut-bu- bulum; in primisillis pauxillum mellis, autfacchari, aut julepi
rofati,aur violati adjiciendum erit:in poftremo minimum facchar, aut julepi
rofati, cüm levi quantitate tragacanthbz . r22. Quantitas lacis neque vno
inomnibus 55; modo metienda eft. R atione loci laborantis, multa conveniret, et
potiffimüm fi ad abfterfio- | nem exhibeatvr lac afininum, potiffimum fi la- Qi
veeraffuetus fit nec ex ejus ufü moleftiam fentiat, libram concedemus: fin non
affuetus fit; q tta titat t2 YCH UTD tlceribtés LLL ab unciis quinque ve] fex incipientes,
Pine ad majorem quantitatem accedemus . Caprilfi minorem femper qu antitatem
concedemus, nceqr euncias fex excedemus, quód diutiüs in ventriculo cüm
commoretur, fi mültum illius cen- cédemus, aut acefcet; aut in grumos
concrefcet ; ob quam rationem ovilli& bubuli etiam mino- iem folemus
quantitatem concedere, x od De Calculerenum cum. dolore acerrime . Vamvis in
calculo renum curando ; vbi dolores non adfint acerrimi, ea» curandi ratio
convenlat, quz ab Avicennà, et Mauritanistradira eft; quámque. [uu recentiores
plerique fecuti funt ; » repleto ven- . jriti triculo vomitus provocetur,
mollibus clyfteri-. pus bus fceces fubducantur, aliis itidem emollieng- f: bus
laxatà parte leniantur dolores, et fi quas . fau, materia in intefünis confiftens.,
unde eleventur: puto flatus diftendentes, abítereatur,& evacuetur; juu mox
emollientibus, laxantibus, et anodynis, S& fui mitgetur dolor,dilatentvr vi
ix à calculo diften- . tt, quod f. mentis, inuncüonibus,emplafuis,& pi id
genusaliis etiam tentar dcbet ; mox conte- | renübus lapidem, et eundem
propellentibus diureticis curatio prcfeqvi debet.: quinimo fi Me: evacuarl
ventriculus non pou perfe- AT, peros etiam ad fimilia preftanda exhibent [ir
iei fiftularis medullam aut per fe, aut ex levi portione olei amvedalarum
dulcium, aut diafe- beften ron folutivum, aut diaprunum; mox ab- ftergentibo s,
incidentibus, et atem bed aptecedentem,& conjunctam materiam ad evas-- f.i.
cuationem pra parant ; numquamautem ab in1--4t«.. tio folvente, et veré
purgante medicamentoop,.. utendum judicárunt, ne aut cruda materia aboli initio
hon ptzparata evacuetur, aut deorfum latalaborantem partem magis affügat.
Quo«m. niam inI3m tamen fepiffimé evenit in noftris hi$ regio- nibus, et
potiíffimumin m æna h ac urbe,ut et nimium Genió indulgeant, multàque affidué
ingerant,& multis tententurà capite diftillatio- nibus, ut ventriculu
s,Inteftina;& venz mefàrel urefertze fint niultis crudis humoribus, à
quibus per venas ad renes delatis adeó frequentes fiunt «lolores renales, et
podagrz ; qui nifi cevacuen- ur, nequetutó anodynis üti poterimus, neque
Iconterentibus lapidem, neque eundem prop cl- llenübus, quin nec diureticis.
Cüm pretercà fz- ipe adeó urgeat dol. r,urlongam illam curatic- inem exfp
c&tare nec velint &erotantes, nec poffint, nec exp ediat ob collabentes
vires ; Menos Ifima vero illa lenrentia, vel lubricant; fzpi ffi-. Ite
muneriilluevacuandi materiasanultas, cráf- iS,& vifcidas fatisfacere non
valeant,fed reten-- la et 1pfa,:& per fe mclem augendo,«€ com- iIprimendo
dolcrem aueeant ; aut elevatis& ex le, et ex commortàa;non ex pul:à materià
multis IHatibus, cenfeo fep iffime exyedire,medicamen- out folvente, pro
varietate materia benedictà lixativa, dia phanico elec gv ario Elefccph, ele-
Ltuario de fucco rofarum, Indo,& finiilibus, ad. .Ilità portione caffiz,
vel du com amc]le ro- [to fo lutivo; fic enim et crudas illas materias in
JAyentriculo, et inteftinis confiftentes, et fi quc suntin primis viis tamquam
caufe antecedentes; Mrvacuabimus, eafdémque, X& fizniles revelle- (fous,
molem et fecum, et htmotrum in intefti- dusrene s comprimentem, et
doloremaugentem immiLenitniia fola ia cal culo non fufficiant. imminuemus
anodynis, mollientibus, laxanti-]: bus, diureticis ; conterentibrs lapidem, et
pro-] am ftruemus . Quà curandi ratio-] te,cüm fzcpiüis ad eos acci effemus;qvi
nephri-4 pe lenribus v1 tico dolcre laborantes curabanter, priori illoo 1o,
clvfteribu llibus videlicet, et bolis exx InOciO,; C1 eribus mo hbbos
viIdCilCet,c« DO IS CXI3 caffix medullà, avt lenitivo, avt fchs; aut cumul
portiunculà Hierz,medicamento folvente exhi-]: bito,mocx anodynis,
mollientibus,laxantibus,&j lapidem propellentibrs adjunctis cito, et feli--
citer; cum mæná meà glorià ac invidià, curationem abfclvi. Cüm veró curandi hac
ratic rationibus lis nitatur, quz proximé enarratax] funt, Hippocratem, et
Galenum,duo Medicined vera Inmina, habet et doctores, et affertores; Epid.
Se&. 1. tex. 6. ubi poftquàm tradidit Hip: pocrates figna, quibus
nephriticus affectus coo) enofci poffit; breviffimis ettam verbis totam cuj
rationem abfolvit, et juvenes etiam helleborcej pureandos docet : et 27 Com. Galenus, dum. unamquamque vocem varia praffidia
medica. continentem fieillatim explicat, dum de puri" cando corpore agit,
medicamento purgante-[ tamquam vecte effe propellendum.docet . Ned que veró
cruda tunc evacuare, et pureare dice mur, contra przceprum Hipp.r. "Apbor.
Conc Bá medicavi, C c.coctio enim illa.de quà in Aphi] rimo, illa eft, quz
humori putrido convenit] in potiffimum in febribus, cci coétio illa conventi
quz fecundo loco defcribitur ab Atiftotele 44^ Jdeteor. quam putridis humoribus
mentig | | et exeredi ug mentis convenire docebat, fecundum quam bi- lem crudam
dicimus, et lotium crudum, tam- quam fienum in febribus putridis: at cruda» s
qua alimentalem cocü 'nem (ubterfugerunt ; aut P er inediam ad bo nam frugem
duci debet ; aut fi plura fint, quàm fuperari | poffint ; atque. àcalore
ventric "uli evinci, aut conco qui; ;quam- - primum funt evacuanda aut t
lenientibus; &ab- ftergentibus, aut etiam,fi in venulis mefaraicis; et
altis infarcta fint, purgantibus; qualia hac e(fe cruda cenfemus, quz in neph
isis exubcrant. Neque vero | per evacuationem per infer- naad renes materiam
trahimus, fed ab illis re- vellimus, et per inteftina ft ubdu cimus;quamvis
enim in tranfitu adfit vicIp1a.non adeft tamen. con] ncl1o; neque periculum
eftin tranfitu, nc LA Í noxam renes fentiant,utin rénum inflamma tiohe in
tranfitu bilis, quia neque hic inflari. mpatio in parte c adeft, necne calidus
eft humor ; quimovetur,fed laboranti parti etiam füuccurri- mus, inanitis
inteftinis que ob repleanonemu. comprimebant renes à lapillo undequaque»
compretios. 124. Incalcrlorenum curando, ubi acerbif- fimi fuerint dolores, et
ex fitu coznoverimus, jam lapillm ureteres occu páffe, fi quis divre- ticis
tentaverit calculumà loco dimovere, 15. mænum (ie pen umero periculum
zerotantem., deducet.nefcilicetin urinz (uppreflionem eum ] ] » »- r1, » ^4
p»,47, deducat ET oruente afk t!m ad Obfiru ctum 1 lo- Clu1n lot 10 5 e fcp c
culi arenulis " fz lus Cuts T5 R craí$à, Diuretica ?roprafe -
"aAtione calculi f« pé "0XIA « crafsa,& vifcidà materià . Quare
prxftaret runc emolhentibus, et laxantibus decoctis uti;cx ca- ricis, malvà,
althase, et maálvze feminibus,femi- nibus item frigidis majoribus, liquiritià,
juju- bis; febeften paratis. Quód fiad pe netrationem aliquid diuretici: addere
voluerint in pauca quantitate; non repugnarem .. Ad. qvem ufim.,
etiamoptimum^femper jidicavi olei m amyg- dalinum dulce, ex levi vinialbi
tenuiffimi por- tone». 125. Commwuni feré hominum confenfu re- ceptiim eft,
proavertendis, et pricavendis do- loribus ex calculo, et impediendà lapidis
gene- ratione, ex Men bisaut rer1n menfe diureti« cum aliquid a(lumere, ant in
fyru pl longl, aut julepi, decocti, aquarum füillatitiarum;aut ele2598
étuariorum, aut pa dvifculorum formam, quo materie, quz indiesin renibus
agercegartur paulatim expellantir, et abftereantut, necaloreaccedente renum
indu rentur,& ] lapidefcant : quod inftitutum. ut omnino non eft imprcban-
dum;fi cum rauone fiat;ita quàm plurimis per- niciofum effe folet;(i enim ab
homine continen- te Ó aticoopbiiil rimaffumptionem leniens, t abítereens
medicamentum fiimptum fit; uti ditata afferre poteft. Atí1 cule 1s deditus fit;
aut cruda mvlra in primis viisæerecare foleat, vt folent majori ex parte Ape æ
et cal- culofi, tantum abeft; ut illorum a (fumpt t1O €os prefervetà calculo,
ut potius frequc illi przbeat occafionem, et fepe 'nüorem. etiam 1n füppreti- x
ANIM ADFERS. | preffionem ur in: deducat, et graviffimos alios | morbos, &f
[ymptomata, deductà materia, quie in ventriculo erat, et in primis viis, ad
vias urinc. 126. Cüm quàm plurimi pro lapillis exre- T/;:"; nibus
propellendi s aquis 'Thermalibus utan- les tur, ut illarüm ufum aliquando laudamus,cüm.
cur; impaócti nimiüm in renibus fuerint;necaliis ce-. caleuL dant remediis;fic
enim refrigerats illis aliquà- /* do dehiícentes locum cedunt Ja ipidic
commoto, €&4* quin et quantütate aqua pro] ulfüs aliquando deícendit; ita
rarius eedem concedenda erunt, quod de deb ero batiteli ad locum lapilli d fepe
etiam morbus redditur contumacior, et liquando ad füppreffionem urinz omnimo' ?
" lo " 7t* 111" dam per illas egrotantes deducuntur. Lsatid is
E22 5 De lapide Vefica.. Q' Cioe2o, et antiquos, et recentes fcri- iJ ptores
infinita propemodum, et fimveficà; at horum auctoritate etiam ício quàm 7/2
plurimos ærotantes in perniciem à Medicis ' ts nimiüm credulis deduc bos Æ
grotantes cüm ex /?* lapidis per incifionem ex tractione quàm P ;luri- mos mori
obfervent, omnia malunt prius ex- periri, quàm cenus illud carnificinz etiam pe
riculo "um Medici partim experientia deftitu- ti, promiffis fcriptorum
adducti, et fpe przmi ob avaàrit iartiall Cii, curationem pro trahun AK 3?
cmnia vlicia, et c mpofita medicamenta tradidiffead czeztu: comminuendum, et
frangendum lapidem in fzz Lapidis in veftca a- oatca cura 2/0,EXIYAde f 2 P ^ ,
LVD. SEPT ALII. MEDIOL. omnia experiuntui ur,.& denique aut fpe defrau-
dati,aut]am curationi füccumbentes, ;tandem non aliam fe viam invenire curandi,
quàm pe fcctionem, profitentur:fe fed interim zeer crume- nl exhauftà, ob
dolores ; et vieilias confumptis arnibus, viribus vitalibus etiam. ob v1 igil
as CO! ifi imptis, exará lefcentibus renibus, vefica, et vrina ipsa, ta pcne
mirror hanc curationem confentit, et eam etiam ob rem ma- jori ex parte
moriuntur diffeéu . Quare p ret ab initio. Lca4 13 etia 1n in vp(ta4 Lc, dum
vires vitales v iced COr- pus adhuc car: Yofum, et fucci plenum eft,dum.
veficaadhuc mucosà materlà veftita eft, non- dum aut perfric atione l: apidis;a
utvicalidorum dicamentorum, et acrium abf ería, unde» Ó acerbi funt; dum deni-
dum ad magram molem ex- Crevit, Cul hanctentare, yop timo arti- fice electo;
qua les hoc temporea aliquos excel- lentes cogno fcimus ; cüm enim prim 1s
etatis mez annis plerique ex hujufinodi curandi ra- ne per (ectionem
interirent, triginta abhinc nis eorum major pars füpet ftes evadit, co- rum,
quià Ioanne Acorombo no à Nurcià paores non adeo Is non itlO ne ln S Lo &,
4 tre, jam hocannowità functo, et Ioanne eA nto- nio filio curati fuerunt.
Quarum A rom tan- qua minftaromnium hiftoria mp ul chis errimam hoc ; » co
réfatoe utiliffimum effe duxi. Comes "un roius Ir ite Senator, et Equ es,
bona- rum Td rarum patro nus, cum fl rangu rià p à liquot rimnen (es 1: labo
xratfet Hs in canali urinz rio Ccarneuim ert ANLM. ADVERS. carneum aliquod
impedimentum perfenfiflet ; inillud omn E moleftiz caufam referebat;ut la-
pidisin vefic: à,quantum pofl et, fufpicio nem. declinaretme femper
reclamante,& maximam la pidisin veficà concreti fufpici ionem fubefle »
aflerente .. Cüm antem aliquando ad ameniffi- mal m Sancti Flo rani fuz
ditionis villam fecef- fifl c t.in eraviffimos, et acerbiffimos dolores
incidit; qvi cüm per quadraginta horarum fpa- tuum fine intermiflione p
'erfeveraffent, citatis equis ego accitus fum, et cün : omnes fübeflenc note,
quibus pertu iaderi poteramus, lapidem. icà, faltem prob abiliter,cüm
nullum;icnum path ognomon icum lapidis 1] fi seti ad vrbem remigraret, ut
certam rei hvjus habere poffemus im miffo cathetere coonitionem. Advenit,fed
càm carun- cula impedimento effet, ne catheter in veficam immitti poffer, priàs
auferendum fuit impedir ?| (1 i l e qerwer m Qs d disas, e orsa sibisie att ndr
cA ai X zi: mentum, « fttata catheteri via,cumque a peri- Á *( 2» Avr11l In M
(leo Te invoentnue : d L c 1i L1CC 111 n 1111 S €elicts lapi ;ilVCHLuLuS5CcILt.
C)vrarect | nità, utaliauando fe ab acerbiflii n 13 i ^3 ui : le CO! ril us
eximeret vir clarifiimus, omn1a qttra- prit;um paranda cenítuit, ut ad
fectionem veniret, expurearemus nos corpus,dixit;ic animum. ' /^1 "^ 1; :
vIVPITOATMTDI:1».230C 1me011 I r11 113360 101m L1 C [1 A17 at Li C |i N hlliüan
) 1C 11 Ine» C dienis firmaturum, et teftamento de rebus fuis difpofiturum .
Nos diem felieeremus ad placi- E | -, fe1 10.c die ftatul c1 e (1 nibus pa-
ratis accederemus, fe fcmper paratum fore». Oni IDUS I1(C paratis a CCCOLIIEL
$S,alacr1 aniino, f16Sq ^2 LFD. SEPT. ALII 7MMEDIOL. nos excipit, et nosadopus
adhortatur, et fe » omnia intrepidé paffurum profitetur: fit fectio, nulla vox
querula, nullus ejulatus; adhortatio- nes folum ad artificem, ut intrepidé
negotium. perficeret; unus primó forcipe extrahitur lapis magnitudinis magnz
caftanez ; alium adhuc füpereffe extrahendum artifex profert : ne du- bitet,
extrahat ; iterum adhortatur : (ecundum extrahit, tertium; quartum, quintum, et
deni- que fextum ejufdem magnitudinis, fpatio me- die horz; nullaumquam
querela, nullus eju- latus, celfi animi omnia indicia, (ola poft actio- nem Deo
gratiarum actio. In lecto repofitus, refectus de more, omnia bene cefferunt,
nulla, febris fupervenit;nulla inflammatio,nullus do- lor ; fomnus poft tantas
vigilias (uavis ; ulcus iermino quindecim dierum pro medià parte optime ad
cicatricem deductum; ecce cà die fu- pervenit febris vehementiffima continua,
nul- là occafioneà vulnere habità, quz adeó ardens fuit, introductà etiam
hecticà febre, ut brevi temporead tabem,& extremam ficcitatem cor- pus
deductum fit ; in quà adeó carnea fübftan- t11 confümpta eft, ut etiam cutis
exaruerit, ita it extrema cuticula 1n corpufcula furfuraceas per omnem corporis
ambitum diffolveretur, et excideret; cutis autem vera tamquam ftorea to- ta
fiffuris diftincta confpiceretur, et afpera, du- r3, et ficca tangeretur;ulcus
exaruerat, et labia in calli modum exficcata confpiciebantur,nulla amplius
fanies, nullus ichor promanabat. Et cum res fere cflet ccnclamata, refpectu ad
has res habito ; nulla fpes falutis fere fuperetle videretur, cum ali qui
vitales vires adhuc atis valiiz confifterent, ezoq; humceétantibus, et
retrigerantibus calori febrili contrairem, et in- ftaurantabus naturaleni
calorem foverem, tum humidum fuübftanuficumoptimis cibis repone- Moueynlstiginn
fe prcma Meine qa tiin acerille tebrilis calor dafinbpiie ctio cta- quanto À
lior reddita eft ; et quod majorem, parere poteft admirationem, majoremque ía-
luusípem Vr mri onec rece pore aridum, et quáfi callofum, 1terum recru- duit ;
dolere aliqi peuleumb itai micéptii- pem emittere, mox ichorem; póftaliquam
etia faniem, deinde per te, nu] adhibito przfidio exierno,1ta convaluit, ut ad
| | fanita- tcim fit reftititus, anno aatis fu: xage Silio rertuo,cumadl:uc
octvæena RENE. vat,adeo litteris deditus hac etiam atate, ut perpetuo fcré in
inftrucütlima fi à Bibliot theca véerfetur, perpetuo etianz cum mortuis v1vens
Ccolveéctari videatur. Admirabilem aliam fortafle hiftoriam, n propofitum, fi
"0 amí, | l EL » T3 ou^ Ins^3 recenfeam. Nobilis Henricus l'eccnius;
Roeetsferidiodshenito viet ft Aoid ribus ex lapide in vef'ca eflet corfitctatus,
nec umquam curati rem pcr exiraéilonem admi- fiffet) cim acerbi(Timis
doleribusanoctretur, vr fatius moricerferet, avàm huj: fime di tormen.
rpetuoóaffiig1, cumqueextractum proxi Á 1n mé lapidem trium unciarum
feliciffimé ab Il- luftri viro Cefare Pagano fexagenario obfervàaf- fet,à quo
ad hancadmittendam curandi ratio- nem proprio experimento erat incitatus ; tan-
dem me accivit ; qui D. Pagani curationiadfti- teram,feomrninoexperiri fortunam
füam etia inillà atate velle ; et fe autabacerbiffimis illis doloribus eximere,
aut ut fortem vitüm mori » profeffus eft ; càóm uridiq; anguftias fübeffe cer-
nerem, quód pauciffimis diebus cum tot ; tan- tí(que cruciatibus,
vigiliis,& virium viralium» imbecillitate füpervicturum obfervarem ; eaf-
dem tamen vires imbecillas, ztaté jam effetam, et mænitudinem lapidis tanto
tempore auétà ; illi operationi repugnare,anceps, et animo du- bius, quid
confulerem, hzrebam tamquam 1n» falo, et tandem fux voluntati totum negotium
commifi. Oui tandem omnibus expenfis, de- -revitfe huic curationi committere.
Excifus ; et extractus ab eodem artifice lapis feptem un- ciarum, et drachmarum
quinque ; et quamvis per loneum tempus vulneris curatio tum ob mænitudinem, et
dilacerationem ; et angul- nis multi in grumos concteti in veficam colle-
&ionem, tum ob «tatem, protracta fit, conva- luit tamen poft duos menfes,
et per annum» etiam fupervixit; felix eo tempore, quód dolo- ribus careret,
quibus per tot annos fuerat con» flictatus . p '", 4*4 /3« . * e » Q 115 [
10 fluxu et c st gin » e curando Medicos video à rectà vià aberrare,ut
necef129. À Deófepéin feminis hocinvolunta 3 i farium fit, aliqua etiam hac in
re annotare». Cum autem morbus 1s ob varias externas occa- fiones olivenire
(Gents et ex congreftu V enerec Íacpenume ró communicetur, c Fi di iP
eüsmaridum erit, an ex lue G.; oricinem duxerit, an potius ob exceffum 1n
"c" Cta,an ex congrefiu cum muliere eo morbo laborantes; e Ci | I] ^
X1* 4 11 11 fine fufpic nc Gallici morbi: fol t enim eti21n»o communicari 1$
morbis (ine Iue Venerea: diffi bro artee 4 ! l » ? 12? e bw de 9? C &fs
Gonoybaa G ] lica n8 fla f«pbruneda . 7 Ganor- rhoi mtt- fatur Dm f uxum 2! DI)
e (5 2220Yy-£&a altauando minalia, ut tempore debito femen contineant, ex
continuo enim affluxu partes ille ret rtz na- turà adeó laxantur; nt diutiüs
duret fluxio illa ob illam folam caufam. Vndeetiam, cümex diuturno feminis
effluxu acrimonia, et calor materiz refrixerit ; [e penimacró decipiuntur
Medici, refrigeranti- busin eo cafu utentes,cüm excalefaciendum fit aliqua Vea
femper autem adítringendum : in; quem ufüm ut fiepé foleo decocto ex ligno len-
üfcino, aut ex ligno cupretli, aut decoctione maftiches, et aliorunrex aquà
chalvbeatà, aut mincr. ic 1s aquis ex ferro . . De cipit v eró et fepe peritos
Medicos ; q: id. cümab initioab externà aliquà causa ex- calefaciente, et
lixante 15 morbus inceperit, ex longà auté fluxioa e fpiriibus multis inanis et
malto femine evacuato, et corporis habitus í It refrieeratus, et multus
humoraquofüs, et fri- e1dus genitus, mul Aq; pituita pr« ducta, cum. in primis
Illis remediis infiftant; omma in dete- rius ruant, et aneeatur fluxio. In
quocafu teme perad contraria erit tranfenndum,& iis n ten- dum Lec en
faciunt, et ficcant cmm aliquà fubadfirictione ; 1n quem ufum co coctum cx Giiajaco,
cum pa rtione igsbenæe 1fcinlut 1n nlperi, aut cupreffi;aut maí ftiches: nno
verbo dicam.;ea omis curatio etiam conventet,, qua prafcribitur mul
laborantibus. veniet de- Bu ribus albis purgamentis:f i De Menfium
[uppre[[ione, -diminutzone . T infüppreffis menfibus, ubi fan- guinis miflione
per fectam venam. | opus eft; (emper Galeni decreto à venis crurum ' evacuandus
eft, lib. de cur. rat. per fang. m. cap. 11." 18. itaubi hzc c eadem
fuppreflio cu- randa eft, cum magnà fanguinisabundantià, in dubium verti video,
an hzceadem curandi ra- btts i tic ofequen da fit, afferente Ætio ; /;b.
16.cap.$7- | prius extrah« andium efe fanguinem ex cubiti vena, mox veró ex
venà tali, neaffatim ad 1n- |ferna ob copiam irruente fanguine, magis ac |
magis venz uteri repleta bítrüerentur ; ;quam opinionem, tamquam etiam à Galeno
non dit- íentientem ; fequuntur Altomarus, T rincavel- | lius, Mercatus,
&alii multi. Mercurialis au- al tve vitcho. Item, et Maffarias, etiam fümmà
prafente pleinitudine;in fuppreffis menfibus numquam cen- Lfuerunt à cubito
mittendum effe fanguinem;fed tfemperab infernis,quód etiam per illam fectic-
knem plenitudinem tolli poffe cum Galeno cre- iliderint; et fi qua fanguinis
copla per venas ute Iri fertura fupernis artracta ; et am per eandem viam ad
inferna attracta evacuetur per infernas lMllas venas. ( rediderim tamen ego
przeftare, dum; Vene. - .Atibi plenitudo ad vafa in corpore acervata füe- Iit;
illius habità rationc, primó,antequàm füp- IprefTi lonis curationem æerediamur
; fectà venà lin cubit ) 5 illam folvere,In1OX VCIO interpofito | I " | *
vrbs debito tempore, fectis Aids tal firppreffioni menfium opitilari ; et cüm
prima illa non fit facta ad curationem füppreffionis menfium, fed ad folvendám
plenitudinem, hac O ; conveniet "vao Ga Í one operi inrenon repugnabimus
Ga le no cenfenti,fem- c .f47 He. 1 (La jw" £/7€ perin fappreffis menfibus
curandis fecandas ef- fe venas crurum. Æit tamen non placet fenultio e tentia,
quem alii recentiores (equuntur;cenfen2e21i2 Y€f N tis,primó mittendum effe ex
cubit nsnnen ls "M / . ; mox ftatim ex pede, ut per primam folvatur [ec
Ir'one k 7?) cr prir vera is plenitudo, per fecundam, fi qua ab ute ro ad fii
menfibus perna facta fit pet primam evacuationem re- fasrc[fis. tracto, iterum
ad confuetam viam uteri retra ^hatur; fic enim et habenas equo retraheremu et
poft calcaribus ftimularemus, cüm fieri Gof- fit,ut m M Mie fecta vena
füperiorad impe- diendum, quàm altera inferior ad promoven- dum m. MA uas
pureationes. Ven: fe- y22 Si avis qua traduntur à a Gal. Zi ). dc ..À Hoi bra- cur. vat.
per fola "m Yenam cap. y6.ubiin Biden fe- Pens Clodi M talo. pro curatione
füppreffarum pur- sationum menftruarum, tempus folitum, eva- 4 €uatio nisilla
rum effe obfervandum docet, atq; HI J^ pertres,aut quattior anté dies effe
evacu andum s fimguinem, dilige enter confideraver hi facile in1b 1 I l n
Iecov- 2 elu æ, tellioet, 1 1bi plen tudo talis ad vaía ; n c«( X rpore 1 Coah
doped 11, quo fuppreffi funt [ibit ci i, non effe TTL TAM Yam exfpecta midst)
npus purga tionis folitum adl 'Vacuatione cubito faciendam : tunce NEN 7 PY €
cuati CImnocx to faciendam ; tunc enim ) Oo CAL V. -À " T . ? ^ (
iupnprettiol adillyaremus « Ineaincomtnnw« Ubpreitioneadcj;uvyarcinus, ecin
vLincomÓos- VOSR 1M. à |] M CL i 1^5 «a 11 1 et avocaretur in contrarium
fanouis, et potius H. ANIMADVERS. . a da incideremus, qua d Ma rcuriali, et
Maffarià proponuntur; fed iliud przftandum erit in medio menfe, poft decem, aut
quindecim dies Z termino : fic enim et plenitudo tolletur, edm confuetus motus,
cüm eo tempore nullus fit, avertetür. eia nj uu aulus ZEeineta 1ntelle- Ti juod
tamen intellexiffe vix fieri poteft, efie quid illiin mentem venerit, hoc morbo
cu rando dixit, non efle fecan im venam ante prafnitum menfium tempus; d per
dicet. dies poft. n promoven« is menfibus diminutis ; licet preceptum Gal. /zb.
de cur. vat- per [ang. 995i [[.cap. 19. maxime mihi probetur, ut per tres; aut
quatuor diesante tempi fanouinem mittamus ; y Penes tamen expertus fum, mæis
proficere, fiftatutum tempuz pur- eaticnis finamus adventare, 32 ibi diminuté
operari vide povenuni defabiiair: of Pass evacua- tonem, veríus finem motüs
manus adjutrices porrigemus naturz, et motum illus promovc- bimus,ut fimul
cumpaturà defence totu1no opus perficiamus, juxta Galeni decretum 9. po i"
MEC ed. Ó hac dere «eh fentiant ; quunt,aut maxi1i1no timcre c íectione vene
ten- tant vi) moms tse endo pcríeccrtam venam » 11 1^ " - ; t1f1 in
talo;per er tres,.aut qu. |LULOT gi1es ance ænnituig NEN "WO Kid a Je Doo
"ve p ^ "X4 £x Decio 7 MA ee fe yw Kt, 4uA 40 €^ € € . ^to. [WP AT
Vez IZOHS J dimuirttis | )Y0?A0- i ^ * f -,F£ " Len Ü. 90 65 *v2t !j L],
;;0- illud tempus, cum Galeno ; fi enim fluente fan- cuine fanguis mittatur,
non folàüm non promo- vetur fà inguis menftruus; fed ex animi deliquio, aut
timore ita fiftitur, ut amplius per illum ter- "t minum effluere non
foleat . Meis 15$. In promovendis menfibus (c&tà venà in pn qrom* exqu,
femper praftabit repetitis vicibus,bis;ter, Fu - s aut etiam quater fanguinem
evacuare, quàm. vs os: unà cvacuatione fol totum negotium abfolve- [5 - re:fic
enim melius fanguis ad motum incitaus mi«- $27 tur, et fepius motus facili üs
ad fluxum invi Sechto ve- tatur. lossqézsexialo 136. Placet magis füb noctem ex
pede fan- Lex inh. volue fot guinem detrahere, ut ex affiduo motu ; aut fta-
fab mo- tione et humores facilis defcendant,& ex mo- PREPSURCUUNQ QE
attenuati faciliüs profiuant. fob ixi: : 137; Per duos tamen, aut tres dies
ante ab- W- rof luantur crura. ex decoctis attenuantibus;& aro- dfricla. 4.
ant X. matibusafperfis, et mox longà fricatione deor- * | fectionem - AV uon €
cuini ; | Li onda I 5$. Faciliüs etiam fiet voti compos . fi ante cx ialeti«
hecomnia,aut diebus prepara tionis exercitiis 2 dere 4«- ytatur aut univerfi
cor poris yat inen par- éet CX?rC! tium infernarum, maxime autem | ]jumborum.;
f / fione fan aut fanguinem ejufdem conditionis obftructio- nem inutero facere
cognoverimus, priüs fo: culis ex »] ; zai0 oven yuln ' |; regio Tnentis, X emp
laftris reeioné uteri fovere; quo» fum trahendo invitetur fanguis ad
fluxí9nemi[: adinferna,44 artenuentur humores mixti fans-B: DW 74 139.
Praftabit aurem etiam ante fanguini: 1 PoE/14- 221] : miflionem, fi craffum, et
v iícidum humoremo.Jnm ANIA ADVERS. . l'rum materia, cüm provectioribus hzc fcriba-
| mus; tylva autem prafidicrim apud fcriptores reperiatur paffim, et fit extra
noftrum pro po- fitum, apponere non opportunum effe cenfui- mus. 140. In
decoctis menfes promovertibus ex- hibendis hzc adfit animadverfio, ut 1llcru m.
jmagnam quantitarem concedamus, ut integris viribus ad uterum pervenire
poffint; atq; n« n. tolum fanguineman venis exiftentem craflio- Irem
attenuaxe,fed et eum, quiin utero 1mpa- ctus, et cbftrvens, impedimento eft
fluxui, fe- cernere, et fübtilemreddere., De lAI. Q Fluxu zeen[iruorum immodtco
. Vemadmodum in fü ppreffis menfi- bus, dum repetità utimur fanguinis fep endn
e emaul yn. A leg evt 1x . Méfes pro 7200€2114 per os fint 2 mmulta quanti 1216
[n f ^ n xà nie fium mifflicne, dictum eft, praftare », PR mon eadem die 1llá
repetere, ut modico illo tem li peris fpatio imminutà materia, et o1iis
interpo- Mitis et attenvanribus, et attrahentibus, natura JMmeliusaffuefcere
potfet ad materian n per illa jf partem de more evacuandam : ita é contrà m, !
hr evulfionehacab utero per fupcrras partes bis, | et ter eadem die rep ctendum
cerfercm ; qvód h& cevacuatio fanguinis vreeat ; et retractà qvà- primum
materiá, fluxio citius fiflatur,neg; tcm pus Intermeditim neceffarium fit conc
dti,Uut lun Pp) reffione, 2d parandam materian 2. ]n hoc« medi 0 fangut
"i$ mio epe !iia 7 F att a MP d E ACCQ AA ifectu video multos vereri i fum
: medicamentoru E folventium, quód "- fum digpé'ty latus humor biliofüus,
ac commotus, unde faépé gandum . is morbus provenit, ad uterum etiam fet ratur
1 aut compreffion ne, quz in regerendo humore fit, venz dehifcant magis, atq;
magis profundatur faneuls: quoniam tarnen per eam partem eva- cuatio aut
revulfiua eft. fi fluentis ab hepate; autàliene, velà toto materia motutm
confide- yaverimus; aut derivativa,ubiautactri,& cali- do per admixtionem
bilis fanguine fiat, aut à illámqué revocare à .parte;ad quam fluit.Quod
ompreffione mufculorum ventris inciderit, cüm breviffimum fit et humoris
irritantis evacuatione, Á egpen [mnt REIN "entium aliquorum. fFriclimr.
dici 1 ; quia,et fa dftringentes aliquas partes hadatum, fcrofo, aut psi jc
)paümum femper erit, ex- purgato ab use nentis f: inguine, minüs fuz qu xilem
reddere, mini (foli acrimonià irricantem, f hs iod incommodum ex motu eveniat
.autil ilo sueiusibot et revulfione y^ | Midica- Sint tamen n medicamenta hc
aut per] | spenta tz- fe cum aliquà adftrictione; aut adjectione ad-4 n aü- 4 R
hab arbarum ín hoc cafü fugiant Me-] i ! [ r^ abat- beat: potiffim! üm fi non
multüm maturum fue: 62 7 7 vit, quoniam tamen, inquam; tota illius folvem |
fup. [lis di visinieneis et tenuiffiriis partibus pofita Jii Cie eit. qtux
facillime venas uic cd c etlam ! faneuinem fuo colore tingunt;&
eàrationeacu tiem illiaddunt, et calorem ;càüm tot alia ; 8X fi nplicia, et
compofita fup erint, fatius fempe | duxi abillo abftinere ; potiffimum cum ab
alii lic, cüm ei, quz aut -i icraffanti facultates aut 774//22*
lipEniraspropémodem mulieres ab hoc morbo Incmdton. et facillime P: arabile.
Recipit àutem Gor deme 4. iy datvm, obíervàrim, multa in hoc morboattu- life
incomimodao.Poft hujt re remedia ea ratione fa(a Pire feri b rdaxitbe
corveniant;unumanr pre- /, (ena cnirtema iato Bodo effe cenfiisquo "^ di
;interfecreta "Jn udo refe rvattim. clefcehtibas ; áui fub noftrà tütel:
id pPraximi me K Am addiféendàm exercéntur;etia Icomimiimicatum
nb&hcomhníbus;ad communem Hiliitenm cc mmune iit ;Qquo feré& nunm-
iquam friftra ufus füm,modo exulcerato aliquo vaíe in ütero fluxus as
menftruorum aliquaiu.; kon habeareccaficohem-: eftautem omnino eva? ^ aqva
libras feptent; 1n'quà 1ncoquo cortüces lerium aurentivm acidorum ; aliouanto
adhuc fiubviridiom,'&i1llas in philyras incido ; et exiccanoàd duarum
pártium confumptionem; et factà colatrri, vhicias novem vel octo potanda Imane
dé: euod fi vay medicamentum paliorebiccirf:m volo;nunrpalum herbz pilofel- 1
31li«c £g *1 . E 11 like 1n fne exccquendum addo : Ines adhuc redditur; fi ie
aqvà Villenfi decoctio fiat, aut fi in octo "Hbris aqui fiat? vbi duz
terti? partes pér coctiopen abf mypta fverint,& excolatumm
ldciimiyehalybetdito ignito fepius 3 PUT 713 roborettir. Boethi u- xoris albo
profievio laboratis biftortec o explicata et Gal.lib, de praco- gn. ad
Poflbu22H?7 « az De albis per uterum purgamentis. 146. C Vmillud mihi femper
fit perfuafum, | |. | in hoc morboeaiterum non laborare.» per fe, mifi cüm ex
longo «lefluxuetiam pars ea;, 1;, aut laxatur nimiüm ., aur refrigeratur, aut;
jy, cetiamaliquando ulceratur fed vel à totocore. f; pore, aut à ventziculo;aut
ab hepate; aut eriam. |i àcapite materiam 1llam transfundi, laudare.» fatis.
non poffum,quod Galenus //b. de -pracog.ad Poflhumurz, maxime necetfarium,
effeduxit; ut aut totius, aut partis laborantis,& tranfmitten- | |. tis
rationem habeamus ;.nec fufficere humores . |... divertere, et evacuare et per
alvum, et per uri- ps, ut fecit eo loco. Galenus ; qui non folum... diureticis,
afaro, et apio, et hydragogis ufus]... eít, fedlongà, et forti fricatione, ciun
non abi]; hepate, aurà ventriculo tumor ille ventrisinfe- rioris, et
fluxusaquofus per uterum originem. duxerit, fed ex refrizerato nimiàm,&
humente: habitu corporis, et potiffimum carnibos par... tium infernarum,unde
per longam, et validam; fiicationem, et fimplicem,& cum melle cocto | EUR.
» "e .non folàüm revocabatur ab utero ferofailla af]. fluens humiditas ;
fed incalefcebat habitus cor--J poris, et ira ficcabantur carnes, ut (anguis
adi]; appofitionem, et renutritionem tranfiniffuss] non ampliü s recrudefceret,
autin pituitam, fe--] . rofümve humorem abiret, fed nutrirer,sícque |. optimé
nobilis illa matrona convaluerits nona, Jguur [^ 'J vocare «Quod fi af
ANIM-ADFERS.: . Igitur oportuit alia etiam adhibuiffe, et exhi- buiffe prarcr
ea, qua tradidit eo Iibroad aufe- rcndam intemperiem à tcto; aut parte, üt cen-
fuit t doctiffimus laffarlas meus, cm non alia» labcraret: unde excalefaétà; et
ficcatà par- t€, ne denuo m aterja e enerayrecur, faris fuit;ges nitam et
peralvum, en perurinas ab utero re« '0 &apioufus eft, ad du- cendam
materiam " er i mofadd àm,qua tamen etia 27$ 4| perm,enfes, et uterum
folent evacua re; ncn vl"A P * f detur mihi reprehendendus;s qui nt và
cencra| rione humoris inhibità, rectà victüs ratione; | potiflimüm pottis
parfimonia,iX füblatà intem- J| petieà parte laborante; nó ahud habebat;quod |
faceret pro eàcurandà ; quàm genitam jam a- | quam evacuare,& à partéad
quam tota fereba! div reticis » tur, derivare ; nempe hydræoeis per alvum. per
veficam, et iis quidem;que fimul menfes prolicere poffunt; qualia
effeafarum,& apic m docuerat 5. C $ xfi med. facul. ^ut etiam fi qua
excrementa picultof. | uteri veris, et utero 1pfo i ferofa in, rent;aut ob
craf- fitiemretincrentvr, neaut corrumperentur re- tenta, aut iptcanperiem 1n
utero 1nducerent, tandem etiam quamp rimum expurearentur, . Ex quacvrandiration
e illu d primo col- ligendum eft, ncn hac 3" làin cedendum effe in curando
fli xv mulIicbi ahbà enim và 1ncef- fife et alios Medicc: n. cmanos,&
Galenum ipfum, ex Hi Medicis anuquvis dcíompt refide pocrate, et optimis
qvibufqveo à,Cccnftatex cap1teo $ à illo: Albg bro. fiii fa- bé CHYAV- dut
vtría ra- Moe à di tradita et », ls l;b. de pr&cog. ed. Pofl bu 322/4772 .
lx arena yanarina fepe: e 2nalum, £9 contra G a. Albi bro- finvi vc- YA CHYAL-
Ai TAL.illo: mutàffea item poftcà Galenum fentétiam; poftquàminundià ftomachi
regione. ex unguen to nardino precordia perfenfit frizida,& humi- da, ac
mollia; ncn fecüs quàm lac coaguíiatum ; nondum tamen in càfeum concretum ; ut
ex hi- fori illà tradità Zib.de pracog. ad Poflbusmum.», eap. 8. colligia 129.
"XN etroris 'arcuendi. funt ; qui piocurando eo moi rbo ;mulieres in
calidá ma- risarenà fepeli endas ex Ga leni. decreto cenfent; cim tamen
Galerius fateatur aperte; et ce tcros omnes d C feipfum non firié errore hoc
remedium attentàffe: ut magis ii finr. deridendi; qui etiam in divi arena Soli
aftivo nudas mulieres exponentes, ac deméreerites ; tentà- runt mbrbutá
huncevincere. 149. C urari igitur poterunt fim iles ur orbi, derivatà, et
fimulevacuatà materià per vias fe cefsüs ydrago?is; diureticis per viàsu rinz,
eo modo, quem docuit Gal. cap. illo o.de pracog. ad Poftb. Inter hvdragoga
noftrotempore pri- mum fibi locum vendic at Mechoacani kann fialiquaadmixta fit
bilis; £x Jappa,tum ola Q tertüm cum pilu lis ak epha iginis, fuccüs 1reoss
potiffimum, f. Bie I? decoctum; et Pa m aj fylv 'CitI1S 14 )a- 541- Ixt il« LI
t (imilibus« alia.aut ex 115:2* . Dofita. tiffimum witbid, &'prafentaneum
remiedium funt; aque T bermales falíz. vt T'ettuciana ; et fimiles, quód per
vias fecefsüs hunziditates de4? " Do v .À d S S asi es AUI FEMA ^ M. ducant. Tot ner hanc viam
naturam attuetcat eoi- cCrC. Incafi lium tam een haco n inl daa fient dem
tranfimitt y77 Gent, nifi partis cenerantis hos humores ratic- pem habuerimus
aut, ftà toto eenerentur;to- uus; propterea, in ufum e. CURED dug intem- periem
partis aut touus tollere poflint; puta» EL: | e MN wd fi frioe1da et humida
fuerit; quod 1a pius evenit; je. aut ventticuli,aut hepatis, aur toti
s,excaiefa- cientibus,«& ficcantibus conabimur evinccre ? commodiora autem
hazcerunt, f15ü88nrhoc prc1-4 331311 " ; (^v 1taàlnLls 3 a Vt( Lt : assise
ap, o e« 1ncontrarum tractam eCvacliaic co i LHl- C15 potiliiniulu lia totoad
uterum trans fundaa- - h 1 * T decoótum Guajaci: aut fi1ntemperies bec frigii Q
| :, 1*3 ^ 14 : vw da « humida jecur etiam att1gccr1t; quo d Cx Ia- dice, vel.
ilgno oafiairas paratur; ex quorum hr ES, * $^ "s " 14* T^ we 4 | Qe»
T C XCInD] l ) CU 111 P xin rima aiia | roponl px (tunt. 1 E I $C. Animadvert«
naun Lt 1d Cn,n ja fempet1 aut íerofuin humorem, aut pitu1tcium peccare; peque
ícmpernunc cíic. Cx pl rcandum neque 423311 " I ! À ' E a^ bor d x c4
femper calidis cczr1endam efie caufam efncien Puross:8 2 mulie by 12 20) 75ber
"t £ J 7 ,211 CALtis Ci 4avanáa o Adftrictus enim locis ; aut nobiliota
meinbtáà in-. 1: vadent molefta illa excrementa; aut retenta in., malum habitum
; aut. hydropem laborantes] ducent. De. Vteri prafocatione . Prfoa- 132 f leri
prefocatio ut morbus eft per-- 1^ Vis air dn niciofus, ita cutn folis
mulieribus,,! tento fei et fepe ex Iimprovifo adveniat ; curationem fe-- [4
ne,odova- X6 € fola fibiadfciverunt, ut inde quàm] j]uri--p £5 vulva 1naà
errata introducta e(ífenon fit titm : Inter nen inn quz lllud primum locum
obtinet ; quodi infuf-- pun gea. ^ focatione matricis ex retento femine, in
matiriss| virginibus, et viduis ; internas vulva partes ;1n--[' ungunt odotatis
cleis, ex Zibeto, Mofcho,& fi--|' milibus, aut peffaria talia
imponunt;quibus,licet ob fuavem odorem, uterus füpetnas partes: petens deorfüm
allictatur ; quoniàtm cunen et titillatio excitatur, et appetitus Veneris
promovectr;quaft in furorem viregineum coricitan-- p turmulieres, &à
comprefhio ne diaphragmatis retracto utero in proprio loco extenfus, quaft
turzente materia undequaq; movetur, ac fynt- ptomata p ropemodum ind icibilia
producit; Le- fo cetebro, et corde: hinc cordis palpitationes, et fyncope, hinc
pulfüum deperditaiones, hinc:] dementis, lío cerebro, concuffiones omnium
partium, convulfiones, et fimilia. Prafota- 153. Quare pra ft arct fuaves illos
odotes co- tiséeze o X1$in párte internà prope. puderda alligare, quam onum
intrudere, fic enim beneficio fuavis olen- ! tie fruerentur,nec in illa tam
magna incom- 1 | modi inciderent . r$4. Nutriquam faciem frigidà in tali Cau
afperzant. Minüsautemodoratis aquis. r$6. Quinimó ne vino quidem facies erit
abluenda. 157. Quamvis enim vini nonnihil vietiam adapertoore infündi poffit;
cum Hipp.Z/b.dc» | morb. mul. cra tamen. eodem tempore malé ! olentia naribus
admoveat, vino faciem làvan- I dam non efle docet . 158. TitiHationes
aut'dieito medioimpofi- | to, et perfricante os uteri,aut aliis inftrumen-
tis,ut femine excreto füblevetur mulier,à Chri- ! füano homine omnino
ablegentur . 1f9. Quametiam ob caufam peffi illi ex ali- | ptà, lienoa |Joe,eca
ryophyllis, Zibeto, et fi fimili- Pbus parata, licet difcurere flatus uter:
valeant, !quin et fermen promovere;quoniam tamen ten- J'tizinem maximam
promovent, et Saty riafim. fepe inducunt, in hac fuffoc ationis fpecie ex re- I
rento femine non ita tutó in ufum duci poffunt, MEC Cerata ex Tacahamach&,
Caragnà, fGalbano, et fimilibus, utin hoc morbo ex re- litentis menfibus ob
craffitiem, aut putrefacts, llrron refrieeraris excrementus, ac ex flatibus à
Wl proprià fede dimoventibus; proficua funt ; ita, I[mb: ex femine.retento, et
putrefacto ortum du- Ixerit; non 1ta fecura erunt, nifi cum exftinguén- S ^
tibus lentia to xis appli- canda . F scies frs qida n9 æ fhergeda. Nec a- quis
ode- pyAf:'fe Nec vinos Pauxilis viniconce dendum mai? olem tiba$ na- ribus
Appo- fitis « In prafeos catis ex fe mine reti ciéda titi latione. Pe[ft odos
raulpra- LUUD e femine reiitiédi » GCeratæx Caragna» galbano » gc. tpr et
focatis (ex f 1oine y. Gucarcoi- z ZéLá. 1 " r&- /* J« jocis Za d fit
P €? ü4 E tibus femen,aut refrieeran ub us; ficcantibuss uteítagn 15 caftus&«
Sorallium»aliquid adjun- ol 1l ^ AX61I«. Scio multas, quo ri Pe. ev t TE 7 emo
NE S TEN in locc Pp OpEh yretinea nhtL,Uu6 DnVItCLLiCA alieettio 23 x Ln en
excitentur; hujufinodi ceratisex T acahátnach uti,41n.umbilici autem, Cay itate
11 1 f56snere q10n1 nponecie quo aut tria grana Mofchi: fe C 1 quàm ] ehci
fucceffu, 1 ipíz viderint ;ex calore enim corporis et lec elevatis bene
olenübus vaporibus;fepe in pi focaüones incidunt ., 162. Cucurbitule ut infernis parti ris,
et coxis, quin et 1pfi publ appofitz profi- ciünt ia reeioni umbilici | Te»
parte Obefle ic lent. adis. In 3
Vero y ftot A nx 3 - Q5 ; 1€ CX re tenti: d inen 1 / ^14 e! * ^x/11133 1140 7 T
gor 3 44A Cu iquo n yd. Xxumque appo lli 29 PP! OXAS bi alliüi Lil 1 US E 1 lm.
LJ Cc 291 Db 11C5
Li Tas 13 EIU 3x4. 1 ders: s Lou. PLUS 5 ctiam in par: X VilllO a mo s COI LI »
poris totus refrigeretur ; Don j« LU 1n DatOoxy. Y ibe enda eft dili
S4NIMADFERS:- LIB.FIF .281 T2) 166. Incaauteém, quT Cx Hagone ( Ag ine D o0»
fla- T p^des v ducit, cucurbitulà magna umbilici regioni apa ;;, c55- lic rel 3
toin (1617 qo ^ 1 : Prtifi » VCI intcf uroblücum E ul em pl&G- as
tadffimum;fi quod aliud,remediun efleíclet. zza ati- ^ 2 Hac
tamencautione,utaut €x aGUa ca- 5/75. ÓH 1^ !1 »li "etr! . 111 "Y 1^
' id-erxa30mnme 13 61 T5 bruvbpi- ldáaapp ICCI1 L5 41 LCI m non nil m 19n€;,
pocti- gu Ve» - : E ! "1 : nia : 24/3 7H inum jn pra pinguibus mullcribus
. IH: a 255 1698. Sitex iis,qua perforatx funt 1n furn- 5 mitate. j : 3 m. d P
m E di 1 2 t 5214 169. Diutius non permittaptul adherere.ne, - - LI * a "
MoqT1 48 Í3 t: 4 «1171 1^ 1 (11 ^ if impegito kA AlilLL 2 lllLUl £1l5| D I |)
ill «CC 2 ]I1lo 1$ ^^] v m lI13carr- anmod alia p Qe qu oa n91 4Enaln CL. aLLiI
3 quod et iiti LIII «idl . )Yali$ et j i j 1 Z»^r: I * f. Y : | D, ! )! 3 up
1410 J 420A A20 n2^77 0741147253122 : ] Lc 14154 E aud A40, i AF LH222 07-1 A.
MI e«LcoATL a Ter 4 Le per mient e j«€?t E m, Medicorum 1n partu naturail ; præ
JÆcuncdi, dicorum. Canones veró curationiim omnium morboram muliebrium:
diligentiffimé -profe- cuti funt; przterantiquos Patres noftros, Graz- cos,
Arabes, et Latinos, ex ecentioribus Mer- catus, Mercurialis, et Maftfarias ;
fofüm aliqua attingamad munus füfceptunvattinentia . Obfetrici
Primóanimadverto, et frequenti experien- £us non te tià Obfervavi, nons effe
temeré credendum ob- mtré cre- ftetricibus aut aftruentibus graviditatem, aut
dendil, fea negantibus;,ubi agituraut de promovédis men- Mec Gus aut de fecandà
venà ; aut purgando cor- dd ed pore, ob urgentem aliquem morbum; fed Me- Hla
iljg,; dicus diligentiam fuam adhibeat, conjecturis expendos, 4$aG has cum
dictis obftetricum congu negat, et agar, lufpenfofemper pede in re-admodum
judicatu 8 difficili incedat; ne, fi dicta folümobftetricum, 1 aut mulierum
fequatur; nimis fecuré incedens, abortum inducat;aut remediis deftitutam lan-
guentem finat. Obffetvici | 371. SYumquamtamen in fimilibus cafíbris bus sfferé
aperiendi (untoculi, tunc fáné quàm minimum tibus fe- obftetricibus eft
credendum,etiam jurejurando tum mor- afferentibus, cüm mortuum effe fætum
teftan- P489 59 tur, et valentibus medicamentis excludendum ice . Perfüadent;
cüm fepenumeró multas videri- erts mus, à quibus feet!m ramquam mortuum, aut
excludendim;aut, quód pejus ett, ferramentis extrahendum effe cenfebsnt
obftetrices, et fub füà, ut ajebant; conftientià jurabant, quz non., ita muftó
póít vivum,& bene valentem fcetiim pepererunt. E HÁÉÓ € acerbit ter
efflæitant à Medi potrigant, pulveres, decocta, àquás füllaauas potrige endo :
; quibi 1S 1 (æp Vta ate dol " utem non ita óbftetricibus; ita aures non f
tirientibus, qui aifficatéa de partis ue: Na orm commortz precibus inftanC1: K
datur, autirritata natul tcvc T5 i 4* n! dd i cit nac Ale Ob hat tanta rtat
undeaut acerbu clu(iis ante temptts à natura cotil fervet ndtur m fitum 1i 1C
ipfam cà difficiltàs, unt pra facile SENCASCI éit eben ; ut mahuüs adjuttrice
ftit n exe indo. ifaycun laxantib P emolltentibus res erit triti fizenda ati
folemus ad expellénd üm fetum 1mnor q mbus tuiim; I74. aut fecur Quod f 1
placidi ráfémpér in aum parturien infantis éxclt Occidàtmus. 17;. multerit
neque i enim CO ee A mentes; fueéverint, énim fuübfequuntir fübv« alvus
xliquándo citatur : tó convenit, quód dolores 1l foleant,n eet üm . dated. ter
er, nin dà df no iearuue I^ [ r1 aus 1ftofi uerih n Ira 1 ^"r41 G "i
1 n T u ; ad]: imyoda arcu CUUccl ! 11€ nfe t d bl CX nil ^ Mc À. a» V $^ CXP
^( 5 5 Xlt loratunm laritm,d Da [im iciimque c fiiper ione exl TÍI nc
primipatris 1s fi 1 I 1 uo ) JUS V "f. Cxnh1Dc $ ventric lt s iabeamus, quar
e fit; ut infans aut occi- "i tenifpus debituman- cegcto datur;aut ex-
utum, non» n partüs ad- OUS » Gt laln 11$ etiam ad hic eft venien« á UL. um ip:
ci debebunp ivaré » DC, 'élymus;, " li pfius Im, (ofüinia aut étiam ip d :
noftris exhiben video n fluxerti it,neque vc he venit: nire c De "EPIIT fe
pc LA o9 E | CC 1l Qui DadIp iCrvenirc non P parParttut »o [rà Uth- vA PTS á
Medico ob fprttes parturien I A7 Paviu dm ains vt29 tja fati s bi 07220 Et [cam
dAs, 4p 20X1A . Fét& ex- cLedentt- $ QHA7 do dun; - Qieu?n 4^ mys dali.
|onü A par- tu hegue femper,ze gue ou Uentt s 4at6Hn)11- ? Us cg Febrttit Li
LoUs.a bart : LI ag mut jeans [AU * gz 4 [u- ht f par, 2 201ÉS e. gv i, - piod
qua purgatio C07 din et "i ndo obofd, qu. ex £ontvoverY fia b«c til lez d:
a . exp eme. A! com bue E ) .
LFVD. SEPT.ALII um fiuere velit materia. "176. Sifüpervenerit febris, aut
inflammatio aliqua, numquam à fuperioribus venis extra- hehdus erit fanis, qn
dgad alu fentiant;ne » retrahantur purgamenta: fed ab infernis fem-
pereritevacuandus. M EDIOL.: Aag pe ud De AMforlbis articularibus... ( 7s Íciam
maximé. contre um efle, an incipi Sn eplc varticulorum,potufflimüm.po ex ufu
fit medicamento elective purgante iid motes evacüarc, multis 1d affirmantibus,
quód ;, humores fluxionem facientes evacuentur, re- vocentüf£, et ab articulis,
ad quos fluunt, rev Sy lantur; evacuatà enim materias cn urnores fuc- céldent
dolores ;& brev lori tempore pii ura- bunt: experientiam bac inre iunltoru
m etiain. afferunt ; in quibus expurgatis humoribus me- dicamento, et dolores
leviores fuerunt, et bre- v1evanueru nt. B epugna nthuicopiniontali,
afferentes, ci dicamento purgante res ad inf iürihantur,*« devehantur;, fpe
humores per íé € à medicamento com- motos vehementius irruentes, majori etiam»
impetu, majori A ug et magis affatin culos pedum ; et ad 2enua affiuere et
vehementiores cfl dcc re dolores : et ob hanc unà caufam, dicunt, et Galenum;
et omnes fcripto- restam Gf£zCos, quàm nos« 1 Á IT. [| bns iiLilnoO4p Ccrna e a
SICQUuc 1ad arti-4 * Maurit 2QI3060S C lat IOS. m e Crraturos;cu dloribus adfit
et expellentis ; à UCTIt COp1a ANIM ADI Dæiscommendáàfle evacuationem factam
per contraria humores eoe £T? L| ime. Cij us i cum dili- Zenter caufam
1inveft1io irem; ceno iictl1onem hacin re QC materias Savocare,1d vero au IDnatcria
inque'qdquandatrate La ad 111a: RQARSM VEPPE erimenta; ul ex] crie tà cc Ec Cas
a l11q l 3 M ic fiuens 5 CX 3 'Clilltas recipientis de,ant rob: controverfiam
.düàn fias evacua dà ex £diftin- 2uluc ho . )pri - ü1m. i8 mS "m pr E E
", 26. LED. SEPT ALII MEDIOEL. Ead ut ex fignis debilitas arücnlorum.
Facilids Gxtvonviip autem difcernemus, an purgante medicamento ^...
utendumfit.an abftinendum, ex experimento facto : fi enim femel aur itezum
tentatà purga tione, &ingravefcant dolores ; et diutius per- durent, ab
illà in pofterum abftinere oportebit: fin autem melius fe habuerit ; aut faltem
bre- vicr faétus fit morbus, omnino intrepide erit corpus purgandum. Purpusio
x79. Cum vero, fi purgandum eft; in princi- zpwdsgra piold faciendum fj. freftra
preparaturfytupis cü facit. materia; cüm nec putrida fit, ut: cocticne indi-
day etl l4 coat; tantem aucferofa., et rennis,queftaum; Us um [466 expureari
poteft, Galeno magiftro, Jib. Qwoss:. 9 | da, r Qj quatido purgareéxpediat, avt
fané bilicfa.; te- ph wv^^^ quls, non potrida, qua facilé expurgatur;nec. |?
Becy)wM coctione indiget, quód fit fine putredine: cum. |. "von netóf v
tamen craffa aliquando fb perfit præparari po- pc terit, et atcenuaris ut
facilis, fi non refolvatur Acum per infenfibilé evaporationem, cvacuari pofht .
179. Miflio (aneuinis per fectam venam ut / : A T7ÉATCUAAMA . Ppodagri "-
A 1 É - : ^ dg quA A: gmaxll ne lauda CUT, ad praca vendam podærà 5. MN (C sis - | JC -irgdus,
goinefit refertum ; et ad eandem curandam, ft. |! an guin- bumores mixti fint
cum fanguine : ita fi fercft: [uy jJ" dozen. fucrint humores,&
frigidi, &frà parübusexe-- pu cernis capitis defluat materia, fruftra tentatut:
pni tale remedium, quód. habitum corporis refrie- | ecret, et hujufmodi humori:
prftet occafic-- [1t nemo . Pedaga X80, Quin ubi frequentiüs hujufimodi pce]
dagrice» [q" ód crudis humoribus tunc det occafionem 5q« | elagricz
acceffiones homines invadunt fie piüf- ^ f | quealiquem affüixerint, nifi fumma
adfit ple- vei fim- Initudo qui alis inebriofis, et vinofis aggreearl,,;, ji e
| folet, hujufmodi remedium erit omittendum, tendus uius /feffatis d vvv eL-
eda | habitum corporis refrigeret, nec curfum hu--* yis | morim extra
venas«ohibere poffit . E- $1. Repellentia quamvis paffimin princi Podagre |
p1o, Ccvacuato tamen p rlüs corpore aut fangui- lalerax f | nis miffione, aut
purgatione, commendentur à £u ridiou Jaffirmare,raró tutó in ufum duci poffe ;.
fi enim ró Con"ve- ntt Í .lidolores vehementes articulorum non prius ps
"6o | zefícunt quàm ubi :materia illa maxime calida, i'Galeno, Acuo,Pau
lo,&. Ceteris; aufim tamen. Jeztia va Lin. hu C34Y ^ ad externa prol.
abitur, tumorem, et ru Pocos Y m 1p partc excitans,quc modo repulfa
refrigeratis »«Æ clot | externis partibus non morbo occoficnem augc- | bit;
exitum impediens ? Quód fiadítridio Ten hleigendes | pu lion juncta fit, magis
eriam ledet .. Sed ve- - | 1o jam ex parte f'uxa amate ria dolorem excitás, |
nonne etiam, fi cà ref riger à dolor imminu: tur, craffeícet magis, magi f ue
impingetur; et 2. ad fubind e€contumaciorem mo yrbum efficiet? Non po P»
nifrigitur feviffimis doloribus ; omnem ad fe; " curationem trahentibus,
verisrepellenübvsu- J| C0. LL a. remur, frigidà, aceto, farinis admixtis,
pfyllio, lenticulà pafnftri ex aquà.& accto.& fimilibus; Securius eft
oleum rofaccum, quod vocant Com o dos. "- pletum, quamvis enim refrigeret,
et alique eec. modo repellat, vi tamen olei laxante tranfpira- c^ tionem non
impedit, neque partem conftipat; atit [Let ano WSLGii quatre prat joy: !] -! *
v cr el Tn ex Cut: $e), LC piam 2! 3 Í AG eui; articulos po X | CAT. Q. C 4 A
do fricart'r,; 1D ^47 03 Li Ü no» " 4 l (t, difcutit nre iatiifa P ter
praulel-. 1 IOX123.». Ep: 1,€0 nequaten ^11 v emm Ve V ( nimad A Pa P Oo ^et /
Q "C e E tS. EUEM u pti b tione ir dolores li1ttt 1 wi n iupra mí tis enim
c [ n di aue huimo* 1naíor 1 Of9f! C | p [: J *eo( (0 CM A 1 1 1117€ p nts 1!!
Phvl E 41 [1 ntifl 6€ co" ^nbi 4 LI L idià 1 * Qu tentia, et el | "11
ET A A. 7 [2 ris. (:3Hs^w1S I UETTICIL soni e «& vix falfedo oleo
communicatur, foleo ego fa- lem tritum M A EERATE in vini calidi leviffimà
poruone pat] aum colliquare, mox falem illum | cciliquatum affidue fpatulà cum
oleo agitare »; I et ficoleum falíedinem contrahit: Velin fübti- | liffimum
pollinem falem contritum, et oleo ad| mixtum femper ; antequàm 1n ufüm ducatur
| dilicentcr concutiemuls . De AMorbo Gallico. - ^ 136. N Venereà hac ]ue cura
inda multa fa- À néannotare potero, cüm illud veré af- firmare aufim, poft
delatü à novo Qrbe ad nos I| hunc morbum, me fortaffe multo plures hoc I morbo
laborantes curáffe, quàm qu ifquam. alius, quód prater innumeros in magna hac
urI be paffim curatos, per quadraginta annorum. fpauum magni illius Hofpitalis
Brolii,in quo, ll folus 1s morbus curatur ; et fzpenumeró vere I folo fepringentis,
quà decoctis, quà inunctioni- l| bus, et fuffumiegis curato adhibetur ; reliquo
vero tempore faltem ducent ex ulceribus femJ| per crrantur, purgato diligenter
corpore, et Ili multis etiam et pulvifcul 1$, et elec tuariis,alexipharmacis
praterea exhibitis ; curam in adole- fcentià mihi demandatam fcmper
retinuerim., et adhucin hac tate retineam, ob FRUIR cau- fas ; rtüm potiffimum,
ut adolefcertes, et novi- tiosin hoc morbo cerrando poffem exercere ». Vnde
cuamanno praterito ; multis poftulantiT bus, adzmifce- tur s fi fal oleo no?»
qa idus 04 Lol CÓ voa / p Æ ra pn. Gallici morbi cu- ratio du clort Quo- 7modo
frequens, c in ea mal ta obfer- vare quo- 72049 po- tuerit. mw M A MorlLi gal
]l:wei cura- 20 diver- f?» morbo vix 1- €boante, FR mento aliquo füperficiei
penis, atit feminei pu- 0e bus, diebus, quibus à Moralibus,& politicis ii
meis lectionibus vacare conceffum erat ; pluttbus fermonibüstotam hanc de Iué
Veneftea tra- étationem comprehenfis fum. Ex quibus ali: qua, quain curatione
hijus morbi finguilaria occurrunt, excerptà hocloco annoranda miht fumpfi. |
Primó ieitur illud annotandutm;non eándem eífe curationem luis hujus primis
diebus com- municatz, et übi altiüs radices egerit, fedém- que, quam hepar
femper cenfüt, occupaverit 2 . ^oi A fiepé enim malà illà qualitate mediante
recre--déndi; communtcatà,externas folüm partes oc--J. cupat; ulcufculo
cariofo, aut fimilibus excitato; quo exficcantibus curato, aliquando penitiorés
partes noh attinet, eu occafioné neque mittendus erit fanouis; néque purgandum
corpus ; 4; ne, quz externis partibüs folis adhæret conta: cio;agitata magis
diffundatur, magífque ad in- terna trahatur, urndé veré morbus contrahatuür
Neque veró timendim eft ; ne contta medica- tzcepta agamus, quibus cavetur, ne
umquam localibus utaviur,anteduàm erirverfum fit inásJ, nitum: Id enim
veriffimum eftin morbis à cauw si interni ortur ducefitibus, non autem in iis S
&. qui ab externis ; tiani 1m miorfü venenatorutns] 4nimaltum ómninoad
externa evocamus, fiftt] mus, acad cutem trahimus, denique non. pürn camus; ut
comode in fcabie recenter ccntadt . ^, ^. » - N . 4 communicata, in quà
fxpiffimé citra purgauea ncm ANIMADFERS. LIB. FII. 394 nem cuti emendanda, et
fcabiei tollenda folüm unfiftimus . Neq; tamen placet,quod ab Empiricis paffim
commendari video, ut indiftin&é qui- bufvis cibis ; et cujufceumque
conditionis utan- ' Iur, multaque paffim ingerant, poriffimüm ubi I:bubones
appareant, nec ita facilé eleventur ; uomodo enim naturam opiailantem ad expul
f1onem habebimus, aut ad foi confervationem, fiillam multitudine ciborum;aut
malà qualita- ite cbruemus? Át neinecià etiam macerandum eft cor pus. neinternz
partes 2]imento debito deftitu- Ita, ab ambitu corporis, et externis partibus
at- T trahànt. 199. Exercirium, quod alii injungunt, po- tiffimüm in bini bone
promovendo, ut non pof- fum non commendare, ita fi excedat ; f peoffi- 'Teere
poteft, apertis nimiiim meatibus ss ex- 'THhaufüs intern2rim partium
fpiritibus, quà oc- Ieafione virus exrernem fepcad interna remeat: "FQ rows
ab exercir1o füdor promoveatur;abij | fter. 'ebet. neaperiis
meaubuscumrecremen tis oualitate mala infectis remeet, et interna Tinfciat..
Átveró ne decipiamvr, dilieentet in» 4 carie apparente obfervandum eft, fi à
congretfa Babont- bus nàe- XL bas $ n0n "male ta ingeré- da,neque
quibufvis vefcendti, cotra Em pirieos. Morbo gal lito. in- ChoADte » tenuis
vte« ? malus. Gallico t cboante exércitim valdum fap made lssta Carte gallica
atpaI4 Venerco p er quatuoraut quinque dies caries i]- rente; T f laar paruerit
. creffn tempcris : fi cilenim primun 4 efle ex fordibus communicatis, et tunc
nullà 1 a prean po ;tiüs sr illud evererit,fionum erit,crram mode tr&
"7 enda DEAN c9 06? &n1//€ . precedente corporis univerfali
evacuatione s exficcantibus folm totum negotium trarfige- mus: fi véró ex labe
hepati communicat illud fieri judicabimus, tuncevacaato corpore, ale- :
xipharmacis rem abfolvemus ; ingow- | 191. Sic& in gonorrhoeá
procedendum:ali- vhs (^ quandoenimà concubitu ftatim evenit ; validà $0763 49?
exi(tente natura, et ftatim propeliente per cam enodo pro- artem virulentiam
contractam; et tunc nullo cededit « ; f à . à modo per raultos dies erit
cohibenda, fed finen da, fübluendum folüm quod adharet . At pro- erediente
tempore fi non definat;aut fi novum. aliquod fymptoma füperveniat jam
providendum eft fedi, et evacuato corpore ; alexiphar- |j macis edomare vim
morbi, vel potius malamo qualitatem tentabimus . Quomos 192. Idemin bubone
apparente:fi enim pri--] do proct- mis diebus apparuerit ; quoniam robur arguit]
dendw fAcultatis propellentis luem illam ad ignobi-4. £2 €/4* lem partem,
omnino actioilla eritadjuvanda ;4, fione, bu- &one gall £o appare gt. nec
purgatione; àut faneuinis;miffione evacuan düm erit corpus, ne revocemus
naturam à mo- tu illo : et fiepé talem evacuationem aperto bunémque virulentiam
evacuáaffe. Ya 193. Obfervatum tamen eft aliquando, tan) 32 bubo-. ^ iyole
humorum premi naturam,& adeo craf! ze contu- à snati alina. As aggrediatur
natura tale opus,fuccumbat ta ; men oneri, nec dd elandularum locum poffi!]
purgandi . à : materiam totam propellere ; inchoatumque- J opus COYbM S » (4m,
et contumacem effe materiam, ut, quam bone totam vim morbi edomáffe conftat,
ome«4 y | opus relinquat ; 1n quo | I fum,füblevatà naturàà mole, et farcinà,
eva- | cuato corpore, foeliciàs omnia ceffiffe, tumo- ! rem in debitam
menfuüram effe elevatum, et ! materiam duram, et contumacem ad fuppura- |!
tionem effe deductam. nj X n r2 . PUO I r^ ood ac NLLTTISSERPNXEMS LL LS ud
cafü fzepiffimé expertus . Vbi virulenta bac qualitas fedem jam|
occupaverit,& morbus Gallicus jam factus fit, | radicéfq; jam egerit;
edomari illa debebit; atq; N alexipharmacis evinci: expurgarr autem ante |
corpus debebit, fed nonab initio folis lenientibusagendum ; cüm enim ii humores
veram» coctionem non admittant, fed in eo eenere fint; | utfolàüm pre parariad
evacuationem debeant, I lenientibus et abftergentia funt adjungenda,&
aliqua etiam veré purgantia;fed in minori quan ritate; et hzc veré funt
minorantia . Quin, fi in aliquo morbo, in hoc maxi- mé validicribus eft agendum
; tum quód fpé rebellis,& contumax eft materia, puta, lentas; et vifcida,
et fzpiüs adufta;tum maximé,quia, cüm per exrerna prorepferit, et jam bonà ex
parte extra venas ad carnes, et folidas partes pervenerit; non potcft nifi
validis medicamen- üuseducd. . In decoctis pro diluendis fvrupis;autin
fyrupisipfis variis pro varià materlà, cul potif- fimüm infidet virulentia
illa; femper admifcen- dum eriraliquid ex iis, quz alexipharmacá fa- cultate x
j a" Gallico »orbo pro greffo pur ga ndum In eallico morbo 15 principio
lenietibus abífergen I7 N72 ganrtia ad i 06A o In gallico mo bo v4 lidis pur
qantibus ACenatmm, T e Iv fyrupis pro morbo gallico zd denda 4- lexiphar»
"afa. na, aut faponaria; ex quorum ufü.fepiüs exper- tus fun, poft
repegitam purgationem ; et mul- tos affumptos fyrupos adeo imminuta fuitfe ac-
cidentia, ut mult fe jam convaluiffe cenfentes, cztera auxilia refpuerent, X
ni(i admonuiffem; refractam folüm effe vim. morbi, non. convul- fam, vix alia auxilia
amplius admififfent . Pilula ia.
197. Poítremum quod in purgatione repeti» fine perga c fumitur medicamentum,
placet effe in formá 10515. 12 /fo]idà, qualia funt füb pilularum formà ; quód
enorbo gel Sc) longioribusattrahant, et fi qua à medica- licobF^f- entis, aut
(yrupis commota fint recrementa»; rehda . facts ooi dd cs acilius poflint
educere. Syvupifol 198. Inrepetità preparatione humorum lau ventt$ i?
doadmiícerefyrupos compofitosfolventes ; ut gporbo gal fyrupum Montani, de
fumarià compofitum,de ? ?"* bolypodio, decichoreà Nicoli ; vel Gulielmi ;
dans e. : tiores, et pouffimüm Maffarias doctiffimus ; neque enimimpeditur
coctio;quz nullibi in ta limaterià exípectatur ; fed paulatim. prepata- |J tam
materiam, cui virus infidet, evacuamus. Palvfcu . Quinimó,ubi maximam fupereffeads
li fc!ve- Syacmaterke coplam cognoverimus, optimtrm. 26$, (9 e Eg uo wiain alli
: atico ANT ^ir n 2 5 rs,; aut fuffumigia, pu 'vifculis, aut confectis ex!
znendaz-: folvéntibus paratis ; Senà, Mechoacano, Ziapro varietate materie,
quidquid dicant recen- | ; effe cenfeo, antequàm ad vera alexipharmacaz.]
véniamis,potiífimum autem ante 1nunctiones,,| lr. lappà, Turpetho,
Hermodactylis,& fimilibus, : " s *À ^ pro varietate materie
exuberatis; add1tà zqualiferéad omnia quántitate Sarzg panilie pulvee;] I1z4l4
5 NT € B t " tC s e ais tunc SDN a. «i vta lora sow ruis cate Se 0"
ANIMADVERS. LIB.VIL a9$ d rizatz, exhibitis, materiam illam imminuere 5 uc qua
rel iqua erit, aut per fudorem propelli poflit, faciiufque dieere e per
univerfum cor- | pus difpet(a edomari, atq; evinci ; aut f1 per os expure zanda
fit, peculiari argenti vivi faculta- | te, mole (uà. no * füffocet, aut gravi
(fima lla; | quz aliquando folet; fymptomata non inducat. 100. In decocüs ex
1is paratis, qua alexite- Guaiacs ||| ria facultate ; et antipa thia quàdam
virus illud fpecies. in | evincunt,.& ex corpore pellunt ; ut quod ex vagos
|| Guajaco paratur ; primó veniat cófiderandum, 7 Mola illüdque p rimüm
animadvertendum, non effe Ie illud inufüm ducendum, quod annofum eft;ni- i| miscraffos
truncos habens; ataue peromnia, i| vetuftatem Niediolebes quod paffim Empurici
fa- i| ciunt, utacrimonià illà perfectionem medica- i| mentiareuentes a2ris
(uis 1m ponant; cüm calor natur disin tali ligno jam fere fit abíumptus,&
.|| vis ejufdem effeta dedidit ta; Vimoiridum (hbétantis yn oleaginofa pars
abfümpta, aucta ficci- | ta5 » five potius ariditas fine pinguedine ; nam. | ob
has caufas,cüm multas partes terref fttes de- i| coctum rale habeat; numquam
clarefcit de ter- j| reftres iile partes cama wifteritate quàdám acres yh eram
pe: (entiuntur 201. Neque tamen etiam truncos illos mi-,, (l| nores laudo ;.
minimus cnim illis ineft vigor, et,,,,; i»- Ji calor h uoi litate füperfluà
hebetatur, et fücitlt 2, 4;d;i . |i tas illa à tota fübftangià tamquam
in-infante eft imbecilla . 202. Efttamen fpecies quedam Guajaci que Gaaiaci 4
n'meGsaiacs, LÀ b. 9^. dass EL. 3 eie W numquam in ufum ducenda eít, qua
nierorem.» cis, c VErumin medio non habet, fed colcris cft íub- sb Obícuricum
quádam viriditate, que decc cvm decoclumy facit omnino tur bidum, quod numquam
clare- faciens, fcit, tum maximà acredine et in eulà, et fauci- reiicióda . bus
ardorem excitat; ob craffas autem, et terre- ftres partes majori ex parte in
fplene, nonnum« quametiam in hepate obftructiones inducit ; Empirici fylveftre
lignum fandtum appellant fed cüm apud fcriptores nullibi reperiam dupli cem
hancífvlvef tris, et domeftici differentiam, potius ratione foli has qualitates
acquirere cen- ferem. Guaiaci 03. Ánimadvertendum etiam, ne aut m» Jobs neq,
ciafiær particulas, aut in nimis fabtilem pol- erf ]inem minuatur; illud enim
impedit, ne virtus fi (nes ligni bene aquz impertiatu IE hoc autem efficit, Sec
7? wt difficillime clatefcat decodhum, fed femper ^' feréebibatur turbidum,
undeobftructiones in fplene, aut hepate. Virg opi . 2104. Abfu rdum eft, quód
viri quidam alio- mimatc- qui doctiffimi etiam firiptis editis cenfierunt,
"4 »1? ^ yon poffe fieri decocta ex vino,aut faltem ex v i4 5 et nof, fed
infufionem fieri debere ex aquà ; qan OR Harc diutiüs Reb ime effe, adden-
Fives dümque in fine vinum, quod hoc cenfe 'antine- : ptam effe materiam
infuftoni; quodque tamdiu cxcoqii nequeat, quamdiu opor teretad clicien dam Enc
medicamenti : certum eft enim, et in chymicis extractionibus experientià come
probatur, nihil effeaptius ad extrahendas me- dica. coéiis 1n Idicamentorum
facultates ipfo vino, aquá vini ; I& aceto; quód igneis, et calidis,
fubtilibut que partibus renitiora queque permeans ; intimi rem ise Kun
facultatem pcterit extrahere; et lin fc concipere : verum quidem eft, non adeó
longam pau coctionem, f fed aut longà infufione id compet fati f let, aut in d
ici vafe folet ex- Eoqvi. Parare ego decoctum foleo 1n morbo in: 4^ Iveterato,
cum mal VRRBET- : » materia frigida pr dominan te, ex vino; quo aliqucs a pud
alios tos ertcéte curavi. Paraturautem hoc ; ea infufione corticis ligni fancti
OpUd C | CI: ihmodoe: iml,cra de 'contufi unc. xviij. in vinl alb |ppem |, ut
gt od dpbdfid Vernatia dicitur;boc- ica æ Isn (catibos decem et octo / funt
auteni: Ilibrz medicineles xxxx1j.) per duos CES exca- lcfacto prius vino, et
femper per duos illos dà lin duplici vafe, vel cin ribus cale: 16d í lento iene
vel in duplici Và apes IÆ n- ilfüumptionem rertic partis j quo utàturagrotus
li& mane loco fv1 upi, et c pro potu in cibis; fümet NEN ac mier Mr nh ie
ds mne iid Imane unc. v1]. pot ram proliciantvr fudo- Dr t (d les: in 'xceda
linc.xiv.Vti D the [0] M 'O autem, et 1n ceena » nOn ( vid a 444 44 a u-ipett
rt oo i i(Timum eft etiam 1n1s, aui inunctioLE LULA 48A p M [A Jecoloss Jo
üraaadà fzve P T m » medi [^ bro xir ? gallice . erdum "Y Ie factà ex
vicia: v1vo non C nvaluc nt; I& portdoaliqua argenti vivi relicta eft in 76
c; ada "More l^ 2o« Sunt,quiutuntur dccocto folvente ex pc; I3 ta1aco,
Sorzà, vcl etiam Chinà, ex Sen, 5 Il'urpetho, Hermodaéctvylis ; aliquand iaim
lveratro ni2ro,additofemper carduo benedi pL ^ yo 12 Hil quA, Sudores
proliciedi aat i2 by- pocaufto., aut in le- &o, fed qu4 caH- t0 ad pibe
Ev1tbora- feriis t5 calidis c fiecis na- furi utem dum. Inter fa- dandum nó
freque fer purga dum. Sudores 3 0an a aff umpto ie i^ favo EI lici odit. Chin
ras ut Brafavolus, et Matthaolus, et aliu. Hzcía- né in robuftiffimis, et
quibus fuüdores aut non» profunt, aut pr olici non poffunt, meà quidem.
fententià, in ufüm venire poffunt:fi enim pulvifcülis, et clectuariis
aliquando, fi non ad reftineuendam, ad imminuendam faltem labem feli- c
fucceffu utimur, cur id etiam cum decoctis praftare non poterimus ? non tamen
adeó eft fecurum, cüm aliquando infequi foleant 2ravif- fimz dyfenteriz. S PIER
206. In fudore proliændo, fi fponteab at- fümpto decocto non fluat;uti tutó
poffumus aut DX poca ta aut capfülà cum 1gne in lecto : fed n pofteriori hoc
diligentia adhibenda eft, mu- cda effe. liftéimina,ne fordes infecbz jam ex-
pulfz iterum remeent, quodà paucis obferva- tim vidco: quapropter hypocauftorum
ufus, fi tolerari poteft,.multó tutior effe folet. 207. ln calidis, et ficcis
temperaturis, et e- maciatis vi morbi, füdores commode evapora- torio proliciemus
. 208. Vbifudores commodé proffuunt, non. adeo frequenter intermediis
medicamentis cor pus per feceffum evacuabimus; revocatur enim liumoresà
füperficie verfus ceatrum,impediüt- que faltem,aut difficiliorem proptereà
reddunt füdorem, corpüfque rmbecillius faciunt. 209. Non ftatimab affumpto
fudoriferoat- te promovendurs eft fi üdor, fed pel th Drop ln- tercedente, fi
fieri poflit, omn ? cec (Krnon. 210. Inradicis Chine decocto parandó,cüm
foleant, tid ih £2. 9 !foleànt; fi recens fuerit; et noncariofa ; unciám
unamillius in decem librisaqua, vel fi felecta non fuerit, et antiqua, duas
ejufdem uncias 1f libris duodecim aqua. excoquere; multi etiam. * cf mat ote Ritt i a ent ehe
aaa tg ERREUR Yn, ^ /^ ^ Cem cAvi^ 0e. 0A P ili v ü. à (a0 Á& foe * /
299" dicis deco &o inpa- rando có- munis er- ror MediMedia, ut nimie
impente rationem habeant ; corum. ! cüm multi totam illam decoctionem unicá
die» abfumere nequeant,vercanturautém,fi 1n alte!rum dicm confervent ; né
acefcat, dimidiam Chinz ? portionem in dimidiatà aqua quanttæ te excoquunt, et
aut dimidias, aut duas tertias confumunt, fic cenfentes et indemnitati crümee .
le confiluitfe ; et decoctum xqué validüm pàá« | raile: fed maximé
decipiüntur,& (1 suftüs udi I cium non fübtraxerint,facilé coenofc ent,
poten ius multó effe primum illud decoctum ; quàm | fecundum; et rauo * in A
Don a: tis eft dari proportio ! | fpectáidum maxim éte 'mpus coctioni js «&
actio-, et reactuonis aquz. m dca chapa aquz communicandam ; cüm l| quatuor,
puta; horarü fpatium intercedere de- | beat ; quantum confuümetur in abf
ümendis pet I elixationerm fex, aut ock | '] diatà qu: intitate im cià, libris
fex aqi ue, dimidium c ytiftittiere finà- v Lert e irtes,m ino ride ) qti: I
nis caloris igni hendam enum facultate: &- ficcifIima, et mtus; aut du
duarum horarü al ni 19nls I cere ] 1m IAdl1CI1S ad libris aQU£s:; pofi C hin:
ilente ? Nequ Ie vc eró quis di- is quantitate, et | magis lento igne fi fat
€oslio; poffe nos PM 'eTow etifcer« au deat, da incommodo contrà venire : nam ad
extrahen- ; e. . A E dam vim hanc
ex folidiori fubftantia, debita quoqueignis quantitas concurrere debet . "
x P j . A 2aw. Sar[opt'i yir. In Sarzz parilie, quam in edomand$ rd 7*-Gui^i
(enpertenere cenfui ; decocto, illud obfervans (ofa. 9e Qeeacls ; (L84 &£«
de «Af liz decotlo hac ]ue, et fuperandis fymptomatibus primas prs seper . €?
dum, numquam folam in ufum ducendam effe; uitfíceda.cüm enim laxante quàdam
facultate preditas fit; et fapore fatuo, adeó eos, qui illà utunturj,
naufeabundos reddit, ucob imbecillitatem vi- rium ex ciborum averfione multa
illius ufum omittere cogantur; adjicienda igitur tertia, vel quarta pars ligni
Guajaci; quinimó apud nos : Mediolanenfes decoctum Guajaci folius vix in L ufum
duci poteft;ob temperamentum calidum, et humidum, et ob hepar ejuídem tempera-
tura. pisa deci So Obfervandum autem, cüm zftate pa- d ds, CAtür, cumminor
quantitas decocti paranda» ; fit ; majorem effe debere aque quantiratem, EY e .
: A " " ci msior; quàm hyeme; utloneiori cocturà tota vis Sarze
guiatita. communicari poflit ipfi aque ; nam quemad- 'e 4444 modumin decocto
Chinz dicebamus, non fo- fier? de-. ]àm eftobíervanda proportio aquæ ad medica-
et » C menta, quz fimul excoquentur, fed etiam pro- ENT portio temporis
coctionis, tum ut communice- tur vis aqua, tum ratione actionis ienis calidi-
tate et ficcitate,tum reactione aquz cum humi- ditate, et frigiditate. Guaiati
213. Curautem Guajacum, cüm durius fit ; deccéluno ex Ííolidius non tantam aqua
quantitatem exe» poi1cat; "ML AM ^ " - Vr ennt ir a ier ardere o eel
ai Tees nma ra cx c ESL 1T 3ci Ipofcat; nequetam longam cocturam pro extra-
Ictione virtutis alexipharmacz,ut China et Sar- za, fecüs quàm cenfuerit
doctiffimus Rudius,, [qui temporiscoctionis rationem non confidera- vit; in
caufa eft humidit: 1s Mla ærea, et oleagi- Inofa Guajacd, in quà potiffimum
facultas illa, álexiteria refidet, quz facilis et extrahitur,&
Icommunicatur aqua, quàm qua in Sarzà eít | quz quamvis rariori fi fübftz ntià,
et minüs fo- I1idà, ex(ucca tamen eft, et arida; et in hac tcta. | pofita eft
facultas S Sarzz. Chinat tamen multó | majoriindiget et aquà, et cod turà tum
quo- | niam duriffima eft, tum qu1a;,arida cum fit,nul- Ilametiam habet
oleæinofam fübftantiam. 214. Sed quoniam fepenumeró evenit, ut aliqui vel vi
morbi;vel procraftinatis remediis; vel Medicorum infcitià,ab hoc morbo macera-
|! ti; et ad extremam tabem deduc fint, ut nulla amplius f fupereffe falutis
fpes videatur, ne etia n ope medicá deftituti remaneant, remedium quoddam
proponam, quo quàm plurimos ex | 3isad optimum ftatum deduxi, fimülque viru- |
lentiam exftinxi, &àtalitabeomnino curavi. | Eft veró confumptum
quoddam;quod folà ale- | xipharmacà qualitate;fine fudore ullo, fed me- I
eliantibus pinguedinofis carnis partibus, ali- '|! menti vim fumens, et in
fübftantiam aliti ver- '] fum, et vim illam virulentam evincit, et abfu- | mit,
et fanguinem eenerat alexipharma ica illà '] qualitate præditum,ut malàillà
iqualitate : l- | tà, inaliti bonam fubftantiam vertatur. Sic autem t Ó' P €HY
foiads longa €p- ura igo v 1 at, cum düritás fit Sar[a deco i mira- bile adta
&idos ex »jorbo gal lico. gebe bk echt Px Anat - Inte; ;o0. erswxbÁma autem
paratur: Rec. Sarzz pàáriliz electa mi- vi tola nutim incifz unc.vj. infundatur
per horas vigin ad feq mac .ti quatuor in libris quindecim aquz calentis;ita E
1 utlenem calorem confervet, et operculo bene occludatur vas, mox lentoigne
decoquatur, it4 ut nihil exhalet, donec quinque libre abfume pte fint, et tunc
cochleari perforato extrahatut Sarza,& tundaturin marmoreo mortario, moX
eidem aque reimponatvr ; addendo carnis vi- tuli macrz libras tres, feminum
coriandrorum preparatorum, unc.1, aut eorum loco aut ligni (an&i rafi
tantundem, aut fantalorum citringos rum minntim inciforum drach.1j. pro varià
ho. ft minum, et przdominantium humorum condis : [| tione, et benc operto vafe
; iterum lentoigne»] fimul ebulliant, donec remaneant libre quin--["
que.& in fine aromatizentur cum drach.iij.cin--[ pamomi electi mox fiat
colatura cum fort! ex ar preffione, et refervetur in vafe vitreo, vel vi- Jud
del cov - treato ; de qnà furimo mané per quatuor horassf i emat - apre cibum
capiat zegerunc, vj. aut vij. vefpernp autem iiij.aut y. unciasante cenam, vcl
per tre:gqi horasanté ; aut fi tempus non intercedat come modum, immediaté antealios
cibos: quód fij * inaftate verfemur ; autfebris hectica adjunctaqlut PeaL' ve
tulelt fit, fimulcum Sorzà parilià indere foleo hordesphar 5 excorticati uncias
Mij. atque in affumptione-Jpt uri huis decocti per quàm plurimos dies perfeve 3
geb m AN randum eft, jitaut ad Centefimum quandoqu qd j ote dicm perveniam.
11j. NNonomittendus hoc loco ufus altering decoch ANIMADFERS. LIB. FH.) e
inecocti alexipharmaci fa icilé parabilis; pro pau (p fperónth Iperibusoptimi,
€x fa pon: arià, herbà vulgari; et safor A omnibus notà, parandi ; quin 1n
conturaciffi-- ARN mo morbo áliquando u fus fum eo, felici fuccef- lusfed
guftui inoratum eft; et propterceà páupe- - libus refervatum . Accipiantur
fapona js viri- afe Iis M. 1j. infundantur per noctem in lib. viij aqui mox
excoquanttur ad coctura fàpc nada Lteinde librauna cum dimidià aquæ cum herbá
jam coctà excoletur cum expre flione, Q )uz Ire- lervétur prof potione
matutinàad fud resp roli- (ad Iriendos, fum endo uncias viJ.aut viij. quod ve-
Iro fuperet rotulvereRor cum paffulis;autfa iccha- ko, pro potü cum cibis;
æftate; et bilicfisratu- IKis;addi poterit aut fonchi,aut cymbalarie
Mj."Valet et pro tulieribus ad menftrua alba ab- » hé frt. i fiimenda, cum
M.s.cvmbalariz; et addiro tan- ma es nl iirundem filipendulz.Inventum ef efttz
apate;Em- aliscmatlo. ipirici Hifpani. Egoautem fzj pé ac fe pius illo Rifus
fum. Doct &iffimu s Rudius meus, /jb. $.de2 aptorbis occultis, 4?"
venenatis, cap.18. de Sapon: Aria, et ejus decocto facit mentionem; fed vereor
féum numquam ufum efTe decocto ilo;ctm pu- ipeillos vj. decoqu átfaponariz
inTib.xvj.aqui ad Mdirnidias ; cüm aquz ad fapcnaria m nimia fit pqtianutas :
et quod majoris eft momenti, tenel- Aa herba virens non 1nd ciget tam lone
elixatio- "line, jienéz enim et acrez partes c Iuninc evanecent; et in
nihil iab ibunt; in quibvs temáhn "héértum eft, vim falteni fudoriferam
«ffe pofiZitan V [ , Eoi4 LED. SEPT.ALII. MEDIOL. Avv . Eorum,quz ex argento
vivo parantur, A JO» medicamentorum due cüm fint formule; qui- tod bus vim.
malz hujus quahtatis ; qua 1n mo rbo ef gnenta ai Gallico reperitur x cw ref.
lemus, aut é cor- 4C in ufum pore pellere humores malaillà qualitate infe- duci
pof- ctos: quorum altera in formam fuffumigiorum, 5 Boa. /5* » € altera
inunctionum applic ari folet. Duos hos dii quando. remediorum m: xlos ad
evincendum hunc mor- 1; bum experientia Haygptossesubis magniquie jut dem
viri,tumexantiquioribus, tum ex recens |t: Dbys,numquamin ufum Pete dos
cenfent, jb multas noxas, quas ex argento v ivo in cot--[ lo poribus humanis
excitari à fcriptc ribus tradi- tum eft; et (epe experientia oftendit. Alii
nullài factà diftinctione, ftatim ad fuffitus. hos ex cinnabari,autad uncliones
ex hvdrareyro de-4 i ícendunt, ut faciunt Empirici i. Alii hacin re» fu fpenío
q idem pede eunt.p riüs reo11s alexi- | ph: armacis evincere l:em illam
tentantes, fed ubi tamquam hydra denvó novum caput emit«| | ] | tereluea :
Veneream vid erint, experiri altert irum exiis medicamentis permittunt, fed
uni]; dr ver(nm neeotium Empiricis, et ba rbitonfcril;... "m bus
committunt; ne fcrm:-]oim quidemaut fuf: é REC t unguenti, qn Auf ri fint;
przcognofcer y. es,;quinimo, f fi ab es fc mulam aliquam expo fcas, obmutefcunt
; là timé id Empiricos fcire. re [popdentes . Ego hacin re ita cenfeo, et ita];
apes pax procedo : fiin p! inci pi: » fuerit. morbus, atu, eA uolo caamfi
progreffu aia iüs radices egerit, nom. v7. dum tamen ufus fit re elis remediis
« alexi phar macls s» I F- ^ nd wd L gue pe c «f ANIAt ADVERS. LIB. FII. 305
nacis, omiffis illis ; quid cum veris alexiphar- Inacls! preftare pæem
experior, et quandoque rei »etità üac curan Idiratione, omni ingenio tali id em
tento 5 ftc emm et ma ilam illam qual Itaté evincere foleo,& laneuetr entib
us particulis robur addo : $in vcro fic vis morbi evinci nequit fed hic nos
'eludit ; Su€ fi cb sis iitatem rei fami- liaris illa 1n ufum duci non
poftuünt; tutó;« : ia- cricer ad hiec remedia tranféundum cenfeo ; et ecofzpce
illa remedia in ufum duco. 217. Sed cavendum, ne totum id neectium E In pil r1Cl1S
I; LE OH CH NN comn Ittàn t5'€ inc m inibus eodem calopodio titentes, autin.
multus imperfectum relin quunt neeotium, aut pracipites &grotantes aguntin
gr: iffima pe- ricula,aut edam In mortem. 218. Maxi n Crro! reverfantur ii, qui
poft omnia adhibita r reoia remedia, cüm zerotan- tcs jam imbecillos videant, M
rtüute vitali, et quafi universa carne confumptà ; nec aliam. » Jue e ml m RE e
den os! mri Rr mme ee n A fm Intinélto fumigia 04b Eta fries, fsd à fert tis
Medi- cis ad mi^ niftvari debent ; nuncio fun ereí lef] Cc)n, qua min ren led
iis x hydrarey- l "n 7 rA end Ern Cimes 7 : nes ex ar to paratis ; 1 lla
quidem ncedut -. ed debilia, aut quantitate arcenti vV1IVj, aut numero aut
inunctionum, aut foftituum;& fp 'cnumeró fti- en olant. Ai t cnim omnino
duo hec remedia xcludenda funt, avt omnino valentia conce- fent, et quantitate
hvdrargyri, et numero inunctionum, aut fuffituum; alioqui attenuata, et loco
motà quidem materi, dolores, et fym- ptomata imminuta viderentur, fcd cóm ea
non expellatur ; alium locum quarens, fxpe nobi- | V liorem qento vi- vo a no
admint- firanda » att vali- de, trm quantis te COZfi-- nua, 11473 PilCrtL A Á
liorem partem impetit, potiffimum caput, EN hydrargyro, et cinnabari na ura fua
ten dente $ " et fecum attenuatas materias ducente;quinimo . cümargentum
vivum veneficam habeat qualitatem, eoà corpore non evacuato, egrotantes duplici
morbo laborant, eo, qui fità qualitate» luis Venerez, et aliis fymptomatibus ;
quz ab hydrargyro fiunt. Quoetiam fit ; ut tales feré numquam curentüur, fed
infeliciffimam vitam ducant, et tandem tabefcentes marcefcant. Inundlio 4119.
Ex duabus formulis femper et tutio- uádopra rem, et quæ meliüs morbum
exftirpat, eam eí- ferenda, fe cenfeo, quz cum inunctione perficitur : ino ch
142- emaciatis enim, fi ccis naturis, 1n ftricto pecto" $2 31 do f4ff^-
xe,3nanh lofis magis convenit, et in omnibus ængi^- (ymptomatibus magis eft
proficua. In caden- tibus tamen capillis; 3n cruftofis, externis ulce- ribus,
praferre foleo fuffumigia. Suffumi - 2,20. Abfurdum ett fuffumigiis ilis uti
ina gia levia € ncendo hoc morbo; quz levia à doctiffimis Fallopii, Fallopio,
Mercato, et ahis dicuntur, in quibus e^ M*r'à noninereditur
cinnabaris;exficcant enim exter zin m?'- nas partes laborantessat «im morbi
interni not £o FOR cxfüneuunt, neque materiam,in quà virulentia p «nutu Ma
refidet, expellunt. " 221. Bafis fit cinnabaris ; addita. portione» 9j t
es Antimoenil Wa March efitæ:ut prouno æorotan- £5 "7. tecinnabaris fint
uncie tres, Antimonii,& Mar- fo mds chefite ana drachme tres, auripigmenu
drach. s. aromatum ad penetrationem additorum, pro yarià cerporum condiücne
variantium quanti- tas v1 1 i ck T. ANIM-ADVERS 1 VAR E: 9 d pon. dus caterotri
LIB.FVIL. 3 Q im: &[ ichmis fex, v« aiuti di eria f per prunas, corpus in hypo-
auftoinclufum univerün piat, C anna ac. ans, sif firanhelo- liquando I| tas it
ferea lius frnou] lie dr: es n exci Infpirans, et exípi um tamen erit, Íus, aut
aneuft nem illiu sfun 45 1222 j$ Antequam ta IOTacl5s,42 "hs 31 17/3
lexcipere B j 'mie1a caleícat aliquandiu zeer,& p O off i fudores Pic 'O-
fluant, non ^ Inutile », 224. Inunctiones ex hydrarevro: apud me»funt multó
frequentior prouna curatione,iteratis inun t131 It1Ont Inus tri | quatuor
unciis hydrarey i | s falis lgO mw 1n nw Ct1OI 1 35:10. ingeicc l GG CD s nlus
tan naxti rta già, qu : "ut: laceo,& fi n «X pulv cribus: Ini, et
Gmilibu S alique m Case Marciatiaddü nt; lIidere,; ut aliquibus vifun b feriat.
215. In fricidiffimis natur rià przfente,quz vix attenvar b p CO moveri, 1 Ibi!
eft preftantiu aqua | | | aniforum, vel ale,portionem un- placet crocum ad-,
quod caputinimis et crafsa mate- ffit; aut de Io- $, quàm fi portio portiuncula
olei Gq I 1i 226. Vlratftabit "multàan T Í v 3 catis dofibus, ul OICp
OrtiOoibusad fpu bus, vel ber ona ., Ex- | hominis ; commu- 10 Cum. elIn n du
plicata dofi e(fe debet, addi- pica,lili ni- "15,1: iaftic em S, benzoi-
07 ulverisil- [uncia unà 1n, Suffü "mi- giA ét ove * aliquado eXCipiei da.
Saffuni- g*4 aAZIÍE- quam fiat calor 1g corpore ex [4 71 A A5 LI H»dárar / s,1n
quarum una dofi 7 JU prouno bomine Cr AW, v Lr OHAT Hs, £^ VL et 4d a- &a
propor 10. CYOCH 1 26i le Ch tones ex bydrar gyro 7:0 i egrediatur. A2uA vis
!&, yel 0» lea calida Cbynica, quado "Án £uentis addenda. Vrguente so6
LPD. SEPT ALII A4EDIOL. Iruncédt e»ultam bus multam illius copiam] Pharmacopola
ali- quie. quis diligens, fidelis fi fimul prz paret;ut axun- FXericah gla vett
iftate cc nt tacta attenuationem adjuva- i urs poffit: at quoties dofis
neceffaria eft extrahen "æg da, fpatulà, qua: deoríum erant partes fuprà
ponantur,,& piftilli L ongàin gyrum com mmotio- ne optime de novo
commifceantur ; gravitate.» enim fuà hydrargyrum femper vafis continen-
tisinfimas partes petit. Sudorife- | 217- Peccant communitet practicantes ; 'e
ya alexi- graviffimi quoqu e fcr ipto res, quia ante hanc in- pharma- unctionem
pr ropinant (iid lorificum aliquod me- cawuipra- dicamentum a alexipharmacum,
fic cenfentes affuméda igmminui fymptomata illa fà eviffima, quz poft (ded
inundionem illaminfequi f epenumero folent ; ÉH006* cym illud potius fequatur,
ut fübtili per f füdo- rem parte cductà, contumacicte crafsa reddita, non
moveatur loco; neque ados feratur; vest hydrargyrumn maximáà egrotantium
pernicie corpore non ex lens, perpetuam illislafferat mo- "dex leftiam «i
infu perabilia; fere fymptomata . abarmaca 238. Preftabitigitur decoctis iis
alexiphar- soft inus. WX icis utl poftquàm inunctioneevacuata fue- eg iones c-.
Tit materia, five per fputum, five pe r feceffum puma. Áiveper lotium, ut
vifcera à malà illà qualita tei fi« anaréuen erii liberentur. 229. À pedibus
aícendendo ad os facrum | modas. Qupui nd fiatinunctio, &à carpo vc er(us
fcapulas, et per inungex. Ípinam ad collum ufque : nu wt m caput in- | dum. X ungatur,quod peífime
aliqui iaciunt. Junto i30. lnunganturadfputi prafilicdns ec] tunc c PER. M * 4 T» - treno t TR i oii BER e e e cati nto
tem ANIMADVERS. LIB. VII. 3069 quando cunc per diemintermtttatur ; et fi lenté
moveri Edi fputum viderimus;iterum unà ; aut alterà inun- 77 P 4" ctione
inCitetur ny s Sjuto zs 231. Si nimis affatim, et cum impetu przci- jj; 4f...
pirari materiam ad os viderimus, periculüm- siad di que fübeffe inflammationis,
aut füffocationis ; effiwentes deturbanda erit; et ad inferna períeceffum me-
c» periei dicamento aliquo erit ducenda ; id tamen raró /» inflam faciendum
erit, et non nifi magnà urgente ne- 74/0975» ceffitate . C fuffow €8110/$75
grafente FI MAI. XX quid pra f'andum FOR V:M; Quz in hocopere conamnentur. . P
?" " ! cerum im exyrbodinis mon ftt acerrimum, aut € * 3 2 Ad : C
vino potenti[[nmo. lib.6. hi "Aceti loco in oxyrbodimis [uccus citri aut
limonum non iudendus. libro 6. 2! "etum pro oxymelite non [it acerrmmm nec
ex vino potentif[mo-.-lib.z. $7 JAceti folius ufus im. [puto fanguinis [u[pectus . libro "A
cidorum uus 12 acutus. febribus utilis ; fed zodtvandus, C quamodo. lib. 2. 37
ge cerkoodte 2ur-2iddat : Mert PNE A cribus imus 1 dy Hi EY1A, quid fta um
prejram- dum. ' b a7 L Í O $ 1eutic in febribus tenui ens M orant -Acutis 1n |
eUriDus. TOHWIMS CibAHQO Hm quam 17,5 alitis acutis. . [7 LI T . e /1 * : * ' L ecu Acute
l'ebricitantes [Hragulis nom numis cooperien- a /.. Ps ZI / AA e7 14 277 lk /
c5 ULL 23 ! DAL Ü CH inflamma- Md ^" n^ ] ^ Y ; -J - 1207€ (9 f €t /€» fi
ͻecta. I1b..6. I j 3 n * . cs r* .
] * Adfieinrentia 1n [puto [anguimis quando conve- niunt, quando non. lib.6.
152 Jer frigidus acuce febricitantibus quando conce- dendus. lib.2.. 63 | e Ld
nc flate quomodo ip acutis plus cibi concedendum lib.2. IQ etu IWNSDMESVY
"etii fententia vefutata, in [anguinis miffione 121; enim [uppreffione.
lib. I3I Albi pr ofi Yit vera curandi vatio que . lib.7. 149 «Albo m fluvio
laborantes arena fc peli re malim.» ;b. 145 4lboi 1H Pluoye adftr ingentia
omnino fugienda . [ib; 07. IfI uA b: mp: ofiuwvium curatum A Galenotaz uxo €
Boetbi 377,eularis fuit cafus ; (9" curatio TAYO "uitanda. lb.7. I46
"Album profs !"PIUm apis us curandum aiver[Aa Ya- Vincula T. radit ;G
al £7 / 7 LE l1 jf I "muuaane ovt 7 Voopidibd roa ral 10 5 eo Catttimes.
lb. 9$ " LLexipbarmacts vmpuro corpore non utendum. li- rà 0 f. 7
"lots dofts varia, fi p*o pureante [umatur, cft f pro atjeBori. ij I9
"L: oes duplex faculta: 3 fastahorbikana C abfler- feria etrenans eresa
les I9 l| Jdtoes Jonmumenm relettantibus mala. lib.c. 156 loes ulis dr riti
libi. I9 ah locs ulus in fobribu: quotidtantt » C longis opti- - Ls 27145,
C7" quama oeauteuaum . lLb.«. I9 MUI Tx YU T Lb! 2 T] ! JA vi profiuvto
laborantibus frigida potus fape con- Yeztt. lib. 7. Q7 Gp), «neotna
laberantibus, C b petis "fi (922241 1022€, copiofrus fanmuis evacuart
pote[ff, quam in alüs 17 fi. Uy pmeaionbuss € cur. 7 b.4 7 Ant ; ' Aneoiza
laboranti bus g (4l Feci PN [7 iz laborantibus repe! 'cida [c£ 10 Y€Z hi . h b.
Ó. Æ Cant. v Caut. 174 "nein laborantibus pra[lat potiones dare; quam
medicamenta [olida. lib.6. I1j "Angiofts [2cculi ex di[curientibus mali
busenutia pra[tave. ib.G. 116 Animi deliquio [uperveniente in principio ex af-
fluxu bumorum acrium ad os veutriculiin prin- cipio «cce [[7onum eft
autriendum; ff ex refolutt ne [pirituum aliquanto ante . lib.2.. 36 Antbrace, et bubose
apparente;pro varietate pav tis à diver[is venis [anguis mittendu rlib.$. 37
aut braces furimenlo, C bubone im pe fle apparcu- te; fécanda vena, et quando.
tib. 5. 36 A:uimenium in apoplexia
fugiendum. lib. 6. 07 dntimonium in pefle veyiciendum . lib. s. $o Apborifmus
quinis prima Sect. quomodo intelli- SCIAMUS. LIU 2. 23 "M:popletlicis
aimiimmonitm mon dandum. lib.6....67 JdApople£licis cauteriam in comnailjura
coronali 1n- utile. "Apople£fieis ely[levzum quantitas varia. lib.6. 65 Ci
pU corpus. l'ib.6. "Apoplett:cis cucurbitula fiucipiti appo[ita utilis.
lt4, POETA. rho zi) 2 rA» ddr nesrlisitte HG "p 'DLOCUTCLS COHCHII1CHAMUIP
» perjricanaum eft | $8 i Lj bát bro] "A popletitets 12 ficanda vena
vuluus. fiat apaplum. "Apopleiticis 1a ctirandis votaitus fugiendus. lib.6
Caut."Ayopletticis ligatura quales adhibenda.lib.6. ..6. "d
popletlicis quaudo » C quomodo cucurbitula apiye: plicauda plicanda. lib.6 6i
Jd pc aple&icis repetizà fc "euis mittendus. lib. 6. $7
jetpoplectteis, ft [2 net: ei[[oconveniat.flaiin admitni[handa.lib.6. $6
dpoplecztcis p ezaf ontis qua do [« cazaa.l:b.6.60 ledpoplechicus veficantia
caput rafoappoft tau ite. Jdpoplexia i curanda, valida meaicemen a coti-
veutunt. lib.6. 69 Idpoplexia 1n curandas[ternutatorta quanao ednui- mftranda.
lib.6. 69 IVdpoplex:a 12 curanda » ab oleis minus waltáts 1n- choandum. lib.6.
70 Mdqua bordet 12 acutzs febribus optimus eft. potus - lib.2 p : 49 vAqua
bordei non comventt 12 ommbus suarbis .h- bs 0 2.4 A9 ^ kdgua bor "dei quo
077 odo paranda. lib. 3 49 liqua op ciflerninas aut fomiana, jop! mius potus 17
ACHI JA lib. p Á 49 T L/ IL4daua vita, € olea calida Cbymica arte parat a»
quando cum utilitate wiguentis ex bydrara)ro |. adauntur.lb.7. 22$ Mr:
n&murtna, Yel fluviali, laborantes war em 0- flivio zudas [zb Sole fepelire
malum effe » et ex Ww ^ NY X a& o de ad Galezo repugnans. Iib; 7. L4 | wr fenico p braparate placenia pro
favendo corde, im Fe eflc le. lib. s. (9 duetrrevia qua [ecenda in
palpitatrome. cordis . lib. 6. C. 172 «ilti 20ft Zia 1 "77 palp itatione
C07 diquando C0AH- Y€AL. ILXLNGUAVEX i 9. id ] b yenit. lib.6. fyI JA[cite
laborantibus poft bydvagoga valida, ven- triculus roborandus. lb.7. 49
"Afcite laborantibus bydragoga [aptus vepetit as, noxia.lib.7.. $5 ftbmati
ai tenuantia, OQ" impense calida, mala». lib.6. I2X "Af omat: obnoxii
gargarifpata f l'neiant.lib.6.110 At omaticis diuretica mala.lib.6. 124 zifhoma icis, fomentis
calidis gon fovendum pe- eD&us. lib.6. 146 VAflbrnaticis c Hi veteris jus
naxium.lib.6.. 137 "A: flbmatiecis sa pa rox [mo medicamenti m purgansi
mon propimaud um. lib.6. I40 Af bmaticts iu paroxy[noo nibil violentum f
acien--| ies lib.6. IA4I![ Jl (omaticorum im parox "ox ymo ue clyfleribus
uten- dun. lib. I42 A flbmaticis
in par oxyfmno nom perfricandum pe-4 Cus. lb.6. L4 55] Lh mat icis medicamenta
purgantia que opaodo 12.4] a funr ducen da. Irb.5 T E A: batis quomodo, C'
quando ladorifera con-4, : 1 J d YeRIuut. lib.6 : I3 "A febmatteis
ficcamtta fugienda. lib.6. 133 Aftbmaticis fit 745 [ "pin u$,72alus.lib.6.
I4 flbznatici [udorif iferisnon utantur fine dulcibus lib.6. 1j: "All
omatteis vornitus pericn dois. lib.6. I 3f A fl bmaticis vonzius 1a paroxy[mo
fugiendus. lbi] ^ Cut Hl. I4 A ft hma2 1 L € TD h ww : d WT "* A o ral ep
c 0, S BUE oo caliber à Mie E£MA COD. E 3 I bmatteis varta remnedia mutaada,ct
mes lib.6. I 47 l'rzennantta tz ^! 1€ comventunt ad deob[lruendas | vias uriza.
lib.7 9) M'rtenuantia 12 princ: 'pio quottdzanarum non ftnt J| valeztey
catefacinita. ib.s. 20 I vc | L0 0PIZILIAO cibum aliquando d ætervrima | aueaue
concederfa. lib.1. 2:6 Iugoentum acce[[mongs: gmimus incommodeum ciba- quam
fLaiusurmente nece[fiiate. lib.a.. 3 TE €a5 722207€ £A, Gc L0 ques quribus 27C0
quer €» ab- " IU furdum. lib. $. (9 Inribus vera inflammatione laboi
antibus vepelle " ] 114 ULX C07 D€ZILHM v b b.6. IO3 luribus applicanda
vemedia menit alla fricida. ; | Ib.6. IO NES s al us 7 ]1 urium dolor: |
"materia frigida, remedia ia- fait vr ftii: IO$ moz ufus per os aamaittendus.
lib.«. $6 lurz per os alJuzmendi varii modi. lib.g. $6 ) b bendum [. p €, fed
paulatim 1n et fuantibus fel mi bes, mon affattm, C confertim. lib.a. 6o i |]
p^ a P ], | febribus, ad offen dendum pureand a» c» pe E 77220* €772, |
"vfhcit 1 7 lotio 4ac []e P [/A dir 2Z alba H m p»€?2,C7?' &Qud. pa.
lib.,- G andis iedicamæntis alumptts s ' vus [omms po- A JJ Ec[t concedis. Itb.
s. IO i T2947 ux 0i All [^ profiu y:o l. "bora "ntis bi "[Toria
Xplicata, Q' rao reddita curationis llus . lib.7. Cant. 146 Bubone F.y NS
IMESXI Zubone contumaci exiftente ; aliquando purgattomeM y utendum. lib.7.
19551: Bubone Gallico apparente, ques "podus CHYATOHTE enl Bubone non
exeutzte, non multa ingerenda neque dd quibu[vis ve[cendum» contra E mpiricos.
lb. 7-4 Caut. 196; C Calculo ureteres occupante,diuretica mala. lib. 77 Cat.
122d Caragna, T acabamacha, Galbanum, 1n forma cep vati applicata, in
prafocatis ex femine » nul aid lb.7. 1640) Cardialeia laborantibus quando
yonmitoria;et quad do dete&loria conveniunt. I1b.7. 2i Cardialgia
laborantibus dejettoria [int 1t forma); boli. Lib.7. 121] Carie Gallica
apparente, qua cautione proceden, dum in curatione. ltb.7. 19)| Carnofts.quam
pinguibus;plus [anguis detvaben.. dug. lib.a. I Cel[ia ia colicts ex
taflammatrone utilis .lib.7. 84. Ca:alepfi laborantibus calida P fteca
fugiendax),.. lib.6 - 4A Catalepft laborantes aceto intus * foris iutevam
cendi. lib.6. " Cataratla oculi in vemovenda, cavendum ne tu[/h. ad[it.
hb.6. Id Catavalla oculi antequam deponatur » quid. cavet dum. lib.6. 1d
Gatarrbo ad thoracem, C pulmones srruente cam gari[mii| . gari iri
periculofi.Inb. 6. 108 Wetarrbt non fi lends narcotzets, nifi magna trgeu da E
te. l1b.6. 1124 Vufts rui hissoufüo t bu; quis ordo t2 illis evsa^ C7 er
vendus. iib * 2» j: liaufone laboranti purgato [ers exbibitio poft, op
ma.lib.5. II iutione s qui multas babere voluerit circa Jangti- nis 7H, fionem
T quibus petere dichos, 2€ acta ab aliis &gere vta lcaptr. lib.a. v os uidi
Mm 1n futu: a coronal ; cata D0,T€ cien (9 52.0. 9^ Un REMEC - repe aso wt
"P | YAiclti17 GCCOCIO p«uranao COPMZZHPEAS error 4 ]fec do tinens
"mt Ps , 1 7L cac HT027 LÍD«. /« 2JlIO j "Aalt) OC ) Ibole: Í 0Yantes
qaiuaniao pet tpe? 2 € aq 540 ! t? / /Lat f "p - Le. [D.7 B 2 M, AI
DAI20H€C 17 HA, AH ALÍ€Ya CT! Leandauma &OoY0oÍtjs Ld E, 4 d I3 DU AUECY
1a? 3 4€ C1005 " £barare Yiæant. lib. 2.Canut. 27 v Y^, ri 4 )4 ; RETOURS
KL onspsa osse v T Apb: 17 «Ctt 0KHE OQUAHGOO 0] eT€HAMS ; (d quanao ] ] i JS
[2 1 «^ ]4), " [ 5 * " per áuas bores ABC HU. *, ; da " E
"P ! "n, ! pons pauio ætertoi,24000 [MAYIOY » COZC CaoHnattse OT Q
NOUTT CN Sete PL E b 2. À pl CI.245.010H/0« C etit V2 490977 » LE Un, 4 7 Y J H
Wrbu: querido o erre æUet 1» y? "etpio acce) Duy. ub dib.». jj ' J 3 £e
ÉL. " d nutaseuutanda YAUDHC lexus, € YoUOTLLS j r Ma, - Uu Col ! À, e 6 f
bun 0p €! 15À2 DY1À ctt 10 2 (2 "Zl 4994€510 act efi:g- ] d «hl ?7 j
"., "J^ /2 i si j D. : 2 2 y : v ubtes Kroxexes ERI "T IM UTE 7
0j et / c yr&[rat perju J/4€82 [ftaius » € -- Rt Io : juftante acce[fran e
CP auando. lib.2. 21 Ci eres abflergentes in dyfeuteria quandoinden- ] aài.lb.
7* 98 cif cerium abflergentium in fine dy[enteria abufus. lib (7. 99 Cly[leres
l lande inWiciendi, turgentibus flatuinte- fini Yo. 2» 24. Clyfleves communes
cum. decottione folita zzmvete- Válaty 707 let "Idadi ib. 4j. 26
Cl»(lerium commumum frequentes abu[us.lib. 3.277 Cif eres etam refr:, COT AHICS
inflammat 25 Y€Hids, fint pauce quantitatis. lib.7. 11j Chyfleres ia effetiibus
vepum quantitatis parva. li- bro 2 3* AR Clyfleri in indendo ante fcBlionem
venaqua. obfer- vanda.lib.3. 3l |j Clyflerem aute indendum in alvo dura,
validum..| muedicamentum exbibendum.lib.. $651 Clyfleres in pragnantibus
grandtori | fetu,quanti- tate non excedant .Atb.3. 2I! Cl feres NUM €: fícce
antes in dyfentericis rejiciemi di Mib.7. 1044 Clyfieves prapinguibus
uonindantur multum calem ) tes. lib. 3. 2.33. Clysieves pragnantibus non
frequenter 3ndantur /V lib. T 2 CQ, C! jfrere pro mulieribus quantitate majores
effe A. ) iig ID, 2t Clyfleribus puerorum oleumnon indendum.lib. 388 Chysleves
violenter non injiciendi, snteffinis facd, oM MUR: PL 2'8 Cly[ler FHAXNTSU
Vvfter ut retineaturquid pre[landum. lib.7.. og piscis a flatu olea data ab
aito etiam ut ilia.lib.7 . Cant. 76 plicis caltda valde atiu, uoxta.lib.7. 68
plicrs cly[Teres ab initio cum vino, vel [apa noxii. lib.7. 67 pl;cis clr[leres
ne zndantur, repleto ventriculo.li- br ME 69 Wicis ex flatua valenter di[cutie
€t4 nox 7 J[ib.7 . 60 Up/zers ex flatu laborantes ante u[um cucurbitula
puregands. lib.7 i SI E WA 3 TIPIRAS in dolori ibus aqua frigida quandoque
utilis ; e Ce quama NH, jJ. 72 92 APIZCLS L7 doi lO0Y 10145 .£ i flammat 1071€»
"mca 1 A122 CH - : T j L Q Jzo purean t1, let baie.lib.7 92, LJ. ] 35 »-
p/ E 'oyt lecta YYCeAA 277 talo. ]14 "dado confert i "1 "3 ] ! 4
p - " E ss i - Izcis 172 aotoribus non Legientibu. Jolissaut ft Ji 'erco-
FAVILIS., «H 'Aræ agentibus med pem C7 1$, Aat ILI zrautegdum Jed pere pur
gaumtiuns » (cur. I /b.7. 7 rcr s 172 121110 vale nterdi[cutietia mala.
lib.7.66 qWNzczs [T upc facientia potilTipouma con vcaiunt jfi fimt Wa calida
mat eria.li ib.7, 70 Meus SEupef acientia concedendas viribus confi flem
Sirebus. lib.7. 71 y2C1$ uftes ok orum ab t1a:t:0,202 ali 4 grecede c2 CHAT »
Muiuttlis.lb.7. 73 ' | boatna compen C" ion5 ^P MV 0o 4 O0^^ mn zs 742
na44 1 f444^ / FAAULO[L S ! 092€/2: 4 €X olets 208 Iutt 7 "4 bibeg A4
vLlbro IV NS DEM PA. Ais 3$] ( dii io male primis diebus oleum cl« onamcli- ?
ex aceto applicati m. lib.6. 37! C inc oCta médicari,cruda ncn movere, c'e Fin
pocva 1i fent €fii 1a expHeatz ; loc Hi "ppocratiss! i (C alen: con:
roverfi coz ciltati-lib. 3. 48i "on [udi ar iones meæ debent fieri
feciufrs arbi-- tris (P eur-liba. I2 Cos[ mpsaqui a porius ex carme vi
tulina.lib.2. 4$] Con mp quom odo parcatur«F. | Convt jr partes omnes ca. TUE
fo? enda. lib.6. 92, f«do ove [uper Y€81€5H:€ s quid á (enam i (un Q. ;41 4 ib.
o: Cordis in palpt'« attore zum ob fers 29 41015 is wbunaa 7 QU x1 z ram
mitiendus fi [anguis » qua caurto adf biben da. i;b. 6. 16 Code laboramte ex
craffis bumoribus, diuretica.A c fedorifera non cor vertunt. cfi 6. 177] Coáe
laborante ob fer ofó buroves, diuretica » C [udov:fera optima. Iib. 6. 17
Cordis] palpitattoni quando, G1" quo cafn fangu "m 'cndus.lib.6. IC E
vi ft d fia fente quomodo proct ede dum.lb.s. fi in iamper[ecía ; codem die
sibil à AMedicomml, E: €/ don bs 25 Crift immiutntes quando à capite eff
repellendum l:b.6. ] Critici: diebus quando sædicamentum purgans eA Crocum
inuutliones ex bydrargyro non ingred. 2 Crura Hi PY. liD. 7. IA DX Ey Crura.
[unt perfricanda, ' abluenda per tres dies eunte [ethionem tali.lb.7 137
Cucurbitule zn fpa[mo q ducimio applicanda.lib.6.8e Cucurbitule12 dor[o,
"E 107 cordi5.quando comvemant.lib.6. 173 Cucurbitule in palpitatione
cordis quando applican- da. Cucurbitula in pefle dorío quando applicanda, is
quando ag0n.lib.$. Cucurbitule im. prafocatis ex enenfibus famreffis ventri applieite,mala.
lib.7. 163 Cucerbitule in
prafocatis nbi affigenda.lib.7. 162 Cucurbitula magna in colicis applicanda
cautio. Libro 7 y 78 Cucurbinul 4ARAQUHA ventri a pi heit, fi ff f CHZ paunco
z2ene.lib.7. 167 Cucurbitulamagna [it ex perforatis.lib.7. . 168 Cucurbitula
magna ventri appoftta diu 20 bareat . Cucurbitula noa diutius afhxa parti
permittatur . Iib... 26 Cucurbitula [carificata ia pefle aliquando vicarie
fechionis vena.libro 5. 29 Cucurbitula [Gavificata in [uris in pe[fle
frequenter in ufus venire [olent.lib.s. 40 Cucurbitule, fi cum [carificationes
cum pauco 1gue fent afficenda.lib.4. 2 Cucurbitulis [ablatis 1a [pafmzo,
fabietla paries fo vezda.lib.6. oI D Debiles dum purgautur.aon ex[uraant. X A
-- i Dec CÜINDEM. Decotta folventia in morbo Gallico rarà in ufum yeniant.
lib.7. 20j Decrepiti parum, C fepe cibandi; € cur.lib.a. 7 Diapboretica 1n
flatibus cordis aur 1n ufum. nca ducenda, aut sllis admi[cenda fabad fl
ringentia. lib.6. | 179 Diarrbea laborantibus pinguia [n[pecta. lb.7. 8$
Diarrbea laborantibus quando ab[lergentium ufus conventt.ltb.7. Diureticain
a[tbzaate mala.lib.6. 134 Dinretica ia calculo venum in uretevibus mala. libro 7.
124 Diuretica in pra[evvatione à calculo; [epe moxta.». lib.7. 12j Diuretica
potulentá won diu in lydropicis in u[um ducenda, G cur.lib.7. $2 Dolente capite
ex intemperte calidasaceti portio it ox »yrbodrnis frt parva. Dolente capite ex
intemperie calida fine materia, oleum vo[atum 1a oxyrbodinis fit ex olivis
maturis, C cur. lib.6. 9 Doloribus capitis etiam vebementiffimisyimmninen te
criftsvepellentia fugtenda.lib.6. Ij Dyfentericis clyfleves abflergentes quando
conventant.)l. i TU Pi Dy[enterici ex atra bile antequam purætur, fero--| cia
illius bumoris prius attemperanda.lib.7. 92:41; Dyfentericis in decltmatione
ab[lergentia malas. Dyfentericis per fe convenit [zngurmis »ui[io;fed oll,
adjuntla raro convenit. Dyfen- Dy[entericis pinguia in Jict quando utile,
noxium. lib.7. C" quando Dyfentericis quando purgans medicamentum cosn-
vent, C? quando non.lib. 7. $9 Dy[entevicis quando, * quomodo Janguis mitten-
dur.ltb.7. 96 Dyleutevicit quomodo, cf quando narcoticis uten- dup.lib.7. IOt
Dyfentericis KR babarbar: ZZ Jufpettus. lsb. 7. 93 Dyfenterici ubi
psrcadi,flatim id pra[ladul.7.91 £z EmplafHicis in ophthalmia quando
utenda.lib. 6. 96 Empyii a na' ura curari per evacuatiouem mattri& per
[eceffumsexemplum.lib.G. I27 Empyiei quando wrendi;aut [ecandi. lib. €. f:,
Epileptici in paroxy[mo non concutiendi.lib6. 45 Epitepriets ex aura
virulentælevata raro gmitten dies [anguis.lib.G. í3 Epilepticis in paroxy[mo
caput non ceoperiendum.». lsb.6. j Eytlepricis lignum ori nom ind£dum fed quid
aliud. lib.6. f1 KEpilepticis pralervaudi quando ex brachio, cf quando ex talo
mittendu: Janguis. lib. 6. $5 Eptlepticis pra[eyvandis valida purgantta fepe
no- xam afferunt.lib.c. | $4 Epileptiets veficantia capiti de vafo applicata,
optt mum remeditm.lb.. 33 Epilepticts vomitus malus.lib.G. $o KE pilepricis vom
orta fempe y mala.lib.6. $4 Epiphbora i2 curanda tn princrpio «dftringentibus
Aytendum. $5 KÉypiphbora in curanda eyrbinorü rarus ufus.lib.6.90 Errbina;et
flernutatoria aal laborantibus oculis. lib.6. ! 17 Errbina in letbargo optima
»18 emultis tamen fu- gienda, et 1n quibus .lib.G. 33 Errbina funt pe[[ima in
dolore capitis ex- morbo : Gallico.lib.6. ! I1 Errovescommi[fi ig ten
yillu;pravalente indica tione à virtute, funt majores » fi peceetur minus
dando.lib.2. 21 Errores commi[fi in tenui victu in formapari indi catione
virtutis C£ morbi exiflenre ; pares fant s c «qualia inducunt pericula.Iib. 2-
22 Errores commi [i ia tenni vitium quan "tates pars exiflente indicatione
virtutis CP morbi, pe]ores unt fi plus quàm par frt concedamus.lio.1. 23
Errores 1 tenui vitlu p valete mdicatione à sorbo fabtrabed:, majores»fi
peccetur plus dado.l. 2.21 E yacuandum [anguimis mi[fione, antequam motus
defierit ; fi tempore mit endi [anguimis men[es fluere contigerit »[ed
impevfetie lib. a. II Evaporatorus in calidis,có frecis naturis, ad [udo- res
utendum.lib.7. 207 Ex argento vivo inuntliones parate»? fuffumigits zon ab
Empiricis, fed à peritis pra fcribi debere; UR yariari.lib.7. 217 Ex bydrargyro
parata vestediapro morbo Gallico, an im ufum duci po[fint. C quande.lib.7. ^ 216
Febricitantibus à partu ummquam mittendus [au- 4/721 e guis à f[upevnis.lib.7.
1768 Febribus in continuis evacuatto per lotium comma- dior, quam per
[udorem.lib.5. à Febribus in intermittentibus, potiffrmum tertia pis,fudoris
provocatiopraflats qua urina.lib. s.t Febribus longis aloes u[us commodus, C
quomodo e lib. 5. 19
Fiuentibus ad oculos bumoribus ; ab[linendnm ab ad [lringentibus. lib.6. $8
Fonngraci in lippitudine utendum decocto, mon fe- mins. lib.6. 97 Fanugracum
abluendum antequam in ufum duca- tur .lib. 6. 9 Fotidanon [int,qua capiti [unt
applicada. lib.G.11 F gium excludentibus quando utendum, Gi quomo- do. libro 7.
174 Fomentis calidis non diutius utendu et cur.l.3.39. Fomentis frigidis
a&bu nü dinutenduset cur.l.3.40 Fontanella in [tura coronali in catarrbo
ve]iciente da.lib.6. 107 Formam vittus primo virtus o Bendit,[(ecundo [ym P |
Die p'omata ertio flatus d:flantia. lib.2.. 20 Forma vitlus qua doceant 1n
acutis morbis. Frigida potus [ugiendus in inflammatione inte jfeinorum. lib.7.
98 Frieid:fima atu e[fe nom debent, qua tboracs apple cantur.ltb.6. 161 Frigida
«d fiflendum [anguinis fuxum optima... | praterquam [i ex tborace fluat. lib.5.
AI Frontis in vena [écanda » blande gula ad[Iringen- dax brevi tempore .lib.G.
X 3 Frue . E rullus bovarii in
acutis vejiciendi. Galeni con[ilium pro puero epileptico depravatiam . Galli
veteris jus aflbmaticis noxium. lib. 6... 137 Gallico12 7ovbo curando, quomodo
zAutlor plura s quàm alii ober vare potuerit.lib.7. 186 Gallico iz »orbo in principio
lententilss abflergen- tia C purgantia admijcenda.lib. 74.194, Gallico in morbo
curando alexipharmaca mi[cen- da.lib. 7. 196 Gallico1n morbo proeve]fo
purgandum. lib.7.. 194 Gallico in morbo pargantibus validis agendum; c9 cur.libro
7. 19$ Gallici morbicuratio diver[Aa » inchoante ; pro- ere[[osmorbo.lib.7. 186
Gallicosmorbo incboante C$ bubone vix exeunte 2, tenuis vitlusnalus.lib.7. 18$
Gallicoyaorbo incboantesetuam ad bubonez promo- vendumsexercitium validum
malum- Gallicus yaorbus inchoans,ftze purgatione exteris quandoque folis
curatur. " ",, Garczavifmata fugiendasis, qui repleto [unt tbera-
ce.Iib.6. 109 Gargar:[matain catarrbo quado co veniat.l.6.111 Glaucis 12 oculis
s(£ latas-venas babentibusy smittoræxterna comveniunt.lib.G. 89 Glutinantia in
[anguinis (puto quando utilia, quando noxia. 11.6. IjI Geonorrhbea Gallica non
fLatim fupprimeda. 1.7.1 18 Generrbea Gallica in curanda,quomodo 1t curatio- ne
pro- FINE IROBS X se procedendum.lib.7. 19] Gonorrbeamuta:ur 15 f'uxun albu.fi
diutius per- feveret., et mnc quomodo curanda. libro 7. 130 Gonorrbea quando
calef acientibus curada.l.7,129 Gracilibus quibus plus [anguinis detrabendum, c
quibus muixus.dib. 4. 11 Cua]aci decoblum cum dura fit illus fob[litia, qua
nodo minus lonea cotitone zndiget. lib. 7. 213 Guajaci ligni fpecies qua in
Cura done morbi Gallici re]ciende. lb.7. 260 Cua]aci lignum quod in ufum
ducttur,non [ft anno- durm-lib.7. 200 Guajac: [pecie s rejiciatursque eft mimi
acris,et tur b1au decoétu facit, pumquam clarefcens.1.7.202 Guajaci fcobs neque
craffor, neque im pollinem du&a.lib.7. 203 Gya]aci rune non [int umoris
ligzi, neq; parvi, nam [unt in validi.lib.7. 201 H Flemorrboietbus [sperflue
evacuantibus, am omnes occiudenda » an una velinqueuda, fententia AA4uCloris.lib.7.
II2 Heyate evyfipelate laborantes frigida atla comve- "nunt .lib.6. 46
Hlepate evyftpelate laboraa*e, vepellentza [ola con- veniunt . lb.7. 4j Hlepate
f 712:do; calida t? ficcamedicamentæxier na fufpetta.lib.7. 3$ Hepati:
eibbainflamata, ante ufum diureticorum alvus lenienda. lib.7. I FHepatico
fiuxuis remedium fineulare.lib.7. 106 Ne d Hepaf ND E'zx. Wgepatis in
calidaintemperie quando purgandum » ci quando non. lib.7- 3 Hepatis in calida
integperie manna uo [ufpe£tum - lib.7. 33 Hlepatis in intemperie calida
ref[rigerantiaumpen- se, e adfiringentia [u[petta- Hepatis in inflammarne in
principio non purgan- dun- Hepatis ia inflammarione repellentibus attenuan tia
etiam in principio mi[cenda . Fiepátis in inflammatione attu frigidafugienda .
(im [bi Hiepatis inflammatatava purgandum. fed in decli». fis nationes cotla
materia. MH Hepate inflamma:o [ime mate ria,repellentia fola conveniunt
Hlepatis in iuflammatione in declinatione mon puris. | vefolv entibus urendum.
Hepatis in ob[lruttione attenuantia cur dnte pran- «| dium applicanda. Horde:
ad aquam proportio pro pti[Jana paranda .. |l, m Ó dj Hordeum aliud [læ
cortice, ve[hrum aliud. lib. 2..11i Caut. ] Hordeum pro ptifana quale
elicendum.lib.a. | 4p Hordeum quomodo parandum pro pti[Jana confi--|
cienda.lib.z. ATi Hora tres à cibatione ad principium acce[[wumis nom. |
fifficere. lib.a. 344] Elunores effc ducendos quo aatura vergit.quomodcià
gntellimendum. H»yárarFIXNYXDOcBGI | Ei ydrareyri prouno bomine 1numgendoque
quati- tas." qu& ad aliasmar edientta proportio J| Jd
ydropicisattenuatia no diu in usu duceda. L 7.5I | Hydropicis Rhabarbarum
inutile.J| Hydropicis bumores [erofl à principio purgari po[- fuat; fed à et
levioribus tncboandum. li ddyeme plus concedendum. [ed variussa[late miuus; fed
[apius.Iib.2. H yeme quando minus nutriendum.lib.z: I1 "i Ilerici
inprincipio non purgandis[ed praparandao eft materia. Iilerici valetioribus
medicametis evacuadi. Jélevicis valida non danda medicamenta, [i ex ix. patis
inflammatione.lib.7. 65 In cardialeia ex vituitaatida dejecloria fiat cum
purgantibus. lib. 7 30 Is cardtaleia 1n SrinGSpuA vepellentia conveniunt, non
ad[ ringentia.lib.7. 216 In cardia dia fbduiloria fim blanda. Iu empyemate no
tentanda materia expurgattio per Po fece[furn. I| Jnflammato bepatesrepellentza
ante fecélionem vene non comveniunt. lib.7. 29 IIo palpitatione cordis curanda
que vena f[ecanda,. | libro 6. 176 In palpitatione cordis ex flatu pr
"ovidendum flati- bus ventricult. Jn palpttatione cordis ex flatibus,
exterats calidis non e[[e utendum pra[cuie adbuc materta. 5 In
plevriticiseexterms no indi[Lintie utedul.G. Inter Jntev [udandum ton adeà [ape
purgandu.lib.7.208 Inunéiiones ex argento vrvo aut non [unt 1m u[uino duccudas
aut ft in ufum ducantur valide efJc de- bent. cur-Àib. 7. iid Tnunélio in morbo
Gallico magis laudanda. Inuntlio ex argento vivo quando1nte rpolanda. Inuntlio
fi fiui praferenda in curatione morbi Gal lici. Jnwungendi roodus.Lac in
d'y[entevicis am conveniat » quando, C quomodo parandum Lac in renuma wlceribus
qua. diflinélione dandum. Late a[fempto in phibift, dormiendum. Latle muliebri
qua di[Hntlione utendum in ophtbal VU, »mia. Latlis quantitas rn ulceribus
venum qu&. Lapidem in vefica frangentia medicamenta fiétittia.Lapidis in
vefica unica curatio, excifio. Layidum ex vefica extrattorum bifloria due
admiranda. Àhu Lapillorum precioforum [us neq omnino ve ficien- dus,nec
pe[[amsut fitsrecipiendus. Lenientia:n morborum principio majori ex partem,
comvenunt. Bi P Lenientia quo tempore, qua bora, C quantum ane cibum
exbibenda.lib.5. $i Lens quomodo Fitppocrati frigidiffima.lib.g.. ye8
LenILentium decobtuma, C f)rupus inpe[le, C vartolis vepiobasdum ie Y MLentium
qualitates, variazatura.lib. D? $9 J erbargicis cucurbii ula applicanda | Lei
bar. eicis quando [ecanaa veuas C£ quando mon 0 Letbargieis vepellentiaparce
applicanda. C fiue 2 aa[tvitlione 4: | Lezimeniis hepatis 1a obflru£lione fotus
calidi pra- ?ALTi endi. vs ; cS FS ): Jt, P". ; sc E P - V aLippiiudigi
valide ad[Lringentta contraria. d !' MM azrea s, co Jp ccharo parata, 14 chole
va fn f Cla» !j M aflicatoria 12 doloribus a calidis, €? temubus bumoribus
quando non concedenda. LM edicamen: ovum altevautium materiam t [fc
mutandam.lib.s. I JM edieus commre]Tus medicos amet, C quopzodo [e 12 €15
gerere debe. l1b.1. I1 aM edicus cum mulierculis, C imperitis de rebus medici
non differat |abyo dM edicus de mercede non paci[catur. Mad edteus C do£irizasC
ufu inflrutius artemexer eat lib.i. 24 IdM edicu: fuaiat mollitiem
exteruer.lib.t. $ uiuM edieus eratis aliquando curare debet. uM edicus tznan
glortasaut nimo [ui amorc aon ten- Ji tetur-lib.x. 9 dub edicu: gratos erian1n
nece[[itaizbus non defc- ab -rat.lb.1. 21 AM cdiI'N*JDS.E Medicus in omnibus
praftans qualis.lib.t. 3 Medicus im oratione, C farmonibus varius, pro | jo
agrorum varia natura.lib.1. 26 lu Medicus juvenis fab datto M edico praxim.
addi. Lim fcat Medicus morbos [uos excujet. lib.1. 3 | Medicus nom inbumana
[evermate utatur.lib.y.25 li Medicus aon fit jattabuudus, amt nimium pollici-
4. w( tator. |l
M:edicus gulli [ctt fít additinus s fed nudam fequa-. Mais rur veritatem.lib.1. 10» M
edicus pietatis cul tor.lib.1. Ii
Medicus qualis in veftitu.lib.1. 6; Medicus qualis in odorati sfe
vendis.lib.t1. 7] Medicus quomodo excolendus.lib.1. HET dicus Jamtatem pra[efe
vat.lib.t d v Medicus [ecreta remedia non profiteatur, [cd alis I,
communicet.lib.1. Medicus ftt [Fudiofus munditiei.lib.1. Medicus [ylvasm
medicamentorum prompi am ha beat. lib.1., Avfel vof fol.licet im bilioft :
febribus ab initio 20 CCo vyeniat,in quo'iduanis opiimu eff vemedin.l.s-YÀy,
AMelancbolicis liquida macis.quam arida vIEAICUA qenta comvemunt.lib.6. «q
€Melancholicis quando fineuis spittendus,quani,. fupprimendus, et quado
finendus.hb.G. Mellis ad aqua propor!10 pro paran da sul [a.l.2..] Memoria
deperdira remedta non famper calidas cet Galenus ejus caulum frieidam
faciat.l.G. .| Memoria deperdita curanda varii modi et contio. rii.) Vit. Lib.
6. 36 jJ Memoria deperdita quomodo à frigiditate; fi fepe à caufis calidis.
lib. 6. 36 ^l] Memoria curada rara evacuatione op eff.l.6.36 | | Men[es
promoventia pev os fumpta debent effe i2 multa quantitate. lib. 7. -I40 |
AMenfibus immodicis in iflendis repetita [angurauts silhofiat endeen die. lib.
7. 141 VAM ez fibus mimodice fluent ibus; aliquando medica- men! o purqante
utendum . AM ez fibus promovendi, Jecari pote[t vena in. à ante tempus motus
cum Galeno, C? verfus finezo motus. lib. 7. 53 TAM enfibus 12 promovendis mon
eff [ecarda ver a dum diminu: € fant tibi mulier aut t1207€ iui afficiatur. aut
animo folea: AT lficei re. . | Wa enfibu:: 15 i pramoy enais pra[lat repetere
[25gu:-1$ 9i Jf oneza. $ p^ n[tbus [uapevfiuisscum v "edicement opurgaute
o | uilcenda. aa[tringentia. [; MR I4 "T enfibus [up ci finis remedin
"o "lare . 1.7. 145 m7 e libus fupp: ejfcs LU e Pene yox naa. D ies 131 Mercedem oblat am
Mediceus prompte, uon qu gi s] 2 furtim capiat. Irb. I. 2C Map. onem [aneuinis
ex talo pracedere debet exer- jn CLUMm RA "me partium m fern un. l7 ode[Ha
aceintius Medicus domos dngrediaiur . WM orbis complicatis ton contvrartis,
quomodo pro- cedendum WWACER S j "Morbis complicatis eontrarus quomodo
provi- acndum dendum.lib.5. ær Morbis extremis; flatim extremms vemediis
utendum Morbo cau[& complicatostau[a primo vationem bæ qu bebomus. Morbis
mediocribus blande; cum tempore occur ; vendunz.lib.5 Morbo jn pracipiti
[anguis prius mitti debet,qu& Vu alvus [ubducatur.lib.4. 21 jd Morbus cum
1gnoratury attenuandus victus . cur »»1) . quomodo.lib.1. AMofthus in umbiliai
cavitate pr&focatione gignt «vina . zGXul Mulfa alia crudasalia
coéfa.lib.». $c AMul[a aliapro medicamentosaliapro potu.lib.2.. 5 cc (m; 7Mulfa
alia meraci[[mmasalia mediocris » alia dilus ta.lib.z. $« ib Mul[a ex faccbaro
optima quomodo paretur. AM ufa
svekmelicrati d. fEnetro ; e£ conficiendi rad) in IN H10.lib.2. Narcoricaim
capitis dolore ratrone doloris ix aad) am pibenda, fcd aliquando vatione
vieiliarum.l.6- i r Narcotica:n dolore captis pev fe vix per os concad ai
denda.lib.6. Narcotica in dy[entevia parce adhibenda.. Narcoiicasumaua
applicada f uris capiti., Narco' ica numquam aurvibu: emmittenda.lb.3 v
Narcotica numqua iu puerts in usu ducenda.l.3. Narcoticis varo utendumsQ
quando.lib.3. Naufca laborantes quando purgandi, C quado sid, INatn-li TT 1] li
Is Do EY ] AMaufea prefente, vomitu excitato,in co sion veul- tum infiflendum
ie d Obffetricibus eut affeventibus.aut negatitibus gra- viditatem, Medicus non
temere credat. FOb[lerricibus remeré non credendt.cy afferunt fe- tum e [fe
mortuum se »iexclidenat, ef[c.l.7. 171 ipOlea in colicis data adjuvanda cum
ab[lero ibus, vel pureantibus. lib.7. 7 WOlca f'nllata in wfism mon venient »
mft aliis alliez- ta.TOleis cur cera cddenda. lib.G. yÀ: WOleum amyedaltmum a
partu ntq; femper.neq; qui busvis coz venit qOlcum per os [umptum quando zn
colicis optimum. 4o prafdim. aiOleum rofatum pro oxyrbodinis fft vecens. JOpb:
balmta in curanda opii vfus neq multus, neq; A frequens JOph!baimia 1n curanda,
qua lentorem babent A comrmoda.lib.c. 75 UOpb:balmicis paucif[ma externa
vemedia adbiben | da.lib.6. 99 Dpiatasut 7n alitis ventriculi affctlibus
fugienda, sta in dolore inflammatorio eju[Æm concedenda, b C quomodo.lb.7. 3
WOp: ufus frequens im lippztudrme malus. 4D: colluendum anrequam æri cibu
[smant. | qDo mel no[t-u imbecille ad cra[faincidéda. 1.2. AQ. ymel H0 ferum 17
ACUETS f bribus non fat 15$ 44CCom eodatum. lib.a« j Oxymel iN Oxymel quamdiu
excoquendum. Qxymel feplaftariorum diveríum à Galenico ; C Gracerum. lib. 2. $2
Ox*ymel feplafiariorum fimplex nom eft potus » fed forbitio . lib.2. $3 Q:ymel
feplafrariorum non bumetlat. Q»ymellis parandi ratto Oxyrbodina applicata ne
ficcentur. » aut ex affa zmateria applicentur. lib.6- 2 Qiyrbodina n capitis
dolore magis proficere » ft ex alto decidant.Ox yrbodinis narcotica vix
adpiifcenda Panatella an [emper ex pane loto.lib. 2. A4 Panatella quomodo
paranda 1 acutis.lib.3. ^ 44 Pazalytici quando ab initio purgandi.lib.6. 73
Paralyticis cucurbitula ubi; quamdáo pn A. ra Paralyticis diuretica optima .
lib.6. 744]. Paralyticis olea diflillata folainutisa - lib.6. 760p Paralyticis
oleanmmis calida mala Paralyticis rubificantia quando comveniant.l.6. 765m
Paralyticis fedorifera non enultum comada. Paralyticis vc ficantia
utilia.itb.6. za Partus non accelerandus ob preces parturientium | partu in
diffcils varó exbibenda promoventia fei cukdas.lib.7. iz Peffi odorati impoftti
in pr efocatis ex femine » ve IL. LA ciendi.I:Pete affecti medicamento
purgandi. lib.5- m Pefle !| Peffe laborantibus ex diver [rs caufis, quando
smit- rendus fane s.lib. s. ji |! Pefle laborantibus mon [emper conveniunt
purga- ros fangumis mito. lib. s. fI | Peffe laborantibus numquam mittendus
[anguis ad ammideliquium. | Peffe laborantibus folum im principio [angws mnitti
poteft. cur. lib.g. 34 |Peftis materia ab initio puyanda. Peflis materia
crudadici non poteft. LPeffis materia majori ex parte turgéns. lib.g. 4
KPe[Hlentes febres, licet peracuta, non requirunt te- nuifhmum vitium .
MPeflilentes. febres frne peffe coElionem expo[cunt in "HAI€YIA » nec 1n
principio 1u dis purgandu.A MPeflilenti in febre, maculis evumpentibus, [anguis
|... fecta vena poteft evacuari Ci quomodo.lib.$. 3 r APharmaca glacie, vel
aliter vefrigerata pe[[ime à quibu[dam conceduntur.lib.5. 12 /MPbarmaca » que
mifcentur, non ffztt ex dis, qua difpari tempore operantur. IPbarmaco a[wmpto,
non dormiendum, cr in qui- buss e quando. IPbarmaco aJumpto, eule, aut vemionz
ventriculi calida non [unt applicanda. "dMPEarmaco non évacuante, uon
[emper poft tres bo- ] ras pufculapropinanda. lib.5. dPbarmaco non evacuante;clyfena
mo indendsz.1. 2.9 Jbarmacorum validorum extratla per vinum; aur aquam vite, periculi
plena. JPbrenetict in principio purgandi. WPbreneticis acetum in oxyrbodimis
parce adbibene v Y 9 um. e Phreneticis cucurbitulis appo[itis quid faciendum
Phreneticis in curandis mon diu narcoticis uiendum. Phreneticis in curandis
vepellentiætiam folaultra principium comy emunt Phreneticis non e[l enittendus
[anguis ad ammi ufq; deliquium. Phreneticis
fi inbrachio fecari vena non poteft, non fécanda easquein fronte. Phreneticis
[latim vena fécanda.lib.6. 19 Phtbifi laborantes latte ajumpto dormire debent
Phthifi laboratibus blande alvus mollieda.l.6. Y64 Piluleta Gallico morbo
laborantibus purgandis in fine praferenda.lib.7. 197 Pilula in tufi f capitis
ajfectibus ; male dantur poft cenam. Pilulepro capite expurgando majores » pro
ventyt- culo minores. lib.3. Pilule pro capite purgando à cea 40 danda.l.6. 15
Pilule valid:f[ima forma non fiut magna (cur. Dituita fal[a quotidianam
producente » plenius mu rriendum in principio, [éd 4 ventriculo deturbaui y; da
e[ materia. lib. $. ? Plevrifictí; c€ ante fomentis dolore, non confe[tim| defi
flendum A veris remediis. plevriticis, dolore a[cendente » fotus fimt bumidi ||
defcendente [icci.lib.6. p DPlevriticis » dolore def[dendente ; iH feclione
vez) "07? 1] ILLA EX OEAZXA son efe exfpeclanda coloris [anguimis mutatio
Plevriticis quando fomenta anodyna conveniunt.Plevriticis [acculs fovetes ex
levi materia.l.6.122. Pleuriticis, viribus imbecillbus, nou ex[pettanda coloris ia [anguine
mutatio.. Plevriticorum reliquia omnino abfamenda.l.6. Ya y Pleyrsticorum
triapraclarif[Timaremedia. Podæra
laborantibus varo repellentia conveniunt. Podagra laborantibus am ab
suitiomedicamentum purgans dandum scontrover[ia cociliata Pi Podæra
laborantibus quando mittendus eft. [anqurs.Iib. Podagra laborantibus frequenter [ecanda varà
ve- ZA.ltb. Podagrofís fmunttto ex oleo falito ante declinatio- nem aAla.
Podærofi non. [olum oleo. [alito snungendi ». [ed etiam yperfricands. Podævofis
oleum [alitum 1m declinatione Optitum. Potulenta 12 bydrope a[cite [epe
fu[petla. Potus acutarum f ebrium quis, C qualis. [ib. Prafocatis bene olentta
coxis applicanda .lib.7. 153
Prafocatis ex flatu ; cucurbitula magna ventri in- eriori applicitA »
praftanti[umum remedium Prefocatisex retento [emine bene olentibus vulva non
1nungenda. Prefocatts f acie: bene olentibus non e[t a[pereenda.3 libra. . :
r$? Prafocatis facies frigida non afpergenda.lib.7.14* Prafócatispauxtllum vini
concedendum » [ed vmale elentianaribus tunc apponénaa. Prafocatis quando etiam
im pároxy[mo po]fit fecars pena. lib.7- nsn 164, Prafocatis quando mon lscet
fecare venam. Prefácatis vino facies non abluenda. Preanatibus clyfteves no
frequeier indatur. Pregenantibus erandiori fetu cbyfferes quantitate non
excedant. Prapinguibus, et fenfu exauifito praditis inte fhinis, clyfteves non
indanter »ultum calentes Principio morbi cur aliquando tenui[[ime ciban-
dum.lib.2. 16 Priffanæx quo genere bo ydei paretur PuJana ut condiatur » que
addenda, quando quomodo. lib.2. 43 Prj[ana ut paretur s quomodo hordeum
praparabixinus Puelliin applicatione 'cavendu: fior. lb.7. 7 Puelli in
applicatione caveda pollutio nocturna.l 7.9 Pueris ante decimum quartum
annumyevacuationtis eratia,aliquando [ecari yote[t vena. lib.a. 8 Pæris ante
feprenmum yra [lat bi rudimbus [angui- nem mittere, et cur. lib.4. IO Puevis, c
adole[centibus plus cibi concedendum, quam fenibus. lib... 7 Pueris numquam
concedenda narcotica. lib... 46 Pueris pro revulfione fecari omnino «ena débet
.. | 5m, lib. Pulverei C eletluarias qua etiam fol'vant; n; bo PUN DV bo
Gallico comvenive Pulvifculi cardiaci non cum cibis, fed cum potioni- bus
fepunis dandi. Purgamenta muliebria non [emper frigida, nec ca- lids curanda...
1j0 Purgandum egrum quid interrogare oportet.1.3.2. Purgandum in principto n
pe[fle, Difputatio. lb.g. Cut. Purgandum interrogare oportet » an alvo [it
lubri- c4,an dura. Purgandum in vera declinatione . Purgandum non [emper in
declinatione febrium pu-. tridarum.lib.3. $3 Purgandum quando in barum
declinatione. , Purgantia debilta repetita im. quotidianis. comvenut. Purgantia
fint leviora 1n febribus, quam in aliis oorbis, € cur.lib.s. ""
Purgantia valenter apud Galenum in febribus varà ia ufum veniunt.lib.s. 3I
Purgattone impe[le utendum. lib.s. 46 Purgantia valida in pe[fe non
comveniunt.lib.g.. 49 Purgatto in podagrofis fi f acienda» [latim facienda
Purulentis nom tentanda efl evacuatio materia per feceffum medicamento.Putrida
non omnis materia coquenda Quartana laborantibus vitlus in principio varian-
dus CP quomodo. lib.s. 2j Quartana laborantibus [al(amenta concedenda; [cd
parca manu. Quarutat laborantibus dum [ecatur vena, prafen« S 5a Medici nece
[[avia.lib.s. 1 uartana laborantibus quando et dextro brachio extrabendus
[anguis. Quartanis vena [ectio quando convert. Ouartanariis dum [anguis
mittitur y non flatim. -fupprimendussetuamfi bonus.lib. 5. 29.(2* 30 Quibus
maxume in acutis os colluendum. uotidiana in febre. ab imtio vomitus utilis,
qualis.Iib. s. 17 Quotidianain febre quomodo Galenus commenda- yit vomitum
validu pofl [rema cocottionis.l. 5. Y7 uotidianis in febribus tenuis etiam,
quam iz. flatu alendum in principio Refrigevantia in[igniter qua capita no
ferant. Renædiis in multis quomodo procedendum.lib.3.36 Remedium pra[tantiffimum
ad wen[es [uperfiuos. j Renibus inflammatis;po[t [etlam venambrachi ea etiam
[ecandæ[L, qua 1n talo. Rembus mflanmatis, Rbabarbari wfüs [u[pettus Renibus
laborantibus, clyfleres quantitate parva Renibus laborantibus, qua vena
[ecanda: Renibus ulceratislattis admunifltrandi ratio varia. Renum 1n
inflammatione non purgandum, fed le- niegdum blande. Renum in inflammatione 17
principio ) impense re- WM, Cc frigeranziamala Reuun Ü - UIT PMI E^Zi Renum
calculo laborantibus lemientia ab snttzo" ape non [ufficiunt ; itaq; etiam
purgandi Renum tn ulceribus valide exftccatiamala. Renum ulcera quam primur o
Jm Repellentia in cholera quomodo, Cj quando in u[um ducenda. Repellentia in
podagra, [nfpetta.lib.. 181 Repellentia 1n palpitatione cordis, dum mittitur
Janguissregtont cordis applicanda. lib.c. 176 Repelle ntibus folis in doloribus
in principio quando 10n utendum Repetitio fanguinis mi[fiomis quando eadem die,
€& quando altero.lib.a. I6 ] Repetitio [anguis milTionis vevul[iue, contra
Galenum [ape eodem dte repetenda eur" quan- do: ] Revul[1o ree. [célam
venam quando requirat vecli- Iudinem partium (t quando con [en [um YOnat-Yum.
Itb. a. 18 I Rbabarbari safu[lo vino exbibita febres eftuan- te$ excitat.
lrib.a. Ij I Rbabarbart ufus £n eflnofis febribus [nfpettus.l.s-g IL Rbabar
bar: ulus 12 [puto [auguinis [epe [ufpettus LRhabasbari ufus dy[entericis
fnfpettus.lib.7..Rbabarbarum bydr optcis 10utile. I Rbabarbarum im dolore
inflammatorio ventriculs fueieudum.lib.7 x WRbabarbarum 12 in nflamnratione
renum fu[peétum- y lo ebarbar H2 menfibus [opevfluis noxzu. E Mhatar barum pro
purganda bile, 12 dévirmtione | Y D &[tuan- | effuatium febriumsmalum, C
quando eo uti pof- famus.lib.s. 7.6 8 Rhabarbarti phreneticis no multu utendum.
Rhabarbarum [n[petium in intemperie calida be- patis.lib.7. 0034 Rhabarbarum
torrefatium in dy[enteria rejicienadum Rubificantia quou[que cuti adbarere
debent. Ay Sacchari ro[ati exbibitio poft purgatum corpus ardentibus febribus,
non multuprobanda.l. 5.12 Sal clyflevibus non ita frequenter tndendus.l.3.. 2.9
Sal oleum quomodo [al [um reddat, ft oleo nom liqua- tur . [i Sara et decotlo
portio Guajaci cur indenda.l.7. 211 Sara decotlum a[late cum majori quantitate
aque. |o parandum; C cur. Sarza parilia mirabile decoblum ad tabidos ex Gal | i;
lico s2orbo.Itb. Sanguine malo fetla vena exeunteminor quantitas iio; illius
evacuanda . lib.a. 1 Sanguinis in colore zutatio in evacuatiua. eUACHA- i)
tione mon vevulfrvas non ex[peclanda. lib.4. 33). Sanguinis in colore mutatio
nec in vnflammationi- bus etiam perpetuo exfpettanda. lib.a. T Sanguinis in
colore mutatio quomodo intelligendai| lib. 4. Mn Sanguinis in colore mutatio ua
vevul[tone a longimsyds, quis non ex[pectanda. lib.4. T Sanguinis 1m colore
mutatio in plevritide non ei ex[petlanda, impa 1o in parte bumore. . Yi]
Sanguimis gatffiomi non. [emper p Aldi; eni- J lenitio. lib.a. 1 Sanguinis
mi[[io ad animi deliquium raro inu[um. ducenda.a quibus, C? cur.lLb.a Sanguinis
mi[io quando per [es quando per accidens A centro ad circum[ erentiam trabit, quomo-
do.lib. $. 3$ Sanguinis mi[[ionem quando pracedere debeat fa- cum [ubductio.
Sanguinis minus detrabendum i1s,qui artes laborio fas exercent .lib.a. I
Saguinis repetita evacuatio quomodo facieda.] 4g Sanguinem ve ectantibus
cucurbitula parti affix ao quando conventat . lib.G. I1$O Sanguinis [puto ex
retentis men[ibus, qua vena [c- veda. lib.G. 148 Saponarie decoélum pro
pauperibus 12 morba Gal- lico. Scammonii u[us im e[luofts febribus [nfpetlus, e
quando eo titendum . lib.s. Scarificatio crurum tn pe[le [aluberrima. lib.g. 33
Scar: ficatia quando proj unda factenda, G' quando Ww leviter.ib.4. T Gellio
venain talo ad movendos men[es melius jit fub noctem.hib.7. 136 Semis in
curando profluit diver[a ratto [ervan- da »pro varietate magna occaftoms .lib.7.
. X38 Seri € lalle [egreg and: veramdica v mds ie. $1. Seri quantitas varte 4
uarias tradit a.quomodo con- cilianda.lib.5. ! $i Siccanttbus valenter in [puto
[anguinis empla[lica o mi[cenda.l:b.6 (6 2, Siti in magna calidas G quando
frigidabi- bcn- Symptomatice narra operante quid à Medice moliendum.
Symptomatice natura operante » caute agendum. | Iib.ss 61. [s Synocha
labcvantibus quando cibus o fferendus.lib.2. Cant. jo Syrupi acetoft parandi
ratio. Syrupus » c mel.vof. fol. quando in principio conce- denda.lib. 3. $a.
f, Syrupus ex cichorea cum Rhabarbaro Guliclmi, 1t dyfenteriaadmittendus |y,
Syrupis pro morbi Gallici materia paranda alexi-- V, pharmaca mi[cenda.
Syruptes vof.(ol.inter lemientia non connumerandus», y. fed 1n*ev [olventia.]
Syrupi [olventes in cura morbi Gallici commendaniy, di. T'enui[fcmo vitta in
ftatu acutorum utendum fem-. per. 1. Aphor. 8. quando verum . lib.2. 18: T
enui[fimo vitlu utendum. in peracutis omnibus :) i exceptis
pestilentibus.ltb.2. 114 T'ertiana in febre ante cotlionem quandoque pur: n
eandum, quando. . T T erttana im febre, etiam intermi[[ionis die; victim [. à
Galemo, cà aliis infhitutus apud noftrates perti eulofus. lib.s. ij T'ertianis
€ ardentibus in febribus clyfleres vii tepentes indendi.lib. s. T beviaca in pe[fle
quado tendit, ci quomodo.. [^ "Tiggitui aurium. ex morbo Gallico valentia
remit " dizuon applicanda.lib.6. icd] 7 in- d E;AN8 Dx Exe X ! T igmitut
aurium ex morbo Gallico remedium pr4- ftanti[J[ymur.itb JT uillatwüesureri 12
prafocatis ex femine vejicien- d&. I Y urgens materia quomodo varo, € in
pefle [ape ruygens. l IT ufft laborantibus quando, &$ quatenus vigilan-
dum. p WMPenis brachii in feriendis » qua cAMLOHES, vA'100€ Suc funt
babenda.lib.4 22 Weza [ettio 1n wedalieliediois fit ampla. Wene fe£htaun
brachio menfibus [uppre[/zs quando admini 'Jferanda. Wena fetta 1m talo in
fanguinis puto, affatim [angus neo e fe detrabendtuim. iib.. 149 W/entriculi im
dolore a frigida, c erafla materias, purgans aliquod medicamentum Hier a
aliquan- do «ddendaum. lib.7. $ M'entviculi im imbecillitate, in puellis, aut
catellss ventricult reet 0771 eiie » CAY endum, Hnc» Joma us interrumpatur. G
eutriculo dolezte ob "mfi ammationcm purgantia fugienda.lib.7. I yos A Abe
ob LZ miemationem » In mida po- | $57 €Xt appof 10 quedo c ZH 'UCHIA jt...
("M7 nodi inflammatopre[enti bile quibus vacuam de b I (0«BoPerzmes
enecantibus dulcia mi[cenda Aib.7. 108 WVermes enecantibus erzplaftris
cly[fleres dulces pra- ponenas. WMerzzes enecantibus fumptis peross quid. facien- z aum.:
dum.lib.7. III.(?' Veymibus pro enecandis emplaftra ubi applicanda. Iib.7. IIO
Vertiginofis flernutatoria, caputpurgia fugien- da.lib.6. 47 Veficantia etiem
[uper caput applicata, im. "vebe- sueuti[femis doloribus optima.lib.6. 18.
[^ Veficania in febre pefhlentiali [rne pe[ffe sm ujuma. 1 duci nou debent. Veftcantia in febre peHlentiali in
letbargo optima. .]^ V«ficantta bydropicorum eruribus applicatamoxia, V
Vificantia in letbargo optima, C quibus partibusi| applicanda. lib.6. 357]
Veficantia: tn pe[le aliquando in ulum duci po[[unt »)/ C quando.lib.s. 421]
Veficantiaia ye[Hiferis » cum extra corpus alget 4! utilia.lib.5. 4$ Veficantia
in peflilentibus peffreme pa [form ufurpata Ati Itb. $. $! Ve ficantia in
principio febrium peflilentialium noii] i. conveniunt. lib. s. T Vitus cra[fas
1n acutis rejtciemdus.lib.a. jt Vitlus formatn acutis paffim corrupta y ve
'(peCtu ves | cionis mutanda. lib.2.. I: Vitus bymidus febricitantibus confert,
bumidwl!n, atu. c potentia.lib.2. PH Vitius immutandus, vatione temperamentorum
CO quomodo. IHb.. Y. c4 30 9v2141* 772 J, * ; L bi *, f Vibius mmutanaus,
vatiome babitu corporis » CA terperamenti ventrigulilib.a. 4G] lt-ION DoESLY.
Vicius mttandus in acutis obanteatla vitam.La. I4 Villus ratto pro vartetate
con[netudipis » Ci vegio- "s wautanda. lib.z. Victus tenus pro acutis
antiquis quotuplex, Cb qui 4A nobis reciptendus . lib.a. 30 Vicius tenuts 12
acutis cur. lib.a. I Vinculum laxandum, [e£la wena 1m melanchalicis. lib.6. 87
Vinum 1n acutis per fe numquam concedendum.», præfertim apud Infubres Vinum:
acutis quando concedendwum Vinum In[ubriues ineptum pro potu acute febrici-
tantum .lib.3. $9 Vini medicati formula praflanti[ima pro aliqia.. Jpecie morbi
Gallici.lib.7. 204 mum optima materia pro paraudis aliquando de- coctrs
pro.quorbo Gallico. 1b.7. 204. Fino terttana laborantes Apud no[lrates per
torum morbum interdicendi-lb.g. ' I4 Virtute per [e debili, vitlus ativezicus
ct 72 forma ; ft vi wor bi, folum quantitate. ! Virtute debili ob
aeevavationems, parten. C varo ; » M inf n 6n gnat pee ob reíolutzozt Wn paruTC
i&pecióaraum.l.. i Vite "mhi u""umua lormevitie:i
ecutrt.l.a. jg / 7, 2 44. -P pawlir *4h 4 Vomendnm A cibo, cra[]75 in
ventriculo exz[lentibi bus huno ribu;.dib.7. 16 Vomcndum quando 1e]uno ventriculo,
C quands 7 epleto.lib.7. | r$ Vomitorio ab allumpto, quam diu a vosnttu abfti-
nendum .lib.7. 1o OO QS€, m mq 4 P o osa a £5 pi "p LIFE. Kk. 0721IMS
TTCOHOEAT10? | 4£;:€/2a13 "deu C27? " PE WT Vomitus in men [e
determinati non habeant dies» flatutum Jib.7. 13 Vomitus potius repetendus,
quam diu in eo infi 'ften- dum.lib.7. II Vomitus quibus noxas afferat inemendabiles.l.3.
12. Vomitus vepetiti quales effe debeant.lb.7. I2 Vomitus quomedo frequentius
byere promovendt ; C quomodo rarius, € im quibus ca[ibus.l.3.. 10 Vomitus
tabidi: inimicus lib.;. II Voritu qui ab[Linendi.lib.7. I4 Vomiturinon debent
nimium cibo vepleri.l.7. 17
Voritoria in cholera fint ex levioribus » nec multe quántitatis.lib.7. 11.e£ 24
Vomitoria in cholera varianda, pro varietate ma- teri& Vomitu in colicis
quando utendum.. M» Vmbilicus aliquando mumiendus im applicationc.2
cucurbitula.lib.7. 79 Vnguenti ex bydrargyro preftare »multam quanti- tatem
parare, C" cautio ante illius u[nm.1.7. 226 Veri regio fovenda
attenuantibus ante. [anguims wi [tonem ex talo.lb.7. 139 Laus Deo; Deiparzque
Virgini ep" E Hez ^ MACC gs NI Aer: ce EO Edd iR c aq. dpa did Ludovicus
Septalius. Ludovico Settala. Settala. Keywords: ragion di stato, lizio, sesso.
Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Settala” – The Swimming-Pool Library.
Luigi Speranza – GRICE ITALO!; ossia, Grice e Severino:
la ragione conversazionale del velino -- oltre il linguaggio, oltre l’aporia di
Parmenide – la scuola di Brecia -- filosofia lombarda -- filosofia italiana –
Luigi Speranza (Brescia).
Filosofo lombardo. Filosofo italiano. Brescia, Lombardia. Intende collocarsi
oltre ogni filosofia permeata dal nichilismo. Si laurea a Pavia come
alunno dell'almo collegio borromeo, discutendo una tesi su metafisica, sotto la
supervisione di BONTADINI. Insegna a Milano e Venezia. Lincei. Critica sia il
capitalismo sia il comunismo, fonti della vita inautentica in quanto
espressioni di dominio della tecnica, come d'altronde il FASCISMO, ma anche la
sinistra in quanto non è più social-democrazia, rilasciando anche dichiarazioni
sul suo punto di vista sul passato e sull'avvenire dell'Italia. Le spiegazioni
della crisi del nostro tempo rimangono molto in superficie anche quando vogliono
andare in profondità. Il fenomeno di fondo, che non viene adeguatamente
affrontato, è l'abbandono, nel mondo, dei valori della tradizione occidentale;
e questo mentre le forme della modernità dell'Occidente si sono affermate
dovunque. Un abbandono che si porta via ogni forma di assolutoe innanzitutto
Dio. Muore, dicevo, ogni forma di assolutezza e di assolutismo, dunque anche
quella forma di assoluto che è lo stato, che detiene il monopolio legittimo
della violenza. Questo grande turbine che si porta via tutte le forme della
tradizione è guidato dalla tecnica ed è irresistibile nella misura in cui
ascolta la voce che proviene dal sottosuolo del pensiero filosofico del nostro
tempo. Il turbine travolge anche le strutture statuali. Investe innanzitutto le
forme più deboli di stato. La trasformazione epocale di cui parlo non è
indolore: il vecchio ordine non intende morire, ma è sempre più incapace di
funzionare, soprattutto in paesi come l'Italia. E il nuovo ordine non ha ancora
preso le redini. È la fase più pericolosa (non solo per l'Italia). Criticando
"l'assolutismo religioso e comunista", oltre che tacciando la
magistratura di "ingenuità", poiché processando una classe politica a
fondo ha rivelato la contiguità anche con la criminalità organizzata, figlia
della guerra fredda e, secondo S., impossibile da debellare integralmente in
pochi anni senza debellare lo Stato stesso, causando notevoli problemi.
«L'Italia è uno stato acerbo. Ha 150 anni su per giù. Ma soprattutto ha alle proprie
spalle una storia di frazionamento politico-economico-sociale, dove si sono
imposte forze che hanno avuto nel mondo un peso ben maggiore di quello
dell'Italia unita.. Sull'evasione fiscale: Una tara storica, come prima le
dicevo. L'evasione fiscale è un furto ai danni di tutti. Se c'è da costruire
una strada io devo metterci anche la parte degli evasori. Certo, molti
artigiani e piccoli imprenditori, se non evadessero, fallirebbero. Tutti sanno
queste cose. Però conosco anche tanti cattolici ai quali molti uomini di chiesa
facevano capire che se non avessero ritenuto "giusto" pagare le tasse
dello stato, avrebbero fatto bene a non pagarle. Questo Papa, da buon pastore,
sta cercando di cambiare le cose. Ma non vorrei che si perdesse di vista che la
"corruzione" di fondo è l'"evasione" del mondo dal passato
dell'Occidente. Oltre alle citate critiche, Heidegger parlando con FABRO a Roma
ha a dire a proposito di "Ritornare a Parmenide" di S. Immobilizza il
mio Dasein. Già da molto prima prima, alcuni appunti di lavoro heideggeriani
testimoniano come Heidegger seguie S. (da uno studio di ALFIERI e HERMANN -- è
stato criticato da ODIFREDDI, in risposta a un giudizio critico su un'opera di
ODIFREDDIi, ovvero l'introduzione scritta all’ABC della relatività di Russell,
dove venneno citati alcuni filosofi (tra cui S. e CROCE) in maniera non congrua
e "alla rinfusa l’ODIFREDDI l’ accusa invece di non considerare
l'importanza della scienza, come già fecero i neo-idealisti, come CROCE e
GENTILE, a differenza di filosofi che studiano a fondo alcune teorie. Nel
dialogo con Chiara, “Oltre l’umano e oltre il divino” la filosofia della
necessità si contrappone alla filosofia della libertà. Fa spesso riferimento a
pensatori come PARMENIDE di VELIA, LEOPARDI, e GENTILE. LEOPARDI e GENTILE sono
all'apice della follia del nichilismo. Considera LEOPARDI e GENTILE come i due
più grandi geni che hanno portato all'estremo la concezione del mulla ovvero
l'entrare e l'uscire degli enti dal nulla. Affronta il problema dell'essere.
Tutte le filosofie costituitesi precedentemente sono caratterizzate da un
errore di fondo: la fede del divenire. Sin dagli antichi, infatti, un ente
(ovvero un qualcosa che è) e considerato come proveniente dal nulla, dotato di
esistenza e successivamente ritornante nel nulla. Rifacendosi a VELIA, è stato
definito come un neo-veliano, di cui sarebbe l'unico esponente, peraltro
criticato in senso anti-metafisico da SASSO e VISENTIN, i quali sostengono,
rovesciando la sua tesi, come, contrariamente all'opinione diffusa, in VELIA esiste
invece un deciso rifiuto della metafisica.. Riflettendo sull'opposizione
assoluta tra essere e non-essere, dato che tra i due termini non vi è nulla in
comune, ritiene evidente che l'essere non può non rimanere costantemente uguale
a se stesso, evitando di rimanere alterato dall'altro da sé. Anzi, essendo
l'essere la totalità di ciò che esiste, non può esserci altro al di fuori di
esso dotato di esistenza (S.rifiuta, quindi, il concetto di differenza
ontologica così come è stato avanzato da Heidegger). Per S., quindi, tutta la
storia della filosofia occidentale è basata sull'errata convinzione che
l'essere possa diventare un nulla, sebbene alcuni filosofi tentano di negare
tale assunto. Ma, mentre VELIA tenta di risolvere il conflitto tra il divenire
e l'immutabilità dell'essere affermando l'illusorietà del divenire (negando
l'esistenza delle cose del mondo e cadendo quindi in un'aporia), sceglie una
via differente, portandolo a delle tesi estreme. Dato che l'essere è, e non può
mai diventare un nulla, ogni essente è eterno. Ogni cosa, ogni pensiero, ogni
attimo e eterno. Il di-venire non può, quindi, che rappresentare l'apparire
degli eterni stati dell'essere, così come i fotogrammi di una pellicola si
susseguono sino a formare lo svolgimento completo di un film. Gl’essenti
entrano ed escono del cerchio dell'apparire. Quando un essente esce dal cerchio
dell'apparire, non diviene un nulla, ma si sottrae semplicemente
all’inter-soggetivo. Dunque, l’essente esiste anche quando scompaie ovvero non
si perceive. Vedere senza vedere, dice Sperduto in una tragicommedia. Afferma
che il di-venire dell’essente è come lo scorrere dell’essente sulla superficie
di uno specchio. L’essente, infatti, esiste prima di entrare nel campo
inter-soggetivo dello specchio e ovviamente continua ad esistere anche dopo
esserne uscite. Il di-venire e l’ immagine inter-soggetiva dell’essere. Questo
si estende anche a ogni essente che nel divenire si manifesta. La dimostrazione
dell'eternità di tutti gli essenti, si basa sostanzialmente sul principio di
non contraddizione, ma non nella versione che ne dà Aristotele nel “De
Interpretatione”. In essa anzi il discorso del tramonto del senso dell'essere
trova la sua formulazione più rigorosa e più esplicita. Bisogna invece
ritornare a VELIA correggerne l'esito aporetico, dimostrando che l'evidenza
fenomenica non è in contrasto col principio di non contraddizione, ma scoprendo
anche che il divenire così come uscire dal nulla e ritornare nel nulla, non
appare affatto, non è affatto evidente. Di qui si potrà proseguire su una via
-- quella indicata da VELIA, il sentiero del giorno. Consideriamo la
proposizione di VELIA -- è infatti l'essere, il nulla non è. Tale proposizione
esprime l'opposizione assoluta tra i "essente" e "non essente".
Pertanto ogni essente, in quanto ent-e, è assolutamente opposto al nulla e non
ci può essere uno stato in cui un ente non sia, come pensa invece il principio
di non contraddizione aristotelico -- è necessario che l'essente sia, quando è,
e che il non-essente non sia, quando non è". Quest'enunciato esprime il
pensiero di una condizione, in cui l'essente è nulla, in cui essere = nulla.
Questa impossibile ed impensabile contraddizione costituisce una follia
essenziale. Infatti il pensiero occidentale pensa sì, consapevolmente,
l'essente come essere, ma insieme come di-veniente, cioè che esca dal nulla e
ritorni nel nulla. Ad esso sfugge invece che ciò equivale a pensare l'ente come
nulla; e questo è il nichilismo più proprio, la follia che si annida
nell'inconscio della filosofia. L’essere non è un ente tra gli enti. Esso
rappresenta piuttosto l'apparire ontologico degli enti, e per questo motivo
viene definito un transcendens rispetto all'ente. Rigetta questa concezione.
Afferma che la totalità dell'essere è costituita dalla totalità degli enti. La
vera differenza ontologica è quindi quella che si costituisce tra l'essere
(l'ente) diveniente e quello immutabile. L'essere che appare e scompare non è
lo stesso essere immutabile, ma è anch'esso eterno. Entrambi esistono, ma in
differenti dimensioni. L'essere come fondamento è una struttura eterna e non
soggetta ad alcun mutamento. Tutto è avvolto (fino alla morte) dal nichilismo
Un po' tutti i filosofi che l'hanno avuto sottomano hanno inteso il nichilismo
come allontanamento dalla verità, e l'hanno dunque declinato a seconda
dell'idea di verità a cui stavano pensando. Nella prospettiva severiniana
dell'eternità di tutte le cose, il nichilismo è dunque il credere che le cose
siano mortali, ovvero che l'essere possa non essere,ed uscire e rientrare nel
nulla, ovvero credere nel di-venire delle cose. Credere infatti che le cose
escano dal nulla e vi ritornino equivale ad identificare l'essere con il nulla:
quindi si parla di pura "follia". Al di fuori della follia appare
l'eternità di ogni cosa e di ogni evento. Al di fuori del nichilismo il
sopraggiungere dell'ente è il comparire o lo sparire dell'eterno. Il divenire
dell'essere è un'opinione senza verità. L'Occidente non domina il mondo
casualmente o perché ha una possibilità offensiva superiore; ma, al contrario,
ha una possibilità offensiva superiore perché domina il mondo che crede nelle
sue stesse imprescindibili idee guida (scienza, potenza, tecnica, salvezza,
ecc.) e quindi in una cultura che ritiene più avanzatae dove dunque
l'avanzamento non è una virtù morale, ma la capacità di capire e fare più cose
per sopravvivere all'imprevedibilità dell'esistenza. Ritiene che la filosofia
abbia sempre cercato riparo contro il terrore che scaturisce
dall'imprevedibilità dell'esistenza perché innanzitutto si è sempre creduto
nell'evidenza del divenire degli enti, del loro uscire dal nulla e rientrarvi.
Anche le grandi forme di epistème che tendono a dare un ordine ed una
configurazione prestabiliti all'esistenza, si muovono sullo stesso terreno.
L'intera storia della filosofia italiana è quindi storia del nichilismo. La
radicale distruzione dell'epistème operata da parte della filosofia e la rapida
ascesa della scienz ai vertici del sapere sono conseguenze inevitabili di
questa forma di pensiero (la civiltà della tecnica è, infatti, la forma estrema
di volontà di potenza). Tutto ciò che appare appare in maniera necessaria ed il
progressivo manifestarsi degli eterni non segue, quindi, una sequenza casuale.
Ciò significa che la libertà dell'uomo non esiste, ma appare all'interno di
quell'essente (anch'esso eterno) che è il nichilismo. Ed è proprio all'interno
dell'Occidente che appare il "mortale" come noi lo conosciamo. Ma
l'Occidente è destinato al tramonto, per fare spazio al destino della verità,
la verità che testimonia la follia della fede nel divenire. Solo all'interno
del destino della verità la morte acquista un significato inaudito: in realtà
la morte è la persuasione dell'assentarsi dell'eterno. Da quanto detto
precedentemente appare chiaro come non ci sia posto per il divino comunemente
inteso. Nel corso della storia della filosofia, l'affermazione dell'esistenza
di qualcosa di immutabile (tra cui il divino in tutti i diversi modi nei quali
filosofia e religione lo hanno concepito) è sempre stata fatta partendo dal
presupposto che il di-venire non significhi necessariamente la nascita dal
nulla e il tornare nel nulla delle cose che in esso si presentano.
Quest'affermazione è, inoltre, sempre avvenuta con l'intento di risolvere le varie
contraddizioni che quel presupposto implica e di inventare un rimedio per
l'angoscia che il pensiero dell'annientamento provoca. Questo genere di
immutabilità è, quindi, di segno diverso da quella che compete agli enti sulla
base dell'impossibilità assoluta che qualcosa si annulli. Per questo motivo è
impossibile che esista un divino. A maggior ragione è impossibile che esista un
dio dotato della capacità di creare gli enti dal nulla e di mantenerli in
esistenza grazie alla sua libera volontà (altrettanto libero potrebbe essere,
pel divino, l'annichilimento"diverso dal concetto fisico di annichilazione
-, e cioè la volontà di far cessare la durata della loro esistenza per farli
ritornare nel nulla). Essendo ogni ente eterno, non può esserci né creazione né
annientamento, e quindi neanche un Dio comunemente inteso. Alla luce del
destino della verità, ogni ente, anche il più insignificante, acquista un
significato inaudito. L'uomo si porta quindi radicalmente al di là del
super-uomo e della volontà di potenza. L’uomo è un super-dio, ben più grande
del divino della tradizione religiosa. L'inconciliabilità fra la dottrina
dell'Essere e AQUINO è stata sostenuta da Fabro. BARZAGHI, con cui ha più volte
dialogato pubblicamente, ha mostrato la possibilità di utilizzare le intuizioni
sull'eternità dell'essente proprio per affermare l'esistenza di Dio e
ricondurre il pensiero del filosofo all'alveo cristiano da cui si è staccato
(entrambi sono stati alunni, all'Università Cattolica, del filosofo cattolico e
apologeta BONTADINI). Pur non rivedendo pubblicamente il suo punto di vista
sull'esistenza del divino, apprezza ed elogia la proposta di BARZAGHI. Con “La
Gloria” giunge, tra le altre cose, alla dimostrazione necessaria dell'esistenza
degli "altri". Quando Cartesio infatti scopre che la carta vincente
della scienza è la conferma delle ipotesi da parte dell'esperienza, e cioè da
parte della presenza certa a me da parte delle cose, si apre il problema della
fondazione dell'esistenza appunto di altre dimensioni che come la mia accolgono
l'accadere del mondo, ma che a differenza della mia non sono apparenti, non
sono cioè da me visibili. I fallimenti dei tentativi di soluzione a tale
problema (eminentemente proposti ad opera della fenomenologia, sì che questo
problema fu certamente uno dei più cogenti all'interno del discorso filosofico
di Husserl), a cominciare da quello di Cartesio, si determineranno
essenzialmente per l'assenza del senso autentico dell'essente e del senso
dell'oltrepassamento. L'oltrepassamento dell'attualità nella costellazione
infinita di cerchi finiti dell'apparire del destino è necessità dell'esistenza
di un altro apparire finito, diverso da quello attuale. Nella Gloria, perviene
alla fondazione del senso autentico dell'oltrepassamento, dopo aver stabilito
nelle opere precedenti che il divenire autentico (cioè non nichilistico) non è
il crearsi e l'annullarsi dell'essente, ma il comparire e lo sparire di ciò che
è eterno. Ma è in questa sede innanzitutto fondamentale precisare, a partire da
considerazioni svolte dallo stesso S. in Destino della Necessità (che le cose
della "terra" (termine con il quale S. designa la dimensione degli
essenti che via via appaionoe che, per contro, il nichilismo pensa come
fuoriuscenti dal nulla ed al nulla ritornanti) "incominciano" ad
apparire (il loro apparire esce cioè dall'ombra del non-apparire ed entra nel
cerchio dell'apparire). Con "cerchio dell'apparire" si intende, qui,
la totalità degli enti che appaiono: è, cioè, l'apparire in quanto ha come contenuto
tutto ciò che appare (ossia è l'apparire "trascendentale");
l'apparire delle cose della terra, quell'apparire incominciante di cui sopra,
è, perciò, la relazione tra il cerchio dell'apparire (l'apparire
trascendentale) e una parte del suo contenuto. È altrettanto fondamentale
precisare che l'incominciare della terra (a sua volta eterna), non aggiunge
alcunché al tutto eterno che è, con VELIA, appunto, “non incompiuto” (ouk
atelePombaon), “non manchevole” (oulon achineton). Anche l'incominciante
apparire, difatti, è eterno: il suo incominciare è il suo entrare nel cerchio
dell'apparire. Entrandovi, naturalmente, apparema questo apparire dell'entrare
è lo stesso entrare, ossia è quello stesso di cui si dice che, eterno, entra
nel cerchio dell'apparire. E, così come ogni ente, anche l'appartenenza della
terra al cerchio dell'apparire è eterna. L'eterna appartenenza al cerchio
dell'apparire entra nel cerchio eterno dell'apparire. Entrandovi, appare, e
quest'ultimo apparire è lo stesso apparire incominciante in cui consiste
l'incominciante appartenenza della terra al cerchio dell'apparire. L'apparire
incominciante è cioè apparire di sé stesso (e di tutte le altre cose che
incominciano ad apparire), ed è questa autoriflessione dell'apparire
incominciante ciò che entra nel cerchio dell'apparire e incomincia a far parte
del contenuto di questo cerchio. Ma ogni essente che incomincia ad apparire
(ogni oltrepassante) è destinato ad essere oltrepassato: diventerebbe,
altrimenti, condizione indispensabile dell'apparire degli essenti e quindi
originarietà che sarebbe dovuta apparire già da sempre. Un oltrepassante che
sia non oltrepassabile è impossibile, perché altrimenti esso dovrebbe iniziare
ad appartenere allo sfondo (e intende, con questo termine, quel complesso di
significati, o costanti persintattiche costanti sintattiche di ogni significato
–, senza i quali non apparirebbe nulla, motivo per cui non possono non essere
sempre presenti. Tra questi ad esempio vi sono i significati esseree e nulla.
Inoltre, la serie progressiva degli essenti che via via appaiono è
necessariamente finita; infatti, se in direzione del passato fosse estensibile
all'infinito, ci vorrebbe un percorso infinito, e quindi mai concluso, per
giungere al momento attuale. C'è quindi un primo passo compiuto dalla terra. La
totalità attuale di ciò che è destinato ad apparire è, per quanto sopra
esposto, necessariamente oltrepassata. Ma in che senso? Essa non è, difatti,
oltrepassata dall'apparire infinitogiacché l'apparire infinito (l'infinito
oltrepassarsi da parte delle forme proprie dell'apparire finitodove la Gloria è
proprio questo infinito dispiegarsi) non è un oltrepassamento incominciante, ma
è l'oltrepassamento già da sempre ed eternamente compiuto della totalità del
finito. La totalità attuale dell'incominciante è, dunque, necessariamente
oltrepassata da un incomincianteil quale non può apparire attualmente, ma è
tuttavia necessario che appaia (in quanto l'incominciare è incominciare ad
apparire), e che quindi è necessario che appaia sopraggiungendo in un cerchio
diverso, altro, dal cerchio originario dell'apparire. La totalità simpliciter
degli essenti-che-sono-degli-oltrepassanti (la totalità dell'oltrepassante,
cioè, che include come parte la totalità attuale dell'oltrepassante) non può
essere a sua volta oltrepassata, perché ciò che la oltrepasserebbe sarebbe un
oltrepassante non incluso nella totalità dell'oltrepassante; e se
l'oltrepassante (cioè l'incominciante) che oltrepassa la totalità degli
oltrepassanti non fosse a sua volta oltrepassato, esso sarebbe quel contenuto
impossibile che è, appunto (per quanto sopra esposto), l'incominciante
non-oltrepassabile. Poiché la terra oltrepassa anche l'attualità dell'apparire
del cerchio originario, sopraggiungendo in un cerchio diverso, il contenuto
incominciante che appare nel cerchio originario dell'apparire attuale, è
oltrepassato (infinitamente) in due direzioni: (a) In quanto contenuto
incominciante, esso è oltrepassato lungo il dispiegamento infinito del
contenuto attuale del cerchio originario (o, per utilizzare il suo lessico,
lungo la Gloria del dispiegamento infinito della terra che si inoltra nel
cerchio originario). Ma non è in quanto tale contenuto è attuale che esso viene
oltrepassato lungo il dispiegamento infinito del contenuto attuale. (b) In quanto
contenuto attuale (in quanto, cioè, alla sua attualità) il contenuto
incominciante è oltrepassato invece in un altro cerchioe in un'infinità di
altri cerchi dell'apparire. L'oltrepassante-incominciante, qui, entra
nell'apparire non attuale. Anche questa seconda direzione dell'oltrepassamento
è un dispiegamento infinito nella Gloria, ma, appunto, nella gloria che
consiste nell'infinito sopraggiungere, nel cerchio originario, della
costellazione infinita degli altri cerchi. La gloria è l'unità di queste due
dimensioni. La dimensione dell'essente, che incomincia cioè ad apparire nel
cerchio originario, è necessariamente oltrepassata da un'altra dimensione
dell'essente (perché l'incominciante non può incominciare ad appartenere
all'essenza dello Sfondo, non incominciante e non tramontante, del cerchio
originario); ma anche l'attualità dell'essente che incomincia ad apparireossia
anche l'apparire (che, in quanto tale, è apparire attuale) dell'essente che
incomincia ad apparireincomincia ad apparire, sì che (per lo stesso motivo) è
necessariamente oltrepassata in un altro cerchio dell'apparire; e anche la
sintesi tra l'attualità del cerchio originario e l'attualità in sé dell'altro
cerchio incomincia ad apparire nel cerchio originario, quando in esso incomincia
ad apparire ciò che ne oltrepassa l'attualità; e dunque (per lo stesso motivo)
tale sintesi è oltrepassata in un terzo cerchio (e, cioè, l'attualità in sé
dell'altro cerchio non è oltrepassata solo nel cerchio originario, ma
necessariamente in un terzo cerchio)e così all'infinito. In definitiva,
l'oltrepassamento dell'attualità di un cerchio non avviene solo lungo la
dimensione "verticale" del singolo cerchio, ma anche lungoquella
"orizzontale" della costellazione di cerchi del Destino.
L'oltrepassamento hegeliano, invece, conserva "idealmente", cioè
astrattamente, ciò che oltrepassa, e non realmente, determinandone la
distruzione. In un contesto siffatto è fondata l'impossibilità dell'esistenza
degli "altri", perché l'altro, che è il mio oltrepassante, determinerebbe
il mio superamento, e mi consegnerebbe ad una dimensione puramente ideale.
Infatti nel sistema hegeliano l'esistenza degli altri significa l'esistenza di
soggetti empirici, sensibili, che è quindi comunque interna all'esistenza
produttiva dell'unico io. Il nichilismo è un essente che incomincia ad
apparire, ed è quindi destinato ad essere oltrepassato. L'essente che
oltrepassa il nichilismo è l'essente che porta al tramonto l'isolamento del
senso delle cose dalla verità. Il nichilismo è, infatti, pensare e vivere le
cose come nulla in quanto delle cose non appare il legame alla struttura
originaria della verità, e quindi non appare l'eternità. L'essente, o la
dimensione di essenti, che porta al tramonto l'isolamento del senso delle cose
dalla verità è la gloria (cioè la manifestazione) della verità stessa.
L'ampiezza dell'isolamento non coinvolge solo il legame tra i singoli essenti e
la verità, ma anche il legame tra gli infiniti cerchi dell'apparire, il loro
passato e il futuro del percorso che la terra è destinata a compiere in essi.
Nella Gloria non si è il divino, perché il divino crea ed annienta le cose
anche e soprattutto quando ama; e dunque appartiene al regno dell'errore perché
l'amore è volontà e la volontà è voler alterare il senso proprio ed eterno,
cancellarne l'identità. Il divino è, quindi, infinitamente meno della più
umbratile tra le cose vere. Tutto è oltre il divino e oltre ogni forma di
mortalità, compresa la vita umana come credenza nel poter creare e annientare
gli essenti. Saggi: “La struttura originaria” (Brescia, La Scuola; Milano,
Adelphi); “Fichte” (Brescia, La Scuola, poi in Fondamento della contraddizione,
Milano, Adelphi); Filosofia della prassi, Milano, Vita e Pensiero, Milano,
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Adelphi, Ritornare a Parmenide. Poscritto -- «Rivista di filosofia
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Gl’abitatori del tempo. Cristianesimo, marxismo, tecnica (Roma, Armando,
Téchne); “Le radici della violenza” (Milano, Rusconi, IMilano, Rizzoli); “Legge
e caso, Piccola Biblioteca Milano, Adelphi,); “Destino della necessità. Κατὰ τὸ
χρεών, Biblioteca Filosofica Milano, Adelphi); “A Cesare e a Dio” (Milano,
Rizzoli, La strada, Milano, Rizzoli); “La filosofia antica” (Milano, Rizzoli);
“La filosofia moderna” (Milano, Rizzoli, “ Il parricidio mancato, Collana
Saggi. Milano, Adelphi, La filosofia contemporanea. Da Schopenhauer a
Wittgenstein, Milano, Rizzoli, Traduzione e interpretazione dell'«Orestea»
d’Eschilo, Milano, Rizzoli, La tendenza fondamentale del nostro tempo, Milano,
Adelphi, “Il giogo. Alle origini della ragione: Eschilo, Biblioteca Filosofica
n.6, Milano, Adelphi); “Antologia filosofica dai Greci al nostro tempo, Milano,
Rizzoli); “La filosofia futura” (Milano, Rizzoli); “Il nulla e la poesia. Alla
fine dell'età della tecnica: LEOPARDI, Milano, Rizzoli); “Filosofia. Lo
sviluppo storico e le fonti” (Firenze, Sansoni); “Oltre il linguaggio” (Milano,
Adelphi); “La guerra” (Milano, Rizzoli); “La bilancia” (Milano, Rizzoli); “Il
declino del capitalismo” (Milano, Rizzoli); “Sortite -- sui rimedi e la gioia”
(Milano, Rizzoli); “Metafisica” (Milano, Adelphi); “Pensieri sul Cristianesimo”
(Milano, Rizzoli); “Tautótēs, Biblioteca Filosofica Milano, Adelphi, La
filosofia dai Greci al nostro tempo” (Milano, Rizzoli); “La follia dell'angelo”
(Milano, Rizzoli); “Leopardi -- Cosa arcana e stupenda” (Milano, Rizzoli); “La
tecnica” (Milano, Rizzoli); “La buona fede” (Milano, Rizzoli); “L'anello del
ritorno” (Biblioteca Filosofica Milano, Adelphi); “Crisi della tradizione
occidentale” (Milano, Marinotti); “La legna e la cenere, ovvero,
dell’esistenza” (Milano, Rizzoli); “Il mio scontro con la chiesa” (Milano,
Rizzoli); “La Gloria. ἄσσα οὐκ ἔλπονται: risoluzione di destino della necessità
(Biblioteca Filosofica, Milano, Adelphi); “Oltre l'uomo e oltre Dio” (Genova,
Melangolo, Lezioni sulla politica. I Greci e la tendenza fondamentale del
nostro tempo” (Milano, Marinotti); Tecnica e architettura” (Milano, Cortina);
Dall'Islam a Prometeo, Milano, Rizzoli); Fondamento della contraddizione,
Milano, Adelphi,. Nascere. E altri problemi della coscienza (Milano, Rizzoli,
Milano, BUR,. Sull'embrione, Milano, Rizzoli, Il muro di pietra. Sul tramonto
della tradizione filosofica, Milano, Rizzoli); Ricordati di santificare le
feste” (Milano, AlboVersorio); “L'identità della follia” (Milano, Rizzoli).
“Oltrepassare” (Biblioteca Filosofica, Milano, Adelphi); Etica e Scienza”
(Milano, Editrice San Raffaele, Immortalità e destino, Milano, Rizzoli, La
buona fede. Sui fondamenti della morale, Milano, Rizzoli, Volontà, fede e destino,
Grossi, Milano-Udine, Mimesis); L'etica del capitalismo e lo spirito della
tecnica, e sulla pena di morte, Milano, AlboVersorio, La ragione, la fede,
Milano, AlboVersorio, L'identità del destino. Milano, Rizzoli, Il diverso come
icona del male, Torino, Boringhieri, Democrazia, tecnica, capitalismo, Brescia,
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Riflessione sullo stato attuale del mondo, Milano, Rizzoli,. L'intima mano,
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Milano, Adelphi,. L'etica del capitalismo e lo spirito della tecnica. E la pena
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Marcianum, Parliamo della stessa realtà? Per un dialogo tra Oriente ed
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Una strage politica, I. Bertoletti, Brescia, Morcelliana,. In viaggio con
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dell'essere, su Il Primato Nazionale, Bovegno, il filosofo cittadino onorario,
su giornale di brescia «L'esperimento di Barzaghi è importante e va seguito con
attenzione. Immerso nell'alienazione, il cristianesimo è come una casa
invisibile di cui qualcuno dice, indicando un banco di nebbia: "Là c'è una
casa". Che cosa si riuscirebbe a vedere se la nebbia (l'alienazione)
diradasse? Forse una casa. Ma forse nulla. Nel primo caso, il cristianesimo
avrebbe ancora qualcosa da dire, e di grande» (S., Nascere. E altri problemi
della coscienza religiosa). «Rigoroso fino alla fine. Solo un po' più triste»,
in Brescia oggi, Emanuele Severino, il tributo si celebrerà a Palazzo Loggia,
in Bresciaoggi. Ecco perché la giovane Italia va in malora", su il Fatto
Quotidiano, Odifreddi, La scienza sotto tiro, su la Repubblica, Fusaro e
Didero, Filosofico. Miligi et al., "Sguardo su S.", su filosofia.)
"filosofo poetante" cf. La Guerra, occorre riconoscere che le sue
posizioni, qualunque sia il giudizio che si pensa di dover dare su di esse, non
sembrano aver avuto, perlomeno fino ad ora, un vero e proprio seguito tra
coloro che si occupano professionalmente di filosofia.» (Cfr. Visentin, Il
neo-parmenidismo italiano. Le premesse storiche e filosofiche, Napoli,
Bibliopolis) Neo-parmenidismo, su filosofia. Se noi potessimo mai non essere,
già adesso non saremmo. La prova più certa della nostra immortalità è il fatto
che noi ora siamo. Perché ciò dimostra che su di noi il tempo non può nulla: in
quanto è già trascorso un tempo infinito. È del tutto impensabile che qualcosa
che è esistito una volta, per un momento, con tutta la forza della realtà, dopo
un tempo infinito possa non esistere: la contraddizione è troppo grossa. Su
questo si fondano la dottrina cristiana del ritorno di tutte le cose, quella
induista della creazione del mondoche si ripete continuamente a opera di
Brahma, e dogmi analoghi di Platone e altri filosofi.» (A. Schopenhauer)
Sperduto, Vedere senza vedere ovvero Il crepuscolo della morte, Schena ed.,
Fasano di Brindisi, "Ritornare a Velia", in Essenza del Nichilismo,
Brescia, Aristotele, Liber de Interpretatione, essenza del nichilismo, follia
estrema ed estremamente nascosta: la persuasione che gli essenti, in quanto
tali, escano dal loro non essere e vi ritornino: la persuasione che vi sia un
tempo in cui l'essente (prima di essere e dopo il suo essere) sia nulla, che il
non niente sia niente: la persuasione che è il culmine in cui si mantiene
l'intera storia dell'Occidente. Destino della necessità, Milano, Adelphi,
L'alienazione dell'Occidente. Quadrivium, Genova); “La struttura originaria,
Milano, Adelphi, Sito web Amadori F., Il libero arbitrio, "Filosofia"
Antonelli, Verità, nichilismo, prassi. Roma, Armando, Berto F., La dialettica
della struttura originaria, Padova, Poligrafo, Crapanzano, L'immutabilità del
diveniente. Roma, Gruppo Albatros Il Filo, Cusano, Capire S.. La risoluzione
dell'aporetica del nulla, Milano, Mimesis Cusano N., S. Oltre il nichilismo, Brescia,
Morcelliana,. Sasso, Dal divenire all'oltrepassare. La differenza ontologica,
Roma, Aracne, Dal Sasso A., Creatio ex nihilo. Tra attualismo e metafisica”
(Milano, Mimesis); Giovanni, Sul divenire. Gentile e S., Napoli, Scientifica,
Paoli, “Furor Logicus” (Milano, Angeli); Aporia del fondamento, Napoli, Città
del Sole); Fabro, L'alienazione Genova, Quadrivium, Goggi, Al cuore del
destino. Milano, Mimesis Goggi, Vaticano. Magliulo, Quaestiones disputatae,
Milano-Udine, Mimesis, Mauceri, La hybris originaria. Cacciari Napoli-Salerno,
Orthotes, Messinese, L'apparire del mondo. sulla struttura originaria Milano,
Mimesis, Messinese, Il paradiso della verità. Pisa, ETS, Messinese, Stanze
della metafisica. Carlini, Bontadini, Brescia, Morcelliana,. Messinese, Né
laico, né cattolico. S., la Chiesa, la filosofia, Bari, Dedalo, Petterlini,
Brianese e Goggi, Le parole dell'essere. Per S., Milano, Mondadori, Poma,
Necessità del divenire. Una critica a S., Pisa, ETS,. Saccardi, Metafisica e
parmenidismo – I veliani, Il contributo della filosofia neoclassica,
Napoli-Salerno, Orthotes,. Scilironi, Ontologia e storia, Abano Terme,
Francisci, Scurati, Pensare l'identità. Milano, Alboversorio, Simionato, Nulla
e negazione. L'aporia del nulla (Pisa, Plus); Soncini, Il senso del fondamento
in Genova, Marietti, Spanio, Il destino dell'essere. Brescia, Morcelliana,.
Sperduto, Vedere senza vedere ovvero Il crepuscolo della morte, Fasano di
Brindisi, Schena, Sperduto, Maestri futili? Annunzio, Levi, Pavese, Roma,
Aracne, Sperduto, Il divenire dell'eterno. Su S. (ed ALIGHIERI), Prefazione di
Messinese, Roma, Aracne,. Testoni, S., La follia dell'angelo, Milano, Mimesis,
Tarca, Verità, alienazione e metafisica. Rilettura critica della proposta
filosofica di S., Treviso, Mevio Washington, Valent, Cura e salvezza. Saggi
dedicati, Bergamo, Moretti & Vitali, Visentin M., Tra struttura e
problema. Note intorno al pensiero di E. Severino, Venezia, Marsilio [ora in Il
neoparmenidismo italiano, Dal neoidealismo al neoparmenidismo, Napoli, Bibliopolis,
Metafisica Ontologia Episteme Nichilismo Leopardi Velia Valent Galimberti.
Treccani Istituto dell'Enciclopedia Italiana. Associazione spazio interiore
ambiente, Ursini. EMANUELE SEVERINO LA POTENZA DELL'ERRARE Sulla storia
dell'Occidente Alle radici della storia dell’Occidente, in concetti come
azione, volontà, potenza, si trova l’alienazione più profonda della verità,
ossia l’estremo disfarsi della verità: nel senso in cui ci si libera di una
ricchezza rimanendo impoveriti. A questo principio cruciale della filosofia di
Emanuele Severino è dedicato questo libro che, parlando di arte, cristianesimo,
politica, diritto, economia, mostra in azione l’essenza del nichilismo, il più
potente dei meccanismi dell’errare. Quando si parla di “nichilismo”» scrive l’autore
si intende per lo più il crollo dei valori tradizionali. Inoltre, solitamente,
il nichilismo è una crisi soltanto descritta, ossia è presentato come un fatto
che accade, ma che sarebbe potuto o potrebbe non accadere.» Queste pagine ci
esortano invece a prestare ascolto alla spinta che ha provocato l’inevitabile
accadere della resa al nulla. Da Dante e Leopardi fino allo stato-azienda e ai
governi tecnici, la riflessione di Severino svela il meccanismo oscuro che
culmina nel rovesciamento del mezzo in scopo. Il risultato è un’analisi che
porta allo scoperto come lo “scambio delle parti” derivi dall’origine di ogni
alienazione del destino della verità e che dimostra — con nuovi scorci e
riferimenti — come la malattia nascosta (il culmine dell’errare) sia la
persuasione che le cose siano nulla, e il viverle come un nulla. Accademico dei
Lincei, è autore di saggi fondamentali. Scrive regolarmente sul “Corriere della
Sera”. Tra i suoi sagi più famosi ricordiamo l’autobiografìa 1/ mio ricordo
degli eterni (Rizzoli, ora in BUR), Capitalismo senza futuro (Rizzoli) e
Intorno al senso del nulla (Adelphi) e La potenza dell’errare Sulla storia
dell’Occidente RCS Libri S.p.A., Milano. In copertina: Art Director: Francesca
Leoneschi Graphic Designer: Andrea Cavallini / f/zeWorldo/DOT rizzoli.eu La
potenza dell’errare. Per richiamare e introdurre Anche la storia dell’Occidente
presenta un insieme di processi in cui il mezzo di cui ci si serve, agendo in
modo più o meno complesso, diventa lo scopo (il nuovo scopo) di tale agire e lo
scopo iniziale diventa il mezzo per realizzare il nuovo scopo. Si può dire che
tale rovesciamento è uno scambio delle parti. Altri saggi di S. si rivolgono a
questo tema. La sezione prima del saggio intende tuttavia mettere in luce la
relazione tra alcuni luoghi apparentemente distanti in cui quel rovesciamento
si manifesta: arte, cristianesimo, politica, diritto, economia. Ma intende
anche richiamare che alla radice non solo di tale rovesciamento, ma dello
stesso rapporto tra mezzo e scopo, cioè dello stesso concetto di
azione-volontà-potenza si trova Yalienazione più profonda della verità, ossia
il disfarsi della verità, in modo estremo, da parte della storia
dell’Occidente. Disfarsi, nel senso in cui ci si disfa di una ricchezza
rimanendo impoveriti, disfatti. Appunto per questa alienazione il rovesciamento
in cui consiste lo scambio delle parti di cui si è detto appartiene all’
essenza del nichilismo (a sua volta richiamata nella sezione prima). Tale
essenza è il più potente dei meccanismi delVerrare. Quanto più l’errore è
profondo, tanto più è cresciuta la potenza. L’errore è potenza. E viceversa.
Non può quindi esistere un potenza buona e una cattiva: la potenza è, in quanto
tale, errare e ferrare è la forma originaria di ogni violenza e malvagità.
L’impotenza, tuttavia, non è altro che la volontà di potenza fallita,
frustrata. E la potenza ottenuta e vincente è soltanto l’ illusione di aver
ottenuto e di aver vinto. L’essenza del nichilismo esprime nel modo più
radicale un evento che è essenzialmente più profondo di ogni peccato originale.
L’illusione estrema è la fede (posseduta da uomini e dèi) di avere la potenza
di condurre le cose dal nulla all’essere e dall’essere al nulla. È però
possibile parlare di errare e di errore, di alienazione della verità, solo se
la verità appare, solo se si manifesta ciò che è opportuno chiamare destino
della verità per indicare qualcosa il cui contenuto è abissalmente diverso da
tutto ciò che, lungo Vintera storia dell’Occidente, è stato chiamato verità. Il
capitolo VI della sezione prima richiama appunto la configurazione di fondo di
tale diversità. Con questo si sta insieme dicendo che l’alienazione della
verità non è soltanto un evento che appartenga alla storia del pensiero
filosofico, ma è il terreno in cui vanno via via crescendo le opere, le
istituzioni, le res gestae - e quindi anche, e certo innanzitutto, le
molteplici forme culturali - dell’Occidente e quindi anche ogni historia rerum
gestarum. E forse è il caso di avvertire già qui che, anche queste pagine, per
lo più, intendono parlare delle cose segrete, delle più segrete, a lettori che
non hanno la filosofìa in cima ai loro pensieri giacché le cose più segrete
sono peraltro manifeste, e in piena luce, nel più profondo di ogni uomo (e
forse non solo), ed è inevitabile che trapelino nel deserto in cui l’uomo è
gettato dall’alienazione della verità. La forma in cui oggi culmina lo scambio
delle parti rimane quella che altre volte ho indicato, cioè il rapporto con la
tecnica, dove tutte le forze oggi dominanti (i luoghi indicati all’inizio) sono
destinate ad assumere come scopo l’aumento indefinito della potenza, lo scopo
cioè nel perseguimento del quale la tecnica consiste (cfr. E.S., Capitalismo
senza futuro, Rizzoli 2012). Tuttavia quest’ultima forma è preceduta e
accompagnata da altre forme dove tale scambio si costituisce tra quelle forze
stesse (ognuna peraltro destinata alla fine, come si sta dicendo, a rinunciare
alla volontà di essere lo scopo che subordina a sé gli altri e ad assumere come
scopo l’aumento indefinito della potenza). Ad esempio: lo scambio esistente tra
felicità e verità - per cui dapprima la verità viene ricercata per essere
veramente felici e poi si vuole esser felici per poter contemplare la verità
con una felicità diversa da quella che serve a produrre tale contemplazione
(cfr. E.S., La buona fede, Rizzoli 1999, 5-6; Dall’islam a Prometeo, Rizzoli
2003, 7). Altri esempi: lo scambio che si produce tra cristianesimo e arte
cristiana (cfr. sezione prima, cap. I), tra individuo e Stato, tra individuo e
capitale, tra merce e denaro - lo scambio marxiano, questo, che ripropone lo
scambio aristotelico tra economia e crematistica (dove l’uso del denaro non ha
come scopo l’acquisto e il consumo della merce, ma l’aumento indefinito del denaro
stesso). In generale: nella storia dell’Occidente la verità sta alla felicità
come l’arte cristiana sta al cristianesimo, come Dio o lo Stato stanno
all’individuo, come il denaro sta alla merce, come la tecnica sta al diritto
(naturale e positivo) e, infine, sta a tutte le forze che ancora oggi intendono
servirsi della tecnica come mezzo per realizzare i loro scopi. Il primo termine
di queste coppie è ciò che, assunto inizialmente come mezzo per realizzare il
secondo termine, diventa lo scopo di quest’ultimo, che diventa il mezzo. Come
volontà di aumentare aU’infinito la propria potenza, e riuscendo a essere la
potenza suprema, cioè vincente su ogni altra, l’Apparato
scientifico-tecnologico non può non essere planetario, destinato quindi a
subordinare a sé ogni forma politica dello Stato e ogni trust sovranazionale
che sul fondamento della potenza economica sia riuscito a subordinare a sé tale
forma. L’Apparato è cioè destinato a costituirsi come Superstato planetario,
essenzialmente diverso dalle logiche politiche che hanno condotto a
organizzazioni internazionali come la Società delle Nazioni e l’Onu. La forma
politica dello Stato nasce come scopo che gli individui o i gruppi sociali si
danno per sopravvivere, rinunciando ai propri impulsi (il cui soddisfacimento
costituiva il loro scopo iniziale) e riconoscendo nello Stato il monopolio
legittimo della violenza-potenza. In modo analogo, la conflittualità oggi
esistente tra gli Stati (che ripropone il bellum omnium contro, omnes) spinge
verso la forma estrema di Superstato, il Leviatano supremo in cui consiste
l’Apparato della tecnica (e di cui il Duumvirato Usa-Urss è stato una prima,
ancora acerba ma significativa anticipazione). Esso riesce a essere il supremo
monopolio legittimo della potenza quando riesce a comprendere il senso
autentico della propria potenza perché sente la voce del pensiero filosofico
che mostra fimpossibilità di ogni Limite assoluto all’agire dell’uomo e quindi
all’agire tecnico, che più di ogni altra forza è capace di oltrepassare i
limiti dell’uomo. Ascoltando quella voce, l’Apparato ha la capacità di mostrare
l’illegittimità di ogni Limite assoluto e di ogni altra forma di potenza. Anche
ma non solo in questo senso la filosofia è la madre della potenza estrema.
Ancora una volta la filosofia degli ultimi due secoli - e propriamente il suo
sottosuolo essenziale e per lo più inesplorato (cfr. sezione prima, cap. II) -
è il fondamento della più grande trasformazione storica del pianeta: quella
appunto dove la tecnica, ricevendo dalla filosofia la coscienza della propria
forza, riesce a subordinare a sé ogni altra forza. Questa, sommariamente
indicata, è la configurazione complessiva di ciò che abbiamo chiamato scambio
delle parti e dell’alienazione nichilistica della verità che sta alla radice di
esso. Ad alcune delle forme di tale scambio si rivolgono queste pagine. Quando
si parla di nichilismo si intende per lo più il crollo dei valori tradizionali.
Inoltre, solitamente, il 10 nichilismo è una crisi soltanto descritta, ossia è
presentato come un fatto che accade, ma che sarebbe potuto o potrebbe non
accadere. Questo libro mette appunto in risalto (richiamandosi ad altri miei
scritti) l’incapacità di prestare ascolto alla spinta che lo ha fatto
inevitabilmente accadere, e al significato di questa inevitabilità. Ma mette in
risalto anche qualcosa di ben più decisivo, giacché la definizione usuale di
nichilismo, nonostante la sua visibilità, è soltanto una conseguenza del senso
autentico, ossia di ciò che abbiamo chiamato Yessenza - peraltro nascosta del
nichilismo. Inutile ogni rimedio se si ignora la natura della malattia. La
malattia nascosta (il culmine dell’errare) è la persuasione che le cose siano
nulla, e il viverle come un nulla. Tanto più profonda, la malattia, quanto meno
si riconosce di esserne affetti. Ma una volta accertata la vera malattia anche
il senso del rimedio mostra un volto essenzialmente diverso. Questo tema sta al
centro di tutto il mio lavoro filosofico, ma è prevalentemente accessibile a
chi ha già una certa confidenza con il pensiero filosofico. Come già ho
accennato, questo libro intenderebbe invece coinvolgere nella riflessione su
questo tema - che è la radice più profonda di ogni attualità - i lettori che
tale confidenza non hanno. Intenderebbe, appunto, avvicinarli all’essenza del
nichilismo e della potenza - quindi al destino della verità, cioè allo stare
autenticamente oltre tale essenza. Il linguaggio di queste pagine proviene da
un gruppo di scritti (alcuni inediti e altri rielaborati), pubblicati prevalentemente
sul Corriere della Sera e sul settimanale Liberal. Il tema di S. si rivolge
alla poesia di Dante e di Leopardi può lasciare perplessi. Il fiore! Che
serietà può avere rivolgersi alla poesia - e per di più con un’immagine così
scontata come il fiore - in un tempo tragico ed enigmatico come il nostro, dove
i popoli poveri intendono non essere esclusi dalle ricchezze dei ricchi e dove
la tecnica sta avviandosi al dominio su tutte le altre forze della civiltà? La
lotta contro il dolore e la morte si è fatta troppo dura perché sia ancora
lecito rivolgersi alla poesia e ai fiori. Ma dobbiamo subito chiederci qui: la
poesia non ha proprio nulla a che vedere con la lotta contro il dolore e la
morte? È così scontato che la poesia appartenga al regno del superfluo? Queste
domande non intendono alludere al luogo comune che, dopo aver chiuso la poesia
nella dimensione dell’estetica, crede che la poesia sia qualcosa di
indispensabile per le anime belle. Oggi, indebolendosi, la poesia è diventata
anche questo. Ma alVorigine la poesia appartiene invece al gesto essenziale che
l’uomo compie contro il dolore e la morte. Appartiene al rimedio essenziale. In
principio, il gesto e il rimedio essenziale sono la festa arcaica. All’origine
la festa unisce e fonde in sé ciò che in seguito si separa e diventa canto,
mito, rito, danza, poesia, arte, sapienza, saggezza, filosofia, tecnica,
scienza (cfr. E.S., Dall’islam a Prometeo, cit., 8). Quanto più la poesia si
allontana dall’originaria casa festiva, tanto più si indebolisce e diventa
oggetto di godimento estetico - cioè qualcosa che può certamente sembrare
superfluo rispetto ai bisogni primari dell’uomo. E invece, nell’antica lingua
greca poesia - poìesis - significa produzione. La poesia appartiene cioè
all’ambito della potenza. Come gli altri fattori della festa. Anche in seguito
la grande poesia conserva le tracce di quell’antica potenza. Nel canto XIX del
Paradiso (w. 22-24) Dante si rivolge così ai beati: O perpetui fiori de
l’eterna letizia, che pur uno parer mi fate tutti i vostri odori. Sono, i
beati, i perpetui fiori della letizia divina. Fioriscono dall’albero della
letizia eterna, che li unisce in modo che i loro odori, per i quali essi si
distinguono l’uno dall’altro, paiono e sono tuttavia un unico profumo: pur uno.
Mezzo millennio dopo, Leopardi compone La ginestra o il fiore del deserto.
Rivolgendosi alla ginestra il canto dice (w. 32-37); Or tutto intorno una ruina
involve, dove tu siedi, o fior gentile, e quasi i danni altrui commiserando, al
cielo di dolcissimo odor mandi un profumo che il deserto consola. Il
riferimento a Leopardi e a questo suo canto può sembrare estrinseco. Eppure il
pensiero di Leopardi porta al tramonto l’universo in cui si muove il pensiero
di Dante. Leopardi, prima ancora di Nietzsche, e nel modo più radicale, mostra
l’impossibilità di ogni eterno, di ogni Dio, di ogni eterna letizia. Non si
tratta dell’opinione, della fantasia, del sentimento di un poeta infelice e
deluso. Leopardi, come altrove ho mostrato, apre la strada della filosofia del
nostro tempo: un percorso inevitabile che tuttora è in attoed è la radice del
distacco del nostro tempo dalla grande tradizione occidentale, che a sua volta
ha la propria radice nel pensiero filosofico dei Greci. Di questa radice Dante
è pienamente e potentemente consapevole. Quando all’uomo non basta più la
letizia della festa arcaica, nasce la letizia della filosofia, che per i Greci
è la massima di cui l’uomo possa godere sulla terra. Ma, in precedenza, la
festa è il primo rimedio c ontro la paura del dolore e della morte perché è l
’immagine della lotta umana contro di essi. Nella festa l’uomo si identifica a
questa immagine. L’immagine si solleva e si libra al di sopra della lotta: già
per questo librarsi si sente libera dal pericolo e dalla paura, ossia è
vittoria, lotta vincente, godimento della salvezza. La paura che è vinta dalla
festa è più originaria e angosciante della paura di chi, ormai all’interno del
regno della ragione e della fede cristiana ha paura perché si è allontanato
dalle leggi divine, dalla diritta via della salvezza. Lo dice anche Dante
all’inizio deìYInferno. La selva oscura è la lontananza da Dio, dalla quale
proviene la paura; ma questa selva paurosa Tant’è amara che poco è più morte. (
Inferno, I, v. 7) È tanto amara che la morte è poco più amara. Il che vuoi dire
che la paura della morte è ancora più amara della paura suscitata dalla
lontananza di Dio. È questa ancor più amara paura a essere inizialmente vinta
dalla festa arcaica. Il deserto della morte è dunque ancora più originario del
gran diserto (Ibid., v. 64) della selva dove Dante incontra Virgilio. La paura
che non è ancora raggiunta e vinta dall’evocazione dell’immagine festiva è
essenzialmente più radicale di quella di chi, dopo aver abitato quell’immagine,
se ne è allontanato credendo di trovare altrove il rimedio, e teme le
conseguenze di questo suo gesto - e tuttavia, anche e proprio per questo suo
timore è pur sempre in rapporto con la dimensione festiva e salvifica. Di quel
più originario e pauroso deserto, da cui l’uomo ha sempre tentato di salvarsi,
parla il canto della Ginestra. Il fiore del deserto il deserto consola. Nel
mondo di Dante i perpetui fiori dell’eterna letizia sono lo stato più alto
dell’uomo. Ma Leopardi vede l’impossibilità di questa letizia: dal deserto che
è il regno della morte non si può uscire. La ginestra è il poeta stesso; il
poeta è insieme il filosofo; il genio è l’unità di poesia e filosofia, e questa
unità è lo stato più alto che l’uomo può raggiungere prima di essere afferrato
dal nulla della morte (e dopo che la tecnica ha invano tentato di salvarlo).
Leopardi vive e sa di vivere questo stato supremo, effimero paradiso terrestre;
sa di essere il genio. Il genio della ginestra consola il deserto perché sa che
non ci si può salvare dal deserto della morte. La consolazione consiste nella
poesia pensante, nel pensiero poetante. (Cfr. E. S., Il nulla e la poesia. Alla
fine dell’età della tecnica: Leopardi, Rizzoli 1990 e Cosa arcana e stupenda.
L’Occidente e Leopardi, Rizzoli 1997). Nell’incontro di Dante col cielo,
all’inizio del viaggio nell’oltretomba, la parola consolazione è invece assente
in quanto riferita alla paura del poeta. Dal cielo giunge per lui la salvezza.
Quando Virgilio glielo dice, Dante si sente come i fiori che escono dal gelo
notturno - e questo suo stato è la prima prefigurazione della rosa dei beati:
Quali i fioretti, dal notturno gelo chinati e chiusi, poi che ’l sol li
imbianca si drizzan tutti aperti in loro stelo tal mi fec’io.(Inferno) Dalla
paura del gelo notturno al calore eterno - un sol calar di molte brace -, da
cui si leva l’unico odore dei fiori dell’eterna letizia. Volendo essere il
rimedio contro la paura originaria del dolore e della morte, la festa arcaica
vuol essere sempre più potente. Questa volontà attraversa l’intera storia dei
mortali e oggi si presenta come civiltà della tecnica. Potenziamento crescente
della festa, che è potenziamento delfimmagine festiva della lotta in cui la
vita consiste. Il potenziamento delfimmagine festiva procede lungo due vie:
quella del contenuto delfimmagine e quella della forma, cioè del modo in cui
l’immagine esprime il contenuto. Ma appunto perché la potenza originaria della
festa sdoppia la via della propria crescita, appunto per questo l’originaria
potenza festiva si indebolisce. Il potenziamento del contenuto è il sorgere e
l’articolarsi del mito; il potenziamento della forma è il sorgere e
l’articolarsi di ciò che sarà chiamato arte, poesia, tecnica. Gli abitatori
originari della casa festiva tendono a separarsi e la separazione diviene
violenta e irreparabile quando il contenuto sapienziale del mito non sa
resistere alla propria volontà di sapienza e diventa lògos, ragione, filosofìa.
Il mito, infatti, vuole sapere per salvare. Ma la volontà di salvezza è
massimamente esigente: richiede che il sapere sia capace di resistere a
qualsiasi dubbio; e ciò che possiede in modo assoluto questa capacità è la
verità, intesa come i Greci per la prima volta l’intendono, cioè come sapere
che non può essere in alcun modo smentito. Questo il senso della verità che,
lungo l’intera tradizione dell’Occidente, giunge fino al XIX secolo - fino a
Leopardi. In questo senso della verità il pensiero di Dante è essenzialmente
immerso, e in modo pienamente consapevole. È questo senso radicale della verità
a separarsi dal mito e a scorgere e insieme a produrre il differenziarsi; il
separarsi e dunque l’indebolimento degli abitatori dell’antica casa festiva. Li
separa da sé e gli uni dagli altri. Separati, è inevitabile che si trovino
estranei gli uni agli altri, dunque sostanzialmente in conflitto e pertanto
privati della forza a essi conferita dalla loro unità originaria. Arte, poesia,
tecnica, sapienza incominciano a vivere di vita propria. La loro capacità di
salvare dal dolore e dalla morte si prolunga, ma indebolita. Pochi oggi credono
che la poesia o la filosofia possano salvare dal dolore e dalla morte. E il
discorso può essere esteso in consistente misura alla religione. Eppure, per
quasi due millenni e mezzo la verità evocata dalla tradizione filosofica è la
via lungo la quale procede non solo Finterà cultura, ma l’intera civiltà
dell’Occidente. È la diritta via, la verace via di cui parla Dante. Nascendo,
la filosofia porta alla luce la forma estrema di ciò che per il mortale è il
pericolo: intende il dolore come l’andare nel nulla da parte dei piaceri, e la
morte come l’andare nel nulla, da cui non c’è ritorno, da parte della vita
intera. E per poter così intendere il dolore e la morte la filosofia deve
pensare il significato radicale del nulla e dell’essere. La filosofia salva il
mortale perché essa crede che la verità esiga che quanto più conta, nella vita
dell’uomo, sia già da sempre salvo dal nulla, cioè sia in quell’Essere, o
addirittura sia quell’Essere, già da sempre salvo dal nulla, che è il divino.
In questa concezione del divino si inserivano l’esperienza cristiana e la
riflessione teologica su di essa. Dante è uno dei massimi testimoni di questa
inscrizione. Ma i testimoni non aggiungono alcunché al testimoniato. Questo
significa che Dante non è soltanto un testimone. Si sa che il concetto che
Dante possiede della poesia va in direzione opposta al suo fare poetico. Egli
non fa quel che pensa. Pensa che la poesia sia soltanto bella menzogna qualora
non si faccia banditrice del vero, testimone della verità che sta nascosta
sotto il velame della favola e il favoloso e ornato parlare. Dante pensa della
poesia quello che pensa Platone. E anche di tutto il gran volume della sapienza
greco-latina- cristiana - comprendente anche la configurazione dell’oltretomba
e i viaggi che in esso si possono compiere -, anche di tutto questo egli pensa,
nella sostanza, quel che è già stato pensato, per quanto rilevanti siano alcune
sue prese di posizione. Scrive allora la Commedia solo per esprimere in un
favoloso e ornato parlare la verità già pensata da altri? Per questo impegna e
consuma tutta la sua vita? Impegna e consuma tutta la sua vita per qualcosa di
essenzialmente più decisivo. Anche senza rendersene conto, con la Commedia egli
intende produrre la nuova immagine salvifica della festa: intende rinnovare la
festa che salva, consentendo ai mortali di sopportare il dolore e la morte.
Questo suo gesto scuote fino alle radici il grande albero della tradizione. Che
Dante scriva la Commedia significa cioè che per lui la grande sapienza della
tradizione greco-cristiana e la stessa vita a essa conforme hanno una potenza
salvifica inferiore a quella della dimensione dove la verità e la vita adeguata
alla verità sono il contenuto del canto e della poesia. Bella menzogna e velame
della favola, la poesia, quando il suo contenuto non è la verità; ma più
potente della nuda verità quando, avendo come contenuto la verità, le
conferisce una potenza salvifica ben superiore a quella che la verità possiede
di per sé sola. La poesia della verità parla inoltre a tutti, anche agli
indotti. La difesa di Dante della lingua volgare, su cui egli fa crescere il
proprio linguaggio poetico, non è un fatto semplicemente letterario o
astrattamente culturale, ma esprime la coscienza che ad attendere e a tendere
alla salvezza della verità sono tutti i mortali, e coloro, tra essi, che sono
gli indotti, possono identificarsi a quella rinnovata immagine festiva, che è
la verità della filosofia, solo se tale immagine si presenta non nella sua
cruda e astrale concettualità, ma, attraverso un ulteriore rinnovamento, con le
parole terrene della poesia. Unendo poesia e filosofia (e, sul tronco della
filosofia, il cristianesimo), Dante fa cenno all’antica festa di ritornare
presso i mortali. Ciò significa che troppo flebile rimembranza è per lui la
liturgia cristiana - in cui peraltro si sente ancora forte l’eco della festa
arcaica. Dante pensa che dalla poesia non possa separarsi la festa della verità
e della cristianità - cioè il luogo dove sulla terra il mortale sperimenta la
propria salvezza e la propria destinazione all’eterna letizia. La liturgia
cristiana deve diventare liturgia poetica. Questo pensiero di Dante non si
mantiene dunque sotto la protezione della cattedrale del passato: scava a fondo
nel terreno del suo tempo e sbuca in un altro emisfero. In tale pensiero si
dice che lo scopo dell’esistenza è l’immagine festiva come unità di poesia e di
filosofia. Dante non si limita a essere un grande testimone della situazione
dove lo scopo dell’esistenza, sulla terra, è la verità cristianamente
concretantesi e la vita a essa adeguata: al di là delle sue convinzioni sulla
poesia, Dante, nel suo agire poetico, evoca la poesia come fattore
indispensabile all’immagine festiva che consente all’uomo di sopportare il
dolore e la morte. Certo, la poesia è terrena; a differenza della nuda verità
parla, oltre che ai sapienti, anche agli indotti; mentre nella letizia eterna
del paradiso nessuno è indotto. Nell’eterna letizia la poesia, in quanto indispensabile
alla verità, è cioè destinata a scomparire come scompare la fede - giacché la
fede è l’assenso alle cose che non si vedono (non apparentia, dice l’apostolo
Paolo), mentre nel paradiso le cose si mostrano e non hanno bisogno della fede.
Ma perché qui, sulla terra, si libri l’immagine festiva e salvifica è
necessario che alla fede, che cresce sul tronco della verità filosofica, si
unisca anche la poesia. E Dante è pur sempre un essere terreno quando giunge al
cospetto dei fiori dell’Eterno e della candida rosa. Rispetto alla verità che
si mostra nel paradiso, le forme visibili della rosa sempiterna dei beati - Il
fiume e li topazii / ch’entrano ed escono e il rider de l’erbe ( Paradiso) -
sono forme esterne, preamboli, prefazioni - prefazi - della loro verità, che in
qualche modo esse coprono d’ombre (son di lor vero umbriferi prefazi, ibid., v.
78), mentre i beati la contemplano in sé stessa. Ma nella condizione terrena -
all’interno della quale Dante pur sempre rimane compiendo il suo viaggio
nell’oltretomba - è l’ombra terrena della poesia a illuminare la sapienza del
contenuto, a rendere potente l’immagine che salva: a rendere potente la sua
forza salvifica e a rendersi quindi indispensabile alla potenza dell’immagine:
E vidi lume in forma di rivera fulvido di fulgore, intra due rive dipinte di
mirabil primavera. Di tal fiumana uscian faville vive, e d’ogni parte si
mettean ne’ fiori, quasi rubin che oro circunscrive. Poi, come inebriate da li
odori, riprofondavan sé nel miro gurge; e s’una intrava, un’altra n’uscia fòri.
Come semplice verità della ragione e della fede, l’immagine terrena della
beatitudine del paradiso impallisce e dunque non dispiega la propria potenza
salvifica se i beati non appaiono insieme nelle forme della poesia: come i
perpetui fiori dell’eterna letizia che ora, in questa più alta regione del
cielo, formano le due rive, dipinte di mirabil primavera, del fiume, fulvido di
fulgore, da cui escono di continuo le scintille degli angeli della vita eterna,
api che sui fiori depongono rubini nell’oro e che restano a loro volta
inebriate da li odori. Imponendo la propria presenza alla liturgia sacra, la
liturgia poetica, si è detto, scava nel terreno del tempo in cui Dante vive - e
sbuca in un altro emisfero. Di che cosa si tratta? La Commedia apre uno spazio
nel quale lo scopo del mortale è l’immagine festiva dove la poesia si unisce
alla filosofia - e dove la sophla si dispiega nel kérygma cristiano. Anche se
Dante deve chiamare commedia e non tragedia il proprio poetare cristiano, tuttavia
la commedia, sulla scia della tragedia attica intende riproporre il clima della
festa arcaica - sebbene ormai la festa non possa più prescindere dalla
filosofìa, che è peraltro il principio della separazione degli abitatori della
casa festiva. Dante pensa come scopo dei mortali la festa, nella forma poetica
della commedia filosofico-cristiana. (La tragedia infatti si arrende al dolore
e alla morte, dice Platone nel libro X della Repubblica e quindi è la commedia
la forma poetica adeguata all’eterna letizia cristiana). San Pietro gli dice: E
tu, figliuol, che per lo mortai pondo ancor giù tornerai, apri la bocca, e non
asconder quel ch’io non ascondo. (Paradiso, XXVII, w. 64-66) Il riferimento
immediato è alla corruzione della Chiesa, ma il contesto imprescindibile di
tale riferimento è tutto il contenuto della Commedia : su tutto questo
contenuto Dante è convinto di dover aprire la bocca e non nascondere quel che
in cielo non è nascosto. Non nasconderlo è proclamarlo appunto scopo dell’uomo.
E se lo scopo è il dispiegarsi dell’immagine festiva, nella quale il contenuto
filosofico- cristiano deve stare unito alla poesia, allora, questo contenuto,
in quanto separato dalla poesia, non è più lo scopo a cui l’uomo deve mirare.
Ma quando la filosofia, che già si è fatta innanzi, si unisce al messaggio
cristiano, è soprattutto questo messaggio a parlare alle genti, e a dir loro
che la salvezza si ottiene seguendo Gesù e nient’altro. Ogni altro che si
voglia seguire è un secondo padrone; e non si possono servire due padroni.
Quaerite primum regnum Dei. Il messaggio cristiano non dice di tendere
all’unità del regno di Dio e della poesia. La primarietà che compete al regno
di Dio in quanto scopo non include la poesia. La bella menzogna della poesia,
il velame della favola poetica, il favoloso e ornato parlare non sono necessari
per andare in cielo. La Commedia di Dante, già con la sua semplice esistenza,
intende invece mostrare che il viaggio dalla terra al cielo è autentico solo se
è avvolto, espresso, sorretto dalla poesia. Unita alla filosofia cristiana, la
poesia salva. In quanto separato dalla poesia, il contenuto
filosofico-cristiano cessa quindi di essere lo scopo: diventa, nella Commedia,
il mezzo per poter cantare la verità, cioè per raggiungere quello scopo che è
l’unità della verità e del canto. Cercate per prima l’unità del regno di Dio e
della poesia. Separato dalla poesia, il regno di Dio non salva. Questo è lo
straordinario pensiero di Dante - anche se in lui tale pensiero può aver
evitato di guardare in faccia sé stesso. Tale pensiero è infatti la perentoria
negazione del mondo sapienziale e morale - cioè della filosofia e del
cristianesimo - che pure è cantato nella Commedia. Nel pensiero di Dante la
salvezza può presentarsi all’uomo in un’immagine salvifica che dev’essere
guidata da due padroni, cioè dal mondo cristiano e dalla poesia; e pertanto il
mondo cristiano, come id quod primum quaeritur, dunque come indipendente e
separato dalla poesia, non appartiene allo scopo dell’esistenza. Tale mondo può
essere cioè presente solo come mezzo per raggiungere lo scopo, ossia l’unità di
mondo cristiano e di poesia, e dunque resta negato, essenzialmente negato,
nella sua pretesa di essere l’unico padrone a cui l’uomo debba affidarsi - che
è la pretesa evangelica. La Commedia si rivolge al divino - al salvifico - per
cantarlo; non canta per rivolgersi al divino. Non canta per rivolgersi al
divino, inteso come l’unico padrone che si serve della poesia per mostrare la
propria gloria al di sopra di tutto, anche della poesia. Così inteso, il divino
non salva. Certo, il canto della Commedia canta il divino, ma, appunto, è il
divino che appare nella sua inscindibile unità alla poesia - e che è salvifico
solo in quanto è cantato. Questo che si è indicato è il tratto comune di tutta
la grande arte cristiana, da Giotto a Bach e oltre ancora, lungo un processo
dove il divino diventerà sempre di più il pretesto perché il canto si levi come
unico padrone di ciò che rimarrà dell’immagine festiva sapienzialmente e
religiosamente salvifica. Diventa sempre più intenso e perentorio il processo
in cui, per il grande artista cristiano, al di sopra di tutto - anche al di
sopra del messaggio di Gesù - finisce con Tesserci l’arte; nell’arte egli vede,
sempre di più, la salvezza. Quando non si sentirà più cristiano, l’artista
crederà di essere lui il vero creatore del mondo. La negazione oggettiva -
ossia non intenzionale - del mondo sapienziale della tradizione greco-
cristiana è quella esercitata dall’arte nel tempo della dominazione di tale
mondo. Sussiste, questa dominazione, anche quando le forze della terra, specie
quelle pratico- economico-politiche agiscono in direzione contraria alla
sapienza e alla morale filosofico-cristiana. Anche questo agire è una negazione
di tale sapienza, ma è una negazione che avviene alTinterno del riconoscimento
esplicito, da parte dei potenti, che tale sapienza è l’inviolabile guida del
mondo. È quindi una negazione in malafede. Video meliora proboque, deteriora
sequor. Invece la grande arte cristiana, dunque anche la poesia di Dante, non
nega in malafede la sapienza filosofico-cristiana, perché ancora non sa o
ancora non rende esplicito che il suo sentirsi indispensabile a tale sapienza,
e alla evocazione delfimmagine salvifica, è in effetti la negazione perentoria
del modo in cui il cristianesimo, cresciuto sul tronco della filosofia greca,
intende sé stesso. È una negazione che dal sottosuolo preme sul pavimento della
coscienza, ma che ancora non lo frantuma e non si rende visibile. L’anima
riceve vita. Negazione perentoria ma implicita, dunque; e non solo implicita ma
an che soltanto sentita, voluta, vissuta, cioè senza sostegno e fondamento che
non sia appunto la prepotenza con cui il nuovo modo di sentire del poeta si
contrappone al vecchio, sapienziale - il vecchio modo che però ha alle proprie
spalle il fondamento costituito dalla grande tradizione filosofica. Per quanto
innovatrice, la negazione della verità della tradizione, da parte della poesia
e dell’arte, attende ancora che venga alla luce la necessità di lasciarsi alle
spalle la verità che la filosofìa ha portato alla luce e in cui si manifesta il
vero senso del divino. Nel tempo del dominio della verità filosofico-cristiana,
l’arte cristiana apre la porta alla morte di Dio, ma senza ancora sapere quel
che sta facendo e senza riuscire a scorgerne la legittimità e la necessità. È
Nietzsche a parlare della morte di Dio - e a fondarla (cfr. sezione prima, cap.
V). Ma è innanzitutto il pensiero di Leopardi a scorgere questo fondamento a
mostrare la necessità di questa morte, cioè Yimpossibilità di ogni eterno, di
ogni divino, di ogni vita perpetua che fiorisca dall’eterna letizia. Nonostante
tutto, la gigantesca potenza filosofica di Leopardi rimane oggi ancora celata,
sebbene fosse stata intravista da Nietzsche e Wagner. Di questa gigantesca
potenza, qui, non si può dir nulla di determinato e pertanto rinvio ancora una
volta ai miei due scritti sopra ricordati, Il nulla e la poesia: Leopardi; e
Cosa arcana e stupenda. Si deve però richiamare che il carattere indissolubile
dell’unità di poesia e filosofìa, al quale Dante guarda per primo nel mondo
cristiano, forma uno dei temi più esplicitamente, potentemente e diffusamente
presenti nel pensiero di Leopardi. Ma è presente nella sua innegabile necessità
- cioè appoggiandosi al fondamento, di cui qui sopra si parlava, che invece è
assente nella negazione del mondo sapienziale cristiano da parte dell’arte
cristiana e dunque della poesia di Dante -, cioè nella negazione che è soltanto
volontà di negazione, soltanto volontà di autoaffermazione. E va aggiunto che
l’unità di poesia e filosofia è presente nel pensiero di Leopardi con il senso
radicalmente nuovo che la filosofia assume quando essa si rende conto
delfimpossibilità della verità e del divino evocati dalla tradizione
dell’Occidente. Leopardi mostra per primo, aprendo la strada della filosofia
del nostro tempo, che l’uomo non può salvarsi dal nulla. La verità, ora, è
questa, terribile. Ci si è anche rallegrati, nella cultura degli ultimi due
secoli, della morte di un Dio divenuto più angosciante della paura da cui egli
avrebbe dovuto liberare. Ciononostante l’angoscia diventa massima quando ci si
rende conto che nessuna opera umana potrà mai salvare l’uomo dal nulla. Il
contenuto del mito consente al mortale di sopportare il dolore e la morte: è il
tratto sapienziale che, sebbene unito agli altri tratti dell’immagine festiva,
più le conferisce la potenza salvifica e dunque la letizia per la quale la
festa si configura come lo scopo supremo del mortale. La filosofia porta il
mito al tramonto, ma nella tradizione dell’Occidente ne diventa anche l’erede.
La filosofìa della tradizione è la suprema theoria - e in origine questa parola
significa appunto festa. Ma quando la filosofia scorge, e innanzitutto nel pensiero
di Leopardi, che la verità innegabile è l’impossibilità, per l’uomo, di
salvarsi dal nulla, allora la verità della filosofia non può più dare alcuna
letizia. Leopardi vede dapprima che la conoscenza della verità rende estrema e
insopportabile l’angoscia dell’uomo e che se per il mortale può esserci, sia
pur breve, un tempo di letizia, cioè di festa, questo deve nascondere la verità
e non essere altro che bella menzogna - che dunque può essere solo umbrifera,
apportatrice di ombre che oscurano e che non possono essere, come in Dante,
prefazii della verità. Ma dopo questo primo modo di intendere la poesia
Leopardi si avvede anche, ben presto, che ormai non solo rintelletto, ma
nemmeno la fantasia può lasciarsi ingannare dalla poesia e che dunque è inevitabile
che anche e soprattutto nella poesia la verità terribile si mostri. Il
risultato di questa consapevolezza è che l’unico tratto festivo e caducemente
salvifico concesso al mortale è la potenza con cui la poesia esprime la nullità
dell’uomo. Il genio è il produttore: gignens. Genera quanto ormai, eco lontana,
è possibile ripristinare dell’immagine salvifica della festa. Volgendosi
all’opera del genio, - dice Leopardi nel pensiero 259-61 dello Zibaldone -
l’anima riceve vita, se non altro passeggera, dalla stessa forza con cui sente
la morte perpetua delle cose e sua propria. Questa vita è appunto quanto rimane
dell’antica letizia della festa - le opere del genio, scrive Leopardi in quel
pensiero dello Zibaldone, riaccendono l’entusiasmo, sono consolazione che apre
il cuore e ravviva ma tale vita e forza festive posseggono la potenza
dell’immagine in cui il genio presenta la terribile verità innegabile della
filosofia, cioè la morte e la nullità dell’uomo e di tutte le cose. L’immagine
prodotta dal genio unisce la poesia alla filosofia, ma è la potenza della
poesia a consentire al mortale di sollevarsi ancora per un poco al di sopra del
nulla che si mostra nella verità terribile della filosofia. Nel genio, l’unione
di filosofia e poesia è l’ultimo modo in cui, col disincanto rispetto alla
tradizione cristiana, è concessa al mortale l’aura festiva di una passeggera
letizia. Il pensiero di Leopardi mostra cioè che quando sarà manifesta
l’incapacità della tecnica di salvare l’uomo dal nulla, resterà quell’ultima
forma di tecnica che è la poesia pensante del genio, l’ultima festa - l’ultimo
quasi rifugio, dice Leopardi - a cui tendere prima del silenzio nudo e della
quiete altissima della morte. Il genio è la ginestra, il fiore del deserto. La
ginestra siede tra le rovine del deserto che il vulcano ha steso attorno a sé:
una ruina involve dove tu siedi, o fior gentile. come il genio, cioè Leopardi,
siede a notte sulle rive del flutto indurato della lava: Sovente in queste
rive; che, desolate, a bruno veste il flutto indurato, e par che ondeggi, seggo
la notte. Il lume divino, le scintille del fiume di fuoco dell’amore divino
fulvido di fulgore, intradue rive dipinte di mirabil primavera. è ormai
divenuto il flutto indurato della lava, sepolcro che sigilla, copre e a bruno
veste la vita annientata dal fuoco del vulcano. La mirabile primavera delle
rive del paradiso è vestita a lutto. La ginestra, cioè il genio, siede tra le
rovine delfeterno. Esse sono il deserto. Ma Inodorata ginestra, che è la nobile
natura del genio, è contenta dei deserti: guarda in faccia il deserto del nulla
e, sapendo di non potervisi sottrarre, ne è contenta, cioè non si illude di
poter aver altro, non si sente il perpetuo fiore dell’eterna letizia che
d’eternità s’arroga il vanto. La nobile natura del genio della ginestra tien
ferma dinanzi agli occhi la verità terribile, non le sottrae nulla, non
distoglie lo sguardo dal fato comune del nulla: Nobil natura è quella che a
sollevar s’ardisce gli occhi mortali incontra al cumun fato, e che con franca
lingua, nulla al ver detraendo, confessa il mal che ci fu dato in sorte, e il
basso stato e frale. Non detrae nulla dal vero in cui appare l’essenziale
nullità deH’uomo; ardisce sollevare lo sguardo mortale sulla verità: questa
forma intransigente di volontà di verità è l’essenza della filosofia del nostro
tempo. Leopardi la inaugura. Ma la franca lingua che nulla detrae alla verità è
la libera lingua della poesia, la potenza dell’immagine che mostra l’impotenza
dell’essere e dell’uomo. Senza la potenza poetica l’uomo è subito risucchiato
nella pietrificata contemplazione nel nulla. Riesce a persistere ancora per un
poco nell’ultima eco dell’aura festiva, unendo dunque filosofia e poesia. La
ginestra non detrae alcunché alla verità angosciante della nullità del tutto; e
tuttavia il can i. C’è uno scambio delle parti già a partire dal fiore della
poesia, che da mezzo per mostrare la verità diventa fine; per arrivare alla
tecnica, che, da mezzo per realizzare gli scopi delle grandi forze
dell’Occidente è destinata a diventare il loro scopo. Anche le pagine che
seguono possono essere lette come un contributo a una fenomenologia, finora
solo abbozzata nei miei scritti, di questo scambio delle parti. Il problema del
fiore della poesia conduce dunque al problema della tecnica. Oggi se ne
continua a discutere. Ma se ne discute rimanendo all’interno della dimensione
che ha reso possibile qualcosa come la festa, la tecnica, la poesia, il mito,
la filosofia, il cristianesimo, la scienza. Si rimane all’interno della
dimensione dove l’uomo percepisce sé stesso come un mortale, che in preda alla
morte e al nulla ha bisogno di salvarsi. Siamo proprio sicuri che questa
dimensione, in cui l’intero pianeta è ormai completamente immerso, non debba
finalmente esser messa essa stessa in questione? Siamo proprio sicuri che
l’eterna letizia non possa avere altro significato che quello che la tradizione
le ha conferito? Al di là di questo significato, noi siamo perpetui fiori
dell’eterna letizia, ma non nel senso che è stato inevitabilmente distrutto dal
pensiero e dalla cultura del nostro tempo. Il senso autentico dell’eternità del
Tutto è abissalmente lontano dal senso che l’eterno possiede nella tradizione
filosofico-cristiana; e non è nemmeno qualcosa che possa essere rintracciato in
qualche altra forma di civiltà, diversa da quella dell’Occidente - anche se
esso risplende nel fondo di ogni uomo. Nel paradiso della tecnica, la tecnica
può essere guidata e animata o dalla scienza moderna o dalla poesia che si
unisce alla filosofia del tempo della tecnica. Ma in entrambi i casi, per
quanto alta possa essere la luce del tramonto, è inevitabile che ci si renda
conto dell’essenziale incapacità del mortale di vincere il nulla - ossia di
vincere il divenire, il contenuto della fede, cioè della volontà che le cose
siano un uscire dal nulla e un ritornarvi. Comunque si configuri, il paradiso
della tecnica è cioè destinato all’angoscia estrema. Può essere quello, allora,
il tempo in cui l’uomo incomincia a volgersi verso il senso inaudito dei fiori
dell’eterna letizia. Esso non è un futuro da produrre e da creare. Già da
sempre attende di essere condotto fuori dall’ombra: già da sempre attende che
tramontino le ombre che attirano su di sé la cura dei mortali, lasciando fuori
del linguaggio (e, in questo senso, nell’ombra) la luce piena di quel senso
inaudito. Nella sua essenza il cristianesimo è una grande religione della
salvezza. Ma - Gesù è esplicito - solo chi crede in lui sarà salvo. La fede,
peraltro, può ottenere la salvezza solo se la vuole, e solo se, d’altra parte,
questo volerla non è un atto di imperio ma è un chiederla a Dio. Chiedere a Dio
la salvezza è pregare. Nella sua essenza il cristianesimo è quindi la
preghiera, così intesa. Appunto per questo Tertulliano dice che la preghiera
insegnata da Gesù è veramente la sintesi di tutto il Vangelo. Alla fine del
Vangelo di Marco (16, 16-17) Gesù dice: Chi crederà sarà salvo, chi non crederà
sarà condannato. Ma prima di questa sentenza il testo (Me., 11) racconta come
Gesù abbia unito strettamente e sorprendentemente il tema del credere a quello
della preghiera. In quanto inseparabile dalla fede, la preghiera sta dunque al
centro di ciò che più conta: la salvezza eterna. In quel testo Gesù dice.
Abbiate fede in Dio. In verità vi dico che se qualcuno dirà a questa montagna:
“Togliti di lì e gettati nel mare”, e non avrà alcun dubbio nel suo cuore [et
non haesita = verit in corde suo], ma crederà che quel che dice s’abbia a
compiere [fiat], questo gli accadrà [fiet ei]. Perciò vi dico: tutte le cose
che chiederete nella preghiera abbiate fede [credite] di ottenerle e le
otterrete [et evenient vobis]. E quando vi accingete a pregare, perdonate, se
avete qualcosa contro qualcuno, affinché il Padre vostro che è nei cieli vi
perdoni i vostri peccati. Marco accenna subito dopo a quello che a suo avviso è
il centro della preghiera insegnata da Gesù, ma non lo sviluppa. Essa è invece
compiutamente riportata nel Vangelo di Matteo (6, 9). In questa concezione
della preghiera è presente un grande sottinteso. Supponiamo che un uomo chieda
a Dio qualcosa, per esempio di essere aiutato in una certa circostanza, ma che
in un primo tempo Dio ritenga di non dargli ascolto; e che tuttavia quell’uomo
insista, sino a che, alla fine, riesca a ottenere quel che voleva. Se ci si
chiede che Dio sia mai questo, la risposta è scontata: non è il Dio delle
religioni monoteistiche; non è il Dio di Gesù. E non può esserlo, perché se
alla fine egli cambiasse parere ciò accadrebbe o perché quell’uomo è più
potente di lui, oppure perché alla fine Dio si renderebbe conto di aver avuto
torto a non dargli ascolto subito. Ma un Dio che è meno potente di un uomo o
che può aver torto non è, appunto, il Dio del monoteismo, non è il Dio di Gesù.
Chiedere a Dio qualcosa è pregare. Se si prega Dio di avere da lui qualcosa che
egli non vuol dare, non si potrà mai essere esauditi. Egli è l’Onnipotente. A
Dio si può chiedere dunque solo quel che egli vuol dare. Si può volere solo
quel che egli vuole. Appunto per questo, Gesù insegna a dire, nella preghiera:
Sia fatta la tua volontà. È sul fondamento di questo decisivo sottinteso che va
interpretato il senso deH’affermazione paradossale che la fede muove le
montagne e che, se uno riesce ad avere la forza (si potes) di credere, tutte le
cose sono possibili per lui (omnia possibilia sunt credenti, Me., 9, 23). Se
avendo fede si ottiene il massimo, cioè la salvezza eterna, si può anche
ottenere tutto il resto. Purché sia voluto da Dio, l’Onnipotente. Già Platone,
dando forma filosofica al mito biblico, afferma che Dio è tecnica divina, cioè
la più potente. Inoltre, se Gesù dice che chi crede sarà salvo, egli vuole la
salvezza dell’uomo. Quel suo dire è cioè un comandare all’uomo di credere. Non
lo lascia solo, dunque, a trovare la forza che lo porti a credere. Vuole che
creda. E quindi, pregando, l’uomo deve innanzitutto chiedere, senza aver dubbi,
di credere, e otterrà di essere un credente, cioè salvo. (Chiedendo di credere,
chiede insieme di non aver dubbi intorno a questa sua richiesta. Si può
mostrare che chiedere con fede di aver fede non è una contraddizione?) Dal
punto di vista cristiano, se l’uomo vuole ciò che Dio vuole, non può non
ottenerlo, perché Dio è l’Onnipotente. Da quel punto di vista, la fede che
muove le montagne non è un paradosso. Pregando nel modo voluto da Gesù, l’uomo
non solo ottiene ciò che vuole, ma sa di ottenerlo, perché non può non sapere
di voler quello stesso che è voluto da Dio, che è l’Onnipotente. E non spezza
nemmeno in due quella preghiera, come se nella prima parte di essa egli voglia
che sia fatta la volontà di Dio, ma nella seconda gli dica quel che vuole lui -
il pane quotidiano, la remissione dei debiti; la liberazione dal male ecc.
Infatti, se Gesù gli comanda di chiedere il pane, è perché sa che il Padre vuole
che l’uomo abbia il pane. Lo stesso si dica per gli altri doni richiesti. Anche
per quello che è espresso dalle parole e perdona a noi i nostri debiti, come
anche noi li rimettiamo ai nostri debitori. Infatti nella preghiera autentica
l’uomo può chiedere di essere perdonato solo se sa che Dio vuole perdonarlo. E
lo sa per lo meno perché crede che sia il Figlio di Dio a comandargli di
chiedere al Padre di essere perdonato, e il Figlio non potrebbe comandarglielo
se sapesse che Dio non vuole perdonare l’uomo. La preghiera di Gesù contiene
dunque anche l’implicazione, vincolante e compromettente, tra il perdono per i
propri debiti, che un uomo chiede a Dio, e il perdono, da parte di quest’uomo,
dei debiti che gli altri hanno nei suoi confronti. Perdonami come io perdono,
dice quell’uomo. Egli chiede perdono perché sa che Dio vuole perdonarlo. Ma il
suo perdonare i debiti che gli altri hanno contratto nei suoi confronti? Questo
suo perdonare gli altri può essere un gesto che riguardi lui solo, cioè dove Dio
lo lasci solo a compierlo? No. Lasciarlo solo vorrebbe dire, per Dio, non
volere che l’uomo perdoni e non volere nemmeno che non perdoni: starsene in
disparte lasciando che sia l’uomo a trovar la forza che lo può salvare
eternamente - visto che se non perdona non è perdonato. Ma in questo modo
l’uomo dovrebbe volere qualcosa che Dio o non vuole o rispetto a cui è
indifferente. Verrebbe meno, allora, il principio per il quale l’uomo può
ottenere soltanto ciò che Dio vuole. È dunque impossibile che Dio, dopo aver
detto all’uomo che se non perdonerà non sarà perdonato lo lasci solo a
raccogliere le forze che gli occorrono per riuscire a perdonare le offese
ricevute dal prossimo. Tutto questo significa che - quando, nella preghiera di
Gesù, l’uomo chiede a Dio di perdonare i propri debiti come egli perdona quelli
dei propri debitori - è necessario che l’uomo creda che Dio vuole che egli
abbia la forza di perdonarli. Anche il perdono delle offese è dunque qualcosa
che l’uomo chiede a Dio, sapendo che anche questa sua capacità di perdonare è
voluta da Dio, e che quindi egli otterrà anche questa capacità (più diffìcile
da avere che non la capacità di muovere le montagne). L’uomo è salvo solo se ha
fede nel Liglio di Dio. Ma la fede è inseparabile dalla volontà che vuole
quello che è voluto da Dio, e la preghiera è quel mettersi in rapporto con Dio,
dove non solo si dice di volere quel che Dio vuole, ma lo si vuole
effettivamente, cioè si perdona il prossimo, lo si ama, e si fa tutto ciò che
Dio prescrive. E volendo tutto questo si è convinti di ottenerlo, giacché chi
crede di volere quel che è voluto da Dio non può pensare che Dio non sia capace
di ottenere quel che vuole. Chi vuole che sia fatta la volontà di Dio è il
giusto, il buono, il santo, ossia è quel che Dio vuole che egli sia. Ma è anche
necessario che egli sia convinto di essere il giusto, il buono, il santo,
perché se fosse incerto di esserlo sarebbe in dubbio anche sul proprio star
volendo quel che Dio vuole. Chi si trova in questo dubbio ammette la possibilità
di star volendo qualcosa di non voluto da Dio; dunque non vuole quel che Dio
vuole e quindi non può nemmeno credere di ottenerlo. Volere qualcosa, infatti,
è credere di volerlo. Se non si crede di volerlo non lo si sta volendo ma si
resta incerti se lo si voglia o meno, non ci si trova cioè nella condizione di
chi, pregando, riesce a muovere le montagne. Convinto di essere il giusto che
perdona le offese e ama il suo prossimo, chi prega nel modo dovuto agisce nel
mondo e si imbatte in situazioni via via diverse, portando sempre con sé quella
convinzione. (Altrimenti abbandonerebbe l’insegnamento di Gesù.) Agisce nel
mondo, cioè nella polis. La politica è appunto questo suo agire tra gli
individui, le istituzioni, i gruppi sociali. Per Gesù la politica è
innanzitutto perdonare le offese e amare. Ma che una certa azione sia
un’offesa, una cert’altra sia un perdono e una cert’altra ancora sia una forma
di amore è chi agisce nel mondo a doverlo decidere. A questo punto chi presta
ascolto alla parola di Gesù si trova davanti a due strade. O rinuncia a credere
che il modo in cui egli decide di considerare offesa, perdono, amore certe
azioni sia esso stesso un volere ciò che Dio vuole; oppure non compie questa
rinuncia e crede che tutto quello che egli vuole e fa sia voluto da Dio. Nel
primo caso, non può più credere - in relazione alle valutazioni e decisioni che
egli, da solo, deve adottare nel mondo - nell’identità tra la volontà propria e
quella di Dio: rinuncia a credere e quindi a pregare nel modo autentico;
rinuncia pertanto alla propria salvezza (perché solo chi crede sarà salvo). Sul
piano politico è la rinuncia a ogni progettazione cristiana della politica. Nel
secondo caso crede che ogni sua azione privata o pubblica sia la volontà di Dio
e che quindi egli sia il giusto, il buono, il santo che sa capire quando
un’azione è offesa, perdono, amore e dunque sa realizzare il regno di Dio in
terra. Non ammette che sia per un equivoco che egli giudica come offesa
un’azione; né può ammettere che nel proprio agire non sia presente il vero
perdono e il vero amore, conciliabili con la punizione del colpevole che non
può essere che giusta. Sul piano politico è, questo, il passo decisivo verso la
teocrazia, che è il regno di Dio in questo mondo, mentre Gesù assicura che il
suo regno non è di questo mondo. Certo, chi ha l’intenzione di essere cristiano
tenta di ritrarsi da ciò a cui conducono entrambe queste strade (anche se
entrambe sono una tentazione costante). Tenterà di camminare un po’ sull’una e
un po’ sull’altra. Ma anche in questo modo tradirà la propria fede, non ne
salverà la coerenza. Non sono infatti, quelle indicate, le conseguenze del
rapporto che nei Vangeli viene istituito tra il credere e il pregare? Lo
scambio delle parti che si presenta nella preghiera di Gesù è una delle più
potenti anticipazioni dello scambio in cui la tecnica, da mezzo, sta diventando
scopo. Prima di Gesù l’uomo prega Dio, la Potenza suprema, per salvarsi: la
salvezza è lo scopo, la Potenza divina il mezzo. Ma anche Gesù fa capire che lo
scopo determina, condiziona, configura il mezzo, e che quindi uno scopo umano,
cioè assunto da un essere bisognoso di salvezza, quindi debole, finito, mortale
quale è l’uomo, indebolisce e vanifica il mezzo (la Potenza) e pertanto
pregiudica la propria realizzazione. Anche Gesù fa capire che l’uomo deve porre
come scopo non il soddisfacimento dei propri bisogni ma la volontà di Dio (Sia
fatta la tua volontà). In questo modo gli sarà dato tutto il resto. È, questo,
uno dei modelli più rilevanti della situazione in cui l’uomo, dopo aver tentato
di servirsi della tecnica, capisce che, per salvarsi, deve dire anche alla
Tecnica: Sia fatta la tua volontà, non la mia, che, posta come scopo (volontà
capitalistica, comunista, cristiana, democratica ecc.), non ha la potenza della
Tecnica e quindi, condizionandolo, indebolisce il proprio mezzo, ostacolando in
tal modo sé stessa. Sennonché, ponendo come scopo la Tecnica, la volontà cessa
di essere ciò che intendeva essere, giacché per essere ciò che intendeva essere
doveva essere scopo. Nello stesso modo, si è visto, pregando autenticamente, il
cristiano è costretto a imboccare quelle due strade che lo portano a non esser
più cristiano. Proprio per aver fede in Gesù e quindi per pregare
autenticamente, per salvarsi, il cristiano non può più essere cristiano. Non lo
è, sia facendo la propria sia facendo la volontà di Dio. È indubbio che chi
vorrà salvare la propria vita la perderà, ma non è nemmeno vero che chi perderà
la propria vita per amor mio [héneken emou, cioè avendo me come scopo, dice
Gesù, Me., 8, 35] e del Vangelo, la salverà. Lo scambio delle parti dove la
Potenza, da mezzo, diventa scopo e quindi salvifica, non salva, giacché la
vita, intesa come vita autentica, cioè cristiana, è perduta anche quando, dopo
che la si è perduta, Gesù assicura che la si sia salvata. È perduta lungo
entrambe le strade, qui sopra indicate, che chi vorrebbe esser cristiano è
costretto a imboccare. Proprio perché, per raggiungere la salvezza, ci si serve
di ciò che si considera come la Potenza suprema (teologica o tecnologica),
proprio per questo non ci si può salvare; ma non ci si salva nemmeno assumendo
come scopo la Potenza suprema, perché, rispetto alla Potenza teologica, la
volontà che intenderebbe esser cristiana non può esserlo e, rispetto alla
potenza tecnologica, la volontà che vorrebbe essere scopo, cioè volontà
capitalistica, comunista, democratica, totalitaria, cristiana ecc., cessando di
essere scopo, non può più essere ciò che essa intende essere. Continua ad aumentare
la pressione dei popoli poveri su quelli ricchi. Non si tratta solo di
spostamenti di masse umane, determinati dal bisogno elementare di sopravvivere.
Da sempre, infatti, l’uomo interpreta la propria sofferenza. Il modo in cui
soffre nel corpo e nell’anima e tenta di uscirne dipende da ciò che egli crede
di essere, dal modo in cui interpreta la propria vita. Cultura è innanzitutto
questo credere. Per quanto ne sappiamo, in questo credere sono sin dall’inizio
presenti gli dèi. L’uomo crede di essere un vivente che è in pericolo e che sta
in rapporto con misteriose potenze che lo possono aiutare o schiacciare. Il
senso della cultura è legato a quello della coltivazione e del culto. La
pressione dei poveri sui ricchi è cioè un fenomeno eminentemente culturale.
Gran parte dell’immigrazione è islamica. Il culto dei poveri è diverso da
quello cristiano in cui, almeno formalmente, i Paesi ricchi si riconoscono.
Dopo l’Unione Sovietica, è l’islam a essersi posto alla guida
dell’interpretazione della sofferenza e della fame dei poveri. In quest’ultimo
decennio si è reso altrettanto visibile - sebbene non nelle forme drammatiche
della protesta islamica contro l’Occidente - il rinnovato vigore della Chiesa
cattolica. Si tratta di un fenomeno ambivalente, perché da un lato la Chiesa
non può non vedere nell’islam un alleato contro l’ateismo della modernità,
dall’altro non può non avvertire che l’islam è anche l’avversario dove la
religiosità dei fedeli è molto più convinta di quella cristiana (non dice forse
la Chiesa che l’Europa è terra di missione?), tanto da alimentare quel
fondamentalismo che convince individui a immolare la propria vita per il
trionfo della causa. D’altra parte non è nemmeno possibile affermare che
l’ambivalente tensione tra islam e cristianesimo è il fenomeno culturale che
più determina la fisionomia degli ultimi decenni. Se non altro perché la
modernità, contro cui cristianesimo e islam si trovano alleati, esiste. La
tecnica, che è impensabile senza la cultura moderna, stupisce il mondo. Tuttavia
la tecnica sta procedendo senza guardarsi le spalle, cioè senza sapersi
difendere dalle critiche della tradizione occidentale, che la accusano di
violare limiti inviolabili. Un gigante, la tecnica, che tocca il cielo, ma che
rimane incapace di interloquire con chi gli dice che il cielo non va toccato.
Intendo dire che chi potrebbe rendere il gigante capace di replicare è la punta
estrema della modernità, ossia quella essenza, prevalentemente nascosta, della
filosofìa del nostro tempo che è in grado di mostrare l’inesistenza di ogni
inviolabile e che quindi il gigante è legittimato a toccare il cielo. E
tuttavia quell’essenza è come l’arco di Ulisse, che nessuno dei Proci è in
grado di tendere. Da un lato, pertanto, la potenza cieca della tecnica;
dall’altro lato quegli sguardi impotenti del laicismo contemporaneo, che
andando avanti così non riuscirà mai a possedere Penelope, cioè a dominare il
mondo, lasciando ancora a lungo la scena alla coscienza religiosa. Nel nobile
modo in cui Benedetto XVI ha espresso la sua rinuncia è indicato esplicitamente
il problema centrale del cristianesimo: il cristianesimo si trova oggi in un
mondo soggetto a rapide mutazioni e turbato da questioni di gran peso per la
vita della fede (in mundo nostri temporis rapidis mutationibus subiecto et
quaestionibus magni ponderis prò vita fidei perturbato ). Rispetto a questo
problema, che un pontefice dichiari di non avere più le forze per affrontarlo è
un tema che, nonostante la sua rilevanza e pertinenza, passa in secondo piano.
Nel testo, la parola pondus (peso) compare tre volte: come peso delle questioni
riguardanti la vita della fede, come peso del gesto di rinuncia e come peso del
ministerium che viene lasciato per il venir meno delle forze. Ma solo il primo
peso vien detto grande: la vita della fede è oggi gravata da questioni di gran
peso ed è essa stessa turbata dal turbamento del mondo. Il mondo cristiano
(tanto meno un pontefice) non può riconoscere che il turbamento della fede è
ben più profondo di quello visibile, dovuto alla corruzione alfinterno della
Chiesa. Il turbamento del mondo, tuttavia, riguarda non solo la fede religiosa,
ma anche quelle altre forme di fede ancora dominanti (e che non amano sentirsi
dire che sono a loro volta fedi). Mi riferisco soprattutto al capitalismo, alla
democrazia, al capitalismo-comunismo cinese, o, in Iran, alla mescolanza di
teocrazia e capitalismo; e il comuniSmo sovietico, come il nazismo, era tra le
più rilevanti di queste forze. Ognuna delle quali avverte la necessità di
eliminare le proprie degenerazioni, ma si rifiuta di ammettere l’inevitabilità
del proprio tramonto. Non è una metafora né un’iperbole fuori luogo affermare
che ognuna di esse si sente un dio che deve distruggere gli infedeli. Ma, come
la fede religiosa, anche la vita di queste altre forze è gravata da questioni
di gran peso - da questioni che fanno intravedere l’inevitabilità di tale
tramonto. Certo, un pontefice deve credere che il cristianesimo durerà fino
alla fine del mondo. Ma la gran questione è se quelle forze - dunque anche il
cristianesimo - si rendano conto del loro vero avversario, che le scuote e le
travolge. Il relativismo è stato l’avversario di Benedetto XVI. Lo sforzo di
combatterlo ha avuto un carattere soprattutto pastorale. Il semplicismo
concettuale e l’ingenuità del relativismo ne favoriscono infattila diffusione
presso le masse, e tale diffusione è tutt’altro che irrilevante per la vita
della fede. Giovanni Paolo II si avvicinava maggiormente all’avversario
autentico quando individuava negli inizi della filosofia moderna (Cartesio) la
matrice di tutti i grandi mali del XX secolo, quali le dittature del comuniSmo
e del nazionalsocialismo, o l’egoismo dell’economia capitalistica. In questa
prospettiva, lo stesso relativismo può essere inteso come un parto di quella
matrice. Ma tutte queste interpretazioni non riescono ancora a guardare in
faccia l’avversario autentico. Riusciranno le varie forme di fede ad alzare lo
sguardo affinché, se vogliono vivere un po’ più a lungo, non accada loro di
combattere i nani, quando invece il gigante pesa già su di esse e toghe loro il
respiro? Il gigante che possiamo chiamare Prometeo. Anche qui, è ovvio, mi
limiterò ad alcuni cenni; doppiamente insufficienti perché a chi sta per
morire, e non vuole, è estremamente difficile fargli alzare lo sguardo sulla
propria morte. All’inizio dei tempi è invece un altro gigante a togliere
all’uomo il respiro, impedendogli di vivere. L’uomo può incominciare a vivere
solo se vuole trasformare sé stesso e il mondo da cui è circondato. Se non fa
questo non può nemmeno compiere quella trasformazione di sé che è il respirare
in senso letterale. E muore. Vive solo se si fa largo nella Barriera che gli
impedisce di trasformare sé e il mondo. La Barriera è l’Ordine immutabile della
natura. Solo se la penetra, la sfonda, la squarta, e comunque la fa arretrare,
può liberarsi un poco alla volta dal suo peso e ottenere ciò che egli vuole. La
Barriera è l’altro gigante: il Tremendum (per servirci, ma per altri scopi,
dell’espressione di Rudolf Otto). Ma è anche il Fascinans (ancora Otto), perché
l’uomo può incominciare a vivere solo se domina le parti della Barriera
frantumata, e se ne ciba - così come Adamo, cibandosi del frutto proibito,
frantumando cioè l’icona stessa del divino, può diventare Dio ( eritis sicut
dii, sarete come dèi, dice il serpente). E infatti il tremendum-fascinans è il
tratto essenziale del sacro, del divino, del Dio. La Barriera divina vive
inviolata solo se uccide l’uomo; l’uomo vive soltanto se uccide Dio. Il fuoco è
il simbolo essenziale della potenza divina; e Prometeo ruba il fuoco - uccide
l’inviolabilità degli dèi - per darlo all’uomo. Prometeo è l’uomo. Soprattutto
da due secoli egli è l’avversario della tradizione. Mostra infatti che il
divino merita di tramontare e che su questo meritarlo si fonda tutto ciò che
più salta agli occhi, ossia l’allontanamento della modernità e soprattutto del
nostro tempo dai valori della tradizione e dunque dalla vita della fede. (In
questo contesto, la corruzione della Chiesa è più grave di tutte le forme
passate del suo degrado.) Se Dio esistesse, non potrebbe esistere l’uomo, ossia
ciò la cui esistenza è considerata innegabile anche da chi si è alleato con
Dio. Giacché, dopo l’inizio dell’uomo, la Barriera si è ritirata, ha lasciato
spazio al mondo, Dio è diventato trascendente, e l’uomo della tradizione lo ha
trovato meno tremendum e più fascinans, e gli si è alleato, diventando uomo di
fede, non solo cristiana ma anche quella degli dèi - delle barriere - in cui
consistono le forze (sopra menzionate) via via dominanti nel mondo. Prometeo,
ora, ruba il fuoco dell’alleanza dell’uomo con Dio. È la potenza di questo
furto a nascondersi, per lo più inesplorata, sotto le rapide mutazioni del
nostro tempo, turbato da questioni di gran peso per la vita della fede. Una
delle radici dello Stato moderno è il desiderio dell’uomo di sottrarsi
all’imprevedibilità della vita facendo funzionare lo Stato come una macchina
tecnicamente razionale a cui viene riconosciuto il monopolio della forza e che
quindi consente a ognuno di calcolare in anticipo le conseguenze delle azioni
proprie e altrui. Così si esprime Max Weber; ma questa constatazione risale a
Hobbes. Allo Stato si chiede di eliminare il più possibile il rischio del
vivere. Anche il capitalismo è un calcolo razionale (a differenza delle forme
violente di acquisizione della ricchezza). Tuttavia è anche rischio, scommessa,
imprevedibilità delle conseguenze dell’agire. Due componenti inseparabili, fino
a che il capitalismo esiste nella sua forma tradizionale. Il talento
dell’imprenditore sta nell’indovinare ciò che dal punto di vista scientifico è
imprevedibile: la forma relativamente più remunerativa di investimento. A sua
volta, il talento è inseparabile dalla fortuna. Il più capace degli
imprenditori, se è sfortunato, non è veramente capace. È vero: oggi si sa che
una teoria scientifica non è valida se non è confermata e che tale conferma è
una forma di fortuna, una circostanza felice. Ma l’imprenditore capace deve
avere una fortuna incomparabilmente più grande di quella sinora richiesta per
le teorie scientifiche: egli ha tanto più successo quanto più rischia, cioè si
lascia alle spalle - in base alle proprie intuizioni - le precauzioni della
razionalità scientifica - che essendo di dominio pubblico, sono tra l’altro
adottabili anche dalla concorrenza. Sebbene siano entrambi macchine
tecnicamente razionali, Stato e intrapresa capitalistica vanno dunque in
direzioni opposte: azzeramento e moltiplicazione del rischio. La tendenza verso
lo Stato-azienda - o l’azienda-Stato - non è soltanto un fenomeno italiano.
Alla sua base sta il crescente potenziamento dell’economia e il crescente
indebolimento dello Stato moderno. Ciononostante, a quel potenziamento
corrisponde non solo l’indebolimento dello Stato, ma anche quello della
produzione economica legata principalmente al rischio, al talento e alla
fortuna del singolo imprenditore. La macchina economica tende cioè a diventare
l’erede della macchina statale e del compito, proprio di quest’ultima, di
garantire gli individui dal rischio del vivere. Contro l’oppressione di uno
Stato sempre più obsoleto rispetto ai bisogni della società civile, le destre
mirano invece, ancora, a un’azienda-Stato diretta da ultimo (sebbene non
esclusivamente) da uno o più superimprenditori capaci di rischiare, e
soprattutto fortunati. Ma in questo modo si mira a qualcosa che corre a sua
volta il rischio di diventare obsoleto prima di nascere. Lo Stato-azienda, così
inteso, è uno Stato a rischio. Certo, in democrazia l’elettorato ha il diritto
di rischiare e di imporre il rischio alle minoranze, credendo che la fortuna
continuerà ad accompagnare i superimprenditori statali. Però è opportuno sapere
quel che si sta facendo. La difesa dello Stato tradizionale contro le
prevaricazioni dell’economia è invece propria delle sinistre. Che a loro volta
stentano a comprendere la tendenza, di cui si è detto, che conduce dalla
macchina tecnicamente razionale dello Stato a quella di una economia sempre più
simile alle procedure scientifiche e sempre meno bisognosa del carisma e della
fortuna di certe persone - la presenza delle quali può peraltro costituire un
passaggio obbligato. Ormai, anche le sinistre credono nella necessità di
rafforzare l’iniziativa privata; e la concezione minimalista dello Stato non
equivale, per le destre, alla soppressione di esso. Tuttavia le sinistre
continuano a credere nella capacità dell’apparato giuridico statale di guidare
i popoli. Per esse la crisi dello Stato può essere superata restando
all’interno della politica. Ma si vuol riflettere sul fatto che la macchina
dello Stato e quella economica sono tecnicamente razionali? Non è già
significativo che tanto lo Stato moderno quanto il capitalismo siano
considerati delle macchine? Si tratta di comprendere che è la tecnica a
conferire potenza agli Stati e alle economie. E si è richiamato che nel suo
significato più autentico la tecnica è la potenza che presta ascolto alla voce
del pensiero filosofico degli ultimi due secoli - alla voce cioè che mostra
l’inesistenza di ogni limite assoluto all’agire dell’uomo e innanzitutto
all’agire tecnico. Tale ascolto non va confuso con un ozio astratto: è la
condizione che consente all’operatività tecnica di accrescere indefinitamente
la propria potenza. Andiamo verso un tempo in cui, a eliminare il rischio del
vivere, non sarà più né la forma tradizionale dello Stato, né lo Stato-azienda,
ma la tecnica, di cui entrambi hanno così bisogno da doverla togliere dalla sua
funzione di mezzo per assegnarle quella di scopo. Non più lo Stato o lo Stato-azienda
che si servono della razionalità tecnologica, ma quest’ultima che si serve di
ciò che rimane di essi una volta che da scopi siano diventati mezzi: mezzi di
cui la tecnica può servirsi per accrescere il proprio dominio sul mondo. Se a
questo punto si vuol usare ancora la parola politica, si può dire che la grande
politica è destinata a restare estranea alle destre e alle sinistre mondiali
sino a quando non comprendono l’inevitabilità della rotazione che dalla
dominazione dello Stato e dell’economia conduce alla dominazione della tecnica.
In uno dei suoi significati economici più importanti la collaborazione -- di
Grice, ‘the principle of conversational helpfulness – efficenza e solidarieta
-- riguarda oggi, nel sistema capitalistico, il rapporto tra datori di lavoro e
lavoratori (nel senso più ampio di questo termine). Con la fine del socialismo
reale è finita anche, nelle società avanzate del pianeta, la volontà di
soffocare questa forma di collaborazione e di sostituirla col suo opposto, cioè
con la lotta di classe. La collaborazione riguarda il rapporto tra gli
interessi di chi lavora e quelli del capitale. Quest’ultimo collabora con gli
interessi dei lavoratori quando non si propone soltanto il proprio interesse,
cioè l’aumento del profitto, ma anche la salvaguardia di un dignitoso tenore di
vita del lavoratore. A sua volta, il lavoratore collabora con gli interessi del
capitale quando non si propone soltanto di aumentare il proprio tenore di vita,
ma anche il rafforzamento dell’intrapresa in cui egli si trova ad agire. Il
primo tipo di collaborazione conduce alla solidarietà; il secondo
all’effìcienza. Fino a questo punto, si può credere che, sia nell’ambito del
capitale sia in quello del lavoro, quando esiste la collaborazione di cui
stiamo parlando, ci si proponga, in egual modo, la sintesi di efficienza e
solidarietà - la sintesi in cui, appunto, consiste tale collaborazione e si può
credere che il centro del problema stia nel saper realizzare le condizioni che
conducono alla collaborazione. Ma in questo modo si va fuori strada: non si
scorge la configurazione autentica del problema e ci si priva degli strumenti
per poterlo affrontare. Visibilissima in tutte le società avanzate, la lotta
tra capitale e lavoro ha quasi completamente perduto i connotati della lotta di
classe marxista; ma non si estingue con la realizzazione di quella sintesi di
efficienza e solidarietà che sarebbe perseguita in egual modo dalle forze
lungimiranti del capitale e del lavoro: non vi si estingue, perché essa si ripropone
a causa del diverso modo in cui tale sintesi è perseguita da queste due forze.
Oggi si tende a mascherare questa diversità. Per esempio dicendo che efficienza
e solidarietà devono alimentarsi in una circolarità virtuosa - una espressione
che si è fatta strada tanto nel mondo imprenditoriale, quanto nel mondo
cattolico (o, in generale, cristiano) e in quello delle sinistre. Nella
alimentazione circolare i due elementi in circolo sono posti sullo stesso
piano. Ma è un’apparenza, come è un’apparenza la virtù del circolo. Infatti,
dal punto di vista del capitale i livelli di solidarietà (quelli cioè fino e
non oltre i quali può essere spinta la solidarietà) sono stabiliti dai livelli
al di sotto dei quali il capitale ritiene che l’efficienza (cioè l’incremento
del profitto) non possa scendere. Ma dal punto di vista del lavoro i livelli di
efficienza (cioè fino a che punto debba essere promosso lo sviluppo economico)
sono stabiliti dai livelli al di sotto dei quali chi lavora ritiene di non
poter far scendere il proprio tenore di vita e la qualità della propria vita.
Nel primo caso la collaborazione di efficienza e solidarietà ha come scopo
primario e dominante l’efficienza; nel secondo caso la collaborazione ha come
scopo primario e dominante la solidarietà. Nel primo caso la solidarietà è un
mezzo per realizzare l’efficienza; nel secondo l’efficienza è un mezzo per
realizzare la solidarietà. In entrambi i casi le due semicirconferenze della
circolarità virtuosa sono diseguali, si alimentano in modo diseguale, la
circolarità è claudicante, cioè viziosa. I due avversari possono gettarsi a
vicenda polvere negli occhi, invocando ed elogiando la collaborazione. Ma
quando la Chiesa cattolica dichiara che il profitto deve avere come scopo il
bene comune della società pensa a una sintesi di efficienza e solidarietà, cioè
a una forma di collaborazione, dove lo scopo dell’agire economico è la
solidarietà e l’efficienza è il mezzo per realizzarla. E quando il capitalista
afferma che non si può dire a un capitalista “limita il tuo guadagno”, perché
un imprenditore deve produrre ricchezza e quanto più lo fa, più opera per il
bene della società, il capitalista che parla così pensa a una sintesi di
efficienza e di solidarietà, cioè a una forma di collaborazione dove invece lo
scopo dell’agire economico è l’efficienza e la solidarietà è il mezzo per
realizzarla. In entrambi i casi, come si è detto, la collaborazione è una
circolarità viziosa, dove ognuno dei due fattori circolanti tende a fare
dell’altro il proprio alimento evitando di diventare a sua volta l’alimento
dell’altro. Ciò significa che la collaborazione è un paravento, una maschera
che più o meno consapevolmente nasconde il proprio opposto, ossia la lotta,
l’opposizione, il conflitto irrisolto. Si evita di riconoscere che se la
collaborazione tra interessi del capitale e interessi del lavoro esistesse per
davvero, allora ognuno dei due limiterebbe sé stesso per far posto all’altro, e
pertanto non esisterebbe più né il senso autentico dell’intrapresa
capitalistica, né il senso autentico del lavoro; e che se invece questi due
fattori esistono per davvero - come in effetti esistono storicamente per
davvero -, allora ognuno dei due vuole diventare lo scopo dell’altro e ridurre
l’altro alla funzione di mezzo, e in questo caso il loro alimentarsi in una
circolarità virtuosa svanisce, cioè svanisce la loro collaborazione. Si tratta
infatti di comprendere che se lo scopo dell’agire economico è la sintesi di
quei due fattori - ossia è la sintesi costituita dalla loro collaborazione -,
allora, in questa loro sintesi, ognuno dei due limita l’altro, gli impedisce di
espandersi sino a diventare l’unico scopo, e quindi ne distrugge la
configurazione originaria. Se un uomo (fuor di metafora: l’agire economico) ama
due donne (fuor di metafora: la crescita del profitto e la solidarietà), e
crede che il suo amore per l’una e il suo amore per l’altra abbiano a
collaborare, cioè ad alimentarsi in una circolarità virtuosa, quest’uomo si
inganna, perché l’amore che darebbe a una se non ci fosse l’altra non può
esserci più quando oltre a quell’una ama anche l’altra. Se i due amori si
alimentano virtuosamente e collaborano, ognuna delle due donne è meno amata,
l’amore vero, esclusivo che ci sarebbe potuto essere per lei è andato perduto;
se invece questo amore vero ed esclusivo rimane, allora esso non potrà più
dividersi tra le due donne e cioè l’amore vero ed esclusivo per l’una finirà
inevitabilmente col detronizzare e vanificare l’amore vero ed esclusivo per
l’altra. Fuor di metafora: o efficienza e solidarietà collaborano, ma allora
non ci sarà più né capitalismo - cioè volontà di non limitare il proprio
guadagno - né dottrina sociale della Chiesa o delle sinistre, che, sia pure in
modo diverso, non intendono limitare la realizzazione del bene comune,
sacrificandone parti o aspetti al profitto; oppure efficienza e solidarietà
mantengono i caratteri che storicamente sono loro propri e per i quali ognuna
di queste due forze intende essere lo scopo primario dell’agire economico, ma
allora non ci potrà essere collaborazione tra i due, ma urto, lotta, conflitto
più o meno mascherati. Per ora, si può dire che ognuno dei due antagonisti
tende a predicar male e a razzolar bene. Cioè predica la collaborazione con
l’altro (e dunque predica, più o meno consapevolmente, la propria rovina - e
questo è appunto il predicar male), ma in effetti persegue il proprio scopo
tentando di ridurre a mezzo lo scopo dell’antagonista (e questo è appunto il
razzolar bene). Ci sono avvisaglie, nel mondo, che oltre a predicar male i due
avversari incomincino anche a razzolar male, e cioè incomincino a collaborare.
Ma questo fatto vorrebbe dire che i due avversari - efficienza capitalistica e
solidarietà cristiana o progressista - stanno avviandosi al tramonto: così come
va al tramonto quel vero amore per una donna quando esso viene a trovarsi in
compagnia dell’amore per un’altra. Stanno avviandosi al tramonto perché
rinunciano al proprio scopo, cioè rinunciano a sé stessi. Che cos’è oggi un
governo tecnico in Europa - e, con qualche riserva, nel mondo? È un insieme di
decisioni, vincolanti per un popolo, che, guidate dalla competenza scientifica,
si propongono il benessere di quel popolo. Ma tale benessere non è lo stesso
per le destre, le sinistre, la Chiesa cattolica, il comuniSmo cinese, l’islam
ecc.: in generale, per le diverse concezioni culturali dell’uomo e del bene.
Appunto per questo, quando si produce un forte condizionamento politico dei
partiti che sostengono un governo tecnico (come ad esempio è accaduto in
Italia), le decisioni vincolanti sono guidate da una mescolanza di competenza
scientifica e di volontà politica, e la competenza scientifica è soprattutto il
mezzo per realizzare il concetto che forze politiche quasi sempre contrapposte
hanno del benessere del popolo che esse intendono guidare. Tale concetto non ha
un carattere scientifico. L’azione politica non è la scienza politica. Si dice,
appunto, che la politica (Yazione politica) è un’arte, avvolta quindi da
quell’alone di arbitrarietà che compete a ogni arte. Accade quindi, al governo
tecnico così inteso, che la scienza serva per realizzare una forma di
non-scienza, tanto più lontana dalla coerenza scientifica quanto più accentuato
è il contrasto delle forze politiche che sostengono tale governo. È vero che per
Max Weber la scienza ha un carattere puramente strumentale, il cui scopo non ha
un valore scientificamente appurabile; ma è anche vero che in questo modo la
ragione vien posta al servizio della non-ragione, alla quale viene affidata la
sorte del mondo. (Certo, si dovrà poicapire che cosa sta dietro la ragione
scientifica.) Ma nei governi tecnici che agiscono nelle economie di mercato il
benessere del popolo, perseguito attraverso il condizionamento politico, è il
benessere quale è inteso, appunto, all’interno delle categorie della produzione
capitalistica della ricchezza. In questa situazione, il capitalismo è la
condizione ultima della politica e del governo tecnico: la politica è un mezzo
di cui il c apitalismo si serve. Chi si propone ancora, nel mondo democratico,
una economia non capitalistica? Tolta qualche eccezione, anche le sinistre
vogliono essere ormai lontanissime da ogni forma di marxismo o di economia
pianificata. La contrapposizione tra destra, sinistra, centro ha un consistente
denominatore comune, è una lotta all 'interno del sistema capitalistico.
Parlare dunque di un condizionamento capitalistico dei governi tecnici e della
politica sembra soltanto un’owietà. E lasciarsi alle spalle la distinzione
tradizionale di centro, destra, sinistra significa, innanzitutto, adottare
correttamente e seriamente le regole dell’economia di mercato. Nulla di strano
che il riformismo del governo di Monti si sia rivolto a (quasi) tutte le
formazioni politiche, rendendo più visibile che (quasi) tutte, ormai, si
muovono all’interno della logica capitalistica. Tecnica e politica sono un
mezzo di cui il capitalismo si serve per realizzare i propri scopi. Sennonché
nemmeno il capitalismo è scienza. La scienza economica può sostenere che esso è
la forma più efficace di produzione della ricchezza, ma all’essenza del
capitalismo appartiene il rischio, Yazzardo, mentre la scienza è essenzialmente
la volontà di evitare che le proprie leggi siano leggi a rischio, azzardate, e
dunque arbitrarie. Joseph Schumpeter, amico del capitalismo, ha sostenuto che
la sua crisi è dovuta alla progressiva sostituzione del rischio con la routine
delle procedure tecno-scientifiche. D’altra parte, anche per il carattere
rischioso del proprio agire, il capitalismo si sente autorizzato a porre come
scopo primario non già il benessere del popolo ma il continuo aumento del
capitale 61 privato. Anche per il capitalismo si deve dunque affermare che
esso, assumendo come mezzo la tecno-scienza, fa sì che la scienza serva a
realizzare la non-scienza: che la ragione (ossia ciò che oggi è considerato
come la ragione per eccellenza) serva a realizzare la non-ragione. Tuttavia, la
situazione si complica ulteriormente quando accade che la dimensione tecnica
del potere sia condizionata non soltanto dall’economia capitalistica, ma anche,
e magari fortemente, dalla dimensione religiosa, per esempio dalla Chiesa
cattolica. In questo caso, l’intento, lo scopo, è di tenere insieme
capitalismo, politica e cattolicesimo (evitando le degenerazioni dell’agire
economico e politico e anche religioso), servendosi della tecno-scienza. La
situazione si complica ulteriormente perché, mentre per il capitalismo lo scopo
primario dell’agire economico e quindi del governo è l’incremento del profitto
privato, per la Chiesa lo scopo primario di tale agire e di un governo giusto
non deve essere il profitto, ma il bene comune quale è appunto concepito dalla
dottrina sociale della Chiesa. Il capitalismo deve essere cioè un mezzo per
realizzare questa forma del bene comune. Mezzo, e non scopo. La pretesa della
Chiesa (vado ripetendo da tempo) che il capitalismo abbia come scopo il bene
comune e non il profitto è volerne (inconsapevolmente?) la distruzione. A sua
volta il capitalismo, assumendo come scopo primario il profitto, vuole, a volte
non rendendosene conto, la distruzione della società cristiana. È un problema,
questo, che non riguarda soltanto l’esperienza governativa Monti, ma tutte le
presumibili coalizioni che governeranno l’Italia. (Quasi vent’anni fa, in un
articolo sul Corriere poi incluso in Declino del capitalismo, Rizzoli 1993,
avevo preso in considerazione la proposta di Monti al convegno di Cernobbio di
quell’anno, di tenere insieme efficienza capitalistica - e solidarietà -
cristiana - e avevo mostrato le difficoltà a cui va incontro non solo tale
proposta, ma ogni progetto politico che intenda conciliare democrazia,
capitalismo, cristianesimo.) Dico questo per rilevare come anche, ma non solo,
in Italia si renda percepibile quella gigantesca trasformazione del mondo che è
costituita dalla crisi del capitalismo (e del cristianesimo - e della
politica). Un governo che assuma come scopo primario sia l’efficienza sia la
solidarietà, assume infatti uno scopo che non può essere né quello del
capitalismo né quello della Chiesa, i quali non intendono avere al loro fianco,
in posizione paritaria, alcun altro scopo (ma dove l’efficienza subordina a sé
la solidarietà, servendosene, e la solidarietà, a sua volta, subordina a sé
l’efficienza, servendosene). Se tale governo crede di poter mantenere in
posizione paritaria sia l’efficienza capitalistica sia la solidarietà cristiana
si illude, cioè si propone di realizzare una contraddizione. Ciò non significa
che tale proposito non abbia a realizzarsi, e magari con risultati soddisfacenti:
significa che tali risultati saranno inevitabilmente provvisori, instabili,
ossia che quel proposito non potrà mai ottenere ciò che crede di poter
ottenere. Come di regola accade lungo il corso storico. Comunque, sia
illudendosi di unire efficienza capitalistica e solidarietà cristiana (e
politica) sia evitando questa contraddizione, dando quindi vita a un nuovo
senso dell’efficienza e della solidarietà e dunque della loro unione, proporsi
come scopo tale unione servendosi delle competenze tecno-scientifiche è pur
sempre un agire in cui la forma oggi ritenuta la più rigorosa della razionalità
umana (la tecno- scienza, appunto) è posta al servizio di forme meno rigorose
di tale razionalità. Cioè la potenza di quell’agire è posta al servizio della
non potenza. E la potenza, la capacità di realizzare scopi, è insieme la
ricchezza di un popolo. Proporsi, come accade nei governi tecnici d’oggigiorno,
di eliminare le degenerazioni della politica e dell’economia è però un passo
avanti nella direzione lungo la quale si finisce col capire che le società
diventano potenti e ricche non eliminando la cattiva politica e la cattiva
economia, ma mettendo la buona politica e la buona economia (che anche risanate
sono pur sempre forme meno rigorose dell’agire razionale) al servizio della
tecnica guidata dalla scienza - della tecnica, il cui scopo è precisamente
l’aumento indefinito della potenza. Difficile smentire, nel loro insieme e nel
loro senso più corrente e generale, le osservazioni proposte nel 2003 dalla
rivista Liberal (n. 19) per la discussione intorno agli Stati Uniti d’America.
Esempio. Dall’Europa, dalla sua cultura politica prevalente, si guarda sempre
più all’America in modo semplificato. C’è la tendenza a sottovalutare i valori
della sua democrazia e a sottolinearne, al contrario, i limiti. Se le
espressioni Europa e sua cultura politica prevalente indicano soprattutto gli
umori dell’opinione pubblica europea, allora è un fatto che mentre alla fine
della seconda guerra mondiale gli Americani erano per gli Europei i liberatori,
oggi vengono piuttosto sentiti come i cittadini di uno Stato che ritiene di non
dover dar conto a nessuno del proprio operato. Questo è un problema di
psicologia delle masse, facili a dimenticare i benefìci ricevuti (anche perché
il ricambio generazionale fa sì che i dimentichi di oggi non siano più i
beneficiati di ieri). Se invece Liberal intendesse affermare che oggi in Europa
è in atto una critica dei valori espressi dalla Costituzione americana, questa
affermazione vorrebbe dire che in Europa cresce la preferenza (o la nostalgia)
per lo Stato autoritario. Ma questo non è vero (in Europa i partiti di estrema
destra e di estrema sinistra sono piccole minoranze); e non sembra nemmeno che
Liberal voglia sostenere questa tesi. Fuori discussione, invece, che quella
americana è la prima costituzione liberal-democratica apparsa nel mondo moderno
- la prima, cioè, dove il principio della libertà dal potere politico si unisce
al principio dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. E fuori
discussione, inoltre, che gli Stati Uniti sono nati da una grande decisione
collettiva di proteggere gli interessi e il bene comune, definiti soprattutto
in relazione a ciò che essi significano nella cultura illuministica. Qui va
aggiunto che tale decisione è tanto più rilevante quanto più essa ha inteso
arginare (con maggiore o minore successo) gli interessi e il bene dell’economia
di mercato, dove l’agire capitalistico non ha e non può avere di mira
l’interesse e il bene comune, ma l’interesse e il bene privato, cioè
l’incremento del profitto (sì che l’interesse e il bene comune, nell’intrapresa
capitalistica, non sono lo scopo dell’agire economico, ma una conseguenza, un
sottoprodotto di quell’incremento). Relativamente allo sfondo (o al
contenimento) liberal- democratico del capitalismo si può dire, con Liberal,
che è la natura della democrazia americana a presentarsi come un fenomeno unico
anche nel contesto più generale dell’Occidente. La domanda centrale (e, se non
mi inganno, retorica) di Liberal suona comunque: Non è forse questo - americano
- l’unico modo di vivere una democrazia, che altrimenti si limiterebbe ad
essere un insieme di procedure...?; e tale domanda è preceduta dalla
affermazione della capacità della democrazia americana di credere in sé stessa
e di assumersi le proprie responsabilità. Queste affermazioni riguardano un
insieme di questioni eterogenee: da un lato, la tesi che la condotta storico
fattuale degli Stati Uniti è sostanzialmente fedele al proprio ordinamento
costituzionale; dall’altro lato, la tesi che l’Europa avrebbe il miglior
ordinamento costituzionale se adottasse quello statunitense; e, anche che gli
Europei condurrebbero la miglior vita politica se sul piano storico-fattuale si
adeguassero alla propria rinnovata costituzione così come gli Americani vi si
adeguano. Tesi, queste ultime, che possono essere veramente discusse, ma che
lasciano fuori campo la questione preliminare e decisiva (alla quale abbiamo
già accennato), che peraltro è venuta sempre più in luce dopo la risposta
americana, in Afghanistan e in Iraq, all’attacco terroristico dell’11
settembre: che cosa significa, che cosa implica, quali reazioni produce uno
Stato che agisce in base alla convinzione di essere di fatto rimasto l’unica
Superpotenza alla guida del mondo e a proposito del quale si teorizza anche il
diritto a esserlo? La risposta americana all’attacco subito era inevitabile
(come in altre sedi ho motivato), ed era inevitabile che la risposta avvenisse
nella forma della guerra preventiva concepita come legittima difesa. Ma,
nonostante tutto quel che si è detto in proposito, non sta qui il problema - il
problema preliminare e decisivo. Esso riguarda il contesto delle convinzioni
con le quali gli Usa stanno vivendo questa fase della loro storia. Altro è
infatti credere che i supremi interessi dello Stato americano richiedano che
esso si difenda adottando misure come la guerra preventiva, ma lo si creda
sapendo che tali misure, prese in modo così fortemente autonomo, sollevano il
problema, non meno grave di quello del terrorismo islamico, del rapporto tra
l’autonomia americana e il resto del mondo, e cioè sapendo che tale problema è,
appunto, problema e non soluzione; altro è che gli Usa trattino come soluzione
questo problema e siano convinti che, poiché sono di fatto venuti a trovarsi
alla guida del mondo, o hanno il compito di porvisi, allora l’autonomia
esercitata nella loro risposta al terrorismo è la conseguenza naturale della
loro primazia planetaria. Due atteggiamenti profondamente diversi, questi due,
e, soprattutto negli ultimi tempi, tra loro in contrasto negli stessi Stati
Uniti. Il contrasto è alimentato dalla coscienza crescente che gli Stati Uniti
non possono reggere da soli il peso immane di cui il secondo, e trionfalistico,
di quei due atteggiamenti vorrebbe caricarli. Affermare che l’unico modo di
vivere una democrazia è quello americano significa certamente che l’Europa non
può mettersi in rotta di collisione con gli Usa. Ma significa anche che
l’Europa deve stare a loro soggetta? Il bon ton della riflessione politica
auspica che l’Europa non allenti i legami con gli Usa e che d’altra parte non
ne sia succube. Ma può l’Europa non essere succube senza essere forte - cioè
militarmente forte, o addirittura competitiva rispetto agli Usa - e continuando
ad affidare aU’America la propria difesa? Sembra che vi sia stata la tendenza a
sottovalutare l’asse Parigi-Berlino-Mosca (e Madrid), costituitosi in
contrapposizione alla guerra Usa contro l’Iraq. Ma si parla anche
dell’opportunità dell’ingresso della Russia nell’Unione eu-ropea - sia perché
la Russia muove i primi passi verso l’economia di mercato sia per la rinnovata
visibilità della Chiesa ortodossa. Una ventina d’anni fa avevo scritto (il
testo è stato poi incluso ne II declino del capitalismo, cit., col titolo
L’Europa tra America e Russia ): Ciò a cui si presta troppo poca attenzione è
che la Russia, una volta aiutata dall’Occidente a uscire dalla crisi economica
in cui si trova attualmente, è anch’essa in grado di offrire all’Europa quella
protezione militare, contro le minacce del Sud, di cui gli Stati Uniti hanno
oggi il monopolio - e in nome della quale possono pretendere che l’Europa stia
in posizione subordinata, perché non può restituir loro un vantaggio di egual
peso. Scambio che invece è possibile nel rapporto tra Europa e Russia, perché
l’Europa ha sì bisogno di aumentare sostanzialmente il livello della propria
potenza militare, ma anche la Russia, che può consentire questo aumento, ha a
sua volta bisogno del sostegno economico che l’Europa occidentale può darle. Un
processo che d’altra parte già allora si presentava tutt’altro che agevole,
soprattutto per quanto riguarda il controllo dell’arsenale moderno russo,
giacché l’Europa potrebbe sostenerne economicamente l’efficienza solo se la
gestione e il controllo di esso fossero effettuati, oltre che dalla Russia,
anche dagli altri Stati europei. Certo, a distanza di vent’anni, la situazione
è cambiata: la crisi economica dell’Unione europea rende quest’ultima molto
meno forte nella contrattazione con una Russia che ha superato il trauma dovuta
al tramonto del marxismo e dell’economia pianificata. Da ciò si spiega
l’aumento della diffidenza dell’Ue (perfino della Germania) nei riguardi della
Russia. Sino a che la crisi economica dell’Europa non verrà superata, il
processo che conduce a una più stretta collaborazione politica tra Europa e
Russia subirà un inevitabile rallentamento. Da satellite degli Stati Uniti -
per i quali diventa peraltro sempre più pesante il compito di contenere anche
in Europa la pressione del mondo arabo -, l’Europa non intende diventare
satellite della Russia. D’altra parte è nella natura della storia dei rapporti
secolari tra Europa e Russia, della situazione geopolitica e degli attuali
rapporti economici tra le due aree, che esse vengano a formare un unico sistema
euroasiatico di controllo della conflittualità internazionale, insieme a Stati
Uniti, Cina, India. E se da un lato è nell’interesse della Russia che la
decadenza dell’Europa venga arginata per non essere coinvolta, dall’altro lato
la Russia non può non capire che gli Stati Uniti non accetterebbero mai che per
tale decadenza la Russia divenga arbitra delle sorti dell’Europa. Pertanto, se
oggi l’Europa è più debole che in passato nella contrattazione con la Russia,
esistono tuttavia le condizioni perché il rapporto tra queste due aree tenda a
riequilibrarsi. Non si tratta qui di auspicare (o temere) la simbiosi
Europa-Russia, ma di constatare una tendenza che è nell’ordine delle cose,
anche se contrastata da molte forze, innanzitutto da quanti, ancora,
concepiscono gli Usa come l’unica Superpotenza che non può rinunciare a questo
suo status e che in ultima istanza deve rispondere soltanto a sé stessa. (Tra
quelle forze va annoverata anche la Chiesa cattolica, che vedrebbe
ridimensionata la sua presenza in Europa ad opera della Chiesa ortodossa russa,
e che tempo fa, per bocca dell’allora ministro degli Esteri vaticano Tauran ha
manifestato perplessità circa l’entrata della Russia nell’Unione europea,
aggiungendo che prima si dovrebbe pensare all’entrata di Stati come l’Ucraina e
la Moldavia.) Per mezzo secolo il bipolarismo Usa-Urss ha assicurato la pace
nel mondo, nonostante l’insanabile contrasto ideologico delle due superpotenze.
Alla guida dei popoli poveri, l’Urss ha anche contenuto e controllato la loro
aggressività. Impensabile, in quel tempo, un terrorismo islamico. Per quanto
paradossale possa sembrare, l’Urss ha contribuito in modo decisivo ad
assicurare la pace delle società democratico-capitalitiche. Da quando si è
creduto che il bipolarismo fosse ormai tramontato, gli Usa si sono trovati
sulle spalle un fardello troppo pesante, reso ancor più pesante dal fatto che
la Russia, avviandosi verso la democrazia e l’economia di mercato, si è sempre
meno presentata come guida delle rivendicazioni dei popoli poveri e si è sempre
più schierata in favore delle popolazioni slave contro quelle mussulmane. Il
bipolarismo Usa-Urss è stato (come da vent’anni sostengo) la prima incarnazione
dello Stato mondiale - ossia del monopolio legittimo della violenza esercitato
su scala mondiale (cfr. E.S., La tendenza fondamentale del nostro tempo,
Adelphi 1988); e sin dalla caduta del muro di Berlino sostengo che la scomparsa
del bipolarismo è un’apparenza che ha illuso e illude molti. Infatti, il
bipolarismo ha un carattere primariamente militare, che non è certo venuto meno
per il fatto che l’arsenale nucleare russo, tuttora concorrenziale rispetto a
quello Usa, non è più gestito da una ideologia totalitaria (Cfr. E.S., Il declino
del capitalismo, cit.). Se il bipolarismo gestito da irriducibili avversari
ideologici ha salvaguardato per mezzo secolo la pace (ho spesso rilevato
l’ingenuità della convinzione che le due maggiori potenze della terra
considerassero seriamente la possibilità di distruggersi a vicenda), si
presenta ora la tendenza reale verso un bipolarismo costituito da due
dimensioni economico- politiche (Usa e Europa-Russia), che, in parte già
omogenee, per quanto riguarda l’Europa, vanno sempre più avvicinandosi e che,
insieme, possono costituire quel centro dello sviluppo storico sulla terra, che
non può essere gestito da una sola delle due. È nello stesso interesse di
quest’ultimi che tale nuova forma di bipolarismo prenda piede. Ed è prevedibile
che alla fine gli Usa prendano coscienza dei loro autentici interessi. Degno di
nota, in proposito - ripetiamo - che in Italia il presidente del Consiglio del
governo di centrodestra abbia più volte proposto l’entrata della Russia
nell’Unione europea. Le considerazioni qui sopra sviluppate indicano il
contesto in cui tale proposta può avere fondamento. E forse è interessante
anche (e non paradossale, come a prima vista potrebbe sembrare) che quella
proposta sia accompagnata dalla volontà di mantenere un asse preferenziale con
gli Usa. Se non è una contraddizione, quella proposta può essere infatti
condotta a significare che l’Europa può essere la vera alleata e dunque non
subordinata ah’America, solo se essa possiede, oltre alla potenza economica,
anche quella militare, che oggi continua ad avere il suo fulcro in un arsenale
atomico invincibile, cioè in un apparato che sarebbe velleitario per l’Europa
costruire (nonostante la chance nucleari di Francia e Inghilterra), ma che la
Russia realmente possiede, e la cui perpetuazione diventa tuttavia sempre più
onerosa per la Russia - premuta, quest’ultima, da un lato dalla consapevolezza
che in un mondo sempre più pericoloso l’invincibihtà atomica è un bene
irrinunciabile, e dall’altro dalla tentazione di intaccare il capitale atomico
cedendone porzioni in cambio dei vantaggi economici che i compratori, più o
meno affidabili, potrebbero assicurarle. L’entrata della Russia in Europa pone
indubbiamente enormi problemi - soprattutto, si è già detto, per quanto
riguarda la gestione dell’apparato nucleare russo -, che però sono pur sempre
inferiori a quelli dell’alternativa costituita da un mondo sempre più complesso
(anche per l’affacciarsi di nuove grandi potenze come la Cina) ed esplosivo,
dove gli Usa fossero convinti di poterne da soli determinare le sorti e dove le
difficoltà economiche della Russia potrebbero farle perdere il controllo del
proprio apparato nucleare a vantaggio del terrorismo islamico. Il problema del
rapporto tra popoli ricchi e poveri si risolve riducendo il loro dislivello
economico; ma la tendenza verso l’entrata della Russia nell’Unione europea e il
conseguente rinnovato bipolarismo stabilizza l’organizzazione globale dei Paesi
ricchi e rende quindi efficace e sicura la loro indifferibile decisione di
ridurre la loro distanza economica dai Paesi sottosviluppati. La costituzione
americana è un grande modello di società liberal-democratica, ma è
un’astrazione proporlo all’Europa senza tener conto del processo storico reale
che spinge l’Europa a confrontarsi col problema-Russia. È un’astrazione anche
perché il sottinteso dei sostenitori della democrazia e dell’economia di
mercato è che quest’ultime, dopo la fine del socialismo reale, non abbiano
alternative. Ma, anche qui, debbo rinviare a quanto vado sostenendo da molto
tempo. Infatti il Meccanismo inaggirabile - richiamato anche nelle pagine
precedenti - per il quale le grandi forze che oggi guidano il pianeta
(capitalismo, democrazia, cristianesimo, islamismo, nazionalismo ecc. - e,
ieri, socialismo reale), e che lo guidano servendosi, come mezzo, della tecnica
moderna, sono destinate a diventare mezzi del potenziamento del proprio mezzo,
cioè della tecnica, la quale dunque è destinata a diventare il loro scopo. Ma
la tecnica destinata a diventare scopo non è la tecnica scientisticamente
intesa, ma è l’apparato scientifico- tecnologico in quanto esso va unendosi
all’essenza della filosofia contemporanea, ossia alla struttura concettuale che
negli ultimi due secoli ha mostrato l’impossibilità di ogni limite assoluto all’agire
dell’uomo. La tecnica, così intesa, è guidata dal risultato essenziale del
pensiero filosofico dell’Occidente. In quanto tale pensiero la guida e le fa
scorgere l’impossibilità di ogni limite assoluto dell’agire, la tecnica
acquista una potenza essenzialmente superiore a quella di ogni tecnica che
invece sia assunta come mezzo e pertanto sia limitata e frenata dagli scopi
delle forze della tradizione occidentale. E la superiorità della sua potenza la
destina - in un mondo che crede sempre di meno nei valori assoluti della
tradizione - a prevalere su ogni forma di tecnica che funzioni come mezzo per
la realizzazione di tali valori. Già da questo ordine di considerazioni si può
capire che lo strumento vincente conduce a una situazione dove la sua tutela e
Fincremento della sua potenza sono destinati a diventare lo scopo delle forze
che invece vorrebbero trattenerlo nella sua funzione di mezzo. Oggi anche la
democrazia si serve della tecnica, ma il mondo procede verso un tempo in cui
sarà la tecnica (intesa in quel suo significato complesso) a servirsi della
democrazia (e delle altre forze prima menzionate), ossia a utilizzare
l’organizzazione democratica della società per realizzare Fincremento della
propria potenza - a utilizzare la democrazia, dico, e non quell’assolutismo
politico che appartiene all’insieme dei limiti assoluti di cui il pensiero
filosofico del nostro tempo mostra l’impossibilità. Ma la democrazia come scopo
della tecnica è qualcosa di essenzialmente diverso dalla democrazia che diventa
mezzo della tecnica. Così come la ricchezza al servizio della vita buona, cioè
dell’etica, è qualcosa di essenzialmente diverso della ricchezza che ha l’etica
al proprio servizio; e l’etica che si serve della ricchezza è qualcosa di
essenzialmente diverso dall’etica di cui la ricchezza si serve. Ho in più modi
indicato perché il Meccanismo che conduce a questo rovesciamento di scopo e
mezzo sia qualcosa di inaggirabile - un rovesciamento, peraltro, che pur non
dicendo affatto l’ultima parola, è destinato a dominare per lungo tempo la
storia del pianeta (cfr., oltre ai miei due scritti prima citati: E.S., Il
destino della tecnica, Rizzoli 1998; Crisi della tradizione occidentale,
Marinotti 1999; e N. Irti - E. Severino, Dialogo su diritto e tecnica, Laterza
2001; E.S., Capitalismo senza futuro, cit.). La democrazia europea e americana
continuano a concepire la tecnica come mezzo per realizzare un mondo
democratico. Stando all’interno di questa convinzione, si può vedere nella
costituzione americana il modello stesso della vita democratica. Ma se, in
forza di quel Meccanismo, la democrazia è destinata a perpetuarsi solo nella
misura in cui diventa mezzo della tecnica, e se la democrazia come mezzo è
qualcosa di essenzialmente diverso dalla democrazia come scopo, allora il
problema dell’adeguazione della democrazia europea al modello americano diventa
obsoleto, perché a questo punto viene in primo piano il problema di quale nuova
configurazione venga ad assumere - negli Stati Uniti, in Europa, in Russia - la
democrazia, una volta che essa sia ridotta, appunto, alla funzione di mezzo. Il
Meccanismo di cui stiamo parlando avvolge cioè e coinvolge lo stesso problema,
prima considerato, relativo al rapporto tra Usa, Europa, Russia. Il processo
che conduce verso il nuovo bipolarismo democratico è inscritto cioè nel più
ampio e più profondo processo che conduce al rovesciamento dove l’indefinito
potenziamento della tecnica - in quanto unita alla consapevolezza filosofica
che non esistono limiti assoluti all’agire umano (Dio è morto) - diventa lo
scopo delle forze che tuttora si illudono di servirsi della tecnica e dunque
diventa lo scopo della stessa democrazia. La rivista Liberal rileva che la
democrazia americana crede anche nelle responsabilità che si assume e nella sua
capacità di difendere i suoi principi di riferimento. A fondamento di questa
fede si trova la volontà di non cedere agli avversari; e tale volontà è
concreta solo in quanto potenzia il più possibile l’apparato
scientifico-tecnologico che le consente di non cedere. Ma sino a che tale
apparato è mezzo, strumento, esso è soggetto al logoramento a cui ogni mezzo è
soggetto; sì che la democrazia stessa non può permettere che abbia a logorarsi
lo strumento che le assicura la sopravvivenza e la primizia. Ma quando e in
quanto evita che la tecnica, ossia il proprio strumento, attualmente
insostituibile, abbia a logorarsi, la democrazia è già sulla strada del
Meccanismo a cui abbiamo accennato, la strada dove la democrazia stessa
rinuncia a porsi come lo scopo dell’agire sociale e assume come scopo del
proprio agire la tutela e rincremento indefinito della potenza del proprio
strumento. Lo stesso discorso va fatto a proposito di tutte le altre forze che,
come la democrazia, intendono servirsi della tecnica come mezzo per la
realizzazione dei loro scopi (reciprocamente escludentisi). D’altra parte la
liberal-democrazia americana è unita all’economia di mercato e già da tempo
quest’ultima non è più lo scopo dell’azione storica degli Stati Uniti. Essi
cioè, in quanto superpotenza planetaria, non intendono sviluppare la propria
potenza, e guidare il mondo, allo scopo di incrementare il profitto dei grandi
trust del capitalismo americano, ma, all’opposto, intendono servirsi del
profitto che l’economia capitalistica va accumulando, allo scopo di sviluppare
la propria potenza e dominare il mondo. Infatti, anche questi due scopi sono
tra loro conflittuali; ed essere potenti per essere ricchi indebolisce da
ultimo la potenza e quindi la stessa ricchezza che dalla potenza è resa
possibile e sostenuta. L’inevitabile percezione di questa conseguenza spinge
l’America verso un atteggiamento dove essa vuole essere ricca per essere
potente, cioè per incrementare la potenza del proprio apparato tecnologico, di
cui ci si illude ancora, negli stessi Usa, di servirsi. Peraltro, l’illusione è
tanto più giustificata quanto meno viene percepita l’inevitabilità del tramonto
dei valori della tradizione occidentale - tra i quali, va sottolineato, vanno
annoverati gli stessi valori dell’islamismo. In questa situazione, lo scopo
dell’agire non è più l’incremento capitalismo del profitto, e quindi non è più
la liberal-democrazia in quanto a esso unita: lo scopo diventa la tecnica; e la
democrazia, cambiando volto, assume tratti che sono ancora tutti da decifrare.
Ma già qui è opportuno rilevare (e l’osservazione vale per tutto quanto ho
scritto sulla tecnica) che il rovesciamento in cui la tecnica, da mezzo,
diventa scopo - il meccanismo cioè del rovesciamento - è un movimento che si
costituisce alVinterno della fede che esistano mezzi e scopi - e questa fede
appartiene alla follia estrema del mortale (cfr. cap. VI). Come tale follia
diventa coerente quando essa nega ogni immutabile e ogni verità che pretendano
porsi al di sopra del divenire, per dominarlo, così la follia estrema diventa
coerente quando la volontà di far diventar altro le cose esce dalla situazione
in cui essa si serve della tecnica come mezzo ed entra nella situazione in cui
il potenziamento infinito della tecnica diventa lo scopo dell’uomo. Proprio
perché appartiene al contenuto della fede nel divenir altro delle cose, e
pertanto della volontà di farle diventare altro, il rovesciamento di cui stiamo
parlando appartiene alla volontà interpretante, ossia alla non-verità. Nello
sguardo del destino, invece, appare che, commisurato alla verità autentica
ossia al destino della verità, il contenuto della follia - cioè della fede,
della volontà e della volontà interpretante - è il nulla - non essendo invece
un nulla la fede, la certezza che tale contenuto non solo non sia un nulla, ma
sia l’evidenza suprema. Nello sguardo del destino della verità appare cioè che
l’apparire di quelVeterno, che è la fede di assumere la tecnica come mezzo, è
seguito da quell’altro eterno che è la fede che la tecnica da mezzo diventa
scopo - dove questo rovesciamento, cioè questo scambio delle parti, ha un
carattere vincolante, ossia è qualcosa di inevitabile, aU’interno della logica
e delle regole secondo cui si costituisce il contenuto della volontà
interpretante, ossia della fede. In altri termini, è lasciando parlare la fede
nel divenir altro, che essa, diventando coerente alla propria logica, afferma
la necessità che quella volontà di far diventar altro le cose, in cui la
tecnica consiste, divenga, da mezzo, scopo. Il discorso va esteso all’intero
contenuto della volontà interpretante: l’intero contenuto di tale volontà è il
nulla, ma tutte le determinazioni che restano evocate dalla volontà
intepretante sono degli eterni che appaiono con necessità così come appaiono -
dove questa necessità è essenzialmente diversa da quella che compete alla
logica che guida la fede e la volontà interpretante. Si richiami qui uno dei
motivi fondamentali per i quali in queste pagine si afferma che lo scambio
delle parti - ossia il rovesciamento del rapporto mezzo-fine - è, all’interno
di tale logica, inevitabile (cfr. E.S., Capitalismo senza futuro, cit.).
Nell’agire, lo scopo, come idea - ossia come primum in intentione, come
presenza ideale nella mente di chi agisce - determina il mezzo da cui è
realizzato: lo configura, lo orienta e gli assegna i limiti oltre i quali esso
non sarebbe più idoneo a realizzare tale scopo. Lo scopo, come fatto reale -
ossia in quanto è Yultimum in executione -, è prodotto dal mezzo; ma, prima e
durante questa produzione, la presenza ideale dello scopo guida, controlla,
regola la produzione del mezzo. (Ad esempio, la decisione di far guerra guida,
controlla, regola la produzione delle armi che sono il mezzo con cui tale
decisione è realizzata, cioè sono il mezzo di cui quella decisione si serve per
realizzarsi?) Se uno scopo è in conflitto con altri scopi e non intende farsi
sopprimere da essi, e anzi intende prevalere e sopprimerli, l’agire che mira a
farlo prevalere non può evitare di potenziare il più possibile il mezzo di cui
tale agire si serve per far prevalere tale scopo. Ma non può potenziarlo oltre
i limiti al di là dei quali il mezzo non è più guidato, controllato, regolato
dallo scopo. Ad esempio l’agire che ha uno scopo non può concentrare tutte le
proprie energie nella produzione e nel perfezionamento e potenziamento del
mezzo, altrimenti non resterebbero più energie e tempo per la realizzazione
dello scopo dell’agire. Proprio la volontà di perfezionare e potenziare il più
possibile il mezzo con cui ci si propone di realizzare uno scopo sottrae il
mezzo alla guida, al controllo, alla regola che lo scopo stabilisce per la
produzione del mezzo. Se, nel conflitto tra scopi (e nella storia dell’uomo
nessuno scopo si è trovato al di fuori dell’elemento conflittuale), uno di
essi, per prevalere sugli altri, rinuncia alla propria o a una parte della
propria determinazione del mezzo e potenzia il mezzo oltre il limite che rende
coerente il mezzo allo scopo, gli scopi antagonisti saranno certamente vinti, ma
il vincitore non sarà nemmeno lo scopo che, per vincere, ha rinunciato a
determinare il proprio mezzo, ossia ha rinunciato a sé stesso. Sfuggendo alla
guida di ciò che dovrebbe essere il suo scopo, il mezzo che ha vinto non ha
realizzato il proprio scopo perché andato oltre i limiti che determinano il
mezzo e che, insieme, definiscono lo scopo, ha realizzato uno scopo diverso da
quello che inizialmente intendeva servirsi di tale mezzo per realizzarsi.
Propriamente, lo scopo che è stato realizzato è diventato il potenziamento del
mezzo che doveva realizzare un certo scopo, e al nuovo scopo, costituito da
tale potenziamento, il vecchio tenta di restare aggrappato per poter mantenere
ancora la propria funzione di scopo. Ma invano, perché la fine di un conflitto
è solo una parentesi nella conflittualità che è ineliminabile perché è dovuta
all’esistenza stessa dell’agire e della volontà; sì che viene alla luce che lo
scopo autentico dell’agire è un potenziamento del mezzo, che non consente ai
vecchi scopi di restargli aggrappati per sopravvivere come scopi. Anche lo
Stato parassitario che dà loro l’apparenza di scopi è destinato a tramontare.
Una situazione, poi, in cui nessun agire oltrepassi i limiti che determinano i
propri mezzi e definiscono i propri scopi sarebbe una situazione non
conflittuale, cioè una situazione impossibile, perché le cose che la volontà di
una certa forma di agire vuol trasformare per ottenere un certo scopo sono le
stesse che la volontà di una cert’altra forma di agire vuol trasformare per
ottenere uno scopo diverso, e quindi il conflitto tra le due volontà è
inevitabile. Quando si afferma che il fine non giustifica i mezzi, si intende
che i mezzi devono essere coerenti al fine voluto. Il fine giustifica i mezzi
che sono coerenti a esso. Ma la giustificazione dei mezzi è anche la loro
limitazione. La giustificazione dei mezzi da parte del fine è la loro
mortificazione, il loro freno. Poiché ogni scopo si trova in una situazione
conflittuale, l’agire, cioè l’assunzione di mezzi per realizzare scopi, è una
contraddizione, dove, da un lato, lo scopo guida il mezzo da cui è realizzato
e, dall’altro, per prevalere sugli scopi che impediscono tale realizzazione, lo
scopo non guida il mezzo. Da un lato il mezzo è potenziato fino a un certo punto,
dall’altro è potenziato oltre quel punto. La libertà dell’individuo moderno è
la facoltà di realizzare una serie di scopi, e nella democrazia la libertà di
un individuo si estende sin dove arriva la libertà degli altri individui. Lo
Stato moderno dovrebbe garantire l’equilibrio, cioè i limiti che definiscono le
diverse serie di scopi, cioè la libertà di ogni individuo. Ma anche all’interno
dello Stato moderno queste diverse serie sono tra loro conflittuali, e pertanto
l’agire individuale è esso stesso una contraddizione. La libertà del cittadino
è contraddizione. All’interno della contraddizione si trova tuttavia anche la
schiavitù e la servitù, che è totale o parziale a seconda che chi si impone
abbia una signoria totale o parziale sul vinto. Nel conflitto, chi ha vinto un
avversario autentico - cioè che non si limita a subire lo scopo del potente, ma
intende a sua volta prevalere sull’avversario - ha dovuto potenziare i propri
mezzi oltre i limiti che determinano i mezzi e definiscono lo scopo del vincitore.
Ma lo stesso ha dovuto fare chi ha perso, perché per non perdere ha dovuto a
sua volta oltrepassare il più possibile i limiti che determinano i mezzi di cui
disponeva e che definiscono gli scopi a cui mirava. L’avversario autentico non
perde (diventando in tal modo servo o schiavo) perché non ha oltrepassato quei
limiti, ma perché, oltrepassandoli non ha ottenuto dai propri mezzi la potenza
che dai propri è riuscito a ottenere il vincitore. L’agire del vincitore è
contraddizione proprio perché è contraddizione anche l’agire del vinto. Poiché
l’agire dell’uomo è coordinazione di mezzi in vista della realizzazione di
scopi, e si trova essenzialmente all’interno di una situazione conflittuale,
l’agire umano in quanto tale è contraddizione. È contraddizione dallo stesso
punto di vista di chi non vede l’alienazione dell’agire in quanto volontà che
qualcosa divenga e sia altro da ciò che essa è. Tutte queste considerazioni
sono ora da riferire alla situazione conflittuale di particolare rilievo
storico, dove le grandi forze dell’Occidente intendono realizzare i loro scopi
conflittuali servendosi ognuna di una certa frazione dell’apparato
scientifico-tecnologico, divenuto ormai il Mezzo supremo per la realizzazione
di ogni scopo dell’uomo. La filosofia del nostro tempo mostra infatti, nella
propria essenza, che non può esistere alcuna dimensione divina e immutabile che
possa essere raggiunta con un mezzo diverso da quello tecnologico, cioè da ciò
che nella tradizione filosofica era l’adeguazione dell’uomo e dello Stato alla
verità svelata dal sapere filosofico. All’inizio, ognuna di quelle grandi forze
dell’Occidente intende guidare, controllare, regolare e quindi limitare il
mezzo tecnologico di cui essa dispone. Ma nella situazione conflittuale è
inevitabile che il limite che determina il mezzo e definisce lo scopo di ognuna
di tali forze sia oltrepassato e che il potenziamento della tecnica divenga lo
scopo supremo di tutto l’agire umano. Qui si produce la forma più imponente
dello scambio delle parti e, insieme, la forma più imponente della
contraddizione dell’agire. Capitalismo, comuniSmo, democrazia, cristianesimo,
islamismo, nazionalismo sono (o sono stati) costretti da un lato, a potenziare
sempre di più il Mezzo tecnologico a loro disposizione, e, dall’altro, sono (o
sono stati) costretti a indebolirlo, cioè a limitarne il potenziamento, per
evitare di farlo uscire dal loro controllo, dalla loro guida, dalla loro
regola. Oggi la tecnica è il fondamento della salvezza di ogni scopo e quindi
ogni scopo, per salvare sé stesso, è costretto ad assumere come scopo il
potenziamento del proprio Mezzo: per salvare sé stesso ogni scopo è costretto a
rinunciare a sé stesso. Nel saggio di S. La tendenza fondamentale del nostro
tempo (Adelphi), ma anche prima in Téchne (Rusconi 1979), e in seguito in altri
scritti ancora, si mostra in che senso e per quali motivi è necessario
affermare, da un lato, che l’essenza - Inanima - della civiltà occidentale è il
pensiero filosofico, e, dall’altro, che il pensiero filosofico del nostro
tempo, quando si riesca a scendere nel suo sottosuolo essenziale, mette in luce
l’inevitabilità del tramonto della grande tradizione dell’Occidente e
l’altrettanto inevitabile destinazione della tecnica al dominio del pianeta.
Ma, fino a che non si scorge il significato autentico di queste affermazioni,
esse scadono al livello della semplice notizia. (Se non intende essere la
semplice opinione di qualcuno, ogni affermazione dev’essere infatti
argomentata. La parola argomento proviene dal latino arguo e dal greco argòs,
che indicano il porre in chiara luce. Poiché la luminosità può essere maggiore
o minore, per affermare qualcosa in modo adeguato bisognerebbe dire che cosa
propriamente significa luce e qual è il grado di luminosità di cui la risposta si
avvale. Da millenni l’uomo tenta di dirlo.) In che consiste l’identità
dell’Europa? È stato indicato in molti modi. Come prendere posizione?
Innanzitutto va messa in luce l’indicazione che è in grado di includere tutte
le altre e che non è inclusa da nessun altra. È quindi inevitabile che essa sia
la più astratta. In quanto è comune alla maggiore o minore concretezza di tutte
le altre, tale indicazione sta infatti al di sopra della concretezza - senza
tuttavia ignorarla. L’astratto non è qualcosa di negativo; è anzi il segreto in
cui è riposta l’adeguatezza della diagnosi. Si tratta di portare alla luce ciò
che è comune all’immensa varietà di eventi da cui è costituita la storia
europea. Oggi il sapere diffida di ciò che è comune. Si ritiene, oggi, che la forma
più rigorosa del sapere sia la specializzazione scientifica - che, appunto, è
l’opposto della cura per ciò che è comune. Ma dal comune non ci si può
liberare. Ogni sapere autentico - si dice - dev’essere specialistico e quindi
il senso dell’Europa si spezza nella molteplicità di sensi che appaiono
all’interno delle varie forme della specializzazione e del frammento. Ma se
solo il frammento ha senso - se cioè il senso è frammentario -, allora tutti i
frammenti hanno questo di inevitabilmente comune : di essere, appunto, dei
frammenti. Inoltre l’Europa è, originariamente ed essenzialmente, tendenza e
vocazione al frammento e all’isolamento delle cose. A un certo momento, in
Grecia si incomincia a pensare che una cosa è ciò che è - l’ente - ed è come
ciò che non era e non sarà, ossia è come ciò che era nulla e tornerà a esserlo.
Ma ciò che è stato nulla non può avere alcuna relazione con ciò che già esiste,
instaura relazioni provvisorie e accidentali che verranno meno quando ciò che è
non sarà più. Questo significa che, nonostante ogni intenzione in senso
contrario, ogni cosa è un frammento, è isolata da ogni altra. La
specializzazione scientifica ha il proprio fondamento nella filosofia greca,
che stabilisce una volta per tutte il significato delVesser-cosa, con un gesto
che si rende sempre più presente e operante in ogni azione e in ogni
conoscenza: in ognuno degli infiniti eventi, grandi e piccoli, che formano la
storia dell’Europa, dapprima, e, ormai, dell’intero pianeta. In questo
significato consiste Yidentità dell’Occidente. A esso sono essenzialmente
legate la volontà di potenza e la violenza estrema. Si può voler annientare
qualcosa solo se si crede che le cose (uomini e enti non umani) siano di per sé
stesse figlie del niente e a esso destinate. E la violenza dell’annientamento
inseparabile dalla violenza della creatività. Dapprima l’Occidente non si
accorge del proprio essere volontà separante e costruisce le grandiose
cattedrali della volontà unificante: il senso filosofico del Tutto, che
raccoglie in sé le differenze e le opposizioni più marcate, il Dio di tutte le
cose, l’eguaglianza cristiana tra gli uomini in quanto figli di Dio, la volontà
di essere comprensibile da tutti, lo Stato che è il Dio in terra e dunque
principio di unità, l’economia di mercato che mette in comunicazione i popoli,
la scienza che, prima di diventare specializzazione, vuol essere a lungo
unificazione delle leggi della natura, il comuniSmo che si rivolge ai
lavoratori di tutto il mondo perché si uniscano, la globalizzazione del nostro
tempo: sono alcuni degli esempi più rilevanti della volontà di unire ciò che,
essendo stato concepito e vissuto come separato, non può essere unito. È
innanzitutto il sottosuolo del pensiero filosofico del nostro tempo a portare
al tramonto la volontà unificante della tradizione. Dio muore e rimane la terra
infranta. Su questa base, non solo ogni integrazione e interazione tra i
popoli, ma anche tra gli individui dello stesso popolo, della stessa città,
della stessa famiglia è velleitaria. Rimedi provvisori. Auctoritas, non
veritasfacit legem (si dice da Hobbes a Cari Schmitt). Anche su base
linguistica, lex è l’ordinamento imposto alle cose, che quindi le costringe a
stare insieme. La verità è il mondo in cui nella tradizione occidentale si vuole
legare ciò che è vissuto e inteso come originariamente separato. La verità è
quindi destinata al tramonto. E auctoritas significa potenza (anche qui la
linguistica lo conferma). La legge è il risultato dell’ auctoritas, ossia della
costrizione che lega insieme le cose. La potenza della legge può essere
maggiore o minore. Oggi la potenza maggiore è la tecnica guidata dalla scienza
moderna. Il sottosuolo della filosofia del nostro tempo ha distrutto la verità
e quindi autorizza la tecnica a facere legem. La specializzazione scientifica,
Lisciamento e il frammento sono legati alla costrizione che con la propria
potenza unisce i frammenti del mondo. Qui è il fondamento di ciò che vien
chiamato globalizzazione. Ma se ogni volontà di unire ciò che non può essere
unito è una costrizione destinata, prima o poi, a fallire, si apre il problema
della configurazione dell’evento che è destinato a lasciarsi alle spalle la
stessa civiltà della tecnica. Stiamo parlando a un pubblico composto
soprattutto da giuristi. Che però sono anche filosofi del diritto e quindi
comprendono bene l’opportunità che nel mio intervento tenga conto anche delle
sollecitazioni che prima mi sono state rivolte. Innanzitutto è il caso che ci
si chieda che cosa significhi filosofia. Se già qui non ci intendiamo, faremo
poca strada insieme. Ne facciamo ben poca se concepiamo la filosofia come un
sapere che dipende dalla scienza, se riteniamo cioè che la filosofia, per
costituirsi, debba incominciare col tener conto di quanto si afferma
nell’ambito del sapere scientifico. Alla filosofia è nota l’esistenza del
mondo, e nel mondo c’è anche la scienza; ma ciò non significa che la filosofia
debba fondarsi sulle sapienze del mondo (oltre alla scienza ce ne sono anche
altre). Se ha bisogno di fondarsi sulla scienza, meglio lasciarla perdere, la
filosofia; che non potrebbe andare molto oltre una specie di ricapitolazione
del sapere scientifico. Meglio lasciar parlare questo sapere. Prima è venuto
fuori il nome di Searle. Che, anche lui insieme a moltissimi altri (in ogni
campo), dà appunto per scontato che esista quella forma di storia del mondo
dove, in un primo tempo, l’uomo ancora non esiste, seguita da un tempo nel
quale l’uomo esiste, e infine da un tempo in cui, con ogni probabilità, l’uomo
non ci sarà più e il mondo continuerà a esistere più o meno a lungo. Certo, la
scienza procede adottando la convinzione che la realtà esista indipendentemente
dalla conoscenza umana di essa, breve parentesi nel corso degli eventi. Spesso
(ma con eccezioni) gli scienziati (per esempio Max Planck) lo affermano
esplicitamente. (Però Bertrand Russell, senza essere idealista, ammette la
possibilità che il mondo intero sia incominciato a esistere da pochi istanti,
corredato di tutte le esperienze che ne abbiamo, di tutti i nostri ricordi del
suo più lontano passato e con tutte le aspettative e i progetti riguardanti il
futuro.) Per Searle, poi, uno che non lo creda è un minus habens. Non credo
tuttavia di esserlo, se affermo che la filosofia non può presupporre alcune
delle pur mirabili costruzioni del sapere scientifico, anche perché si tratta
di un sapere che, come l’amico Giorello sa benissimo, oggi riconosce il proprio
carattere ipotetico. Ora, sarebbe sorprendentemente improprio che si desse
credito (come mi sembra che Ferraris finisca col fare) al senso comune, e lo si
sollevasse al rango di verità incontrovertibile, là dove il sapere scientifico,
perfino il sapere logico-matematico, mette in questione la propria
incontrovertibilità, la propria verità assoluta. La filosofia è critica
radicale, radicale problematizzazione del sapere, e quindi non può procedere
dando per scontati i risultati della scienza (o di qualsiasi altra sapienza,
quella filosofica compresa). Per questo non è il caso di farsi riguardo ad
affermare che la filosofia, autenticamente intesa, richiede una concettualità
estremamente più radicale di quella scientifica. Altrimenti la filosofìa si
limiterebbe a essere (ripeto) un panorama del sapere scientifico, o una specie
di pattuglia in avanscoperta dove alcuni audaci, o incoscienti, si inoltrano
nel deserto per tentar di vedere di sfuggita e approssimativamente come stanno
le cose, in attesa che poi arrivino le truppe regolari, quelle della scienza,
che stabiliscono come le cose effettivamente stanno e rimandano nelle retrovie
le avanguardie filosofiche. No: sin dall’inizio la filosofia ha inteso essere
1’evocazione dell’innegabile, della verità in quanto innegabilità assoluta.
Anche quando si contrappongono i fatti alle interpretazioni si tende a
considerare il fatto come l’innegabile, come ciò che non può essere negato,
mentre l’interpretazione - lo richiamava il professor Zaccaria - rende sì
particolarmente significativo il fatto, ma immergendolo in un alone di
controvertibilità, di non-verità, per cui da ultimo, nel confronto, è il fatto
che prevale - e prevale in quanto, appunto, lo si ritiene innegabile. La
filosofia evoca il senso radicale dell’innegabile unendolo al suo carattere di
visibilità. Non c’è bisogno di leggere Heidegger: basta un vocabolario per
sapere che i Greci chiamano alétheia la verità. A-létheia significa, alla
lettera, non nascondimento. Ciò che è vero è il non nascosto. Heidegger però
non rileva che, per il pensiero greco la verità, nel suo senso radicale, non è
solo alétheia, ma epistéme tes alethéias (scienza della verità è una delle
traduzioni correnti di questa espressione). Ciò che si disvela neW alétheia è
il contenuto assolutamente stabile (epistémonikón ). Il tema -ste di epi-stéme,
dalla radice indoeuropea -sta, nomina appunto lo stare di ciò che, disvelato,
si impone su (epi) tutto ciò che vorrebbe spingerlo a essere diversamente da
come è e sta. Si può dire che epistéme tes alethéias esprime sia un genitivo
oggettivo (il sapere assolutamente stabile che ha come contenuto la verità),
sia un genitivo soggettivo (la stabilità assoluta che è il contenuto del
disvelamento). Questo senso radicale della verità - il contenuto manifesto che
sta e che, proprio perché sta, è innegabile - è evocato una volta per tutte dal
pensiero greco. Una volta per tutte, anche perché quando oggi, per esempio nel
sapere scientifico o filosofico, si dichiara di non voler proporre verità
assolute, incontrovertibili, definitive, ci si riferisce appunto al senso
radicale della verità che i Greci hanno per la prima volta evocato, e da esso
ci si allontana. A questo punto, che l’innegabile sia Yalétheia-epistéme, ciò
che si mostra nella sua stabilità, significa che ciò che oggi è chiamato
coscienza è il luogo dell’innegabile. È nella coscienza che le cose escono dal
loro nascondimento e si rendono visibili. I Greci chiamano phàinesthai la
visibilità, l’ apparire (phàinesthai deriva da phos, luce, e il visibile,
essendo ciò che sta in luce, garantisce la propria esistenza). Ma come la
semplice affermazione che X è X, o che a X non possono convenire Y e non-Y, non
è sufficiente per poter affermare che il principio di identità e di non
contraddizione sono innegabili, così la semplice affermazione che qualcosa
appare non è sufficiente per rendere innegabile il principio della
fenomenologia - che in effetti non riesce a essere che un presupposto, un
dogma. Perché ciò che appare non può essere negato? Con questa osservazione
alludo alla necessità di procedere oltre l’immediata elevazione del visibile al
rango dell’innegabilità. Il senso greco deìYalétheia (da cui discende il
principio di tutti i principi della fenomenologia) è ineliminabile, ma non può
riuscire a essere l’assoluta stabilità e innegabilità richieste dal pensiero
filosofico. Quando, sul Corriere della Sera, intervenni nella polemica sul
cosiddetto nuovo realismo (cfr., nel presente saggio, sezione seconda, cap. 8)
intendevo mostrare quali siano le possibilità del realismo e dell’idealismo,
ossia di forme filosofiche che si presentano all’interno della storia
dell’Occidente. I miei scritti indicano tuttavia la dimensione che mostra
perché tale storia è il culmine de\Y alienazione della verità. I Greci evocano
cioè una volta per tutte il senso della verità, ma aprono anche la strada al
pensiero in cui si intende come verità ciò il cui contenuto è, in modo
radicale, l’alienazione della verità. In quel mio intervento sottolineavo la
potenza concettuale di Giovanni Gentile; ma non, ovviamente, perché il pensiero
di Gentile sia libero da quell’alienazione. Ciò a cui quegli scritti si
rivolgono è abissalmente lontano dal pensiero di Gentile. La potenza
concettuale del pensiero di Gentile è massima perché tale pensiero è
massimamente rigoroso nell’errare. Non tenendo conto di questa potenza
dell’errare, il cosiddetto nuovo realismo (all’estero e in Italia) non fa
cheriproporre (sembra senza rendersene conto) quel realismo della tradizione
greco- medioevale che è stato messo in questione, e fuori gioco, dallo sviluppo
fondamentale della filosofia moderna da Cartesio a Kant, all’idealismo fino,
appunto, aH’idealismo gentiliano. Giacché - qui entriamo nel vivo della
questione - più decisivo del problema del rapporto tra realismo e idealismo o
tra realismo e ermeneutica, ben più decisivo è il problema della sorte della verità
lungo la storia dell’Occidente. Infatti, altro è il contenuto che la verità
(l’incontrovertibile, l’innegabile) ha assunto nella tradizione dell’Occidente,
altro è il contenuto che la verità è venuta in seguito ad assumere - e
inevitabilmente. Queste considerazioni coinvolgono anche la dimensione del
pensiero giuridico. Quando si confronta il fatto con l’interpretazione, il
fatto si presenta come ciò a cui per lo più compete il carattere
dell’innegabilità, della verità. Tuttavia in campo giuridico il problema del
rapporto fatto- interpretazione riguarda l’esigenza di porre tale rapporto in
relazione con la norma : l’accertamento del fatto intende stabilire la
compatibilità del fatto con la norma. E l’accertamento della convergenza o
divergenza del fatto rispetto alla norma non è fine a sé stesso, ma è operato
perché sia fatta giustizia. Il problema del rapporto fatto-norma rinvia al
problema della giustizia; e tale problema riceve oggi (penso ad esempio a Rawls
e a Kelsen) una soluzione essenzialmente diversa da quella che gli viene data
lungo la tradizione filosofico-giuridica. Qual è la definizione tradizionale di
giustizia? Nella Summa Theologica Tommaso d’Aquino scrive: Iustitia est
constans et perpetua voluntas ius suum unicuique tribuendi, la perpetua e
costante volontà di assegnare a ciascuno il suo ius. Una definizione in seguito
continuamente ripetuta (qualche volte con l’infinito del verbo invece del
gerundio). Sono note le critiche che sono state rivolte a questa definizione -
non solo tomistica, ma classica - di giustizia. Essa sarebbe un circolo vizioso
perché nel definiens si ripresenterebbe il definiendum (iustitia è il
definiendum, ma ius, che compare nel definiens sarebbe daccapo identico al
definiendum). Eppure questa definizione non è un circolo vizioso. Si rifa a
Platone, al secondo e quarto libro della Repubblica : giustizia è, sì, che
ciascuno non abbia ciò che è di altri e non sia privato di ciò che è suo (IV,
433 e), ma quel che è decisivo è 95 che ciò che è suo è ciò che gli spetta in
relazione all’Ordinamento assoluto della realtà che è compito dell’ epistéme
della verità mostrare, indicando pertanto in che luogo di tale Ordinamento si
trova ogni uomo e ogni cosa. La verità mostra incontrovertibilmente in che cosa
consistono gli uomini e i diversi tipi dell’umano, e la giustizia è il
riconoscimento, nel conoscere e nell’agire, di ciò che, in verità, ogni uomo è
e di ciò che non può essere perché, in verità, è di altri. Lo ius che compare
nel definiens della definizione qui sopra menzionata non è dunque la semplice
ripetizione della iustitia in quanto definiendum. Poiché Yepistéme tes
alethéias crede di poter mostrare in modo incontrovertibile l’esistenza di un
Ordinamento assoluto e immutabile in cui ogni cosa prende posto (sì che ogni cosa
è quello che essa è solo in quanto ha il posto che le spetta all’interno di
tale Ordinamento), la giustizia è appunto il riconoscimento di ciò che
incontrovertibilmente spetta a ogni cosa, e pertanto quella definizione della
iustitia non è un circolo vizioso. (Né ciò significa che lungo la storia del
pensiero filosofico quell’Ordinamento abbia avuto sempre la stessa
configurazione.) Questa grandiosa concezione della giustizia illumina e domina
anche la dimensione giuridica della tra dizione occidentale. Uno dei temi
centrali in sede giuridica è oggi il rapporto tra diritto naturale e diritto
positivo. Il diritto naturale è il modo in cui l’Ordinamento della realtà,
mostrato dall’epistéme della verità, si riflette nei rapporti tra ciò che nella
società accade, i fatti, e le norme che la regolano. Tali norme si inscrivono
in quell’ordinamento e stabiliscono ciò che spetta a ciascuno aH’interno di
esso, ossia ciò che a ciascuno spetta per natura - la natura non essendo altro
che tale Ordinamento. Si aggiunga che se il diritto naturale afferma che l’uomo
ha un posto che gli spetta necessariamente, per natura, nell’Ordinamento
complessivo e incontrovertibilmente immutabile della realtà, allora non le
interpretazioni, ma le constatazioni (ossia ciò che è ritenuto constatazione),
qui, hanno il compito di accertare se i fatti (ciò che accade) siano o no
compatibili con le norme. Al diritto naturale si contrappone oggi il diritto
positivo. Questa contrapposizione è la conseguenza, in campo giuridico, di un
evento grandioso e spaesante: il tramonto delle forme sapienziali e pratiche
della tradizione dell’Occidente, il tramonto cioè al cui fondamento agisce il
tramonto dell ’epistéme della verità e dell’Ordinamento immutabile che essa ha
inteso mostrare. Essenzialmente più decisiva del rapporto tra idealismo (o
pensiero ermeneutico) e realismo - ognuno dei quali intende valere come il
contenuto della verità - è, dicevo prima, la domanda: Che ne è della verità?; e
quindi: Qual è la storia della verità?. Infatti il problema della
contrapposizione tra realismo e idealismo può essere risolto solo accertando
perché si debba tener ferma la verità dell’uno piuttosto che la verità
dell’altro. Tutto ciò significa che il problema relativo a quella
contrapposizione, e pertanto alla questione del rapporto tra fatti e
interpretazioni, rinvia da ultimo alla questione di quale sia il contenuto che
è necessario porre come verità, ossia come incontrovertibilità. Vado
richiamando da tempo che l’autentico e profondo avversario della tradizione
occidentale non è il relativismo (come ad esempio la Chiesa cattolica invece
ritiene). Al di sotto del rifiuto appariscente ma impotente della tradizione
occidentale, proprio del relativismo, al di sotto di tale rifiuto, ossia nel
luogo che vado chiamando sottosuolo filosofico del nostro tempo, agisce un
pensiero tendenzialmente nascosto, ma capace di mostrare Vimpossibilità che
l’Ordinamento immutabile e divino della tradizione sia il contenuto dell’
epistéme della verità. Fra i pochi abitatori del sottosuolo, Giovanni Gentile,
Nietzsche, e ancor prima di loro Leopardi. Nell’ epistéme della verità
quell’ordinamento immutabile domina il mutamento degli enti del mondo, domina
cioè il loro uscire dal nulla e il loro ritornarvi. L 'epistéme è il riconoscimento
originario dell’esistenza del mutamento così inteso. Ma è appunto sul
fondamento di tale riconoscimento che nel sottosuolo essenziale del nostro
tempo si mostra (ne accenneremo tra poco) Vimpossibilità dell’esistenza di ogni
dimensione immutabile. Ogni realtà e ogni sapienza sono pertanto storiche,
temporali, contingenti, finite. Da ciò segue, e inevitabilmente, il prevalere
del diritto positivo sul diritto naturale, cioè segue la necessità che ciò che
spetta a ciascuno e ciò che non deve essergli sottratto è tale non
assolutamente, ma in relazione a una certa epoca storica dove le forze sociali
che sono riuscite a imporsi sulle altre stabiliscono (con una voluntas che
quindi non è constans et perpetua ) che cosa sia ciò che in tale epoca spetta a
ciascuno (ius suum unicuique tribuendi) e ciò che non gli può essere tolto.
Hanno carattere storico, pertanto, non solo i fatti, ma anche i criteri in base
ai quali i fatti sono individuati, interpretati e giudicati. E, questo, sia che
i fatti vengano sia che non vengano considerati come indipendenti dal loro
essere interpretati. Il tramonto di ogni realtà e sapienza immutabile è quindi
l’orizzonte comune al realismo e all’idealismo - la cui contesa si risolve
peraltro in favore dell’idealismo solo qualora quest’ultimo si sollevi alla
dimensione che l’attualismo gentiliano (come altrove ho mostrato) ha saputo
indicare. Il sottosuolo filosofico del nostro tempo e il positivismo giuridico
Se si vuole richiamare in breve il senso essenziale della potenza concettuale
del sottosuolo filosofico del nostro tempo (degli ultimi due secoli, si
potrebbe dire) - se lo si vuole richiamare in breve e in una forma che possa
valere come tratto comune agli abitatori del sottosuolo (che d’altra parte
hanno elaborato in modi specifici e differenziati tale tratto) -, si deve
innanzitutto richiamare la convinzione di fondo che incomincia con la vita
stessa dell’uomo sulla terra, e che lungi dall’esser qualcosa di nascosto in un
sottosuolo sta invece alla luce del sole, mostrando ciò che non viene in alcun
modo messo in questione lungo l’intera storia dell’uomo: si tratta della
convinzione che la terra si trasforma, e l’uomo con essa. La trasformazione è
il diventar altro da parte delle cose, il loro diventare altro da ciò che
dapprima esse sono. Le teogonie e le metamorfosi confermano il carattere
archetipico di questa convinzione. Con l’avvento del pensiero filosofico il
diventar altro da parte delle cose è interpretato in senso ontologico : il loro
diventar altro si spinge fino al loro diventare quell’assolutamente altro che è
il loro non essere, ossia il loro esser nulla, e le cose, provenendo dal nulla,
diventano quell’assolutamente altro dal nulla che è il loro essere, ossia il
loro esser enti. La filosofia evoca pertanto, una volta per tutte nella storia
dell’Occidente e ormai del pianeta, non solo il senso della verità come
assoluta incontrovertibilità, come epistéme tes alethéias, ma anche il senso
ontologico del diventar altro delle cose; e una volta per tutte, lungo quella
storia, l ’epistéme della verità pone tale senso come il proprio contenuto
originario. È a partire da questo contenuto che, nella tradizione, Yepistéme
della verità si porta oltre di esso (oltre, cioè metà, nella lingua greca) e si
costituisce come metafisica, ossia come sapere che mostra la necessità di
affermare, al di là delle trasformazioni del mondo, 1’esistenza
dell’Ordinamento immutabile e divino dal quale il mondo è regolato e per il
quale il diritto naturale si fonda su di un’etica assoluta. Il senso ontologico
del diventar altro diventa in tal modo l’evidenza suprema delVintero Occidente:
sia della tradizione dell’Occidente, sia del sottosuolo filosofico del nostro
tempo, sia degli amici sia dei nemici di Dio. Ma è questo sottosuolo e il
carattere della sua inimicizia verso il divino a costituire la forma più
radicale e rigorosa della fedeltà a ciò che lungo l’intera storia
dell’Occidente e ormai del pianeta - dunque anche all’interno del sapere
scientifico, religioso, artistico e ormai dello stesso senso comune - è
ritenuta la suprema evidenza del senso ontologico del diventar altro. (È per
questa fedeltà che il diritto positivo si fonda su una forma storica di etica,
su di una Grundnorm, che è tale solo in relazione a una certa epoca storica e
che quindi - la tesi è resa esplicita da Kelsen - può avere qualsiasi
contenuto.) Ebbene, da un lato, l’Occidente è convinto, sin dai suoi primi
pensatori, che l’evidenza suprema sia il provenire degli enti dal nulla e il
loro ritornarvi (e si può dire che anche Parmenide lo creda: nel senso che egli
afferma l’esistenza di una regione dove si crede evidente il provenire e il
ritornare nel nulla da parte degli enti, una regione che tuttavia egli
qualifica come illusione, dóxa). All’interno di questa convinzione il futuro è
l’ancor nulla, il passato è formai nulla. D’altra parte, in ogni sua
configurazione, Yepistéme della verità, che lungo la tradizione dell’Occidente
intende affermare l’esistenza di un Ordinamento (o Legge) immutabile, non può
ritenere che tale Ordinamento domini soltanto il presente, ma deve ritenere che
il suo dominio si estenda anche alla totalità del futuro e del passato, cioè
che futuro e passato non possano sottrarsi al suo dominio e alla sua
legislazione. Non può cioè ritenere che dall’ancor nulla del futuro possano
provenire o che dall’ormai nulla del passato possano ritornare cose che si
sottraggono a tale Ordinamento e siano per esso qualcosa di imprevisto. Nemmeno
la libertà dell’uomo e la contingenza delle cose riescono a distruggere realmente
la Legge. La Legge deirimmutabile è universale (e chi ha creduto di poterla
violare si è ingannato, perché alla fine è raggiunto dalla Giustizia e dalla
Punizione). Ciò significa che l’Ordinamento immutabile invade l’ancor nulla del
futuro e l’ormai nulla del passato e gli prescrive tutto ciò che da essi può
veramente (e non apparentemente e provvisoriamente) generarsi e tutto ciò che a
essi è destinato ad appartenere. Ma questa invasione del nulla da parte
deH’Immutabile rende essente il nulla, lo entifica e quindi cancella o rende
apparente il senso ontologico del diventar altro, il senso che sussiste solo in
quanto è un diventare dal nulla e un diventare nulla. E tale entificazione del
nulla non soltanto nega l’evidenza del diventar altro l’evidenza che Yepistéme
stessa dell’Immutabile è essa per prima a riconoscere -, ma nega e sopprime
anche quella differenza tra il cominciamento e il risultato del divenire, senza
la quale nessun divenire, e tanto meno il divenire ontologicamente inteso, può
esistere. Così parla il sottosuolo essenziale (cioè filosofico) del nostro
tempo. Se una qualsiasi Realtà o una qualsiasi Verità immutabile esistono, è
impossibile che esistano quel divenire e quella volontà di far divenire le cose
che per l’intera storia dell’Occidente (dunque anche per la tradizione
epistemica) sono l’originaria, suprema e innegabile evidenza. È appunto nel
sottosuolo essenziale del nostro tempo che l’Occidente giunge a scorgere, sul
fondamento di tale evidenza, che l’autentica realtà e l’autentica verità
immutabile sono il divenire di ogni realtà e di ogni verità immutabile e
pertanto sono la volontà sempre più potente di trasformare il mondo. Non
rendendosi conto del proprio carattere essenzialmente antinomico, la tradizione
epistemico-metafisico-teologico- ontologica dell’Occidente elabora la pur
potente struttura concettuale in cui si intende mostrare che gli enti
divenienti esistono solo se esiste un Ente immutabile; gli abitatori del
sottosuolo essenziale del nostro tempo, scorgendo il carattere antinomico della
tradizione, si rendono conto che gli enti divenienti possono esistere solo se
non esiste alcun Ente immutabile. E questa è conseguenza necessaria della fede
che il divenire sia l’evidenza originaria e innegabile. Anche se il sottosuolo
non ama questa espressione, esso è dunque la forma più coerente dell’ epistéme
tes alethéias, perché esso mostra che il contenuto d éìl y epistéme
incontrovertibile non è il rapporto tra il divenire e l’Immutabile, ma
l’esclusione necessaria di ogni Immutabile. Appunto in forza di questa
necessità tale sottosuolo non ha nulla a che vedere con le ingenuità del
relativismo e dello scetticismo. Dalla potenza concettuale del sottosuolo
deriva l’impossibilità di ogni diritto naturale; il prevalere del diritto positivo
è inevitabile. Il tramonto della forma tradizionale dell’ epistéme (che si
dispiega dai Greci a Hegel) è cioè anche il tramonto della configurazione
giuridica di tale forma, ossia è il tramonto del diritto naturale. Il senso
autentico del conflitto tra diritto naturale e diritto positivo può essere
quindi compreso solo se lo si vede inscritto nella grandiosa vicenda che
conduce al tramonto ormai planetario degli Immutabili. Tuttavia, anche per il
positivismo giuridico la giustizia è volontà di ius suum unicuique tribuere:
nel senso che ciò che spetta a ciascuno non è quanto viene mostrato
dalYepistéme della verità, ma ciò che, all’interno di un certo gruppo sociale e
in un determinato periodo storico, per le norme vigenti spetta a ciascuno. Ma
poi, sul fondamento della distruzione dell ’epistéme della verità, a ciascuno e
a ogni cosa di ogni luogo e di ogni epoca viene riconosciuto il loro essenziale
divenire, il loro essenziale esser qualcosa che esce dal proprio nulla e vi
ritorna; sì che la giustizia consiste nel salvaguardare e assecondare il
divenire delle cose e del mondo umano e il loro diritto di oltrepassare ogni
limite assoluto (e di non costituire un limite siffatto). In questa situazione,
ogni forza si propone di prevalere sulle altre, ogni individuo sugli altri. Ma
le grandi forze che guidano il mondo e gli individui si servono tutte, per
prevalere, della tecnica moderna; e poiché la tecnica è destinata a diventare,
da mezzo, scopo di tali forze, essa impedisce che l’anarchia totale prenda piede
e, subordinando a sé ogni forza, stabilisce una gerarchia, riconosce a ogni
forza e a ogni volontà di potenza ciò che loro spetta alFinterno di tale
gerarchia e pertanto realizza la forma suprema di giustizia a cui l’Occidente è
destinato a pervenire, la suprema volontà di ius suum unicuique tribuere. 103
4. Realismo e idealismo Quanto alla contrapposizione tra realismo e idealismo
(nella quale è coinvolto il rapporto tra fatti e interpretazioni), ho già
rilevato che essa si inscrive nella vicenda, qui sopra tratteggiata, del
tramonto degli Immutabili. Aggiungo che tale contrapposizione presenta, lungo
la storia del pensiero occidentale, una complessità ben più profonda del modo
in cui il realismo viene oggi sostenuto in ambito analitico e continentale e del
modo in cui in tali ambiti Fidea-lismo viene conosciuto. Ad esempio si tende a
ignorare la necessità che conduce dal realismo premoderno alla riflessione
cartesiana sull’ impossibilità che - se la vera realtà è esterna al pensiero e
indipendente da esso (come vogliono il realismo premoderno e lo stesso
Cartesio) - la realtà pensata (il cogitatum), in quanto pensata (la realtà che
peraltro è il mondo in cui l’uomo vive), sia indipendente dal pensiero. E si
tende a ignorare l’ulteriore necessità (mostrata dall’ideahsmo) che la
cosiddetta realtà esterna e indipendente dal pensiero sia pur sempre un pensato
e sia dunque un concetto autocontraddittorio. (Nella tradizione l’idea è ciò
attraverso cui è conosciuto l’oggetto reale, essa è id quo objectum cognoscitur;
Cartesio mostra la necessità di intendere l’idea come ciò che è conosciuto, id
quod cognoscitur, ma che, ancora, lascia al di là di sé la vera realtà l’essere
formale: Kant vede l’impossibilità di conoscere la vera realtà, la cosa in sé;
l’idealismo, rilevando l’autocontraddittorietà di ogni concetto di cosa in sé e
di realtà al di là del pensiero, mostra la necessità che Vobjectum del pensiero
sia idea, ma mostra insieme che l’idea è la stessa realtà in sé stessa, la
stessa cosa in sé. Lo stesso sviluppo si ripropone nella riflessione sul
linguaggio, che conduce alla cosiddetta svolta linguistica; lo sviluppo dove,
dapprima, nella tradizione, la parola è intesa come id quo objectum 104 dicitur
- e Yobjectum sta al di là della parola poi ci rende conto che, in quanto
detto, è Yid quod dicitur a dover essere Yobjectum della parola, sì che il
linguaggio parla del linguaggio, ma, ancora, lasciando al di fuori di sé la
cosa; infine si intrawede che anche la cosa è in qualche modo detta e pertanto,
non la cosa esterna al linguaggio, ma il linguaggio stesso è la cosa, che
peraltro continua a esser concepita come ciò che esce dal nulla e vi ritorna).
Ma anche il realismo premoderno è ben più complesso delle sue attuali
configurazioni. Per il realismo greco, ad esempio, è propriamente solo quando
Yepistéme della verità ha dimostrato l’esistenza della Realtà immutabile, è
solo allora che può essere affermata l’indipendenza della realtà dalla
conoscenza umana. Ne\YEtica Nicomachea (se ricordo bene, in 1139 b), si dice
che quello che sappiamo epistemicamente non può essere diversamente da com’è;
ciò che può essere diversamente da come è, quando esca dall’osservazione [ci]
rimane nascosto se esso sia o non sia. La potenza di questa affermazione è tale
da prefigurare e contenere l’essenza stessa del pensiero fenomenologico dei
nostri tempi. Il testo greco dice: ho epistàmetha, che ho tradotto con quello
che sappiamo epistemicamente, ossia ne\Yepistéme della verità. Ciò che sappiamo
in modo epistemico met’endéchesthai àllos échein, non può essere diversamente
[da come è]. Questo non poter essere diversamente è l’innegabilità,
l’incontrovertibilità, la definitività deìYepistéme della verità. È in modo
assoluto, non relativamente, che ciò che sappiamo in modo epistemico non possa
essere diversamente; esso non può assolutamente essere diverso da ciò che
l’epistéme è. Il testo continua riferendosi a tà d’endechòmena àllos, ossia
alle cose che è possibile che stiano diversamente (e che quindi non sono
contenuti àe\Yepistéme), e dice che, quando escono dall’osservazione ( hótan
éxo tou theoreìn génetai), allora lanthànei, cioè rimane nascosto, ei estin e
mé, se esse siano o non siano. L’osservazione, theorein, è la nostra visione
delle cose del mondo, è il loro apparire, mostrarsi, il phàinesthai (Cartesio
lo chiamerà cogitare). Ho tradotto theorein con osservazione perché theorein è
costruito su theorós, ossia lo spettatore, colui che osserva e vede con i
propri occhi. Quando le cose non epistemicamente note escono dall’apparire rimangono,
appunto, nascoste, e quindi rimane nascosto se continuino a esistere o no. Ciò
che invece continua a esistere anche quando non appare nella conoscenza umana è
l’Ente immutabile la cui esistenza è dimostrata, all’interno deWepistéme, sul
fondamento del principium firmissimum che nega la contraddittorietà degli enti.
D’altra parte, l’apparire degli enti che possono essere diversamente è
l’apparire del loro diventar altro; e tale apparire è ciò che innanzitutto il
pensiero greco considera come l’evidenza originaria e supremamente innegabile e
quindi come appartenente eàYepistéme della verità. Ciò si spiega, perché se
quelli divenienti sono gli enti che possono diventar altro, tuttavia che essi
possano diventar altro ed essere diversamente da come sono è qualcosa che,
appunto perché appare, ossia è originariamente evidente e innegabile, non può
diventar altro e non può essere diversamente da come è. Appunto per questo
Leibniz potrà considerare come verità (ossia come epistéme della verità) non
solo le verità di ragione (riguardanti ciò che non può essere diversamente
perché è contraddittorio che lo sia), ma anche le verità di fatto (che appunto
riguardano ciò che può essere diversamente perché non è contraddittorio che lo
sia). Se la scienza afferma che il mondo esiste prima dell’uomo e continuerà a
esistere anche quando l’uomo non ci sarà più, tuttavia la scienza è una fede;
certo, oggi, la più potente. Ma la 106 potenza non è la verità. Il mondo che
esisterebbe indipendentemente daH’osservazione e dallo sperimentare non è
comunque qualcosa di osservabile e di sperimentabile. Questo anche se
all’interno delle regole della fede scientifica si devono trarre (in base a
certe altre regole non incontrovertibili) certe conseguenze, che conducono alla
tesi dell’indipendenza del mondo dall’osservazione umana. Ma, appunto, si
tratta di inferenze compiute all’interno di una fede. Sul fondamento della
convinzione che le cose del mondo diventano altro è inevitabile che prevalga la
sapienza del sottosuolo, in cui si mostra l’impossibilità di ogni Immutabile e
quindi di ogni verità incontrovertibile che, da un lato, si ponga come Legge
assoluta del divenire, e dall’altro differisca dalla verità assoluta che si
mostra nel sottosuolo. Ma il destino della verità (così viene chiamato nei miei
scritti) sta al di là della fede nel diventar altro delle cose e degli enti,
ossia al di là deWintera storia del mortale e dell’Occidente, dunque al di là
dello stesso processo che conduce dall ’epistéme metafisica della verità al
sottosuolo essenziale del nostro tempo. Sta pertanto al di là dell’inevitabile
prevalere, nella storia dell’Occidente, della negazione di ogni verità
immutabile. Il destino sta al di là, nel senso che contiene, mostrandola, la
storia del mortale e dell’Occidente. Il destino è l’apparire del senso
autentico della necessità e della necessità che ogni essente sia eterno. E la
testimonianza del destino non è né realismo né idealismo, perché sia il
realismo sia l’idealismo affermano che alcune dimensioni dell’ente possono
esistere anche se altre non esistono ancora o non esistono più; laddove, poiché
tutto è eterno, né l’uomo può esistere senza il mondo, né il mondo può esistere
senza l’uomo e senza la più irrilevantedelle sue parti. Poiché si obbietta -
come anche in questo nostro incontro è accaduto - che l’affermazione
dell’eternità di ogni essente nega ciò che incontrovertibilmente appare, ossia
nega il diventar altro delle cose, concludo accennando al motivo di fondo per
il quale l’affermazione dell’eternità di ogni essente non è in contrasto con il
contenuto che appare incontrovertibilmente, e che, in quanto tale, appartiene
alla struttura del destino - il contenuto la cui eco si fa peraltro sentire nei
concetti di esperienza, osservazione, dato, fenomeno ecc. Quando si crede che
gli enti che si manifestano non siano stati (totalmente o in parte) e tornino a
non essere (totalmente o in parte), quando cioè si crede che escano dal nulla e
vi ritornino, è impossibile (contraddittorio) che si creda che gli enti, quando
ancora sono nulla, appaiano e si manifestino già così come appaiono e si
manifestano quando incominciano a essere; ed è impossibile che si creda che
essi, annientandosi, continuino ad apparire e a manifestarsi così come appaiono
e si manifestano prima del loro annientamento. È impossibile, perché
altrimenti, nel diventar altro, il prima non differirebbe dal poi e quindi non
ci sarebbe qualcosa come un diventar altro. È quindi necessario che, quando si
crede nell’uscire dal nulla e nel ritornarvi, si creda che, quando gli enti non
sono, non appaiano nel modo in cui appaiono quando incominciano a essere, pur
apparendo ed essendo in qualche altro modo nel loro esser attesi, sperati,
temuti, supposti, previsti; ed è necessario che, quando vanno nel nulla, non
appaiano più nel modo in cui appaiono quando ancora esistono, pur apparendo ed
essendo in qualche altro modo nel ricordo, nel rimpianto, nelle varie forme in
cui ci si riferisce al passato. Ciò significa che nella misura in cui si crede
nel tempo in cui un ente è nulla (prima o dopo il suo essere), in questa misura
si crede che tale ente non appare, ossia non appartiene alla totalità degli
enti che appaiono - la quale include anche gli enti che, in quanto attesi e
ricordati, non sono un nulla. Ma, allora, Yapparire, la totalità degli enti che
appaiono in quanto tale non può nemmeno mostrare alcunché di ciò che non le
appartiene ancora (quando esso è ancora nulla) e non le appartiene più (quando
esso è ormai nulla); e pertanto l’apparire, in quanto tale, non può nemmeno
mostrare che gl’enti escono dal nulla e vi ritornano, appunto perché il loro
esser nulla non appartiene a ciò che è mostrato (come non gli appartiene
nemmeno che gli enti sono già e continuano a essere anche quando non appaiono).
Nella misura in cui qualcosa non è (ossia è nulla), in questa misura esso non
appare e pertanto l’apparire non può mostrare il suo non essere. (Facendo
corrispondere il cielo alla totalità degli enti che appaiono e il sole a uno di
questi enti, allora, quando il sole non è ancora sorto e quando è ormai
tramontato, non si può chiedere al cielo che ne sia del sole quando non si
mostra nel cielo: in questo caso il cielo non può che tacere sulla sorte del
sole.) Aristotele - si è rilevato - afferma che, quando un ente che può essere
diversamente (ossia che diviene) non appare, rimane nascosto, cioè non appare
se esso sia o non sia. Ma anche Aristotele crede, come l’intero Occidente, che
certi enti che appaiono possano non essere. Eppure non può essere l’apparire a
mostrare il non essere degli enti che, non essendo, non possono nemmeno
apparire. Il non essere di ciò che ancora non è e di ciò che non è più è dunque
una interpretazione, non una constatazione; una interpretazione che non solo
richiede un fondamento, ma che è negata dal destino della verità, che scorge in
tale interpretazione il culmine dell’estrema follia in cui l’uomo si trova.
(Tale interpretazione non ha un fondamento incontrovertibile - anche se è
sollecitata sia dal modo, spesso terribile, in cui ciò che all’uomo sta a cuore
esce dall’apparire, sia dalla constatazione che ciò che esce in quel modo
dall’apparire non ritorna più.) Ma qui ci si deve arrestare. Il linguaggio,
ora, è di fronte al tema decisivo: l’impossibilità che Tessente in quanto
essente non sia. (Sta al centro di tutti i miei scritti.) Il linguaggio è cioè,
insieme, di fronte all’essenza dell’uomo, ossia alla dimensione, già da sempre
salva, che circonda la follia del mortale e dell’Occidente. Dalla relazione
tenuta al convegno fatti e interpretazioni rivolto a un pubblico di filosofi
del diritto, tenutosi all’università di Padova, il 30 novembre 2012, e
presieduto dal magnifico rettore prof. Giuseppe Zaccaria, con la partecipazione
dei proff. Maurizio Ferraris e Giulio Giorello, e con interventi, fra gli
altri, dei Illetterati, Milanesi, Scilironi, Testoni. Da centinaia e migliaia
di anni prima della nascita di Cristo, vi sono dodici giorni, in ogni ciclo
delle stagioni, che i popoli arcaici considerano sacri. I giorni dedicati alla
rifondazione del mondo. Nelle società cristiane sono quelli che vanno dal
Natale all’Epifania. Nel loro mezzo, il Capodanno, festeggiato dovunque.
Soprattutto in quei dodici giorni, già quei popoli agiscono per ricostituire
l’integrità e la vita del mondo, consumate e perdute durante il tempo che
veniva chiamato l’anno. Ripetono la creazione originaria compiuta dagli Dèi o
dal Dio supremo. Oggi i popoli credono sempre meno nel divino; ma la loro
cultura dominante ne ripropone, sia pure in modo profondamente diverso, i tratti
essenziali. Tale cultura è la tecnica scientificamente orientata e controllata
dalla produzione capitalistica della ricchezza. La produzione di beni e di
merci richiede energia. Il consumo di energia ne richiede il rinnovo, la
reintegrazione. Richiede la ricostituzione del suo fondo. La rifondazione del
ciclo energetico ripropone la ripetizione umana della creazione divina. Il
Capodanno può essere anche la festa del ciclo energetico. Noi capiamo subito
che l’energia si consuma e dev’esser rinnovata. Ma perché quegli antichi
sentono il bisogno di rifondare periodicamente il mondo? Se non si risponde,
anche l’analogia tra tecnica e rifondazione mitica del mondo rimane sospesa nel
vuoto. Eppure quel bisogno è molto meno stravagante di quanto possa sembrare. Per
rispondere alla domanda che ci siamo posti incomincia a venire in aiuto il
concetto di volontà (un 112 aiuto di cui non si approfitta adeguatamente non
solo da parte delle scienze dell’uomo). Poi indicherò come le implicazioni di
questo concetto siano in grado di spiegare il bisogno di cui stiamo parlando -
che non è per noi irrilevante, ma è anche il nostro, e il più importante di
tutti: il bisogno di vivere. Volere è voler fare diventar altro il mondo (le
cose e sé stessi). Se non si vuole e si resta immobili, si muore. La volontà è
la vita. Ma quando la volontà apre gli occhi non ottiene subito ciò che vuole.
Si trova di fronte a qualcosa che non si lascia smuovere e trasformare:
l’Inflessibile. Per il singolo è l’ambiente familiare e sociale; per i popoli
arcaici è ciò che noi chiamiamo natura, ma che a essi si presenta, appunto,
come la Barriera di fronte alla quale l’uomo si sente impotente e muore; e in
cui la sua volontà deve tuttavia aprirsi un varco per riuscire a ottenere il
voluto e dunque per vivere. Un varco nella Barriera dell’Inflessibile, che si
presenta alla volontà come la dimensione della Potenza suprema, demonica,
divina. Nell’atto stesso in cui l’Inflessibile acquista per l’uomo il volto del
divino, in quello stesso atto l’uomo, per vivere, deve quindi flettere
l’Inflessibile, forzarne e penetrarne la Barriera, spezzarlo, squartarlo. Deve
ucciderlo. Volendo essere come Dio Adamo vuole uccidere Dio. Mangiando il
frutto che lo rende come Dio Adamo mangia Dio. Accade così che, avvertendo il
proprio essere deicida, l’uomo si senta colpevole, in debito. Il bisogno di
vivere diventa bisogno di espiazione. Ogni giorno, ogni ora, ogni istante
facciamo esperienza di ciò che, per vivere, la volontà richiede. Se il mondo ci
stesse davanti come un unico blocco che non si lascia spezzare, ci spegneremmo
subito. La volontà, per ottenere, ha bisogno di spezzarlo, di agire sui
frammenti, sulle parti del blocco. L’agire richiede l’isolamento delle parti
dal blocco e tra di loro. Oggi si crede che anche la conoscenza sia seria solo
se fa conoscere parti del mondo, non il Tutto, vanamente inseguito dalla
vecchia sapienza filosofica. La scienza chiama specializzazione la propria
conoscenza delle parti. E la tecnica, da essa guidata, agisce sempre su parti. (Anche
l’arte si chiude nel frammento.) Adamo che vuol uccidere Dio ha già un’anima
tecnica. La tecnica ha un’anima teologica. E il senso di colpa affiora anche
nell’uomo della civiltà della tecnica, ben al di là della preoccupazione per la
propria incapacità di realizzare uno sviluppo sostenibile. Per quanto ci dicono
le scienze storiche si può dire che ogni forma della religiosità arcaica (e
monoteistica) abbia al proprio centro il mito in cui lo smembramento del Dio è
la condizione dell’esistenza del mondo. Dall’Oceania alla Mesopotamia,
dall’India alle popolazioni germaniche e alle società greco-cristiane i miti
raccontano la creazione del mondo come effetto del sacrifìcio originario di un
Dio, di una Dea, di un Eroe, di uno sposo o di una sposa del Dio: Hainuwele
(Nuova Guinea), Tammuz, Dumuzi, Tiamat (Mesopotamia), Ymir (presso i Germani),
Purusha e Prajapati (India), Osiride (Egitto), Dioniso (Grecia), Cristo. La
creazione del mondo è lo squartamento del Dio, che diventa cibo dell’uomo.
L’uomo vive solo in quanto usa, consuma, gode le membra, le parti del Dio.
Anche la morte di Cristo sulla croce rende possibile la rifondazione, la
rinnovata creazione del mondo che era andato consumandosi e morendo in
conseguenza del peccato. E nel Genesi si dice che Dio si riposò nel settimo
giorno da tutto il lavoro che aveva fatto e da cui era stato dunque consumato e
indebolito. Ma il divino rimane pur sempre la fonte della vita. L’esaurirsi
della fonte è la morte dell’uomo, così come lo era l’inflessibilità originaria
del divino. E la morte è il pericolo estremo da cui ci si deve difendere.
Diventa quindi necessario che si restituisca al divino quel che gli si è tolto
e che tuttavia è stato consumato e non c’è più. È a questo punto che il genio
religioso deve inventare il sacrificio compiuto dall’uomo (che assume anche la
forma del sacrificio dell uomo) come ripetizione del sacrificio divino e dunque
come rifondazione del mondo. Acquisterà le forme più diverse, nei tempi e nei
popoli, ma l’essenza della ripetizione del sacrificio divino e della fondazione
divina del mondo è la consapevolezza della necessità che, per continuare a
vivere, non venga spenta la fonte della vita. Quando ci si convince che
qualsiasi vittima offerta dall’uomo al Dio è radicalmente incapace di assolvere
il compito gigantesco che le si assegna, allora diventa necessario credere che
sia Dio stesso a farsi uomo e vittima con la quale Dio restituisce a sé stesso
quello che la violenza e il peccato dell’uomo gli ha tolto. E quando la
filosofia, volendo dire e fare cose vere, si porterà oltre il mito da cui è
preceduta (e da cui sarà seguita), le sue prime parole (quelle di Anassimandro)
diranno che il mondo, separandosi dal divino, dovrà necessariamente dissolversi
in esso, scontando la pena dell’ingiustizia commessa con tale separazione -
dove la separazione dal Dio è l’eco dello smembramento- sacrificio mitico del
divino, e la pena da scontare è l’eco della ripetizione umana di tale
sacrificio. Quando, infine, nel nostro tempo, non si crederà più né negli dèi
del mito né in quelli della verità, e la lotta contro la morte sarà affidata
soprattutto alla Potenza suprema della tecnica, allora al consumo di questa
Potenza, cioè al suo Sacrificio, dovrà corrispondere una civiltà in cui le
saggezze e sapienze del passato, per quanto grandi e nobili, dovranno
sacrificare ogni loro aspirazione al dominio del mondo, e cioè non contrastare
il potenziamento indefinito della Tecnica. Sin dagli inizi della storia
deH’uomo il giorno del Capodanno, rifondando il mondo e aprendo un nuovo ciclo
alla vita, si sbarazza dell’anno vecchio, della vecchia terra, ricolmi delle
colpe degli uomini; e li lascia cadere nell’oblio. (Accade anche nel grande
Capodanno de\YApocalisse di Giovanni, dove l’anno della vecchia terra viene diviso
da quello della nuova.) Oggi il Capodanno rievoca soltanto le vicissitudini
della volontà: non le rivive. Ma a questo punto la questione decisiva rimane
ancora tutta da esplorare. Riguarda appunto il senso autentico della volontà -
alla quale invece ci si affida come alla cosa più sicura del mondo. Non si
scorge che la storia della volontà si svolge interamente al di fuori di quel
senso. Ora si aggiunga che quando, all’inizio, si trova di fronte
all’inflessibilità della Barriera, la volontà è insieme avvolta da essa.
Infatti non può tornare indietro. Tornando indietro, riuscirebbe non solo a far
diventare altro il mondo, ma a ottenere immediatamente tutto ciò che essa
vuole, giacché tornare indietro è lasciarsi alle spalle la Barriera che le
impedisce di trasformare il mondo. Ma la volontà riesce a vivere solo se fa
breccia nella Barriera; e il far breccia implica un tempo in cui la volontà è
bloccata e muore (è originariamente morta). E non può nemmeno, e per lo stesso
motivo, muoversi di lato, a destra o a sinistra, o verso l’alto o il basso.
Appunto per questo diciamo che all’inizio la volontà si trova di fronte
all’inflessibilità della Barriera, la volontà è insieme avvolta da essa. Le
metafore spaziali qui sopra sottolineate aiutano a comprendere perché, essendo
di fronte e insieme avvolta dalla Barriera, il far breccia in essa sia insieme
un uscire da essa. 116 Appunto per questo, all’inizio del pensiero filosofico,
Anassimandro ripropone il rapporto tra la volontà e la Barriera, dicendo che le
cose del mondo, separandosi dall’Uno, divino, ne escono - escono dal luogo da
cui proviene la loro nascita ( génesis ). Far breccia dall’esterno è lo stesso
far breccia dall’interno, uscendo da ciò da cui si è avvolti e commettendo
ingiustizia (adikia). La volontà può riparare l’ingiustizia (e qui la volontà è
il mondo stesso che si è separato dell’Uno) solo ritornando nel luogo,
separandosi dal quale essa ha commesso ingiustizia: solo morendo le cose che
hanno voluto separarsi dal divino possono rendergli giustizia per l’ingiustizia
commessa ( didónai dìken tes adikìas). E così si comprende perché le cose
debbano tornare là da dove son venute. Dove il sottinteso è che la morte subita
dalla volontà fino a che non riesce a far breccia sulla Barriera del divino è diversa
dalla morte a cui la volontà (ossia la totalità delle cose del mondo) va
incontro ritornando nel divino. Tanto diversa da far dire, in seguito, che
morire è incominciare a vivere la vera vita. Ma nel pensiero filosofico, e
innanzitutto in Anassimandro, è un sottinteso anche la ferita del divino
prodotta dalla breccia con cui la volontà riesce a uscire e a staccarsi da
esso. L’intenzione esplicita della filosofia, sin dall’inizio, è di affermare,
come dice Anassimandro, che il divino è eterno e non invecchia, è immortale e
incorruttibile; eppure la Barriera che la volontà umana trova dinanzi e attorno
a sé, a sbarrarle la strada, è sentita da essa come la Potenza dominante, sacra
e divina come il Tremendum-Fascinans, l’Inflessible che dev’essere flesso, cioè
corrotto, reso vecchio, ucciso in quanto Inflessibile, perché la volontà possa
vivere. (D’altra parte la Barriera, smembrata, è anche la condizione perché la
volontà possa cibarsi delle sue membra - e per questo, oltre che a essere il
Tremendum, essa è anche il 117 Fascinans .) E che l’uscire delle cose dall’Uno
divino sia inteso da Anassimandro come ingiustizia è il trapelare,
nell’esplicito, del sottinteso che il divino è ferito e ucciso dall’avvento
della volontà. Il pensiero della tradizione filosofica deve trattenere
nell’inespresso il sottinteso, cioè la contraddizione per la quale il divino,
in quanto trascendente il mondo, Altro dal mondo, è, insieme l’eterno e il
perituro; il mito può permettersi di evitarla sia con la fede nell’unità del divino
e del mondano (ripresa peraltro, in campo filosofico, dalle varie forme di
immanentismo), sia con la fede nell’esistenza di una molteplicità di dèi (per
la quale la morte riguarda uno o alcuni di essi ma non gli altri), sia con la
fede che il divino non muore definitivamente, ma muore e risorge. Ma, detto
questo, la questione decisiva rimane ancora tutta da esplorare. Riguarda il
senso autentico della volontà alla quale invece ci si affida come alla cosa più
sicura del mondo. Non si scorge che la storia della volontà si svolge
interamente al di fuori di quel senso. Dai Greci a Hegel la tradizione
filosofica è la volontà di indicare come si configura il contenuto del sapere
che ha il carattere dell’assoluta incontrovertibilità e stabilità: Yepistéme (alla
lettera: il sovra-stare) della verità. Tale epistéme è per Platone tò
anamàrteton (Civitas, 477, 35 - una parola che è negazione della negazione di
màrtys, testimone, colui che essendo in presenza delle cose non può errare nei
loro confronti). Dai Greci a Hegel, Yepistéme a cui compete il carattere
delfincontrovertibilità ha un contenuto che non solo è ciò che è, l’ente (tò ón
), ma è l’ente che assolutamente (pantelós) e primariamente è, l’Ente
immutabile ed eterno, il divino che è fondamento (trascendente o immanente)
degli enti che sono ma non sono assolutamente, cioè divengono, vanno dal loro
non essere al loro essere e viceversa. Per la tradizione filosofica Yepistéme è
prevalentemente sapere metafisico. Con alcune rilevanti eccezioni (ad esempio
lo scetticismo), la più profonda delle quali è l’antimetafisicismo kantiano.
Che però intende mantenere il carattere primario àe\Y epistéme della verità,
cioè l’incontrovertibilità, e che come immutabile pone la struttura a priori
della soggettività finita (immutabile, quindi, sino a che il soggetto esiste).
Si può dire allora che la tradizione filosofica è la storia
delfincontrovertibilità dell’epistéme e del modo in cui l’ente diveniente ha il
proprio fondamento nell’Ente immutabile - che nell’ epistéme metafisica è Dio.
Vessenza della filosofia degli ultimi due secoli è invece la distruzione di
questa grandiosa concezione della realtà. Distruzione, dunque, che - nella sua
essenza, appunto - è a sua volta grandiosa. Purché la si sappia cogliere. Oggi
come ieri, sia l’esistenza sia l’inesistenza di Dio sono per lo più affermate e
vissute all’interno di una fede, cioè di una scelta che da ultimo è arbitraria
(anche quando si presenta come ragionevole, rationabile obsequium). Sul piano
filosofico, il modo in cui oggi si contrappongono amici e nemici di Dio non è
per lo più consapevole della grandezza e profondità della lotta tra il presente
e il passato della filosofia. Tanto più grande e profonda, questa lotta, quanto
meno entrambi gli avversari si rendono conto che l’abbandono del passato non è
una semplice scelta o una semplice constatazione storica, ma è la fondazione
incontrovertibile delVimpossibilità del Dio metafisico. Nello stesso mondo
filosofico la grandezza di quella lotta rimane cioè sullo sfondo, o addirittura
sepolta. Non mancano certo forza e competenza, a quel mondo, che si usa ancora
dividere tra analitici e continentali. Ma le due prospettive sono molto meno
divise di quanto possa sembrare. Giacché per entrambe la fine deH’affermazione
filosofico-metafisica di Dio è per lo più fuori discussione. Tanto che in
entrambe è ormai quasi del tutto assente la discussione sull’autentico
fondamento filosofico che ha condotto alla negazione di Dio. Una negazione che
tende quindi a regredire, e nell’ambito stesso della filosofia, al livello che
è proprio della fede. Accade quindi non di rado che oggi sia la filosofia
stessa a dichiarare di non voler essere una fondazione dell’impossibilità di
Dio, ma, ad esempio, di essere la semplice constatazione che la fede in Dio,
almeno in certi luoghi del pianeta, va scomparendo; oppure di essere una
scelta, una prassi - dunque una fede, che preferisce un universo in cui Dio non
esista. Rinunciando a quella fondazione, e a ogni fondazione assoluta, la
filosofia contemporanea si presenta come quel relativismo o nichilismo
concettualmente inconsistente a cui gli epigoni della tradizione filosofica -
tra cui la Chiesa cattolica - trovano comodo o tendono a ridurre tutto ciò che
la filosofia ha pensato negli ultimi due secoli. Ma in questo modo quegli
epigoni non riescono ad avere di fronte il loro autentico avversario, e gli
avversari della tradizione filosofica ignorano la forza speculativa della tesi
che essi sostengono. Da tempo i miei scritti mostrano la distanza tra Yessenza
profonda e tendenzialmente nascosta del pensiero filosofico del nostro tempo e
il fenomeno in cui tale essenza si presenta alterata e svigorita, e che è
costituito appunto da quel relativismo e nichilismo di cui ci si può sbarazzare
molto facilmente. L’avversario autentico della tradizione filosofico-metafisica
è appunto quell’essenza. Tale essenza - si diceva - è la fondazione radicale
delfimpossibilità di Dio. Radicale significa che procede dalla radice stessa
della storia dell’Occidente, la radice che fa vivere sia gli amici sia i nemici
di Dio, sia l’essenza del pensiero filosofico del nostro tempo sia il fenomeno
di tale essenza - non filosofi e filosofi, uomini di azione e di pensiero.
Questa radice è la persuasione che le cose del mondo siano un divenire in cui
esse escono dal nulla e dopo un provvisorio soggiorno nell’essere ritornano nel
nulla. Per la filosofia che è amica di Dio questa oscillazione delle cose tra
l’essere e il nulla non è un assurdo solo se esiste un Dio immutabile ed
eterno; per Yessenza della filosofia del nostro tempo tale oscillazione non è
un assurdo solo se il Dio immutabile ed eterno non esiste. È appunto sul
fondamento della persuasione che le cose del mondo vengono dal nulla e vi
ritornino che Yessenza del pensiero filosofico del nostro tempo mostra che Dio
è qualcosa di impossibile - e che quindi è illusorio ritenere che il divenire
del mondo sarebbe un assurdo se Dio non esistesse. Tale essenza è la fondazione
radicale delfimpossibilità di Dio perché si fonda sulla radice che essa ha
comune con la tradizione filosofica da essa distrutta. In questa radice
consiste Yessenza autentica del nichilismo la cui forma più coerente si
presenta nell’essenza del pensiero filosofico del nostro tempo. Non è questa la
sede per approfondire il senso concreto di questi cenni. Qui si può solo
indicare il senso generale del discorso, rinviando, per quel suo senso
concreto, agli scritti sopra menzionati - che mostrano la Follia estrema
dell’essenza autentica del nichilismo e quindi mostrano che la persuasione che
le cose oscillino fra l’essere e il nulla è soltanto una fede. Innanzitutto,
ciò che è stato chiamato essenza della filosofia del nostro tempo ha un
contenuto storico determinato: è un nucleo, circondato da un alone che più si
distanzia dal nucleo più ne perde di vista la potenza. Per quanto è possibile
guardare nel sottosuolo essenziale della filosofia del nostro tempo, il nucleo
ha un perimetro breve. È costituito dalla dimensione centrale del pensiero di
Nietzsche e daH’attualismo di Giovanni Gentile. E, prima di entrambi - e
conosciuta da entrambi -, la filosofia di Giacomo Leopardi. All’alone
appartengono invece pensatori che oggi sono ritenuti tra i più decisivi, come
Heidegger e Wittgenstein. Non si tratta di mettere in questione la loro
importanza, bensì di rendersi conto che, nonostante essa, in modi differenti
lasciano aperta la porta a un Dio che ritorni dall’esilio in cui è fuggito. Una
porta che invece non è lasciata aperta dai pensatori di quel sottosuolo
essenziale (e dunque da Leopardi, la cui potenza filosofica, soprattutto nella
filosofia anglosassone, è completamente sconosciuta). L’essenza della filosofia
del nostro tempo consiste nel mostrare che se esistesse il Dio immutabile ed
eterno della tradizione, esso sarebbe la Legge a cui dovrebbe adeguarsi anche
il nulla da cui le cose provengono e il nulla in cui esse ritornano. Pertanto
il nulla diverrebbe un ascoltatore e un suddito di tale Legge, cioè non sarebbe
più un nulla, ma un ente. Ma la persuasione che gli enti provengono dal nulla e
vi ritornano implica necessariamente che l’ente e il nulla differiscano -
un’implicazione, questa, che sussiste anche se, nell’ambito dell’essenza della
filosofia del nostro tempo, il principio di non contraddizione è visto come
negazione del divenire e quindi è rifiutato. All’interno di quella persuasione,
la negazione dell’esistenza del Dio immutabile ed eterno della tradizione è
incontrovertibile perché tale esistenza implica necessariamente che il nulla
sia ente - il nulla senza di cui è impossibile quel divenire degli enti che sta
al fondamento non solo del pensiero metafisico (che procedendo dal divenire
intende condurre al Dio eterno) e del pensiero che invece distrugge la
tradizione metafisica, ma anche delle stesse opere e istituzioni che
costituiscono la civiltà dell’Occidente. Se si ignora tutto questo - se si
ignora cioè la grandezza della lotta tra tradizione e distruzione radicale di
essa - anche il dialogo tra credenti e non credenti rimane alla superficie,
ossia è un equivoco dove non si riesce a scorgere il dramma autentico del mondo
attuale. L’essenza della filosofia del nostro tempo mostra l’impossibilità di
porre limiti assoluti all’agire dell’uomo - e dunque a quella forma suprema
dell’agire che è la tecnica guidata dalla scienza moderna e il supremo Limite
assoluto è la Legge in cui consiste il Dio immutabile ed eterno. Oggi la
tecno-scienza non è ancora in grado di ascoltare la voce dell’essenza della
filosofia del nostro tempo. Nessuna meraviglia, visto che nemmeno la filosofia
contemporanea e il cosiddetto laicismo sono in grado di ascoltarla e si
riducono a essere una semplice fede nell’inesistenza di Dio. Ma quella voce e
la tecnica esistono, ed è inevitabile che si finisca col comprendere che la
loro unione consente la maggiore potenza di cui l’uomo abbia mai potuto
disporre. È questa unione l’autentico avversario del Dio della tradizione: non
l’incredulità dei popoli europei o il consumismo dell’Occidente. Ma il passo
decisivo verso il dialogo autentico, quello tra le due grandi forze in lotta
tra loro - l’essenza del passato e l’essenza del presente della civiltà
occidentale, ormai planetaria - è il loro prender coscienza della propria anima
comune: io. fede che le cose del mondo escono dal nulla e vi ritornano. Che non
ci sia bisogno di un Dio perché ciò accada è la fede vincente rispetto alla
fede che invece ritiene che di un Dio ci sia bisogno. Ma se ciò per cui le due
fedi si oppongono è certo grandioso, esso è ciononostante qualcosa di
subordinato rispetto all’esistenza di quell’anima comune, cioè rispetto alla
fede che le cose hanno nel nulla la loro culla e il loro sepolcro. Abbiamo più
volte chiamato fede quell’anima comune che invece, sia per gli amici sia per i
nemici di Dio, è l’evidenza suprema. Infatti a questo punto si tratterebbe di
volgersi verso il culmine del pensiero e di lasciarsi alle spalle anche quel
passo decisivo, cioè anche il dialogo autentico tra il passato e il presente
dell’Occidente. Volgendosi verso quel culmine si vedrebbe che in entrambi -
cioè sia nell’affermazione sia nella negazione di Dio - è presente il senso più
radicale del nichilismo, ossia la convinzione che le cose (ossia gli essenti,
che non sono un nulla) sono nulla: proprio perché, intesi come divenienti, sono
originariamente e conclusivamente nulla. E, come sopra si accennava, la
convinzione che ha come contenuto l’Errore estremo, l’estrema Follia, non può
essere che una fede. L’anima comune degli amici e dei nemici di Dio è l’essenza
del nichilismo, cioè dell’eccidio dell’essere. E, insieme, è la forma
fondamentale dell’omicidio. La convinzione che l’uomo, di per sé, sia nulla, e
come le altre cose sia il prodotto di Dio o del Caso, è infatti il requisito
essenziale perché si decida di rendere l’uomo un nulla. (Ma ogni decisione non
è forse, ormai, la volontà di far passare le cose dall’essere al nulla e dal
nulla all’essere? Non è forse, ogni decisione, un eccidio? Il linguaggio stesso
non avvicina forse il de-cidere e l’uc-cidere?) Nonostante il riconoscimento
altissimo e crescente della sua grandezza poetica e filosofica, il genio di
Leopardi, insieme al genio di Eschilo, è forse quello di cui meno si è visto il
carattere decisivo nello sviluppo storico della civiltà - dunque non soltanto
della cultura - occidentale. L’accostamento dei due nomi non è casuale. Eschilo
appartiene al ristretto convegno di sovrani con il quale incomincia la
filosofia. Appunto per questo la sua poesia è tragica. La filosofia, infatti,
porta alla luce il pericolo estremo: che il divenire delle cose del mondo è il
loro venire dal nulla e il loro ritornare nel nulla, da cui non si ritorna più,
sì che anche la morte dell’uomo assume il volto e l’anima tragici
dell’annientamento. Se non ci si rivolge a questo, che è il passato essenziale
dell’Occidente, si perde di vista il senso autentico di ciò che Leopardi ha
inteso dire nelle sue prose e nelle sue poesie. Anche quel portare alla luce è
qualcosa di assolutamente inaudito. La filosofia è la radice del tragico perché
intende lo sta -re nella luce (nella quale essa stessa consiste) come la sta¬
bilità del sapere che non può essere in alcun modo scosso o smentito. La
filosofia evoca il senso stesso della sta-bilità assoluta del sapere
innegabile. La chiama, appunto, epi-sté- me (in cui risuona lo sta -re e che
inadeguatamente traduciamo con la parola scienza). La stabilità dell ’epistéme
è l’essenza della verità. Porta oltre i millenni dell’esistenza guidata dal
mito. Ma proprio perché attribuisce questa stabilità al sapere che afferma il
divenire dove le cose escono e ritornano nel nulla (proprio perché afferma che
Tesser preda del nulla è verità), la filosofia getta l’uomo nelYangoscia più
profonda, più profonda di quella di cui il mito è il rimedio e che ancora non
si è imbattuta nel nulla. Il mito conferisce al mondo un senso che non si
mostra nella luce, ma è voluto, e quindi, da ultimo, è una fede, un arbitrio,
anche se chi vive nel mito non se ne avvede e crede che esso mostri la realtà.
Tuttavia la filosofia è, insieme, la radice del senso che la tradizione
dell’Occidente conferisce alla salvezza, perché fa sorgere nell’uomo anche la
ricerca del saldo rimedio (secondo l’espressione di Eschilo) contro il dolore e
l’angoscia. Sin dall’inizio il pensiero filosofico porta alla luce l’esistenza
di un Principio {arche) divino, eterno e incorruttibile, sì che la nascita
delle cose è dovuta al loro separarsi da esso e la loro morte è il loro farvi
ritorno, lasciando nel nulla l’ingiustizia, ossia tutto ciò che nelle cose è
l’effetto di quella separazione (Anassimandro). Il Principio custodisce da
sempre e per sempre tutto ciò che preme all’uomo. Anche nel mito il rimedio che
dà senso al mondo e al dolore è avvolto dal divino, e tuttavia non si mostra
nella luce, non è saldo. Eschilo, per primo in modo esplicito, porta alla luce
che Yepistéme della Verità, come coscienza del proprio contenuto divino, è il
fondamento della salvezza e della felicità. Questo pensiero è il fondamento di
ogni forma culturale e pratica della tradizione dell’Occidente. Ed è espresso da
Eschilo con un linguaggio che non può essere quello comune e che solo
impropriamente è riconducibile al teatro nel senso corrente della parola.
Théatron, per Eschilo, è la ricerca che culmina nella contemplazione della
Verità. Il dialogo di Platone, in cui la tragedia (e l’arte in genere) viene
radicalmente condannata, non capisce di avere nel teatro di Eschilo il proprio
più potente predecessore. Leopardi, per primo, rovescia tutto questo; dice
tutto l’opposto. Porta alla luce l’impossibilità e l’illusorietà del quadro
grandioso della tradizione occidentale. Un altrettanto grandioso, terribile e
inevitabile gesto, quello di Leopardi, la cui potenza è rimasta incompresa
anche da quanti (come lo stesso Nietzsche) hanno visto in lui uno dei culmini
della cultura europea. Ma come è possibile capire questo gesto - presente in
ogni verso, anzi in ogni parola di Leopardi - se non si ha dinanzi che cosa in
questo gesto resta distrutto, ossia ciò che qui sopra abbiamo sommariamente
tentato di indicare? A proposito di un passo di Diogene Laerzio, in cui si
richiama il fondamentale principio di Socrate, Leopardi afferma: Oggidì
possiamo dire tutto l’opposto. Possiamo: nel senso che dobbiamo, che è
necessario, che è tutto l’opposto a dover esser portato alla luce dalla filosofia.
Che cosa si dice in quel passo? Che per Socrate vi è un solo bene [ agathón ],
Yepistéme, e vi è un solo male [kakón], il non sapere [ amathìan ], cioè la
privazione di quel sapere (màthos ) in cui Yepistéme consiste. Ogni bene,
infatti, è tale solo se è vero, se appare non nell’opinione, nella fede, nel
mito, ma nella luce della epistéme della verità. Ed esiste un rimedio contro
l’angoscia, il dolore, la morte, solo se esso è un vero, saldo rimedio; il Dio
salva l’uomo solo se il Dio e la salvezza da lui data sono portati alla luce
dall’ epistéme della verità. Quest’ultima è dunque la radice di ogni bene, e,
in questo senso, è l’unico bene. Il male è il dolore, la morte e l’angoscia che
ne deriva; il bene è la felicità e la salvezza del male, prodotte dalla
conoscenza della verità, il cui contenuto è, da ultimo, l’Ordinamento divino
del mondo. Ma, dicevamo, Leopardi mostra che è tutto l’opposto, cioè che
Yepistéme è l’unico male e che il non sapere (amathia ) è l’unico bene. Alla
base di quest’ultima, che è una conclusione decisiva, sta la scoperta
angosciante che non può esistere alcun Principio eterno, incorruttibile,
divino, e che quindi tutte le cose sono nulla, perché sono circondate dal nulla
infinito che le precede, le segue e le attraversa. Se esistesse un Essere
eterno e divino, incorruttibile custode di tutte le cose che nascono e muoiono
- si è qui al cuore deirultrafilosofia di Leopardi -, il loro provvisorio
sporgere dal nulla sarebbe una semplice e illusoria apparenza; laddove l’uscire
dal nulla e il ritornarvi sta al centro della verità che per l’intero Occidente
è l’assolutamente innegabile. Proprio perché l’esistenza del divenire è
innegabile, la verità è che l’Eterno, l’Infinito è impossibile. Questa, la
potente anticipazione, da parte di Leopardi, della nietzscheana morte di Dio.
Ma, diversamente da Nietzsche, per Leopardi il nulla è il Principio di tutte le
cose. Meglio allora per l’uomo non saperla, la verità, che saperla; meglio
Yamanthìa che Yepistéme. (Soprattutto a questo punto vanno tenuti presenti Il
nulla e la poesia, cit., e Cosa arcana e stupenda, cit., che ho pubblicato per
Rizzoli rispettivamente nel 1990 e nel 1997, e, per quanto riguarda Eschilo, Il
giogo. Alle origini della ragione: Eschilo, Adelphi 1989). Leopardi può in tal
modo portare alla luce il legame profondo che unisce Yamanthìa, l’ignoranza
della verità, alla poesia e all’arte in generale. Anche qui, molti decenni
prima di Nietzsche, Leopardi mostra che la poesia è illusione, inganno,
menzogna, senza di cui la vita sarebbe però impossibile. Non si tratta della
poesia ridotta a fenomeno letterario, ma della poesia potente, dove ad esempio
il poeta incita l’esercito dalla battaglia o di quella dove il canto fa
sopportare il dolore e la morte. Nell’illusione poetica - che peraltro da gran
tempo inganna la fantasia, non l’intelletto - l’uomo crede di essere in
rapporto all’Infinito e aH’Eterno. In un primo tempo Leopardi crede che, per
illudere, la poesia non debba mostrare la verità, cioè la nullità di tutto - e
il canto L’Infinito è una delle espressioni più alte di questo primo
atteggiamento, dove il naufragio nel mare delFInfinito è dolce. Ma poco dopo
egli sviluppa la grande teoria del genio che unisce nella propria opera la
verità terribile dell’esistenza e la potenza poetica: unione di filosofia e
poesia. Qui l’Infinito e l’Eterno non costituiscono più il contenuto del canto,
ma, sia pure provvisoriamente, convergono nella potenza del canto, in modo che
l’anima riceve vita, se non altro passeggera, dalla stessa forza con cui sente
la morte perpetua delle cose e sua propria. Infinita ed eterna è questa forza:
non nel senso che il genio si sostituisca a Dio, ma nel senso che la forza, pur
sempre finita e caduca, con cui egli riesce a esprimere la morte, cioè la
finitezza e caducità di tutte le cose (e quindi di sé stesso) è l’unica forma
di vita della cui infinità e eternità ci si può ancora illudere. E sono la
suprema salvezza e consolazione concesse a chi non può salvarsi né essere
consolato. La ginestra è il fiore del deserto. Il deserto è la morte e nullità
di tutte le cose; il fiore è il genio. Egli è mortale, nasce per morire, e
questa nascita è natura. Ma nobile. Nobil natura. La sua nobiltà è la capacità
di tenere uniti il suo profumo (la potenza del canto) e Yepistéme della verità
che vede il deserto. [...] di dolcissimo odor mandi un profumo, / che il
deserto consola. Ora la dolcezza non si addice al naufragio nel mare
dell’Infinito illusoriamente cantato come reale: l’Infinito è morto (è
distrutto Iddio, scrive Leopardi, anticipando il Dio è morto di Nietzsche) e il
deserto ne ha preso il posto. Nobil natura è quella che a sollevar s’ardisce
gli occhi mortali incontra al comun fato, e che con franca lingua, nulla al ver
detraendo, confessa il mal che ci fu dato in sorte. Il pensiero poetante del
genio ha l’ardire di guardare con occhi mortali la morte (il comun fato), non
nasconde la verità, non le detrae nulla. Egli non è l’uomo comune, per il quale
Yepistéme è l’unico male e Yamanthia l’unico bene, ma è la nobile natura che
unisce Yepistéme dXYamanthìa del canto poetico e che intende come vero amore il
porgere agli uomini questa unione. Come vero amore e come unico rimedio di cui
gli uomini, dopo quello di Dio e della Tecnica, potranno, sia pur fugacemente
godere, prima che il fuoco del vulcano ardente abbia a distruggere la ginestra,
il fiore del genio, che cresce vicinissimo al fuoco annientante, perché ne vede
il vero senso, e insieme lontanissimo, perché il suo profumo consola il
deserto. Il genio che consola il deserto non è la volontà dell’oltreuomo che,
in Nietzsche, accetta il deserto e ne vuole l’eterno ritorno. Ma se si
prescinde da questa tematica di Nietzsche, da questa vetta della
contemplazione, come egli la chiama, che si porta ancora più in alto della
vetta raggiunta dal pensiero di Leopardi (un pensiero il cui linguaggio sta
tuttavia più in alto del linguaggio di Nietzsche), allora si può dire che sia
come filosofia sia come poesia il pensiero di Leopardi è, di diritto, il
pensiero che più si addice all’Occidente e, ormai all’intero pianeta. Se ciò
che viene portato alla luce dall’ epistéme della verità è il vortice che getta
le cose nel nulla dopo averle per un poco sottratte all’abisso del nulla,
allora il pensiero di Leopardi indica la conclusione inevitabile della storia
dell’Occidente e del mortale. Ma proprio a questo punto si fa innanzi la
questione decisiva. Possiamo formularla così: è così indiscutibile che quel
vortice - in cui crede sia la tradizione dell’Occidente, sia la distruzione di
essa, avviata dal pensiero di Leopardi - appartenga all’evidenza assoluta, cioè
all’assolutamente indiscutibile? Ogni linguaggio è problematico: non solo quel
che esso dice lo dice all’interno di un’interpretazione, che non può mai essere
una verità assoluta, ma lo stesso esser linguaggio del linguaggio è il
contenuto di una interpretazione. Noi dialoghiamo perché, nonostante la
problematicità dell’interpretazione - che non si riferisce soltanto al
linguaggio delle parole, ma anche a quello del comportamento, ma poi a tutte le
cose dalla terra e del cielo -, abbiamo fede (per lo più inconsapevolmente) che
il nostro interlocutore (se esiste) sia a sua volta un interpretare e ponga a
fondamento del suo interpretare le stesse regole che noi, e, daccapo, per lo
più inconsapevolmente, poniamo a fondamento del nostro. Ma anche noi - e
anch’io - siamo contenuti di una interpretazione. Di solito quelle regole non
vengono messe in discussione. Ad esempio che esista un prossimo, una società,
che certi eventi sensibili siano linguaggio, che un certo oggetto sia un libro
e che sia scritto in una certa lingua. È all’interno di queste regole e del
tipo di interpretazione che ne scaturisce in virtù di certe altre regole -
analoghe alle regole di trasformazione di cui parla la logica - che appare
qualcosa come Storia dell’uomo. Storia dell’Occidente, o come Aristotele o
Nietzsche (o un certo Nietzsche). Con queste considerazioni non si intende
affermare che ogni sapere sia interpretazione. Anzi, solo sul fondamento dell’apparire
della verità autentica si può affermare che un certo ambito delle convinzioni
umane è interpretazione, ossia non-verità. Nietzsche appartiene all’esito
inevitabile della storia del pensiero occidentale - e della stessa civiltà
dell’Occidente (cfr. E.S., L’Anello del ritorno, Adelphi). L’attenzione
maggiore deve essere dunque rivolta all ’inevitabilità della distruzione del
passato, a cui Nietzsche ha potentemente contribuito. Che Dio sia morto non è
dovuto alla semplice circostanza che - come lo stesso Nietzsche qualche volta
ritiene - la gente non crede più in Dio. La tendenza dei popoli è indubbiamente
questa - nonostante il peso che le religioni hanno riacquistato negli ultimi
tempi. Ma le tendenze, anche, si possono invertire. Se domani i popoli si
rivolgessero di nuovo a Dio dovremmo forse dire che Dio è risorto? L’obbiezione
storica decisiva, che per Nietzsche consisterebbe appunto nell’attuale
incredulità della gente, non ha nulla di decisivo. La potenza del pensiero di
Nietzsche sta altrove. Non la si trova nemmeno quando si riduce il pensiero di
Nietzsche al prospettivismo - che sostanzialmente non differisce dallo
scetticismo. (Che peraltro può presentarsi in forma non ingenua quando - di
fronte ad avversari che si limitano a rilevare la contraddizione della sua tesi
che sostiene la verità dell’inesistenza di verità - esso può replicare
chiedendo per quale motivo non ci si debba contraddire; e a questa sua domanda
ben pochi sono in grado di rispondere in modo adeguato.) Nella sua essenza autentica
- tanto più autentica quanto più nascosta e quanto più rara - il pensiero del
nostro tempo non è scetticismo. Non lo è, certamente, il pensiero di Leopardi e
di Giovanni Gentile. Costoro, insieme a Nietzsche, seminano l’essenza del
nostro tempo. L’essenza del nostro tempo conduce alla sua forma più rigorosa
l’essenza dell’Occidente, cioè la fede nell’esistenza del divenire, inteso
nella configurazione ontologica che i Greci una volta per sempre gli hanno
assegnato: la fede nell’evidenza originaria e irrinunciabile di tale
configurazione. Appunto sul fondamento della fede nell’evidenza del divenire -
inteso secondo tale configurazione - Nietzsche (come Leopardi e Gentile) mostra
l’impossibilità di Dio. Si tratta di capire l’incontrovertibilità - Yinevitabilità,
appunto - di questa fondazione. Che Dio sia morto - cioè che non sia mai stato
vivo se non nella volontà dei popoli - è una necessità. Si tratta di capire il
senso di questa necessità. E, insieme, di capire che Nietzsche porta al culmine
la storia dell’Occidente anche perché mostra che la forma di potenza che la
tecnica è destinata ad assumere per essere la potenza suprema è la potenza
della volontà che vuole l’eterno ritorno di tutte le cose. Capire cioè che,
proprio perché è necessario che Dio sia un morto, proprio per questo è
necessario l’eterno ritorno di tutte le cose ed è necessario che tale ritorno
divenga il contenuto essenziale della volontà che costituisce la tecnica. Nel
Così parlò Zarathustra di Nietzsche il Dio che non può esistere è chiamato da
Zarathustra l’Uno, il Pieno, il Satollo, l’Immoto, l’Imperituro. La fede nel
divenire, che accomuna tutti i pensieri e tutte le opere dell’Occidente,
implica con necessità l’impossibilità dell’esistenza di questo Dio. Zarathustra
dice: Affinché vi apra tutto il mio cuore, amici, se vi fossero degli dèi, come
potrei sopportare di non essere Dio! Dunque non vi sono dèi ( Sulle isole
beate). Ma nell’ Anello del ritorno si mostra che la premessa autentica di quel
Dunque è quanto Zarathustra dice verso la fine del capitolo: Che cosa mai
resterebbe da creare se gli dèi esistessero?. Ma nemmeno questa è
un’affermazione che non abbia bisogno di essere compresa. Nietzsche aveva
ragione ad affermare l’indispensabilità di una cattedra universitaria per la comprensione
di Così parlo Zarathustra, da lui considerato il più importante dei suoi
scritti. Se si vuole richiamare in astratto la sequenza essenziale che
costituisce la grandezza del suo pensiero, ci si può esprimere così: la
creazione e l’annientamento delle cose sono l’evidenza originaria. Tale
evidenza implica con necessità l’impossibilità di ogni Dio. La stessa necessità
che implica tale impossibilità comporta l’eterno ritorno di tutte le cose, il
ritorno che in quanto voluto dalla volontà di potenza conferisce alla tecnica
la potenza estrema (dove l’essenziale è la configurazione concreta di tale
necessità). Questa è una indicazione astratta. Senza la concretezza
corrispondente (a cui L’anello del ritorno si rivolge) si fa poca strada. Ma è
l’indicazione della sequenza essenziale. Ciò significa che tale sequenza non
esprime le molteplici tematiche che nel discorso di Nietzsche le sono più o
meno strettamente connesse. Credo che l’interpretazione della sequenza
essenziale presente neWAnello del ritorno esprima qualcosa che appartiene a
Nietzsche: l’essenziale, appunto. Se ciò non fosse (ma non mi è nota alcuna
alternativa che abbia la capacità di modificare questa mia convinzione), ebbene
non avrei troppe difficoltà ad affermare - modestia invita - che quella
sequenza non cesserebbe di essere essenziale, per la storia dell’Occidente (non
cesserebbe di esserne il culmine), per il fatto di non appartenere a Nietzsche.
b) Affinché vi apra tutto il mio cuore Che cosa mai resterebbe da creare se gli
dèi esistessero? Nulla! Questa è la risposta richiesta dall’interrogativo
retorico. Creare e annientare: sono gli aspetti fondamentali del divenire,
secondo il senso che i Greci hanno assegnato al divenire: andare dal non essere
all’essere e dall’essere al non essere. Creare: condurre nell’essere ciò che
non era, che era nulla. Annientare: riportare nel nulla ciò che era riuscito a
essere. Negare l’esistenza del creare e dell’annientare è negare 1’esistenza
del divenire, ossia di ciò che per l’Occidente è l’evidenza suprema. Che cosa
mai resterebbe da creare, all’uomo, se gli dèi esistessero? Nulla! L’esistenza
degli dèi rende impensabile la potenza creativa e annientante dell’uomo cioè la
vita dell’uomo - giacché è questa potenza a formare il centro di ogni divenire,
e dunque il centro dell’evidenza originaria. Ma perché l’esistenza degli dèi
rende impensabile e impossibile il creare e l’annientare dell’uomo?
Incominciamo a rispondere dicendo il motivo per il quale Zarathustra
attribuisce al dio i caratteri dell’esser l’Uno e il Pieno e l’Immoto e il
Satollo e l’Imperituro. È ben più profondo di quanto non sembri a prima vista.
Il dio è pieno e sazio. Pieno di tutta la realtà, che sta raccolta
nell’immutabile e imperitura unità che lo costituisce e lo sazia. Il dio è questa
unità anche se lo si pensa separato dal mondo. Il mondo non aggiunge nulla alla
pienezza del dio, che dunque è sazio anche se ha lasciato al di fuori di sé il
mondo. Pertanto il dio prescrive sé stesso a tutte le cose. Ne è la Legge. Egli
non può non prescrivere sé stesso; non solo a tutto ciò che è già, ma anche a
tutto ciò che sarà e a tutto ciò che è già stato. Se qualcosa, al di fuori del
dio, avesse una propria legge, un proprio ordine e senso, una propria vita,
diversi da quelli in cui il dio consiste, il dio non sarebbe ancora sazio,
avrebbe ancora qualcosa di cui potersi saziare. Egli prescrive sé stesso al
presente, al passato, al futuro, al tutto, prescrive la propria costituzione,
cioè la legislazione in cui egli consiste e che egli proietta intorno a sé, nei
secoli dei secoli, catturando e mantenendo tutto dentro di sé, sazio da sempre
e per sempre. È già sazio di tutto. All’uomo e al divenire dell’uomo e della
terra non resta dunque nulla. Nulla da creare e da annientare. Il divenire sarebbe
impossibile, se vi fossero degli dèi. Se vi fossero, come potrei sopportare di
non essere dio!?, dice Zarathustra. Non si tratta di una esclamazione vana e
infine patetica. L’insopportabile non è tale per un individuo dalle molte
pretese, ma per il pensiero che intende vedere la verità e che non può
sopportare che l’esistenza del dio renda impossibile e impensabile la verità,
cioè l’evidenza originaria e irrefutabile del divenire. Il dio è infatti la
Legge suprema a cui tutto deve adeguarsi, che non può tollerare che dal nulla
emerga una novità da lui non prevista, la quale sconvolga la sua legislazione e
mostri che solo apparentemente egli era sazio e immoto. Con la propria pienezza
e sazietà egli ha già raggiunto tutto e non può essere raggiunto e sorpreso da
alcunché. È pieno perché ha riempito tutto di sé. Che cosa resterebbe da
creare, che divenire resterebbe, se egli avesse tutto riempito con la Legge; in
cui egli consiste e avesse raggiunto e occupato futuro, passato, presente,
imponendo al futuro di non essere un futuro, un ancor nulla, ma di esser già
una regione totalmente adeguata alla Legge; e, trattenendo a sé il passato,
impedendogli di essere un ormai nulla e prescrivendogli quindi di non sottrarsi
alla Legge, andandosene in una regione dove si possa essere liberi da essa? Che
vita resterebbe all’uomo da vivere se tutto questo dovesse esistere? Nessuna.
Eppure è evidente che l’uomo vive. Dunque dio non può esistere. Il divenire
implica che esista un non essere da cui gli enti divengono e in cui ritornano.
Ma un dio immutabilmente pieno e sazio ha già da sempre riempito tutti gli
spazi vuoti del non essere: da essi non può provenire alcunché di cui egli non
sia già sazio, e nemmeno nel vuoto in cui le cose si portano possono trovarsi
mondi ed eventi di cui egli non si sia ancora impadronito o che si sia lasciato
sfuggire di mano. Ciò significa - ecco il tratto decisivo e fondamentale - che
1’esistenza del dio, la cui legislazione si estende al tutto e alla totalità
del tempo, trasforma il non essere, che è necessariamente richiesto dal
divenire, in un ascoltatore e in un suddito dell’essere. Il dio identifica il
nulla con l’essere, e quindi cancella il divenire, cioè l’evidenza originaria e
suprema del pensiero e delle opere dell’Occidente. Molti a questo punto possono
domandarsi se sia così scandaloso per Nietzsche che il nulla sia essere e
l’essere sia nulla. Non è forse ben nota la spregiudicatezza di Nietzsche nei
confronti dei principi logici? Eppure, chi crede nell’esistenza del divenire,
quella spregiudicatezza non può averla - o ha un senso del tutto diverso da
quello che comunemente le si assegna. Credere nel divenire significa infatti
credere nella differenza tra il prima e il poi, tra ciò che ancora non è, ed è
un nulla, è ciò che ormai è, tra ciò che è ciò che ormai non è più e daccapo è
nulla. Tutte le forme di negazione del principio di non contraddizione proposte
dal pensiero del nostro tempo negano tale principio in quanto esso si presenta
ai loro occhi come negazione del divenire, ossia come negazione del senso
autentico della non contraddittorietà, del senso consistente appunto nella
ineliminabile differenza, nella struttura del divenire, tra il prima e il poi,
tra l’essere e il nulla. Oggi si crede che i problemi dell’uomo possano essere
risolti da un ritorno ai valori, alla tradizione dell’Occidente e soprattutto
alla radice di tutti quei valori, che è Dio. Ma è un passato che agli occhi di
Nietzsche si presenta come una foglia secca, ancora attaccata al ramo - una
grande foresta disseccata che all’uomo della tradizione appare ancora come una
vegetazione animata dalle linfe della terra e quindi ancora capace di guidare
l’umanità. Ma se Dio è veramente morto 139 come è ancora possibile questa
illusione? c) Eterno ritorno e tecnica La seconda parte di quella che sopra
abbiamo chiamato la sequenza essenziale del pensiero di Nietzsche afferma che
la stessa necessità che implica l’inesistenza di Dio implica anche l’eterno
ritorno di tutte le cose. Si può esprimere questa tesi anche dicendo che in
Così parlò Zarathustra non si deve perdere di vista la concatenazione
essenziale di tre capitoli che nel testo compaiono invece separati l’uno
dall’altro: Sulle isole beate, Della redenzione. La visione e l’enigma. La
visione e l’enigma racconta l’eterno ritorno di tutte le cose. Zarathustra
racconta che ci sono due strade, una che procede in avanti, l’altra
all’indietro. Da come si presentano, non si dovrebbero mai incontrare; eppure,
assicura Zarathustra, si incontreranno e tutte le cose che camminano su di esse
si ripresenteranno, e infinite volte, così come una volta si sono presentate -
ad esempio questo ragno e questo chiaro di luna e il colloquio tra Zarathustra
e il nano. Zarathustra, qui, racconta. Eppure a Nietzsche è del tutto estranea
la volontà di raccontar miti. La sua è una gaia scienza. Gaia; ma scienza. Non
la scienza come epistéme che afferma resistenza di Dio, ma come conoscenza che
tuttavia intende essere incontrovertibile e innanzitutto affermazione
incontrovertibile dell’esistenza e dell’evidenza del divenire di tutte le cose
e, su questo fondamento, conoscenza incontrovertibile della morte di Dio, ossia
di ciò che rende impensabile e impossibile resistenza del divenire. Il pensiero
di Nietzsche appartiene al culmine dell’essenza autentica del nichilismo -
all’essenza cioè cui si rivolgono i miei scritti mostrando la Follia estrema -;
ma, proprio perché è la forma più radicale del nichilismo, esso è anche la
forma più radicale di fedeltà alla fede nel divenire. Gli amici di Dio, che pure
fondano questa loro amicizia su tale fede, non posseggono tale fedeltà. Appunto
per questo sono destinati al tramonto e a essiccare anche se sono attaccati ai
rami. Il genio di Nietzsche sta nel rendersi conto che il rapporto fra la
creatività dell’uomo e Dio è del tutto analogo al rapporto fra tale creatività
e il passato. Come il Dio immoto, imperituro e sazio è immodificabile dalla
volontà umana, così il passato si presenta all’uomo come immodificabile dalla
sua volontà. Sul passato non si può più intervenire, non lo si può cambiare.
Così fu. Ma questa - agli occhi della fede nel divenire - è la voce della
non-verità; come è la voce della non-verità quella che afferma che Dio è vivo.
Il passato possiede la stessa anima, la stessa essenza dell’anima e
dell’essenza di Dio. Come l’immutabilità di Dio rende impossibile il divenire,
così il divenire è reso impossibile daH’immutabilità del passato. Sebbene
Zarathustra non usi queste espressioni, si può dire che anche il passato -
quando sia visto da chi riesce a portarsi oltre l’uomo - è l’Uno e il Pieno e
l’Immoto e il Satollo e l’Imperituro. La sua esistenza è infatti la
legislazione che condiziona tutto il futuro. Non in senso deterministico, ma
nel senso che anche quando ci si vuole liberare dal passato e dai suoi
condizionamenti non si può evitare che esso sia stato così come è stato, sicché
la liberazione da ciò che non può essere diverso da come è stato non può
renderlo diverso da sé e non può non esserne condizionata. Una liberazione
apparente. Ci si potrà proporre di evitarne le conseguenze, ma non si potrà
evitare che la totalità del futuro si mantenga in relazione a ciò che non potrà
mai diventare diverso da sé e a cui ogni futuro si dovrà quindi adeguare in
questo senso più profondo. In nessun luogo del divenire si potrà evitare di
rimanere in relazione con ciò che non potrà mai non essere più ciò che è stato.
La coscienza umana può ricercare il passato - pensa la fede nel divenire -, ma
è prigioniera della convinzione di non poter far sì che ciò che è stato non sia
stato. La legislazione in cui anche il passato consiste potrà essere
dimenticata ma non distrutta, e quindi anch’essa riempie di sé ogni spazio
vuoto del nulla in cui il futuro consiste. Anche questo nulla diventa quindi un
ascoltatore del passato, un passato esso stesso; così come il nulla implicato
dal divenire diventa, con resistenza di Dio, un ascoltatore e un suddito di
essa, diventa cioè un essere. Proprio perché non può essere modificato o
annientato, il passato è il macigno che anticipa il futuro, e quindi lo
annienta. Se esistesse un Immutabile, nessun evento, per quanto lontano nel
futuro, potrebbe non tenerne conto, ossia potrebbe configurarsi
indipendentemente da esso. Inoltre, da un lato il passato è ciò che è diventato
nulla; dall’altro lato, tuttavia, ha un contenuto positivo che non rinuncia a
sé stesso e al suo imporsi al futuro, così come non vi rinuncia Dio; sì che
anche in questo senso il così fu è l’identificazione del nulla e dell’essere.
Anche il futuro, quindi, sino a che l’uomo crede che il passato sia
immodificabile, si presenta come qualcosa che non proviene più dal nulla -
secondo quanto è richiesto dall’essenza del divenire -, ma proviene dal macigno
del passato, da cui dipende come si dipende dal macigno di Dio. Come Dio, anche
l’immodificabilità del passato implica la negazione del divenire, cioè di
quella novità autentica che è la nullità di ciò che è ancora un futuro. Come
Dio, anche il passato anticipa tutto, trasformando il nulla, senza di cui non
ci può essere divenire, in un essere, in un ascoltatore del passato. Pertanto,
come è necessario affermare che Dio è morto, così è necessario affermare che è
morto anche il passato, in quanto esso è pensato e vissuto come l’assoluta
immodificabilità del così fu. La creatività della volontà implica cioè
necessariamente la sua capacità di trasformare il passato, di volere il passato
come si vuole il futuro. Si tratta ora di indicare come ciò sia possibile. d)
Volere Veterno ritorno e volere il passato Ancora sulla base di Così parlò
Zarathustra - che nonostante i suoi tentativi di sviare il lettore contiene
tutti gli elementi che rendono la dottrina dell’eterno ritorno una conseguenza
inevitabile della fede nel divenire - richiamiamo dunque il modo in cui
Zarathustra mostra come la volontà possa volere il passato (il che essendo già
stato fondato da quanto è stato qui sopra rilevato), senza essere una semplice
velleità. La volontà è il tratto essenziale del divenire. La sua libertà è
innanzitutto il suo liberare da Dio e dal passato, e in generale da ogni forma
che gli immutabili possono assumere. Proprio per questo, è libera nel senso che
non è sottoposta ad alcun disegno prestabilito. Non solo essa è casuale: è il
caso stesso. Se essa si presenta dapprima come volontà che vuole il futuro,
ormai Zarathustra ha mostrato l’unilateralità di questo aspetto della volontà,
cioè ha mostrato che essa è padrona del passato come del futuro. Essa vuole
anche il passato. Ma essa non può volerlo separatamente dal proprio volere il futuro,
perché altrimenti il futuro, una volta voluto e ottenuto, diventerebbe un
passato su cui la volontà non ha potenza. È cioè necessario che il volere in
avanti - il volere che vuole il futuro - sia lo stesso volere che vuole a
ritroso, ossia che vuole il passato. Questa identità è possibile solo se
volendo in avanti si percorre un circolo: un percorso in cui si finisce col
ritornare al punto di partenza. Il percorso circolare - l’anello del ritorno -
rende possibile che, volendo il futuro, si voglia per ciò stesso il passato.
Solo se il divenire del mondo è un circolo, e un circolo che ritorna su di sé
alfinfinito - un anello del ritorno -, la volontà che vuole il futuro vuole per
ciò stesso il passato, e lo ottiene come ottiene il futuro. Ogni punto del circolo
è un punto di partenza. Altrimenti, se esistesse un punto privilegiato, esso
sarebbe il punto immutabile, Yarchè del processo: sarebbe, daccapo, un Dio
immutabile che anticiperebbe in sé la totalità del divenire, vanificandola. Il
circolo non ha né inizio né fine, nemmeno se inizio e fine sono il nulla (come
invece pensa Leopardi con un rigore che è massimo all’interno di una
prospettiva in cui, tuttavia, non si vede ancora la necessità dell’eterno
ritorno di tutte le cose), perché anche in questo caso il divenire avrebbe una
direzione, cioè sarebbe sottoposto a una legge che attribuirebbe al nulla i
tratti che sono propri dell’anticipazione divina del tutto. Se il nulla stesso
fosse l’origine unica e inamovibile da cui tutto proviene e il termine a cui
tutto ritorna (anche la scienza e in particolare la cosmologia si muovono per
lo più nei paraggi di questa tesi), il nulla preordinerebbe il futuro e
riceverebbe il passato in modo analogo a quello in cui il futuro e il passato
sono rispettivamente preordinati e conservati da Dio. Ciò non significa che il
futuro non sia un uscire dal nulla e il passato non sia un ritornarvi:
significa escludere che i nulla del futuro e del passato si distacchino dai
punti del circolo dell’eterno ritorno e si configurino come dimensioni
teologiche, immutabili, dominanti ed esterne rispetto alla casualità del
divenire. Nemmeno il nulla può essere lo scopo e il riposo eterno dell’uomo.
L’esistenza non ha senso. Che il divenire abbia un senso è un modo di affermare
che il divenire è guidato da un Dio. Appunto perché è 144 impossibile che un
qualsiasi immutabile esista, è necessario che il divenire - e cioè il tutto, la
totalità di ciò che esiste - sia assolutamente senza senso. Come è impossibile
un inizio assoluto, così è impossibile uno scopo assoluto. Il pensiero di
Nietzsche mostra dunque non solo che ogni Dio, cioè ogni Immutabile, rende
impotente la volontà, ma che la forma più potente della volontà è quella in cui
la volontà vuole l’eterno ritorno di tutte le cose. Sino a che la scienza
guiderà la tecnica assumendo la potenza come una volontà che vuole soltanto in
avanti e che non sa di avere potenza anche sul passato, ossia non sa di essere,
essa, l’eterno ritorno di tutte le cose, la tecnica non potrà raggiungere la potenza
massima cui è destinata. Il destino della tecnica è di ascoltare la voce
dell’eterno ritorno di tutte le cose e di realizzare l’epoca della potenza
massima raggiungibile dall’esistenza (e a sua volta destinata a declinare, a
ridursi, per poi ricomparire infinite volte). La tecnica è destinata a volere
l’eterno ritorno di tutte le cose. Questa è la dottrina di Nietzsche che ancora
è la più lontana dalla coscienza che scienza e tecnica hanno di sé stesse
(anche se la possibilità di un recupero del passato è sempre più presa in
considerazione aH’interno del sapere scientifico). Più vicina a quella
coscienza è la dottrina che la morte di Dio toglie ogni limite alla volontà di
potenza, anche se la morte di Dio non deve essere trattata come un dogma
simmetrico a quello degli amici di Dio, ma deve essere vista nella sua
necessità. Tutto ciò che qui è stato sommariamente tracciato trova il proprio
significato concreto nelYAnello del ritorno. Qui si deve lasciar da parte, di
quel mio scritto, la considerazione dell’aspetto speculativamente più rilevante
del pensiero di Nietzsche, cioè il senso autentico della tragedia da cui esso è
145 avvolto e che può essere indicato dicendo che se la fede nell’evidenza del
divenire implica necessariamente l’eterno ritorno di tutte le cose, tale fede
implica necessariamente la negazione di sé stessa. Infatti, se l’eterno ritorno
non è la riesumazione di un’antica dottrina metafisica, esso è tuttavia pur
sempre un’eternità. Il tragico che il pensiero di Nietzsche non ha mai guardato
in faccia (e che quindi non ha nulla a che vedere con le considerazioni di
Nietzsche sulla tragedia attica) e che tuttavia grava sulle sue spalle è che la
negazione del divenire appartiene necessariamente all’essenza del divenire: che
il divenire non è divenire. Il genio di Nietzsche è infinitamente maggiore di
quello che egli è disposto ad attribuire a sé stesso. Infinitamente maggiore,
perché, senza volerlo - e anzi volendo l’opposto - mostra l’abisso senza fondo
su cui si libra la fede che regge l’intera storia del mortale e, al culmine di
quest’ultima, la storia dell’Occidente. Non si dovrà dire allora che il
librarsi della fede nel divenire sull’abisso senza fondo della negazione di
questa fede - il legame indissolubile che lega questa fede alla propria
negazione - è il librarsi stesso della Follia - non quella che lacera la mente
di un individuo che è stato un grande filosofo, ma quella che sta alla radice
del modo in cui l’uomo ha abitato e tuttora abita la terra? Ricordo che due
anni fa - Hans-Georg Gadamer era venuto a Venezia, e stavamo entrando a Ca’
Foscari parlando di Heidegger-, mentre ponevo termine alla nostra
conversazione, perché la conferenza del professor Gadamer era imminente, volli
avanzare quello che mi sembrava il punto decisivo, e gli dissi che tra
Heidegger e l’essenza della tecnica c’era una sostanziale solidarietà. Al che
Gadamer rispose con un no tanto perentorio quanto gentile. Ma è proprio su
questo punto che vorrei un po’ soffermarmi; quindi mi è cara l’occasione per
riprendere quel discorso interrompu con Gadamer: l’essenziale solidarietà del
pensiero di Heidegger con l’essenza della tecnica, con quell’essenza che
secondo Heidegger si colloca agli antipodi della sua posizione. Ieri si è
parlato di differenza ontologica: vorrei prendere le mosse da questo concetto.
Differenza ontologica significa che esiste una essenziale accidentalità nel
rapporto tra l’essere e l’ente. Significa che l’ente non è essenzialmente
legato all’essere e in questo senso è un evento che sopraggiunge improvvisamente
e imprevedibilmente. Il concetto che è opposto a quello di differenza
ontologica è la non- differenza ontologica. Questa lega l’essere all’ente;
questo legame, per Heidegger, o la storia di questo legame, è la storia della
metafìsica. Legare l’essere all’ente vuol dire assicurare le cose al loro
essere. Assicurandole, le cose diventano stabili e arginano, bloccano, il
sopraggiungere delle novità storiche. Allora, parlare della non-differenza
ontologica è parlare delfimmutabilità, o dell’eternità delle cose.
Recentemente, è uscita la traduzione di Was heisst Denken, dove viene
sviluppato il concetto che al culmine di questa assicurazione degli enti
all’essere, al culmine della non-differenza ontologica sta il pensiero di
Nietzsche. Heidegger cita il frammento della Volontà di potenza, dove si parla
della vetta della contemplazione: la vetta della contemplazione è il ritorno di
tutte le cose. Questa, per Nietzsche, è l’estrema approssimazione del mondo del
divenire al mondo dell’essere. Heidegger vede in Nietzsche, in quanto teorico
dell’eterno ritorno, l’anticipatore della civiltà della tecnica, perché la
civiltà della tecnica consiste nella programmazione che esclude la differenza
ontologica; la programmazione che, stabilendo la routine, la ripetizione
dell’inedito, esclude la possibilità del sopraggiungere del nuovo, del diverso.
Heidegger si muove certamente verso l’espressione dell’essenza del pensiero
occidentale, in quanto, allontanandosi dalla maggior parte delle forme del
pensiero contemporaneo, capisce che l’essenza di tale pensiero va vista in
termini ontologici. Ma è appunto in questa raffigurazione heideggeriana
dell’aspetto ontologico della civiltà occidentale che si cela quella
sostanziale solidarietà fra Heidegger e la tecnica, di cui avevo parlato prima.
Perché? Il tema dell’eterno ritorno dice dunque che il nuovo è impossibile, ed
eterno ritorno vuol dire estrema approssimazione del mondo del divenire al
mondo dell’essere. Ecco, penso che tutti colgano il significato della parola approssimazione,
che è estrema, ma è pur sempre approssimazione. Ciò vuol dire che la
distinzione tra il mondo del divenire e il mondo dell’essere rimane; c’è sì
l’estremo tentativo di identificarli, ma è tentativo che lascia inevitabilmente
un margine dove il divenire non è l’essere. È il massimo che si può compiere
per identificare i due mondi; ma il tentativo è uno sforzo, non riesce. Ora, il
concetto dell’eterno ritorno finisce col bloccare il divenire, ma il divenire è
bloccato solo in quanto se ne riconosce l’esistenza. Se teniamo ferma la
vicinanza che Heidegger stabilisce tra tema dell’eterno ritorno e civiltà della
tecnica, allora l’immutabile, cioè la non-differenza ontologica in cui consiste
quell’immutabile che è l’eterno ritorno, è possibile soltanto sul fondamento
del riconoscimento dell’esistenza del divenire. L’immutabile protegge dal
pericolo della novità, precattura il nuovo, ma proprio perché è la difesa
rispetto alla novità che il divenire porta con sé, appunto per questo
l’affermazione dell’immutabile è il riconoscimento del divenire. Ma questo
riconoscimento del divenire - che dunque è evidente in Nietzsche: proprio in
quanto egli si vuole assolutamente cautelare dal divenire - questo
riconoscimento del divenire non è nulla di diverso, nell’essenza, da ciò che
Heidegger chiama differenza ontologica. Perché, se differenza ontologica
significa accidentalità dell’ente rispetto all’essere, il non essere legato
necessariamente all’essere da parte dell’ente, allora differenza ontologica
vuol dire appunto il movimento di oscillazione delle cose, e la loro
eventualità è il loro andare e venire - un processo in cui le cose sono
lasciate nel loro andare e venire. Voglio dire che quel divenire, che è
necessariamente riconosciuto da Nietzsche quando egli intende rendere radicale
(e insieme difendersene) con 1’evocazione dell’eterno ritorno, quel divenire è
altrettanto radicalmente riconosciuto da Heidegger quando egli lo esprime in
termini puramente ontologici, come, appunto, differenza ontologica. D’altra parte
è chiaro che quando Heidegger parla della programmazione operata dalla civiltà
della tecnica, che impedisce la storia, dissente da questo acme che la
metafisica occidentale raggiunge nel pensiero di Nietzsche e nella civiltà
della tecnica. Voglio dire che quel modo di interpretare Heidegger per il quale
egli verrebbe a equivalere simpliciter a Weber, non è quello che intendo
sostenere. Dal punto di vista filologico è ovvio che Heidegger intende prendere
le distanze dall’epoca in cui domina la civiltà della tecnica. Egli rivendica
la possibilità del nuovo in contrapposizione all’eliminazione del nuovo.
Allora, una prima domanda: qual è il fondamento dell’esigenza del nuovo? Perché
ci deve essere il nuovo? Perché non ci può essere un sistema che predetermini
la totalità dell’evento, precatturando appunto ogni novità e rendendo
impossibile ogni novità? Che cos’è ciò che fonda questa esigenza del nuovo, che
è l’esigenza dell’esistenza della storia? Lo so, è l’esigenza di tutti
abitatori dell’Occidente: noi vogliamo che la storia esista. Ma perché deve
esistere il non¬ sistema? Ecco, sostengo che Heidegger esprime semplicemente
l’esigenza, ma non più che l’esigenza, della esistenza del nuovo: si limita a
un’atteggiamento, che è proprio dell’intera cultura contemporanea, che non può
escludere il sopraggiungere di un sistema il quale riesca a fare ciò che Hegel
non è riuscito a fare. Per escludere il sistema, per riuscire a escludere la
negazione della storia e della novità è necessario un approfondimento del senso
ontologico del divenire, che rimane invece nel sottosuolo del pensiero di
Heidegger (cfr., del mio saggio Gli abitatori del tempo, Armando 1978, il
capitolo intitolato Gòtterdàmmerung). Seconda domanda: quando Heidegger
polemizza contro la civiltà della tecnica, contro il piano, la programmazione,
non si dimentica forse della caratteristica essenziale della scienza moderna,
cioè del carattere ipotetico della scienza? L’anticipazione del futuro da parte
d elYepistéme tradizionale è indubbiamente una cattura che elimina radicalmente
la novità. Se è già aperto il senso del mondo, se il senso del mondo è già
aperto all’interno di una epistéme, allora il nuovo è certamente impossibile.
Ma la scienza moderna si è costituita proprio attraverso la distruzione d
elYepistéme; quindi la programmazione, il piano, in cui consiste la civiltà
della tecnica, è una anticipazione ipotetica del futuro: se teniamo presente il
concetto di scienza come metodo sperimentale, allora, all’interno di questa
prospettiva, la scienza, come sperimentazione, è una programmazione che però
resta aperta alla smentita possibile operata dalla novità sopraggiungente.
Vepistéme, sì, elimina la novità; dice alla novità: Io so già che cosa tu sei,
io sono la tua regola; ma la scienza non fa questo, cioè la scienza realizza
appunto a fondo quell’atteggiamento di apertura verso la novità storica, che
Heidegger si limita a invocare. Questo sarebbe un primo senso secondo il quale
la civiltà della tecnica è l’autentica erede dell’atteggiamento che Heidegger
intende proporre. Ma vi è un senso più sostanziale. Il senso più originario e
più nascosto della volontà di potenza è la volontà che la storia (il divenire,
la differenza ontologica) esista. Solo se si stacca l’ente dall’essere e lo si
fa oscillare tra l’essere e il niente è possibile il dominio dell’ente. Alla
base della volontà di dominio sta la volontà che esista il campo del
dominabile. Questa volontà originaria è l’essenza dell’Occidente. E in questa
essenza convengono quindi anche la tecnica e il pensiero di Heidegger. Ma il
pensiero di Heidegger, a differenza della tecnica, contraddice la propria
essenza, perché mentre la tecnica, volendo il dominio dell’ente, porta a
compimento l’originaria volontà di potenza (cioè la volontà che il dominabile
esista), e cioè resta fedele alla propria essenza, Heidegger contrappone alla
volontà di dominio il lasciar essere gli enti: quel lasciar essere che è stato
originariamente violato (anche) dal pensiero di Heidegger, proprio perché la
volontà che separa l’ente dall’essere - e che quindi vuole la nientità
dell’ente - non lascia essere l’ente nel suo essere presso il suo essere, nel
suo essere unito al suo essere. In questo senso, la volontà di potenza, nel
pensiero di Heidegger, è incoerente (tradisce la propria essenza), mentre la
tecnica si libera da questa incoerenza ed è quindi la coerenza del pensiero di
Heidegger (e non solo di esso). In questo senso bisogna dire che il pensiero di
Heidegger è unterwegs zur Technik, in cammino verso la tecnica. O anche: il
pensiero di Heidegger esce dall’incoerenza solo se si pone come il lasciar
essere le forze che si contendono il dominio dell’ente, e quindi come il
lasciar essere l’organizzazione tecnologica del mondo, che ormai ha avuto il
predominio su ogni altra forza. * Intervento al convegno su L’eredità di
Heidegger, tenutosi all’università di Padova nell’inverno 1978 (con la
partecipazione, tra gli altri, di Gadamer, A. De Waelhens, M. Riedel, G.
Vattimo) e poi pubblicato in Verifiche. Le religioni soddisfano i desideri più
profondi deiruomo. I miti gli dicono che può accostarsi e unirsi alle potenze
supreme: possono salvarlo dal dolore e dalla morte e renderlo felice in
un’altra vita. Dando ascolto a queste voci, per millenni e millenni l’uomo
riesce ad anticipare qui sulla terra quella felicità, e a sopravvivere. Crede,
ha fede in esse, ne è certo. Ma queste voci asseriscono, raccontano: non
possono impedire che il dubbio si insinui e si faccia largo nella gran massa
delle loro certezze. Il mito soddisfa il desiderio, ma è inaffidabile. La
salvezza è il contenuto di un sogno. Nemmeno le religioni più evolute riescono
a uscirne. Si fa avanti allora la religione. Intende mostrare come il dubbio
possa esser vinto. La storia breve della religione: due millenni e mezzo. In
essa, però, i criteri per accorgersi di ciò che è sogno sono andati sempre più
perfezionandosi. E tuttavia il contenuto del sogno non è stato sostituito da
una veglia altrettanto salvifica e beatificante. L’uomo ha voluto vedere - e,
di assolutamente affidabile, ha visto soltanto l’assoluta precarietà della
propria condizione. Scienza e tecnica fanno sì prevedere, qui sulla terra,
l’avvento del loro paradiso. Ma fanno anche capire che nemmeno questo paradiso
può uscire dal sogno. Sanno che, per quanto raffinate, le loro procedure
razionali sono ipotetiche, fallibili. La condizione umana è precaria, perché
precaria è ogni rassicurazione razionale dalla non precarietà dell’umano. Sia
pure in modo diverso, la salvezza dal dolore e dalla morte continuano a essere
qualcosa di sognato. In questa situazione, i miei scritti indicano qualcosa che
non può non sembrare esorbitante e velleitario. Può essere espresso con
l’affermazione di Eraclito: Sono attesi gli uomini, quando sian morti, da cose
che essi non sperano né suppongono. Intendo: da cose che sono infinitamente di
più di ciò che essi desiderano, suppongono, sperando di ottenere; infinitamente
di di più di ciò verso chi vuole condurre la stessa speranza cristiana, e
dunque di più di ogni immortalità e di ogni resurrezione della carne che a
speranze di questo genere sono connesse - e infinitamente di più di ciò a cui
lo stesso Eraclito poteva riferirsi. Siamo destinati a qualcosa che è
infinitamente di più di tutto quanto il più insaziabile dei desideri può
volere. Ma il carattere esorbitante di queste affermazioni è ancora maggiore,
perché quel che esse indicano non si presenta, nei miei scritti, come il
contenuto di un mito, ma come lo stare, in modo assoluto, al di fuori del sogno
in cui rimane ogni mito e ogni forma della stessa ragione. In questo stare al
di fuori del sogno non si tratta di attendere l’avvento dell’insperato: già
ora, da vivi, gli uomini sono avvolti da una veglia assoluta che è
infinitamente più radicale di ogni incontrovertibilità e di ogni procedura
critica della ragione - dunque anche di quella delle scienze logico-matematico-
naturali. È all’interno di questa veglia assoluta che si mostra la destinazione
dell’uomo a cose che egli non spera né suppone. L’uomo non è ciò che il mito e
la ragione gli fanno credere di essere, ma è lui stesso, nel profondo, a esser
questa veglia assoluta. In essa appare l’infinito allargarsi di sé stessa, cioè
la sua Gloria; il suo accogliere tratti sempre più ampi del Tutto, ossia della
Gioia che l’uomo, da ultimo, è. Nei miei scritti tale veglia assoluta è
indicata dalla parola destino, intesa come costruita in modo analogo a termini
quali de-amare, de-vincere, dove il de esprime l’intensifìcazione dell’amare e
del vincere, sì che il destino è l’intensificazione estrema dello stare, cioè
dell’inamovibilità in cui consiste la veglia assoluta. Il destino è l’apparire
di ciò che è, ossia degli essenti. Nel destino appare che ogni essente è sé
stesso e non diventa altro da sé, e dunque è eterno; e appare che il variare
del mondo è il sopraggiungere degli eterni nell’apparire, ossia è la Gloria
dell’inesauribile sopraggiungere della Gioia; e, insieme, nel destino appare
che la negazione del destino è negazione di sé stessa, una freccia che,
volendolo colpire, colpisce sé stessa. Il destino è il senso autentico della
verità. E, ancora, nel destino appare che l’uscire dal nulla e il ritornarvi
non appaiono, ma appare il sopraggiungere di quegli eterni che sono il dolore e
il piacere, la nascita, l’agonia. Il cadavere - gli eterni che sono
oltrepassati quando tramonta l’isolamento della terra dal destino.
Nell’isolamento della terra, la fede nel divenir altro porta alla luce la
volontà di salvezza e di potenza. Nel suo significato essenziale la morte è il
divenir altro (ossia è l’impossibile); e da sempre i mortali hanno tentato di
vincere la morte diventando altro da ciò che essi sono: uccidendo il Dio, come
Adamo, o diventandone gli alleati, come Gesù. Hanno tentato di vincere la morte
con la morte. Certo, tutto questo, detto in questi termini, può sembrare un
ennesimo mito che ripropone quanto la tradizione filosofico-metafisica
dell’Occidente ha inteso essere: l’unità di quanto interessa l’uomo e di quanto
la ragione può dire (l’unità tuttavia che non può essere realizzata né dalla
coscienza religiosa né dalla configurazione che la religione è venuta ad
assumere nel nostro tempo). Ma, lungo la storia stessa dell’Occidente, quella
tradizione è tramontata. Sennonché è proprio nei miei scritti che si mostra l
’inevitabilità di tale tramonto, la quale va rintracciata in quella dimensione
più profonda del pensiero filosofico del nostro tempo, che questo stesso
pensiero per lo più non riesce a raggiungere. D’altra parte sin dal suo inizio
la filosofia porta alla luce non solo l’istanza dell’incontrovertibilità, ma
anche un senso radicalmente nuovo della salvezza: si tratta di salvarsi dal
nulla da cui le cose del mondo sporgono improvvisamente. Il mito prefilosofico
non pensa il nulla e dunque non vede nemmeno che la morte è annientamento. Non
vede il pericolo estremo e quindi non salva da esso. Pensando l’eternità del
divino, la tradizione filosofica crede che la salvezza dal nulla sia possibile.
Ma se si sa scendere nella dimensione profonda della filosofia degli ultimi due
secoli si scorge che qualsiasi Essere eterno è impossibile. Impossibile,
quindi, anche ogni verità eterna, incontrovertibile, definitiva. Ciò significa
che sia la tradizione filosofica sia la filosofia del nostro tempo, sia
l’intero passato sia l’intero presente della civiltà occidentale, e dunque,
ormai, planetaria, hanno in comune il grande mito - la grande Follia - in cui
il variare del mondo è inteso come l’uscire dal nulla e il ritornarvi, da parte
degli essenti. (Il mito che dunque accomuna non solo gli amici e i nemici di
Dio, ma anche, per quanto riguarda la filosofia del nostro tempo, la cosiddetta
filosofia analitica e la cosiddetta filosofia continentale). La volontà di
salvezza - che è la stessa volontà di potenza - è la figlia di questo mito. Ma
è inevitabile che si obbietti: Come può essere sostenibile un discorso che
ritiene di essere l’unico a non appartenere al mito e alla follia? Il genio
dell’uomo ha sempre fatto perno sul divenir altro delle cose; e proprio quel
discorso, che pretende di smentire quel che l’uomo ha sempre pensato, e su cui
si fonda tutto ciò che egli ha creato, dovrebbe esser l’unico detentore della
verità?. Possiamo richiamare così la risposta a questa obbiezione - che
peraltro è sempre stata rivolta ai filosofi e al campo di lotte senza fine
(dice Kant) a cui essi hanno dato vita. Che esistano altre coscienze, oltre a
quella che appare nel destino è, originariamente, un problema, non una verità
assoluta. Originariamente, è un problema che l’uomo sia una società di individui
umani. Ed è un problema anche ciò che i linguaggi dell’uomo intendono dire. Li
si interpreta; ma l’interpretazione non è una verità assoluta. È dunque
un’interpretazione anche Yesistenza del dissenso rispetto al linguaggio che
indica il destino - del dissenso che si esprime dunque anche nell’obbiezione
che stiamo discutendo. È una interpretazione anche l’esistenza della storia, di
cui prima si è detto, che conduce dal mito alla ragione. Che il genio degli
uomini sia sempre rimasto al di fuori del destino, e abbia sempre agito secondo
questa sua alienazione, è interpretazione, cioè qualcosa di problematico. Il
linguaggio che indica il destino dovrebbe propriamente dire: se c’è stato
qualcosa come mito, e se c’è stato qualcosa come ragione, allora l’avvento
della ragione esprime l’inaffìdabilità del mito, e la esprime nel modo sopra
rilevato. Certo, al destino appartiene anche la necessità del suo essere
presente in infiniti altri cerchi dell’apparire - e in questo senso gli
appartiene l’affermazione che Tesser uomo è Tessere una molteplicità di modi di
esser uomo, ossia è una società. Ma poiché è sul fondamento del destino che
l’esistenza di questa molteplicità può essere affermata incontrovertibilmente,
allora, se si scopre che tale molteplicità è tutta o in parte un dissenso
rispetto al contenuto del destino, tale dissenso morde la mano che lo sorregge,
nega ciò sul cui fondamento è affermata incontrovertibilmente la sua esistenza.
Che esista il dissenso che si scandalizza o irride le esorbitanti pretese del linguaggio
che indica il destino non è un fatto: è anch’esso un mito. Quando il destino
mostra di essere presente in un’infinità di coscienze e mostra il loro
dissentire dal destino, tale dissenso perde ogni verità. Che tale dissenso
esista viene affermato infatti proprio in base a ciò da cui si dissente. La
fantasia è l’insieme delle immagini originarie, delle forme di rappresentazione
più antiche e più generali dell’umanità: gli archetipi (ad esempio il divino).
Diffusa dappertutto, la fantasia appartiene ai misteri della storia dello
spirito umano. Così scrive Cari Gustav Jung. Platone vede nelle idee le
immagini originarie di tutte le cose, gli archetipi; così originarie da essere
le stesse cose originarie. Ma per lui la conoscenza delle idee non appartiene
ai misteri dello spirito umano, bensì alla scienza ( epistéme ) della verità a
cui solo il filosofo è capace di sollevarsi e che dunque è l’opposto della
fantasia intesa come evocazione misteriosa, e quindi da ultimo oscura e
arbitraria, di mondi. Eppure è necessario risalire molto più indietro di ogni
archetipo a cui l’uomo si sia rivolto lungo la propria storia. Ci si imbatte
nella forma originaria della fantasia, di cui tutti quegli archetipi sono
derivazioni. Da tempo chiamo terra la storia dell’uomo e delle cose che gli si
fanno incontro. Infatti si può pensare che la più antica origine di questa
parola indichi il venire e l’andare, l’insieme di ciò che va e viene: il seno e
la voce materna, la luce e la casa, uomini e dèi, il dolore e il piacere: cose
terrestri e celesti, giacché anche il divino raggiunge i mortali a un certo
punto della loro vita e poi da molti di essi si allontana. La terra: gli stormi
delle cose che vengono e vanno. Da che cosa è accolta la terra? Da che luogo si
allontana? I mortali appartengono alla terra: nascono e muoiono. Ma l’uomo non
è un mortale. Egli è il luogo eterno in cui appare ciò che da sempre la verità
è destinata a essere: il destino della verità del Tutto; essenzialmente diversa
da ciò che i mortali hanno inteso con le parole destino e verità. Nell’uomo
sopraggiunge la terra. Ma insieme a essa sopraggiunge e si fa dominante la
convinzione che l’uomo sia un mortale, e con lui tutte le cose; ed egli vive
come se in verità lui e le cose lo fossero. Ma in verità ogni cosa è eterna.
Non solo le anime, come invece pensa Platone, ma anche i corpi, e tutti gli
stati delle une e degli altri. Anche la terra è eterna; e anche quella
ingannevole convinzione che separa la terra dal destino della verità. Com’è
lontano questo discorso da tutto ciò di cui sono convinti i mortali. Anche e
soprattutto in questo caso la sua inevitabilità non può essere, qui, neppure
lontanamente indicata. Qui si tratta solo di mostrare, e da lontano, in che
senso è necessario risalire molto più indietro di ogni archetipo evocato dai
mortali. Tanto indietro da poter scorgere che sia la verità dei mortali sia la
loro fantasia hanno la stessa anima e che quest’anima è la forma originaria
della fantasia. In una delle sue accezioni più comuni, la fantasia è la
capacità di portare alla luce mondi diversi da quello quotidiano o da quello
che è ragionevole ritenere esistente. Ma questi due tipi di mondi, cioè di
andirivieni, entrambi evocati dai mortali, appartengono alla terra. Essa è il
fondamento non solo della sapienza di questo mondo e della sapienza di Dio, ma
anche della fantasia. E la terra si inoltra nel luogo eterno del destino della
verità. Ma non basta. La maggior parte di coloro che leggono queste righe sta
pensando che esse non abbiano nulla a che fare con la realtà e la serietà della
vita. Fantasie, appunto. Ma anch’essi sanno infinitamente di più di quanto
credono di sapere. Sono l’apparire del destino. L’autentica fantasia originaria
è cioè la convinzione che la realtà con cui noi abbiamo sicuramente a che fare
sia, appunto, le cose che vengono e vanno, terrestri o celesti, le cose della
terra ; e ormai si pensa che tutte le cose vengano dal nulla e vi vadano. Tutto
è avvolto dalla morte. Chiudendosi in questa persuasione i mortali vivono nella
terra separata dal destino della verità, nella terra che appare sfigurata,
irretita, trascinata in basso. La terra dei morti. La fantasia originaria è la
separazione della terra dal proprio destino. Una metafora può forse aiutare a
comprendere queste affermazioni - purché non si dimentichi che la filosofia
autentica non è metafora, ma il pensiero più radicale, essenzialmente più
radicale e inevitabile di ogni altra forma di sapere, scienza compresa. Quando
i cacciatori vedono gli stormi di uccelli attraversare il cielo, non è che il
cielo non lo vedano più. Non si produce in essi qualcosa come un oblio del
cielo e del più alto dei cieli - quale invece secondo Platone si spalanca nelle
anime che hanno perduto le ali e non riescono più a vedere gli archetipi che
appaiono nella pianura della verità. Quei cacciatori, il cielo, lo vedono
ancora, ma son tutti presi dal volo degli uccelli e se qualcuno parlasse loro
del cielo direbbero che le sue son fantasie e che sono gli uccelli le cose con
cui essi hanno sicuramente a che fare. Son tutti presi dal volo degli uccelli
perché non mirano ad altro che a prenderli, gli uccelli; ed effettivamente li
prendono, e gettano loro addosso le reti e li sfigurano e, separandoli dal
cielo, li trascinano giù in basso e li uccidono. La fantasia originaria è il
volo irretito degli uccelli. L’arte tenta di rievocare il libero volo, ma, per
quanto splendente, rimane anch’essa aU’interno della rete, mostrando il volto
sfigurato della terra. Giacché ora si può capire che, nella metafora, il volo
degli uccelli corrisponde alla pura terra, il cielo al destino della verità. La
rete dei cacciatori corrisponde dunque alla volontà di potenza che isola la
terra dal destino della verità. Tale isolamento è la forma originaria della
fantasia. Su di essa si fondano le forme derivate: religioni e miti, filosofia,
arte, scienza, tutti i morti pensieri e le opere morte dei mortali. Discutere
il destino della verità, concretezza delVerrare, isolamento della terra,
linguaggio Anche oggi il tema di fondo del pensiero filosofico - nonostante i
tentativi di eliminarlo, ma anche in seguito alla loro presenza - riguarda la
verità di ciò che è conosciuto e voluto dall’uomo. Con diversi gradi di potenza
e rigore la filosofia del nostro tempo rifiuta la possibilità di una verità
assoluta e definitiva, capace di affermare qualcosa di Immutabile. Un rifiuto,
questo, che è cosa ben diversa dal considerare superfluo il tema della verità;
e che là dove è adeguato al proprio compito è un rifiuto inevitabile. Esso è
tuttavia la coerenza estrema del nichilismo. Da quando abita la terra l’uomo
intende le cose del mondo come un diventare altro; da quando la terra è abitata
dalla filosofia la filosofia concepisce la cosa come ciò che è (ente) e
definisce il suo diventar altro come passaggio dal suo non essere al suo essere
e viceversa. La cosa che incomincia a essere è stata nulla nella misura in cui
essa non era e incomincia, e la cosa che finisce di essere torna nel nulla
nella misura in cui essa finisce e non è più. Procedendo da questo senso
dell’esser cosa è inevitabile che la filosofia pervenga al rifiuto di ogni
verità assoluta e definitiva e di ogni Ente immutabile e divino; e viceversa,
tale rifiuto è inevitabile solo se procede da quel senso - che domina
progressivamente non solo i pensieri ma anche le opere della civiltà
occidentale e, ormai, dell’intero pianeta. (Ciò non significa che questa
dominante inevitabilità stia davanti agli occhi di tutti i protagonisti della
filosofia contemporanea: all’opposto, va invece rintracciata nel sottosuolo del
nostro tempo.) Il senso greco dell’esser cosa domina la terra perché è ritenuto
indiscutibile. Ma perché non può essere discusso? In questa domanda traspare la
dimensione ignota alla storia della terra. Tanto più ignota quanto più tale
dimensione si mostra non come un semplice domandare, ma come negazione di quel
senso e quindi come negazione di ciò sulla cui base è inevitabile che si
pervenga alla negazione di ogni verità incontrovertibile. Tale dimensione è il
destino (inteso secondo il senso richiamato nelle pagine precedenti). Il
destino è la manifestazione del differire degli essenti tra loro e del loro non
essere. Essi sono le differenze. Proprio per questo il destino è la
manifestazione dell’impossibilità che ciò che è, in quanto tale, non sia: è
l’apparire della necessità che Tessente in quanto essente (e pertanto ogni
essente) sia eterno. Le implicazioni di questa affermazione conducono molto
lontano. Ma il destino è tale solo in quanto è la dimensione in cui appare incontrovertibilmente
il senso dell’incontrovertibile e Tincontrovertibilità di tale dimensione: non
è la fede nella propria incontrovertibilità. Con una espressione che, qui, non
può che rimanere astratta, formale, si può indicare il senso
delTincontrovertibilità e della necessità del destino dicendo che esso è la
dimensione la cui negazione nega sé stessa. Il destino è la negazione della
fede, cioè dell’errare. L’uomo di cui si parla all’interno della terra isolata
dal destino è anch’esso il contenuto di una fede. Con ciò si intende qualcosa
di essenzialmente più radicale dell’affermazione che l’uomo erra: si intende
che la fede nell’esistenza dell’uomo della terra isolata è un errare, un sogno.
La terra intera, in quanto appare separata dal destino, è il contenuto del
grande sogno in cui consiste la vita e che è il grembo di ogni fede. (Ma in
quanto è un essente, anche il sogno è un eterno.) La vera essenza dell’uomo è
il destino. Essa non appartiene ad alcuno degli abitatori, umani o divini,
della terra isolata. È all’opposto la terra isolata ad appartenere al contenuto
che appare nel destino - giacché solo nel destino può apparire
incontrovertibilmente l’esistenza dell’errare, della fede, del sogno, ossia
della negazione del destino della verità. Discutere il destino è un modo di
negarlo, sì che tale discussione nega sé stessa. Infatti discutere significa
affermare una differenza: tra ciò che è discusso e ciò che in vari modi gli si
oppone. E il destino - si è detto - è innanzitutto l’apparire del senso che compete
alla differenza (ossia alla differenza dei differenti). Discutere e opporsi al
destino è quindi un differirne. E proprio per questo è condividerne, più o meno
inconsapevolmente, il tratto originario: l’affermazione della differenza. In
questo differire - condividendo-ciò-da-cui-si-differisce si ripresenta
l’indicazione, prima sommariamente richiamata, del senso
dell’incontrovertibile, ossia Tesser la dimensione la cui negazione nega sé
stessa. Discutere il destino è condividerlo; ma è anche negarlo, e pertanto è
negare tale condivisione, sì che discutere il destino è negazione di sé stesso.
È necessario affermare l’esistenza delle differenze non perché esse appaiono
all’interno della fede e del sogno in cui consiste la terra isolata dal destino
- e dunque, da ultimo, non perché si vuole che esse siano. È nel destino che
appare la necessità della differenza dei differenti e la necessità della loro
eternità e di tutto ciò che essa implica: nel destino - che già da sempre si
apre al di là del percorso dove gli abitatori della terra pervengono
inevitabilmente, sul fondamento della fede nel diventar altro, alla negazione
di ogni verità e di ogni Ente immutabile. Discutere e opporsi al destino,
quindi condividendolo, è pertanto solo il tentativo inconsapevole di
condividerlo. Giacché altro è la negazione del destino, che gli appartiene
essenzialmente in quanto esso è la negazione della propria negazione (e questa
negazione del destino non è un semplice tentativo di esser negazione); altro è
la negazione che appare nella terra isolata dal destino e che se (a differenza
dell’altra negazione) si rende visibile agli abitatori di questa terra,
tuttavia, in quanto è una fede, è solo un tentativo di essere negazione del
destino. Già il vivere è trovarsi nelle differenze - è, appunto, credere, aver
fede di trovarvisi. Forse la differenza più antica è quella che la volontà è
convinta di esperire tra i propri desideri e le resistenze da essi incontrate.
Oggi la tecnica guidata dalla scienza moderna è il modo più potente con cui la
volontà domina le differenze. Ma nemmeno la scienza e la tecnica, nonostante il
loro rigore concettuale, riescono a porsi al di là della fede e pertanto della
fede nell’esistenza delle differenze. La filosofia, sin dall’inizio, è la
volontà di liberarsi dalla fede - quindi dal mito, che è uno dei contenuti più
antichi della fede e che a lungo ha raccolto in sé e dominato ogni altra forma
di fede (e ancora permane in molte parti del mondo). Eppure la filosofìa
conserva il tratto centraledella fede prefilosofica nelle differenze: conserva,
appunto, la fede nel loro diventar altro. Il pensiero filosofico conserva in sé
la fede che le differenze siano anche un differenziarsi, e nel modo più
radicale. I miti raccontano cosmogonie, teogonie, metamorfosi: le grandi forme
del diventar altro. La filosofìa, però, intende essere il vero racconto. La sua
grandezza sta nell’aver evocato una volta per tutte il senso radicale della
verità. La verità è il mostrarsi dell’assolutamente incontrovertibile. Si è poi
trattato di stabilire il senso dell’assolutamente incontrovertibile e il
contenuto di cui è necessario affermare tale incontrovertibilità. Ma lungo la
storia dell’Occidente la fede è prevalsa sulla stessa filosofia: oltre a
essersi sviluppata come fede nel differenziarsi delle differenze, la filosofia
si è sempre più consolidata come fede nell’incontrovertibilità della
manifestazione (esperibilità, osservabilità) di tale differenziarsi. Verità si
dice in molti sensi anche perché molti ambiti della vita si presentano come
verità - e per questo si parla di verità religiosa e morale, di verità degli
istinti, degli affetti, dell’arte, di verità della filosofia e della scienza;
e, complessivamente, di verità dell’esistenza della vita e della terra (quale
appare nel suo essere isolata dal destino). Ma poiché queste verità non sono il
destino della verità, esse sono tutte verità controvertibili - per quanto
diversa possa essere la loro plausibilità (probabilità, ragionevolezza, potenza
e coerenza concettuale) e potenza - e raffermarle è sempre una fede, anche
quando esse hanno fede nella propria incontrovertibilità. La più plausibile è
lontana dal destino tanto qua nto la meno plausibile: infinitamente. (Questo,
anche se è appunto all’interno di questa infinita lontananza che tuttavia si
presenta come inevitabile, nel pensiero del nostro tempo, la distruzione di
ogni verità assoluta e di ogni Ente immutabile.) Si può chiamare filosofia
futura il linguaggio che, invece, testimonia il destino della verità. Essa è
futura perché se nel presente la sua voce è soverchiata dalle voci della terra
isolata dal destino, tuttavia essa è destinata a mostrarsi come il linguaggio
dei popoli. D’altra parte, testimoniando il destino, la filosofia futura si
rivolge alla dimensione che, eterna, non è inclusa, ma - più antica del più
lontano passato - include la totalità del tempo che viene affermato all’interno
della terra isolata. Tuttavia, le stesse voci che si levano nella terra
isolata, e sono quindi negazioni del destino, vanno rendendo anch’esse sempre
più concreto il contenuto del destino. Infatti vanno rendendo sempre più
concreta quella negazione del destino che essenzialmente gli è unita, e in
questo senso gli appartiene, e quindi senza la quale il destino non potrebbe
essere. Ciò significa che la discussione del destino non è soltanto
l’opporglisi che, si è detto, proprio perché intende differirne condivide
(ossia è il tentativo inconsapevole di condividere) l’affermazione della
differenza che in esso appare: tale discussione è insieme l’arricchirsi della
negazione del destino, quindi è insieme l’arricchirsi, il concretarsi di esso.
In questo senso tutto l’infinito contenuto della terra isolata dal destino - il
contenuto che è, tutto, negazione del destino - va rendendo sempre più concreta
la negazione del destino e quindi il destino stesso, in quanto negazione di
tale negazione. D’altra parte, la terra isolata, in quanto fede originaria, è
interpretazione, ossia un conferir senso a qualcosa. Ma, proprio in quanto esso
è un conferire, non gli può competere l’incontrovertibile necessità del
destino, ed è quindi volontà di dar senso. È per tale conferimento di senso
che, nella terra isolata che appare nel destino, certi eventi appaiono come
linguaggi e come linguaggi che negano il destino. Tutte le negazioni del
destino che appaiono nella terra isolata sono cioè contenuti dell’interpretare
(cioè del sogno) che appare alfinterno del destino (e la cui esistenza è
pertanto un tratto del destino). Gli eventi della terra isolata sono interpretati
come linguaggi che, proprio perché testimoniano altro dal destino, ne sono la
negazione. Che dunque esista la discussione del destino offerta dalla terra
isolata, è qualcosa di voluto dall’interpretare (che appare nel destino). Né
può essere diversamente, perché se nella negazione del destino il destino
apparisse, essa apparirebbe come negazione di sé stessa, e l’apparire di tale
autonegazione sarebbe l’apparire stesso del destino. Se il destino appare è
impossibile esser convinti della sua negabilità e controvertibilità. Lo si può
discutere e negare, se ne può affermare la controvertibilità e negabilità solo
in quanto il discuterlo e negarlo è un linguaggio che nella terra isolata
testimonia soltanto essa - cioè un linguaggio che nel destino appare come qualcosa
di evocato dall’interpretazione. Sono così evocati anche i linguaggi che,
all’interno dell’interpretazione, mostrano di essere affermazione del destino,
o di condividere il linguaggio che lo testimonia - e questo stesso linguaggio è
evocato dall’interpretazione in quanto esso appartiene al passato, mostrandosi
con la proprietà dell’esser mio. Appunto a questo tipo di linguaggio (e non al
mostrarsi del destino) si rivolge la discussione del destino nella misura in
cui essa riesce a costituirsi - visto che essa riesce a costituirsi solo in
quanto non si rivolge al destino, non ne contiene l’apparire, non lo capisce:
solo in quanto non ha come contenuto il destino, nel quale la
negazione-discussione di esso può apparire soltanto come negata. Diciamo dunque:
nella misura in cui riesce a costituirsi la discussione del destino si rivolge
al linguaggio che lo testimonia, perché non è non è un tratto del destino che
tale linguaggio possegga tutte le condizioni richieste per essere capito dai
linguaggi altrui. L’uomo vive soltanto se crede - nel senso più ampio di questa
parola, rispetto al quale la fede religiosa è soltanto una specificazione, per
quanto eminente. Vivere è innanzitutto credere di esistere e di agire nel
mondo. E ogni credere, ogni fede, è volontà. La volontà non vuole soltanto
cambiare il mondo e realizzare il futuro, ma innanzitutto vuole che le cose
presenti e passate siano ciò che essa crede che siano e siano state. La
fede-volontà è interpretazione. Tuttavia credere-volere-interpretare è stare al
di fuori della verità non smentibile. Credere è errare. Ma se l’uomo fosse
soltanto un vivere, cioè un credere, allora sarebbe soltanto un credere anche
l’affermazione che vivere è credere e volere - affermazione condivisa peraltro
da gran parte della cultura non solo filosofica del nostro tempo. E invece - ma
al di fuori del modo in cui è così condivisa - questa affermazione non è un
credere, ma è una verità non smentibile. Ciò significa che l’uomo non è
soltanto vita, cioè fede, ma è, originariamente, l’apparire della verità non
smentibile. È all’interno della verità che - in modo non smentibile,
incontrovertibile - appare la vita, cioè la fede, la volontà. La verità a cui
si è rivolta l’intera storia dell’Occidente non è riuscita a essere la verità non
smentibile - la verità che d’altra parte s’illumina nel fondo più nascosto di
ogni uomo (e ovunque qualcosa appaia). A volte il linguaggio la indica; la
chiama destino della verità - come appunto nei miei scritti viene chiamata. Ma,
anche qui, che questo linguaggio sia l’agire di qualcuno - che qualcuno ne sia
l’autore, che tale linguaggio abbia il carattere dell’esser mio -, questo è
daccapo uno dei contenuti in cui la vita può giungere a credere (come crede che
l’uomo esista e agisca nel mondo e che sia l’autore dei linguaggi che parlano
del mondo). Il nichilismo - inteso nel senso indicato nei cosiddetti miei
scritti - è la forma più potente della vita, cioè della fede, cioè dell’errare.
Lascia le sue tracce anche in questi scritti, che sono andati via via
liberandosene. D’altra parte sono il contenuto di una fede sia Vesistenza del
linguaggio che conduce oltre il nichilismo, sia quella forma di vita che è il
voler dire e quindi anche il voler dire in cui consiste quel linguaggio. Ciò
che sta oltre il nichilismo è il de-stino della verità. Esso mostra anche in
che senso non è contraddittorio che quella duplice forma di fede (cioè di
non-verità) possa condurre al destino della verità, ossia a ciò che, in quanto
tale, non è un punto di arrivo, ma è il punto di partenza di ogni percorso. In
un senso che è fondamentale i miei scritti hanno quasi subito guardato nella
stessa direzione. Però il loro è stato un percorso, non un salto oltre il
nichilismo. Il percorso è incominciato molto presto (nei primi anni Cinquanta),
ma l’oltrepassamento del nichilismo è stato progressivo^ Anche ai miei scritti
(sebbene, sembra, in misura consistentemente inferiore rispetto a molte altre
scritture filosofiche) si può quindi muovere l’obbiezione, considerata nel
paragrafo precedente, di essere uno sviluppo dove il linguaggio giunge a dire
qualcosa che in qualche modo esso dapprima negava. E perché, allora, quel che
ora esso dice non dovrebbe essere a sua volta negato da un suo ulteriore
sviluppo? Tale obbiezione e la relativa risposta hanno in questo caso un peso
particolare perché riguardano il rapporto tra il senso radicale della verità e
il linguaggio che lo indica. I molti significati della parola verità, comunque,
non tolgono di mezzo la differenza tra la verità, intesa come sapere il cui
contenuto è l’assolutamente non smentibile e incontrovertibile - il destino
della verità, appunto - e tutti gli altri sensi, nei quali, alla luce della
verità così intesa, le diverse forme di verità appaiono invece come sapere il
cui contenuto non è qualcosa che non possa essere in qualche modo negato.
Saperi, si è detto (si pensi ad esempio alle espressioni verità morale, verità
dell’arte, verità della fede, verità del cuore, ecc.), ma anche intuizioni,
emozioni, certezze, fedi, impulsi profondi, desideri, costumi, tradizioni ecc.
La gran questione è la determinazione del contenuto dell’incontrovertibile,
ossia del non poter essere altrimenti (secondo la definizione aristotelica): il
contenuto che lungo la storia dell’Occidente è stato qualificato come verità (
epistéme della verità) non è riuscito a essere l’assolutamente
incontrovertibile. Rispetto all’incontrovertibile autentico, ogni modo di
esperire le cose che differisca da esso è un modo del controvertibile, cioè
tien stretto un mondo che d’altra parte può sottrarsi alla stretta ed essere
diversamente da come è - per quanto alto e nobile o per quanto profondo e
preteso dalle viscere e dal cuore. L’incontrovertibile autentico è il destino-,
e la struttura originaria del destino è il centro da cui si irradia la
multiforme pianura infinita del destino. Nella sua essenza autentica l’uomo -
ogni uomo - ne è l’eterno apparire (e tale affermazione è una forma a sua volta
appartenente a quella multiforme infinità). La risposta all’obbiezione che si
sta considerando in questo e nel precedente paragrafo, si fonda sul rapporto
tra destino e terra. Nel destino appare la terra - ossia tutto ciò che
sopraggiunge nell’eterno apparire del destino ma appare nel suo esser isolata
dal destino, appare cioè come il luogo originario del controvertibile - ossia
del credere-volere - interpretare. AH’interno della terra isolata si crede
inoltre che il linguaggio non parli d’altro che delle cose della terra (lo si
crede, senza poter sapere che sono le cose - umane e divine della terra isolata
dal destino). E tuttavia nello sguardo del destino appare che nella terra
isolata anche il linguaggio che testimonia il destino riesce ad affacciarsi; e
appare che non è impossibile che tale linguaggio sia presente anche in linguaggi
che sembrano essere - nelle interpretazioni del mondo che crescono e dominano
alfinterno dell’isolamento della terra - le negazioni più perentorie dei tratti
del destino. Quella forma di testimonianza del destino che sono i miei scritti
sono eventi della terra isolata, che nello sguardo del destino appaiono
alfinterno dell’interpretare, ossia della fede che costituisce l’isolamento
della terra - appaiono all’interno dello sconfinato contenuto dell’isolamento.
L’obbiezione che si sta prendendo in considerazione è una voce dell’isolamento,
cioè del controvertibile. Che la testimonianza del destino sia uno sviluppo
dove il linguaggio giunge a dire qualcosa che prima negava è un presupposto
controvertibile. Ma nessun controvertibile è qualcosa che - in quanto
configurantesi così come attualmente si configura - potrebbe venire a mostrarsi
come incontrovertibile: quella configurazione è una negazione
dell’incontrovertibile. Tutte le più incrollabili certezze della vita (che
appaiono tutte nella terra isolata) - tutte le forme del controvertibile - sono
alienazioni della verità del destino. La risposta all’obbiezione consiste
appunto nel rilevare che tale obbiezione non solo è un presupposto
controvertibile, ma si costituisce all’interno di quella forma estrema
dell’alienazione della verità che è l’isolamento della terra. In relazione allo
sviluppo del mio discorso filosofico - quale appare all’interno della terra
isolata - dell’intera storia isolata - sono peraltro complesse le articolazioni
che conducono da La struttura originaria (1958) a La morte e la terra (Adelphi
2011), e nelle quali, tuttavia, il centro di quello scritto del 1958 permane
lungo tutto il tragitto (e si era fatto innanzi già qualche anno prima). Nel
tragitto, la svolta (così è stata chiamata) consiste nella sopraggiunta
consapevolezza, per un verso, che quel centro richiede la messa in questione
dell’intera storia dell’uomo e, per altro verso, che Yalienazione dell’uomo e,
per altro verso, che Valienazione (del senso autentico della verità ) che
domina tale storia lascia per un certo tempo le sue tracce anche neìYalone che
nei miei scritti avvolge quel centro. L’alienazione del senso autentico della
verità investe quindi anche il cristianesimo. Ma anche il cristianesimo, come
ogni altro evento storico, appare all’interno dell’interpretare secondo cui si
costituisce la terra isolata dal destino della verità. Che il cristianesimo
esista e che degli uomini abbiano una fede cristiana è cioè il contenuto di una
fede, della fede in cui consiste l’isolamento della terra. Nello sguardo del
destino non è invece il contenuto di una fede l’esistenza di quella fede e
dell’interpretare che compete all’isolamento della terra. L’esistenza di tutto
ciò che chiamiamo la nostra vita è contenuto della fede interpretante. (Appare
aH’interno di quella fede anche l’intera vicenda che è stata riassunta dal
titolo redazionale di un mio libro: Il mio scontro con la Chiesa, Rizzoli 2001.
Questo scontro, che appare all’interno della fede della terra isolata, sussiste,
sì, tra la testimonianza del destino della verità e quella grandiosa forma
dell’alienazione della verità che è il cristianesimo e la sua configurazione
storico-istituzionale, ma tale scontro è, innanzitutto e propriamente, la
negazione, da parte del destino della verità, della verità di ogni contenuto
della terra isolata - e quindi anche del cristianesimo, in quanto appartenente
a tale contenuto.) Il mondo è interpretato. Non nel senso che l’uomo, quando
voglia, abbia la facoltà di interpretarlo. Anche gli uomini e i loro rapporti
appartengono infatti al contenuto dell’interpretazione. La quale, dunque, pur
essendo volontà interpretante, non è a disposizione dell’uomo, ma dispone
l’uomo e le cose del mondo secondo gli ordinamenti da essa stabiliti e modificati.
È l’interpretazione originaria. Ma l’interpretazione non è verità: è fede,
volontà, ossia errare. Il mondo in cui l’uomo crede di vivere è errare.
Tuttavia l’interpretazione appare aH’interno della verità. Non delle verità del
mondo - che sono a loro volta form e particolari di interpretazione -, ma di
ciò che nei miei scritti è chiamato destino della verità, o semplicemente
destino. L’interpretazione è errare perché separa il mondo dal destino. La
terra isolata è ciò che appare in questa separazione. Anche le teorie
dell’interpretazione, avanzate dalla cultura del nostro tempo, appartengono
alla terra isolata. L’interpretazione, che evoca i propri contenuti sul
fondamento di regole e di criteri (di cui essa è più o meno consapevole), può
adottare (cioè volere) quell’insieme di regole e di criteri in base ai quali
essa può affermare che l’uomo esiste come molteplicità di individui umani e che
gli uomini interpretano il mondo in modi diversi e con un diverso grado di
coerenza rispetto alle regole e ai criteri adottati. Ma anche e innanzitutto il
destino della verità vede la differente coerenza delle interpretazioni evocate
dall’interpretazione originaria. Che la storia dell’uomo sia storia del
mortale, cioè della fede che, in modi estremamente diversi e complessi, le cose
e l’uomo stesso diventano altro da ciò che essi sono e quindi muoiono via via
ciò che sono stati, fino alla morte di tutto ciò che essi possono essere,
questa è una interpretazione; che però si presenta come la più coerente, sino
ad ora, rispetto a ogni altra interpretazione di quella storia (la cui stessa
esistenza è un contenuto interpretato). Non è escluso cioè che - ad esempio in
seguito a una svolta radicale delle discipline storiche, linguistiche,
antropologiche, psicologiche ecc., si imponga una nuova forma di
interpretazione, per la quale l’uomo non ha mai creduto che le cose siano un
diventar altro. Sino a che quella svolta non si manifesta, l’interpretazione
più coerente è tuttavia in grado di mostrare quell 'ulteriore coerenza, per la
quale i diversi modi di pensare e di vivere il diventar altro delle cose è esso
stesso un mostrarsi sempre più coerente a sé stesso, lungo il percorso che
conduce dall’esistenza guidata dal mito all’esistenza guidata dalla verità e,
in seguito, dalla distruzione della verità (ossia della verità che appartiene
alla terra isolata) alla civiltà della tecnica. Il destino della verità mostra
che questo è il percorso dove YErrare estremo perviene alla propria estrema
coerenza; ma è anche questo stesso percorso, in quanto isolato dal destino e
dunque con le proprie forze, a mostrare il proprio diventar sempre più coerente
alla fede nel diventar altro, dalla quale tale percorso si sprigiona. Non
potendo sapere di essere l’Errare, l’Errare stesso provvede cioè a rendere
sempre più coerente (e, dal suo punto di vista, sempre più vera) la propria
fede nel diventar altro, che all’inizio della storia dell’Occidente si presenta
in forma ontologica, ossia come convinzione che le cose del mondo,
corruttibili, escono dal loro non essere (dal loro esser nulla) e vi ritornano.
E poiché questa convinzione - se il linguaggio si libera daH’incantesimo della
terra isolata - è convinzione che l’essente in quanto essente sia niente, la
storia dell’Occidente è storia del nichilismo - in un senso essenzialmente
diverso da quello affermato da Nietzsche e Heidegger. Innanzitutto, l’intera
storia della filosofia si costituisce il proprio costituirsi come sistema : non
in senso hegeliano, come sistema della Verità, ma come sistema dell’Errare. Il
compito gigantesco da cui è atteso il linguaggio che sul fondamento del destino
mostra il nichilismo dell’Occidente è di allargare a tutte le dimensioni
attraverso le quali si dispiega l’Occidente l’analisi in cui appare il suo
carattere di sistema : allargarla alla dimensione religiosa, artistica,
economica, politico-giuridica, a quella della historia rerum gestarum e delle
res gestae, oltre che, appunto, a quella delle diverse forme della scienza in
quanto sapere della natura e dell’uomo e in quanto sapere logico-matematico.
Anche in queste dimensioni è possibile scorgere il percorso che rende sempre
più coerente e visibile il nichilismo che in modo specifico le avvolge e
sorregge, e la sua tendenza all’autodistruzione. La dimensione filosofica del
nichilismo anima tutti gli altri luoghi dell’Occidente e ormai del pianeta - e
tanto più quanto più essa è ignorata sì che innanzitutto all’esplorazione
analitica del suo articolarsi dev’esser data la precedenza. Per indicare
l’Errare è necessario esserne al di fuori: solo in quanto il destino della
verità è già da sempre aperto qualcosa può apparire come l’Errare - che d’altra
parte non è qualcosa di accidentale rispetto al Non Errare. Lo smascheramento
del nichilismo non è una semplice confutazione di un errore che, esercitando
una maggior attenzione e perspicacia, si sarebbe potuto evitare. La grandezza
della verità richiede la grandezza dell’Errare e dell’errore. E la cura per la
potenza delle configurazioni storiche del pensiero filosofico, per la loro
inevitabilità - cioè per la loro capacità di andar oltre le forme storiche di
volta in volta raggiunte, proprio perché sono queste stesse forme a richiedere
di essere oltrepassate senza peraltro riuscire a soddisfare questo loro intento
più profondo, è un modo di pensare la filosofia che troppo presto è stato messo
in disparte col pretesto che Hegel ne aveva abusato. Recuperandone la forma (e
non il contenuto, si è già detto), si dovrà comunque distinguere il senso che
l’inevitabilità del processo storico presenta in quanto considerato alfinterno
della logica dell’Errare e il senso di tale inevitabilità in quanto appare
nello sguardo del destino. Al culmine della propria coerenza - e dunque
nell’incombere della propria distruzione - il nichilismo si presenta come
civiltà della tecnica. Come ho richiamato più volte, l’essenza della tecnica
non è infatti il suo carattere scientifico-matematico (che peraltro, oggi, non
si scorge come potrebbe venir sostituito da una concettualità più potente -
anche se questa insostituibilità è una situazione di fatto, un fatto grandioso
che ha alle proprie spalle tutti i successi della scienza). L’essenza della
tecnica è la messa in opera del rapporto mezzo-fine: l’organizzazione di mezzi
in vista della produzione di scopi, e propriamente di quello scopo che è
l’incremento indefinito della capacità di produrre scopi. Se qualcosa riuscisse
a servirsi della tecnica - se cioè riuscisse ad assumere la tecnica come mezzo,
costituendosi pertanto come il supremo dominio e come la potenza suprema, tale
qualcosa sarebbe la tecnica autentica, cioè la tecnica più potente. Infatti già
ora la tecnica assume e usa come mezzo non soltanto le forze che si illudono di
servirsi di essa come mezzo, ma si serve anche di sé stessa o di una dimensione
parziale di sé stessa. Ormai (cioè dopo la fine di quell’illusione), che
qualcosa si serva della tecnica significa che la tecnica, ossia ciò che oggi si
presenta come la forma più potente del divenire, si serve e usa sé stessa o una
sua dimensione parziale. Poiché la volontà di accrescere all’infinito la
propria potenza è lo scopo della tecnica, questa volontà è la forma
trascendentale del divenire, che servendosi di mezzi si serve anche di sé e
delle forme particolari, empiriche del divenire. Detto in modo sommario: si
serve di sé, in quanto potenza massima attualmente realizzata, per produrre sé
in quanto potenza ancora maggiore - e servendosi di sé e usando sé stessa si
serve e usa anche le forme di volontà di potenza che credono ancora di poter
guidare la tecnica (e lo credono nella misura in cui la tecnica non riesce
ancora a sentire la voce dell’essenza, peraltro tendenzialmente nascosta, del
pensiero filosofico del nostro tempo, che mostra l’impossibilità di ogni limite
assoluto alla volontà di accrescere la propria capacità di realizzare scopi).
La tecnica - che può essere mezzo solo in quanto si propone innanzitutto come
lo scopo supremo del divenire - è ormai la forma fondamentale del divenire,
rispetto alla quale il divenire naturale si presenta come routine, staticità
che tale volontà va sempre più sciogliendo. La civiltà della tecnica è, così,
il culmine della coerenza del nichilismo (anche se ancora resta da esplorare,
da un lato, il rapporto tra i contrapposti modi in cui Leopardi e Nietzsche intendono
la forma trascendentale della volontà che si fa avanti alla fine dell’età della
tecnica, e, dall’altro, il rapporto tra questi modi e l’attualismo gentiliano).
L’anima dell’Occidente: la persuasione che le cose e gli eventi - gli essenti -
escano dal niente e si annientino. Ciò significa che annientati sono niente, e
che prima di uscire dal niente sono niente. Ma questa persuasione è la Follia
essenziale, la più profonda che possa manifestarsi nel mondo dell’uomo e nel
Tutto. È infatti la persuasione che un essente, un no n-niente, divenendo, sia,
in quanto essente, niente (come passato e come futuro). In forme diverse, la
Follia domina la storia della terra, ma al di fuori della Follia appare
eternamente l’eternità di ogni essente: di ogni evento, di ogni stato del
mondo, di ogni essente che non sia uno stato del mondo. Il mantenersi al di
fuori della Follia essenziale non è una semplice fede, un mito, un desiderio
vano, un dono divino, una filosofia, e non è nemmeno un atteggiamento
scientifico: non perché non riesca a raggiungere il rigore delle scienze della
natura e delle scienze logico-matematiche, ma perché, nel suo significato
autentico, il mantenersi al di fuori della Follia ha un rigore,
un’incontrovertibilità, una stabilità, e dunque una verità e necessità
essenzialmente più radicali di quelli che competono al sapere scientifico, e a
ogni altra forma di sapere e di coscienza. La negazione di ogni verità assoluta
a cui è pervenuta la coscienza critica del nostro tempo è conseguenza inevitabile
della persuasione che le cose e gli eventi siano divenienti, cioè possano
uscire dal nulla e annientarsi. Ma in quanto appare, nella Non-Follia, la
Follia di tale persuasione, quella conseguenza non è più inevitabile; cioè non
si può impedire, al pensiero che si mantiene nella Non-Follia, di essere la
verità e necessità essenzialmente più radicale di ogni verità e necessità della
conoscenza scientifica, e di ogni altra forma di conoscenza. Destino della
necessità si può chiamare questo senso estremo della verità e della necessità,
che si mantiene eternamente presso di sé. Il destino della necessità è
l’essenza autentica dell’uomo: come apparire eterno degli eterni, l’uomo è
infinitamente altro dall’essere un che di effimero, preda del tempo e del
nulla, più o meno raggiunto dalla grazia di un Dio o di un Salvatore. Nella sua
essenza autentica l’uomo è il luogo eterno che accoglie la terra, ossia tutto
ciò che sopraggiunge - e tutto ciò che sopraggiunge è il corteo degli eterni al
quale appartengono non solo gli individui umani, ma la stessa Follia
essenziale, cioè la stessa fede che gli essenti possano uscire dal niente e
ritornarvi. Stando aH’interno della Follia, gli uomini chiamano storia del
mondo e dell’universo il sopraggiungere degli eterni, ossia la terra. Al di
fuori della Follia, la storia del mondo e dell’universo non è la produzione e
la distruzione degli essenti, ma è il comparire e lo scomparire degli essenti,
cioè degli eterni. La morte appartiene alla manifestazione degli eterni, è un
evento interno al cerchio eterno dell’apparire degli eterni in cui l’uomo
consiste. La morte non travolge e non disperde l’uomo, ma è l’uomo a
comprenderla in sé stesso come parte della totalità in cui egli consiste. Da
sempre e per sempre, quel cerchio è l’apparire della verità del destino. La
terra sopraggiunge nel cerchio del destino - che dunque è una dimensione
finita. L’uomo è sì l’apparire infinito del destino della verità, ossia
l’apparire di tutto ciò che è, nella sua verità assoluta - e dunque è l’apparire
in cui non può sopraggiungere alcunché (appunto perché esso è l’eterno apparire
di tutto) ma l’infinito rimane l’inconscio del finito: nell’uomo, in quanto
luce finita del cerchio del destino, l’eterna luce infinita è destinata a
rimanere nascosta, pur affacciandosi, con la terra, 182 in quel cerchio. Come
eterno oltrepassamento di tutte le contraddizioni del finito, l’apparire
infinito del destino è la Gioia, l’inconscio dell’uomo, in cui egli è destinato
a inoltrarsi, all’infinito. Ma che ne sanno, intanto, gli individui umani - o i
popoli - di tutto questo? Nulla. Vedono in eterno la verità, ma i loro
linguaggi tacciono di ciò che si mostra nella piena luce e parlano soltanto di
ciò che sopraggiunge; e la terra appare come la dimensione in cui la volontà
dell’uomo ha la potenza di trasformare e dominare cose ed eventi. Due anime
abitano nel nostro petto: l’apparire del destino della verità e la separazione
della terra da tale apparire. Il mondo in cui crediamo di vivere - il mondo del
dolore e della morte - è il volto che la terra viene a mostrare nel suo essere
così separata e isolata. Ma intanto, prima del tramonto della Follia l’uomo è
rattrappito. Nelle sue certezze, innanzitutto. È infinitamente di più di quel
che crede di essere. Rattrappito, perfino quando crede di essere Dio o il
figlio di Dio, o che la sua anima sia immortale o che anche il suo corpo possa
risorgere. È rattrappito anche nei suoi desideri: non perché debba desiderare
di più, ma perché l’uomo desidera quando non è consapevole della propria
infinita ricchezza e della necessità che tale ricchezza gli si faccia innanzi
lungo un percorso a sua volta infinito al quale, dunque, si addice la parola
Gloria. E, tutto questo, non certo perché sia io o tu o un popolo o un Dio a
dirlo, ma perché appare, non smentibile, nel più profondo di ognuno di noi. Già
da sempre, eterni, siamo oltre qualsiasi Dio e qualsiasi forma dell’esser uomo.
L’isolamento della terra dal destino della verità è il fondamento, la radice
più profonda della Follia essenziale. L’isolamento della terra non è una colpa,
una decisione dell’individuo, ma è esso stesso destinato all’uomo in quanto
cerchio finito del destino. Solo all’interno della terra isolata può apparire
qualcosa come individuo umano, popolo, società. Sul fondamento della terra
isolata si fa innanzi, nell’apparire, la Follia essenziale e la storia
dell’Occidente, che è ormai storia del pianeta, destinata a culminare nella
civiltà della tecnica. Quali sentieri la terra è destinata a percorrere nel
cerchio finito dell’apparire? Il suo isolamento dalla verità è insuperabile? È
destinata ad abbandonare quel cerchio? Quali spettacoli sono dunque destinati a
mostrarsi in quel cerchio durante la vita e dopo la morte - che, comunque, non
può essere l’annientamento di ciò che dell’uomo è andato via via apparendo?
Nella sua essenza autentica l’uomo non solo è l’eterno apparire degli eterni e
degli eterni della terra, ma è la luce che si allarga senza fine sulla distesa
degli eterni: nel senso che ogni eterno che sopraggiunge (ossia ogni
configurazione della terra) è destinato a essere oltrepassato dal
sopraggiungere, nell’apparire, di altri eterni; sì che anche l’isolamento della
terra - che tuttora domina i pensieri e le azioni dei mortali - è destinato al
tramonto; e la Gioia, pur rimanendo inesauribile, è destinata a mostrarsi
libera dal contrasto con la terra isolata. L’essenza autentica dell’uomo, come
luce dell’apparire degli eterni, che si allarga senza fine, è la Gloria
dell’uomo. L’uomo è destinato a questo rapporto tra la Gioia e la Gloria - che
dunque non è un premio concesso a chi abbia usato bene la propria volontà
libera -. È necessità che, dopo il tramonto dell’isolamento della terra - e
dunque dopo il tramonto della vita e della morte, della volontà e dell’abulia -
l’uomo sia l’inesauribile apparire della libertà della Gloria dalla terra
isolata. Tale libertà non è oblio della terra isolata: tutto ciò che nel
cerchio dell’apparire è oltrepassato è insieme totalmente conservato in quel
cerchio. Se il dolore, che come ogni essente è anch’esso eterno, non fosse
eternamente e totalmente conservato nel cerchio delfapparire, il suo
oltrepassamento sarebbe una semplice immagine, un’astratta rappresentazione
(cfr. E.S., La Gloria, Adelphi 2001). Poiché la Gloria - il dispiegamento
infinito degli eterni nel cerchio finito delfapparire - è la Gloria dell’uomo,
per un verso essa si dispiega nel cerchio in cui appare questa mia fede di
essere una forza, individuo capace di trasformare consapevolmente le cose; per
altro verso la Gloria è il dispiegarsi, in quel cerchio, e in ogni altro
cerchio, degli infiniti altri cerchi finiti. In ogni uomo è destinata cioè a
sopraggiungere, in carne e ossa, la totalità infinita dell’umano e dunque la
totalità infinita dei modi in cui la terra è stata e sarà isolata. Questo è il
venerdì santo che precede la pasqua della terra libera dall’isolamento. Si
dice, di Cristo: Nonne oportuit haec pati Christum et ita intrare in gloriam
suam? (Le., 24, 26-27). Ma volendo trasformare la terra per prendere su di sé
il dolore del mondo, egli vuole qualcosa che invece è necessità che accada in
ogni cerchio delfapparire, e il cui accadimento è richiesto con necessità dalla
destinazione di ogni cerchio alla Gloria, oportet haec pati in Gloria - e nella
Gioia. Cfr. su questo punto, per restare agli studi più recenti, i saggi di
Leonardo Messinese L’apparire del mondo. Dialogo con Emanuele Severino, Mimesis
2008; Il paradiso della verità. Incontro con il pensiero di Emanuele Severino,
ETS 2010; Né laico, né cattolico, Dedalo 2013; e i saggi di Nicoletta Cusano,
Emanuele Severino. Oltre il nichilismo, Morcelliana 2011; Capire Severino. La
risoluzione delVaporetica del nulla, Mimesis 2011. A Messinese interessa
valorizzare soprattutto il mio scritto del 1958 La struttura originaria (La
Scuola) - e in generale la prima fase del mio discorso filosofico - e gli
interessa valorizzarla anche perché, a suo avviso, essa sarebbe compatibile con
la fede cristiana; alla Cusano interessa invece sottolineare quanto del nichilismo
permanga in quella prima fase di oltrepassamento del nichilismo, e, questo, per
valorizzare il modo in cui gli scritti successivi si liberano da quella
permanenza: ma le interessa 185 anche sottolineare la differenza essenziale tra
il modo in cui il nichilismo permane in quella prima fase e tutte le forme di
nichilismo che invece non compiono il primo passo, compiuto appunto in tale
fase, che è quello decisivo, perché spinge inevitabilmente verso tutti gli
altri. Eschilo (E): Conosco quel che tu scrivi di me... che oltre a essere uno
dei più grandi poeti sono anche uno dei più grandi filosofi che i mortali
abbiano mai avuto... e che proprio perché la filosofia è in me così grande può
esser divenuta in me così grande la poesia... Ma... c’è anche dell’altro...
Interlocutore (I): Se tutto questo - ed è molto! - non ti può bastare... e non
certo perché tu sia insaziabile... E. Certo! Tu mi metti in testa al grande
Corteo della tradizione dell’Occidente. Ma poi, questo Corteo lo vede fermarsi
(o muoversi per inerzia)... e credi che sia sorpassato da un più potente Corteo
: quello della civiltà del vostro tempo: la civiltà della morte di Dio, come
Nietzsche si esprime, la civiltà della tecnica... Non è così?... I. In qualche
modo sì... ma, tu sai bene, ciò che più conta non è quel che si dice, ma la
verità di quel che si dice... e la più gran questione, a partire dai Greci, è
il senso della verità... Quanto al semplice dire, anche i bambini sono capaci
oggi di dire che Dio è morto... E. ... e tu credi invece che si possa sapere il
vero perché di questa morte! I. Ma se ti fermi qui non ci facciamo capire... E.
Lo so... Perché poi, a tuo avviso, tutti e due quei Cortei di cui ho parlato, e
che pure sono in lotta tra loro, sono uniti da una stessa cadenza... o, se preferite,
dalla stessa Anima... Come se la loro marcia fosse scandita dallo stesso
Canto... (che però richiede orecchie fini, tu dici, per essere udito)... e per
te quest’Anima e questo Canto li accomuna più di quanto 188 la loro inimicizia
li divida...: come se celebrassero un rito comune... che però è inviso al
Cielo... (chiamiamolo così). I. Sì... purché ci si intenda sulla parola
Cielo... Non la uso mai... ma forse, in questo nostro veloce colloquio potrebbe
servirci... E. ... Ma vedi allora che non mi può bastare il riconoscimento che
tu dai della mia grandezza poetica e filosofica! Ti sembra che mi ci trovi bene
alla testa di un Corteo che, per quanto potente, non solo è superato da un
altro ancora più potente, ma che insieme a quest’altro non ottiene il favore
del Cielo? L Dipende da questo Cielo che le cose vadano così. Cioè né da me né
da te... Ma, intanto, su questo possiamo esser d’accordo: che il Cielo di cui
stiamo parlando non può essere il cielo di Dio (non si dice che Dio sta
nell’alto dei cieli?)... ma nemmeno essere quello degli atei, che riabbassano
il Cielo al soffitto delle loro case... Non credo che avremo tempo di parlare
del significato del Cielo inaudito al quale ci si deve riferire. Ma ora
lasciamo dire questo... E. Certo! E ... che se non ottenere il favore del Cielo
significa essere nell’Errore, l’Errore è però prezioso come la verità...
Soprattutto quando è grande come quello dei due Cortei di cui si parlava... Lo
dico, un po’ nel senso in cui quell’altro grande che è Emanuele Kant osservava
che senza la resistenza dell’aria le colombe non potrebbero volare... E. ...
Intanto siamo al mio Cielo: il Cielo di Dio... che d’altronde non è nemmeno il
cielo di Cristo... e non solo perché, quando io scrivevo, Cristo non era ancora
nato... L Sì, tu ti rivolgi a Dio - ecco le tue parole - con un sapere che sta
e non si lascia smentire; e questo sapere non può 189 essere la fede cristiana
né alcun’altra fede. Avvolto nello splendore della tua poesia, è tuttavia il
Dio dei filosofi e tu sei stato uno dei primi re del pensiero ad affermarlo. La
grandezza di ciò che tu hai visto non poteva essere espressa che da un
linguaggio potentemente nuovo, che ha attratto gli amanti della poesia ma ha
fatto perdere di vista che lì stava nascendo la filosofìa, la più grande delle
avventure del mortale... E. Di solito, quando si dice Dio dei filosofi si
pronuncia questa espressione con un accento di più o meno larvato rimprovero,
mentre il volto e la voce si rischiarano, quando a codesto Dio si contrappone
il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe e, soprattutto, il Dio di Gesù... I.
Ma il rischiararsi di quei volti e di quelle voci è poca cosa rispetto al
chiarore di cui parli tu quando ti riferisci al sapere che sta e non si lascia
smentire! E. È il chiarore della filosofia. Quando pronuncio l’espressione
phrenòn tò pàn intendo parlare del culmine della sapienza... (come tu traduci)
ossia di ciò che noi Greci eravamo in procinto di chiamare filosofia. E il
culmine della sapienza è il sapere che non si lascia smentire... Stando su quel
culmine e in quel sapere, si abita en phàei, nella luce, nel vero chiarore...
I. Sì, nella tua lingua luce si dice phàos e la parola filosofia contiene le
parola sophia... che è costruita sulla parola phàos, e dunque suona come se dicesse:
grande luce... E. ... Certo: quel so di so-phia è un prefisso che rafforza,
intensifica e, appunto rende grande il significato della parola da cui è
seguito, cioè, in questo caso, il significato della parola phàos. I. ... e
quindi si deve dire che philo-sophia significa aver cura per ciò che sta nella
grande luce, al culmine della luce... La cura per qualcosa che è essenzialmente
più radicale del rigore del sapere scientifico e della dedizione di ogni fede.
E. ... e che per questo, ma solo per questo, può essere detto sapienza... Forse
ora si potrebbe incominciare a capire ciò che tu affermi del modo in cui io
intendo la sapienza: quel che sta al culmine della luce è il sapere che sta e
non si lascia smentire... L Ho dovuto usare quest’ultima lunga espressione per
tradurre quel che tu esprimi rapidamente quando affermi di rivolgerti a Dio...
E. Sì, io dico: rivolgersi a Dio pant’epistathmómenos ... che tradotto alla
lettera nella vostra lingua significa ponderando bene tutte le cose... Ma
tradotto così alla lettera dice ben poco... Se si è capaci di scendere nel
senso profondo di queste mie parole greche, bisogna intenderle nella direzione
in cui tu ti sei messo... In esse risuona una grande parola: la parola epistéme
che alla lettera vien tradotta con la parola scienza, ma che nel suo
significato originario significa lo stare (- stéme), dove lo stante non si
lascia scuotere dalle forze che vorrebbero scuoterlo, abbatterlo e smentirlo.
I. Ti ringrazio per quanto hai detto di me... A questo punto sarebbe forse il
caso che tu richiamassi e facessi sentire quel tuo Inno a Zeus - l’Inno a Dio -
che, parlando del culmine della sapienza, sta esso al culmine della sapienza
che guida la tradizione dell’Occidente... QuellTnno è il contesto in cui
compare la rapida e potente espressione che ho tradotto con il sapere che sta e
non si lascia smentire... E. Ne ricorderò solo una parte... e non nella mia
lingua, ma nella traduzione che tu nei hai dato, e con qualche ritocco... Se il
dolore, che getta nella follia, dev’essere cacciato 191 dall’animo con verità,
allora, soppesando tutte le cose con un sapere che sta e non si lascia
smentire, non posso pensare che a Zeus [...] che ha vinto tre volte. Chi ha la
mente protesa verso Zeus e annuncia la sua vittoria perviene al culmine della
sapienza. Guidando il pensiero dei mortali Zeus ha stabilito che il sapere
acquisti potenza sul dolore. Quando, invece del sonno, goccia davanti al cuore
l’affanno che ricorda il dolore, allora, anche senza che lo vogliano,
sopraggiunge nei mortali un sapere che salva. Questo è un dono dei dèmoni che
siedono potenti sul sacro seggio di Zeus. I. Quanto tempo occorrerebbe per
portare alla luce la grandezza di queste parole!... Bisognerebbe mostrare,
innanzitutto, che Zeus è per te ciò che la filosofia, nascendo, chiama Dio... e
che tu sei tra i pochi che la fanno nascere... E. Zeus ha vinto tre volte: ha
vinto per sempre la propria mente... quindi è il totalmente essente, come tu
hai tradotto l’espressione pantelés, che compare nella mia tragedia Le supplici
... I. ... e, ancora, bisognerebbe mostrare che tu incominci a intendere la
morte come l’andare nel nulla e dunque a pensare quel significato radicale del
nulla che prima di Parmenide, di te e di pochi altri era rimasto nell’ombra...
e portandolo alla luce avete fatto sì che gli uomini incominciassero a nascere
e a morire in modo diverso da prima: nel modo estremo e più terribile... E.
Morire sapendo di andare nel nulla dal quale non c’è ritorno è infatti qualcosa
di essenzialmente diverso dalla morte di chi, la morte, non la può vedere
legata al nulla perché ancora non sa nulla del nulla... I. All’estremo opposto
di Zeus che ha vinto per sempre la propria morte e per questo è totalmente
essente, c’è il panóles, la parola con la quale tu indichi Tesser totalmente
distrutto di chi è spinto nel nulla dalla morte... E. Eppure... eppure nel mio
Inno a Zeus dico che il dolore che getta nella follia deve essere cacciato
dalVanimo con verità...! e il dolore getta nella follia quando lo si patisce
come messaggero della morte!... Nel mio Inno io indico anche il Rimedio!... il
Rimedio contro la follia in cui getta l’angoscia della morte!... il Sommo
Rimedio! I. Sì, tu hai indicato il Rimedio... Di più: alTinterno della storia
dell’ epistéme tu sei stato il primo a indicarlo a chiare lettere... Di più
ancora! Il tuo Rimedio è il Riparo sotto il quale si sono rifugiati quasi due
millenni e mezzo di storia dell’Occidente... e si semplificano troppo le cose
dicendo che il tuo Rimedio è Dio!... E. Certo, si semplificano troppo, perché
anche nel mio Inno dico che... con verità è necessario cacciare la follia del
dolore... con verità!... cioè con un sapere che sta e non si lascia smentire...
e questo sapere non può essere nessuna sapienza che il mito ha prodotto, e nessuna
fede, nemmeno quella che per chi è venuto dopo di me è stata la fede cristiana
o la fede nella tecnica del vostro tempo! Inchiodato dalle arti, cioè dalla
tecnica del falso Zeus del mito e della fede, non è forse il mio Prometeo, a
urlare: La tecnica è troppo più debole della Necessità? Sono io a pronunciarle,
queste parole, perché la Necessità è proprio ciò che si manifesta alTinterno
del sapere che sta e non si lascia smentire, e che nel mio Inno chiamo
sophronéin, cioè sapere che salva, come tu hai tradotto... L Siamo al centro
del tuo pensiero e del pensiero della tradizione occidentale: la verità salva -
voi dite. Nel tuo Inno lo metti in piena luce. E. Guidando il pensiero dei
mortali Zeus ha stabilito che il sapere acquisti potenza sul dolore e questo è
il sapere che sta e non si lascia smentire. I. Ha in mente te e gli altri
grandi filosofi greci, Gesù, quando dice: La verità vi farà liberi! Liberi da
che cosa se non dalla incapacità di sopportare il dolore e la morte...? E. ...
solo che in lui la verità è ormai diventata la verità della fede, la volontà
che un sapere sia verità perché è lui a rivelarlo... I. ... mentre la filosofia
ha cura per il sapere che mostri da sé stesso di non poter essere smentito...
E. Su questo pensiero la filosofia si è curvata per millenni... L ... si tratta
di aver cura per la luce che non inganni e della potenza che può essere
suprema, divina, supremamente liberatrice solo in quanto essa appaia in questa
luce... E. Saldi rimedi; saldi, cioè veri, invocano le Erinni alla fine della
mia Orestea... Su questo pensiero la filosofia si è curvata per millenni... L
... e si è spezzata... e questo è insieme lo spezzarsi dell’intera civiltà
occidentale, e ormai è la spezzatura del mondo... E. Tu vuoi dire che si è
spezzata nei due Cortei di cui parlavamo all’inizio?... il Corteo della
tradizione, della verità liberatrice, del divino... L Sì, e il Corteo del tempo
presente, dove invece si scorge l’inesistenza di ogni Rimedio, di ogni Riparo
dalla nullità dell’uomo. E. Sì, il mio Corteo ha pensato (e per primo) che le
cose e i mortali sporgono provvisoriamente dal nulla, ma ha anche pensato che
dall’angoscia in cui spinge il pensiero della nostra nullità, ci si può
liberare solo con la verità che sta, non smentibile, e mostra il divino che ha
vinto per sempre la morte e in cui in qualche modo restano salvate dal nulla
tutte le cose mortali... I. ... ma una volta che il tuo Corteo ha evocato il
canto terribile della nullità delle cose era inevitabile che il controcanto del
Rimedio e della Salvezza dal dolore e dal nulla si rivelasse senza forza e si
spegnesse, e si facesse innanzi l’altro Corteo, che in mille modi e anche
contrastanti canta lo stesso Inno, diverso al tuo, ma figlio legittimo del tuo:
l’Inno del nulla, della incapacità dell’uomo di salvarsi dal nulla... è
inevitabile che il tuo Corteo sia seguito da quest’altro... E. ... ma tu dici
anche questa inevitabilità non è a portata di mano e che molti cantori del mio
Corteo credono che il mondo debba essere guidato da loro... I. Sì, lo
credono... si illudono... perché sotto la cenere di Dio c’è il fuoco del nulla.
Leopardi canta così: ... a noi presso la culla immoto siede, e su la tomba, il
nulla e questo canto finisci col sentirlo anche al di sotto delle voci delle
magnifiche sorti e progressive della tecnica... E. ... che tenta di allontanare
il più possibile il dolore e la morte. L La tua sentenza che la tecnica è
troppo più debole della Necessità deve essere rovesciata: oggi appare che la
Necessità è troppo più debole della tecnica : considera allora quanto essa
(cioè il canto del tuo Corteo) sia debole, se la tecnica stessa che è molto più
forte è poi del tutto impotente rispetto al nulla che attende ogni cosa! E. Ma,
poi, tu sostieni che l’anima più profonda di quei due Cortei è la stessa
(l’abbiamo accennato all’inizio!). Mi sembra che tu voglia dire che essi
intonano entrambi l’Inno del nulla, e che il mio Corteo si illuda, dopo averlo
cantato di poter cantare anche quello a Zeus... I. Sì, ma ora è tempo che il
nostro colloquio si concluda... E. ... e sostieni anche che tutti e due i
Cortei e tutti e due gli Inni non riescano a ottenere il favore di quel Cielo
di cui parli tu e che sarebbe abissalmente diverso sia da quello degli amici
sia da quello dei nemici di Dio... L ... sì, ma ora dobbiamo salutarci... E.
... e in quel Cielo appare la Necessità autentica, non quella che si fa vincere
dalla tecnica, ma la Necessità che tutto sia eterno - tutto: ogni gesto, ogni
stato, ogni cosa, ogni vicenda, anche i due Cortei, e anche i due Inni... I.
... questo Cielo non è una dottrina che passi dalla testa di uno a quella degli
altri. E. ... risplende in ognuno di noi anche quando non ce ne accorgiamo...
I. Ti ringrazio di aver accennato a queste cose.. E. ... arrivederci, allora!
I. Arrivederci! Parmenide 1 Interlocutore (I): Anche tu, gli uomini, li chiami
mortali. Della loro mente dici che è plaktón. Dovrebbero riflettere a lungo su
questa parola. Di solito la si traduce con errante. Non è sbagliato - purché si
sappia che cosa spinge la loro mente a errare. Parmenide (P): Infatti. Sono
spinti a errare perché credono che 1’esistenza della nascita e della morte,
cioè l’uscire dal nulla e il ritornarvi, sia verità. Lo dico continuamente nel
mio Poema. Ad esempio nei versi 39-40 di quello che voi chiamate frammento 8.
I. Ma quando dici che la mente dei mortali è plaktón rendi ancora più profondo
il senso dell’errare che viene espresso da questa parola. Infatti plaktón, che
tu riferisci alla mente dei mortali (fr. 6), prima ancora che errante,
significa colpita. E chi è colpito patisce. Il colpo fa soffrire. Spinge nel
dolore e nell’impotenza. Si è impotenti quando non si riesce a ottenere ciò che
si vuole. Quando ciò accade si è preda del dolore, e allora si vacilla, si va
di qua e di là, si va errando, appunto. La mente dei mortali è errante perché è
colpita. È colpita dalla convinzione non vera che nascita e morte esistano. E,
preda di questa convinzione, patisce. P. Sì, con la parola amechame ho indicato
appunto questa impotenza, angustia, mancanza, questo essere avvolti dal dolore
quando non si segue - così lo chiamo - il sentiero della Verità. Amechame
indica l’assenza di mechané, ossia della macchina (nel senso originario di
questa parola), ossia del mezzo che consente di liberarsi dall’impotenza
angosciata. La frase completa dove parlo della mente errante dei mortali dice
infatti: Nei loro petti un’impotenza angosciata governa la mente colpita ed
errante. I. Dunque tu dici che credendo nell’esistenza della nascita e della
morte, nell’essere e non essere di ciò che è, la mente dei mortali è colpita e
va errando nell’oscurità dell’angoscia... ! P. ... e che da questa Notte si
esce andando verso la luce della Verità. I. Nietzsche ha scritto che tutto il
pensiero filosofico, prima di lui, è stato al tuo seguito. Non sono d’accordo,
anche se tu stai indubbiamente al centro della storia dell’Occidente. Un
celebre filosofo della scienza ha sostenuto non molto tempo fa che tu sei il
padre di quella roccaforte della scienza moderna che è la fisica e che tutti i
grandi fisici del nostro tempo sono stati parmenidei. Di nessun altro Platone
ha detto quel che ha detto di te: Venerando e terribile, l’espressione che
Omero riferiva agli dèi. Sono d’accordo con Platone. Ma tu sei un grande dio
bifronte... ne parleremo più avanti, se lo vorrai... P. Sentirò che cosa
intendi dire. I. Ritorniamo, se ti va bene, a quanto stavamo dicendo prima
della mia digressione. Quando parli dei mortali dalla mente errante, mostri le
configurazioni della loro angosciata e dolorosa impotenza ( amechame ): essi,
tu dici, sono ottusi, accecati, storditi. E sostieni che è necessario cacciare
via dalla mente, con verità, tale impotenza, che li rende folli. P. Anch’io ho
compiuto il gran viaggio verso la Verità, accompagnato dalle Figlie del Sole, e
mi sono lasciato alle spalle le case della Notte, le case di quell’impotenza.
I. Non è un caso che Eschilo dica lo stesso. Nell’Inno a Zeus, dell’
Agamennone, il coro canta: È necessario cacciar via dalla mente, con verità, il
dolore che rende folli. P. Sì, son proprio le sue parole... I. ... e anche le
tue; anche se tu, la mente, la chiami nóos e lui phrontìs; e il dolore che
rende folli tu lo chiami amechame, mentre lui lo chiama àchthos. Ma
quell’affermazione di Eschilo, e la tua, indicano la nascita stessa della
filosofia - 198 anzi, sono questa nascita. P. Sì, la filosofia è il sentiero
della Verità. Se lo si percorre si è capaci di cacciar via dalla mente
l’angosciata e dolorosa impotenza che la rende folle. I. Anche prima della
filosofia ciò che i mortali vogliono sopra ogni altra cosa è riuscire a vincere
il dolore e la morte. Ed è, quello, il tempo del mito, cioè il tempo in cui
essi credono nell’esistenza delle potenze demoniche e divine della terra e del
cielo; e credono di salvarsi facendosele alleate. Ma, appunto, credono, hanno
opinioni, si illudono e nutrono cieche speranze (anche queste sono parole di
Eschilo), la loro è una salvezza sognata. P. Sì, per uscire dalla salvezza
sognata è necessaria la vera salvezza, è necessario che la Verità venga
incontro e si mostri all’uomo, e mostri in che consista la vera Potenza. Ma
l’uomo può scorgerla solo se riesce a capire in che consista la Verità. Questo
è il culmine della sapienza. I. Non deviamo dal nostro discorso se a questo punto
ricordiamo che per Aristotele la filosofia nasce dalla meraviglia. Con questa
parola si traduce solitamente il termine greco thàuma. Ma è una traduzione che
porta fuori strada. Basta tener presente, per giustificare questa mia
affermazione, che per Aristotele anche l’uomo del mito (l’amante del mito,
philómythos) è in certo qual modo filosofo, perché anch’egli è preso dalle reti
di thàuma. Ora, è ingenuo pensare che, nell’esistenza dominata dal mito, sia
l’esangue sentimento della meraviglia a esser capace di far rivolgere l’uomo e
di farlo alleare, per salvarsi, alle potenze che egli crede supreme. L’uomo del
mito è il primo a lottare contro l’immane sorpresa del dolore e della morte.
Thàuma è l’angosciato stupore, l’angosciata e dolorosa impotenza. P. Sì, thàuma
è Yamechame. Infatti Aristotele afferma che la filosofia conduce nello stato
contrario a quello da cui essa procede. Il viaggio che descrivo all’inizio del
mio Poema conduce anch’esso allo stato contrario: dalla Notte delYamechame al
Giorno della Verità, dove il mio animo vuol pervenire (fr. 1, v. 19). Lo stato
contrario a thàuma, a cui la filosofia conduce, è per Aristotele la felicità,
per quel tanto che essa è concessa agli uomini, è la loro salvezza. I. Ma, come
tu avevi incominciato a dire, il pensiero che stabilisce il senso di ogni
sapienza e di ogni agire - e dunque della salvezza e della felicità - è il
senso della Verità. Che importa una salvezza se non è vera? E una virtù, una
sapienza, una potenza che non siano vere? È un amore per il divino se l’amore e
il divino non hanno verità? A te e a coloro che per primi con te filosofarono
spetta questa gloria ineguagliabile: aver capito che l’avventura più alta
dell’uomo consiste nel portare alla luce il senso della Verità. P. I più
pensano ad altro. Lo dice anche Eraclito: I molti vivono come avendo una loro
propria saggezza (fr. 2), che è del tutto estranea alla Verità di tutte le
cose. I. Tutte le cose! Il Tutto! Tu e quel coro di dèi che voi siete - voi, i
primi pensatori greci per la prima volta sulla terra avete incominciato a
parlare del Tutto. È un evento infinitamente più decisivo di quello in cui,
come si racconta, l’uomo si è rizzato sulle gambe e ha incominciato a guardare
il cielo e le sue luci. Infinitamente più ampio e profondo è il Tutto rispetto
al cielo stellato. P. Sì; e lo sguardo verso il Tutto è necessariamente
richiesto dal senso della Verità. Infatti il cuore della Verità non trema (è
atremés). Trema il cuore delYamechame; trema il cuore di tutto ciò che può
essere negato da uomini o da dèi. Il cuore non tremante della Verità non può
esser negato né da uomini né da dèi. Proprio per questo la Verità non può
essere la verità di una parte del Tutto: se lo fosse, rimarrebbe esposta al
pericolo che dalle altre parti si faccia innanzi qualcosa capace di smentire la
verità di quella parte - la verità, cioè di dimensione particolare dell’essere
-, e il cuore della verità non cesserebbe mai di tremare. P. Questo è uno dei
motivi per i quali affermo che il Tutto non è divisibile, ossia non ha parti.
I. Certo, ma su questa tua tesi, vorrei, ritornare tra poco. Ora vorrei
aggiungere che la Verità non può essere negata né da uomini né da dèi, non
perché per ora essi non siano capaci di negarla, ma domani o in un futuro più o
meno lontano potrebbero diventarne capaci... P. ... ma perché è impossibile che
lo diventino. I. Solo che è questo impossibile a dover render conto, ora, del
proprio significato. Da questa impossibilità dipende infatti 1’esistenza di un
cuore non tremante della Verità. P. Infatti, il Tutto è ciò che è, l’essente
(tò eón). E al centro del mio Poema sta questa affermazione: È impossibile dire
o pensare che Tessente non sia. L’impossibile è appunto questo: che Tessente
(ciò che è) non sia. I. E qui tu ti sollevi sopra tutti gli altri. D’altra
parte, mi sembra che tu voglia anche affermare che l’impossibile non ha un
significato per proprio conto, indipendentemente dal significato
dell’espressione Tessente non è; ma che impossibile significa proprio questo:
il non essere dell’essente. O almeno mi sembra che nel tuo Poema le cose vadano
così. La tua voce si leva su tutte le altre per quel suo dire che è impossibile
che Tessente (il Tutto) non sia. Tu hai l’audacia di affermare che ciò che è, è
ingenerato, imperituro, eterno dunque. E non è un’audacia avventata, ma dà da
pensare ai millenni e a tutte le sapienze che son 201 venute dopo di te - a
tutte, dico, anche quando esse non se ne sono rese conto e ancora per molto
continueranno a non rendersene conto. P. Ma non ci sono quelle due affermazioni
che tu hai lasciato in sospeso e che ora dovresti chiarire? La prima, che io
sarei un grande dio bifronte; e, la seconda, la tua riserva - almeno così mi è
sembrata - a proposito della mia tesi che il Tutto - Tessente - non è divisibile,
cioè non ha parti. I. Andando avanti per questa strada - tu lo sai bene - ci
avviamo verso una regione impervia e insieme grandiosa, che in questo nostro
dialogo dovremo accontentarci di guardare da lontano. Si tratta, ancora una
volta, di capire che cosa significa essente. P. Sì. Platone, nel Sofista,
mostra con potenza mirabile perché io escluda che Tessente abbia parti. E
affermo questa sua potenza pur sapendo che egli ha inteso compiere un
parricidio, come lui dice, nei confronti del mio pensiero, cioè ha mostrato che
Tessente è necessariamente molteplice, ossia ha parti. I. Diciamolo, intanto,
che cosa significa che Tessente non ha parti. P. Significa che il mondo, in
apparenza ricchissimo di parti nello spazio, nel tempo, nelle nostre anime e nei
nostri affetti, non può essere Verità. Nel mondo, Tocchio non vede, l’orecchio
è stordito, la lingua straparla. Le cose del mondo sono soltanto opinioni dei
mortali, a cui non compete alcuna vera convinzione. Sono illusioni. Sono
soltanto nomi. Dicevo all’inizio che i mortali sono spinti a errare anche
perché credono che nascita e morte siano verità. Ma come è illusione la falsa
ricchezza delle molte cose, così è illusione la nascita e la morte. I. E
Platone mostra perché tu neghi che Tessente abbia parti 202 (terra, cielo,
piante, animali): perché, se le avesse, ognuna dovrebbe differire dall’essente.
Infatti cielo (o casa o altro) non significa essente, cioè non è essente, e il
non essente non può essere. Quindi le molte cose del mondo non sono, e l’opinione
che esse siano è illusoria. Se le cose del mondo fossero, il nulla sarebbe; ma,
tu dici, come è necessario che Tessente sia, così è necessario che il nulla non
sia. P. Questo non potrà mai venir imposto, che le cose che non sono siano. So
che, secondo alcuni, io non avrei negato la molteplicità delle cose. Ma se
fosse così dovremmo dire che pensatori come Platone, Aristotele, Hegel non
abbiano letteralmente capito quello che ho detto. I. Sono d’accordo con te. Io
sostengo da tempo che non è stata capita la potenza del tuo pensiero. Ma altro
è affermare che tale potenza non è stata capita, altro è affermare che non si è
capito quel che il tuo Poema ha esplicitamente affermato. P. Tu hai scritto
anche più volte che il mio pensiero può sembrare il punto in cui l’astro
dell’Occidente viene a trovarsi più vicino all’astro dell’Oriente. Come
l’induismo e il buddhismo, dico anch’io che il mondo è illusione - maya, dice
l’Oriente. Ma quale differenza! I. Infatti: sono simili le tesi. L’Oriente
possiede tesi analoghe a quelle che si leggono nel tuo Poema, ma, separate
dalla cura per la Verità, separate dal perché le si afferma, esse non sono
filosofia, ma miti. P. Prima di noi l’Oriente è philómythos, non philosóphos.
Poi rileggerà i propri pensieri - il cui splendore è indiscutibile - alla luce
dei nostri. I. D’altra parte, proprio perché il tuo discorso sulTimpossibilità
che Tessente abbia parti è ben comprensibile, non può evitare di confrontarsi
con Platone, che mostra, all’opposto, la necessità che Tessente sia molteplice;
e lo mostra portando alla luce un principio che resterà alla base dell’intero
sviluppo dell’Occidente - dell’Occidente, dico, non della sola cultura
occidentale. P. Lo so: Platone mostra che l’affermazione che Tessente è una
molteplicità di essenti... I. ... l’affermazione che il mondo esiste... P. ...
non implica, come invece io sostengo, che le cose che non sono siano... I. ...
cioè non implica che il nulla sia. P. Di questo gran passo di Platone parleremo
un’altra volta... I. D’accordo, qui vorrei allora restare alTinterno del tuo
discorso, ed esprimerti quella che tu prima hai chiamato la mia riserva,
invitandomi a non dimenticarla. I mortali, tu dici, vivono nell’opinione ( dóxa
), che è illusoria: credono che esista la molteplicità delle cose e la loro
generazione e corruzione. P. Nascita, dolore e morte, infatti, non possono
esistere se non esistono le molte cose del mondo. Questa illusione, che li fa
errare lontani dalla Verità, li colpisce e li fa sprofondare nell’ amechanie.
I. Ma tutto questo significa che, per te, l’opinione illusoria e Vamechanie e,
infine, i mortali stessi sono, esistono, non sono un nulla. E allora, non è
soltanto Tessente a essere, ma anche il mondo illusorio dei mortali - giacché,
ripeto, quando dici che questo mondo non ha verità, nemmeno tu intendi dire
che, dunque, è nulla... P. ... e allora tu mi stai obbiettando che dunque, ciò
che è, Tessente, è costituito da almeno due parti: lui, Tessente, (che vorrebbe
esser solo lui a essere) e il mondo dell’illusione, che poi è a sua volta
costituito dalle molte cose illusorie che sono soltanto nomi - e, anche qui, tu
diresti che per me i molti nomi non sono un nulla, ma a loro volta sono.
Cosicché io stesso verrei ad affermare quella molteplicità delle cose che
invece dichiaro impossibile. E potresti aggiungere che, oltre ai nomi che per i
mortali sono cose, ci sono le parole che nel mio Poema indicano la Verità e si
distinguono le une dalle altre e che io non sarei certo disposto a considerare
inesistenti per il fatto che sono molte... ... Ma a questo punto puoi andare
avanti e dirmi perché, prima, mi hai chiamato un grande dio bifronte - e, mi
pare di aver capito, bifronte in un senso diverso da quello per cui sarei
bifronte già per il fatto di affermare implicitamente quella molteplicità delle
cose che invece esplicitamente nego. I. Ma innanzitutto un dio. In questo
nostro dialogo non abbiamo il tempo per mostrarlo. Ciò che più conta dovremo
quindi lasciarlo da parte - e ciò che più conta non è soltanto il senso del tuo
essere un dio. Ebbene, ti dico bifronte rispetto all’essenza autentica del
nichilismo, ossia dell’anima e del fondamento dell’intera storia dell’Occidente
e, ormai, dell’intero pianeta. P. Se questo è il tema, allora so quel che
sostieni. Tu dici che io sono colui che indica il Sentiero del Giorno e,
contemporaneamente, spinge verso il Sentiero della Notte: colui che indica che
cosa sia veramente il nichilismo e quale sia il senso autentico della sua
negazione, ma che, insieme, apre la strada che conduce nel baratro del
nichilismo. I. L’essenza del nichilismo è infatti affermare che ciò che è non
sia. Non si pensa mai che ogni annientamento degli uomini e ogni devastazione
della terra sono possibili perché, innanzitutto, si crede che ciò che è possa
non essere. L’errore estremo è insieme l’estremo orrore. Ma poi anche tu -
anche tu! -, anche la tua mente è colpita come quella dei mortali dalla doppia
testa, dikranoi, come tu dici: anche tu affermi che ciò che è non è, ossia che
le molte cose del mondo sono nulla - esse che invece non sono un nulla nemmeno
per te, nella misura in cui sono il contenuto dell’opinione illusoria. P. E
questo lo dici perché Platone ha mostrato che se una qualsiasi cosa del mondo,
ad esempio la luna, non ha lo stesso significato di ciò che è, o di essente -
se dunque la luna non è Tessente -, d’altra parte la luna non ha nemmeno lo
stesso significato di nulla, luna non significa nulla, e pertanto non è un
nulla... I. ... con la conseguenza che, affermando che la luna è, non si è
costretti ad affermare; come invece tu sostieni, che le cose che non sono
siano, ossia che il nulla è; ed è dunque necessario affermare che le molte cose
sono. P. Ma so anche che, per te, Platone, salvando il mondo da me, si porta
dietro, credendo di avermi ucciso, il veleno col quale io uccido (o almeno
penso di uccidere) il mondo. Tu dici appunto che, col parricidio compiuto nei
miei riguardi, Platone è il salvatore apparente del mondo, perché in realtà ne
è il cattivo pastore, e che è alTinterno di questa cattiva cura del gregge che
poi si farà innanzi, lungo la storia dell’Occidente, ogni buon pastore. I. Ma
quando parlo del nichilismo che anima quella storia, non intendo dire che gli
uomini avrebbero potuto pensare meglio di come hanno pensato - e qui mi riferisco
innanzitutto a te: gli uomini hanno pensato e agito come era necessità che
pensassero e agissero; e anche il cielo e la terra procedono nel modo in cui è
necessario che procedano. In proposito non dico altro. Vorrei invece ritornare
un momento su quel discorso che facevo a proposito della luna, cioè del suo non
esser né Tessente né un nulla. Questo non significa che tra ciò che è e il
nulla vi sia qualcosa di 206 intermedio (la molteplicità delle cose, appunto).
Significa invece che quel ciò che è, separato dalla molteplicità delle cose che
sono, è esso un nulla. Certo, luna non significa essente, ciò che è; ma
Tessente non è il non composto, il semplice, ma è ciò che ognuna delle molte
cose è, ossia è ciò che è presente in ogni cosa. P. Vedo dove il tuo discorso
sta andando. Tu dici che, essente, è ogni cosa. Quindi Tessente è,
propriamente, gli essenti. Ma, insieme, tieni fermo che è impossibile che
Tessente non sia - e appunto per l’accecante splendore di questo pensiero mi
chiami un dio; ma, tu aggiungi, Tessente è ogni cosa e quindi di ogni cosa è
necessario affermare che è impossibile che non sia, è cioè necessario affermare
che è eterna. I. Hai detto bene anche questo: che quello splendore è accecante.
Ha accecato tutti, tutte le menti più alte dell’umanità. Era necessario che ciò
avvenisse. Se Terrore non si dispiegasse totalmente e in tutta la sua forza e
in tutte le sue luci, la Verità non potrebbe esistere; così come il Giorno non
potrebbe esistere senza la Notte. Occorre quindi che il linguaggio parli e del
Giorno e della Notte, ma che dica sì al Giorno, non alla Notte. P. Della Notte
parlano i mortali, la cui mente, colpita dal dolore e dalla morte, è avvolta
àd\Yamechame. Parlano della Notte credendo che sia il Giorno. I. Eppure, ai
mortali dalla doppia testa, per i quali Tessente non è ed è necessario che non
sia, il linguaggio della Notte gliel’hai messo in bocca proprio tu! P. Cioè? I.
Voglio dire che, per quanto ne sappiamo, quei mortali sei stato tu a evocarli
per la prima volta. P. Perché? I. Perché, per quanto ne sappiamo, tu sei stato
il primo a pensare e a parlare dell’essente come di ciò che è assolutamente
opposto al nulla. L’Oriente ignora la radicalità di questa opposizione. E se
così stanno le cose, prima di te non potevano esserci quei supermortali per i
quali Tessente non è ed è necessario che non sia. Esistevano i comuni mortali
del mito, che ancora non potevano sapere che la morte è annientamento e la
nascita è uscire dal niente. P. E quindi tu affermi che io non solo ho evocato per
primo la Verità dell’essente, ma per primo ho anche evocato i suoi nemici,
quelli che tu hai chiamato i supermortali. I. Che sono per davvero tali,
perché, a partire dall’atmosfera aperta dalle tue parole, essi hanno
incominciato a credere di morire dinanzi al nulla che li attende, sì che la
loro morte ha incominciato a essere infinitamente più angosciante di quella del
mito. Proprio per questo tu hai guardato alla Verità come sommo rimedio contro
l’angoscia estrema. P. ... Abbiamo parlato di cose grandi, anche se abbiamo
dovuto soltanto sfiorarle. Di molte altre, e grandi, che a gran voce chiedevano
di essere dette, abbiamo dovuto tacere. Ora dobbiamo salutarci. A presto! Dal
testo richiestomi da Pressburger per le Interviste impossibili, tenutesi nel
2007 al Teatro Stabile di Trieste. Dialogo richiestomi dal Corriere della Sera.
Di tutti i miei possibili critici, (dunque, oltre che di quelli passati e
presenti anche, di quelli futuri) va detto che tutti, con maggiore o minore
potenza sviluppano il Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti. Questa
affermazione non suona paradossale se si tiene presente quanto si è detto nel
capitolo 6, della sezione prima. Non suona paradossale nemmeno se si aggiunge,
e lo si deve, che tutte le possibili critiche al Contenuto dei miei scritti
sono, tutte, sviluppi, più o meno rilevanti, di quel Contenuto (una parola,
questa, che va con la maiuscola, miei scritti andando invece con le minuscole).
Quel Contenuto è infatti la verità, il destino della verità. Immodesto non sono
io: immodesta è la verità che ne ha il diritto perché non è cosa modesta e
attira a sé il linguaggio imponendogli di testimoniarla. Ritorniamo brevemente
su questi temi. La verità è sola in quanto nega l’errore. Senza errore non c’è
verità. L’errore con-ferma, la verità la rende ferma, nel senso che essa ha il
cuore che non trema - per usare un’espressione di Parmenide - solo in quanto
mostra che essa è e significa errore e la necessità di negarlo. Essa vive,
eterna (e l’uomo ne è l’eterno apparire), solo in quanto l’errore vive; ed è
tanto più concreta quanto più l’errore è concreto e fiorisce ed è robusto,
coerente, razionale, suggestivo, cioè quanto più sviluppa la ricchezza che gli
compete. La verità ha cioè bisogno degli scavatori che portino alla luce questa
ricchezza con la convinzione di portare alla luce la verità (una convinzione
che è presente anche quando scrivono libri e libri per mostrare che la verità
non esiste). È, il loro, un lavoro che invece chi scava per portare alla luce
la verità non riesce a fare così bene, o non gli dedica il tempo e la
convinzione dovuti. In questo senso va detto che tutti i critici e tutte le
possibili critiche al Contenuto a cui si rivolgono i miei scritti, sono, di
questi scritti, sviluppi, e spesso originali. Anche tutte le critiche che
possono essere mosse a proposito del discorso che qui si è appena fatto intorno
al rapporto tra verità e errore, agli scavatori dell’errore e della verità, e
alla loro indispensabilità. La magnificenza dell’Occidente, che ormai conquista
la terra, è il tempo dell’errore, della sua fioritura e del suo trionfo. Ma la
verità non abbandona a sé stesso l’errore: esso cresce secondo le leggi della
verità. L’errore cresce secondo le leggi della verità anche perché ogni
obbiezione che si possa fare a quel Contenuto (e l’ignorarlo è la forma
preminente della negazione di esso) è convinta di affermare qualcosa che
differisce da tale Contenuto. Non solo, ma crede anche che il fatto di
differire non sia cosa di poco conto. E infatti è di tantissimo conto. Il
Contenuto di cui si sta parlando è infatti la manifestazione del senso
autentico e della necessità del differire dei differenti. È il punto
infinitamente più stabile di quello che ad Archimede sarebbe bastato per
sollevare la terra. Ben vengano dunque, daccapo, le obbiezioni, purché
intendano essere per davvero obbiezioni; ossia intendano differire da ciò
contro cui obbiettano e tengano quindi in gran conto la differenza dei
differenti e l’impossibilità di negarla. E, una volta che avranno fatto tutto
questo, capiranno di tenere in gran conto proprio quel Contenuto contro il
quale esse vorrebbero andare. Gli scavatori dell’errore sono gli erranti - e
come individui tutti sono erranti, anche quelli che scavano la verità. Nel
tempo dell’errore - un tempo che coincide con il tempo deH’uomo, cioè con
l’uomo quale è inteso all’interno della terra isolata dal destino della verità
-, l’errore crede di conoscere ciò che ai propri occhi appare come errore; e si
crede capace di distinguere questo, che gli appare come l’errore, dall’errante.
Ma là dove domina l’errore che è tale agli occhi della verità, ed esso dice di
voler combattere e distruggere ciò che ai suoi occhi è errore, ma non
l’errante, là è inevitabile che ci si convinca che il fiorire degli erranti
finisce con l’essere il fiorire dell’errore ai danni di ciò che è ritenuto
verità, e si finisca col condannare, e punire e distruggere anche gli erranti.
Questa confusione tra l’errore e l’errante attraversa tutta la storia del
mortale. Eppure anch’essa contribuisce alla costituzione della concretezza
dell’errore. Tutta la storia della sofferenza umana è richiesta da tale
concretezza. Il destino della verità è destinato a oltrepassarla (cfr. E.S., La
Gloria, 2001, cit., Oltrepassare, Adelphi 2007, La morte e la terra, 2011,
cit.). Il relativismo, si dice, nega che l’uomo riesca a conoscere una verità
assoluta e irrefutabile. Se ci si ferma a questa definizione, tutta la cultura
del nostro tempo, innanzitutto quella filosofica, è relativista. Ma allora va
anche detto che quella negazione della verità era già sostenuta 2500 anni fa, e
in grande stile, dalla sofistica. Dopo tutto questo tempo saremmo ritornati al
punto di partenza per quanto grande fosse il suo stile? No; perché a quella
definizione non ci si può fermare. Anche perché già il pensiero greco sapeva
che chi afferma che non esiste alcuna verità assoluta afferma egli stesso che
nemmeno questa sua affermazione è una verità assoluta. (Le cose non sono però
così pacifiche, perché un negatore della verità potrebbe replicare che egli
intende proprio negare e insieme affermare la verità, perché no?, visto che se
gli si obbiettasse che in questo modo egli nega il principio di non
contraddizione egli potrebbe daccapo rispondere che quel principio, così
semplicemente affermato, è un dogma; e bisognerebbe allora darsi da fare per
mostrargli che non lo è). Il relativismo degli ultimi due secoli è tutt’altra
cosa. Nega tutto l’antirelativismo che c’è stato nel frattempo. Qualcuno crede
che il relativismo possa appoggiarsi anche a Pascal, per il quale la verità
assoluta non potrà mai esser trovata perché tutto muta col tempo. Ma Pascal non
giunge a dire che, proprio perché tutto muta col tempo, non può esistere
nemmeno un Dio eterno e assoluto. Lo dirà Nietzsche (per il quale Pascal era un
genio rovinato dal cristianesimo). Pascal non giunge a tanto, perché per lui
quel tutto che muta è, propriamente, il mondo. Nietzsche arriva a tanto perché,
fondandosi sulla persuasione che nel mondo tutto muta, mostra Vimpossibilità
dell’esistenza di un qualsiasi Essere eterno e assoluto, al di là (o
all’interno) del mondo. Ma tale persuasione non è solo di Pascal e di
Nietzsche: è di tutta la cultura e la civiltà dell’Occidente - e, ormai, del
pianeta. Sin dall’inizio l’avanguardia dell’Occidente - la filosofia greca - è
persuasa che il mutamento del mondo sia una verità incontrovertibile (e che il
mutamento sia un passare delle cose dal non essere all’essere e viceversa, cioè
abbia un carattere essenzialmente più radicale del modo in cui esso era stato
precedentemente inteso dall’uomo). O gli odierni relativisti ritengono forse,
contro i Pascal sui quali essi si appoggiano, che il mutamento del mondo sia il
contenuto di una conoscenza fallibile, congetturale (per usare una nota
espressione di Popper)? E la ricerca della verità, che i relativisti
preferiscono al suo possesso, tale ricerca, dico, non è forse una forma
rilevante di mutamento del mondo? E l’esistenza di tale ricerca è forse, per i
relativisti, il contenuto di una conoscenza fallibile e congetturale? No di
certo. (O vedano loro che cosa intendono sostenere.) Solo che è Nietzsche,
insieme a pochi altri, a saper mostrare perché, dal fatto che nel mondo tutto
muta, è necessario concludere che non esiste alcuna verità assoluta e
irrefutabile oltre a quella che consiste nell’affermazione di quel fatto, e che
non esiste alcun Essere eterno e assoluto oltre agli esseri che mutano nel
tempo (cfr. sezione prima, cap. V). Nietzsche e pochi altri - abitando quello
che chiamo il sottosuolo essenziale del pensiero del nostro tempo - sanno fare
cioè quel che i relativisti d’oggigiorno non sanno fare; e non lo sanno anche
perché, per lo più e più o meno consapevolmente, evitano di riconoscere che
anche per loro è una verità irrefutabile e assoluta che nel mondo tutte le cose
mutano col tempo. Antirelativisti sono invece coloro che lungo la tradizione
dell’Occidente condividono sì la persuasione che il mutamento delle cose del
mondo è una verità irrefutabile; ma, a differenza dei relativisti, ritengono
che verità irrefutabile sia anche l’esistenza di un Essere eterno e assoluto al
di là o aH’interno del mondo. Sono gli amici della metafisica. Nel sottosuolo
essenziale del nostro tempo appare appunto l’impossibilità della metafisica.
D’altra parte, ai relativisti che stanno fuori del sottosuolo, alla superficie,
gli antirelativisti e i metafisici obbiettano quel che già abbiamo sentito,
cioè che se tutta la nostra conoscenza è fallibile e congetturale, allora lo è
anche Taffermazione che tutta la nostra conoscenza è fallibile e congetturale.
Ed è quindi inevitabile che i relativisti di superficie non abbiano argomenti
incontrovertibili contro la metafisica e la verità assoluta e
incontrovertibile. Per trarsi d’impaccio, i relativisti più spregiudicati di
superficie hanno finito col riconoscere che anche il loro relativismo è
fallibile e congetturale. (Sembrerebbe il culmine dell’atteggiamento critico -
ma allora non si vede perché si dovrebbe dar loro ascolto.) Il filosofo
liberale americano Richard Rorty lo ha riconosciuto. In Italia lo aveva
riconosciuto, e anche molto meglio, il filosofo Ugo Spirito, che però aveva il
difetto di non essere americano e di essere fascista, come il suo maestro
Giovanni Gentile - che invece, insieme a Nietzsche, è uno dei pochi abitatori
di quel sottosuolo e ha quindi molto da insegnare a tutti i Popper. Comunque,
se il relativista riconosce che tutto quel ch’egli sostiene è esso stesso una
conoscenza fallibile e congetturale, pronta ad abbandonare i propri valori
teorici e morali se altri si rivelano più credibili, lo ascolto con interesse
(condividendo anche i suoi buoni sentimenti). Ma aggiungo che anche questa
autocritica del relativista è apparente. Domando: chi si dichiara pronto ad
abbandonare i propri valori se altri si rivelano più credibili è uno che dubita
di esser così pronto? È uno che dice: Forse son pronto ad abbandonarli se ne
vedo di più credibili?. È uno che dice: Forse son pronto, perché non escludo
che anche se ne vedessi di più credibili non abbandonerei mai i miei?. Se si
son capite le domande, la risposta non può che essere negativa. Anche questo
relativista, cioè, non mette in dubbio, è sicuro del fatto suo: più o meno
consapevolmente, considera come irrefutabile, indiscutibile e dunque
assolutamente vero il proprio trovarsi nello stato in cui egli è disposto ad
abbandonare le proprie convinzioni se ne vede di migliori. Infatti l’uomo non
apre bocca se dubita di quel che dice. E se dice: Dubito di quel che dico, egli
non dubita di dubitare. (Che è cosa del tutto diversa dal cogito cartesiano,
perché se l’uomo apre bocca solo se non dubita, la maggior parte delle volte
che l’apre dice però cose false; mentre le considerazioni di Cartesio sul
cogito intendono pervenire alla suprema verità incontrovertibile.) A Popper che
afferma il carattere fallibile e congetturale di tutta la nostra conoscenza va
dunque replicato che, d’altra parte, l’uomo - dunque anche Popper e tutti i
relativisti di questo mondo - è sempre convinto, più o meno consapevolmente, di
conoscere verità assolute e incontrovertibili (anche se sbaglia quasi sempre).
Come ne sono convinti anche quei logici che secondo certi relativisti avrebbero
mostrato (e anzi dimostrato !) che non ci è possibile dimostrare vera,
assolutamente vera, nessuna teoria. Come ne sono convinti anche i relativisti
alla Popper e alla Hans Kelsen, che sostengono un’implicazione necessaria, cioè
assolutamente vera, tra relativismo, libertà, democrazia. E allora? Allora,
nella folla sterminata di coloro che - senza saperlo e anzi spesso negandolo -
sono convinti di conoscere verità assolute, si trovano anche gli uomini
dell’Occidente, per i quali la verità assoluta e incontrovertibile dominante è
che le cose del mondo mutano col tempo; e son giunti a mostrare (nel sottosuolo
del nostro tempo) la necessità che tutte le cose mutino, nascano e muoiano,
quindi a mostrare che non esiste alcuna verità immutabile se non quella che
afferma il divenire e il travolgimento di ogni cosa e di ogni verità. Restano
travolte anche la politica e la morale che, lungo la tradizione
antirelativistica dell’Occidente, consistevano nell’adeguare la vita dello
Stato e dei singoli individui alla verità immutabile ed eterna. Quelle erano la
politica e la morale convinte di parlare con verità. Se oggi qualcuno auspica
una politica capace di parlare con verità, deve tener presente che quella della
verità è, si è intravisto, una faccenda parecchio complessa. Per questo in un
mio articolo sul Corriere avevo domandato a Ernesto Galli della Loggia, che
cosa intendesse con la parola verità, avendo egli appunto auspicato una
politica capace di parlare con verità. Glielo avevo chiesto anche perché,
quando oggi i cattolici e la Chiesa ad esempio usano questa espressione,
intendono un politica e una morale che, contro il relativismo, siano legate
alla verità incontrovertibile e assoluta della metafisica tradizionale (aperta
alla rivelazione di Gesù). E dunque intendono una democrazia che non sia, come
invece lo è la democrazia procedurale, una libertà senza verità. La risposta di
Galli della Loggia è stata fuori luogo, perché mi ha detto - c’era ancora il
governo di centrodestra - che una politica che parla con verità è quella che
non nasconde ma dice in che stato miserando si trova il nostro Paese. Un
problema che certo ci tocca da vicino, ma che (a parte il fatto che non
riguarda la verità, ma la sincerità, giacché se non c’è verità senza sincerità,
si possono invece dire con sincerità cose false) è pur sempre subordinato alla
gran questione del rapporto tra relativismo e antirelativismo - visto che
l’accentuata corruzione della politica e della morale è una conseguenza dello
stato di transizione in cui il mondo si trova: tra la tradizione, dove anche i
corrotti si riconoscevano pur sempre sottoposti al giudizio della verità, e il
tempo futuro: il tempo in cui - con l’inevitabile tramonto di ogni verità
metafisica e di ogni eterno Signore del mondo - quella forma suprema dell’agire
umano che è la tecnica viene autorizzata, a prendere in mano, essa, le sorti
del mondo. La tecnica che sa ascoltare il sottosuolo, dico, non la vera buona
politica. (Un processo, questo, in cui consiste il senso autentico
dell’antipohtica.) Con la lettera del pontefice a Eugenio Scalfari il dialogo
tra credenti e non credenti è giunto a una svolta di grande importanza e
interesse.Che va accuratamente tutelata. Anche da parte di chi è soltanto uno
spettatore - che però, come me, sia interessato al problema. Il pontefice ha un
modo ammirevole di mettersi in relazione al prossimo. Ammirevole, anche, il
desiderio dei due interlocutori, di confrontarsi con ciò in cui non credono.
Proprio per fimportanza di questa inedita forma di dialogo è però altrettanto
importante che non sorgano equivoci. Mi limito a due esempi. Il pontefice scrive
a Scalfari: Mi chiede se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto
e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e
soggettive, sia un errore o un peccato. Il pontefice risponde: Io non parlerei,
nemmeno per chi crede, di verità “assoluta”, nel senso che assoluto è ciò che è
slegato, ciò che è privo di ogni relazione. Ora, la verità, secondo la fede
cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Ma aggiunge: Ciò non
significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro. Si riferisce
anche alla verità della fede. Ora, Scalfari aveva sì parlato di verità
assoluta, ma intendendo non ciò che è slegato, ciò che è privo di relazioni, ma
proprio la verità che non è variabile e soggettiva. E il papa gli risponde che
no, non è variabile e soggettiva: tutt’altro. In questo modo, la domanda è
elusa, e viene ribadita la posizione ufficiale della Chiesa (Cfr. la recente
enciclica Lumen fidei, Editrica La Scuola 2013). A sua volta Scalfari, nella
recente intervista a Otto e mezzo, ha lodato l’innovazione di papa Francesco
rispetto alla costante critica rivolta al relativismo da papa Ratzinger, e fa
addirittura passare per relativista papa Francesco (appunto per il suo rifiuto
del concetto di verità assoluta). Ma lo loda per qualcosa che papa Francesco si
è ben guardato dal sostenere. Chiedeva Scalfari: la verità è variabile e
soggettiva? No, risponde il pontefice: Tutf altro! Una seconda possibilità di
equivoco, tra i due interlocutori, vorrei segnalare, e ben più importante. Dopo
aver scritto che la specificità di Gesù è per la comunicazione, non per
l’esclusione, il pontefice aggiunge che da ciò consegue anche - e non è una
piccola cosa - quella distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica
che è sancita nel “dare a Dio quel che è di Dio e a Cesare quel che è di
Cesare”, affermata con nettezza da Gesù e su cui, faticosamente, si è costruita
la storia dell’Occidente. Non mi consta che finora Scalfari abbia chiesto
chiarimenti in proposito. Mi permetto di dirgli che invece, proprio lui,
dovrebbe chiederli. In questo caso sarebbe il silenzio a favorire l’equivoco.
Da quasi cinquantanni (che rispetto alla storia dell’Occidente sono certamente
nulla) vado mostrando che quel detto evangelico, lungi dal sancire la distinzione
tra la sfera religiosa e la sfera politica, nega tale distinzione. Non ho mai
ricevuto una risposta adeguata - e mi sembra grave mi sembra di averne parlato
anche con Scalfari in quello che forse è stato il nostro unico dibattito
pubblico, a Roma. Ne ho parlato anche sulle colonne del “Corriere della Sera”.
Se qui debbo pur giustificare in qualche modo la mia tesi, che indubbiamente
suona troppo perentoria, come d’altra parte non vergognarmi di doverlo fare
ancora una volta? Domandiamo a Gesù se a Cesare - cioè allo Stato - si possa
dare qualcosa che sia contro Dio. Risponderebbe di noi Assolutamente no! Ciò
significa che le leggi dello Stato non potranno essere contro le leggi di Dio,
del Dio di Gesù, della cui verità oggi la Chiesa si ritiene depositaria.
Domandiamogli ancora se allo Stato si possono dare leggi neutrali, che cioè
consentano ai cittadini sia di agire contro Dio, sia di non essergli contrari.
Ancora una volta Gesù risponderebbe di no, e altrettanto risolutamente: si
renderebbe lo Stato libero da Dio; si lascerebbe ai cittadini la libertà di
vivere contro Dio. Con la prima risposta lo Stato sarebbe costretto a essere
uno Stato cristiano (anzi cattolico); con la seconda lo si lascerebbe libero di
non esserlo. Ma anche questa libertà è un modo di essere contro Dio. Quindi per
Gesù le leggi dello Stato debbono essere cristiane (e cattoliche). Ma esistono
leggi dello Stato la violazione delle quali non implichi una sanzione statale,
terrena? Assolutamente no. Quindi - come spesso si dice, ma senza accorgersi
della connessione tra questo dire e il detto di Gesù - è necessario che il
peccato (l’agire contro Dio) sia anche delitto (l’agire contro lo Stato), una
colpa che è punita in terra prima che nell’al di là. Ma in questo modo la
distinzione tra la sfera religiosa e la sfera politica, che, anche secondo
questo pontefice, dovrebbe essere conseguenza di quel detto, è invece
radicalmente negata da questo detto. Certo, Yintenzione di Gesù, si può
ritenere, è di separare quelle due sfere; ma il contenuto oggettivo di quello
che egli afferma è inevitabilmente la riduzione della sfera politica a quella
religiosa. O anche: Gesù vuole conciliare l’inconciliabile, vuol conciliare la
distinzione tra politica e religione con la loro reciproca opposizione (giacché
anche la politica che non crede in Dio non vuole che a Dio sia dato quel che è
contro Cesare). Con quanto ho osservato non ho affatto inteso sostenere che,
quindi, abbia senz’altro ragione il pensiero laico, che vuol tener separate
quelle due sfere. Ho inteso mostrare che il comando di Gesù non conduce là dove
comunemente si crede. Nel dialogo tra Scalfari e il pontefice i problemi che ho
indicato non sono gli unici, i più importanti stanno più in fondo. Qui si
voleva dare soltanto un contributo alla tutela della chiarezza del dialogo.
Davanti alla filosofia molti scienziati alzano le spalle. Dato il modo in cui
essa, per lo più, è loro presente, hanno ragione. Soprattutto se non sa essere
altro che una riflessione sui risultati della scienza, o ha la pretesa di
insegnarle che cosa debba fare. Ma i concetti fondamentali della scienza sono
inevitabilmente filosofici: in un senso ben più radicale di quello a cui si
allude quando ad esempio, per la profondità delle categorie filosofiche
coinvolte, si paragona il dibattito tra Einstein e Niels Bohr a quello tra
Leibniz e Newton (M. Jammer, The Philosophy of Quantum Mechanics, Wiley). E se
il fisico Léonard Susskind, nel suo libro La guerra dei buchi neri (2008,
Adelphi 2009), scrive di non essere molto interessato a quel che dicono i
filosofi su come funziona la scienza, tuttavia la sua guerra, combattuta contro
il collega Stephen Hawking, riguarda il tema a cui la filosofìa si è rivolta
sin dagli inizi e che sta al fondamento di tutti gli altri. Per Hawking i buchi
neri presenti nell’universo sono voragini in cui vanno definitivamente
distrutte le cose che vi precipitano. Susskind vede in questa tesi la
violazione del primo principio della termodinamica, per il quale la quantità
totale di energia dell’universo rimane costante nella trasformazione delle sue
forme. Ora la costanza dell’energia è il suo continuare a essere; e
l’incostanza delle sue forme è il loro venire a essere e il loro ridiventare
non essere, nulla. Certo, il fisico si disinteressa del senso dell’essere e del
nulla, ma il primo principio della termodinamica non può disinteressarsene: lo
ha dentro di sé, ne è animato, ed è aH’interno di quest’anima che cresce la
scienza anche quando i suoi cultori alzano le spalle davanti alla filosofia, che
a quest’anima si rivolge sin dall’inizio. Si ritiene tuttora che la teoria
generale della relatività d’Einstein e la fisica quantistica di Heisenberg
siano incompatibili. Ma Einstein e Heisenberg si contrappongono mantenendosi
entrambi all’interno del senso greco¬ occidentale dell’essere e del nulla: per
il determinismo di Einstein le forme di energia escono dal proprio esser nulla
e vi ritornano seguendo un percorso inevitabile (determinato) e quindi
prevedibile; per Heisenberg tale percorso non è né inevitabile né prevedibile;
ma anche per lui le forme di energia escono e rientrano nel proprio nulla. Non
è un caso che egli abbia ricondotto il concetto di onde di probabilità al
concetto aristotelico di dynamis, potenza, cioè alla possibilità reale (non
alla necessità) che uno stato del mondo sia seguito da un cert’altro stato).
Freud ebbe a scrivere, di Einstein, col quale ebbe peraltro rapporti cordiali:
Capisce di psicologia quanto io capisco di fisica. Eppure si capiscono
benissimo sul fondamento ultimo, cioè sulla caducità delle cose del mondo, che
oggi è data comunque per scontata. La filosofìa sostiene spesso la tesi del
carattere controvertibile della scienza. La discussione è tuttora aperta. Anche
al tema deH’incontrovertibihtà la filosofia si rivolge da sempre. Per il grande
matematico David Hilbert il rigore nelle dimostrazioni, condizione oggigiorno
d’una importanza proverbiale in matematica, corrisponde a un bisogno filosofico
generale della nostra ragione. E II più grande spettacolo della terra di
Richard Dawkins (Mondadori 2010), eminente biologo evolutivo inglese,
incomincia così: Le prove a favore dell’evoluzione aumentano di giorno in
giorno e non sono mai state più solide. Esse dimostrano come la “teoria”
dell’evoluzione sia un fatto scientifico e in quanto tale incontrovertibile. Ma
quel che rimane oscillante e alla fine oscuro in queste pagine è proprio il
concetto di prova, di fatto scientifico, di incontrovertibilità, cioè la loro
filosofia. Sono un buon paradigma di quanto tende ad accadere in molti scritti
scientifici del nostro tempo. D’altra parte, l’evoluzione è un processo in cui
le specie escono dal proprio non essere e vi ritornano così come accade per le
forme incostanti della costante quantità totale dell’energia. L’evoluzione è un
fatto, oltre ogni ragionevole dubbio, è la pura verità confermata da una
valanga di prove, con la certezza assoluta che non ci sarà smentita. Come la
certezza, intende Dawkins, che il sole è molto più grande della terra e che
l’antica Roma è esistita; come la teoria eliocentrica e quella della deriva dei
continenti. Si può certo convenire. Ma il punto sul quale va richiamata
l’attenzione è il senso dell’inoppugnabilità e incontrovertibilità di tutte le
teorie di questo tipo. Che in loro favore esista una valanga di prove nessuno
lo nega. La questione è se tali prove e la loro abbondanza consentano di dire
che le teorie così provate godano della certezza assoluta che di esse non ci
sarà smentita. A meno che Dawkins - e allora il discorso potrebbe finire qui -
non si proponga altro che allineare la teoria dell’evoluzione alle altre teorie
dello stesso tipo, e per dare risalto al suo discorso si serva di un linguaggio
enfatico e improprio, che però, tirate le somme, risulta inoffensivo. (D’altra
parte egli sottoscrive il vecchio principio che a rigor di logica solo i
matematici sono in grado di dimostrare davvero qualcosa. Parole che però
debbono fare i conti con quest’altra sua dichiarazione: Nel resto del libro
dimostrerò che l’evoluzione è un fatto inconfutabile. Infatti se solo i
matematici sono in grado di dimostrare davvero qualcosa, allora il suo libro
non matematico non dimostra davvero che l’evoluzione sia un fatto
inconfutabile. Capisco che queste possano sembrare all’illustre collega
considerazioni da pedanti e da sofisti, però è diffìcile sostenere che non
siano a rigor di logica.) Ma che cosa intende Dawkins affermando che il suo
libro dimostra che l’evoluzione darwiniana è un fatto? Egli sa bene che essa,
come la deriva dei continenti, non può essere oggetto di osservazione diretta,
la quale, come egli sottolinea, è inaffidabile. La sua dimostrazione vuol
essere quindi un’inferenza che dalle tracce lasciate dal processo evolutivo
risale all’esistenza di tale processo, al suo essere, appunto, un fatto. Egli
sa bene che anche l’inferenza si deve basare, in ultima analisi,
sull’osservazione. Sostiene però che l’osservazione diretta di un evento come
un omicidio è meno affidabile dell’osservazione indiretta delle conseguenze di
esso: È più facile che incorra in un errore di identificazione un testimone
oculare piuttosto che un sistema di inferenza indiretta come il test del Dna .
Sì, posto che sia più facile, non è però impossibile che in certi casi
l’osservazione diretta sia più affidabile. Anche per Dawkins. Esser più facile
non significa essere incontrovertibile, ossia è un’ipotesi (plausibile, se si
vuole). Sennonché da questa ipotesi dipende, nel suo libro, la validità
dell’inferenza con cui egli intende dimostrare che l’evoluzione è un fatto incontrovertibile.
Ciò significa che anche questa inferenza, e pertanto l’esistenza
dell’evoluzione, sono soltanto ipotesi. (Egli rileva inoltre che i cambiamenti
evolutivi sono troppo lenti per poter essere osservati da un individuo
nell’arco della sua vita. Ma chi si propone di dimostrare che l’evoluzione è un
fatto non può presupporre l’esistenza di tale fatto e delle sue
caratteristiche. E invece Dawkins fa proprio questo: invece di dimostrare che
l’evoluzione è un processo lentissimo, afferma arbitrariamente che essa non può
essere direttamente osservabile perché è un processo lentissimo.) Deludente
anche il modo in cui egli si sbarazza di una nota ipotesi di Bertrand Russell,
la quale, sino a quando non si mostri che nemmeno come ipotesi è accettabile,
lascia aperta la possibilità che l’evoluzione, almeno come viene intesa dai
biologi, sia qualcosa di inesistente. Dice dunque Russell: Può anche darsi che
abbiamo cominciato tutti a esistere cinque minuti fa, completi di ricordi
preconfezionati, calzini bucati e capelli incolti. A parte lo stile di molti
filosofi anglosassoni, che preferiscono parlare di calzini bucati piuttosto che
della Passione secondo san Matteo di Bach, e, questo, per far sapere che
l’esistenza non è da prendere troppo sul serio - a parte cioè il senso che
all’esistenza viene conferito dall’intero pensiero occidentale, che la ritiene
caduca, effimera, storica, temporale, provvisoria abitatrice dell’essere e
preda del nulla (dunque degna di esser cominciata cinque minuti fa) anche
quando e appunto perché la si pensa nelle mani di Dio o della poesia o di altra
nobile e austera dimensione - a parte tutto questo, come risponde Dawkins a
Russell? Risponde scrivendo che sì, è possibile, a voler esser pedanti, che gli
strumenti di misurazione e gli organi di senso che li interpretano siano
rimasti vittime di un colossale inganno, cosicché, se l’evoluzione non fosse un
fatto, sarebbe un colossale inganno del creatore, ipotesi a cui pochissimi
teisti sarebbero disposti a dare credito. Risposta deludente. Innanzitutto
perché la verità incontrovertibile dell’evoluzione sussisterebbe solo se non si
fosse pedanti, ma nemmeno per Dawkins la pedanteria è qualcosa di
scientificamente inaccettabile. In secondo luogo perché dal fatto che i teisti
non darebbero alcun credito al colossale inganno non segue che tale inganno non
possa esser perpetrato e che quindi l’ipotesi di Russell sia da respingere.
Queste osservazioni non hanno il benché minimo intento di affermare che,
dunque, i negatori dell’evoluzione abbiano ragione. Entrambi gli avversari si
muovono nel campo delle ipotesi. Oggi, ciò che decide dove stia la verità non è
il costrutto concettuale delle teorie contrapposte, non è la loro
incontrovertibilità, ma la loro maggiore o minore capacità di trasformare il
mondo conformemente ai progetti che l’apparato scientifico-tecnologico
planetario si propone. Una scienza che si affanni a dimostrare la verità
incontrovertibile dei propri contenuti combatte una battaglia di retroguardia.
E quanto si sta dicendo delle scienze della natura vale anche per quelle
logico-matematiche. L’esistenza delle geometrie non euclidee, ad esempio,
implica che nel migliore dei casi la geometria euclidea sia una verità
incontrovertibile solo in relazione ai postulati e agli assiomi su cui essa si
fonda, e dunque non sia assolutamente ma relativamente incontrovertibile. Da
quando nasce la filosofia pensa la verità come in-contro-vertibilità, ossia
come ciò contro cui non ci si può rivoltare (vertere), ma che non intende
essere una costrizione transeunte e quindi violabile. La connessione tra la
verità e l’inviolabile principio di non contraddizione attraversa tutta la
storia della cultura. Per Hilbert la questione più importante è dimostrare che
basandosi sugli assiomi della matematica non si potrà mai arrivare a dei
risultati contraddittori. Ma Kurt Godei dimostrerà che questa dimostrazione è
impossibile. Cioè la matematica si sviluppa ammettendo la possibilità di essere
un sistema concettuale contraddittorio e quindi controvertibile. Se lo
dimentica Dawkins quando afferma che solo i matematici sono in grado di
dimostrare davvero qualcosa. Infatti, dimostrare davvero, cioè
incontrovertibilmente, significa essere in grado di escludere quella
possibilità. Il primo grande libro di Darwin è intitolato L’origine della
specie (The Origin of Species). Già dal punto di vista linguistico origine, che
rinvia al latino orior (provengo da..., sorgo) corrisponde all’antico greco
arché, la parola con cui, all’inizio della filosofia, Anassimandro indica il
principio da cui tutte le cose provengono e in cui tutte ritornano. La
filosofia ha voluto giungere in modo incontrovertibile all’affermazione
dell’esistenza del principio, ma insieme ha reso estrema la fede che è radicata
nell’uomo più antico: la fede che le cose, per stare dinanzi a lui - e quindi
l’uomo stesso -, abbiano bisogno di qualcosa d 'Altro da esse, che le spinga
sulla terra e le renda disponibili. Qualcosa d ’Altro che è il mondo degli
antenati e dei fondatori della stirpe, il demonico, il divino, e poi, quando la
filosofia appare, Yarché, appunto. L’immenso e tremendo sottinteso di questa
fede è la convinzione (a cui prima si è accennato) che le cose, di per sé, sono
incapaci di stare sulla terra - e poi, quando la filosofia incomincia a parlare,
sono di per sé incapaci di essere, e sono preda del nulla. Cose morte. La morte
e il nulla sono la loro culla naturale. Perché si alzino dal sepolcro occorre
dar loro un’origine. Anche la scienza si muove all’interno della fede
nell’origine (ormai divenuta fede filosofica). Dell’antica origine
demonico-divina la concezione filosofica e scientifica sono trascrizioni
mondane che di quell’origine conservano l’essenziale. Così accade per Yarché e
l’origine della specie, per il big bang come origine dell’universo, per
l’inconscio freudiano come origine della coscienza. E ancora: per il lavoro, la
società, la storia, il linguaggio, il cervello, il corpo, la materia come
origini della mente e della cultura. In generale, per le cause prossime e
remote degli eventi. E perfino il nulla è un succedaneo dei vecchi e nuovi dèi
- il nulla da cui i più oggi pensano, più, o meno inconsapevolmente, che
l’esistenza abbia l’origine ultima. Sì, in queste forme dell’origine è presente
l’intera sapienza dell’uomo. Ma proprio perché la fede nell’origine porta sulle
spalle un fardello così gravoso, si è proprio sicuri che non le si debba
chiedere se sia in grado di reggerlo? In Italia alcuni fisici e qualche
filosofo hanno notato l’affinità tra la tesi centrale del mio discorso filosofico
- l’eternità di ogni ente e pertanto di ogni stato del mondo - e la tesi di
Einstein che per noi fisici, la distinzione tra passato, presente e futuro non
è che una testarda illusione. Ho messo tra virgolette la parola tesi, per
sottolineare che quando le logiche che conducono alla stessa tesi son diverse,
son diverse anche le tesi che suonano apparentemente identiche. E la logica
della fìsica einsteniana è essenzialmente diversa da quella secondo cui si
manifesta la necessità dell’eternità di ogni essente a cui si rivolgono i miei
scritti. Ciò non vuol dire che ci si debba disinteressare del rapporto tra le
due tesi, soprattutto ora che molti fisici mettono in questione il concetto di
tempo, che sta in piedi solo se il presente differisce dal passato, ossia
dall’ormai nulla, e dal futuro, ossia dall’ancor nulla. L’esempio più recente e
tra i più rilevanti di questa crisi del tempo nel mondo della fisica è il libro
del fisico Julian Barbour, La fine del tempo. La rivoluzione fisica prossima
ventura (Einaudi). Che la filosofia abbia da imparare dalla fisica è un luogo
comune. E sacrosanto. Perché se la filosofia intende comprendere il senso della
scienza e della tecnica, scienza e tecnica deve in qualche modo conoscerle. Ma
è vero anche l’inverso. In una fase in cui, ad esempio, un fisico come Steven
Hawking prevede (1979) che la fìsica debba lasciare il posto a una Teoria del
Tutto, si toccherebbe il fondo della povertà di pensiero se non ci si
rivolgesse alla filosofia che, da sempre, è stata la Teoria del Tutto. Ma poi
la filosofia giunge a indicare in concreto - nei miei scritti il linguaggio
mira appunto a questa indicazione - in che senso essa non è un sapere
ipotetico, esigenziale, metaforico, falsificabile ecc., ma è il sapere
assolutamente incontrovertibile - in un senso essenzialmente diverso da quello
che la tradizione filosofica attribuisce all’incontrovertibile e di cui la
filosofia del nostro tempo ha mostrato l’impossibilità. Barbour scrive: Da una
quindicina d’anni un numero esiguo ma crescente di fisici, me compreso,
comincia a considerare l’idea che il tempo non esista veramente. E lo stesso
vale per il movimento. Posso invitarlo a tener presente che la riflessione
sull’eternità di ogni essente e di ogni evento è presente nei miei scritti sin
dalla metà degli anni Cinquanta e che a metà degli anni Sessanta la discussione
su questo tema è stato un non trascurabile evento della filosofia italiana, che
continua tuttora a essere vivo? Egli non è uno di quegli sprovveduti che non
vedono relazioni tra fisica e filosofia: nella prima pagina del suo libro (di
grande interesse e avvincente) scrive che ben pochi pensatori, nelle epoche
successive, hanno preso sul serio le idee di Parmenide; io invece sosterrò che
l’eterno fluire eracliteo... non è che una radicata illusione. Dirò allora al
professor Barbour che qui in Italia, da mezzo secolo, quelle idee sono state
prese molto sul serio non solo da me, ma anche da chi ha creduto di dover
dissentire. E son certo che al professore non interessa favorire quella sorta
di incompetenza che c’è all’estero intorno alla filosofìa italiana.
Letteratura, scienza e religione, confrontandosi con la filosofia, si danno
spesso la mano. La Bellezza regna su queste pagine di Roberto Calasso, tra le
sue più importanti e ricche della loro disincantata sobrietà: La letteratura e
gli dei (Adelphi). Indicano la Bellezza che presenta sé stessa nella sua
assoluta autonomia dalla Verità e dalla Bontà. E indicano insieme gli dèi
pagani, soprattutto quelli greci, che si eclissano in oscurità variamente
profonde, ma per ritornare in Europa, secondo diverse forme di evidenza. Ad
esempio nella pittura fra il Quattrocento e il Settecento. Soprattutto tra la
fine del Settecento e la fine dell’Ottocento: l’età eroica della letteratura
assoluta che incomincia con la comparsa della rivista Athenaeum (Schlegel,
Novalis...) e si chiude con la morte di Mallarmé. Letteratura assoluta perché
indipendente da ogni legislazione esterna, soprattutto quella della comunità è
alla ricerca di un assoluto e perciò non può che coinvolgere il tutto. Un
anello - Calasso ne intende decifrare la lega - unisce letteratura, linguaggio,
mitologia, poesia, arte e gli dèi che appaiono in queste grandi luci. Il
sottinteso è che il cristianesimo non appartiene alla letteratura assoluta. Ma
non è proprio all’assoluto e al tutto che la filosofia si è sempre rivolta con
l’intento di preservare il proprio sguardo da ogni dipendenza da altro,
innanzitutto dalla comunità e dal sociale? E, se è così, la discordia tra letteratura
assoluta e filosofìa non è la discordia tra due forme della filosofia, sia pure
lontane tra loro? Per indicare questa lontananza Calasso scrive ad esempio: La
letteratura cresce come l’erba tra grigie, possenti lastre del pensiero. Ma è
un accertamento poliziesco di identità (come dice Calasso dei tentativi
concettuali di irretire la letteratura) chiedere se quelle parole di Calasso
sono erba o lastra? Certo, l’esperienza degli dèi, in cui consiste la
letteratura assoluta, intender non la può chi non la pruova. Ma o quest’ultima
espressione non ha assolutamente senso, o, se lo ha, ed è innegabile tale
senso, è la mano che incorona la testa di quell’esperienza, e pertanto la
sovrasta. Calasso intende sfuggire a questo nodo che stringe il collo della proclamazione
romantica della superiorità assoluta dell’arte. Ma se non è una possente lastra
del pensiero a conferire assolutezza alla letteratura assoluta, allora, a
conferirla, è erba che appassisce, semplice aspirazione all’assoluto. Oltre
l’età eroica della letteratura assoluta, ma nel suo clima, si ricorda nel
libro, Gottfried Benn scrive che al di sopra del linguaggio che raffigura vi è
il linguaggio, cioè Nietzsche: E allora viene Nietzsche e incomincia il
linguaggio, che non vuole (e non può) altro che fosforeggiare, luciferare,
rapire, stordire. Calasso commenta: Nietzsche era stato il primo tentativo di
evadere dalla gabbia delle categorie di origine platonica e aristotelica. Che
cosa si estenda al di fuori di quella gabbia non è stato ancora accertato.
Nemmeno da Nietzsche, dunque. Da parte mia, chiedo a Calasso se non gli sembra
che su questo punto il suo discorso possa procedere soltanto perché ha messo
tra parentesi il mio. E ancora: quel linguaggio, che come dice Benn, non vuole
altro che... non è forse un volere? E non si dovrà allora tentare di
comprendere, innanzitutto, che cosa il significhi, appunto, volere? (E, certo,
l’affermazione che al di sopra del linguaggio che raffigura, vi è il linguaggio
che stordisce vuole raffigurare o stordire?) Il rapporto teatro-scienza, e in
generale arte-scienza è stato teorizzato da Brecht in Scritti teatrali
(Einaudi). Una prospettiva, questa, che per un verso, è decisamente
antiplatonica - il che non meraviglia in un marxista come l’autore delle tre
versioni di Vita di Galileo -, per altro verso va incontro a una delle esigenze
più profonde espresse da Platone: quella di parlare di cose di cui si è
competenti. Platone, infatti, invita a diffidare dei poeti tragici e dell’arte
in genere proprio perché l’artista può avere soltanto opinioni e non scienza
intorno ai grandi temi della vita e della morte, dello Stato, della pace, della
guerra, dell’amore e dell’odio, ai quali costantemente si riferisce in modo più
o meno esplicito. Certo, Brecht riconosce che il piano della scienza e quello
dell’arte sono diversissimi. Tuttavia non solo si rifiuta di considerare
semplici hobby gli interessi scientifici di Goe¬ the e di Schiller, ma, con gli
stessi esempi offerti da Platone nel libro X della Repubblica (grandi passioni,
storia dei popoli, impulso del potere), sostiene che anche nell’arte i grandi e
complicati avvenimenti non possono essere sufficientemente riconosciuti in un
mondo di uomini che non si provvedano di tutti gli strumenti utili ad
intenderli. Un dramma sulla vita di Galileo può essere quindi scritto solo da
chi conosce da vicino la nascita della scienza moderna. E Brecht, che per la
Vita di Galileo ebbe a ricorrere anche all’aiuto di alcuni assistenti di Niels
Bohr, non esita a riconoscere che una quantità di letteratura è a uno stadio
fortemente primitivo. Platone respinge l’arte perché non ha competenza di ciò a
cui essa si rivolge; Brecht si fa banditore di un’arte che invece questa
competenza ce l’abbia, lasciando al suo destino la sterminata quantità di
letteratura che invece si trova, per la sua incompetenza, a uno stadio
fortemente primitivo. Rimane il problema di come il contenuto scientifico che
può essere racchiuso in un’opera poetica debba essere completamente risolto in
poesia. Rimane anche ovviamente incolmabile l’opposizione tra Platone, che vede
l’anima dell’uomo destinata a una vita immortale, e un Brecht, che in sintonia
con il pensiero filosofico del nostro tempo, scrive: Lo confesso: io non ho
nessuna speranza. I ciechi parlano di una via d’uscita. Io ci vedo. Quando gli
errori sono esauriti siede come ultimo compagno di fronte a noi il nulla (
Poesie, Einaudi). Non è allora del senso del nulla che (anche) l’artista deve
avere la massima competenza? Oggi si tende a considerare la scienza moderna
come la forma più alta di sapere. Ma la scienza stessa riconosce ormai il
proprio carattere ipotetico. Anche le scienze storiche lo riconoscono. Anzi, a
questa consapevolezza sono giunte prima delle scienze della natura e
logico-matematiche. In modo indiretto Giambattista Vico, nel XVIII secolo, ha
aperto la strada in questa direzione. Ci è mancata sinora scrive una scienza la
quale fosse, insieme, istoria e filosofia dell’umanità. Passa la vita a
tracciare la configurazione di questa nuova scienza. Al di fuori di essa,
esiste una istoria senza filosofia, cioè, per lui, senza verità: una conoscenza
storica che mostra sì un immenso cumulo di notizie, ma senza indicare alcuna
Legge immutabile, eterna che dia loro un senso unitario, e quindi lasciandole
allo stato di ipotesi. La Scienza nuova deve procedere pertanto senza veruna
ipotesi: senza le incertezze e dubbiezze che competono alle scienze storiche
sino a che rimangono separate dalla filosofia. Ma il nostro tempo - e
innanzitutto l’essenza (tendenzialmente nascosta) della filosofia del nostro
tempo - esclude l’esistenza di una qualsiasi Legge immutabile ed eterna, sì che
le scienze storiche si trovano oggi a conservare proprio quel carattere di
incertezza, dubbiezza, ipoteticità che Vico aveva consapevolmente colto in esse
in quanto separate dalla filosofìa. La Scienza Nuova è stata ripubblicata da
Bompiani nelle tre edizioni, a cura di Manuele Sanna e Vincenzo Vitiello, con
un importante saggio introduttivo di quest’ultimo. Il testo è riproposto secondo
l’edizione fattane dallo stesso Sanna, da Fulvio Tessitore e Fausto Nicolini,
con alcuni restauri per le edizioni del 1730 e del 1744. Un’imponente
operazione culturale. Molto opportunamente, Vitiello mette in luce il carattere
problematico della conoscenza storica e in generale della nostra memoria. Vico
e tutte le successive riflessioni sulla conoscenza storica non mettono però in
questione Yesistenza della storia. E nemmeno le scienze naturali mettono in
questione Yesistenza della natura. Storia e natura sono cioè trattate come
indubitabilmente esistenti: la loro esistenza è considerata una verità
incontrovertibile. Ma a chi va affidato il compito di mostrare la verità non
ipotetica dell’esistenza del mondo? Che esista il mondo è una conoscenza scientifica
- quindi problematica -, oppure è una conoscenza innegabilmente vera, e quindi
non scientifica? Né il senso comune può farsi avanti con la pretesa di saper
lui rispondere, infatti non può avere la pretesa di possedere una conoscenza
superiore a quella della scienza. Affermare che l’esistenza del mondo è una
verità innegabile significa affidare alla filosofìa il compito di mostrarlo. È
sempre stato il suo compito metter tutto in questione e spingersi in vari modi
fino al luogo che non può esser messo in questione. Da questo punto di vista,
non mettendo in questione l’esistenza della storia, lasciandola cioè
implicitamente valere come verità innegabile, Vico rimane indietro rispetto al
compito essenziale della filosofia. Ma per altro verso egli coglie nel segno
intuendo che la filosofia non può, a sua volta, chiudere gli occhi di fronte
alla storia, alla natura, al mondo. Proviamo a chiarire quest’ultima
affermazione. Il senso comune, in cui si trova ognuno di noi da quando nasce,
non ha dubbi sull’esistenza del mondo e della ricchezza dei suoi contenuti: vi
crede con tutte le sue forze. (Vi crede anche la scienza, anche quando essa si
discosta dal senso comune.) Ma, appunto, lo crede, ha fede nella sua esistenza,
e non può fare a meno di crederlo - così come non può fare a meno di credere
che il sole si muova da oriente a occidente anche se la scienza gli dice che è
la terra a muoversi attorno al sole, che sta fermo rispetto a essa. Ma la fede
non è la verità innegabile. La fede mette in manicomio o distrugge chi mostra
di dissentire da essa; sebbene faccia questo quando il dissenziente ha meno
forza del credente. Sennonché la verità non è una forza o violenza vincente.
Quando la filosofia del nostro tempo lo sostiene, lo può sostenere sul
fondamento di ciò che per essa è la verità innegabile: 1’esistenza del divenire
del mondo, cioè del divenire le cui forze sono capaci di travolgere e vincere
ogni verità che pretenda imporsi su di esse e regolarle. Affermando che la
verità innegabile è il divenire del mondo (implicante l’inesistenza di ogni
eterno e di ogni immutabile al di sopra di sé), nemmeno la filosofia del nostro
tempo lo afferma perché è riuscita a mettere in manicomio o a distruggere chi
la pensa diversamente da essa. In verità, il mondo non è il mondo (storia,
natura, lo stesso altro dal mondo) quale appare all’interno della fede nella
sua esistenza e nei suoi molteplici contenuti - ossia all’interno della
non-verità. Tuttavia è necessario che nella verità appaia la non-verità:
innanzitutto perché la verità è negazione della non-verità e per esserne la
negazione è necessario che la veda. È necessario cioè che nella verità appaia
la fede nel mondo, al cui interno si costituisce ogni altra fede (ad esempio la
fede nella storia e nella natura, la fede religiosa), ossia ogni altra
non-verità, ogni altro errare. Ciò significa che, in verità, il mondo è la fede
nel mondo e che la non-verità della fede nel mondo appartiene necessariamente,
come negata, al contenuto della verità. Quando Vico pensa una scienza la quale
sia insieme istoria e filosofìa dell’umanità, non scorge che l’esistenza della
storia (e del mondo) è il contenuto di una fede, ma crede che nell’unione di
storia e filosofia la storia sia illuminata dalla verità della filosofia e
divenga essa stessa verità; e tuttavia egli intuisce che la verità è
inseparabile dal proprio opposto, cioè dalla fede, dall’errore. Quale volto
deve avere la verità che si mette autenticamente in rapporto col proprio
opposto? Nel capitolo conclusivo della sua introduzione, intitolato Prospezioni
vichiane Vincenzo Vitiello scrive: Al presente spetta la cura della
“possibilità” del futuro, che non solo, in quanto futuro, non è, ma neppure è
necessario che sia. Sono d’accordo che questa sia una prospezione vichiana, un
proseguire cioè lungo il sentiero percorso da Vico. Ma aggiungo che questo
sentiero è solo un tratto del grande Sentiero aperto dalla filosofia greca e in
cui consiste la storia dell’Occidente: il Sentiero per il quale il divenire
delle cose (di cui sopra si parlava) è il loro uscire dal nulla del futuro e
ritornare nel nulla del passato. E Vitiello sa bene che, servendomi di
un’espressione dell’antico Parmenide, lo chiamo Sentiero della Notte - dove la
Notte è l’errare estremo. Quella prospezione vichiana raggiunge il proprio
culmine e la propria estrema coerenza in ciò che prima ho chiamato essenza
(tendenzialmente nascosta) della filosofìa del nostro tempo, ossia nella
distruzione di ogni Legge e di ogni Essere immutabile ed eterno. Da gran tempo
vado mostrando la malattia mortale - l’essenziale non-verità del mondo - che
sta al fondamento di quel Sentiero e che impedisce alla verità di essere
l’autentica negazione dell’errore, cioè della malattia mortale che, appunto, fa
dire a tutti gli abitatori del pianeta che il futuro e il passato non sono e
non è necessario che siano. Ho detto che tutto questo vado mostrandolo da gran
tempo? Mi son lasciato andare. Rispetto alla grandezza della posta in gioco
quel tempo è minimo. Suicidio dell’Europa Lasciar da parte la brocca riempita
di vino e porre al suo posto una cavità dove si trova del liquido. È quel che
fa la scienza, secondo Heidegger, rendendo un che di nullo la brocca e tutte le
cose. Ma già per Goethe la scienza lascia da parte gli aspetti più concreti e intimi
delle cose; e questa astrazione è chiamata da Hegel intelletto. Non è nemmeno
un discorso perentorio, perché si potrebbe replicare che anche la poesia
annulla tutto ciò a cui invece si rivolge la scienza. E quella cosa che è
l’Europa? Pietro Barcellona non si confronta con il passo di Heidegger, ma
anche nel suo ultimo libro l’Europa è proprio come la brocca piena di vino che
è stata annientata dalla scienza e dalla tecnica moderne: è stata sostituita
con una cavità in cui si trova del liquido. E poiché la scienza è un fenomeno
europeo l’annientamento dell’Europa è un autoannientamento. Il libro di
Barcellona è infatti intitolato II suicidio dell’Europa (Edizioni Dedalo 2005).
Da molto tempo Barcellona si dichiara d’accordo con vari aspetti del mio discorso
filosofico. A modo suo, con sensibilità e acutezza. Del mio pensiero dice:
Bisogna fare a pugni oppure aprire le braccia. Non mi sembra che le apra alla
mia tesi che la dominazione della tecnica e della scienza è inevitabile (per un
certo tratto - dunque finito - della storia dell’Occidente. Però lo invito a
mostrare dove non lo soddisfano le pagine che ho scritto a proposito di tale
inevitabilità. In esse si mostra che, lasciando il dominio alla tecnica,
l’Europa non si suicida ma è un albero dove i rami più alti (tecnica e essenza
profonda della filosofìa del nostro tempo), per respirare e vivere, fanno
appassire quelli più bassi (tradizione teologico- metafisica-religiosa
dell’Occidente), sebbene, come 240 quest’ultimi, traggano la loro linfa dalle stesse
radici e dallo stesso tronco. Certo, scienza e tecnica non hanno l’ultima
parola. E quello dell’Europa è l’albero della Follia. Anche Lucifero è folle,
ma è il signore del mondo. Barcellona mi concede che gli eventi del mondo siano
l’apparire e lo scomparire degli Eterni, i quali sono pace, guerra, amore,
odio, albero, brocca, nubi e anche tutto ciò che non si lascia vedere e che
culmina nella gioia e nella gloria a cui l’uomo è destinato. Ma Barcellona
parla anche degli intervalli in cui l’Eterno della gioia, l’Eterno della gloria
non si è ancora presentato. Nel bel mezzo di uno di questi intervalli, mi ci
ritrovo io - scrive - che, non avendo (ancora) visto la gioia o la gloria, ma
avendo visto la tecnica, sto male. Dice infatti che la tecnica distrugge
avvenire, speranza, promessa, profezia, rende tutto presente, calcolabile,
manipolabile. Riprende la tesi di Heidegger e Bloch. Che vale però per il
pensiero filosofico tradizionale (i rami bassi dell’albero di cui sopra
parlavo). Volendo essere tale pensiero incontrovertibile, ha infatti la pretesa
di dire già tutto sull’essenza del futuro, ossia di ciò che ancora, per
l’intero Occidente, è un nulla. Scienza e tecnica (i rami alti) sono invece un
sapere ipotetico, che non adatta a sé l’esperienza, ma le si adatta,
lasciandola vivere e aprendosi all’awenire. Inoltre la filosofìa del nostro
tempo mostra l’impossibilità di ogni Eterno che stia al di sopra delle cose
create e annientate, ma che non ha nulla a che vedere con gli Eterni, di cui
parlano i miei scritti, che non sono i padroni che dominano e regolano quella
creazione e annientano, ma sono le cose stesse. Questa sintesi di tecnica e
filosofia del nostro tempo, alla quale ben pochi guardano, è animata da quella
volontà di avvenire, la cui mancanza fa star male Barcellona e anche altri. Mi
sembra che egli oscilli tra l’inconsapevole adesione allo spirito del nostro
tempo - che, proprio in quanto tecnologico, e contro quel che di solito si
pensa, intensamente vuole e promuove l’awenire - e l’adesione al mio discorso
filosofico, dove anche la totalità del futuro è già, eterna, e attende di
venire alla luce, oltrepassando quell’Eterno che è la Follia da cui è dominata
la terra. A volte Barcellona mi dice che la sua è una fede. Troppo modesto.
Alla base del suo discorso c’è invece una filosofia per la quale la verità non
può essere che visione. È il principio della fenomenologia. Ma si può dare
davvero un rapporto necessario con la verità scrive che non sia la visione?
Rispondo: sì, perché la semplice visione non potrà mai essere necessità.
Limitarsi, in un paradiso, a vedere Dio, significa esporsi al dubbio di essere
vittime di una illusione. La semplice visione non mostra la necessità di quel
che si vede. Nemmeno chi toccava Gesù toccava la necessità che egli fosse il
Figlio di Dio. Tempo fa, in un editoriale di Liberal (n. 19, 1998) il direttore
Ferdinando Adornato richiamava il problema delle nuove regole di un equilibrio
mondiale e affermava la necessità che l’Europa abbia una propria autonomia
politica di difesa e di sicurezza. Aggiungeva di non trovare saggio pensare che
tale autonomia debba servire a riproporre un ordine mondiale basato su un
“bipolarismo antagonista” nei confronti degli Usa. Poiché in un mio articolo
pubblicato su quello stesso numero sostenevo una tesi che a prima vista sarebbe
potuta sembrare affine a quella che l’editoriale non considerava saggia, nel
numero successivo aggiunsi, in risposta, quanto segue. Siamo d’accordo che
l’Europa si trova all’interno di un processo storico che la vede e continuerà a
vederla alleata degli Usa. D’accordo, anche, che un alleato non è un suddito.
Lo diventa se non ha potenza - se non ha l’autonomia di cui Lei parla. A meno
che l’alleato debole abbia grande autorità su quello forte. Ma non è il caso dell’Europa
rispetto agli Usa (che hanno tirato diritto anche di fronte alle esortazioni
del Papa). Nel mio articolo rilevavo che il processo storico in cui si trova
l’Europa la vede anche avvicinarsi alla Russia, nel senso che si profila la
tendenza verso la collaborazione tra la potenza economica europea e la potenza
nucleare russa. L’unione di questi due fattori fa nascere appunto quell’alleato
degli Usa, che è tale solo se non è un suddito. Non si profila dunque un
semplice antagonismo rispetto agli Usa. Perfino il bipolarismo Usa-Urss era
chiamato dal sottoscritto, sin dagli anni Settanta, Duumvirato (l’espressione
era piaciuta anche a Giulio Andreotti). Rispetto alla concordia discors del
Duumvirato di allora, il Duumvirato che si sta profilando (e che il mio
discorso si limita a constatare) vede considerevolmente ridotta la discordia.
D’altra parte gli alleati sono veri, solo se ognuno dei due ha la forza di
resistere alle possibili prevaricazioni dell’altro. Solo questa forma di
alleanza tra Europa-Russia e Stati Uniti può consentire all ’Occidente di
tutelare affìcacemente i propri valori rispetto al resto del mondo. Lei rileva
invece che la logica della deterrenza nucleare è obsoleta. Il terrorismo è
evanescente e asimmetrico. (D’accordo). Per Lei, mi sembra, sarebbe obsoleto
anche un ombrello nucleare russo che sostituisse quello che gli Usa hanno
tenuto e tengono aperto sull’Europa. Ora, contrapporre al terrorismo
l’armamento nucleare è ovviamente insufficiente. Oggi esistono le armi chimiche
e le cosiddette nano-tecnologie di basso costo e di altissimo potenziale
distruttivo dalle quali è estremamente difficile difendersi. Ma perché i
terroristi non le hanno usate, per esempio per difendere l’Afghanistan e
l’Iraq? Se l’armamento nucleare è insufficiente, è però anche necessario. Alla
fine, sono soprattutto degli Stati ad alimentare il terrorismo. Gli Usa non
parlano forse di Stati canaglia? Rispetto a quest’ultimi la minaccia atomica
(esplicitamente richiamata dagli Usa prima dell’attacco all’Iraq) non è
obsoleta. E allora non si dovrà dire che il terrorismo si astiene dall’uso
delle armi chimico-batteriologiche proprio perché certi Stati temono la
ritorsione atomica su di essi da parte degli Usa (e della Russia)? Ma poi, la
concreta risposta americana al terrorismo dell’11 settembre non è stata forse
l’attacco a due Stati? E un articolo di questo numero di Liberal, scritto da un
americano, non è forse significativamente intitolato E adesso l’Iran^ È proprio
così obsoleto il possesso di un arsenale invincibile (e invincibile lo è
tuttora e nonostante tutto anche quello russo), in un mondo dove la rincorsa
all’armamento nucleare sta diventando sempre più pressante - come proprio in
queste settimane stiamo constatando? A parte il riferimento alla potenza economica
europea, che come già si è accennato nelle pagine precedenti si è nel frattempo
notevolmente ridotto, le considerazioni presenti in quella mia risposta vanno
tuttora tenute ferme. Non credo alla sopravvivenza Molte le pagine di Maurizio
Ferraris da cui la comprensibilità del discorso di Jacques Derrida ha tratto,
un notevole, giovamento. Anche quelle pubblicate da Bollati Boringhieri e
affettuosamente intitolate Jackie Derrida. Ritratto a memoria (2006), dove egli
scrive che per Derrida, cercare di far sì che non tutto scompaia è stato al
centro delle sue preoccupazioni senza trasfomarsi in una meditatio mortis
narcisistica (p. 20). A dar ragione a Ferraris, è lo stesso Derrida che
dichiara: Non penso che alla morte, ci penso sempre, non passano dieci secondi
senza che la sua imminenza mi sia presente. Analizzo continuamente il fenomeno
della sopravvivenza, è veramente la sola cosa che mi interessi, ma proprio
nella misura in cui non credo alla sopravvivenza post mortem. In fondo, è
questo che comanda tutto, tutto ciò che faccio, sono, scrivo, dico (J. Derrida
e M. Ferraris, Il gusto del segreto, Laterza 1997). Nella cenere tutto viene
annientato dice da qualche parte. Ma di quel continuo analizzare il fenomeno
della sopravvivenza non trovo traccia nelle pagine di Ferraris. E lo si spiega;
perché per quanto ne sappia, non la trovo nemmeno nelle pagine di Derrida. Egli
dice, sì, che continua a pensarci, ma è difficile venire a sapere che cosa egli
abbia pensato in proposito; o si viene a sapere ben poco più del fatto che egli
non crede alla sopravvivenza post mortem. In questo senso, non solo Ferraris ha
ragione a sostenere che in Derrida non c’è una meditatio mortis narcisistica,
ma verrebbe da dire che non c’è affatto una meditatio mortis. Certo, a dirlo
così nudo e crudo si sbaglierebbe, perché Derrida conosceva bene la meditazione
di Heidegger sulla morte. E tuttavia doveva anche saper bene che è una
meditazione fenomenologica, che cioè non si pronuncia sui problemi metafisici
come 1’esistenza di Dio, la sopravvivenza dopo la morte ecc. Rimane dunque
l’impressione che Derrida abbia distolto lo sguardo da ciò che maggiormente lo
assillava. Che è certamente quel che più conta. Sono d’accordo. Ma sono
d’accordo perché al tema della cenere in cui tutto viene annientato ho invece
dedicato tutto quello che ho scritto. Tutto quel che ho scritto si riferisce
alla necessità che ogni cosa (evento, stato ecc.) sia, eterna, cioè che nessuna
cosa si annienti nel cosidetto suo diventar cenere. Vi si riferisce argomentandola
e mostrando il senso della necessità e dell’argomentare. Peccato che in
proposito Derrida non abbia voluto prendere posizione. Ma limitarsi a
dichiarare la propria incredulità intorno a qualcosa non è il momento più alto
della filosofìa. All’amico Ferraris vorrei pertanto proporre di non seguire, in
questo, Derrida. Che, per quanto ne sappia, non si è mai interessato di
Leopardi. Ma la meditatio mortis di Leopardi è grandiosa, straordinariamente
potente, unica. E non è soltanto fenomenologia. Leopardi crede di poter
mostrare che nessuna cosa è eterna. Ma come è alto e ricco, e argomentante il
suo errare! Con questa meditazione devono fare i conti i credenti. Derrida li
disturba ben poco. Se non si guarda da vicino il senso del pericolo, cioè
dell’annientamento e dello scomparire, che stanno alla radice dell’angoscia,
quale consistenza può avere la ricerca di un rimedio contro la morte ossia di
quel far sì che nontutto scompaia? Per Derrida il rimedio era la scrittura, che
trattiene ancora per un po’ le cose nell’esistenza. Proust questa tesi l’aveva
già analizzata a fondo. Ma, anche qui, com’era ben più radicale Leopardi, che
pensava alla scrittura nel senso più ampio, cioè, come opera del genio, ossia
di chi sa dire con potenza la nullità di tutte le cose. Per le scienze del
linguaggio il sacro è il separato: tiene lontano l’uomo; anche se insieme lo
attira. Freud ha visto neH’inconscio la follia da cui la coscienza dell’uomo si
è distaccata. All’inizio del suo bel libro Orme del sacro Umberto Galimberti
scrive tuttavia che a conoscere questa follia non sono la psicologia, la
psichiatria o la psicoanalisi, ma la religione. Ma la religione - osservo - è
solo un credere; e se un sapere riuscisse a mostrare che l’occhio della
religione vede più lontano degli altri e riesce a scorgere la profonda verità
della follia del sacro, non sarebbe allora questo sapere (lo si è chiamato
filosofia) ad avere l’occhio più acuto? Più in alto di una testa incoronata sta
la mano che la incorona. Per Nietzsche al di là della ragione c’è il caos. Per
Dostoewskij c’è Cristo. Per Freud l’inconscio è il luogo in cui non vige più il
principio di identità e di non contraddizione. La contraddizione è il caos, è
Cristo, la follia. La follia è la verità ultima dell’esistenza. In ognuno di
questi casi, si apre alle spalle della ragione il mondo dell’indifferenziato,
dove, scrive Galimberti, una cosa è questo e anche altro. La ragione, tuttavia,
non trova scandaloso pensare che un vino possa essere forte e anche nero. I
problemi incominciano quando si pensa che lo stesso vino sia forte e non forte,
nero e non nero: indifferenziato, appunto. Platone e soprattutto Aristotele
sostengono che il contenuto di questo pensiero non può esistere: cioè che il
mondo della follia non può esistere. Qui mi limito a riproporre una domanda che
può sembrare oziosa. Quella follia che, separata, sta al di là della ragione, è
forse non separata? Se ne stata forse al di là, ma anche al di qua, dentro la
ragione? No! - risponderanno gli amici della follia, 248 del caos,
dell’inconscio, di Cristo, dell’indifferenziato. Ma la follia non, è forse,
anche, non follia? A questo punto quegli amici perderanno la pazienza e diranno
di aver già detto che la follia è follia - punto e basta. Ma, allora, non è
forse molto, ma molto giudiziosa questa follia che se ne sta ben attaccata a sé
stessa (e dunque al principio di non contraddizione), e non vuol essere anche
altro, cioè non vuol essere ragione - e, dunque, tirate le somme, non si
permette di essere folle? Secondo un principio consolidato della metafisica
classica, il divenire richiede una condizione che lo trascende scrive Biagio de
Giovanni nel suo studio, importante e suggestivo, dedicato a Hegel e Spinoza.
Dialogo sul moderno (Guida 2011, p. 121) - e tale principio regola anche il
pensiero di questi due grandi protagonisti del moderno. La complessità del
saggio di de Giovanni, implicante notevoli conseguenze sul piano politico,
richiede che qui si accenni solo ad alcuni punti. Quel principio della
metafisica classica domina effettivamente sia l’antico, sia il moderno; non
però il pensiero del nostro tempo, per il quale il divenire non richiede altro
che sé stesso. Il mondo non ha bisogno di Dio. Che il divenire richieda una
condizione trascendente, indiveniente, infinita, significa che essa salva il
finito - il divenire (nascita e morte) essendo appunto il regno della
finitezza. La tesi di de Giovanni, che l’intento di fondo di Spinoza e di Hegel
è di salvare il finito, è quindi del tutto consequenziale. Ed egli, questo intento,
lo fa proprio, ma dandogli un timbro nuovo, che insieme, a suo avviso, rende
esplicito quanto nei due pensatori rimane invece velato. Semplificando molto il
suo discorso, si può dire che il mondo è salvato solo da Dio, ma che il
rapporto tra Dio e Mondo produce inevitabilmente un radicale spaesamento del
pensiero, che non riesce e non può riuscire a sciogliere i problemi prodotti
dalla coabitazione di quei due termini. Ciò significa che le difficoltà e le
contraddizioni a cui va incontro il rapporto finito-infinito in Hegel e Spinoza
non sono imputabili alla limitatezza del loro pensiero, ma sono strutturali. In
una delle pagine decisive del suo libro de Giovanni scrive: I grandi testi
della filosofia non sono grandi precisamente perché gravidi di altissimi
contrasti, che sono il vero sale del pensiero?, e questo sale non è forse la
profonda istituzione di una dualità che non aspetta vera conciliazione e che
però ambisce a vincere la scissione senza poterla abolire?, sì che proprio
questo paradosso è la stessa vita umana? Ritengo che i punti interrogativi non
siano retorici. De Giovanni non presuppone arbitrariamente 1’esistenza
delfinfinito, non ne progetta nemmeno la fondazione, né la richiede a Spinoza e
a Hegel, dove, a suo avviso, Dio, cioè l’infinito e indiveniente Invisibile, è,
non meno e anzi ancor più del finito, il luogo dove i problemi e le
contraddizioni maggiormente si addensano. L’infinito-invisibile è infatti per
lui il contenuto di una fede. Ma questa fede, mi sembra, appartiene a suo avviso
all’essenza dell’uomo, ossia a quel paradosso che avvolge non questo o quel
gruppo umano; non questa o quell’epoca, ma la stessa vita umana in quanto tale.
E qui il paradosso indicato da de Giovanni è scavalcato, nel senso che diventa
ancora più complesso, la fede nell’invisibile essendo appunto ciò che, come
richiamavo all’inizio, è spinto al tramonto dell’essenza o sottosuolo della
filosofia del nostro tempo, dove il Tutto resta identificato alla totalità del
visibile-finito - diveniente. Egli vede sì l’unita sottostante all’antico e al
moderno (e si tratta di millenni), ma non intende allargarla, e anzi prende le
distanze dalla fede, indicata nei miei scritti, che unisce l’intera storia
dell’uomo e che quindi sostiene sia la fede nell’Invisibile sia la fede dei
nemici dell’Invisibile, amici della Terra. De Giovanni contrappone cioè il suo
modo di considerare la storia dell’Occidente a quello dei miei scritti, che
considera il pensiero dell’Occidente come preso in un unico solenne errore, che
è un estremo, iperlogico (e a suo modo, certo, geniale) invito a escludere il
significato delle differenze, ossia di ciò a cui non si può rinunciare (p.
117). Credo che qui de Giovanni si riferisca alle differenze intese come
differenti modi di errare, non come differenze tout court - giacché
l’affermazione dell’esistenza e anzi dell’eternità delle differenze (ossia
delle molte cose e dei molti aspetti del mondo, innanzitutto) è una tesi
costante del mio discorso filosofico. Ma è una sua tesi costante anche l’affermazione
dell’esistenza di differenti, infiniti modi di errare; che però hanno questo di
identico, di essere errori, cioè negazioni della verità. E l’avere in comune il
loro esser errori non cancella i differenti modi dell’errare - così come, per i
colori, l’avere in comune Tesser colori non è una monocromia, ossia non
cancella il loro differire l’uno dall’altro. Nei miei scritti si mostra che la
vita umana è il luogo in cui si manifesta ciò che vi è di identico in ogni
errore, ossia il suo essersi separato dalla verità. De Giovanni mi gratifica di
un riconoscimento che mi piacerebbe meritare (Sono convinto che la profondità
speculativa di Severino sia assai alta e pressoché unica oggi in Europa), ma
aggiunge che la pedagogia che nasce da questa profondità è muta, perché riduce
la dialettica interna alla storia della metafìsica [...] alla monocroma
ripetizione dell’errore. Nei miei scritti si mostra che l’Errore è la fede
nella trasformazione delle cose, il loro diventar altro da sé. Chiedo a de
Giovanni di indicarmi, per uscire dalla supposta monocromia, un solo punto,
nella storia dell’uomo, dove non si creda nell’esistenza della trasformazione
delle cose, ma si creda in una forma di errore diversa da questa fede. Poi, se
vorrà, potremo discutere il punto decisivo, ossia i motivi per i quali affermo
che questa fede, nonostante la sua apparente plausibilità ed evidenza, è
l’Errore più profondo a cui l’uomo è stato destinato - ma dal quale l’Inconscio
autentico dell’uomo è già da sempre libero. Cresce il rifiuto dell’affermazione
di Nietzsche (peraltro in genere male intesa) che non esistono fatti ma solo
interpretazioni. Nietzsche non è un realista. Ma implicitamente il bersaglio in
Italia si allarga a Heidegger e a Gadamer, e anche a chi, come Gianni Vattimo e
Pier Aldo Rovatti, ha lavorato sulla scia di questi pensatori, a partire
appunto da Nietzsche. È ora - sostiene Maurizio Ferraris - di far rivivere su
scala mondiale i fatti, la verità, il realismo. Se è lecito annotarlo, c’è
anche chi, da più di mezzo secolo va dicendo che il senso autentico della
verità non è investito dalla crisi inevitabile a cui è andata incontro la
verità quale è intesa lungo la storia dell’Occidente, e quindi anche dal
realismo. Ma Ferraris vuol far rivivere fatti, verità e realismo dando come
cosa per sé evidente (almeno così sembra) che la realtà esista
indipendentemente dalla coscienza umana, la quale sarebbe però capace di
conoscerla con verità, scorgendo appunto i fatti, ed essendo quindi una
certezza che ha come contenuto la verità. Con fatica, si potrebbe far rientrare
questo modo di pensare in ciò che Hegel chiamava appunto identità di certezza e
verità. Non dubito che Ferraris (e Eco) l’abbiano presente. Con fatica, dico,
tuttavia, perché il senso comune non è la conferma filosofica del senso comune.
Anche per le scienze della natura la realtà esiste indipendentemente dall’uomo.
Da qualche millennio questo è anche il comune modo di pensare dei popoli, il
loro senso comune. Ma ben prima della scienza è la filosofia, sin dai suoi inizi,
a riflettere sul rapporto tra l’essere umano e la realtà - e sul significato di
queste due dimensioni. Prevale, con la grande filosofia classica (Platone,
Aristotele), la conferma del senso comune. E più tardi tale conferma sarà
chiamata realismo. La prospettiva espressa dal principio di Protagora che
l’uomo è la misura di tutte le cose (e che quindi la realtà dipende dal modo in
cui l’individuo pensa e vuole) resta a lungo emarginata. Ma, proprio perché
conforma il senso comune, il realismo filosofico non è il senso comune. La
filosofia, infatti, viene alla luce evocando un senso prima sconosciuto della
parola verità - il senso che domina l’intera tradizione dell’Occidente dai
Greci a Hegel, a Einstein; cioè la verità come scienza (epistéme) incontrovertibile,
fondata su principi primi innegabili e per sé evidenti e il realismo filosofico
ritiene che il senso comune abbia verità. Ma è la filosofia a conoscere la
verità del senso comune, non il senso comune. Per avere un esempio della
potenza e complessità concettuale del realismo filosofico si tenga ancora
sott’occhio (cfr. sezione prima, cap. Ili) questo passo deW Etica Nicomachea di
Aristotele: Ciò di cui abbiamo scienza non può essere diversamente da come;
delle cose che possono essere diversamente, invece, quando siano fuori dalla
nostra osservazione, rimane nascosto se esistano o no. (La parola osservazione
traduce la parola theoréin : l’osservazione appunto, la manifestazione del
mondo, che accade con l’esistenza dell’uomo.) Si può dire che in questo passo
sia addirittura anticipato quell’importante atteggiamento del pensiero
contemporaneo che è la fenomenologia fondata da Edmund Husserl, per la quale è
verità tutto ma anche solo ciò che è osservabile (manifesto, immediatamente
presente, sperimentabile); e quindi non è possibile che, con verità, venga
affermato qualcosa intorno a ciò che non è osservato. Proprio per questo la
fenomenologia non è una conferma del nostro senso comune. Aristotele non
riconoscerebbe ciò che pure si è sviluppato dal proprio seme; eppure la sua è
una critica radicale del senso comune in quanto sussistente al di fuori della
conferma che Yepistéme gli dà: tutto ciò che esso dice non è scienza
(epistéme). Inoltre, per Aristotele, la realtà di cui c’è scienza e che quindi
esiste indipendentemente dall’uomo è più ampia della realtà di cui, secondo la
fenomenologia c’è scienza (e anche Husserl intende la filosofia come scienza
rigorosa). La scienza è infatti, per Aristotele (come per l’intera tradizione
occidentale) anche scienza di Dio, metafìsica. Il realismo filosofico greco si
è sviluppato nella filosofia patristica e scolastica (Agostino, Tommaso tee.) e
quindi nella dottrina della Chiesa cattolica e delle altre Chiese cristiane, e
poi nel Rinascimento e nella stessa filosofia moderna prekantiana, che però
procede a una forma più elaborata di conferma del senso comune. E il realismo è
stato messo in questione da Kant e daH’idealismo, per poi riaffacciarsi in
varie correnti della filosofia degli ultimi due secoli, Marx e marxismo
compresi. Si continua a dire che ci si è liberati della cultura idealistica. Ma
quanti conoscono l’idealismo da cui ci si deve liberare? Per l’idealismo (e il
neoidealismo italiano) è fuori discussione (come per il realismo) che la natura
esiste indipendentemente dalle singole coscienze degli individui umani. È dalla
coscienza trascendentale (liquidata con troppa disinvoltura) che la natura non
è indipendente. La scienza, si diceva sopra, è realista. E la filosofia
analitica sostiene per lo più che per sapere come sia fatto il mondo bisogna
rivolgersi alla scienza moderna (che non è più epistéme). Sennonché, se il
realismo della scienza moderna non vuol essere semplice, ingenuo senso comune,
allora è una tesi filosofica è cioè quel realismo filosofico la cui potenza e
complessità concettuale e i cui rapporti con le concezioni non realistiche
sfuggono completamente al moderno sapere scientifico - e sarebbe un peccato se
sfuggissero anche al nuovo realismo, stando al modo in cui esso è stato
presentato. Si aggiunga che la scienza intende fondarsi suh’osservazione. Ma la
gran questione è che la realtà - che per la scienza esisterebbe egualmente
anche se l’uomo non esistesse (l’uomo è dice la scienza, compare soltanto a un
certo punto dello sviluppo dell’universo) -, in quanto esistente senza l’uomo è
per definizione ciò che non è osservato dall’uomo, ciò di cui l’uomo non fa
esperienza: non può esserci esperienza umana di ciò che esiste quando l’umano
non esiste. Quindi l’affermazione che la realtà è indipendente dall’uomo
finisce anch’essa con l’essere una semplice fede, o quella forma di fede che è
considerata come altamente probabile. Comune al nuovo realismo e al pensiero
debole di Vattimo e Rovatti è comunque l’istanza politico-morale, messa in
primo piano. Si accusano reciprocamente di favorire il totalitarismo. Ora, la
filosofia - come il mito e poi la scienza moderna - è nata, sì, per difendere
l’uomo dal dolore e dalla morte dovuti alla natura e alla lotta tra gli uomini.
In questo senso la filosofìa (come il mito e la scienza), nascendo dalla paura,
è mossa da un’istanza politico-morale. Ma la filosofia si accorge che il
rimedio non può essere quello inaffidabile del mito, ma deve avere verità, e la
verità non può fondarsi sulla dimensione politico-morale. Per la sua assoluta
spregiudicatezza la verità deve chiedersi perché la violenza dei più forti
debba essere bandita. E deve saper rispondere. Altrimenti essa è semplice
edificazione. Un’ultima osservazione a proposito di Nietzsche. La sua tesi che
non esistono fatti ma solo interpretazioni non va intesa in senso assoluto:
riguarda solo un certo insieme di eventi. Infatti, che il divenire del mondo
esista non è per Nietzsche un’interpretazione affidata da ultimo alle decisioni
storiche e quindi cangianti deU’uomo: che il divenire (la storia il tempo)
esistano è per Nietzsche - anche per Nietzsche - l’incontrovertibile verità
fondamentale in base a cui è necessario negare ogni realtà eterna immutabile,
divina che sovrasti il divenire e lo domini e guidi. Questa verità è la Grande
Fede al cui interno cresce l’intera storia dell’Occidente e, ormai, del
pianeta. La fede che da tempo i miei scritti invitano a dar conto del suo
incontrastato potere. Persiste il silenzio su uno dei tratti più importanti
della cultura contemporanea. Da parte mia continuo a richiamare quanto sia
decisivo il nucleo essenziale del pensiero filosofico del nostro tempo. Sebbene
possa sembrare inverosimile, tale nucleo è infatti ciò che fa diventar reale la
dominazione del mondo da parte della tecnica - destinata a questo dominio
nonostante altre candidature, ad esempio quella capitalistica, politica,
religiosa, e anche se la tecno-scienza (ma non solo essa) non è ancora in grado
di prestare autenticamente ascolto alla filosofia. Quel nucleo mette in luce
che ogni Limite assoluto all’agire delfuomo, ci oè ogni Essere e ogni Verità
immutabile della tradizione metafisica, è impossibile; e dicendo questo non
solo autorizza la tecnica a oltrepassare ogni Limite, ma con tale
autorizzazione le conferisce la reale capacità di superarlo. Non si salta un
fosso se non si sa di esserne capaci; e quel nucleo dice alla tecnica che essa
ne è capace. Tra i pochi abitatori del nucleo essenziale c’è sicuramente il
pensiero di Nietzsche. Ma anche quello di Giovanni Gentile, la cui radicalità è
ben superiore a quella di altre pur rilevanti figure filosofiche, di cui
tuttavia continuamente si parla. Invece su Gentile il silenzio, in Italia, è
preponderante (sebbene non totale, anche per merito di alcuni miei allievi).
All’estero, poi, sia nella filosofia di lingua inglese, sia in quella
continentale, di Gentile, direi, non si conosce neppure il nome. La cosa è
interessante, soprattutto in relazione al tema filosofia-tecnica a cui
accennavo. Infatti, nonostante i luoghi comuni, la filosofia gentiliana è un
potente alleato della tecnica, sì che il silenzio su Gentile è un elemento
frenante, reazionario, rispetto alla progressiva emancipazione planetaria della
tecno-scienza. Argomento di primaria importanza sarebbe quindi la
chiarificazione dei motivi che producono quel silenzio. Qui vorrei però
limitarmi - come ho incominciato a dire - al tema, molto più modesto,
riguardante alcune conferme di tale silenzio e alcune implicazioni. Per Gianni
Vattimo, sostenitore della filosofia ermeneutica (Heidegger, Gadamer ecc.),
l’antirealista, cioè la critica alla concezione metafisica della verità sarebbe
una scoperta di Heidegger (Della realtà, Garzanti 2012; p. 100). Si tratta
della critica alla definizione di verità come corrispondenza tra intellectus e
res, tra l’intelletto e la cosa. In tutto il libro Gentile non è mai citato. Ma
ben prima di Heidegger, e con maggior nitore, Gentile aveva già mostrato
(rendendo radicale l’idealismo hegeliano) l’insostenibilità di quella definizione.
In sostanza egli argomentava - per sapere se l’intelletto corrisponda alla
cosa, intesa come esterna alla rappresentazione che l’intelletto ne ha, è
necessario che il pensiero confronti la rappresentazione dell’intelletto con la
cosa; la quale, quindi, in quanto in tale confronto viene a essere conosciuta,
non è esterna al pensiero, ma gli è interna. Ciò significa che il pensiero, per
essere vero, non ha bisogno e non deve corrispondere ad alcuna cosa esterna.
Solo che Vattimo si fa guidare, prendendolo alla lettera, da quell’appunto di
Nietzsche in cui si annota - probabilmente per studiarne il senso - che non ci
sono fatti, ma solo interpretazioni e che anche questa è un’interpretazione,
ossia una prospettiva che si forma storicamente e che quindi è revocabile,
sostituibile. Poiché Vattimo intende tener ferma questa sentenza di Nietzsche
dovrà dire allora che anche la critica alla concezione metafisica della verità
è un’interpretazione, ossia qualcosa di revocabile. Capisco quindi che egli
consideri anche la propria filosofìa soltanto come un’interpretazione
rischiosa, una scelta, una volontà le cui motivazioni sono soltanto decisioni
etico- politiche (p. 53): Come Heidegger, noi vogliamo uscire dalla metafisica
oggettivistica perché la sentiamo come una minaccia alla libertà e alla
progettualità costitutiva dell’esistenza (p. 122, corsivo mio). In sostanza,
come tanti altri, esclude ogni verità incontrovertibile perché altrimenti
libertà e democrazia verrebbero distrutte; ma in questo modo mostra di
considerare come verità incontrovertibile la difesa della libertà e della
democrazia (la qual cosa è soltanto una bandiera politica o teologica). Oppure
- chiedo a lui e a tanti altri - anche l’affermazione che la libertà è
costitutiva dell’esistenza è solo un’interpretazione revocabile? En passant,
egli è stranamente fuori strada quando mi attribuisce l’intento di oltrepassare
la metafisica attraverso la restaurazione di fasi precedenti del suo sviluppo e
rifacendomi a Heidegger. Il quale però sostiene che l’Essere è evento
(contingenza e storicità assoluta, assoluto divenire) e che anche le cose sono
avvolte da questo carattere; mentre i miei scritti sostengono che ogni cosa è
un essere eterno. E infatti essi indicano qualcosa di abissalmente lontano anche
dalla filosofia gentiliana, che afferma la totale storicità del contenuto del
pensiero (sebbene Gentile differisca da Heidegger perché, platonicamente,
intende il Pensiero come indiveniente). Comunque, già l’idealismo classico
tedesco, soprattutto quello hegeliano, è ben consapevole dell’impossibilità che
la verità sia corrispondenza o adeguazione dell’intelletto a una realtà
esterna, e tuttavia l’idealismo è una grande metafisica; sì che la critica a
tale corrispondenza toghe di mezzo solo un certo tipo di metafisica. Per
mostrare l’impossibilità di ogni Limite assoluto, metafisico, all’agire
dell’uomo, e in generale al divenire delle cose, occorre altro, che, ripeto, è
sì presente in Nietzsche e in Gentile (e in pochi altri, come Leopardi), ma non
in Heidegger. Né qui intendo indicare ciò che occorre e che sopra chiamavo il
nucleo essenziale della filosofia del nostro tempo. Se Vattimo, che condivide
la critica heideggeriana alla verità come corrispondenza, su questo punto è
inconsapevolmente d’accordo con Gentile, invece un filosofo tedesco, Markus
Gabriel,sostiene ora un nuovo realismo (che peraltro condivide con molti altri)
al quale forse rinuncerebbe se conoscesse Gentile. Egli non è d’accordo con
Heidegger, né quindi con Vattimo, ma è d’accordo con Maurizio Ferraris (non più
allievo di Vattimo), che presenta in Italia il libro di Gabriel II senso
dell’esistenza (Carocci editore 2012). Vi si sostiene subito un argomento che
conduce alla tesi seguente: C’è qualcosa che noi non abbiamo prodotto, e proprio
questo esprime anche il concetto di verità. L’argomento è che, una volta
ammesso che noi produciamo qualcosa, noi però non produciamo il fatto
consistente nell’esser produttori di qualcosa - il fatto che dunque è
indipendente da noi. Gabriel lascia indeterminato il significato di quel noi
(sebbene egli interpreti in modo a volte condivisibile l’idealismo tedesco). Ma
l’idealista e quell’idealista rigoroso che è Gentile risponderebbero che,
certo, questo o quell’individuo non producono il fatto consistente nella
produzione umana di qualcosa, e tuttavia questo fatto è pensato (anche da
Gabriel, sembra) e, in quanto pensato, non può essere, come invece questo libro
sostiene, una realtà indipendente dal pensiero, ossia da noi in quanto
pensiero. Io propongo di definire l’esistenza come l’apparizione-in- un-mondo,
scrive Gabriel (p. 46). Intendo: l’apparizione di qualcosa in un mondo. Ma nel
suo libro non ho trovato alcun chiarimento sul significato del termine chiave
apparizione. Chi legge quanto vado scrivendo ne conosce l’importanza.
L’apparizione non è il qualcosa (o ente) che appare (anche se essa stessa è un
ente). Se Gabriel intende che c’è apparizione di un mondo anche senza che
appaia questo o queU’individuo empirico, allora, su questo punto, sono d’accordo
con lui da più di mezzo secolo. Ma allora si dovrà dire che ciò che esiste è
ciò che appare (e un caso di esistenza è l’apparire in cui
tutto-ciò-che-non-appare appare, appunto, come tutto ciò che non appare). Ma
Gabriel intende così l’apparizione? Per lui ciò che esiste esiste
necessariamente all’interno di un campo di senso, cioè all’interno di un
contesto. Se il motivo è (come mi sembra di capire) che qualcosa esiste solo in
quanto differisce da ciò che è altro da esso, sì che questo altro è il contesto
del qualcosa, sono d’accordo (ma esortando Gabriel a rendersi conto che egli,
contrariamente ai suoi intenti, sta sollevando il principio di non
contraddizione - ossia il differire dal proprio altro - al rango di assoluto
principio incontrovertibile). Ma dalla necessità che l’esistente abbia un
contesto egli crede di dover concludere che qualcosa come il Tutto, la totalità
degli enti, non può esistere perché il Tutto non può avere un contesto, e non
può nemmeno contenere sé stesso, giacché è necessario che il Tutto, in quanto
contenente differisca dal Tutto in quanto contenuto (pp. 52 ss.). Mi limito a
rilevare che, poiché il Tutto è l’apparizione del Tutto (anche per Gabriel
dovrebbe esserlo), allora questa apparizione contiene sé stessa proprio perché
il Tutto contenente è lo stesso Tutto contenuto: il contenente è insieme il
contenuto e il contenuto è insieme il contenente. Da gran tempo i miei scritti
si sono soffermati su questo tema come su quello del significato che compete
all’affermazione che il nulla è il contesto del Tutto. (A proposito del tema
del nulla è curioso che Vattimo, per il quale - come per Gabriel e l’intera
cultura del nostro tempo - 263 tutto è contingente, neghi a un certo punto - p.
60 - l’annullamento delle cose. Curioso, dico, perché senza il loro
annullamento e nullità iniziale non si vede in che possa consistere la loro
contingenza e storicità.) L’idealismo assoluto di Gentile è poi un a ssoluto
realismo, perché il contenuto del pensiero non è una rappresentazione
fenomenica della realtà esterna, ma è la realtà in sé stessa. Un rilievo,
questo, che potrebbe invogliare Gabriel e i vari neorealisti a studiare
Gentile. Certo, la difficoltà maggiore è capire il carattere trascendentale del
pensiero, che si è presentato in modo sempre più rigoroso da Kant all’idealismo
tedesco e al neohegelismo di Gentile. L’al di là di ogni pensiero,
l’assolutamente Altro, l’Ignoto, gli infiniti tempi in cui l’uomo non c’era e
non ci sarà: ebbene, di tutto questo possiamo parlare solo in quanto tutto
questo è pensato. Per questo Gentile afferma che il pensiero non può essere
trasceso e che è esso a trascendere tutto ciò che si vorrebbe porre al di là di
esso e come indipendente da esso. Questo trascendimento è la verità.
L’idealistica trascendentalità del pensiero è stata sostituita oggi dal
consenso, cioè dall’accordo sociale su un insieme di convinzioni. Insieme a
molti altri Popper vede nel consenso il fondamento della verità. È vero ciò su
cui la comunità più ampia possibile è d’accordo. Anche Vattimo sostiene questo
concetto della verità: per lui il linguaggio, entro cui tutto si presenta, è il
linguaggio della comunità, giacché siamo esseri storici e la massima evidenza
disponibile qui e ora si costruisce solo con un accordo, che può essere messo in
questione e rinegoziato (p. 109). Ma, daccapo, questa sua affermazione è una
verità incontrovertibile? Oppure che gli uomini esistano, ed esistano
storicamente, accordandosi o discordando, è soltanto un accordo rinegoziabile?
Rinegoziando, non ci si potrebbe forse trovar d’accordo nel far rivivere la
metafisica e altre cose non desiderate dalla filosofia ermeneutica? Ma
soprattutto a Heidegger (non solo a lui) andrebbe chiesto come mai, se il suo
intento è di prendere le distanze da ogni evidenza oggettiva, la configurazione
dello sviluppo storico (la sequela delle epoche dell’Essere) finisca col
valere, nel suo discorso, come un’evidenza oggettiva e indiscutibile. La
tecnica può riuscire a porsi alla guida del mondo solo se si è in grado
dimostrare che ormai questo compito non può più essere assolto dalle grandi
forze della tradizione (quali il capitalismo, le religioni, la politica e la
concezione del mondo che sta al loro fondamento). Ma chi può mostrarlo? Non
certo la tecnica e la scienza. È invece l’essenza tendenzialmente nascosta
della filosofia del nostro tempo a mostrarlo (purché si sappia guardare).
Mostra che non possono esistere quei Limiti assoluti, indicati dalle forze
delle tradizione, di fronte ai quali la tecnica debba arrestarsi. Anche (ma non
solo) per questo la filosofia ha un carattere decisivo. Di qui l’importanza di
saper cogliere ciò che chiamo essenza della filosofia del nostro tempo - alla
quale appartengono pensatori come Nietzsche e Gentile. Appunto a questo
contesto si riferiva anche il mio articolo (Corriere della Sera, la Lettura, 16
settembre 2011), intorno al quale sono intervenuti vari interlocutori. D’altra
parte, continuo a ripetere, quell ’essenza è la forma più coerente della Follia
estrema da cui è avvolta l’esistenza dell’uomo - la Follia del nichilismo). Ben
presto l’uomo si accorge degli ostacoli che limitano la sua volontà. E si
convince che il mondo esista indipendentemente dalla coscienza che egli ne ha.
Questa, la base di ogni forma di realismo. Se l’uomo è il singolo individuo
umano, anche l’idealismo è una forma di realismo. D’altra parte, il mito, e il
pensiero filosofico della tradizione (sia pure in modo profondamente diverso)
vedono in quegli ostacoli una forma superiore, più potente, divina, di Volontà,
capace di dominare la materia di cui le cose son fatte o addirittura capace di
produrre ogni aspetto del mondo, come pensa anche l’idealismo classico,
culminante in Hegel, che però indica i motivi per i quali quella Volontà divina
e cosciente non sta al di là dell’uomo, ma gli è unita. Come Cristo, l’uomo
autentico è Uomo-Dio. Il mondo è prodotto non dall’uomo singolo, ma
dall’Uomo-Dio. Nel pensiero del neohegeliano Giovanni Gentile questa tematica è
fondata nel modo più rigoroso. Marramao (Il Secolo d’Italia) è limpidamente
d’accordo con me circa questo rigore - osservando giustamente, tra l’altro, che
uno dei motivi del disinteresse per Gentile sta nel suo stile pesante e
ottocentesco. Che però, aggiungo, vanta un nitore concettuale estremamente
superiore a quello del neohegeliani del mondo anglosassone del XIX-XX secolo.
Contrariamente alle loro intenzioni (e nonostante i loro indubbi meriti), essi
hanno offuscato e complicato la potenza speculativa di Hegel, determinando una
reazione realistica non immune da consistenti ingenuità, che sarebbe stata di
più alto livello se nel mondo anglosassone la presenza di quella forma di
neohegelismo non avesse impedito la presenza di Gentile. Ma soprattutto - per
quanto riguarda il predominio del realismo rispetto aH’idealismo - la
tecno-scienza si presenta quasi sempre come realismo (assunto come ipotesi di
lavoro o come tesi filosofica acriticamente accettata). Da parte sua il
realismo filosofico dà spesso per scontato che la filosofia non possa procedere
indipendentemente dalla scienza. In questo modo accade che la centralità della
scienza nel mondo contemporaneo determini il predominio del realismo rispetto a
ogni altra forma filosofica. Nell’intervento di Maurizio Ferraris (la
Repubblica 18 settembre 2011) si afferma che nella prospettiva che va da Kant a
Gentile, noi non abbiamo mai a che fare con cose in sé, ma sempre e soltanto
con fenomeni, con cose che appaiono a noi. No: questo lo si può dire di Kant (e
propriamente del Kant della Critica della ragion pura), non di Hegel o di
Gentile. Per Hegel, come per Aristotele, il contenuto della ragione sono
proprio le cose in sé. E a sua volta Gentile ribadisce che solo se si
presuppone (arbitrariamente) che esistano cose in sé al di là del pensiero, si
può affermare che i contenuti del pensiero siano soltanto fenomeni. Per
confutare l’idealismo Ferraris richiama l’esistenza delle infinite cose che
esistevano prima dell’uomo, gli ostacoli incontrati dall’uomo,
l’imprevedibilità degli eventi. L’idealista risponde, a ragione, che di tutte
queste situazioni non si potrebbe parlare se non fossero pensate e che quindi
esse non stanno al di là del pensiero, indipendenti da esso, che invece include
nel proprio contenuto gli stessi individui umani che nascono, subiscono quelle
avversità e muoiono. I miei scritti stanno tuttavia al di là dell’opposizione
realismo-idealismo - e Luca Taddio ha richiamato opportunamente (Corriere 27
settembre 2011) i loro temi centrali, che nel mio articolo avevo messo tra
parentesi per non complicare troppo il discorso. Invece Gianni Vattimo
(Corriere 21 settembre 2011) mi trova troppo affezionato al vecchio argomento
antiscettico (se uno dice che non c’è verità sostiene peraltro che quel che lui
dice è vero); argomento che poi non sarebbe altro, a suo avviso, che un
giochetto logico-metafisico. Un giochetto che però (per richiamare solo due tra
molti) Platone ( Teeteto) e Aristotele ( Metafisica) prendono molto sul serio.
Platone scrive addirittura che quell’argomento è raffinatissimo (kompsótaton).
Ma poi Vattimo dimentica che quel che qui egli chiama giochetto, nel suo libro
(Della realtà) lo chiama invece giusta accusa di autocontraddizione. (Comunque
nel mio articolo prendevo atto delle sue frequenti dichiarazioni di non voler
dire cose vere, ma di voler soltanto esprimere desideri. E son d’accordo. Ma
poi, non è proprio per non esser vinto dall’argomento contro lo scettico che
Vattimo, per sostenere la propria negazione della verità, dichiara di non voler
dire una cosa vera, ma di esprimere soltanto i suoi desideri - sì che
quell’argomento ha un’importanza decisiva nel suo discorso?) Da parte mia ho
scritto invece più volte che quell’argomento non è sufficiente contro lo
scettico non ingenuo, giacché a chi gli obbietta che si contraddice egli può
ancora replicare chiedendo perché mai non ci si debba contraddire - e qui il
discorso prosegue in un territorio che Vattimo non sospetta neppure. (Sostiene
anche che dialogare con qualcuno significa andare a braccetto con lui. Ora,
vado sì dialogando con Gentile, con l’essenza del pensiero del nostro tempo,
con la storia del nichilismo, con i realisti, ma non vado a braccetto con loro.
Dialogo anche con Vattimo...) Per Markus Gabriel (Corriere 29 ottobre 2011) il
contenuto dei miei scritti è realismo e quindi, da realista, scrive che
apparteniamo alla stessa famiglia, il cui capostipite fu Parmenide in persona.
Infatti, a suo avviso, Parmenide afferma un essere indipendente dall’ambiente
umano. Sennonché da più di mezzo secolo i miei scritti vanno mostrando che ciò
che Parmenide dice dell’essere va detto invece degli enti : di ogni ente va
detto cioè che è eterno (ossia è impossibile - è contraddittorio - che non
sia), e quindi è eterno anche ogni ambiente e pertanto anche Cambiente umano.
Negarlo è, appunto, la Follia estrema del nichilismo, che identifica l’ente e
il niente. Nessun ente può essere stato o può diventare un niente. Se realismo
significa che certi enti potrebbero esistere anche se non esistesse l’uomo, il
realismo è allora una forma di nichilismo (cioè una tesi autocontraddittoria) -
come l’idealismo. (Né l’uomo potrebbe esistere se non esistesse un qualsiasi
altro ente.) Gabriel aggiunge che la realtà è parzialmente contraddittoria (e
cioè che il principio di non contraddizione non regola tutta la realtà) perché
gli uomini continuano a contraddirsi. Ma, anche qui, è più di mezzo secolo che
vado distinguendo il contraddirsi, che invece è l’impossibile, il
necessariamente inesistente (Cfr. sezione terza). Con una metafora: i pazzi
esistono - e sono pazzi e non sani, cioè sono enti in contraddittorio -, ma
(secondo coloro che si ritengono sani di mente) ciò di cui i pazzi son convinti
non esiste. L’esistenza del contraddirsi non rende dunque parziale il dominio
del principio di non contraddizione - che peraltro, in relazione al modo in cui
è stato storicamente inteso, è ben lontano dal presentarsi come un sapere
assolutamente intoccabile, ma è anzi una delle espressioni più decisive del
nichilismo. Qualche chiarimento a proposito delle considerazioni (Giornale di
Brescia 4 settembre 2012) che Massimo Borghesi ha dedicato al mio
libretto-intervista Educare al pensiero, gentilmente propostomi da La Scuola
editrice. Provo a indicare, con un po’ di esagerazione, il senso complessivo di
quanto intendo dire. Supponiamo che si voglia dare un’idea della Divina
Commedia affermando che essa è una illustrazione dell’Inferno (punto), e
quindi, se non proprio evitando di citare l’ultimo verso della Cantica - E
quindi uscimmo a riveder le stelle -, mormorandolo appena. (Per me la vita
sarebbe cioè infeliceì ) Chiedo scusa per il paragone inverecondo, ma vorrei
sfatare l’impressione complessiva che si può avere leggendo l’articolo di
Borghesi. Sembra cioè, dal tasto su cui egli batte soprattutto, che il mio
discorso consista nel sostenere che noi tutti siamo eternamente dannati e con
noi tutte le nostre convinzioni (punto). E invece, se mi è concesso sfruttare
la metafora dantesca, nei miei scritti si mostra che ognuno di noi è
infinitamente di più di quel che crede solitamente di essere: è lo sguardo
eterno in cui eternamente appare lo splendore delle stelle, l’eterno apparire
del firmamento. Sennonché (lo mostro nei miei scritti), nella luce del
firmamento che noi siamo si fa innanzi questa nostra terra, la quale, sì, corrisponde
aH’Inferno del poeta. Infatti, abitandola, noi ci chiudiamo in quel che per lo
più crediamo di essere e non vediamo il firmamento che noi siamo (al di sopra
del quale sta un Firmamento ancora più infinito). Per quanto riguarda la parte
dei miei temi considerata dal Borghesi troverei invece molto più adatte queste
parole di Angelus Silesius: Uomo, smetti di esser uomo se vuoi raggiungere il
Paradiso: Dio riceve solo altri dèi. Oppure, Uomo, se non hai dentro di te il
Paradiso, non vi entrerai mai. Certo anche queste sono metafore: ogni loro
parola indica e nasconde. Ad esempio è sommamente occultante Yimperativo
(smetti di esser uomo), perché ogni uomo ha già smesso da sempre di essere
quell’uomo che per lo più crediamo di essere, e già da sempre, necessariamente,
ha dentro di sé il Paradiso che peraltro è destinato a raggiungere. Ma poi sono
le parole uomo Dio, dèi, Paradiso a dover deporre il loro timbro
mitico-metaforico - anche perché sapere che cosa significhi uomo non è per
nulla più facile che sapere che cosa significhi Dio. Ancora un chiarimento.
Borghesi scrive che il mio è un sistema di pensiero che rifiuta l’idea che
l’uomo possa cambiare. Detta così, questa sua affermazione altera il senso del
mio discorso, e, anche qui, perché ne mostra soltanto un lato. Proprio nella
prima risposta dell’intervista dico: Invece gli eterni che costituiscono gli
essenti [quindi anche gli uomini] hanno una essenziale mobilità; tanto che ho
scritto da qualche parte che “solo l’eterno può divenire”. Nel senso che lo spettacolo
che sta davanti, costituito dall’apparire degli eterni, è continuamente
variante, è il variare che dapprima si mantiene all’interno di ciò che chiamo
“terra isolata dal destino” [cioè l’Inferno di cui parlavo] e poi continua al
di là della terra isolata dal destino della verità [dove il “destino” è
l’apparire, che noi siamo, dello splendore delle “stelle”]. Questo proseguire
della variazione degli spettacoli eterni è un proseguire aU’infinito in un
percorso che chiamo “Gloria”. La Gloria è l’infinita adeguazione del finito
all’infinito (p. 18). Ogni uomo è destinato a compiere questo percorso. Nel suo
secondo intervento ( Ibid ., 16 maggio 2012). Massimo Borghesi dà, dei miei
scritti, un’immagine certamente più adeguata di quella da lui proposta in prima
battuta. In risposta avevo aggiunto qualche osservazione. Ma qualche altra è
forse opportuno che ne aggiunga a proposito di questo suo nuovo articolo. Mi
sembra che egli non condivida la tesi che Inesistenza dell’uomo sia tenebra,
sogno, non-verità, errore. Però a lui, che è cattolico, posso ricordare che
all’inizio del Vangelo di Giovanni si legge: E la luce splende nelle tenebre e
le tenebre non l’hanno accolta. La luce è innanzitutto la verità; le tenebre
sono l’esistenza dell’uomo nel mondo, e sono tenebre perché sono sogno,
non-verità; errore, negazione della verità. Dicendo questo, delegittimiamo
forse le tenebre, come Borghesi in sostanza sostiene, criticandomi? Si
delegittima ferrare dicendo che è errare (con tutto ciò che ferrare implica)? Certo,
il pensiero filosofico non può accontentarsi del senso che le religioni danno
alla verità e alla non-verità; ma è anche chiaro che il cristianesimo non
intende render luce le tenebre, ma condurre l’uomo fuori di esse. Si tratta
allora di capire perché, nei miei scritti, si afferma che ogni uomo è già da
sempre nella luce, al di fuori delle tenebre, e che ognuno lo è nel modo che
gli è proprio e che lo distingue da ogni altro uomo. Ogni uomo è già da sempre
Oltreuomo - anche se questo suo esserlo è contrastato dalla convinzione
ottenebrante in cui tutti ci troviamo per lo più a vivere. E, ancora, si tratta
di capire perché in quegli scritti si afferma che le tenebre sono
essenzialmente più profonde ed estese di quelle a cui si riferisce Giovanni, e
perché da quel contrasto siamo tuttavia destinati a uscire, e perché la luce
lasci sotto di sé le tenebre. Borghesi dice che il mio discorso è un dualismo.
E allora? Questo suo dire è solo una descrizione, non una confutazione. Ma la
sua descrizione è ancora alterante - cioè mi fa dire cose che non ho mai detto
-, soprattutto quando afferma che per me la vita dell’uomo nelle tenebre è
l’inutile affaccendarsi di un formicaio. Ancora una volta, vorrei chiedere a
Borghesi: ma la vita degli uomini che pensano soltanto al mondo (alle tenebre
di Giovanni), e non a Dio, non è appunto, secondo il cristianesimo, l’inutile
affaccendarsi di un formicaio? Tuttavia preferisco ricordare che il sogno nel
quale consistono le tenebre di cui parlano i miei scritti non è quel vagare
delle formiche che per chi non sa che cosa sia un formicaio è senza senso, un
inutile affaccendarsi. Il grande sogno si svolge anch’esso secondo la necessità
del destino (come peraltro lo stesso mio critico riconosce); e con un ritmo e
secondo una struttura che in molti ma molti miei libri sono andato indicando,
chiamandola storia del mortale (ossia dell’abitatore del sogno). La follia che
produce il grande sogno è la persuasione che le cose si strappino da sé e
divengano altro, invadendolo, dividendolo, spezzandolo. Quindi la follia sta al
fondamento di ogni volontà di far diventar altro le cose. E anche qui si tratta
di capire perché è necessario che la follia si presenti dapprima nei miti, poi
nella storia della razionalità teorico-pratica dell’Occidente, e infine nella
distruzione di questa razionalità e nella progressiva dominazione planetaria
della tecnica. È necessità che nelle tenebre si proceda illuminati dalla luce
di Lucifero. L’autentica educazione è il linguaggio che mostra tutto questo, e
non invita a incrociare le braccia (anche il rinunciare a volere, sappiamo, è
un volere), ma mostra che cosa, in quanto abitatori delle tenebre, i popoli
sono destinati a volere. Altre volte Borghesi si è occupato dei miei scritti.
Anni fa, su 30 Giorni, ebbe a scrivere che Severino su un punto ha ragione: la
tecnica è l’orizzonte assoluto del nostro tempo. Ringraziandolo, con molto
ritardo, per aver salvato uno dei miei punti, osservo che non per caso la
tecnica è l’orizzonte assoluto del nostro tempo, ma lo è per la necessità che
regola lo sviluppo delle tenebre, ossia lo sviluppo della struttura qui sopra
indicata. Se la si studia, si può constatare che, nelFInferno dantesco, non
aveva torto il Diavolo a dire al suo interlocutore: Tu non pensavi ch’io loico
fossi. La vita dell’uomo incomincia con un Rifiuto. La vita cosciente, dico,
cioè quella in cui il mondo si manifesta. Tale Rifiuto nega che il giorno sia
notte, l’acqua aria, gli alberi stelle, il freddo caldo, la vita morte: nega
che qualcosa sia altro da ciò che esso è. Già Platone avverte che questa
negazione è presente anche nel sogno e perfino nella pazzia. Nei primi decenni
del Novecento il sociologo-etnologo Lévy-Bruhl tende invece a sostenere la tesi
che nella mentalità primitiva quel Rifiuto è assente o quasi. Bergson,
Durkheim, Mauss mostrano in molti modi l’insostenibilità di questa tesi. E
infatti come sarebbe possibile, per l’uomo, compiere il gesto più semplice, ad
esempio bere dell’acqua, se la mentalità primitiva credesse che l’acqua sia pietra
(o fuoco, aria)? Anche il primitivo può vivere perché si rifiuta di crederlo.
Tale Rifiuto sta all’origine e alle fondamenta della vita umana, la domina e la
comanda: tutte parole, queste, che corrispondono all’antica parola greca arché,
che viene tradotta anche con principio. Già per la filosofia greca il Rifiuto
che qualcosa sia altro da sé è Yarché di tutta la conoscenza. Ma la filosofìa
intende il Rifiuto originario in un modo radicalmente nuovo. Prima di essa il
Rifiuto è un voler negare che il giorno sia notte, l’acqua pietra, e così via.
La filosofia sostiene che questa negazioni non sono semplicemente un volere, ma
un sapere assolutamente non smentibile: il sapere che sta al fondamento di ogni
altro sapere e di ogni agire e che quindi è la verità originaria. Aristotele
dice appunto che tutte queste negazioni sono espresse da un’unica arché, che è
la più salda di tutte le conoscenze. Più tardi questa arché sarà chiamata
principio di non contraddizione. Più tardi ancora, tuttavia, varie forme del pensiero
filosofico riterranno che il tentativo di separare questo principio dalla
volontà, facendone la suprema verità incontrovertibile, è destinato a fallire.
Ad esempio lo ritengono Nietzsche e Dostoevskij, e prima di loro Leopardi e
(secondo alcuni) Hegel. Lo ritiene gran parte della filosofia contemporanea; e
qualcosa di simile accade (sia pure con vistose eccezioni) nelle scienze,
nell’arte, nella coscienza religiosa. Popper rileva sì che senza il principio
di non contraddizione crollerebbe l’intero edificio della scienza: tale
principio è il fondamento dell’atteggiamento razionale; sennonché, per lui, ciò
che fa scegliere tale atteggiamento è una fede irrazionale, e quindi è
innanzitutto il principio di non contraddizione a esser dominato e guidato da
una volontà (fede) senza verità. 1 Al di sotto della propria maschera tale
principio è in effetti, nelle sue diverse configurazioni e formulazioni
storiche, un grande dogma, è appunto la volontà che le cose stiano nel modo da
esso prescritto. (Anche la filosofia ha sostanzialmente trascurato l’unico
grande tentativo, compiuto da Aristotele di sottrarre quel principio
all’arbitrio della volontà.) Tale principio serve certamente a vivere, rileva
Nietzsche, ma che una cosa serva e sia utile non significa che essa sia vera.
Ma tutta la vicenda che abbiamo sin qui sommariamente richiamata - la storia
cioè del Rifiuto originario - copre e nasconde qualcosa di essenzialmente più
profondo e decisivo. Da un lato copre e nasconde il Rifiuto autentico, ossia
l’autentica negazione che le cose siano altro da ciò che esse sono: il Rifiuto
che dunque non è né volontà, né il fallito tentativo filosofico di liberare il
Rifiuto dalla volontà. Dall’altro lato quella vicenda copre e nasconde il
sapere più alto. Esso dice che proprio perché nessuna cosa può essere altro da
ciò che essa è (proprio perché ogni cosa è sé stessa), proprio per questo ogni
cosa è eterna. Ogni cosa - dunque ogni stato di cose, ogni stato del mondo e
dell’anima, ogni situazione ed evento, e il contenuto di ogni istante del
tempo. La teoria della relatività afferma sì che ogni stato del mondo (ossia
del cronotopo quadridimensionale) è eterno, ma non lo afferma perché ogni cosa
non può essere altro da sé: lo afferma invece sulla base della logica scientifica,
che è ipotetica, e quindi controvertibile, falsificabile. Anche la teoria della
relatività appartiene alla vicenda che copre e nasconde sia il Rifiuto
autentico, sia YEternità (anch’essa da intendere autenticamente, cioè in senso
essenzialmente diverso da quello che le compete lungo tale vicenda). Ci si è
rivolti da tempo, e procedendo da prospettive diverse, ai miei scritti, che
indicano il senso autentico del Rifiuto e delfEternità come un dito indica la
luna. Restando in debito, verso molti miei critici, di una risposta adeguata
alle loro osservazioni, mi limito qui a richiamare alcuni degli interventi più
recenti. Suggestive e ricchissime le indagini contenute nel sesto tomo di
Filosofia e idealismo di Gennaro Sasso (Bibliopola 2012). Che termina il suo
libro con uno struggente Congedo dai suoi lettori. Vorrei invitare Sasso a
rimuoverlo, quel congedo, a non restargli fedele, innanzitutto perché egli ha
ancora molto da dire, e poi anche perché possa continuare il nostro colloquio -
che generosamente, anche in queste sue pagine, considera importante per lo
sviluppo delle sue ricerche. Egli sa bene che cosa intendo quando parlo del
senso autentico del Rifiuto e delfEternità. Lo sa bene, e sostanzialmente lo
condivide, anche Leo¬ nardo Messinese, che dopo altri due libri recentemente
dedicati ai miei scritti, pubblica ora Stanze della metafisica. Heidegger,
Lowith, Carlini, Bontadini, Severino (Morcelliana 2013) e Né laico, né
cattolico. Severino, la Chiesa, la filosofia 278 (Dedalo 2013). Messinese è un
pensatore, e sacerdote, che tenta acutamente e coraggiosamente di porre la
luna, indicata dal mio dito, alla base di ogni sapienza. Un tentativo compiuto
anche da Francesco Totaro nel suo importante volume Assoluto e relativo.
L’essere e il suo accadere per noi (Vita e Pensiero 2013). Molto interessante e
ricco di spunti anche il modo in cui Nello Barile, nel suo Iperparmenide.
Scienza, cultura e comunicazione. Oltre il postmoderno (Mimesis 2012) si
rivolge alla luna e al mio dito. Carlo Sini scrive invece che, sì, io lo
costringo ad arrendersi (perché lo colgo in contraddizione), ma che egli può
replicare dicendo: Sì, mi contraddico, e allora?! (La verità è un’avventura,
GruppoAbele 2013). Allora, rispondo, se non gli importa contraddirsi non gli
importa che la verità non sia un’avventura e nemmeno che ogni affermazione
contenuta in questo e negli altri suoi libri sia la negazione di ciò che essa
afferma. Sì che ad esempio, quando egli scrive che noi siamo quel che abbiamo e
che per il fatto stesso di averlo siamo destinati a perderlo, egli è disposto a
contraddirsi e a riconoscere che noi non siamo quel che abbiamo e non siamo
destinati a perderlo. Certo, se si ha presente (come mi sembra che accada a
Sini e a tanti altri) quella forma dogmatica dove il principio di non
contraddizione è la semplice volontà che il mondo non sia contraddittorio,
allora - se la cosa serve, se è vantaggiosa, se rende vincenti - ci si può
certo disinteressare del proprio contraddirsi. A uno che gli aveva fatto notare
che stava contraddicendosi, Stalin rispose appunto: Sì, compagno, mi
contraddico, e allora?!. Raffinato e penetrante come gli altri scritti di
Alessandro Carrera, anche La consistenza della luce. Il pensiero della natura
da Goethe a Calvino (Feltrinelli 2010). Scrive Carrera che questo suo saggio fa
parte di un trilogia incominciata con La consistenza del passato: Heidegger,
Nietzsche, Severino (Medusa 2007), dove si esamina, dopo Heidegger e Nietzsche,
la radicale confutazione, da parte di Severino, di ogni ipotesi heideggeriana,
nietzscheana o altrui, in base alla quale il passato sparirebbe nel non essere
o non potrebbe sopravvivere se non manipolato dal presente e per i fini del
presente (p. 181). Sì, la consistenza del passato è implicata dall’Eternità di
ogni cosa. Non nel senso che questa luce che viene dalla finestra debba
esistere in ogni tempo, ma nel senso che il fluire del tempo non porta via con
sé, nel nulla, questa luce, che invece è, eterna - e che, sì, ora è già
scomparsa, ed è un passato, ma come ogni altra cosa è destinata a ritornare.
Perché - mi domando, e domando a Severino - la tecnica come capacità indefinita
di realizzare scopi (capacità velata di astratto e generico) sarebbe destinata
a soverchiare la tecnica della forza, che è immanente al diritto e che
accompagna ogni norma con la protezione di atti coercitivi? Perché quella
volontà di potenza è più potente di questa? È la domanda che Natalino Irti mi
rivolge anche nel suo libro più recente L’uso giuridico della natura (Laterza
2013) che, egli ricorda, prolunga la pluridecennale discussione tra noi due sul
tema della tecnica. E la prolunga in modo quanto mai felice, innanzitutto per
l’importanza di queste pagine. Dedicate a me nella concordia discors del
pensiero. Lo ringrazio di cuore. Con altrettanta generosità l’eminente giurista
rileva di quanto si sia ridotto il suo sentirsi discorde. Rimane però quella
domanda. Da lui rivoltami altre volte e a cui altre volte ho risposto.
Dev’esserci quindi qualcosa che inceppa l’intesa, e che provo a snidare.
Accennerò poi alla direzione delle motivazioni che costituiscono l’organismo
della risposta (attendendo che Irti le consideri). Il mio discorso sulla
tecnica non indica uno stato di cose già in atto, ma una tendenza (non priva di
resistenze): all’interno delle diverse forme di tecnica è oggi in via di
formazione il progetto che ha lo scopo di aumentare senza limiti la capacità
umana di realizzare scopi, di dominare il mondo. Anche ma non solo per questo
vado scrivendo che la tecnica, in quanto è tale progetto, è destinata a
prevalere sulle forme di tecnica che a esso si oppongono. (La destinazione si
riferisce al futuro.) Questa capacità è velata di astratto e di generico (come
scrive Irti), ma solo nel senso che oggi l’uomo non può conoscere concretamente
e specificamente le proprie capacità future. La sua volontà vuol diventare
sempre più potente. Soprattutto oggi, nel tempo in cui i Limiti
filosofico-religiosi posti dalla Tradizione all’agire umano vanno mostrando,
soprattutto all’interno del pensiero filosofico, la loro impotenza pratica e
concettuale. Volontà di potenza e tecnica sono sinonimi; ma la Tecnica che
progetta Fincremento senza Limiti inviolabili della propria potenza differisce
essenzialmente da tutte le forme di tecnica in quanto sottoposte a quei Limiti
e che pertanto le si oppongono. Differisce da esse, spingendole altrove, ma
agendo al loro interno. Si chiamano economia, politica, morale, diritto, arte,
le stesse discipline scientifiche (fisica, biologia, astronomia ecc.) e le
tecniche da esse guidate (apparati industriali, militari, burocratici,
sanitari, scolastici ecc.). Anche il capitalismo è ancora, prevalentemente, una
forma della Tradizione: pone come Limiti inviolabili (e pertanto come verità
indiscutibili e naturali) l’uomo in quanto individuo isolato e libero, la
proprietà privata di beni e mezzi di produzione, il mercato come dimensione che
rende possibile il profitto e la sua crescita, la concorrenza e, anche, il
sistema di leggi che garantiscono la perpetuazione di questi Limiti, il sistema
cioè che nelle società capitalistiche viene chiamato diritto tout court.
Invece, Irti è ancora convinto che, nel mio discorso, quella tra la Tecnica e
le altre forme di volontà di potenza sia la contrapposizione tra una certa
particolare forma di tecnica, quella fisico-matematico-biologica, e le altre
forme, tra cui il diritto (la volontà capace di regolare altre volontà). E,
appunto, si domanda perché debba prevalere Luna piuttosto che l’altra.
Sennonché, dico destinata a prevalere non quella forma particolare (sebbene
oggi emergente), ma la Tecnica in quanto progetto di incrementare all’infinito
la potenza presente nelle tecniche esistenti e che mira a porre tale incremento
come la norma suprema - la norma che è il più radicale superamento delle Norme
e Limiti imposti dalla Tradizione. Un progetto dunque che non sta sopra la
testa di quelle forme (astratto e generico), e non è nemmeno la loro semplice
somma, ma tende a esser sempre più presente e dominante in ognuna (e, certo, in
modo più avanzato, nella forma fisico-matematico-biologica) e a distoglierle
dalla loro soggezione ai Limiti inviolabili che via via sono stati loro
imposti. Nel diritto quei Limiti si incarnano nel cosiddetto diritto naturale.
Che però tende a essere sempre più emarginato dalla convinzione che il diritto
sia positivo, posto storicamente dalle volontà vincenti; non, quindi,
espressione di una volontà che rispecchia una immodificabile Legge Naturale.
Nel mondo occidentale (ma ormai sull’intero Pianeta, sia pure in modi molto
differenziati e spuri) vincente è ancora, e nonostante le sue crisi, la volontà
capitalistica, ed essa si impone come la Legge, lasciando sullo sfondo, quasi
dimenticato, quel carattere positivo della legge che sta soppiantando la
pretesa del diritto capitalistico, di essere naturale. La forza e la capacità
coercitiva sottolineate da Irti non competono cioè a una pura volontà giuridica
separata dalla volontà vincente, ma alla capacità di quest’ultima di rendere
operante la forza e il carattere coercitivo della volontà giuridica. (La
contrapposizione tra potere politico e potere giudiziario - o quella dove un
gruppo economico è sottoposto al giudizio della magistratura - si svolge
completamente all’interno dell’orizzonte giuridico che tutela i valori dell’economia
di mercato). La volontà che progetta l’incremento indefinito della potenza non
è quindi, come invece Irti mi obbietta, astratta disponibilità, generica forza
di raggiungere risultati, indistinta e indefinita varietà degli scopi, nome con
funzione riassuntiva - mentre il diritto avrebbe il vantaggio di essere
decisione che impone certi scopi escludendone altri (pp. 53-54). Le cose non
stanno così. Le decisioni del diritto sono le decisioni del capitale, o
dell’economia pianificata, cioè delle forme di volontà di volta in volta
vincenti. Le volontà di potenza che hanno come scopo la potenza di certuni e
non di altri, di certe concezioni del mondo e non di altre, di certe forme di
ricerca e non di altre, non possono avere come scopo la crescita senza limiti
ed esclusioni della potenza, ma la ostacolano. (Il socialismo reale ha
ostacolato lo sviluppo tecnologico dell’Urss; il capitalismo evita la
produzione dei beni che, pur vantaggiosi per l’uomo o l’ambiente, non avrebbero
mercato, e alimenta forse quella relativa scarsità delle merci senza la quale,
cioè con la loro abbondanza e la caduta della domanda, non avrebbe nulla da
vendere. E in ognuno di questi casi vengono ostacolate forme di potenza, quali,
appunto, la tecno-scienza, il benessere dell’uomo e dell’ambiente, il
superamento della scarsità.) Perché, dunque - riformulo così la domanda di Irti
- la Tecnica è destinata a prevalere sulle forme particolari di essa nella
misura in cui la ostacolano e che le si oppongono sia per il loro chiudersi nella
loro particolarità, sia per Tesser ancora soggette ai Limiti della Tradizione?
E quindi: perché la Tecnica è destinata a prevalere anche sul diritto in quanto
le si oppone nel senso ora indicato (visto che, nella misura in cui sono invece
il terreno in cui prende piede la Tecnica in quanto progetto di potenziare
alTinfinito potenza, la Tecnica non prevale su di esse, emarginandole, ma se ne
serve - o prevale nel senso che quel progetto è lo scopo che regola i loro
scopi particolari)? Rispondo così. 1) Oggi la tecnica (tecno-scienza e
apparati) si presenta ancora come un mezzo, anzi come il mezzo più potente di
cui si servono le volontà di potenza dominanti e tra di loro in conflitto:
stati, concezioni politiche e religiose e, soprattutto la volontà oggi più
potente, il capitalismo. 2) Ma nella tecnica si sta facendo largo,
ravvivandola, la Tecnica in quanto progetto di incrementare ah’infinito la
potenza, oltre ogni Limite assoluto. 3) Il fondamento di questa negazione è
l’essenza - il sottosuolo essenziale - del pensiero filosofico del nostro
tempo. 4) Nel conflitto, ogni volontà può prevalere sulle altre solo se
rafforza sempre di più il mezzo tecnico di cui dispone. 5) Tale rafforzamento è
ulteriormente rafforzato dal progressivo prender piede, nella tecnica, del
progetto della Tecnica di aumentare all’infinito la potenza - e tale progetto è
a sua volta rafforzato dalla volontà, quella capitalistica in testa, di
potenziare il mezzo di cui essa dispone. 6) Pertanto lo scopo delle volontà
dominanti si trasforma. Infatti, riferendoci ora al capitalismo, esso - e
quindi il diritto che lo esprime e sancisce - tende a non aver più come scopo
primario l’incremento del profitto, ma la sintesi tra tale incremento e il
rafforzamento del mezzo: il rafforzamento che nella sintesi tende a occupare
sempre più spazio rispetto a queU’incremento. 7) In tal modo la tecnica, da
mezzo, tende a diventare lo scopo di quelle volontà - che quindi si trasformano
e la cui configurazione originaria tramonta. La tecnica tende dunque a diventare
lo scopo del capitalismo e del diritto capitalistico. E in questa tendenza
consiste la destinazione della tecnica al suo prevalere su di essi e al dominio
del mondo. 8) A questo punto si tratterebbe di richiamare il senso autentico di
tale destinazione (cfr. ad es. E.S., La tendenza fondamentale del nostro tempo,
Adelphi 1988, o Capitalismo senza futuro, Rizzoli). Ma, dicevo all’inizio,
questo è solo un cenno alla direzione della risposta. Pieno di debiti nei Loro
confronti, non mi è concesso nemmeno di esordire in modo originale. Perché
anch’io, come tutti coloro che mi hanno preceduto, debbo incominciare con i
ringraziamenti. Soprattutto io devo farlo - e, certo, mi è caro farlo. Mi
rivolgo innanzitutto al dipartimento di Filosofia, all’università di Venezia e
a chi ha preso questa iniziativa: i professori Mario Ruggenini e Davide Spanio;
e poi c’è l’appoggio finanziario dato a questa iniziativa dal professor Luigi
Ruggiu in qualità di presidente del progetto Prin. Mi ha fatto piacere anche
quella sorta di preconvegno, organizzato dal professor Luigi Tarca, costituito
da una serie di seminari dedicati ai miei scritti. Il professor Ruggiu ha anche
opportunamente sottolinea-to il senso centrale di quanto è venuto fuori questa
mattina, e cioè l’implicazione tra quello che a qualcuno del pubblico può
essere sembrato un discorso.... algebrico, astratto, filosofico (nel senso del
formalismo filosofico), e le implicazioni che invece tale discorso ha con la
dimensione politica. Qui davanti ho appunto l’amico professor Pietro Barcellona
e l’amico Natalino Irti, nei cui interventi questa dimensione è emersa in modo
più visibile. Mi è capitato altre volte di essere oggetto di incontri come
questo, e mi sono sempre sentito inferiore a coloro che li organizzavano e vi
partecipavano. Vivo la qualità etica di chi festeggia come decisamente
superiore alla mia condizione di festeggiato. E questo rende particolarmente
ammirevoli i festeggianti. D’altra parte considero questo nostro incontro come
manifestazione dell’amore per la filosofia. Perché è chiaro che, attraverso
quanto si è detto intorno al mio discorso filosofico, emerge soprattutto
l’interesse profondo per la filosofia da parte di coloro che di questa
università costituiscono un vanto. Il dipartimento di filosofia dell’università
di Venezia anche oggi spicca nel panorama culturale italiano, dato che (mi pare
di aver dichiarato da qualche parte) anche per merito del dipartimento di
filosofia di Venezia oggi l’Italia ha poco da invidiare alla filosofia straniera.
L’Italia ha oggi pensatori di altissimo livello. Anche per questo il fatto di
trovarmi qui festeggiato da una parte di loro mi riempie di gioia. La stessa
che mi è data dalla presenza di pensatori che, venendo da altre università,
contribuiscono ad alimentare la ricchezza filosofica del nostro Paese. Penso di
non avere dimenticato nulla. Devo però un abbraccio al professor Spanio, in
particolare, per l’amicizia con la quale si è impegnato per la realizzazione di
questo nostro convegno, e in modo a mio avviso splendido: abbiamo sentito voci
quanto mai rilevanti e variegate. Come quelle ben note, oltre a quelle dei
professori Barcellona e Irti, dei professori Vitiello, Messinese, Berti,
Visentin, Perissinotto e di tutti quelli che hanno parlato. Scusino se non li
nomino tutti. Mi ricordo che qualche giorno fa mi hanno fatto un’intervista
dove o si elencavano i partecipanti a questo convegno, e allora andava via
tutto lo spazio per l’intervista, oppure bisognava rassegnarsi a non nominare
nessuno, fuorché Italo Valent, che ci è mancato e che è stato ricordato dal
professor Perissinotto, al quale rinnovo anche per questo i miei ringraziamenti
in quanto egli è direttore del dipartimento di filosofia. Vorrei riprendere
almeno uno spunto tra quelli che mi sono stati suggeriti; quello relativo
all’implicazione indicata dal professor Ruggiu, alla quale ho già accennato. E
vorrei rivolgermi soprattutto ai non addetti ai lavori, perché si può avere
avuto l’impressione - avevo incominciato a dire - di una discrasia tra il tecnicismo
filosofico e i problemi pratico-politici. Come eliminare questa impressione?
Tento di rispondere. Che noi si viva nel mondo, e che il mondo sia fatto così
come crediamo - mondo della natura e dell’uomo, e cioè con una struttura
sociale nella quale esistono forze politiche, economiche, religiose, e
industrie, fabbriche, Europa, Russia, America e via dicendo, che vanno
storicamente sviluppandosi -, ecco che noi si viva nel mondo è la grande fede
alla quale nessuno di noi vuole rinunciare. Noi ci troviamo ad avere questa
fede. E non possiamo rinunciare a credere che ad esempio ci troviamo a Ca’
Dolfin e che stiamo parlando di filosofia, e che Ca’ Dolfin è a Venezia, e
Venezia è in Italia, alfinterno di un sistema internazionale ecc. Ecco, questa
fede (come ogni fede) è un attribuire un valore di verità (usiamo così alla
buona la parola verità) a ciò che in quanto contenuto di fede non ha verità. E
a cui, però, noi non sappiamo rinunciare; non sappiamo saltare al di fuori
della nostra fede. Allora, una parte degli interventi - che qui ho sentito con
estremo piacere e dai quali ho imparato moltissimo e che terrò presenti anche
nel loro aspetto critico - si riferisce al contenuto di questa fede, al centro
del quale sta la nostra civiltà occidentale, la quale, nell’interpretazione, ha
uno sviluppo e un suo farsi progressivamente coerente. Coloro che vedono la
storia del mondo come un susseguirsi di frammenti caoticamente giustapposti non
vedono invece l’unitarietà dello sviluppo, l’implicazione tra le varie fasi
dello sviluppo. Allora, una prima parte degli interventi è consistita (penso
soprattutto a quello di Barcellona e di Irti, ma poi anche a quello di Goggi)
nel mettere in luce il calcolo, presente nei miei scritti, della
coerentizzazione delVOccidente. L’intento qui è di stabilire quali siano i
motivi che spingono dalla forma iniziale della civiltà occidentale fino alla
forma attuale, che è quella della civiltà della tecnica. Vorrei evitare che
qualcuno dei non addetti ai lavori non si fosse raccapezzato sentendo, da un
lato, ripetere così insistentemente l’affermazione dell’eternità dell’essente
e, dall’altro lato (anche ieri il professor Spanio accennava a questa
tematica), ad aver sentito la mia simpatia per le forme più radicali della
coerentizzazione della storia dell’Occidente. Per quanto riguarda questo
secondo tema, chiederei il permesso di essere un po’ immodesto - ma visto che
siamo in un clima in cui la mia modestia è stata messa duramente alla prova, mi
rendo conto di chiedere di incrementare questa prova, mostrandomi quindi ancora
un po’ più immodesto. Allora posso dire che un lato del discorso filosofico del
sottoscritto (ma è anche questa una fede: che io abbia scritto dei libri fa
parte di quella fede nel mondo di cui parlavamo prima) ha dato una mano a ciò
che ho chiamato coerentizzazione della storia dell’Occidente. Che, come è
venuto in chiaro da parte degli amici che hanno parlato, è la coerentizzazione
della Follia estrema. Nei laboratori ci sono scienziati che per accertare le
capacità distruttive di un virus ne favoriscono lo sviluppo massimo, fino a che
il virus mostra tutte le sue potenzialità. Una parte del mio discorso
filosofico - qualcuno di loro prima richiamava i miei scritti su Eschilo, su
Leopardi, su Gentile - tratta di quelli che sono i grandi nemici della verità.
Ma la verità non è un qualche cosa che sia grande indipendentemente dalla
grandezza della negazione della verità. La verità non è qualcosa di grande
indipendentemente dalla grandezza dell’errore. Senza la grandezza dell’errore
non c’è grandezza della verità. Se la verità è tale (è un po’ il tema di cui
parlava l’amico Vitiello questa mattina) in quanto è negazione dell’errore,
allora è la verità stessa a guadagnare forza dalla concretezza dell’errare. E
se la storia dell’Occidente non è portata fino alle sue ultime conseguenze
(consistenti nella dominazione definitivamente vittoriosa della civiltà della
tecnica), se ci si ferma a metà strada rispetto a questo processo di
coerentizzazione, allora la stessa energia negativa della verità risulta
astratta. Da questo punto di vista potrei dire che tutte le osservazioni
critiche che mi sono state rivolte così amabilmente da Berti, Vitiello,
Visentin (chiedo scusa se in questo momento non mi ricordo altri nomi, ma ci
sono), queste osservazioni critiche sono contributi alla verità. Nel senso,
appunto - mi ripeto -, che la negazione dell’errore esige la concretezza
dell’errore. Un primo lato di quanto abbiamo sentito in queste due giornate
riguarda quello che sto chiamando coerentizzazione dell’errore, alla quale -
ecco ripresentarsi l’immodestia - credo di aver dato una mano. Qualche amico mi
dice: guarda che il tuo Nietzsche (adesso l’immodestia cresce ancora) è una tua
invenzione. Ma siccome penso che quel cosiddetto mio Nietzsche sia in grado di
eliminare la forza teoretica della grande tradizione dell’Occidente, se il
Nietzsche storico non fosse stato o non fosse congruente col Nietzsche quale
appare nei miei scritti, allora sarebbe il Nietzsche che appare nei miei scritti
ad avere quella capacità di eliminare la tradizione dell’Occidente. Se fosse
falsa la mia interpretazione, oltre che di Nietzsche, di Leopardi e di Gentile,
be’ amen; vorrebbe dire che non son stati loro a essere vincenti rispetto al
passato dell’Occidente, ma sono quel Leopardi, quel Nietzsche, quel Gentile che
emergono nell’interpretazione che il sottoscritto ne ha dato. Si dovrebbe dire
che se fossero qualcosa di diverso (ma non lo credo) peggio per loro: il loro
discorso non riuscirebbe ad aver partita vinta sulla tradizione dell’Occidente,
cioè non riuscirebbe a mostrare l’impossibilità degli eterni e dei divini che
tale tradizione ha evocato, mentre questa capacità l’hanno il Leopardi, il
Nietzsche, il Gentile che si manifestano nell’interpretazione che ne ho dato (e
che finora non mi sembra che debba cedere il passo a un’altra). E qui siamo al
centro della nostra riflessione, perché gli eterni dell’Occidente non sono gli
eterni a cui si rivolgono i miei scritti. Siamo cioè al secondo dei due lati del
mio discorso filosofico. Dicevo all’inizio: noi tutti abbiamo fede nell’essere
al mondo, nel mondo così come crediamo che esso sia. È probabile che una parte
di Loro dirà: questo è il mondo, quello in cui crediamo noi è il mondo vero; e
quelle che sentiamo dai filosofi sono favole, fantasie. Ma a chi si ferma alla
e nella fede nel mondo, va detto che la fede, in quanto tale, non giustifica
l’affermazione dell’esistenza del proprio contenuto. Se lo facesse non sarebbe
più fede. Se chi ha fede lo capisce, allora la sua fede tende a coincidere con
lo scetticismo ingenuo. Egli pensa: non c’è altro che questo mondo in cui credo
e da cui non mi so staccare, ma di cui non so dare ragione. E invece il mondo
della fede è circondato dalla non-fede, cioè dalla verità. E solo per questo
può esser qualificato (con verità) come mondo della fede. La fede non sa di
esser fede. È nella verità che, in modo incontrovertibile, appare l’esistenza
della fede, ossia del mondo isolato dalla verità. Discuto questo tema anche con
gli amici cattolici (tanto interessante, la proposta del professor Messinese,
di valorizzare la prima fase, la chiamava così, del mio lavoro filosofico). Ma
l’uomo non è semplicemente e innanzitutto una fede (sia pure altissima), ma è
innanzitutto ben di più, ossia è la manifestazione della verità. Ci stiamo
movendo lungo il secondo lato del mio discorso filosofico. Gli interventi dei
professori Vitiello, Visentin, Berti, e altri, riguardavano appunto questo
secondo lato. Con un’altra metafora geometrica, i due lati corrispondono a due
cerchi concentrici. Il cerchio inscritto è la nostra fede nel mondo. E a questo
cerchio è stata dedicata una parte del convegno. Al cerchio circoscrivente,
cioè alla non-fede, a quell’essere nella verità a cui accennavo prima, è stata
dedicata l’altra parte. E abbiamo incominciato con quest’altra parte, con la
relazione del professor Visentin. Mi rendo conto che rispetto alle accurate
articolazioni concettuali che abbiamo sentito, queste mie considerazioni sono
molto generiche. Qualche osservazione, quindi, va fatta a proposito delle
obbiezioni. Possono avere un carattere problematico come quelle, mi sembra, del
professor Vitiello: mostrano delle difficoltà, presenti nelle mie tesi, senza
pretendere di essere, esse, inconfutabili. Per considerare il modo corretto di
impostare l’obbiezione a ciò che chiamo struttura originaria del destino della
verità, direi che rispetto a questa struttura la situazione è diversa da quella
che in campo scientifico si produce quando si vuole assiomatizzare un certo
tipo di discorso, per esempio quello matematico.Nella cosiddetta
aritmetizzazione della matematica, l’intera complessità del sapere matematico è
ricondotta all’aritmetica. È un’operazione problematica, perché esiste
quell’impresa straordinaria di Godei, dove si mostra che partendo da un certo
gruppo di postulati, o di ipotesi - che vengono assunti senza giustificazione,
e che quindi non hanno un fondamento incontrovertibile, come appunto accade per
i postulati dell’aritmetica -, non si può escludere che lo sviluppo di tali
postulati conduca a una contraddizione. Cioè non si può escludere che la
matematica, approfondendo il contenuto semantico dei propri postulati, venga ad
accorgersi della contraddittorietà dei propri contenuti. Ecco, se si imposta in
questo modo il discorso intorno alle obbiezioni alla struttura originaria del
destino, allora ci si muove impropriamente, perché la mia più volte citata
Struttura originaria (che si rivolge appunto a quella struttura) intende
appunto escludere una situazione concettuale in cui si parta da postulati, che
sono ipotetici, probabili, problematici ecc... È chiaro che partendo da
postulati assunti semplicemente in base alla loro congruenza, ossia al loro non
presentarsi come immediatamente tra loro contraddittori, è possibile che si
deducano conclusioni o teoremi in sé stessi contraddittori. Sennonché, in
relazione alla struttura originaria del sapere, cioè del destino della verità,
è impossibile che si pervenga a mostrarne la contraddittorietà. Qui la situazione
è del tutto diversa da quella gòdeliana, perché il fondamento è l’
incontrovertibile e partendo dall’incontrovertibile è impossibile dedurre
qualcosa che sia una negazione di tale fondamento. Non ci si può appoggiare a
questa base in modo da sviluppare conseguenze che ne siano la negazione. E
allora l’obbiezione alla struttura originaria del destino deve partire dalla
negazione di uno o più tratti di tale struttura, cioè dal chiedersi perché una
certa dimensione concettuale ha l’ardire di proclamarsi come originaria e
incontrovertibile. Altrimenti partire da mezza strada e mostrare le aporie che
scaturiscono da questa base è un mostrare solo ipoteticamente (mi pare che con
l’amico Vitiello fossimo d’accordo) l’insufficienza di questa base. Come giustificazione
di quanto ho appena detto, chiedo: chi obbietta contro la struttura originaria
della verità (mi rivolgo dunque non solo a Vitiello, ma anche a prospettive
come quelle di Tarca sulla differenza) intende dire la stessa cosa di ciò
contro cui egli obietta? Penso che tutti noi si risponda di no: altrimenti la
sua non sarebbe un ob-iezione (ob vuol dire contro). Anche quando si proclama
assolutamente problematica e ipotetica, l’obbiezione assume come indiscutibile
- incontrovertibile! - la differenza tra quello che essa dice e ciò contro cui
essa dice. Alla base di ogni obbiettare - ma ora interessa riferirsi alla
struttura originaria - c’è la differenza dei differenti, cioè il riconoscimento
che i differenti sono differenti - quella differenza che è appunto il contenuto
primario della struttura originaria. Quindi l’obbiettare contro la struttura
originaria è un incominciare a essere d’accordo con la struttura originaria (e
pertanto l’obbiezione si rivolge contro sé stessa). Quindi, se la discussione
dovesse proseguire, si dovrebbe proseguire - penso, o almeno mi auguro che
prosegua - chiarendo questo punto. Ma ora è tempo che io ringrazi nuovamente
tutti Loro, con ammirazione per il livello intellettuale degli interventi e
direi quasi con invidia per la generosità che Loro hanno avuto nei miei
riguardi. Grazie! Debbo tener presente, oltre alle considerazioni estremamente
interessanti di Enrico Berti, quelle di Brianese, e del professor Pagani ieri
(ottima la sua relazione), che hanno parlato dopo il mio primo intervento. Era
solo per ricordare come sia rimasto interessato di questi tre interventi. A
mezzogiorno, anzi, all’una, eravamo insieme, con Berti, e parlavamo della sua
evoluzione verso la filosofia analitica. Gli chiedevo che differenza può produrre,
tale evoluzione, rispetto all’affermazione di Aristotele, che il semantema (il
significato) essere non solo non è detto monachos, ossia univocamente, ma non è
nemmeno un significato equivoco. L’osservazione che facevo all’amico Berti era
questa: il tuo avvicinamento alla filosofìa analitica è una ulteriore
sottolineatura delle differenze di significato della parola essere. Anche se
l’obiezione può sembrare formale (mi pare che la reazione dell’amico Vincenzo
Vitiello volesse dire questo, cioè che facevo un’obiezione formale), però non
possiamo prendere sottogamba la circostanza che le differenze (il lampadario,
Ca’ Dolfin, il tavolo, io, le galassie ecc.) hanno di identico Tesser
differenze. (Tra parentesi: perché le obbiezioni formali devono essere respinte?)
È questa Yanalogia, alla quale ho sempre pensato parlando dell’on hei on di
Aristotele: che ci sia qualche cosa di identico nelle differenze, che d’altra
parte sono originariamente manifeste (ossia non c’è bisogno di dedurle).
L’analogia dei molti sensi dell’essere, non è il risultato di una
argomentazione, ma è il contenuto del phàinesthai. Ieri si parlava della mia
distinzione tra essere e apparire. Apparire è appunto la parola italiana con la
quale traduciamo phàinesthai. A questo senso dell’analogia non si sfugge,
perché altrimenti (negando cioè l’identità dell’esser differenze delle
differenze) il senso dell’essere diventa equivoco: non si sfugge a
quell’elemento identico che c’è nel pelo della barba e, se c’è, in Dio.
Qualcosa di identico. Invitavo a tener presente l’inizio del libro IV della
Metafisica, dove quando Aristotele parla dell’essente in quanto essente (on hei
on) dice che essente in quanto essente è qualsiasi determinazione, sia
sostanza, sia accidente, e poi arriva persino a dire che anche il non-essere è
un essente. Ecco, se noi dovessimo ancora - ma me lo auguro - continuare a
discutere, penso che il rischio che corri tu, Berti, è quello di arrivare
all’equivocità, per cui c’è una molteplicità di differenze del significato
essere, che vorrebbero ma non riescono a essere pure differenze, nient’altro
che differenze, appunto perché sono anche identiche nell’ esser differenze. Poi
mi ha molto interessato quello che ha detto il caro Brianese. Molto
intelligente. E anche con te spero che si continui a parlare di questo. Loro
ricorderanno che Brianese accennava alla vicinanza tra il discorso di Spinoza e
quello del sottoscritto. Ma vogliamo prescindere dal il concetto di causa (ben
presente in Spinoza)? Adottando il concetto di causa sui - neWEtica Spinoza
esordisce pressappoco con questa espressione causa sui - egli mostra di
intendere le cose come effetto di un’azione che nel caso del Dio è un’azione
del Dio su sé stesso. Ma le cose non hanno bisogno di causa. Quando ci si
chiede la causa delle cose, è perché le si considera appunto come enti che
possono esser nulla. Allora si tratterebbe di controllare questa espressione
spinoziana. E poi anche il concetto di conatus essendi. Anche qui: le cose non
hanno bisogno di essere un conatus. Cioè, è interessante che qualche volta
Spinoza torni a riveder le stelle o vada a riveder le stelle, però la semplice
tesi filosofica non è la fondazione di essa. Perché allora - hai citato mi pare
qualche poeta - a me vengono in mente quelle bellissime pagine di Borges
sull’eternità. Straordinarie. Viene fuori la tesi che tutto è eterno. Sì. Ma la
semplice enunciazione di una tesi non ne è la fondazione - ed è la fondazione a
dare significato alla tesi. Si tratterebbe dunque di vedere se in Spinoza ci
sia quel tipo di fondazione che a noi due interessa, ma che a me non sembra che
ci sia. Ancora un’osservazione, se posso. A proposito del mio più volte citato
Ritornare a Parmenide, io ho continuato a dire che: primo, non ho mai usato per
indicare quello che scrivo la parola neoparmenidismo - mai. Mai; anzi, è
scritto sin da Ritornare a Parmenide che Parmenide è il primo nichilista
(immenso anche nell’errore). È il primo nichilista, però è così essenziale e
profondo, in questo suo intendere l’essere monachos, che anche se oggi, come ha
ricordato il professor Ruggiu, si pensa che in Parmenide non ci sia la brutale
e perentoria negazione della dóxa, però bisognerebbe inventarlo quel Parmenide
tradizionale che la storiografia contemporanea toghe di mezzo per dire che no, che
egli prende positivamente in considerazione la dóxa, che non si limita a
qualificarla come illusione, non-verità ecc. Bisognerebbe inventario
quell’altro Parmenide che oggi viene emarginato, ma che è il Parmenide che sta
dinanzi agli occhi di Platone, di Aristotele, di Hegel (ma direi anche di
Heidegger). Non si capisce come mai questi pensatori - grandi pensatori (chi
più di loro?) - abbiano reagito rispetto a Parmenide nel modo in cui hanno
reagito se Parmenide fosse quello oggi configurato dalla riflessione
storico-filologica. Mi fermo qui. Poiché l’atteggiamento razionale è per Popper
la decisione di accettare solo ciò che è fondato sulla discussione,
l’argomentazione, l’esperienza, ne segue, per lui, che è incoerente la pretesa
di fondare l’atteggiamento razionale sulla base di una procedura razionale,
cioè in base a sé stesso. Ma, osserviamo, il rilevamento di questa incoerenza è
a sua volta una argomentazione razionale, e quindi, stando a Popper, anche
questa argomentazione, che conduce ad affermare che l’atteggiamento razionale è
fondato su una fede irrazionale, è a sua volta fondata su una fede irrazionale,
ossia non è una verità incontrovertibile. Due interventi alla tavola rotonda
tenutasi a conclusione del convegno di studi Il destino dell’essere. Dialogo
con (e intorno al pensiero di) Emanuele Severino tenutosi il 29-30 maggio 2012
nell’aula magna Ca’ Dolfìn dell’Università degli Studi di Venezia. Gli uomini
chiamano male tutto ciò che essi non vogliono - innanzitutto la morte e i
dolori che ne sono i battistrada. La vita è inseparabile dal male. Sin
dall’inizio hanno tentato di difendersi costruendo Yimmagine della vita.
L’immagine si libra al di sopra del dolore. In qualche modo se ne libera,
rendendolo sopportabile. La più antica delle immagini è la festa. Nell’antica
lingua greca la festa è chiamata theorìa, che significa contemplazione,
immagine, appunto. Nella festa sono fuse insieme le forze che poi, separandosi,
si chiameranno mito, arte, ekklesìa, tecnica, sapienza. In ognuna di queste forze
separate si prolunga, sebbene affievolito, l’antico rimedio festivo. Anche
nelle arti figurative, dunque. Ma l’immagine festiva e salvifica non può
dimenticarsi del male. Nemmeno quando, più tardi, l’opera d’arte non mostra
altro che lo splendore delle forme della scultura greca, delle Madonne col
Bambino di Raffaello, dell’Amor sacro e profano di Tiziano. Se il male fosse
dimenticato non si vedrebbe nemmeno la bellezza e la bontà che sembrano le
uniche protagoniste della scultura e del dipinto. Non ne vedremmo la potenza,
la capacità di tener lontano da sé il male, il brutto, il dolore. Dove la bella
forma sembra dominare occupando l’intero spazio dell’immagine pittorica, c’è
sempre l’altro protagonista della scena, il male, altrettanto intensamente visibile
proprio per la sua assenza. Non vedere questo Assente è non vedere la bellezza
del bene. Una mostra della rappresentazione visiva del male dovrebbe
raccogliere tutte le immagini visive. Nel 2005, una mostra a Torino ha operato
- né poteva, dunque, fare diversamente - una selezione relativamente al modo in
cui il male si rende visibile nell’immagine. Ma tendeva (con le dovute
eccezioni) a lasciare da parte il male in agguato dietro la scena, che provoca
un’angoscia ancora più inquietante perché è lasciato dall’artista a sé stesso e
aU’imprevedibilità dei suoi effetti nella coscienza dello spettatore - intendo
riferirmi all’imprevedibilità addizionale rispetto a quella suscitata dalla
parte visibile dell’opera figurativa. Se non vado errato. Credo che in quella
mostra non fosse presente alcuna Madonna col bambino di Raffaello. Ma in queste
figure - avvolte da una compiuta e ferma serietà, da una perentoria assenza del
sorriso - lo sguardo mostra di aver dinanzi ciò che per Raffaello è il male
assoluto, la passione e la morte del Figlio di Dio, che stanno fuori scena, e
tuttavia ben presenti a coloro a cui il dipinto si rivolgeva. La mostra di
Torino conteneva pitture, fotografie, film. Il criterio della raccolta non era
il valore artistico, ma il contenuto deU’immagine: il male - presentato secondo
la selezione di cui dicevo. Lasciando da parte la questione di come è
possibile, oggi, parlare di valore artistico, è possibile indicare il senso
autentico dello sviluppo storico dell’immagine? In quella mostra, il tragitto
temporale era dal Beato Angelico ai grandi pittori del Novecento: dal tempo in
cui il cristianesimo è vita reale dei popoli, al tempo del tramonto del
cristianesimo. La pittura lo rispecchia. Come ogni altra opera dell’uomo
occidentale. Dapprima la rappresentazione mostra la vittoria sul male compiuta
da Cristo. Ha come scopo esplicito questa celebrazione. La serietà delle
Madonne e le Deposizioni nel sepolcro rinviano alla luce invisibile che si
dispiega, al di là del dipinto, nell’anima di chi lo guardava: la luce della
Resurrezione e della Gloria. Il tratto salvifico dell’immagine è il Racconto
cristiano. Colori, figure, prospettive hanno come scopo la celebrazione della
salvezza cristiana dal male. Ma un poco alla volta si fa innanzi un atteggiamento
nuovo. Lo si è mostrato anche contro le proprie intenzioni, anche l’artista
figurativo, come il poeta, non dipinge più per celebrare Cristo, ma celebra
Cristo per dipingere, per celebrare la potenza dell’arte. Il dramma dell’arte e
dunque della pittura cristiane sta qui: nel progressivo rovesciamento dove il
mezzo, cioè l’arte, diventa scopo di sé stessa e del rapporto a essa da parte
dell’uomo, e lo scopo iniziale, cioè la celebrazione della salvezza cristiana,
diventa mezzo, pretesto. In questo processo, rimane pur sempre incombente il
male - di cui il contenuto cristiano dell’arte vuol essere il rimedio ma tale
contenuto non essendo più lo scopo dell’arte, ridotto a mezzo e pretesto, va
perdendo la propria potenza ed efficacia salvifica. E accade che le
moltitudini, accostandosi all’opera d’arte cristiana si sentano salvate sempre
più dalla potenza della forma pittorica e sempre meno dal contenuto cristiano
di quelle forme. È il dominio della luce sull’ombra - o della forma sul
difforme - a impersonare il dominio del bene sul male. Questo processo giunge
al culmine quando anche la pittura del nostro tempo eredita il distacco dal
divino - prodotto soprattutto dal pensiero filosofico degli ultimi due secoli -
e non può assumere il Racconto cristiano nemmeno come mezzo e pretesto per
1’evocazione della forma artistica. La quale si addossa tutto il compito
salvifico che nella tradizione figurativa dell’Occidente gravava sulle spalle
di quel Racconto. Il dipinto, ormai, mostra il difforme, il male, il dolore, la
morte, il nulla senza il Salvatore; e la salvezza può esser data solo dalla
potenza con cui il male è mostrato dall’immagine. La forma è tolta via dal
contenuto dell’opera d’arte figurativa (e di ogni opera d’arte) e si riduce a
essere la potenza dell’immagine che, ormai, ha come contenuto la dissoluzione
della forma, il difforme, giacché la forma che prima apparteneva (anche) al
contenuto rispecchia sul piano figurativo quell’ordinamento immutabile del
mondo, evocato dalla tradizione filosofica e religiosa dell’Occidente, che è
inevitabilmente condotta al tramonto dall’essenza del pensiero filosofico del
nostro tempo. Ma la salvezza dal male, separata dal divino, non può più avere
la potenza del divino. Diventa un rimedio caduco, sempre più incapace di
impedire che - al di là di ogni valore artistico - altre forme della
rappresentazione visiva, come la fotografia e il cinematografo - attraggano a
sé le moltitudini. Che quanto più si accostano, attraverso l’immagine, a un
male che si presenta in carne e ossa, tanto più si illudono di salvarsi da
esso. Tutte le arti hanno bisogno di diverse forme di tecnica - e nel Medioevo
le stesse arti figurative non venivano considerate arti vere e proprie (arti
liberali) ma arti meccaniche. Anche la semplice voce e la semplice scrittura
della poesia richiedono mnemotecniche, tecniche della dizione, tecniche per la
produzione del materiale richiesto dalla scrittura. E, già nel Rinascimento,
soprattutto le arti figurative e architettoniche (e in qualche modo la musica)
richiedono tecniche guidate dalla matematica, dalla geometria e dalle
incipienti scienze della natura. La fotografia e il cinematografo si fanno
innanzi quando il rovesciamento di mezzo e fine ha già preso piede. Ma qui,
ancora, la tecnica produce immagini della realtà. Oggi la tecnica procede
sempre più decisamente verso la produzione di una realtà nuova. Con la tecnica
del nostro tempo l’immagine festiva si solleva al di sopra del proprio
carattere di imma organizzavano e vi partecipavano. Vivo la qualità etica di
chi festeggia come decisamente superiore alla mia condizione di festeggiato. E
questo rende particolarmente ammirevoli i festeggianti. D’altra parte considero
questo nostro incontro come manifestazione dell’amore per la filosofia. Perché
è chiaro che, attraverso quanto si è detto intorno al mio discorso filosofico,
emerge soprattutto l’interesse profondo per la filosofia da parte di coloro che
di questa università costituiscono un vanto. Il dipartimento di filosofia
dell’università di Venezia anche oggi spicca nel panorama culturale italiano,
dato che (mi pare di aver dichiarato da qualche parte) anche per merito del
dipartimento di filosofia di Venezia oggi l’Italia ha poco da invidiare alla
filosofia straniera. L’Italia ha oggi pensatori di altissimo livello. Anche per
questo il fatto di trovarmi qui festeggiato da una parte di loro mi riempie di
gioia. La stessa che mi è data dalla presenza di pensatori che, venendo da
altre università, contribuiscono ad alimentare la ricchezza filosofica del
nostro Paese. Penso di non avere dimenticato nulla. Devo però un abbraccio al
professor Spanio, in particolare, per l’amicizia con la quale si è impegnato
per la realizzazione di questo nostro convegno, e in modo a mio avviso
splendido: abbiamo sentito voci quanto mai rilevanti e variegate. Come quelle
ben note, oltre a quelle dei professori Barcellona e Irti, dei professori
Vitiello, Messinese, Berti, Visentin, Perissinotto e di tutti quelli che hanno
parlato. Scusino se non li nomino tutti. Mi ricordo che qualche giorno fa mi
hanno fatto un’intervista dove o si elencavano i partecipanti a questo
convegno, e allora andava via tutto lo spazio per l’intervista, oppure
bisognava rassegnarsi a non nominare nessuno, fuorché Italo Valent, che ci è
mancato e che è stato ricordato dal professor Perissinotto, al quale rinnovo
anche per questo i miei ringraziamenti in quanto egli è direttore del
dipartimento di filosofia. Vorrei riprendere almeno uno spunto tra quelli che
mi sono stati suggeriti; quello relativo all’implicazione indicata dal
professor Ruggiu, alla quale ho già accennato. E vorrei rivolgermi soprattutto
ai non addetti ai lavori, perché si può avere avuto l’impressione - avevo
incominciato a dire - di una discrasia tra il tecnicismo filosofico e i problemi
pratico-politici. Come eliminare questa impressione? Tento di rispondere. Che
noi si viva nel mondo, e che il mondo sia fatto così come crediamo - mondo
della natura e dell’uomo, e cioè con una struttura sociale nella quale esistono
forze politiche, economiche, religiose, e industrie, fabbriche, Europa, Russia,
America e via dicendo, che vanno storicamente sviluppandosi -, ecco che noi si
viva nel mondo è la grande fede alla quale nessuno di noi vuole rinunciare. Noi
ci troviamo ad avere questa fede. E non possiamo rinunciare a credere che ad
esempio ci troviamo a Ca’ Dolfin e che stiamo parlando di filosofia, e che Ca’
Dolfin è a Venezia, e Venezia è in Italia, alfinterno di un sistema
internazionale ecc. Ecco, questa fede (come ogni fede) è un attribuire un
valore di verità (usiamo così alla buona la parola verità) a ciò che in quanto
contenuto di fede non ha verità. E a cui, però, noi non sappiamo rinunciare;
non sappiamo saltare al di fuori della nostra fede. Allora, una parte degli
interventi - che qui ho sentito con estremo piacere e dai quali ho imparato
moltissimo e che terrò presenti anche nel loro aspetto critico - si riferisce
al contenuto di questa fede, al centro del quale sta la nostra civiltà
occidentale, la quale, nell’interpretazione, ha uno sviluppo e un suo farsi
progressivamente coerente. Coloro che vedono la storia del mondo come un
susseguirsi di frammenti caoticamente giustapposti non vedono invece
l’unitarietà dello sviluppo, l’implicazione tra le varie fasi dello sviluppo.
Allora, una prima parte degli interventi è consistita (penso soprattutto a
quello di Barcellona e di Irti, ma poi anche a quello di Goggi) nel mettere in
luce il calcolo, presente nei miei scritti, della coerentizzazione
delVOccidente. L’intento qui è di stabilire quali siano i motivi che spingono
dalla forma iniziale della civiltà occidentale fino alla forma attuale, che è
quella della civiltà della tecnica. Vorrei evitare che qualcuno dei non addetti
ai lavori non si fosse raccapezzato sentendo, da un lato, ripetere così
insistentemente l’affermazione dell’eternità dell’essente e, dall’altro lato
(anche ieri il professor Spanio accennava a questa tematica), ad aver sentito
la mia simpatia per le forme più radicali della coerentizzazione della storia
dell’Occidente. Per quanto riguarda questo secondo tema, chiederei il permesso
di essere un po’ immodesto - ma visto che siamo in un clima in cui la mia
modestia è stata messa duramente alla prova, mi rendo conto di chiedere di
incrementare questa prova, mostrandomi quindi ancora un po’ più immodesto.
Allora posso dire che un lato del discorso filosofico del sottoscritto (ma è
anche questa una fede: che io abbia scritto dei libri fa parte di quella fede
nel mondo di cui parlavamo prima) ha dato una mano a ciò che ho chiamato
coerentizzazione della storia dell’Occidente. Che, come è venuto in chiaro da
parte degli amici che hanno parlato, è la coerentizzazione della Follia
estrema. Nei laboratori ci sono scienziati che per accertare le capacità
distruttive di un virus ne favoriscono lo sviluppo massimo, fino a che il virus
mostra tutte le sue potenzialità. Una parte del mio discorso filosofico -
qualcuno di loro prima richiamava i miei scritti su Eschilo, su Leopardi, su
Gentile - tratta di quelli che sono i grandi nemici della verità. Ma la verità
non è un qualche cosa che sia grande indipendentemente dalla grandezza della
negazione della verità. La verità non è qualcosa di grande indipendentemente
dalla grandezza dell’errore. Senza la grandezza dell’errore non c’è grandezza della
verità. Se la verità è tale (è un po’ il tema di cui parlava l’amico Vitiello
questa mattina) in quanto è negazione dell’errore, allora è la verità stessa a
guadagnare forza dalla concretezza dell’errare. E se la storia dell’Occidente
non è portata fino alle sue ultime conseguenze (consistenti nella dominazione
definitivamente vittoriosa della civiltà della tecnica), se ci si ferma a metà
strada rispetto a questo processo di coerentizzazione, allora la stessa energia
negativa della verità risulta astratta. Da questo punto di vista potrei dire
che tutte le osservazioni critiche che mi sono state rivolte così amabilmente
da Berti, Vitiello, Visentin (chiedo scusa se in questo momento non mi ricordo
altri nomi, ma ci sono), queste osservazioni critiche sono contributi alla
verità. Nel senso, appunto - mi ripeto -, che la negazione dell’errore esige la
concretezza dell’errore. Un primo lato di quanto abbiamo sentito in queste due
giornate riguarda quello che sto chiamando coerentizzazione dell’errore, alla quale
- ecco ripresentarsi l’immodestia - credo di aver dato una mano. Qualche amico
mi dice: guarda che il tuo Nietzsche (adesso l’immodestia cresce ancora) è una
tua invenzione. Ma siccome penso che quel cosiddetto mio Nietzsche sia in grado
di eliminare la forza teoretica della grande tradizione dell’Occidente, se il
Nietzsche storico non fosse stato o non fosse congruente col Nietzsche quale
appare nei miei scritti, allora sarebbe il Nietzsche che appare nei miei
scritti ad avere quella capacità di eliminare la tradizione dell’Occidente. Se
fosse falsa la mia interpretazione, oltre che di Nietzsche, di Leopardi e di
Gentile, be’ amen; vorrebbe dire che non son stati loro a essere vincenti
rispetto al passato dell’Occidente, ma sono quel Leopardi, quel Nietzsche, quel
Gentile che emergono nell’interpretazione che il sottoscritto ne ha dato. Si
dovrebbe dire che se fossero qualcosa di diverso (ma non lo credo) peggio per
loro: il loro discorso non riuscirebbe ad aver partita vinta sulla tradizione
dell’Occidente, cioè non riuscirebbe a mostrare l’impossibilità degli eterni e
dei divini che tale tradizione ha evocato, mentre questa capacità l’hanno il
Leopardi, il Nietzsche, il Gentile che si manifestano nell’interpretazione che
ne ho dato (e che finora non mi sembra che debba cedere il passo a un’altra). E
qui siamo al centro della nostra riflessione, perché gli eterni dell’Occidente
non sono gli eterni a cui si rivolgono i miei scritti. Siamo cioè al secondo
dei due lati del mio discorso filosofico. Dicevo all’inizio: noi tutti abbiamo
fede nell’essere al mondo, nel mondo così come crediamo che esso sia. È
probabile che una parte di Loro dirà: questo è il mondo, quello in cui crediamo
noi è il mondo vero; e quelle che sentiamo dai filosofi sono favole, fantasie.
Ma a chi si ferma alla e nella fede nel mondo, va detto che la fede, in quanto
tale, non giustifica l’affermazione dell’esistenza del proprio contenuto. Se lo
facesse non sarebbe più fede. Se chi ha fede lo capisce, allora la sua fede
tende a coincidere con lo scetticismo ingenuo. Egli pensa: non c’è altro che
questo mondo in cui credo e da cui non mi so staccare, ma di cui non so dare
ragione. E invece il mondo della fede è circondato dalla non-fede, cioè dalla
verità. E solo per questo può esser qualificato (con verità) come mondo della
fede. La fede non sa di esser fede. È nella verità che, in modo
incontrovertibile, appare l’esistenza della fede, ossia del mondo isolato dalla
verità. Discuto questo tema anche con gli amici cattolici (tanto interessante,
la proposta del professor Messinese, di valorizzare la prima fase, la chiamava
così, del mio lavoro filosofico). Ma l’uomo non è semplicemente e innanzitutto
una fede (sia pure altissima), ma è innanzitutto ben di più, ossia è la
manifestazione della verità. Ci stiamo movendo lungo il secondo lato del mio
discorso filosofico. Gli interventi dei professori Vitiello, Visentin, Berti, e
altri, riguardavano appunto questo secondo lato. Con un’altra metafora
geometrica, i due lati corrispondono a due cerchi concentrici. Il cerchio
inscritto è la nostra fede nel mondo. E a questo cerchio è stata dedicata una
parte del convegno. Al cerchio circoscrivente, cioè alla non-fede, a
quell’essere nella verità a cui accennavo prima, è stata dedicata l’altra
parte. E abbiamo incominciato con quest’altra parte, con la relazione del
professor Visentin. Mi rendo conto che rispetto alle accurate articolazioni
concettuali che abbiamo sentito, queste mie considerazioni sono molto
generiche. Qualche osservazione, quindi, va fatta a proposito delle obbiezioni.
Possono avere un carattere problematico come quelle, mi sembra, del professor
Vitiello: mostrano delle difficoltà, presenti nelle mie tesi, senza pretendere
di essere, esse, inconfutabili. Per considerare il modo corretto di impostare
l’obbiezione a ciò che chiamo struttura originaria del destino della verità,
direi che rispetto a questa struttura la situazione è diversa da quella che in
campo scientifico si produce quando si vuole assiomatizzare un certo tipo di
discorso, per esempio quello matematico. Nella cosiddetta aritmetizzazione
della matematica, l’intera complessità del sapere matematico è ricondotta
all’aritmetica. È un’operazione problematica, perché esiste quell’impresa
straordinaria di Godei, dove si mostra che partendo da un certo gruppo di
postulati, o di ipotesi - che vengono assunti senza giustificazione, e che
quindi non hanno un fondamento incontrovertibile, come appunto accade per i
postulati dell’aritmetica -, non si può escludere che lo sviluppo di tali postulati
conduca a una contraddizione. Cioè non si può escludere che la matematica,
approfondendo il contenuto semantico dei propri postulati, venga ad accorgersi
della contraddittorietà dei propri contenuti. Ecco, se si imposta in questo
modo il discorso intorno alle obbiezioni alla struttura originaria del destino,
allora ci si muove impropriamente, perché la mia più volte citata Struttura
originaria (che si rivolge appunto a quella struttura) intende appunto
escludere una situazione concettuale in cui si parta da postulati, che sono
ipotetici, probabili, problematici ecc... È chiaro che partendo da postulati
assunti semplicemente in base alla loro congruenza, ossia al loro non
presentarsi come immediatamente tra loro contraddittori, è possibile che si deducano
conclusioni o teoremi in sé stessi contraddittori. Sennonché, in relazione alla
struttura originaria del sapere, cioè del destino della verità, è impossibile
che si pervenga a mostrarne la contraddittorietà. Qui la situazione è del tutto
diversa da quella gòdeliana, perché il fondamento è l’ incontrovertibile e
partendo dall’incontrovertibile è impossibile dedurre qualcosa che sia una
negazione di tale fondamento. Non ci si può appoggiare a questa base in modo da
sviluppare conseguenze che ne siano la negazione. E allora l’obbiezione alla
struttura originaria del destino deve partire dalla negazione di uno o più
tratti di tale struttura, cioè dal chiedersi perché una certa dimensione
concettuale ha l’ardire di proclamarsi come originaria e incontrovertibile.
Altrimenti partire da mezza strada e mostrare le aporie che scaturiscono da
questa base è un mostrare solo ipoteticamente (mi pare che con l’amico Vitiello
fossimo d’accordo) l’insufficienza di questa base. Come giustificazione di
quanto ho appena detto, chiedo: chi obbietta contro la struttura originaria
della verità (mi rivolgo dunque non solo a Vitiello, ma anche a prospettive
come quelle di Tarca sulla differenza) intende dire la stessa cosa di ciò
contro cui egli obietta? Penso che tutti noi si risponda di no: altrimenti la
sua non sarebbe un ob-iezione (ob vuol dire contro). Anche quando si proclama
assolutamente problematica e ipotetica, l’obbiezione assume come indiscutibile
- incontrovertibile! - la differenza tra quello che essa dice e ciò contro cui
essa dice. Alla base di ogni obbiettare - ma ora interessa riferirsi alla
struttura originaria - c’è la differenza dei differenti, cioè il riconoscimento
che i differenti sono differenti - quella differenza che è appunto il contenuto
primario della struttura originaria. Quindi l’obbiettare contro la struttura
originaria è un incominciare a essere d’accordo con la struttura originaria (e
pertanto l’obbiezione si rivolge contro sé stessa). Quindi, se la discussione
dovesse proseguire, si dovrebbe proseguire - penso, o almeno mi auguro che
prosegua - chiarendo questo punto. Ma ora è tempo che io ringrazi nuovamente
tutti Loro, con ammirazione per il livello intellettuale degli interventi e
direi quasi con invidia per la generosità che Loro hanno avuto nei miei
riguardi. Grazie! Debbo tener presente, oltre alle considerazioni estremamente
interessanti di Enrico Berti, quelle di Brianese, e di Pagani ieri (ottima la
sua relazione), che hanno parlato dopo il mio primo intervento. Era solo per
ricordare come sia rimasto interessato di questi tre interventi. A mezzogiorno,
anzi, all’una, eravamo insieme, con Berti, e parlavamo della sua evoluzione
verso la filosofia analitica. Gli chiedevo che differenza può produrre, tale
evoluzione, rispetto all’affermazione di Aristotele, che il semantema (il
significato) essere non solo non è detto monachos, ossia univocamente, ma non è
nemmeno un significato equivoco. L’osservazione che facevo all’amico Berti era
questa: il tuo avvicinamento alla filosofìa analitica è una ulteriore
sottolineatura delle differenze di significato della parola essere. Anche se
l’obiezione può sembrare formale (mi pare che la reazione dell’amico Vincenzo
Vitiello volesse dire questo, cioè che facevo un’obiezione formale), però non
possiamo prendere sottogamba la circostanza che le differenze (il lampadario,
Ca’ Dolfin, il tavolo, io, le galassie ecc.) hanno di identico Tesser
differenze. (Tra parentesi: perché le obbiezioni formali devono essere
respinte?) È questa Yanalogia, alla quale ho sempre pensato parlando dell’on
hei on di Aristotele: che ci sia qualche cosa di identico nelle differenze, che
d’altra parte sono originariamente manifeste (ossia non c’è bisogno di
dedurle). L’analogia dei molti sensi dell’essere, non è il risultato di una argomentazione,
ma è il contenuto del phàinesthai. Ieri si parlava della mia distinzione tra
essere e apparire. Apparire è appunto la parola italiana con la quale
traduciamo phàinesthai. A questo senso dell’analogia non si sfugge, perché
altrimenti (negando cioè l’identità dell’esser differenze delle differenze) il
senso dell’essere diventa equivoco: non si sfugge a quell’elemento identico che
c’è nel pelo della barba e, se c’è, in Dio. Qualcosa di identico. Invitavo a
tener presente l’inizio del libro IV della Metafisica, dove quando Aristotele
parla dell’essente in quanto essente (on hei on) dice che essente in quanto
essente è qualsiasi determinazione, sia sostanza, sia accidente, e poi arriva
persino a dire che anche il non-essere è un essente. Ecco, se noi dovessimo
ancora - ma me lo auguro - continuare a discutere, penso che il rischio che
corri tu, Berti, è quello di arrivare all’equivocità, per cui c’è una
molteplicità di differenze del significato essere, che vorrebbero ma non
riescono a essere pure differenze, nient’altro che differenze, appunto perché
sono anche identiche nell’ esser differenze. Poi mi ha molto interessato quello
che ha detto il caro Giorgio Brianese. Molto intelligente. E anche con te spero
che si continui a parlare di questo. Loro ricorderanno che Brianese accennava
alla vicinanza tra il discorso di Spinoza e quello del sottoscritto. Ma
vogliamo prescindere dal il concetto di causa (ben presente in Spinoza)?
Adottando il concetto di causa sui - neWEtica Spinoza esordisce pressappoco con
questa espressione causa sui - egli mostra di intendere le cose come effetto di
un’azione che nel caso del Dio è un’azione del Dio su sé stesso. Ma le cose non
hanno bisogno di causa. Quando ci si chiede la causa delle cose, è perché le si
considera appunto come enti che possono esser nulla. Allora si tratterebbe di
controllare questa espressione spinoziana. E poi anche il concetto di conatus
essendi. Anche qui: le cose non hanno bisogno di essere un conatus. Cioè, è
interessante che qualche volta Spinoza torni a riveder le stelle o vada a
riveder le stelle, però la semplice tesi filosofica non è la fondazione di
essa. Perché allora - hai citato mi pare qualche poeta - a me vengono in mente
quelle bellissime pagine di Borges sull’eternità. Straordinarie. Viene fuori la
tesi che tutto è eterno. Sì. Ma la semplice enunciazione di una tesi non ne è
la fondazione - ed è la fondazione a dare significato alla tesi. Si tratterebbe
dunque di vedere se in Spinoza ci sia quel tipo di fondazione che a noi due interessa,
ma che a me non sembra che ci sia. Ancora un’osservazione, se posso. A
proposito del mio più volte citato Ritornare a Parmenide, io ho continuato a
dire che: primo, non ho mai usato per indicare quello che scrivo la parola
neoparmenidismo - mai. Mai; anzi, è scritto sin da Ritornare a Parmenide che
Parmenide è il primo nichilista (immenso anche nell’errore). È il primo
nichilista, però è così essenziale e profondo, in questo suo intendere l’essere
monachos, che anche se oggi, come ha ricordato il professor Ruggiu, si pensa
che in Parmenide non ci sia la brutale e perentoria negazione della dóxa, però
bisognerebbe inventarlo quel Parmenide tradizionale che la storiografia
contemporanea toghe di mezzo per dire che no, che egli prende positivamente in
considerazione la dóxa, che non si limita a qualificarla come illusione,
non-verità ecc. Bisognerebbe inventario quell’altro Parmenide che oggi viene
emarginato, ma che è il Parmenide che sta dinanzi agli occhi di Platone, di
Aristotele, di Hegel (ma direi anche di Heidegger). Non si capisce come mai
questi pensatori - grandi pensatori (chi più di loro?) - abbiano reagito
rispetto a Parmenide nel modo in cui hanno reagito se Parmenide fosse quello
oggi configurato dalla riflessione storico-filologica. Mi fermo qui. Poiché
l’atteggiamento razionale è per Popper la decisione di accettare solo ciò che è
fondato sulla discussione, l’argomentazione, l’esperienza, ne segue, per lui,
che è incoerente la pretesa di fondare l’atteggiamento razionale sulla base di
una procedura razionale, cioè in base a sé stesso. Ma, osserviamo, il
rilevamento di questa incoerenza è a sua volta una argomentazione razionale, e
quindi, stando a Popper, anche questa argomentazione, che conduce ad affermare
che l’atteggiamento razionale è fondato su una fede irrazionale, è a sua volta
fondata su una fede irrazionale, ossia non è una verità incontrovertibile. Due
interventi alla tavola rotonda tenutasi a conclusione del convegno di studi Il
destino dell’essere. Dialogo con (e intorno al pensiero di) Emanuele Severino
tenutosi il 29-30 maggio 2012 nell’aula magna Ca’ Dolfìn dell’Università degli
Studi di Venezia. Gli uomini chiamano male tutto ciò che essi non vogliono -
innanzitutto la morte e i dolori che ne sono i battistrada. La vita è inseparabile
dal male. Sin dall’inizio hanno tentato di difendersi costruendo Yimmagine
della vita. L’immagine si libra al di sopra del dolore. In qualche modo se ne
libera, rendendolo sopportabile. La più antica delle immagini è la festa.
Nell’antica lingua greca la festa è chiamata theorìa, che significa
contemplazione, immagine, appunto. Nella festa sono fuse insieme le forze che
poi, separandosi, si chiameranno mito, arte, ekklesìa, tecnica, sapienza. In
ognuna di queste forze separate si prolunga, sebbene affievolito, l’antico
rimedio festivo. Anche nelle arti figurative, dunque. Ma l’immagine festiva e
salvifica non può dimenticarsi del male. Nemmeno quando, più tardi, l’opera
d’arte non mostra altro che lo splendore delle forme della scultura greca, delle
Madonne col Bambino di Raffaello, dell’Amor sacro e profano di Tiziano. Se il
male fosse dimenticato non si vedrebbe nemmeno la bellezza e la bontà che
sembrano le uniche protagoniste della scultura e del dipinto. Non ne vedremmo
la potenza, la capacità di tener lontano da sé il male, il brutto, il dolore.
Dove la bella forma sembra dominare occupando l’intero spazio dell’immagine
pittorica, c’è sempre l’altro protagonista della scena, il male, altrettanto
intensamente visibile proprio per la sua assenza. Non vedere questo Assente è
non vedere la bellezza del bene. Una mostra della rappresentazione visiva del
male dovrebbe raccogliere tutte le immagini visive. Nel 2005, una mostra a
Torino ha operato - né poteva, dunque, fare diversamente - una selezione relativamente
al modo in cui il 299 male si rende visibile nell’immagine. Ma tendeva (con le
dovute eccezioni) a lasciare da parte il male in agguato dietro la scena, che
provoca un’angoscia ancora più inquietante perché è lasciato dall’artista a sé
stesso e aU’imprevedibilità dei suoi effetti nella coscienza dello spettatore -
intendo riferirmi all’imprevedibilità addizionale rispetto a quella suscitata
dalla parte visibile dell’opera figurativa. Se non vado errato. Credo che in
quella mostra non fosse presente alcuna Madonna col bambino di Raffaello. Ma in
queste figure - avvolte da una compiuta e ferma serietà, da una perentoria
assenza del sorriso - lo sguardo mostra di aver dinanzi ciò che per Raffaello è
il male assoluto, la passione e la morte del Figlio di Dio, che stanno fuori
scena, e tuttavia ben presenti a coloro a cui il dipinto si rivolgeva. La
mostra di Torino conteneva pitture, fotografie, film. Il criterio della
raccolta non era il valore artistico, ma il contenuto deU’immagine: il male -
presentato secondo la selezione di cui dicevo. Lasciando da parte la questione
di come è possibile, oggi, parlare di valore artistico, è possibile indicare il
senso autentico dello sviluppo storico dell’immagine? In quella mostra, il
tragitto temporale era dal Beato Angelico ai grandi pittori del Novecento: dal
tempo in cui il cristianesimo è vita reale dei popoli, al tempo del tramonto
del cristianesimo. La pittura lo rispecchia. Come ogni altra opera dell’uomo
occidentale. Dapprima la rappresentazione mostra la vittoria sul male compiuta
da Cristo. Ha come scopo esplicito questa celebrazione. La serietà delle
Madonne e le Deposizioni nel sepolcro rinviano alla luce invisibile che si
dispiega, al di là del dipinto, nell’anima di chi lo guardava: la luce della
Resurrezione e della Gloria. Il tratto salvifico 300 dell’immagine è il
Racconto cristiano. Colori, figure, prospettive hanno come scopo la
celebrazione della salvezza cristiana dal male. Ma un poco alla volta si fa
innanzi un atteggiamento nuovo. Lo si è mostrato anche contro le proprie
intenzioni, anche l’artista figurativo, come il poeta, non dipinge più per
celebrare Cristo, ma celebra Cristo per dipingere, per celebrare la potenza
dell’arte. Il dramma dell’arte e dunque della pittura cristiane sta qui: nel
progressivo rovesciamento dove il mezzo, cioè l’arte, diventa scopo di sé
stessa e del rapporto a essa da parte dell’uomo, e lo scopo iniziale, cioè la
celebrazione della salvezza cristiana, diventa mezzo, pretesto. In questo
processo, rimane pur sempre incombente il male - di cui il contenuto cristiano
dell’arte vuol essere il rimedio ma tale contenuto non essendo più lo scopo
dell’arte, ridotto a mezzo e pretesto, va perdendo la propria potenza ed
efficacia salvifica. E accade che le moltitudini, accostandosi all’opera d’arte
cristiana si sentano salvate sempre più dalla potenza della forma pittorica e
sempre meno dal contenuto cristiano di quelle forme. È il dominio della luce
sull’ombra - o della forma sul difforme - a impersonare il dominio del bene sul
male. Questo processo giunge al culmine quando anche la pittura del nostro
tempo eredita il distacco dal divino - prodotto soprattutto dal pensiero
filosofico degli ultimi due secoli - e non può assumere il Racconto cristiano
nemmeno come mezzo e pretesto per 1’evocazione della forma artistica. La quale
si addossa tutto il compito salvifico che nella tradizione figurativa
dell’Occidente gravava sulle spalle di quel Racconto. Il dipinto, ormai, mostra
il difforme, il male, il dolore, la morte, il nulla senza il Salvatore; e la
salvezza può esser data solo dalla potenza con cui il male è mostrato
dall’immagine. La forma è tolta via dal contenuto dell’opera d’arte figurativa
(e di ogni opera d’arte) e si riduce a essere la potenza dell’immagine che,
ormai, ha come contenuto la dissoluzione della forma, il difforme, giacché la
forma che prima apparteneva (anche) al contenuto rispecchia sul piano
figurativo quell’ordinamento immutabile del mondo, evocato dalla tradizione
filosofica e religiosa dell’Occidente, che è inevitabilmente condotta al
tramonto dall’essenza del pensiero filosofico del nostro tempo. Ma la salvezza
dal male, separata dal divino, non può più avere la potenza del divino. Diventa
un rimedio caduco, sempre più incapace di impedire che - al di là di ogni
valore artistico - altre forme della rappresentazione visiva, come la
fotografia e il cinematografo - attraggano a sé le moltitudini. Che quanto più
si accostano, attraverso l’immagine, a un male che si presenta in carne e ossa,
tanto più si illudono di salvarsi da esso. Tutte le arti hanno bisogno di
diverse forme di tecnica - e nel Medioevo le stesse arti figurative non
venivano considerate arti vere e proprie (arti liberali) ma arti meccaniche.
Anche la semplice voce e la semplice scrittura della poesia richiedono
mnemotecniche, tecniche della dizione, tecniche per la produzione del materiale
richiesto dalla scrittura. E, già nel Rinascimento, soprattutto le arti
figurative e architettoniche (e in qualche modo la musica) richiedono tecniche
guidate dalla matematica, dalla geometria e dalle incipienti scienze della
natura. La fotografia e il cinematografo si fanno innanzi quando il
rovesciamento di mezzo e fine ha già preso piede. Ma qui, ancora, la tecnica
produce immagini della realtà. Oggi la tecnica procede sempre più decisamente
verso la produzione di una realtà nuova. Con la tecnica del nostro tempo
l’immagine festiva si solleva al di sopra del proprio carattere di imma e e
tende a diventare la realtà nuova che sostituisce la realtà angosciante
originaria, al di sopra della quale già si era sollevata l’immagine festiva. Ad
esempio - ma l’esempio è tra i più significativi - la tecnica guidata dalla
scienza moderna pensa già alla costruzione di una vita umana in cui la
sofferenza e la morte siano allontanate il più possibile. La tecnica stabilisce
la nuova aura festiva, più potente di ogni immagine festiva perché la festa,
ora, è la produzione di una realtà nuova - la produzione che anticipa
l’Apocalisse cristiana, dove la terra nuova e il nuovo cielo sostituiscono la
vecchia terra e il vecchio cielo. Ma la logica della scienza, che sta al
fondamento della tecnica, non è una logica della verità assoluta e
incontrovertibile. È una logica ipotetica. La scienza stessa è un sapere
ipotetico-deduttivo. La liberazione tecnologica dalla sofferenza e dalla morte,
per quanto stupefacenti possano essere i suoi progressi, rimane pur sempre una
liberazione ipotetica, esposta cioè in ogni momento alla possibilità che
l’intera legislazione scientifica si mostri incapace di dominare le cose e che
l’uomo ripiombi nell’antica indigenza di una vita semianimale o addirittura
nella propria completa estinzione. La tecnica non salva l’uomo dal nulla. Ogni
salvezza è ipotetica. Il pensiero filosofico del nostro tempo è destinato a
farsi udire dalla tecnica, a farle sentire che nessuna potenza può salvare
necessariamente, incontrovertibilmente dal nulla, e che dunque la minaccia del
nulla rimane sospesa su ogni avanzamento tecnologico della liberazione
dell’uomo dal dolore e dalla morte. La nuova realtà e la nuova vita, che la
tecnica produce sostituendo l’antica immagine festiva della realtà e della
vita, si presenta così a sua volta esposta al dolore e alla morte, tanto più
insopportabili quanto maggiore è la felicità dell’aura festiva che la tecnica
sia riuscita a produrre. È a questo punto che l’arte può riproporsi come
l’ultimo barlume dell’immagine festiva, che per la seconda volta si solleva al
di sopra della realtà - al di sopra cioè di quella nuova realtà che con la
tecnica sta oggi sostituendo l’antica immagine festiva e salvifica della realtà
originaria. È, questo, il pensiero di Leopardi: quando - dopo il tramonto della
verità definitiva e assoluta della tradizione occidentale (cioè dopo il
tramonto a cui appartiene quel che Nietzsche chiama morte di Dio) - appare che
nemmeno la tecnica ha la potenza di salvare con necessità (ossia non
ipoteticamente) l’uomo dal nulla, allora la potenza dell’immagine poetica che
canta l’impossibilità di ogni salvezza non ipotetica dal nulla rimane l’ultimo
barlume di quella forma di festa in cui la poesia e l’arte consistono - quella
forma di festa dove è la potenza del canto, e non il suo contenuto, a salvare
ancora per un poco dal nulla (cfr. E.S., Il nulla e la poesia. Alla fine dell’età
della tecnica: Leopardi, cit.). A volte, certi essenti che chiamiamo opere
d’arte stanno in una relazione specifica con l’infìnito. Se non nel senso che
essi rappresentano senz’altro l’infinito, nel senso che qualcuno crede che lo
rappresentino. Ma, anche qui, ciò che la tradizione filosofica intende per
infinito non può essere sempre presente, nel suo autentico e concreto
significato, a chi crede in quel modo, ossia a chi ha quella fede. D’altra
parte, anche se in tale fede l’infinito può apparire in modo indeterminato,
ambiguo, inadeguato, a volte essa è tuttavia la fede di stare dinanzi a
qualcosa di ultimo, non oltrepassabile, intoccabile. Sono i casi in cui anche
l’uomo comune è disposto a parlare della bellezza di ciò che gli sta dinanzi; e
sono i casi in cui l’uomo comune nomina come può l’infinito. Beati gli umili
(gli uomini comuni), perché di costoro è il regno dei cieli - dove, in questo
caso, il Regno dei Cieli è il regno della bellezza che appare aH’interno della
fede (ingenua, umile) che qualcosa sia il senso ultimo delle cose,
inoltrepassabile, intoccabile. Schelling, come Hegel, non parla di fede, ma di
una rappresentazione che, sia pure per riflesso, è verità che essa abbia come
contenuto l’infinito, cioè Dio. Si tratta della verità dell’intera tradizione
filosofica, che giunge al suo culmine ma anche al suo compimento. Si può
parlare di arte contemporanea prescindendo dalla tendenza fondamentale del
nostro tempo? Si può parlare di un uccello migratore - sapere che natura abbia,
da dove venga e dove vada - prescindendo dallo stormo che sta migrando? Oggi il
grande stormo del nostro tempo sta migrando verso l’estrema lontananza da Dio.
Il grande uccello dell’arte non può che andare nella stesa direzione. Schelling
è ancora un grande amico di Dio, ossia dell’archetipo per eccellenza. L’arte
contemporanea sta invece vivendo anch’essa ciò che Nietzsche chiama morte di
Dio. Ci si accorge che la materia è senza luce, il reale senza ideale. Il
contenuto della bellezza si trasforma radicalmente. La bellezza, ora, è
innanzitutto, ma non unicamente, la capacità, da parte dell’opera d’arte, di
suscitare in qualcuno la convinzione che in essa sia presente quel senso ultimo
del mondo che è il trovarsi privi di Dio e la disperazione che ne consegue. Anche
qui, ci si può rivolgere a questa terribile bellezza da uomini umili, poveri di
spirito, che però questa volta non possono essere beati (o la cui beatitudine
può consistere, come dice Leopardi, solo nella forza con cui vedono la propria
infelicità, debolezza, nullità). Il tragico, la frantumazione dell’ordine e del
sacro, il frammento sono aspetti della morte di Dio. Questa è la vertigine del
moderno. Ma pensatori come Benjamin e molti altri del tempo presente hanno
molto da imparare da Nietzsche - e innanzitutto da Leopardi non hanno qualcosa
di essenziale da insegnargli o un’obiezione decisiva da muovergli. Proprio per
questo il nostro tempo è tragico. Se la negazione nietzschiana di Dio fosse
oscillante, la speranza nei vecchi valori non sarebbe spenta - mentre in verità
è spenta, anche se molti sono ancora quelli che sperano. In quanto tendenza
fondamentale del nostro tempo, lo stormo di uccelli di cui qui si è detto è
l’ultimo degli stormi di cui prima si è parlato - o il penultimo, se si tiene
presente che anche la civiltà della tecnica è destinata al tramonto (cfr. E.S.,
Oltrepassare, cit., cap. X). Del tragico le élites si sono accorte da tempo; le
masse stanno accorgendosene. Infatti, come oltre ai modi adeguati di rivolgersi
a Dio ci sono quelli inedeguati, così c’è adeguatezza e inadeguatezza nel
rivolgersi al cadavere di Dio, cioè nel pensare che Dio è morto. Nel tempo
della morte di Dio, la bellezza è la fede di qualcuno - ma è una fede in
espansione - per il quale il tragico è, appunto, il senso ultimo del mondo e
che crede che in certi essenti, detti opere d’arte, questo senso si manifesti.
Si parlava prima dello stormo di uccelli che migrano. Migrano verso un tempo
dove la Tecnica sostituisce Dio. I due si assomigliano molto più di quanto di solito
si creda. Ma la questione decisiva è che cosa sia l’Aria in cui lo stormo si
muove. Lo stormo non può saperlo. Vola verso la morte di Dio - come lo stormo
della tradizione volava verso la vita di Dio. Sono accomunati (amici e nemici
di Dio) dalla volontà di dominare gli spazi. Ma poi resta la questione di ciò
che qui ci limitiamo a chiamare Aria - che è libera da ogni volo e sta al di
sopra della vita e della morte di Dio. Qui, di essa, si può dire che non ha
nulla a che vedere con i modi in cui, all’interno dei voli, si è voluto andare
oltre Dio e gli dèi e si è pensato alla creazione come suicidio di Dio e alla
terra come al suo cadavere. È tecnica il Dio demiurgo, ma è tecnica anche il
Dio suicida. Li accomuna la volontà di manomettere l’essere. Nella nostra
cultura, chi si vuole portare al di sopra dell’azione e della dimensione
demiurgica crede pur sempre nella loro esistenza. L’arte lo ha sempre creduto.
Oggi lo crede ancora di più. Svela la propria anima tecnico-demiurgica. L’Aria,
di cui parlavo, è invece l’apparire dell’eternità di ogni essere. Appare
allora, in questo apparire, che l’azione - anche l’opera d’arte, dunque - è
soltanto un contenuto della fede. Cioè non soltanto la bellezza, ma anche
Inesistenza dell’opera d’arte - ossia dell’opera che fa essere le cose che non
sono (J.J. Bodmer) - è il contenuto di una fede. Dice Leopardi che, nelle opere
di genio, l’anima riceve vita, se non altro passeggera, dalla stessa forza con
cui sente la morte perpetua della cose e sua propria ( Zibaldone, 261). Una
vita illusoria, ma che, sia pure per poco, rende possibile la sopravvivenza
dell’uomo. Un tema centrale, questo, del pensatore-poeta che ha aperto la
strada all’intera cultura del nostro tempo. La prima opera di genio è quella
dei popoli più antichi: la festa, che è l’immagine della vita e dunque della
morte. L’immagine si libra al di sopra del mondo: gli uomini festivi si
identificano in essa e si sentono quindi salvi dalla morte. Più tardi la festa
arcaica si dissolve e le sue membra diventano religione, tecnica profana, arte.
Oggi la festa si celebra soprattutto in quelle sue deformanti e impallidite
derivazioni che sono le folle delle partite sportive, della musica rock, delle
visite dei pontefici romani e, in minor misura, del cinema. Si dice che nei
precedenti film di Terrence Malick emerga l’indifferenza della natura rispetto
alle vicende umane: al loro orrore come ai pochi momenti di felicità. Ancora
più crudele la natura, nei film di questo regista, quando il massacro è
circondato dalla struggente bellezza della terra, di cieli all’alba e al
tramonto, di fiumi, di mari. Se si uccidono dinanzi a una natura che mostra a
sua volta il proprio volto terribile, gli uomini possono sentire che in qualche
modo essa partecipa ai loro tormenti. In ogni caso, non li rende sopportabili.
Ma questa interpretazione va nella direzione sbagliata. Per lo meno è
unilaterale. Certo, il timore è l’inseparabile compagno dell’uomo. Il dolore e
la morte ne sono la radice. Ma, per quanto vissuta nei suoi derivati, la festa
non ha cessato di illudere gli uomini. In questa direzione va detto che nei
film di Malick la bellezza della natura non è l’indifferenza, 309 incapace di
rendere sopportabile il dolore, ma è la forza con cui l’immagine festiva,
facendo sentire la morte, dà vita airanima. Se non si guarda in questa seconda
direzione, l’ultimo film di Malick, L’albero della vita, delude. Sembra
battere, sorprendentemente, una strada del tutto diversa da quelli precedenti.
La strada biblica (nominata quasi all’inizio del film). Per la quale chi segue
la via della Grazia non avrà timore. Che poi è la strada di tutte le religioni.
Infatti il timore è vinto, cioè reso sopportabile, solo quando ci si convince
di riuscire a stabilire un’alleanza con quella che si ritiene la Potenza
suprema - e il Divino è appunto questa Potenza. Perché ciò accada è necessario
che essa accolga il desiderio dell’uomo; e poiché nulla può costringerla
1’accoglierlo è una Grazia, un dono. Si può dire che Inalbero della vita sia
questa alleanza. L’anima riceverebbe vita da questa alleanza. L’intera
tradizione dell’Occidente lo pensa. Se l’uomo è l’essere che crediamo di
conoscere, la fede nella possibilità di questa alleanza è inestirpabile. Per
questo la religione si riaffaccia continuamente nella coscienza umana. La
cultura europea ha messo in discussione Dio, ma non il bisogno di allearsi con
la potenza che si ritiene suprema. Oggi, nonostante tutto, si tende a
ritrovarla nella tecnica guidata dalla scienza moderna. In Europa le masse
avvertono più che altrove il disagio di un’esistenza che va sempre più
allontanandosi da Dio e che d’altra parte non si vede ancora sufficientemente
garantita da una tecnica ancora troppo confusa con la gestione capitalistica
della tecnica. Continuando a seguire questa linea interpretativa, che conduce
il film di Malick nella direzione sbagliata, esso può allora risultare
sorprendente perché, prendendo le distanze dai contenuti dalla cultura europea
del nostro tempo, dà voce, sia pure con un linguaggio elitario e con uno scarto
che viene indicato qui avanti, ai contenuti tradizionali della religiosità
americana. Non si tratta forse di un regista provvisto di una rispettabile
preparazione filosofica? Tale cioè da averlo messo in grado di pubblicare la
traduzione di una difficile opera di Martin Heidegger? Il che - si potrebbe
osservare tra parentesi - metterebbe in luce qualcosa di più importante, cioè
la porta che Heidegger ha lasciato aperta al divino; e che in qualche modo ha
tentato di tener aperta anche per Nietzsche, che invece si rifiuta di venir
sospinto lungo questa strada. Heidegger guarda infatti al passato della cultura
europea come a qualcosa da cui non si può prendere un definitivo congedo. Solo
un Dio ci può salvare, egli scrive - a differenza di pensatori radicali come
Nietzsche, appunto, o Giovanni Gentile, o, innanzitutto, proprio Giacomo
Leopardi, al quale Malick, si verrebbe a trovare vicino se lo sfondo del suo
quadro poetico fosse l’indifferenza della natura per il dolore e la felicità
dell’uomo. Il protagonista del film è un ragazzo che ama, anche morbosamente,
la madre, dolcissima, e patisce l’esteriorità della fede religiosa e il
carattere soffocante e a volte brutale del padre, e perde il fratello e non
vede la ragione di esser buono quando Dio è cattivo; ma infine, fattosi adulto,
varca la porta del dubbio e tra sogno e veglia si riconcilia con un mondo dove
la madre offre a Dio il proprio figlio, i morti risorgono e tutti si amano. Ma
allora - vien fatto di dire - che la fede sia una lotta continua col dubbio, la
disperazione, il cedimento al peccato, il cristianesimo lo sa da duemila anni.
La tradizione religiosa americana preferisce chiudere presto i conti con il
dramma della fede: predilige la compostezza, dove però, il dramma, più che
risolto è tenuto via dallo sguardo. In tal modo, lo scarto del film di Malick
rispetto a quella tradizione si ridurrebbe a ben poco, cioè alla coscienza che
quel dramma esiste. Sarebbe dunque un film edificante. Che però parlerebbe un
linguaggio che per un verso è d’avanguardia ed enigmatico, per l’altro
lascerebbe ampi e ben decifrabili spazi ai tratti più toccanti dell’amore e a
una natura splendida e sovrana. La forma lussureggiante e innovativa
dell’immagine non farebbe allora che mascherare il contenuto edificante, cioè
l’aspetto scontato del film. Però l’interpretazione che abbiamo sin qui
prospettato non rende giustizia a quell’immagine. La quale non esprime
l’indifferenza della natura per l’uomo, ma ha il carattere festivo di cui si
parlava all’inizio. Che il contenuto americano del film di Malick sia
edificante e scontato non ha più importanza del fatto che i contenuti
dell’antica tragedia greca sono una serie di miti che tutti gli spettatori
conoscevano dall’infanzia, ben prima di recarsi al teatro dove se li vedevano
riproposti. Sono i miti che parlano della vita, dunque della morte. Prometeo,
Edipo, la guerra di Troia. Ma come li riproponeva il teatro greco? Riproducendo
l’immagine festiva che solleva gli spettatori sopra la morte: l’immagine che è
sentita più reale e più rassicurante dello stesso carattere salvifico del mito
che in essa viene riproposto. E come il mito greco continua a salvare l’uomo
evoluto della polis solamente quando esso si trasfigura nell’immagine festiva
del teatro, così il mito cristiano continua a salvare il credente dell’Europa
moderna soltanto quando anch’esso si esprime nell’immagine festiva della Divina
Commedia, nella Cappella Sistina, nella Passione secondo san Matteo : soltanto
nella fusione di rito e arte. Nella minore dimensione del cinema avviene
qualcosa di analogo. In questo diverso senso, L’albero della vita è davvero
un’opera edificante ( aedes facere ): costruisce la casa dell’immagine festiva
e salvifica. L’imperatore Giuliano, l’apostata, si adopera perché tra il popolo
vengano diffusi e difesi i miti e i riti pagani. E tuttavia non è altrettanto
noto che, ai suoi occhi, essi appaiono non meno assurdi delle finzioni
mostruose del cristianesimo. Che senso ha, allora, questa sua difesa del
paganesimo? Scritto nel 1964, uno dei saggi che compongono II silenzio della
tirannide di Alexandre Kojève (Adelphi 2004) aiuta a rispondere. Giuliano è
filosofo autentico e grande imperatore. Spesso danneggiato dagli estimatori.
Vince nelle Gallie e in Persia. Muore a trentadue anni in battaglia. Se è vero
che il cristianesimo è uno dei maggiori fattori della crisi dell’impero romano,
la volontà di Giuliano di riportare al paganesimo i popoli dell’impero è
lungimirante. Ed è una volontà politica; non l’espressione di una fede religiosa.
Per lui, sia il cristianesimo sia il paganesimo sono miti, cioè storie false in
forma credibile. Però il mito pagano può ancora salvare l’impero. In ogni mito
- egli scrive - il senso è contraddittorio (falso, indegno), mentre
l’espressione o è capace di mascherare la contraddizione del senso - e in
questo caso il mito ha come contenuto il divino, oppure, come nella poesia,
l’espressione non si preoccupa di nascondere l’assurdo, ma si rivolge a chi,
ancora bambino nel fisico o nella mente, può credere in esso. In entrambi i
casi, la contraddizione è mobilitata per conseguire un fine utile o per
divertire (Pascal parlerà di divertissement), per allontanare cioè lo spettro
della morte. Affinché l’impero viva, al popolo bisogna nascondere la verità:
che con la morte è tutto finito. Kojève qualifica giustamente come
straordinario questo passo di Kojève: uno dei maggiori interpreti di Hegel.
Anzi, per lui Hegel è il Filosofo oltre il quale non si può andare. E di
Giuliano egli mostra più volte perché lo si debba considerare un “hegeliano”
ante litteram. Proprio così. (Per esempio legge in Giuliano l’anticipazione del
celebre tema hegeliano del riconoscimento del signore da parte del servo.) Ora,
è notevole che lo straordinario discorso di Giuliano, intorno alla contraddittorietà
del contenuto del mito, per Kojève non faccia una piega. Giuliano dice che,
proprio perché il contenuto (il senso) del mito, cristiano o pagano che sia, è
contraddittorio, proprio per questo esso è inesistente. Un discorso
aristotelico. Ma è anche noto che il problema fondamentale dell’interpretazione
di Hegel è stato ed è tuttora il rapporto tra questo pensatore e il principio
di non contraddizione. Sono molti a ritenere incautamente (Popper in prima
fila) che Hegel sia pervenuto alla negazione di questo principio, e cioè che
per lui la realtà sia, alla lettera, contraddittoria. Quale occasione migliore
dello straordinario discorso di Giuliano avrebbe avuto allora Kojève per
allinearsi a quei cattivi interpreti, e dire con forza (lui, che invece vede
nel pensiero di Hegel la Verità) che il discorso di Giuliano non sta in piedi,
appunto perché identifica Yirrealtà con la contraddittorietà? E invece niente.
Anche per questo silenzio Kojève è un grande interprete di Hegel. I Romani
hanno conquistato il mondo con la serietà, la disciplina, l’organizzazione, la
continuità delle idee e del metodo; con la convinzione di essere una razza
superiore e nata per comandare; con l’impiego meditato, calcolato della più
spietata crudeltà, della fredda perfidia, della propaganda più ipocrita, messe
in atto simultaneamente o di volta in volta; con una risolutezza incrollabile
nel sacrificare sempre tutto al prestigio, senza essere mai sensibili né al
pericolo, né alla pietà, né ad alcun rispetto umano; con l’arte di alterare nel
terrore l’anima stessa dei loro avversari, o di addormentarli con la speranza,
prima di asservirli con le armi; infine con una manipolazione così abile della
menzogna più grossolana da ingannare persino la posterità e da continuare a ingannarci.
Chi non riconoscerebbe questi tratti? Una pagina vigorosa di Germania
totalitaria (Adelphi 1990) che Simone Weil ha pubblicato nel 1940. Alla domanda
finale la Weil risponde che in quei tratti tutti possono riconoscere la
Germania di Hitler: il nazionalsocialismo non è una creazione specifica del
popolo tedesco - come la propaganda nazionalsocialista sosteneva -, ma qualcosa
di più profondo, cioè l’imitazione di un modello che va rintracciato molto più
indietro nella storia europea, nell’Impero romano, appunto. In Simone Weil
questo giudizio sull’antica Roma - che si estende al rapporto tra Hitler e il
regime interno dell’Impero romano - è anche più pesante di quanto non appaia
dal passo riportato, ma non è arbitrario (si pensi ad esempio alla condanna dei
metodi di conquista romani da parte di uno storico come Jéròme Carcopino), o è
arbitrario nella misura in cui non spinge sino in fondo il proprio significato.
Ma intanto va completato l’intreccio proposto dalla Weil: rendendo esplicita
una conseguenza - forse non adeguatamente sottolineata dalfautrice - che
discende, da un lato, dal suo giudizio su Roma e, dall’altro, dalla sua tesi
sullo stato attuale del capitalismo. Con molte ragioni, la Weil vede già
presente, in Marx, la tesi che i lavoratori sono oggi sfruttati non tanto dal
capitale privato, ma dal capitalismo di Stato, divenuto ormai, secondo
l’espressione di Marx, una macchina burocratica e militare, che è presente sia
nello Stato nazionalsocialista, sia nello Stato sovietico, sia nella democrazia
americana di un Roosevelt influenzato dai nuovi tecnocrati. Il comun
denominatore di queste tre forze è infatti la tecnica - la disumanità della
tecnica che riduce a funzione della macchina statale l’individuo umano. La
conseguenza è che l’impero romano è il modello non solo per la Germania di
Hitler, ma per l’intera direzione fondamentale della storia. Non solo della
storia contemporanea, ma di tutta la storia dell’Occidente. Il Sacro Romano
Impero, gli Stati nazionali moderni, Richelieu, Luigi XIV, Napoleone, procedono
sulla stessa strada. Per ulteriore disgrazia, scrive la Weil, a Roma si afferma
il cristianesimo, che eredita il Vecchio Testamento, dove la disumanità verso i
nemici vinti e il culto della forza si accordano straordinariamente bene con lo
spirito di Roma soffocando ^ispirazione divina del cristianesimo. Il giudizio
su Roma di Simone Weil, dicevamo, non rende esplicito il proprio significato
più profondo. Ma avrebbe potuto trovare in Hegel un aspetto più profondo. Hegel
non mette tra parentesi la virtù romana, ma mostra perché si trovi unita, come
egli dice, alla durezza e all’atteggiamento compostamente risoluto dello
spirito romano. Si tratta dello spirito che assume lo Stato come scopo supremo
e ultimo. Tutto il resto è subordinato, a incominciare dalla stessa vita
familiare e dai sentimenti dell’uomo romano. Se si pensa per davvero questa
affermazione, si comprende l’inevitabilità di tutti gli aspetti negativi,
denunciati da Simone Weil, attraverso i quali i Romani sono diventati i padroni
del mondo. La Weil, più debolmente, scrive che i Romani sacrificano con
risolutezza tutto al prestigio. Ma se si va più a fondo, il prestigio è
l’aspetto assunto dallo Stato presso le genti quando vale come scopo ultimo
dell’esistenza. Ciò non significa che questo spirito - la volontà di porre lo
Stato al di sopra di tutto - non sia stato attraversato da forze opposte e
potenti: significa che, nonostante le traversie a cui Roma è andata incontro,
quello spirito è rimasto sullo sfondo anche quando sembrava svanito, e ha avuto
la forza di imporsi perfino su quei barbari che stavano prevalendo ma che a
lungo, nella maggior parte dei casi, non hanno pensato di distruggere l’Impero
- che anche ai loro occhi era il vero Imperituro, l’orizzonte ultimo accessibile
ai mortali -, ma hanno inteso diventarne essi la forza portante, e i loro capi
hanno inteso porsi alla guida dei processi che continuavano ad assumerel’Impero
come scopo ultimo dell’esistenza. Come si spiegherebbero altrimenti i dodici
secoli di vita di Roma (giungendo a Giustiniano), se lo spirito romano non
avesse esercitato un’attrazione così potente? Appunto alla volontà di potenza,
da ultimo, ci si deve dunque rivolgere per comprendere perché quello spirito
abbia avuto una tale forza di attrazione - pur non essendo certamente stato la
prima forma di volontà di potenza nella storia dell’uomo. L’uomo sperimenta sin
dall’inizio la potenza sprigionata dall’aggregazione dei singoli e che appare
subito superiore alla somma delle loro forze. Lo Stato (l’aggregazione), deve
apparire quindi qualcosa di divino. Inevitabile dunque che sin dall’inizio
l’uomo assuma questa potenza come lo scopo ultimo a cui tutto debba essere
subordinato. Sin dall’inizio la dimensione religiosa e quella politica si
fondono, sia pure con intensità diversa e con diversa coerenza rispetto alla
potenza che si vuole ottenere. Se lo Stato si mostra ben presto come lo
strumento più efficace per avere potenza, tuttavia, proprio perché la potenza
sia grande e crescente, lo Stato non può rimanere soltanto uno strumento nelle
mani dei singoli e pertanto qualcosa che non può non risentire negativamente
della loro impotenza. È cioè inevitabile che lo Stato divenga il loro scopo
supremo, a cui qualsiasi interesse e scopo particolare deve essere sacrificato.
Lo spirito delle monarchie assolute dell’Oriente riesce a sopportare a lungo la
contraddizione per la quale il monarca è un individuo e, insieme, è lo Stato,
ossia qualcosa di non individuale. Poi la contraddizione esplode, e la
democrazia greca tenta di superarla. Senza riuscirvi, perché in Grecia la
democrazia non può non sentire la voce della filosofia, cioè della coscienza
che non solo non può identificare l’individuo a ciò che non è individuale, ma
che, anche a proposito del non individuale in cui consiste lo Stato, denuncia
l’impossibilità che uno scopo finito, quale è lo Stato, possa essere assunto
come lo scopo supremo, e in questo senso infinito. La sapienza (il cui aumento,
dice la Bibbia, aumenta il dolore) indebolisce lo Stato. La potenza di esso è
maggiore quando cresce lontana dalla radicalità della sapienza filosofica.
Proprio per la sua intenzione di dare la felicità, la filosofia indebolisce la
fede dell’uomo negli strumenti di cui egli si serve per sopportare il dolore. È
la filosofìa a voler porsi come scopo ultimo. (Poi sarà la fede cristiana.) I
Romani dice Hegel nelle Lezioni sulla filosofia della storia sono solidamente
orientati all’attività pratica, ma non riflettono teoricamente su questo loro
orientamento. Hegel non dice che appunto questa riflessione indebolisce il
proprio oggetto, cioè Inattività pratica, come appunto accade alla polis greca.
E non la sapienza radicale della filosofia, ma la sapienza del diritto rafforza
la fede nello Stato, appunto perché a Roma il diritto si sviluppa
esplicitamente, a differenza della filosofia, all’interno della convinzione che
lo Stato sia lo scopo ultimo dell’esistenza, e contribuisce alla realizzazione
di tale scopo. Per i Greci la tragedia è uno dei punti più alti della loro grandezza.
Per i Romani l’anfiteatro è uno dei più bassi. In entrambi i casi si tratta
però di porsi in rapporto al dolore e alla morte, per sollevarsi al di sopra di
essi. E lo Stato appare ai Romani come la salvezza. Ma nella tragedia, che è
grande filosofia, i Greci rappresentano il dolore mostrandone il senso e
indicando il senso che il rimedio può avere. L’anfiteatro romano, invece, si
limita a produrre realmente il dolore, e la riflessione tende a coincidere con
quella povertà dello spirito che è il godimento suscitato dalla sofferenza
altrui. Qui, la risolutezza romana raggiunge, insieme, il proprio apice
imprevisto (muore ne ll’anfiteatro chi è stato vinto da Roma) e, insieme, la
propria distruzione, che l’originaria e sobria lontananza romana dalla radicalità
della sapienza filosofica aveva saputo evitare. Gl’ebrei hanno qualità positive
di coesione e di solidarietà che mancano ai tedeschi. Affetti da eccessivo
individualismo, i Tedeschi sono Ariani degenerati. Si trovano in uno stato di
debolezza, di divisione, di estremo pericolo. Giudizi, questi, insieme a molti
altri affini, che non sono espressi da un severo critico della Germania del XX
secolo, ma da Hitler in persona, nel suo scritto Mein Kampf. Funestamente
celebre; scritto tra il 1924 e il ’25; il libro più diffuso in Germania sino
alla fine della seconda guerra mondiale. Per Hitler i Tedeschi di quel tempo
erano un armento. Che non solo si era allontanato dalla creatività, volontà di
dominio e genialità del vero Ariano (un giudizio, questo, ripetuto da Hitler
poco prima di uccidersi), ma che aveva anche il torto di essere oggettivo,
insensibile alla prospettiva nazionalistica (che appunto si pone al di sopra
dell’oggettività), e dunque inferiore allo spirito dialettico degli Ebrei.
Aveva anche il torto, Sarmento, di sottovalutare gli Inglesi e soprattutto di
tollerare gli Ebrei. Chi ha letto Mein Kampf (La mia battaglia) non sta
sentendo nulla di nuovo, ma è nuovo e interessante il modo in cui il libro di
Hitler viene interpretato da Dora Capozza e da Chiara Volpato (cfr. Le
intuizioni psicosociali di Hitler. Un’analisi del Mein Kampf, (Patron).
All’enorme quantità di ricerche che da ogni punto di vista e con risultati di
grande rilievo sono state condotte sul nazismo questo saggio aggiunge una dissezione
del linguaggio di Mein Kampf operata con i metodi più recenti della psicologia
sociale. In primo piano, l’analisi delle corrispondenze tra le espressioni più
ricorrenti e significative usate da Hitler. I cui giudizi riportati all’inizio
non risultano irresponsabili, ma appartengono a un piano ben preciso, che
giustifica il successo di un uomo come Hitler in uno dei Paesi più civili del
mondo. Stando ai risultati di questo saggio di Capozza e Volpato è già notevole
che al centro delle pagine di Hitler non stia come ci si potrebbe attendere, la
razza Ariana, ma quella Ebraica, considerata come il prototipo della razza
aliena che ha di mira, alleandosi con i bolscevichi, la distruzione della
civiltà ariana. Tutti gli insulti più odiosi e minacciosi sono usati da Hitler
contro gli Ebrei, che tuttavia hanno ai suoi occhi alcune qualità positive che
costituiscono per i Tedeschi il pericolo maggiore. Egli addita cioè ai Tedeschi
il pericolo mortale in cui son venuti a trovarsi per colpa degli Ebrei; ma non
li deprime, perché presenta loro quel Partito nazionalsocialista che sarebbe
l’unica forza capace di salvar-li e farli diventare quel che essi sono nella
loro essenza ariana. Il suo partito è unito, ha fede e pur lottando contro il
marxismo capisce i problemi della classe operaia. Cioè Hitler scrivono le
autrici suscitava antisemitismo non solo tramite la spiegazione dei fallimenti
dei Tedeschi, ma anche presentando gli Ebrei superiori ai Tedeschi in una
importante dimensione di confronto: coesione, solidarietà, omogeneità: una
dimensione in cui non si vuole essere inferiori. Tanto che le autrici possono
concludere che Hitler, capace di raffinate intuizioni sull’uomo sociale, per
diffondere il suo programma ha operato sulle motivazioni e i processi previsti dalle
teorie psicosociali. A loro avviso il testo è basato su tre idee: darwinismo
sociale (lotta eterna tra forti e deboli, selezione naturale, spazio vitale
ecc.), principio etnocentrico (al centro dell’esistenza c’è una certa razza, un
certo popolo) e principio della personalità (l’individuo superiore guida la
massa stupida e incapace). Qui vorrei rilevare che quei tre principi
appartengono (in modo filosoficamente ingenuo) a una grande dimensione comune,
che più o meno corrisponde ai due ultimi secoli della storia dell’Occidente.
Quelli della morte di Dio. Tutto a posto, allora, ritornando a Dio? No; la
morte di Dio è la figlia legittima, inevitabile, della vita di Dio. E
invincibile sino a che non ci si sappia rivolgere al senso essenziale e non si
sappia mettere in questione la creatività e la volontà di potenza dell’uomo
ariano e non ariano che sia. Al capitolo III 8. Piazza della Loggia Trentanni
fa c’era molta incomprensione per quanto stava accadendo in Italia con gli
attentati terroristici. Pochi giorni dopo la strage di Piazza della Loggia
osservavo quanto fossero inadeguate le interpretazioni fornite delle massime
autorità della politica e della cultura. Il presidente della repubblica
Giovanni Leone dichiarò che il fascismo, ritenuto responsabile dell’eccidio,
era morto per sempre il 25 aprile 1945 e che di esso non sopravvivevano che
squallide minoranze. Per eliminare le quali, aggiungevano altri, si trattava
soltanto di rendere più efficienti polizia e magistratura. C’era anche, però,
chi sosteneva la necessità di adeguare la legislazione al dilagare del
terrorismo - il cui senso veniva peraltro lasciato nel buio -, ripristinando
magari la pena di morte. Il giorno dopo la strage di Piazza della Loggia
Alberto Moravia scriveva sul Corriere della Sera che gli esponenti del fascismo
erano soltanto dei razionalizzatori per lo più inconsci e quasi sempre
imbecilli delle proprie private tare. Nel suo insieme, questo modo di prendere
posizione rispetto al terrorismo sottovalutava il fenomeno. C’era ben altro dietro
le squallide minoranze o gli imbecilli che razionalizzavano le proprie tare
private. C’era il problema dell’avanzata del Partito comunista italiano, che
con i consensi elettorali ottenuti stava andando verso la conquista democratica
del governo - e, questo, all’interno di una situazione internazionale dove la
sfera di influenza degli Stati Uniti, alla quale l’Italia apparteneva, non
avrebbe mai consentito che al governo, in Italia, ci andassero i comunisti. Nel
1974, al tempo del viaggio di Leone in America, Kissinger non solo minacciò il
ritiro delle truppe americane dal nostro continente qualora gli alleati europei
non si fossero allineati agli Stati Uniti nei confronti dei Paesi produttori di
petrolio; ma a chi gli parlava di una troppo pesante ingerenza degli Usa nella
nostra penisola Kissinger (è importante ricordarlo oggi) rispose che se
l’Italia fosse passata sotto la sfera di influenza dell’Urss, il mondo
democratico avrebbe poi rimproverato gli Stati Uniti di non aver salvato
l’Itaha dal comuniSmo - dal che si capisce quanto fosse un bluff la minaccia di
ritirare le truppe americane dall’Europa, che a sua volta, e a maggior ragione,
doveva essere salvata dal comuniSmo. Negli anni Settanta ho dedicato una
considerevole attenzione alle connessioni tra terrorismo e situazione politica
internazionale. Il mio libro Téchne (Rusconi 1979, Rizzoli 2002) ne è la
testimonianza. Ma solo un poco alla volta è maturata in Italia la
consapevolezza che i fatti storici esecrandi, che a prima vista sembravano solo
esplosioni di una ottusa brutalità, erano invece espressioni di quella dura
vicenda in cui popoli si scontrano per assicurarsi la sopravvivenza e i
privilegi in un mondo sempre più pericoloso. Il terrorismo che ha portato a
episodi come quello di Piazza della Loggia non appartiene alla banalità o alla
semplice dimensione defl’immoralità, per uscire dalla quale basta qualche pia
intenzione delle anime belle. Un discorso analogo vale anche oggi. Rispetto al
Partito comunista italiano il fascismo italiano degli anni Settanta è un nano.
Che però ha alle spalle una forza enormemente più gigantesca di quella del Pei:
il sistema democratico-capitalistico, con gli Usa al proprio centro. Di fronte
alla possibilità di una conquista democratica del potere da parte del
comuniSmo, tale forza agisce in modo che il Pei risponda agli attentati
terroristici con azioni illegali, che avrebbero consentito il ripristino
autoritario della legalità e, con la messa al bando del Pei, l’eliminazione del
pericolo comunista. Di qui il rifiuto violento del Pei alla proposta di
reintrodurre la pena capitale. Se il Pei non ha reagito illegalmente alla
provocazione fascista non è stato per amore della legalità e della democrazia,
ma perché, da un lato, ha capito che alla legalità e al carattere democratico
del proprio operato era legata la propria sopravvivenza; e dall’altro perché il
Pei era consapevole di non potere e dunque di non dovere prendere il potere in
Italia. A quel tempo, scrivevo che al governo il Pei sarebbe andato quando non fosse
più stato un partito comunista. Tasse e amnistia L’aumento della criminalità in
Italia è, come si suol dire, un fatto. Dunque non solo in città come Brescia -
dove il tasso di immigrazione, superiore alla media nazionale, è uno dei
fattori di tale aumento. Non l’unico. Come l’atteggiamento caritativo della
Chiesa nei confronti degli immigrati non è l’unico dei fattori da tener
presenti nella discussione di questo problema. Non l’unico; e tuttavia molto
importante. Dico questo, per l’analogia, apparentemente paradossale, che
sussiste tra il problema delle tasse degli Italiani e il problema dell’amnistia
nei confronti di migliaia di detenuti delle nostre carceri - un’amnistia voluta
dal centro-sinistra del secondo governo Prodi e, direi, soprattutto e fortemente
dalle forze cattoliche. Le quali hanno agito, guidate dalle decise
sollecitazioni della Chiesa cattolica in quella direzione. Ed ecco quanto
intendo rilevare. È molto probabile che, come a suo tempo aveva rilevato
l’onorevole Visco, il clima determinato dal precedente governo di centro-destra
in tema di tassazione avesse favorito e incrementato la propensione degli
Italiani all’evasione fiscale. Quando l’autorità sembra andare incontro alle
nostre inclinazioni individuali, quest’ultime tendono infatti a rafforzarsi e a
espandersi. La televisione è ormai considerata un’autorità, e accade appunto
che comportamenti televisivamente tollerati, o lasciati scorrere con indulgenza
sul piccolo schermo, aumentino la propensione della gente a imitarli. Ma è anche
difficile, a questo punto, evitare l’analogia tra il problema fiscale e
l’amnistia carceraria che ha rimesso in strada anche persone il cui primo
pensiero è stato di riprendere l’attività interrotta dalla reclusione.
L’amnistia non aveva riguardato soltanto Italiani, ma anche immigrati
extracomunitari. Difficile, allora, evitare il seguente ragionamento. Come è
molto probabile che il clima prodotto dalla politica fiscale dei governi di
centro-destra abbia favorito l’incremento dell’evasione fiscale, così è molto
probabile che il clima determinato dall’amnistia carceraria abbia prodotto un
clima che ha portato la gente a credere che l’autorità guardasse con una certa
indulgenza l’evasione dal diritto civile e penale, un clima che quindi ha in
qualche modo favorito ed esteso la propensione per quella diversa forma di
delinquenza che consiste negli omicidi e nelle rapine. Inevitabile che chi ha
subito questa forma di suggestione, determinata dall’amnistia, siano stati
soprattutto gli immigrati e in particolare gli extracomunitari che, proprio
perché tali, entrano nel Paese da cui sono accolti senza avvertire - come
invece possono farlo coloro che in quel Paese son nati - la presenza e il
carattere bene o male vincolante delle leggi in esso in vigore. Nel caso
dell’amnistia la suggestione è stata ancora maggiore, perché il provvedimento
era stato proposto non solo dalle forze politiche al governo, ma anche da
quell’autorità della Chiesa, che nel mondo può certo vantare un’autorità
maggiore delle forze politiche italiane. L’amnistia ha creato un’immagine
pubblica del legame tra legalità e carità, che ha allentato il timore di
trasgredire la legge. Pensando a questo e ad altri ordini di problemi avevo
detto alla svelta, in un’intervista rilasciata al Corriere, che mi risultavano
incomprensibili certi atteggiamenti caritativi della Chiesa bresciana. Si
parlava dei delitti commessi a Brescia. Ma il mio discorso era rivolto
primariamente alla Chiesa in generale, che tenta di seguire come può l’invito,
rivolto da Gesù al giovane ricco, di dare ai poveri tutte le proprie ricchezze.
Per seguire Gesù la Chiesa dovrebbe dire ai popoli ricchi di dare tutte le loro
ricchezze a quelli poveri. La Chiesa non può seguire la sublime follia di Gesù.
Non può permettersi di sembrare sublimemente folle. Tenta come può di seguire
Gesù: con le forme tradizionali della carità. Le quali, per un verso, lasciano
che i ricchi rimangano ricchi, e per l’altro si riversano, quando possono,
alfinterno dei rapporti civili presenti nei singoli Stati e diventano opere
assistenziali di vario tipo, su su fino a opere di grande portata come lo è
stata appunto l’amnistia in Italia. Che certamente non è l’unica responsabile
dell’aumento della criminalità nel nostro Paese, ma che, altrettanto
certamente, responsabile è. Lo sport è importante. Perché - forse soprattutto -
non è innocente. Tanto più importante quanto più simula le forme della lotta e
del combattimento. La gente trova in esso quello sfogo delle proprie
frustrazioni, che altrimenti indirizzato le procurerebbe gravi sanzioni civili
e penali. Ma bisogna che la squadra in cui ci si identifica vinca e che la
vittoria non sia ostacolata. Altrimenti lo sfogo straripa, diventa
incontrollabile. Nelle società povere Finsoddifazione finisce col trasformarsi
in massacro. Ma oggi anche quelle ricche hanno motivi per essere insoddisfatte.
Si percepisce che il mondo dei valori tradizionali va franando. È la notizia
che fa da sfondo a ogni altra. Ed è ormai un luogo comune rilevare che i mass
media, diffondendola e moltiplicandola, la trasformano nel modello da imitare.
Poiché la frana della tradizione è violenza, che acquista mille volti,
l’imitazione del modello violento diventa a sua volta notizia, a sua volta
diffusa e moltiplicata. I violenti si sentono pertanto ripagati di molte delle
loro frustrazioni. Non è poi così banale l’affermazione che si esiste solo se
si è in televisione. C’è sempre stato qualcosa di analogo. La violenza è una
forma di potenza (o addirittura coincide con essa); e la potenza esiste solo se
è pubblicamente riconosciuta. Non esiste un sovrano o un dio la cui potenza non
sia stata o non sia pubblicamente riconosciuta. Non ci si sfoga delle proprie
frustrazioni se non ci si sente in qualche modo potenti o violenti e se quindi
non ci si rende il più possibile visibili. I mezzi di comunicazione di massa
del nostro tempo sono la forma più potente di riconoscimento pubblico e quindi
di produzione della potenza e della violenza. Alla messa in scena del
progressivo disfacimento dei valori morali, civili, religiosi, estetici delle
società avanzate si unisce la messa in scena del disfacimento di ogni regola di
convivenza tra gli Stati. Hobbes rilevava che 10 Stato nasce per uscire dal
belluino stato di natura (homo homini lupus), ma gli Stati hanno continuato a
essere lupi gli uni per gli altri. Questo è l’esempio che gli Stati danno agli
individui! Gli Stati, che pure dovrebbero rappresentare la ragione e la civiltà
contro l’istinto e l’egoismo individuale! E anche di questa belluinità degli Stati
i mezzi di comunicazione di massa danno continua notizia alla gente, dando la
maggiore visibilità e quindi il maggior respiro alla violenza. In Italia è
tempo di pensare alla riforma del diritto. Ripeto che come la politica
finanziaria della destra incrementa l’evasione fiscale, così gli indulti e le
amnistie della sinistra incrementano la violenza del crimine. Ma la gran
ventura, che riguarda l’intero pianeta, e che (all’interno del dispiegarsi
della civiltà dell’Occidente) non è necessariamente negativa, è 11 guado che
dai valori del passato conduce al futuro. Ravaioli: La crescita produttiva
continua a essere l’obbiettivo più tenacemente auspicato e perseguito da
economisti, imprenditori, governi, politici di ogni colore, e di conseguenza da
tutti invocato anche nel discorrere più feriale, che so, al bar, in treno, al
mercato; dato come una indiscutibile ovvietà, o addirittura come una verità di
fede... A lei certo la cosa non è sfuggita, e vorrei chiederle che ne pensa: è
d’altronde un avvio perfettamente calzante col discorso che ci proponiamo.
Severino (S.) Questo continuo parlare della crescita come di cosa ovvia è in
buona parte dovuto all’ignoranza. Sono decenni che si va intravedendo
l’equazione tra crescita economica e distruzione della terra. Comunque, è
tutt’altro checondivisibile l’auspicio di una crescita indefinita. R.
Professore, sta dicendo che l’economia è una scienza consapevole delle
conseguenze negative della crescita? S. Ha incominciato a diventarne
consapevole: l’auspicio di una crescita indefinita va ridimensionandosi. Anche
nel mondo dell’intrapresa capitalistica - la forma ormai pressocché planetaria
di produzione della ricchezza - ci si va rendendo conto del pericolo di una
crescita illimitata (anche se poi si fa ben poco per controllarla). R. Non si
direbbe proprio... S. Sì invece. Vent’anni fa, quando Lei scrisse quel suo bel
libro che interpellava numerosi economisti a proposito del problema
dell’ambiente, la maggior parte degli intervistati affermava che quello del
rapporto tra produzione economica ed ecologia era un falso problema. Oggi non
pochi economisti sono molto più cauti... e anche le dichiarazioni dei politici
sono diverse da venti o trent’anni. R. In pratica però non fanno che invocare
crescita, senza nemmeno nominarne i rischi... S. Be’, in periodo di crisi
economica, di fronte al pericolo immediato di una recessione, è naturale che si
insista sulla necessità della crescita... Purtroppo però lo si fa riducendo il
problema alle sue dimensioni tattiche, ignorandone la dimensione strategica. R.
E intanto si verificano sempre più tremendi disastri, che inconfondibilmente
denunciano la pericolosità della crescita... Dal Golfo del Messico a
Fukushima... per citarne solo un paio dei più gravi e che hanno avuto massima
risonanza. S. Certo. Ma, facendo un passo avanti, vorrei precisare che prendere
atto della gravità di fenomeni come questi significa capire che essi non sono
dovuti alla tecnica in quanto tale, ma alla gestione economico-politica della
tecnica... Non sono disfatte della tecno-scienza, ma dell’organizzazione
ideologica della scienza e della tecnica... Sono disfatte, cioè, del
capitalismo (fermo restando che l’economia pianificata di tipo sovietico era
ancora più dannosa per l’ambiente). R. La mia impressione però è che quanti
insistono a invocare crescita continuino a ignorare che tutto quanto vediamo,
tocchiamo, usiamo, è fatto di natura; e che dunque disponiamo di materia prima
in quantità date, e non dilatabili a richiesta. Questa realtà in sostanza viene
rimossa. I grandi industriali che si confrontano a Davos, Cernobbio ecc.,
spesso neanche citano il problema... Automobili, barche, indumenti, mobili,
computer... tutto quanto esce dalle loro fabbriche... di che cosa credono che
siano fatti? S. Ma è un atteggiamento normale dell’uomo quello di preoccuparsi
soprattutto dei problemi immediati, lasciando sullo sfondo quelli che non
sembrano urgenti, ma che spesso sono quelli decisivi. Quando la barca fa acqua
la prima preoccupazione è tappare la falla... Poi si pensa al luogo dove
approdare. Certo, ci sono quelli che stando nella barca non pensano mai a
trovare il porto, e quindi, nel complesso diventa inutile tappare le falle...
Si verificano allora tutti i comportamenti che lei giustamente rileva. R.
Scusi, non vorrei aver capito male... La sua è una giustificazione di questi
comportamenti da parte di chi, poco o tanto, è responsabile dell’economia
mondiale? S. No. Dicevo che è, purtroppo, costume umano non aver occhi che per
i problemi immediati, ignorando quelli fondamentali - che magari gli stanno
sotto il naso... È però una mancanza di consapevolezza che ha incominciato a
incrinarsi anche prima di cataclismi come Fukushima. Sebbene ancora non se ne
vedano conseguenze nelle scelte politiche... R. Ma il problema esiste da
decenni... Il deperimento dell’equilibrio ecologico è stato clamorosamente
denunciato dagli anni Cinquanta, ma nelle scelte politiche è stato
completamente ignorato. S. Ecco, forse su quel completamente si può non essere
d’accordo... Penso ad esempio a Clinton, consigliato da Al Gore: nel suo primo
discorso da presidente ha parlato agli Americani della necessità e convenienza
di una crescita economica sostenibile... Una dichiarazione di intenti che in
qualche modo anche Obama ha fatto propria. R. Però nessuno di quelli che
contano sembra rendersi conto che la crescita produttiva attualmente perseguita
- che è continua aggressione agli equilibri ecologici - si identifica di fatto
col sistema capitalistico. Anche celebri economisti (vedi Stiglitz, Krugman, Fitoussi...
per citarne qualcuno) riconoscono la gravità della situazione ambientale, ma
non accennano nemmeno a soluzioni che mettano in discussione il capitalismo. S.
Sono pienamente d’accordo con lei: è proprio questa la situazione... Ma occorre
anche dire che oggi, in un mondo conflittuale, dove nessuno intende rinunciare
al potere, una politica economica meno produttivistica significherebbe mettersi
dalla parte dei perdenti, indebolirsi anche sul piano militare, essere
condizionati da Paesi come l’Iran o la Cina... Nella situazione attuale,
rinunciare alla crescita, cioè alla potenza economica, significa essere
sopraffatti... E sembra difficile anche rinunciare alla base economica
richiesta dall’armamento nucleare. Oggi infatti, a differenza di quanto spesso
si continua a credere, la potenza nucleare appare decisiva anche nella lotta
contro il terrorismo... È un problema enorme, che si tende a non affrontare
nemmeno là dove si è consapevoli che la crescita incontrollata... distrugge la
terra. Per arrivare a un impegno adeguato per la soluzione di tale problema
dovranno accadere disastri giganteschi... con qualche milione di morti... Ma
prima si tirerà la corda finché sarà possibile. R. Certo. Tutto questo che lei
dice corrisponde a una lettura intelligente e del tutto esatta della realtà. Mi
domando però fino a quando questa realtà potrà reggere, di fronte a una natura
devastata - in misura già oggi forse irrecuperabile - da un agire economico
fondato su una crescita produttiva che non prevede limiti. S. È da guardare con
diffidenza - ma non voglio sembrare cinico - l’intellettuale che dice alle
grandi potenze mondiali: Dovreste mettervi in discussione. Le grandi potenze
non cambiano le loro scelte perché gli intellettuali dicono qualcosa che va
contro i loro interessi... Ce la vede lei una Cina che rinuncia a una politica
economica vincente, e al proprio tète- à-tète attuale con Stati Uniti, Russia,
Europa, per rispetto dell’ambiente? Le pare verosimile? E ormai anche in Europa
la vita va avanti alimentata dalle centrali nucleari. E continueranno ad andare
avanti così, inevitabilmente... Non basta quello che sta succedendo: solo un
disastro di proporzioni senza precedenti, dicevo, potrebbe convincere
l’ordinamento capitalistico a cambiar strada in modo radicale... R.
Inevitabilmente... In base alla natura umana? Alla storia? S. In base alla
priorità che per lo più vien data ai problemi immediati. Ma c’è un’altra
inevitabilità, ancora più perentoria: quella del tramonto del capitalismo.
Diciamolo in quattro parole. Un’azione è definita dal proprio scopo. Anche
l’agire capitalistico è quindi definito dal suo scopo, cioè dall’incremento
indefinito del profitto privato. Quando il capitalismo, di fronte a grandi
disastri planetari dovuti al suo agire, assumerà come scopo non più
l’incremento del profitto ma la salvaguardia della terra, allora non sarà più
capitalismo... Inevitabilmente: o il capitalistimo, andando avanti così, cioè
volendo avere come scopo il profitto, distrugge la terra, la propria base
naturale, e quindi sé stesso, oppure assume come scopo la salvaguardia della
terra, e allora anche in questo caso distrugge egualmente sé stesso. In questo
senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.
R. Lei è uno dei pochissimi che fanno previsioni del genere. Le stesse sinistre
- quel poco che ne rimane - sembrano aver definitivamente rinunciato all’idea
di superare il capitalismo. Che è l’idea per cui sono nate... Oggi in fatto di
ambiente non hanno alcuna politica propria, anche se gli spetterebbe, perché in
fondo a pagare le conseguenze dello sconquasso ecologico sono soprattutto le
classi più povere... Ma no, anche le sinistre sono allineate sull’invocazione
della crescita, di fatto preoccupate esclusivamente di occupazione e salari:
ciò che certo è comprensibile, anzi necessario, ma che forse potrebbe non
limitarsi (come per lo più sostanzialmente accade) a occuparsi di singole
situazioni di crisi e magari tentare di spingere lo sguardo un po’ più lontano:
dopotutto la globalizzazione è un fatto, che riguarda tutti e - anche se non ce
ne accorgiamo - tutti per mille modi ci determina... S. Quando parlo di declino
del capitalismo, parlo infatti di qualcosa che presuppone anche il declino del
marxismo, delfumanesimo marxista, dell’umanesimo di sinistra. Non è che la
sinistra sia in una posizione avvantaggiata rispetto al capitalismo... Ma il
discorso va completato. Sia il capitalismo sia il marxismo e le sinistre
mondiali - ma anche i totalitarismi e le teocrazie, e la democrazia, e anche le
religioni e ogni visione del mondo e ideologia... - si sono illusi e si
illudono tutt’ora di servirsi della tecnica. Ma che cosa vuol dire questo? Che
la tecnica è il mezzo con cui tutte quelle forze intendono realizzare i propri
scopi (per esempio la società giusta, senza classi, oppure l’incremento del
profitto privato, oppure l’eguaglianza democratica ecc.)... Anche la sinistra è
cioè sullo stesso piano del capitalismo per quanto riguarda il rapporto con la
forza emergente della modernità, cioè la tecno-scienza. Simone Weil diceva che
il socialismo è quel reggimento politico in cui gli individui sono in grado di
controllare la macchina tecnologico-statale-militare- burocratico-finanziaria
ecc.. L’individuo - come il capitalista - si illude di poter controllare
l’apparato tecnologico. Si tratta di capire perché è un’illusione... R. Una
prospettiva che dovrebbe poter contenere tutti i possibili. S. Invece andiamo
verso un tempo in cui il mezzo tecnico, essendo diventato la condizione della
sopravvivenza dell’uomo - ed essendo la condizione perché la terra possa esser
salvata dagli effetti distruttivi della gestione economica della produzione - è
destinato a diventare la dimensione che va sommamente e primariamente tutelata;
e tutelata nei confronti di tutte le forze che vogliono servirsene. Sommamente
tutelata, non usata per realizzare i diversi scopi ideologici, per quanto
grandi e importanti siano per chi li persegue. Ciò significa che la tecnica è
destinata a diventare, da mezzo, scopo. Quando questo avviene, capitalismo,
sinistra mondiale, democrazia, religione, e ogni ideologia e visione del mondo,
ogni movimento e processo sociale diventano qualcosa di subordinato, diventano
essi un mezzo per realizzare quella somma tutela della potenza tecnica, che è
insieme l’incremento indefinito di tale potenza... Perciò spesso dico che la
politica vincente, la grande politica, sarà delle forze che capiranno che non
ci si può più servire della tecnica... La grande politica è la crisi della
politica che vuole servirsi della tecnica. Andiamo in una direzione dove,
dunque, anche le sinistre - e il capitalismo, e tutte quelle forze in campo che
ho menzionato - saranno costrette a rinunciare ai propri scopi e diventeranno
esse i mezzi di cui la tecnica si serve. Non si tratta di un processo di
deumanizzazione, o alienazione, come invece spesso si ripete, dove l’uomo
diventerebbe uno schiavo della tecnica; perché in tutta la cultura - anche in
quella che alimenta ogni più convinto umanesimo - l’uomo è sempre stato inteso
come essere tecnico. Le sto descrivendo il futuro: non prossimo, ma neanche
remoto. Certo, un futuro in cui anche la tecnica sarà destinata a rendere conto
della sua primazia, ma non dovrà renderlo alle forze che ancora si servono di
essa ma che sono forme deboli di tecnica. In questo senso appunto parlo da
decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo. R. Professore, mi
permetta un’obbiezione. Già oggi la tecnica, da mezzo, sempre più sembra
imporsi come scopo... E - ne abbiamo parlato poco fa - mi pare che in questa
funzione stia dando prove quanto meno discutibili... S. No, perché come dicevo
prima, ciò che dà cattiva prova di sé è la gestione ideologica della tecnica -
è il modo, ad esempio, in cui in Giappone sono state organizzate le centrali
nucleari: e lì non c’entra la tecno-scienza, ma la gestione capitalistica di
essa, che per il profitto ha sottovalutato la pericolosità di quel tipo di
centrali. (Debbo però aggiungere - ma anche qui chiudiamo subito il discorso -
che la tecnica destinata al dominio non è la tecnica tecnicisticamente o
scientisticamente intesa, ma quella che riesce a sentire la forza della voce
essenziale della filosofia del nostro tempo, la quale dice che non possono
esistere limiti assoluti all’agire dell’uomo.) R. Rimane il fatto che le
tecniche, anche le più avanzate e intelligenti, le più utili persino, finiscono
per essere nei confronti dell’equilibrio ecologico naturale delle continue
aggressioni, o quanto meno delle minacce. S. Di nuovo rispondo di no, e che è la
volontà di profitto a rischiare oltre il livello di rischio denunciato nelle
previsioni tecno-scientifiche. R. Ma non è la volontà di profitto a generare, o
almeno a favorire, la creazione di tecniche? S. Sì, le ha favorite (e in
qualche caso generate), ma allo scopo di favorire sé stessa. Ora sto dicendo
che questo scopo è destinato al tramonto. R. Resta però il fatto che molti
istituti scientifici, anche di largo prestigio, vivono in quanto finanziati da
grandi potentati economici... E questo in qualche misura significa
condizionarli... S. Certo, questa è la situazione attuale. Ma la tendenza
globale è un’altra. Condizionarli significa indebolirli. È quindi inevitabile
che, a un certo momento, chi condiziona si renda conto di non poter più
continuare a farlo, perché, alla fine, condizionare (e quindi subordinare e
pertanto indebolire) la tecnica per promuovere sé stessi è indebolire sé
stessi... R. Si diceva che le sinistre - a parte l’impegno per la difesa del
lavoro - non dicono, né propongono cose gran che diverse dalla destra. Il
marxismo un tempo aveva uno sguardo ben più ampio di quello che hanno le
sinistre oggi... Dopotutto non a caso l’inno dei lavoratori era l’
Internazionale... Tentare di guardare un po’ più lontano... Cercare di
allargare lo stesso discorso sul lavoro, non potrebbe portare a una proposta
alternativa? S. Questo allargamento va imponendosi da solo. Infatti non si può
separare il lavoro dalla tecnica (ma dal capitalismo sì, come dal marxismo). Un
po’ da tutte le parti politiche oggi si sente dire a proposito dei problemi più
importanti: Non è questione né di destra né di sinistra, è una questione
tecnica. È un piccolo indizio del processo dove le soluzioni tecniche
prevalgono su quelle politiche e ideologiche. R. Mi riesce difficile seguirla...
la tecnica viene solitamente vista come uno strumento usato dal capitalismo...
S. Questo è lo stato attuale che il mondo capitalistico vorrebbe perpetuare. Ma
la tecnica non è il capitalismo. Il servo non è il padrone. Ed è già accaduto
che i servi si liberassero dei padroni. La liberazione decisiva, rispetto alla
quale si è ancora ciechi, è la liberazione della tecnica dal capitale. R. In
definitiva Lei vede il capitalismo sopraffatto dalla tecnica. S. Sì. O meglio:
è la logica del discorso a vederla. R. Una tecnica che - insisto - porta alla
devastazione della terra... S. Se la tecnica continua a essere gestita dal
capitalismo, sì. Ma - insisto anch’io - sarà il capitalismo stesso ad
accorgersi che devastando la terra devasta sé stesso (e cambiando rotta, cioè
scopo, si distruggerà egualmente). R. È insomma l’intero sistema produttivo che
di fatto agisce contro la salvezza dell’umanità... Non crede che in tutto ciò
esista qualche responsabilità anche da parte delle sinistre? Dopotutto erano
nate per combattere il capitale, no? S. Ma il discorso che vado facendo da
molto tempo indica qualcosa che sta al di sopra delle esortazioni, delle
mobilitazioni, dei progetti, della volontà politica. Riguarda un movimento che
procede per conto proprio, guidando e animando la volontà così come, si sa, la
struttura del capitale domina e anima la volontà dei singoli capitalisti. Marx
diceva appunto che i singoli capitalisti sono le prime vittime del capitale.
Ecco, si tratta di capire il modo in cui la tecnica prende il posto del
capitale. R. Lei si riferisce a un movimento, o una tendenza, in qualche modo,
come dire... operante e avvertibile? Oppure si tratta per ora soltanto di
un’ipotesi filosofica? S. È una tendenza che è operante e avvertibile proprio
nel modo adeguato (e dunque non soltanto ipotetico) di fare filosofia. Per
essenza la filosofìa si riferisce all’autenticamente operante e avvertibile. R.
Cambiando discorso. Lei ha dedicato un suo recente articolo, apparso sul
Corriere della Sera, al modo in cui il Nordafrica va cambiando. Non crede che
forse proprio dal Sud del mondo, non ancora interamente assimilato alle logiche
e ai valori del capitalismo, possa muovere una critica, e magari una messa in
crisi della cultura dominante? È qualcosa su cui più volte m’è capitato di
riflettere. Ad esempio quando un anno fa, in Bolivia, durante il Social Forum
di Cochabamba, un gruppo di campesinos lanciò uno slogan che diceva: Non si
tratta di cambiare il clima, bisogna cambiare il sistema; aprendo un orizzonte
enormemente più ampio di tutte le altre parole d’ordine correnti, che
insistevano soprattutto sui mutamenti climatici, e di fatto denunciando un
rapporto Nord-Sud che per mille aspetti ampiamente si attiene alle logiche del
capitalismo, e le impone. È solo un episodio, ma non crede che proprio da
questi mondi potrebbero partire spinte decisive alla messa in crisi delle
logiche politiche dominanti? S. Be’, il fatto che questi popoli vadano
riproducendo il modello occidentale dimostra che l’Occidente ha raggiunto la
prospettiva più radicale: la destinazione della tecnica al dominio. Questi
popoli stanno ripercorrendo l’itinerario compiuto dall’Occidente... L’autentico
cambiamento di sistema è quella destinazione. R. Professore, certo è incapacità
mia di seguirla fino in fondo... Ma più volte m’è capitato di riflettere, e
anche di scrivere, in libri dedicati appunto alle questioni ambientali, su
questo crescente prevalere della tecnica sui modi e i ritmi della natura...
Spesso citando quello straordinario libro, firmato dal grande biologo americano
Gould, che si intitola Gli alberi non crescono fino al cielo : una critica
dell’intera vicenda umana, tutta centrata su una impossibile sfida alla natura.
Nella quale peraltro sempre è evidente il senso di colpa... E infatti Icaro,
Prometeo, i Giganti, Ulisse... tutti sempre vengono puniti... La tecnica, nella
mitologia, è colpa... E lo è la scienza in assoluto, si direbbe, se si pensa ad
Adamo ed Èva, cacciati dal paradiso terrestre per aver gustato il frutto
dell’albero del sapere. S. Onorevole, non solo Lei segue benissimo, ma continua
a proporre spunti estremamente interessanti. Quando parlo in termini positivi
della tecnica, ne parlo nel senso che essa va ritenuta la forma più rigorosa
della più radicale follia in cui l’uomo è caduto. Non intendo affatto fare
l’apologià della tecnica ma intendo dire che l’errore, la follia, vanno
progressivamente facendosi più rigorosi e coerenti... Pensi al discorso di
Freud, che la religione è quella follia - grande, rigorosa follia - che assorbe
e rende coerenti tutte le forme di follia dell’individuo... Nella tecnica
l’errore è destinato a diventare massimamente rigoroso. L’errore nasce con
l’uomo, è la volontà di potenza. Ma bisogna saper dire perché lo sia... Non lo
sanno dire né i miti né le altre forme della sapienza umana. È vano combattere
e incolpare Prometeo, che ha dato tutte le tecniche ai mortali, con strumenti
che sono forme deboli di tecnica. Anche il capitalismo, il marxismo, il
cristianesimo, l’islam, il totalitarismo, la democrazia ecc. sono forme deboli
di tecnica. Ma con ciò non intendo dire che la tecnica sia la verità. No. È la
forma più radicale dell’errore. Che però sembra la forza più potente. R. Una
volta ancora non posso non apprezzare il suo pensiero... Non riesco però a non
domandarmi se non ci sia nulla da fare, o per accelerare questo processo
portandolo a una soluzione, o in qualche misura per mitigarne la distruttività.
Sono tante ormai le persone che si preoccupano per il futuro di un mondo per
mille versi sempre più problematico e rischioso... Per lo più si tratta di
giovani, consapevoli e impegnati... A tutti costoro che cosa si sentirebbe di
consigliare? S. La ringrazio. Per ora siamo gettati nell’errore; ma proprio per
questo c’è molto da fare. C’è da favorire il processo che porta l’errore a
maturazione. Ecco perché parlavo prima della grande politica. Per praticarla è
necessario incominciare a guardare in faccia il senso essenziale della storia
dell’Occidente, il senso cioè della volontà di potenza: il senso del fare.
Intervista fattami da Carla Ravaioli e pubblicata sul manifesto nel luglio
2011. Al capitolo V 12. Non veritas, sed auctoritas facit legem- Per
considerare il rapporto tra processo e tecnica si può certo rimanere alFinterno
della specializzazione giuridica. Ma - chiediamoci - è ancora specializzazione
Patteggiamento che non riflette sul senso della specializzazione? Si vive in
una nave - la si vive come nave - quando non si sa che cosa sia una nave?
Certamente no. E d’altra parte, riflettendo sul senso della specializzazione si
è ancora alFinterno di essa? (Si profila così un’antinomia, che può essere il
sintomo del carattere contraddittorio della specializzazione.) Ma, qui, non
svilupperemo questo aspetto, peraltro fondamentale, del discorso. La tecnica
riguarda il processo in relazione, innanzitutto, ai limiti entro i quali le
competenze tecnico-scientifiche devono mantenersi nel determinare l’evoluzione
e il compimento delle procedure giudiziarie. In questo caso, le competenze
tecniche (mediche, psicologico-psichiatriche, chimico-fisiche, urbanistiche
ecc.) servono da strumento - da mezzo - per quello scopo che è la conduzione e
il compimento del processo. A sua volta, il processo stesso, come fatto
giuridico, è scomponibile in un momento tecnico-strumentale e in un momento che
è lo scopo di tale strumentazione. Momento tecnico-strumentale è, ad esempio,
la formazione dei magistrati, e in genere, dell’organico, e il modo in cui sono
formalizzate le regole in base a cui il processo si svolge; lo scopo è la
verifica dell’applicazione della legge in rapporto ai casi intorno a cui verte
il processo. Ma, daccapo, lo scopo di una società non è quello di verificare se
la legge sia applicata: lo scopo è che la legge viga. Affinché viga è necessario
verificare se ciò avvenga. E questo significa che la verifica giuridica si
dispone a sua volta come strumento, come mezzo per la realizzazione di quello
scopo che è il regno della legge nella società. Questo rinvio, il triplice
rinvio qui sopra sommariamente indicato, dove lo scopo si dispone come
strumento di uno scopo superiore, ha un prolungamento decisivo, che riguarda il
concetto stesso di legge, sottoposto a una profonda trasformazione, dove
l’atteggiamento giusnaturalistico, proprio della tradizione occidentale, viene
spinto al tramonto dall’atteggiamento giuridico che è proprio del diritto
positivo. E, anche qui, si tratterà di comprendere l’ultima sezione di questo
capitolo che in tale tramonto il regno del diritto è a sua volta destinato a
diventare, da scopo della verifica giudiziaria, mezzo, cioè strumento di uno
scopo - la tecnica - verso il cui dominio il pianeta sta procedendo. A partire
dal pensiero greco, e lungo la tradizione occidentale, in cui il
giusnaturalismo si inscrive, non auctoritas, sed veritasfacit legem. La verità
è il fondamento, il principio ispiratore della legge. Lo ius è dato dalla
natura delle cose; e la verità è il luogo in cui tale natura mostra il proprio
volto autentico. Il popolo greco porta alla luce, dopo i millenni del mito, un
senso inaudito della Verità: la Verità come sapere incontrovertibile che
mostra, manifesta (e pertanto è alétheia) un contenuto che non si lascia
smuovere, un contenuto che sta e appunto per questo è chiamato epistéme (
epi-stéme ). La Verità mostra l’ordine immutabile al quale lo Stato (e il
singolo) deve adeguarsi. Lo Stato si adegua alle leggi che si fondano sulla
Verità che il sapere filosofico ha portato alla luce e alla quale si commisura
la stessa rivelazione cristiana. Anche nell’Europa medioevale e moderna lo
Stato (e l’individuo) è misurato dalla sua adeguazione alla verità, in quanto
principio ispiratore della legge. Il valore della legge non è dato dalla pura
forza, ossia da un auctoritas che sia pura forza, ma dalla sua dipendenza dalla
verità. Ma dopo questa grande epoca della civiltà occidentale, dove verità e
legge formano una unità indissolubile, si fa innanzi con sempre maggior forza
il principio opposto, per la prima volta enunciato da Hobbes: non veritas, sed
auctoritas facit legem. È il principio del diritto positivo, che acquista il
proprio compiuto significato quando prenderà le distanze dal contesto in cui
viene formulato nella filosofìa di Hobbes - in una filosofia cioè dove,
nonostante tutto, resta ancora fermo il senso di fondo che il pensiero greco ha
conferito alla verità. La transizione dal giusnaturalismo al prevalere del
diritto positivo, ossia al positivismo giuridico, è un episodio emergente del
grandioso processo storico-critico, in cui la tradizione dell’Occidente viene
abbandonata dal pensiero, e pertanto dall’agire umano, e soprattutto e
fondamentalmente dal pensiero filosofico degli ultimi due secoli. Poiché il
diritto positivo non si fonda su alcuna Verità assoluta, ed è positivo perché
pone ciò che la volontà sociale dominante (del sovrano, dell’eletto rato, di
una oligarchia economico- politica) vuole di volta in volta come legge, il
processo giudiziario che si sviluppa alfinterno di questa forma di legge è
compatibile con qualsiasi tipo di contenuto giuridico, di natura democratica o
no. D’altra parte, la transizione al positivismo giuridico è analoga a quella
che conduce dalle varie forme di totalitarismo alla democrazia del nostro
tempo, che definisce sé stessa come semplice procedura, che di per sé non propone
o impone alcuna Verità assoluta ai cittadini ed è pertanto compatibile con
qualsiasi contenuto sollevato al rango di legge dalla maggioranza
dell’elettorato. Ora diventa radicalmente fondata - e inevitabile, all’interno
della storia dell’Occidente - l’affermazione che non veritas, sed auctoritas
facit legem. Il fenomeno, grandioso, di cui la transizione al positivismo
giuridico e alla democrazia sono aspetti particolari - e molti altri potrebbero
essere menzionati - conduce al di là delle forme essenziali della tradizione
occidentale. È il fenomeno che Nietzsche ha chiamato morte di Dio - sì che il
passaggio dal giusnaturalismo al positivismo giuridico è la morte di Dio in
ambito giuridico -, è la morte della forma assunta da Dio nella dimensione del
diritto. Diciamo che quel fenomeno è grandioso, non solo per le sue
proporzioni, cioè per il suo aver investito ogni aspetto del pensiero e
dell’agire tradizionali, ma anche perché si presenta secondo una inevitabilità
(cfr. sezione prima, cap. V), per la quale tale fenomeno non è semplicemente un
cambiamento di opinioni da parte della società e dei suoi membri. Solo
cogliendo il senso di questa inevitabilità si può comprendere che oggi l’uomo
non può più cercare la propria salvezza volgendosi verso la grande tradizione
dell’Occidente - e dunque verso il modo in cui all’interno di essa viene
realizzato e praticato il diritto. Certo, l’inevitabilità di cui stiamo
parlando è l’inevitabilità del tragico; ma non le si possono voltare le spalle
per il semplice fatto che non va incontro a certe nostre aspirazioni.
L’espressione dietrologia è screditata. Ma può essere un sinonimo del concetto
scientifico d’ipotesi: l’ipotesi esplora ciò che sta al di sotto di quanto si
manifesta comunemente o immediatamente. Al di là del senso screditato della
dietrologia, l’ipotesi scientifica ha cioè un carattere essenzialmente
dietrologico. Nemmeno quel tipo di disciplina scientifica che è il diritto può
evitare di formulare ipotesi, ossia di andare al di là di ciò che comunemente appare
e che viene chiamato il fatto. Gli estimatori del fatto - anche tra i non
giuristi - collocano spesso l’attività giuridica in un ambito improprio; cioè
la considerano come la dimensione all’interno della quale il fatto riceverebbe
uno dei più validi e autentici riconoscimenti della sua importanza e del suo
carattere decisivo. Tuttavia è nota la tesi di Popper, per la quale la
struttura del processo giudiziario è il modello dell’attività scientifica.
Certo, egli non fa che trarre un corollario dalla tesi di Nietzsche, che non
esistono fatti, ma solo interpretazioni. Ma tale corollario significa che alla
base della scienza non esistono fatti, ma interpretazioni, e che tale
circostanza rispecchia la struttura del processo giudiziario, sì che
quest’ultimo - lungi dal presentarsi come il luogo in cui i fatti sono posti al
di sopra di tutto, come fondamenti indiscutibili - è inteso invece come il
luogo che si fonda su interpretazioni rivedibili e falsificabili. Gli
estimatori dei fatti, che vedono nell’attività giuridica la più autentica
valorizzazione dell ’infallibilità dei fatti, non si rendono conto che la
scienza riconosce ormai senza complessi la propria fallibilità e che quando
intende chiarirne il senso si riferisce proprio e precisamente all’analogia che
sussiste tra procedura scientifica e procedura giudiziaria. L’analogia può
essere così espressa: il sistema delle leggi scientifiche viene commisurato a
un insieme di elementi che non sono fatti, ma interpretazioni di fatti; cioè
risultati di decisioni che un gruppo qualificato di individui stabilisce di
assumere come base (o come fatti) del sapere scientifico, in modo analogo alla
commisurazione per la quale nel processo giuridico il sistema delle leggi viene
applicato non a fatti incontrovertibilmente accertati veri, ma alla decisione
di un gruppo qualificato di assumere un insieme di eventi come qualcosa di
effettivamente accaduto. Il veramente accaduto è inesistente. Esiste veramente
la decisione di assumere qualcosa come il veramente accaduto. Anche per questo
motivo la storia di un popolo non può essere ricostruita in sede giudiziaria,
appurando i fatti. Comunque, anche questa crisi della verità del fatto
appartiene al processo, a cui prima ci si è rivolti, che conduce al tramonto
inevitabile della tradizione e della tradizione giuridico-politica
dell’Occidente, la tradizione dove il giudice è colui che mostra con autorità
la Verità - giudice essendo parola composta da ius e dalla forma congetturale
dix, riconducibile alla radice indoeuropea deic, che indica appunto il
mostrare; sì che l’autorità del giudice gli deriva dal suo rapporto con la
verità. È aH’interno della transizione inevitabile di cui stiamo parlando -
cioè dalla vita alla morte della Verità e di Dio - che assume un significato
particolarmente rilevante anche il tema della corruzione della società italiana
e del conseguente conflitto tra magistratura e potere politico. In base a una
logica diversa da quella che intende appurare i fatti, cioè in base alla logica
dell’interpretazione, è possibile affermare che nella seconda metà del xx
secolo è stata combattuta una lotta mortale tra capitalismo e socialismo reale,
una lotta senza esclusione di colpi. Una situazione, questa, che, ovviamente,
ha costretto ognuno dei due antagonisti a tenere nascosto all’altro
l’organizzazione delle proprie forme di offesa e di difesa. Anche le società
democratiche, dunque, sono state costrette, per evitare il suicidio, ad
adottare questa strategia. Le democrazie parlamentari sono state cioè costrette
ad agire in modo non democratico, giacché democrazia e trasparenza (e dunque
quella trasparenza che avrebbe messo la democrazia nelle mani dell’avversario)
sono inseparabili. La trasparenza democratica è il carattere pubblico delle
decisioni essenziali di una società; e la democrazia, per sopravvivere, non
poteva rendere trasparenti i propri piani di difesa e di offesa contro il
socialismo reale. Ma questo clima di non trasparenza, di occultamento e di
privatizzazione delle decisioni essenziali delle società democratiche era il
terreno in cui non poteva non attecchire la corruzione. L’illegalità di alto
profilo politico, cioè la necessità che per sopravvivere la democrazia agisse
in modo non democratico, ha prodotto l’illegalità di basso profilo, cioè la
corruzione per ottenere vantaggi privati, che ha accompagnato gli anni della
guerra fredda (che si è prolungata sino ai nostri giorni e anche in futuro
alimenterà il conflitto tra politica e magistratura) soprattutto in Paesi come
l’Italia, più esposti al pericolo comunista sia per la loro posizione
geografica sia per la consistenza dei movimenti politici che in tali Paesi
erano guidati dall’Unione Sovietica. La fine di quel gigantesco fenomeno che è
stato il socialismo reale - una fine che a sua volta appartiene al tramonto
della tradizione occidentale - non ha lasciato il vuoto: sul terreno ha
lasciato un gigantesco cadavere, con il quale ancora a lungo si dovranno fare i
conti. Lo dicevo già, più di una quindicina d’anni fa, ben prima cioè che
esplodessero i disordini nelle ex repubbliche dell’Urss. (Infinitamente più
complessi di quelli, pur consistenti, che si devono fare quando un capofamiglia
autoritario se ne va all’altro mondo.) Durante e dopo la guerra fredda c’è
stato qualcuno che, pur di combattere il comuniSmo, ha agito illegalmente; e
qualcuno che invece, pur di trarre vantaggio personale da azioni illegali, ha
combattuto il comuniSmo. È stata cioè di alto profilo politico l’illegalità che
la democrazia è stata costretta a praticare per combattere il comuniSmo e per
la quale la democrazia si è avvantaggiata, ad esempio, dell’aiuto di forze
illegali ma sicuramente anticomuniste. (Molto più sicuro, dal punto di vista
anticomunista, il sistema mafioso che non i partiti della sinistra italiana.)
Anche la corruzione italiana (ma il discorso può essere esteso ad altri Paesi
dell’Occidente democratico) è dunque una conseguenza della morte inevitabile
della verità, del diritto naturale, di Dio. Da un lato il sistema democratico,
per sopravvivere, si è posto consapevolmente in contraddizione con sé stesso;
dall’altro lato, ha sopportato l’immoralità privata come tributo da pagare alla
sicurezza dello Stato democratico. Ed entrambi questi due lati si costituiscono
perché, a differenza degli Stati totalitari, o etici, del fascismo, del
nazionalsocialismo, del socialismo reale (che sono una versione secolarizzata e
distorta del divino), la democrazia non crede più nell’esistenza di una Verità
che regoli la vita sociale e individuale e che non possa essere in alcun modo
violata. Come il giusnaturalismo sta al positivismo giuridico, così lo Stato
totalitario, persuaso di possedere la Verità e di dover adeguare a essa la
società, sta alla democrazia che si lascia la Verità alle spalle e si propone
come procedura di per sé indifferente alla verità o falsità dei contenuti. Lo
stato di cose che ho or ora indicato - e che a sua volta si presenta con i
tratti dell’inevitabilità - dà luogo a un dilemma.Da un lato il sistema
vincente è stato la democrazia, o, meglio, il capitalismo, in quanto unito alla
democrazia parlamentare. Esso ha vinto il nemico mortale. È una forza che non
può quindi rassegnarsi a essere sottoposta al controllo giuridico dei suoi atti
- cioè a un controllo che non può tener conto, in quanto giuridico, della
situazione storica eccezionale in cui il capitalismo democratico è venuto a
trovarsi. È presumibile che, se questo controllo fosse condotto fino in fondo,
il capitalismo italiano (e non solo) vedrebbe minacciata la propria
sopravvivenza. Quando, dopo la seconda guerra mondiale, il fascismo è caduto,
Togliatti ha evitato che la burocrazia fascista - che in quanto funzionale allo
Stato fascista aveva agito in condizioni di illegalità - fosse incriminata e
giuridicamente perseguita. E si trattava di incriminare chi aveva perso; non,
come invece è il caso della democrazia capitalistica, chi ha vinto lo scontro
mortale e ritiene un’ingiustizia essere punito per un’illegalità funzionale
alla vittoria. Come incriminare certi nodi cruciali dell’assetto capitalistico
vincente, operando con criteri giuridici che si fondano sul principio fiat
iustitia et pereat mundusì Ma, dall’altro lato, non può essere dimenticata la
situazione drammatica del giudice consapevole della propria funzione, perché a
sua volta egli è e si sente obbligato a procedere contro tutto ciò che gli
appare come illegale. Sembra che sino a che in Italia non si farà luce su
questo dilemma e non si prenderanno le decisioni richieste per operare una
chiara distinzione tra illegalità di alto profilo politico e illegalità di
basso profilo, si perderà anche di vista che lo scontro attuale tra politica e
magistratura è l’epifenomeno di una frattura ben più profonda - che tuttavia
non è qualcosa di statico, ma è in evoluzione, come ora proverò a precisare,
ossia si trova anch’esso su un piano inclinato che porta al tramonto tutto
quanto si muove lungo di esso. S. inizia queste riflessioni mostrando una
sequenza dove ciò che dapprima si pone come scopo, diventa in seguito mezzo e
strumento. Si era detto che nella tradizione occidentale (ma ormai ogni altra
sapienza appartiene alla preistoria dell’Occidente) il regno della legge,
fondato sulla Verità, è lo scopo della vita sociale e individuale. Ma la Verità
tramonta. Restano, tra l’altro, una politica e un diritto che sono entrambi
positivi. Ogni sapere e ogni azione ormai sono positivi - o è in quanto
positivi che essi guidano la storia del mondo che gli epigoni del sapere e
dell’agire tradizionale tentano ancora di adeguare alla verità. Ogni grande
forza oggi ancora in vita (sia essa una forza della tradizione o una forza che
alla tradizione ha ormai detto addio) ha questo tratto comune: di servirsi
della tecnica. Ognuna intende servirsi della tecnica, che è lo strumento più
potente oggi esistente. Anche la dimensione politica e la dimensione giuridica
intendono servirsi della tecnica. Ma la tecnica guidata dalla scienza moderna è
destinata a diventare, essa, lo scopo di tutte queste forze. Ciò significa che
tende a diventare obsoleta anche la conflittualità che contrappone le une alle
altre: dopo il socialismo reale, il capitalismo, la democrazia, il
cristianesimo, l’islam, il nazionalismo, le diverse forme di umanesimo laico, e
la stessa ideologia scientistico-tecnicistica (che non è più capace delle altre
forze di cogliere l’essenza autentica della tecnica). Ma intanto va richiamato
un principio di cui spesso ci si dimentica, e cioè che lo scopo di un’azione
determina e stabilisce il senso e la configurazione di essa; sì che essa
diventa qualcosa di diverso da ciò che essa era, se viene ad assumere uno scopo
diverso da quello che inizialmente la definiva e stabiliva. Un diritto, o una
democrazia, che si pongono come scopo della tecnica sono qualcosa di
essenzialmente diverso da un diritto, o da una democrazia, che hanno come scopo
la tecnica e che si costituiscono come mezzi per la realizzazione di tale
scopo. Una situazione conflittuale, come quella che sussiste tra le forze di
cui stiamo parlando, richiede che ognuna di esse miri non solo al potenziamento
crescente dello strumento - la tecnica - di cui si serve per imporre i propri
scopi su quelli antagonisti, ma anche a non intralciare il funzionamento
ottimale di tale strumento. Altrimenti soccombe. Ma quando ha di mira i due
tratti che abbiamo indicato, essa è già sulla strada in cui, invece di assumere
come scopo i propri valori, ha assunto come scopo la potenza dello strumento
che dovrebbe realizzarli. Anche senza avvedersene, tende a uno scopo diverso.
Anche senza avvedersene, sta diventando qualcosa di diverso da ciò che essa
crede di essere. Andiamo verso un tempo in cui non saranno più la democrazia e
il diritto a servirsi della tecnica, ma sarà la tecnica, nella sua
configurazione autentica, a servirsi, se ciò varrà ad accrescere la sua
potenza, della democrazia e del dir itto. I due avversari che oggi si
combattono - dimensione politica e dimensione giuridica -, e la cui lotta dà
luogo al dilemma che sopra abbiamo considerato, sono pertanto destinati a
riconfigurare il loro conflitto in relazione alla circostanza che tale
conflitto tende a essere di retroguardia, cioè a non essere più una lotta tra
scopi, ma tra mezzi che hanno lo stesso scopo: il potenziamento crescente della
tecnica - di una tecnica che non è la tecnica che intesa in senso tecnicistico,
scientistico, riduttivistico, merita di essere soltanto un mezzo, ma la tecnica
riduttivistica che tende a dare sempre più ascolto alla voce essenziale del
pensiero che porta al tramonto la tradizione dell’Occidente. Mostrando la morte
di Dio e della verità tale pensiero mostra l’assenza di ogni limite all’agire
dell’uomo e soprattutto a quella forma suprema dell’agire in cui consiste
l’apparato scientifico- tecnologico: la forma di volontà di potenza a cui va
già sottomettendosi ogni altra forma di volontà di potenza apparsa lungo la
storia della terra. (Dopo di che sarà la volontà di potenza a dover dar conto
di sé - giacché le considerazioni che ho sviluppato non intendono certo
sostenere che la tecnica abbia l’ultima parola.) Tecnica e pluralità delle
tecniche 1 La gente si accorge che le leggi difendono spesso gli interessi dei
più forti. Leggi cattive, dunque - anche se vogliono sembrare giuste. Però la
gente crede ancora che ne sono fatte e se ne potrebbero fare di buone. Nelle
scienze giuridiche tradizionali, buone e giuste sono innanzitutto quelle che
rispecchiano la natura dell’uomo: leggi, appunto, del diritto naturale, per il
quale la natura dell’uomo rispecchia a sua volta l’Ordinamento vero e divino
del mondo, immutabile e inviolabile, portato alla luce dal pensiero filosofico
sin dall’inizio della nostra civiltà e poi interpretato dal cristianesimo. Da
uno-due secoli questa concezione giuridica è profondamente in crisi (sebbene
non sia ancora morta). Si pensa cioè che non esista alcun diritto naturale e
che ogni legge esprima un diritto positivo, posto, imposto dalla libera volontà
dell’uomo. Anche alla radice di questa crisi si trova la filosofia, quella che
mostra l’inevitabilità della morte di Dio e la conseguente morte di ogni natura
che, in qualsiasi campo, intenda rispecchiare l’Ordinamento vero e divino della
realtà. Anche il diritto (come la democrazia) diventa pertanto semplice
procedura in cui può essere immesso qualsiasi contenuto - quello delle
democrazie parlamentari, del capitalismo, del nazionalsocialismo, del
socialismo reale, del cristianesimo, della grande e piccola criminalità. (La
procedura correttamente praticata può anche sopprimere sé stessa.) Che una
forza si imponga sulle altre non dipende dalla sua verità, ma, appunto, dalla
sua forza. Con Natalino Irti, eminente giurista di grande e rara apertura
filosofica, discuto da tempo questi problemi. Un nostro Dialogo su diritto e
tecnica è stato ad esempio pubblicato nel 2001 da Laterza. Irti ha pubblicato
in seguito il volume Nichilismo giuridico (Laterza), sul quale tra i temi
centrali figura una consistente ripresa della discussione avviatasi tra noi
due. Gli sono grato della grande attenzione e stima che anche in queste pagine
mostra nei miei riguardi - anche se mi sembrava di aver già risposto a quanto
egli mi obbietta. D’accordo con me, sostiene che il diritto, ridotto a
procedura, è una tecnica. Tuttavia sembra che per lui l’essenza tecnica del
diritto abbia già, di fatto, del tutto eliminato ogni diritto naturale e ogni
Ordinamento vero e divino. E invece la situazione è diversa: di fatto, il
passato sopravvive. Anche se è una foglia secca attaccata al ramo il punto è
che può persino credere di stare alla guida del mondo - si pensi alle foghe
secche che hanno determinato la vittoria di Bush alle elezioni americane. Per
questo, da parte mia, si parla di una tendenza che, certo inevitabilmente,
conduce dalla tradizione alla sua distruzione - e pertanto conduce alla civiltà
della tecnica -, ma che ancora deve fare i conti con la sopravvivenza di fatto
del passato. Per Irti, invece, il diritto è già tecnica e sono già tecnica
almeno il capitalismo e le discipline fisiche e naturali. Non allunga l’elenco
perché, credo, vede che, ad esempio, delle religioni, di certe forme dell’arte
e della cultura, del comuniSmo, del nazionalismo, di larghi strati del
comportamento umano non si può ancora dire che siano già tecnica. Nemmeno del
capitalismo lo si può dire, che, proprio perché intende servirsi anch’esso, in
quanto si serve, della tecnica, ne differisce. Non sono già tecnica: stanno
diventandolo. Le forze del passato, che intendono servirsi della tecnica come
mezzo, sono infatti sempre più costrette ad assumere come scopo non più i
valori che esse perseguono, ma l’efficacia del mezzo di cui si servono per
realizzarli, la quale è pertanto destinata a diventare il loro scopo. Ma Irti,
ritenendo che tutto sia ormai tecnica, mi dice che la tecnica si scompone nella
pluralità delle tecniche, in modo che la tecnica a cui io penserei si
svuoterebbe di ogni contenuto. Egli non tiene ancora presente che quando dico
che la tecnica non mira a uno scopo specifico e escludente, ma all’incremento
indefinito della potenza, intendo che la tecnica (a differenza delle forze che
mirano a servirsi di essa) tende a far sì che gli scopi da essa realizzati non
impediscano la realizzazione di altri scopi che aumentano la potenza
disponibile. Ad esempio tende a far sì che la produzione di farmaci che
arricchiscono certe industrie non impedisca la produzione di farmaci non remunerativi
ma indispensabili alla sopravvivenza di intere popolazioni; o che le istanze
ecologiche siano soddisfatte evitando la catastrofe economica; o che le
condizioni della libertà e quelle dell’eguaglianza non si limitino a vicenda.
Irti vede solo lo scontro (il cui esito sarebbe imprevedibile) tra le forze che
ormai sono già tecniche e mi obbietta che la tecnica non se ne sta al di fuori
e di contro alle tecniche specifiche, come astratta capacità di produzione. Io
gli rispondo che non ho mai pensato a una tecnica siffatta e che lo scontro
fondamentale è tra le forme meno potenti della tecnica e la tecnica moderna,
cioè tra le forze del passato - fra cui il diritto naturale - che ancora
tentano di trattenere i loro apparati tecnici al rango di mezzi (illudendosi di
dominarli), e l’inarrestabile tendenza di questi apparati a farsi strada e a
diventare essi gli scopi di quelle forze detronizzandole. La tecnica moderna è
il nostro destino perché è la forza oggi più potente, ed è la più potente
perché avverte sempre più la voce della filosofia. Tale voce dice che davanti
alla tecnica non esiste più alcun limite, alcuna natura da rispettare. Con ciò
non si intende negare la presenza di qualsiasi forma di limite. Infatti, la
tecnica si dà limiti che, pur non essendo espressione del diritto naturale,
sono espressione del diritto positivo. E se in un primo tempo anche il diritto
positivo può illudersi di assumere come mezzo la tecnica, nell’età della
dominazione del senso autentico della tecnica nemmeno il diritto positivo può
essere lo scopo che si serve della tecnica come mezzo, limitandone pertanto la
potenza. Anche il diritto positivo è cioè destinato a diventare un mezzo che
rende possibile il maggior incremento possibile della potenza tecnica. Il
diritto positivo, peraltro, sa di non essere una verità necessaria,
incontrovertibile; e quindi ancor meno della Verità della tradizione può avere
la pretesa di porsi come scopo del potenziamento dell’apparato scientifico-
tecnologico. In latino uccidere si dice anche mactare. Noi diciamo mattanza. In
spagnolo uccidere si dice appunto matar. Ma la parola latina mactus significa
ingrandito, rafforzato, innalzato, glorificato. Ha la stessa radice di magnus
(grande): la radice indoeuropea magh, che è presente anche nel greco mechané
(strumento). Una sorta di etimologia popolare latina sente in mactus qualcosa
come magis auctus, cioè reso ancora più grande e più ricco. Su mactus si forma
il verbo mactare, che significa appunto ingrandire, aumentare, glorificare,
innalzare, e anche onorare, placare; ed è parola specifica del linguaggio dei
riti, soprattutto di quello del sacrificio. Mactare sposta allora la propria
mira dal dio, a cui si sacrifica ( mactare deus extis, rafforzare il dio con le
viscere delle vittime del sacrifìcio), allo strumento del sacrificio, cioè alla
vittima, e significa allora anche uccidere, ammazzare: accanto a mactare deum,
compare mactare victimam. In qualche modo il linguaggio nasconde la violenza di
cui parla; tenta di rovesciarla nel proprio opposto. Ma dai recessi dove il
linguaggio costruisce le apparenze da cui sono guidati i mortali si deve
risalire ben più indietro. Le trasformazioni del mondo gettano nel terrore i
mortali. Essi sono appunto coloro che vedono le trasformazioni, cioè la morte delle
forme. Fame e sazietà, freddo e caldo, dolore e piacere, tenebra e luce,
comparire e svanire nelle costellazioni celesti, allegria e angoscia, vita e
morte; e le metamorfosi dell’uomo in animale, insetto, pianta, roccia. Non
appena il mortale si afferra a qualcosa, fuori o dentro di sé, le cose gli
diventano altro da quello che sono. L’altro in cui si trasformano è
l’imprevisto, dunque l’angosciante. Ci si difende dall’angoscia evocando come
rimedio la forza più potente e rendendosela amica: la forza del dio. Agli occhi
del popolo greco questo processo incomincia a mostrarsi nella sua intensità
estrema: cose, eventi, stati incominciano a trasformarsi in quell’assolutamente
altro che è il nulla. Al culmine della storia dell’Occidente, con la morte del
vecchio Dio, si crede che la tecnica sia la forza più potente, cioè il dio, il
rimedio efficace contro l’angoscia del divenir altro. La storia della fede nel
divenir altro è la storia della Follia più profonda. Quella in cui si ha fede
che una cosa sia il proprio altro, ossia ciò che essa non è, e infine si ha
fede che le cose - gli essenti le cose che non sono un nulla - siano nulla.
Affinché Dio ci salvi, bisogna che abbia forza. Bisogna che l’uomo la
custodisca e l’accresca. All’inizio del rafforzamento umano del Dio domina il
sacrificio: l’uomo offre al Dio sé stesso e quanto possiede. Poi il Dio è
rafforzato vedendo in lui, con la filosofia, la forza che non si lascia
strappare da sé, ed è quindi immutabile, eterna, e custode di tutte le cose che
nella vicenda terrena son divenute cose morte. Anche in questo secondo caso - e
proprio con l’intento di salvarsi dall’angoscia del divenir altro - l’uomo cede
al Dio la propria eternità e immutabilità, il proprio essere.Un Dio che uccide,
dunque - sia come Dio religioso sia come quel Dio tecnologico - che permane al
di sopra del tempo degli individui, ma rifiutando l’eternità dal vecchio Dio.
Per sopravvivere, l’uomo si fa divorare da lui. Da quando Feuerbach mette in
tensione la sentenza di Moleschott: der Mensch ist, was er isst (l’uomo è ciò
che egli mangia) con Laffermazione che Gott ist was er isst (cioè che anche Dio
è ciò che egli mangia) il nesso tra ontologia e nutrimento - e tra nutrimento,
sacrificio e annientamento - non ha più nulla di implicito. (Cfr. in proposito
il saggio di Ines Testoni II Dio cannibale, Utet 2001, uno dei contributi più
importanti in questa direzione e che insieme si porta al di là dell’ontologia
da cui è dominata la storia dell’Occidente.) Il diventare Dio esprime in forma
positiva il diventare nulla dell’uomo. Tale divenire è infatti un sacrificarsi
al Dio. Hegel pensa che nella religione lo Spirito assoluto veda sé come Altro,
ceda sé stesso all’Altro - al Dio, appunto. Feuerbach traduce questa tesi
hegeliana pensando che è l’Uomo a cedere sé stesso al Dio. In entrambi i casi
il Dio consuma l’essere dello Spirito assoluto e dell’Uomo. E anche Hegel e
Feuerbach fondano l’alienazione dello Spirito e dell’Uomo sulla fede nel
divenir altro. Tuttavia, in gran parte delle immagini del divino lo svuotamento
dell’uomo che si aliena in Dio rispecchia lo svuotamento del Dio che crea e
salva l’uomo e il mondo. Nonostante ogni intenzione contraria anche il Dio è un
divenir altro. Lo svuotamento del Dio per la salvezza dell’uomo, che sta al centro
del messaggio cristiano, sta al centro dei miti precristiani: la morte del Dio
è creatrice del mondo. Il sacrificio del mactare victimam è preceduto dal
sacrificio dove la vittima è il Dio (Prajapati, Dioniso, Cristo) che deve
morire per creare o salvare il mondo. E ancor prima, all’inizio del tempo
umano, c’è la lotta tra il Dio e l’uomo, dove il Dio è il Tremendum la cui
inflessibilità non lascia vivere l’uomo, cioè lo uccide e dove l’uomo, per
vivere, deve farsi largo e abbattere la divina barriera inflessibile, ossia
deve uccidere il Dio - giacché abbattendo la barriera e facendo sempre più
arretrare il confine dell’imbattibile (e collocando Dio nell’al di là e infine
negandone l’esistenza) l’uomo uccide il Dio originariamente omicida (Cfr., ad esempio,
E.S., L’intima mano, Adelphi). Particolarmente interessanti i rilievi critici
rivolti a L’anello del ritorno da Vincenzo Vitiello e Francesco Totaro. Qui
rispondo brevemente solo ad alcune delle obbiezioni sollevate (Cfr. gli atti
del convegno su Nietzsche tenutosi nel 2004 all’università di Macerata).
Riprendendo un problema già sollevato in quel libro, Vitiello osserva che la
volontà, che nella dottrina dell’eterno ritorno dell’uguale rivuole il già
voluto, non vuole al modo del precedente volere, e quindi ciò che ritorna non è
l’uguale, ma un che di diverso. L’interpretazione dell’eterno ritorno data in
quel libro non riuscirebbe quindi a mostrare l’inevitabilità di tale dottrina.
Ne L’anello del ritorno si rispondeva anticipatamente a questa obbiezione
dicendo che il ritorno dell’uguale non può essere il ritorno dell’assolutamente
identico, appunto perché un qualcosa differisce dal ritorno di tale qualcosa.
D’altra parte, Nietzsche fonda la necessità che tutto ritorni; e Vitiello non
prende posizione rispetto a questa fondazione, ma si limita a indicare
l’assurdo che scaturirebbe qualora la si accettasse. Tuttavia, per Nietzsche
tale necessità sussiste nel senso che è necessario che ciò che nell’eterno
ritorno ritorna assolutamente identico sia la totalità del contenuto voluto (la
totalità che dunque è finita), ma non la forma del contenuto, cioè il ritornare
di esso, il suo ripetersi. (Pertanto è necessario che tale forma, ossia
Inattività del volere cresca all’infinito. E poiché nemmeno ogni nuova ripetizione
può costituirsi come un così fu, cioè come un passato immutabile e indipendente
dalla volontà, è necessario che ogni nuova ripetizione sia essa stessa
eternamente ritornante e ripetuta, eternamente rivoluta: l’attività è eterna,
scrive Nietzsche. Il contenuto ritorna eternamente, assolutamente identico; la
forma cresce all’infinito e ogni sua nuova configurazione incomincia a
ritornare, aH’infinito, e in questo senso eternamente essa stessa.) La critica
di fondo sviluppata da Totaro nel suo confronto con L’anello del ritorno
riguarda la tesi, fondamentale anche in questo libro, che anche per Nietzsche
l’esistenza del divenire - inteso come venire dal non essere e ritornarvi, da
parte degli enti - è l’evidenza suprema, la suprema verità. Nella sua forma più
generale questa tesi dice che, nel proprio sottosuolo essenziale, il pensiero
filosofico degli ultimi due secoli (e Nietzsche è tra i pochi abitatori di tale
sottosuolo) non intende essere un semplice scetticismo, relativismo,
prospettivismo, ma intende essere anch’esso verità assolutamente
incontrovertibile, ossia intende anch’esso come verità assolutamente
incontrovertibile ciò che per l’intera cultura e anzi per l’intera civiltà
dell’Occidente è la verità assolutamente e originariamente incontrovertibile:
l’esistenza, appunto, del divenire, inteso nel modo indicato (e una qualsiasi
forma di sapere che non intenda essere una verità assolutamente
incontrovertibile è una forma di scetticismo). Anche per Nietzsche la
rappresentazione del divenire è indubitabile. Totaro invece lo nega, sostenendo
che anche per Nietzsche ogni rappresentazione, quindi anche la rappresentazione
del divenire, è la posizione di un permanente cioè una inevitabile fissazione
del divenire, una negazione di esso, un andare controcorrente rispetto al
flusso del divenire. Sennonché - rispondo -, se per Nietzsche tutte le
rappresentazioni metafisico-teologico- morali hanno questo carattere, non tutte
le rappresentazioni lo hanno: per lo meno non l’ha quella rappresentazione che
è la teoria delle rappresentazioni di quel primo tipo, giacché se qualsiasi
conoscere avesse quel carattere, questa teoria non potrebbe nemmeno
rappresentarsi il divenire come tale, cioè come quel flusso che viene fissato,
negato da quel primo tipo di rappresentazioni controcorrente. È indubbio che in
quella teoria il divenire è e appare come divenire, ossia è identico a sé e
quindi permanente; ma se questa identità e permanenza non ci fossero, non ci
sarebbe nemmeno divenire e, questa volta sì, il divenire sarebbe negato e
fissato nel suo non esser divenire. Come ho già detto altre volte, a partire da
L’anello del ritorno, il Nietzsche che si mostra nella interpretazione offerta
da questo libro ha la straordinaria potenza (insieme a pochi altri abitatori
del sottosuolo essenziale del pensiero filosofico degli ultimi due secoli) di
mostrare fimpossibilità del Senso dell’essere che guida la tradizione
metafisico-morale dell’Occidente. Ammesso e non concesso che questa
interpretazione di Nietzsche sia insostenibile perché violerebbe le proprie
regole, bisognerebbe dire che allora (modestia invita, ma inevitabilmente,
quella straordinaria potenza compete al Nietzsche arbitrario che appare ne
L’anello del ritorno. Ho detto anche altre volte che il mio discorso filosofico
dà anche una o due mani affinché il pensiero del nostro tempo mostri tutta la
potenza che gli compete - lasciandolo poi al suo destino, che è quello di
essere la forma più coerente della follia estrema del divenir altro. Le altre
interpretazioni di Nietzsche (e dei pochi che stanno al suo passo) non mostrano
questa coerenza e potenza. Restando ad esempio nell’ambito del convegno a cui
ci stiamo riferendo, un altro mio critico, Umberto Regina, scrive che per
Nietzsche Dio è impensabile perché non consente all’uomo di poter “sperare” di
far suo tutto il mondo. Ma - osservo - questo discorso non intimorisce Dio,
che, rimanendo al suo posto, può rispondere invitando l’uomo a fare a meno di
queste sue speranze, come appunto incomincia ad accadere col Dio veterotestamentario,
che a W’erimus sicut dii - in cui si esprime la speranza del primo uomo di far
tutto suo il mondo -, risponde deludendolo, cioè cacciandolo dal paradiso
terrestre. Un Nietzsche che si fonda su tale speranza - o sulle varie forme di
prospettivismo - per far morire Dio è ben debole. Il Nietzsche de L’anello del
ritorno ha invece la potenza di farlo morire per davvero. (Per mostrare, poi,
che la filosofìa di Nietzsche non ha nulla a che vedere con le critiche ingenue
che vengono rivolte al principio di non contraddizione, ma, come in Hegel, è
una critica del modo inadeguato di intendere tale principio, è sufficiente
pensare l’espressione l’eterno ritorno dell’uguale - die ewige Wiederkunft des
Gleichen. Come prima si è richiamato, ritorna eternamente l’ identico contenuto
- ritorna ogni cosa... e tutte nella stessa sequenza e successione, scrive
Nietzsche nella Gaia scienza - e una cosa può essere identica, la stessa, solo
in quanto non è le altre cose, ossia non è contraddittoria: ritorna eternamente
l’incontraddittorietà di tutte le cose.) Si parla di governi tecnici e di
tecnocrazia. Ma il senso conferito oggi a questi termini è essenzialmente
diverso dalla più profonda dimensione tecnica sulla quale (ancora una volta)
inviterei a riflettere. I governi tecnici - ad esempio quello sperimentato in
Italia oppure, a livello europeo, il governo costituitosi con l’asse
Sarkozy-Merkel - sono soltanto epifenomeni di quella dimensione: così come
l’immoralità e l’indifferenza religiosa delle masse sono soltanto un
epifenomeno della morte di Dio a cui si rivolge il pensiero filosofico del
nostro tempo. Dal punto di vista etimologico, tecnocrazia significa,
certamente, il kratos (il potere) alla tecnica. Ma per lo più questo termine ha
il senso di un ottativo, di un’aspirazione o di una deprecazione: di un
esortare verso la realizzazione o di rifiutare o far rifiutare qualcosa che si
ritiene più o meno realizzabile, più o meno incombente. Si può andare più
indietro di Veblen o Spengler: si può arrivare agli inizi dell’Ottocento, a
Saint-Simon, il quale comincia a parlare di necessità, di doverosità, di
opportunità di dare il potere alla tecnica. Invece quella più profonda
dimensione tecnica a cui mi riferisco non è in alcun modo qualcosa a cui si
invita, un progetto, una ricetta, un’esortazione o un rifiuto, ma ha il
carattere di una descrizione, di una constatazione - che peraltro si trova su
di un piano ulteriore, e se si vuole astratto rispetto a quello su cui di
solito la riflessione fenomenologica si mantiene (un’affermazione, questa, che
sottintende quell’elogio dell’astratto che Hegel invita a condividere).
Nonostante abbia l’apparenza di un tema specialistico, il discorso sulla
tecnocrazia negli anni Trenta coinvolge qualcosa di profondamente essenziale,
che travalica i confini geografico-temporali indicati da quel discorso, fino a
presentare, addirittura, un carattere planetario e a costituire una svolta in
cui ne va delfintera tradizione dell’Occidente e dei suoi valori. Quel discorso
coinvolge la dimensione tecnica, di cui abbiamo incominciato a parlare: in essa
la tecnica appare come destinata al dominio del pianeta. La descrizione e
constatazione di cui prima si è detto è descrizione di una destinazione, cioè
di una necessità. Si tratta di capire in che senso queste affermazioni non
siano un’esagerazione arbitraria e incomprensibile, e in che senso la
tecnocrazia negli anni Trenta possa coinvolgere una destinazione di questa
portata. Natalino Irti ha parlato dell’importanza di Ugo Spirito in relazione
alla situazione italiana di quel tempo. Ma prima e alle spalle di Ugo Spirito
c’è la figura decisiva di Giovanni Gentile. Questo apprezzamento può stupire,
perché (a parte le riserve che si possono avanzare sul piano politico) non solo
si riferisce a una forma culturale che spesso vien guardata con sospetto - cioè
la filosofia -, ma anche perché si può dire che la filosofia contemporanea
ignori quasi completamente il pensiero di Gentile (e in generale la filosofia
italiana). Ignora, però, ciò che essa ha di più decisivo ed essenziale. Non
solo: può sembrare anche molto strano che, a proposito di tecnica e
tecnocrazia, si parli di Giovanni Gentile, visto che in Italia il pensiero di
Gentile (ma anche quello di Croce) è stato considerato radicalmente avverso
alla scienza e alla tecnica e quindi estraneo al nuovo clima culturale
postbellico. Si tratta di capire perché questa prospettiva è completamente
fuori strada. Si incominci a rilevare che, sebbene ignorato, il pensiero di
Gentile afferma ciò che nel nostro tempo è affermato, si può dire, ovunque (sia
pure con tonalità e reazioni diverse): che non esiste alcuna realtà immutabile
e alcuna verità definitiva al di là del mondo umano. Solo che, quasi sempre,
questa affermazione non è altro che un dogma, un presupposto che vien dato per
scontato, un’intuizione, un impulso, una fede, qualcosa che sta diventando
senso comune; laddove il pensiero gentiliano (insieme a pochissime altre
posizioni filosofiche) è la fondazione rigorosa di tale affermazione. Rigorosa,
nel senso che è la più coerente al fondamento che è comune all 'intero pensiero
dell’Occidente (quindi non solo alle prospettive della tradizione filosofica,
artistica, religiosa che invece affermano l’esistenza di una Realtà immutabile
e divina, ma anche alla prospettiva tecnico-scientifica). Tale fondamento è la
convinzione che il divenire del mondo, il trascorrere delle cose dal non essere
all’essere e daccapo al non essere, sia l’evidenza più indiscutibile e
originaria. Gentile mostra che tale evidenza implica il divenire del Tutto. A
questo punto, ciò che passa inosservato - per chi non sa scendere nel
sottosuolo abitato dal pensiero di Gentile - è che la negazione fondata di ogni
Immutabile è la negazione di ogni Limite assoluto e inviolabile che si innalzi
di fronte all’azione dell’uomo e quindi a quella forma dell’agire umano, che
oggi è la più potente, nella quale consiste l’agire della tecnica. Ciò
significa che, di per sé, la tecnica non può sviluppare tutta la potenza di cui
è capace, ma può svilupparla solo alla condizione che sappia ascoltare e capire
la potenza concettuale di quel sottosuolo. È questo sottosuolo filosofico a
dare potenza reale alla volontà di potenza della scienza e della tecnica.
Appunto per questo vado ripetendo che solo apparentemente Gentile è stato
fascista e che se c’è una forma di filosofia radicalmente opposta al fascismo
essa è proprio la filosofia di Gentile. Il fascismo infatti, come ogni regime
politico totalitario è uno degli Immutabili di cui il pensiero gentiliano ha
mostrato l’essenziale impossibilità. L’impossibile è un sogno che per qualche
tempo riesce a prevalere sulla veglia, ma dal quale è inevitabile che prima o
poi ci si risvegli. Della fondazione gentiliana di questa impossibilità si può
dare qui solo qualche cenno, formulandola in modo che possa venire alla luce la
configurazione che è comune a tale fondazione e a quella operata dai pochi
altri abitatori del sottosuolo filosofico del nostro tempo (quali Nietzsche e
Leopardi). Gentile mostra che se esistesse una realtà immutabile - che quindi
sarebbe una realtà esistente in sé stessa, al di fuori e al di là della nostra
esperienza, cioè del nostro pensiero, indipendente da essa (e questo è il volto
che il divino ha mostrato lungo la storia dell’uomo) -, il divenire delle cose,
il loro uscire dal nulla e ritornarvi, non avrebbe quella serietà che invece
gli compete per il suo essere l’evidenza originaria e suprema. Innanzitutto, se
esistesse un Dio in cui ogni cosa è già contenuta prima ancora di essere prodotta
o creata, allora l’uscire dal nulla e il ritornarvi, da parte delle cose del
mondo, sarebbe una semplice apparenza, non avrebbe serietà. Ma l’uscire dal
nulla e il ritornarvi è l’evidenza e verità fondamentale (è, questa, la suprema
certezza dell’Occidente, quindi anche di Gentile). Dunque non può esistere
alcuna realtà e quindi alcuna verità immutabile e divina, esistente al di là
dell’esperienza umana. Si può riproporre così questo tratto decisivo della
coscienza contemporanea: sulla base della convinzione originaria che, evocata
dal pensiero filosofico, sta al fondamento non solo delle forme religiose,
della scienza moderna e di tutta la cultura occidentale, ma anche delle stesse
opere e istituzioni dell’Occidente, sulla base dunque della convinzione che le
cose del mondo umano oscillano tra l’essere e il nulla, è impossibile che
esista qualcosa di assoluto, immutabile, divino, perché esso, precontenendo
tutte le cose, avrebbe già riempito tutti gli spazi vuoti che sono richiesti
dal divenire, ossia avrebbe già riempito quel non essere che (come gli antichi
atomisti avevano compreso) è necessario che competa alle cose quando ancora non
sono e quando non sono più. Un Dio immutabile (pieno, satollo, dice Nietzsche)
e quindi una verità assoluta in cui questo Dio sia eretto sono la Legge alla
quale sia il futuro sia il passato più lontani devono adeguarsi, sì che l’ormai
nulla e l’ancor nulla non possono più rimanere un nulla ma diventano degli
ascoltatori della Legge, cioè diventano qualche cosa di positivo, un essere.
Questo, sommariamente richiamato, il tratto decisivo della coscienza moderna.
Come già si è detto, esso è anche la distruzione di ogni Limite (Legge)
all’agire dell’uomo e quindi all’agire della tecnica. La legittima a
oltrepassare ogni limite. La legittima quindi - essendo essa l’agire che di
fatto è il più potente nel mondo contemporaneo - a subordinare al proprio scopo
gli scopi di tutte le forze (politiche, religiose, economiche, giuridiche ecc.)
che invece intendono servirsi della tecnica per realizzarli. Col compiersi di
tale subordinazione quelle forze cambiano volto, tramontano. Richiamiamo ora,
anche qui, e sommariamente, la giustificazione di queste affermazioni
(rinviando ai miei scritti per il suo senso concreto). Ci si rivolga innanzitutto
a un concetto che pur essendo ampiamente presente anche nelle discipline
scientifiche va però esplorato al di là delle prestazioni da esso offerte in
quei campi. Mi riferisco al concetto di mezzo e di scopo. Lo scopo di un’azione
determina il modo in cui essa si costituisce: ne determina il senso e
l’essenza. Se si decide di uscire di casa (o di fondare un impero), il
contenuto di questa decisione fa sì che si compiano certe azioni e non altre,
diverse cioè da quelle che si compirebbero se si decidesse di rimanere in casa.
Lo scopo determina la struttura dell’azione. Pertanto, se lo scopo di un’azione
cambia, l’azione cambia, è un’altra azione anche se in certi casi si può
credere che sia rimasta la stessa. La tecnica guidata dalla scienza moderna è
il mezzo di cui si servono o si sono servite tutte le forze dominanti
(capitalismo, democrazia, cristianesimo, islam, comuniSmo e altri regimi
totalitari ecc.). Intendono servirsi della tecnica per realizzare i loro scopi,
cioè per realizzare, ognuna prevalendo sugli scopi delle altre, un mondo
capitalistico, democratico, comunista, islamico, cristiano ecc. E la tecnica è
il loro mezzo: non esiste oggi uno strumento più potente della tecnica. Il
teorema sul quale va richiamata l’attenzione è che le forme di azione che
perseguono gli scopi rispetto ai quali la tecnica moderna è il mezzo
insostituibile, sono costrette ad assumere come scopo lo scopo che è proprio
della tecnica, mentre i loro scopi iniziali sono costretti a diventare mezzi
del loro nuovo scopo. Le forze che si servono della tecnica sono infatti tra
loro conflittuali. Il capitalismo è in conflitto con la democrazia (sia di tipo
classico sia procedurale), la democrazia procedurale con il cristianesimo, il
cristianesimo col capitalismo e col comuniSmo ecc. La democrazia intende porre
dei limiti alla volontà di profitto privato; questa volontà non vuol farsi
limitare dal principio democratico e innanzitutto cristiano del bene comune; il
cristianesimo e la Chiesa cattolica in particolare riconoscono al capitalismo
il suo essere un mezzo di produzione della ricchezza più efficace dell’economia
pianificata, e tuttavia gli ingiunge di assumere come scopo ultimo non il
profitto privato, ma, appunto, il bene comune. In tale conflitto ogni forza
mira quindi a che le forze antagoniste assumano come scopo uno scopo diverso da
quello che le definisce e per il quale esse sono ciò che sono, e cioè mira a
distruggerle. Quando la Chiesa dice al capitalismo di non assumere come scopo
ultimo l’incremento indefinito del profitto privato, che invece deve essere
soltanto un mezzo per realizzare il bene comune, essa sollecita il capitalismo
a non esser più capitalismo. (E questo va detto anche riconoscendo che la
Chiesa, spingendo oggettivamente il capitalismo al tramonto, non ha
l’intenzione di distruggerlo e intende differenziare il proprio all’agire
marxista-comunista, senza peraltro riuscirvi.) Nella conflittualità tra le
forze dominanti, il mezzo di cui tutte si servono per prevalere sulle altre è
oggi la tecnica: la tecnica, intesa in senso, per così dire, trascendentale,
cioè come sistema dei sottosistemi (giuridico, sanitario, militare,
burocratico, economico, scolastico ecc.) che coordinano razionalmente mezzi in
vista della produzione di scopi tra loro non conflittuali. Ma, dato il rapporto
conflittuale tra le forze dominanti, ognuna di esse, per prevalere sulle altre
e non soccombere, è costretta a rafforzare sempre di più il mezzo di cui essa
si serve, ossia la frazione dell’apparato scientifico-tecnologico da essa
gestito. Questa volontà di rafforzamento del mezzo è crescente perché è
continuamente alimentata dalla situazione conflittuale. Questa crescita toglie
spazio, dunque, allo scopo iniziale di ognuna di tali forze; lo scopo di ognuna
di esse viene cioè sempre più occupato dal potenziamento del mezzo. Fino a
essere completamente occupato, in modo che lo scopo iniziale resta subordinato
al nuovo e diventa un mezzo per la realizzazione del nuovo scopo. Ad esempio,
se lo scopo è un mondo capitalista, allora, per realizzarlo vincendo le
resistenze opposte dalle altre forze, è necessario che il capitalismo potenzi
le possibilità tecnologiche di cui esso dispone; ma incrementando questo
potenziamento è necessario che il capitalismo assuma come scopo non più soltanto
l’incremento del profitto, ma l’incremento del potenziamento del mezzo
tecno-scientifico. E come prima si diceva che quando la Chiesa esorta il
capitalismo ad assumere come scopo il bene comune essa distrugge il
capitalismo, così ora va detto che, quando l’area dello scopo del capitalismo a
un certo punto viene completamente invasa dal potenziamento (promosso dal
capitalismo stesso) dell’apparato della tecnica, la tecnica distrugge il
capitalismo - appunto perché, assumendo uno scopo diverso da quello da cui è
definito, il capitalismo non è più capitalismo (anche se si continua a chiamare
con questo nome ciò in cui esso si è trasformato). E non più capitalismo anche
quando l’area dello scopo capitalistico è anche solo parzialmente invasa.
Quanto si è detto del rapporto tra capitalismo e tecnica va ripetuto anche in
relazione a ogni altra forza oggi dominante. Le forze che non potenziano il
proprio mezzo tecno- scientifico soccombono; ma soccombono anche le forze che
prevalgono perché tale potenziamento l’hanno operato. Tuttavia il rovesciamento
del rapporto tra tecnica e forze che se ne servono per realizzare i loro scopi
dipende da una condizione decisiva. Sino a che gli scopi di queste forze sono
da esse vissuti come imposti da una Verità immutabile e assoluta, esse
eviteranno di alterarli e si opporranno al loro spodestamento da parte della
tecnica. Ognuna di esse si farà spezzare piuttosto che piegarsi e la forza
vincente della tecnica sarà giudicata illegittima, ingiusta, malvagia,
prevaricante, tirannica, disumana, dissennata - priva di verità, appunto. E
comunque, anche se non giungeranno a farsi spezzare, quelle forze renderanno il
più possibile difficile il prevalere della tecnica e le imporranno, come Limiti
che essa non deve oltrepassare, i valori della Verità in cui esse credono.
(Limiti che non sono soltanto etico-religiosi, ma anche di carattere diverso,
come quello economico. Ad esempio il capitalismo, oltre a porre come Verità
assoluta e come Limiti inviolabili la proprietà privata e la libertà di intrapresa,
proibisce alla tecnica di produrre beni che non possono essere venduti, o la
cui vendita non produce un profitto ritenuto conveniente, anche se sono
indispensabili alla sopravvivenza degli insolventi - e tale proibizione è
inevitabile se il capitalismo vuol sopravvivere.) Ma oggi la fiducia
nell’esistenza della Verità va tramontando. Questo è il clima che, procedendo
dall’Occidente, sta diventando planetario - destinato com’è a travolgere
fenomeni di crescente presenza del cristianesimo nei continenti extraeuropei.
(Nell’Unione Sovietica i sacrifici richiesti ai cittadini potevano essere
sopportati quando era più diffusa la convinzione che il marxismo fosse una
Verità assoluta e che quindi la produzione tecnico-economica della ricchezza
dovesse innanzitutto servire alla promozione e difesa di tale Verità e non alla
riduzione di quei sacrifici. Ma, quando questa convinzione è venuta meno, è
venuta meno, oltre alla disponibilità dei cittadini al sacrificio richiesto per
realizzare la società giusta e senza classi, anche la disponibilità
dell’apparato tecno-scientifico a essere il mezzo per tale realizzazione.) Ora,
il fuoco sotto la cenere del progressivo allontanamento delle masse dalla
Verità, divina o terrena, è il sottosuolo filosofico del nostro tempo (il
sottosuolo abitato da pensieri decisivi come quelli di Gentile o di Nietzsche),
dove - si è richiamato - si mostra Yimpossibilità di ogni Immutabile, quindi di
ogni Verità immutabile, di ogni inviolabile Limite all’agire delfuomo e
pertanto all’agire tecnico. E tale impossibilità è l’impossibilità che gli
scopi delle forze ancora convinte di potersi servire della tecnica siano
l’adeguazione dell’agire alla Verità immutabile, che ora (ma ancora, per lo
più, sotto la cenere) si palesa come un sogno. La coscienza che l’Apparato
scientifico-tecnologico ha ancora di sé stesso è ancora cenere, la cenere che
copre il fuoco del sottosuolo, e quindi tende a essere ancora una fede nell
’inesistenza degli Immutabili e nella morte di Dio; ma, nella misura in cui
quel fuoco si libera dalla cenere di tale fede, in questa misura la
subordinazione della tradizione dell’Occidente (e del pianeta) alla tecnica è
inevitabile. Si può richiamare un ulteriore aspetto del rovesciamento per il
quale il potenziamento della tecnica diventa lo scopo delle forze che intendono
servirsi di essa. Riguarda il rapporto tra capitalismo e tecnica - il
capitalismo essendo ancora, nonostante la sua crisi profonda, la più potente
delle forze che dominano il mondo, visto che è da essa che viene organizzata la
produzione dei beni di consumo e della ricchezza. A un aspetto soltanto di tale
rapporto qui si farà cenno. Non può esistere capitalismo senza perpetuazione
della scarsità delle merci prodotte. Un bene di consumo totalmente disponibile
non è merce, non è vendibile, nessuno è interessato a produrlo o ad
acquistarlo. E il capitalismo, essenzialmente legato alla perpetuazione della
scarsità, si serve della tecnica per produrre merce. D’altra parte la tecnica,
proprio in quanto mezzo, ha un proprio scopo fondamentale e supremo: l’aumento
indefinito della capacità di realizzare scopi. Questo scopo non è escludente -
a differenza degli scopi delle forze che si servono della tecnica. Non è
escludente anche perché esso è un mezzo capace di realizzare gli scopi tra loro
conflittuali perseguiti da tali forze. (Lo scopo del capitalismo è invece un
mondo capitalistico e non comunista, e viceversa; lo scopo del cristianesimo è
un mondo cristiano e non ateo ecc.) Ora, se per sopravvivere il capitalismo
deve perpetuare la scarsità delle merci e si serve della tecnica - la quale ha
peraltro come scopo fondamentale l’incremento indefinito della potenza, ossia
della capacità di realizzare scopi -, va ora rilevato che l’incremento
indefinito della potenza implica Veliminazione progressiva della scarsità. La
situazione è cioè quella di un padrone che si serve di un servo il cui scopo è
l’ehminazione del padrone. Il capitalismo si serve di un servo (la tecnica) che
lavora per lo spodestamento del padrone. Nella dialettica di servo e padrone,
Hegel mostra appunto che la storia è fatta dai servi: per servire il padrone
essi devono acquistare competenze, sollevandosi quindi al di sopra di quelle
del padrone; elaborano tecniche e conoscenze scientifiche, gestiscono e quindi
si impadroniscono di quella potenza scientifico-tecnologica che finisce per
rovesciare, il rapporto feudale servo-padrone. Ma, anche qui, il servo può
rovesciare il padrone solo se non crede più che egli sia il portatore della
Verità - solo se la tecnica non crede più che il capitalismo, quindi la
perpetuazione della scarsità delle merci, sia la vera e insuperabile condizione
umana. La contraddizione in cui consiste il rapporto fra forze che si servono
della tecnica e tecnica si acuisce e diventa estrema quando cioè viene in luce
che gli scopi delle forze che si servono della tecnica non hanno una Verità
assoluta. E a portare alla luce la morte della Verità e di Dio non può essere
la scienza o la tecnica (che quando tentano di farlo sono soltanto cattiva
filosofia) ma, si è visto, è il sottosuolo filosofico del nostro tempo. (Così
come, d’altra parte, non può essere una fede a rifiutare quella morte e il
principio che tutto ciò che si può fare sia lecito farlo.) Non ci si può dunque
limitare alfawertimento che la tecnica non ha limiti. Il sapere che dà questo
avvertimento è innegabile - è il sottosuolo di cui stiamo parlando -, solo in
quanto mostra che è sul fondamento di ciò in cui da ultimo credono sia gli
stessi difensori dei Limiti sia la tecnica stessa, è su tale fondamento che
viene affermata l’assenza di Limiti. Da ultimo sia la tecnica sia i difensori
dei Limiti all’agire dell’uomo credono, appunto, nell’esistenza dell’agire. Lo
si crede lungo l’intera storia dell’uomo. Si crede che le cose possono essere
smosse, controllate, prodotte, create e distrutte. Per la prima volta il
pensiero greco intende la creazione (produzione) come l’uscire dal non essere e
la distruzione come annientamento. Pensando per la prima volta l’essere e il
niente conferisce un senso ontologico al creare e al distruggere. In modo
sempre più diffuso lungo la storia dell’Occidente si crede che l’agire sia
creare e distruggere in senso ontologico. Se non credesse in questo senso della
creabilità e annientabilità delle cose, l’Occidente non esisterebbe: non
esisterebbe, in esso, azione (umana o divina o della natura), quindi non
esisterebbe nemmeno azione tecnico-scientifica. La scienza e la tecnica credono
nel senso ontologico dell’agire anche quando sono convinte di non aver nulla a
che vedere con l’essere e il niente. Nel suo senso più alto e autentico, la
tecnocrazia è l’ascolto, da parte della tecnica, della voce del sottosuolo
filosofico del nostro tempo - della voce che, sul fondamento della convinzione
che l’agire esiste secondo il senso ontologico evocato dall’Occidente, fa
sentire l’impossibilità dell’esistenza di un Limite assoluto all’agire così
inteso, che peraltro è la forma radicale dell’agire. Nella misura in cui la
tecnica dà ascolto a quella voce (e tale ascolto è un processo in corso, che
ancora fatica ad affermarsi), lo scopo della tecnica, ossia l’incremento
indefinito della potenza, è destinato al dominio del mondo, cioè a presentarsi
come lo scopo delle forze che ancora vogliono servirsi della tecnica, trattenendola
al ruolo di semplice mezzo. Poiché Gentile è uno dei pochi abitatori di quel
sottosuolo il tema della tecnocrazia negli anni Trenta non solo non ha
carattere specialistico, ma coinvolge, come si è già rilevato, il problema
centrale del nostro tempo: dove sta andando il mondo? Ma, ora, si aggiungeranno
soltanto alcune sottolineature e alcune precisazioni - rinviando al modo in cui
nei miei scritti si configura l’affermazione che il mondo sta andando verso la
dominazione della tecnica. (E comunque, si ripeta, non si tratta di consigliare
al mondo dove debba andare, ma di osservare dove è destinato ad andare. È
patetico voler dire ai popoli quello che devono fare: si tratta invece di
capire che cosa sono destinati a valere e a fare.) Nel suo significato più
profondo la tecnica non ha nulla a che vedere con la concezione
scientifico-tecnicistica della tecnica (e tanto meno con i governi tecnici di
cui oggi si parla). Mostrando l’inesistenza di ogni Limite inviolabile, il
sottosuolo filosofico del nostro tempo non solo legittima la volontà di potenza
della tecnica e il suo oltrepassamento di ogni limite, ma li rende possibili.
Se non si sa di avere in mano una spada invincibile non ce se ne serve e non si
vince. Di qui (anche di qui) il carattere radicalmente pratico del pensiero
filosofico, ossia di ciò che è il più astratto. L’ascolto della voce del
sottosuolo, da parte della tecnica, è un processo in atto che ancora è
ostacolato dalle voci della superficie. La voce autentica dice che il vero
tramonto degli Immutabili è dovuto alla necessità che la loro esistenza renda
impossibile quel nulla del futuro e del passato, quel senso ontologico del
divenire che ormai ovunque è considerato come l’evidenza suprema. La potenza
della tecnica è dovuta al carattere pratico del sottosuolo filosofico, non alla
praticità del sapere matematico (o fisico-matematico) che sta al cuore della
tecnica. Il che va detto anche se oggi questo secondo carattere è il fattore
per il quale la tecnica ha più potenza di altre forze. Tale maggior potenza è
però una situazione storica contingente, perché se accadesse nuovamente che
pregando si muovano le montagne e le si muovano più di quanto la tecno-scienza
riesca a muoverle, allora la tecnica non sarebbe più quella fisico-matematica ma
quella pregante, destinata dunque essa al dominio del mondo (e, certamente,
diversa da quella che si rivolge alfimmutabile Verità di un Dio). Se la
dimensione economica - la più potente delle forze che si servono della
tecno-scienza - domina ormai la politica e le strutture statuali (si pensi al
peso che grava su di esse in forza della globalizzazione capitalistica), ora è
la stessa economia che sta per essere oltrepassata dalla tecnica. Non nel senso
che non esisterà più economia, ma nel senso che, mentre per il capitalismo la
tecnica serve per incrementare il capitale, si sta andando verso un tempo in
cui il capitale servirà per incrementare la potenza tecnica. E l’uomo? Molte,
le voci che accusano la tecnica di essere disumanizzante. Ma che cos’è l’uomo nella
cultura occidentale, ormai planetaria? Al di sotto delle molteplici definizioni
dell’esser uomo agisce un tratto a esse comune - e decisivo -, per il quale
l’uomo è un centro di forze cosciente, capace di organizzare mezzi, in vista
della produzione di scopi. (Anche l’uomo mistico è e intende essere questo
centro. Il mistico è infatti il supertecnico: apre le braccia alla suprema e
infinita potenza di Dio e crede, lasciandosi invadere da essa, di poter essere
estremamente più potente deWhomofaber spesso dimentico di Dio.) Ma la
definizione dell’uomo come centro cosciente di forze, capace di organizzare
mezzi in vista della produzione di scopi, è la definizione stessa della
tecnica. E allora non si dovrà forse dire che la tecnica è Yinveramento massimo
dell’uomo, ossia che l’uomo trova nella tecnica la propria essenza più
profonda, così come, nel tempo che precede la morte di Dio, è nella potenza,
ossia nella tecnica divina che l’uomo trova e vive il più profondo esser sé
stesso? Anche Dio è stato l’inveramento massimo dell’uomo, perché l’uomo, che
da principio chiede a Dio di salvarlo, poi si rende conto che per essere salvo
deve essere innanzitutto salvaguardata la potenza del Salvatore, perché se Dio
diventa un mezzo nelle deboli mani dell’uomo, bisognoso di salvezza, allora
anche Dio in quelle mani diventa un debole strumento di salvezza. Nello stesso
modo, quando l’uomo si rivolge alla tecnica per essere salvato, e dopo averla
assunta come mezzo nelle proprie mani si rende conto di poter esser da essa
salvato solo se egli non assume come scopo la propria salvezza ma il
potenziamento dello strumento salvifico, allora egli trova e vive nella Tecnica
il più profondo esser sé stesso. E lo trova e lo vive solo se la tecnica si è
posta in ascolto del sottosuolo essenziale del nostro tempo. La discrasia tra
tecnica e uomo - la disumanizzazione dell’esistenza da parte della tecnica -
riguarda quindi le diverse concezioni ideologiche dell’esser uomo, cioè l’uomo
cristiano, l’uomo capitalista, comunista ecc.; non riguarda il tratto
essenziale che è a esse sotteso. Tale tratto dice che l’uomo è azione, prassi,
volontà cosciente e convinta di avere la capacità di trasformare le cose fino a
farle diventare, da nulla, essenti e, da essenti, nulla. L’uomo ideologico viene
certamente messo da parte dalla tecnica autentica, che ascolta il sottosuolo.
La tecnica non ha come scopo il benessere o la felicità dell’uomo, ma quel
potenziamento indefinito di sé stessa che peraltro dà all’uomo più benessere e
felicità di quelli che egli otterrebbe se essi fossero lo scopo del suo agire.
Sì che egli è messo da parte non come tratto comune ai diversi modi ideologici
di intendere l’uomo, ma, appunto, come uomo ideologico che, da scopo, diventa
mezzo per l’aumento indefinito della potenza tecnica. Anche la scienza e la
tecnica sono ideologie, cioè non sono verità incontrovertibili, ma sono le
ideologie più potenti - sebbene il sottosuolo filosofico che conferisce loro
l’effettiva potenza sia, ormai per l’intero pianeta, e più o meno esplicitamente,
la suprema e unica verità incontrovertibile. A questo punto è possibile
intrawedere Yinizio del sentiero che conduce a un Sottosuolo essenzialmente più
profondo di quello di cui si è parlato sin qui. Si può esprimere così tale
inizio. In quanto unita al sottosuolo filosofico del nostro tempo, la
tecno-scienza non è scetticismo ingenuo, appunto perché in questa unione si
nega l’esistenza non di ogni verità, ma di ogni Verità immutabile che stia al
di là di ciò che nel sottosuolo appare come l’unica verità incontrovertibile:
l’agire del divino, dell’uomo, della natura, cioè l’oscillazione delle cose tra
il loro non essere e il loro essere, per la prima volta evocata dal pensiero
filosofico greco. Del carattere pratico della filosofia che abita il sottosuolo
del nostro tempo, si è già detto. Ma quella evocazione ha un carattere pratico
ancora più decisivo, perché solo se si crede nella disponibilità delle cose al
loro oscillare tra il non essere e l’essere è possibile l’agire e quella forma
estrema dell’agire che è l’agire in senso ontologico. L’evocazione greca di
tale senso è il luogo nel quale soltanto è potuta e potrà crescere l’intera
storia dell’Occidente. Tuttavia, se ovunque si è convinti della verità
incontrovertibile di quel luogo, perché tale convinzione è verità
incontrovertibile? Questa domanda suona assolutamente strana. Non è forse
ovvio, e sin dagli inizi dell’uomo, che l’agire esiste e che le cose vanno dal
non essere all’essere e viceversa? Non si perde tempo a prenderla in considerazione?
È inevitabile che sembri strana. La si ascolta infatti stando all’interno del
luogo che da tale domanda è messo in discussione. Ma perché è necessario
rimanere all’interno di quel luogo? Innocenza del divenire e valore
dell’uguaglianza Se spesso gli storici del pensiero filosofico vedono gli
alberi - come si suol dire - ma non la foresta, non è certo questa una critica
che si possa muovere all’imponente e poderosa ricerca di Domenico Losurdo,
Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico
(Bollati Boringhieri 2002). Egli mostra come il pensiero di Nietzsche sia
potentemente unitario e come in esso le variazioni non siano casuali. Anche per
Leopardi si è dovuto attendere molto tempo prima che lo si capisse - e non è che
oggi tutti l’abbiano capito. Sono d’accordo con Losurdo anche
nell’individuazione del tratto o elemento che determina il carattere unitario
del pensiero di Nietzsche. Egli considera Nietzsche filosofo totus politicus,
ma questa espressione non riduce il suo pensiero alla dimensione specialistica
della politica: all’opposto, intende “salvare” il filosofo nella sua interezza,
cioè nella sua volontà di abbracciare e comprendere la realtà nella sua
totalità e nel suo assillo di intervenire attivamente su di essa (p. 900). Solo
non rimuovendo l’elemento che l’attraversa in profondità, solo tenendo ben
presenti la critica e la denuncia militante della rivoluzione e della
modernità, è possibile cogliere l’unità del pensiero di Nietzsche e la sua
interna coerenza ( Ibid .). Losurdo scorge che per Nietzsche la modernità e la
rivoluzione hanno un inizio lontanissimo nella storia dell’Occidente:
incominciano con Socrate; e, da ultimo, il loro avversario autentico, al di
sotto delle sue molteplici forme, è l’innocenza del divenire - quella in cui
forse vive il più antico uomo greco, l’uomo dionisiaco, e nella quale intende
consapevolmente abitare il superuomo annunciato da Nietzsche. Il divenire è
innocente quando, liberato da ogni Verità assoluta e da ogni Dio immutabile che
intendono assoggettarlo, è liberato anche da ogni colpa che gli deriverebbe dal
suo non adeguarsi alle Leggi vere e divine. Il quadro presentato da Losurdo è
tra i più fedeli e pregevoli. Ma quando si mostra il corpo di un lottatore, la
rappresentazione è concreta - ossia non è un semplice dipinto -, quando riesce
a mostrare la forza del lottatore, cioè la sua effettiva capacità di vincere
gli avversari. Nietzsche appartiene al ristretto gruppo dei grandi lottatori
che riescono a distruggere i nemici del divenire, i nemici che formano l’intera
tradizione dell’Occidente. La ricerca di Losurdo è quanto mai pregevole, ma
ancora non dà a Nietzsche quel che è di Nietzsche, cioè la sua straordinaria
potenza speculativa, che esige di essere riconosciuta anche aH’interno della
riflessione storica. Per cogliere tale potenza bisogna fare i conti con coloro
che a essa si sono esplicitamente rivolti. Per esempio Heidegger. Ma qui
sarebbe modestia fuori luogo se non mi riferissi anche a L’anello del ritorno.
Sul quale inviterei Losurdo a riflettere - anche perché la scansione meno
convincente del suo libro è proprio data dal modo in cui egli fa rientrare il
tema deH’eterno ritorno nel Nietzsche totus politicus che lotta per la
salvaguardia dell’innocenza del divenire. Losurdo, giustamente, dà valore al
modo in cui Nietzsche intende sé stesso. Ma a un certo momento Nietzsche stesso
ha posto al di sopra di tutte le proprie dottrine quella dell’eterno ritorno.
Sembra che a questo fatto Losurdo non dia il peso dovuto e che, anche lui, si
ritragga dal problema. Che certo, è gigantesco: il divenire, cioè la negazione
deH’eterno, è un ritorno eterno! Ancora non si comprende che tale dottrina non
è una stranezza, ma, come Nietzsche stesso asserisce, è quella nuova conoscenza
che è necessità suprema, innegabile e incontrovertibile. Ma, daccapo, non basta
asserirlo: bisogna mostrarlo in concreto. Nietzsche l’ha potentemente mostrato,
mostrando l’implicazione necessaria tra divenire e eterno ritorno. Anche lo
storico ha il compito di non nascondere tale potenza. Soprattutto la filosofia
è equivocabile. Rivolge lo sguardo verso temi che tutti credono di conoscere.
Grandi filosofi sono anche straordinari scrittori e, tra chi li legge, si crede
che accostandosi al linguaggio letterario si abbia in mano il suo senso
filosofico. Quasi sempre i mass media comunicano tesi, dominati dalla
convinzione che ogni tentativo di discuterle le sbiadisca, le tolga di scena,
le indebolisca. E invece c’è filosofia solo quando le tesi sono radicalmente
discusse, fondate, argomentate. Si potrebbe continuare a lungo. Bene ha fatto
dunque Luciano Canfora a riconsiderare (Corsera, 11/1) gli equivoci che possono
nascere intorno alla filosofia di Nietzsche. Sostiene che i grandi pensieri
hanno a che fare con le loro conseguenze; ad esempio il Vangelo con la storia
della Chiesa; Marx con l’Unione Sovietica, Nietzsche con il nazionalsocialismo
e il razzismo. Ma quasi a parare l’obbiezione che la luce del sole ha a che
fare sia con l’azzurro del cielo sia con la putrefazione dei cadaveri, Canfora
richiama il fatto che in Nietzsche i valori dell’uguaglianza (morale del
dovere, democrazia, socialismo) sono rifiutati. E il fatto c’è indubbiamente.
Tuttavia questi valori - che in parte sono anche cristiani - hanno a loro volta
a che fare con le loro conseguenze, tra le quali le crociate, il periodo del
terrore durante la rivoluzione francese, la stessa rivoluzione sovietica e il
comuniSmo, la soppressione fisica di chi, di volta in volta, è stato ritenuto
immorale. Nessuno è innocente, nemmeno i nemici del superuomo di Nietzsche. È
però necessario che si capisca perché Nietzsche abbia questi nemici. Non si può
affermare che egli è un ribelle aristocratico (Canfora riprende l’espressione
dal libro di Domenico Losurdo) nello stesso modo in cui si dice che il nostro
calzolaio vota per questo o quell’uomo politico (con tutto il rispetto per i
calzolai). Si deve invece capire quale fondamento filosofico abbia condotto
Nietzsche a quell’atteggiamento. Egli si ribella all’intera tradizione
occidentale, perché ne mostra l’insostenibilità. Non vedo, ripeto da tempo, che
si facciano o si siano fatti sforzi consistenti in tale direzione. Heidegger ha
sostenuto che Nietzsche è rigoroso come Aristotele. Sono d’accordo. Ma si
tratta di capire perché lo sia. In Nietzsche, si crede, c’è tutto e il suo
contrario. Un eminente illogico. (Anche Leopardi è stato trattato come un
dilettante che andava compitando la filosofìa. Il fatto è che quelli che lo
leggevano, non capivano.) Se il nostro calzolaio si contraddicesse come spesso
si crede che Nietzsche si sia contraddetto, non gli faremmo più aggiustare le
scarpe. Nel suo Saggio sullo Hegel, Croce, (che giustamente è assunto da
Canfora come affidabile punto di riferimento nel problema- Nietzsche) scrive,
della Nascita della tragedia di Nietzsche: Per quel che concerne la logica,
quale migliore propedeutica si potrebbe consigliare di questo immaginario
antihegeliano per intendere la soluzione che lo Hegel propose del problema
degli opposti?. La nietzschiana morte di Dio che sta alla base del superuomo
appartiene al significato essenziale dello stesso pensiero crociano, anzi di
tutta la filosofia (e quindi la cultura) contemporanea. (A tale significato
appartiene anche quel Gramsci che incautamente sardonico riconduceva il
superuomo di Nietzsche al conte di Montecristo e ai romanzi di appendice.)
Nietzsche rifiuta i valori dell’uguaglianza perché essi sono legati al Dio che
muore. Ma, soprattutto qui, si tratta di capire perché egli annuncia la morte
di Dio. Rawls, Hegel, Kant John Rawls è molto conosciuto in Italia per
iniziativa meritoria di alcuni studiosi come Salvatore Veca, Sebastiano
Maffettone e altri. Nel 1982 Feltrinelli aveva pubblicato Una teoria della
giustizia, l’opera maggiore di Rawls, e le sue Lezioni di storia della
filosofia morale, apparse negli Stati Uniti nel 2000. Sono una gradita sorpresa
soprattutto per l’ampia e approfondita attenzione che dedicano a grandi figure
della filosofia moderna come Leibniz, Hume, Hegel e soprattutto Kant. Un
riconoscimento dell’importanza della filosofia, osserva giustamente Veca nella
Nota all’edizione italiana, non abituale nella tradizione che per mera
convenzione possiamo chiamare analitica, entro cui la ricerca e l’insegnamento
di Rawls si situano. Lo stesso Rawls riconosce le radici kantiane di Una teoria
della giustizia, ma queste Lezioni si spingono sino ad affermare che lo stesso
Hegel è un liberale riformista moderatamente progressista, che si muove lungo
quella linea del liberalismo della libertà che da Kant (senza escludere Mill)
giunge a Una teoria della giustizia. Rawls può sostenerlo, perché è convinto
che buona parte della filosofìa morale e politica di Hegel possa reggersi da
sola, cioè indipendentemente dal suo fondamento metafisico-speculativo. E,
certo, qui c’è molto da discutere, anche perché è poi lo stesso Rawls a
coinvolgere quel fondamento in momenti cruciali della sua interpretazione di
Hegel. È chiaro che le cose vanno invece del tutto lisce nella parte più ampia
e centrale di queste Lezioni, dedicata a Kant. Il gesto essenziale di Kant
consiste infatti nel porre la filosofia morale e politica come, appunto, una
dimensione indipendente dalla metafisica. Primato della ragion pratica. Non a
caso, un saggio di Rawls tradotto recentemente in italiano da Edizioni di
Comunità è intitolato Vindipendenza della teoria morale. Non sembra tuttavia
che Rawls risolva il problema relativo alla genesi del teorema del primato
della ragion pratica. In Kant questo teorema presuppone la critica del sapere
metafisico. Se questa critica cade, cade anche quel teorema. Ad esempio non si
potrà più dire che 1’esistenza di Dio, f immortalità delfanima, la libertà sono
postulati della ragion pratica e non verità metafìsiche. Ma Fidealismo classico
- Schelling, e Hegel in particolare - ritiene di aver messo in luce i
presupposti arbitrari e da ultimo contraddittori che stanno alla base del
rifiuto kantiano del pensiero metafìsico. Questa convinzione delfidealismo non
è cosa da poco - e soprattutto non può esser messa da parte perché sembra
trovarsi in contrasto col sapere scientifico. Purtroppo Rawls non entra in
questo tipo di problemi. E questo può essere il limite (del tutto
comprensibile) di questo suo magistrale interesse - per molti imprevedibile -
per le grandi forme del pensiero filosofico.Possiamo riassumere la filosofìa di
Bergson in una singola idea: il tempo è reale. Lo afferma Leszek Kolakowski
alfinizio del suo studio del 1985: Bergson (Palomar dialoghi, che ricostruisce
il pensiero di Kolakowski, dedicato soprattutto alla storia critica del
cristianesimo e del marxismo). Kolakowski aggiunge subito che se l’affermazione
il tempo è reale non suona particolarmente illuminante, originale o stimolante,
essa è invece il nucleo di una visione del mondo del tutto nuova, perché dire
che il tempo è reale equivale a dire che il futuro assolutamente non esiste - e
questa tesi è invece stata in vari modi negata nelle forme di pensiero che
credono in una qualche forma di anticipazione del futuro. In questa pagina
Kolakowski si riferisce al determinismo e alla fisica, ma sa bene che per
Bergson anche la concezione tradizionale del Dio onnisciente e immutabile è un
modo di affermare l’anticipabilità del futuro. L’implicazione tra realtà del
tempo e assoluta inesistenza del futuro è indubbiamente decisiva, come appunto
ritiene Kolakowski, e conduce al rifiuto più radicale della tradizione
dell’Occidente. Ma questo rifiuto che si basa sull’esigenza di prendere sul
serio il senso del tempo, non è solo di Bergson, bensì è il tratto fondamentale
del pensiero del nostro tempo. Non a caso Gentile parla di serietà della
storia: la storia è seria, e va presa sul serio, precisamente nel senso che
essa non può esistere insieme ad alcunché che (come il Dio della tradizione) la
anticipi. Si vuole andare alla radice di questa volontà di serietà? Si incontra
Nietzsche, e, ancor prima, la straordinaria critica che Leopardi rivolge alla
concezione platonica dell’idea, la quale è il prototipo di ogni volontà di
anticipare il futuro, negando la serietà del divenire e del tempo. Nel suo
testamento Bergson, ebreo, scrive che si sarebbe convertito al cattolicesimo se
non avesse visto l’ondata formidabile di antisemitismo che sta irrompendo sul
mondo. Un gesto di grande nobiltà. Ma nel 1914 il Sant’Uffizio aveva messo le
opere di Bergson all’indice dei libri proibiti e Kolakowski ricorda che tutti i
principali filosofi tomisti francesi, con Maritain in testa, pensavano fosse
Loro dovere combattere la dottrina bergsoniana. E Sant’Uffizio e filosofi
tomisti coglievano nel segno per quanto riguarda il rapporto tra filosofia di
Bergson e dottrina ufficiale della Chiesa. Alla fine della sua vita Bergson si
è sentito cattolico. Ma non ha rinunciato alla propria filosofia, che in
sostanza identifica Dio al tempo, ossia alla libera creatività di un agire,
soprattutto per il quale il futuro è del tutto inanticipabile. Un agire senza
scopo (come pensa Nietzsche), che solo dopo aver agito può scoprire dove è
arrivato e che cosa ha prodotto: una negazione radicale, questa, del Dio della
tradizione cristiana. Tuttavia, anche se ancora si stenta a capirlo, il
cristianesimo del futuro dovrà dare sempre più ascolto al pensiero che tien
ferma la serietà del tempo. In questo processo (dove tramonta la forma tradizionale
del cristianesimo), dopo la consonanza tra il movimento cattolico del
modernismo e la filosofia di Bergson, quest’ultima, insieme alla maggior parte
della filosofia del nostro tempo, sembra destinata - ma non certo nel futuro
prossimo - ad attrarre nuovamente su di sé l’attenzione della cultura
cristiana. Non vi sono tesi somme, ossia principi, verità eterne che sovrastino
la storia, il tempo, il divenire. A esprimere questo rifiuto, ormai, non sono
soltanto le forme filosofiche del nostro tempo, ma anche la scienza: non
soltanto la filosofia - che riferisce tale rifiuto a ogni pensiero e azione
dell’uomo, dunque anche a sé stessa -, ma anche, e da tempo, la scienza, nella
misura in cui essa si libera dalla illusione di essere, oltre che potente,
assolutamente vera. La frase riportata all’inizio è contenuta nei Contributi
alla filosofia (Beitrdge zur Philosophie), composti da Heidegger tra il 1936 e
il 1938, pubblicata postuma nel 1989 (Adelphi). Nonostante le profonde e
suggestive innovazioni rispetto a Essere e tempo, anche nei Contributi la
struttura di fondo del pensiero di Heidegger rimane immutata. A cominciare,
appunto, da quel rifiuto di ogni tesi somma e di ogni verità eterna e
soprastorica. In Essere e tempo si dice: Che ci siano delle “verità eterne”
potrà essere concesso come dimostrato solo se sarà stata fornita la prova che
l’Esserci era, è e sarà per tutta l’eternità. Finché questa prova non sarà
stata fornita, continueremo a muoverci nel campo delle fantasticherie.
Heidegger sta dicendo che, fino a quando non si proverà che l’uomo (l’Esserci)
è eterno - eterno non semplicemente immortale -, sarà solo una fantasticheria
parlare di verità eterne. Ma per Heidegger è del tutto ovvio che l’uomo (come
ogni cosa del mondo) non è eterno e che quindi quella prova non potrà mai esser
data - per Heidegger, dico, come per tutti coloro che in qualsiasi campo hanno
pensato e agito da quando, all’inizio della storia dell’Occidente, è apparso il
senso del tempo e dell’eterno. Che nessuna cosa con cui l’uomo abbia a che fare
sia eterna è diventata ormai la convinzione più profonda e scontata anche
presso la gente comune, tanto che starvi a riflettere sembra una pura perdita
di tempo. Il tempo perduto - che fortunatamente ha forme diverse - i miei
scritti l’hanno aumentato di molto, mostrando invece che lo splendore delle
cose (anche di quelle terribili) è infinitamente più luminoso di quanto si sia
disposti ad ammettere. Hanno cioè indicato, quegli scritti, la necessità che
non solo l’uomo, ma tutte le cose siano eterne. Tutte le cose: situazioni,
configurazioni, modi di essere, relazioni, attimi, ombre, universi, pensieri,
affetti, decisioni, stati visibili e invisibili, nessuna esclusa. Il tempo, la
storia, è il comparire e lo scomparire degli eterni. E la necessità che ogni
cosa sia eterna è qualcosa di essenzialmente più radicale di quella prova
dell’eternità dell’uomo che per Heidegger non potrà mai esser data. Dall’inizio
alla fine il tema di questo pensatore è stato la domanda dell’Essere ( Seinsfrage
). La domanda - che continua ad attendere la risposta, ma che in questa attesa
mostra, per Heidegger, tutta la propria grandezza. L’Essere non è l’ente, non è
alcuno degli enti (case, fiumi, stelle, pensieri, azioni, uomini, dèi), di
ognuno dei quali si dice tuttavia che è e che è questo e quest’altro. Qual è il
senso di questo è - ecco la domanda dell’Essere -, da cui tutto in qualche modo
dipende? Dai Greci a Nietzsche la filosofìa è stata, per Heidegger, riflessione
sul senso dell’ente, ossia è stata pensiero metafisico, e ha quindi velato la
domanda dell’Essere, pur dando vita alla storia dell’Occidente. Quella domanda
sta, per Heidegger, al di sopra di ogni asserire. Si trova alla sommità del
pensare, ma non per questo è una tesi somma, una verità assoluta. Essa è
storica. Anzi, come Nietzsche non ritiene di esser già lui il superuomo, ma di
esserne il profeta, così Heidegger, nei Contributi, non attribuisce al proprio
discorso nemmeno la capacità di costituirsi come l’autentica domanda
dell’Essere, ma solo il carattere di pensiero transitorio, che ai fini della
comunicazione deve spesso procedere ancora lungo il tracciato del pensiero
metafìsico, e i cui sforzi saranno un giorno superflui e ricadranno
nell’accidentale (p. 419). In una conferenza pubblicata nel 1964, e intitolata
La fine della filosofia e il compito del pensiero, Heidegger aggiungerà che al
proprio pensiero non può esser riconosciuta alcuna azione immediata o mediata
sulla dimensione pubblica dell’epoca industriale, improntata dalla scienza-tecnica,
e che il suo compito ha solo un carattere preparatorio e nient’affatto
fondante, giacché gli basta risvegliare una disponibilità dell’uomo per una
possibilità, i cui tratti restano oscuri e il cui avvenire incerto. Va tuttavia
anche detto che queste affermazioni non sono affatto, come Heidegger
esplicitamente dichiara, espressione di una falsa modestia, giacché
quell’oscurità e incertezza, quella incapacità di influire sul mondo della
tecnica, quel carattere preparatorio e non fondante non sono per lui semplici
caratteri della scrittura dell’individuo Heidegger, ma sono insieme, e
addirittura, il modo in cui l’Essere stesso si vela e si ritrae dall’epoca
presente. E lo stesso si può dire di quella superfluità e accidentalità che nei
Contributi Heidegger attribuisce al proprio pensiero. I Contributi sono
pertanto grandi prove di una filosofìa che vorrebbe allontanarsi dalla
tradizione metafisica, pur riconoscendo tutte le difficoltà a cui questo
tentativo va incontro, ma insieme essendo convinta che tali difficoltà non sono
dovute alle carenze di un certo individuo, ma sono le difficoltà in cui le cose
stesse si trovano. Ma queste non sono tesi somme? Destano sorpresa anche molte
delle tesi, peraltro suggestive, che si incontrano nei Contributi. Sembrano
andare troppo più in là di quanto secondo lo stesso Heidegger sia lecito. Ad
esempio le tesi dei venturi, dell’ultimo Dio (Quello del tutto diverso rispetto
agli dèi già stati, specie rispetto al Dio cristiano), del modo in cui l’Essere
- vibrando, oscillando - si appropria del mondo. Heidegger intende rovesciare
la metafisica senza abolirla (e il timbro della sua filosofia è fortemente
neoplatonico), senza cioè abolire la fede di cui parlavo e che guida
l’Occidente e ormai il pianeta: la fede che l’uomo e le cose non sono eterni.
Tra i temi più in vista e operanti, nei Contributi, quello del creare, è
essenzialmente metafìsico. (Quanto è lontano da noi il Dio, quello che ci
nomina fondatori e crea-tori, perché di costoro ha bisogno la sua essenza?) Ma
- dico - nessuna cosa creata è eterna. È creata proprio perché non è eterna.
Nessun creatore crea l’eterno. E dell’Essere stesso Heidegger esclude che sia
eterno. L’Essere stesso è storico. Ma questa fede nella non eternità di ciò che
è non esprime forse la follia estrema? Non pensa forse che ciò che è, non è
(appunto perché non è eterno)? Che il non niente è niente? Che gli esseri sono
nulla? Certo, questa non è come la domanda di Heidegger. Qui la Risposta -
positiva - è già da sempre data e non da uno di noi, ma dalla Necessità, e
rende possibile ogni domanda. Fenomenologia e libertà La distruzione della
tradizione filosofica occidentale, compiuta da Heidegger, non ha un significato
semplicemente negativo. Soprattutto quando egli si rivolge a Platone e ad
Aristotele. Piuttosto egli intende portare alla luce la dimensione implicita
che rende possibile il loro esplicito dire. In questa direzione interpretativa
si muoveva il mio libro, ahimè così antico da essere stato la mia tesi di
laurea, composta negli ultimi anni Quaranta, discussa nel 1950 e in quell’anno
pubblicata (e ripubblicata poi da Adelphi, insieme ad altri miei scritti di
quel tempo, col titolo Heidegger e la metafisica). Ricordo queste cose per un
certo e spero scusabile compiacimento da me provato leggendo l’imponente lavoro
del filosofo tedesco Gunter Figai, ( Martin Heidegger. Fenomenologia della
libertà, il melangolo 2007), che si muove sostanzialmente nella direzione di
quel mio libro, vecchio, ma che ritengo tuttora valido nelle sue linee essenziali.
Non intendo ovviamente confrontare l’esperienza filosofica di un ragazzo con il
lavoro maturo di uno studioso di grande serietà (e tanto meno vantare
priorità). Ma in filosofia hanno la preminenza i concetti, in nome dei quali
vorrei dire a Figai, tra l’altro, che il suo modo di intendere la distruzione
dell’ontologia tradizionale da parte di Heidegger si sarebbe ulteriormente
rafforzata se anch’egli avesse richiamato quegli avvertimenti quanto mai
sintomatici e abbastanza frequenti di Heidegger, nei quali, già a partire da
Essere e tempo, egli dichiara che la propria indagine fenomenologica non
pregiudica in alcun modo la soluzione dei grandi problemi della metaphysica
specialis; quali l’esistenza o meno di una vita dell’uomo dopo la morte o l’esistenza
o meno di Dio - i problemi, appunto, che ricevono le prime grandi risposte
positive dalla metafisica di Platone e di Aristotele. E in effetti un’indagine
che si propone come fenomenologia non può dir nulla intorno a questioni che per
definizione stanno oltre la dimensione fenomenologica, ossia alla dimensione
che, con qualche approssimazione, si può identificare nell’esperienza. È invece
più difficile convincersi della tesi che Figai intende rendere più visibile e
che è indicata dal sottotitolo del suo libro: Fenomenologia della libertà. Sono
d’accordo sull’implicazione tra riflessione sul senso dell’essere (ontologia) e
sul senso della libertà in Heidegger. Ma Figai si dice convinto che la
filosofia di Heidegger dia modo di ripensare l’idea della libertà in modo
radicalmente nuovo. Cosa che a me non sembra, perché se il senso ontologico
della libertà significa da ultimo la finitezza e contingenza delle cose e
quindi delle decisioni (cioè il loro essere qualcosa che sarebbe potuto non
essere), allora tale contingenza dei contenuti mondani è pienamente affermata
già da Platone e Aristotele. Anche per Figai la libertà si riferisce, nel
discorso di Heidegger, a qualcosa che, come dice Figai, la si sarebbe potuta
compiere in modo diverso (p. 411). Ma allora, come Kant sapeva (ma Figai, mi
sembra, non tiene presente), l’idea trascendentale della libertà - dice Kant -
non contiene nulla di derivato dall’esperienza ossia non è un contenuto
fenomenologico), e pertanto rimane aperto il problema, che né Heidegger né il
suo interprete hanno affrontato: quello di mostrare quale sia il fondamento
deU’affermazione che è il contenuto di tale idea è anche qualcosa di realmente
esistente. Nella bio-linguistica di Chomsky la lingua è considerata come un
aspetto particolarmente significativo della mente e dunque del rapporto
mente/cervello. Pertanto si inquadra ragionevolmente nella psicologia e, più in
generale, nella biologia umana. Esplorazioni in questo campo, da lui peraltro
già da tempo dissodato, sono Nuovi orizzonti nello studio del linguaggio e
della mente (il Saggiatore). Anche qui Chomsky dichiara di voler usare le
parole mente e linguaggio senza una valenza metafisica. Così attento al
significato delle parole, egli non dice nulla sul significato della parola metafisica;
ma è chiaro che il suo intento è di considerare la mente e il linguaggio come
oggetti naturali - senza però addossarsi l’onere di escludere ricerche
filosofico-metafìsiche sulla mente, il corpo, il linguaggio. E, a prima vista,
il proposito sembra del tutto legittimo. Analogamente, come può essere
illegittimo l’intento di considerare la nona sinfonia di Beethoven
semplicemente dal punto di vista delle scienze fisiche, quando la ricerca non
intenda escludere la comprensione estetico-musicologica e nemmeno quella
filosofico-metafisica di quest’opera? È lo stesso Chomsky a riconoscere che
l’arte può ammaestrarci, intorno alla mente, molto di più di tutte le
informazioni che intorno a essa possono esserci fornite dalla biolinguistica.
Eppure, come era prevedibile, anche in questo caso la filosofia e la metafisica
si insinuano nella dimensione scientifica che vorrebbe tenerle fuori dalla
porta. Come il corpo, anche la mente e il linguaggio sono, per Chomsky, uno dei
domini empirici analizzati dalla scienza. Anche la mente è una parte della
totalità dei domini empirici, ossia della totalità dell’esperienza. Ma, come la
parola metafisica, così l’espressione totalità dell’esperienza - o dei domini
empirici - non riceve alcun chiarimento esplicito da parte di Chomsky. O,
meglio, riceve un chiarimento implicito che rende esplicita la presenza di
quella metafisica da cui egli vorrebbe tenersi lontano. Intendo dire che una
certa metafisica (ben lontana dal mostrarsi come inoppugnabile) è presente
proprio nel concepire la mente e il linguaggio come parti dell’esperienza.
Infatti, anche per Chomsky la scienza non ha basi assolutamente certe (pur
essendo affidabile e applicabile alla realtà), perché i segreti della natura,
delle cose-in-sé, ci saranno per sempre celati. Il che significa che l’indagine
scientifica si chiude prudentemente in sé - lasciando fuori di sé la metafisica
- perché essa non accetta imprudentemente la metafisica della cosa in sé:
quella cosa in sé kantiana, rispetto alla quale non solo la dimensione della
mente non può essere altro che una parte, ma la stessa totalità dell’esperienza
(che potrebbe essere la definizione più ampia del mentale in campo scientifico)
si riduce a essere una parte della totalità degli enti. Chomsky si dichiara,
per altri motivi, cartesiano, ma questo indicato, dove la res cogitans ha altro
al di fuori di sé, è il motivo più profondo. Come tanti altri che ignorano
l’insegnamento idealistico, non vede il carattere profondamente metafisico
dell’affermazione dell’esistenza della cosa in sé. L’anima come totalità e come
parte di ciò che appare L’anima è in certo modo gli enti: He psyché ta ónta pós
estin. Questo, afferma Aristotele nel De anima, Vili, 231 b, 21. Gli enti (ta
ónta ) non significa una certa parte degli enti, ma non le altre parti.
Significa: tutti gli enti: pànta ta ónta. L’anima è in certo modo (pós) la
totalità degli enti. In certo modo dalla tradizione aristotelico-scolastica a
Brentano e alla fenomenologia questa espressione è intesa come già Aristotele
sostanzialmente la intende: l’anima è gli enti, ma non nel senso che essa sia
simpliciter (fisicamente dicono gli scolastici) gli animali, le piante, le
case, la terra, il cielo e la totalità degli enti, bensì nel senso che essa è
la loro rappresentazione, ossia il loro presentarsi, manifestarsi, apparire. Si
interpreta: l’anima è intenzionalmente tutti gli enti; è il riferirsi a essi.
Ma riferimento e intenzionalità sono innanzitutto l’apparire, il manifestarsi
degli enti. E il pensiero greco chiama phàinesthai tale apparire. D’altra
parte, la totalità degli enti non appare tutta insieme, compitamente, e quindi
Aristotele non intende affermare che l’anima sia onnisciente, ma che essa è
tutti gli enti che vanno via via manifestandosi, cioè di cui essa è la manifestazione;
e insieme: che essa è sì la manifestazione della totalità degli enti, ma la
totalità si manifesta come processo, sviluppo, generazione degli enti del
mondo. E tuttavia, in quanto apparire della totalità degli enti (via via
manifestantisi) l’anima non è un ente particolare appartenente a tale totalità.
Ciò non significa che l’anima non possa apparire. In Aristotele questo aspetto
del discorso sull’anima rimane implicito; ma la stessa affermazione che l’anima
è in certo modo gli enti è proprio l’apparire di questa forma di identità
dell’anima e della totalità degli enti, sì che tale affermazione è insieme
l’apparire in cui l’anima ha come contenuto sé stessa. Ma, si sta dicendo, ha
come contenuto sé stessa non come uno tra gli enti particolari che appaiono, ma
come l’apparire della loro totalità. L’apparire degli enti è il fondamento di
ogni ricerca, problema, conoscenza, scienza, opinione, fede, e di ogni
progetto, deliberazione, decisione, azione: è il fondamento di ogni aspetto
della vita dell’uomo: anche di quelle convinzioni e indagini che si rivolgono
aU’anima (coscienza, mente, spirito), intesa questa volta come parte della
totalità degli enti. Filosofia (e lo stesso pensiero aristotelico), religione,
scienza, arte hanno imboccato questa strada, dove l’anima è uno degli enti
particolari che appaiono. Per esempio, per millenni - e, dopo la parentesi
idealistica, tuttora - quelle forme culturali (guidate da un sapere filosofico,
che a sua volta si fa guidare dal senso comune) credono che, al di là del loro
apparire, gli enti esistano in sé stessi, cioè indipendentemente dal loro
apparire e dunque dall’anima in quanto sia intesa come il loro apparire. Solo
sul fondamento di questa credenza possono farsi innanzi teorie come quella
evoluzionistica, che concepisce i fatti mentali come risultato di un
lunghissimo sviluppo delle specie viventi; o come quella in cui consiste la
psichiatria, dove la psiche, intesa come oggetto di una iatréia, è circondata
dalla cura come ogni altro ente particolare curabile, e dove la cura è a sua
volta inscritta in un contesto sociale rinviante al mondo intero. In questo
modo, si perde però di vista che queste e ogni altra teoria che considerano
l’anima come parte - e innanzitutto quella credenza nell’indipendenza degli enti
dal loro apparire, sulla quale esse si fondano - debbono peraltro da ultimo
fondare ogni loro pretesa di verità proprio sull’apparire degli enti, cioè su
quell’anima che lungo la storia del pensiero occidentale è sopravvissuta ed è
stata pensata come phàinestai, cogito, Io penso, Spirito come atto puro,
esperienza (in quanto esperienza della totalità degli enti che vanno via via
mostrandosi). Per quanto riguarda il concetto di esperienza, si osservi che il
metodo sperimentale è, per la scienza stessa, l’indagine che pone a proprio
fondamento l’esperienza; sennonché dell’esperienza in quanto tale la scienza
non si interessa: volta le spalle al senso fondamentale dell’anima per dedicare
ogni sua attenzione all’anima come ente particolare. E se oggi si rivendica il
carattere linguistico dell’esperienza, va detto che anche con questo carattere
l’esperienza è il fondamento di ogni attività teorica e pratica dell’uomo. Ma
anche Aristotele, oltre a intendere l’anima come apparire della totalità degli
enti, la intende come parte della totalità. Tale apparire è infatti per
Aristotele l’identità del conoscente in atto e del conosciuto in atto, ma
questa identità è un risultato. Il cominciamento del processo che conduce a
questo risultato è, da un lato, la capacità dell’anima di conoscere (ossia il
suo esser conoscente in potenza), dall’altro lato è la capacità degli enti di
essere conosciuti (ossia il loro esser conosciuti in potenza). Queste due
capacità non sono lo stesso, non sono identiche. L’identità di conoscente e
conosciuto si produce quando i due sono in atto ed essa è appunto il risultato
del processo che conduce dalla potenza all’atto. Ma quando l’anima è conoscente
in potenza (Aristotele parla in proposito di intelletto passivo) e differisce
dal conosciuto in potenza - ossia dagli enti che hanno la capacità di apparire
-, l’anima è una parte della totalità degli enti. L’anima diventa parte anche
quando l’apparire della totalità degli enti è inteso come atto di un io
(persona, soggetto), e si afferma, appunto, che io penso - dove il pensare è
innanzitutto quell’apparire. Anche qui, e nonostante tutti i dubbi che si
nutrono in proposito, è la filosofia greca, e dunque lo stesso Aristotele, ad
aprire questa prospettiva. Si ritiene che esista un produttore del pensare e
che tale produttore sia un io, una persona, un soggetto. (Variante di questa
convinzione è la tesi, oggi centrale soprattutto in campo biologico, che a
pensare sia il corpo, il cervello, la materia.) È manifesto che è quest’uomo
singolo a pensare - manifestum est quod hic homo singularis intelligit, si
afferma nel De unitate intellectus contro averroistas di san Tommaso.
Quest’uomo singolo è l’io. Che quest’uomo singolo sia il pensante (Tommaso) e
che il cogitare sia il cogitare di un ego (Cartesio) appartengono alla stessa
prospettiva. Alla quale appartiene gran parte della cultura non solo filosofica
- peraltro con notevoli eccezioni (ad esempio Nietzsche, Lichtenberg, Russell,
Wittgenstein, Mach, Avenarius). In tale prospettiva, l’io, la persona, il soggetto
(ma anche il corpo, la materia, il cervello) sono parti della totalità che
appare. Vintelligere di quest’uomo singolo è il campo di ciò che è manifestum e
quest’uomo singolo è una parte di questo campo - ossia dell’apparire della
totalità degli enti. A questo punto, si tratterebbe di mettere in luce la
contraddizione di questa prospettiva. Ci si limiterà qui a un’indicazione
sommaria. Se in quella prospettiva io penso significa io sono produttore del
pensiero, il pensiero non è d’altra parte inteso come qualcosa che sia ignoto
all’io. L’io ha notizia del pensiero da lui prodotto. Ma l’aver notizia è
l’apparire. E a sua volta il pensiero è innanzitutto l’apparire degli enti.
L’io penso viene infatti quasi sempre unito (in modo più o meno esplicito) a
gli enti appaiono a me: io, che penso, sono appunto l’io a cui appaiono gli
enti. L’a cui è la notizia che l’io ha di essi. Dire quindi che gli enti
appaiono a me significa dire che l’apparire degli enti appare a me - appunto
perché a me non può non significare, in questa prospettiva, apparire a me; sì
che dire che l’apparire degli enti appare a me significa dire che l’apparire
degli enti appare all’apparire a me... et sic in indefinitum. In altri termini,
che gli enti appaiano a me non significa, in quella prospettiva, che essi
appaiono a un sasso o a un albero, ma che appaiono a una coscienza, cioè a un
apparire; e se si intende tener fermo che l’apparire è sempre un apparire a un
io, a una coscienza, allora l’apparire a me è l’apparire all’apparire a me,
dove l’a me determina un progressus in indefinitum. Con la conseguenza che, se
ciò a cui appaiono gli enti viene indefinitamente spostato e allontanato, gli
enti non appaiono più a qualcuno, e chi crede che l’apparire possa essere solo
un apparire a qualcuno è costretto a concludere che non appare alcun ente. E
questa è la contraddizione della prospettiva per la quale io penso e gli enti
appaiono a me. Nella variante riduzionistica di tale prospettiva, il cervello
pensa (o il corpo pensa). Ma in questa variante non si intende sostenere che il
pensiero - cioè gli enti che appaiono - è il loro apparire al cervello, e
quindi in tale variante non è presente la contraddizione che invece compete
alla prospettiva di cui il riduzionismo è, appunto, una variante. Al
riduzionismo compete un’altra contraddizione, che ho considerato in altre
occasioni e che è cioè Yanàlogon del riduzionismo teologico. La riduzione della
mente al cervello è cioè Yanàlogon mondano della riduzione teologica del mondo
a Dio. Infatti, se il mondo è totalmente riducibile a Dio, non c’è mondo; e se
la mente è totalmente riducibile al cervello, non c’è mente. In entrambi i
casi, se la riduzione non è totale c’è un residuo irriducibile. Ma se la
riduzione è totale, essa nega ciò che essa stessa afferma: nega quella mente e
quel mondo che essa riconosce esistenti proprio per la sua volontà di ridurli,
rispettivamente, al cervello e a Dio. Testo, con alcune modifiche,
dell’intervento alla tavola rotonda sul tema Tecnica e processo»; tenutosi a Venezia,
all’inaugurazione dell’anno giudiziario. Articolo pubblicato sul Corriere della
Sera» il 27 gennaio 2005. L’ultimo capoverso è aggiunto. Rielaborazione
dell’intervento alla tavola rotonda La tecnocrazia negli anni Trenta» con
Giuseppe Morbidelli, Natalino Irti, Guido Rossi. Firenze, Palazzo Strozzi. Già
nel capitolo IV de La struttura originaria - dunque più di cinquantanni fa -
avevo indicato quanto occorre per rispondere alle obbiezioni che in seguito mi
sarebbero state rivolte intorno al modo in cui, in quel capitolo, viene risolta
l’aporetica del nulla». Questa aporetica, sin da Platone, consiste nel rilevare
che il nulla è pensato, e che quindi è qualcosa che appare e di cui il
linguaggio parla continuamente, sì che il nulla non è il nulla. La radice di
quelle obbiezioni è il pensiero che, sin dall’inizio della storia
dell’Occidente, isola la terra dal destino e su questa base isola le cose della
terra (le molteplici determinazioni del mondo) dal loro essere, ossia isola (in
ciò che è, cioè nell’ essente) il ciò che dal suo è. Tale atteggiamento
isolante si riflette, appunto, nel modo in cui l’Occidente pensa il nulla.
L’isolamento delle cose dal loro essere incomincia con Parmenide - col
Parmenide quale è interpretato nella tradizione platonico-aristotelico-hegeliana.
E alcuni miei critici - Gennaro Sasso innanzitutto, e Mauro Visentin - sono
giunti, attraverso l’esperienza del mio discorso filosofico, a riproporre in
Italia la prospettiva originaria di Parmenide - del Parmenide, appunto, che è
presente in quella tradizione e per il quale, al di fuori della verità
dell’essere» che oppone l’essere al nulla, il mondo intero e l’intera storia
dell’uomo sono soltanto dóxa, opinione, illusione, nomi», cioè sono, in quanto
tali, non¬ essere, nulla. Per quei miei critici, e innanzitutto per Sasso,
essere» significa, come per Parmenide, soltanto essere», senza alcuna proprietà
oltre a quella di non essere il nulla. In questa prospettiva, la totalità delle
determinazioni, ossia delle differenze che costituiscono il mondo naturale e
umano, sono appunto il contenuto dell’opinione. Ne viene, allora, che anche
tutte le considerazioni sviluppate da questi miei critici per sostenere le loro
tesi e per criticare il contenuto dei miei scritti - considerazioni che formano
a loro volta un sottoinsieme della totalità delle differenze del mondo - sono
opinioni, non sono verità (assolute e incontrovertibili). E vedo che essi
stessi, sia pure in modi diversi, riconoscono il carattere opinabile (Visentin)
o addirittura contraddittorio (Sasso) delle loro proprie e pur interessanti e
articolate riflessioni (cfr. G. Sasso, Il logo, la morte, Bibliopola; M.
Visentin, Il neoparmenidismo italiano, Bibliopolis). La struttura originaria
della verità è l’apparire dell’impossibilità che ciò che è non sia ciò che esso
è. L’isolamento delle differenze del mondo dal loro essere implica infatti che
qualcosa non sia ciò che esso è: implica (con Parmenide) che le differenze
siano esplicitamente poste come nulla; e implica (con Platone e poi con l’intera
storia dell’Occidente) che, essendo intese come ciò che esce dal nulla e vi
ritorna, siano implicitamente poste - esse, che non sono un nulla - come nulla.
Questa implicitezza custodisce il segreto dell’Occidente, cioè l’essenza del
nichilismo. Tale essenza non può riuscire a scorgere che le differenze si
distinguono sì dal proprio essere, ma non per questo sono nulla. La
distinzione, infatti, non è separazione, isolamento. Anche quando intende
essere la negazione più radicale della separazione - per esempio e soprattutto
con Hegel -, l’essenza del nichilismo rimane prigioniera di ciò che essa nega,
perché intende unire ciò che peraltro essa intende come originariamente
separato; sì che ogni volontà di sintesi è destinata al fallimento. Ogni differenza
del mondo - cioè ogni essente, o significato - è cioè destinata a esser pensata
e vissuta come un nulla - anche quando si ritiene che un Dio eterno possa
salvare il mondo dal nulla. Il modo in cui il nichilismo pensa e vive la
nientità degli essenti determina il modo in cui esso pensa e vive la presenza
del nulla. Nella Struttura originaria si mostra che il nulla è un significato
contraddicentesi. Data la distinzione, indicata in quelle pagine, tra il
contraddittorio», o rautocontraddittorio» - ossia l’impossibile, il nullo - e
la contraddizione», che invece non è un nulla, in queste pagine si precisa -
IV, 6 - che il significato “nulla” è un significato autocontraddittorio, ossia
è una contraddizione» - un significato contraddicentesi», appunto. Affermando
l’esistenza di quel significato autocontraddittorio» (cioè contraddicentesi),
in tale scritto non si dice quindi che l’impossibile, il contraddittorio in sé
stesso, sia, ma che la contraddizione è (e che la contraddizione sia non è
impossibile - fermo restando che questo suo essere ha un fondamento», cfr. ad
esempio Fondamento della contraddizione, Adelphi 2005, sul quale nei miei
scritti si è sempre richiamata l’attenzione). I due momenti contraddicentisi
del significato nulla sono, da un lato, il positivo significare» del nulla,
ossia il suo essere nulla e l’ apparire di questo essere, e, dall’altro,
l’assoluta nientità e assenza di significato del nulla che è positivamente
significante. Da un lato, il positivo significare di ciò che, dall’altro lato,
è l’assoluta negazione di ogni positività e significato. (Recentemente ho
ripreso e approfondito queste tematiche nello scritto Intorno al senso del
nulla, Adelphi). Questi due lati o momenti sono originariamente e
necessariamente uniti perché la loro separazione, cioè Yisolamento dell’uno
rispetto all’altro, implica l’essere dell’impossibile, ossia che il nulla sia
un essente. Infatti, se i due momenti sono (più o meno esplicitamente) intesi
come separati, l’assoluta nientità del nulla appare, e appare come
significante, ossia è: il nulla appare inevitabilmente come un essente. Se i
due momenti vengono separati, è inevitabile che il positivo significare del
nulla (il primo momento) si ripresenti nel nulla - ossia nel secondo momento,
cioè nel significato che è il contenuto di quel positivo significare -, sì che
Y esito inevitabile di quella separazione è la constatazione che il nulla è un
essente. Questo esito differisce essenzialmente dal significato autentico del
nulla, ossia dal nulla come significato contraddicentesi. Infatti questo
contraddirsi sussiste perché, in esso, nulla (il significato nulla) non
significa essente, ossia non è un essente (e appunto per questo il significato
nulla contraddice quell’essente che è la positività del proprio significare).
Nell’esito della separazione dei due momenti del significato contraddicentesi,
si è costretti invece ad affermare che il nulla, essendo significante, è, è un
essente, sì che l’impossibile, il contraddittorio in sé stesso, ossia
l’identità di nulla e di essere, è. In seguito alla separazione, l’aporia del
nulla si presenta pertanto come insolubile. Il pensiero è definitivamente
legato all’assurdo. L’isolamento-separazione conduce all’essenza del
nichilismo, costringendola ad affermare che gli essenti sono nulla (in quanto
escono e ritornano nel nulla); ed è ancora l’atteggiamento isolante a
costringere l’essenza del nichilismo ad affermare, in relazione al nulla, che
il nulla è un essente. Con la differenza (rilevata da Nicoletta Cusano in
Capire Severino. La risoluzione delVaporetica del nulla, cit.) che nel primo
caso il nichilismo non può vedere il proprio essere identificazione
dell’essente e del niente, mentre nel secondo caso - in relazione cioè al modo
in cui il senso del nulla si inscrive nella struttura originaria della verità
(alla quale si rivolge il mio discorso filosofico) - il nichilismo, e
propriamente quella sua forma che si è posta in relazione a quel mio discorso
(la forma presente ad esempio negli scritti di Sasso, Visentin, Massimo Donà),
porta esplicitamente alla luce il proprio identificare il nulla a un essente e
intende questa identificazione come inevitabile (ossia come inevitabilità della
negazione della struttura originaria della verità). D’altra parte il nichilismo
può affermare l’inevitabilità di tale identificazione - ossia dell’assurdo e
dell’impossibile, in cui appunto consiste Tessere del nulla - solo in quanto,
dlYinterno stesso del nichilismo, appare che nulla non significa essere
(essente). Se questo assoluto differire non apparisse non si potrebbe nemmeno
affermare che l’identificazione di nulla e di essere è una contraddizione che
secondo alcuni miei critici inficerebbe la struttura originaria del destino. Il
nichilismo non si avvede che l’aporetica del nulla sorge non perché il nulla
sia inevitabilmente un essente, ma per la logica isolante messa in atto dal
nichilismo stesso, ossia perché quella inevitabilità è, ancora una volta, la
conseguenza della separazione che, in questo caso, crede di poter prescindere
dalla sintesi originaria del significato nulla e del suo positivo significare -
sì che, presentandosi isolato, tale significato, proprio perché si presenta,
non può che apparire come Tesser un essente da parte del nulla. Pertanto, che
il nulla sia significante» non significa che il nulla esplichi una certa forma
di attività, quale appunto sarebbe il significare. Il significare del nulla non
appartiene al nulla, perché il nulla non è un essente a cui questo significare
o qualsiasi altra proprietà o attività possano appartenere. In quanto il
significare è positività (e anzi è la positività stessa, lo stesso esser
essente), il significare del nulla appartiene cioè all’essente, e propriamente
alla totalità dell’essente in quanto essa appare nella struttura originaria
della verità. E che il nulla sia un significato» non significa che il nulla sia
qualcosa di passivo» rispetto all’attività significante dell’essere, giacché
anche questo essere un che di significato» appartiene a quella totalità. Si
aggiunga la seguente annotazione in rapporto al modo in cui Heidegger intende
il problema del Niente» (soprattutto in alcune pagine de II nichilismo europeo,
1940, intitolate Nichilismo, nihil e Niente). L’intento di Heidegger è di
mostrare che il Niente non è un ente, ma non è nemmeno mai ciò che è soltanto
nullo»: il soltanto nullo» relativamente al quale il pensiero metafisico dà per
scontati sia il suo esser contrapposto all’ente sia l’assenza di ogni altra
forma di contrapposizione alla totalità dell’ente. In apparenza Heidegger vuol
portarsi in una dimensione più profonda di quella in cui si dà per scontata la
contrapposizione tra ciò che è soltanto nullo» - il nihil -, e l’ente; ma
dicendo che il Niente» (che poi è per lui l’Essere» stesso) non è nemmeno mai
ciò che è soltanto nullo» attribuisce una funzione decisiva al soltanto nullo»:
la funzione di determinare la dimensione che include sia l’ente, sia il Niente»
(l’Essere»). In tal modo, tutte le connotazioni del soltanto nullo» da cui
Heidegger in quelle pagine intende prendere le distanze, e tutte le aporie che
il soltanto nullo» solleva, ma che Heidegger qualifica come conseguenze
dell’incapacità di sollevarsi al senso autentico del Niente, ritornano in
circolazione, e vi ritornano nel loro non esser state chiarite e risolte - innanzitutto
l’aporia, già pensata da Platone (ma Heidegger non lo rileva), per la quale
ogni considerazione intorno al nulla fa del nulla un qualcosa», ossia un ente;
l’aporia che tuttavia Heidegger include tra le riflessioni apparentemente
acute. È probabile, stando all’andamento del testo, che per Heidegger sia solo
apparentemente acuta» anche l’osservazione, da lui richiamata che se il Niente
è niente [e qui il Niente è il soltanto nullo»], se il Niente non c’è, allora
non può nemmeno darsi che l’ente sprofondi mai nel Niente e che tutto si
dissolva nel Niente, allora non ci può essere nemmeno il processo del
diventare-niente». Ma anche questa osservazione, che Heidegger sembra trattare
con sufficienza e lasciare infine da parte, ritorna in circolazione nello
stesso discorso di Heidegger, quando egli, come si è rilevato, di fatto assume
il Niente, inteso come il soltanto nullo», come essenziale per poter affermare
che il Niente, autenticamente inteso (ossia il Niente che è l’Essere» stesso)
non è il nihil soltanto nullo», come d’altronde Heidegger ha sempre affermato
nei suoi scritti. Un libro Nella successione» dei miei scritti, Destino della
Necessità (cit.) sta al centro. Rende radicale il tema di fondo che si era
presentato un quarto di secolo prima; apre i problemi che il filone primario
degli scritti successivi intende risolvere. Il tema di fondo è, appunto, la
Necessità : di ogni cosa, di ogni aspetto o stato del Tutto. Ma di necessità»
gli uomini parlano da millenni. Al di là di ciò che ne dicono, in Destino della
Necessità si fa innanzi» il senso innegabile della Necessità. Esso sta :
nessuna forza può scuoterlo. La parola de-stino» indica questo stare. Appunto
per questo è nel linguaggio che quel senso si fa innanzi», venendo a mostrarsi
nel destino, cioè in sé stesso in quanto luogo che accoglie anche il
linguaggio: nella già da sempre manifesta innegabilità dell’esser sé di ogni
essente. L’esser sé: il non esser altro e tanto meno quelfaltro che è il nulla:
l’impossibilità dell’essente di essere stato e di tornare a esser altro e
quell’assolutamente altro che è il nulla: la necessità-eternità dell’essente in
quanto essente. Tempo, storia, divenire del mondo umano e della natura non sono
il venire dal nulla e il ritornarvi, ma l’incominciare ad apparire e il non
apparir più, all’interno del cerchio eterno del destino, da parte degli eterni
(quindi anche di quell’eterno che è il linguaggio - e anche il linguaggio che
testimonia il destino). Da sempre e per sempre il destino è l’essenza
dell’uomo. Ma non testimoniando il destino l’intera storia dell’uomo è
alienazione della verità. Nel suo stato attuale, ossia nella forma finita del
destino, l’uomo è pertanto il contrasto tra il destino e tale alienazione - la
quale, nella sua configurazione più ampia, è l’isolamento della terra dal
destino. Destino della Necessità rende radicale tutto questo, perché Essenza
del nichilismo (Adelphi) lascia ancora aperto il problema relativo alla
Necessità o non- Necessità del sopraggiungere e del modo in cui sopraggiungono
gli eterni nel cerchio eterno, in cui il destino consiste, nelVapparire degli
essenti: ogni essente è eterno; ma gli eterni sarebbero potuti non
sopraggiungere in quel cerchio, o sopraggiungervi in modo diverso da quello che
appare? Destino della Necessità mostra che la Necessità autentica implica anche
la Necessità del sopraggiungere e del modo in cui gli eterni sopraggiungono
nelVapparire del destino. La contingenza degli eventi e la libertà della
volontà appartengono cioè all’essenza del nichilismo ossia alla persuasione che
Tessente in quanto essente sia un esser stato e un tornare a esser nulla. La
volontà ha quindi un significato essenzialmente diverso da quello che le è
stato via via assegnato. Non è una potenza che determini liberamente l’oscillazione
degli essenti tra il loro essere e il nulla, ma è la fede di avere tale
potenza, la fede che quindi vuole l’impossibile, non sapendolo, ma essendo
anche fede di ottenere, a volte, e a volte di non ottenere ciò che essa vuole.
La volontà di potenza, che culmina nella tecnica moderna, si manifesta anche
nel modo in cui le lingue indoeuropee, cioè il terreno in cui cresce il
linguaggio del nichilismo, parlano del mondo) ( Destino della Necessità). Al di
fuori dell’alienazione della terra isolata, la volontà» autentica e il destino,
in quanto apparire della Necessità e libertà dall’errore (Verrare essendo
peraltro anch’esso un eterno). Nella sua forma infinita il destino è l’eterno
oltrepassamento di ogni contraddizione, ossia è la gioia. Nel suo inconscio»
più profondo, l’uomo è la Gioia - il finito è l’infinito. Ma Destino della
Necessità apre, insieme, i problemi fondamentali degli scritti successivi
Nell’ultimo capoverso del libro ci si chiede innanzitutto: Ma quale sentiero la
terra, inoltrandosi nel cerchio dell’apparire del destino, è destinata a
percorrere? È destinata alla solitudine [all’isolamento dal destino] o
all’oltrepassamento della solitudine?». Gli scritti successivi (soprattutto La
Gloria, Oltrepassare, La morte e la terra, citt.) mostrano la destinazione
della terra a questo oltrepassamento e le sue decisive implicazioni. Nietzsche
e Freud insegnano a Hemingway quanto siano terribili gli impulsi più profondi
dell’uomo. Ma già Sofocle, millenni prima, dice che l’uomo è deinótaton, cioè
il più temibile» degli esseri. E si può ancora retrocedere. Hemingway concepiva
la sincerità come il supremo comandamento morale. Anche e innanzitutto nella
scrittura, che non deve nascondere quello che l’uomo prova veramente. Quindi il
suo non era soltanto cinismo, esibizione della propria malvagità. Spesso si
confonde la bontà con la conformità degli istinti alle consuetudini sociali. Li
si nasconde perché è difficile che siano confessabili. La bontà non è la
cosiddetta innocenza» dei bambini o la mansuetudine delle pecore - anche della
quale si può peraltro dubitare come si dubita di quell’innocenza. Hemingway
impara che il piacere della vita è inseparabile dal dolore: la vita è lotta - è
guerra, dice l’antichissimo Eraclito. Ora, intendo dire che non c’è bontà che
non sia lotta contro il male esistente fuori e dentro di noi. E da ultimo il
male è il dolore, l’angoscia, la morte che l’impulso distruttivo dell’uomo
produce negli altri e in lui stesso. L’uomo buono - soprattutto il santo - non
è chi sia privo di inconfessabili impulsi, ma chi ne abbonda. Se ne fosse
privo, sarebbe appunto l’innocente o il mansueto quadrupede. Forse per questo i
veramente buoni e i santi sono spesso insopportabili. La loro indole è
terribile. Sono buoni e santi perché, lottando contro di essa, la vincono.
Tanto più buoni e santi quanto più la malvagità invade la loro natura. Se i
cristiani sono convinti che Gesù sia il più santo, devono credere che natura,
indole, impulsi siano in lui i più malvagi e che egli sia il più santo proprio
perché, solo lui, riesce a vincerli. La crudezza di certe espressioni di Gesù
può essere un sintomo. Il primo passo per vincere quanto di
«terribile-temibile» è presente in ognuno di noi è guardarlo in faccia. Con
sincerità. Hemingway la possedeva. Poiché credeva che i «valori supremi» della
tradizione occidentale siano morti - e che uccidere gli uomini non violi dunque
alcuna legge inviolabile -, gli restava come unico valore l’aspirazione alla
sincerità, il desiderio di dire la verità (forse esagerando) intorno a quanto
di malvagio c’era anche in lui e di cui egli godeva. Ci si può spiegare come
alla fine non sia più riuscito a sopportare la vista di sé stesso e, forse per
questo, si sia ucciso. Nietzsche scrive: «Che cosa significa nichilismo? Significa
che i valori supremi si svalutano. Che i valori si svalutino significa che essi
restano distrutti, annientati. Lo stesso Nietzsche alimenta la convinzione che
il vero senso del nichilismo sia la volontà di annientare - e gli uomini
pensano che l’annientamento più nefando sia quello di cui son vittime essi
stessi. Eppure, per quanto potente sia la riflessione di Nietzsche - e poi di
Heidegger - sul nichilismo, essa non ne raggiunge il fondo. Le «guerre di
annientamento» del XX secolo sono la conseguenza più vistosa di una persuasione
che risale alle origini della nostra civiltà, cioè al pensiero filosofico dei
Greci. Si tratta della persuasione che gli esseri possano esser stati e possano
ridiventare niente; ossia che gli esseri possano esser non essere, cioè nulla.
Il culmine dell’errore, qui, si unisce al culmine dell’orrore - anche se questa
persuasione domina ormai l’intero pianeta. Se qualcuno dicesse che c’era un
tempo in cui il cerchio era quadrato e ci sarà un tempo in cui il cerchio
tornerà a essere un quadrato, tutti, o i più, protesterebbero e direbbero che
un tempo siffatto non può esistere; ma nessuno protesta di fronte al pensiero
che c’è un tempo in cui l’essere (che ora è) era ancora nulla e un tempo in cui
tornerà a esserlo. Qui la sordità è totale. Troppo profonda perché sia
imputabile alla semplice debolezza della mente umana. Ma intanto, come
potrebbero, un uomo o un Dio, proporsi di annientare un qualsiasi essere, se
non fossero convinti che l’essere da annientare possa diventare nulla e, una
volta diventatolo, sia vero affermare che tale essere è il nulla? Il culmine
della follia non è forse pensare che l’essere è il nulla? E «nichilismo» non è
forse, innanzitutto, pensare che l’essere è nulla? E non è forse per questo
antico pensiero che possono esser maturate tutte le radicali distruzioni che
scandiscono la storia dell’Occidente? Nietzsche afferma che «Fannichilimento
mediante la mano asseconda Fannichilimento mediante il pensiero». E invece è
Fannichilimento dell’essere mediante il pensiero dei Greci che non solo
asseconda ma è il fondamento essenziale di tutte le distruzioni estreme
compiute dalla mano dell’Occidente - la più civile delle civiltà -, che ormai è
la mano del pianeta. Emanuele Severino. Severino. Keywords: velino, velia, parmenide,
zenone, scuola di velia. Zenone il velino, Parmenide il velino, divenire,
GENTILE -- Refs.: Luigi Speranza, “Grice e Severino” – The Swimming-Pool
Library. Severino.


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